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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2026

Assist della UE per la scalata Unicredit di Commerzbank

La vicenda della scalata da parte di Unicredit del colosso tedesco Commerzbank aveva attirato l’attenzione mediatica, soprattutto perché da grande affare economico si era trasformata anche in un’evidente braccio di ferro tra Italia e Germania negli equilibri dei grandi istituti finanziari europei. L’opposizione di Berlino sembrava cozzare con un salto di qualità del mercato europeo dei capitali.

Anche se per un po’ di tempo l’attenzione è scemata, il processo di acquisizione da parte di Unicredit è andato avanti, perché appare evidente che l’opportunità creare un “campione europeo” nel campo è superiore persino ai no che può dire la Cancelleria tedesca. Si tratterebbe, infatti, del secondo più rilevante consolidamento bancario nella storia della UE, dopo l’acquisizione di BNL da parte di BNP Paribas.

Una svolta decisiva in questo processo è giunta direttamente da Bruxelles. La vicepresidente esecutiva della Commissione Europea con delega alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha lanciato un esplicito e netto assist a favore di Unicredit, frenando le resistenze politiche della Germania.

In un’intervista a Bloomberg TV, Ribera ha chiarito che le fusioni transfrontaliere “dovrebbero essere accolte con favore” e che la UE è pronta a intervenire con i propri poteri antitrust qualora si configurino blocchi ingiustificati. Ribera ha riconosciuto che ci sono casi in cui gli stati membri possono intervenire su questo tipo di operazioni, ma che Bruxelles ha una “interpretazione restrittiva” al riguardo.

Quello che è stato messo in chiaro è che c’è una sorta di gerarchia sulle priorità, e tutte le iniziativa – come quella in questione – che andrebbero a potenziare il mercato unico sono considerate fondamentali per “rafforzare la rilevanza e la crescita” economica del Vecchio Continente. Cioè per renderlo un più compiuto attore della competizione globale.

Ad oggi, la condizione azionaria non vede ancora la proprietà effettiva da parte di Unicredit. L‘Offerta Pubblica di Scambio (OPS), di cui i risultati sono arrivati lo scorso 19 giugno, ha visto l’istituto italiano acquisire un ulteriore 12,51% delle azioni di Commerzbank. Sommate al 26,77% già blindato in precedenza, significa che Unicredit detiene il 39,28% della banca tedesca.

Inoltre, a ciò si aggiunge un altro 3,22% in strumenti convertibili in azioni, e un 13,19% detenuto tramite contratti derivati. Il totale, in senso di esposizione complessiva del gruppo italiano, ha già raggiunto, dunque, il 55,69% di Commerzbank, ponendo Unicredit in una posizione di assoluta dominanza tecnica, anche se non può vantare il controllo diretto della maggioranza delle azioni. Ma come si sa nel settore, un 40% è già più che sufficiente per essere l’ago della bilancia delle scelte societarie.

In conformità con la normativa tedesca, dal 20 giugno è partita una finestra di ulteriore offerta che si concluderà il prossimo 3 luglio. In questo lasso di tempo, gli azionisti di Commerzbank che non hanno ancora aderito all’offerta di Unicredit avranno la facoltà di consegnare le proprie quote. I risultati definitivi dell’intera operazione verranno resi noti l’8 luglio.

Tra vari analisti di mercato c’è ormai la certezza che, a breve, la Banca Centrale Europea formalizzerà il proprio nulla osta definitivo alla scalata. Il governo tedesco, che detiene il 12% delle azioni della banca, continua a ribadire ragioni che ormai sono per lo più considerate come dettate da logiche di pura influenza politica e di asimmetria competitiva.

Berlino sembra aver categoricamente escluso la vendita della propria quota che, sempre secondo la normativa tedesca, impedisce l’estromissione degli azionisti residuali dietro indennizzo. Parallelamente, il management di Commerzbank ha rivolto un appello ai propri investitori, esortandoli a respingere in blocco l’offerta di Unicredit.

Infine, i vertici dell’istituto tedesco hanno formalmente richiesto l’intervento della BaFin – l’autorità federale che in Germania si occupa di vigilanza sui mercati finanziari – contestando le modalità di comunicazione di Unicredit circa l’andamento dell’OPS. Pronta e speculare la replica di Unicredit, che si è rivolta alle stesse autorità per chiedere la verifica sull’attendibilità delle dichiarazioni pubbliche rilasciate da Commerzbank.

La Procura della Repubblica di Francoforte ha aperto un fascicolo sull’ipotesi di “sospetta manipolazione del mercato”. I tedeschi stanno perciò portando persino in tribunale la vicenda, pur di non subire la sorte che hanno imposto a varie società straniere, dietro la logica dell’integrazione europea. Ma ora si sta dimostrando che questa è una logica a sé, rispondente a obiettivi strategici precisi, per quanto a tratti ampiamente velleitari. E anche Berlino vi deve sottostare.

Da sottolineare, in conclusione, che secondo diverse indiscrezioni, Commerzbank è il trampolino di lancio per un riassetto complessivo degli equilibri finanziari del Sud Europa. Unicredit starebbe già guardando ad Assicurazioni Generali e Banco BPM. Un assalto che risponderebbe perfettamente alle indicazioni fatte a suo tempo da Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività europea e sul mercato unico dei capitali. Staremo a vedere.

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25/09/2024

Unicredit-Commerzbank, scontro tra Scholz e Tajani nella cornice della UE

La scalata tentata e non ancora abbandonata di Commerzbank da parte di Unicredit ha portato all’intervento diretto del cancelliere tedesco, a cui ha risposto il ministro degli Esteri italiano Tajani. Ma lo scontro ha a che fare non tanto con le regole di mercato, ma con la natura stessa di quello comunitario.

Ripercorriamo i fatti. Un paio di settimane fa Unicredit aveva acquistato il 9% delle azioni dell’istituto tedesco, per poi proseguire nella scalata con la sottoscrizione, lunedì scorso, di una serie di strumenti finanziari per prendere il controllo di un ulteriore 11,5%: una fetta della banca del valore di 3,9 miliardi, che l’avrebbe resa la prima azionista.

La transizione sarà finalizzata solo una volta che sarà stato ottenuto il via libera da parte delle autorità finanziarie europee. Ma Unicredit non si vuole fermare qui, e ha già dichiarato l’interesse ad arrivare al 29,9% in breve tempo, ottenendo così il controllo di Commerz, che tra gli azionisti conta anche il governo tedesco.

Berlino, che con le suo quote esercitava una sorta di golden share, ora si attesta al 12% delle azioni, ma è qui che è intervenuta la politica, contraria alla scalata dell’istituto italiano. Lo stesso cancelliere Scholz, come accennato, è intervenuto sulla questione.

“Attacchi non amichevoli, acquisizioni ostili non sono una buona cosa per le banche”, ha detto. Ha poi aggiunto anche: “il governo si è posizionato in modo netto e dice chiaramente: noi riteniamo che non sia adeguato in Europa e in Germania procedere con metodi non amichevoli, senza alcuno spirito di cooperazione e senza concordare nulla, per partecipare ad un’impresa”.

A rispondergli è stato Antonio Tajani: “in Europa c’è il libero mercato. Non capisco perché quando qualcuno viene ad acquistare in Italia si dice che siamo in un sistema europeo, poi se un italiano acquista non è più mercato unico”. Una dichiarazione che mostra il nodo sotteso della questione.

Il problema di fondo, infatti, è la contraddizione tra il processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali nell’area UE e gli interessi nazionali. Il primo continua a guidare l’evoluzione della cornice comunitaria, ma fino ad oggi la Germania l’aveva sempre fatta da padrona in questa dinamica.

Ora Berlino scopre che nella costruzione di un ‘campione europeo’ in ambito bancario può anche perdere (date le condizioni tutt’altro che rosee del sistema tedesco), e allora interviene la politica per cercare di mettere una pezza. Ma la fusione in grandi agglomerati bancari è una cosa che è stata auspicata anche nei rapporti di Letta e Draghi.

La BCE e persino la BaFin, un’autorità di vigilanza finanziaria tedesca, si sono detti favorevoli a questa operazione di acquisizione. Il vicepresidente della Banca Centrale, Luis de Guindos, ha dichiarato in un’intervista: “il consolidamento a livello trans-frontaliero è importante e speriamo che continui a fare progressi nel breve termine”.

Il banchiere ha poi continuato: “il contrasto fra le valutazioni di Borsa delle banche europee è un segnale dei nostri problemi. Credo che una delle ragioni sia la mancanza di una vera unione bancaria, e gli approcci nazionali che ancora esistono nel settore bancario. A causa di ciò, gli investitori considerano le banche americane come dotate di un maggiore valore intrinseco rispetto a quelle europee”.

De Guindos approfitta dell’occasione per ricordare che, sul piano strategico, lo sguardo nazionale mette i bastoni fra le ruote a quel salto di qualità che la UE deve fare, anche nel settore finanziario, per poter competere con i colossi statunitensi. Il problema non è mai stato il libero mercato, che non esiste (almeno non secondo la definizione da manuale), ma è chi comanda.

Che alla fine una fusione vada portata a termine per fare i conti con il quadro attuale della competizione globale è indubbio. Che sia una banca ‘italiana’ è il tema che non va già a Scholz, che apre un braccio di ferro tutto interno alla concorrenza interna comunitaria.

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22/09/2024

Le banche non si toccano, se sono di Berlino

Nei giorni scorsi aveva fatto rumore l’acquisto del 9% di Commerzbank, il secondo istituto di credito tedesco, da parte di Unicredit, che insieme a IntesaSanPaolofa da asse portante del sistema bancario italiano.

Tanto più che Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, aveva fatto chiaramente capire di voler puntare al 30%, quota azionaria “di controllo” che conferirebbe alla banca italiana la guida della banca tedesca. Una fusione di fatto, insomma, a guida italica...

Non ci sarebbe nulla da stupirsi, in una regime capitalistico liberista, dove i capitali fanno quello che vogliono, senza che i governi provino neanche a “dar fastidio alle imprese” (copyright di Giorgia Meloni). Gran parte del patrimonio industriale italiano, costruito peraltro dallo Stato nei decenni dell’IRI, è passato di mano in mano fino a scomparire quasi del tutto (Italsider-Ilva, Alitalia, Telecom, le cinque banche di interesse nazionale, ecc.).

Facile a dirsi, più complicato farlo se – come nel caso di Commerzbank – un governo, quello di Berlino, detiene il 12% dell’istituto, esercitando di fatto la “golden share”, ossia un potere di veto o orientamento (pubblico) che i trattati europei teoricamente vietano, se non per casi eccezionali come crisi improvvise.

E infatti, dopo la sorpresa iniziale (pare che l’acquisto del 9% non fosse stato comunicato preventivamente, anche se le “manifestazioni di interesse” da parte Unicredit erano partite già dal 2017, sull’onda della profonda crisi che ha colpito le banche tedesche alle prese con le conseguenze di mosse speculative azzardate sui “derivati” statunitensi) il governo di Berlino ha fatto molto chiaramente capire di non essere disposto a vendere il proprio 12% ad un solo investitore, per di più già presente in modo così forte nella banca.

Teoricamente la preferenza andrebbe per una vendita frammentata a più investitori, impedendo così – almeno per qualche tempo – una eccessiva concentrazione di potere in una sola mano.

Il niet del governo ha smosso anche il management di Commerzbank, con l’attuale amministratore delegato che annuncia la volontà di non restare dopo la fine del suo mandato (nel 2025), mentre la responsabile finanziaria Bettina Orlopp – incaricata di condurre i colloqui con UniCredit, nonché potenziale successore dell’attuale a.d. Manfred Knof – avrebbe detto chiaramente che la banca tedesca “non ha bisogno di UniCredit” anche perché sul piano della ristrutturazione “c’è ancora molto da fare, vogliamo generare il costo del capitale al massimo entro il 2027 e siamo più che mai convinti di poterlo fare”.

Per essere ancora più chiara, Orlopp ha aggiunto che vorrebbe che lo Stato tedesco rimanesse per il momento nella banca con il suo 12%. “È importante, perché credo che prima ci sia bisogno di un po’ di pace e tranquillità”.

Insomma: la seconda banca tedesca deve restare in mani tedesche.

Le ragioni addotte sono diverse. Si va dai timori di esporre un istituto importante ai sempre sbandierati problemi del debito pubblico italiano (Unicredit, come quasi tutte le banche di questo paese, possiede grandi quantità di titoli di stato emessi dal Tesoro), fino alle maggiori difficoltà che potrebbe incontrare le imprese tedesche bisognose di prestiti (fin qui evidentemente concessi con manica larga e secondo un criterio “nazionalistico”).

Una riprova che l’Unione Europea, così come è stata costruita – e in base agli interessi sui cui è stata costruita – non solo funziona male e in modo nazionalisticamente selettivo (con l’ovvia differenza tra “chi pesa” e chi no), ma entra sempre più di frequente in contraddizione con i “valori” che dice di voler difendere/affermare. Addirittura con la “libertà di impresa” – l’architrave fondamentale dell’ideologia liberista – se è in ballo il suo controllo.

Figuriamoci cosa può accadere quando sono in gioco gli interessi e la sopravvivenza delle classi popolari...

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17/09/2024

I grandi capitali nel risiko draghiano

di Emiliano Brancaccio

Capitalisti italiani che mangiano capitalisti tedeschi? Può accadere anche questo nelle odierne sommosse del potere economico internazionale. Andrea Orcel, capo di Unicredit, ha reso noto che la banca italiana ha acquisito il nove percento della tedesca Commerzbank.

E non intende fermarsi: l’istituto con sede a Milano vorrebbe comprare il restante pacchetto di azioni che il governo di Berlino sta mettendo sul mercato per completare la privatizzazione.

Se l’acquisizione andrà avanti, la Bce darà il suo placet [l’ok è poi arrivato, prima che noi riprendessimo questo articolo, che esce quindi pienamente confermato nella sua analisi, ndr]. Il direttorio di Francoforte condivide infatti l’allarme del Rapporto Draghi sulla competitività. Gelosi di preservare le rispettive proprietà nazionali, gli stati membri dell’Unione europea hanno finora ostacolato le acquisizioni transfrontaliere tra capitali, col risultato che le aziende europee sono oggi “nane” nella lotta globale con i giganti americani e cinesi.

La ricerca scientifica in effetti conferma. La centralizzazione dei capitali in sempre meno mani procede in Europa a ritmi ancora blandi. L’ottanta percento del capitale azionario è controllato in Italia e in Germania da circa il 2 percento degli azionisti. Sembrano pochi, ma in realtà sono ancora dieci volte troppi rispetto allo 0,2 percento degli Stati Uniti. Per Draghi e i suoi, un cambio di passo è dunque urgente. Bisogna subito apparecchiare un nuovo banchetto di mergers europei, a partire proprio dal settore bancario.

Commerzbank sembra l’antipasto ideale. Durante la crisi dell’eurozona si rivelò una delle banche più avventuriste nel prestare alla Grecia e agli altri paesi debitori, le svalutazioni dei suoi crediti fecero più volte tremare i mercati e alla fine fu salvata solo con una partecipazione statale. Oggi la banca viene rimessa sul mercato ma vale appena 14 miliardi, troppo minuta per sopravvivere in un sistema continentale egemonizzato da UBS con 97 miliardi, BNP Paribas con 70, Santander con 65, Intesa Sanpaolo con 67. E, per l’appunto, Unicredit con 59 miliardi e tanta voglia di allargarsi.

Per realizzare il sogno della banca italiana che fa shopping in Germania c’è però da superare qualche ostacolo. Il primo scoglio è posto da vari esponenti del governo e dei lander tedeschi.

La Germania vive infatti un paradosso. Pur essendo il centro indiscusso dell’economia europea, a livello di settore bancario ha evitato di favorire capitalizzazioni eccessive, privilegiando il più delle volte dimensioni regionali o poco più. Conseguenza è che oggi l’istituto tedesco più capitalizzato è Deutsche Bank con appena 27 miliardi in dote, ben sotto i principali concorrenti svizzeri, francesi, spagnoli, italiani e olandesi.

Il risultato, ironico, è che adesso persino tra le file dei rigorosi liberisti tedeschi c’è chi teme il risiko draghiano delle acquisizioni europee. L’idea prevalente a Berlino è che bisogna avviare una determinata politica di fusioni tra banche tedesche, in modo da raggiungere un minimo di massa critica nazionale prima di aprirsi alle lotte sul mercato europeo.

L’altro scoglio è l’opposizione dei sindacati tedeschi, ostili a un tentativo di acquisizione estera che per la prima volta potrebbe creare esuberi in Germania piuttosto che nelle consuete periferie europee. In passato, vari esponenti del mondo sindacale tedesco avevano accusato gli omologhi degli altri paesi di frenare la modernizzazione europea con richieste di protezioni statali ritenute ormai desuete. Stavolta tocca a loro subire gli effetti della modernizzazione.

Anziché esser serviti sul solito piatto, stavolta i capitalisti italiani potranno dunque sedere al banchetto delle fusioni bancarie europee? È presto per dirlo, siamo solo al primo libar nei calici.

La cosa certa è che Marx trova di nuovo conferma: la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani è la forza che muove il mondo. I capitalisti di tutte le nazioni in certi casi assecondano il processo e in altri lo ostacolano, spingendo a seconda delle circostanze sul libero scambio, sul protezionismo e talvolta su guerre sanguinose, se serve. Dipende solo dal posto che ogni volta si trovano a occupare: dal lato degli invitati o del pasto in tavola.

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15/09/2024

La guerra tra capitali nel sistema finanziario euroatlantico

Sono tre le notizie principali che stanno agitando il sistema finanziario euroatlantico.

La prima, ampiamente preannunciata, è la scelta della Fed in materia di regolamentazione bancaria di dimezzare il capitale aggiuntivo che gli otto maggiori istituti statunitensi sono obbligati a detenere nelle proprie casse.

Queste banche, tra cui Citigroup, Bank of America e JP Morgan, dovranno aumentare il capitale, secondo le modifiche, del 9% anziché del 19% come in origine previsto dall'accordo Basilea III.

Secondo Michael Barr, vicepresidente della Fed, le modifiche apportate “dovrebbero alleviare le preoccupazioni delle banche, scaturite dalla presentazione delle proposte iniziali, avvenuta nel luglio 2023”.

In soldoni, è il caso di dire, alle banche statunitensi è concesso disporre di maggiore liquidità per aggredire il mercato e di presentare minori garanzie a copertura di quest’aggressione rispetto a quanto stabilito in fase negoziale internazionale dell’accordo.

Vale la pena ricordare che Basilea III è il terzo round di accordi di regolamentazione bancaria internazionale stipulato per affrontare le ricadute della crisi finanziaria del 2007/08 e che dovrebbe garantire le norme tramite cui gli istituti di credito possano mantenere un livello di capitale e liquidità sufficiente per adempire ai loro obblighi e non fallire in caso di perdite inattese.

La sua implementazione è stata prima rimandata dalla Commissione europea al gennaio 2026 e ora disattesa dal partner a stelle e strisce, manifestando una certa “inquietudine concorrenziale” tra le due sponde dell’Atlantico.

La seconda notizia, che ha colto invece di sorpresa gli addetti ai lavori, è il blitz con cui Unicredit, banca italiana più importante assieme a Intesa San Paolo, ha acquisito il 9% di Commerzbank, secondo istituto tedesco dietro solo allo zombie Deutsche Bank.

L’istituto guidato da Andrea Orcel ha dichiarato in una nota che la metà della quota è stata acquisita direttamente dal governo tedesco, che sta cedendo le sue quote di Commerz, mentre l’altra metà è stata rastrellata sul mercato.

La manovra ha provocato l’ira del governo Scholz (ma non quello dei vertici dell’istituto, almeno pubblicamente), preoccupato della scalata operata da un istituto straniero ai vertici di un importante operatore finanziario nazionale.

Nei prossimi 90 giorni infatti il governo metterà sul mercato il restante 12% delle quote ancora detenute di Commerz, con Unicredit pronta a presentare di nuovo l’offerta più alta su piazza per salire al 20% della banca e dare vita così al più grande “campione europeo” del sistema finanziario al pari di BNP Paribas (comunque ben lontani dai colossi statunitensi).

“Draghi ordina e Orcel ubbidisce”, suggerisce l’editoriale di Repubblica, a proposito della partita per il futuro dell’Ue.

La terza notizia riguarda l’attesissima riunione odierna del Consiglio direttivo della Bce che dovrebbe allentare la politica monetaria dopo mesi di strangolamento dell’economia e dei salari nel nome della lotta all’inflazione.

I dubbi aleggiano sull’entità dei tagli (25 o 50 punti base), ossia sul peso della riduzione del costo del denaro che ha effetti a cascata per esempio su mutui e prestiti, su cui a gran voce soprattutto dall’Europa mediterranea si chiede di intervenire per alleviare le sofferenze generate dal lungo ciclo di politica restrittiva imposta da Francoforte.

Ma se “l’esito della lunga attesa dovrebbe deludere”, ammonisce Angelo De Mattia su Milano Finanza, “il disorientamento sarebbe rilevante”, dando ulteriore corda ai miopi falchi europei in rappresentanza anche di “una Germania prossima alla stagnazione” su cui aleggiano dubbi se possa davvero “continuare a non sostenere un mutamento del governo della moneta in chiave meno restrittiva”.

Insomma, nel rimodellamento dell’ordine mondiale su scala multipolare, i maggiori attori del capitale finanziario occidentale portano avanti la loro personale “guerra tra capitali”, manifestando una inquietudine ben maggiore di quanto non farebbe pensare la sbandierata coesione del blocco euroatlantico.

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15/06/2020

Commerzbank, l’altro zombie che vede Cerberus


Pochi giorni fa Cerberus management Limited ha inviato una dura lettera a Commerzbank (la seconda banca tedesca), chiedendo: 1) un cambiamento di rotta nella politica aziendale e 2) la nomina di due suoi rappresentanti nel Consiglio di vigilanza (reuters.com).

Si tratta di un'uscita irrituale. Anche perché il primo azionista di Commerzbank, con il 15,6%, è lo Stato tedesco.

Cerberus è stata fondata nel 1992, e amministra circa 42 miliardi. Investe in diversi rami, compreso il settore dei crediti deteriorati. Il presidente è John W. Snow, ex Segretario al Tesoro nel governo Bush (figlio). Mentre Dan Quayle, vicepresidente sotto Bush padre, è presidente di Cerberus Global Invesments (LLC) e membro del gruppo dirigente senior dell’azienda madre.

Commerzbank è stata fondata ad Amburgo nel 1879 e ha tirato avanti sino al 2009, quando è stata spinta a fondersi con la Dresdner Bank, la quale, nel frattempo, era stata rilevata dal colosso Allianz Assicurazioni.

È proprio per impedire che le passività di Dresdner si scaricassero su Allianz che, nel 2009, Commerzbank ha deciso di fondersi con Dresdner. L’operazione è stata guidata da Soffin, il Fondo Federale Straordinario per la Stabilizzazione dei mercati finanziari, che ha sostenuto un aumento di capitale, base dell’attuale partecipazione dello Stato tedesco.

Nel 2017, quando le azioni erano in salita, e valevano 10 euro, Cerberus ha acquisito una partecipazione per 675 milioni, pari a una quota del 5,01%, ponendosi così alle spalle di BlackRock, e diventando il terzo azionista della banca tedesca. L’investimento è apparso insolito, non solo perché i gruppi di buyout hanno sempre evitato di investire in grandi banche, scoraggiati dall’opacità delle loro finanze, ma anche perché il governo tedesco non ha mai visto di buon occhio gli hedge fund e il private equity, definiti delle vere e proprie locuste (ft.com).

L’anno prima dell’entrata di Cerberus, Commerzbank aveva nominato CEO Martin Zielke, il quale aveva lanciato il solito piano strategico a base di Promesse, Fuffa, Restyling e il Taglio di 10 mila posti di lavoro. Il mercato, manco a dirlo, aveva apprezzato, convinto che una volta che il cavallo si fosse abituato al digiuno, le cose sarebbero andate per il meglio.

E difatti la cura da cavallo aveva dato i suoi frutti. Il prezzo delle azioni era raddoppiato, superando le performance della rivale Deutsche Bank e dell’indice delle blue chip DAX 30 (ft.com).

A febbraio del 2018 le azioni toccarono il record di 13,71 euro. L’investimento di Cerberus stava cominciando a levitare – perlomeno in conto capitale. Ma Cerberus ha realizzato il guadagno. Ed è stato un errore, poiché la azioni cominciarono a calare, fino a toccare i 4,92 euro ad agosto del 2019.

Qui le date sono importanti. Il confronto con Deutsche Bank è illuminante. Le azioni di quest’ultima, nel luglio 2015, valevano circa 30 euro, mentre ad agosto 2019 erano scese a circa 6 euro. A marzo del 2020 le azioni di Commerzbank hanno toccato i 3 euro.

Alla vista di questi prezzi a New York saranno saltati dalla sedia. Ma come, avranno pensato,

“Noi, i Vultur funds, gli Avvoltoi, che quando volteggiamo su una società è perché sentiamo l’odore del sangue o la puzza della putrefazione” (agi.it);

“Noi, pronti a scendere in picchiata e portare via la carcassa – a gratis!, a gratis, o quasi, signori!, come abbiamo fatto con gli NPL di Monte de Paschi”;

“Noi, custodi del terzo cerchio dei dannati, di quelli che per vizio o ingordigia hanno portato alla rovina le loro aziende, persone che ora giacciono nel fango fino alla cintola”;

“Noi, che abbiamo squartato le società moribonde e mangiato a brani persino le budella”;

“Noi, ripulitori mondiali, che raccogliamo i cocci dopo le vostre gozzoviglie, e rimettiamo tutto a posto prima del ritorno dei genitori”;

“Noi, mastini del capitalismo, cosa ci tocca vedere oggi? Ci tocca vedere l’inferno dal punto di vista dei dannati...”

In questa storia le date sono importanti, come è importante la geografia. I prezzi sono precipitati prima dell’emergenza Covid. C’era qualcosa che non andava anche prima. E questo qualcosa si chiama capitalismo.

Non sto qui a dilungarmi. La Storia è nota, e non è quella della Germania contro il resto del mondo, o quella della finanza contro il capitalismo industriale. Qui i rapporti sono più intricati.

Come mostra questa brutta vicenda, c’è un’America che va a braccetto con una certa Germania. Un’America che è, addirittura, più aggressiva della Germania. Cosa chiede Cerberus? Chiede che si licenzino altri dipendenti della banca, che si faccia un po’ di pulizia, che si taglino un po’ di costi.

Due mesi fa, su Bild, un esperto di Allianz, parlando delle vacanze dei tedeschi, diceva che quest’anno, per colpa dei mancati introiti finanziari da investimenti personali, i tedeschi non potranno concedersi 3 (tre) vacanze, come era loro abitudine, ma soltanto 2.

Non stava parlando di tutti i tedeschi, sicuramente non parlava di quel mio amico che è emigrato a Francoforte e che a mala pena riesce a pagare l’affitto.

Alle pressioni di Cerberus ha risposto Stefan Schmittmann, presidente del Consiglio di vigilanza. “Non ci sono posti per altri consiglieri”, ha detto. “E tutti i i membri presenti nel Consiglio sono titolati, e rimarranno in carica sino alla scadenza naturale del mandato” (faz.net).

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03/04/2020

Brancaccio - Grande bestia, piccola politica

RAI Radio Uno – ERESIE – 3 aprile 2020 – Quanti inutili moralismi intorno alla tedesca Commerzbank, che consiglia ai suoi clienti di vendere titoli italiani poiché rischiano di diventare “titoli spazzatura”…. Parlamentari e ministri si affannano a denunciare questi “crucchi senza etica” che ci vorrebbero morti. Ma la verità è che il comportamento di Commerzbank e di tutti gli altri intermediari segue regole che hanno messo al centro del sistema la “bestia” del mercato privato e la sua fame di profitto. E nessuno per adesso si azzarda a toccare quelle regole. Contro la grande bestia, la politica è piccola. Il commento dell’economista Emiliano Brancaccio dell’Università del Sannio.


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03/05/2019

La Germania delle banche sull’orlo del fallimento

Il progetto di un grande campione finanziario tedesco è morto. Deutsche Bank e Commerzbank hanno annunciato giovedì 25 aprile che abbandoneranno le discussioni in vista di una fusione. “Dopo un’attenta analisi, il consiglio di amministrazione di Commerzbank ha concluso oggi che una fusione con Deutsche Bank non offrirebbe benefici sufficienti a controbilanciare i rischi aggiuntivi, i costi di ristrutturazione e gli aumenti di capitale necessari associati a un’integrazione su così larga scala. Di conseguenza, entrambe le banche hanno deciso di interrompere le discussioni”, ha spiegato Commerzbank in un comunicato.

L’annuncio di questo fallimento è stato accolto con sollievo sia dagli investitori sia dai sindacati di entrambe le banche. Perché è un eufemismo dire che questo progetto, voluto e sostenuto a braccia aperte dal ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha suscitato ben poco entusiasmo o addirittura molta apprensione.

Non appena è stata annunciata la possibilità di una fusione, i sindacati presenti nelle due banche – che, secondo il modello di “compartecipazione” tedesco, fanno parte del consiglio di amministrazione di entrambi gli istituti – si sono opposti a questa proposta di fusione, che sarebbe stata troppo distruttiva per l’occupazione. Secondo le loro stime, più di 30.000 posti di lavoro rischiavano di scomparire se la fusione fosse stata completata.

Ma anche i principali azionisti di entrambe le banche, specialmente i fondi del Qatar che hanno salvato Deutsche Bank durante la crisi del 2008, hanno messo in dubbio la rilevanza di questa rischiosa fusione.

I politici tedeschi hanno fatto eco alle loro paure. “Due tacchini malati non hanno mai fatto un’aquila”, ha detto Olav Gutting, deputato della CDU e molto critico nei confronti del progetto. Oltre ai timori di costi sociali elevati, i parlamentari erano preoccupati per il rischio che questo progetto di mega-banca potrebbe comportare per le finanze pubbliche. La retorica del ministro tedesco sulla necessità di creare un “campione bancario nazionale” per sostenere il potere economico tedesco – prendendo a prestito accenti gaullisti mai usati in Germania – non è mai riuscita a ribaltare l’ostilità dei leader politici, di tutte le tendenze, a questo progetto “faraonico”.

Ma l’opposizione più efficace, anche se molto discreta, a questo avvicinamento è stata probabilmente quella delle autorità di regolamentazione bancaria europee e americane. Da anni la Deutsche Bank è per loro fonte di preoccupazione. Con oltre 1.500 miliardi di dollari di attività (pari al 46% del PIL tedesco), controparte centrale dell’intero sistema bancario internazionale, Deutsche Bank è da anni considerata dalle autorità di regolamentazione la banca più “sistemica” del mondo, ma anche una di quelle in pessime condizioni.

Nonostante i numerosi piani strategici dell’ultimo decennio, non è riuscita a cancellare le follie passate: il portafoglio derivati, che, pur essendo diminuito significativamente dalla crisi del 2008, è ancora stimato in oltre 40.000 miliardi di dollari [valore nozionale, ovvero tiene conto del valore delle attività sottostanti, anche se il rischio reale è molto più basso, nell’intervallo dall’1 al 2% – ndr]. E quasi ogni mese, nuovi scandali – l’ultimo dei quali è il riciclaggio di denaro sporco in accordo con la Danske Bank, che ha provocato una serie di perquisizioni presso la sua sede centrale – le ricordano quel suo passato.

Vedere questa banca, che non ha ancora ripulito il proprio bilancio, avvicinarsi a Commerzbank, anch’essa fragile [nazionalizzata nel 2008, la banca non si è ancora ripresa dalla crisi e lo Stato non è riuscito a vendere al settore privato il 15% che ancora mantiene], non ha rassicurato le autorità di regolamentazione. Anche per loro, due tacchini malati non hanno fatto un’aquila.

L’accettazione di questa fusione, che avrebbe portato alla creazione di un’entità bancaria ancora più grande, ancora più rischiosa e fragile, avrebbe messo a serio rischio l’intero sistema finanziario internazionale e sollevato interrogativi sulla loro credibilità.

Poco dopo l’annuncio del progetto, la BCE e il Consiglio unico di risoluzione (che supervisiona l’unione bancaria) hanno indicato che entrambe le banche dovrebbero garantire che l’entità risultante dalla fusione sia in grado di trovare una soluzione in caso di crisi, al fine di evitare che i contribuenti paghino per il loro salvataggio. “Se una banca diventa troppo grande, complessa o interconnessa [...], deve avere capitale proprio aggiuntivo”, ha detto Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della BCE, al Parlamento europeo a marzo.

Le autorità di regolamentazione hanno stimato che la Deutsche Bank dovrebbe raccogliere almeno 10 miliardi di euro di capitale aggiuntivo per consolidare il suo capitale proprio, prima di qualsiasi fusione.

Da parte loro, le autorità di regolamentazione statunitensi hanno indicato che Deutsche Bank dovrebbe in futuro, come le sue controparti europee che vi operano, rispettare le norme in vigore negli Stati Uniti e rafforzare il proprio capitale e la liquidità per essere in grado di far fronte ad una nuova crisi. Ciò richiederà ulteriori aumenti di capitale. Quanto? Mistero.

Perché gli Stati Uniti sono la vera “scatola nera” della Deutsche Bank. È dalle sue filiali americane, passando sotto tutti i radar di controllo dei regolatori americani ed europei, che il gigante tedesco ha perseguito una politica di conquista aggressiva, ha montato tutti i suoi colpi (vedi The Big Short), impegnato miliardi di euro e dollari in tutte le speculazioni finanziarie. Le attività americane della Deutsche Bank sono così spaventose da aver scoraggiato qualsiasi concorrente dal compiere un attacco ostile contro il gigante tedesco, anche se malato. Hanno spaventato anche la gestione della Commerzbank.

Nel tentativo di salvare la fusione, la direzione della Deutsche Bank e il governo tedesco hanno proposto nei giorni scorsi di escludere le attività statunitensi dal campo di applicazione della fusione. È stata addirittura proposta l’idea di trasformarle in “bad bank” e di finanziarla con fondi pubblici tedeschi. Il governo tedesco sembra poi essersi ritirato dalla portata degli impegni assunti. E il progetto di fusione è fallito.

Per il ministro delle Finanze tedesco questo fallimento rappresenta una grave battuta d’arresto sul piano politico. Pur appoggiando ora l’annullamento della fusione, continua però a sostenere l’idea della necessità di “istituti di credito competitivi per sostenere il successo industriale globale tedesco”. Una dichiarazione ricevuta con scetticismo generale. “Una fusione avrebbe creato problemi ancora più grandi per noi. Ma con la fine delle discussioni sulle fusioni, i problemi del settore bancario non sono stati risolti. Essi continuano ad esistere e devono essere affrontati”, dice la deputata SPD Ingrid Arndt-Brauer.

Infatti, il governo tedesco non ha affatto finito con le sue banche. Il caso di Commerzbank, secondo gli osservatori, è il più facile da risolvere. Anche se la banca deve affrontare una forte concorrenza in Germania e difficoltà di sviluppo, il suo bilancio è stato rimesso in ordine. Sono in circolazione i nomi di potenziali acquirenti, come l’italiana Unicredit o l’olandese ING.

Ma perché una fusione possa avere successo, può diventare necessario rimuovere l’ostacolo della limitazione in anticipo per le garanzie bancarie, fin qui limitate ai singoli paesi dell’area euro. Un requisito che proprio il governo tedesco aveva imposto durante la discussione sull’unione bancaria, per evitare che “i contribuenti tedeschi paghino per gli altri”.

Il caso della Deutsche Bank invece rimane gravissimo. Dalla crisi del 2008, il gigante bancario è stato un grosso problema per il governo tedesco. Inginocchiato davanti ai suoi princìpi liberali, il governo ha lasciato a lungo che la banca gestisse da sola la propria attività, anche se Wolfgang Schäuble, allora ministro delle finanze, è stato più volte impaziente verso gli scarsi risultati ottenuti.

Negli ultimi dieci anni, la banca ha cambiato gestione tre volte, ha annunciato molteplici trasformazioni, ma non è riuscita a ripulire le sue attività, il suo bilancio e quindi a riprendersi. Dopo tre anni di perdite, Deutsche Bank ha annunciato un risultato di 267 milioni di euro e un fatturato di 39,6 miliardi di euro. Il suo corso azionario è sceso del 90% in un anno, e ora è a 7,59 euro.

Questa caduta ininterrotta di Deutsche Bank è una preoccupazione costante per il governo tedesco. Fino a costringere il ministro delle finanze Olaf Scholz a cavalcare improvvisamente il tema del “campione nazionale delle banche”, forse più per necessità che per convinzione. A gennaio, quando ha iniziato a lanciare l’idea di una fusione con Commerzbank, ha effettuato in un mese 23 visite alla sede centrale della Deutsche Bank per discutere la strategia della banca. Perché c’è qualcosa che brucia: mentre il prezzo della banca è in calo, il prezzo del suo credit default swap (CDS, il costo dell’assicurazione su quel credito, ndr) sta salendo. C’è una totale sfiducia nel mondo bancario. La banca ha sempre maggiori difficoltà a rifinanziarsi da sola e lo fa a costi proibitivi.

E’ quindi per evitare il soffocamento finanziario e il rischio di crollo che il governo tedesco ha tentato questa operazione da ultima spiaggia, proponendo una fusione con Commerzbank. Che tutti gli altri candidati hanno respinto, per le stesse ragioni addotte dal management della Commerzbank: tutti temono i rischi una simile operazione.

Tuttavia, non sono mancate le richieste urgenti per un “grande matrimonio bancario europeo”: c’erano banchieri centrali – tra cui il Governatore della Banque de France, Villeroy de Galhau – finanzieri (in particolare Alex Weber [ora Presidente di UBS, è stato Presidente della Bundesbank, quindi in questa veste responsabile della supervisione del settore bancario tedesco, tra il 2004 e il 2011, periodo considerato come quello in cui la banca ha commesso gli errori più gravi di cui non è riuscita a liberarsi – ndr]. Anche il nostro ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, stava spingendo per una fusione tra BNP Paribas e Deutsche Bank in nome della Grande Europa, dimenticando di mettere doppiamente a rischio tutti i contribuenti francesi.

Dopo il fallimento della fusione con Commerzbank, l’idea di una fusione bancaria tra Deutsche Bank e un’altra istituzione è in questa fase sepolta. Il governo tedesco non può più scommettere sul lavoro del tempo, sperando che alla fine tutto si risolva. A dieci anni dalla crisi, i problemi di Deutsche Bank sono ora più acuti che mai. Bisogna ripulire il bilancio del gigante bancario, aprire gli armadi dove potrebbero esserci ancora dei cadaveri nascosti e portare la banca ad una dimensione più gestibile.

Data l’ampiezza delle interconnessioni della banca con l’intero sistema finanziario internazionale, è comprensibile che le mani di dirigenti bancari, politici e autorità di regolamentazione stiano tremando. Il minimo errore può ammontare a miliardi, o addirittura causare disastri.

Per il governo tedesco, questo potrebbe trasformarsi in un test politico. Come nello scandalo del gasolio, il pubblico può scoprire l’altra faccia della storia dei successi passati. E, nonostante tutte le promesse fatte in passato, i contribuenti tedeschi potrebbero dover pagare per salvare le loro banche. Con Deutsche Bank, si sta sbriciolando un’ulteriore pietra del “modello tedesco”.

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12/03/2019

L’eterno ritorno della sindrome del Faust

Davvero sbalorditiva l’intervista di H. W. Sinn – uno dei decani degli economisti tedeschi – rilasciata l’altro giorno al quotidiano economico Handelsblatt. L’oggetto dell’intervista era il noto studio del CEP di Friburgo che sostiene che i due paesi che hanno subito le più grandi perdite dall’introduzione dell’Euro sono l’Italia e la Francia mentre i paesi che hanno tratto maggiori benefici sono la Germania e l’Olanda.

La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendolo corretto e non soggetto a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):
“Il problema è che le esportazioni, nel calcolo del PIL, sono considerate come un indice di prosperità, anche se in realtà lo diventano solo nel momento in cui sarà certo che immediatamente o successivamente potranno essere convertite in importazioni per una somma di pari valore. In effetti le eccedenze commerciali tedesche non sono sempre state investite in maniera ragionevole, e spesso sono state utilizzate per acquistare titoli di debito esteri alquanto problematici. Una parte di questi titoli consisteva in obbligazioni di dubbia utilità, in gran parte di provenienza americana, il cui mancato rimborso ha contribuito al fatto che la Germania abbia dovuto cancellare centinaia di miliardi di euro di crediti esteri dal suo bilancio delle attività nette sull’estero.”
Insomma, per Sinn è vero, la Germania grazie al feroce meccanismo dell’Euro (inibizione del meccanismo di mercato delle fluttuazioni di cambio, rigore fiscale grazie a Maastricht e Fiscal Compact, introduzione del delirante concetto di output gap) è riuscita a guadagnare enormi flussi finanziari fatti dalle gigantesche eccedenze commerciali, ma in fondo i tedeschi non ci hanno guadagnato perché non ne hanno goduto i frutti a causa dei cattivi investimenti in titoli USA che sono letteralmente carta straccia. Di primo istinto, da buoni mediterranei di cultura cattolica, verrebbe da dire che la farina del diavolo se ne va in crusca; per non parlare poi del fatto che sostenere che i tedeschi, dall’infernale trappola dell’Euro non ci hanno guadagnato perché hanno investito male, è come dire che un rapinatore non ha rapinato perché si è dimenticato la valigia con il bottino nell'auto con cui è scappato.

Ma, lasciando perdere questi aspetti un po’ moralistici, ci sono altre considerazioni da fare. Primo, mi pare corretto domandarsi se i tedeschi stiano continuando a imporre la sferza (peraltro precipitandoci in un enorme crisi di innovazione a causa dello “sparagno”, e di cui pagheremo il prezzo nei prossimi decenni) nella speranza di recuperare quanto incautamente perso (oltre che ingiustamente guadagnato).

In secondo luogo, nell’affermazione di Sinn salta all’occhio un non detto: dove sono queste centinaia di miliardi di titoli USA che valgono quanto la carta da parati? Posto che nel bilancio dello Stato non ci sono perché se ne avrebbe l’evidenza; posto che nel cassetto del birraio tirolese è difficile che ci siano, mi viene da pensare che si trovino ben custoditi nei bilanci delle banche tedesche. E infatti se così fosse si spiegherebbe come mai – nonostante dovrebbero scoppiare di soldi – banche come Deutsche Bank e Commerzbank vivono gravissime difficoltà da anni.

Se non fossero tedeschi, comunque, si siederebbero assieme ai partner europei e spiegherebbero la situazione per trovare un accomodamento. E invece niente, combattono fino all’ultima pallottola e a sconfitta certa. Trascinandosi appresso tutta Europa, ovviamente.

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27/02/2019

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: i suoi!


Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.

Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).

Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso dei capitali nei singoli Paesi. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo in avanti verso una maggiore integrazione.

In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.

Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione de conti correnti.

Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque...).

La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).

Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.

Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.

Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.

Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.

Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 2002 ad oggi, ha perso reddito per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.

Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole...

E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile, un sistema di rapina a favore dei più ricchi.

Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore.

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Torna la tassa sulle transazioni finanziarie

di Carlo Bastasin

Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area.

A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche.

Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità.

Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria.

La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia.

La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso.

Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area.

All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto.

Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici.

Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro.

Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area.

Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione.

Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi.

Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali.

Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni.

Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.

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23/01/2019

La Germania dei maestri somari: sotto indagine Deutsche Bank

Mentre firmano il trattato di Aquisgrana per tentare di ricostituire un “motore europeo” decisamente imballato; mentre continuano a dar lezioni a destra e manca su come si gestiscono “ordinatamente” l’accumulazione capitalistica e i conti pubblici... la principale banca tedesca finisce sotto inchiesta.

Non di Bruxelles e tantomeno della Bce (che pure qualche “vigilanza” istituzionalmente, dovrebbe esercitarla), ma della Federal Reserve statunitense.

La Fed sta infatti esaminando le modalità con cui il colosso bancario tedesco ha gestito alcuni miliardi di dollari in transazioni sospette da Danske Bank, il maggiore istituto della Danimarca. Com’è noto – fuori d’Italia, perché qui si preferisce fare gli “allievi diligenti” di Berlino, in molte redazioni – questo caso riguarda il maggiore scandalo europeo sul riciclaggio di denaro dalla Russia.

Il colpo americano arriva mentre DB è impegnata nella complicata chiusura del bilancio 2018 (mica è uno Stato membro della Ue, se la può prendere con calma...) e, contemporaneamente, nella progettata fusione con l’altra “grande malata” della finanza germanica, Commerzbank. Un’operazione che persino la Bce non vede di buon occhio ma, come si dice, “chissenefrega, siamo tedeschi e non obbediamo neanche alle regole che abbiamo scritto noi”.

Dal punto di osservazione statunitense, invece, il problema è serissimo, visto che Washington non permette che società operanti anche sul proprio territorio abbiano rapporti d’affari con paesi sottoposti a sanzioni (ne sa qualcosa la “capa” di Huawei, accusata di rapporti con l’Iran).

Danske Bank è sotto indagine da qualche mese per le transazioni sospette che si sono verificate nella filiale di Tallin, in Estonia. Quasi 150 miliardi di dollari provenienti dalla Russia sarebbero infatti passati di lì e poi gestiti dalla filiale statunitense di Deutsche Bank. Nel caso c’è un “pentito” molto importante, a conoscenza di molti dettagli: Howard Wilkinson, ex capo della divisione trading della filiale di Tallin.

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La competizione tra poli imperialisti accelera alla grande. 

30/09/2016

Deutsche Bank, un’autobomba nel cuore dell’Unione Europea

Il cielo è nero sopra Berlino. Abituati a dare lezioni a tutti in materia di finanza e debito, l'establishment tedesco si trova ora in una posizione molto scabrosa. La banca principale della Germania – non a caso chiamata Deutsche Bank (DB) – sta crollando in borsa per la terza volta in pochi mesi. Drammatica, ieri sera, la scivolata sulla piazza di Wall Street, dove ha lasciato il 6,7% in poche ore.

La causa occasionale di questo tracollo, che anche oggi sta trascinando al ribasso tutte le borse mondiali, è stata fornita dalla notizia – diiffusa da Bloomberg, agenzia molto attendibile – che una decina di hedge fund hanno deciso di abbandonare la “posizioni” su Deutsche e investire altrove. La banca tedesca ha provato inutilmente a minimizzare, asserendo che i soli hedge fund che hanno partecipazioni in DB sono 800. Il problema è che i partenti sono tra i più grandi del settore: tra loro Millennium Partners, che gestisce 34 miliardi di dollari, Rokos capital Management (4 miliardi) e Capula Investment Management (14 miliardi). Quindi è un segnale potente, che ha messo in movimento tutti i lemmings del mercato, scatenando la fuga di massa.

All'origine – anche qui occasionale – c'è la multa di 14 miliardi sentenziata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti per disinformazione neI confronti dei clienti, cui sono stati venduti titoli cartolarizzati legati ai mutui subprime, senza ovviamente avvertirli. Una truffa in piena regola, praticata anche da altre banche Usa, già regolarmente condannate. L'entità della multa ha nuovamente sollevato dubbi sulla possibilità di DB di far fronte a questa e cento altre cause in giro per il mondo, anche perché il Fondo Monetario Internazionale ha di recente pubblicato un rapporto in cui si definisce questa banca come una delle più rischiose a livello sistemico («il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse»). Per due motivi: la sua elevatissima interrelazione con il sistema finanziario globale e l'entità della propria esposizione in prodotti finanziari derivati di assolutamente incerto valore: 15 volte il Pil tedesco, oltre 50.000 miliardi di euro, duemila volte il valore di borsa della banca a giugno, quando il rapporto è stato reso noto. Ma da allora ha perduto un altro 30% del valore azionario...

Una cifra inconcepibile, che rende ogni raffreddore di Db una possibile polmonite per l'intero mercato finanziario, in primo luogo europeo. Come spiegava sempre il Fmi, «La Germania ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell’accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l’imposizione, se necessario, di una moratoria». Col bail in, insomma, non andrebbero lontano...

In queste ore il prestigioso settimanale Die Zeit sta rivelando che il governo tedesco sta studiando diverse opzioni di salvataggio della banca, incluso l'acquisto di almeno il 25% delle azioni. La circostanza è stata prontamente smentita dal portavoce di Angela Merkel, ma ci sono ragioni fin troppo evidenti per negare decisamente quel che non è possibile che non stia accadendo. Il governo di Berlino non può disinteressarsi del caso delegando la soluzione "al mercato", ma non può neanche intervenire in modo troppo diretto ed evidente.

I sondaggi locali dicono che il 70% dei tedeschi è assolutamente contrario ad usare soldi pubblici per salvare le banche, ben ricordando il prezzo già pagato – nel 2008-09 – per un'operazione massiccia dello stesso tipo ma di dimensioni probabilmente inferiori. Non va peraltro dimenticato che in condizioni altrettanto critiche si trova anche la seconda banca di Germania, Commerzbank, dunque l'eventuale via libera al salvataggio pubblico sarebbe particolarmente oneroso.

Un ostacolo certamente gigantesco per una cancelliera che tra un anno è attesa dalle elezioni politiche, e soprattutto per l'establishment politico di Berlino (Cdu più Spd), che ormai sente il fiato sul collo degli euroscettici di Afd sulla destra e della rediviva Linke sulla sinistra.

Ma l'ostacolo più grande resta comunque l'Unione Europea, la folle creatura senza testa politica legittimata, che governa ormai di fatto i 27 paesi che ne fanno parte (e soprattutto quelli che hanno adottato la moneta unica). Qui proprio la Germania ha imposto il divieto di salvataggio pubblico delle banche (ricordiamo il recente caso di Banca Etruria e altre tre banche locali, praticamente fallite nonostante le innumerevoli truffe operate nei confronti degli ignari clienti). Dunque chiedere per sé un'eccezione significherebbe aprire il vaso di Pandora della riscrittura di alcuni trattati, mentre ogni paese si precipiterebbe intanto e immediatamente a risolvere per proprio conto ogni problema aziendale e/o finanziario.

Un caos bancario che si andrebbe in un attimo a sommare a quello – mal gestito e potenzialmente distruttivo – dei flussi migratori e dei rifugiati.

Come si vede, una banca di quelle dimensioni non è solo un problema di economia...

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11/12/2015

Come sta messa la Germania?

Come si sa, la Germania gode di una immagine di grande solidità economica, locomotiva della Ue, con i conti in ordine, una bilancia commerciale favorevole, guardiana arcigna della cassa di Eurolandia. Il caso virtuoso da imitare nel continente.

E’ certo che la Germania rappresenti la parte più importante del Pil europeo ma forse la realtà è meno rosea di questo quadretto di “grande forza tranquilla”. Forse non è mai stata quella roccaforte inespugnabile che dichiarava d’essere.

In primo luogo parliamo della leggenda del suo “limitato” debito pubblico prova dell’assennatezza e sagacia con cui i tedeschi avrebbero saputo amministrare le loro fortune. Però, già dal decennio scorso, in cifre assolute, la Germania se la batteva con l’Italia per il terzo o quarto posto nella graduatoria mondiale dopo Usa e Giappone. Certamente, il Pil tedesco è ben più pingue e può benissimo sopportare quel debito e, poi, la Germania ha assorbito una bella fetta dei titoli greci, italiani, spagnoli, irlandesi, portoghesi ecc. e, dunque compensa una parte del suo buco.

Nel decennio trascorso, sulla carta il debito tedesco ha oscillato intorno al 76-77% del Pil che, peraltro, non è proprio pochissimo e comunque è ben di più del limite del 60% che avrebbero voluto i trattati di Maastricht e, comunque è un punto mai raggiunto dagli anni cinquanta in poi.

Ma a guardare bene le cose, la situazione è assai meno rosea, perchè c’è una particolarità del caso tedesco di cui non si parla mai: la “cassa depositi e prestiti” che fa riferimento al Tesoro e di cui fanno parte ordinariamente i maggiori istituti bancari del paese, che gestisce i finanziamenti statali agli enti locali e alle grandi opere pubbliche. Ciascun paese ha propri regolamenti per il finanziamento di questa istituzione, ma, in linea di massima, accanto al gettito classico, il finanziamento è assicurato con l’emissione di obbligazioni dell’ente ed altre forme (ad esempio, in Italia, la fonte principale è la raccolta del risparmio postale). Insomma, è un’attività che comporta un certo tasso di indebitamento e, in tutti i paesi, questa è una delle voci del debito pubblico. La Germania, invece, non considera questa voce nel calcolo del debito dello Stato, come se la sua Cassa depositi e prestiti fosse una banca qualsiasi. Lo si concordò all’interno della Ue nel 1991 perchè la Germania aveva appena assorbito la Ddr e si trovava in una situazione molto particolare. Si è trattato di una finzione giuridica funzionale allo sforzo di ricostruzione dei land orientali, ma, a distanza di  25 anni, la situazione è superata e non ha più senso questo espediente di cassa. D’altra parte, le finzioni giuridiche sono utili, ma non cancellano la realtà per la quale, se si considera in bilancio anche il debito della Cdp, il debito pubblico tedesco reale ascende ad oltre il 100%. E già questo ridimensiona un po’ il mito della locomotiva tedesca.

Ma c’è anche da considerare il capitolo “grandi banche” che sono tutte messe piuttosto maluccio già dall’inizio della crisi e, se il presidente della Deutsche Bank, Josef Ackermann, respinse ogni intervento statale nella ricapitalizzazione della sua banca, pur subendo un downgrade da AAA a AA+, molto peggio sta la Commerzbank e le stime dicono che la Deutsche Bank, che al suo zenith era valutata 60 miliardi di euro, oggi ne vale circa meno della metà, mentre la Commerzbank si aggira su un quarto del suo valore del 2007.

Dunque, un quadro non eccelso già da diversi anni su cui, però, si sono abbattute ora la stangata della VW ed  un ulteriore peggioramento del quadro bancario. La ditta automobilistica di Wolfsburg sta cercando di contrattare sulle multe, di dilazionare i rimborsi eccetera e, per ora è stata retta da una sostanziosa iniezione della solita Cdp però, comunque vada, di denaro, nei prossimi anni ce ne vorrà davvero molto per tappare la falla ed avviare nuove linee di produzione, senza  contare il danno di immagine che si tradurrà in flessione delle vendite ed è ragionevole pensare che la Cdp da sola non ce la farà, mentre le banche non sono al meglio e la concorrenza americana si fa sentire con i titoli della Goldman Sachs al 3,50% netto. Facile immaginare che, in questo contesto, la Germania non sarà più così ostile come nel passato su nuovi qe da parte della Bce. Ma questo aprirebbe altri spinosi problemi politici di cui diremo prossimamente.

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