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16/12/2025

Massicce operazioni psicologiche in corso nei paesi Nato

150.000 lettere per 500 posti. L’obiettivo della lettera del Ministero della Difesa belga, inviata in massa a tutti i diciassettenni, non è chiaramente il reclutamento. Francken non lo nasconde: “Questa lettera è molto più di un invito. È anche una questione di aprire la mente alla questione militare... L’obiettivo è far consapevolezza ai giovani del fatto che il Mondo è cambiato e che esiste una minaccia per il nostro Paese. È un progetto sociale”

In altre parole, è un'“operazione psicologica”, che prende di mira i giovani, per fargli considerare la situazione di guerra come la loro nuova realtà ineluttabile. Questa Psy-Op (1) si è svolta in tutti i paesi della NATO, dove iniziative simili sono in corso.

Si aggiunge alle raccomandazioni dell’UE di preparare “kit di sopravvivenza” e all’isteria intorno agli “attacchi ibridi di Putin” – come il sorvolo degli aeroporti da parte di droni sfuggenti. Si tratta di molto più che di due minuti passati quotidianamente nei media a dichiarare odio verso Putin e i russi (vedi la grafica di copertina con Putin trasformato in Grande Fratello)

In Francia, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate esorta i sindaci a “sensibilizzare” i loro concittadini: “Dobbiamo accettare di perdere i nostri figli, di soffrire economicamente perché le priorità andranno alla produzione di difesa. Se non siamo pronti per questo, allora siamo a rischio. Dobbiamo parlarne nei vostri comuni”. La NATO sta battendo i tamburi della guerra sempre più febbrilmente.

“Putin sta cercando di seminare paura nella nostra società”, viene ripetuto. Piuttosto, sono i leader dell’UE a seminare paura per preparare la mente delle persone alla guerra e per far accettare alla popolazione la militarizzazione, l’aumento delirante dei bilanci militari, la povertà e i drastici tagli alla spesa sociale: “dobbiamo accettare di soffrire!”

Questo clima prebellico portò alla fascistizzazione della società. Mettere in discussione la narrazione della NATO diventa sospetto, è la diffusione di disinformazione nemica. Per salvaguardare la nostra democrazia e libertà, è essenziale censurare ciò che non va nella direzione della verità della NATO. Dare la caccia alle quinte colonne di Putin. “Qualsiasi critica insensibile e infondata alla NATO serve solo gli interessi degli avversari dell’Europa”, come afferma Francken nella sua “Visione strategica”. 

E la “verità della NATO” è che “la Russia vuole invadere l’Europa, Putin vuole ricreare l’impero sovietico”. Ma questa ‘verità’ è così palesemente falsa che a volte lasciano scivolare via involontariamente le prove. “Putin è andato in guerra per impedire una maggiore presenza NATO ai suoi confini”, ha affermato il predecessore di Mark Rutte in una dichiarazione ora accuratamente rimossa dal sito web della NATO.

E potremmo capire Putin, se fosse ancora permesso. “La NATO è l’alleanza militare più potente della storia, più potente dell’Impero Romano, più potente di Napoleone!” ha affermato spettacolarmente Mark Rutte. Solo questo giustificherebbe cercare di tenere un mostro del genere il più lontano possibile dai suoi confini.

Per i trafficanti d’armi, è Natale. Ma perché dobbiamo assolutamente lottare affinché la NATO si trovi davanti alla Russia? Cosa abbiamo da guadagnare dall’Ucraina nella NATO? Abbiamo bisogno di pace, vogliamo rapporti normali con i nostri vicini. Non abbiamo bisogno di distruggere la nostra economia e il nostro benessere per soddisfare i desideri distruttivi del “nemico” russo.

La risposta necessaria e urgente alle sfide umane, ecologiche e climatiche della nostra Terra non si trova nell’equipaggiamento militare moderno ed efficiente che la NATO richiede che acquistiamo, ma nella ricerca della pace e della comprensione tra i popoli.

Note

(1) Le Psyops o attività psicologiche pianificate sono definite attività il cui scopo principale consiste nell’influenzare le percezioni, gli atteggiamenti ed il comportamento di un determinato gruppo obiettivo. L’esigenza di dotarsi di un’unità PSYOPS è nata, in seno alla Nato, dalla convinzione che l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto.

Fonte

18/06/2024

La guerra psicologica del Pentagono contro l’impegno sanitario della Cina

L’agenzia di stampa internazionale con sede a Londra Reuters ha pubblicato un’inchiesta approfondita e molto dettagliata su una campagna ‘Psyop’ del Pentagono per screditare il vaccino cinese Sinovac, nonché l’impegno di Pechino a fornire aiuti sanitari a vari paesi.

L’indagine della testata è riassunta in un lungo articolo che riporta anche molte immagini utili, e perciò consigliamo di leggerla nella sua interezza. Qui ci limiteremo a riportarne le rivelazioni principali, alcune dichiarazioni citate e a commentare il quadro che ne risulta.

Per sostanziare questo lavoro, Reuters ha intervistato più di due dozzine di attuali ed ex funzionari statunitensi, appaltatori militari, analisti di social media e ricercatori accademici.

I giornalisti hanno anche esaminato post di Facebook, X e Instagram, dati e documenti su una serie di falsi account di social media utilizzati dalle forze armate statunitensi attivi da anni.

Innanzitutto, è bene ricordare cosa sono le operazioni Psyop. Si tratta di guerra di informazione e psicologica, nata dalla considerazione che “l’uso programmato delle comunicazioni di massa rivolte a gruppi di individui possa influenzare, anche in modo decisivo, l’esito di un conflitto”, spiega l’Archivio Disarmo.

Una pubblicazione ufficiale del nostro Ministero della Difesa sulle unità Psyop afferma che “dare, o negare, informazioni è fonte di enorme potere”. A prescindere dal fatto che queste informazioni siano vere e verificate, che non è evidentemente una preoccupazione degna di nota.

L’unico interesse è quello di denigrare il nemico e impedire che trovi nuovi alleati. Con questo tormento nella testa, il generale Jonathan Braga dello Special Operations Command Pacific ha messo in moto il meccanismo della Psyop sul Covid-19, con primo obiettivo le Filippine.

Come rivelato da suoi tre ex funzionari, il Pentagono sentiva di perdere la presa sul governo filippino di Rodrigo Duterte, tassello fondamentale della cintura militare statunitense posta intorno alla Cina.

Nei primi mesi della pandemia le Filippine avevano registrato decine e decine di migliaia di casi, e l’offerta cinese di aiuto era vista come un pericolo strategico.

Il Dragone aveva annunciato l’invio di mascherine, ventilatori e vaccini, allora ancora in fase di sperimentazione, ai paesi in difficoltà. Il ministro degli Esteri cinese accolse la richiesta di Duterte per l’accesso prioritario al Sinovac, come parte di un “nuovo momento centrale nelle relazioni bilaterali”.

Nel maggio 2020 Xi Jinping avrebbe addirittura assicurato che il vaccino cinese sarebbe stato reso disponibile come “bene pubblico globale” e avrebbe garantito “l’accessibilità e la convenienza del vaccino nei paesi in via di sviluppo”.

Il piano di Washington, l’intesa tra pubblico e privato chiamata Operazione Warp Speed, era invece ispirata al motto “America First”, e garantiva ampi margini a Big Pharma sui prezzi da imporre ai paesi poveri, con meno potere contrattuale.

Lawrence Gostin, medico e docente che ha lavorato per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha sottolineato come questo accordo abbia “assorbito la maggior parte dell’offerta dal mercato globale”. Chi non aveva la propria filiera biotecnologica si doveva accontentare delle briciole, a costi altissimi.

Un alto ufficiale militare americano ha dichiarato a Reuters che, essendo questo l’indirizzo politico, “ciò che ci restava da fare era gettare ombre sulla Cina”. Il canale privilegiato, come già successo in passato, divenne Twitter, oggi rinominato X.

Nel pieno della prima ondata del Covid-19, dalle forze armate statunitensi è partita dunque questa operazione segreta che aveva come scopo quello di disseminare dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia del vaccino cinese Sinovac e degli aiuti sanitari (mascherine, kit diagnostici e altri prodotti) forniti da Pechino.

Reuters riporta che i diplomatici statunitensi nell’area invitarono alla cautela e si opposero a questa campagna di disinformazione. Ma nel 2019 l’allora segretario alla Difesa Mark Esper firmò un ordine segreto che elevava la competizione del Pentagono con Cina e Russia a priorità di combattimento attivo.

Il disegno di legge di spesa del Pentagono approvato quell’anno autorizzava i militari a condurre operazioni Psyop anche “al di fuori delle aree di ostilità attive”. L’insieme di queste misure consentiva dunque ai comandi militari di eludere il Dipartimento di Stato, ovvero i diplomatici del governo stesso.

Sempre nel 2019, Trump autorizzò la CIA a lanciare una campagna clandestina sui social media cinesi volta a orientare l’opinione pubblica contro i vertici cinesi. Attraverso vari profili falsi, venivano diffuse storie denigratorie sul governo di Xi Jinping.

Questa notizia è stata diffusa ancora una volta da Reuters. È di certo strano constatare che nei salotti televisivi viene ribadito a più riprese che non ci sia diritto di dibattito e di informazione in Cina, per poi venire a sapere che gli USA possono addirittura infiltrarsi nei suoi media e fare propaganda anti-governativa.

Ad ogni modo, va evidenziato che, ben prima dell’operazione russa in Ucraina, e prima persino della comparsa di quello che Trump chiamò il “virus cinese”, a spingere sull’acceleratore dell’escalation bellica globale furono gli Stati Uniti.

Del resto, le operazioni Psyop, dopo l’11 settembre, hanno cominciato a essere usate per creare un cambiamento più ampio nell’opinione pubblica in intere regioni, come fatto presente da alcuni precedenti ufficiali della Sicurezza Nazionale.

L’attività nei confronti dei filippini è stata portata avanti attraverso almeno 300 account di X, individuati da Reuters (e poi disattivati dalla piattaforma) grazie alle indicazioni fornite da ex ufficiali USA. Quasi tutti sono stati creati nell’estate del 2020, sulla base dello slogan #Chinaangvirus, ovvero “la Cina è il virus”.

La campagna no-vax che ne risultò, per quanto non se ne possa calcolare il peso effettivo, sicuramente spinse a orientare le scelte delle persone (gli account avevano migliaia di followers). Manila registrava nel paese uno dei peggiori tassi di vaccinazione di tutto il sud-est asiatico.

Ciò era dovuto anche alla diffidenza che era nata dopo il ritiro di un vaccino contro la febbre dengue nel 2017, per problemi di sicurezza, come informa Lulu Bravo, direttore esecutivo della Philippine Foundation for Vaccination. I militari statunitensi hanno fatto leva su questa paura.

Daniel Lucey, un esperto in malattie infettive, ha osservato insieme ad altri studiosi come un falso piano di vaccinazione contro l’epatite in Pakistan, usato come copertura dalla CIA nella caccia a Bin Laden, abbia avuto effetti che si sono propagati anche ad altre iniziative di immunizzazione.

La reazione a una successiva campagna non correlata di vaccinazione contro la polio registrò attacchi agli operatori sanitari e una riduzione delle difese contro la malattia. La stessa sfiducia si sarebbe potuta trasferire dal Sinovac ai vaccini statunitensi, il primo e i secondi ugualmente approvati dall’OMS.

Insomma, l’operazione del Pentagono ha messo in pericolo la salute di milioni di filippini, così come quella dell’intero pianeta, impegnato a lottare col Covid-19. Tutto per ottenere vantaggi nella competizione con la Cina, a prescindere dal numero di morti che ciò avrebbe provocato.

“Non stavamo guardando la situazione dal punto di vista della salute pubblica”, ha confermato un alto ufficiale coinvolto nel programma, “stavamo cercando un modo per trascinare la Cina nel fango”.

Un portavoce del Dipartimento della Salute delle Filippine ha dichiarato che “i risultati della Reuters meritano di essere indagati e ascoltati dalle autorità competenti dei paesi coinvolti”. Perché infatti, la campagna contro il Dragone non si è fermata alle isole del Pacifico.

I responsabili delle Psyop in Asia centrale e Medio Oriente hanno ripetuto lo schema anche per le zone di loro competenza. Sempre con falsi account su più piattaforme, hanno amplificato il dubbio per cui, poiché i vaccini a volte contengono gelatina di maiale, fossero vietati dalla legge islamica.

Sinovac aveva già assicurato che il vaccino sarebbe stato privo di materiali suini. Inoltre, molte autorità religiose islamiche sostenevano che, anche nel caso in cui avesse contenuto gelatina di maiale, la somministrazione era consentita poiché era un trattamento necessario per salvare vite umane.

Ciò non fermò i “gendarmi del mondo”, e ancora una volta su X sono stati individuati 150 profili che hanno diffuso timori, questa volta usando una discriminante religiosa. In pratica, i militari a-stelle-e-strisce hanno lavorato in un vero e proprio delirio di onnipotenza.

Questo atteggiamento è confermato da un ex figura apicale del Pentagono, che ha descritto la pandemia come una “scarica di energia” che ha innescato l’opportunità di un’opera massiccia di disinformazione sulla Cina. Uno schema partito con Trump e continuato per alcuni mesi sotto Biden.

Alla fine, alcuni dirigenti dei canali social coinvolti hanno informato la nuova amministrazione democratica di strane iniziative ricollegabili al Pentagono.

Dopo un incontro Zoom tra Facebook e il Consiglio di Sicurezza Nazionale nella primavera del 2021, venne ordinato di interrompere ogni comunicazione che potesse dare adito alla retorica no-vax.

Tuttavia, Reuters ha individuato altri post e messaggi ingannevoli relativi alla pandemia fino all’estate. Alla richiesta di delucidazioni presentata dal giornale alla Sicurezza Nazionale, c’è stato il rifiuto a rilasciare commenti, e lo stesso hanno fatto i portavoce di Trump e Biden.

Un funzionario ha dichiarato che l’indagine interna ha fatto emergere che alcuni messaggi erano “molte, molte leghe di distanza” da qualsiasi obiettivo militare accettabile. Ma anche in questo caso non c’è stato approfondimento ulteriore.

Bisogna comunque riportare che altre fonti hanno detto che il Pentagono ha annullato parti dell’ordine di Esper. Ora i comandi militari devono lavorare a stretto contatto con i diplomatici e si è imposto di limitare le Psyop rivolte ad ampie e generali fette della popolazione.

Ciò non significa assolutamente che sia stato messo in discussione l’operato delle forme armate di Washington. L’azione cominciata con le Filippine è stata messa in piedi dal centro operativo per le Psyop di Tampa, in Florida, e sembra che tuttora stia lavorando a pieno regime, insieme a compagnie private.

Il principale appaltatore della campagna sul Covid-19 è stata la General Dynamics IT, che è stata inoltre criticata per la gestione superficiale delle sue attività. Sempre le fonti di Reuters hanno sottolineato che, inoltre, i vertici militari non hanno mantenuto sulla società un controllo sufficiente.

In un documento strategico non classificato del 2023, il Pentagono ribadisce che “la disinformazione diffusa sui social media, false narrazioni camuffate da notizie e simili attività sovversive [possono essere utili per] indebolire la fiducia sociale minando le basi del governo” di nemici come la Russia o la Cina.

A febbraio di quest’anno, la General Dynamics IT ha vinto un altro contratto del valore di quasi mezzo miliardo di dollari. Il suo lavoro sarà ancora una volta legato a consulenze per attività militari segrete.

Un ex funzionario del Dipartimento di Stato che nel 2020 fu coinvolto nel confronto col Pentagono sulle Filippine aveva allora affermato: “ci stiamo abbassando sotto al livello dei cinesi e non dovremmo farlo”.

Se si toglie la solita presunzione occidentalocentrica di superiorità morale, possiamo dire che sicuramente gli USA hanno raggiunto il fondo, mettendo in pericolo l’intera umanità nel pieno di una pandemia.

Quello che rimane da questa storia è la certezza che la retorica democratica è solo una maschera, sempre meno adatta per questi tempi di guerra. E, per parafrasare un politico italiano, a pensar male di quel che dice la propaganda occidentale si fa peccato, ma spesso ci si indovina.

Fonte

30/12/2022

Twitter ha collaborato con il Pentagono nelle operazioni Psyops

Tra gli scheletri negli armadi di Twitter non c’è solo l’occultamento delle notizie scomode per gli affari privati della famiglia Biden in Ucraina dal 2014.

Una lunga e documentata inchiesta del giornale investigativo The Intercept, rivela come Twitter abbia collaborato con il Pentagono nelle sue operazioni di Psyops (guerra psicologica) in Medio Oriente.

The Intercept riporta che il 26 luglio 2017, Nathaniel Kahler, all’epoca un funzionario che lavorava con il Comando centrale degli Stati Uniti, noto anche come CENTCOM, una divisione del Dipartimento della Difesa, ha inviato un’e-mail a un rappresentante di Twitter con una richiesta di approvazione della verifica di un account e di una “lista bianca” ossia un elenco di account in lingua araba “che usiamo per amplificare determinati messaggi“.

Nella sua e-mail, Kahler ha inviato un foglio di calcolo con 52 account chiedendo un servizio prioritario per sei degli account, incluso @yemencurrent, utilizzato per trasmettere annunci sugli attacchi di droni statunitensi nello Yemen.

Più o meno nello stesso periodo, @yemencurrent, che da allora è stato cancellato, aveva sottolineato come gli attacchi dei droni statunitensi fossero sempre “accurati” e avevano ucciso solo “terroristi”, non civili, e sosteneva gli attacchi degli Stati Uniti e dei sauditi contro i ribelli Houthi in quel paese.

Altri account sulla lista erano incentrati sulla promozione delle milizie sostenute dagli Stati Uniti in Siria e sui messaggi anti-Iran in Iraq. Sebbene molti account siano rimasti concentrati su un’area tematica, altri sono passati da un argomento all’altro.

Ad esempio, @dala2el, uno degli account CENTCOM, è passato dalla messaggistica sugli attacchi dei droni nello Yemen nel 2017 alle comunicazioni incentrate contro il governo siriano.

Lo stesso giorno in cui CENTCOM ha inviato la sua richiesta, i membri del team di integrità del sito di Twitter sono entrati in un sistema aziendale interno utilizzato per gestire la portata di vari utenti e hanno applicato uno speciale tag di esenzione agli account richiesti dal Pentagono.

Un ingegnere, che ha chiesto di non essere nominato perché non autorizzato a parlare con i media, ha affermato di non aver mai visto questo tipo di tag prima, ma a un attento esame ha affermato che l’effetto del tag “whitelist” ha sostanzialmente dato agli account i privilegi di verifica di Twitter senza un segno di spunta blu visibile.

La verifica di Twitter avrebbe conferito una serie di vantaggi, come l’invulnerabilità ai bot algoritmici che contrassegnano gli account per spam o abusi, nonché altri avvertimenti che portano a una minore visibilità o alla sospensione dell'account.

Kahler ha detto a Twitter che sarebbero stati tutti “account in lingua araba attribuiti all’USG che twittano su questioni di sicurezza rilevanti“.

Quella promessa non è stata mantenuta, poiché molti degli account hanno successivamente cancellato le indicazioni che ne rivelavano l’affiliazione al governo degli Stati Uniti, come invece viene fatto per altri (soprattutto russi e cinesi). Per cui, formalmente, comparivano come degli account di fonti “indipendenti” e non come la longa manus del Pentagono.

In questo modo i mass media riportano poi le veline, le versioni, i flussi informativi e le eventuali fake news diffuse dall’amministrazione Usa, ma con la mistificazione che si tratterebbe di “fonti indipendenti”.

L’Internet Archive non conserva la cronologia completa di ogni account, ma The Intercept ha identificato diversi account che inizialmente apparivano come emanazioni del governo degli Stati Uniti ma, dopo essere stati inseriti nella whitelist, erano ancora riconoscibili come affiliati all’esercito ma si atteggiavano a “utenti ordinari”.

Uno degli account che Kahler ha chiesto di inserire nella whitelist – @mktashif – è stato identificato dai ricercatori perché sembrava utilizzare una foto deep-fake per oscurare la sua vera identità.

Inizialmente, secondo la Wayback Machine, @mktashif risultava un account del governo degli Stati Uniti affiliato a CENTCOM, ma a un certo punto questa indicazione è stata cancellata e la foto dell’account è stata cambiata con quella che una ricerca dell’università di Stanford ha identificato come un deep fake.

La nuova biografia su Twitter affermava che l’account era una “fonte imparziale di opinioni e informazioni” e, tradotto approssimativamente dall’arabo, “dedicato a servire iracheni e arabi“.

L’account, prima di essere sospeso all’inizio di quest’anno, inviava regolarmente messaggi su Twitter che denunciavano l’Iran e altri avversari degli Stati Uniti, compresi i ribelli Houthi nello Yemen.

Un altro account CENTCOM, @althughur, che pubblica contenuti anti-Iran e anti-ISIS mirando ad un pubblico iracheno, ha cambiato la sua biografia su Twitter: da un’affiliazione CENTCOM a una frase araba che recita semplicemente “Euphrates pulse“.

Le e-mail di Twitter mostrano che nel 2020, i dirigenti di Facebook e Twitter sono stati invitati dai legali del Pentagono a partecipare a briefing riservati in una struttura informativa compartimentata, nota anche come SCIF, utilizzata per riunioni altamente sensibili.

Le attività di propaganda militare online sono stati in gran parte disciplinati da un memorandum del 2006. Il promemoria rileva che le attività su Internet del Dipartimento della Difesa dovrebbero “riconoscere apertamente il coinvolgimento degli Stati Uniti” tranne nei casi in cui un “comandante combattente ritenga che ciò non sarà possibile a causa di considerazioni operative“.

Questo metodo di non divulgazione, afferma la nota, è autorizzato solo per le operazioni nella “Guerra globale al terrorismo, o quando specificato in altri ordini di esecuzione del Segretario alla Difesa“.

Nel 2019, il Congresso Usa ha approvato una misura nota come Sezione 1631, un riferimento a una disposizione del National Defense Authorization Act, che sancisce legalmente ulteriori operazioni psicologiche clandestine da parte dei militari (Psyops) nel tentativo di contrastare le campagne di disinformazione online di Russia, Cina e altri avversari stranieri.

Nel 2008, il comando delle operazioni speciali degli Stati Uniti ha aperto una richiesta per un servizio atto a fornire “prodotti e strumenti di influenza basati sul web a supporto di obiettivi strategici e a lungo termine del governo degli Stati Uniti“.

Il contratto faceva riferimento alla Trans-Regional Web Initiative, uno sforzo per creare siti di notizie online progettati per conquistare i cuori e le menti nella battaglia per contrastare l’influenza russa in Asia centrale e il terrorismo islamico globale.

Il contratto è stato inizialmente eseguito da General Dynamics Information Technology, una filiale dell’appaltatore della difesa General Dynamics, in collegamento con gli uffici di comunicazione CENTCOM nell’area di Washington, DC, ea Tampa, in Florida.

Un programma noto come “WebOps”, gestito da un appaltatore della difesa noto come Colsa Corp., è stato utilizzato per creare identità online fittizie progettate per contrastare gli sforzi di reclutamento online da parte dell’ISIS e di altre reti terroristiche.

Fonte

26/04/2017

Sulla “russofobia”

Lo scorso 12 aprile il direttore del sito “ Marx XXI”, il compagno Mauro Gemma, pubblica un suo indignato commento in merito ad una “irresponsabile” dichiarazione rilasciata il giorno prima da Erasmo Palazzotto, vice presidente della Commissione Esteri della Camera e responsabile esteri di Sinistra Italiana.

Il direttore di “Marx XXI”, ricordando, in apertura del proprio commento, che il quattro aprile ultimo scorso la Rada ucraina ( il Parlamento) ha decretato – fatto politicamente, culturalmente e moralmente inquietante – la definitiva riabilitazione dei collaborazionisti hitleriani ucraini; che il testo della legge è stato letto alla Rada da Yury Shukhevych, deputato nazi-fascista e figlio del massacratore di comunisti, di partigiani, di civili ed ebrei Roman Shukhevych; che rispetto a tale, raccapricciante, notizia non vi è stata, in Italia, nel Parlamento italiano, nella sinistra politica e istituzionale italiana nessuna reazione e solo silenzio; ricordando tutto ciò, Mauro Gemma rimarca, con giustificata indignazione, appunto, il fatto che invece – al posto di una condanna della riabilitazione dei filo nazisti nell’Ucraina filo-Usa e filo UE – il deputato di “SI” Erasmo Palazzotto diffonde alla Camera una dichiarazione secondo la quale “Notizie di stampa trapelate dall’estero hanno rivelato che in Cecenia alcune caserme militari sono state trasformate per correggere uomini dall’orientamento sessuale non tradizionale o sospetto...”. Naturalmente, rispetto a ciò, rispetto all’ambigua “credulità” con la quale si fanno proprie le più strampalate e feroci “fake news”, la stigmatizzazione di Gemma è tagliente: “Erasmo Palazzotto... che di quanto avviene in Ucraina evidentemente se ne frega (anche se, vista la sua collocazione nella Commissione esteri, dovrebbe esserne ampiamente informato) e il cui “antifascismo” sembra manifestarsi a corrente alternata, diffonde una dichiarazione sulla base di fantasiose e non meglio precisate “notizie di stampa”, battendo tutti in fatto di russofobia esasperata e falsificazioni, di cui è facile capire la provenienza: quella degli stessi che anni fa presentavano i terroristi ceceni come “eroi” di una guerra di liberazione e che oggi sono impegnati nell'ennesimo tentativo di “rivoluzione colorata”, secondo lo stesso copione applicato a Kiev nel 2014. Sono, del resto, gli stessi, identici argomenti che la propaganda dei nazisti ucraini usa quotidianamente nella sua guerra dell'informazione contro la Russia e a supporto della sua guerra criminale di aggressione nel Donbass. Palazzotto getta altra benzina sul fuoco attizzato da chi sta inasprendo lo scontro con la Russia, negli Stati Uniti, nell'UE e in Italia. E lo fa proprio, con un tempismo che non può passare inosservato, nello stesso momento in cui il presidente della Repubblica si trova a Mosca, con il compito dichiarato di contribuire ad allentare la tensione con la Russia, che tanti danni ha già procurato al nostro paese, in particolare dopo le sanzioni”.

La critica di Gemma non ha bisogno di ulteriori rafforzamenti e commenti, tanto è chiara, netta e condivisibile. Vogliamo invece, da questa critica, enucleare una parola: “russofobia” e il senso di questa parola indagare.

Innanzitutto: esiste la russofobia? Si, esiste: essa è un “sentimento”, una “forma dell’anima occidentale”, un delirante “bovarismo” pseudo culturale e pseudo politico borghese e piccolo borghese, una perversione ideologica che oggi – come un tempo – striscia nel corpo dell’intero occidente capitalistico; una lucida follia che un tempo nacque in Europa per poi trasferirsi, espandersi endemicamente, nel nord America.

E che cos’è, la russofobia? Essa è qualcosa di più, come suggerisce lo stesso suffisso utilizzato (fobia) di una semplice paura della Russia; è molto di più: è il panico, la repulsione (dal greco φόβος, phóbos), l’irrazionale terrore verso la storia, la cultura, verso “l’anima russa”, il popolo russo e – dunque – verso il potere politico russo, dell’altro ieri storico, della storia russa di ieri e dell’oggi.

In una famosa copertina di “The Economist” (febbraio 2015, titolo: Putin’s war on the West), Putin – a tutta pagina e su sfondo ovviamente oscuro – appare come un uomo dal viso tanto algido quanto feroce, mentre con la mano destra – il grande e maligno Burattinaio – manovra i fili del mondo; in un’altra, altrettanto nota, successiva copertina della rivista britannica, la natura di Putin è ancora più definita: egli appare (eloquente il titolo “Putinism”, occhi rossi e infernali e sguardo terrorizzante ) direttamente nelle sembianze di Dracula.

Se, dunque, la russofobia esiste e ancora – come per le invasioni napoleoniche ed hitleriane – agisce nella storia ed è funzionale all’attacco (culturale, politico, militare) occidentale contro la Russia, da dove essa trae origine, come e da dove nasce, come si riproduce ?

Affidiamoci, per comodità espositiva, all’incipit di una recente recensione che Eugenio Di Rienzo fa del libro di Guy Mettan “Russofobia, Mille anni di diffidenza”, Teti Editore. Scrive Di Rienzo: “La Russia è l’incarnazione del male assoluto, tutto il suo popolo ha lavorato nel corso dei secoli per la rovina degli altri popoli”. Questa frase non è tratta dalla sceneggiatura di Doctor Strangelove di Stanley Kubrick... Questa frase, invece, è stata detta a chi scrive da un valoroso studioso di storia dell’Europa orientale nel corso di un’accesa discussione sulla crisi ucraina avvenuta poco più di un anno fa. Benvenuta allora, per avere a disposizione un efficace contro-veleno verso tali perversioni mentali, la traduzione italiana del volume del politico e giornalista Guy Mettan “Russofobia”.

Partendo dal Medioevo, fino ad arrivare al recente confronto tra Mosca e Kiev, Guy Mettan ricostruisce le linee di forza religiose, geopolitiche e ideologiche di cui si nutre la russofobia europea (britannica, francese polacca, tedesca) e americana. Attraverso una serrata discussione critica delle fonti, Mettan pone in luce le debolezze e le mistificazioni del pregiudizio che ancora oggi porta l’Occidente a demonizzare la Russia e a temere, anche contra evidentiam, il suo presunto imperialismo. La russofobia è un male antico radicatosi nella coscienza europea già alla fine del XVI secolo, quando, nel 1591, il letterato inglese Philip Sydney scriveva: “I Moscoviti, nati-schiavi, godono nel vivere sotto la tirannia e a opprimere le altre nazioni”. Parole cui avrebbe fatto eco, nel 1835, il giudizio del poligrafo francese Saint-Marc Girardin, secondo il quale se la Russia fosse riuscita a sottoporre al suo gioco tutti gli Slavi per servirsi di essi in modo da arrivare a dominare l’Europa, il Vecchio continente avrebbe perso ineluttabilmente la sua libertà, la sua cultura, la sua anima.

Ma dopo Di Rienzo sentiamo le parole dello stesso Guy Mettan. In un’intervista rilasciata a Tatiana Santi nel 2016, Mettan afferma: “Può sembrare paradossale, ma la russofobia occidentale è più antica della Russia! In effetti, è iniziata con le rivalità politiche e religiose che hanno contrapposto l'Impero di Occidente, fondato dal Carlo Magno nell'anno 800, all'Impero d'Oriente basato a Costantinopoli; la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Carlo Magno era un principe che si ribellò contro il sovrano legittimo dell'Impero romano d'Oriente che regnava a Bisanzio. I suoi successori, che hanno creato il Sacro romano Impero Germanico alla fine del X secolo, sono riusciti ad imporre ai Papi delle riforme religiose contro l'opinione delle Chiese greche d'Oriente, che si erano opposte perché ritenevano tutto ciò un colpo di Stato e non una decisione democratica presa in seno ad un concilio ecumenico universale. In seguito a questo scisma, ufficialmente risalente all'XI secolo, a Roma ebbe luogo una propaganda antiortodossa e antigreca con lo scopo di denigrare gli Orientali sia sul piano politico sia religioso. Quando gli Ottomani conquistarono Bisanzio nel 1453 questi pregiudizi negativi si trasposero sui russi, i quali avevano rivendicato l'eredità politica e religiosa di Bisanzio.

I pregiudizi occidentali sono di due ordini. Innanzitutto i greci, e quindi i russi, sono dei barbari e i loro sovrani sono dei despoti e dei tiranni. Inoltre sono degli espansionisti, degli annessionisti, delle persone aggressive, le quali non fanno altro che sognare di conquistare e sottomettere l'innocente e virtuoso Occidente... Sono gli stessi pregiudizi che ritroviamo oggi sotto la piuma dei giornalisti occidentali antirussi. È da notare che la russofobia moderna è cominciata in Francia alla fine del XVIII secolo, quando il Gabinetto segreto del re Luigi XV ha forgiato un falso "Testamento di Pietro il Grande", nel quale il grande zar russo avrebbe comandato ai suoi successori di conquistare l'Europa. Napoleone lo fece pubblicare nel 1812 con lo scopo di giustificare meglio la sua invasione preventiva della Russia nel 1813. Gli inglesi tradussero il libro e lo usarono per giustificare la loro invasione della Crimea nel 1853. Questo pseudo testamento è stato denunciato come falso solo alla fine del XIX secolo, dopo aver ispirato decenni di russofobia francese e inglese... Si tratta della stessa manipolazione che gli americani hanno utilizzato nel 2003 per giustificare l'invasione dell'Iraq. Le false armi di distruzione di massa di Saddam Hussein ci rivelano la stessa mistificazione. Solo una volta commesso il crimine, la verità esplode. La storia è ancora troppo recente per vederci chiaro, ma potremmo scommettere che gli avvenimenti di Maidan in Ucraina a febbraio 2014 rilevano la stessa tecnica di manipolazione. Il putsch che ha permesso di travolgere il governo legale ucraino è stato saggiamente preparato durante lunghi anni mediante campagne finanziate dai miliardi versati dagli Stati Uniti, come è stato ammesso dal segretario di Stato aggiunto Victoria Nuland davanti al Congresso (i famosi 5 miliardi di dollari), per essere attivati in favore delle manifestazioni popolari contro il governo, d'altronde legittime data la corruzione diffusa. Il risultato è che il governo attuale si rivela altrettanto corrotto che quello precedente, ma questo non interessa alcun media occidentale... Il discorso occidentale antirusso si appoggia sui due principi di cui parlavo prima: l'Occidente incarna il Bene, i valori universali, la democrazia, i diritti dell'uomo, la libertà (soprattutto economica), mentre la Russia rappresenta l'autocrazia, il nazionalismo revanscista, la negazione delle libertà dell'individuo. Questo discorso bianco-nero strumentalizza senza vergogna l'opinione pubblica, perché questa sostenga la rimilitarizzazione dell'Europa e il rafforzamento della NATO, che non ha smesso di allargarsi in 20 anni con l'integrazione di tutta l'Europa dell'Est, e ora del Montenegro. Senza parlare del vassallaggio dell'Ucraina, della Svezia, della Georgia e anche della Svizzera "neutra" che partecipa alle sue esercitazioni in nome di un "partenariato per la pace", che in realtà è solo un giro di parole... Più che dei professionisti interessati ad informare, i giornalisti dei principali media occidentali sembrano dei registi. L'opposizione fra i "buoni", gli Occidentali, e i "cattivi", i russi, nonché la demonizzazione della Russia, presentata come una minaccia per l'Occidente, diventano così degli elementi essenziali del discorso mediatico occidentale”
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La citazione di Guy Mettan è lunga, ma di grande efficacia e poiché, come diceva Balzac “L’originalità è un mito della piccola borghesia”, è meglio utilizzare la compiuta chiarezza di Mettan, per far luce sui primordi e sulle degenerazioni della russofobia, piuttosto che rubargli le parole e intestarcele.

Certo è che la russofobia impiega, per costituirsi e radicarsi come una sorta di inconscio nella struttura psicologica e culturale dell’“uomo occidentale” (non diciamo appositamente “europeo”, poiché sposiamo l’affermazione razionale di Charles De Gaulle: “L’Europa va dall’Atlantico agli Urali”, constatazione che tanto servirebbe, oggi, a chi, dalle postazioni dell’Unione Europea, demonizza sia la Russia che Putin e demonizza sino a giungere all’embargo economico e alle minacce di guerra) impiega, dicevamo, diversi secoli e si organizza su mille pregiudizi, travisamenti e falsità. Affermazione, questa, che peraltro non ha nulla di assolutamente nuovo: basterebbe rievocare l’opera di Edward Said (“Orientalism”, del 1978) per capire come l’Occidente ha storicamente letto l’Oriente. Muovendo dalle riflessioni, tra gli altri di Antonio Gramsci e Michel Foucault, Said ha messo per sempre in luce il carattere mistificatorio della nozione occidentale di “Oriente”, funzionale – per Said – sia alla costruzione, per forzata contrapposizione ontologica, della stessa concezione di “Occidente”, sia per rinchiudere le cosiddette culture orientali in stereotipi e generalizzazioni che potevano giungere al “disumano” ( pensiamo alla demonizzazione e alla de-storicizzazione disumanizzante di Attila, di Ivan il Terribile o di Stalin, ad esempio...) e – infine – per fornire le basi materiali al dominio, sull’“Oriente”, dell’imperialismo occidentale.

Centinaia sarebbero le tappe della via crucis “culturale”, “filosofica”, “ideologica” occidentale lungo la quale è stata infine crocifissa la Russia e lungo la quale ha preso corpo la russofobia e le sue ramificazioni degenerative.

Di notevole importanza, ad esempio, è ciò che rievoca Eugenio Di Rienzo: “Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, l’Ucraina divenne il perno del progetto Prometeizm, elaborato dal maresciallo Józef Piłsudski fin dal 1904 e perseguito dai suoi successori ancora alla vigilia del secondo conflitto mondiale con l’obiettivo di mettere la Polonia a capo di un movimento destinato ad emancipare le nazionalità non russe (ucraina, caucasiche, di etnia turca), un tempo sottomesse a San Pietroburgo e in seguito a Mosca. Il Prometeizm doveva portare alla creazione di una Federazione politico-militare (Międzymorze), diretta a provocare la distruzione della potenza economica e militare russa, estesa dal Mare del Nord, al Golfo di Botnia, al Baltico, al Mar Nero, al Mediterraneo, comprensiva in primo luogo dell’Ucraina e poi di Cecoslovacchia, Ungheria, Paesi scandinavi e baltici, Italia, Romania, Jugoslavia, Grecia.

Questo programma, significativamente riproposto nel 2012 in una versione solo leggermente modificata, all’attenzione del Dipartimento di Stato statunitense, ha dato luogo, in coincidenza con la crisi ucraina, al cosiddetto progetto Intermarium. Un patto di mutua assistenza, promosso dal Pentagono, esteso dal Baltico al Mar Nero al Caspio, che avrebbe dovuto essere sottoscritto da Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, Moldavia, Romania, Georgia, Azerbaigian, Turchia, indirizzato a rendere possibile lo smembramento della Federazione Russa e la sua definitiva liquidazione come potenza eurasiatica. Si avverava così l’auspicio formulato da un altro polacco, Zbigniew Brzezinski (già consigliere della Sicurezza nazionale sotto la presidenza di Jimmy Carter), nel 1997, nel 2004 e ancora nel 2012, che puntava all’obiettivo di “una Russia frammentata in una Repubblica europea, una Repubblica di Siberia e una Repubblica asiatica, più idonee ad assicurare lo sfruttamento delle risorse e del potenziale economico di quella terra, troppo a lungo dilapidati dall’ottusa burocrazia moscovita”
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E serve ricordare con quali argomentazioni razziste (“il bestiale popolo russo”) la Francia di Napoleone Bonaparte, nel 1812, prepara l’invasione in Russia? Un’invasione pari solo, nella sua spropositata forza militare (700 mila soldati, una Grande Armata di uomini provenienti da tutte le regioni e da tutti gli Stati dell’Impero), all’odio ideologico antirusso dell’intellighenzia imperialista francese. Ma ciò è conosciuto, mentre meno conosciuta, poiché strumentalmente rimossa dalla cultura egemonica occidentale, è la risposta “filosofica” (la stessa che muoverà il popolo russo contro l’invasione hitleriana) con la quale la Russia resiste a Napoleone: Отечественная война, Otečestvennaja vojna, termine col quale ci si riferisce al carattere nazionale e popolare russo messo in campo contro l’invasore straniero. Quello spirito già identificato da Puskin (“il vasto, profondo, inestirpabile spirito popolare russo”) che il grande scrittore mette in contrapposizione alla coscienza che le “elite” intellettuali, sia russe che, soprattutto, occidentali, puntano a mettere in campo per formare “ la coscienza di una società sradicata, senza più terra”. Cioè, “traducendo” Puskin, una coscienza borghese senza più anima, se non quella segnata dall’egemonia del narcisismo individuale di carattere totalmente borghese. Muovendo da Puskin, peraltro, si potrebbe azzardare (ma non è certo questo lo spazio consono per sviluppare la tesi) un confronto tra la profonda e ancora in gran parte inalterata spiritualità del pensiero religioso ortodosso russo e il pensiero religioso cattolico d’Occidente, molto attraversato (come lo stesso Papa Francesco denuncia) dagli stessi violenti processi di mercificazione che segnano di sé l’intera società capitalistica. E anche questo per capire la vasta provenienza delle continue ondate russofobiche.

La stessa “Operazione Barbarossa”, l’invasione da parte di Hitler dell’Unione Sovietica, fu, non a caso, la più grande operazione militare della storia, organizzata dal nazifascismo a nome dell’intero occidente capitalistico e antirusso.

E certo è che agli occhi dell’Occidente capitalistico, già pieni d’odio ontologico verso la Russia, la Rivoluzione d’Ottobre rappresentò la ratifica finale della stessa “diversità umana” della Russia e del popolo russo. Scrisse incredibilmente (ma non tanto incredibilmente, a ben vedere) nel 1932 l’economista democratico, John Maynard Keynes che “l’oppressione dittatoriale dei Soviet non era altro che il logico risultato della bestialità della natura russa e di quella giudaica, ora fusesi insieme”, essendo “la crudeltà e la follia della “Nuova Russia” (comunista) del tutto identiche a quelle della “Vecchia Russia” (zarista)”.

La descrizione delle tante tappe che hanno formato la via crucis alla fine della quale, nell’immaginario collettivo occidentale, è stata crocifissa la Russia e tutta l’Europa dell’Est e sulla quale si è sostanziata la russofobia, potrebbe prendere lo spazio di un lungo libro e, qui, non è il caso di farlo.

Riprendiamo, però, la copertina del “The Economist” già citata, quella in cui appare il viso di Putin con gli occhi iniettati di sangue alla Dracula. Vedremo come ciò non sia affatto casuale. Nel 1987 lo scrittore irlandese Bram Stoker scrive, appunto, il romanzo “Dracula”. Il Vampiro sanguinario uscito dalla penna di Stoker diverrà, attraverso la letteratura, il cinema e l’intera struttura mediatica occidentale, un vero e proprio personaggio mitologico, volto ad incarnare – in modo, insieme, esplicito e inconscio – “l’orrore insito nell’oscurità – come scriveva lo stesso Stoker – della Transilvania” e, per estensione mitologica, in tutta l’Europa dell’Est (demonizzazione di un’intera area geografica e storica funzionale alla successiva demonizzazione del “socialismo realizzato” e, oggi, degli immigrati albanesi o rumeni). La cosa singolare, tuttavia, è che il Dracula di Stoker (e tutti i vampiri successivi della sterminata letteratura e filmografia che si sono ispirati al suo romanzo) – che tutta la letteratura occidentale individua nel personaggio storico del Principe Vlad, della Transilvania – è una totale invenzione letteraria e una terribile mistificazione della storia, dai caratteri platealmente razzisti e colonialisti. In verità – come si studia normalmente in ogni liceo di Bucarest – Dracula, il Principe Vlad Tepes della “tenebrosa” Transilvania, altri non era che un grande intellettuale e un grande rivoluzionario – un insieme di Mazzini e Garibaldi, ma rumeno – che tutta la vita lottò contro l’oppressione dell’impero ottomano, per l’indipendenza, l’unità e la libertà del popolo della Romania. Ma l’imposizione della figura mitologica del Dracula vampiro da parte della cultura colonialista occidentale spiega bene il perché, oggi, il “The Economist” tratteggia Putin con le sembianze del Dracula di Stoker e anche il perché Stalin sia stato trasformato anch’esso in un Dracula sovietico.

E il comunismo come “male assoluto”, nella propaganda occidentale; gli orrori antidemocratici del maccartismo USA; la gigantesca rimozione storica e culturale in relazione al contributo determinante dell’Armata Rossa per la vittoria sul nazifascismo; i manifesti della Democrazia Cristiana del secondo dopoguerra, in cui i bolscevichi mangiavano, letteralmente, i bambini e molti ci credevano; la funzione dell’anticomunismo viscerale nelle vittorie berlusconiane? Non sono anch’esse derivazioni, almeno in buona parte, della stratificazione ideologica della russofobia?

Un dogma reazionario e imperialista – la russofobia – che in questa fase storica e per ragioni palesemente legate agli interessi imperialisti, sembra di nuovo esplodere. Scrive Gennaro Sangiuliano, sul “Sole 24 Ore” (non sulla Pravda!) del 19 giugno 2016: “Molte vicende, negli ultimi anni sono state raccontate con una prospettiva molto parziale. L’Occidente definì brutale l’intervento russo in Cecenia; ora che i ceceni si sono dimostrati i più feroci tagliagole che operano in Siria e in Iraq, molti analisti convergono nel ritenere che forse Putin ha evitato l’insorgere di un pericoloso califfato nel Caucaso. Allo stesso modo, va riconsiderata la posizione di Putin che, nel 2003, non volle aderire all’operazione per spodestare Saddam Hussein in Iraq, giudicandola avventata. Così abbiamo urlato per la distruzione di Palmira ma poi è toccato ai russi liberarla, come già fecero con il grande tributo di sangue nella lotta al nazismo”. E prosegue ancora Sangiuliano nello stesso articolo del “Sole 24 Ore”: “L’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines è stato addossato ai separatisti filorussi, prima ancora delle verifiche degli organismi internazionali. L’intera vicenda Ucraina è stata raccontata secondo lo schema lineare e un po’ banale dell’aggressione russa, senza valutare la memoria di un passato lacerante, le nostalgie filonaziste dell’estremismo ucraino, gli eccessi della classe dirigente locale, gli assetti della geopolitica. Mettan (il già citato autore del libro “Russofobia”, n.d.r.) esamina il referendum in Crimea: “il fatto che il 95% degli abitanti si sia pronunciato a favore dell’Unione con la Russia non ha avuto alcuna importanza”. E pochi hanno ricordato che un analogo referendum si svolse nel gennaio del 1991, con lo stesso risultato”.

Un punto alto del ritorno militante della russofobia è senza dubbio la Risoluzione n° 758 del 4 dicembre 2015, passata alla Camera dei Rappresentanti USA con 411 voti favorevoli e 10 (10!) contrari. Rispetto a questa Risoluzione scrive il “Der Spiegel” (la rivista tedesca di maggior tiratura, non certo un terribile foglio rivoluzionario) il successivo 12 dicembre: “La Camera dei Rappresentanti ha portato il mondo un passo più vicino alla tragedia. La risoluzione accusa la Russia di scatenare un'aggressione militare contro l'Ucraina, la Georgia e la Moldavia e chiede aiuti militari e di intelligence per l'Ucraina. Il documento chiede agli alleati della NATO, ai partner degli Stati Uniti in Europa e alle nazioni in tutto il mondo «di sospendere ogni forma di cooperazione militare con la Russia e di vietare la vendita al governo russo di materiale militare letale e non letale”. La Camera dei Rappresentanti vuole che l'Ucraina e l’Unione europea frenino l'interazione con la Russia e inaspriscano le sanzioni. Inoltre, si invitano l'Ucraina e l'Unione europea a respingere le forniture energetiche russe. I rappresentanti minacciano direttamente la Federazione russa e la accusano di violare il trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty. Infine, la Camera suggerisce che gli Stati Uniti intensifichino la guerra d'informazione con la Russia. Nel documento si “invitano il Presidente e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a sviluppare una strategia di coordinamento multilaterale per la produzione o comunque la diffusione di notizie e informazioni in lingua russa nei paesi con significative minoranze di lingua russa”. E il “Der Spegel”, nello stesso articolo, ricorda che in un’intervista allo stesso giornale di una settimana prima, (un’intervista dal titolo eloquente: “Una guerra è l'unica cosa che può salvare un dollaro morente?) il 91 enne Kissinger aveva già evocato il pericolo e la follia di una tale Risoluzione da parte degli USA.

L’intervento USA-UE-NATO in Ucraina che costruisce sul campo, in funzione anti russa, un esercito nazi fascista; la lunga guerra in Afghanistan volta a dislocare basi NATO ai confini russi; le provocazioni anti russe in Cecenia; le sanzioni economiche dell’occidente capitalistico contro Mosca; le ultime provocazioni anti Putin di Trump in Siria; la demonizzazione caricaturale di Putin e l’enfatico appoggio occidentale ad ogni contestazione interna anti Putin: tutto ci dice che, di nuovo, la russofobia è tornata in campo a servire gli interessi imperialisti. Scrive Sergio Romano sulla sua biografia politica di Putin (Longanesi editore, 2016): “L’intervento russo in Siria non sembra aver cambiato, se non in peggio, la percezione della Russia in Occidente. Le ultime manovre della NATO in Europa sono state organizzate nel giugno 2016. Il loro nome in codice è “Anaconda 16” (un serpente costrittore che soffoca la preda), i Paesi che hanno partecipato sono stati più di 20 e i soldati inviati sui confini della Russia non meno di 30 mila (di cui 14 mila americani), con un numero imprecisato di carri armati, aerei, navi. Le esercitazioni hanno compreso un attacco notturno con elicotteri, un lancio di paracadutisti, la costruzione di un ponte sulla Vistola. Il loro obiettivo, tra gli altri, era quello di integrare il comando nazionale polacco in un contesto multinazionale; quasi una prova generale per il giorno in cui sarebbe scoppiata una terza guerra mondiale, non lontana dai luoghi in cui era cominciata la seconda”.

Le parole di Sergio Romano sono terribili quanto verosimili: l’imperialismo USA in crisi strategica non sembra affatto scartare la guerra mondiale contro il tandem Russia-Cina. Ciò che in qualche modo ci conforta è che ogni volta che l’Occidente ci ha provato, a travolgere militarmente la Russia, lo spirito russo ha reagito e vinto. Scriviamo mentre Trump interviene militarmente nello Yemen; mentre pensa di bombardare nuovamente la Siria; mentre rafforza le truppe nazifasciste a Kiev; mentre invia la flotta Usa (la sua grande “armada”) verso i mari della Corea del Nord; mentre prosegue il rafforzamento, già ordinato da Obama, della presenza navale militare USA nei Mari del Sud della Cina, e ci viene da pensare: tutti pericoli che richiederebbe una ben più sostanziosa solidarietà internazionalista e antimperialista di quella che mettono in campo, oggi, uomini di sinistra come Erasmo Palazzotto.

Fonte

25/07/2016

Prima Orlando, poi Nizza, Heidingsfeld, Monaco… che succede?

Nel giro di un mese abbiamo avuto quattro episodi di stragi che presentano caratteri comuni: Orlando, Nizza, Heidingsfeld  e Monaco (consideriamo a parte la strage di Kabul); in tutti e quattro i casi abbiamo persone evidentemente disturbate che hanno gridato Allah Akbar e manifestato simpatie islamiste (in tre casi esplicitamente per l’Isis che ha rivendicato), ma solo in un caso (Nizza) è stato dimostrato un contatto effettivo con l’organizzazione del Califfato. Allora che sta succedendo? Si tratta di episodi legati al terrorismo islamico o no? E sino a che punto?

Nell’articolo su Nizza, quando non era ancora emerso il contatto di Bohulel con gli emissari dell’Isis, avevamo fatto due ipotesi: che si trattasse di una persona con turbe psichiche che aveva fatto la strage per sindrome imitativa o che si trattasse pur sempre di uno psicopatico, ma istigato e “usato” dagli uomini dell’Isis. Il dubbio si è sciolto in pochi giorni e nel peggiore dei modi: sono vere entrambe le cose, ci sono tanto elementi psichicamente deboli che agiscono per conto proprio quanto quelli che sono usati dall’Isis. Due fenomeni paralleli ed uno più preoccupante dell’altro, cerchiamo di capire perché.

In primo luogo, occupiamoci degli psicopatici “semplici”, quelli che lo fanno per un “attimo di follia” e che, quindi non c’entrerebbero con l’organizzazione islamista. In effetti si tratta spesso di persone che non frequentano le moschee, che hanno uno stile di vita assolutamente non consono ai dettami coranici, che non si sono mai interessate di politica o religione, verissimo, ma si tratta di persone che a casa hanno il drappo nero di Daesh, al quale inneggiano nel momento dell’azione (questo è meno vero nel caso di Monaco, dove comunque l’attentatore ha gridato la frase rituale degli islamisti). Soprattutto le azioni di “guerra fra la folla” ripetono con pochissime varianti lo stesso copione. Dunque abbiamo davanti persone che agiscono da sole (come i lupi solitari) ed in stato di alterazione mentale, ma che hanno un immaginario legato all’Isis ed alla sua lotta contro l’ “Occidente crociato” che opprime l’Islam. Ed è questo immaginario a stabilire un rapporto con la lotta del Califfato. Non si può parlare certamente di “soldati dell’Isis” (come la stessa Isis, che ormai rivendica qualsiasi cosa, dice), ma di una sorta di scia pulviscolare che segue il vettore islamista producendo anche più danni. Quello che si determina è una sorta di sindrome imitativa di proporzioni mai viste.

Gli psicologi sanno che se una persona si suicida buttandosi giù dal campanile di Giotto e questo viene pubblicizzato dai mass media, è fatale che, nei giorni seguenti, altri ripeteranno lo stesso gesto. E qui parliamo di attentatori-suicidi.  Nel ripetere il gesto con le stesse modalità, l’attentatore-suicida trova il coraggio di una azione forse altre volte progettata ma mai attuata, perché imita un altro che poi ha avuto una sua celebrazione nei mass media, che si è vendicato, che ha fatto paura” alla comunità ostile. In definitiva, da uomo solo, escluso, discriminato, ha trovato un “noi” in cui riconoscersi e da contrapporre a un “loro” che lo hanno escluso e perseguitato. Questo è più evidente nel caso di Monaco, dove l’attentatore era un ragazzo confusissimo che mescolava cose opposte fra loro, ma il cui filo conduttore era la vendetta contro i maltrattamenti che avrebbe ricevuto. E c’è da chiedersi come abbia potuto procurarsi una pistola e 300 proiettili (comparato in rete? Mha): certamente non in modo legale, per l’età e perché in cura presso un servizio di igiene mentale. Un bel punto su cui vedere meglio.

Vedo che la stampa accredita l’ipotesi di una imitazione di Otoya (l’eccidio dei giovani laburisti norvegesi), perché la strage è stata compiuta nello stesso giorno, e la tecnica sarebbe simile. E’ possibile che c’entri anche questo, ed in effetti, anche Breivik era un paranoide con un forte disturbo di tipo narcisistico, ma sono piuttosto scettico in proposito. Quella strage è avvenuta 5 anni fa, quando l’ attentatore odierno era poco più che un bambino, inoltre, nei casi di sindrome imitativa, il richiamo è sempre a fatti recenti o relativamente recenti, non di 5 anni prima. Questa ipotesi, più che con la realtà, mi sembra abbia a che fare con il bisogno della polizia tedesca di allontanare il più possibile la matrice del radicalismo islamico per rendere politicamente più gestibile il caso.

Piuttosto dobbiamo chiederci quanto possano ripetersi casi del genere e la vicinanza di almeno tre casi di questi tipo (sintomatico due di seguito nello stesso paese a distanza di pochissimo) fa sospettare che ci sia il pericolo di una scia ancora piuttosto lunga di episodi del genere.

E la cosa è ben più allarmante ove si consideri il caso di Nizza (secondo tipo di attentati, quello su istigazione), perché significa in primo luogo che l’Isis ha scoperto un nuovo bacino da cui attingere gli uomini per i suoi attentati (e, per di più, senza sprecare i suoi veri militanti ma usando psicopatici come “carne da cannone”), in secondo luogo che questo bacino possa essere anche molto numeroso e praticamente imprevedibile.

Morale: l’Isis ha imparato, e bene, a farci guerra psicologica, usando tutti gli anelli deboli della nostra società, mentre noi non abbiamo ancora idea di come fare guerra psicologica all’Isis. Ennesima prova di quanto sia sbagliato  l’attuale contrasto al terrorismo, tutto militar poliziesco, che ignora il contrasto politico e quello psicologico.

26/09/2015

La guerra economica al Venezuela riabilita i paramilitari e arricchisce i narcotrafficanti colombiani

di Achille Lollo

L'intelligence di Caracas ha messo a nudo l'ultimo piano sovversivo della Cia sorto nel 2013: utilizzare i clan di narcotrafficanti con l'operazione "ganga".

Nei circoli politici della capitale colombiana, Bogotá, tutti sapevano che prima o poi le autorità di Caracas avrebbero scoperto la presenza dei paramilitari nelle strutture del mercato nero, rapidamente messe in piedi da alcuni clan del narcotraffico che operano nel sudest della Colombia. Però, non speravano che la “Intendência” dello Stato Maggiore dell’Esercito venezuelano, attraverso i differenti rami dell’intelligenza militare riuscisse a identificare in poco tempo la struttura ed i meccanismi delle principali operazioni di “esportazione fraudolenta e la rete del contrabbando”. Infatti, negli ultimi sei mesi, la cosiddetta “Guerra Economica” pianificata dalla CIA è riuscita a mettere in crisi i programmi economici del governo di Nicolas Maduro e l’immagine politica dello stesso chavismo.

I successi registrati dall’esercito bolivariano nel mese di agosto e nei primi quindici giorni di settembre sono innegabili: a causa dell’avidità dei narcotrafficanti e in funzione della stupidità dei paramilitari, gli uomini dell’intelligence di Caracas sono riusciti a mettere a nudo, uno dei migliori piani sovversivi elaborati dalla CIA contro il Venezuela. Tutto cominciò alla fine del 2013 quando i vari clan di narcotrafficanti si sono rapidamente riciclati per realizzare una “ganga”. Cioè, un affare facile dal punto di vista tecnico, senza alcun rischio di incorrere in grandi illegalità giuridiche, estremamente lucrativo e soprattutto pianificato dalla CIA e giustificato dalla DEA.

Il precedente dell'Angola

Per capire meglio come la “ganga“ ha messo piede in Venezuela è necessario fare un volo nel tempo e atterrare nell’Angola dell’MPLA di Agostinho Neto, quando, negli anni ottanta, gli sforzi del governo rivoluzionario angolano furono resi vani dalla guerra civile e dalla cosiddetta “Kandonga”. Una parola in lingua kimbundu, con la quale, all’epoca, i cosiddetti mercati liberi divennero in quasi tutte le città e cittadine dell’Angola, la struttura dinamica di un progetto sovversivo che muoveva nel suo insieme la corruzione, la speculazione, il contrabbando e la manipolazione politica. C’è da dire che l’idea di sabotare il sistema di distribuzione commerciale messo in piedi dal governo angolano, con base l’esperienza cubana, fu definita dall’ambasciatore degli Stati Uniti, in Portogallo, Frank Carlucci, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza. Infatti fino al 1977 le tecniche di sabotaggio economico messe a punto dalla CIA avevano dato infimi risultati.

Per questo, Carlucci e i suoi “boys” di Lisbona misero a punto un meccanismo di penetrazione capace di muoversi all’interno delle relazioni commerciali legali e illegali, attraverso legami familiari e personali, oltre a sfruttare pienamente gli errori e la lentezza della burocrazia del nuovo governo angolano, anche lui dipendente dalle esportazioni di petrolio e di diamanti.

Da ricordare che l’esperienza della “kandonga” angolana fu subito esportata in Mozambico e in Ghana, per sabotare i governi rivoluzionari di Samora Machel e di Jerry John Rawlings. Per questo, divenne una materia di studio a Langley, e successivamente codificata dalle eccellenze della CIA in specifici “storyboard”, elaborati per promuovere l’implementazione della “Guerra Economica” con l’obbiettivo di sovvertire qualsiasi governo rivoluzionario e anti-imperialisti del Terzo Mondo.

Da sottolineare che Frank Carlucci continuò a supervisionare l’evoluzione del processo sovversivo della Guerra Economica, che fu associata alla Guerra Psicologica, quando il “democratico” Jimmy Carter lo nominò prima Vicedirettore della CIA e poi vicesegretario della Difesa. In seguito fu il repubblicano Ronald Reagan che premiò il genio malvagio di Frank Carlucci con la nomina di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Fu in questo periodo che la CIA cominciò a sperimentare le nuove fasi della “Guerra Economica e Psicologica” in Nicaragua, per dissolvere il programma libertario del governo sandinista, che persino la socialdemocrazia svedese appoggiava.

Ganga, narcotrafficanti e paramilitari

Subito dopo la vittoria elettorale di Hugo Chávez, i leader dell’opposizione “esqualída” tentarono, inutilmente, la carta della guerra civile, visto che gli Stati Uniti, in quanto membri dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), sarebbero potuti intervenire per “…porre fine a una guerra civile e ristabilire la democrazia...”. In seguito realizzarono un colpo di stato che, dopo 24 ore, fu sommerso dalla mobilizzazione popolare e dalla coesione dell’Esercito nei confronti del presidente Hugo Chávez, democraticamente eletto. Per ultimo la CIA pianificò un progetto sovversivo sfruttando il rancore degli oligarchi della PDVSA che, con l’aiuto dei tecnici di un’impresa statunitense, anche questa legata alla CIA, sabotarono i terminali della centrale dei dati della PDVSA per realizzare “el paro”. Cioè la paralisi produttiva delle raffinerie, delle centrali di stoccaggio e dei terminali di distribuzione. Un sabotaggio tecnologico preparato con l’intento di provocare una ribellione popolare – rimasta senza gas e benzina per due settimane – per poi stimolare lo Stato Maggiore dell’Esercito ad intervenire e ristabilire l’ordine dopo aver destituito Chávez! 

Dopo altri insuccessi sovversivi e continui litigi e divisioni all’interno dell’opposizione, le antenne della CIA di Caracas, dovettero rassegnarsi a scegliere il lento e il meno eroico cammino della “Guerra Economica”. Infatti, l’affermazione della democrazia partecipativa promossa dal governo rivoluzionario di Hugo Chavez aveva aperto le strade ad alcune grandi imprese brasiliane e argentine, che fecero affari d’oro con il Venezuela chavista, perché il governo bolivariano, oltre a sostituire gran parte delle importazioni statunitensi comprava il necessario nei paesi dell’America Latina. Al Brasile e all’Argentina, offriva una serie di benefici fiscali, opportunità di cogestione commerciale e di co-partecipazione finanziaria, affinché le imprese di questi paesi aprissero filiali, trasferendo tecnologia o associandosi a progetti industriali locali.

La scelta di Chávez per le imprese brasiliane e argentine è dipesa dal fatto che durante gli anni del cosiddetto “bipolarismo democratico” (Alianza Democratica/COPEI) l’industrializzazione fu molto trascurata, tanto che i bisogni alimentari per i “ceti abbienti” e più in generale i prodotti di consumo (mobili, elettrodomestici, medicine, abiti, le calzature etc.) erano garantiti esclusivamente dalle filiali delle imprese esportatrici americane di Miami. Tanto è vero che la VIASA (compagnia aerea venezuelana) durante molti anni ha effettuato uno speciale “ponte aereo Caracas-Miami-Caracas” con i giganteschi Jumbo, per permettere ai “Señores y Señoras de Caracas” di andare a fare lo shopping nella Lincolm Road o nella Española Way, per poi, prima di imbarcare, prendere l’aperitivo nei lussuosi caffè di Collins Avenue e Ocean Drive! Gli annali della cronaca nera ricordano che questo servizio aereo fu sospeso quando gli agenti della DEA scoprirono che la maggior parte dei benestanti turisti venezuelani, prima di spendere migliaia di dollari nelle boutique dei centri commerciali andavano a consegnare nella ricca periferia di Miami (Homestead e South Beach) false confezioni di dolci, con cui ingannavano facilmente gli agenti della dogana, visto che al posto dei dolci c’erano sacchetti con 50 o 100 grammi di pura cocaina colombiana!

Quindi, alla fine del 2013 fu fatto la prima “verificacion circunstancial” facendo sparire dai mercati “pubblici” di Caracas i pannolini per i neonati. Un bene di consumo, prodotto in Venezuela che fu comperato nella quasi totalità da pochi grossisti nazionali, che subito dopo la rispedivano nel nord del paese dove gli uomini del narcotraffico la stoccavano in appositi magazzini, aspettando il momento opportuno per esportarla al di là della frontiera in Colombia. Operazione che si realizzava nel momento in cui i gruppi paramilitari, con il complice silenzio degli ufficiali dell’esercito colombiano, occupavano i varchi di frontiera per proteggere l’entrata dei TIR e poi tutte le operazioni di stoccaggio in appositi magazzini improvvisati nelle foreste. C’è da dire che anche nei centri di controllo aereo della DEA vigeva il massimo riserbo sulle operazione della “ganga”. 

Quindi dopo alcune settimane, gli stessi grossisti che avevano fraudato la merce emettevano una fattura di importazione per riacquistare “in dollari” la merce fraudata e stazionata in territorio colombiano. Il ciclo si concludeva con il ritorno della merce che, però era distribuita esclusivamente al settore privato che la rivendeva calcolandone il prezzo non con il cambio ufficiale Dollaro/Bolivar (1 x 6,5), ma con quello parallelo ammontante ad 1 x 400!!!

La Guerra psicologica e gli attacchi dei Guarimbas

Più sofisticata invece è la “Guerra Psicologica” che utilizza individui preparati politicamente per fare dei piccoli comizi, laddove alcune decine di lavoratori o popolari, durante ore e ore, fanno la fila davanti ai supermercati pubblici. Qui i commenti si trasformano in critiche e poi in proteste che attaccano duramente il governo al punto di invocare il colpo di stato. Inoltre, in questi frangenti c’è sempre qualcuno che riprende il tutto con uno smartphone, per poi spedire i video in questione nelle redazioni delle televisioni private che manipolano il tutto dicendo “…migliaia di lavoratori si sono riuniti per protestare contro il governo di Maduro, responsabile dell’attuale situazione di carestia, per questo i lavoratori appoggiano l’intervento delle Forze Armate per ritornare alla normalità!”

Tutti i giornali, le radio e, soprattutto le televisioni private appoggiano e prendono parte a questo “festival di manipolazioni”, che ha provocato una serie di problemi al governo Maduro, accusato, tra l’altro, di aver vinto le elezioni con un margine di soli 300.000 suffragi.

La campagna denigratoria nei confronti del governo e l’ossessione per il colpo di stato ha cercato di conquistare la simpatia delle popolazioni povere delle favelas, soprattutto quando gli effetti della Guerra Economica, hanno annullato il potere di acquisto degli stipendi e quando gli attentati e le sparatorie dei “Guarimbas” si sono moltiplicati anche nei quartieri popolari. In questo contesto i giornali e le televisioni private svolgono un ruolo rilevante per l’opposizione praticando una continua violenza virtuale e mediatica che riempie i reportage e gli editoriali di polemiche e di false rivelazioni sul governo di Nicolas Maduro. Invece quando gli attentati con bombe a orologeria o le sanguinarie cariche a “lupo selvaggio” dei Guarimbas mietono vittime innocenti si autocensurano!

C’è da dire che questi gruppi armati – in maggioranza formati da paramilitari colombiani – usano potenti motociclette, normalmente rubate per scorrazzare nelle strade fin tanto poter convergere in locali predefiniti, per poi sparare ai militanti del PSVU, del PCV o a semplici cittadini colpevoli di stare nel posto errato e nell’ora sbagliata! Negli ultimi otto mesi, i Guarimbas hanno ucciso 84 persone. Però, dopo l’arresto e la confessione di un membro importante dei Guarimbas, gli attacchi armati si sono momentaneamente ridotti!

Il prezzo del barile di petrolio


Una delle grandi battaglie politiche e istituzionali che Hugo Chavez ha portato avanti nei primi dieci anni di governo è stato il processo di depurazione nella statale energetica PDVSA, che fu radicalizzato dopo l’ennesimo insuccesso del “paro petrolifero” (paralisi della produzione petrolifera).

Dopo aver sconfitto gli oligarchi della PDVSA, la statale passò ad essere controllata direttamente dal governo bolivariano che, in questo modo ha potuto finanziare tutti i progetti sociali (Missiones), quelli per la costruzione del sistema educativo popolare, oltre a triplicare gli investimenti per il settore industriale pubblico.

Un processo che anche il governo russo ha implementato ampliando il raggio d’azione della statale energetica Gazprom. Per questo motivo le “eccellenze” della Casa Bianca, capirono che le sanzioni nei confronti dei direttori di Gazprom o della PDVSA, o degli uomini forti del governo russo o di quello venezuelano non avrebbero mai messo in difficoltà i progetti politici e economici dei rispettivi paesi. Per farlo era assolutamente necessario arrestare il fiume dei petrodollari coinvolgendo in questo progetto l’Arabia Saudita, principale esportatore mondiale di idrocarburi.

L’occasione si presentò nei primi mesi del 2014, quando gli USA annunziarono che nel 2018 centinaia di progetti di trivellazione con il fracking (frantumazione delle rocce con sostanze idrocarburiche) avrebbero permesso agli USA raggiungere l'autosufficienza energetica e poter di esportare in Europa gas e petrolio. Immediatamente, giornali e televisioni misero in moto differenti meccanismi informativi per manipolare l’opinione pubblica mondiale e, di conseguenza far scoppiare il prezzo del petrolio e del gas, con una riduzione di quasi il 60%. Nello stesso tempo le transnazionali energetiche statunitensi, europee e asiatiche creavano un cartello internazionale per non far cadere i prezzi dei prodotti petroliferi e petrochimici, guadagnando come mai era successo. Infatti, mentre il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, Ali al-Naimi e i suoi vassalli del Golfo (Oman, Yemen, Abu Dhabi, Emirati Uniti, Kuwait e Qatar), nella sede dell’OPEC, a Vienna, criticavano duramente il governo e le transnazionali energetiche statunitensi; i manager della statale saudita ARAMCO dichiaravano ai ‘brokers” di Wall Street che avrebbero alzato la produzione del 25%. Per questo motivo le Borse Valore di New York, Chicago, Londra, Parigi e Francoforte, subito svalorizzarono il prezzo del barile di petrolio che passava dalla storica esagerazione di 120 $ a barile dell’Arabian Light e del Lybian Light, al valore intermedio di 70 $, per poi cadere fino a 48 $.

Nonostante la rinuncia del Federal Reserve di finanziare gli altissimi costi di produzione per i progetti di trivellamento con il fracking e la chiusura negli Stati Uniti di quasi cento cantieri di prospezione, il prezzo del barile del petrolio ha continuato la sua solitaria discesa, anche perché la Casa Bianca aveva fatto sapere che con la firma da parte dell’Iran nei negoziati sulle centrali nucleari, gli Stati Uniti avrebbero ritirato le sanzioni sull’esportazione del petrolio e del gas.

Infatti nei negoziati intavolati con l’Iran per regolarizzare il funzionamento delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, il segretario di Stato, John Kerry, richiedeva al presidente dell’Iran, Hassan Rouhani l’immediata ripresa di tutti i centri di produzione petrolifera, provocando, in questo modo il definitivo ribasso del prezzo del barile di petrolio. Infatti con il massiccio ritorno delle esportazioni dell’Iran Light nel mercato OPEC, in quello On The Spot e soprattutto nei Future, si determinava la saturazione massima di questi tre mercati che operavano ulteriori a ribasso. Tanto che oggi nei contratti Futures il costo del barile di petrolio, Arabian Light, Lybian Light e Iran Light si aggira tra i 30 ed i 35 $.

Per la Russia, ma soprattutto per il governo di Nicolas Maduro, la repentina caduta del prezzo del petrolio è stato un autentico e imprevedibile “golpe”, che ha provocato la revisione di interi programmi di investimento. Un contesto che associato alla Guerra Economica sarebbe potuto diventare esplosivo se l’esercito venezuelano non avesse iniziato a recuperare il controllo sui varchi della frontiera occupati dagli uomini della “ganga”.

*Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista internazionale del giornale web “Correio da Cidadania”, Editor del programma TV “Quadrante Informativo”. Collabora con “Alba Informazione”, “L’Antidiplomatico” e la rivista “Nuestra America”.

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