Artur Shehu, uomo d’affari di Miami accusato dalle autorità albanesi di narcotraffico e riciclaggio, è al centro dell’acquisto dei terreni destinati al resort di lusso sostenuto da Jared Kushner, genero del presidente statunitense Trump.
Secondo il Wall Street Journal, ad aprile una società legata a Kushner ha pagato 125 milioni di dollari a Shehu per i terreni. Complessivamente, il gruppo di sviluppo avrebbe versato oltre 240 milioni di dollari a proprietari privati nell’area.
A giugno 2026, due mesi dopo l’acquisto, la procura speciale albanese SPAK ha ottenuto un ordine di arresto per Shehu e altre 19 persone, accusandolo di riciclaggio e partecipazione a un’organizzazione criminale strutturata.
Secondo gli inquirenti, Shehu avrebbe avuto un “ruolo di leadership” in una rete internazionale dedita al traffico di cocaina dal Sudamerica all’Europa, utilizzando anche carichi commerciali, e al riciclaggio di parte dei proventi nel settore immobiliare albanese.
I pubblici ministeri sostengono inoltre che Shehu abbia costruito il proprio patrimonio immobiliare attraverso documenti di proprietà falsificati, tra cui, secondo il Wall Street Journal, registri di epoca ottomana utilizzati per creare titoli di proprietà falsi.
Ma già nel settembre 2024 gli abitanti del villaggio di Zvernec avevano scritto alla società di Kushner: nella lettera si affermava che il terreno era stato loro sottratto da Shehu. I residenti sostengono di rivendicare il terreno da quasi vent’anni e che il sito “appartiene al villaggio e ai suoi residenti”.
Nonostante questo, Kushner ha proseguito e acquistato il terreno.
Il Primo Ministro albanese Edi Rama continua a difendere l’investimento, presentandolo come un’opportunità per attirare capitali stranieri e rafforzare l’economia.
A Tirana da oltre due mesi migliaia di persone protestano contro il progetto e, più in generale, contro la corruzione e la cementificazione della costa. Il movimento, ribattezzato “Rivoluzione dei fenicotteri”, è diventato presto una protesta anticorruzione contro il governo di Rama.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Narcotraffico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Narcotraffico. Mostra tutti i post
24/08/2026
Albania - Per il resort Kushner ha pagato un narcotrafficante
22/03/2026
Trump mira a Petro: “indagine” per narcotraffico nelle procure USA
A poco più di due mesi dalle cruciali elezioni presidenziali in Colombia, Washington tenta un assalto, per ora solo giudiziario, a uno dei governi che rappresentano ancora una spina nel fianco all’imperialismo stelle-e-strisce in America Latina. Secondo un’esclusiva del New York Times, il presidente Gustavo Petro è finito nel mirino di almeno due procure federali degli Stati Uniti con l’ipotesi di presunti legami con il narcotraffico internazionale.
Le indagini – condotte da magistrati specializzati, agenti della DEA e della Homeland Security – si starebbero concentrando sulla campagna elettorale del 2022. Gli inquirenti starebbero verificando se Petro abbia avuto incontri diretti con esponenti dei cartelli della droga e se la sua ascesa al potere sia stata sostenuta da donazioni provenienti da ambienti criminali. Insomma, negli Stati Uniti a processo viene portato chiunque, tranne gli “amici” di Epstein.
Non si sa se le indagini sfoceranno in capi d’accusa formali, ma è palese l’adozione dello stesso metodo usato per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo-farsa il prossimo 26 marzo. Petro ha reagito con veemenza attraverso i suoi canali social, consapevole che le accuse fanno il paio con un tentativo di destabilizzazione che, sugli stessi temi, la Casa Bianca sta operando di concerto con l’Ecuador.
Il presidente colombiano ha rivendicato la sua storia politica di denuncia contro la collusione tra criminalità e istituzioni, definendo le mosse della giustizia americana come uno strumento che, paradossalmente, lo aiuterà a “smantellare le calunnie dell’estrema destra colombiana, che è effettivamente strettamente legata ai narcotrafficanti”.
La sfida risulta assai importante, in vista delle presidenziali del 31 maggio. Sebbene Petro non possa ricandidarsi, la sua formazione, quella del Pacto Histórico, con candidato Ivan Cepeda, è attualmente in testa ai sondaggi con il 35%, seguita a grande distanza dal candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, al 21%.
Per Sergio Guzman, direttore di Colombia Risk Analysis (think tank con sede a Bogotà), la rivelazione di queste indagini a ridosso del voto sa apertamente di minaccia. Ha infatti dichiarato ad Al Jazeera: “questo sembra essere più che altro un avvertimento che mostra come gli Stati Uniti potrebbero influenzare l’esito delle elezioni”.
Sul ribaltamento della linea di Petro, così come sulla tenuta della Rivoluzione Bolivariana e sullo strozzamento del Socialismo cubano, Trump si gioca un pezzo del proprio mandato, fondato innanzitutto sulla volontà di riaffermare il dominio statunitense su quello che considera il proprio “cortile di casa”. Soprattutto ora che, al fianco di Israele, Washington ha deciso di impantanarsi nel conflitto contro l'Iran.
Fonte
Le indagini – condotte da magistrati specializzati, agenti della DEA e della Homeland Security – si starebbero concentrando sulla campagna elettorale del 2022. Gli inquirenti starebbero verificando se Petro abbia avuto incontri diretti con esponenti dei cartelli della droga e se la sua ascesa al potere sia stata sostenuta da donazioni provenienti da ambienti criminali. Insomma, negli Stati Uniti a processo viene portato chiunque, tranne gli “amici” di Epstein.
Non si sa se le indagini sfoceranno in capi d’accusa formali, ma è palese l’adozione dello stesso metodo usato per il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo-farsa il prossimo 26 marzo. Petro ha reagito con veemenza attraverso i suoi canali social, consapevole che le accuse fanno il paio con un tentativo di destabilizzazione che, sugli stessi temi, la Casa Bianca sta operando di concerto con l’Ecuador.
Il presidente colombiano ha rivendicato la sua storia politica di denuncia contro la collusione tra criminalità e istituzioni, definendo le mosse della giustizia americana come uno strumento che, paradossalmente, lo aiuterà a “smantellare le calunnie dell’estrema destra colombiana, che è effettivamente strettamente legata ai narcotrafficanti”.
La sfida risulta assai importante, in vista delle presidenziali del 31 maggio. Sebbene Petro non possa ricandidarsi, la sua formazione, quella del Pacto Histórico, con candidato Ivan Cepeda, è attualmente in testa ai sondaggi con il 35%, seguita a grande distanza dal candidato dell’estrema destra, Abelardo de la Espriella, al 21%.
Per Sergio Guzman, direttore di Colombia Risk Analysis (think tank con sede a Bogotà), la rivelazione di queste indagini a ridosso del voto sa apertamente di minaccia. Ha infatti dichiarato ad Al Jazeera: “questo sembra essere più che altro un avvertimento che mostra come gli Stati Uniti potrebbero influenzare l’esito delle elezioni”.
Sul ribaltamento della linea di Petro, così come sulla tenuta della Rivoluzione Bolivariana e sullo strozzamento del Socialismo cubano, Trump si gioca un pezzo del proprio mandato, fondato innanzitutto sulla volontà di riaffermare il dominio statunitense su quello che considera il proprio “cortile di casa”. Soprattutto ora che, al fianco di Israele, Washington ha deciso di impantanarsi nel conflitto contro l'Iran.
Fonte
25/02/2026
A Roma indagati 21 tra agenti e carabinieri per furto a Coin. Altri tre per traffico di droga
Sarà una coincidenza ma la sindrome delle “mele marce” sembra voler continuare a riempire il cesto.
È passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 persone iscritte nel registro degli indagati per furto aggravato nello store di Coin alla stazione Termini, quasi la metà di di essi, ben 21, risultano appartenenti alle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio alla stazione.
L’indagine della magistratura ruota attorno a presunti furti nel negozio Coin di via Giolitti, a pochi passi da Termini.
Il fascicolo giudiziario prende le mosse da un ammanco di 184mila euro, emerso con l’inventario effettuato dal direttore dello store di Coin nel febbraio 2024. Sarebbe stato lo stesso direttore del punto vendita a segnalare le anomalie contabili che hanno fatto scattare gli approfondimenti investigativi da parte dei carabinieri.
Al centro dell’indagine ci sarebbe una cassiera dello store che viene ritenuta dai magistrati come la talpa interna. La cassiera avrebbe selezionato in anticipo, forse su commissione, i capi di abbigliamento, occultandoli in un armadio del negozio vicino alla propria postazione.
Il sistema ipotizzato prevedeva la rimozione delle placche antitaccheggio, il taglio delle etichette e la preparazione delle buste, così da consentire l’uscita della merce senza pagamento o senza una corretta registrazione in cassa.
Tra gli indagati nove risultano appartenenti alla Polizia Ferroviaria, tra cui una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente.
Risultano altresì coinvolti anche dodici militari dell’Arma dei carabinieri, tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti in servizio presso la stazione Termini.
L’inchiesta è in corso ed è nella fase delle indagini preliminari, solo dalle sue conclusioni si potranno chiarire le eventuali responsabilità individuali e le modalità di funzionamento del presunto sistema di furti alla Coin.
Ma, sempre a Roma, questa notizia è arrivata quando non era passata neanche una settimana dall’arresto di tre agenti di polizia accusati di complicità nel traffico di droga.
Ci sono infatti anche tre poliziotti tra i 7 arrestati il 17 febbraio scorso dalla Direzione investigativa antimafia nell’ambito di indagini della Dda di Roma su un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
La Dia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma nei confronti dei 7 indagati, tra cui tre appartenenti alla Polizia di Stato che, secondo quanto ricostruito, in numerose occasioni hanno detenuto e ceduto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e hanno fatto accesso abusivamente al sistema di consultazione Sdi delle forze dell’ordine, rivelando notizie d’ufficio e informazioni a un soggetto del quartiere Tufello.
L’indagine, che era stata avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma con il coordinamento della Dda della Procura della Capitale, ha permesso di accertare l’esistenza e l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, i cui componenti si avvalevano di appartenenti alla Polizia di Stato al fine di rifornirsi di stupefacenti.
E dire che negli stessi giorni, tra il 16 e il 17 febbraio, la Questura di Roma riporta nel suo sito che 11 spacciatori (vengono però definiti pusher, ndr) “sono finiti in manette in distinte operazioni messe a segno dagli agenti dei Commissariati di zona dal quartiere Flaminio all’Eur, da Porta Maggiore a via Appia, all’area di Prenestino e Monteverde, fino a Civitavecchia e altri sette sono stati arrestati nelle piazze di spaccio della periferia est della Capitale, fino a Tor Pignattara”. Una dimostrazione di grande efficienza e operatività, ma su quanto avvenuto relativamente alla indagine relativa e agli esiti dell’operazione nella zona del Tufello non si rileva un comunicato. Neanche nei giorni successivi.
Il problema che sta emergendo tra polemiche spesso strumentali è esattamente questo: anche su chi indossa la divisa deve essere possibile per la magistratura poter svolgere le indagini per appurarne se ci siano o meno responsabilità penali, durante o fuori servizio. Lo scudo di impunità proposto dal governo risulta per questo una misura inaccettabile.
Fonte
È passato poco più di una settimana dagli arresti per traffico di droga nella zona del Tufello in cui sono stati arrestati anche tre agenti di polizia che, sempre a Roma, tra le 44 persone iscritte nel registro degli indagati per furto aggravato nello store di Coin alla stazione Termini, quasi la metà di di essi, ben 21, risultano appartenenti alle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio alla stazione.
L’indagine della magistratura ruota attorno a presunti furti nel negozio Coin di via Giolitti, a pochi passi da Termini.
Il fascicolo giudiziario prende le mosse da un ammanco di 184mila euro, emerso con l’inventario effettuato dal direttore dello store di Coin nel febbraio 2024. Sarebbe stato lo stesso direttore del punto vendita a segnalare le anomalie contabili che hanno fatto scattare gli approfondimenti investigativi da parte dei carabinieri.
Al centro dell’indagine ci sarebbe una cassiera dello store che viene ritenuta dai magistrati come la talpa interna. La cassiera avrebbe selezionato in anticipo, forse su commissione, i capi di abbigliamento, occultandoli in un armadio del negozio vicino alla propria postazione.
Il sistema ipotizzato prevedeva la rimozione delle placche antitaccheggio, il taglio delle etichette e la preparazione delle buste, così da consentire l’uscita della merce senza pagamento o senza una corretta registrazione in cassa.
Tra gli indagati nove risultano appartenenti alla Polizia Ferroviaria, tra cui una dirigente, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un’agente.
Risultano altresì coinvolti anche dodici militari dell’Arma dei carabinieri, tra cui un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti in servizio presso la stazione Termini.
L’inchiesta è in corso ed è nella fase delle indagini preliminari, solo dalle sue conclusioni si potranno chiarire le eventuali responsabilità individuali e le modalità di funzionamento del presunto sistema di furti alla Coin.
Ma, sempre a Roma, questa notizia è arrivata quando non era passata neanche una settimana dall’arresto di tre agenti di polizia accusati di complicità nel traffico di droga.
Ci sono infatti anche tre poliziotti tra i 7 arrestati il 17 febbraio scorso dalla Direzione investigativa antimafia nell’ambito di indagini della Dda di Roma su un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
La Dia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Roma nei confronti dei 7 indagati, tra cui tre appartenenti alla Polizia di Stato che, secondo quanto ricostruito, in numerose occasioni hanno detenuto e ceduto ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti e hanno fatto accesso abusivamente al sistema di consultazione Sdi delle forze dell’ordine, rivelando notizie d’ufficio e informazioni a un soggetto del quartiere Tufello.
L’indagine, che era stata avviata nel 2024 dal Centro operativo Dia di Roma con il coordinamento della Dda della Procura della Capitale, ha permesso di accertare l’esistenza e l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, i cui componenti si avvalevano di appartenenti alla Polizia di Stato al fine di rifornirsi di stupefacenti.
E dire che negli stessi giorni, tra il 16 e il 17 febbraio, la Questura di Roma riporta nel suo sito che 11 spacciatori (vengono però definiti pusher, ndr) “sono finiti in manette in distinte operazioni messe a segno dagli agenti dei Commissariati di zona dal quartiere Flaminio all’Eur, da Porta Maggiore a via Appia, all’area di Prenestino e Monteverde, fino a Civitavecchia e altri sette sono stati arrestati nelle piazze di spaccio della periferia est della Capitale, fino a Tor Pignattara”. Una dimostrazione di grande efficienza e operatività, ma su quanto avvenuto relativamente alla indagine relativa e agli esiti dell’operazione nella zona del Tufello non si rileva un comunicato. Neanche nei giorni successivi.
Il problema che sta emergendo tra polemiche spesso strumentali è esattamente questo: anche su chi indossa la divisa deve essere possibile per la magistratura poter svolgere le indagini per appurarne se ci siano o meno responsabilità penali, durante o fuori servizio. Lo scudo di impunità proposto dal governo risulta per questo una misura inaccettabile.
Fonte
06/01/2026
Il narco-traffico Trump ce l’ha in casa: la carriera di Marco Rubio
Abbiamo visto Washington impegnarsi nel sequestro di un capo di stato, ovvero il presidente venezuelano Nicolás Maduro, accusandolo di essere a capo del fantomatico “Cartel de los Soles”. Una finzione hollywoodiana, secondo un esperto di mafie e trafficanti di droga come Pino Arlacchi.
L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo”, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.
Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.
Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).
Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.
Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.
“Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985”, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.
Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.
Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.
Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata”. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.
Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso... Salta agli occhi almeno un atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.
“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.
“Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società”, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere”.
Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.
Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni... nella prima metà degli anni Ottanta.
I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodia dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.
Fonte
L’amministrazione Trump ha preparato il terreno impiegando la categoria passepartout di “terrorismo”, facendo così diventare un capo di stato un obiettivo “legittimo” (sempre secondo la fantasiosa giurisdizione della Casa Bianca). Non è qualcosa di nuovo, ma di certo è un salto di qualità nell’arbitrio piratesco portato avanti dagli Stati Uniti.
Il punto, ad ogni modo, non è mai stato se colpire il Venezuela bolivariano e socialista fosse utile a fermare i flussi delle sostanze stupefacenti diretti verso gli USA – perché, difatti, non fermerà assolutamente nulla. Quanto piuttosto rubare il petrolio e cercare di far crollare un’esperienza di solida resistenza antimperialista ai desiderata stelle-e-strisce, al centro di quello che gli States considerano il proprio “cortile di casa”.
Anche perché, se c’è qualcuno che il narcotraffico lo ha portato in casa statunitense, non è il chavismo, ma i gusanos “filo-occidentali” fuggiti dalla rivoluzione castrista (come tanti di quei borghesi venezuelani che hanno visto crollare i loro profitti, e che vogliono farci scambiare la loro libertà di speculare con la democrazia).
Trump dovrebbe saperlo bene, dato che nella casa di uno di quei gusanos ci ha passato diversi anni il suo attuale Segretario di Stato, Marco Rubio. Il quale non si è limitato a vivere vicino a loro (chi potrebbe incolpare qualcuno per essere nato in una specifica comunità?), ma ha anche garantito per uno di loro, che era guarda caso il marito della sorella maggiore.
Orlando Cicilia è stato infatti una figura di spicco della criminalità della Florida, condannato a 35 anni di carcere nel 1989, per un traffico di cocaina da milioni di dollari. Lui gestiva fra l’altro la copertura per questo commercio ovviamente illegale: un negozio di animali esotici, dove anche il giovane Marco Rubio ha lavorato.
“Mi pagavano dieci dollari a settimana per ogni cane che lavavo e usavo i miei guadagni per comprare i biglietti per tutte e otto le partite casalinghe della stagione regolare nel 1985”, avrebbe ammesso ai tempi lo stesso Rubio, facendo riferimento ai suoi amati Dolphins, squadra di football di Miami.
Lo si può capire, poverino. Da ragazzo ha messo insieme qualche soldino facendo un semplice lavoretto in un negozio dove, però sono certamente passati anche personaggi e pacchetti loschi. Quello che non torna è che Rubio non si è mai accorto di nulla. Nemmeno quando lui e la sua famiglia, di ritorno da Las Vegas dove il padre aveva lavorato in un bar, hanno vissuto nella casa di Cicilia per qualche tempo, tra giugno e luglio del 1985.
Quella casa a West Kendall era il centro operativo di Cicilia nel periodo in cui era al culmine delle sua carriera criminosa. Uno dei suoi collaboratori avrebbe poi testimoniato al processo, affermando di aver tagliato e conservato enormi quantità di cocaina nella “camera degli ospiti”, tra marzo 1985 e gennaio 1986. Ma Marco non si è mai accorto di nulla, nemmeno quando visitava la casa settimanalmente per lavoretti saltuari, come scrive nella sua autobiografia An American Son.
Inutile dire che più di una voce uscita dalle forze dell’ordine – come Dade, un ex detective di Miami – aveva riferito che, vista l’entità del business a cui Cicilia era legato (75 milioni di dollari, a metà anni Ottanta), questa versione risulta tutto molto inverosimile. Anzi, letteralmente una “totale stronzata”. Comunque, dei 35 anni che Cicilia avrebbe dovuto scontare, ne ha passati in carcere soltanto 12, venendo rilasciato nel 2000.
Ma lasciamo pure perdere la sua giovanile cecità rispetto ad un traffico che avveniva sotto il suo naso... Salta agli occhi almeno un atto ufficiale di Marco Rubio considerabile come “conflitto di interessi”. Nel 2002, da capogruppo repubblicano nel “Parlamento” statale della Florida, ha scritto una lettera di raccomandazione per il cognato – ovviamente senza palesare il legame familiare né le motivazioni giuridiche della sua condanna definitiva – con il quale Orlando Cicilia ha ottenuto una licenza per attività immobiliari.
“Narco Rubio”, come viene chiamato dai venezuelani, cerca in tutti i modi di mettere a tacere chi parla di questi suoi storici legami “opachi”. Quando Univision ha rivelato le attività di Cicilia, nel 2011, Rubio ha cercato di zittire la storia e poi ha esortato i repubblicani a boicottare i dibattiti ospitati dalla rete televisiva in lingua spagnola.
“Orlando ha commesso degli errori gravissimi quasi 30 anni fa, ha scontato la sua pena e ha saldato il suo debito con la società”, aveva dichiarato Todd Harris, portavoce di Rubio durante la campagna presidenziale del 2016, al Washington Post. “Oggi è un privato cittadino, marito e padre, che cerca semplicemente di guadagnarsi da vivere”.
Non ci sarebbe nulla da eccepire, se solo questo discorso venisse ritenuto valido per tutti. Lo scorso luglio Juan Erles González, un immigrato cubano di 56 anni che circa vent’anni fa aveva scontato 18 mesi di carcere per “cospirazione finalizzata al possesso di cocaina” (!) ha vissuto in un limbo detentivo e poi è stato espulso, secondo le indicazioni della nuova amministrazione statunitense.
Il mese prima, un certo Isidro Pérez, 75 anni, è morto mentre era sotto custodia dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti, dopo che gli ufficiali dell’immigrazione lo avevano prelevato in un centro comunitario con l’accusa di non essere abilitato alla permanenza negli USA, secondo le leggi sulla migrazione. Il motivo addotto: era stato trovato in possesso di marijuana in due occasioni... nella prima metà degli anni Ottanta.
I propri familiari, secondo Rubio, meritano una licenza immobiliare. Un vecchio pescatore merita invece di morire in custodia dell’ICE, per un po’ di erba trovata 40 anni prima. Un doppio standard che, del resto, Rubio non avrebbe problemi a rivendicarsi, vista l’onestà con cui la sua amministrazione, ormai, parla della propria pirateria.
Fonte
“Il Venezuela non ha nulla a che vedere con il narcotraffico”
Antonio Nicaso, scrittore e saggista, è uno dei massimi esperti di narcotraffico. E il suo ultimo libro, “Cartelli di sangue”, scritto insieme al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, è un compendio aggiornato sul fenomeno, anche sul fronte geopolitico.
Nicaso, da mesi lei e Gratteri vi sgolate che il Venezuela non è centrale nel narcotraffico. Eppure Trump motiva il blitz a Caracas e l’arresto di Maduro con la lotta alla droga.
Premesso che non giustifico affatto questa strategia, se Trump fosse coerente dovrebbe attaccare la Colombia primo produttore al mondo di cocaina con un recente surplus del 53%. E poi dovrebbe cercare di fermare tutte le rotte in partenza da Guayaquil, visto che l’Ecuador è ormai diventato una sorta di piattaforma per la cocaina destinata non solo in Nord America, attraverso la rotta pacifica, ma anche in Europa, grazie ai container che poi virano dal canale di Panama e raggiungono l’Europa. Ora c’è addirittura l’Honduras che ha iniziato a produrre. Il Venezuela è decisamente marginale in tutto questo ragionamento.
Non ci sono cartelli della droga in Venezuela?
C’è il Tren de Aragua, fondato da Hector Guerrero detto “Niño”. Secondo la Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense, ndr) opera principalmente nelle comunità venezuelane e facilita il traffico clandestino di migliaia di migranti verso gli Stati Uniti, poi li estorce costringendoli alla prostituzione o altri crimini.
E che rilievo ha tra i cartelli sudamericani?
Basta leggere l’ultimo rapporto della Dea, dove si dice testualmente che “i membri del TdA svolgono anche attività di traffico di droga su piccola scala, come la distribuzione di tusi”, una droga sintetica, erroneamente nota come cocaina rosa.
Trump parla anche di Fentanyl.
Ma il Fentanyl viene prodotto in Messico dai cartelli di Sinaloa e di Jalisco e sono coloro che poi, attraverso anche corrieri americani, lo portano negli Stati Uniti. Quindi il Venezuela anche qui non c’entra nulla.
I nipoti della moglie di Maduro sono stati incriminati una decina d’anni fa per narcotraffico. Poi sono stati rilasciati dagli Usa nel 2022 in un’operazione di scambio di prigionieri.
Ma è chiaro che uno dei grandi problemi dell’America Latina è la corruzione dilagante. Basta scorrere l’elenco dei ministri, dei presidenti, dei primi ministri che sono stati condannati. E corruzione e narcotraffico spesso alimentano forme di dittatura o addirittura garantiscono elezioni politiche. Però il problema è poi cercare di individuare le singole responsabilità. Se parliamo di cocaina, bisogna intervenire con politiche precise nella produzione di foglie di coca e in quel caso il paese che garantisce maggiore cocaina è la Colombia, seguito da Perù e Bolivia.
Quindi il modo migliore per combattere il narcotraffico è andare alla base a eliminare le culture?
Sì, ma dando ai campesinos un’alternativa. Nel senso che non possiamo distruggere le coltivazioni e far morire di fame gli agricoltori, per cui quella è l’unica fonte di sostentamento.
Dalle sue letture e dalle sue ricerche, secondo lei qual è la reale motivazione dell’operazione degli Stati Uniti?
Trump ha detto chiaramente che le grandi compagnie energetiche statunitensi arriveranno in Venezuela per ripristinare le infrastrutture e gestirle. Il narcotraffico non c’entra nulla. Bisogna essere coerenti e dire esattamente le cose come stanno. Queste giustificazioni farlocche non servono a nulla e di certo non ci aiutano a comprendere il fenomeno e a combatterlo.
Fonte
Nicaso, da mesi lei e Gratteri vi sgolate che il Venezuela non è centrale nel narcotraffico. Eppure Trump motiva il blitz a Caracas e l’arresto di Maduro con la lotta alla droga.
Premesso che non giustifico affatto questa strategia, se Trump fosse coerente dovrebbe attaccare la Colombia primo produttore al mondo di cocaina con un recente surplus del 53%. E poi dovrebbe cercare di fermare tutte le rotte in partenza da Guayaquil, visto che l’Ecuador è ormai diventato una sorta di piattaforma per la cocaina destinata non solo in Nord America, attraverso la rotta pacifica, ma anche in Europa, grazie ai container che poi virano dal canale di Panama e raggiungono l’Europa. Ora c’è addirittura l’Honduras che ha iniziato a produrre. Il Venezuela è decisamente marginale in tutto questo ragionamento.
Non ci sono cartelli della droga in Venezuela?
C’è il Tren de Aragua, fondato da Hector Guerrero detto “Niño”. Secondo la Dea (l’agenzia federale antidroga statunitense, ndr) opera principalmente nelle comunità venezuelane e facilita il traffico clandestino di migliaia di migranti verso gli Stati Uniti, poi li estorce costringendoli alla prostituzione o altri crimini.
E che rilievo ha tra i cartelli sudamericani?
Basta leggere l’ultimo rapporto della Dea, dove si dice testualmente che “i membri del TdA svolgono anche attività di traffico di droga su piccola scala, come la distribuzione di tusi”, una droga sintetica, erroneamente nota come cocaina rosa.
Trump parla anche di Fentanyl.
Ma il Fentanyl viene prodotto in Messico dai cartelli di Sinaloa e di Jalisco e sono coloro che poi, attraverso anche corrieri americani, lo portano negli Stati Uniti. Quindi il Venezuela anche qui non c’entra nulla.
I nipoti della moglie di Maduro sono stati incriminati una decina d’anni fa per narcotraffico. Poi sono stati rilasciati dagli Usa nel 2022 in un’operazione di scambio di prigionieri.
Ma è chiaro che uno dei grandi problemi dell’America Latina è la corruzione dilagante. Basta scorrere l’elenco dei ministri, dei presidenti, dei primi ministri che sono stati condannati. E corruzione e narcotraffico spesso alimentano forme di dittatura o addirittura garantiscono elezioni politiche. Però il problema è poi cercare di individuare le singole responsabilità. Se parliamo di cocaina, bisogna intervenire con politiche precise nella produzione di foglie di coca e in quel caso il paese che garantisce maggiore cocaina è la Colombia, seguito da Perù e Bolivia.
Quindi il modo migliore per combattere il narcotraffico è andare alla base a eliminare le culture?
Sì, ma dando ai campesinos un’alternativa. Nel senso che non possiamo distruggere le coltivazioni e far morire di fame gli agricoltori, per cui quella è l’unica fonte di sostentamento.
Dalle sue letture e dalle sue ricerche, secondo lei qual è la reale motivazione dell’operazione degli Stati Uniti?
Trump ha detto chiaramente che le grandi compagnie energetiche statunitensi arriveranno in Venezuela per ripristinare le infrastrutture e gestirle. Il narcotraffico non c’entra nulla. Bisogna essere coerenti e dire esattamente le cose come stanno. Queste giustificazioni farlocche non servono a nulla e di certo non ci aiutano a comprendere il fenomeno e a combatterlo.
Fonte
01/11/2025
La grande bufala del narco-Venezuela
di Pino Arlacchi
Durante il mio mandato alla guida dell’Unoc, l’agenzia antidroga e anticrimine dell’Onu, sono stato di casa in Colombia, Bolivia, Perù e Brasile ma non sono mai stato in Venezuela. Semplicemente, non ce n’era bisogno.
La collaborazione del governo venezuelano nella lotta al narcotraffico era tra le migliori dell’America latina. Il paese era pieno di problemi, ma era del tutto estraneo al circuito della produzione, del traffico e perfino del consumo di droghe pesanti. Dati di fatto assodati che oggi, nella delirante narrativa trumpiana del “Venezuela narco-stato”, sostanziano una calunnia geopoliticamente motivata.
Le analisi che emergono dal Rapporto mondiale sulle droghe 2025 dell’organismo che ho avuto l’onore di dirigere, raccontano una storia opposta a quella spacciata dall’amministrazione Trump, che smonta la montatura costruita attorno al Cartel de los soles venezuelano, una supermafia madurista tanto leggendaria quanto il mostro di Loch Ness, ma adatta a giustificare sanzioni, embarghi e minacce d’intervento militare contro un paese che, guarda caso, siede su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta.
Il rapporto Onu 2025, appena pubblicato, è di una chiarezza cristallina, che dovrebbe imbarazzare chi ha costruito la demonizzazione del Venezuela. Il documento menziona appena il Venezuela, affermando che una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il paese nel suo cammino verso Usa ed Europa.
Il Venezuela, secondo l’Onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste.
Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-stato” bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è a secco dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio. Il paese ne produce lo 0,01% del totale globale.
Il Cartel de los soles è una creatura dell’immaginario trumpiano. Si potrebbe tradurre in italiano come “Il cartello delle sòle”. Esso sarebbe guidato dal presidente del Venezuela, ma non viene citato né nel rapporto del principale organismo mondiale antidroga né nei documenti di alcuna agenzia anticrimine europea o di altra parte del pianeta.
Solo la Dea americana gli dedica un riferimento fondato su “prove segrete”, che potete stare certi non lo sarebbero se avessero un minimo di consistenza e fossero corroborate da altre fonti. Come può un’organizzazione criminale così potente da meritare una taglia di 50 milioni di dollari, essere completamente ignorata da chiunque si occupi di antidroga al di fuori degli Usa?
In altre parole, quello che viene venduto come un super-cartello alla Netflix è in realtà un miscuglio di piccole reti locali e di qualche episodio di corruzione. Il tipo di criminalità spicciola che si trova in qualsiasi paese del mondo, inclusi gli Usa, dove – per inciso – muoiono ogni anno quasi 100 mila persone per overdose da oppiacei che nulla hanno a che fare col Venezuela, e molto con Big Pharma americana.
L’UE non ha speciali interessi petroliferi in Venezuela, ma ha un interesse concreto nel combattere il narcotraffico che affligge le sue città. L’Unione ha pubblicato il suo Rapporto europeo sulle droghe 2025. Il documento, basato su dati reali e non su wishful thinking geopolitici, non cita neppure una volta il Venezuela come corridoio del traffico internazionale di droga, e ignora del tutto “Il cartello delle sòle”.
Sta qui la differenza tra un’analisi onesta e una falsa narrativa. L’Europa ha bisogno di dati affidabili per proteggere i suoi cittadini dalla droga, quindi produce studi accurati. Gli Usa hanno bisogno di giustificazioni per il loro bullismo petrolifero, quindi producono propaganda mascherata da intelligence.
Secondo il rapporto europeo, la cocaina è la seconda droga più usata nei 27 paesi Ue, ma le sue fonti principali sono chiaramente identificate: Colombia per la produzione, America centrale per lo smistamento, e varie rotte attraverso l’Africa occidentale per la distribuzione finale. In questo scenario, Venezuela e Cuba non ci sono.
Mentre Washington agita lo spauracchio venezuelano, i veri hub del narcotraffico prosperano quasi indisturbati. L’Ecuador, per esempio, con il 57% dei container di banane che partono da Guayaquil e arrivano ad Anversa carichi di cocaina. Le autorità europee hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina in una singola nave spagnola, proveniente proprio dai porti ecuadoriani controllati dalle aziende Noboa Trading e Banana Bonita, appartenenti alla famiglia del presidente ecuadoriano, Daniel Noboa.
Uno studio dell’Unione Europea documenta come le mafie colombiane, messicane e albanesi operano tutte alla grande in Ecuador. Il tasso di omicidi del paese è schizzato da 7,8 per 100.000 abitanti nel 2020 a 45,7 nel 2023. Ma dell’Ecuador si parla poco o nulla. Forse perché l’Ecuador produce solo lo 0,5% del petrolio mondiale, e perché il suo governo non ha la cattiva abitudine di sfidare lo strapotere Usa nel continente?
Una delle lezioni più importanti che ho imparato durante i miei anni all’ONU è che la geografia non mente. Le rotte della droga seguono logiche precise: vicinanza ai centri di produzione, facilità di trasporto, corruzione delle autorità locali, presenza di reti criminali consolidate.
Il Venezuela non soddisfa quasi nessuno di questi criteri. La Colombia produce oltre il 70% della cocaina mondiale. Perù e Bolivia coprono la maggior parte del restante 30%. Le rotte logiche per raggiungere i mercati americani ed europei passano attraverso il Pacifico verso l’Asia, attraverso i Caraibi orientali verso l’Europa, e via terra attraverso l’America centrale e il Messico verso gli Stati Uniti.
Il Venezuela, affacciato sull’atlantico meridionale, è geograficamente svantaggiato per tutte e tre le rotte principali. La logistica criminale rende il Venezuela un attore marginale del grande teatro del narcotraffico internazionale.
La geografia non mente, ma la politica può sconfiggerla. Cuba rappresenta ancora oggi il gold standard della cooperazione antidroga nei Caraibi. Isola poco distante dalle coste della Florida, base teoricamente perfetta per avvelenare gli Stati Uniti, ma che è totalmente estranea ai flussi del narcotraffico.
Ho riscontrato più volte l’ammirazione degli agenti Dea e Fbi verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha costantemente seguito il modello cubano di ostilità alla droga inaugurato da Fidel Castro in persona. Cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. Né in Venezuela né a Cuba sono mai esistiti larghi pezzi di territorio coltivati a coca e controllati dalla grande criminalità.
Ma il Venezuela viene sistematicamente insolentito contro ogni principio di verità. La spiegazione l’ha fornita l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, nel suo libro di memorie post-dimissioni, nel quale ha parlato delle vere motivazioni delle politiche americane verso il Venezuela: Trump gli aveva detto che quello di Maduro era “un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Non si tratta di droga, criminalità, sicurezza nazionale. Si tratta di petrolio che sarebbe meglio non pagare.
È Trump che meriterebbe una taglia internazionale per un crimine ben preciso: “Calunnia sistematica contro uno Stato sovrano finalizzata all’appropriazione delle sue risorse petrolifere”.
Fonte
Durante il mio mandato alla guida dell’Unoc, l’agenzia antidroga e anticrimine dell’Onu, sono stato di casa in Colombia, Bolivia, Perù e Brasile ma non sono mai stato in Venezuela. Semplicemente, non ce n’era bisogno.
La collaborazione del governo venezuelano nella lotta al narcotraffico era tra le migliori dell’America latina. Il paese era pieno di problemi, ma era del tutto estraneo al circuito della produzione, del traffico e perfino del consumo di droghe pesanti. Dati di fatto assodati che oggi, nella delirante narrativa trumpiana del “Venezuela narco-stato”, sostanziano una calunnia geopoliticamente motivata.
Le analisi che emergono dal Rapporto mondiale sulle droghe 2025 dell’organismo che ho avuto l’onore di dirigere, raccontano una storia opposta a quella spacciata dall’amministrazione Trump, che smonta la montatura costruita attorno al Cartel de los soles venezuelano, una supermafia madurista tanto leggendaria quanto il mostro di Loch Ness, ma adatta a giustificare sanzioni, embarghi e minacce d’intervento militare contro un paese che, guarda caso, siede su una delle più grandi riserve petrolifere del pianeta.
Il rapporto Onu 2025, appena pubblicato, è di una chiarezza cristallina, che dovrebbe imbarazzare chi ha costruito la demonizzazione del Venezuela. Il documento menziona appena il Venezuela, affermando che una frazione marginale della produzione di droga colombiana passa attraverso il paese nel suo cammino verso Usa ed Europa.
Il Venezuela, secondo l’Onu, ha consolidato la sua posizione storica di territorio libero dalla coltivazione di foglia di coca, marijuana e simili, nonché dalla presenza di cartelli criminali internazionali. Il documento non fa altro che confermare i 30 rapporti annuali precedenti, che non parlano del narcotraffico venezuelano perché questo non esiste.
Solo il 5% della droga colombiana transita attraverso il Venezuela. Ben 2.370 tonnellate – dieci volte di più – vengono prodotte o commerciate dalla Colombia stessa, e 1.400 tonnellate passano dal Guatemala. Sì, avete letto bene: il Guatemala è un corridoio di droga sette volte più importante di quello che dovrebbe essere il temibile “narco-stato” bolivariano. Ma nessuno ne parla perché il Guatemala è a secco dell’unica droga non naturale che interessa Trump: il petrolio. Il paese ne produce lo 0,01% del totale globale.
Il Cartel de los soles è una creatura dell’immaginario trumpiano. Si potrebbe tradurre in italiano come “Il cartello delle sòle”. Esso sarebbe guidato dal presidente del Venezuela, ma non viene citato né nel rapporto del principale organismo mondiale antidroga né nei documenti di alcuna agenzia anticrimine europea o di altra parte del pianeta.
Solo la Dea americana gli dedica un riferimento fondato su “prove segrete”, che potete stare certi non lo sarebbero se avessero un minimo di consistenza e fossero corroborate da altre fonti. Come può un’organizzazione criminale così potente da meritare una taglia di 50 milioni di dollari, essere completamente ignorata da chiunque si occupi di antidroga al di fuori degli Usa?
In altre parole, quello che viene venduto come un super-cartello alla Netflix è in realtà un miscuglio di piccole reti locali e di qualche episodio di corruzione. Il tipo di criminalità spicciola che si trova in qualsiasi paese del mondo, inclusi gli Usa, dove – per inciso – muoiono ogni anno quasi 100 mila persone per overdose da oppiacei che nulla hanno a che fare col Venezuela, e molto con Big Pharma americana.
L’UE non ha speciali interessi petroliferi in Venezuela, ma ha un interesse concreto nel combattere il narcotraffico che affligge le sue città. L’Unione ha pubblicato il suo Rapporto europeo sulle droghe 2025. Il documento, basato su dati reali e non su wishful thinking geopolitici, non cita neppure una volta il Venezuela come corridoio del traffico internazionale di droga, e ignora del tutto “Il cartello delle sòle”.
Sta qui la differenza tra un’analisi onesta e una falsa narrativa. L’Europa ha bisogno di dati affidabili per proteggere i suoi cittadini dalla droga, quindi produce studi accurati. Gli Usa hanno bisogno di giustificazioni per il loro bullismo petrolifero, quindi producono propaganda mascherata da intelligence.
Secondo il rapporto europeo, la cocaina è la seconda droga più usata nei 27 paesi Ue, ma le sue fonti principali sono chiaramente identificate: Colombia per la produzione, America centrale per lo smistamento, e varie rotte attraverso l’Africa occidentale per la distribuzione finale. In questo scenario, Venezuela e Cuba non ci sono.
Mentre Washington agita lo spauracchio venezuelano, i veri hub del narcotraffico prosperano quasi indisturbati. L’Ecuador, per esempio, con il 57% dei container di banane che partono da Guayaquil e arrivano ad Anversa carichi di cocaina. Le autorità europee hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina in una singola nave spagnola, proveniente proprio dai porti ecuadoriani controllati dalle aziende Noboa Trading e Banana Bonita, appartenenti alla famiglia del presidente ecuadoriano, Daniel Noboa.
Uno studio dell’Unione Europea documenta come le mafie colombiane, messicane e albanesi operano tutte alla grande in Ecuador. Il tasso di omicidi del paese è schizzato da 7,8 per 100.000 abitanti nel 2020 a 45,7 nel 2023. Ma dell’Ecuador si parla poco o nulla. Forse perché l’Ecuador produce solo lo 0,5% del petrolio mondiale, e perché il suo governo non ha la cattiva abitudine di sfidare lo strapotere Usa nel continente?
Una delle lezioni più importanti che ho imparato durante i miei anni all’ONU è che la geografia non mente. Le rotte della droga seguono logiche precise: vicinanza ai centri di produzione, facilità di trasporto, corruzione delle autorità locali, presenza di reti criminali consolidate.
Il Venezuela non soddisfa quasi nessuno di questi criteri. La Colombia produce oltre il 70% della cocaina mondiale. Perù e Bolivia coprono la maggior parte del restante 30%. Le rotte logiche per raggiungere i mercati americani ed europei passano attraverso il Pacifico verso l’Asia, attraverso i Caraibi orientali verso l’Europa, e via terra attraverso l’America centrale e il Messico verso gli Stati Uniti.
Il Venezuela, affacciato sull’atlantico meridionale, è geograficamente svantaggiato per tutte e tre le rotte principali. La logistica criminale rende il Venezuela un attore marginale del grande teatro del narcotraffico internazionale.
La geografia non mente, ma la politica può sconfiggerla. Cuba rappresenta ancora oggi il gold standard della cooperazione antidroga nei Caraibi. Isola poco distante dalle coste della Florida, base teoricamente perfetta per avvelenare gli Stati Uniti, ma che è totalmente estranea ai flussi del narcotraffico.
Ho riscontrato più volte l’ammirazione degli agenti Dea e Fbi verso le rigorose politiche antidroga dei comunisti cubani. Il Venezuela chavista ha costantemente seguito il modello cubano di ostilità alla droga inaugurato da Fidel Castro in persona. Cooperazione internazionale, controllo del territorio, repressione delle attività criminali. Né in Venezuela né a Cuba sono mai esistiti larghi pezzi di territorio coltivati a coca e controllati dalla grande criminalità.
Ma il Venezuela viene sistematicamente insolentito contro ogni principio di verità. La spiegazione l’ha fornita l’ex direttore dell’Fbi, James Comey, nel suo libro di memorie post-dimissioni, nel quale ha parlato delle vere motivazioni delle politiche americane verso il Venezuela: Trump gli aveva detto che quello di Maduro era “un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Non si tratta di droga, criminalità, sicurezza nazionale. Si tratta di petrolio che sarebbe meglio non pagare.
È Trump che meriterebbe una taglia internazionale per un crimine ben preciso: “Calunnia sistematica contro uno Stato sovrano finalizzata all’appropriazione delle sue risorse petrolifere”.
Fonte
26/08/2025
Il narcotraffico, un motore storico dell’economia statunitense
Quando ho sentito che Trump avrebbe inviato numerose navi e migliaia di marines nei Caraibi per bloccare il flusso di cocaina nel suo paese, ho pensato che sarebbero stati di stanza al largo delle coste della Colombia. Mi sbagliavo: devono assediare il Venezuela, perché da quella nazione bolivariana, secondo la propaganda e i media, escono migliaia e migliaia di droghe nocive che intossicano americani ed europei.
Poi mi sono ricordato del doppio standard che il governo degli Stati Uniti ha sempre mantenuto su questo tema, poiché ha mantenuto uno stretto rapporto, quasi sessuale, con il traffico di droga e i suoi profitti multimiliardari, mentre conduceva campagne mediatiche roboanti e presunte guerre presumibilmente per combatterlo.
Ricordiamo brevemente quando e come gli Stati Uniti hanno iniziato ad abbracciare con passione il narcotraffico globale (per non parlare delle esperienze intensamente intime in Vietnam, Laos, Cambogia, Colombia, Nicaragua, Afghanistan, ecc.).
I cinesi arrivarono in massa negli Stati Uniti a metà del XIX secolo. Fuggivano da guerre, carestie e malattie causate dagli interessi economici dell’Impero britannico, in particolare dalla cosiddetta Prima Guerra dell’Oppio del 1839-1842.
La Compagnia Britannica delle Indie Orientali era una compagnia semi-statale, che esercitava un immenso potere militare e amministrativo su vasti territori dell’India, allora sua colonia, ma sotto l’autorità della Corona britannica. La Compagnia aveva avviato una massiccia produzione di oppio, che introdusse in Cina, creando un mercato enorme.
Milioni di cinesi divennero dipendenti da questa droga, indebolendo l’economia e la società cinese. L’imperatore, allarmato dagli effetti devastanti dell’oppio, tentò di vietarne il commercio e il consumo alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento. Tuttavia, gli inglesi ignorarono le restrizioni e continuarono a introdurre l’oppio. Quando, nel 1839, le autorità cinesi iniziarono a confiscare le spedizioni, la regina Vittoria costrinse i cinesi, con cannonate, invasioni e morte, ad accettarne l’uso: i profitti avrebbero rafforzato l’economia britannica.
Sua Maestà lo fece in nome e in difesa di quello che già chiamavano “libero scambio”. Sconfitta e umiliata, nel 1842 la Cina fu costretta a cedere Hong Kong e ad aprire diversi dei suoi porti al commercio estero, oltre a risarcire i mercanti britannici per le presunte perdite subite durante la guerra.
Tra il 1856 e il 1860 si svolse la Seconda Guerra dell’Oppio, in cui la Cina fu nuovamente sconfitta. Ora, oltre agli inglesi, si rafforzarono anche gli scambi commerciali con i paesi occidentali, in particolare con la Francia. Il governo cinese fu costretto a continuare a tollerare il consumo di massa di oppio. Si stima che circa 40 milioni di cinesi fossero dipendenti entro la fine del XIX secolo, dando origine a una crisi sociale ed economica senza precedenti.
Nonostante i profitti, i vincitori non abbandonarono il commercio e i consumi in Cina. Nel 1865, per gestire il movimento di capitali e l’espansione internazionale degli enormi profitti derivanti da questo commercio, fu fondata a Hong Kong la Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC), oggi una multinazionale con sede a Londra.
HSBC consolidò il commercio globale di oppio: si stima che il 70% del trasporto marittimo di Hong Kong fosse legato all’oppio. HSBC contribuì a espandere l’influenza dell’Impero britannico in Asia, creando una rete bancaria e commerciale internazionale che ancora oggi influenza l’economia globale. Una parte di quegli incalcolabili profitti lasciati dalla tossicodipendenza di milioni di persone in Cina e in tutto il mondo finì in Francia. Anche gli Stati Uniti ne ricevettero la loro quota.
Cercando di affermarsi come potenza, gli USA costrinsero le autorità cinesi sconfitte a firmare il Trattato di Wanxia nel 1844 e ad aprire i loro porti al commercio senza controllo. Questo, tra le altre cose, permise la legalizzazione indiretta del commercio di oppio. Russell & Company, il principale agente commerciale americano in Cina, con sede nella provincia di Canton, l’attuale Guangzhou, svolse un ruolo significativo in questo processo. Era specializzata nel commercio di tè, seta e... oppio.
L’azienda era un attore importante nel traffico e nella vendita di oppio indiano in Cina. Organizzava e coordinava persino il traffico dalla Turchia, passando per l’India, verso la Cina. Si stima che solo tra il 1820 e il 1830, l’azienda importasse annualmente circa 1.500 casse di oppio nell’area di Canton. Una cassa, utilizzata per lo stoccaggio e il trasporto dell’oppio, poteva contenere circa 60 chili di droga. Quelle 1.500 casse valevano all’epoca fino a due milioni di dollari. Un’enorme fortuna.
Era quindi logico che Russell & Company desse pieno appoggio agli inglesi nell’avvio della guerra contro la Cina, e poi convincesse il presidente americano Franklin Pierce a fornire il suo appoggio diplomatico illimitato a inglesi e francesi durante la Seconda Guerra dell’Oppio, mentre questi ultimi esercitavano pressioni e ricatti sul governo cinese.
Ci vuole un’enorme dose di immaginazione e un sacco di zeri per calcolare quanto il regno britannico abbia guadagnato dal commercio di oppio, guidato da Sua Maestà Vittoria, che divenne la prima e più grande trafficante di droga della storia umana. Una boss tra i boss.
Il commercio di oppio e il saccheggio della Cina, durante e dopo le due guerre, resero multimilionari gli azionisti della Russell & Company, cittadini americani illustri e rispettati come Warren Delano Jr., nonno del presidente Franklin D. Roosevelt. Rigonfiarono anche le casse del sistema bancario americano.
Ciò costituì anche un grande incentivo per gli Stati Uniti a confermare che scatenare guerre e saccheggiare la popolazione, con qualsiasi pretesto, era un’ottima strategia per la propria economia.
Fonte
Poi mi sono ricordato del doppio standard che il governo degli Stati Uniti ha sempre mantenuto su questo tema, poiché ha mantenuto uno stretto rapporto, quasi sessuale, con il traffico di droga e i suoi profitti multimiliardari, mentre conduceva campagne mediatiche roboanti e presunte guerre presumibilmente per combatterlo.
Ricordiamo brevemente quando e come gli Stati Uniti hanno iniziato ad abbracciare con passione il narcotraffico globale (per non parlare delle esperienze intensamente intime in Vietnam, Laos, Cambogia, Colombia, Nicaragua, Afghanistan, ecc.).
I cinesi arrivarono in massa negli Stati Uniti a metà del XIX secolo. Fuggivano da guerre, carestie e malattie causate dagli interessi economici dell’Impero britannico, in particolare dalla cosiddetta Prima Guerra dell’Oppio del 1839-1842.
La Compagnia Britannica delle Indie Orientali era una compagnia semi-statale, che esercitava un immenso potere militare e amministrativo su vasti territori dell’India, allora sua colonia, ma sotto l’autorità della Corona britannica. La Compagnia aveva avviato una massiccia produzione di oppio, che introdusse in Cina, creando un mercato enorme.
Milioni di cinesi divennero dipendenti da questa droga, indebolendo l’economia e la società cinese. L’imperatore, allarmato dagli effetti devastanti dell’oppio, tentò di vietarne il commercio e il consumo alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento. Tuttavia, gli inglesi ignorarono le restrizioni e continuarono a introdurre l’oppio. Quando, nel 1839, le autorità cinesi iniziarono a confiscare le spedizioni, la regina Vittoria costrinse i cinesi, con cannonate, invasioni e morte, ad accettarne l’uso: i profitti avrebbero rafforzato l’economia britannica.
Sua Maestà lo fece in nome e in difesa di quello che già chiamavano “libero scambio”. Sconfitta e umiliata, nel 1842 la Cina fu costretta a cedere Hong Kong e ad aprire diversi dei suoi porti al commercio estero, oltre a risarcire i mercanti britannici per le presunte perdite subite durante la guerra.
Tra il 1856 e il 1860 si svolse la Seconda Guerra dell’Oppio, in cui la Cina fu nuovamente sconfitta. Ora, oltre agli inglesi, si rafforzarono anche gli scambi commerciali con i paesi occidentali, in particolare con la Francia. Il governo cinese fu costretto a continuare a tollerare il consumo di massa di oppio. Si stima che circa 40 milioni di cinesi fossero dipendenti entro la fine del XIX secolo, dando origine a una crisi sociale ed economica senza precedenti.
Nonostante i profitti, i vincitori non abbandonarono il commercio e i consumi in Cina. Nel 1865, per gestire il movimento di capitali e l’espansione internazionale degli enormi profitti derivanti da questo commercio, fu fondata a Hong Kong la Hong Kong and Shanghai Banking Corporation (HSBC), oggi una multinazionale con sede a Londra.
HSBC consolidò il commercio globale di oppio: si stima che il 70% del trasporto marittimo di Hong Kong fosse legato all’oppio. HSBC contribuì a espandere l’influenza dell’Impero britannico in Asia, creando una rete bancaria e commerciale internazionale che ancora oggi influenza l’economia globale. Una parte di quegli incalcolabili profitti lasciati dalla tossicodipendenza di milioni di persone in Cina e in tutto il mondo finì in Francia. Anche gli Stati Uniti ne ricevettero la loro quota.
Cercando di affermarsi come potenza, gli USA costrinsero le autorità cinesi sconfitte a firmare il Trattato di Wanxia nel 1844 e ad aprire i loro porti al commercio senza controllo. Questo, tra le altre cose, permise la legalizzazione indiretta del commercio di oppio. Russell & Company, il principale agente commerciale americano in Cina, con sede nella provincia di Canton, l’attuale Guangzhou, svolse un ruolo significativo in questo processo. Era specializzata nel commercio di tè, seta e... oppio.
L’azienda era un attore importante nel traffico e nella vendita di oppio indiano in Cina. Organizzava e coordinava persino il traffico dalla Turchia, passando per l’India, verso la Cina. Si stima che solo tra il 1820 e il 1830, l’azienda importasse annualmente circa 1.500 casse di oppio nell’area di Canton. Una cassa, utilizzata per lo stoccaggio e il trasporto dell’oppio, poteva contenere circa 60 chili di droga. Quelle 1.500 casse valevano all’epoca fino a due milioni di dollari. Un’enorme fortuna.
Era quindi logico che Russell & Company desse pieno appoggio agli inglesi nell’avvio della guerra contro la Cina, e poi convincesse il presidente americano Franklin Pierce a fornire il suo appoggio diplomatico illimitato a inglesi e francesi durante la Seconda Guerra dell’Oppio, mentre questi ultimi esercitavano pressioni e ricatti sul governo cinese.
Ci vuole un’enorme dose di immaginazione e un sacco di zeri per calcolare quanto il regno britannico abbia guadagnato dal commercio di oppio, guidato da Sua Maestà Vittoria, che divenne la prima e più grande trafficante di droga della storia umana. Una boss tra i boss.
Il commercio di oppio e il saccheggio della Cina, durante e dopo le due guerre, resero multimilionari gli azionisti della Russell & Company, cittadini americani illustri e rispettati come Warren Delano Jr., nonno del presidente Franklin D. Roosevelt. Rigonfiarono anche le casse del sistema bancario americano.
Ciò costituì anche un grande incentivo per gli Stati Uniti a confermare che scatenare guerre e saccheggiare la popolazione, con qualsiasi pretesto, era un’ottima strategia per la propria economia.
Fonte
26/01/2025
La storia dell’Operazione “X” e le oscure origini della CIA
Durante la Guerra Fredda, la CIA aveva bisogno di finanziamenti non tracciabili per le sue campagne anticomuniste. Fu così che entrò in gioco il traffico di droga: una fonte di finanziamento segreta ottenuta mediante operazioni che si svolsero in America Latina e nel Sud-Est asiatico. L’Operazione “X” era uno di questi programmi oscuri.
Durante la guerra del Vietnam, la CIA strinse alleanze con tribù del Laos coinvolte nel commercio dell’oppio. Nel frattempo, la French Connection [1] contrabbandava eroina dalla Turchia agli Stati Uniti, presumibilmente grazie a legami con i servizi segreti. Queste operazioni istituzionalizzarono il traffico di droga, alimentando i cartelli globali.
La CIA estese i suoi tentacoli a livello globale: nel Triangolo d’Oro dell’Asia sud-orientale, si alleò con le tribù dedite al commercio di oppio. In Sud America proteggeva le rotte della cocaina. In Europa, organizzò le reti dell’eroina. Ogni pezzo posizionato con cura. Ogni connessione negabile. Tutto ciò padroneggiando l’arte del controllo invisibile.
La French Connection non era solo una rete di narcotrafficanti: è stata una lezione magistrale di proiezione di potenza. Mentre l’opinione pubblica vedeva in essa un’impresa criminale, la CIA vi vedeva un’arma per autofinanziarsi contro il comunismo.
Ma tutte le trame hanno dei buchi e non riescono mai a nascondere completamente le loro ombre. Come un buco nero, più grande è il segreto, più forte è la sua attrazione gravitazionale, che attrae chiunque osi osservarlo troppo da vicino. Vi entrarono tre uomini che scrutarono il vuoto: un agente della D.E.A. [2] che si rifiutò di essere accecato; un pilota che portava con sé troppi segreti; un investigatore che tirò i fili delle operazioni oscure fino a sbrogliarli.
Cosa succede a coloro che assistono alla vera natura della macchina?
Kiki Camarena era l’agente più efficace della DEA in Messico. Il suo crimine? Essersi avvicinato troppo al legame tra la CIA e il cartello di Guadalajara. Fu sistematicamente torturato per 30 ore. La sua morte venne coreografata. Il suo cadavere era destinato a essere ritrovato. Perché a volte un omicidio non è solo un omicidio, è un messaggio scritto col sangue.
“The Last Narc” sarebbe dovuto uscire il 15 maggio 2020 su Amazon prime, ma un ex agente della DEA accusò la CIA di aver fatto pressioni per cancellarlo per “motivi di sicurezza nazionale”. Nella sintesi del documentario si diceva che sarebbe stato dimostrato il ruolo della CIA dietro la morte di Camarena.
Secondo gli ex agenti della DEA, ciò sarebbe dovuto alla “scoperta” del suo intervento nel traffico di cocaina attraverso il Messico utilizzando l’organizzazione dei boss di Sinaloa a Guadalajara guidato da Miguel Ángel Félix Gallardo, Ernesto Fonseca Carrillo e Rafael Caro Quintero.
E la cosa più grave è che, attraverso questa strada, trafficavano armi verso il Messico per inviarle ai guerriglieri Contras in territorio nicaraguense. Queste informazioni furono nascoste nel processo contro il colonnello Oliver North per il caso Iran-Contra, ma da allora sono diventate un elemento chiave per districare il groviglio di interessi dietro l’ascesa e la caduta della prima grande rete di narcotrafficanti con sede nella capitale Jalisco ed il gioco geopolitico delle agenzie nordamericane nel paese.
Queste operazioni sono state rese pubbliche per la prima volta nel libro “Los Señores del Narco”, della giornalista Anabel Hernández; ed è stato meglio documentato dal giornalista J. Jesús Esquivel nel suo libro “La CIA, Camarena y Caro Quintero: La historia secreta”.
Barry Seal non era un pilota qualunque. Era l’uomo che volò sia per Pablo Escobar che per la CIA. L’unica persona che sapeva come funzionavano entrambi i lati della macchina. Un pericoloso testimone che avrebbe potuto svelare tutto. La sua ricompensa? Un assassinio in pieno giorno. Un’esecuzione pubblica mascherata da attentato al cartello.
Sante Bario era il principale investigatore della DEA: trovò i documenti, rintracciò il denaro e riuscì a dimostrare che l’impero ombra della CIA era reale. Poi arrivò la sua assurda morte in custodia. Causa ufficiale: “strangolamento con un panino al burro di arachidi”. All’interno della DEA, divenne un avvertimento: fermati, o sarai il prossimo.
Quando le agenzie di intelligence collaborano con i cartelli, le conseguenze sono catastrofiche: le nazioni vengono destabilizzate, i governi corrotti e le comunità distrutte. Svelare queste verità è fondamentale per chiedere conto al potere. Per ulteriori approfondimenti guarda questo video in cui trovi la storia completa dell’Operazione “X”.
Note
[1] French Connection è un termine per descrivere l’insieme di tutti i gangster corso-marsigliesi che hanno preso parte alle esportazioni di eroina da Marsiglia fino al Nordamerica a partire dagli anni quaranta e deve il suo nome ad una famosa indagine della Squadra Narcotici della Polizia di New York portata a termine nel 1962 che sfociò nel sequestro record di 52 kg di eroina.
[2] La Drug Enforcement Administration (DEA), traducibile liberamente come Organo per l’applicazione delle politiche sulle droghe, ufficialmente, è un’agenzia federale antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America creata durante la presidenza di Richard Nixon che, con la scusa della “guerra alle droghe”, aumentò il budget e creò leggi che consentono l’attività di questa agenzia al di fuori dei limiti del proprio stato. L’esempio più noto di questa manovra fu l’intervento attuato in Colombia a metà degli anni Ottanta con l'obiettivo ufficiale di combattere i grandi cartelli del narcotraffico, ma che, come si è potuto constatare anni più tardi, servì solo per militarizzare pesantemente la regione, con le inevitabili implicazioni che ciò produsse, creando una situazione di guerra civile permanente. Migliaia di omicidi, regioni in rivolta, culture devastate, disfacimento sociale.
Fonte
Durante la guerra del Vietnam, la CIA strinse alleanze con tribù del Laos coinvolte nel commercio dell’oppio. Nel frattempo, la French Connection [1] contrabbandava eroina dalla Turchia agli Stati Uniti, presumibilmente grazie a legami con i servizi segreti. Queste operazioni istituzionalizzarono il traffico di droga, alimentando i cartelli globali.
La CIA estese i suoi tentacoli a livello globale: nel Triangolo d’Oro dell’Asia sud-orientale, si alleò con le tribù dedite al commercio di oppio. In Sud America proteggeva le rotte della cocaina. In Europa, organizzò le reti dell’eroina. Ogni pezzo posizionato con cura. Ogni connessione negabile. Tutto ciò padroneggiando l’arte del controllo invisibile.
La French Connection non era solo una rete di narcotrafficanti: è stata una lezione magistrale di proiezione di potenza. Mentre l’opinione pubblica vedeva in essa un’impresa criminale, la CIA vi vedeva un’arma per autofinanziarsi contro il comunismo.
Ma tutte le trame hanno dei buchi e non riescono mai a nascondere completamente le loro ombre. Come un buco nero, più grande è il segreto, più forte è la sua attrazione gravitazionale, che attrae chiunque osi osservarlo troppo da vicino. Vi entrarono tre uomini che scrutarono il vuoto: un agente della D.E.A. [2] che si rifiutò di essere accecato; un pilota che portava con sé troppi segreti; un investigatore che tirò i fili delle operazioni oscure fino a sbrogliarli.
Cosa succede a coloro che assistono alla vera natura della macchina?
Kiki Camarena era l’agente più efficace della DEA in Messico. Il suo crimine? Essersi avvicinato troppo al legame tra la CIA e il cartello di Guadalajara. Fu sistematicamente torturato per 30 ore. La sua morte venne coreografata. Il suo cadavere era destinato a essere ritrovato. Perché a volte un omicidio non è solo un omicidio, è un messaggio scritto col sangue.
“The Last Narc” sarebbe dovuto uscire il 15 maggio 2020 su Amazon prime, ma un ex agente della DEA accusò la CIA di aver fatto pressioni per cancellarlo per “motivi di sicurezza nazionale”. Nella sintesi del documentario si diceva che sarebbe stato dimostrato il ruolo della CIA dietro la morte di Camarena.
Secondo gli ex agenti della DEA, ciò sarebbe dovuto alla “scoperta” del suo intervento nel traffico di cocaina attraverso il Messico utilizzando l’organizzazione dei boss di Sinaloa a Guadalajara guidato da Miguel Ángel Félix Gallardo, Ernesto Fonseca Carrillo e Rafael Caro Quintero.
E la cosa più grave è che, attraverso questa strada, trafficavano armi verso il Messico per inviarle ai guerriglieri Contras in territorio nicaraguense. Queste informazioni furono nascoste nel processo contro il colonnello Oliver North per il caso Iran-Contra, ma da allora sono diventate un elemento chiave per districare il groviglio di interessi dietro l’ascesa e la caduta della prima grande rete di narcotrafficanti con sede nella capitale Jalisco ed il gioco geopolitico delle agenzie nordamericane nel paese.
Queste operazioni sono state rese pubbliche per la prima volta nel libro “Los Señores del Narco”, della giornalista Anabel Hernández; ed è stato meglio documentato dal giornalista J. Jesús Esquivel nel suo libro “La CIA, Camarena y Caro Quintero: La historia secreta”.
Barry Seal non era un pilota qualunque. Era l’uomo che volò sia per Pablo Escobar che per la CIA. L’unica persona che sapeva come funzionavano entrambi i lati della macchina. Un pericoloso testimone che avrebbe potuto svelare tutto. La sua ricompensa? Un assassinio in pieno giorno. Un’esecuzione pubblica mascherata da attentato al cartello.
Sante Bario era il principale investigatore della DEA: trovò i documenti, rintracciò il denaro e riuscì a dimostrare che l’impero ombra della CIA era reale. Poi arrivò la sua assurda morte in custodia. Causa ufficiale: “strangolamento con un panino al burro di arachidi”. All’interno della DEA, divenne un avvertimento: fermati, o sarai il prossimo.
Quando le agenzie di intelligence collaborano con i cartelli, le conseguenze sono catastrofiche: le nazioni vengono destabilizzate, i governi corrotti e le comunità distrutte. Svelare queste verità è fondamentale per chiedere conto al potere. Per ulteriori approfondimenti guarda questo video in cui trovi la storia completa dell’Operazione “X”.
Note
[1] French Connection è un termine per descrivere l’insieme di tutti i gangster corso-marsigliesi che hanno preso parte alle esportazioni di eroina da Marsiglia fino al Nordamerica a partire dagli anni quaranta e deve il suo nome ad una famosa indagine della Squadra Narcotici della Polizia di New York portata a termine nel 1962 che sfociò nel sequestro record di 52 kg di eroina.
[2] La Drug Enforcement Administration (DEA), traducibile liberamente come Organo per l’applicazione delle politiche sulle droghe, ufficialmente, è un’agenzia federale antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti d’America creata durante la presidenza di Richard Nixon che, con la scusa della “guerra alle droghe”, aumentò il budget e creò leggi che consentono l’attività di questa agenzia al di fuori dei limiti del proprio stato. L’esempio più noto di questa manovra fu l’intervento attuato in Colombia a metà degli anni Ottanta con l'obiettivo ufficiale di combattere i grandi cartelli del narcotraffico, ma che, come si è potuto constatare anni più tardi, servì solo per militarizzare pesantemente la regione, con le inevitabili implicazioni che ciò produsse, creando una situazione di guerra civile permanente. Migliaia di omicidi, regioni in rivolta, culture devastate, disfacimento sociale.
Fonte
02/12/2024
Uruguay: il ritorno del Frente Amplio
Con il 49,84% dei consensi il frenteamplista Yamandú Orsi ha vinto il ballottaggio per le presidenziali contro il blanco Álvaro Delgado (Partido Nacional), fermatosi al 45,8% e, dal 1° marzo 2025, si insedierà alla guida dell’Uruguay.
Governatore del dipartimento di Canelones fino alla primavera scorsa, Yamandú Orsi aveva scelto di precandidarsi alla presidenza del paese dopo aver ottenuto l’endorsement da Daniel Martínez, sconfitto nelle precedenti elezioni da Luis Lacalle Pou. Per l’Uruguay si tratta di un ritorno al progressismo, peraltro annunciato. Tutti i sondaggi indicavano infatti la coppia Orsi-Carolina Cosse (già sindaca della capitale, Montevideo) ampiamente favorita prima dell’apertura delle urne.
Per Orsi, proveniente dalle fila del Movimiento de Participación Popular, la sfida della presidenza si preannuncia impegnativa poiché alla Camera dei deputati, a differenza del Senato, il Frente Amplio non ha la maggioranza e questo costringerà il partito a negoziare obbligatoriamente con le opposizioni.
Tra le priorità di Orsi vi saranno sicuramente delle misure volte a contrastare il crescente senso di insicurezza che avverte la maggior parte dei cittadini uruguayani e, in politica estera, cercherà di restituire al paese la centralità nell’ambito del Mercosur. Il nuovo presidente, definito come l’alfiere di una “sinistra moderna e rinnovata”, punta ad unire il paese ed è cresciuto politicamente sotto l’ala protettrice della coppia Pepe Mujica e Lucía Topolansky.
Dopo 15 anni di governi frenteamplistas, nel 2019 Luis Lacalle Pou, alla guida della cosiddetta Coalición Multicolor, frutto di una serie di alleanze strategiche, aveva conquistato la presidenza del paese unendo Partido Nacional, Partido Colorado, Partido de la Gente e l’estrema destra di Cabildo Abierto.
La sottoscrizione del Compromiso País, che all’epoca aveva permesso a Luis Lacalle Pou di sconfiggere Daniel Martínez, che pure al primo turno godeva di un vantaggio sul suo avversario ben maggiore di quello di Orsi su Delgado, stavolta non ha funzionato.
Non solo Partido Nacional e Partido Colorado hanno scelto di proseguire ognuno per la propria strada, ma anche l’estrema destra di Cabildo Abierto, con il discusso ex capitano dell’esercito Guido Manini Ríos, noto per simpatizzare tuttora con la dittatura di Bordaberry (1973-1985), si è progressivamente sfilata dalla coalizione.
Orsi, che ha già promesso di essere il presidente di tutti gli uruguayani, governerà probabilmente senza particolari scossoni, nonostante già durante il dibattito presidenziale pre-ballottaggio sia stato accusato da Delgado di ascoltare troppo le richieste dei settori pubblici del paese, a partire dai docenti.
Alla vigilia del primo turno, l’economista Gabriela Cultelli, esponente, come Orsi, del Movimiento de Participación Popular, di cui è membro della Direzione nazionale, spiegava, in un’intervista rilasciata alla giornalista Geraldina Colotti: “La necessità di cambiamento, in questi giorni, si avverte di più. Ci sono stati 5 anni di corruzione costante e crescente. Un piccolo paese come questo, se la destra resta al potere per altri 5 anni, finirà per disgregarsi, con i trafficanti di droga che dilagano – la forma di capitale più aggressiva e corrotta. Ecco perché la sinistra, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni interne, è l’unica opzione per questo popolo”.
È stato proprio questo, probabilmente, che ha spinto gli uruguayani a scegliere la coppia presidenziale Orsi-Carolina Cosse, quest’ultima superata dal nuovo presidente nel corso delle elezioni interne alle coalizioni. Da un lato, quello della destra, erano schierati allevatori, i proprietari di capitali e simpatizzanti di quel potere militare che aveva fatto precipitare il paese nel Plan Condor, non a caso lo stesso conservatore Delgado ha chiuso il suo mandato con un indice in caduta libera, ma non così basso come avremmo potuto aspettarci.
Sull’altro versante, al contrario, sinistra e società civile sentivano con impazienza la necessità di un cambiamento strutturale, a partire dalle modalità di redistribuzione del reddito e della ricchezza che, peraltro, difficilmente potranno essere realizzate a breve nel paese.
A questo proposito, durante il dibattito pre-ballottaggio tra Orsi e Delgado, le accuse rivolte da quest’ultimo al programma del Frente Amplio, definito “ideologico e ancorato agli anni Settanta”, sono sembrate decisamente fuori dal tempo, al pari delle dichiarazioni provocatorie del senatore del Partido Nacional, Sebastián da Silva, il quale, per vincere le elezioni, contava sul voto degli uruguayani residenti in Argentina, ritenuti “héroes libertadores que cruzan a salvar la patria. Su voto nos asegura cinco años más de normalidad, vivir tranquilos”.
Di certo, gli elettori progressisti che hanno sostenuto Yamandú Orsi si aspettano una politica che non sia caratterizzata esclusivamente dalla repressione e dalla mano dura come quella del suo predecessore, che, a seguito della crescita del tasso di omicidi nel paese era riuscito a far approvare la Luc, la Ley de Urgente Consideración, fondata su una visione esclusivamente securitaria del paese.
Non è un caso che il modello seguito da Lacalle Pou fosse stato quello dell’argentina Patricia Bullrich, ministra della Sicurezza del presidente argentino Javier Milei. Nonostante tutto, la ricetta di militarizzare il territorio e costruire carceri di massima sicurezza sul modello del bukelismo in El Salvador non ha dato i risultati sperati.
Del resto, la scelta di Lacalle Pou di affidare, a lungo termine, la gestione del porto di Montevideo ad una multinazionale belga poco incline a controllare i carichi della droga che, dalla capitale partono sia verso il resto dell’America latina sia verso l’Europa, ha favorito la crescita delle narcobande.
Ora starà al nuovo presidente eletto Yamandú Orsi analizzare quali sono le modalità per risollevare il paese. Sembrano poco probabili cambiamenti radicali all’orizzonte, ma un passo diverso rispetto alla precedente gestione resta comunque necessario e urgente.
Fonte
Governatore del dipartimento di Canelones fino alla primavera scorsa, Yamandú Orsi aveva scelto di precandidarsi alla presidenza del paese dopo aver ottenuto l’endorsement da Daniel Martínez, sconfitto nelle precedenti elezioni da Luis Lacalle Pou. Per l’Uruguay si tratta di un ritorno al progressismo, peraltro annunciato. Tutti i sondaggi indicavano infatti la coppia Orsi-Carolina Cosse (già sindaca della capitale, Montevideo) ampiamente favorita prima dell’apertura delle urne.
Per Orsi, proveniente dalle fila del Movimiento de Participación Popular, la sfida della presidenza si preannuncia impegnativa poiché alla Camera dei deputati, a differenza del Senato, il Frente Amplio non ha la maggioranza e questo costringerà il partito a negoziare obbligatoriamente con le opposizioni.
Tra le priorità di Orsi vi saranno sicuramente delle misure volte a contrastare il crescente senso di insicurezza che avverte la maggior parte dei cittadini uruguayani e, in politica estera, cercherà di restituire al paese la centralità nell’ambito del Mercosur. Il nuovo presidente, definito come l’alfiere di una “sinistra moderna e rinnovata”, punta ad unire il paese ed è cresciuto politicamente sotto l’ala protettrice della coppia Pepe Mujica e Lucía Topolansky.
Dopo 15 anni di governi frenteamplistas, nel 2019 Luis Lacalle Pou, alla guida della cosiddetta Coalición Multicolor, frutto di una serie di alleanze strategiche, aveva conquistato la presidenza del paese unendo Partido Nacional, Partido Colorado, Partido de la Gente e l’estrema destra di Cabildo Abierto.
La sottoscrizione del Compromiso País, che all’epoca aveva permesso a Luis Lacalle Pou di sconfiggere Daniel Martínez, che pure al primo turno godeva di un vantaggio sul suo avversario ben maggiore di quello di Orsi su Delgado, stavolta non ha funzionato.
Non solo Partido Nacional e Partido Colorado hanno scelto di proseguire ognuno per la propria strada, ma anche l’estrema destra di Cabildo Abierto, con il discusso ex capitano dell’esercito Guido Manini Ríos, noto per simpatizzare tuttora con la dittatura di Bordaberry (1973-1985), si è progressivamente sfilata dalla coalizione.
Orsi, che ha già promesso di essere il presidente di tutti gli uruguayani, governerà probabilmente senza particolari scossoni, nonostante già durante il dibattito presidenziale pre-ballottaggio sia stato accusato da Delgado di ascoltare troppo le richieste dei settori pubblici del paese, a partire dai docenti.
Alla vigilia del primo turno, l’economista Gabriela Cultelli, esponente, come Orsi, del Movimiento de Participación Popular, di cui è membro della Direzione nazionale, spiegava, in un’intervista rilasciata alla giornalista Geraldina Colotti: “La necessità di cambiamento, in questi giorni, si avverte di più. Ci sono stati 5 anni di corruzione costante e crescente. Un piccolo paese come questo, se la destra resta al potere per altri 5 anni, finirà per disgregarsi, con i trafficanti di droga che dilagano – la forma di capitale più aggressiva e corrotta. Ecco perché la sinistra, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni interne, è l’unica opzione per questo popolo”.
È stato proprio questo, probabilmente, che ha spinto gli uruguayani a scegliere la coppia presidenziale Orsi-Carolina Cosse, quest’ultima superata dal nuovo presidente nel corso delle elezioni interne alle coalizioni. Da un lato, quello della destra, erano schierati allevatori, i proprietari di capitali e simpatizzanti di quel potere militare che aveva fatto precipitare il paese nel Plan Condor, non a caso lo stesso conservatore Delgado ha chiuso il suo mandato con un indice in caduta libera, ma non così basso come avremmo potuto aspettarci.
Sull’altro versante, al contrario, sinistra e società civile sentivano con impazienza la necessità di un cambiamento strutturale, a partire dalle modalità di redistribuzione del reddito e della ricchezza che, peraltro, difficilmente potranno essere realizzate a breve nel paese.
A questo proposito, durante il dibattito pre-ballottaggio tra Orsi e Delgado, le accuse rivolte da quest’ultimo al programma del Frente Amplio, definito “ideologico e ancorato agli anni Settanta”, sono sembrate decisamente fuori dal tempo, al pari delle dichiarazioni provocatorie del senatore del Partido Nacional, Sebastián da Silva, il quale, per vincere le elezioni, contava sul voto degli uruguayani residenti in Argentina, ritenuti “héroes libertadores que cruzan a salvar la patria. Su voto nos asegura cinco años más de normalidad, vivir tranquilos”.
Di certo, gli elettori progressisti che hanno sostenuto Yamandú Orsi si aspettano una politica che non sia caratterizzata esclusivamente dalla repressione e dalla mano dura come quella del suo predecessore, che, a seguito della crescita del tasso di omicidi nel paese era riuscito a far approvare la Luc, la Ley de Urgente Consideración, fondata su una visione esclusivamente securitaria del paese.
Non è un caso che il modello seguito da Lacalle Pou fosse stato quello dell’argentina Patricia Bullrich, ministra della Sicurezza del presidente argentino Javier Milei. Nonostante tutto, la ricetta di militarizzare il territorio e costruire carceri di massima sicurezza sul modello del bukelismo in El Salvador non ha dato i risultati sperati.
Del resto, la scelta di Lacalle Pou di affidare, a lungo termine, la gestione del porto di Montevideo ad una multinazionale belga poco incline a controllare i carichi della droga che, dalla capitale partono sia verso il resto dell’America latina sia verso l’Europa, ha favorito la crescita delle narcobande.
Ora starà al nuovo presidente eletto Yamandú Orsi analizzare quali sono le modalità per risollevare il paese. Sembrano poco probabili cambiamenti radicali all’orizzonte, ma un passo diverso rispetto alla precedente gestione resta comunque necessario e urgente.
Fonte
10/04/2024
Messico - López Obrador e le sfide di una probabile continuità
In una situazione di stabilità e crescita economica che si ripercuote positivamente sull’immagine del LopezObradorismo all’interno del paese, così come pure il ruolo regionale che Andrés Manuel Lopez Obrador (AMLO) ha svolto nella regione, per quanto tinto dalla violenza politica, dall’impatto del narcotraffico e i dibattiti sulla realtà dei migranti nella regione, il Messico eleggerà il 2 giugno la sua prossima presidenza, i suoi deputati/e e i suoi senatori/senatrici.
Nel mezzo di un clima politico rarefatto e in sintonia con la complessa realtà della regione, le messicane e i messicani decideranno quale progetto guiderà i destini non solo del gigante azteco, ma anche l’impatto che questo avrà sulla regione.
Il Paese latinoamericano attraversato da problematiche globali
Dal settembre 2023 al febbraio di quest’anno, secondo la società di consulenza Integralia, si sono verificati 182 episodi di violenza politica, associati a 238 vittime, che hanno coinvolto funzionari, ex funzionari, politici, ex politici, candidati a cariche elettive, familiari e vittime collaterali.
Regolare le questioni mediante atti di violenza, ripetuti nella regione, è un’esperienza quotidiana nella realtà messicana e in particolare per gli attori della sfera politica che si trovano in campagna elettorale per le elezioni del 2 giugno.
Al problema della violenza politica nel paese si aggiungono il narcotraffico e l’immigrazione, questioni che hanno segnato il polso dell’agenda nazionale e del governo di MORENA, che concluderà il suo sesto anno di mandato presidenziale.
Nel corso della sua amministrazione, il presidente AMLO ha cercato di attuare politiche migratorie più flessibili, a causa dell’aumento del passaggio via terra dal Centro America e dai Caraibi verso gli Stati Uniti (USA), creando spazi di dialogo e coordinamento.
Il 28 dicembre dello scorso anno, AMLO ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e hanno concordato di creare un gruppo di lavoro e riunioni periodiche su questa problematica.
Nella stessa linea, nel febbraio di quest’anno gli ha presentato un decalogo proponendo, tra gli altri punti, l’approvazione di un bilancio di venti miliardi di dollari all’anno per sostenere i paesi poveri dell’America Latina e dei Caraibi, la sospensione delle sanzioni contro il Venezuela, la rimozione del blocco contro Cuba e il mantenimento del programma di accoglienza dei migranti attraverso canali legali implementato dall’attuale governo degli Stati Uniti, ponendo particolare enfasi nell’esclusione di proposte legate alla costruzione di muri e alla chiusura delle frontiere, che hanno costituito un asse centrale durante il trumpismo.
Nella direzione opposta, pochi giorni fa, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha promulgato una legge che consente alla polizia di arrestare i migranti che attraversano illegalmente la frontiera degli Stati Uniti e dà ai giudici locali il potere di ordinare ai migranti di lasciare il paese vicino e di condannare a 20 anni di carcere le persone recidive.
Di fronte a queste proposte legislative del paese vicino, AMLO ha dichiarato, dalla sua posizione di rispetto nei confronti dei migranti, che: “si sta portando avanti una procedura negli Affari Esteri per impugnarle” e ha detto “saremo sempre contrari a queste misure” sottolineando la necessità di “dire ai nostri connazionali e ai nostri migranti che li difenderemo”.
Oltre ai conflitti con la migrazione, anche il narcotraffico è uno dei problemi del paese, come nel resto di molte nazioni dell’America Latina. In particolare, in questo territorio i problemi legati al narcotraffico risalgono agli anni ’60 con la comparsa di cartelli per lo spaccio di sostanze e la feroce lotta per il controllo del territorio.
Come accade in altri paesi della regione, questa piaga sociale non è isolata ma ha un impatto nel campo dell’istruzione, della povertà, della sicurezza e delle reti della criminalità organizzata contro i settori impoveriti e gli attori politici.
La violenza trascende tutti i colori politici e i vari livelli di governo, ma è maggiormente concentrata a livello locale. In questo senso, il Chiapas potrebbe essere considerato una delle zone del centro sud divenute territorio di sequestri ed estorsioni ai migranti, dove l’intensificarsi della violenza è una necessità dei gruppi per influenzare la politica locale e per rafforzare il controllo del territorio.
Gli atti di violenza legati al problema del narcotraffico generano una lacerazione del tessuto sociale e sono più evidenti nel settore della stampa, nelle donne dei quartieri e nella marginalità della società messicana.
Un esempio di ciò è che già nel 2021 sono state uccise 3.462 donne, una media di più di 10 donne al giorno, di cui 2.540 vittime di omicidio volontario e 922 di femminicidio.
Il paese azteco ha un confine condiviso di 3.141 chilometri che ha storicamente costituito una delle rotte di contrabbando più attive al mondo, rappresentando, secondo i dati dell’ONU, un movimento compreso tra 170 e 320 milioni di dollari nel 2022 nel mercato illecito delle armi, che rappresenta tra il 10% e il 20% del mercato legale.
In questo senso, ogni anno, più di 200.000 armi di ogni tipo entrano illegalmente nel Paese dagli Stati Uniti. E, di fatto, circa il 70% degli omicidi in Messico vengono commessi con armi da fuoco e la maggior parte di queste armi proviene da armerie statunitensi.
Il problema sta nell’incapacità di fermare questo flusso di armi e di impedirne la commercializzazione illegale nelle grandi città e nei centri rurali. Il legame tra narcotraffico e violenza nel Paese è e sarà una delle grandi sfide per la politica messicana.
Secondo il sito Statista, il Messico è classificato insieme al Brasile come la maggiore economia dell’America Latina e dei Caraibi, in base al prodotto interno lordo (PIL) registrato nel 2023.
In Brasile, la quantità di beni e servizi prodotti ha raggiunto un valore stimato di 2,08 trilioni di dollari USA, mentre il PIL del Messico ammontava a 1,66 trilioni di dollari.
In termini commerciali, il Messico ha fatto notizia nel mese di febbraio poiché è stata la prima volta in 20 anni che gli USA hanno acquistato più merci dal Messico che dalla Cina. Vale a dire che, nel 2023, il Messico è diventato il paese da cui gli USA hanno acquistato più beni e servizi, superando così la Cina.
Per quanto riguarda i legami del Messico con la Cina, la bilancia commerciale è stata negativa negli ultimi 30 anni, a causa di un basso livello di esportazioni di tipo primario e di un elevato livello di importazioni.
Tuttavia, le aziende cinesi con una presenza internazionale stabilite in Messico, si distinguono nei settori della logistica e distribuzione, delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari, automobilistico, elettronico, dei ricambi auto, delle forniture mediche e manifatturiero, solo per citarne alcuni.
In legame con entrambi i centri di potere (Cina e USA) che sono in contesa per le ricchezze mondiali, il Messico si configura come un attore centrale nella regione per garantire lo spiegamento e la potenza di fuoco economico dell’uno o dell’altro progetto in America Latina.
Il termometro elettorale in Messico
Il 2 giugno più di 99 milioni di messicani saranno chiamati a scegliere chi guiderà i destini della loro patria. A due mesi dalle elezioni, la stragrande maggioranza dei sondaggi dà per vincitrice Claudia Sheinbaum, con più di 20 punti di vantaggio.
La candidata dell’alleanza tra Morena, il Partito del Lavoro (PT) e il Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM) è laureata presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel campo dell’ingegneria e ha sviluppato la sua carriera lavorativa presso la Banca del Messico e il Banco Santander.
Sheinbaum è la rappresentante del 4T (Quarta Trasformazione del Messico), il progetto Lopezobradorista che ha fatto uscire dalla povertà più di 5 milioni di persone, ha promosso l’aumento del salario minimo e ha implementato una pensione universale che raggiunge 12 milioni di anziani, ha garantito una crescita economica del 3% nonostante la Pandemia e rimane stabile e solida rispetto sia al dollaro che al peso messicano.
Non è un dato di poco conto quando si tratta di profilarsi come il favorito dell’opinione pubblica.
La candidata di AMLO è diventata, nel 2018, la prima donna a essere eletta a capo del governo di Città del Messico, dove ha ridotto i crimini ad alto impatto del 60% e gli omicidi intenzionali del 50%. Sui suoi social si definisce “scientifica, umanista, con un profondo amore per il mio Paese e la mia gente”.
Attualmente, con il pieno appoggio di AMLO e anche dei sondaggi, la candidata propone come assi della campagna, tra le altre cose, la cura dell’acqua, il salvataggio del settore energetico del Messico, il federalismo, la continuità dei programmi per i piccoli produttori.
In opposizione alla candidata di Morena, si colloca al secondo posto nei sondaggi la candidata della coalizione Fuerza y Corazón por México, Xóchitl Gálvez Ruiz.
Questa coalizione è composta dai partiti conservatori Partido Acción Nacional (PAN) e il Partido Revolucionario Institucional (PRI) e dal Partido de la Revolución Democrática (PRD) per la Presidenza della Repubblica.
Questa candidata ha anche lei studiato ingegneria presso l’UNAM e ha sviluppato la sua carriera nel settore privato attraverso la sua impresa Consultoría High Tech Services. Nell’ambito della sua carriera politica, nel 2003 è stata nominata capo della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni e nel 2018 ha ottenuto un seggio al Senato del Messico per un periodo di 6 anni.
Xóchitl Gálvez Ruiz si definisce sui suoi social come mamma, ingegnere, tecnologa e imprenditrice e i suoi principali assi della campagna sono: “abbracciare i cittadini e non i criminali”, e la crescita e lo sviluppo delle infrastrutture, i trasporti pubblici, l’energia, la salute e l’acqua, tra le altre cose.
Con un considerevole distacco nei sondaggi, il terzo posto sarebbe occupato dal candidato alla presidenza Jorge Álvarez Máynez, capo del Movimiento Ciudadano (MC). Il candidato si caratterizza per aver fatto parte di almeno quattro partiti negli ultimi vent’anni. Nel 2010, mentre era deputato di Zacatecas, ha aderito al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e, tre anni dopo, è arrivato al Movimiento Ciudadano.
A due mesi dalle elezioni e con una forte tendenza nei sondaggi secondo cui colei che continuerà nella gestione del paese sarà la candidata di Morena, AMLO ha deciso di portare al Congresso e al dibattito pubblico 20 progetti di riforma della Costituzione tra i quali i punti più controversi sono: il riconoscimento delle comunità indigene come soggetti di diritti; il diritto alla pensione a partire dai 65 anni; garantire assistenza medica gratuita e completa, la proibizione del mais transgenico e del fracking, salario minimo per insegnanti, agenti di polizia, marinai, elezione cittadina dei magistrati e dei consiglieri degli organismi elettorali.
Il risultato elettorale rivelerà anche il percorso che prenderanno le relazioni internazionali con il paese vicino, gli Stati Uniti, e i suoi legami con il gigante cinese.
Allo stesso modo, sarà fondamentale anche il posto che occuperà il Messico nella formazione e nello sviluppo del blocco progressista in una regione latinoamericana che si trova in difficoltà a causa di governi conservatori con modelli securitari e che vanno a scapito dello Stato.
In un contesto con grandi probabilità per Claudia Sheinbaum, sarà un compito arduo affrontare questioni come la migrazione, la violenza e il narcotraffico senza trascurare la realtà economica della popolazione e gli accordi economici del Messico con il mondo.
Fonte
Nel mezzo di un clima politico rarefatto e in sintonia con la complessa realtà della regione, le messicane e i messicani decideranno quale progetto guiderà i destini non solo del gigante azteco, ma anche l’impatto che questo avrà sulla regione.
Il Paese latinoamericano attraversato da problematiche globali
Dal settembre 2023 al febbraio di quest’anno, secondo la società di consulenza Integralia, si sono verificati 182 episodi di violenza politica, associati a 238 vittime, che hanno coinvolto funzionari, ex funzionari, politici, ex politici, candidati a cariche elettive, familiari e vittime collaterali.
Regolare le questioni mediante atti di violenza, ripetuti nella regione, è un’esperienza quotidiana nella realtà messicana e in particolare per gli attori della sfera politica che si trovano in campagna elettorale per le elezioni del 2 giugno.
Al problema della violenza politica nel paese si aggiungono il narcotraffico e l’immigrazione, questioni che hanno segnato il polso dell’agenda nazionale e del governo di MORENA, che concluderà il suo sesto anno di mandato presidenziale.
Nel corso della sua amministrazione, il presidente AMLO ha cercato di attuare politiche migratorie più flessibili, a causa dell’aumento del passaggio via terra dal Centro America e dai Caraibi verso gli Stati Uniti (USA), creando spazi di dialogo e coordinamento.
Il 28 dicembre dello scorso anno, AMLO ha incontrato il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e hanno concordato di creare un gruppo di lavoro e riunioni periodiche su questa problematica.
Nella stessa linea, nel febbraio di quest’anno gli ha presentato un decalogo proponendo, tra gli altri punti, l’approvazione di un bilancio di venti miliardi di dollari all’anno per sostenere i paesi poveri dell’America Latina e dei Caraibi, la sospensione delle sanzioni contro il Venezuela, la rimozione del blocco contro Cuba e il mantenimento del programma di accoglienza dei migranti attraverso canali legali implementato dall’attuale governo degli Stati Uniti, ponendo particolare enfasi nell’esclusione di proposte legate alla costruzione di muri e alla chiusura delle frontiere, che hanno costituito un asse centrale durante il trumpismo.
Nella direzione opposta, pochi giorni fa, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha promulgato una legge che consente alla polizia di arrestare i migranti che attraversano illegalmente la frontiera degli Stati Uniti e dà ai giudici locali il potere di ordinare ai migranti di lasciare il paese vicino e di condannare a 20 anni di carcere le persone recidive.
Di fronte a queste proposte legislative del paese vicino, AMLO ha dichiarato, dalla sua posizione di rispetto nei confronti dei migranti, che: “si sta portando avanti una procedura negli Affari Esteri per impugnarle” e ha detto “saremo sempre contrari a queste misure” sottolineando la necessità di “dire ai nostri connazionali e ai nostri migranti che li difenderemo”.
Oltre ai conflitti con la migrazione, anche il narcotraffico è uno dei problemi del paese, come nel resto di molte nazioni dell’America Latina. In particolare, in questo territorio i problemi legati al narcotraffico risalgono agli anni ’60 con la comparsa di cartelli per lo spaccio di sostanze e la feroce lotta per il controllo del territorio.
Come accade in altri paesi della regione, questa piaga sociale non è isolata ma ha un impatto nel campo dell’istruzione, della povertà, della sicurezza e delle reti della criminalità organizzata contro i settori impoveriti e gli attori politici.
La violenza trascende tutti i colori politici e i vari livelli di governo, ma è maggiormente concentrata a livello locale. In questo senso, il Chiapas potrebbe essere considerato una delle zone del centro sud divenute territorio di sequestri ed estorsioni ai migranti, dove l’intensificarsi della violenza è una necessità dei gruppi per influenzare la politica locale e per rafforzare il controllo del territorio.
Gli atti di violenza legati al problema del narcotraffico generano una lacerazione del tessuto sociale e sono più evidenti nel settore della stampa, nelle donne dei quartieri e nella marginalità della società messicana.
Un esempio di ciò è che già nel 2021 sono state uccise 3.462 donne, una media di più di 10 donne al giorno, di cui 2.540 vittime di omicidio volontario e 922 di femminicidio.
Il paese azteco ha un confine condiviso di 3.141 chilometri che ha storicamente costituito una delle rotte di contrabbando più attive al mondo, rappresentando, secondo i dati dell’ONU, un movimento compreso tra 170 e 320 milioni di dollari nel 2022 nel mercato illecito delle armi, che rappresenta tra il 10% e il 20% del mercato legale.
In questo senso, ogni anno, più di 200.000 armi di ogni tipo entrano illegalmente nel Paese dagli Stati Uniti. E, di fatto, circa il 70% degli omicidi in Messico vengono commessi con armi da fuoco e la maggior parte di queste armi proviene da armerie statunitensi.
Il problema sta nell’incapacità di fermare questo flusso di armi e di impedirne la commercializzazione illegale nelle grandi città e nei centri rurali. Il legame tra narcotraffico e violenza nel Paese è e sarà una delle grandi sfide per la politica messicana.
Secondo il sito Statista, il Messico è classificato insieme al Brasile come la maggiore economia dell’America Latina e dei Caraibi, in base al prodotto interno lordo (PIL) registrato nel 2023.
In Brasile, la quantità di beni e servizi prodotti ha raggiunto un valore stimato di 2,08 trilioni di dollari USA, mentre il PIL del Messico ammontava a 1,66 trilioni di dollari.
In termini commerciali, il Messico ha fatto notizia nel mese di febbraio poiché è stata la prima volta in 20 anni che gli USA hanno acquistato più merci dal Messico che dalla Cina. Vale a dire che, nel 2023, il Messico è diventato il paese da cui gli USA hanno acquistato più beni e servizi, superando così la Cina.
Per quanto riguarda i legami del Messico con la Cina, la bilancia commerciale è stata negativa negli ultimi 30 anni, a causa di un basso livello di esportazioni di tipo primario e di un elevato livello di importazioni.
Tuttavia, le aziende cinesi con una presenza internazionale stabilite in Messico, si distinguono nei settori della logistica e distribuzione, delle telecomunicazioni, dei servizi finanziari, automobilistico, elettronico, dei ricambi auto, delle forniture mediche e manifatturiero, solo per citarne alcuni.
In legame con entrambi i centri di potere (Cina e USA) che sono in contesa per le ricchezze mondiali, il Messico si configura come un attore centrale nella regione per garantire lo spiegamento e la potenza di fuoco economico dell’uno o dell’altro progetto in America Latina.
Il termometro elettorale in Messico
Il 2 giugno più di 99 milioni di messicani saranno chiamati a scegliere chi guiderà i destini della loro patria. A due mesi dalle elezioni, la stragrande maggioranza dei sondaggi dà per vincitrice Claudia Sheinbaum, con più di 20 punti di vantaggio.
La candidata dell’alleanza tra Morena, il Partito del Lavoro (PT) e il Partito Verde Ecologista del Messico (PVEM) è laureata presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel campo dell’ingegneria e ha sviluppato la sua carriera lavorativa presso la Banca del Messico e il Banco Santander.
Sheinbaum è la rappresentante del 4T (Quarta Trasformazione del Messico), il progetto Lopezobradorista che ha fatto uscire dalla povertà più di 5 milioni di persone, ha promosso l’aumento del salario minimo e ha implementato una pensione universale che raggiunge 12 milioni di anziani, ha garantito una crescita economica del 3% nonostante la Pandemia e rimane stabile e solida rispetto sia al dollaro che al peso messicano.
Non è un dato di poco conto quando si tratta di profilarsi come il favorito dell’opinione pubblica.
La candidata di AMLO è diventata, nel 2018, la prima donna a essere eletta a capo del governo di Città del Messico, dove ha ridotto i crimini ad alto impatto del 60% e gli omicidi intenzionali del 50%. Sui suoi social si definisce “scientifica, umanista, con un profondo amore per il mio Paese e la mia gente”.
Attualmente, con il pieno appoggio di AMLO e anche dei sondaggi, la candidata propone come assi della campagna, tra le altre cose, la cura dell’acqua, il salvataggio del settore energetico del Messico, il federalismo, la continuità dei programmi per i piccoli produttori.
In opposizione alla candidata di Morena, si colloca al secondo posto nei sondaggi la candidata della coalizione Fuerza y Corazón por México, Xóchitl Gálvez Ruiz.
Questa coalizione è composta dai partiti conservatori Partido Acción Nacional (PAN) e il Partido Revolucionario Institucional (PRI) e dal Partido de la Revolución Democrática (PRD) per la Presidenza della Repubblica.
Questa candidata ha anche lei studiato ingegneria presso l’UNAM e ha sviluppato la sua carriera nel settore privato attraverso la sua impresa Consultoría High Tech Services. Nell’ambito della sua carriera politica, nel 2003 è stata nominata capo della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni e nel 2018 ha ottenuto un seggio al Senato del Messico per un periodo di 6 anni.
Xóchitl Gálvez Ruiz si definisce sui suoi social come mamma, ingegnere, tecnologa e imprenditrice e i suoi principali assi della campagna sono: “abbracciare i cittadini e non i criminali”, e la crescita e lo sviluppo delle infrastrutture, i trasporti pubblici, l’energia, la salute e l’acqua, tra le altre cose.
Con un considerevole distacco nei sondaggi, il terzo posto sarebbe occupato dal candidato alla presidenza Jorge Álvarez Máynez, capo del Movimiento Ciudadano (MC). Il candidato si caratterizza per aver fatto parte di almeno quattro partiti negli ultimi vent’anni. Nel 2010, mentre era deputato di Zacatecas, ha aderito al Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e, tre anni dopo, è arrivato al Movimiento Ciudadano.
A due mesi dalle elezioni e con una forte tendenza nei sondaggi secondo cui colei che continuerà nella gestione del paese sarà la candidata di Morena, AMLO ha deciso di portare al Congresso e al dibattito pubblico 20 progetti di riforma della Costituzione tra i quali i punti più controversi sono: il riconoscimento delle comunità indigene come soggetti di diritti; il diritto alla pensione a partire dai 65 anni; garantire assistenza medica gratuita e completa, la proibizione del mais transgenico e del fracking, salario minimo per insegnanti, agenti di polizia, marinai, elezione cittadina dei magistrati e dei consiglieri degli organismi elettorali.
Il risultato elettorale rivelerà anche il percorso che prenderanno le relazioni internazionali con il paese vicino, gli Stati Uniti, e i suoi legami con il gigante cinese.
Allo stesso modo, sarà fondamentale anche il posto che occuperà il Messico nella formazione e nello sviluppo del blocco progressista in una regione latinoamericana che si trova in difficoltà a causa di governi conservatori con modelli securitari e che vanno a scapito dello Stato.
In un contesto con grandi probabilità per Claudia Sheinbaum, sarà un compito arduo affrontare questioni come la migrazione, la violenza e il narcotraffico senza trascurare la realtà economica della popolazione e gli accordi economici del Messico con il mondo.
Fonte
14/11/2017
Le piste dei narcofascisti - Prima parte
In queste settimane, c’è una singolare – e tardiva – scoperta dei legami tra gli ambienti neofascisti e la malavita. La “capocciata” di Ostia e una serie di inchieste sulla pista dei “soldi neri”, hanno finalmente svelato una ragnatela di relazioni che si era invece consolidata da tempo.
In questi mesi, affrontando i fascisti in alcuni quartieri della periferia romana, li abbiamo spesso denunciati come “narcofascisti”. Una forzatura dovuta alla adrenalina dello scontro? No, questi sono i fatti che abbiamo ricostruito solo negli ultimi nove anni, quando – a seguito della guerra di mala scatenatasi a Roma nel 2011 con decine di morti ammazzati in tutta la città – per la prima volta abbiamo dedicato attenzione alla cronaca nera scoprendo quello che era ben visibile a tutti, occorreva solo mettere le notizie sparse in connessione tra loro. Non ci abbiamo scritto sopra un libro (ma un opuscolo disponibile in pdf), né un film, né una serie televisiva, ma abbiamo contribuito a ricostruire un mosaico che deve essere conosciuto e combattuto.
Buona lettura e tirate voi le vostre conclusioni.
A ottobre del 2008 i Carabinieri, arrestano Angelo Manfrin, attivo in una rete di spaccio che aveva basi a Rovigo, Ferrara e Modena, oltre che a Verona, Padova e Milano. Angelo Manfrin, 64 anni, è un notissimo neofascista dei Nar, condannato nell’aprile 1990 dalla Corte d’Assise d’Appello di Venezia per associazione per delinquere, in concorso anche con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Ora è risultato essere l’organizzatore di un vasto traffico di droga destinata ai mercati veneto, emiliano e lombardo, nonché di una capillare rete distributiva con basi in vari città. Manfrin si avvaleva soprattutto della complicità di un altro personaggio, Roberto Frigato, anch’egli noto esponente della destra, ex Ordine Nuovo, recentemente – sembra – legato alla Fiamma Tricolore.
A novembre del 2012, in una grossa operazione antidroga era finito in carcere Emanuele Macchi di Cellere, detto “Lele”, un altro fascista “pesante” ritenuto un “intellettuale di area”. Il pariolino Macchi Di Cellere, ex militante di Terza posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare (ennesimo tentativo di mettere in piedi un gruppo armato rosso-bruno) era stato arrestato a Genova dai carabinieri, al termine di una grossa operazione antidroga che ha portato al sequestro di 165 chili di cocaina arrivati da Santo Domingo. Di Cellere, nonostante fosse stato beccato con 160 chili di cocaina (fosse capitato a chiunque altro avrebbero buttato via la chiave della cella), era stato invece posto quasi subito agli arresti domiciliari a Ostia. Luogo da cui era evaso facilmente per essere però ribeccato di nuovo in Costa Azzurra nel settembre del 2014. Proprio a Ostia, tra l’altro, era arruolato nel clan Fasciani un altro fascista ex Nar, Alberto Picari, era stato arrestato nel 2009 con il resto della banda nell’operazione antidroga denominata Los Moros.
A maggio del 2013, a Milano, nella stessa macchina vengono fermati dalla polizia Domenico Bosa, conosciuto come Mimmo Hammer, noto esponente dei neofascisti milanesi, e Salvatore Geraci. Entrambi sono personaggi noti alle autorità investigative. Domenico Bosa è stato più volte fermato assieme a Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, due neofascisti milanesi coinvolti nel 2004 nell’assalto armato al centro sociale Conchetta. Salvatore Geraci, invece, viene segnalato dalla polizia giudiziaria per essere “un pluripregiudicato per rapina, sequestro di persona, armi e droga”. I due vengono fermati in macchina, identificati e lasciati ripartire. Ma l’identificazione è il filo conduttore di un’inchiesta, anzi due, che hanno avuto sviluppi recenti e significativi nella conferma delle connessioni tra fascisti, criminalità organizzata e traffico di droga. La prima inchiesta, condotta dal Gico della Guardia di Finanza, è stata, chiusa nel dicembre 2013, e certifica i rapporti tra Domenico Bosa (che però non è indagato nell’inchiesta) e il narcotrafficante montenegrino Milutin Todorovic. Quest’ultimo, a sua volta, è in contatto con la ‘ndrangheta del boss Pepè Flachi. La seconda inchiesta, chiusa invece il 24 marzo 2014, ha portato in carcere Dragomir Petrovic detto Draga, un malavitoso serbo già noto per la strage al ristorante La Strega di via Moncucco (1979).
A ottobre del 2014 era stato arrestato nei pressi di Guidonia un altro fascista, Franco Beccera, detto anche “Franco il Nero”, già conosciuto negli ambienti del traffico di sostanze stupefacenti ma anche in quelli degli ultras della Lazio e dei gruppi di estrema destra. Durante la perquisizione della sua abitazione, secondo alcune fonti locali, Beccera si sarebbe dimostrato subito collaborativo e non avrebbe esitato a consegnare agli agenti circa 20 grammi di cocaina contenuti all’interno di un guanto da motociclista. Nell’abitazione è stato sequestrato anche un bilancino di precisione usato per la pesatura delle dosi.
A gennaio 2015 sotto la sella del suo scooter, almeno secondo quanto riporta il Corriere della Sera, il caporione di “Roma ai Romani” ed ora in organico a Forza Nuova, Castellino, nascondeva un etto di cocaina (“per uso personale” ha dichiarato). Da una successiva perquisizione nella sua abitazione sono poi venute fuori 30 bombe carta. Il processo contro Castellino, è stato celebrato con rito abbreviato, ed ha riconosciuto – a discrezione del giudice – l’uso personale della droga, nonostante che il quantitativo – se è vero quanto riferiscono varie fonti – fosse tutt’altro che modico.
A febbraio 2015 la Guardia di Finanza di Olbia ha fermato un sessantenne scoprendo che aveva nell’auto un chilo di cocaina. Fatte le dovute identificazioni hanno verificato che si trattava di Mauro Addis, 61 anni, originario di Carbonia, ma da anni residente a Milano. Un altro nome pesante nel mosaico neofascista italiano ed una nuova conferma dei solidissimi legami tra fascisti e traffico di droga nel nostro paese. Addis è stato in carcere per omicidio durante la sua militanza nei Nar. Era stato condannato a 30 anni di carcere nei primi anni Ottanta e li stava scontando nel penitenziario milanese di Opera, quando – in regime di semilibertà – era stato nuovamente arrestato nel 1995. In quella occasione la polizia l’aveva bloccato su un’auto di cui aveva clonato la targa utilizzando quella che apparteneva a un magistrato milanese dell’antimafia. Secondo gli investigatori, stava preparando una attentato contro un altro magistrato milanese.
A Luglio 2017 “Se quelli sono i fascisti teniamoli alla larga, insieme a loro ci sono tutti i peggio spacciatori del quartiere”. Il commento è quello degli abitanti di Tor Bella Monaca il giorno in cui Forza Nuova tenta una incursione in via dell’Archeologia fronteggiata da un presidio popolare e antifascista. Ci sono ore di tensione e contrapposizione e ognuno aggrega i suoi. Insieme a Forza Nuova la gente verifica che ci sono gli spacciatori del quartiere e ne trae le dovute conclusioni.
E adesso un invito ai giornalisti di grido. Visto che ormai i fascisti sono di casa nei salotti televisivi o i giornalisti sono di casa nelle sedi fasciste, provate a fare qualche domanda su questi fatti. Al limite rimedierete una capocciata sul naso, a Fausto e Iaio e tanti altri compagni è andata molto peggio.
Fonte
In questi mesi, affrontando i fascisti in alcuni quartieri della periferia romana, li abbiamo spesso denunciati come “narcofascisti”. Una forzatura dovuta alla adrenalina dello scontro? No, questi sono i fatti che abbiamo ricostruito solo negli ultimi nove anni, quando – a seguito della guerra di mala scatenatasi a Roma nel 2011 con decine di morti ammazzati in tutta la città – per la prima volta abbiamo dedicato attenzione alla cronaca nera scoprendo quello che era ben visibile a tutti, occorreva solo mettere le notizie sparse in connessione tra loro. Non ci abbiamo scritto sopra un libro (ma un opuscolo disponibile in pdf), né un film, né una serie televisiva, ma abbiamo contribuito a ricostruire un mosaico che deve essere conosciuto e combattuto.
Buona lettura e tirate voi le vostre conclusioni.
A ottobre del 2008 i Carabinieri, arrestano Angelo Manfrin, attivo in una rete di spaccio che aveva basi a Rovigo, Ferrara e Modena, oltre che a Verona, Padova e Milano. Angelo Manfrin, 64 anni, è un notissimo neofascista dei Nar, condannato nell’aprile 1990 dalla Corte d’Assise d’Appello di Venezia per associazione per delinquere, in concorso anche con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Ora è risultato essere l’organizzatore di un vasto traffico di droga destinata ai mercati veneto, emiliano e lombardo, nonché di una capillare rete distributiva con basi in vari città. Manfrin si avvaleva soprattutto della complicità di un altro personaggio, Roberto Frigato, anch’egli noto esponente della destra, ex Ordine Nuovo, recentemente – sembra – legato alla Fiamma Tricolore.
A novembre del 2012, in una grossa operazione antidroga era finito in carcere Emanuele Macchi di Cellere, detto “Lele”, un altro fascista “pesante” ritenuto un “intellettuale di area”. Il pariolino Macchi Di Cellere, ex militante di Terza posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare (ennesimo tentativo di mettere in piedi un gruppo armato rosso-bruno) era stato arrestato a Genova dai carabinieri, al termine di una grossa operazione antidroga che ha portato al sequestro di 165 chili di cocaina arrivati da Santo Domingo. Di Cellere, nonostante fosse stato beccato con 160 chili di cocaina (fosse capitato a chiunque altro avrebbero buttato via la chiave della cella), era stato invece posto quasi subito agli arresti domiciliari a Ostia. Luogo da cui era evaso facilmente per essere però ribeccato di nuovo in Costa Azzurra nel settembre del 2014. Proprio a Ostia, tra l’altro, era arruolato nel clan Fasciani un altro fascista ex Nar, Alberto Picari, era stato arrestato nel 2009 con il resto della banda nell’operazione antidroga denominata Los Moros.
A maggio del 2013, a Milano, nella stessa macchina vengono fermati dalla polizia Domenico Bosa, conosciuto come Mimmo Hammer, noto esponente dei neofascisti milanesi, e Salvatore Geraci. Entrambi sono personaggi noti alle autorità investigative. Domenico Bosa è stato più volte fermato assieme a Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, due neofascisti milanesi coinvolti nel 2004 nell’assalto armato al centro sociale Conchetta. Salvatore Geraci, invece, viene segnalato dalla polizia giudiziaria per essere “un pluripregiudicato per rapina, sequestro di persona, armi e droga”. I due vengono fermati in macchina, identificati e lasciati ripartire. Ma l’identificazione è il filo conduttore di un’inchiesta, anzi due, che hanno avuto sviluppi recenti e significativi nella conferma delle connessioni tra fascisti, criminalità organizzata e traffico di droga. La prima inchiesta, condotta dal Gico della Guardia di Finanza, è stata, chiusa nel dicembre 2013, e certifica i rapporti tra Domenico Bosa (che però non è indagato nell’inchiesta) e il narcotrafficante montenegrino Milutin Todorovic. Quest’ultimo, a sua volta, è in contatto con la ‘ndrangheta del boss Pepè Flachi. La seconda inchiesta, chiusa invece il 24 marzo 2014, ha portato in carcere Dragomir Petrovic detto Draga, un malavitoso serbo già noto per la strage al ristorante La Strega di via Moncucco (1979).
A ottobre del 2014 era stato arrestato nei pressi di Guidonia un altro fascista, Franco Beccera, detto anche “Franco il Nero”, già conosciuto negli ambienti del traffico di sostanze stupefacenti ma anche in quelli degli ultras della Lazio e dei gruppi di estrema destra. Durante la perquisizione della sua abitazione, secondo alcune fonti locali, Beccera si sarebbe dimostrato subito collaborativo e non avrebbe esitato a consegnare agli agenti circa 20 grammi di cocaina contenuti all’interno di un guanto da motociclista. Nell’abitazione è stato sequestrato anche un bilancino di precisione usato per la pesatura delle dosi.
A gennaio 2015 sotto la sella del suo scooter, almeno secondo quanto riporta il Corriere della Sera, il caporione di “Roma ai Romani” ed ora in organico a Forza Nuova, Castellino, nascondeva un etto di cocaina (“per uso personale” ha dichiarato). Da una successiva perquisizione nella sua abitazione sono poi venute fuori 30 bombe carta. Il processo contro Castellino, è stato celebrato con rito abbreviato, ed ha riconosciuto – a discrezione del giudice – l’uso personale della droga, nonostante che il quantitativo – se è vero quanto riferiscono varie fonti – fosse tutt’altro che modico.
A febbraio 2015 la Guardia di Finanza di Olbia ha fermato un sessantenne scoprendo che aveva nell’auto un chilo di cocaina. Fatte le dovute identificazioni hanno verificato che si trattava di Mauro Addis, 61 anni, originario di Carbonia, ma da anni residente a Milano. Un altro nome pesante nel mosaico neofascista italiano ed una nuova conferma dei solidissimi legami tra fascisti e traffico di droga nel nostro paese. Addis è stato in carcere per omicidio durante la sua militanza nei Nar. Era stato condannato a 30 anni di carcere nei primi anni Ottanta e li stava scontando nel penitenziario milanese di Opera, quando – in regime di semilibertà – era stato nuovamente arrestato nel 1995. In quella occasione la polizia l’aveva bloccato su un’auto di cui aveva clonato la targa utilizzando quella che apparteneva a un magistrato milanese dell’antimafia. Secondo gli investigatori, stava preparando una attentato contro un altro magistrato milanese.
A Luglio 2017 “Se quelli sono i fascisti teniamoli alla larga, insieme a loro ci sono tutti i peggio spacciatori del quartiere”. Il commento è quello degli abitanti di Tor Bella Monaca il giorno in cui Forza Nuova tenta una incursione in via dell’Archeologia fronteggiata da un presidio popolare e antifascista. Ci sono ore di tensione e contrapposizione e ognuno aggrega i suoi. Insieme a Forza Nuova la gente verifica che ci sono gli spacciatori del quartiere e ne trae le dovute conclusioni.
E adesso un invito ai giornalisti di grido. Visto che ormai i fascisti sono di casa nei salotti televisivi o i giornalisti sono di casa nelle sedi fasciste, provate a fare qualche domanda su questi fatti. Al limite rimedierete una capocciata sul naso, a Fausto e Iaio e tanti altri compagni è andata molto peggio.
Fonte
26/09/2015
La guerra economica al Venezuela riabilita i paramilitari e arricchisce i narcotrafficanti colombiani
di Achille Lollo
L'intelligence di Caracas ha messo a nudo l'ultimo piano sovversivo della Cia sorto nel 2013: utilizzare i clan di narcotrafficanti con l'operazione "ganga".
Nei circoli politici della capitale colombiana, Bogotá, tutti sapevano che prima o poi le autorità di Caracas avrebbero scoperto la presenza dei paramilitari nelle strutture del mercato nero, rapidamente messe in piedi da alcuni clan del narcotraffico che operano nel sudest della Colombia. Però, non speravano che la “Intendência” dello Stato Maggiore dell’Esercito venezuelano, attraverso i differenti rami dell’intelligenza militare riuscisse a identificare in poco tempo la struttura ed i meccanismi delle principali operazioni di “esportazione fraudolenta e la rete del contrabbando”. Infatti, negli ultimi sei mesi, la cosiddetta “Guerra Economica” pianificata dalla CIA è riuscita a mettere in crisi i programmi economici del governo di Nicolas Maduro e l’immagine politica dello stesso chavismo.
I successi registrati dall’esercito bolivariano nel mese di agosto e nei primi quindici giorni di settembre sono innegabili: a causa dell’avidità dei narcotrafficanti e in funzione della stupidità dei paramilitari, gli uomini dell’intelligence di Caracas sono riusciti a mettere a nudo, uno dei migliori piani sovversivi elaborati dalla CIA contro il Venezuela. Tutto cominciò alla fine del 2013 quando i vari clan di narcotrafficanti si sono rapidamente riciclati per realizzare una “ganga”. Cioè, un affare facile dal punto di vista tecnico, senza alcun rischio di incorrere in grandi illegalità giuridiche, estremamente lucrativo e soprattutto pianificato dalla CIA e giustificato dalla DEA.
Il precedente dell'Angola
Per capire meglio come la “ganga“ ha messo piede in Venezuela è necessario fare un volo nel tempo e atterrare nell’Angola dell’MPLA di Agostinho Neto, quando, negli anni ottanta, gli sforzi del governo rivoluzionario angolano furono resi vani dalla guerra civile e dalla cosiddetta “Kandonga”. Una parola in lingua kimbundu, con la quale, all’epoca, i cosiddetti mercati liberi divennero in quasi tutte le città e cittadine dell’Angola, la struttura dinamica di un progetto sovversivo che muoveva nel suo insieme la corruzione, la speculazione, il contrabbando e la manipolazione politica. C’è da dire che l’idea di sabotare il sistema di distribuzione commerciale messo in piedi dal governo angolano, con base l’esperienza cubana, fu definita dall’ambasciatore degli Stati Uniti, in Portogallo, Frank Carlucci, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza. Infatti fino al 1977 le tecniche di sabotaggio economico messe a punto dalla CIA avevano dato infimi risultati.
Per questo, Carlucci e i suoi “boys” di Lisbona misero a punto un meccanismo di penetrazione capace di muoversi all’interno delle relazioni commerciali legali e illegali, attraverso legami familiari e personali, oltre a sfruttare pienamente gli errori e la lentezza della burocrazia del nuovo governo angolano, anche lui dipendente dalle esportazioni di petrolio e di diamanti.
Da ricordare che l’esperienza della “kandonga” angolana fu subito esportata in Mozambico e in Ghana, per sabotare i governi rivoluzionari di Samora Machel e di Jerry John Rawlings. Per questo, divenne una materia di studio a Langley, e successivamente codificata dalle eccellenze della CIA in specifici “storyboard”, elaborati per promuovere l’implementazione della “Guerra Economica” con l’obbiettivo di sovvertire qualsiasi governo rivoluzionario e anti-imperialisti del Terzo Mondo.
Da sottolineare che Frank Carlucci continuò a supervisionare l’evoluzione del processo sovversivo della Guerra Economica, che fu associata alla Guerra Psicologica, quando il “democratico” Jimmy Carter lo nominò prima Vicedirettore della CIA e poi vicesegretario della Difesa. In seguito fu il repubblicano Ronald Reagan che premiò il genio malvagio di Frank Carlucci con la nomina di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Fu in questo periodo che la CIA cominciò a sperimentare le nuove fasi della “Guerra Economica e Psicologica” in Nicaragua, per dissolvere il programma libertario del governo sandinista, che persino la socialdemocrazia svedese appoggiava.
Ganga, narcotrafficanti e paramilitari
Subito dopo la vittoria elettorale di Hugo Chávez, i leader dell’opposizione “esqualída” tentarono, inutilmente, la carta della guerra civile, visto che gli Stati Uniti, in quanto membri dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), sarebbero potuti intervenire per “…porre fine a una guerra civile e ristabilire la democrazia...”. In seguito realizzarono un colpo di stato che, dopo 24 ore, fu sommerso dalla mobilizzazione popolare e dalla coesione dell’Esercito nei confronti del presidente Hugo Chávez, democraticamente eletto. Per ultimo la CIA pianificò un progetto sovversivo sfruttando il rancore degli oligarchi della PDVSA che, con l’aiuto dei tecnici di un’impresa statunitense, anche questa legata alla CIA, sabotarono i terminali della centrale dei dati della PDVSA per realizzare “el paro”. Cioè la paralisi produttiva delle raffinerie, delle centrali di stoccaggio e dei terminali di distribuzione. Un sabotaggio tecnologico preparato con l’intento di provocare una ribellione popolare – rimasta senza gas e benzina per due settimane – per poi stimolare lo Stato Maggiore dell’Esercito ad intervenire e ristabilire l’ordine dopo aver destituito Chávez!
Dopo altri insuccessi sovversivi e continui litigi e divisioni all’interno dell’opposizione, le antenne della CIA di Caracas, dovettero rassegnarsi a scegliere il lento e il meno eroico cammino della “Guerra Economica”. Infatti, l’affermazione della democrazia partecipativa promossa dal governo rivoluzionario di Hugo Chavez aveva aperto le strade ad alcune grandi imprese brasiliane e argentine, che fecero affari d’oro con il Venezuela chavista, perché il governo bolivariano, oltre a sostituire gran parte delle importazioni statunitensi comprava il necessario nei paesi dell’America Latina. Al Brasile e all’Argentina, offriva una serie di benefici fiscali, opportunità di cogestione commerciale e di co-partecipazione finanziaria, affinché le imprese di questi paesi aprissero filiali, trasferendo tecnologia o associandosi a progetti industriali locali.
La scelta di Chávez per le imprese brasiliane e argentine è dipesa dal fatto che durante gli anni del cosiddetto “bipolarismo democratico” (Alianza Democratica/COPEI) l’industrializzazione fu molto trascurata, tanto che i bisogni alimentari per i “ceti abbienti” e più in generale i prodotti di consumo (mobili, elettrodomestici, medicine, abiti, le calzature etc.) erano garantiti esclusivamente dalle filiali delle imprese esportatrici americane di Miami. Tanto è vero che la VIASA (compagnia aerea venezuelana) durante molti anni ha effettuato uno speciale “ponte aereo Caracas-Miami-Caracas” con i giganteschi Jumbo, per permettere ai “Señores y Señoras de Caracas” di andare a fare lo shopping nella Lincolm Road o nella Española Way, per poi, prima di imbarcare, prendere l’aperitivo nei lussuosi caffè di Collins Avenue e Ocean Drive! Gli annali della cronaca nera ricordano che questo servizio aereo fu sospeso quando gli agenti della DEA scoprirono che la maggior parte dei benestanti turisti venezuelani, prima di spendere migliaia di dollari nelle boutique dei centri commerciali andavano a consegnare nella ricca periferia di Miami (Homestead e South Beach) false confezioni di dolci, con cui ingannavano facilmente gli agenti della dogana, visto che al posto dei dolci c’erano sacchetti con 50 o 100 grammi di pura cocaina colombiana!
Quindi, alla fine del 2013 fu fatto la prima “verificacion circunstancial” facendo sparire dai mercati “pubblici” di Caracas i pannolini per i neonati. Un bene di consumo, prodotto in Venezuela che fu comperato nella quasi totalità da pochi grossisti nazionali, che subito dopo la rispedivano nel nord del paese dove gli uomini del narcotraffico la stoccavano in appositi magazzini, aspettando il momento opportuno per esportarla al di là della frontiera in Colombia. Operazione che si realizzava nel momento in cui i gruppi paramilitari, con il complice silenzio degli ufficiali dell’esercito colombiano, occupavano i varchi di frontiera per proteggere l’entrata dei TIR e poi tutte le operazioni di stoccaggio in appositi magazzini improvvisati nelle foreste. C’è da dire che anche nei centri di controllo aereo della DEA vigeva il massimo riserbo sulle operazione della “ganga”.
Quindi dopo alcune settimane, gli stessi grossisti che avevano fraudato la merce emettevano una fattura di importazione per riacquistare “in dollari” la merce fraudata e stazionata in territorio colombiano. Il ciclo si concludeva con il ritorno della merce che, però era distribuita esclusivamente al settore privato che la rivendeva calcolandone il prezzo non con il cambio ufficiale Dollaro/Bolivar (1 x 6,5), ma con quello parallelo ammontante ad 1 x 400!!!
La Guerra psicologica e gli attacchi dei Guarimbas
Più sofisticata invece è la “Guerra Psicologica” che utilizza individui preparati politicamente per fare dei piccoli comizi, laddove alcune decine di lavoratori o popolari, durante ore e ore, fanno la fila davanti ai supermercati pubblici. Qui i commenti si trasformano in critiche e poi in proteste che attaccano duramente il governo al punto di invocare il colpo di stato. Inoltre, in questi frangenti c’è sempre qualcuno che riprende il tutto con uno smartphone, per poi spedire i video in questione nelle redazioni delle televisioni private che manipolano il tutto dicendo “…migliaia di lavoratori si sono riuniti per protestare contro il governo di Maduro, responsabile dell’attuale situazione di carestia, per questo i lavoratori appoggiano l’intervento delle Forze Armate per ritornare alla normalità!”
Tutti i giornali, le radio e, soprattutto le televisioni private appoggiano e prendono parte a questo “festival di manipolazioni”, che ha provocato una serie di problemi al governo Maduro, accusato, tra l’altro, di aver vinto le elezioni con un margine di soli 300.000 suffragi.
La campagna denigratoria nei confronti del governo e l’ossessione per il colpo di stato ha cercato di conquistare la simpatia delle popolazioni povere delle favelas, soprattutto quando gli effetti della Guerra Economica, hanno annullato il potere di acquisto degli stipendi e quando gli attentati e le sparatorie dei “Guarimbas” si sono moltiplicati anche nei quartieri popolari. In questo contesto i giornali e le televisioni private svolgono un ruolo rilevante per l’opposizione praticando una continua violenza virtuale e mediatica che riempie i reportage e gli editoriali di polemiche e di false rivelazioni sul governo di Nicolas Maduro. Invece quando gli attentati con bombe a orologeria o le sanguinarie cariche a “lupo selvaggio” dei Guarimbas mietono vittime innocenti si autocensurano!
C’è da dire che questi gruppi armati – in maggioranza formati da paramilitari colombiani – usano potenti motociclette, normalmente rubate per scorrazzare nelle strade fin tanto poter convergere in locali predefiniti, per poi sparare ai militanti del PSVU, del PCV o a semplici cittadini colpevoli di stare nel posto errato e nell’ora sbagliata! Negli ultimi otto mesi, i Guarimbas hanno ucciso 84 persone. Però, dopo l’arresto e la confessione di un membro importante dei Guarimbas, gli attacchi armati si sono momentaneamente ridotti!
Il prezzo del barile di petrolio
Una delle grandi battaglie politiche e istituzionali che Hugo Chavez ha portato avanti nei primi dieci anni di governo è stato il processo di depurazione nella statale energetica PDVSA, che fu radicalizzato dopo l’ennesimo insuccesso del “paro petrolifero” (paralisi della produzione petrolifera).
Dopo aver sconfitto gli oligarchi della PDVSA, la statale passò ad essere controllata direttamente dal governo bolivariano che, in questo modo ha potuto finanziare tutti i progetti sociali (Missiones), quelli per la costruzione del sistema educativo popolare, oltre a triplicare gli investimenti per il settore industriale pubblico.
Un processo che anche il governo russo ha implementato ampliando il raggio d’azione della statale energetica Gazprom. Per questo motivo le “eccellenze” della Casa Bianca, capirono che le sanzioni nei confronti dei direttori di Gazprom o della PDVSA, o degli uomini forti del governo russo o di quello venezuelano non avrebbero mai messo in difficoltà i progetti politici e economici dei rispettivi paesi. Per farlo era assolutamente necessario arrestare il fiume dei petrodollari coinvolgendo in questo progetto l’Arabia Saudita, principale esportatore mondiale di idrocarburi.
L’occasione si presentò nei primi mesi del 2014, quando gli USA annunziarono che nel 2018 centinaia di progetti di trivellazione con il fracking (frantumazione delle rocce con sostanze idrocarburiche) avrebbero permesso agli USA raggiungere l'autosufficienza energetica e poter di esportare in Europa gas e petrolio. Immediatamente, giornali e televisioni misero in moto differenti meccanismi informativi per manipolare l’opinione pubblica mondiale e, di conseguenza far scoppiare il prezzo del petrolio e del gas, con una riduzione di quasi il 60%. Nello stesso tempo le transnazionali energetiche statunitensi, europee e asiatiche creavano un cartello internazionale per non far cadere i prezzi dei prodotti petroliferi e petrochimici, guadagnando come mai era successo. Infatti, mentre il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, Ali al-Naimi e i suoi vassalli del Golfo (Oman, Yemen, Abu Dhabi, Emirati Uniti, Kuwait e Qatar), nella sede dell’OPEC, a Vienna, criticavano duramente il governo e le transnazionali energetiche statunitensi; i manager della statale saudita ARAMCO dichiaravano ai ‘brokers” di Wall Street che avrebbero alzato la produzione del 25%. Per questo motivo le Borse Valore di New York, Chicago, Londra, Parigi e Francoforte, subito svalorizzarono il prezzo del barile di petrolio che passava dalla storica esagerazione di 120 $ a barile dell’Arabian Light e del Lybian Light, al valore intermedio di 70 $, per poi cadere fino a 48 $.
Nonostante la rinuncia del Federal Reserve di finanziare gli altissimi costi di produzione per i progetti di trivellamento con il fracking e la chiusura negli Stati Uniti di quasi cento cantieri di prospezione, il prezzo del barile del petrolio ha continuato la sua solitaria discesa, anche perché la Casa Bianca aveva fatto sapere che con la firma da parte dell’Iran nei negoziati sulle centrali nucleari, gli Stati Uniti avrebbero ritirato le sanzioni sull’esportazione del petrolio e del gas.
Infatti nei negoziati intavolati con l’Iran per regolarizzare il funzionamento delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, il segretario di Stato, John Kerry, richiedeva al presidente dell’Iran, Hassan Rouhani l’immediata ripresa di tutti i centri di produzione petrolifera, provocando, in questo modo il definitivo ribasso del prezzo del barile di petrolio. Infatti con il massiccio ritorno delle esportazioni dell’Iran Light nel mercato OPEC, in quello On The Spot e soprattutto nei Future, si determinava la saturazione massima di questi tre mercati che operavano ulteriori a ribasso. Tanto che oggi nei contratti Futures il costo del barile di petrolio, Arabian Light, Lybian Light e Iran Light si aggira tra i 30 ed i 35 $.
Per la Russia, ma soprattutto per il governo di Nicolas Maduro, la repentina caduta del prezzo del petrolio è stato un autentico e imprevedibile “golpe”, che ha provocato la revisione di interi programmi di investimento. Un contesto che associato alla Guerra Economica sarebbe potuto diventare esplosivo se l’esercito venezuelano non avesse iniziato a recuperare il controllo sui varchi della frontiera occupati dagli uomini della “ganga”.
*Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista internazionale del giornale web “Correio da Cidadania”, Editor del programma TV “Quadrante Informativo”. Collabora con “Alba Informazione”, “L’Antidiplomatico” e la rivista “Nuestra America”.
Fonte
L'intelligence di Caracas ha messo a nudo l'ultimo piano sovversivo della Cia sorto nel 2013: utilizzare i clan di narcotrafficanti con l'operazione "ganga".
Nei circoli politici della capitale colombiana, Bogotá, tutti sapevano che prima o poi le autorità di Caracas avrebbero scoperto la presenza dei paramilitari nelle strutture del mercato nero, rapidamente messe in piedi da alcuni clan del narcotraffico che operano nel sudest della Colombia. Però, non speravano che la “Intendência” dello Stato Maggiore dell’Esercito venezuelano, attraverso i differenti rami dell’intelligenza militare riuscisse a identificare in poco tempo la struttura ed i meccanismi delle principali operazioni di “esportazione fraudolenta e la rete del contrabbando”. Infatti, negli ultimi sei mesi, la cosiddetta “Guerra Economica” pianificata dalla CIA è riuscita a mettere in crisi i programmi economici del governo di Nicolas Maduro e l’immagine politica dello stesso chavismo.
I successi registrati dall’esercito bolivariano nel mese di agosto e nei primi quindici giorni di settembre sono innegabili: a causa dell’avidità dei narcotrafficanti e in funzione della stupidità dei paramilitari, gli uomini dell’intelligence di Caracas sono riusciti a mettere a nudo, uno dei migliori piani sovversivi elaborati dalla CIA contro il Venezuela. Tutto cominciò alla fine del 2013 quando i vari clan di narcotrafficanti si sono rapidamente riciclati per realizzare una “ganga”. Cioè, un affare facile dal punto di vista tecnico, senza alcun rischio di incorrere in grandi illegalità giuridiche, estremamente lucrativo e soprattutto pianificato dalla CIA e giustificato dalla DEA.
Il precedente dell'Angola
Per capire meglio come la “ganga“ ha messo piede in Venezuela è necessario fare un volo nel tempo e atterrare nell’Angola dell’MPLA di Agostinho Neto, quando, negli anni ottanta, gli sforzi del governo rivoluzionario angolano furono resi vani dalla guerra civile e dalla cosiddetta “Kandonga”. Una parola in lingua kimbundu, con la quale, all’epoca, i cosiddetti mercati liberi divennero in quasi tutte le città e cittadine dell’Angola, la struttura dinamica di un progetto sovversivo che muoveva nel suo insieme la corruzione, la speculazione, il contrabbando e la manipolazione politica. C’è da dire che l’idea di sabotare il sistema di distribuzione commerciale messo in piedi dal governo angolano, con base l’esperienza cubana, fu definita dall’ambasciatore degli Stati Uniti, in Portogallo, Frank Carlucci, subito dopo la proclamazione dell’indipendenza. Infatti fino al 1977 le tecniche di sabotaggio economico messe a punto dalla CIA avevano dato infimi risultati.
Per questo, Carlucci e i suoi “boys” di Lisbona misero a punto un meccanismo di penetrazione capace di muoversi all’interno delle relazioni commerciali legali e illegali, attraverso legami familiari e personali, oltre a sfruttare pienamente gli errori e la lentezza della burocrazia del nuovo governo angolano, anche lui dipendente dalle esportazioni di petrolio e di diamanti.
Da ricordare che l’esperienza della “kandonga” angolana fu subito esportata in Mozambico e in Ghana, per sabotare i governi rivoluzionari di Samora Machel e di Jerry John Rawlings. Per questo, divenne una materia di studio a Langley, e successivamente codificata dalle eccellenze della CIA in specifici “storyboard”, elaborati per promuovere l’implementazione della “Guerra Economica” con l’obbiettivo di sovvertire qualsiasi governo rivoluzionario e anti-imperialisti del Terzo Mondo.
Da sottolineare che Frank Carlucci continuò a supervisionare l’evoluzione del processo sovversivo della Guerra Economica, che fu associata alla Guerra Psicologica, quando il “democratico” Jimmy Carter lo nominò prima Vicedirettore della CIA e poi vicesegretario della Difesa. In seguito fu il repubblicano Ronald Reagan che premiò il genio malvagio di Frank Carlucci con la nomina di Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Fu in questo periodo che la CIA cominciò a sperimentare le nuove fasi della “Guerra Economica e Psicologica” in Nicaragua, per dissolvere il programma libertario del governo sandinista, che persino la socialdemocrazia svedese appoggiava.
Ganga, narcotrafficanti e paramilitari
Subito dopo la vittoria elettorale di Hugo Chávez, i leader dell’opposizione “esqualída” tentarono, inutilmente, la carta della guerra civile, visto che gli Stati Uniti, in quanto membri dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), sarebbero potuti intervenire per “…porre fine a una guerra civile e ristabilire la democrazia...”. In seguito realizzarono un colpo di stato che, dopo 24 ore, fu sommerso dalla mobilizzazione popolare e dalla coesione dell’Esercito nei confronti del presidente Hugo Chávez, democraticamente eletto. Per ultimo la CIA pianificò un progetto sovversivo sfruttando il rancore degli oligarchi della PDVSA che, con l’aiuto dei tecnici di un’impresa statunitense, anche questa legata alla CIA, sabotarono i terminali della centrale dei dati della PDVSA per realizzare “el paro”. Cioè la paralisi produttiva delle raffinerie, delle centrali di stoccaggio e dei terminali di distribuzione. Un sabotaggio tecnologico preparato con l’intento di provocare una ribellione popolare – rimasta senza gas e benzina per due settimane – per poi stimolare lo Stato Maggiore dell’Esercito ad intervenire e ristabilire l’ordine dopo aver destituito Chávez!
Dopo altri insuccessi sovversivi e continui litigi e divisioni all’interno dell’opposizione, le antenne della CIA di Caracas, dovettero rassegnarsi a scegliere il lento e il meno eroico cammino della “Guerra Economica”. Infatti, l’affermazione della democrazia partecipativa promossa dal governo rivoluzionario di Hugo Chavez aveva aperto le strade ad alcune grandi imprese brasiliane e argentine, che fecero affari d’oro con il Venezuela chavista, perché il governo bolivariano, oltre a sostituire gran parte delle importazioni statunitensi comprava il necessario nei paesi dell’America Latina. Al Brasile e all’Argentina, offriva una serie di benefici fiscali, opportunità di cogestione commerciale e di co-partecipazione finanziaria, affinché le imprese di questi paesi aprissero filiali, trasferendo tecnologia o associandosi a progetti industriali locali.
La scelta di Chávez per le imprese brasiliane e argentine è dipesa dal fatto che durante gli anni del cosiddetto “bipolarismo democratico” (Alianza Democratica/COPEI) l’industrializzazione fu molto trascurata, tanto che i bisogni alimentari per i “ceti abbienti” e più in generale i prodotti di consumo (mobili, elettrodomestici, medicine, abiti, le calzature etc.) erano garantiti esclusivamente dalle filiali delle imprese esportatrici americane di Miami. Tanto è vero che la VIASA (compagnia aerea venezuelana) durante molti anni ha effettuato uno speciale “ponte aereo Caracas-Miami-Caracas” con i giganteschi Jumbo, per permettere ai “Señores y Señoras de Caracas” di andare a fare lo shopping nella Lincolm Road o nella Española Way, per poi, prima di imbarcare, prendere l’aperitivo nei lussuosi caffè di Collins Avenue e Ocean Drive! Gli annali della cronaca nera ricordano che questo servizio aereo fu sospeso quando gli agenti della DEA scoprirono che la maggior parte dei benestanti turisti venezuelani, prima di spendere migliaia di dollari nelle boutique dei centri commerciali andavano a consegnare nella ricca periferia di Miami (Homestead e South Beach) false confezioni di dolci, con cui ingannavano facilmente gli agenti della dogana, visto che al posto dei dolci c’erano sacchetti con 50 o 100 grammi di pura cocaina colombiana!
Quindi, alla fine del 2013 fu fatto la prima “verificacion circunstancial” facendo sparire dai mercati “pubblici” di Caracas i pannolini per i neonati. Un bene di consumo, prodotto in Venezuela che fu comperato nella quasi totalità da pochi grossisti nazionali, che subito dopo la rispedivano nel nord del paese dove gli uomini del narcotraffico la stoccavano in appositi magazzini, aspettando il momento opportuno per esportarla al di là della frontiera in Colombia. Operazione che si realizzava nel momento in cui i gruppi paramilitari, con il complice silenzio degli ufficiali dell’esercito colombiano, occupavano i varchi di frontiera per proteggere l’entrata dei TIR e poi tutte le operazioni di stoccaggio in appositi magazzini improvvisati nelle foreste. C’è da dire che anche nei centri di controllo aereo della DEA vigeva il massimo riserbo sulle operazione della “ganga”.
Quindi dopo alcune settimane, gli stessi grossisti che avevano fraudato la merce emettevano una fattura di importazione per riacquistare “in dollari” la merce fraudata e stazionata in territorio colombiano. Il ciclo si concludeva con il ritorno della merce che, però era distribuita esclusivamente al settore privato che la rivendeva calcolandone il prezzo non con il cambio ufficiale Dollaro/Bolivar (1 x 6,5), ma con quello parallelo ammontante ad 1 x 400!!!
La Guerra psicologica e gli attacchi dei Guarimbas
Più sofisticata invece è la “Guerra Psicologica” che utilizza individui preparati politicamente per fare dei piccoli comizi, laddove alcune decine di lavoratori o popolari, durante ore e ore, fanno la fila davanti ai supermercati pubblici. Qui i commenti si trasformano in critiche e poi in proteste che attaccano duramente il governo al punto di invocare il colpo di stato. Inoltre, in questi frangenti c’è sempre qualcuno che riprende il tutto con uno smartphone, per poi spedire i video in questione nelle redazioni delle televisioni private che manipolano il tutto dicendo “…migliaia di lavoratori si sono riuniti per protestare contro il governo di Maduro, responsabile dell’attuale situazione di carestia, per questo i lavoratori appoggiano l’intervento delle Forze Armate per ritornare alla normalità!”
Tutti i giornali, le radio e, soprattutto le televisioni private appoggiano e prendono parte a questo “festival di manipolazioni”, che ha provocato una serie di problemi al governo Maduro, accusato, tra l’altro, di aver vinto le elezioni con un margine di soli 300.000 suffragi.
La campagna denigratoria nei confronti del governo e l’ossessione per il colpo di stato ha cercato di conquistare la simpatia delle popolazioni povere delle favelas, soprattutto quando gli effetti della Guerra Economica, hanno annullato il potere di acquisto degli stipendi e quando gli attentati e le sparatorie dei “Guarimbas” si sono moltiplicati anche nei quartieri popolari. In questo contesto i giornali e le televisioni private svolgono un ruolo rilevante per l’opposizione praticando una continua violenza virtuale e mediatica che riempie i reportage e gli editoriali di polemiche e di false rivelazioni sul governo di Nicolas Maduro. Invece quando gli attentati con bombe a orologeria o le sanguinarie cariche a “lupo selvaggio” dei Guarimbas mietono vittime innocenti si autocensurano!
C’è da dire che questi gruppi armati – in maggioranza formati da paramilitari colombiani – usano potenti motociclette, normalmente rubate per scorrazzare nelle strade fin tanto poter convergere in locali predefiniti, per poi sparare ai militanti del PSVU, del PCV o a semplici cittadini colpevoli di stare nel posto errato e nell’ora sbagliata! Negli ultimi otto mesi, i Guarimbas hanno ucciso 84 persone. Però, dopo l’arresto e la confessione di un membro importante dei Guarimbas, gli attacchi armati si sono momentaneamente ridotti!
Il prezzo del barile di petrolio
Una delle grandi battaglie politiche e istituzionali che Hugo Chavez ha portato avanti nei primi dieci anni di governo è stato il processo di depurazione nella statale energetica PDVSA, che fu radicalizzato dopo l’ennesimo insuccesso del “paro petrolifero” (paralisi della produzione petrolifera).
Dopo aver sconfitto gli oligarchi della PDVSA, la statale passò ad essere controllata direttamente dal governo bolivariano che, in questo modo ha potuto finanziare tutti i progetti sociali (Missiones), quelli per la costruzione del sistema educativo popolare, oltre a triplicare gli investimenti per il settore industriale pubblico.
Un processo che anche il governo russo ha implementato ampliando il raggio d’azione della statale energetica Gazprom. Per questo motivo le “eccellenze” della Casa Bianca, capirono che le sanzioni nei confronti dei direttori di Gazprom o della PDVSA, o degli uomini forti del governo russo o di quello venezuelano non avrebbero mai messo in difficoltà i progetti politici e economici dei rispettivi paesi. Per farlo era assolutamente necessario arrestare il fiume dei petrodollari coinvolgendo in questo progetto l’Arabia Saudita, principale esportatore mondiale di idrocarburi.
L’occasione si presentò nei primi mesi del 2014, quando gli USA annunziarono che nel 2018 centinaia di progetti di trivellazione con il fracking (frantumazione delle rocce con sostanze idrocarburiche) avrebbero permesso agli USA raggiungere l'autosufficienza energetica e poter di esportare in Europa gas e petrolio. Immediatamente, giornali e televisioni misero in moto differenti meccanismi informativi per manipolare l’opinione pubblica mondiale e, di conseguenza far scoppiare il prezzo del petrolio e del gas, con una riduzione di quasi il 60%. Nello stesso tempo le transnazionali energetiche statunitensi, europee e asiatiche creavano un cartello internazionale per non far cadere i prezzi dei prodotti petroliferi e petrochimici, guadagnando come mai era successo. Infatti, mentre il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita, Ali al-Naimi e i suoi vassalli del Golfo (Oman, Yemen, Abu Dhabi, Emirati Uniti, Kuwait e Qatar), nella sede dell’OPEC, a Vienna, criticavano duramente il governo e le transnazionali energetiche statunitensi; i manager della statale saudita ARAMCO dichiaravano ai ‘brokers” di Wall Street che avrebbero alzato la produzione del 25%. Per questo motivo le Borse Valore di New York, Chicago, Londra, Parigi e Francoforte, subito svalorizzarono il prezzo del barile di petrolio che passava dalla storica esagerazione di 120 $ a barile dell’Arabian Light e del Lybian Light, al valore intermedio di 70 $, per poi cadere fino a 48 $.
Nonostante la rinuncia del Federal Reserve di finanziare gli altissimi costi di produzione per i progetti di trivellamento con il fracking e la chiusura negli Stati Uniti di quasi cento cantieri di prospezione, il prezzo del barile del petrolio ha continuato la sua solitaria discesa, anche perché la Casa Bianca aveva fatto sapere che con la firma da parte dell’Iran nei negoziati sulle centrali nucleari, gli Stati Uniti avrebbero ritirato le sanzioni sull’esportazione del petrolio e del gas.
Infatti nei negoziati intavolati con l’Iran per regolarizzare il funzionamento delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica, il segretario di Stato, John Kerry, richiedeva al presidente dell’Iran, Hassan Rouhani l’immediata ripresa di tutti i centri di produzione petrolifera, provocando, in questo modo il definitivo ribasso del prezzo del barile di petrolio. Infatti con il massiccio ritorno delle esportazioni dell’Iran Light nel mercato OPEC, in quello On The Spot e soprattutto nei Future, si determinava la saturazione massima di questi tre mercati che operavano ulteriori a ribasso. Tanto che oggi nei contratti Futures il costo del barile di petrolio, Arabian Light, Lybian Light e Iran Light si aggira tra i 30 ed i 35 $.
Per la Russia, ma soprattutto per il governo di Nicolas Maduro, la repentina caduta del prezzo del petrolio è stato un autentico e imprevedibile “golpe”, che ha provocato la revisione di interi programmi di investimento. Un contesto che associato alla Guerra Economica sarebbe potuto diventare esplosivo se l’esercito venezuelano non avesse iniziato a recuperare il controllo sui varchi della frontiera occupati dagli uomini della “ganga”.
*Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista internazionale del giornale web “Correio da Cidadania”, Editor del programma TV “Quadrante Informativo”. Collabora con “Alba Informazione”, “L’Antidiplomatico” e la rivista “Nuestra America”.
Fonte
Etichette:
Angola,
CIA,
Colombia,
Contrabbando,
Destabilizzazione,
Guerra economica,
Guerra psicologica,
Internazionale,
Mercato nero,
Narcos,
Narcotraffico,
Nicaragua,
Petrolio,
USA,
Venezuela
26/05/2015
Aveva accarezzato l'idea di una "discesa in campo", per dare al Pd un volto più anti-corruzione dopo la lunga - e inarrestabile, pare - sequenza di scandali che tormenta la macchinetta personale di Matteo Renzi. Snobbato da un De Luca qualsiasi, come un romposcatole qualsiasi, Saviano non ha trovato di meglio che rituffarsi nell'ordalia poliziottesca che costituisce il suo vero - e unico - habitat.
Ributtante post su facebook di Roberto Saviano, che si allinea al coro anti-bolivariano con le seguenti parole:
Ovviamente, la DEA è nota per l’utilizzo strumentale e falso delle accuse di narcotraffico, puntualmente cadute, indirizzate contro tutte le soggettività rivoluzionarie dell’America Latina, dal Presidente della Bolivia Morales ai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC-EP). Quindi si tratta dell’ennesimo capitolo dell’aggressione in atto da parte degli USA nei confronti del Venezuela, che ha avuto un’escalation a partire dal marzo scorso, quando Obama ha proclamato il paese caraibico “pericolo per la sicurezza nazionale del paese”.
Come si sa, le principali basi del narcotraffico, specie quello verso gli USA, sono i paesi allineati a Washington, ovvero Messico, Colombia e altri, nei quali vi è una nota commistione fra cartelli criminali, squadroni paramilitari di estrema destra che agiscono contro sindacalisti e movimenti sociali e personale politico subalterno all’imperialismo americano. Si veda, per ricordare, qui.
Ovviamente, di fronte a questa realtà, Saviano preferisce attaccare in maniera falsa il Venezuela, rafforzando la sua immagine di intellettuale di riferimento di regime all’epoca della Troika e Renzi, caratterizzandosi per il suo ipocrita liberalismo, la sua spocchia e la sua faccia super-esposta mediaticamente, oltre che per il nulla della sua produzione giornalistica. Come si vede anche in questo caso, non fa altro che riprendere le veline di regime e riproporle in maniera romanzata.
Ricordiamo anche le sue numerose uscite in cui pretende di dare lezioni su come si debba e non si debba protestare in piazza, ovviamente sempre dettate dall’attitudine ad apparire democratico e liberale, ma senza disturbare il manovratore. Si tratta della faccia perfetta da esporre nei media per mistificare l’ideologia dominante e la brutalità dell’epoca che viviamo, cercando di creare un bacino di consenso per il sistema, sempre più in affanno.
Fonte
*****
Ributtante post su facebook di Roberto Saviano, che si allinea al coro anti-bolivariano con le seguenti parole:
”Il Venezuela chavista crocevia di organizzazioni dei narcotrafficanti da cui partirebbe la cocaina che inonda il mercato USA ed Europeo. E nella cupola che governa lo spaccio ci sarebbero alti funzionari del governo.Segue un articolo sul suo sito in cui si riassume la vicenda che vede la DEA, l’agenzia anti-droga federale degli Stati Uniti, aver messo sotto indagine molti funzionari del Partito socialista Unito del Venezuela e delle forze armate, fra cui il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello.
Se fosse vera l'accusa, ciò dimostrerebbe solo una cosa: che la criminalità organizzata non solo arriva dappertutto ma che i governi e i regimi che millantano giustizia, solidarietà e fratellanza universale sono i più adatti a camuffare le alleanze con i narcos e il riciclaggio.
Ovviamente i difensori del regime venezuelano parlano di complotto imperialista, magari fosse cosi”.
Ovviamente, la DEA è nota per l’utilizzo strumentale e falso delle accuse di narcotraffico, puntualmente cadute, indirizzate contro tutte le soggettività rivoluzionarie dell’America Latina, dal Presidente della Bolivia Morales ai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC-EP). Quindi si tratta dell’ennesimo capitolo dell’aggressione in atto da parte degli USA nei confronti del Venezuela, che ha avuto un’escalation a partire dal marzo scorso, quando Obama ha proclamato il paese caraibico “pericolo per la sicurezza nazionale del paese”.
Come si sa, le principali basi del narcotraffico, specie quello verso gli USA, sono i paesi allineati a Washington, ovvero Messico, Colombia e altri, nei quali vi è una nota commistione fra cartelli criminali, squadroni paramilitari di estrema destra che agiscono contro sindacalisti e movimenti sociali e personale politico subalterno all’imperialismo americano. Si veda, per ricordare, qui.
Ovviamente, di fronte a questa realtà, Saviano preferisce attaccare in maniera falsa il Venezuela, rafforzando la sua immagine di intellettuale di riferimento di regime all’epoca della Troika e Renzi, caratterizzandosi per il suo ipocrita liberalismo, la sua spocchia e la sua faccia super-esposta mediaticamente, oltre che per il nulla della sua produzione giornalistica. Come si vede anche in questo caso, non fa altro che riprendere le veline di regime e riproporle in maniera romanzata.
Ricordiamo anche le sue numerose uscite in cui pretende di dare lezioni su come si debba e non si debba protestare in piazza, ovviamente sempre dettate dall’attitudine ad apparire democratico e liberale, ma senza disturbare il manovratore. Si tratta della faccia perfetta da esporre nei media per mistificare l’ideologia dominante e la brutalità dell’epoca che viviamo, cercando di creare un bacino di consenso per il sistema, sempre più in affanno.
Fonte
24/10/2014
Afghanistan talebano e l’oppio dei popoli.
Oltre 7 miliardi di dollari investiti in dodici anni non sono bastati agli Stati Uniti per sconfiggere il narcotraffico gestito dai talebani. Il traffico della droga resta fermo nelle mani dei talebani, pronti a riassumere il controllo del Paese non appena le truppe americane se ne saranno andate.
7,6 miliardi di dollari spesi negli ultimi dodici anni dagli Stati Uniti per combattere la produzione di oppio in Afghanistan non sono serviti a nulla e il narcotraffico fiorisce e si sviluppa. Lo dice un rapporto inviato il 21 ottobre a Washington dall’Ispettore speciale per la ricostruzione John Sopko. Secondo le sue stime, nel 2013 gli ettari di terreno utilizzati per la coltivazione di papavero da oppio in Afghanistan hanno raggiunto la quota record di 209mila, con un aumento sostanzioso rispetto ai 193mila del 2007. Nel 2014 sarà certo ancora peggio.
Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, l’oppio continua dunque a rappresentare il grande tesoro, l’elemento base dell’economia dell’Afghanistan, Paese in cui si concentra circa l’80% della produzione mondiale. Secondo le Nazioni Unite, il suo valore nel mercato del narcotraffico globale è aumentato del 50% dal 2012 a oggi. Un business molto redditizio, saldamente nelle mani delle milizie talebane, che ottengono da questa attività i fondi necessari per sostenere la loro struttura e lanciare nuove offensive contro il governo di Kabul.
“Con il deterioramento della sicurezza in molte aree rurali dell’Afghanistan - spiega l’ispettore John Sopko - è probabile che anche nel 2014 verranno riscontrati ulteriori aumenti della coltivazione”. La crescita è collegata direttamente anche all’arrivo dall’estero negli ultimi dieci anni di nuove tecnologie per sviluppare il settore agricolo. Strumenti che sono però stati utilizzati per coltivare papavero da oppio in aree prima desertiche ed espandere la sua produzione anche in province considerate vergini, come quella di Nangarhar nell’est del Paese.
Dopo tredici anni e dieci miliardi di dollari spesi in programmi di riqualificazione, Washington e la comunità internazionale non possono che guardare ai dati impietosi che già alla fine dello scorso anno indicavano l’Afghanistan come il primo produttore mondiale di papaveri da oppio, con una crescita netta rispetto al 2012. Un calo piuttosto drastico si era registrato solo nel 2010, dovuto alla siccità. Seguì poi una massiccia campagna di sradicamento nel 2011, con operazioni congiunte tra i militari ISAF e i soldati afghani. Campagna di immagine.
I programmi di riconversione dei terreni,con l’erogazione di sussidi per coltivazioni alternative, aveva dato inizialmente dei risultati eccellenti anche in aree difficili come le province di Kandahar e Helmand. Poi le priorità sono cambiate. Oggi Helmand è la regione afghana a più alta densità di coltivazioni di papaveri. Un tesoro che finisce nelle tasche dei talebani che arrivano a guadagnare il 30% di questo mercato. Via la Nato, resteranno i militari afghani facilmente corruttibili, non in grado di contrastare né i coltivatori né i narcotrafficanti.
Fonte
11/09/2014
Arrestato in Francia fascista “pesante” italiano. Era "evaso" dai domiciliari
E' stato beccato di nuovo Emanuele Macchi Di Cellere, un pesante neofascista romano. Macchi Di Cellere è stato arrestato dalla polizia italiana a Port Camargue, sobborgo della città di Montpellier. Macchi Di Cellere, pariolino, ritenuto un "intellettuale d'area" negli ambiti fascisti, è un noto militante dei movimenti neofascisti romani negli anni ’70 e ’80 ed è stato tra i più attivi del Movimento Rivoluzionario Popolare (una ennesima operazione “false flag” dei neofascisti per confondere le acque con iniziative rossobrune ). In carcere veniva definito come l'angelo custode di Pierluigi Concutelli, il fascista di Ordine Nuovo condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio.
A conferma dei legami tra neofascisti, criminalità organizzata e traffico di droga, Di Cellere, era stato arrestato il 3 marzo del 2012 a Genova Sestri Ponente con ben 160 chili di cocaina proveniente da Santo Domingo, ed era stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione. Nonostante i pesanti precedenti penali e il volume della partita di droga con cui era stato trovato, era stato messo agli arresti domiciliari in una abitazione di Ostia dalla quale era “evaso” poco tempo dopo. Un trattamento decisamente inusuale per un grosso trafficante di droga.
Su Emanuele Macchi Di Cellere vedi: Arrestato un fascista e trafficante di droga. Strano?
Fonte
A conferma dei legami tra neofascisti, criminalità organizzata e traffico di droga, Di Cellere, era stato arrestato il 3 marzo del 2012 a Genova Sestri Ponente con ben 160 chili di cocaina proveniente da Santo Domingo, ed era stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione. Nonostante i pesanti precedenti penali e il volume della partita di droga con cui era stato trovato, era stato messo agli arresti domiciliari in una abitazione di Ostia dalla quale era “evaso” poco tempo dopo. Un trattamento decisamente inusuale per un grosso trafficante di droga.
Su Emanuele Macchi Di Cellere vedi: Arrestato un fascista e trafficante di droga. Strano?
Fonte
14/08/2014
Colombia: presto liberi i capi degli squadroni della morte
Sono stati condannati e si sono dichiarati colpevoli di crimini atroci, ma torneranno presto in libertà: si tratta di molti ex capi degli ‘squadroni della morte’ paramilitari di ultradestra, utilizzati per decenni dal governo e dall'oligarchia di Bogotà contro la dissidenza politica, i sindacati e chiunque alzasse la testa contro la dittatura. Responsabili di migliaia di rapimenti, torture, omicidi politici.
Dopo soli otto anni di carcere, pena massima fissata dalla legislazione colombiana realizzata ad hoc per permettere il disarmo - leggasi riciclaggio - delle famigerate Autodifese unite della Colombia (Auc) fra il 2003 e il 2006, molti ex comandanti dei paramilitari colombiani di estrema destra nei prossimi giorni lasceranno le loro celle. Le milizie mercenarie, create negli anni ’80 dall'oligarchia (con il sostegno di Washington) per difendere gli interessi di latifondisti e imprenditori contro la guerriglia e i contadini, beneficeranno delle scadenze fissate dalla legge 975 del 2005, approvata durante il governo di Álvaro Uribe (2002-2010).
Fra quelli che lasceranno a breve il carcere figurano criminali del calibro di Freddy Rendón, ex capo del Bloque Élmer Cárdenas, attivo fra il 1995 e il 2006 nella regione nordoccidentale dell’Urabá (noroeste), e Ramón Isaza, già capo del Bloque Autodefensas Campesinas del Magdalena Medio, attivo dal 1992 al 2006. Solo al gruppo di Rendón, fratello di Daniel Rendón, alias ‘Don Mario’ – un narcotrafficante estradato negli Stati Uniti – si attribuiscono almeno 18 massacri di civili, con centinaia di morti in totale.
Degli oltre 32.000 paramilitari smobilitati grazie al cosiddetto "processo di pace" voluto dal governo dell'ultrà Uribe, comunque almeno 28.000 non sono finiti in prigione. Dei circa 4000 rimanenti, solo 1700 hanno accettato di confessare i propri crimini per beneficiare degli sconti di pena aderendo alla ‘Ley de Justicia y Paz’. La loro imminente liberazione, secondo la Commissione colombiana dei giuristi, è motivo di grande apprensione per molte delle loro vittime sopravvissute alle stragi.
La liberazione dei criminali avverrà proprio in concomitanza con la riapertura a Cuba dei colloqui di pace tra il governo e la guerriglia di sinistra delle Farc, dedicati questa volta alle vittime del conflitto. Una vera e propria provocazione.
Fonte
Dopo soli otto anni di carcere, pena massima fissata dalla legislazione colombiana realizzata ad hoc per permettere il disarmo - leggasi riciclaggio - delle famigerate Autodifese unite della Colombia (Auc) fra il 2003 e il 2006, molti ex comandanti dei paramilitari colombiani di estrema destra nei prossimi giorni lasceranno le loro celle. Le milizie mercenarie, create negli anni ’80 dall'oligarchia (con il sostegno di Washington) per difendere gli interessi di latifondisti e imprenditori contro la guerriglia e i contadini, beneficeranno delle scadenze fissate dalla legge 975 del 2005, approvata durante il governo di Álvaro Uribe (2002-2010).
Fra quelli che lasceranno a breve il carcere figurano criminali del calibro di Freddy Rendón, ex capo del Bloque Élmer Cárdenas, attivo fra il 1995 e il 2006 nella regione nordoccidentale dell’Urabá (noroeste), e Ramón Isaza, già capo del Bloque Autodefensas Campesinas del Magdalena Medio, attivo dal 1992 al 2006. Solo al gruppo di Rendón, fratello di Daniel Rendón, alias ‘Don Mario’ – un narcotrafficante estradato negli Stati Uniti – si attribuiscono almeno 18 massacri di civili, con centinaia di morti in totale.
Degli oltre 32.000 paramilitari smobilitati grazie al cosiddetto "processo di pace" voluto dal governo dell'ultrà Uribe, comunque almeno 28.000 non sono finiti in prigione. Dei circa 4000 rimanenti, solo 1700 hanno accettato di confessare i propri crimini per beneficiare degli sconti di pena aderendo alla ‘Ley de Justicia y Paz’. La loro imminente liberazione, secondo la Commissione colombiana dei giuristi, è motivo di grande apprensione per molte delle loro vittime sopravvissute alle stragi.
La liberazione dei criminali avverrà proprio in concomitanza con la riapertura a Cuba dei colloqui di pace tra il governo e la guerriglia di sinistra delle Farc, dedicati questa volta alle vittime del conflitto. Una vera e propria provocazione.
Fonte
15/01/2014
Messico: l’esercito contro le autodifese popolari, scontri e morti
Il presidente del Messico Enrique Peña Nieto affronta in queste ore la crisi più grave degli ultimi anni. Il conflitto tra le cosiddette ‘autodifese popolari’ dello Stato del Michoacàn, nel sudest del grande paese, e le bande di narcotrafficanti, si è convertito in una vera e propria guerra campale.
Domenica i gruppi di autodifesa sono entrati a Mugica, nome ufficiale della città che i più conoscono con nomignolo di Nueva Italia, scontrandosi prima con alcune bande di aderenti alle gang criminali e poi con alcuni agenti di polizia. E’ la prima volta che i gruppi armati formati dai cittadini in lotta col narcotraffico entrano in una città così grande – circa 35.000 abitanti – anche se dal febbraio del 2013, da quando cioè hanno fatto la loro prima apparizione, le Autodifese hanno preso il controllo di 11 municipi della regione della Tierra Caliente, quella dove si concentrano maggiormente la produzione e il traffico di droga – marijuana e metanfetamine soprattutto – nella parte occidentale del Michoacán.
A controllare realizzazione e smercio delle sostanze destinate per lo più al mercato statunitense è una specie di mafia a sfondo religioso e regionalista – i Cavalieri Templari – autrice di centinaia di rapimenti e omicidi. Solo nel Michoacàn, nel 2013 si sono contati 990 omicidi, la cifra più alta dal 1998. In tutto il Messico le morti violente sono state l’anno scorso 80 mila e ben 30 mila i desaparecidos. Rapine e stupri neanche si contano più.
Domenica i volontari della ‘polizia comunitaria’ autorganizzata sono entrati in pompa magna a Nueva Italia, a bordo di numerosi pick up e armati fino ai denti, con lo scopo dichiarato di espellere “Los Caballeros Templarios” e denunciando che la polizia locale è in combutta con i narcos ai quali concede totale impunità in cambio di mazzette. La prossima mossa delle milizie è prendere Apatzingán, città con 80.000 abitanti a soli 500 chilometri dalla capitale messicana, da dieci giorni assediata dalla guardia comunitaria. La violenza nella regione ha subito in questi ultimi anni una vera e propria escalation: giorni fa decine di incappucciati, legati ai narcos, hanno assaltato con bombe incendiarie il Municipio e la Biblioteca municipale ed hanno incendiato negozi di alimentari e auto in sosta. Quindi la popolazione aspetta con ansia l’arrivo di qualcuno in grado di ristabilire l’ordine. I negozi sono tutti chiusi da giorni e le strade deserte, e gli abitanti non possono neanche accedere ad internet visto che i cavi sono stati distrutti.
Ma il coordinamento tra i vari gruppi che formano le ‘autodifese’ non è proprio il massimo e comincia ad emergere una rivalità tra i diversi leader. Oltretutto, molti sindaci ed autorità locali, ammesso che non siano anche loro complici e sul libro paga dei narcos, temono l’arrivo delle milizie perché accrescono il rischio di scontri armati e ritorsioni da parte dei ‘Templari’ e di altre bande minori. Alcuni rappresentanti delle associazioni per i diritti umani denunciano il rischio che le ‘milizie’ possano acquisire troppo potere e trasformarsi in organizzazioni “insorgenti”. A differenza del confinante Stato del Guerrero, dove molte milizie popolari sono connotate politicamente a sinistra, nel Michoacan alcune di esse hanno assunto la forma di gruppi armati al servizio delle aspirazioni di ras locali.
Nei giorni scorsi i rappresentanti del governo federale messicano hanno ingiunto ai leader delle autodifese di consegnare le armi e porsi sotto il coordinamento delle forze di sicurezza. Ma la risposta da parte delle milizie è che non si scioglieranno finché l’esecutivo non decapiterà il cartello dei narcos contro cui sono state costrette a mobilitarsi ormai da quasi un anno. Mentre l’esercito messicano entrava in due municipi per disarmare i miliziani, il leader delle autodifese, Josè Manuel Mireles, in un’intervista al telegiornale più seguito ha chiesto ai suoi uomini di disarmare, salvo poi smentire se stesso poco dopo per mezzo di un altro intervento. Comunque i capi delle varie milizie avevano già fatto sapere che non avrebbero dato retta a quanto detto da Mireles, almeno non senza una qualche contropartita da parte di Peña Nieto.
Alla fine l’esecutivo ha ordinato l’uso della forza per disarmare i miliziani e ha mandato l’esercito in Michoacàn. Le truppe sono arrivate a Uruapan, la seconda città del Michoacan, a bordo di dieci aerei da trasporto Hercules, e negli scontri a fuoco con le autodifese sarebbero stati uccisi 4 civili.
“La sicurezza delle vostre comunità sarà a carico delle istituzioni” ha detto oggi il potente ministro dell’Interno federale, Miguel Ángel Osorio Chong, alle comunità del Michoacàn.
Fonte
Roba che manco nei film di Tarantino e Rodriguez...
Domenica i gruppi di autodifesa sono entrati a Mugica, nome ufficiale della città che i più conoscono con nomignolo di Nueva Italia, scontrandosi prima con alcune bande di aderenti alle gang criminali e poi con alcuni agenti di polizia. E’ la prima volta che i gruppi armati formati dai cittadini in lotta col narcotraffico entrano in una città così grande – circa 35.000 abitanti – anche se dal febbraio del 2013, da quando cioè hanno fatto la loro prima apparizione, le Autodifese hanno preso il controllo di 11 municipi della regione della Tierra Caliente, quella dove si concentrano maggiormente la produzione e il traffico di droga – marijuana e metanfetamine soprattutto – nella parte occidentale del Michoacán.
A controllare realizzazione e smercio delle sostanze destinate per lo più al mercato statunitense è una specie di mafia a sfondo religioso e regionalista – i Cavalieri Templari – autrice di centinaia di rapimenti e omicidi. Solo nel Michoacàn, nel 2013 si sono contati 990 omicidi, la cifra più alta dal 1998. In tutto il Messico le morti violente sono state l’anno scorso 80 mila e ben 30 mila i desaparecidos. Rapine e stupri neanche si contano più.
Domenica i volontari della ‘polizia comunitaria’ autorganizzata sono entrati in pompa magna a Nueva Italia, a bordo di numerosi pick up e armati fino ai denti, con lo scopo dichiarato di espellere “Los Caballeros Templarios” e denunciando che la polizia locale è in combutta con i narcos ai quali concede totale impunità in cambio di mazzette. La prossima mossa delle milizie è prendere Apatzingán, città con 80.000 abitanti a soli 500 chilometri dalla capitale messicana, da dieci giorni assediata dalla guardia comunitaria. La violenza nella regione ha subito in questi ultimi anni una vera e propria escalation: giorni fa decine di incappucciati, legati ai narcos, hanno assaltato con bombe incendiarie il Municipio e la Biblioteca municipale ed hanno incendiato negozi di alimentari e auto in sosta. Quindi la popolazione aspetta con ansia l’arrivo di qualcuno in grado di ristabilire l’ordine. I negozi sono tutti chiusi da giorni e le strade deserte, e gli abitanti non possono neanche accedere ad internet visto che i cavi sono stati distrutti.
Ma il coordinamento tra i vari gruppi che formano le ‘autodifese’ non è proprio il massimo e comincia ad emergere una rivalità tra i diversi leader. Oltretutto, molti sindaci ed autorità locali, ammesso che non siano anche loro complici e sul libro paga dei narcos, temono l’arrivo delle milizie perché accrescono il rischio di scontri armati e ritorsioni da parte dei ‘Templari’ e di altre bande minori. Alcuni rappresentanti delle associazioni per i diritti umani denunciano il rischio che le ‘milizie’ possano acquisire troppo potere e trasformarsi in organizzazioni “insorgenti”. A differenza del confinante Stato del Guerrero, dove molte milizie popolari sono connotate politicamente a sinistra, nel Michoacan alcune di esse hanno assunto la forma di gruppi armati al servizio delle aspirazioni di ras locali.
Nei giorni scorsi i rappresentanti del governo federale messicano hanno ingiunto ai leader delle autodifese di consegnare le armi e porsi sotto il coordinamento delle forze di sicurezza. Ma la risposta da parte delle milizie è che non si scioglieranno finché l’esecutivo non decapiterà il cartello dei narcos contro cui sono state costrette a mobilitarsi ormai da quasi un anno. Mentre l’esercito messicano entrava in due municipi per disarmare i miliziani, il leader delle autodifese, Josè Manuel Mireles, in un’intervista al telegiornale più seguito ha chiesto ai suoi uomini di disarmare, salvo poi smentire se stesso poco dopo per mezzo di un altro intervento. Comunque i capi delle varie milizie avevano già fatto sapere che non avrebbero dato retta a quanto detto da Mireles, almeno non senza una qualche contropartita da parte di Peña Nieto.
Alla fine l’esecutivo ha ordinato l’uso della forza per disarmare i miliziani e ha mandato l’esercito in Michoacàn. Le truppe sono arrivate a Uruapan, la seconda città del Michoacan, a bordo di dieci aerei da trasporto Hercules, e negli scontri a fuoco con le autodifese sarebbero stati uccisi 4 civili.
“La sicurezza delle vostre comunità sarà a carico delle istituzioni” ha detto oggi il potente ministro dell’Interno federale, Miguel Ángel Osorio Chong, alle comunità del Michoacàn.
Fonte
Roba che manco nei film di Tarantino e Rodriguez...
Iscriviti a:
Post (Atom)