Zitto zitto – si fa per dire – il sistema bancario statunitense perde pezzi. Che valgono centinaia di miliardi, non spiccioli.
Ieri è toccato di nuovo a First Repubblic, istituto di medie dimensioni, travolto dalla fuga dei depositi. Tradotto: correntisti che ritirano i propri soldi per investirli o “difenderli” altrove.
In pochi giorni se ne sono andati 104 miliardi, pari al 40% circa di tutti i depositi. Inevitabile il rovescio anche in borsa, dove il titolo ha perso – non per caso – un altro 40% in un solo giorno, portando le perdite da inizio anno al -93%.
Oggi First Republic capitalizza – “vale” – meno di un miliardo di dollari. Praticamente niente.
Ad aggravare il tracollo hanno contribuito la stessa Federale Reserve, e l’amministrazione Biden, che hanno fatto sapere più volte che non avrebbero messo in cantiere operazioni di salvataggio.
Il quasi-fallimento di First Republic segue quelli già avvenuti di Silicon Valley Bank e Signature Bank. E se tre punti fanno un cerchio questa è la dimostrazione della fragilità complessiva del sistema bancario Usa alla prova dell’aumento dei tassi di interesse, deciso dalla banca centrale per contrastare l’inflazione.
Ma il problema, come si dice, è decisamente più complesso. Anni di quantitative easing da parte della Fed – e della Bce in Europa – avevano fatto gonfiare non solo le quotazioni azionarie ma anche i depositi bancari, seppure in tempi diversi ma in brevissima successione.
L’esplodere della pandemia aveva infatti stimolato la fuga da Wall Street e quindi gonfiato la bolla dei depositi (alla ricerca di “sicurezza”), anche sotto la spinta dell’aumento improvviso della spesa pubblica Usa per far fronte all’emergenza.
Ma appena un anno e mezzo dopo – sotto la spinta opposta dell’aumento dei tassi di interesse – è iniziata la fuga verso altri lidi. Ma stavolta non verso la borsa, ritenuta a ragione “sovra-prezzata” e a forte rischio di improvvisi crolli.
A fare concorrenza alle banche, infatti, si moltiplicano le iniziative delle big dell’informatica, che stanno a loro volta “diversificando” il proprio business proponendosi come mediatori finanziari.
Apple, proprio in questi giorni, sta offrendo il 4,15% di interesse sui conti deposito aperti presso la sua banca (Apple Bank). Un livello che, con l’inflazione in calo e la recessione alle viste, risulta abbastanza appetibile rispetto ai micragnosi interessi offerti dalle banche classiche.
Un quadro, come si vede, tutt’altro che lineare, assai diverso da quello previsto dai manuali del neoliberismo monetarista che regolano le mosse dei banchieri centrali (“sale l’inflazione, aumento i tassi di interesse”).
Un quadro che diventa ancora più interessante – dal punto di vista dei critici del capitalismo finanziario – perché qui in Europa la Bce sta seguendo la stessa strada, con qualche mese di ritardo rispetto alle mosse della Fed.
E dunque diventa prevedibile che gli stessi problemi, che stanno covando sotto il sistema bancario europeo, non tarderanno a manifestarsi in tutta la loro forza. Credit Suisse non è certamente l’unico caso. E gli occhi di tutti sono sempre rivolti al gigantesco zombie che si aggira per l’Europa: Deutsche Bank...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/04/2023
14/04/2023
Deutsche Bank e la montagna dei derivati a livello mondiale
Nell’articolo “Deutsche Bank, uno zombie si aggira per i mercati”, pubblicato su Contropiano il 25 marzo scorso, Francesco Piccioni scrive, tra l’altro:
Procedendo con ordine, nella “Deutsche Bank annual review 2013” – a pag. 188 – compare la tabella “Quantità nazionale e valore lordo di mercato delle transazioni di derivati”, da cui si desume che alla data del 31/12 del 2013 l’esposizione creditizia da derivati di DB assommava a 54.652 miliardi di euro (appunto, circa venti volte il PIL della Germania nel 2013).
Al 31/12 del 2022, secondo il “Deutsche Bank annual report 2022”, pag. 196, l’esposizione creditizia da derivati di DB era scesa a 42.527 miliardi di euro, con un calo del 22,2% rispetto al 2013.
La quantità di derivati in scadenza entro un anno è diminuita solo leggermente rispetto al 2013 (attestandosi sul 51,3% del totale), mentre sono diminuiti i derivati in scadenza da 1 a 5 anni (-40%) e quelli in scadenza dopo 5 anni (-30,7%).
Quindi, parrebbe che DB, nell’incerto scenario internazionale, abbia cercato di ridurre la sua esposizione sul medio e lungo termine, continuando a puntare sulle “scommesse” a breve termine (con scadenze entro un anno).
La DB è stata definita la “capofila dei derivati”, ma l’elenco delle banche esposte in derivati è veramente lungo.
Secondo l’articolo “Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il PIL mondiale”, pubblicato su Il Sole 24 Ore online il 6 dicembre 2018;
Anche ammettendo che la stima basata sulla assunzione della BRI sia esagerata e l’ammontare complessivo dei derivati “valga” meno di 33 volte il PIL mondiale, sicuramente non ha fatto che gonfiarsi rispetto al 2013.
Come scrissi nell’articolo “PIL mondiale e capitali finanziario”, pubblicato su “Transfom! Italia” il 18 giugno 2018,
“Il limite del capitale è il capitale stesso” (Karl Marx, Il capitale, libro terzo, 1894)
Fonte
“(Deutsche Bank) È anche gestita, da sempre, da un gruppo di autentici banditi con la passione del ‘rischio’ per massimizzare il profitto, ma con il dono di Mida al contrario.La cosa mi ha incuriosito, perciò ho sviluppato un piccolo approfondimento che propongo di seguito ai lettori di Contropiano.
Per esempio, quando esplose la bolla dei ‘prodotti finanziari derivati’ insieme al crack di Lehman Brothers, venne fuori che DB aveva in pancia una esposizione verso questi “pezzi di carta” dal valore assolutamente incerto: l’equivalente di 20 volte il Pil tedesco.
Una cifra inimmaginabile, ma soprattutto non ripianabile da nessun ‘aiuto di stato’ o quantitative easing della banca centrale. Come si può pensare di destinare venti anni di produzione della Germania a coprire il buco finanziario di una sola banca?”
Procedendo con ordine, nella “Deutsche Bank annual review 2013” – a pag. 188 – compare la tabella “Quantità nazionale e valore lordo di mercato delle transazioni di derivati”, da cui si desume che alla data del 31/12 del 2013 l’esposizione creditizia da derivati di DB assommava a 54.652 miliardi di euro (appunto, circa venti volte il PIL della Germania nel 2013).
Al 31/12 del 2022, secondo il “Deutsche Bank annual report 2022”, pag. 196, l’esposizione creditizia da derivati di DB era scesa a 42.527 miliardi di euro, con un calo del 22,2% rispetto al 2013.
La quantità di derivati in scadenza entro un anno è diminuita solo leggermente rispetto al 2013 (attestandosi sul 51,3% del totale), mentre sono diminuiti i derivati in scadenza da 1 a 5 anni (-40%) e quelli in scadenza dopo 5 anni (-30,7%).
Quindi, parrebbe che DB, nell’incerto scenario internazionale, abbia cercato di ridurre la sua esposizione sul medio e lungo termine, continuando a puntare sulle “scommesse” a breve termine (con scadenze entro un anno).
La DB è stata definita la “capofila dei derivati”, ma l’elenco delle banche esposte in derivati è veramente lungo.
Secondo l’articolo “Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il PIL mondiale”, pubblicato su Il Sole 24 Ore online il 6 dicembre 2018;
“Fino a ottobre la mappa del rischio-derivati era spiegata all’80% dall’attività delle prime 55 banche dei tre blocchi Europa-Usa-Giappone, come risulta dal data base di R&S – Mediobanca.”E aggiunge:
“La prima indagine annuale dell’ESMA (Autorità Europea degli strumenti finanziari e dei mercati), pubblicata il 18 ottobre scorso, ha però evidenziato che nei soli 28 Paesi UE l’entità delle transazioni in derivati è superiore a quanto ipotizzato: 660 trilioni di euro (660mila miliardi) a fine 2017.Merita qui ricordare che secondo le stime del FMI (Fondo Monetario Internazionale), alla fine del 2013 le attività finanziarie sull’intero globo terrestre assommavano a 993 bilioni di dollari (993 mila miliardi) mentre il prodotto lordo mondiale (World Bank) si attestava sui 75 bilioni di dollari (75 mila miliardi). In altre parole, il capitale finanziario era oltre 13 volte il prodotto della economia “reale” (cioè dell’insieme dei beni materiali e dei servizi prodotti sul pianeta) ed era per due terzi costituito da derivati finanziari (710 mila miliardi di dollari).
Se è corretta l’assunzione della BRI (Banca dei regolamenti internazionali) secondo la quale i derivati trattati sui mercati europei rappresenterebbero meno di un quarto dei derivati di tutto il mondo, ciò significa che l’ammontare effettivo – se censito con metodi più capillari – potrebbe sfiorare appunto i 2,2 milioni di miliardi di euro”, “vale a dire 33 volte il PIL mondiale e quattro volte tanto quello che si pensava finora, amplificando in modo allarmante il rischio sistemico di prodotti per loro natura interconnessi.”
Anche ammettendo che la stima basata sulla assunzione della BRI sia esagerata e l’ammontare complessivo dei derivati “valga” meno di 33 volte il PIL mondiale, sicuramente non ha fatto che gonfiarsi rispetto al 2013.
Come scrissi nell’articolo “PIL mondiale e capitali finanziario”, pubblicato su “Transfom! Italia” il 18 giugno 2018,
“Vista nelle sue dimensioni ufficiali (cioè come “misurate” dalle maggiori istituzioni finanziarie capitalistiche a livello mondiale, la World Bank e la BRI), la cosa fa sicuramente impressione:In conclusione, di fronte alle cifre esposte e ai ragionamenti che ne conseguono, a mio giudizio è veramente difficile poter negare che la crisi “scoppiata” nel 2008 (e tuttora perdurante) sia una crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale.
- l’economia reale capitalistica (quella che produce beni e servizi) è sovrastata – e schiacciata – da una massa enorme di capitali in cerca di una valorizzazione adeguata agli “appetiti” dei capitalisti;
- mentre l’economia reale produce continuamente profitti che vanno ad aggiungersi alla massa dei capitali eccedenti le possibilità di impiego nell’economia reale stessa al grado attuale di sviluppo della composizione organica del capitale.
“Il limite del capitale è il capitale stesso” (Karl Marx, Il capitale, libro terzo, 1894)
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25/03/2023
Deutsche Bank, uno zombie si aggira per i mercati...
Quando la nave sta rischiando di affondare, il bravo comandante afferra il microfono e rassicura tutti i passeggeri. Sa che altrimenti cominceranno a correre avanti e indietro per ponti e corridoi, intralciando il lavoro dei marinai e aumentando perciò il rischio di far andare lo scafo fuori controllo.
Ma naturalmente tutti sanno che la nave sta rischiando davvero di affondare…
Quella del sistema bancario euro-atlantico è, oltretutto, una nave squinternata, gonfia di problemi irrisolti – anzi ingigantiti da un decennio di “iniezioni di liquidità” – e strutturalmente impossibilitata a compiere manovre rapide senza andare a sbattere contro ostacoli imprevisti.
All’ormai lunga lista di fallimenti improvvisi registrati nel solo mese di marzo – quello di Silicon Valley Bank è di appena 15 giorni fa, sembra una vita – si sta forse per aggiungere quello del gigante tedesco, Deutsche Bank, che appare da quasi 15 anni una balena spiaggiata.
Venerdì, in borsa, è arrivata a perdere quasi il 15% in una sola seduta, per poi risalire a -8. Sulle ragioni di questo tracollo fioccano le spiegazioni “ad hoc”, tutte presuntamente rassicuranti, come quella – eterna – delle “vendite allo scoperto” (investitori che mettono in vendita azioni che non possiedono, ma che si sono fatti “prestare”), un gioco speculativo al ribasso su cui qualcuno riesce a fare grandi guadagni in poche ore.
Basterebbe insomma, secondo questa interpretazione, un divieto legale a questo tipo di azioni speculative per congelare i rischi. Qualche volta, nel pieno di tempeste grandiose come quella del 2007-2008, è stato persino fatto.
Ma appena riapparso il sereno tutto è tornato come prima. Insomma, non è una “deviazione” dalle logiche di mercato, imputabile ad un “eccesso di avidità”, ma uno strumento normale tra i tanti, che viene considerato pericoloso solo in certe condizioni. Non sarà perciò mai eliminato.
Uno degli strumenti inventato – letteralmente – dal “mercato” per misurare il rischio di fallimento sono i credit default swap, che solo teoricamente dovrebbero intervenire (come un’assicurazione) per ripianare i buchi creati da un eventuale fallimento. Ma quando i possibili “cadaveri” hanno dimensioni “sistemiche” nessuna assicurazione può assumersi quel carico senza fallire a sua volta.
Questi strumenti assicurativi hanno a loro volta un costo e sono egualmente quotati sui mercati. Quando il prezzo per coprire il rischi default di Deutsche Bank è salito rapidamente, il panico si è diffuso nelle borse europee, coinvolgendo tutti titoli bancari, di tutti i paesi.
Per quanto possa apparire folle, anche questo “dettaglio” viene presentato come una spiegazione “tecnica” che dovrebbe contribuire a rassicurare gli investitori e risparmiatori…
Altra spiegazione “tecnica” minimizzante è quella che fa riferimento alle “onde sismiche” generate dalla scelta svizzera di “salvare” Credit Suisse eliminando il risarcimento delle obbligazioni At1 e salvaguardando almeno in parte il patrimonio degli azionisti. Una rapina in piena regola, perché – secondo la normalità del mercato capitalistico – nei fallimenti i primi a pagare sono gli azionisti (i proprietari, legalmente corresponsabili del fallimento), mentre si salvaguardano per quanto possibile gli obbligazionisti (i creditori).
Questo gesto ha naturalmente tolto ogni certezza di restituzione futura a tutti i possessori di obbligazioni societarie (non i titoli di stato, insomma), in primo luogo di quelle bancarie. La complicazione arriva dal fatto che questi “possessori” sono principalmente… banche ed altri “investitori professionali”. Il che significa scatenare movimenti di mercato molto consistenti, perché gli investitori rivedono le loro posizioni, scaricando «gli anelli deboli».
Deutsche Bank, a parte il prestigio del nome, è da tempo una banca zombie, salvata e protetta dal governo tedesco con qualsiasi mezzo. È infatti uno di quei soggetti “sistemici” il cui andamento rischia sempre di trascinare quello di tutto il sistema bancario europeo. “Troppo grande per fallire“, ma troppo inguaiata per guarire…
È anche gestita, da sempre, da un gruppo di autentici banditi con la passione del “rischio” per massimizzare il profitto, ma con il dono di Mida al contrario. Per esempio, quando esplose la bolla dei “prodotti finanziari derivati” insieme al crack di Lehamnn Brothers, venne fuori che DB aveva in pancia una esposizione verso questi “pezzi di carta” dal valore assolutamente incerto l’equivalente di 20 volte il Pil tedesco.
Una cifra inimmaginabile, ma soprattutto non ripianabile da nessun “aiuto di stato” o quantitative easing della banca centrale. Come si può pensare di destinare venti anni di produzione della Germania a coprire il buco finanziario di una sola banca?
Il banditismo del cda di DB è risaputo, tanto da dover pagare – nel 2017 – una multa di 7,2 miliardi di dollari agli Stati Uniti per le sue “pratiche di prestito irresponsabili” effettuate nel 2006 e nel 2007, che avevano parzialmente contribuito a scatenare la Grande Recessione.
Da banditi anche la soluzione per “recuperare” il costo della “multa”: tagliare drasticamente i costi. Nel 2018, in un solo giorno, DB ha licenziato più del 20% della sua forza lavoro globale, riuscendo così a registrare un profitto nei successivi 10 trimestri.
Quando Olaf Schoz, cancelliere in carica, “tranquillizza” i mercati dicendo che DB “è profittevole”, omette naturalmente di ricordare in che modo quella banca porta in positivo i suoi bilanci.
Ma alla fine della fiera, se ci si vuole capire qualcosa e avere un briciolo di sguardo sul futuro immediato, bisogna rendersi conto che sta arrivando al pettine l’immenso nodo della “liquidità aggiuntiva” fatta sgorgare da Bce e Federal Reserve Usa negli ultimi 15 anni (per impedire il crack del sistema finanziario).
Che tutta quella liquidità, prima o poi, si sarebbe tradotta in inflazione galoppante era una previsione facile. La guerra in Ucraina ha accelerato al massimo una tendenza all’aumento dei prezzi che era già in corso, anche nel settore delle materie prime energetiche.
Il modo in cui l’Occidente ha risposto, dietro gli Usa, ha fatto concentrare i problemi soprattutto in Europa – un continente praticamente senza risorse energetiche proprie – anche se a esplodere per prime sono state delle banche Usa (ma il “sistema” è fatto così, troppo interconnesso per poter localizzare rigidamente i fenomeni tellurici).
Le sanzioni, in altri termini, sono state un suicidio europeo di proporzioni stellari, perché la Russia – che doveva esserne vittima – ha la fila fuori la porta per richiedere forniture di gas, petrolio e altre materie prime.
Per chi istituzionalmente presiede alla regolazione “di mercato” delle transazioni – la banche, guarda caso – tutti questi sconvolgimenti rapidi costituiscono un mare in tempesta. E quelle che avevano più squilibri (come DB o Credit Suisse) vanno in difficoltà per prime.
Ma non è che finisce qui...
A gestire le leve dei tassi di interesse (e quindi del costo base del denaro) e della liquidità stanno infatti istituzioni come le banche centrali (Federal Reserve e Bce, oltre alla Banca di Inghilterra) che seguono regole rigide imposte da teorie da tempo falsificate, quelle “monetariste” del neoliberismo ex trionfatore degli anni ‘90.
Quindi hanno alzato rapidamente i tassi di interesse per “contrastare l’inflazione”, che però non derivava da un “eccesso di dinamismo economico”, ma da una “causa esterna” come l’aumento di prezzo dell’energia. E quindi applicano una ricetta che non può toccare la causa dell’inflazione (il prezzo del gas si muove con la disponibilità o no di quella materia prima), ma incide moltissimo su prestiti e investimenti, dunque sulla dinamica dell’economia reale. Comprimendola.
Credete voi che ai vertici delle banche centrali lo abbiano capito? Macché…
Il presidente della Bundesbank (la Banca centrale tedesca, l’equivalente della nostrana Banca d’Italia), Joachim Nagel, il giorno prima del crollo di Deutsche Bank, in un’intervista al Financial Times affermava: «Se vogliamo domare questa inflazione ostinata, dovremo essere ancora più ostinati». Sui tassi «c’è ancora strada da fare» (per aumentarli) e la Bce deve insistere fino a quando non ci sarà un forte calo dell’inflazione complessiva.
Di più. Secondo lui va accelerato il ritiro di liquidità dal mercato fin da luglio. Anzi, «in una fase successiva» andrà ridotto anche anche il portafoglio dei titoli del piano pandemico Pepp (quello che ha garantito che il debito pubblico “eccessivo” degli Stati non diventasse un bersaglio della speculazione).
Un forsennato, insomma, secondo cui – detto il giorno prima del botto della “sua” DB – le banche non sono un problema: «I rischi di contagio sembrano bassi».
In mano a questa gente, come si fa a non pensare che stiamo andando a sbattere?
Fonte
Ma naturalmente tutti sanno che la nave sta rischiando davvero di affondare…
Quella del sistema bancario euro-atlantico è, oltretutto, una nave squinternata, gonfia di problemi irrisolti – anzi ingigantiti da un decennio di “iniezioni di liquidità” – e strutturalmente impossibilitata a compiere manovre rapide senza andare a sbattere contro ostacoli imprevisti.
All’ormai lunga lista di fallimenti improvvisi registrati nel solo mese di marzo – quello di Silicon Valley Bank è di appena 15 giorni fa, sembra una vita – si sta forse per aggiungere quello del gigante tedesco, Deutsche Bank, che appare da quasi 15 anni una balena spiaggiata.
Venerdì, in borsa, è arrivata a perdere quasi il 15% in una sola seduta, per poi risalire a -8. Sulle ragioni di questo tracollo fioccano le spiegazioni “ad hoc”, tutte presuntamente rassicuranti, come quella – eterna – delle “vendite allo scoperto” (investitori che mettono in vendita azioni che non possiedono, ma che si sono fatti “prestare”), un gioco speculativo al ribasso su cui qualcuno riesce a fare grandi guadagni in poche ore.
Basterebbe insomma, secondo questa interpretazione, un divieto legale a questo tipo di azioni speculative per congelare i rischi. Qualche volta, nel pieno di tempeste grandiose come quella del 2007-2008, è stato persino fatto.
Ma appena riapparso il sereno tutto è tornato come prima. Insomma, non è una “deviazione” dalle logiche di mercato, imputabile ad un “eccesso di avidità”, ma uno strumento normale tra i tanti, che viene considerato pericoloso solo in certe condizioni. Non sarà perciò mai eliminato.
Uno degli strumenti inventato – letteralmente – dal “mercato” per misurare il rischio di fallimento sono i credit default swap, che solo teoricamente dovrebbero intervenire (come un’assicurazione) per ripianare i buchi creati da un eventuale fallimento. Ma quando i possibili “cadaveri” hanno dimensioni “sistemiche” nessuna assicurazione può assumersi quel carico senza fallire a sua volta.
Questi strumenti assicurativi hanno a loro volta un costo e sono egualmente quotati sui mercati. Quando il prezzo per coprire il rischi default di Deutsche Bank è salito rapidamente, il panico si è diffuso nelle borse europee, coinvolgendo tutti titoli bancari, di tutti i paesi.
Per quanto possa apparire folle, anche questo “dettaglio” viene presentato come una spiegazione “tecnica” che dovrebbe contribuire a rassicurare gli investitori e risparmiatori…
Altra spiegazione “tecnica” minimizzante è quella che fa riferimento alle “onde sismiche” generate dalla scelta svizzera di “salvare” Credit Suisse eliminando il risarcimento delle obbligazioni At1 e salvaguardando almeno in parte il patrimonio degli azionisti. Una rapina in piena regola, perché – secondo la normalità del mercato capitalistico – nei fallimenti i primi a pagare sono gli azionisti (i proprietari, legalmente corresponsabili del fallimento), mentre si salvaguardano per quanto possibile gli obbligazionisti (i creditori).
Questo gesto ha naturalmente tolto ogni certezza di restituzione futura a tutti i possessori di obbligazioni societarie (non i titoli di stato, insomma), in primo luogo di quelle bancarie. La complicazione arriva dal fatto che questi “possessori” sono principalmente… banche ed altri “investitori professionali”. Il che significa scatenare movimenti di mercato molto consistenti, perché gli investitori rivedono le loro posizioni, scaricando «gli anelli deboli».
Deutsche Bank, a parte il prestigio del nome, è da tempo una banca zombie, salvata e protetta dal governo tedesco con qualsiasi mezzo. È infatti uno di quei soggetti “sistemici” il cui andamento rischia sempre di trascinare quello di tutto il sistema bancario europeo. “Troppo grande per fallire“, ma troppo inguaiata per guarire…
È anche gestita, da sempre, da un gruppo di autentici banditi con la passione del “rischio” per massimizzare il profitto, ma con il dono di Mida al contrario. Per esempio, quando esplose la bolla dei “prodotti finanziari derivati” insieme al crack di Lehamnn Brothers, venne fuori che DB aveva in pancia una esposizione verso questi “pezzi di carta” dal valore assolutamente incerto l’equivalente di 20 volte il Pil tedesco.
Una cifra inimmaginabile, ma soprattutto non ripianabile da nessun “aiuto di stato” o quantitative easing della banca centrale. Come si può pensare di destinare venti anni di produzione della Germania a coprire il buco finanziario di una sola banca?
Il banditismo del cda di DB è risaputo, tanto da dover pagare – nel 2017 – una multa di 7,2 miliardi di dollari agli Stati Uniti per le sue “pratiche di prestito irresponsabili” effettuate nel 2006 e nel 2007, che avevano parzialmente contribuito a scatenare la Grande Recessione.
Da banditi anche la soluzione per “recuperare” il costo della “multa”: tagliare drasticamente i costi. Nel 2018, in un solo giorno, DB ha licenziato più del 20% della sua forza lavoro globale, riuscendo così a registrare un profitto nei successivi 10 trimestri.
Quando Olaf Schoz, cancelliere in carica, “tranquillizza” i mercati dicendo che DB “è profittevole”, omette naturalmente di ricordare in che modo quella banca porta in positivo i suoi bilanci.
Ma alla fine della fiera, se ci si vuole capire qualcosa e avere un briciolo di sguardo sul futuro immediato, bisogna rendersi conto che sta arrivando al pettine l’immenso nodo della “liquidità aggiuntiva” fatta sgorgare da Bce e Federal Reserve Usa negli ultimi 15 anni (per impedire il crack del sistema finanziario).
Che tutta quella liquidità, prima o poi, si sarebbe tradotta in inflazione galoppante era una previsione facile. La guerra in Ucraina ha accelerato al massimo una tendenza all’aumento dei prezzi che era già in corso, anche nel settore delle materie prime energetiche.
Il modo in cui l’Occidente ha risposto, dietro gli Usa, ha fatto concentrare i problemi soprattutto in Europa – un continente praticamente senza risorse energetiche proprie – anche se a esplodere per prime sono state delle banche Usa (ma il “sistema” è fatto così, troppo interconnesso per poter localizzare rigidamente i fenomeni tellurici).
Le sanzioni, in altri termini, sono state un suicidio europeo di proporzioni stellari, perché la Russia – che doveva esserne vittima – ha la fila fuori la porta per richiedere forniture di gas, petrolio e altre materie prime.
Per chi istituzionalmente presiede alla regolazione “di mercato” delle transazioni – la banche, guarda caso – tutti questi sconvolgimenti rapidi costituiscono un mare in tempesta. E quelle che avevano più squilibri (come DB o Credit Suisse) vanno in difficoltà per prime.
Ma non è che finisce qui...
A gestire le leve dei tassi di interesse (e quindi del costo base del denaro) e della liquidità stanno infatti istituzioni come le banche centrali (Federal Reserve e Bce, oltre alla Banca di Inghilterra) che seguono regole rigide imposte da teorie da tempo falsificate, quelle “monetariste” del neoliberismo ex trionfatore degli anni ‘90.
Quindi hanno alzato rapidamente i tassi di interesse per “contrastare l’inflazione”, che però non derivava da un “eccesso di dinamismo economico”, ma da una “causa esterna” come l’aumento di prezzo dell’energia. E quindi applicano una ricetta che non può toccare la causa dell’inflazione (il prezzo del gas si muove con la disponibilità o no di quella materia prima), ma incide moltissimo su prestiti e investimenti, dunque sulla dinamica dell’economia reale. Comprimendola.
Credete voi che ai vertici delle banche centrali lo abbiano capito? Macché…
Il presidente della Bundesbank (la Banca centrale tedesca, l’equivalente della nostrana Banca d’Italia), Joachim Nagel, il giorno prima del crollo di Deutsche Bank, in un’intervista al Financial Times affermava: «Se vogliamo domare questa inflazione ostinata, dovremo essere ancora più ostinati». Sui tassi «c’è ancora strada da fare» (per aumentarli) e la Bce deve insistere fino a quando non ci sarà un forte calo dell’inflazione complessiva.
Di più. Secondo lui va accelerato il ritiro di liquidità dal mercato fin da luglio. Anzi, «in una fase successiva» andrà ridotto anche anche il portafoglio dei titoli del piano pandemico Pepp (quello che ha garantito che il debito pubblico “eccessivo” degli Stati non diventasse un bersaglio della speculazione).
Un forsennato, insomma, secondo cui – detto il giorno prima del botto della “sua” DB – le banche non sono un problema: «I rischi di contagio sembrano bassi».
In mano a questa gente, come si fa a non pensare che stiamo andando a sbattere?
Fonte
14/11/2020
Una tassa su chi lavora in smart working, l’indecente proposta di Deutsche Bank
Che banche e banchieri siano una razza maledetta è cosa nota. Che nei momenti di crisi si sentano liberi di poter avanzare le proposte più indegne lo abbiamo imparato dai fatti, dagli editoriali dei giornali di proprietà delle banche e dei banchieri e da opinionisti fuori sacco e fuori di testa, come Massimo Cacciari o Pietro Ichino.
Ma il livello raggiunto da Deutsche Bank è di una spanna superiore a Cacciari o gli opinionisti liberali. In un documento sul come e sul dove trovare i soldi per i sussidi dedicati a chi, per colpa del Covid e delle misure anti Covid, ha perso il lavoro o ha visto diminuire il proprio salario, Deutsche Bank (una delle banche più “tossiche” d’Europa, con una montagna di derivati-spazzatura in pancia, ndr) avanza la proposta di una tassa straordinaria del 5% sui salari dei lavoratori e delle lavoratrici in smart working.
Gli analisti di DB descrivono lo smart working come un “privilegio” quasi intollerabile. Il lavoratore o la lavoratrice che lavora da casa infatti rappresenta secondo loro un doppio problema.
Il primo è che può utilizzare i vantaggi che ne derivano mantenendo lo stipendio pieno ma riducendo i costi di trasporto, del pranzo fuori casa e addirittura dell’abbigliamento (lavorare da casa consente mise assai più “frugali”).
Il secondo è che proprio non spendendo per questi fattori… consuma meno e “non fanno girare l’economia”. Secondo Luke Templeman, lo “strategist” di Deutsche Bank, “questo è un grande problema”.
Chiedere ad un banchiere di avere una visione complessiva è come chiedere a Salvini di fare la persona seria.
Abbiamo scritto spesso in questi mesi sulle controindicazioni dello smart working. Ad esempio le aziende ci hanno guadagnato in produttività, ma hanno ridotto i benefit previsti per i lavoratori attivi in sede. Non solo. Molto spesso sono le aziende a richiedere lo smart working e tendenzialmente risparmieranno enormemente su affitti o costi dei locali, pulizie e macchinari, avendo minore necessità di spazi.
In secondo luogo, i costi dei mezzi di produzione (elettricità, rete internet e in alcuni casi un computer adeguato) non sono più a carico delle aziende, ma del lavoratore. Poi c’è il fatto – a nostro avviso il peggiore – della fine della separazione tra tempo di lavoro e tempo non di lavoro, che sta portando ad un allungamento fattuale della giornata lavorativa ma con lo stesso salario.
Infine, ma non per importanza, è indicativo che una banca, se deve pensare a dove reperire risorse (per i sussidi a chi se la sta passando male in tempi di emergenza pandemica e di crisi sociale), non riesce a trovare altro che tassare i salari di lavoratori e lavoratrici – quelli che le tasse le pagano già alla fonte e non hanno modo di evaderle, eluderle o di portare i salari in un paradiso fiscale...
Mai e poi mai ad una banca o ad un banchiere può venire in mente che le risorse si potrebbero prendere lì dove sono in abbondanza e cioè dai loro patrimoni e da quelli dei loro più facoltosi clienti ed azionisti.
Giustamente il poeta e scrittore Sanguineti invitava a non perdere mai il senso dell’odio di classe. Gente come quelli della Deutsche Bank sono li a rammentarci che le parole di Sanguineti sono vere, realistiche, efficaci come pietre.
Fonte
Ma il livello raggiunto da Deutsche Bank è di una spanna superiore a Cacciari o gli opinionisti liberali. In un documento sul come e sul dove trovare i soldi per i sussidi dedicati a chi, per colpa del Covid e delle misure anti Covid, ha perso il lavoro o ha visto diminuire il proprio salario, Deutsche Bank (una delle banche più “tossiche” d’Europa, con una montagna di derivati-spazzatura in pancia, ndr) avanza la proposta di una tassa straordinaria del 5% sui salari dei lavoratori e delle lavoratrici in smart working.
Gli analisti di DB descrivono lo smart working come un “privilegio” quasi intollerabile. Il lavoratore o la lavoratrice che lavora da casa infatti rappresenta secondo loro un doppio problema.
Il primo è che può utilizzare i vantaggi che ne derivano mantenendo lo stipendio pieno ma riducendo i costi di trasporto, del pranzo fuori casa e addirittura dell’abbigliamento (lavorare da casa consente mise assai più “frugali”).
Il secondo è che proprio non spendendo per questi fattori… consuma meno e “non fanno girare l’economia”. Secondo Luke Templeman, lo “strategist” di Deutsche Bank, “questo è un grande problema”.
Chiedere ad un banchiere di avere una visione complessiva è come chiedere a Salvini di fare la persona seria.
Abbiamo scritto spesso in questi mesi sulle controindicazioni dello smart working. Ad esempio le aziende ci hanno guadagnato in produttività, ma hanno ridotto i benefit previsti per i lavoratori attivi in sede. Non solo. Molto spesso sono le aziende a richiedere lo smart working e tendenzialmente risparmieranno enormemente su affitti o costi dei locali, pulizie e macchinari, avendo minore necessità di spazi.
In secondo luogo, i costi dei mezzi di produzione (elettricità, rete internet e in alcuni casi un computer adeguato) non sono più a carico delle aziende, ma del lavoratore. Poi c’è il fatto – a nostro avviso il peggiore – della fine della separazione tra tempo di lavoro e tempo non di lavoro, che sta portando ad un allungamento fattuale della giornata lavorativa ma con lo stesso salario.
Infine, ma non per importanza, è indicativo che una banca, se deve pensare a dove reperire risorse (per i sussidi a chi se la sta passando male in tempi di emergenza pandemica e di crisi sociale), non riesce a trovare altro che tassare i salari di lavoratori e lavoratrici – quelli che le tasse le pagano già alla fonte e non hanno modo di evaderle, eluderle o di portare i salari in un paradiso fiscale...
Mai e poi mai ad una banca o ad un banchiere può venire in mente che le risorse si potrebbero prendere lì dove sono in abbondanza e cioè dai loro patrimoni e da quelli dei loro più facoltosi clienti ed azionisti.
Giustamente il poeta e scrittore Sanguineti invitava a non perdere mai il senso dell’odio di classe. Gente come quelli della Deutsche Bank sono li a rammentarci che le parole di Sanguineti sono vere, realistiche, efficaci come pietre.
Fonte
12/06/2020
Le borse crollano, l’Europa barcolla
I meno scemi si erano chiesti come mai, di fronte al tracollo dell’economia reale fermata dal Covid-19 – Pil sotto zero, utili distrutti, imprese che chiudono o rivedono drasticamente le previsioni, ecc. – le borse potessero continuare a stabilire record positivi, come se la questione non le riguardasse.
In fondo, dicono i manuali del neoliberismo, i valori azionari rappresentano le attese sui profitti delle aziende. Addirittura con codificazioni “ottimali” (il price/earnings, ovvero il rapporto tra prezzo dell’azione e ricavi futuri è considerato “normale” se oscilla intorno a 16/1).
Ieri la tregua è finita e tutte le borse mondiali hanno subito mazzate da paura. A Wal Street il Dow Jones ha perso il 6,9%, il Nasdaq -5,27. Quelle europee erano cadute grosso modo nelle stesse dimensioni: Madrid -5,04%, Parigi -4,71, Milano -4,81, Francoforte -4,47, Londra -3,99. Quelle asiatiche, molto più differenziate tra loro, si erano mosse nello stesso solco.
Stamattina tutti più calmi, ma la tendenza è comunque al ribasso, anche se moderato. Nessun “rimbalzo”, insomma. Solo intorno a mezzogiorno ci sono stati timidi recuperi che hanno portato “in terreno positivo”.
Gli analisti da branco spiegavano la “resilienza” delle piazze finanziarie con le grandi iniezioni di liquidità messe in atto dalla banche centrali (Fed e Bce su tutti). E in effetti – come spiegavamo anche ieri – il soccorso monetario ai mercati finanziari era stata l’unica reale misura presa in tempo reale per impedire che si scatenasse il panico e quindi il sell off generalizzato.
Ma questa è solo una parte del problema. E chi non vede altro (gli “analisti da branco”, quelli che si copiano tra loro senza neanche pensare) prova a spiegare il crollo di ieri con le “brutte previsioni” pubblicata da questa o quella istituzione (la Fed, per esempio). Che non sono poi molto diverse da quelle di un mese fa...
La questione che sfugge, o che spaventa, è invece un’altra: tutti gli “investitori istituzionali “ (fondi di investimento, assicurazioni, sgr, ecc.) sono obbligati a cercare di non vendere quel che hanno comprato tempo addietro, sperando che le “iniezioni di liquidità” continuino ancora a lungo. Se provassero a vendere, faticherebbero a trovare compratori – ai prezzi attuali – e dunque si aprirebbe la danza macabra dei prezzi che crollano.
Non appena qualcuno prova a rompere lo stallo e vendere qualcosa, come avvenuto ieri, si rompe l’apparente calma piatta e soffiano impetuosi i venti di tempesta.
E tutti cominciano a guardare allo stato di salute, certo non buono, di alcuni “campioni del mercato”. Temendo che crollino.
Per stare al solo territorio europeo, c’è un terribile zombie che si aggira: Deutsche Bank. Diciassettesima banca al mondo, prima in Germania, con esposizione in prodotti derivati invendibili (42.000 miliardi di euro) pari a diverse volte il Pil tedesco (3.400 miliardi). Tutti sanno che non può sopravvivere, tutti sperano che continui a vivere. Grazie a iniezioni di liquidità continue che le provengono o direttamente dallo Stato tedesco, o indirettamente dalla Bce, o ancor più indirettamente dalle politiche europee.
Per esempio, nel 2011 DB era spaventosamente esposta sui titoli di stato della Grecia, che non poteva ripagarli. La Bce ha continuato a sovvenzionare la Grecia fino al 2015 (quando poi impose il “memorandum”), consentendo a DB di ridurre i danni (la Grecia ha dovuto “privatizzare” praticamente ogni asset pubblico, dagli aeroporti ai porti, all’energia).
Perché bisogna preoccuparsi della salute di DB? In fondo potremmo anche dire “hai voluto fare la banca speculativa? Crepa!”. Il problema è che DB è il maggior possessore al mondo di titoli di stato italiani, spagnoli, portoghesi, ecc.
Per ripianare anche parzialmente qualche perdita (di dimensioni colossali, come visto), potrebbe farsi venire l’idea di vendere quei titoli, a qualsiasi prezzo. E questo comporterebbe – un eufemismo – “qualche difficoltà” nel piazzare nuove emissioni di titoli (rifinanziare il debito) da parte di quei Paesi. Proprio mentre, magari, la Commissione prescrive loro politiche di bilancio “austere”, che impongono tagli alla spesa.
Le conseguenze sono difficilmente immaginabili, quanto ai dettagli. Ma nell’insieme sono abbastanza chiare.
Un anticipo di problemi? Basta guardare alla riunione del gruppo di Visegrad, ieri, che si è allineato di fatto a Olanda e Austria nel pretendere che il sempre meno ricco Recovery Fund sia pesantemente “condizionato”, escludendo che possa essere redistribuito in modo differenziato tra Paesi che hanno subito di più i colpi della pandemia.
Sono tutti Paesi relativamente piccoli, è vero, e – soprattutto quelli dell’Est – beneficiari netti dei fondi europei (incassano più di quanto versano, al contrario di Italia, Francia e ovviamente Germania). Ma se formano un blocco di sette-otto “oppositori” all’interno di un sistema che prevede l’unanimità o quasi, ecco che l’Unione Europea rallenta enormemente il suo processo decisionale proprio mentre la crisi richiederebbe scelte rapide. E pure intelligenti (ossia “sistemiche”).
In assenza, i rischi aumentano anche sul piano politico e inter-statuale.
Tutto si tiene. O meglio: non si tiene più tanto...
Fonte
In fondo, dicono i manuali del neoliberismo, i valori azionari rappresentano le attese sui profitti delle aziende. Addirittura con codificazioni “ottimali” (il price/earnings, ovvero il rapporto tra prezzo dell’azione e ricavi futuri è considerato “normale” se oscilla intorno a 16/1).
Ieri la tregua è finita e tutte le borse mondiali hanno subito mazzate da paura. A Wal Street il Dow Jones ha perso il 6,9%, il Nasdaq -5,27. Quelle europee erano cadute grosso modo nelle stesse dimensioni: Madrid -5,04%, Parigi -4,71, Milano -4,81, Francoforte -4,47, Londra -3,99. Quelle asiatiche, molto più differenziate tra loro, si erano mosse nello stesso solco.
Stamattina tutti più calmi, ma la tendenza è comunque al ribasso, anche se moderato. Nessun “rimbalzo”, insomma. Solo intorno a mezzogiorno ci sono stati timidi recuperi che hanno portato “in terreno positivo”.
Gli analisti da branco spiegavano la “resilienza” delle piazze finanziarie con le grandi iniezioni di liquidità messe in atto dalla banche centrali (Fed e Bce su tutti). E in effetti – come spiegavamo anche ieri – il soccorso monetario ai mercati finanziari era stata l’unica reale misura presa in tempo reale per impedire che si scatenasse il panico e quindi il sell off generalizzato.
Ma questa è solo una parte del problema. E chi non vede altro (gli “analisti da branco”, quelli che si copiano tra loro senza neanche pensare) prova a spiegare il crollo di ieri con le “brutte previsioni” pubblicata da questa o quella istituzione (la Fed, per esempio). Che non sono poi molto diverse da quelle di un mese fa...
La questione che sfugge, o che spaventa, è invece un’altra: tutti gli “investitori istituzionali “ (fondi di investimento, assicurazioni, sgr, ecc.) sono obbligati a cercare di non vendere quel che hanno comprato tempo addietro, sperando che le “iniezioni di liquidità” continuino ancora a lungo. Se provassero a vendere, faticherebbero a trovare compratori – ai prezzi attuali – e dunque si aprirebbe la danza macabra dei prezzi che crollano.
Non appena qualcuno prova a rompere lo stallo e vendere qualcosa, come avvenuto ieri, si rompe l’apparente calma piatta e soffiano impetuosi i venti di tempesta.
E tutti cominciano a guardare allo stato di salute, certo non buono, di alcuni “campioni del mercato”. Temendo che crollino.
Per stare al solo territorio europeo, c’è un terribile zombie che si aggira: Deutsche Bank. Diciassettesima banca al mondo, prima in Germania, con esposizione in prodotti derivati invendibili (42.000 miliardi di euro) pari a diverse volte il Pil tedesco (3.400 miliardi). Tutti sanno che non può sopravvivere, tutti sperano che continui a vivere. Grazie a iniezioni di liquidità continue che le provengono o direttamente dallo Stato tedesco, o indirettamente dalla Bce, o ancor più indirettamente dalle politiche europee.
Per esempio, nel 2011 DB era spaventosamente esposta sui titoli di stato della Grecia, che non poteva ripagarli. La Bce ha continuato a sovvenzionare la Grecia fino al 2015 (quando poi impose il “memorandum”), consentendo a DB di ridurre i danni (la Grecia ha dovuto “privatizzare” praticamente ogni asset pubblico, dagli aeroporti ai porti, all’energia).
Perché bisogna preoccuparsi della salute di DB? In fondo potremmo anche dire “hai voluto fare la banca speculativa? Crepa!”. Il problema è che DB è il maggior possessore al mondo di titoli di stato italiani, spagnoli, portoghesi, ecc.
Per ripianare anche parzialmente qualche perdita (di dimensioni colossali, come visto), potrebbe farsi venire l’idea di vendere quei titoli, a qualsiasi prezzo. E questo comporterebbe – un eufemismo – “qualche difficoltà” nel piazzare nuove emissioni di titoli (rifinanziare il debito) da parte di quei Paesi. Proprio mentre, magari, la Commissione prescrive loro politiche di bilancio “austere”, che impongono tagli alla spesa.
Le conseguenze sono difficilmente immaginabili, quanto ai dettagli. Ma nell’insieme sono abbastanza chiare.
Un anticipo di problemi? Basta guardare alla riunione del gruppo di Visegrad, ieri, che si è allineato di fatto a Olanda e Austria nel pretendere che il sempre meno ricco Recovery Fund sia pesantemente “condizionato”, escludendo che possa essere redistribuito in modo differenziato tra Paesi che hanno subito di più i colpi della pandemia.
Sono tutti Paesi relativamente piccoli, è vero, e – soprattutto quelli dell’Est – beneficiari netti dei fondi europei (incassano più di quanto versano, al contrario di Italia, Francia e ovviamente Germania). Ma se formano un blocco di sette-otto “oppositori” all’interno di un sistema che prevede l’unanimità o quasi, ecco che l’Unione Europea rallenta enormemente il suo processo decisionale proprio mentre la crisi richiederebbe scelte rapide. E pure intelligenti (ossia “sistemiche”).
In assenza, i rischi aumentano anche sul piano politico e inter-statuale.
Tutto si tiene. O meglio: non si tiene più tanto...
Fonte
02/04/2020
Scuse finte e disastri veri. La recita di Von der Leyen non incanta nessuno
Che rapporto c’è tra le “scuse” porte da Ursula Von der Leyen all’Italia, le trattative frenetiche intorno alle proposte di intervento “comune” per attutire l’impatto del coronavirus sulle economie europee e lo stato dei grandi istituti finanziari europei?
Se si vuol capire qualcosa, diciamo spesso, non bisogna mai seguire le parole dei vertici dell’establishment continentale (o statunitense), ma seguire il denaro (follow the money, dicono gli anglosassoni).
Quei disinformatori professionali di Repubblica o del Corriere hanno presentato la lettera della presidente della Commissione Europea (il “governo” Ue) quasi come un atto di contrizione, giocato su classici e facili luoghi comuni, per quanto concretissimi (le sofferenze, le vittime, ecc.), che dovrebbe far ben sperare per un atteggiamento più “morbido” della Germania e dunque della Ue sul dossier “condivisione” dei costi della crisi.
«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», anche se «purtroppo non è stato sempre così». Anzi, «bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria».
Ma quando si passa dalle frasi di circostanza alle misure concrete il discorso cambia. Drasticamente, ma sempre con parole di miele.
«L’Europa (la Ue, ndr) vuole dare una mano stanziando nuove risorse per finanziare la cassa integrazione. 100 miliardi di euro in favore dei Paesi colpiti più duramente, a partire dall’Italia, per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Questo sarà possibile grazie a prestiti garantiti da tutti gli Stati membri, dimostrando così vera solidarietà europea».
Con quale meccanismo? Domanda normale, in una comunità economica affollata di trattati vincolanti che non si vuole rimettere in discussione.
Si chiama “Sure”, ed era stato presentato dalla stessa Von der Leyen via video. Fin dal primo sguardo, però, si capisce che questo strumento si limiterà a consentire ad ogni Stato di finanziare la cassa integrazione per le aziende in crisi nel proprio Paese, salvando temporaneamente il posto di lavoro e parzialmente il reddito dei loro dipendenti, nulla di più.
Se infatti si tratta di un fondo finanziato pro quota da tutti i singoli Stati, in una situazione in cui tutti i Paesi si trovano grosso modo nelle stesse condizioni (chi più, chi meno, ma con tempistiche differenti che vanno tendenzialmente a convergere verso effetti pressoché uguali per tutti), è matematico che ognuno semplicemente riprenda i soldi che vi ha messo. Spicciolo più, spicciolo meno.
Dov’è allora questa “concreta solidarietà europea”? Assente, come sempre...
Idem per la questione irritante del possibile utilizzo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che ormai perfino Conte e Gualtieri definiscono inadatto a risolvere uno “shock simmetrico” (uguale per tutti), in quanto pensato per affrontare quelli “asimmetrici”, che riguardano un singolo paese in condizioni “normali”. L’esempio è la Grecia del 2015, e quindi...
Però diversi leader tedeschi, economisti e anche i Verdi di Germania cominciano a dire chiaramente che se affondano tutti i partner europei – a cominciare dai firmatari della lettera che chiede l’istituzione di “coronabond” comunitari condivisi – e soprattutto Paesi “pesanti” come Italia, Spagna, Francia... Berlino non ha speranze di poter evitare la catastrofe. E non solo perché buona parte dell’export tedesco è infra-europeo.
Con più precisione, Francesco Ninfole su Milano Finanza – citando tra gli altri alcuni dati del Cer – fa notare che il sistema bancario tedesco, da anni in gravi difficoltà, stavolta rischia di fare il botto: Banche, il tallone d’Achille della Germania nella crisi.
I conti sono presto fatti. “Gli istituti in Germania mostravano già nel terzo trimestre 2019 una redditività del capitale pari a zero, inferiore anche a quello delle banche greche (3,2%, mentre è al 6,6% la media europea). I 20 maggiori gruppi tedeschi hanno anche un altro primato negativo, quello del rapporto tra costi e ricavi, vicino all’84%: un dato più alto di quelli francesi (72%), italiani (64%) e spagnoli (53%)”.
Traducendo: per colpa di un modo di far banca rimasto quasi “antico” (molti sportelli, tanti dipendenti, ecc.), le banche tedesche guadagnano meno delle altre. In più, hanno avuto negli ultimi 30 anni un profilo speculativo molto più azzardato, al limite dell’incoscienza.
“Le banche in Germania hanno il problema dei titoli illiquidi”. Ossia titoli che non si vendono perché nessuno li vuole più e dunque non valgono nulla anche se risultano tra gli “attivi” al prezzo con cui sono stati comprati; è come pensare di esser ricchi perché si possiede una villa rasa al suolo da un terremoto.
“Solo il 19% degli asset al fair value è liquido” (ossia ha un accettabile valore di mercato), “contro una media Ue del 30% (le italiane sono al 64%, le francesi al 27%). Difficile immaginare che questi valori non diminuiscano quest’anno”.
La più grande di queste banche è ovviamente Deutsche Bank, autentico zombie che da anni è sul punto di schiantare ed è ancora in vita solo perché “troppo grande per fallire”.
E cosa possono fare, lassù, per tamponare questo tsunami che si aggiungerebbe a quello da coronavirus?
“C’è chi pensa ora che la Germania, magari approfittando della sospensione delle regole Ue sugli aiuti di Stato, possa intervenire ancora (dopo I 250 miliardi iniettati prima del 2013 e il recente salvataggio di NordLb) per rafforzare alcune banche. Probabilmente senza il burden sharing imposto in passato agli istituti italiani”.
A “regole europee” vigenti, infatti, le banche si possono “salvare” solo tramite il bail in (fottendo azionsti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro); oppure tramite il più vecchio e meno drastico burden sharing (qualsiasi aiuto pubblico a una banca deve innanzitutto essere esaminato ed approvato dalla Commissione Europea, ma soprattutto deve essere erogato solamente in seguito alla riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime).
Ci perdonerete i tecnicismi, ma erano necessari per comprendere che le “regole europee” non discendono dalle tavole della legge della “scienza economica” (che peraltro “prevede il passato” e non indica alcuna strada nei tempi “eccezionali”), ma dai concreti interessi dei “sistemi Paese”.
A conti fatti, insomma, una delle ragioni per cui Germania e Olanda (e altri paesi del fronte “austero”) non sono disponibili a “condividere” il rischio finanziario con altri Paesi non sta tanto nella pallida eventualità che questi facciano “le cicale” invece di combattere l’epidemia e poi far ripartire l’economia. Ma nello stato comatoso di una sistema bancario “allegro”, che ha speculato sui prodotti derivati e sul capitale fittizio di Wall Street rimettendoci anche le mutande.
E per quanto “surplus” abbia accumulato lo Stato tedesco in questi ultimi 20 anni, giocando sui meccanismi differenziali dell’”austerità” a scapito dei partner più deboli, resta pur sempre una goccia nell’oceano di “titoli illiquidi” che ha allagato quelle banche.
E che probabilmente trascinerebbe nel gorgo anche un sistema industriale fondato ancora sull’automobile...
Fonte
Se si vuol capire qualcosa, diciamo spesso, non bisogna mai seguire le parole dei vertici dell’establishment continentale (o statunitense), ma seguire il denaro (follow the money, dicono gli anglosassoni).
Quei disinformatori professionali di Repubblica o del Corriere hanno presentato la lettera della presidente della Commissione Europea (il “governo” Ue) quasi come un atto di contrizione, giocato su classici e facili luoghi comuni, per quanto concretissimi (le sofferenze, le vittime, ecc.), che dovrebbe far ben sperare per un atteggiamento più “morbido” della Germania e dunque della Ue sul dossier “condivisione” dei costi della crisi.
«Oggi l’Europa si sta mobilitando al fianco dell’Italia», anche se «purtroppo non è stato sempre così». Anzi, «bisogna riconoscere che nei primi giorni della crisi, di fronte al bisogno di una risposta comune europea, in troppi hanno pensato solo ai problemi di casa propria».
Ma quando si passa dalle frasi di circostanza alle misure concrete il discorso cambia. Drasticamente, ma sempre con parole di miele.
«L’Europa (la Ue, ndr) vuole dare una mano stanziando nuove risorse per finanziare la cassa integrazione. 100 miliardi di euro in favore dei Paesi colpiti più duramente, a partire dall’Italia, per compensare la riduzione degli stipendi di chi lavora con un orario ridotto. Questo sarà possibile grazie a prestiti garantiti da tutti gli Stati membri, dimostrando così vera solidarietà europea».
Con quale meccanismo? Domanda normale, in una comunità economica affollata di trattati vincolanti che non si vuole rimettere in discussione.
Si chiama “Sure”, ed era stato presentato dalla stessa Von der Leyen via video. Fin dal primo sguardo, però, si capisce che questo strumento si limiterà a consentire ad ogni Stato di finanziare la cassa integrazione per le aziende in crisi nel proprio Paese, salvando temporaneamente il posto di lavoro e parzialmente il reddito dei loro dipendenti, nulla di più.
Se infatti si tratta di un fondo finanziato pro quota da tutti i singoli Stati, in una situazione in cui tutti i Paesi si trovano grosso modo nelle stesse condizioni (chi più, chi meno, ma con tempistiche differenti che vanno tendenzialmente a convergere verso effetti pressoché uguali per tutti), è matematico che ognuno semplicemente riprenda i soldi che vi ha messo. Spicciolo più, spicciolo meno.
Dov’è allora questa “concreta solidarietà europea”? Assente, come sempre...
Idem per la questione irritante del possibile utilizzo del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) che ormai perfino Conte e Gualtieri definiscono inadatto a risolvere uno “shock simmetrico” (uguale per tutti), in quanto pensato per affrontare quelli “asimmetrici”, che riguardano un singolo paese in condizioni “normali”. L’esempio è la Grecia del 2015, e quindi...
Però diversi leader tedeschi, economisti e anche i Verdi di Germania cominciano a dire chiaramente che se affondano tutti i partner europei – a cominciare dai firmatari della lettera che chiede l’istituzione di “coronabond” comunitari condivisi – e soprattutto Paesi “pesanti” come Italia, Spagna, Francia... Berlino non ha speranze di poter evitare la catastrofe. E non solo perché buona parte dell’export tedesco è infra-europeo.
Con più precisione, Francesco Ninfole su Milano Finanza – citando tra gli altri alcuni dati del Cer – fa notare che il sistema bancario tedesco, da anni in gravi difficoltà, stavolta rischia di fare il botto: Banche, il tallone d’Achille della Germania nella crisi.
I conti sono presto fatti. “Gli istituti in Germania mostravano già nel terzo trimestre 2019 una redditività del capitale pari a zero, inferiore anche a quello delle banche greche (3,2%, mentre è al 6,6% la media europea). I 20 maggiori gruppi tedeschi hanno anche un altro primato negativo, quello del rapporto tra costi e ricavi, vicino all’84%: un dato più alto di quelli francesi (72%), italiani (64%) e spagnoli (53%)”.
Traducendo: per colpa di un modo di far banca rimasto quasi “antico” (molti sportelli, tanti dipendenti, ecc.), le banche tedesche guadagnano meno delle altre. In più, hanno avuto negli ultimi 30 anni un profilo speculativo molto più azzardato, al limite dell’incoscienza.
“Le banche in Germania hanno il problema dei titoli illiquidi”. Ossia titoli che non si vendono perché nessuno li vuole più e dunque non valgono nulla anche se risultano tra gli “attivi” al prezzo con cui sono stati comprati; è come pensare di esser ricchi perché si possiede una villa rasa al suolo da un terremoto.
“Solo il 19% degli asset al fair value è liquido” (ossia ha un accettabile valore di mercato), “contro una media Ue del 30% (le italiane sono al 64%, le francesi al 27%). Difficile immaginare che questi valori non diminuiscano quest’anno”.
La più grande di queste banche è ovviamente Deutsche Bank, autentico zombie che da anni è sul punto di schiantare ed è ancora in vita solo perché “troppo grande per fallire”.
E cosa possono fare, lassù, per tamponare questo tsunami che si aggiungerebbe a quello da coronavirus?
“C’è chi pensa ora che la Germania, magari approfittando della sospensione delle regole Ue sugli aiuti di Stato, possa intervenire ancora (dopo I 250 miliardi iniettati prima del 2013 e il recente salvataggio di NordLb) per rafforzare alcune banche. Probabilmente senza il burden sharing imposto in passato agli istituti italiani”.
A “regole europee” vigenti, infatti, le banche si possono “salvare” solo tramite il bail in (fottendo azionsti, obbligazionisti e correntisti sopra i 100.000 euro); oppure tramite il più vecchio e meno drastico burden sharing (qualsiasi aiuto pubblico a una banca deve innanzitutto essere esaminato ed approvato dalla Commissione Europea, ma soprattutto deve essere erogato solamente in seguito alla riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate, o la conversione in capitale di queste ultime).
Ci perdonerete i tecnicismi, ma erano necessari per comprendere che le “regole europee” non discendono dalle tavole della legge della “scienza economica” (che peraltro “prevede il passato” e non indica alcuna strada nei tempi “eccezionali”), ma dai concreti interessi dei “sistemi Paese”.
A conti fatti, insomma, una delle ragioni per cui Germania e Olanda (e altri paesi del fronte “austero”) non sono disponibili a “condividere” il rischio finanziario con altri Paesi non sta tanto nella pallida eventualità che questi facciano “le cicale” invece di combattere l’epidemia e poi far ripartire l’economia. Ma nello stato comatoso di una sistema bancario “allegro”, che ha speculato sui prodotti derivati e sul capitale fittizio di Wall Street rimettendoci anche le mutande.
E per quanto “surplus” abbia accumulato lo Stato tedesco in questi ultimi 20 anni, giocando sui meccanismi differenziali dell’”austerità” a scapito dei partner più deboli, resta pur sempre una goccia nell’oceano di “titoli illiquidi” che ha allagato quelle banche.
E che probabilmente trascinerebbe nel gorgo anche un sistema industriale fondato ancora sull’automobile...
Fonte
07/11/2019
Olaf Scholz, un vampiro travestito da colomba
Timeo Danaos et dona ferentes... o anche: quando il lupo si fa agnello, il pericolo è alle porte.
Il ministro tedesco delle finanze, Olaf Scholz, ha rotto senza preavviso un tabù cementato a suo tempo dal predecessore, il luciferino Wolfgang Schauble. Ha infatti ammesso che è ora di completare l’unione bancaria europea, dando anche vita a «una qualche forma comune di assicurazione dei depositi».
Fin qui, in caso di collasso di una o più banche, i conti correnti dei depositanti sono “assicurati” fino 100.000 euro dai singoli stati nazionali. Ma in una crisi di grandi dimensioni, come quella del 2008, le risorse nazionali potrebbero essere insufficienti; dunque, tutti i paesi più deboli avevano sempre chiesto che fosse creata una regola per la condivisione collettiva di questo rischio.
Non se n’è mai fatto nulla perché Germania, Olanda, Finlandia (e Francia, più silenziosamente) hanno sempre opposto un “niet” senza eccezioni. “Non chiederemo mai ai nostri cittadini di pagare per i debiti dei paesi che spendono i soldi in donne e champagne”, come sprezzantemente li definiva Jeroen Dijsselbloem, ex capo dell’Eurogruppo.
Apparentemente, dunque, l’apertura a una «una qualche forma comune di assicurazione dei depositi» può sembrare un ramoscello d’ulivo nei confronti dei paesi “cicala”. E così l’ha dipinta lo stesso Scholz: «Non è un piccolo passo per un ministro tedesco delle Finanze».
Naturalmente non è così. La disponibilità a ri-assicurare i correntisti è subordinata alla riscrittura dei criteri con cui si valuta lo stato di salute delle banche private. In particolare, Scholz chiede un’ulteriore riduzione dei “crediti deteriorati” e di valutare come rischiosi gli stessi titoli di Stato.
Silenzio assoluto invece sui “titoli illiquidi”, ossia i prodotti finanziari derivati da anni in pancia soprattutto alle banche tedesche e francesi. Uno strabismo curioso, visto che “i mercati” sono assai meno “comprensivi” con quelle stesse banche, con caduta continua dei valori azionari relativi.
Di fatto, insomma, Scholz chiede che le banche italiane (e di altri paesi in condizioni simili) creino “riserve” gigantesche a copertura di rischi legati ai crediti e ai titoli di stato. Ciò significa in primo luogo che queste banche dovrebbero ulteriormente ridurre il loro sostegno (sotto forma di prestiti) a imprese e famiglie. Ossia contribuire a una politica deflazionistica in piena stagnazione economica (il contrario di quel che serve, per dirla semplice).
Non basta. Nello stesso tempo il governo tedesco preme sulla Bce perché, non essendo fin qui riuscita a riportare il tasso di inflazione vicino al 2%, adotti un inflation targeting inferiore e quindi smetta di iniettare liquidità nel sistema finanziario (e bancario). Ossia un’altra misura deflazionistica, che indebolisce ulteriormente il ciclo economico.
C’è poi una terza coincidenza “curiosa” che smentisce qualsiasi “intenerimento” del ministro delle finanze tedesco nei confronti dei partner europei più deboli. Da mesi (e anni) c’è uno zombie che si aggira sui mercati europei e mondiali. Una banca di enormi dimensioni con problemi irrisolvibili legati proprio ai “titoli illiquidi” di cui aveva fatto incetta quando il capitale europeo preferiva giocare alla speculazione globale anziché finanziare innovazione tecnologica e crescita continentale.
Si chiama Deutsche Bank e ha in pancia titoli di carta straccia per un valore nominale (ma invendibili) per quasi 20 volte il Prodotto interno lordo della Germania. Venti volte quanto produce in un anno la più grande economia europea.
Questa banca, nei soli primi nove mesi del 2019, ha dovuto iscrivere a bilancio perdite per 3,78 miliardi di euro. Le sue azioni, nel maggio del 2007, si vendevano a 108,94 euro l’una; oggi a meno di 7 euro...
Viene, per così dire, il “sospetto” che questa (e altre) banca tedesca stia per fare il botto, e che dunque il governo di Berlino stia pensando soltanto ora a come “condividere il rischio” di dover assicurare tutti i correntisti della più grande banca europea.
Ma anche questo sembra troppo poco... Le condizioni poste dal governo tedesco – apertamente deflazionistiche – avrebbero come conseguenza quasi immediata una svalutazione sia delle banche che di altri asset italiani e di altri paesi europei. Che significa? Che chi dispone ancora di una certa liquidità può comprare quelle banche o quegli asset (immobili, industrie, attività) a prezzi inferiori a quelli attuali.
Un bell’affare, senza dubbio, specie se i potenziali acquirenti fossero – come sono – tedeschi. E potrebbero dunque far fronte all’esplosione del proprio sistema saccheggiando le ricchezze dei “partner europei”. Dando loro la colpa, ovviamente, di esser stati poco attenti a “fare i compiti a casa”...
Il che conferma come le “regole europee” altro non siano che una una forma di concorrenza asimmetrica fra paesi europei, ossia l’esatto contrario della “casa comune” con cui travestono ogni proposta criminale a scapito delle popolazioni.
Il minimo che si dovrebbe pretendere da un governo appena dignitoso è il veto assoluto a qualsiasi “proposta” di vampiri travestiti da colombe. Ma vi sembra che questi (e i precedenti) siano governi dignitosi?
Fonte
La UE si identifica ogni giorno di più come lo spazio geograficosu cui la classe capitalista tedesca esercita il proprio imperialismo.
Il ministro tedesco delle finanze, Olaf Scholz, ha rotto senza preavviso un tabù cementato a suo tempo dal predecessore, il luciferino Wolfgang Schauble. Ha infatti ammesso che è ora di completare l’unione bancaria europea, dando anche vita a «una qualche forma comune di assicurazione dei depositi».
Fin qui, in caso di collasso di una o più banche, i conti correnti dei depositanti sono “assicurati” fino 100.000 euro dai singoli stati nazionali. Ma in una crisi di grandi dimensioni, come quella del 2008, le risorse nazionali potrebbero essere insufficienti; dunque, tutti i paesi più deboli avevano sempre chiesto che fosse creata una regola per la condivisione collettiva di questo rischio.
Non se n’è mai fatto nulla perché Germania, Olanda, Finlandia (e Francia, più silenziosamente) hanno sempre opposto un “niet” senza eccezioni. “Non chiederemo mai ai nostri cittadini di pagare per i debiti dei paesi che spendono i soldi in donne e champagne”, come sprezzantemente li definiva Jeroen Dijsselbloem, ex capo dell’Eurogruppo.
Apparentemente, dunque, l’apertura a una «una qualche forma comune di assicurazione dei depositi» può sembrare un ramoscello d’ulivo nei confronti dei paesi “cicala”. E così l’ha dipinta lo stesso Scholz: «Non è un piccolo passo per un ministro tedesco delle Finanze».
Naturalmente non è così. La disponibilità a ri-assicurare i correntisti è subordinata alla riscrittura dei criteri con cui si valuta lo stato di salute delle banche private. In particolare, Scholz chiede un’ulteriore riduzione dei “crediti deteriorati” e di valutare come rischiosi gli stessi titoli di Stato.
Silenzio assoluto invece sui “titoli illiquidi”, ossia i prodotti finanziari derivati da anni in pancia soprattutto alle banche tedesche e francesi. Uno strabismo curioso, visto che “i mercati” sono assai meno “comprensivi” con quelle stesse banche, con caduta continua dei valori azionari relativi.
Di fatto, insomma, Scholz chiede che le banche italiane (e di altri paesi in condizioni simili) creino “riserve” gigantesche a copertura di rischi legati ai crediti e ai titoli di stato. Ciò significa in primo luogo che queste banche dovrebbero ulteriormente ridurre il loro sostegno (sotto forma di prestiti) a imprese e famiglie. Ossia contribuire a una politica deflazionistica in piena stagnazione economica (il contrario di quel che serve, per dirla semplice).
Non basta. Nello stesso tempo il governo tedesco preme sulla Bce perché, non essendo fin qui riuscita a riportare il tasso di inflazione vicino al 2%, adotti un inflation targeting inferiore e quindi smetta di iniettare liquidità nel sistema finanziario (e bancario). Ossia un’altra misura deflazionistica, che indebolisce ulteriormente il ciclo economico.
C’è poi una terza coincidenza “curiosa” che smentisce qualsiasi “intenerimento” del ministro delle finanze tedesco nei confronti dei partner europei più deboli. Da mesi (e anni) c’è uno zombie che si aggira sui mercati europei e mondiali. Una banca di enormi dimensioni con problemi irrisolvibili legati proprio ai “titoli illiquidi” di cui aveva fatto incetta quando il capitale europeo preferiva giocare alla speculazione globale anziché finanziare innovazione tecnologica e crescita continentale.
Si chiama Deutsche Bank e ha in pancia titoli di carta straccia per un valore nominale (ma invendibili) per quasi 20 volte il Prodotto interno lordo della Germania. Venti volte quanto produce in un anno la più grande economia europea.
Questa banca, nei soli primi nove mesi del 2019, ha dovuto iscrivere a bilancio perdite per 3,78 miliardi di euro. Le sue azioni, nel maggio del 2007, si vendevano a 108,94 euro l’una; oggi a meno di 7 euro...
Viene, per così dire, il “sospetto” che questa (e altre) banca tedesca stia per fare il botto, e che dunque il governo di Berlino stia pensando soltanto ora a come “condividere il rischio” di dover assicurare tutti i correntisti della più grande banca europea.
Ma anche questo sembra troppo poco... Le condizioni poste dal governo tedesco – apertamente deflazionistiche – avrebbero come conseguenza quasi immediata una svalutazione sia delle banche che di altri asset italiani e di altri paesi europei. Che significa? Che chi dispone ancora di una certa liquidità può comprare quelle banche o quegli asset (immobili, industrie, attività) a prezzi inferiori a quelli attuali.
Un bell’affare, senza dubbio, specie se i potenziali acquirenti fossero – come sono – tedeschi. E potrebbero dunque far fronte all’esplosione del proprio sistema saccheggiando le ricchezze dei “partner europei”. Dando loro la colpa, ovviamente, di esser stati poco attenti a “fare i compiti a casa”...
Il che conferma come le “regole europee” altro non siano che una una forma di concorrenza asimmetrica fra paesi europei, ossia l’esatto contrario della “casa comune” con cui travestono ogni proposta criminale a scapito delle popolazioni.
Il minimo che si dovrebbe pretendere da un governo appena dignitoso è il veto assoluto a qualsiasi “proposta” di vampiri travestiti da colombe. Ma vi sembra che questi (e i precedenti) siano governi dignitosi?
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La UE si identifica ogni giorno di più come lo spazio geograficosu cui la classe capitalista tedesca esercita il proprio imperialismo.
13/07/2019
Capitali in fuga, la vigliaccheria dei “ricchi”
Inarrestabile, prosegue la corsa della “posizione finanziaria netta” dell’Italia verso il pareggio. Lo dice il Bollettino economico della Banca d’Italia, che registra un misero -45 miliardi, appena il 2,6% del Pil. Tre mesi fa il dato era di 67 miliardi, pari al 3,9%.
Ma di cosa stiamo parlando? Della differenza tra capitali italiani in uscita e capitali provenienti dall’estero (non necessariamente “stranieri”, perché esiste anche il fenomeno del rientro di capitali "nazionali").
Cosa significa? Che i prestiti esteri sono praticamente ininfluenti sulla crescita del paese, mentre i “possidenti” italiani preferiscono di gran lunga portare le proprie fortune fuori piuttosto che investirle qui. Non sempre si tratta di una scelta intelligente – pensate a quelli che stanno investendo da anni in Bund tedeschi, rimettendoci, perché convinti di dover “stare sul sicuro” – ma spesso è semplicemente investimento in azioni estere o fuga verso paradisi fiscali.
Il secondo significato è parimenti semplice. Questo è un paese ricco, che non sa cosa fare della propria ricchezza.
Il che è anche un bel po’ sbagliato, perché mai come in questo caso tutti noi cittadini italiani NON stiamo affatto “sulla stessa barca”. Chi ha patrimoni liquidi da portare altrove lo fa, chi non ha neanche i soldi per arrivare a fine mese fa la fame.
Ma i ricchi, a dirla chiara, tutto fanno meno che investire qui. Nel mondo fantasioso della “politica” – sia di destra che sedicente “democratica” – ci si straccia invece le vesti ripetendo che bisogna “aiutare le imprese” e “invogliare i capitali esteri a investire qui”, come se mancassero risorse “indigene”.
È la stessa Banca d’Italia a spiegarlo, con linguaggio più tecnico: "Il miglioramento è dovuto sia all’avanzo complessivo di conto corrente e conto capitale, sia soprattutto agli aggiustamenti di valutazione sulle ingenti attività estere di portafoglio: queste sono costituite per circa il 60 per cento da azioni e quote di fondi comuni, che hanno beneficiato del recupero dei mercati finanziari internazionali nel primo trimestre dell’anno”.
Al contrario, paesi come gli Usa (-35%) e la famosa Spagna (-86%) sono quasi totalmente dipendenti dai capitali esteri. La spiegazione migliore resta fin qui quella di Pasquale Cicalese, da noi pubblicata ad aprile, di fronte a dati simili.
Di certo, però, se si vuole davvero individuare il “malato d’Europa” bisogna guardare a quel che avviene altrove. Per esempio in quella Germania che dà lezioni a tutti mentre, in casa, fa esattamente il contrario. Soprattutto in materia di salvataggio delle banche private (vietato dappertutto), e ora alle prese con il sostanziale fallimento di Deutsche Bank, esposta – da sola! – a una quantità di prodotti derivati di valore più che dubbio per quasi 20 volte il Pil tedesco. Avete letto bene: una sola banca ha un potenziale “buco” che – una volta esploso – non basterà a tutti i tedeschi lavorare per venti anni per riempirlo... Ma lo Stato tedesco sta da tempo accumulando surplus – deprimendo l’economia di tutta Europa – per avere munizioni sufficienti per tamponare il botto ed evitare il disastro totale...
Malevolenza nostra? No. Leggete quel che ha detto, soltanto ieri, Gian Maria Gros Pietro, presidente di IntesaSanPaolo: “Deutsche Bank Continua a essere un gigante in termini di problema, è un problema gigantesco e speriamo che venga risolto”.
È da quelle parti che possono avere origine “tempeste sistemiche”, proprio a causa delle dimensioni colossali di certi istituti. “Da noi – ha proseguito Gros Pietro – i crediti deteriorati sono scesi sotto la metà, nello stesso tempo le banche italiane sono quelle che hanno fatto le maggiori operazioni di consolidamento e di aggregazione. Ci sono degli altri rischi sistemici che potrebbero interessare tutto il sistema bancario europeo mentre le crisi bancarie italiane sono state pagate esclusivamente con i soldi degli italiani, in larga parte con i soldi delle banche italiane, quelle sane”.
Una situazione che la Bce conosce bene, anche se ha sempre tenuto un atteggiamento “strabico”, sopravvalutando i pericoli delle banche italiane (esposte soprattutto per i prestiti a imprese e famiglie), mentre ha avuto, diciamo così “una difficoltà ad affrontare altri fenomeni come quelli degli attivi illiquidi e dei derivati difficilmente valutabili”.
Viviamo in questo mondo di pazzi, fatto di potenti indebitati che pretendono di spiegare agli altri come si fa a fare i soldi, mentre l’unico modo che ormai conoscono è scappare con la cassa...
Fonte
Ma di cosa stiamo parlando? Della differenza tra capitali italiani in uscita e capitali provenienti dall’estero (non necessariamente “stranieri”, perché esiste anche il fenomeno del rientro di capitali "nazionali").
Cosa significa? Che i prestiti esteri sono praticamente ininfluenti sulla crescita del paese, mentre i “possidenti” italiani preferiscono di gran lunga portare le proprie fortune fuori piuttosto che investirle qui. Non sempre si tratta di una scelta intelligente – pensate a quelli che stanno investendo da anni in Bund tedeschi, rimettendoci, perché convinti di dover “stare sul sicuro” – ma spesso è semplicemente investimento in azioni estere o fuga verso paradisi fiscali.
Il secondo significato è parimenti semplice. Questo è un paese ricco, che non sa cosa fare della propria ricchezza.
Il che è anche un bel po’ sbagliato, perché mai come in questo caso tutti noi cittadini italiani NON stiamo affatto “sulla stessa barca”. Chi ha patrimoni liquidi da portare altrove lo fa, chi non ha neanche i soldi per arrivare a fine mese fa la fame.
Ma i ricchi, a dirla chiara, tutto fanno meno che investire qui. Nel mondo fantasioso della “politica” – sia di destra che sedicente “democratica” – ci si straccia invece le vesti ripetendo che bisogna “aiutare le imprese” e “invogliare i capitali esteri a investire qui”, come se mancassero risorse “indigene”.
È la stessa Banca d’Italia a spiegarlo, con linguaggio più tecnico: "Il miglioramento è dovuto sia all’avanzo complessivo di conto corrente e conto capitale, sia soprattutto agli aggiustamenti di valutazione sulle ingenti attività estere di portafoglio: queste sono costituite per circa il 60 per cento da azioni e quote di fondi comuni, che hanno beneficiato del recupero dei mercati finanziari internazionali nel primo trimestre dell’anno”.
Al contrario, paesi come gli Usa (-35%) e la famosa Spagna (-86%) sono quasi totalmente dipendenti dai capitali esteri. La spiegazione migliore resta fin qui quella di Pasquale Cicalese, da noi pubblicata ad aprile, di fronte a dati simili.
Di certo, però, se si vuole davvero individuare il “malato d’Europa” bisogna guardare a quel che avviene altrove. Per esempio in quella Germania che dà lezioni a tutti mentre, in casa, fa esattamente il contrario. Soprattutto in materia di salvataggio delle banche private (vietato dappertutto), e ora alle prese con il sostanziale fallimento di Deutsche Bank, esposta – da sola! – a una quantità di prodotti derivati di valore più che dubbio per quasi 20 volte il Pil tedesco. Avete letto bene: una sola banca ha un potenziale “buco” che – una volta esploso – non basterà a tutti i tedeschi lavorare per venti anni per riempirlo... Ma lo Stato tedesco sta da tempo accumulando surplus – deprimendo l’economia di tutta Europa – per avere munizioni sufficienti per tamponare il botto ed evitare il disastro totale...
Malevolenza nostra? No. Leggete quel che ha detto, soltanto ieri, Gian Maria Gros Pietro, presidente di IntesaSanPaolo: “Deutsche Bank Continua a essere un gigante in termini di problema, è un problema gigantesco e speriamo che venga risolto”.
È da quelle parti che possono avere origine “tempeste sistemiche”, proprio a causa delle dimensioni colossali di certi istituti. “Da noi – ha proseguito Gros Pietro – i crediti deteriorati sono scesi sotto la metà, nello stesso tempo le banche italiane sono quelle che hanno fatto le maggiori operazioni di consolidamento e di aggregazione. Ci sono degli altri rischi sistemici che potrebbero interessare tutto il sistema bancario europeo mentre le crisi bancarie italiane sono state pagate esclusivamente con i soldi degli italiani, in larga parte con i soldi delle banche italiane, quelle sane”.
Una situazione che la Bce conosce bene, anche se ha sempre tenuto un atteggiamento “strabico”, sopravvalutando i pericoli delle banche italiane (esposte soprattutto per i prestiti a imprese e famiglie), mentre ha avuto, diciamo così “una difficoltà ad affrontare altri fenomeni come quelli degli attivi illiquidi e dei derivati difficilmente valutabili”.
Viviamo in questo mondo di pazzi, fatto di potenti indebitati che pretendono di spiegare agli altri come si fa a fare i soldi, mentre l’unico modo che ormai conoscono è scappare con la cassa...
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10/07/2019
Brancaccio - Deutsche Bank non è un caso isolato
RAI GR1, 8 luglio 2019 – Deutsche Bank è stata una delle banche più
speculative degli anni ruggenti di questo secolo, con un utilizzo
spregiudicato della “leva finanziaria” al fine di accrescere i profitti
per unità di capitale investito. Tuttavia la sua crisi non è un caso
isolato. Essa comprova, piuttosto, il perdurare di fragilità in tutto il
sistema bancario europeo. Un’intervista all’economista Emiliano
Brancaccio (Università del Sannio).
Fonte
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03/05/2019
La Germania delle banche sull’orlo del fallimento
Il progetto di un grande campione finanziario tedesco è morto. Deutsche Bank e Commerzbank hanno annunciato giovedì 25 aprile che abbandoneranno le discussioni in vista di una fusione. “Dopo un’attenta analisi, il consiglio di amministrazione di Commerzbank ha concluso oggi che una fusione con Deutsche Bank non offrirebbe benefici sufficienti a controbilanciare i rischi aggiuntivi, i costi di ristrutturazione e gli aumenti di capitale necessari associati a un’integrazione su così larga scala. Di conseguenza, entrambe le banche hanno deciso di interrompere le discussioni”, ha spiegato Commerzbank in un comunicato.
L’annuncio di questo fallimento è stato accolto con sollievo sia dagli investitori sia dai sindacati di entrambe le banche. Perché è un eufemismo dire che questo progetto, voluto e sostenuto a braccia aperte dal ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha suscitato ben poco entusiasmo o addirittura molta apprensione.
Non appena è stata annunciata la possibilità di una fusione, i sindacati presenti nelle due banche – che, secondo il modello di “compartecipazione” tedesco, fanno parte del consiglio di amministrazione di entrambi gli istituti – si sono opposti a questa proposta di fusione, che sarebbe stata troppo distruttiva per l’occupazione. Secondo le loro stime, più di 30.000 posti di lavoro rischiavano di scomparire se la fusione fosse stata completata.
Ma anche i principali azionisti di entrambe le banche, specialmente i fondi del Qatar che hanno salvato Deutsche Bank durante la crisi del 2008, hanno messo in dubbio la rilevanza di questa rischiosa fusione.
I politici tedeschi hanno fatto eco alle loro paure. “Due tacchini malati non hanno mai fatto un’aquila”, ha detto Olav Gutting, deputato della CDU e molto critico nei confronti del progetto. Oltre ai timori di costi sociali elevati, i parlamentari erano preoccupati per il rischio che questo progetto di mega-banca potrebbe comportare per le finanze pubbliche. La retorica del ministro tedesco sulla necessità di creare un “campione bancario nazionale” per sostenere il potere economico tedesco – prendendo a prestito accenti gaullisti mai usati in Germania – non è mai riuscita a ribaltare l’ostilità dei leader politici, di tutte le tendenze, a questo progetto “faraonico”.
Ma l’opposizione più efficace, anche se molto discreta, a questo avvicinamento è stata probabilmente quella delle autorità di regolamentazione bancaria europee e americane. Da anni la Deutsche Bank è per loro fonte di preoccupazione. Con oltre 1.500 miliardi di dollari di attività (pari al 46% del PIL tedesco), controparte centrale dell’intero sistema bancario internazionale, Deutsche Bank è da anni considerata dalle autorità di regolamentazione la banca più “sistemica” del mondo, ma anche una di quelle in pessime condizioni.
Nonostante i numerosi piani strategici dell’ultimo decennio, non è riuscita a cancellare le follie passate: il portafoglio derivati, che, pur essendo diminuito significativamente dalla crisi del 2008, è ancora stimato in oltre 40.000 miliardi di dollari [valore nozionale, ovvero tiene conto del valore delle attività sottostanti, anche se il rischio reale è molto più basso, nell’intervallo dall’1 al 2% – ndr]. E quasi ogni mese, nuovi scandali – l’ultimo dei quali è il riciclaggio di denaro sporco in accordo con la Danske Bank, che ha provocato una serie di perquisizioni presso la sua sede centrale – le ricordano quel suo passato.
Vedere questa banca, che non ha ancora ripulito il proprio bilancio, avvicinarsi a Commerzbank, anch’essa fragile [nazionalizzata nel 2008, la banca non si è ancora ripresa dalla crisi e lo Stato non è riuscito a vendere al settore privato il 15% che ancora mantiene], non ha rassicurato le autorità di regolamentazione. Anche per loro, due tacchini malati non hanno fatto un’aquila.
L’accettazione di questa fusione, che avrebbe portato alla creazione di un’entità bancaria ancora più grande, ancora più rischiosa e fragile, avrebbe messo a serio rischio l’intero sistema finanziario internazionale e sollevato interrogativi sulla loro credibilità.
Poco dopo l’annuncio del progetto, la BCE e il Consiglio unico di risoluzione (che supervisiona l’unione bancaria) hanno indicato che entrambe le banche dovrebbero garantire che l’entità risultante dalla fusione sia in grado di trovare una soluzione in caso di crisi, al fine di evitare che i contribuenti paghino per il loro salvataggio. “Se una banca diventa troppo grande, complessa o interconnessa [...], deve avere capitale proprio aggiuntivo”, ha detto Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della BCE, al Parlamento europeo a marzo.
Le autorità di regolamentazione hanno stimato che la Deutsche Bank dovrebbe raccogliere almeno 10 miliardi di euro di capitale aggiuntivo per consolidare il suo capitale proprio, prima di qualsiasi fusione.
Da parte loro, le autorità di regolamentazione statunitensi hanno indicato che Deutsche Bank dovrebbe in futuro, come le sue controparti europee che vi operano, rispettare le norme in vigore negli Stati Uniti e rafforzare il proprio capitale e la liquidità per essere in grado di far fronte ad una nuova crisi. Ciò richiederà ulteriori aumenti di capitale. Quanto? Mistero.
Perché gli Stati Uniti sono la vera “scatola nera” della Deutsche Bank. È dalle sue filiali americane, passando sotto tutti i radar di controllo dei regolatori americani ed europei, che il gigante tedesco ha perseguito una politica di conquista aggressiva, ha montato tutti i suoi colpi (vedi The Big Short), impegnato miliardi di euro e dollari in tutte le speculazioni finanziarie. Le attività americane della Deutsche Bank sono così spaventose da aver scoraggiato qualsiasi concorrente dal compiere un attacco ostile contro il gigante tedesco, anche se malato. Hanno spaventato anche la gestione della Commerzbank.
Nel tentativo di salvare la fusione, la direzione della Deutsche Bank e il governo tedesco hanno proposto nei giorni scorsi di escludere le attività statunitensi dal campo di applicazione della fusione. È stata addirittura proposta l’idea di trasformarle in “bad bank” e di finanziarla con fondi pubblici tedeschi. Il governo tedesco sembra poi essersi ritirato dalla portata degli impegni assunti. E il progetto di fusione è fallito.
Per il ministro delle Finanze tedesco questo fallimento rappresenta una grave battuta d’arresto sul piano politico. Pur appoggiando ora l’annullamento della fusione, continua però a sostenere l’idea della necessità di “istituti di credito competitivi per sostenere il successo industriale globale tedesco”. Una dichiarazione ricevuta con scetticismo generale. “Una fusione avrebbe creato problemi ancora più grandi per noi. Ma con la fine delle discussioni sulle fusioni, i problemi del settore bancario non sono stati risolti. Essi continuano ad esistere e devono essere affrontati”, dice la deputata SPD Ingrid Arndt-Brauer.
Infatti, il governo tedesco non ha affatto finito con le sue banche. Il caso di Commerzbank, secondo gli osservatori, è il più facile da risolvere. Anche se la banca deve affrontare una forte concorrenza in Germania e difficoltà di sviluppo, il suo bilancio è stato rimesso in ordine. Sono in circolazione i nomi di potenziali acquirenti, come l’italiana Unicredit o l’olandese ING.
Ma perché una fusione possa avere successo, può diventare necessario rimuovere l’ostacolo della limitazione in anticipo per le garanzie bancarie, fin qui limitate ai singoli paesi dell’area euro. Un requisito che proprio il governo tedesco aveva imposto durante la discussione sull’unione bancaria, per evitare che “i contribuenti tedeschi paghino per gli altri”.
Il caso della Deutsche Bank invece rimane gravissimo. Dalla crisi del 2008, il gigante bancario è stato un grosso problema per il governo tedesco. Inginocchiato davanti ai suoi princìpi liberali, il governo ha lasciato a lungo che la banca gestisse da sola la propria attività, anche se Wolfgang Schäuble, allora ministro delle finanze, è stato più volte impaziente verso gli scarsi risultati ottenuti.
Negli ultimi dieci anni, la banca ha cambiato gestione tre volte, ha annunciato molteplici trasformazioni, ma non è riuscita a ripulire le sue attività, il suo bilancio e quindi a riprendersi. Dopo tre anni di perdite, Deutsche Bank ha annunciato un risultato di 267 milioni di euro e un fatturato di 39,6 miliardi di euro. Il suo corso azionario è sceso del 90% in un anno, e ora è a 7,59 euro.
Questa caduta ininterrotta di Deutsche Bank è una preoccupazione costante per il governo tedesco. Fino a costringere il ministro delle finanze Olaf Scholz a cavalcare improvvisamente il tema del “campione nazionale delle banche”, forse più per necessità che per convinzione. A gennaio, quando ha iniziato a lanciare l’idea di una fusione con Commerzbank, ha effettuato in un mese 23 visite alla sede centrale della Deutsche Bank per discutere la strategia della banca. Perché c’è qualcosa che brucia: mentre il prezzo della banca è in calo, il prezzo del suo credit default swap (CDS, il costo dell’assicurazione su quel credito, ndr) sta salendo. C’è una totale sfiducia nel mondo bancario. La banca ha sempre maggiori difficoltà a rifinanziarsi da sola e lo fa a costi proibitivi.
E’ quindi per evitare il soffocamento finanziario e il rischio di crollo che il governo tedesco ha tentato questa operazione da ultima spiaggia, proponendo una fusione con Commerzbank. Che tutti gli altri candidati hanno respinto, per le stesse ragioni addotte dal management della Commerzbank: tutti temono i rischi una simile operazione.
Tuttavia, non sono mancate le richieste urgenti per un “grande matrimonio bancario europeo”: c’erano banchieri centrali – tra cui il Governatore della Banque de France, Villeroy de Galhau – finanzieri (in particolare Alex Weber [ora Presidente di UBS, è stato Presidente della Bundesbank, quindi in questa veste responsabile della supervisione del settore bancario tedesco, tra il 2004 e il 2011, periodo considerato come quello in cui la banca ha commesso gli errori più gravi di cui non è riuscita a liberarsi – ndr]. Anche il nostro ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, stava spingendo per una fusione tra BNP Paribas e Deutsche Bank in nome della Grande Europa, dimenticando di mettere doppiamente a rischio tutti i contribuenti francesi.
Dopo il fallimento della fusione con Commerzbank, l’idea di una fusione bancaria tra Deutsche Bank e un’altra istituzione è in questa fase sepolta. Il governo tedesco non può più scommettere sul lavoro del tempo, sperando che alla fine tutto si risolva. A dieci anni dalla crisi, i problemi di Deutsche Bank sono ora più acuti che mai. Bisogna ripulire il bilancio del gigante bancario, aprire gli armadi dove potrebbero esserci ancora dei cadaveri nascosti e portare la banca ad una dimensione più gestibile.
Data l’ampiezza delle interconnessioni della banca con l’intero sistema finanziario internazionale, è comprensibile che le mani di dirigenti bancari, politici e autorità di regolamentazione stiano tremando. Il minimo errore può ammontare a miliardi, o addirittura causare disastri.
Per il governo tedesco, questo potrebbe trasformarsi in un test politico. Come nello scandalo del gasolio, il pubblico può scoprire l’altra faccia della storia dei successi passati. E, nonostante tutte le promesse fatte in passato, i contribuenti tedeschi potrebbero dover pagare per salvare le loro banche. Con Deutsche Bank, si sta sbriciolando un’ulteriore pietra del “modello tedesco”.
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L’annuncio di questo fallimento è stato accolto con sollievo sia dagli investitori sia dai sindacati di entrambe le banche. Perché è un eufemismo dire che questo progetto, voluto e sostenuto a braccia aperte dal ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, ha suscitato ben poco entusiasmo o addirittura molta apprensione.
Non appena è stata annunciata la possibilità di una fusione, i sindacati presenti nelle due banche – che, secondo il modello di “compartecipazione” tedesco, fanno parte del consiglio di amministrazione di entrambi gli istituti – si sono opposti a questa proposta di fusione, che sarebbe stata troppo distruttiva per l’occupazione. Secondo le loro stime, più di 30.000 posti di lavoro rischiavano di scomparire se la fusione fosse stata completata.
Ma anche i principali azionisti di entrambe le banche, specialmente i fondi del Qatar che hanno salvato Deutsche Bank durante la crisi del 2008, hanno messo in dubbio la rilevanza di questa rischiosa fusione.
I politici tedeschi hanno fatto eco alle loro paure. “Due tacchini malati non hanno mai fatto un’aquila”, ha detto Olav Gutting, deputato della CDU e molto critico nei confronti del progetto. Oltre ai timori di costi sociali elevati, i parlamentari erano preoccupati per il rischio che questo progetto di mega-banca potrebbe comportare per le finanze pubbliche. La retorica del ministro tedesco sulla necessità di creare un “campione bancario nazionale” per sostenere il potere economico tedesco – prendendo a prestito accenti gaullisti mai usati in Germania – non è mai riuscita a ribaltare l’ostilità dei leader politici, di tutte le tendenze, a questo progetto “faraonico”.
Ma l’opposizione più efficace, anche se molto discreta, a questo avvicinamento è stata probabilmente quella delle autorità di regolamentazione bancaria europee e americane. Da anni la Deutsche Bank è per loro fonte di preoccupazione. Con oltre 1.500 miliardi di dollari di attività (pari al 46% del PIL tedesco), controparte centrale dell’intero sistema bancario internazionale, Deutsche Bank è da anni considerata dalle autorità di regolamentazione la banca più “sistemica” del mondo, ma anche una di quelle in pessime condizioni.
Nonostante i numerosi piani strategici dell’ultimo decennio, non è riuscita a cancellare le follie passate: il portafoglio derivati, che, pur essendo diminuito significativamente dalla crisi del 2008, è ancora stimato in oltre 40.000 miliardi di dollari [valore nozionale, ovvero tiene conto del valore delle attività sottostanti, anche se il rischio reale è molto più basso, nell’intervallo dall’1 al 2% – ndr]. E quasi ogni mese, nuovi scandali – l’ultimo dei quali è il riciclaggio di denaro sporco in accordo con la Danske Bank, che ha provocato una serie di perquisizioni presso la sua sede centrale – le ricordano quel suo passato.
Vedere questa banca, che non ha ancora ripulito il proprio bilancio, avvicinarsi a Commerzbank, anch’essa fragile [nazionalizzata nel 2008, la banca non si è ancora ripresa dalla crisi e lo Stato non è riuscito a vendere al settore privato il 15% che ancora mantiene], non ha rassicurato le autorità di regolamentazione. Anche per loro, due tacchini malati non hanno fatto un’aquila.
L’accettazione di questa fusione, che avrebbe portato alla creazione di un’entità bancaria ancora più grande, ancora più rischiosa e fragile, avrebbe messo a serio rischio l’intero sistema finanziario internazionale e sollevato interrogativi sulla loro credibilità.
Poco dopo l’annuncio del progetto, la BCE e il Consiglio unico di risoluzione (che supervisiona l’unione bancaria) hanno indicato che entrambe le banche dovrebbero garantire che l’entità risultante dalla fusione sia in grado di trovare una soluzione in caso di crisi, al fine di evitare che i contribuenti paghino per il loro salvataggio. “Se una banca diventa troppo grande, complessa o interconnessa [...], deve avere capitale proprio aggiuntivo”, ha detto Andrea Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza della BCE, al Parlamento europeo a marzo.
Le autorità di regolamentazione hanno stimato che la Deutsche Bank dovrebbe raccogliere almeno 10 miliardi di euro di capitale aggiuntivo per consolidare il suo capitale proprio, prima di qualsiasi fusione.
Da parte loro, le autorità di regolamentazione statunitensi hanno indicato che Deutsche Bank dovrebbe in futuro, come le sue controparti europee che vi operano, rispettare le norme in vigore negli Stati Uniti e rafforzare il proprio capitale e la liquidità per essere in grado di far fronte ad una nuova crisi. Ciò richiederà ulteriori aumenti di capitale. Quanto? Mistero.
Perché gli Stati Uniti sono la vera “scatola nera” della Deutsche Bank. È dalle sue filiali americane, passando sotto tutti i radar di controllo dei regolatori americani ed europei, che il gigante tedesco ha perseguito una politica di conquista aggressiva, ha montato tutti i suoi colpi (vedi The Big Short), impegnato miliardi di euro e dollari in tutte le speculazioni finanziarie. Le attività americane della Deutsche Bank sono così spaventose da aver scoraggiato qualsiasi concorrente dal compiere un attacco ostile contro il gigante tedesco, anche se malato. Hanno spaventato anche la gestione della Commerzbank.
Nel tentativo di salvare la fusione, la direzione della Deutsche Bank e il governo tedesco hanno proposto nei giorni scorsi di escludere le attività statunitensi dal campo di applicazione della fusione. È stata addirittura proposta l’idea di trasformarle in “bad bank” e di finanziarla con fondi pubblici tedeschi. Il governo tedesco sembra poi essersi ritirato dalla portata degli impegni assunti. E il progetto di fusione è fallito.
Per il ministro delle Finanze tedesco questo fallimento rappresenta una grave battuta d’arresto sul piano politico. Pur appoggiando ora l’annullamento della fusione, continua però a sostenere l’idea della necessità di “istituti di credito competitivi per sostenere il successo industriale globale tedesco”. Una dichiarazione ricevuta con scetticismo generale. “Una fusione avrebbe creato problemi ancora più grandi per noi. Ma con la fine delle discussioni sulle fusioni, i problemi del settore bancario non sono stati risolti. Essi continuano ad esistere e devono essere affrontati”, dice la deputata SPD Ingrid Arndt-Brauer.
Infatti, il governo tedesco non ha affatto finito con le sue banche. Il caso di Commerzbank, secondo gli osservatori, è il più facile da risolvere. Anche se la banca deve affrontare una forte concorrenza in Germania e difficoltà di sviluppo, il suo bilancio è stato rimesso in ordine. Sono in circolazione i nomi di potenziali acquirenti, come l’italiana Unicredit o l’olandese ING.
Ma perché una fusione possa avere successo, può diventare necessario rimuovere l’ostacolo della limitazione in anticipo per le garanzie bancarie, fin qui limitate ai singoli paesi dell’area euro. Un requisito che proprio il governo tedesco aveva imposto durante la discussione sull’unione bancaria, per evitare che “i contribuenti tedeschi paghino per gli altri”.
Il caso della Deutsche Bank invece rimane gravissimo. Dalla crisi del 2008, il gigante bancario è stato un grosso problema per il governo tedesco. Inginocchiato davanti ai suoi princìpi liberali, il governo ha lasciato a lungo che la banca gestisse da sola la propria attività, anche se Wolfgang Schäuble, allora ministro delle finanze, è stato più volte impaziente verso gli scarsi risultati ottenuti.
Negli ultimi dieci anni, la banca ha cambiato gestione tre volte, ha annunciato molteplici trasformazioni, ma non è riuscita a ripulire le sue attività, il suo bilancio e quindi a riprendersi. Dopo tre anni di perdite, Deutsche Bank ha annunciato un risultato di 267 milioni di euro e un fatturato di 39,6 miliardi di euro. Il suo corso azionario è sceso del 90% in un anno, e ora è a 7,59 euro.
Questa caduta ininterrotta di Deutsche Bank è una preoccupazione costante per il governo tedesco. Fino a costringere il ministro delle finanze Olaf Scholz a cavalcare improvvisamente il tema del “campione nazionale delle banche”, forse più per necessità che per convinzione. A gennaio, quando ha iniziato a lanciare l’idea di una fusione con Commerzbank, ha effettuato in un mese 23 visite alla sede centrale della Deutsche Bank per discutere la strategia della banca. Perché c’è qualcosa che brucia: mentre il prezzo della banca è in calo, il prezzo del suo credit default swap (CDS, il costo dell’assicurazione su quel credito, ndr) sta salendo. C’è una totale sfiducia nel mondo bancario. La banca ha sempre maggiori difficoltà a rifinanziarsi da sola e lo fa a costi proibitivi.
E’ quindi per evitare il soffocamento finanziario e il rischio di crollo che il governo tedesco ha tentato questa operazione da ultima spiaggia, proponendo una fusione con Commerzbank. Che tutti gli altri candidati hanno respinto, per le stesse ragioni addotte dal management della Commerzbank: tutti temono i rischi una simile operazione.
Tuttavia, non sono mancate le richieste urgenti per un “grande matrimonio bancario europeo”: c’erano banchieri centrali – tra cui il Governatore della Banque de France, Villeroy de Galhau – finanzieri (in particolare Alex Weber [ora Presidente di UBS, è stato Presidente della Bundesbank, quindi in questa veste responsabile della supervisione del settore bancario tedesco, tra il 2004 e il 2011, periodo considerato come quello in cui la banca ha commesso gli errori più gravi di cui non è riuscita a liberarsi – ndr]. Anche il nostro ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, stava spingendo per una fusione tra BNP Paribas e Deutsche Bank in nome della Grande Europa, dimenticando di mettere doppiamente a rischio tutti i contribuenti francesi.
Dopo il fallimento della fusione con Commerzbank, l’idea di una fusione bancaria tra Deutsche Bank e un’altra istituzione è in questa fase sepolta. Il governo tedesco non può più scommettere sul lavoro del tempo, sperando che alla fine tutto si risolva. A dieci anni dalla crisi, i problemi di Deutsche Bank sono ora più acuti che mai. Bisogna ripulire il bilancio del gigante bancario, aprire gli armadi dove potrebbero esserci ancora dei cadaveri nascosti e portare la banca ad una dimensione più gestibile.
Data l’ampiezza delle interconnessioni della banca con l’intero sistema finanziario internazionale, è comprensibile che le mani di dirigenti bancari, politici e autorità di regolamentazione stiano tremando. Il minimo errore può ammontare a miliardi, o addirittura causare disastri.
Per il governo tedesco, questo potrebbe trasformarsi in un test politico. Come nello scandalo del gasolio, il pubblico può scoprire l’altra faccia della storia dei successi passati. E, nonostante tutte le promesse fatte in passato, i contribuenti tedeschi potrebbero dover pagare per salvare le loro banche. Con Deutsche Bank, si sta sbriciolando un’ulteriore pietra del “modello tedesco”.
Fonte
12/03/2019
L’eterno ritorno della sindrome del Faust
Davvero sbalorditiva l’intervista di H. W. Sinn – uno dei decani degli economisti tedeschi – rilasciata l’altro giorno al quotidiano economico Handelsblatt. L’oggetto dell’intervista era il noto studio del CEP di Friburgo che sostiene che i due paesi che hanno subito le più grandi perdite dall’introduzione dell’Euro sono l’Italia e la Francia mentre i paesi che hanno tratto maggiori benefici sono la Germania e l’Olanda.
La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendolo corretto e non soggetto a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):
Ma, lasciando perdere questi aspetti un po’ moralistici, ci sono altre considerazioni da fare. Primo, mi pare corretto domandarsi se i tedeschi stiano continuando a imporre la sferza (peraltro precipitandoci in un enorme crisi di innovazione a causa dello “sparagno”, e di cui pagheremo il prezzo nei prossimi decenni) nella speranza di recuperare quanto incautamente perso (oltre che ingiustamente guadagnato).
In secondo luogo, nell’affermazione di Sinn salta all’occhio un non detto: dove sono queste centinaia di miliardi di titoli USA che valgono quanto la carta da parati? Posto che nel bilancio dello Stato non ci sono perché se ne avrebbe l’evidenza; posto che nel cassetto del birraio tirolese è difficile che ci siano, mi viene da pensare che si trovino ben custoditi nei bilanci delle banche tedesche. E infatti se così fosse si spiegherebbe come mai – nonostante dovrebbero scoppiare di soldi – banche come Deutsche Bank e Commerzbank vivono gravissime difficoltà da anni.
Se non fossero tedeschi, comunque, si siederebbero assieme ai partner europei e spiegherebbero la situazione per trovare un accomodamento. E invece niente, combattono fino all’ultima pallottola e a sconfitta certa. Trascinandosi appresso tutta Europa, ovviamente.
Fonte
La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendolo corretto e non soggetto a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):
“Il problema è che le esportazioni, nel calcolo del PIL, sono considerate come un indice di prosperità, anche se in realtà lo diventano solo nel momento in cui sarà certo che immediatamente o successivamente potranno essere convertite in importazioni per una somma di pari valore. In effetti le eccedenze commerciali tedesche non sono sempre state investite in maniera ragionevole, e spesso sono state utilizzate per acquistare titoli di debito esteri alquanto problematici. Una parte di questi titoli consisteva in obbligazioni di dubbia utilità, in gran parte di provenienza americana, il cui mancato rimborso ha contribuito al fatto che la Germania abbia dovuto cancellare centinaia di miliardi di euro di crediti esteri dal suo bilancio delle attività nette sull’estero.”Insomma, per Sinn è vero, la Germania grazie al feroce meccanismo dell’Euro (inibizione del meccanismo di mercato delle fluttuazioni di cambio, rigore fiscale grazie a Maastricht e Fiscal Compact, introduzione del delirante concetto di output gap) è riuscita a guadagnare enormi flussi finanziari fatti dalle gigantesche eccedenze commerciali, ma in fondo i tedeschi non ci hanno guadagnato perché non ne hanno goduto i frutti a causa dei cattivi investimenti in titoli USA che sono letteralmente carta straccia. Di primo istinto, da buoni mediterranei di cultura cattolica, verrebbe da dire che la farina del diavolo se ne va in crusca; per non parlare poi del fatto che sostenere che i tedeschi, dall’infernale trappola dell’Euro non ci hanno guadagnato perché hanno investito male, è come dire che un rapinatore non ha rapinato perché si è dimenticato la valigia con il bottino nell'auto con cui è scappato.
Ma, lasciando perdere questi aspetti un po’ moralistici, ci sono altre considerazioni da fare. Primo, mi pare corretto domandarsi se i tedeschi stiano continuando a imporre la sferza (peraltro precipitandoci in un enorme crisi di innovazione a causa dello “sparagno”, e di cui pagheremo il prezzo nei prossimi decenni) nella speranza di recuperare quanto incautamente perso (oltre che ingiustamente guadagnato).
In secondo luogo, nell’affermazione di Sinn salta all’occhio un non detto: dove sono queste centinaia di miliardi di titoli USA che valgono quanto la carta da parati? Posto che nel bilancio dello Stato non ci sono perché se ne avrebbe l’evidenza; posto che nel cassetto del birraio tirolese è difficile che ci siano, mi viene da pensare che si trovino ben custoditi nei bilanci delle banche tedesche. E infatti se così fosse si spiegherebbe come mai – nonostante dovrebbero scoppiare di soldi – banche come Deutsche Bank e Commerzbank vivono gravissime difficoltà da anni.
Se non fossero tedeschi, comunque, si siederebbero assieme ai partner europei e spiegherebbero la situazione per trovare un accomodamento. E invece niente, combattono fino all’ultima pallottola e a sconfitta certa. Trascinandosi appresso tutta Europa, ovviamente.
Fonte
27/02/2019
La Germania pretende che tutti paghino i debiti: i suoi!
Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.
Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).
Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso dei capitali nei singoli Paesi. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo in avanti verso una maggiore integrazione.
In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.
Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione de conti correnti.
Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque...).
La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).
Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.
Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.
Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.
Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.
Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 2002 ad oggi, ha perso reddito per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.
Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole...
E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.
Questa è l’Unione Europea. A questo è servito l’euro. Fuor di ideologia, si è rivelato, come prevedibile, un sistema di rapina a favore dei più ricchi.
Qui di seguito l’articolo de Il Sole 24 Ore.
*****
Torna la tassa sulle transazioni finanziarie
di Carlo Bastasin
Con una dichiarazione a sorpresa, lunedì scorso il presidente del Parlamento tedesco, Wolfgang Schäuble, ha proposto l’abolizione del voto all’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo che ancora lo richiedono, tra queste spiccano le politiche in materia fiscale. La logica di Schäuble è che, se non si toglie il diritto di veto, in capo a ogni governo, nelle decisioni comuni sull’imposizione fiscale, sarà molto difficile istituire una tassa comune europea, senza la quale non ci sarebbero le risorse per predisporre un bilancio per l’euro-area.
A sua volta, in assenza di un bilancio sarebbe inutile istituire il ruolo di ministro delle Finanze dell’euro-area con il quale gli stati membri dovrebbero condividere la loro sovranità di bilancio e coordinare le proprie politiche economiche.
Si tratta, come si capisce, di un passaggio cardinale nel progresso della cooperazione europea in una fase in cui l’impulso all’integrazione è frenato dalle tentazioni sovraniste in molti paesi. La possibilità che forze euroscettiche, a cominciare dalla Lega, formino una minoranza di blocco al Parlamento europeo e che la stessa Commissione europea sia composta da esponenti contrari alla cooperazione rende pericoloso uno scenario in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo debba operare all’unanimità.
Molti ambiti di interesse dell’Ue possono continuare anche nelle condizioni attuali, ma la moneta unica è tuttora in una condizione instabile che richiede, per sopravvivere, il completamento di istituzioni di coordinamento fiscale e dell’unione bancaria.
La condivisione delle scelte fiscali è però un tema molto controverso e paralizzato dall’unanimità. Nel 2018, si è già creata una faglia senza precedenti tra la Germania e i paesi della cosiddetta Lega anseatica, guidati dall’Olanda, molti dei quali usano la bassa tassazione delle imprese per sottrarre investimenti e redditi al resto d’Europa e in particolare a Germania, Francia e Italia.
La proposta di Schäuble va inquadrata in ciò che sta succedendo dietro le quinte dei negoziati europei e in particolare di quelli franco-tedeschi. Il progetto di un bilancio dell’euro-area ha preso vigore dopo l’incontro tra Angela Merkel e Emmanuel Macron al castello di Meseberg nel giugno scorso.
Un primo intoppo era giunto a novembre quando Berlino aveva lasciato solo il governo francese nella richiesta di un’imposta sul business digitale come base delle entrate comuni. La proposta d’altronde non aveva chance di essere approvata per l’opposizione dei paesi dell’Est e del Nord Europa. Tuttavia, in una riunione parallela al Consiglio di novembre, i ministri di Francia e Germania avevano ribadito di volere un bilancio dell’euro-area ai fini di competitività, convergenza e stabilizzazione dell’euro-area.
All’Ecofin di gennaio, invece, la funzione di stabilizzazione è stata relegata al solo confronto tecnico e non riconosciuta come obiettivo politico. Si tratta di una decisione cruciale perché molto probabilmente delegherà l’intervento di stabilizzazione al solo Esm, il fondo salva-stati, che agisce prevalentemente quando è richiesta assistenza finanziaria e quindi dopo che una crisi si è presentata e dopo che sono state fissate severe condizioni per il paese che ha necessità di aiuto.
Nulla si sa inoltre delle dimensioni del futuro bilancio che probabilmente saranno indicate dall’Ecofin nella prossima riunione di giugno quando saranno discussi anche i quadri finanziari dell’Unione europea per gli anni a venire. Si ignorano in pratica tutti i dettagli su cui stanno lavorando i comitati tecnici.
Un documento confidenziale dei governi francese e tedesco, citato in un atto del Bundestag della settimana scorsa, contiene però alcuni dettagli. Da quanto riportato dal documento, datato 7 febbraio 2019, a gennaio Parigi e Berlino hanno trovato un accordo tra di loro sui contenuti tecnici. L’intesa riprende l’impostazione concordata a Meseberg e propone una tassa europea sulle transazioni finanziarie sul modello di quella francese che prevede l’imposizione su tutte le transazioni interne in azioni di società nazionali che abbiano una capitalizzazione superiore a un miliardo di euro.
Per ridurre le resistenze dei paesi contrari, la proposta franco-tedesca prevede che chi contribuisce al bilancio dell’euro-area con maggiori entrate derivanti dalla nuova tassa, possa dedurre l’eccesso dal normale contributo al bilancio Ue. In pratica, anche se in misura minima, c’è un trasferimento di importanza dal bilancio europeo a quello dell’euro-area.
Se questa fosse la tendenza, sarebbe un segnale della maggiore personalità politica che l’euro-area potrebbe assumere in futuro, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.
L’avanzamento dei progetti è millimetrico e certamente condizionato al risultato delle prossime elezioni parlamentari europee. Una minoranza di blocco di forze euroscettiche, ha ammesso Schäuble, sarebbe un colpo molto duro per tutta l’Europa. Tuttavia se il risultato del voto fosse meno indigesto, a Bruxelles, Parigi e Berlino si riprenderanno in mano le fila dell’integrazione.
Perfino sul tema dell’assicurazione comune dei depositi bancari, sembra che la Germania stia finalmente cambiando posizione e aprendo la porta a una soluzione comune, dopo aver verificato alcuni problemi di sostenibilità del proprio sistema interno di assicurazione dei depositi.
Il completamento dell’unione bancaria e dell’unione dei mercati dei capitali consentirebbe di migliorare la circolazione di risparmio tra i paesi dell’euro-area e quindi di “riciclare” negli altri paesi l’eccesso di risparmio tedesco che attualmente sottrae domanda all’economia dell’euro-area. La prospettiva è di una crescente circolazione del risparmio in un’economia dell’euro-area in cui avranno sempre meno significato i confini nazionali.
Anche in considerazione della “regionalizzazione” degli scambi commerciali globali, propugnata dall’attuale Amministrazione americana, la prospettiva europea è di incoraggiare una maggiore interdipendenza al proprio interno e una maggiore corresponsabilità nelle decisioni comuni.
Per la Germania, baricentro europeo della produzione industriale e dell’export di merci e di capitali, il rafforzamento delle responsabilità comuni rappresenta una prospettiva vitale. Quello che forse Schäuble ha compreso è che la strategia tedesca è inevitabilmente legata a una maggiore condivisione delle sovranità economiche è che senza l’abolizione dei diritti di veto e senza l’istituzione di un ministro delle Finanze, l’intera strategia potrebbe fermarsi a metà strada.
Fonte
29/01/2019
“L’oro del Venezuela resta qui!”: il ruolo di Bank of England e Deutsche Bank nel golpe in atto a Caracas
Dietro la scomparsa dell’oro venezuelano, c’è la regia degli Stati Uniti. Leggendo una notizia del genere potrebbe sembrare di esser finiti in una spy story, o in una vecchia storia d’avventura di un paio di secoli fa. Stiamo invece parlando di cronaca, di politica, di quello che sta avvenendo in Venezuela. E come sempre quando si segue la pista dei soldi – in questo caso dell’oro – poi le dinamiche in atto iniziano a diventare chiare.
Sono tre le notizie interessanti, da questo punto di vista, che circolano da ieri, riportate da Corriere della Sera e Sole 24 Ore (media che non possiamo certo annoverare tra quelli pro-Maduro, che di fatto da queste parti non esistono).
La prima arriva dall’agenzia Bloomberg: la Banca d’Inghilterra ha bloccato una richiesta del governo venezuelano di ritirare oltre un miliardo di dollari in lingotti d’oro in possesso della stessa banca. Si tratta di parte della riserva aurea all’estero della banca centrale venezuelana, quindi teoricamente nelle sue disponibilità.
La seconda notizia la riporta la Reuters: l’autoproclamato – e quindi golpista – presidente Guaidò ha scritto a Teresa May, chiedendo formalmente di non restituire l’oro perchè “sarebbe usato per la repressione” da parte di Maduro.
La terza notizia arriva dal Sole 24 Ore, ed è quella che forse “pesa” di più. Sono due, in realtà, le news contenute nell’articolo di Alessandro Plateroti, che suggeriamo di leggere.
Il primo spunto è in apertura di articolo: “dietro il mancato rimpatrio a Caracas nel settembre scorso di 550 milioni di dollari di lingotti d’oro depositati a Londra, non c’erano infatti «problemi procedurali» come hanno sostenuto finora la banca centrale e lo stesso governo inglese, ma una vera operazione di esproprio internazionale organizzata segretamente dalla Casa Bianca”.
Più chiaro di così si muore. Nello specifico, l’autore fa riferimento ad un precedente diniego da parte dell’autorità britannica che era stato attribuito a questioni di procedura.
Il secondo arriva qualche riga dopo, ed è ancora più clamoroso, forse.
Secondo alcune fonti, la quantità di oro venezuelano in possesso della Bank of England sarebbe praticamente raddoppiato. Da 14 tonnellate presenti nel mese di novembre 2018 alle 31 tonnellate attualmente custodite.
Ma come, a settembre Londra blocca il rimpatrio di 500 milioni di oro e il governo venezuelano gliene affida altre diciassette tonnellate? Sono matti? No. Perché l’oro non arriva dal Venezuela, ma dalla Germania. Più precisamente dalla Deutsche Bank, che lo aveva avuto come garanzia da parte di Caracas per un prestito concesso quattro anni fa.
Bloccare l’accesso alle riserve auree al governo di Maduro è una operazione che può avere conseguenze gravi ed immediate. L’oro è usato infatti da anni come valuta di scambio per l’acquisto di beni di consumo anche fondamentali, come cibo e farmaci. Un modo – spiega il Sole 24 Ore – per superare gli ostacoli del lungo embargo a cui il Venezuela è sottoposto da anni da parte degli Usa.
E qui si chiude il cerchio, che parte ed arriva sempre lì, negli Stati Uniti: “I sospetti che dietro questi casi ci sia la regia della Casa Bianca girano da mesi, come riportato in un’inchiesta del Sole 24 Ore il 29 novembre 2018. Una conferma arriva ora da Marshall Billingslea, Assistant Secretary for Terrorist Financing del Dipartimento al Tesoro Usa: «All’inizio di ottobre – rivela a sorpresa Billingslea – il Segretario Mnuchin ha incontrato i ministri delle Finanze d’Europa e Giappone, i governatori delle Banche Centrali e i responsabili dell’intelligence, per definire un piano di azione comune contro Maduro: l’obiettivo più importante e immediato è bloccare il commercio dell’oro sovrano venezuelano. Alcuni risultati li abbiamo già avuti in questi giorni...». Non a caso, erano proprio gli stessi giorni in cui Londra aveva deciso di bloccare il rimpatrio dei lingotti a Caracas.”
Citiamo volentieri e volutamente le ultime righe dell’articolo del Sole 24 Ore perché, in storie come questa, la chiarezza è fondamentale.
Quello che sta avvenendo in Venezuela è qualcosa di assolutamente artificiale, eterodiretto, antidemocratico. Nasce dalla volontà di un paese terzo rispetto alle vicende venezuelane – gli Stati Uniti – che sta imponendo la sua agenda ad altri paesi terzi che vigliaccamente ne diventano complici.
La “storia dell’oro del Venezuela” è l’ennesima dimostrazione di tutto questo.
E mentre Guaidò annuncia di stare prendendo il controllo dei beni all’estero del Venezuela – con l’ovvio e necessario benestare dei paesi che quei beni li ospitano – gli Stati Uniti annunciano altre sanzioni. La prima ad essere colpita potrebbe essere la Pdvsa, la compagnia petrolifera di Stato.
Fonte
Sono tre le notizie interessanti, da questo punto di vista, che circolano da ieri, riportate da Corriere della Sera e Sole 24 Ore (media che non possiamo certo annoverare tra quelli pro-Maduro, che di fatto da queste parti non esistono).
La prima arriva dall’agenzia Bloomberg: la Banca d’Inghilterra ha bloccato una richiesta del governo venezuelano di ritirare oltre un miliardo di dollari in lingotti d’oro in possesso della stessa banca. Si tratta di parte della riserva aurea all’estero della banca centrale venezuelana, quindi teoricamente nelle sue disponibilità.
La seconda notizia la riporta la Reuters: l’autoproclamato – e quindi golpista – presidente Guaidò ha scritto a Teresa May, chiedendo formalmente di non restituire l’oro perchè “sarebbe usato per la repressione” da parte di Maduro.
La terza notizia arriva dal Sole 24 Ore, ed è quella che forse “pesa” di più. Sono due, in realtà, le news contenute nell’articolo di Alessandro Plateroti, che suggeriamo di leggere.
Il primo spunto è in apertura di articolo: “dietro il mancato rimpatrio a Caracas nel settembre scorso di 550 milioni di dollari di lingotti d’oro depositati a Londra, non c’erano infatti «problemi procedurali» come hanno sostenuto finora la banca centrale e lo stesso governo inglese, ma una vera operazione di esproprio internazionale organizzata segretamente dalla Casa Bianca”.
Più chiaro di così si muore. Nello specifico, l’autore fa riferimento ad un precedente diniego da parte dell’autorità britannica che era stato attribuito a questioni di procedura.
Il secondo arriva qualche riga dopo, ed è ancora più clamoroso, forse.
Secondo alcune fonti, la quantità di oro venezuelano in possesso della Bank of England sarebbe praticamente raddoppiato. Da 14 tonnellate presenti nel mese di novembre 2018 alle 31 tonnellate attualmente custodite.
Ma come, a settembre Londra blocca il rimpatrio di 500 milioni di oro e il governo venezuelano gliene affida altre diciassette tonnellate? Sono matti? No. Perché l’oro non arriva dal Venezuela, ma dalla Germania. Più precisamente dalla Deutsche Bank, che lo aveva avuto come garanzia da parte di Caracas per un prestito concesso quattro anni fa.
Bloccare l’accesso alle riserve auree al governo di Maduro è una operazione che può avere conseguenze gravi ed immediate. L’oro è usato infatti da anni come valuta di scambio per l’acquisto di beni di consumo anche fondamentali, come cibo e farmaci. Un modo – spiega il Sole 24 Ore – per superare gli ostacoli del lungo embargo a cui il Venezuela è sottoposto da anni da parte degli Usa.
E qui si chiude il cerchio, che parte ed arriva sempre lì, negli Stati Uniti: “I sospetti che dietro questi casi ci sia la regia della Casa Bianca girano da mesi, come riportato in un’inchiesta del Sole 24 Ore il 29 novembre 2018. Una conferma arriva ora da Marshall Billingslea, Assistant Secretary for Terrorist Financing del Dipartimento al Tesoro Usa: «All’inizio di ottobre – rivela a sorpresa Billingslea – il Segretario Mnuchin ha incontrato i ministri delle Finanze d’Europa e Giappone, i governatori delle Banche Centrali e i responsabili dell’intelligence, per definire un piano di azione comune contro Maduro: l’obiettivo più importante e immediato è bloccare il commercio dell’oro sovrano venezuelano. Alcuni risultati li abbiamo già avuti in questi giorni...». Non a caso, erano proprio gli stessi giorni in cui Londra aveva deciso di bloccare il rimpatrio dei lingotti a Caracas.”
Citiamo volentieri e volutamente le ultime righe dell’articolo del Sole 24 Ore perché, in storie come questa, la chiarezza è fondamentale.
Quello che sta avvenendo in Venezuela è qualcosa di assolutamente artificiale, eterodiretto, antidemocratico. Nasce dalla volontà di un paese terzo rispetto alle vicende venezuelane – gli Stati Uniti – che sta imponendo la sua agenda ad altri paesi terzi che vigliaccamente ne diventano complici.
La “storia dell’oro del Venezuela” è l’ennesima dimostrazione di tutto questo.
E mentre Guaidò annuncia di stare prendendo il controllo dei beni all’estero del Venezuela – con l’ovvio e necessario benestare dei paesi che quei beni li ospitano – gli Stati Uniti annunciano altre sanzioni. La prima ad essere colpita potrebbe essere la Pdvsa, la compagnia petrolifera di Stato.
Fonte
23/01/2019
La Germania dei maestri somari: sotto indagine Deutsche Bank
Mentre firmano il trattato di Aquisgrana per tentare di ricostituire un “motore europeo” decisamente imballato; mentre continuano a dar lezioni a destra e manca su come si gestiscono “ordinatamente” l’accumulazione capitalistica e i conti pubblici... la principale banca tedesca finisce sotto inchiesta.
Non di Bruxelles e tantomeno della Bce (che pure qualche “vigilanza” istituzionalmente, dovrebbe esercitarla), ma della Federal Reserve statunitense.
La Fed sta infatti esaminando le modalità con cui il colosso bancario tedesco ha gestito alcuni miliardi di dollari in transazioni sospette da Danske Bank, il maggiore istituto della Danimarca. Com’è noto – fuori d’Italia, perché qui si preferisce fare gli “allievi diligenti” di Berlino, in molte redazioni – questo caso riguarda il maggiore scandalo europeo sul riciclaggio di denaro dalla Russia.
Il colpo americano arriva mentre DB è impegnata nella complicata chiusura del bilancio 2018 (mica è uno Stato membro della Ue, se la può prendere con calma...) e, contemporaneamente, nella progettata fusione con l’altra “grande malata” della finanza germanica, Commerzbank. Un’operazione che persino la Bce non vede di buon occhio ma, come si dice, “chissenefrega, siamo tedeschi e non obbediamo neanche alle regole che abbiamo scritto noi”.
Dal punto di osservazione statunitense, invece, il problema è serissimo, visto che Washington non permette che società operanti anche sul proprio territorio abbiano rapporti d’affari con paesi sottoposti a sanzioni (ne sa qualcosa la “capa” di Huawei, accusata di rapporti con l’Iran).
Danske Bank è sotto indagine da qualche mese per le transazioni sospette che si sono verificate nella filiale di Tallin, in Estonia. Quasi 150 miliardi di dollari provenienti dalla Russia sarebbero infatti passati di lì e poi gestiti dalla filiale statunitense di Deutsche Bank. Nel caso c’è un “pentito” molto importante, a conoscenza di molti dettagli: Howard Wilkinson, ex capo della divisione trading della filiale di Tallin.
Fonte
La competizione tra poli imperialisti accelera alla grande.
Non di Bruxelles e tantomeno della Bce (che pure qualche “vigilanza” istituzionalmente, dovrebbe esercitarla), ma della Federal Reserve statunitense.
La Fed sta infatti esaminando le modalità con cui il colosso bancario tedesco ha gestito alcuni miliardi di dollari in transazioni sospette da Danske Bank, il maggiore istituto della Danimarca. Com’è noto – fuori d’Italia, perché qui si preferisce fare gli “allievi diligenti” di Berlino, in molte redazioni – questo caso riguarda il maggiore scandalo europeo sul riciclaggio di denaro dalla Russia.
Il colpo americano arriva mentre DB è impegnata nella complicata chiusura del bilancio 2018 (mica è uno Stato membro della Ue, se la può prendere con calma...) e, contemporaneamente, nella progettata fusione con l’altra “grande malata” della finanza germanica, Commerzbank. Un’operazione che persino la Bce non vede di buon occhio ma, come si dice, “chissenefrega, siamo tedeschi e non obbediamo neanche alle regole che abbiamo scritto noi”.
Dal punto di osservazione statunitense, invece, il problema è serissimo, visto che Washington non permette che società operanti anche sul proprio territorio abbiano rapporti d’affari con paesi sottoposti a sanzioni (ne sa qualcosa la “capa” di Huawei, accusata di rapporti con l’Iran).
Danske Bank è sotto indagine da qualche mese per le transazioni sospette che si sono verificate nella filiale di Tallin, in Estonia. Quasi 150 miliardi di dollari provenienti dalla Russia sarebbero infatti passati di lì e poi gestiti dalla filiale statunitense di Deutsche Bank. Nel caso c’è un “pentito” molto importante, a conoscenza di molti dettagli: Howard Wilkinson, ex capo della divisione trading della filiale di Tallin.
Fonte
La competizione tra poli imperialisti accelera alla grande.
14/12/2018
Il maremoto che cresce dentro Deutsche Bank
Tutti presi dai tweet politici di Tizio Caio – nanerottoli per dimensioni del paese in cui avvengono e per statura politica – quasi tutti hanno perso di vista “il sottostante” di ogni politica. Ossia l’economia reale e finanziaria.
Proviamo perciò a tirarci fuori dalla stretta contingenza e guardare un po’ più dall’alto l’andamento delle cose. Come si fa in montagna, quando il sentiero sembra incerto e si consulta la mappa (visione dall’alto) per ristabilire la direzione che a piedi (visione dal basso) è diventata incerta.
Per non fare discorsi alati e un po’ campati in aria, partiamo dai dati diffusi da Mediobanca (comparto R&S), che hanno allarmato l’imprenditoria italiana, o almeno la parte delegata a pensare. A darne conto è un articolo di Antonella Olivieri, apparso su IlSole24Ore qualche giorno fa: Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il Pil mondiale.
I non addetti ai lavori non ci troveranno motivi di particolare preoccupazione, quindi è necessario decodificare una terminologia tecnica sconosciuta ai più.
I “prodotti derivati” sono titoli finanziari, al pari dei titoli di Stato o delle obbligazioni emesse da società private di qualsiasi tipo. Hanno anche un padre nobile, visto che sono stati “inventati” per la prima volta da Goldman Sachs, la banca Usa abituata a produrre “padroni dell’universo”.
Si tratta di titoli teoricamente garantiti da un “sottostante”, che può essere però qualsiasi cosa (denaro, aziende, azioni, altri titoli), impastata con altre della stessa natura o anche differente, in un’orgia di fantasia “creativa” utile a far denaro con i pezzi di carta. Il mercato dei prodotti derivati, insomma, è un luogo dove ci si scambiano pezzi di carta chiamati “titoli” (azionari, obbligazionari, commercial paper, cdo, “veicoli”, “salcicce”, asset backed securities e via inventando) ed è assolutamente irrilevante la provenienza del profitto e il modo in cui sono stati prodotti.
Ma questi titoli si comprano, si scambiano, hanno una scadenza, come qualsiasi altro titolo. Insomma è come se fosse “denaro contante”, fin quando qualcuno lo accetta in cambio di denaro o altri titoli. Quando una fabbrica attiva viene comprata da un “fondo di investimento” finisce in un calderone che spesso ha questa natura da casinò di Las Vegas.
Il secondo elemento da tener presente è che questa massa di denaro fittizio – proprio secondo la definizione di Marx – ammonta oggi a una cifra “nominale” (2,2 milioni di miliardi di euro) che equivale a 33 volte la produzione mondiale annuale. Cioè, tutto il lavoro umano e gli investimenti di capitale fatti per 33 anni consecutivi, ai livelli attuali.
Praticamente questa massa di cartaccia – in realtà righe di codice scritte in qualche server molto remoto – chiede di essere “valorizzata” (con un tasso di interesse adeguato), come qualsiasi altro capitale. Ma chi può mai accontentare una richiesta di profitto così mostruosa? Numeri alla mano, un interesse minimo del 2% annuo equivarrebbe ai 2/3 del Pil globale di quest’anno... Insomma, tutto il mondo dovrebbe regalare i due terzi di quanto prodotto ai detentori di questa roba. E farlo ogni anno, per un numero praticamente infinito di anni (trent’anni, in economia, non sono un tempo che possa essere preso in considerazione, tranne che per i titoli di Stati molto forti, che presumibilmente non falliranno prima di quella data).
Ovvio che tutto ciò non ha senso economico-produttivo. E dunque che il valore nominale di quei titoli non corrisponde neppure minimamente al valore di scambio reale oggi, sui mitici “mercati”. Detto con parole semplici: non vale neppure la carta o le righe di codice necessarie per scriverli. Anche se magari qualcosa, lì dentro, ha ancora un valore reale, nel mondo reale (una fabbrica funzionante, per esempio).
Carta straccia, quasi come le “obbligazioni secondarie” di Banca Etruria, che hanno gettato sul lastrico tanti piccoli e medi “risparmiatori”.
Chi ha quella roba in cassaforte, per capirci, è un morto che cammina. E cammina fin quando riesce a tener nascosta la propria condizione e ottenere – in qualsiasi modo – una remunerazione dalla propria attività sui “mercati”.
Ma chi ha quella roba in cassaforte? Nessuna sorpresa: le banche.
Bene. A questo punto è importante sapere quali banche sono “esposte” su questo fronte. Anche le banche, in fondo, non sono tutte uguali...
Qui ci facciamo volentieri aiutare dalla Olivieri:
La “cura” escogitata per quella crisi, dopo un primo tentativo statunitense di arginarla iniettando soldi pubblici nelle banche in condizioni peggiori (finito con il mancato salvataggio di Lehmann Brothers e con una settimana di panico universale), fu quello di far stampare moneta alle banche centrali principali (Federal Reserve Usa, Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone), di modo che non venisse a mancare la liquidità indispensabile per far girare la macchina della produzione e circolazione delle merci a livello planetario. La condizione esplicita di questa generosità pubblica era quella di mantenere in vita gli operatori finanziari intimando loro di ridurre l’“azzardo morale”, ovvero la produzione di titoli tossici. Se si è triplicato l’ammontare, l’obbiettivo è sicuramente fallito...
Dieci anni di “iniezioni di liquidità”, quantitative easing, acquisti di titoli da parte delle banche centrali, hanno comunque effettivamente impedito l’esplosione del sistema finanziario globale prestando soldi a tasso zero (o addirittura negativo).
Quel gioco è però finito, per quanto riguarda la Fed, da un paio d’anni, e finirà il 31 dicembre per la Bce.
E alcune delle più grandi banche europee sono oggi nelle stesse pessime condizioni di allora. A cominciare dalla più grande e “sistemica”: Deutsche Bank. E nonostante gli immensi finanziamenti pubblici concessi dal Reichstag merkeliano, prima che lo stesso Reichstag imponesse la regola del bail in (pagano azionisti e obbligazionisti, ma anche i correntisti) nelle crisi bancarie. Quelle altrui...
In ogni caso non appare normale ai mercati, che quotano stamattina DB a 7,65 euro per azione, pari a circa 15 miliardi di capitalizzazione a fronte di asset posseduti per 1.500 miliardi. In pratica, “i mercati” dichiarano che questa è una banca tecnicamente fallita, come mostra del resto il tracollo della quotazione azionaria (dal record di 116 euro agli spiccioli di oggi).
Com’è possibile che una banca fallita cammini come uno zombie in cerca di profitto? E’ possibile, secondo le “regole dell’Unione Europea” e in particolare secondo i criteri fissati dalla Bce per gli stress test sulle banche; che curiosamente considerano “pericolosissime” le “sofferenze” (prestiti a imprese e famiglie che faticano a essere restituiti), mentre non considera problematici i titoli tossici (i derivati-carta straccia).
Con questa benedizione alle spalle, per esempio, lo zombie ha partecipato al saccheggio della Grecia orchestrato dalla Troika (Bce,Ue, Fmi), anche se le cifre raccattate con il debito di Atene sono briciole rispetto allo “scoperto”. Ma il semplice fatto di poter registrare degli “attivi” permette di andare avanti, almeno finché uno scossone complessivo dei mercati – una crisi, come quella che si va profilando all’orizzonte e che ha già costretto il Pil tedesco a registrare un -0,2% nel terzo trimestre – non arriva a rimettere in moto la selezione naturale tra gli operatori economici.
Il problema sistemico sembra dunque abbastanza chiaro: in questa Unione Europea il comando effettivo è in mano a gente che dovrebbe portare i libri in tribunale ed essere tombata nelle antiche galere per falliti. Ma che ancora riesce a gestire il peso della Germania (e fino a poco fa anche della Francia) come determinante qualsiasi politica comunitaria. Dunque anche, e soprattutto, la scrittura delle “regole” e dei trattati. E la loro “interpretazione autentica”.
E’ un sistema in cui i morti sopravvivono succhiando il sangue dei vivi (o dei moribondi, visto lo stato dell’economia italiana, ormai priva di soggetti economici di grande spessore internazionale; per non parlare della Grecia). Non è un sistema, in ogni caso, che possa metterci al riparo dalle ondate di tsunami che si vanno addensando nell’oceano primordiale dei “derivati”. Anzi...
Fonte
Proviamo perciò a tirarci fuori dalla stretta contingenza e guardare un po’ più dall’alto l’andamento delle cose. Come si fa in montagna, quando il sentiero sembra incerto e si consulta la mappa (visione dall’alto) per ristabilire la direzione che a piedi (visione dal basso) è diventata incerta.
Per non fare discorsi alati e un po’ campati in aria, partiamo dai dati diffusi da Mediobanca (comparto R&S), che hanno allarmato l’imprenditoria italiana, o almeno la parte delegata a pensare. A darne conto è un articolo di Antonella Olivieri, apparso su IlSole24Ore qualche giorno fa: Banche, allarme derivati: valgono 33 volte il Pil mondiale.
I non addetti ai lavori non ci troveranno motivi di particolare preoccupazione, quindi è necessario decodificare una terminologia tecnica sconosciuta ai più.
I “prodotti derivati” sono titoli finanziari, al pari dei titoli di Stato o delle obbligazioni emesse da società private di qualsiasi tipo. Hanno anche un padre nobile, visto che sono stati “inventati” per la prima volta da Goldman Sachs, la banca Usa abituata a produrre “padroni dell’universo”.
Si tratta di titoli teoricamente garantiti da un “sottostante”, che può essere però qualsiasi cosa (denaro, aziende, azioni, altri titoli), impastata con altre della stessa natura o anche differente, in un’orgia di fantasia “creativa” utile a far denaro con i pezzi di carta. Il mercato dei prodotti derivati, insomma, è un luogo dove ci si scambiano pezzi di carta chiamati “titoli” (azionari, obbligazionari, commercial paper, cdo, “veicoli”, “salcicce”, asset backed securities e via inventando) ed è assolutamente irrilevante la provenienza del profitto e il modo in cui sono stati prodotti.
Ma questi titoli si comprano, si scambiano, hanno una scadenza, come qualsiasi altro titolo. Insomma è come se fosse “denaro contante”, fin quando qualcuno lo accetta in cambio di denaro o altri titoli. Quando una fabbrica attiva viene comprata da un “fondo di investimento” finisce in un calderone che spesso ha questa natura da casinò di Las Vegas.
Il secondo elemento da tener presente è che questa massa di denaro fittizio – proprio secondo la definizione di Marx – ammonta oggi a una cifra “nominale” (2,2 milioni di miliardi di euro) che equivale a 33 volte la produzione mondiale annuale. Cioè, tutto il lavoro umano e gli investimenti di capitale fatti per 33 anni consecutivi, ai livelli attuali.
Praticamente questa massa di cartaccia – in realtà righe di codice scritte in qualche server molto remoto – chiede di essere “valorizzata” (con un tasso di interesse adeguato), come qualsiasi altro capitale. Ma chi può mai accontentare una richiesta di profitto così mostruosa? Numeri alla mano, un interesse minimo del 2% annuo equivarrebbe ai 2/3 del Pil globale di quest’anno... Insomma, tutto il mondo dovrebbe regalare i due terzi di quanto prodotto ai detentori di questa roba. E farlo ogni anno, per un numero praticamente infinito di anni (trent’anni, in economia, non sono un tempo che possa essere preso in considerazione, tranne che per i titoli di Stati molto forti, che presumibilmente non falliranno prima di quella data).
Ovvio che tutto ciò non ha senso economico-produttivo. E dunque che il valore nominale di quei titoli non corrisponde neppure minimamente al valore di scambio reale oggi, sui mitici “mercati”. Detto con parole semplici: non vale neppure la carta o le righe di codice necessarie per scriverli. Anche se magari qualcosa, lì dentro, ha ancora un valore reale, nel mondo reale (una fabbrica funzionante, per esempio).
Carta straccia, quasi come le “obbligazioni secondarie” di Banca Etruria, che hanno gettato sul lastrico tanti piccoli e medi “risparmiatori”.
Chi ha quella roba in cassaforte, per capirci, è un morto che cammina. E cammina fin quando riesce a tener nascosta la propria condizione e ottenere – in qualsiasi modo – una remunerazione dalla propria attività sui “mercati”.
Ma chi ha quella roba in cassaforte? Nessuna sorpresa: le banche.
Bene. A questo punto è importante sapere quali banche sono “esposte” su questo fronte. Anche le banche, in fondo, non sono tutte uguali...
Qui ci facciamo volentieri aiutare dalla Olivieri:
La maggior concentrazione resta appannaggio delle banche europee. Dai dati R&S-Mediobanca risulta infatti che a fine 2017 alle prime 27 banche continentali facevano capo derivati per un valore nozionale di ben 283mila miliardi, pari al 42% dei derivati Ue quantificati dall’Esma. Prese singolarmente, la sola Deutsche Bank (48,26 trilioni) e la sola Barclays (40,48 trilioni) hanno molti più derivati di tutte le principali banche giapponesi messe assieme (32,44 trilioni).A oltre dieci anni dalla “grande crisi” del 2007-2008, innescata proprio da un crollo del mercato dei prodotti derivati (a partire da quelli “garantiti” dai mutui subprime statunitensi, ovvero da prestiti immobiliari concessi a clienti “senza lavoro, senza reddito, senza proprietà”), scopriamo che quel mercato si è triplicato. Allora, infatti, veniva calcolato in circa 660 miliardi di dollari, circa 11 volte il Pil mondiale.
Aggiungendo anche i derivati della terza banca europea più attiva – i 24,53 trilioni del Credit Suisse – si arriva a un importo di 113,3 trilioni, superiore a quello delle prime 14 banche Usa, che, tutte insieme, arrivano a 112,75 trilioni.
La prima banca Usa per ammontare di derivati è JPMorgan con 40,34 trilioni di euro, seguita da Citigroup con 38,4 e Bank of America con 25,57.
Tra le 27 big del credito europeo rientrano anche Intesa (2,94 trilioni di derivati) e UniCredit (2,5 trilioni), che sono però ben lontane dai livelli del top continentale.
La “cura” escogitata per quella crisi, dopo un primo tentativo statunitense di arginarla iniettando soldi pubblici nelle banche in condizioni peggiori (finito con il mancato salvataggio di Lehmann Brothers e con una settimana di panico universale), fu quello di far stampare moneta alle banche centrali principali (Federal Reserve Usa, Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone), di modo che non venisse a mancare la liquidità indispensabile per far girare la macchina della produzione e circolazione delle merci a livello planetario. La condizione esplicita di questa generosità pubblica era quella di mantenere in vita gli operatori finanziari intimando loro di ridurre l’“azzardo morale”, ovvero la produzione di titoli tossici. Se si è triplicato l’ammontare, l’obbiettivo è sicuramente fallito...
Dieci anni di “iniezioni di liquidità”, quantitative easing, acquisti di titoli da parte delle banche centrali, hanno comunque effettivamente impedito l’esplosione del sistema finanziario globale prestando soldi a tasso zero (o addirittura negativo).
Quel gioco è però finito, per quanto riguarda la Fed, da un paio d’anni, e finirà il 31 dicembre per la Bce.
E alcune delle più grandi banche europee sono oggi nelle stesse pessime condizioni di allora. A cominciare dalla più grande e “sistemica”: Deutsche Bank. E nonostante gli immensi finanziamenti pubblici concessi dal Reichstag merkeliano, prima che lo stesso Reichstag imponesse la regola del bail in (pagano azionisti e obbligazionisti, ma anche i correntisti) nelle crisi bancarie. Quelle altrui...
A voi sembra normale che una sola banca abbia in cassaforte – si fa per dire – titoli spazzatura pari a 15 volte il Pil del proprio paese (peraltro la prima economia europea)?
In ogni caso non appare normale ai mercati, che quotano stamattina DB a 7,65 euro per azione, pari a circa 15 miliardi di capitalizzazione a fronte di asset posseduti per 1.500 miliardi. In pratica, “i mercati” dichiarano che questa è una banca tecnicamente fallita, come mostra del resto il tracollo della quotazione azionaria (dal record di 116 euro agli spiccioli di oggi).
Com’è possibile che una banca fallita cammini come uno zombie in cerca di profitto? E’ possibile, secondo le “regole dell’Unione Europea” e in particolare secondo i criteri fissati dalla Bce per gli stress test sulle banche; che curiosamente considerano “pericolosissime” le “sofferenze” (prestiti a imprese e famiglie che faticano a essere restituiti), mentre non considera problematici i titoli tossici (i derivati-carta straccia).
Con questa benedizione alle spalle, per esempio, lo zombie ha partecipato al saccheggio della Grecia orchestrato dalla Troika (Bce,Ue, Fmi), anche se le cifre raccattate con il debito di Atene sono briciole rispetto allo “scoperto”. Ma il semplice fatto di poter registrare degli “attivi” permette di andare avanti, almeno finché uno scossone complessivo dei mercati – una crisi, come quella che si va profilando all’orizzonte e che ha già costretto il Pil tedesco a registrare un -0,2% nel terzo trimestre – non arriva a rimettere in moto la selezione naturale tra gli operatori economici.
Il problema sistemico sembra dunque abbastanza chiaro: in questa Unione Europea il comando effettivo è in mano a gente che dovrebbe portare i libri in tribunale ed essere tombata nelle antiche galere per falliti. Ma che ancora riesce a gestire il peso della Germania (e fino a poco fa anche della Francia) come determinante qualsiasi politica comunitaria. Dunque anche, e soprattutto, la scrittura delle “regole” e dei trattati. E la loro “interpretazione autentica”.
E’ un sistema in cui i morti sopravvivono succhiando il sangue dei vivi (o dei moribondi, visto lo stato dell’economia italiana, ormai priva di soggetti economici di grande spessore internazionale; per non parlare della Grecia). Non è un sistema, in ogni caso, che possa metterci al riparo dalle ondate di tsunami che si vanno addensando nell’oceano primordiale dei “derivati”. Anzi...
Fonte
29/11/2018
Deutsche Bank, perquisita la sede per riciclaggio
Tutti presi dal (finto) scontro tra Unione Europea e governo grillin-leghista? Tutti convinti che le virtù del buongoverno e delle regole rispettate siano di casa soprattutto in Germania?
Beh, forse è ora di cominciare a rivedere certe convinzioni...
Stamattina circa 170 funzionari della polizia tedesca hanno dato inizio a una gigantesca perquisizione nella sede centrale e in altre cinque sedi di Deutsche Bank (DB), la più grande e importante istituzione finanziaria della Germania, dunque anche di tutta Europa.
I funzionari di polizia (che in questo caso sono quelli con competenze analoghe alla nostra Guardia di Finanza) stanno cercando le prova per transazioni illegali per oltre 400 miliardi di euro (equivalente a quasi il 25% del Pil italiano). Il sospetto esplicito è che sia stato commesso un reato che qui, nel paese di pulcinella, vediamo commettere solo nella zona grigia di contatto tra faccendieri, malavitosi, furbetti del quartierino e mafia in grisaglia: riciclaggio.
Ma stiamo nel cuore dei mercati finanziari a trazione tedesca, dunque nel gotha della finanza globale e multinazionale. Quindi anche le cifre da “riciclare” sono un tantinello più gigantesche di quelle che vengono “sistemate” dalle nostre parti (il totale, nell’arco di 10 anni, sembra che sfiori i 4.000 miliardi).
Gli inquirenti, tra l’altro, hanno precisato che questa indagine non ha nulla a che fare con il “caso Danske Bank”, istituto estone formalmente incriminato per un altro maxi-riciclaggio da 200 miliardi di euro provenienti principalmente dalla Russia e dall’Azerbaijan. In quel caso Deutsche Bank è accusata di aver “movimentato” quella cifra attraverso la sua filiale statunitense.
La perquisizione di oggi punta invece a trovare i riscontri di fughe di capitale verso paradisi off shore, secondo il modello portato allo scoperto dai Panama Papers. Fondi che sarebbero arrivati a DB da attività criminali o comunque illegali. Solo nel 2016, più di 900 clienti con un volume d’affari di 311 milioni di euro sarebbero stati assistiti da una società del gruppo con sede nelle Isole Vergini britanniche.
L’inchiesta dovrebbe imbarazzare sia il governo tedesco che la Bce. Il primo per motivi abbastanza chiari, sul piano politico: difficile presentarsi come i tutori delle “regole” e della buona amministrazione quando la tua banca principale assomma quasi 600 miliardi di capitali riciclati e una esposizione in “prodotti derivati” tossici per una cifra impossibile persino da scrivere: 54,7 trilioni di euro. Si potrebbe anche dire 54.700 miliardi.
Per dare un’idea approssimativa della dimensione del “buco”, 54,7 trilioni di euro equivalgono a 20 volte il Pil tedesco e quasi 6 volte il Pil dell’intera Unione Europea.
Al confronto, lo sforamento chiesto dal governicchio italico (una quindicina di miliardi) equivale a una colazione mattutina. E, ovviamente, bisogna ricordare che qui stiamo parlando di una sola banca, non dell’intero sistema finanziario tedesco, europeo o globale. Altrimenti dovremmo ritirare fuori i fantastiliardi di Zio Paperone...
Ma anche la Bce dovrebbe dare qualche spiegazione, visto che la competenza della “sorveglianza bancaria” è ormai una sua esclusiva. Sembra infatti evidente che sulle banche private – e soprattutto su quelle tedesche e francesi – abbia esercitato un “controllo” assai meno occhiuto di quello messo in mostra verso i conti pubblici dei singoli stati europei o di banche private di paesi “minori” (come quelle italiane, che non hanno in pancia quasi per niente i “prodotti derivati”, ma solo prestiti difficili da vedersi restituiti o titoli di stato nazionali).
Più attenti “i mercati”, che in pochi attimi hanno fatto crollare la quotazione azionaria del colosso tedesco di oltre il 90%. Una cosa è stare contro i poveri lavoratori, una cosa è rimetterci soldi propri...
Il palazzo della Bce, a Francoforte, non è molto distante da quello di Deutshe Bank. Forse una piccola deviazione sarebbe utile...
Fonte
Un merdone pazzesco, questi si candidano a sinistrare nuovamente l'economia mondiale probabilmente a livelli mai visti prima.
Beh, forse è ora di cominciare a rivedere certe convinzioni...
Stamattina circa 170 funzionari della polizia tedesca hanno dato inizio a una gigantesca perquisizione nella sede centrale e in altre cinque sedi di Deutsche Bank (DB), la più grande e importante istituzione finanziaria della Germania, dunque anche di tutta Europa.
I funzionari di polizia (che in questo caso sono quelli con competenze analoghe alla nostra Guardia di Finanza) stanno cercando le prova per transazioni illegali per oltre 400 miliardi di euro (equivalente a quasi il 25% del Pil italiano). Il sospetto esplicito è che sia stato commesso un reato che qui, nel paese di pulcinella, vediamo commettere solo nella zona grigia di contatto tra faccendieri, malavitosi, furbetti del quartierino e mafia in grisaglia: riciclaggio.
Ma stiamo nel cuore dei mercati finanziari a trazione tedesca, dunque nel gotha della finanza globale e multinazionale. Quindi anche le cifre da “riciclare” sono un tantinello più gigantesche di quelle che vengono “sistemate” dalle nostre parti (il totale, nell’arco di 10 anni, sembra che sfiori i 4.000 miliardi).
Gli inquirenti, tra l’altro, hanno precisato che questa indagine non ha nulla a che fare con il “caso Danske Bank”, istituto estone formalmente incriminato per un altro maxi-riciclaggio da 200 miliardi di euro provenienti principalmente dalla Russia e dall’Azerbaijan. In quel caso Deutsche Bank è accusata di aver “movimentato” quella cifra attraverso la sua filiale statunitense.
La perquisizione di oggi punta invece a trovare i riscontri di fughe di capitale verso paradisi off shore, secondo il modello portato allo scoperto dai Panama Papers. Fondi che sarebbero arrivati a DB da attività criminali o comunque illegali. Solo nel 2016, più di 900 clienti con un volume d’affari di 311 milioni di euro sarebbero stati assistiti da una società del gruppo con sede nelle Isole Vergini britanniche.
L’inchiesta dovrebbe imbarazzare sia il governo tedesco che la Bce. Il primo per motivi abbastanza chiari, sul piano politico: difficile presentarsi come i tutori delle “regole” e della buona amministrazione quando la tua banca principale assomma quasi 600 miliardi di capitali riciclati e una esposizione in “prodotti derivati” tossici per una cifra impossibile persino da scrivere: 54,7 trilioni di euro. Si potrebbe anche dire 54.700 miliardi.
Per dare un’idea approssimativa della dimensione del “buco”, 54,7 trilioni di euro equivalgono a 20 volte il Pil tedesco e quasi 6 volte il Pil dell’intera Unione Europea.
Al confronto, lo sforamento chiesto dal governicchio italico (una quindicina di miliardi) equivale a una colazione mattutina. E, ovviamente, bisogna ricordare che qui stiamo parlando di una sola banca, non dell’intero sistema finanziario tedesco, europeo o globale. Altrimenti dovremmo ritirare fuori i fantastiliardi di Zio Paperone...
Ma anche la Bce dovrebbe dare qualche spiegazione, visto che la competenza della “sorveglianza bancaria” è ormai una sua esclusiva. Sembra infatti evidente che sulle banche private – e soprattutto su quelle tedesche e francesi – abbia esercitato un “controllo” assai meno occhiuto di quello messo in mostra verso i conti pubblici dei singoli stati europei o di banche private di paesi “minori” (come quelle italiane, che non hanno in pancia quasi per niente i “prodotti derivati”, ma solo prestiti difficili da vedersi restituiti o titoli di stato nazionali).
Più attenti “i mercati”, che in pochi attimi hanno fatto crollare la quotazione azionaria del colosso tedesco di oltre il 90%. Una cosa è stare contro i poveri lavoratori, una cosa è rimetterci soldi propri...
Il palazzo della Bce, a Francoforte, non è molto distante da quello di Deutshe Bank. Forse una piccola deviazione sarebbe utile...
Fonte
Un merdone pazzesco, questi si candidano a sinistrare nuovamente l'economia mondiale probabilmente a livelli mai visti prima.
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