Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Riciclaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Riciclaggio. Mostra tutti i post

04/04/2026

Italia - Una indagine scuote grandi aziende e militari, ma già non se ne parla più

C’è una indagine in corso della quale sui mass media sembra già essere scattato il silenziatore. Dopo la notizia girata con rilievo dieci giorni fa, sono ormai giorni che nessuno sembra avere interesse per novità o considerazioni in merito ad una inchiesta che pure si annuncia cicciosa e rognosa.

I fatti ci dicono che il 26 marzo scorso ci sono state delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza al Ministero della Difesa, a Rfi (Ferrovie), a Terna e al Polo Strategico Nazionale. Le perquisizioni sono avvenute nell’ambito di una indagine della Procura di Roma a seguito di quella sulla Sogei (ministero dell’Economia) in cui vengono ipotizzati i reati di corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio oltre alla turbativa d’asta e al traffico di influenze illecite.

Gli indagati risultano essere in totale 26. Nella nuova fase di indagine della Procura di Roma i nuovi indagati sono 15. Fra le persone perquisite ci sono anche generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori.

Il nuovo filone di inchiesta coinvolgerebbe anche un ufficiale della Marina già coinvolto nel filone principale dell’indagine che portò all’arresto, nell’ottobre del 2024, dell’ex direttore generale di Sogei Paolino Iorio.

Inevitabile rilevare come i piagnoni della destra abbiano già messo le mani avanti. Secondo il quotidiano storico della destra romana Il Tempo, queste indagini “arrivano all’indomani della vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere. Una coincidenza che non può passare inosservata”.

L’onorevole Giorgio Mulè di Forza Italia, sottosegretario alla Difesa nel governo Draghi fino al 2022 e attualmente vicepresidente della Camera, non risulta indagato ma il suo nome è venuto fuori il 26 marzo in un articolo de Il Domani. Prevedibile la reazione dell’onorevole il quale ha dichiarato che: “Ovviamente è del tutto casuale che ciò sia avvenuto subito dopo il referendum che mi ha visto fieramente opposto al capo di quella Procura protagonista dell’inchiesta”.

Ma sulle pagine de Il Tempo è possibile leggere anche una chiara excusatio non petita. “Perché proprio adesso?” – si chiede retoricamente il giornale – “L’emersione dell’inchiesta, che potrebbe coinvolgere anche esponenti politici della maggioranza di governo, avviene in un momento politicamente sensibile: subito dopo l’esito referendario sulla separazione”.

Ma se l’inchiesta avesse voluto influenzare il referendum sarebbe semmai venuta alla luce prima e non dopo. Il vittimismo aggressivo della destra sembra ormai aver perso ogni minimo raziocinio.

Il Ministero della Difesa in compenso ha assicurato pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti. “Eventuali responsabilità accertate – si legge in una nota della Difesa – saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria”.

L’ipotesi della Procura di Roma è che alcuni imprenditori abbiano manipolato le gare di appalto di alcuni importanti enti e aziende pubbliche, corrompendo funzionari e dirigenti al loro interno.

Tra queste aziende risultano esserci Terna, che è il gestore nazionale della rete elettrica, la RFI, che fa parte del gruppo Ferrovie dello Stato e gestisce la rete ferroviaria italiana, e il Polo Strategico Nazionale, una società pubblica che fornisce sistemi informatici in cloud alla pubblica amministrazione. Ma le perquisizioni sono avvenute anche al ministero della Difesa per via del presunto coinvolgimento di alcuni alti ufficiali.

Le indagini sono ancora in corso e riguardano soprattutto i rapporti tra due aziende: la Red Hat, che sviluppa software, e la Nsr, che li distribuisce sul mercato e li vende ad aziende ed enti pubblici.

Diversamente, all’interno del ministero della Difesa, l’indagine riguarda una gara d’appalto indetta da Teledife cioè l’ufficio che si occupa di progettare e gestire i sistemi informatici per le forze armate. L’ipotesi investigativa è che alcuni ufficiali abbiano favorito la Nsr rivelando in anticipo informazioni riservate e requisiti del bando per gli appalti. Secondo i magistrati sarebbero coinvolti alcuni funzionari di Teledife.

Sotto indagine è finito anche il Polo Strategico Nazionale dove, secondo gli investigatori, la direzione dell’organismo avrebbe fatto pressioni su ufficiali del ministero della Difesa per far inserire i prodotti informatici della Red Hat e altre forniture riconducibili alla Nsr all’interno dei servizi offerti dal Polo alla pubblica amministrazione.

Infine una parte dell’indagine si concentra anche sull’Aeronautica Militare dove un generale è accusato di corruzione, perché avrebbe rivelato a un imprenditore informazioni su un appalto relativo alla fornitura di sistemi meteorologici del valore di oltre 200 milioni di euro. In cambio, stando ai magistrati, avrebbe ottenuto dall’imprenditore, molto influente tra gli alti funzionari della Difesa, la promozione a generale.

Queste vero e proprio terremoto che, come abbiamo visto, è stato rapidamente silenziato sui mass media, pare essere lo sviluppo delle indagini nate da un’altra inchiesta: quella sulla Sogei, ovvero l’azienda che si occupa di gestire i servizi informatici di molti enti pubblici e che è controllata totalmente dal ministero dell’Economia. Nel 2024 il direttore generale della Sogei, Paolino Iorio, era stato arrestato insieme a un imprenditore dopo che i due erano stati colti in flagranza di reato mentre Iorio riceveva una tangente di circa 15mila euro. Iorio aveva poi patteggiato una pena a tre anni per corruzione.

Insomma l’indagine ha tutti i crismi per essere “cicciosa” ma stranamente è già uscita dall’attenzione dei mass media e non è ancora entrata in quella della politica.

Fonte

11/11/2025

USA - L’Fbi di nascosto contro i gruppi criminali israeliani

Israeli Based Organized Crime Syndicates

Documenti riservati dell’Fbi e atti processuali rivelano un’estesa rete di riciclaggio di denaro, frodi fiscali ai danni dei contribuenti e traffico di droga operata negli Stati Uniti da cittadini israeliani legati a potenti organizzazioni criminali israeliane. Nonostante le indagini siano in corso da anni, il Bureau ha sempre evitato di rendere pubbliche le risorse impiegate e i risultati ottenuti: in 25 anni i procedimenti giudiziari sono stati pochissimi e nessuna comunicazione ufficiale ha mai riconosciuto l’esistenza di queste mafie israeliane.

L’ombrello Usa su ogni cosa di Israele

Un ex agente federale, citato nell’articolo, spiega: «Quando il profilo del sospetto fa presumere un legame con apparati israeliani, a quel punto il fascicolo passa alla National Security Division». Un’altra fonte aggiunge: «Le incriminazioni restano casi individuali. Presentare un "sindacato criminale israeliano" non è mai stato popolare». La complessa e poco trasparente rete di rapporti Stati Uniti e Israele che si impone anche sulla lotta alle mafie e al cimine internazionale legati alla droga ed al riciclaggio, la sintesi di Roberto Vivaldelli su InsideOver

Le indagini nascoste dell’Fbi

Nel 2020 l’Fbi, nel rapporto trapelato con i ‘Blue Leaks’ (dati interni delle forze dell’ordine ottenuti dal collettivo di hacker Anonymous) e archiviato da DDoSecrets (Distributed Denial of Secrets, sito fondato per le fughe di notizie) ha inchiodato il clan IBOCS per aver rubato milioni di dollari al Paycheck Protection Program, il piano di aiuti anti-Covid. Attivo tra Nevada e Florida, il clan criminale israeliano, «dal 2015 falsifica bilanci e dichiarazioni dei redditi per nascondere il riciclaggio e pagare meno tasse e usa società fantasma e prestanome per incassare i prestiti federali in pochi clic». L’organizzazione criminale opera truffe anche grazie ai fondi per i disastri naturali, gestisce bische clandestine, estorce imprenditori, spaccia droga e ricicla denaro sporco in varie città americane, tra cui Las Vegas, Los Angeles, Miami e New York.

Qualche arresto, ma senza pubblicità

Un’organizzazione capace di trasformare i soldi pubblici in carburante per la propria guerra privata. Nel cuore di Manhattan, il tribunale federale del Southern District di New York ha recentemente condannato quello che viene definito il banchiere occulto dell’IBOCS, la Israeli-Based Organized Crime Syndicate già nota all’FBI per aver inondato gli Stati Uniti di ecstasy pura al 91%. Ecstasy non dalla Cina come sostenuto dal governo Trump. Tra il 2019 e il 2024, l’uomo ha riciclato 28 milioni di dollari attraverso società fantasma, criptovalute e conti alle Cayman, mentre i suoi ‘corrieri muli’ atterravano a JFK con valigie piene di pasticche arancioni. Oltre a pulire il denaro, l’uomo aveva le chiavi dei laboratori olandesi e i numeri dei buttafuori di Brooklyn: un filo diretto tra i rave di Tel Aviv e i club di Williamsburg, la nuova Brooklin di New York.

‘Moshe il religioso’ e la ‘famiglia Abergil’

Nel 2016, il boss del crimine organizzato Moshe Matsri, noto come «Moshe il Religioso» e luogotenente della potente famiglia Abergil, è stato condannato a 384 mesi (32 anni) di carcere federale dal giudice Terry J. Hatter Jr. al termine di un processo che ha smantellato una delle più sofisticate reti di traffico di cocaina e riciclaggio di denaro tra Israele, Stati Uniti, America Latina ed Europa. Nel 2022, Yitzhak Abergil, capo di uno dei sei maggiori cartelli israeliani e tra i 40 maggiori importatori di ecstasy negli Usa, è stato condannato a tre ergastoli consecutivi per il triplice omicidio di civili innescato da una bomba in Yehuda Ha-Levi Street nel 2003: un attacco fallito contro il rivale Ze’ev Rosenstein che costò la vita a tre innocenti. L’organizzazione di Abergil gestiva casinò, riciclaggio, estorsione e traffico di droga tra Gerusalemme e Los Angeles.

Anche il Likud di Netanyahu

I critici delle pratiche di informazione dell’FBI sostengono che la sensibilità politica americana ostacola la trasparenza riguardo alle attività criminali israeliane. Anche episodi passati, come il sospetto spionaggio legato ai dispositivi di sorveglianza israeliani nei pressi di Washington, DC, sono stati accolti con scarso dibattito pubblico o scarsa responsabilità.

L’evoluzione del panorama politico in Israele ha visto legami più stretti tra esponenti della criminalità organizzata e il partito al governo, il Likud, complicando ulteriormente la situazione. Di recente, è stato riferito che dieci funzionari del Likud hanno trascorso una festività ebraica con un mafioso condannato, a dimostrazione dell’intersezione di interessi tra politica e criminalità organizzata.

Fonte

14/06/2025

La statunitense che gestiva una laptop farm per i nordcoreani

Il 27 ottobre 2023 l’Fbi fa irruzione nella casa di una cinquantenne americana che vive a Phoenix, in Arizona, e ci trova 90 laptop connessi a internet. È l’inizio di una storia incredibile, ricostruita mese dopo mese dalle carte giudiziarie, e negli ultimi giorni da un reportage del Wall Street Journal che aggiunge molti dettagli proprio su di lei, Christine Chapman.

Chapman è una ex cameriera e massaggiatrice di una piccola città a nord di Minneapolis, che sulla soglia dei 50 anni aveva provato a riciclarsi come sviluppatrice web, partecipando a un corso di coding. Il piano però non funziona, tanto che nel gennaio 2021 in un video drammatico su TikTok la donna chiede aiuto per trovare un posto dove stare. “Vivo in una roulotte. Non ho l’acqua corrente, non ho un bagno funzionante. E ora non ho il riscaldamento. Sono davvero spaventata. Non so cosa fare”.

In verità, un lavoro nell’IT lo aveva appena trovato. A partire proprio da quei mesi, poco prima del video, Chapman aveva ricevuto una richiesta su LinkedIn di “essere il volto degli Stati Uniti” per un’azienda che procurava posti a lavoratori IT d’oltreoceano.

La strana richiesta aveva funzionato, almeno per lei. Dopo un po’ di tempo il suo coinvolgimento era cresciuto, tanto che nei suoi video su TikTok lo stato d’animo era mutato, e ora la donna parlava della sua intensa vita lavorativa e dei suoi molti clienti nel settore informatico. Quello che probabilmente non sapeva è che i suoi clienti erano hacker nordcoreani.

Certo, è difficile che non fosse consapevole di quello che stava facendo, stando agli atti. La sua casa era infatti diventata quella che l’Fbi chiama una “laptop farm”, dove lei raccoglieva e faceva funzionare decine e decine di computer che erano spediti da centinaia di aziende a quelli che ritenevano essere lavoratori tech americani da remoto, e che invece erano hacker nordcoreani che si collegavano ai suddetti laptop, intascavano per qualche tempo gli stipendi, e infiltravano le reti aziendali scaricando dati sensibili.

Nel gennaio 2023 dunque il vento è cambiato per Chapman. Grazie al lavoro di intermediazione per queste società d’oltreoceano (che include il furto di identità di americani e la falsificazione di documenti e di dichiarazioni al fisco), Chapman ha decisamente aumentato i suoi redditi e si è trasferita in una casa in Arizona con un giardino per i suoi tre chihuahua. Ogni tanto viaggia e va a qualche concerto.

Ma per l’Fbi Chapman era la collaboratrice in loco ( il “mulo”, diremmo, se fosse solo riciclaggio di denaro) di uno schema criminale più grande e ben strutturato, così composto:

– gruppi di cybercriminali nordcoreani rubano l’identità di cittadini statunitensi;

– fanno domanda per lavori a distanza negli Stati Uniti attraverso la trasmissione di informazioni false;

– fanno i colloqui a distanza utilizzando a volte l’intelligenza artificiale per mascherare volti e voci;

– ottengono, incredibilmente (e qui si aprirebbe una immensa parentesi su come sia stata possibile la loro assunzione, ma la riprendo alla fine), di piazzarsi in centinaia di aziende statunitensi, tra cui alcune che fanno parte di Fortune 500, cioè delle principali imprese Usa, in genere attraverso agenzie di staffing o altre organizzazioni di contracting;

– ricevono i computer portatili dalle aziende (che pensano di mandarli a casa del lavoratore invece arrivano tutti nel salotto di Chapman);

– accedono, proprio tramite i computer aziendali, cui sono collegati dalla Corea del Nord, ai sistemi interni delle società statunitensi; 

– sono pagati per il loro lavoro, almeno finché non vengono licenziati;

– e, quando riescono, scaricano informazioni riservate dai loro datori di lavoro.

Chapman non è un caso isolato o atipico. Per l’Fbi questo tipo di truffa coinvolgerebbe più in generale migliaia di lavoratori nordcoreani e porterebbe centinaia di milioni di dollari all’anno a Pyongyang.

In pratica, stretta dalle sanzioni internazionali, la Corea del Nord ha sviluppato vari modi creativi per raccogliere denaro. Oltre agli attacchi informatici alle società di criptovalute, ora hanno pensato bene di sfruttare le debolezze della gig economy, le lasche catene di fornitura del lavoro sempre più parcellizzato e spersonalizzato. E un esercito di lavoratori precari o disoccupati domestici alla disperata ricerca di un modo per sostentarsi.

“Quello che stiamo facendo non funziona e, se funziona, non è abbastanza veloce”, ha dichiarato a Wired Michael ‘Barni’ Barnhart, ricercatore informatico alla società DTEX che ha rilasciato un rapporto sulle attività informatiche nordcoreane, pubblicando più di 1000 indirizzi email che sostiene siano collegati all’attività dei lavoratori informatici di quel Paese. Si tratterebbe di team di hacker “statali” e lavoratori IT che operano da più organizzazioni militari e di intelligence. E che possono tenersi una quota dei guadagni (200 dollari su 5mila al mese, secondo Barnhart).

Il ruolo di Chapman non si limitava ad accogliere i laptop. Dei post-it sui computer sparsi per casa sua identificavano l’azienda e il lavoratore a cui dovevano appartenere. Inoltre i dispositivi non rimanevano sempre da lei. Ne ha spedito 49 all’estero, molti dei quali a Dandong, una città cinese al confine con la Corea del Nord.

A volte riceveva le buste paga a casa sua, le firmava e le depositava nella sua banca, per poi inoltrare i fondi a un altro conto dopo aver preso una parte, sempre stando agli atti.

Dopo la perquisizione e in attesa del giudizio (la sentenza è prevista per il 16 luglio) Chapman si è ritrovata di nuovo senza un soldo, e dall’agosto 2024 si è trasferita in un rifugio per senzatetto a Phoenix. A febbraio si è dichiarata colpevole di frode, furto d’identità e riciclaggio di denaro. Rischia un massimo di nove anni di carcere.

Fonte

26/09/2020

Riciclaggio, il business delle banche

Una clamorosa indagine di una testata on-line americana ha mostrato questa settimana quali e quanto profondi siano i legami tra le principali banche del pianeta, le istituzioni governative deputate al loro controllo e le attività finanziarie criminali condotte a livello internazionale. La ricerca pubblicata da BuzzFeed News documenta, anche se in minima parte, la totale inefficacia dei meccanismi creati per individuare e reprimere le rotte del riciclaggio di denaro, ma, ancor più, racconta di un sistema che finisce per favorire in modo deliberato queste stesse operazioni illegali, diventate ormai una parte fondamentale del business delle più importanti istituzioni finanziare del pianeta.

Il lavoro di BuzzFeed, in collaborazione con il Consorzio dei Giornalisti Investigativi, si basa su oltre 21 mila segnalazioni inviate tra il 1999 e il 2017 dalle banche all’ufficio del dipartimento del Tesoro americano incaricato di vigilare sulle reti del crimine finanziario (FinCEN). Queste segnalazioni sono chiamate ufficialmente “rapporti sulle attività sospette” (SARs) e vengono obbligatoriamente richieste alle istituzioni finanziarie che registrano operazioni potenzialmente criminali eseguite dai loro clienti. I SARs riguardano le transazioni in dollari americani ed è per questo che sono indirizzati al governo degli Stati Uniti.

Il dato più sconvolgente dell’indagine è la quantità di segnalazioni sospette e, perciò, di traffici illeciti di denaro che avvengono nei circuiti bancari internazionali, senza che vi siano in pratica interventi delle autorità governative e nella quasi totale impunità delle stesse banche. I dati raccolti e analizzati da BuzzFeed rappresentano appena lo 0,02% degli svariati milioni di SARs emessi dalle banche, ma valgano comunque una cifra pari a circa 2000 miliardi di dollari. Lo studio si estende a 170 paesi e coinvolge 90 istituzioni finanziarie.

Deutsche Bank è una delle più rappresentate, con 982 segnalazioni di attività sospette per un valore di 1.300 miliardi di dollari. I numeri sono elevatissimi anche per JPMorgan, New York Mellon, Standard Chartered, Barclays, HSBC, Bank of China, Bank of America, Wells Fargo e Citibank. Un singolo rapporto sottoposto da JPMorgan a FinCEN nell’agosto del 2014 elencava ad esempio più di 100 mila operazioni sospette, effettuate nell’arco di un decennio, per un totale movimentato di 355 miliardi di dollari dalla compagnia svizzera del settore del commercio di metalli preziosi MKS.

Altri casi testimoniano di come queste banche abbiano favorito il riciclaggio di somme enormi da parte di organizzazioni o governi che gli Stati Uniti e molti altri paesi considerano di natura terroristica o sono sottoposti a sanzioni, come, rispettivamente, i Talebani e la Corea del Nord. Notizie sporadiche sulla complicità delle banche in queste attività erano peraltro già apparse negli ultimi anni, come nel caso della britannica HSBC, che nel 2012 finì al centro di uno scandalo per avere permesso ai cartelli del narcotraffico colombiani e messicani di “ripulire” svariati miliardi di dollari.

Del caso HSBC si è occupato anche il rapporto di BuzzFeed, spiegando come il governo USA decise di sospendere per cinque anni l’incriminazione del colosso bancario in cambio del pagamento di una sanzione da 1,9 miliardi di dollari e della promessa di interrompere queste attività. In questo periodo di tempo, tuttavia, HSBC ha continuato a riciclare denaro derivante da attività criminali, ma nel dicembre del 2017 il dipartimento di Giustizia americano dichiarò che la banca aveva rispettato gli impegni e tutte le accuse vennero archiviate.

Ciò che emerge in maniera più evidente dalla recente indagine è appunto l’assenza di conseguenze per le banche che pure individuano movimenti di denaro sospetti e non prendono alcun provvedimento. Tutt’al più, come dimostra la vicenda HSBC, se viene dimostrata la volontà di occultare transazioni illegali, le cause si chiudono con il pagamento di multe che hanno un impatto irrisorio sulle banche coinvolte e che, incredibilmente, non comportano uno stop a queste stesse attività. Anzi, e il caso HSBC non è nemmeno lontanamente l’unico, le banche continuano a servire i loro clienti “sospetti” e a incassare lucrose commissioni.

L’intero sistema dei “rapporti sulle attività sospette” e la stessa creazione di un apposito ufficio presso il dipartimento del Tesoro USA, che sulle segnalazioni dovrebbe indagare, sembrano servire a liberare le banche da qualsiasi responsabilità. Come spiega BuzzFeed, “una volta che gli istituti finanziari hanno sottoposto una notifica [al FinCEN] perché hanno probabilmente facilitato un’operazione illegale”, queste ultime e i loro vertici sono di fatto “esonerate da qualsiasi procedura di incriminazione”. L’allerta emessa sulle transazioni sospette, in altre parole, “permette alle banche di ottenere il via libera per continuare a movimentare denaro [riciclato] e incassare commissioni”.

Non è dunque inesatto parlare di un sistema messo in piedi al preciso scopo di facilitare la circolazione di denaro proveniente da traffici criminali dietro la facciata della prevenzione e della repressione del riciclaggio. Sempre gli autori dell’indagine di BuzzFeed sottolineano infatti che “le leggi fatte per ostacolare i crimini finanziari hanno finito per consentire loro di dilagare”. Le collusioni delle banche con i soggetti che riciclano miliardi di dollari non avvengono in definitiva in un clima di clandestinità o malgrado l’opera di contrasto delle autorità governative, bensì al contrario con il sostanziale consenso di queste ultime.

La ragione di ciò è da ricondurre al fatto che le attività di riciclaggio legate a crimini di varia natura sono da tempo parte integrante del sistema finanziario e permettono alle banche di ottenere da esse quote di profitti fondamentali. Per comprendere la portata di questi movimenti di denaro è utile citare una stima fatta dalle Nazioni Unite, secondo la quale ogni anno sarebbero qualcosa come 2.400 miliardi i dollari riciclati attraverso il sistema bancario internazionale, vale a dire una cifra pari al 2,7% del PIL globale. Sempre secondo l’ONU, solo l’1% di questi traffici illegali viene intercettato dalle autorità.

È interessante notare, a proposito dell’inconsistenza dei provvedimenti del dipartimento del Tesoro americano, che il FinCEN non mette a disposizione del pubblico le segnalazioni ricevute sulle operazioni bancarie sospette, ma, pur facendo poco o nulla per contrastare la mole di denaro riciclato, è particolarmente zelante nel minacciare incriminazioni nei confronti di coloro che divulgano dati come quelli pubblicati da BuzzFeed. La recente fuga di notizie è stata infatti oggetto di una segnalazione da parte del Tesoro USA al dipartimento di Giustizia di Washington.

L’indifferenza di governi e organi di sorveglianza per le operazioni criminali avallate dalle banche è perfettamente coerente con l’atteggiamento tenuto verso l’industria finanziaria in questi anni. Basti pensare a come banche e top manager responsabili del tracollo finanziario del 2008 siano usciti indenni dal punto di vista penale, grazie alla protezione garantita dall’amministrazione Obama, nemmeno in grado di mettere un tetto a bonus e compensi dei dirigenti a capo delle banche beneficiarie del salvataggio pubblico.

D’altra parte, in un’audizione al Senato nel 2013, l’allora ministro della Giustizia, Eric Holder, aveva formulato la dottrina non ufficiale del “too big to fail”, escludendo cioè di fatto la possibilità di perseguire penalmente le grandi banche per il timore che il tentativo di far pagare loro le conseguenze delle attività criminali commesse possa mettere a rischio la stabilità del sistema economico dell’intero pianeta.

Fonte

16/09/2020

La centrale del riciclaggio? È la Gran Bretagna

Si è sempre un po’ in difficoltà quando bisogna illustrare il carattere criminale del capitalismo, e in special modo della sua sfera finanziaria. Le parole che viene da usare suonano infatti “scontate”, o “vecchie”, rimasugli di ideologie di altri tempi.

Il problema, purtroppo, è opposto: il capitalismo non è mai cambiato, nella sua sostanza criminale. Dunque si è quasi costretti a usare le stesse parole per descrivere gli identici meccanismi, appena riverniciati con una patina di “modernità”.

Viene dunque in soccorso questo articolo di George Monbiot, apprezzato analista di The Guardian, che elenca una serie di “stratagemmi legali” usati in Gran Bretagna e che ne fanno la principale lavanderia del capitale, comunque accumulato. Garantendo a chi lo porta la totale clandestinità.

Non c’è molta differenza con i meccanismi fantasiosi partoriti da una associazione mafiosa che governa un intero Paese. Solo che la Gran Bretagna, e soprattutto la venerata City – seconda o terza piazza finanziaria del pianeta – sono anche al centro dei flussi incontrollabili della finanza globale.

Muore qui ogni luogo comune sulla presunta – molto presunta – onorabilità british, quella per cui un dirigente aziendale o un politico preso con le mani nella marmellata, si dimette prima ancora che qualcuno glielo chieda.

Con grande sconcerto dello stesso Monbiot, che in quella cultura era nato e cresciuto, ora vige a Londra un regime comportamentale radicalmente diverso: qualsiasi merdata fai, aumenti la dose, arraffando più che puoi prima che la tua ora finisca, sotto la pressione di “concorrenti” peggiori di te.

La crisi sistemica è un gorgo che tutto inghiotte. La governance è possibile solo come violenza impunita nei confronti dei più deboli (siano i lavoratori del proprio Paese o intere nazioni), ma nulla e nessuno può “controllare” quel che avviene in aree del potere costitutivamente sottratte alla verifica pubblica. O addirittura “democratica”.

Una frase di Monbiot riassume forse meglio di tutto questa distorsione strutturale: “La City di Londra è un sorprendente esempio di come paradossalmente si possa sfruttare il concetto anglosassone di libertà di informazione per contribuire a creare una difesa, un cerchio per così dire ‘addizionale’, di estrema riservatezza.”

Non c’è bisogno di grandi spiegazioni. La proprietà dei media è di una serie di società, più o meno trasparenti. E il lavoro dei “professionisti dell’informazione” – senza che ci sia alcun articolo specifico nel “codice deontologico” – si svolge senza mai disturbare il manovratore. Tanto meno il proprietario.

Buona lettura.

***** 

Il Regno Unito è una della nazioni più corrotte del pianeta

Da “The Guardian” del 10/09/2020, George Monbiot

Le fortune economiche di una nazione si perpetuano attraverso la corruzione della propria classe politica; da qui alla possibilità che il processo della Brexit possa consolidare la reputazione di Londra come crocevia del riciclaggio di capitali il passo è breve.

Paura, vergogna, imbarazzo: questi freni, oramai non funzionano più. Il governo inglese ha scoperto che può fare lo spaccone, qualsiasi sia il tipo di scandalo in cui venga coinvolto. Nessun ministro ha il dovere di dimettersi, nessuno deve scusarsi, nessuno deve dare alcuna spiegazione.

Mentre cresce la rabbia popolare per la mole di contratti per le più svariate forniture, stipulati senza alcuna gara di appalto dal governo durante il periodo del covid-19 – contratti per svariati miliardi di sterline – quest’ultimo sembra preoccupato solo di trovare un modo per assegnarne ancora.

Non importa se la Deloitte – società privata di consulenze prima nel mondo in termini di ricavi e numero di professionisti – sia stata fortemente criticata per aver ideato, durante il periodo di emergenza da coronavirus, un sistema per la fornitura di dispositivi di protezione al NHS (il sistema sanitario nazionale inglese N.d.T.) assolutamente disastroso, né che i suoi vertici circolino fuori e dentro il governo.

Proprio in questi giorni gli è stata garantita una nuova considerevole commessa per un test sierologico che stabilisca quasi in tempo reale la positività dei soggetti, che verrà distribuito, sembra, all’intera popolazione.

Non importa se in questi contratti, come è stato riportato, alcune delle dotazioni erogate, ad esempio un camice, siano arrivate a costare ai contribuenti fino ad 800 sterline al pezzo.

Non importa se siano stati emessi contratti multimilionari a società cosiddette “dormienti” e assolutamente poco trasparenti.

Le assegnazioni di contratti di forniture a società sconosciute, senza darne avviso pubblico, senza alcuna trasparenza o gara di aggiudicazione sembra essere diventata la norma.

Quello che suona ancora più strano è che gran parte delle ditte che hanno beneficiato di questa estrema “generosità” sono strettamente collegate a figure apicali del governo di Sua Maestà Britannica.

Ogni settimana che passa Boris Johnson somiglia sempre di più a Giorgio I (Re d’Inghilterra dal 1714 al 1727), sotto il cui regno, attraverso la corruttela dei politici dell’epoca, vennero guadagnate enormi fortune, soprattutto grazie a contratti monopolistici per forniture di tipo militare.

Qualsiasi pretesa di onestà fiscale o di trasparente obbligo di rendicontazione è stata abbandonata. A chi importa quando ci sono ancora quattro anni di governo da sfruttare ed il supporto di una stampa prezzolata?

Il modo in cui il governo maneggia il denaro pubblico sembra un aperto invito alla corruzione. Anche se è difficile dimostrare la corruttela di queste persone, la cornice entro la quale viene dispensato tutto questo denaro invita sicuramente a questa percezione.

Quando si mettono in connessione le parole “corruzione” e “Regno Unito” i più tendono a rispondere con rabbia e shock. Si pensa che la corruzione sia qualcosa che risiede all’estero, e infatti se si dà una scorsa agli elenchi pubblicati da “Transparency International” o dal “Basel Institute” *, il Regno Unito sembra essere uno dei Paesi più puliti al mondo.

In realtà è falso, lo si deve solo ai criteri molto stringenti utilizzati deliberatamente dalle due organizzazioni.

Come sottolinea Jason Hickel (antropologo ed autore che ha fra l’altro insegnato alla London School of Economics) nel suo libro “The Divide”, l’ammontare del furto perpetrato da esponenti della finanza nei confronti delle nazioni più povere varia tra i 20 ed i 40 miliardi di dollari l’anno.

Sono un sacco di soldi, e danneggia fortemente il benessere e la democrazia di quei paesi.

Queste cifre vengono però oscurate se si pensa all’ammontare dei flussi illeciti di denaro organizzati da multinazionali o banche nei confronti delle nazioni più povere del pianeta; secondo il gruppo di ricerca Global Financial Integrity, si stima che più di mille miliardi di dollari l’anno defluiscano illegalmente da queste nazioni per mano degli stessi personaggi, attraverso un circuito che si serve di un mix di evasione fiscale e di trasferimenti illeciti di denaro fra corporations.

Questa banda di “prenditori” si affida alla riservatezza di regimi complici, che quasi sempre hanno poco o nulla a che fare con la democrazia, per trasferire e nascondere il denaro depredato.

Secondo l’indicatore dei paradisi fiscali maggiormente scelti dalle corporations, pubblicato da Tax Justice Network (un gruppo di pressione attivo nel combattere l’evasione e l’elusione fiscale), i tre Paesi che hanno maggiormente facilitato questi illeciti sono le Isole Vergini, le Bermuda e le Isole Cayman; tutti possedimenti britannici.

Jersey, una ex colonia, è solo settima nella lista. Tutti questi luoghi sono di fatto satelliti della City of London, storica capitale finanziaria del Regno Unito nonché sede della Borsa e delle banche.

Secondo la stessa associazione, la City trae vantaggio da “attività losche... ed allo stesso tempo è in grado di permettere al governo inglese di affrancarsi da eventuali scandali”.

La City di Londra è un sorprendente esempio di come paradossalmente si possa sfruttare il concetto anglosassone di libertà di informazione per contribuire a creare una difesa, un cerchio per così dire “addizionale”, di estrema riservatezza.

Il Regno Unito sembra essere la principale nazione nel mondo dedita al riciclaggio di capitali.

In un devastante articolo, Oliver Bullough (autorevole giornalista di The Guardian) ha svelato quanto sia diventato facile nascondere, in questo Paese, capitali guadagnati in modo illegale e con meccanismi fraudolenti semplicemente sfruttando i “buchi” delle leggi che regolano il mondo delle corporations: non c’è nessuno che controlli i dettagli di queste ultime quando vengono create ed inserite nei sistemi.

Letteralmente puoi chiamare la tua società Mickey Mouse, registrare l’indirizzo su Marte e cavartela così. Bollough ha scoperto nel sito di Companies House diversi titolari registrati con nomi quantomeno di “fantasia”. E così, sorprendentemente troviamo ”Xxx Stalin” o ”Mr Mmm Xxxx” o indirizzi del tipo “Mmmmmm, Mmm, MMM”.

Un’inchiesta ha determinato che circa 4.000 businessmen, secondo le informazioni inserite in rete, erano al di sotto dei due anni di età.

Creando false identità, questi personaggi titolari di compagnie britanniche sono in grado di partecipare a pieno titolo al “lavaggio”, per usare un’iperbole, a tutti gli effetti a “livello industriale”, di guadagni sporchi, senza alcun timore di essere rintracciati.

Anche quando il sistema britannico di registrazione delle corporations fu reso pubblico e ci si rese conto che era strumentale a qualcosa di losco e fu praticamente riconosciuto come sistema di riciclaggio di denaro sporco (accadde durante il ben noto “scandalo della Danske Bank”), il governo chiuse un occhio.

Un nuovo e destabilizzante libro del giornalista del Financial Times Tom Burgis, dal titolo Kleptopia, racconta di un flusso globale di denaro sporco e degli omicidi e dei rapimenti che si resero necessari per sostenerlo. Indagando con caparbietà trovò che il flusso di questo denaro – anche se si originava in Russia, Africa o Medio Oriente – passava comunque per Londra.

Ovviamente gli omicidi ed i rapimenti non succedevano qui: i nostri banchieri hanno fedine penali immacolate e le mani curate dalle migliori estetiste.

La NCA (acronimo di National Crime Agency, l’agenzia nazionale per il crimine) stima che il riciclaggio di denaro sporco costa circa 100 miliardi di sterline inglesi l’anno. Ma rende molto di più.

Un altro problema è che con il denaro approdano nel nostro Paese anche gli organizzatori di tutto questo, sfuggendo alle conseguenze dei loro crimini, accolti da un sistema cosiddetto di “golden visa”. Ossia visti “speciali” rilasciati con troppa disinvoltura a personaggi non proprio trasparenti; un sistema a cui si sta opponendo da tempo la UE.

Di fatto è un tappeto rosso steso a favore dei più ricchi.

Le definizioni mainstream del termine “corruzione” non sono aderenti a personaggi del genere. La corruzione infatti viene sempre associata alle persone semplici, modeste; altro dai cleptocrati stranieri che sono i clienti di rapinatori più potenti di stanza a Londra.

Il sistema corrotto che vige altrove è alla base del benessere di questo Paese. Quando si inizia a capire questo, l’affermazione dell’autore di Gomorra, Roberto Saviano, per cui “Il Regno Unito è la nazione più corrotta del pianeta”, comincia ad avere senso.

Queste “attività” perpetuano il concetto di spoliazione coloniale: un mezzo con il quale un ingente numero di ricchi viene espulso dai paesi più poveri per approdare nelle mani di un ristretto gruppo di super-ricchi.

Il benessere britannico, grande ma assolutamente iniquo, non paritario, è stato costruito proprio sul concetto di appropriazione coloniale: terra e lavoro rubati in Irlanda, America ed Africa. Esseri umani abusati attraverso la schiavitù, la gran parte in India.

Proprio come prendemmo le distanze dalle piantagioni di schiavi nei Caraibi, pensando in qualche modo che quella roba nulla aveva a che vedere con noi, così ora abbiamo il dovere di prendere le distanze dal crimine organizzato britannico, la maggior parte del quale opera ancora nella regione Caraibica.

Più si acquisisce conoscenza del problema più ci si rende conto di cosa si tratta: l’enorme rapina perpetrata è l’asse su cui ruota tutta la politica inglese.

Una Brexit senza accordo, l’opzione che sembra preferire Boris Johnson, verosimilmente cementerebbe il ruolo globale del Regno Unito nel panorama del crimine organizzato. Quando i deboli vincoli della UE saranno rimossi, con un governo che sembra completamente disinteressato a mostrarsi affidabile, il messaggio che il Regno Unito invierà al resto del pianeta sarà ancora più chiaro: per lavare il vostro denaro, venite da noi!

* organizzazioni internazionali non governative che si occupano della corruzione, non solo politica, ed il cui sforzo è dedicato alla prevenzione e alla lotta di quest’ultima e ad altri crimini finanziari.

Fonte

06/10/2019

Ucraina: la “democrazia miliardaria” della famiglia Biden



“La democrazia si difende difendendo la democrazia”, tuonano i democratici tutti d’un pezzo, sbigottiti all’idea che Donald Trump continui a “chiedere aiuti stranieri per infangare la famiglia del vicepresidente Biden” . Hanno scordato, gli integerrimi democratici, di quando Joe Biden, per coordinare meglio l’aggressione ucraina al Donbass, fatta in nome della “democrazia” targata Obama-Biden-Clinton, dichiarava tra il serio e il faceto di “incontrarsi con Petro Porošenko più spesso che con la propria moglie”, per i continui viaggi a Kiev, a curare gli affari di stato e di famiglia? Dunque, quale “democrazia si difende difendendola”? Quella del golpe nazista a Kiev, finanziato da Washington con 5 miliardi di $; degli antifascisti bruciati vivi alla casa dei Sindacati di Odessa; quella demo-repubblicana USA, che addestra e finanzia i battaglioni neonazisti ucraini, che fanno stragi in Donbass, o dei fascisti yankee che si addestrano in Ucraina tra i nazisti di “Azov”; quella del FMI che ha ridotto alla fame il popolo ucraino e lo lascia al freddo ogni inverno, che privatizza i terreni ucraini per svenderli ai monopoli energetici e agro-alimentari USA; quella dell’ex vice Presidente USA, che impone le dimissioni del Procuratore ucraino Viktor Šokhin, colpevole di indagare sulla Burisma Holding? Ma quando mai! La democrazia, la si difende salvaguardando il buon nome di un cristallino “democratico”, oltraggiato da un Trump che “non sta bene, non è lucido, non è in sé”.

Nell’ormai inflazionato colloquio telefonico del 25 luglio, Trump avrebbe così ricattato il presidente ucraino Vladimir Zelenskij: per non congelare i 391 milioni di $ di aiuti militari stanziati dal Congresso, gli avrebbe chiesto di far luce su “cosa sia successo in tutta questa situazione con l’Ucraina”, intendendo le voci sul ruolo di hacker ucraini nella campagna elettorale USA del 2016. Si sarebbe anche parlato di una possibile dichiarazione pubblica, in cui Zelenskij avrebbe dovuto annunciare l’avvio di indagini su Burisma. In effetti, per “infangare” la famiglia Biden, il lestofante ora di turno alla Casa Bianca, avrebbe anche potuto fare a meno di ricorrere a “paesi stranieri”: da almeno cinque-sei anni, le cronache politico-affaristiche di alcuni media riportano le vicissitudini in terra ucraina dei Biden, padre e figlio.

“Biden sa della corruzione in Ucraina non per sentito dire”, titolava la russa Vzgljad nel dicembre 2015, e citava il New York Times: “Joe Biden ha detto che Petro Porošenko è un membro della sua famiglia. Entrambi non nascondono i propri interessi personali in questa unione”. Nel momento in cui “il vicepresidente Joe Biden invita la leadership ucraina a compiere ogni sforzo per combattere la corruzione” continuava il NYT, “il rapporto di suo figlio Hunter Biden con una delle più grandi compagnie ucraine di gas, la Burisma Holdings, induce a dubitare della sincerità delle intenzioni di suo padre”. Anche Wall Street Journal calcava la mano sul fatto che Hunter Biden lavorasse “per un’azienda ucraina, diretta da un ex Ministro ucraino, Nikolaj Zločevskij, accusato di riciclaggio”.

Non erano ancora freddi i cadaveri di poliziotti e manifestanti contro cui avevano sparato i cecchini polacchi, lituani, georgiani pagati dall’ambasciata USA a Kiev, che già Hunter Biden e Devon Archer, nell’aprile 2014, entravano nel CdA della Burisma, all’epoca la più forte compagnia energetica privata ucraina: proprio nel momento in cui, secondo il NYT, era partita l’indagine sul riciclaggio. A marzo 2014, infatti, Zločevskij – finanziatore dei nazisti di “Azov” – aveva tentato di trasferire a Cipro 23 milioni di $ dal suo conto britannico presso la francese BNP Paribas. Ciò aveva sollevato sospetti di riciclaggio e Londra aveva congelato i suoi fondi. La portavoce di Joe Biden si era affrettata a dichiarare che gli affari di Hunter Biden non hanno nulla a che fare con la politica del padre per l’Ucraina.

Ora, lo storico americano Eric Suess scrive su Global Research che, per comprendere il perché Zelenskij sia riluttante a render pubblico tutto il lerciume su Joe Biden, bisogna sapere che il boss e benefattore di Hunter Biden alla Burisma è stato, almeno in parte, anche boss e benefattore di Zelenskij stesso. Vale a dire: l’ex governatore della regione di Dnepropetrovsk, concorrente in affari di Petro Porošenko: l’oligarca Igor Kolomojskij, il cui impero finanziario si estendeva a nord del bacino del Dnepr-Donets – la principale regione estrattiva ucraina che, secondo la US Energy Information Agency, racchiuderebbe 42 trilioni di m3 di gas di scisto – in cui Burisma detiene i diritti di perforazione.

Suess si rifà ad altre fonti e dice: “nel maggio 2014, con il titolo “Hunter Biden dovrebbe dichiarare a chi appartenga davvero il suo nuovo datore di lavoro ucraino, la Burisma Holdings”, Richard Smith aveva scritto che Hunter era diventato “membro del CdA” e che la “compagnia energetica ucraina ha acquisito un consigliere nella persona del figlio del vice-presidente e amico stretto del Segretario di stato”. A sua volta, Smith riportava quanto scoperto da un giornalista ucraino nel 2012. “Burisma ha cambiato proprietà nel 2011: al posto di Zločevskij e Lisin, la società è stata incorporata nella società offshore cipriota Brociti Investments Ltd. Pari e Esko-Pivnich. Una terza compagnia li stava già aspettando nello stesso edificio, la Ukrnaftoburinnja”, fondata da Zločevskij, ma passata poi al Privat Group di Igor Kolomojskij”.

Ancora Suess citaThe Washington Examiner, secondo cui, nel 2015 Burisma avrebbe pagato oltre 3 milioni di $ a Biden e Archer, successivamente però rimossi dal CdA e sostituiti da un consiglio di quattro elementi che, già dal 2013 includeva Alan Apter, della Sullivan & Cromwell, Merrill Lynch, Morgan Stanley and Renaissance Capital. Gli altri tre erano: Alexander Kwasniewski (Presidente polacco dal 1995 al 2005), membro del Consiglio Atlantico e del Bilderberg Club; Joseph Cofer Black, ex direttore del Centro antiterrorismo della CIA (1999-2002), poi vice-presidente del Blackwater Worldwide (ora Blackwater/Academi, di proprietà di Erik Prince, fratello di Betsy Prince, moglie di Dick DeVos, dell’impero Amway, Ministro della Pubblica Istruzione con Trump.

Il quarto membro è Karina Zločevskaja, figlia di Nikolaj Zločevskij, che sembra così rimanere socio di minoranza dell’azienda.

Dunque, evidenzia Suess, a controllare Burisma è Zločevskij o Kolomojskij? Obama ha sempre accusato Zločevskij di corruzione, ma lui aveva venduto Burisma a Kolomojskij ancor prima che Obama prendesse il controllo dell’Ucraina.

Ora, si sa che Viktor Šokhin – divenuto Procuratore generale nel 2015, ereditando le indagini su Burisma già avviate dalla Procura nel 2012 – nel marzo 2016 era stato rimosso con l’intervento dell’ex ambasciatore Geoffrey Pyatt, proprio su pressione di Joe Biden, per le sue indagini su Burisma. Proprio l’amministrazione Obama, sottolinea Suess, “aveva insistito a che il governo ucraino perseguisse Zločevskij, che però non era il boss di Hunter Biden, non controllava Burisma e non era collegato al governo ucraino, installato da Obama nel 2014”.

A proposito di Cofer Black e Blackwater/Academi, Suess ricorda come proprio Obama avesse ingaggiato la compagnia mercenaria per tenere sotto controllo il bacino Dnepr-Donets, per proteggere le perforazioni di Burisma. Secondo Zero Hedge, addirittura, mentre alcuni reparti ucraini proseguivano incursioni e bombardamenti contro città e villaggi del Donbass, altri erano impegnati nell’installazione delle attrezzature estrattive di Burisma nell’area di Slavjansk. “Il motivo della guerra?”, chiede retoricamente la pubblicazione: “si prevedeva che in tempo di pace il processo estrattivo avrebbe richiesto molti anni, durante i quali l’Europa sarebbe finita sotto la dittatura energetica di Putin. Ma, con la guerra, il processo, che a causa delle solite proteste contro il fracking, dura solitamente una decina d’anni, se non di più, può essere completato in pochi mesi!”. Anche se poi si è scoperto che non solo l’operazione Kolomojskij-Shell nel bacino del Dnepr, ma anche quella del governo ucraino con Chevron nel giacimento di Oleska erano economicamente ingiustificate.

Ora, tra i principali detentori del debito ucraino si possono contare Russia, FMI, American Franklin Templeton Fund, Blackstone Group, Banca mondiale, oltre a un gruppo di miliardari detentori di Eurobond, rappresentati dallo studio legale Weil Gotshal & Manges. Inoltre, anche governo USA e paesi UE sono indirettamente azionisti, attraverso le loro quote in FMI e Banca mondiale. Kolomojskij aveva derubato l’Ucraina a spese di tutti loro, i quali a loro volta fecero pressione su Porošenko perché lo destituisse da governatore. Oggi, conclude Suess, Zelenskij ha definito pubblicamente Kolomojskij come “il mio socio in affari”, ma deve anche poter contare sul sostegno americano per non crollare; probabilmente teme che, se “esaudisce la richiesta di Trump, il suo patron principale, Kolomojskij, possa finire in galera. Ma, da parte sua, Trump teme che se mette sotto pressione Zelenskij, allora l’intero “deep state”, non solo i miliardari del Partito democratico, ma anche i repubblicani, gli si rivolgano contro.

Un bel dilemma. Mica come la quisquilia su “come si difende la democrazia”! E, soprattutto: quale democrazia, repubblicana o democratica che sia; democrazia per chi; per quale classe; e chi deve esser chiamato a difenderla.


Fonte

23/01/2019

La Germania dei maestri somari: sotto indagine Deutsche Bank

Mentre firmano il trattato di Aquisgrana per tentare di ricostituire un “motore europeo” decisamente imballato; mentre continuano a dar lezioni a destra e manca su come si gestiscono “ordinatamente” l’accumulazione capitalistica e i conti pubblici... la principale banca tedesca finisce sotto inchiesta.

Non di Bruxelles e tantomeno della Bce (che pure qualche “vigilanza” istituzionalmente, dovrebbe esercitarla), ma della Federal Reserve statunitense.

La Fed sta infatti esaminando le modalità con cui il colosso bancario tedesco ha gestito alcuni miliardi di dollari in transazioni sospette da Danske Bank, il maggiore istituto della Danimarca. Com’è noto – fuori d’Italia, perché qui si preferisce fare gli “allievi diligenti” di Berlino, in molte redazioni – questo caso riguarda il maggiore scandalo europeo sul riciclaggio di denaro dalla Russia.

Il colpo americano arriva mentre DB è impegnata nella complicata chiusura del bilancio 2018 (mica è uno Stato membro della Ue, se la può prendere con calma...) e, contemporaneamente, nella progettata fusione con l’altra “grande malata” della finanza germanica, Commerzbank. Un’operazione che persino la Bce non vede di buon occhio ma, come si dice, “chissenefrega, siamo tedeschi e non obbediamo neanche alle regole che abbiamo scritto noi”.

Dal punto di osservazione statunitense, invece, il problema è serissimo, visto che Washington non permette che società operanti anche sul proprio territorio abbiano rapporti d’affari con paesi sottoposti a sanzioni (ne sa qualcosa la “capa” di Huawei, accusata di rapporti con l’Iran).

Danske Bank è sotto indagine da qualche mese per le transazioni sospette che si sono verificate nella filiale di Tallin, in Estonia. Quasi 150 miliardi di dollari provenienti dalla Russia sarebbero infatti passati di lì e poi gestiti dalla filiale statunitense di Deutsche Bank. Nel caso c’è un “pentito” molto importante, a conoscenza di molti dettagli: Howard Wilkinson, ex capo della divisione trading della filiale di Tallin.

Fonte

La competizione tra poli imperialisti accelera alla grande. 

29/11/2018

Deutsche Bank, perquisita la sede per riciclaggio

Tutti presi dal (finto) scontro tra Unione Europea e governo grillin-leghista? Tutti convinti che le virtù del buongoverno e delle regole rispettate siano di casa soprattutto in Germania?

Beh, forse è ora di cominciare a rivedere certe convinzioni...

Stamattina circa 170 funzionari della polizia tedesca hanno dato inizio a una gigantesca perquisizione nella sede centrale e in altre cinque sedi di Deutsche Bank (DB), la più grande e importante istituzione finanziaria della Germania, dunque anche di tutta Europa.

I funzionari di polizia (che in questo caso sono quelli con competenze analoghe alla nostra Guardia di Finanza) stanno cercando le prova per transazioni illegali per oltre 400 miliardi di euro (equivalente a quasi il 25% del Pil italiano). Il sospetto esplicito è che sia stato commesso un reato che qui, nel paese di pulcinella, vediamo commettere solo nella zona grigia di contatto tra faccendieri, malavitosi, furbetti del quartierino e mafia in grisaglia: riciclaggio.

Ma stiamo nel cuore dei mercati finanziari a trazione tedesca, dunque nel gotha della finanza globale e multinazionale. Quindi anche le cifre da “riciclare” sono un tantinello più gigantesche di quelle che vengono “sistemate” dalle nostre parti (il totale, nell’arco di 10 anni, sembra che sfiori i 4.000 miliardi).

Gli inquirenti, tra l’altro, hanno precisato che questa indagine non ha nulla a che fare con il “caso Danske Bank”, istituto estone formalmente incriminato per un altro maxi-riciclaggio da 200 miliardi di euro provenienti principalmente dalla Russia e dall’Azerbaijan. In quel caso Deutsche Bank è accusata di aver “movimentato” quella cifra attraverso la sua filiale statunitense.

La perquisizione di oggi punta invece a trovare i riscontri di fughe di capitale verso paradisi off shore, secondo il modello portato allo scoperto dai Panama Papers. Fondi che sarebbero arrivati a DB da attività criminali o comunque illegali. Solo nel 2016, più di 900 clienti con un volume d’affari di 311 milioni di euro sarebbero stati assistiti da una società del gruppo con sede nelle Isole Vergini britanniche.

L’inchiesta dovrebbe imbarazzare sia il governo tedesco che la Bce. Il primo per motivi abbastanza chiari, sul piano politico: difficile presentarsi come i tutori delle “regole” e della buona amministrazione quando la tua banca principale assomma quasi 600 miliardi di capitali riciclati e una esposizione in “prodotti derivati” tossici per una cifra impossibile persino da scrivere: 54,7 trilioni di euro. Si potrebbe anche dire 54.700 miliardi.

Per dare un’idea approssimativa della dimensione del “buco”, 54,7 trilioni di euro equivalgono a 20 volte il Pil tedesco e quasi 6 volte il Pil dell’intera Unione Europea.

Al confronto, lo sforamento chiesto dal governicchio italico (una quindicina di miliardi) equivale a una colazione mattutina. E, ovviamente, bisogna ricordare che qui stiamo parlando di una sola banca, non dell’intero sistema finanziario tedesco, europeo o globale. Altrimenti dovremmo ritirare fuori i fantastiliardi di Zio Paperone...

Ma anche la Bce dovrebbe dare qualche spiegazione, visto che la competenza della “sorveglianza bancaria” è ormai una sua esclusiva. Sembra infatti evidente che sulle banche private – e soprattutto su quelle tedesche e francesi – abbia esercitato un “controllo” assai meno occhiuto di quello messo in mostra verso i conti pubblici dei singoli stati europei o di banche private di paesi “minori” (come quelle italiane, che non hanno in pancia quasi per niente i “prodotti derivati”, ma solo prestiti difficili da vedersi restituiti o titoli di stato nazionali).

Più attenti “i mercati”, che in pochi attimi hanno fatto crollare la quotazione azionaria del colosso tedesco di oltre il 90%. Una cosa è stare contro i poveri lavoratori, una cosa è rimetterci soldi propri...

Il palazzo della Bce, a Francoforte, non è molto distante da quello di Deutshe Bank. Forse una piccola deviazione sarebbe utile...

Fonte

Un merdone pazzesco, questi si candidano a sinistrare nuovamente l'economia mondiale probabilmente a livelli mai visti prima. 

18/10/2018

La “manina” che strozza l’accordo Lega-M5S

Che il governo a tre presentasse problemi di tenuta fin dall’inizio, ci appariva abbastanza chiaro. Mettere insieme blocchi di interessi sociali diversi (Lega e M5S), entrambi posti sotto tutele contabile da parte dell’Unione Europea (Tria, Mattarella, Moavero Milanesi), significava disporsi a camminare sul filo mentre soffia tramontana.

Però che il bubbone sarebbe esploso così presto, effettivamente, era un po’ difficile da prevedere, anche per il più speranzoso dei “gufi”.

Ieri sera il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha utilizzato il megafono tardo-democristiano di Bruno Vespa per buttare lì una bomba politica di prima grandezza: «Non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato» che riguarda la pace fiscale. «Domani sarà depositata una denuncia alla procura della Repubblica».

Stiamo parlando della più importante legge dello Stato – quella di “stabilità”, che regola entrate e uscite per il prossimo anno – su cui già ora la Commissione Europea ha anticipato il veto, aprendo quindi un contenzioso dalle incerte conseguenze (è la prima volta che accade, nella Ue). Una legge che, garantisce il Quirinale, non è neppure ancora arrivata sul tavolo del presidente della Repubblica, come se in due giorni il “camminatore” non fosse riuscito a coprire i 500 metri che separano Palazzo Chigi dal Colle. Una legge che – una volta approvata dal Consiglio dei ministri – nessuno può azzardarsi a modificare senza aprire un confronto politico nel governo.

I problemi sono parecchi, ma di due tipi, fondamentalmente.

Il merito della “manipolazione”. Su questo Di Maio è stato chiaro. «Nel testo che è arrivato al Quirinale c’è lo scudo fiscale per i capitali all’estero. E c’è la non punibilità per chi evade. Noi non scudiamo capitali di corrotti e di mafiosi. E non era questo il testo uscito dal Cdm. Io questo testo non lo firmo e non andrà al Parlamento. Questo è un condono fiscale come quello che faceva Renzi, io questo non lo faccio votare. Non abbiamo mai chiesto né parlato di scudare capitali all’estero e tanto meno di prevedere l’impunità per gli evasori. Non abbiamo mai discusso di questi temi e soprattutto mai pensato a dare l’impunità per il reato di riciclaggio».

Si tratta di temi contro cui i Cinque Stelle hanno costruito gran parte della loro fortuna politica, quindi impossibili da avallare senza perdere automaticamente l’aura di “onestà” che li ha portati a diventare il primo partito nel paese.

La “manina” che avrebbe apportato le modifiche è certamente competente, sia in in materia economico-legale, sia in equilibri politici.

Secondo la denuncia (solo politica, per ora) di Di Maio la possibilità di “pace fiscale” (pagando il 20% del dovuto, senza sanzioni e interessi) sarebbe stata in modo fraudolento estesa a due imposte che riguardano proprietà e attività fiscali extra-confine (Ivie e Ivafe), che riguardano gli immobili all’estero e l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. Insomma, una specie di “scudo fiscale” per i capitali oltre confine.

Proprio come quello varato a suo tempo – con dettagli leggermente diversi – da Berlusconi-Tremonti, Renzi-Padoan, ecc. Come “governo del cambiamento” non c’è male...

In questi ultimi anni, quelli renziani, si chiamava voluntary disclosure, anzi è ora persino più benevola (la vecchia voluntary prevedeva il pagamento di tutto il dovuto, mentre ora gli evasori pagherebbero solo il 20%; bello sconto, vero?).

Ma c’è ovviamente di peggio, visto che la stessa “manina avrebbe” autorizzato anche uno scudo penale per chi presenterà la dichiarazione integrativa. Se, come c’è scritto nel testo “taroccato”, non c’è punibilità per “dichiarazione infedele, omesso versamento di ritenute e omesso versamento di Iva”, questa “facilitazione” varrebbe automaticamente anche in caso di riciclaggio o impiego di proventi illeciti. Un po’ troppo sfacciati, dai...

Altri argomenti spinosi già non mancavano, visto che la formula usata per delimitare la sanatoria di fatto esclude gli “evasori per necessità” (di cui si riempiono la bocca tutti i leghisti ospitati nei talk show), mentre ci rientrerebbero gli evasori totali, quelli che non vogliono pagare nemmeno davanti a una pistola puntata. Lo sconto sulle imposte si applica infatti sul “maggior reddito dichiarato” (nascosto al fisco), ma non a chi ha dichiarato tutto e poi non ha versato le imposte perché non aveva i soldi.

Il secondo ordine di problemi è tutto politico, invece.

Se c’è stata davvero una “manina” competente che ha provato a far passare condoni non concordati tra i “tre governi in uno”, si tratta di scoprire a chi appartiene. Non è una indagine complessa, perché può essere stato solo un ministro o un vice, o il sottosegretario alla presidenza del consiglio (il leghista Giorgetti).

Se invece era già tutto scritto così come si legge oggi, allora i ministri grillini – e tutto il loro staff, Giuseppe Conte compreso – semplicemente non avevano capito che cosa stavano elaborando di concerto con la Lega e Tria.

In entrambi i casi, però, questo governo sta insieme con lo sputo. Perché nel primo caso i leghisti sarebbero i nuovi berlusconiani, interessati soprattutto a fare gli interessi delle imprese, qualsiasi cosa facciano (evasione fiscale compresa); disposti a tutto, anche a taroccare la prima legge dello Stato infilandoci nottetempo frasi opportunamente scelte. Nel secondo, perché i grillini sarebbero degli incompetenti totali che poi buttano per aria il tavolo quando si accorgono di essere stati presi per il naso.

Sia chiaro. Queste cose accadono nella normale dialettica politica di qualsiasi governo in qualsiasi paese, ma hanno altrove un esito obbligato: lo scioglimento dell’alleanza di governo e la formazione di uno nuovo, oppure elezioni anticipate. L’unica alternativa in mano al ministro o partito che si ritiene truffato è infatti una sola: tacere e dunque cercare di rifarsi in un’altra occasione (a parti invertite), oppure denunciare davvero tutto e far saltare l’alleanza.

L’unica cosa che non si può fare è proprio quella provata fin qui da Di Maio: denunciare e continuare ad andare avanti come prima.

Ci sembra perciò altamente utile il sarcasmo del commento di Giorgio Cremaschi alla vicenda.

*****

E adesso pover’uomo?

Questa davvero è un cambiamento, robe così non risultano agli archivi. Di Maio annuncia che denuncerà alla Procura della Repubblica la manipolazione del suo decreto fiscale del suo governo. Egli stesso ammette che quel testo contiene uno scandaloso condono, e anche una salvaguardia sul piano penale, per chi ha riciclato all’estero capitali sporchi. Mafie, corruttori e corrotti vari ringraziano.

Di Maio annuncia solennemente in TV che tutto questo è avvenuto a sua insaputa e che per questo andrà dal giudice. Ma chi denuncerà il vice presidente del consiglio? Salvini che conferma integralmente il provvedimento? Conte che come al solito non sa nulla? Tria che complotta nel buio? Castelli che non ha controllato i testi? O sé stesso per manifesta incapacità? Non lo sa Di Maio cosa approva? Non ha dei collaboratori che leggano i testi per lui? Non lo sa, il pover’uomo, che condono chiama condono? Che questa sanatoria sempre più vergognosa non riguarda solo l’evasione fiscale, ma anche quella dell’IVA e dei contributi previdenziali?

E siccome il testo non è ancora pubblico, finora neppure è arrivato al Quirinale, chissà quante altre porcherie contiene, come il decreto Genova nel quale una manina a cinquestelle – così dichiara Salvini – ha inserito la sanatoria per le case abusive di Ischia.

Che scambio di gelide manine tra Di Maio e Salvini: io metto una cosa a te, tu metti una cosa a me.

Ora però Di Maio annuncia, il che vuol dire che non è proprio detto che lo faccia, una denuncia in Procura.

Pover’uomo o ci fa o ci è, se fosse un concorrente de La Corrida a questo punto sarebbe travolto dai campanacci, ma come vicecapo del governo gode ancora del residuo credito che gli deriva dal discredito dei suoi predecessori. Di Maio deve tutto a Renzi, che come lui aveva inizialmente maturato un grande consenso, ma questa eredità si sta consumando rapidamente.

A sua insaputa.

Fonte

Un governo di pataccari totali... 

05/12/2017

Omicidio Caruana Galizia: Malta mette in rete piccoli pesci

Quarantadue giorni d’indagini con in testa la polizia maltese, ma anche l’Fbi ed Europol, portano al fermo di dieci sospettati, una banda di malavitosi che avrebbero eseguito l’omicidio della giornalista Caruana Galizia. Il primo ministro Muscat parlando di operazione ancora in corso, può comunque presentare un primo risultato a conferma di quanto aveva dichiarato subito dopo l’omicidio: agli esecutori di questo barbaro gesto non bisogna dar tregua. Alle indagini ha offerto il contributo la tecnologia: la disamina delle celle telefoniche di vecchie conoscenze degli inquirenti che evidenziavano come tre portatili appartenenti a personaggi malavitosi già noti alla polizia locale, fra cui due fratelli, erano attivi nei minuti in cui è avvenuta la deflagrazione dell’auto (presa a nolo) su cui viaggiava la cronista. Due telefoni avrebbero fatto da vedetta durante il transito della vettura, uno è servito per innescare la carica di plastico piazzata sotto la scocca. I soggetti fermati hanno precedenti per traffico di armi e droga, potrebbero essere coinvolti in quello smercio di petrolio libico, operato anche da gruppi jihadisti che coinvolge privati e nazioni committenti. Era uno dei filoni delle indagini giornalistiche compiute dalla vittima.

Uno. Perché ciò che aveva infastidito maggiormente il premier laburista dell’isola, detta del tesoro per i segreti sui conti bancari offshore un tempo gestiti in loco e in seguito sparsi in differenti paradisi fiscali, erano altri affari con base a La Valletta. Taluni riguardavano personalmente lui e alcuni ministri del governo. Dalla società Egrant, intestata alla moglie Michelle, sul cui conto erano transitati i denari versati dal presidente azero Alijev per l’affare del metanodotto che porterà il gas dal Paese caucasico in Europa. Muscat avrebbe avuto il ruolo di facilitatore politico durante il suo periodo di presidenza di turno al Parlamento Europeo. Implicato nella vicenda, presente nel dossier denominato Panama Papers, anche il ministro Mizzi, parimente coinvolto in intrighi finanziari con una società intestata a suo nome e sede in Nuova Zelanda che forniva “servizi” nell’isola. Un altro degli aspetti evidenziato dagli articoli-denuncia di Caruana Galizia era l’inquietante, ma ormai da anni non segreta, attività di contatto fra criminalità locale e altre straniere, comprese cosche siciliane. Ai soliti traffici di armi e stupefacenti, facilitati dal traffico marittimo e dalla posizione dell’isola, s’univano i nuovi affari.

I contrabbandi di idrocarburi e la tratta di uomini, drammatiche piaghe che la destabilizzazione politica mediorientale ha riversato da oltre cinque anni sul Mediterraneo. Simili business, gestiti dalle mafie di varie nazioni che fanno cartello e si compenetrano, s’interfacciano a soggetti che ufficialmente fungono da tramite con aziende private e di Stato. Questo sottobosco trova nella lassità di norme e di controlli “dell’isola del tesoro” un terreno fertilissimo, un sistema reso tale dalle compiacenze della politica locale, di maggioranza e d’opposizione, e dai massimi rappresentanti istituzionali. Tutto ciò denunciava Daphne. E questo ormai infastidiva i vertici nazionali, oltre che la manovalanza maltese del malaffare. Gli inquirenti, se vorranno, potranno indagare se quest’ultima, come il manipolo dei fermati e probabilmente arrestati, ha agito di sua sponte. Scelta sempre rara quando si tratta di semplici banditi che agiscono per conto terzi. Certo, attualmente il primo ministro può vantare rapidità d’inchiesta e cattura di probabili omicidi, mostrandosi come integerrimo cacciatore di criminali e passando da politico sospettato a politico persecutore di giustizia. A meno che qualcuno dei fermati scelga di collaborare e rivelare possibili intrecci segreti. Quelli attorno ai quali la giornalista assassinata indagava. Quelli che i suoi familiari indicano come il vero filo della losca storia. Se la ricerca della verità sarà resa possibile.

Fonte

23/10/2017

La Valletta: migliaia in piazza contro la politica dell’omertà

Rispondendo agli allarmati quesiti della stampa internazionale, a ridosso dell’assassinio di Caruana Galizia, il premier maltese Muscat aveva promesso solennemente di far luce sull’efferato delitto. Quindi invitava i familiari ad aver fiducia nella giustizia. Sdegnata e ferma era giunta la risposta dei figli Mattew, Andrew e Paul. In un comunicato diffuso tramite i social media chiedevano le dimissioni del primo ministro e del suo staff, chiosando: “Chi per tanto tempo ha cercato il silenzio di nostra madre non può ora offrire giustizia”. E ancora: “Non siamo interessati a una giustizia senza cambiamenti. Il governo pensa solo a una cosa: la sua reputazione e ha bisogno di nascondere il buco dove son finite le istituzioni. Non è questo il nostro interesse, né era quello di nostra madre. Un governo e una polizia che hanno fallito nella difesa della vita di nostra madre, falliranno anche nell’indagare sulla sua morte”. Ieri una parte della società maltese ha ribadito il concetto manifestando in strada, come avevano già fatto venerdì scorso i colleghi di Daphne. Un corteo composto, ma determinatissimo s’è diretto sotto il quartier generale della polizia a La Valletta. Ha richiesto a gran voce e, poi leggendo un comunicato, le dimissioni dell’attuale capo della polizia, Lawrence Cutajar, e l’elezione di un nuovo rappresentante per dirigere le indagini assieme alla magistratura.

Fra la folla c’era anche la presidente maltese Marie-Louise Coleiro Preca, in carica dal 2014, anche lei, come il premier, aderente al partito laburista. In una dichiarazione aveva bollato l’omicidio della giornalista come un attacco codardo e osceno allo stesso Stato maltese. Ieri ha fatto richiamo a forza, coraggio e solidarietà popolari per rintuzzare un disegno che punta a impaurire le persone e a destabilizzare i rapporti civili. In realtà una parte della società locale è destabilizzata proprio dalla sequela di affari oscuri e criminali su cui Caruana Galizia indagava; su tali questioni le Istituzioni che vogliono difendere la propria credibilità e la solidità della storica nazione devono attuare quel cambiamento di rotta auspicato dai figli della giornalista. Il cui assassinio, come nella peggiore tradizione terroristica e mafiosa, rappresenta la risposta malavitosa a chi richiama legalità e rispetto delle leggi. Considerazioni fatte ieri anche dal segretario generale di Reporter senza frontiere Christophe Deloire che concordava con l’intervento d’un collega di Daphne, James Debono. Quest’ultimo, oltre a piangere la scomparsa d’una cronista d’indagine considerata una grave perdita per il Paese, ne rammentava anche il grande cuore: “Abbiamo bisogno di riflettere. Abbiamo bisogno di risposte politiche perché la questione morale strangola Malta”. Lo dice esplicitamente chi sa che una parte di quella società è avida e pensa solo agli affari.

E’ il risaputo comune: il piccolo Stato è assediato da traffici illeciti, corruzione, lavaggio di denaro sporco di tanta criminalità globale. Tutto è reso possibile dalla compiacenza che scivola nella collusione di alcuni uomini della politica presenti nelle Istituzioni, della polizia e finanche della magistratura. Una vera piovra mafiosa, con legami internazionali più vari. Per ora le piste potrebbero seguire gli affari legati alle tangenti versate dalla famiglia del presidente azero Aliyev sul conto della Pilatus Bank, aperto a nome della moglie del premier maltese, o la questione del contrabbando del petrolio libico che, tramite petroliere russe, giunge proprio in Italia. E ancora la miriade di società (ne sono state calcolate oltre cinquantamila) che per evadere il fisco nel proprio Paese s’iscrivono alla Camera di commercio dell’isola mediterranea, che ha funzione di paradiso fiscale dietro l'angolo, con buona pace del presidente Juncker e di tutta la prosopopea di rigore e regolamenti trasparenti del Parlamento di Bruxelles che ha voluto Malta, e non solo, nella grande famiglia. In un’Unione Europea per ora ben poco attenta alla vicenda, come del resto diverse sue nazioni cardine, a muoversi è proprio il Belpaese che con Rosi Bindi porta oggi la Commissione antimafia a discorrere con rappresentanti e magistrati della nazione assediata da criminali e dai metodi criminali che hanno tacitato la giornalista scomoda. Magari salta fuori anche una pista italiana.

Fonte

06/04/2017

Il profumo “nero” dei soldi. Fascisti e ricchi a Londra

Il quotidiano economico Il Sole 24 Ore, ha pubblicato due giorni fa la prima parte di una interessantissima inchiesta dal titolo “Londra lavatrice mondiale del denaro sporco: 100 miliardi riciclati all’anno”. Un lettore dal cuore semplice potrebbe pensare che si colpa della Brexit ma non è così. La “lavatrice londinese” funziona almeno dal 1973, quando la Gran Bretagna entro nella Comunità Europea, ma ha alzato i giri della centrifuga al massimo negli anni ‘80, quelli della Thacheromic’s e del boom della finanza. Ma non è questo il tema che ha richiamato la nostra attenzione.

L’inchiesta curata da Galullo e Mincuzzi, analizza come la City, oltre ad essere la maggiore Borsa europea, sia anche la capitale della finanza e del riciclaggio del denaro sporco. Ma scorrendo le pagine dell’inchiesta, che in parte rivela cose non del tutto ignote sul mondo della finanza, colpisce un capitolo interessante sul ruolo dei fascisti dentro questo meccanismo. In particolare di quei fascisti italiani fuggiti dall’Italia negli anni ‘80 e diventati ben presto ricchissimi sul suolo britannico. A questo il nostro giornale ha dedicato numerosi servizi, ma l’inchiesta del Sole 24 Ore porta in dote qualche informazione in più e più recente.

Si torna ad esempio a parlare del misterioso “Gruppo dei Quaranta” comparso e poi scomparso in un vecchio articolo del Corriere della Sera. Scrive il Sole 24 Ore che “Londra – fin dagli anni Sessanta – è stata ed è una città rifugio per decine di militanti o latitanti di estrema destra di ogni parte del globo. Una buona parte di questi, negli anni di piombo, erano italiani e molti, anche cambiando cognome, si sono fermati nella City. In particolare, dagli anni Ottanta, c'è un lungo elenco di personaggi membri o vicini ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari (c'è chi li indica in un gruppo di almeno 40 soggetti)”.

Tra le figure di ex Nar rifugiati a Londra dai primissimi anni ‘80, c’è Vittorio Spadavecchia, che in Italia è stato condannato a 15 anni di reclusione con la sentenza della Corte di assise di appello di Roma del 17 giugno 1988, divenuta irrevocabile il 5 giugno 1989, per diversi reati: attentato per finalità terroristiche, banda armata, sequestro di persona, violazione di domicilio, lesioni personali aggravate, rapina, furti aggravati, ricettazione, detenzione e porto illegale di armi.

Il 10 maggio 2000 un tribunale londinese rigettò per la prima volta la richiesta di estradizione avanzata dall’Italia per Spadavecchia visto che era stato condannato in contumacia, senza garanzia della possibilità di celebrare un nuovo processo e visto che per due delle imputazioni formulate era già intervenuta una sentenza assolutoria del Tribunale di Parigi.

Quindici anni dopo, la magistratura italiana ha emesso un nuovo mandato di arresto (siamo a luglio 2015) a seguito dell’indagine sul “Mondo di mezzo” in Mafia Capitale, nella quale compare il nome di Spadavecchia in relazione con quello di Massimo Carminati, il principale accusato nell’inchiesta.

Il 10 maggio 2016, un tribunale londinese ha rigettato l’estradizione di Spadavecchia in Italia. Le motivazioni le precisa al Sole 24 Ore Raffaele Piccirillo, direttore generale della Giustizia penale del ministero di Giustizia. “In primo luogo il giudice inglese ha ritenuto che la condanna di Spadavecchia – spiega Piccirillo – non rispondesse ai principi fondamentali del giusto processo stabiliti dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, poiché essa “si basava sulla dichiarazione testimoniale dei due coimputati, dando lettura della prova e in assenza di controinterrogatorio”. Spadavecchia risulta essere diventato manager di un club di rugby (l'Ealing Trailfinders) ed azionista della Kencroft Properties Limited, una società di cui è titolare anche un altro ex aderente ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar) rifugiato a Londra, Stefano Tiraboschi.

Spadavecchia, che non risulta indagato, è entrato nell'indagine sul “Mondo di mezzo” della Procura di Roma per i rapporti che intrattiene con Massimo Carminati. Quest’ultimo a dicembre 2013, secondo la ricostruzione del Ros dei Carabinieri, aveva avuto notizia di una probabile azione giudiziaria nei suoi confronti proprio mentre si trovava in visita al figlio Andrea a Londra.

Il Sole 24 Ore riporta alcune intercettazioni su Carminati proprio in relazione ai suoi contatti con Londra. Intercettato alle 15.43 del 3 giugno 2013 presso un bar di Roma, è lo stesso Carminati che rivela ad un coindagato di aver acquistato un immobile a Londra «a Notthing Hill... il primo piano l'ho comprato da poco io, molto bella...». Ma è nei giorni immediatamente precedenti – è il 28 maggio – che secondo l'accusa, Carminati spiega la sua passione londinese. Intercettato quel giorno alle 13.34 afferma di avere l'intenzione di effettuare nella città inglese degli investimenti economici da affidare al figlio Andrea: «Ho pensato, apro una o due attività, Andrea sta lì che se fa un altro lavoro però controlla, me guarda, capito? A questo punto c'ha un reddito no?». Investimenti possibili, annota il Gip, perché il figlio avrebbe potuto godere delle sue conoscenze, come lo stesso Carminati, intercettato il 1° giugno 2013 alle 12.18 nello stesso bar, punto di ritrovo della presunta associazione mafiosa, sembra confermare: «Lui (riferito al figlio Andrea, nda) a Londra avrebbe il mondo, lì... ». Poco dopo, nel corso della chiacchierata, fa capire che Londra per lui non ha ostacoli e riferendosi ad un conto corrente londinese da aprire al figlio Andrea, spiega le modalità attraverso le quali potevano avvenire le transazioni finanziarie all'estero usufruendo delle sue conoscenze nella capitale inglese.

Il 20 febbraio 2014 ancora Carminati, questa volta intercettato nell'auto dello stesso coindagato, si lascia andare a dettagli ulteriori sui suoi viaggi nella capitale inglese. Questa volta per far visita ad una coppia di amici che stavano aprendo una catena di ristoranti: «vorrei annà su un paio di giorni... in mezzo alla settimana... vediamo perché loro stanno aprendo... il fratello li su sta aprì tutta una cosa di ristoranti per conto suo...».

Come se non bastasse, sullo sfondo dell'indagine “Mondo di mezzo” emergono una serie di tentativi – alcuni riusciti, altri no – di trasferire proprio a Londra alcune società costituite in Italia.

In un'intercettazione del 3 giugno 2013 alle ore 15.34, all'interno del bar romano di Vigna Stelluti le “cimici” dei Rs dei Carabinieri registrano la presenza di Massimo Carminati e di altri tre soggetti. Ad uno di questi, Carminati, dopo aver assicurato che a breve li avrebbe raggiunti anche il figlio Andrea, chiese se avesse avuto modo di conoscere i suoi amici di Londra, indicati come Spadavecchia e Tiraboschi, Carminati spiegò che i due, anni addietro si erano recati a Londra in quanto “ricercati” e che poi si erano stabiliti li, sviluppando numerose attività economiche, si legge nell'informativa consegnata alla Procura di Roma, «che avevano permesso loro di percepire enormi guadagni».

Insomma quel filo nero che lega i neofascisti italiani con le attività finanziarie sulla piazza di Londra merita ancora di essere esplorato a fondo. In questi anni ci ha sempre colpito la grandissima disponibilità di fondi da parte delle organizzazioni neofasciste italiane. In alcuni casi per la coincidenza con attività propriamente criminali come lo spaccio di stupefacenti, rapine etc. Ma in altri casi per l’intreccio con la finanza, soprattutto nelle maglie larghe consentite dal modello anglosassone.

Fonte

01/04/2017

Anche in Salento, per la Tap, polizia in difesa degli affari mafiosi


Come in Val di Susa, peggio che in Val di Susa. L'affare Tap, che trova in questi giorni a Melendugno la ferma resistenza della popolazione locale, conferma che "l'autorità dello Stato", fisicamente rappresentata da centinaia di uomini armati fino ai denti, in tenuta antisommossa e chiaramente – dalle numerose testimonianze ascoltate – "parecchio fuori giri", è stata messa a disposizione di interessi privatissimi, in buona parte malavitosi o addirittura mafiosi. Ossia di interessi che uno Stato "normale" (a prescindere dal tipo di modo di produzione, insomma) dovrebbe occuparsi solo di reprimere senza se e senza ma.

Un'inchiesta de L'Espresso – gruppo Repubblica, quindi non sospettabile di opposizione preconcetta al governo Renzi-fotocopia guidato da Gentiloni – mette nero su bianco buona parte degli interessi sporchi dietro il Tap. E altri ne annuncia.

Interessante sottolineare – oltre all'articolo di Paolo Biondani che qui sotto riproduciamo – che la società Tap è guidata in Italia dal country manager Michele Mario Elia, 69 anni, nominato esattamente un anno fa (era il 1 aprile 2016). Fino ad allora Elia era stato Amministratore Delegato di Rete Ferroviaria Italiana (gestore dell'infrastruttura FS) dal 2006 al 2014 e dal 2014 al 2015 Amministratore Delegato delle stesse Ferrovie dello Stato.

La sua nomina era stata salutata così da Iran Bradshaw, Managing Director di Tap: "Sono lieto di dare il benvenuto a Michele Mario Elia in TAP. L'Ing. Elia apporta al nostro progetto una molteplicità di esperienze e una rete di relazioni chiave, sviluppate nel corso di parecchi anni nel settore delle infrastrutture in Italia". Insomma, scelto perché ben ammanicato con l'establishment nazionale che avrebbe dovuto dare il necessario supporto istituzionale all'opera e, se del caso, fornire le truppe militar-poliziesche necessarie a superare l'opposizione della popolazione locale, già attiva ben prima di quella data.

Su questo piano, effettivamente, Elia è una certezza. Pur di portare avanti il business è solito non guardare in faccia nessuno. Casualmente, è stato anche imputato nel processo in seguito all'incidente ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui persero la vita 33 persone. Il 31 gennaio di quest'anno è stato infine condannato, in primo grado, dal tribunale di Lucca, a 7 anni e 6 mesi di carcere. I suoi coimputati più importanti, anch'essi condannati a lunghe pene detentive, sono stati Mauro Moretti e Vincenzo Soprano.

La condanna per Viareggio è costata a Mauro Moretti la perdita della poltrona di presidente della società Finmeccanica-Leonardo, controllata dallo Stato. Elia aveva fiutato l'aria prima, e si era messo al sicuro firmando per gli svizzeri di Tap. L'uomo giusto al posto giusto.

Qui di seguito l'inchiesta di Biondani e Sisti per L'Espresso, con la denuncia della presenza della mafia nei lavori. Insomma: noi paghiamo, attraverso le tasse, lo stipendio a poliziotti che picchiano la popolazione per proteggere gli interessi di speculatori e mafiosi, invece di fermarli.

*****

Tap, mafia e soldi sporchi dietro il gasdotto. Nel contestato maxi-progetto per portare il gas dell'Azerbaijan in Puglia spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. L'inchiesta integrale sul'Espresso in edicola domenica

Paolo Biondani e Leo Sisti

All'origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell'armadio del Tap.

Un'inchiesta de "l'Espresso" – in edicola da domenica – svela i retroscena del maxi-progetto partendo dagli interrogativi alla base delle proteste esplose in Puglia contro lo sradicamento dei primi 231 olivi: chi ha scelto l’attuale tracciato? Perché è un consorzio privato svizzero a gestire un'opera dichiarata strategica dalle autorità europee? E' davvero necessario far passare miliardi di metri cubi di gas tra spiagge meravigliose e oliveti secolari, anziché in zone già industrializzate?

Il Tap è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che parte dall'Azerbaijan. Il costo preventivato è di 45 miliardi. In Salento, a Melendugno, sono iniziati gli scavi del tunnel in cemento autorizzato dal ministero dell’Ambiente per passare sotto la spiaggia. Da lì sono previsti altri 63 chilometri di condotte fino a Mesagne. Il consorzio Tap Ag prevede di dover trapiantare, in totale, circa diecimila olivi.

L'Espresso ha potuto esaminare documenti riservati della Commissione europea, che svelano il ruolo cruciale di una società-madre, finora ignota: l’azienda che ha ideato il Tap. Si chiama Egl Produzione Italia, ma è controllata dal gruppo svizzero Axpo. Le carte, richieste dall’organizzazione dimostrano che Egl ha ottenuto, nel 2004 e 2005, due finanziamenti europei a fondo perduto, per oltre tre milioni, utilizzati proprio per i progetti preliminari e gli studi di fattibilità del Tap. Gli ultimi fondi pubblici sono arrivati nel 2009. I ricercatori avevano chiesto altri atti, ma la Commissione li ha negati «per rispettare segreti industriali, sicurezza e privacy» delle multinazionali interessate.

In questa Egl, la società-madre del Tap, anche l’amministratore delegato è un cittadino svizzero: Raffaele Tognacca, un manager che in Italia ha lavorato anche con il gruppo Erg. Tornato in Svizzera, ha lanciato la finanziaria Viva Transfer. Che un'indagine antimafia ha additato come una lavanderia di soldi sporchi. Intervistato dalla tv svizzera italiana, il pm Michele Prestipino descrisse la vicenda come «un caso esemplare di riciclaggio internazionale di denaro mafioso».

Tutto inizia nel 2014, quando la Guardia di Finanza scopre un presunto clan di narcotrafficanti collegati alla ’ndrangheta. Il gruppo, capeggiato dal calabrese Cosimo Tassone, è accusato di aver importato oltre mezza tonnellata di cocaina. E viene intercettato mentre deve versare un milione e mezzo di euro ai narcos sudamericani. I calabresi reclutano un promotore toscano e i suoi due figli, che accettano di «portare quei soldi in contanti, dentro due trolley, a Lugano, nella sede della Viva Transfer», come confermano le confessioni degli stessi corrieri poi arrestati. A ricevere i pacchi di banconote è «Raffaele Tognacca in persona». Proprio il manager che ha tenuto a battesimo il Tap.

Tra sudamericani e calabresi scoppia anche una lite: i narcos hanno ricevuto mezzo milione in meno. Tassone sospetta dei corrieri toscani: «Gli spacco la testa!». Un figlio del promotore viene sequestrato in Brasile. Finché il clan si convince che è Tognacca ad aver incamerato una parcella di oltre 400 mila euro («il 35 per cento!»). Quindi scattano gli arresti. Al processo, in corso a Roma, i pm hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. E hanno chiesto ai magistrati svizzeri di indagare sulla parte estera. Tognacca si è difeso pubblicamente dichiarando di «non essere stato oggetto di nessuna misura penale». Per i pm italiani il reato resta assodato. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari mister Tap pensava di aiutare onesti evasori.

Dopo aver ottenuto i fondi europei, la Egl è stata cancellata e assorbita da Axpo. Questo spiega perchè oggi il gruppo svizzero è azionista della Tap Ag con l'inglese Bp, l’italiana Snam, la belga Fluxys, la spagnola Enagas e l’azera Az-tap.

*****

L'articolo integrale de l'Espresso racconta molti altri retroscena. Come un accordo segreto per favorire un oligarca russo rappresentato da amici di politici italiani. E le tesorerie offshore, documentate dai Panama papers, dei manager di Stato in Azerbaijan e Turchia.

Fonte

23/12/2016

La lobby dell’azzardo. Chi si arricchisce sulla “tassa dei fessi”?

Facendo seguito all’articolo di Contropiano del 14 dicembre sugli arresti in materia di “slot machine” e complicità politiche (1), tentiamo di svelarne gli aspetti ambigui e perversi di una vicenda che sta assumendo sempre più le caratteristiche di una pratica la quale attraverso questi reati e i soggetti coinvolti risultano, altresì, essere abbastanza simili alla pedopornografia poiché, ben consapevoli del possibile guasto sociale prodotto da tale pratiche (ludopatia, suicidio, ricorso a strozzini per avere più risorse economiche comportando la distruzione di intere comunità e famiglie); con un cinismo tipico della classe “im/prenditrice” e politica, continuano con queste loro pratiche e strategie incuranti dei prevedibili guasti sociali e psicologici che si possono arrecare alla popolazione.

Gli arresti dell’altro giorno sono solo la “punta” di un iceberg che ha radici ben più profonde fino ad arrivare, dritti dritti, nelle aule parlamentari oltre che nelle leadership aziendali e confindustriali.

Chiamatela “verminaio” oppure “vaso di Pandora”, tutto ciò comunque non cambia il senso di una vicenda la quale, una volta scoperchiata, mostra tutto il suo maleodorante liquame e la sua sociale illegittimità.

Tantissimi anni fa, durante la creazione dello stato italiano, uno dei suoi nobili e materiali fondatori un certo Camillo Benso conte di Cavour ebbe la sfrontatezza, o il coraggio della verità, nell’affermare che: “il gioco del lotto è la tassa dei fessi”!

Negli anni questo innocente passatempo (comunque benvoluto da molti poiché speranzosi in grandi vincite che potevano migliorare le rispettive miserevoli condizioni di vita), ha subito notevoli modifiche e sviluppi fino ai tempi odierni, alterandone sia le forme sia i contenuti economici, trasformandolo in un qualcosa molto simile ad una azione “rischiosa”, quindi un “azzardo”, piuttosto che una classica e tradizionale “tombola” familiar-natalizia!

Questa mutazione ha fatto sì che il “gioco” da passatempo è via via cambiato crescendo e modificandosi sia nelle normative giuridiche sia in quelle economiche e societarie fino a diventare, come saggiamente previsto a suo tempo dal “conte”, un’insostituibile e sostanziosa risorsa economica per le casse di uno stato sempre più bisognoso di aumentare le proprie entrate economiche, quindi alla ricerca di maggiori entrate fiscali ed erariali.

Maggiori entrate erariali (tasse) riscosse guardandosi bene dal conservarne quella funzione “etica”, o di semplice svago, inizialmente prevista dalla formulazione di normative e atti legislativi indirizzati a non danneggiare o rendere “schiavi del gioco”, quindi tutelare da imprevisti dannosi o drammatici i numerosi soggetti-giocatori i quali, partecipando a tale “scommessa-azzardo”, divengono così a loro volta oggetto dell’interesse e del profitto monetario del “mercato azzardo”.

Per lo stato si crea così un introito economico attraverso una tassa – il prelievo erariale unico (PREU) e la tassazione sulle vincite. Prelievo al quale sono sottoposte le aziende societarie e produttrici delle macchinette (slot-machine) presenti nel settore giochi.

Da un certo periodo in poi lo stato, attraverso le sue normative e leggi, oltre che a parlamentari di diversi partiti politici, ha dismesso la “maschera” da esattore per indossare quella del “biscazziere”, ciò in funzione anche del fatto che il giocatore si presta ben volentieri a versare “spontaneamente” il denaro in contropartita della speranza di vincere e di poter infine cambiare stile di vita.

L’azzardo un tempo considerato illegale, quindi perseguibile da leggi e normative “proibizioniste”, rappresenta oggi un capitolo cospicuo di entrate sia per lo stato (sempre più esigente nel far quadrare i propri conti e le spese clientelari), sia per le società concessionarie delle licenze emesse dall’AAMS (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato – un organo del Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano) addetto alla gestione del gioco pubblico

E’ abbastanza facile, oltreché sciocco, affermare che: “ il gioco d'azzardo è un modo per spennare i più fragili”. La modifica da “illegale” a “legale” ha comportato una massiccia e pervasiva invasione di una subdola propaganda pubblicitaria all’insegna dello slogan: “vincere facile”!

I canali televisivi, sia pubblici sia privati, sono pieni di réclame incitanti al gioco e alle scommesse, contemporaneamente le città si riempiono di macchinette mangiasoldi, gratta e vinci, ecc. ecc.

Un sito web che raccoglie articoli di una rivista di “diritto pubblico” (2) in un suo articolo dal titolo: “la potente lobby dei giochi d’azzardo”(3) tra altre cose afferma: Lo Stato cioè si serve di quella potentissima leva psicologica che si chiama “illusione” finanziaria o fiscale per addossare sui cittadini più sprovveduti o anche più disperati un carico fiscale e per questo ha chiamato a collaborare (non potendo farlo in proprio per tante ragioni) soggetti che imprenditorialmente si dedicassero a questo settore “produttivo”: la fabbrica delle illusioni.

Per conoscere meglio questa fabbrica delle illusioni diamo una rapida occhiata per vedere meglio quante società siano presenti in ogni forma di propaganda sia visiva che televisiva.


Tutto ciò comporta che: ...le famiglie con un giocatore compulsivo sono rovinate come quelle con un tossicodipendente.

La gestione di questo mercato è quindi in mano a società al limite della legalità come stanno dimostrando le recenti operazioni giudiziarie e gli arresti di personaggi legati a organizzazioni illegali (di natura camorristica o mafiosa) oppure a partiti politici.

Di fatto si è alla presenza di una vera e propria giungla, nella quale operano indisturbate numerose aziende con sede legale nei “paradisi fiscali” e esponenti della politica nostrana, financo parlamentari a loro volta utili per manovrare leggi e normative favorevoli alle imprese del settore.

In questa giungla, nella quale operavano già nel gioco d'azzardo diversi soggetti e imprese a volte di natura camorristica o mafiosa, considerata “illegale” fino a qualche anno fa, lo stato è riuscito a trasferirla nella legalità, legalità nella quale lo stato, speculando con una certa leggerezza su questo, reclamizzandoli o pubblicizzandoli attraverso spot televisivi, quotidiani e riviste, enormi cartelloni pubblicitari, etc… ; faccia soldi lasciandolo di fatto gestire a società al limite della legalità.

Questo comportamento da parte degli organi statali più che apparire immorale, è bensì un’indicazione evidente sulle intenzioni e le mire di uno stato e della sua classe dirigente la quale, lungi dal tutelare ed educare i suoi cittadini, li lascia preda e in balia di chi è in grado di approfittare delle loro debolezze, realizzando quei facili guadagni che sono indicati nello slogan pubblicitario “vincere facile!”

Pertanto la stragrande maggioranza di chi opera in questo settore lo fa in modo del tutto legale. Dalla giungla del 2003 siamo oggi a questa situazione che si ritiene un successo.

La spesa reale degli italiani per il gioco nel 2014 è stata di 17,531 miliardi di euro.

Infatti alla raccolta lorda di 84,485 miliardi di euro (in contrazione rispetto ai 84,728 miliardi del 2013) devono essere sottratti 66,954 miliardi di vincite pagate ai giocatori. La somma restituita sotto forma di vincita ai giocatori costituisce circa l’80% della raccolta totale.

Dei 17,531 miliardi di spesa reale, 7,959 sono andati allo Stato come gettito erariale.

I restanti 9,572 miliardi sono tornati alla filiera e divisi tra rete commerciale (punti vendita, bar, tabacchi), imprese concessionarie di Stato per i diversi servizi pubblici di gioco (scommesse, apparecchi da intrattenimento, giochi numerici, online, Bingo, etc.), gestori e altri soggetti della filiera. Fonte: Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, “Organizzazione, attività e statistica – Anno 2014” (4)

Altra vicenda riguarda il lavaggio e riciclaggio del denaro, ritenuto “sporco”, perchè proveniente da illeciti o evasioni fiscali.

Secondo un dossier di Libera, infatti, 41 clan si spartiscono il racket del gioco d’azzardo, dal Piemonte alla Sicilia con poche Regioni immuni. “L’obiettivo è come sempre il riciclaggio: immettere in un mercato lecito denaro sporco” riferisce il presidente dell’AIRA (Associazione italiana Responsabili Antiriciclaggio). (5)

In questo dossier, diviso in capitoletti:

– Oltre al riciclaggio i reati più contestati sono l’usura e l’evasione fiscale;

– La faccia pulita della criminalità è un ottimo strumento per introdursi nella filiera del gioco d’azzardo a tutti i livelli. Etc. etc.

Le attività “lavorative” del riciclatore consisterebbero quindi nel liberarsi il prima possibile del denaro considerato “sporco”; lo porta quindi in contanti alla sala gioco di riferimento la quale, con queste somme realizza la cassa con la quale verranno pagate le vincite al banco. Ciò avviene soprattutto nelle sale periferiche delle grandi metropoli, dove i controlli delle forze dell’ordine sono meno invasivi.

In conclusione riportiamo un elenco indicativo delle aziende, per comprendere meglio il mercato dell’azzardo; i relativi introiti nel settore e quanto speso dal “giocatore”.

Una prima e parziale indagine rileva le enormi quantità di capitali e di spese (6)

A novembre 2016 le scommesse sportive hanno raccolto circa 750 milioni di euro.

BET365 129,018.624 €

SNAI 92,371.397 €

EUROBET 82,089.067 €

SISAL 70,569.689 €

LOTTOMATICA 68,486.227 €

GOLDBET 57,456.024 €

SKS365 41,019.036 €

INTRALOT 36,148.337 €

WILLIAM HILL 20,736.395 €

OIA SERVICES 17,383.273 €

BWIN 16,270.677 €

PADDY POWER 13,260.111 €

UNIBET 6,270.212 €

GAMENET 5,063.640 €

POKERSTARS 4,099.707 €

BETFAIR 3,926.368 €

BETCLIC 3,186.786 €

PEOPLE’S 3,095.991 €

POKER&BET 2,800.153 €

(in milioni di euro)

Chiaramente non è detto da nessuna parte che queste aziende siano “illegali” oppure gestite in modo illegale o proprietà di personaggi in odor di organizzazione malavitosa.

Le indagini ancora in corso in questo settore comunque indicano la presenza e la gestione di alcuni passaggi societari e implicazioni con personaggi appartenenti alla politica e quindi capaci di indirizzare e orientare alcuni provvedimenti legislativi o proporre emendamenti favorevoli ad alcune imprese del settore giochi, durante la presentazione e discussione di leggi e normative legislative in materia “gioco”.

Comunque nel 2014 l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, aveva sottoposto a controllo 27.428 esercizi, cui si aggiungono i 7mila controllati da Siae.

In tutto sono state controllate il 44% del numero totale dei locali da gioco.

Le indagini proseguono in tutto il territorio nazionale; nel 2015, ne sono stati controllati 27.532.

Quindi resta grande il sospetto che in questo settore possano essere presenti soggetti o personaggi, o imprese, non sempre in regola con le normative di legge e i contratti di concessione rilasciati dal ministero competente.

Concludendo è utile sapere che sono 6.600 le imprese, con 140.000 addetti, che compongono la filiera che è presente anche “Confindustria sistema gioco Italia” (quindi sappiamo che la lobby dei giochi fa parte di Confindustria, e che con Assointrattenimento, quella dei giochi è evidentemente una vera e propria “industria”, anche se in un settore considerato del “terziario arretrato”).

Note:

1) http://contropiano.org/news/news-economia/2016/12/14/arrestati-boss-delle-slot-si-apre-un-verminaio-087023

2) http://blog.lexitalia.it/?p=1874

3) La potente lobby dei giochi d’azzardo

4)https://www.agenziadoganemonopoli.gov.it/portale/documents/20182/536133/Libro+blu+2014+versione+finale+ridotto.pdf/e096ca58-6b45-44e3-a1a7-829c9ad6fcb7

5) http://www.linkiesta.it/it/article/2013/04/09/per-lavare-il-denaro-niente-e-meglio-di-una-sala-slot/13754/

6) https://scommettitore.wordpress.com/2016/12/12/scommesse-a-novembre-raccolti-750-milioni-di-euro-28-bet365-sempre-leader-del-mercato-ma-raccolta-in-calo-sul-podio-anche-snai-ed-eurobet/

7) http://www.mineraliclandestini.it/le-proiezioni-finali-sul-fatturato-dellindustria-del-gambling-nel-2015/


Fonte