Quanto segue va inteso su queste pagine come un contributo all'analisi dello stato di cose presenti, direttamente determinato dalla calata di Cottarelli e dalle turbolenze finanziarie che non accennano a placarsi.
*****
di Enrico Grazzini
L'enorme debito
dello stato italiano pesa come un macigno sulla ripresa economica ed è
il primo fondamentale problema che il nuovo governo nazional-popolare di
5 Stelle-Lega in via di formazione – certamente assai sgradito alla
grande finanza e all'Unione Europea – dovrà affrontare. A causa del
debito pubblico, e soprattutto della speculazione finanziaria che
funziona come benzina sul fuoco, l'Italia resta il paese più vulnerabile
dell'eurozona ed è sempre prossimo alla crisi. L'Italia rischia di
uscire dall'eurozona non tanto per il “sovranismo” del possibile governo
giallo-verde e il suo presunto “anti-europeismo”, e neppure perché è
troppo spendacciona – infatti lo stato da venti anni spende meno di
quanto incassa con le tasse, al netto degli interessi sul debito –, ma
semplicemente a causa della speculazione e dello spread.
Al di
là delle valutazioni sui singoli provvedimenti di politica economica –
come il reddito di cittadinanza e la flat tax –, la grande finanza e le
istituzioni della UE non sopportano il programma anti-austerità e di
difesa dell'economia nazionale che il nuovo governo annuncia di volere
realizzare (almeno sulla carta). E quindi il nuovo possibile esecutivo è
sotto attacco in Europa, mentre in Italia, sul fronte interno, è
attaccato frontalmente anche da PD e Forza Italia che quando erano al
governo hanno promosso le politiche di austerità. Paradossalmente le
forze cosiddette populiste appaiono schierate a favore dell'intervento
pubblico simil-Keynesiano e della difesa dell'interesse nazionale – e
probabilmente per questo hanno ottenuto milioni di voti –, mentre il PD
di centrosinistra con il suo europeismo, appare allineato (insieme a
Forza Italia) dalla parte delle liberalizzazioni e dell'austerità
imposta dai mercati finanziari, dai grandi investitori internazionali e
dalla UE. Comunque non c'è alcun dubbio che la questione del debito
pubblico costituisca il maggior punto debole dell'economia italiana e
quindi il punto di debolezza di ogni possibile futuro governo italiano.
I partiti brancolano nel buio di fronte alla inderogabile necessità di
ridurre il debito pubblico e di fare ripartire l'economia. Il problema è
molto complesso. Questo articolo (che in effetti è una sorta di
mini-saggio) si propone di offrire un contributo alla discussione in
merito a questo nodo ineludibile. Analizzerò criticamente le principali
proposte per diminuire il rapporto debito/PIL e mi focalizzerò in
particolare su quelle che mi sembrano le più efficaci per risolvere il
problema. Proporrò forme di nazionalizzazione del debito pubblico e
iniziative per stimolare la domanda aggregata per espandere l'economia
produttiva e il lavoro.
La premessa è innanzitutto che la
soluzione al problema del debito di stato certamente non consiste in
nuovi tagli della spesa e dei servizi pubblici, nelle privatizzazioni
selvagge, come vorrebbe l'Unione Europea. Proseguire sulla via
dell'austerità sarebbe un suicidio. Nessuna delle manovre di austerità
indicate nella famosa lettera della BCE al governo italiano dell'agosto
2011 firmata dall'ex governatore Jean Claude Trichet e da Mario Draghi
ha avuto successo nel ridurre il debito pubblico
[1].
Anzi, il debito è aumentato. Le inflessibili direttive della UE e della
BCE sono solo riuscite a subordinare lo stato e l'economia produttiva a
favore del grande capitale finanziario. Povertà e divisioni sociali
sono aumentate rapidamente e a dismisura.
Recentemente illustri
economisti come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Pier Carlo
Padoan, Ignazio Visco e Carlo Cottarelli, hanno proposto di tirare
ancora di più la cinghia per raggiungere un avanzo primario (entrate
dello stato meno uscite, prima degli interessi sul debito) del 4% sul
PIL: ma questo progetto è non solo ingiusto ma anche controproducente e
irrealizzabile. Neppure in Grecia la Troika (UE, FMI, BCE) è riuscita a
imporre un salasso di queste dimensioni.
Le possibili soluzioni
consistono invece nella almeno parziale nazionalizzazione del debito
pubblico, come propongono in forme diverse sia Richard Werner che
Michele Fratianni e Paolo Savona. È chiaro infatti che gli investitori
nazionali non hanno interesse a speculare al ribasso sui titoli di stato
che detengono, si farebbero male da soli; mentre gli operatori
internazionali si precipitano a fuggire ai primi sentori di crisi, e
così facendo rischiano di affossare il nostro paese.
Per non
essere strangolato dalla speculazione, lo stato italiano non dovrebbe
più subordinarsi interamente alle oscillazioni del mercato finanziario,
che è speculativo per sua natura. Dovrebbe invece “nazionalizzare”
almeno parte del debito accendendo prestiti presso una o più banche
nazionali, private o pubbliche. Se in particolare lo stato si
indebitasse con una banca pubblica sarebbe ad un tempo venditore e
compratore dei suoi titoli di debito e quindi il deficit pubblico
diventerebbe solo una partita di giro.
Inoltre per rilanciare
l'economia, lo stato dovrebbe distribuire dei buoni fiscali a maturità
differita che però funzionino da subito come moneta-euro da spendere a
favore delle famiglie e degli investimenti pubblici. I bonus fiscali
convertibili in euro incrementerebbero immediatamente la domanda
aggregata e consentirebbero di realizzare gli investimenti pubblici
necessari per un New Deal di piena occupazione. Il PIL crescerebbe e
quindi il rapporto debito/PIL diventerebbe meno pesante. Ricordiamoci
che lo sviluppo dell'economia reale è l'unica vera garanzia di potere
onorare il debito pubblico.
Nazionalizzare il debito e dare una
svolta all'economia produttiva grazie all'emissione di buoni fiscali da
spendere nell'economia reale. Questa sembra essere la sola ricetta
praticabile per tornare a crescere e per ridurre un debito che
altrimenti diventerà insostenibile. Mentre altre ricette “riformiste”
che in questo scritto mi propongo di esaminare criticamente, suggerite
tra gli altri da Marcello Minenna, e poi da Carlo Bastasin, Marcello
Messori e Gianni Toniolo, pure se tecnicamente ben disegnate, appaiono
nei fatti impraticabili. Infatti esse sono basate su una improbabile
cooperazione da parte dell'Unione Europea e dei paesi dell'eurozona: ma i
paesi dell'euro e la UE non ci faranno certamente sconti e
difficilmente collaboreranno per tirarci fuori dai guai. Possiamo
ritornare a crescere solo se i nuovi governi prenderanno delle decisioni
autonome, coraggiose e innovative.
Il debito pubblico continua a crescere in una spirale perversa
Il debito di stato aumenta costantemente da diversi decenni: il problema è che
lo stato italiano fa nuovi debiti per pagare gli interessi sul debito.
È un circolo vizioso. Infatti il debito continua costantemente a
crescere. Alla fine del 2017 l’Italia aveva un debito pubblico di 2.256
miliardi di euro, di cui circa l’84% (1.911 miliardi) rappresentato da
Titoli di Stato negoziabili sul mercato finanziario. In valore assoluto
il nostro debito segue solo quello degli USA, pari a 20mila miliardi di
dollari, Giappone, 11,5 mila miliardi e Cina, 5000 miliardi circa.
Il nostro debito è elevato non tanto per il suo valore assoluto ma
soprattutto perché rappresenta il 132% del Prodotto Interno Lordo: così
gli investitori temono che difficilmente possiamo ripagarlo con le
nostre attività produttive. Nel mondo siamo dietro solo a Giappone, che
ha un rapporto debito/PIL pari al 240%, e alla Grecia, 180%. Siamo terzi
nella classifica mondiale. Un primato italiano assai poco invidiabile.
La realtà è che l'Italia produce ogni anno più debito che reddito.
Infatti la crescita reale del PIL italiano è attualmente dell'1,5%,
l'aumento dell'inflazione è pari a circa 0,8%, quindi noi cresciamo
nominalmente del 2,3%, mentre il servizio del debito che paghiamo ai
mercati finanziari è pari a circa il 4% del PIL (60-70 miliardi
all'anno). La spirale del debito pubblico affonda la nostra economia. E
può affondare anche la democrazia. Il confronto tra i partiti rischia di
diventare puro ornamento decorativo se l'economia non cresce e se
restiamo schiavi del debito, cioè della grande finanza. Occorre una
svolta decisa.
Dal 1980 ad oggi lo stato italiano con le tasse
dei cittadini ha pagato oltre 3400 miliardi di euro per interessi sul
debito, senza peraltro riuscire ad abbassarlo
[2].
Una cifra enorme. A chi dobbiamo restituire il debito attualmente? Alla
grande finanza: gli operatori stranieri contano per circa il 35,5%, le
banche nazionali e i fondi monetari per il 18,4%, le assicurazioni e i
fondi di investimento per il 23%, e la Banca d’Italia per circa il 18%.
Le famiglie italiane, i piccoli risparmiatori, detengono ormai soltanto
il 5% circa del debito pubblico. Non investono più nei titoli pubblici
del loro Paese
[3].
La verità è che il pericolo di fallimento dello stato italiano è sempre
presente. Non a caso fondi giganteschi, che gestiscono in maniera
speculativa centinaia di miliardi di dollari, come Bridgewater, il più
grande fondo d’investimento al mondo, scommettono al ribasso contro
Piazza Affari, contro le banche italiane e i titoli di stato.
I
rischi davanti a noi sono molteplici:
a) la fine del Quantitative
Easing da parte della Banca Centrale Europea. Con la fine del QE, che
prevede l'acquisto di titoli pubblici da parte della BCE, è certo che i
tassi di interesse aumenteranno e che quindi l'Italia dovrà pagare di
più per servire il debito di stato;
b) l'incertezza politica: ovvero non
si sa come sarà effettivamente governata l'Italia;
c) la necessità per
il prossimo governo di sterilizzare circa 30 miliardi di aumento
dell'IVA;
d) l'introduzione del Fiscal Compact, cioè l'inasprimento
previsto delle politiche europee di austerità e di rientro accelerato
dal debito.
La proposta più pericolosa per l'Italia,
proveniente dagli economisti e dai politici europei cosiddetti “falchi”,
come l'ex ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, è però
quella che alle banche nazionali sia imposto un tetto limitato per il
possesso dei titoli pubblici del loro paese, e/o che questi non siano
più considerati privi di rischio, e che quindi richiedano una copertura
di capitale. In tal caso le banche nazionali sarebbero costrette a
vendere-svendere molte decine di miliardi di debito pubblico italiano.
Se passasse questa proposta – con il falso pretesto di disaccoppiare la
possibile crisi degli stati da quella delle banche e viceversa – le
banche dovrebbero affrontare grandi difficoltà di bilancio, ma
soprattutto il debito pubblico sarebbe in gran parte denazionalizzato e
lo stato italiano sarebbe completamente dipendente dagli umori e dai
capricci dei mercati finanziari. L'Italia cadrebbe in completa balia
della speculazione internazionale. Occorre invece nazionalizzare il
debito e cercare di dipendere meno possibile dal capitale estero.
Il debito in moneta straniera porta facilmente al fallimento
Chiariamo un concetto di base, che però la maggioranza degli
economisti ignora o nasconde: un elevato debito pubblico di per sé non è
un problema gravissimo se lo stato ha sovranità monetaria, cioè se lo
stato può ripagare il debito emettendo moneta propria. E' invece un
problema quasi insormontabile se lo stato non ha sovranità monetaria e
se è indebitato in una moneta estera, ovvero in una moneta emessa e
controllata da altri governi e istituzioni, come è l'euro per l'Italia –
e come è per esempio il dollaro per i Paesi del sud America –.
Per esempio: nel 2017 il Giappone ha registrato un debito pubblico
mostruoso pari a circa 11,5 mila miliardi di dollari, circa il 240%
rispetto al PIL. Ma il Giappone è indebitato in yen, cioè con una moneta
che può stampare a volontà. Non potrà mai fare bancarotta sulla sua
moneta. Inoltre il Giappone è indebitato per il 90% circa con sé stesso,
con le sue banche e i suoi abitanti, e non con gli operatori esteri,
che sono anche gli operatori più propensi alla speculazione del “mordi e
fuggi”. E ha una posizione finanziaria netta positiva, cioè ha più
crediti verso l'estero che debiti. Nessuno allora pensa che il Giappone
possa fallire, nonostante il debito pubblico stratosferico.
Il
maggiore debito pubblico a livello mondiale è detenuto in assoluto dagli
Stati Uniti d'America: lo stato federale ha un debito enorme, pari a 20
mila miliardi di dollari. Ma gli USA non hanno problemi: nonostante il
loro enorme debito e la bilancia commerciale in deficit, non falliranno
mai, perché sono indebitati nella loro moneta sovrana, il dollaro, che
la FED, la banca centrale americana, può stampare a piacere. Inoltre il
biglietto verde è la valuta internazionale che tutti usano per regolare
le transazioni tra Paesi (questo tra l'altro garantisce alla moneta
nord-americana il cosiddetto “privilegio esorbitante”, cioè di pagare i
debiti esteri in una moneta di sua proprietà).
Chi ha sovranità
monetaria può sempre ripagare il debito emesso nella sua moneta: basta
che la Banca Centrale crei nuova moneta e copra il debito! Tuttavia è
chiaro che il debito pubblico può diventare un problema irresolubile
anche per gli stati che hanno sovranità monetaria: uno stato può infatti
fare bancarotta perché stampa troppa moneta e causa inflazione
all'interno e svalutazione all'esterno. Si produce allora caos monetario
e ipersvalutazione (come nel caso dello Zimbabwe, ma anche
dell'Argentina per esempio).
Tuttavia, uno stato sovrano che
conduce una politica economica e monetaria sufficientemente accorta
difficilmente va in fallimento; mentre uno stato che non controlla la
moneta può molto facilmente andare a rotoli. Non a caso stati anche
relativamente “piccoli”, come Israele, Islanda, Sud Corea, Svizzera,
Svezia, Norvegia, si guardano bene dal cedere la loro sovranità
monetaria. L'Italia invece l'ha ceduta entrando nell'euro.
La
situazione italiana è tanto più grave dal momento che non solo non
abbiamo sovranità monetaria ma che, come noto, a causa del trattato di
Maastricht, alla BCE è fatto obbligo di non sottoscrivere i debiti di
stato. Caso unico al mondo, i paesi dell'eurozona anche di fronte a
improvvise crisi finanziarie, sono quindi lasciati senza protezione in
balia dei mercati finanziari. Inoltre ormai tutte le nostre banche più
importanti, come Unicredit e UBI Banca, sono in prevalenza – a parte
l'importante eccezione di Intesa Sanpaolo – in mano a investitori e
azionisti esteri.
A differenza che in Francia e in Germania,
dove sono numerosi e importanti gli enti di credito pubblici, l'Italia
non ha mantenuto istituti creditizi pubblici che possano contribuire
alla politica economica nazionale. Lo stato italiano è azionista di
maggioranza di MPS solo perché è intervenuto (di malavoglia) per
salvarla dal fallimento in vista della sua privatizzazione. Dovrebbe
invece fare leva su MPS e su altre istituzioni pubbliche e parapubbliche
– come Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane – per una politica di
sviluppo e di riassorbimento del debito. E dovrebbe incentivare anche
fiscalmente gli enti e le società nazionali – come le assicurazioni – ad
acquistare il debito pubblico.
È irrazionale e poco efficiente indebitarsi sui mercati finanziari
Come si indebita lo stato? Lo stato vende l'85% del suo debito con il
meccanismo delle aste. Le maggiori banche d'affari nazionali e
internazionali svolgono il ruolo di
Primary Dealers, ovvero sono i primi
sottoscrittori nelle aste
[4].
Queste banche sono abilitate dal Tesoro a svolgere la funzione di
market maker per la quale sono previsti obblighi di sottoscrizione
(almeno il 3% dell'importo) e di negoziazione di volumi sul mercato
“secondario” (vendita al dettaglio).
I titoli collocati sul
mercato secondario sono negoziati e scambiati ai prezzi fissati dalla
domanda e dall'offerta. Se la sfiducia nei confronti del Paese che ha
emesso i titoli sale, il prezzo dei titoli diminuisce – e, a parità di
tasso di interesse del titolo, sale il rendimento –. Il contrario accade
– e quindi sale il prezzo e si abbassa il rendimento – se c'è fiducia
che lo stato debitore ripaghi i suoi debiti a scadenza.
Il
prezzo del mercato secondario costituisce l’indicatore principale della
percezione del rischio diffuso tra gli operatori: quindi condiziona
direttamente le caratteristiche della domanda al momento delle aste.
I Primary Dealers fanno insomma offerte sui titoli di stato in base ai rendimenti dei titoli sui mercati secondari. Così
vince la speculazione, che, nel caso degli stati indebitati, opera
prevalentemente al ribasso. Quello della Bce con il Quantitative Easing è
invece un ruolo rialzista perché le sue operazioni di acquisto sul
mercato secondario vengono realizzate con l’obiettivo di sostenere il
valore delle obbligazioni di stato contribuendo così alla riduzione dei
rendimenti.
Il valore dei titoli oscilla molto sul mercato, e
il rischio associato allo stato italiano è certificato dalle discusse
agenzie americane di rating. Lo spread misura il differenziale tra il
rendimento dei titoli tedeschi a dieci anni e quelli italiani; è assai
variabile: era per esempio di 0,26% nel 2006 durante il governo Prodi e
5,74% durante il governo Berlusconi nel 2011 (che poi infatti cadde in
seguito alla speculazione internazionale e alla pressione dei governi di
Berlino e Parigi e della UE).
Nel novembre 2011, all'apice
della crisi dell'euro, la Grecia vendeva i suoi titoli a 10 anni a un
tasso del 32,81% (con uno spread di 31%), il Portogallo viaggiava
all’11,83%, l’Irlanda all’8,33%, l'Italia al 7% e oltre, e la Spagna al
5,70%. Il problema è che più aumenta il rischio legato allo stato
emittente dei titoli, più il mercato finanziario specula al ribasso,
provocando quindi una profezia che si auto-avvera. Nel mercato
finanziario se si diffonde la convinzione (magari sbagliata) della crisi
di uno stato o di una azienda, gli investitori perdono fiducia e
mettono in atto una serie di reazioni che ne causano effettivamente il
crollo. Così funziona il mercato, irrazionale e speculativo.
I derivati: la mina vagante del debito pubblico italiano
La vicenda gravissima dei derivati, per la quale la procura della Corte
dei Conti ha citato in giudizio la banca d'affari Morgan Stanley e
alcuni ex ed attuali dirigenti del Tesoro per danni alle finanze
pubbliche che assommano a circa 4 miliardi, dimostra in maniera lampante
come la speculazione possa danneggiare l'economia italiana. I contratti
derivati sottoscritti dallo stato italiano per proteggersi dalle
oscillazioni dei tassi di interesse valgono per circa 126 miliardi e
però ai valori attuali di mercato comportano, secondo i dati forniti dal
Tesoro, una perdita di 31 miliardi. Una cifra enorme, pari a quella di
una manovra finanziaria, che rischia però di ampliarsi ancora.
Secondo la procura della Corte dei Conti lo stato avrebbe
irresponsabilmente firmato con Morgan Stanley un contratto derivato
sull'oscillazione dei tassi di interesse sottoscrivendo clausole
vessatorie e completamente squilibrate, ovvero a favore solo della banca
d'affari; e poi, nel mezzo della crisi finanziaria del 2011-2, il
Tesoro, su richiesta della banca americana, avrebbe pagato
immediatamente e senza opporre alcuna resistenza giuridica (come invece
avrebbe dovuto) circa 3 miliardi, agendo sotto una sorta di implicito
ricatto: quello che la banca americana, nel bel mezzo della crisi
italiana, non avrebbe più sottoscritto quote importanti di debito
pubblico, innescando la probabile precipitazione della crisi stessa.
Il giudizio di merito spetta alla magistratura: tuttavia la vicenda
dimostra che lo stato è la parte di gran lunga più debole nelle
transazioni finanziarie con i grandi investitori internazionali.
Giustamente CGIL e Federconsumatori si sono costituiti parte civile nel
processo in corso.
Le proposte di Padoan, Visco e Cottarelli: l'avanzo primario dovrebbe passare dal 2 al 4%.
Come uscire dalla crisi? Le grandi banche d'affari e gli investitori
finanziari, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo
Monetario Internazionale propongono e impongono manovre basate su nuovi
tagli alla spesa pubblica (spending review) e al costo del lavoro, sulla
privatizzazione dei servizi pubblici e in pratica sulla svendita delle
risorse nazionali.
Ma l’“austerità espansiva” tende a ridurre
il PIL e a segare l'albero su cui si è seduti. Infatti in situazione di
crisi e di forte sottoutilizzo delle risorse produttive il
moltiplicatore è superiore a uno. Questo vuole dire che se diminuisci la
spesa di un euro, o se aumenti le tasse di un euro, il PIL si riduce
più di un euro. Quindi il rapporto debito/PIL aumenta, come hanno
dimostrato le manovre controproducenti effettuate dal governo Monti e
dai governi successivi. Quando arrivò a Palazzo Chigi nel novembre 2011
per salvare il Paese da un destino greco, Mario Monti trovò una ratio
debito/PIL al 119%, mentre quando se ne andò, dopo una dose da cavallo
di austerità, quella stessa ratio era al 126,5% semplicemente perché il
PIL era diminuito.
Dunque, l'austerità non funziona. Questa
ricetta provoca la rovina della economia e della società italiana, la
fine della coesione sociale e la subordinazione dell'economia italiana
al capitale estero e agli stati forti (Germania e Francia, e ovviamente
USA ed UK). Così ci avviamo tristemente verso il suicidio dell'economia e
della società italiana.
Dobbiamo sentirci in colpa per avere
acceso troppi debiti? Viviamo al di sopra delle nostre possibilità? È
vero il contrario. Gli italiani hanno vissuto per oltre due decenni al
di sotto delle loro possibilità per pagare con le loro tasse gli
interessi sul debito agli investitori nazionali e internazionali. E i
politici italiani da troppo tempo si sono subordinati agli interessi del
grande capitale finanziario invece di fare gli interessi dei cittadini e
degli elettori. Per questo motivo tutti i partiti al governo hanno
finora perso le elezioni.
Dal 1992 in poi, con una sola
eccezione (nel 2009), l'avanzo primario italiano – che segnala il fatto
gravissimo che i contribuenti pagano più tasse di quanto lo stato spende
per i servizi ai cittadini – vale circa l'1-2% del PIL (dai 20 ai 30
miliardi circa). Questi avanzi non sono stati e non sono tuttora
sufficienti a coprire gli oneri del debito (circa 60-80 miliardi
all'anno). Anche dopo avere riscosso più tasse di quanto spende, lo
stato italiano (senza più sovranità monetaria) è quindi costretto a
rivolgersi alle banche d'affari e ai mercati per pagare gli interessi
sui debiti che deve alle banche d'affari e agli operatori di mercato!
Per raggiungere il pareggio di bilancio, l'ineffabile Pier Carlo
Padoan, ex ministro delle Finanze, intende fare crescere l'avanzo
primario dall'1,7% del PIL del 2017 al 3,7% circa del 2020. Ignazio
Visco, governatore della Banca d'Italia è ancora più drastico: secondo
Visco “con un tasso di crescita annuo intorno all’1%, l’inflazione al 2%
(coerente con l’obiettivo della Bce) e con l’onere medio del debito in
graduale risalita verso i valori osservati prima della crisi, sarebbe
necessario mantenere l’avanzo primario intorno al 4% del Pil per ridurre
il debito pubblico italiano al disotto del 100% entro dieci anni”.
In questo modo i contribuenti dovrebbero essere spremuti e pagare ogni
anno ai creditori dello stato circa 60-70 miliardi per servire
il debito pubblico. Si tratta di un gigantesco e insopportabile salasso
che va a scapito della sanità, delle pensioni, dell'istruzione e della
ricerca, e che è completamente a favore della grande finanza.
Anche secondo Carlo Cottarelli, economista, già commissario alla
Spending Review, e prima ancora capo del dipartimento Politiche di
bilancio al Fondo monetario internazionale, attualmente direttore
dell'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica, per
ridurre il rapporto debito/PIL l'avanzo primario deve raddoppiare nei
prossimi tre anni e passare dal 2 al 4%
[5].
Secondo Cottarelli, che si è anche proposto come capo “tecnico” (cioè
non eletto dai cittadini) di un futuro governo, basterebbe
sostanzialmente congelare le spese e le tasse in termini reali e fare
affidamento sulla (peraltro debole e incerta) crescita nominale del PIL
per riuscire a diminuire il rapporto debito/PIL.
L'ex
economista del FMI, è ottimista: per lui il debito pubblico è
sostenibile, a patto che non accadono “shock esterni” e che ... i
cittadini stringano ancora la cinghia! I dati esposti dall'ex economista
del FMI sono questi: la
maturity del debito è di 82,81 mesi (quasi
sette anni). Il tasso d’interesse medio ponderato dello stock dei titoli
in circolazione si attesta al 2,77%: quindi è superiore alla crescita
del PIL nominale. Tuttavia attualmente il tasso medio all’emissione è ai
minimi storici: 0,68% è il tasso medio nel 2017.
Secondo
Cottarelli, per tutti questi motivi, al netto di avvenimenti
straordinari esogeni (nuove crisi finanziarie o politiche), il debito
per i prossimi due/tre anni dovrebbe essere relativamente sostenibile e
resiliente. L’unico evento realmente critico per la sostenibilità del
debito pubblico italiano sarebbe una eventuale e prossima recessione
globale che coinvolga anche l’Italia.
Cottarelli appare però
troppo ottimista: ammesso e non concesso che non ci saranno shock
economici esterni, la sua soluzione sarebbe molto fragile e non
rappresenterebbe la svolta necessaria per l'economia italiana. I
creditori sarebbero gli unici beneficiari del mostruoso avanzo primario
che Cottarelli auspica. Ma il 4% di avanzo primario non è stato
richiesto dalla famigerata Troika neppure alla Grecia per saldare il suo
debito. La Troika si è “accontentata” del 2,5% circa.
Un'altra
soluzione sarebbe invece assai più efficace e non dolorosa: uno stato
che controllasse una banca pubblica potrebbe farsi finanziare il deficit
dalla sua banca pagando un interesse vicino a quello che la BCE offre
da anni – cioè un tasso di interesse vicino allo zero –. In questo modo
il debito pubblico comincerebbe da subito a diminuire
[6].
Le proposte alternative per ridurre il rapporto debito/PIL: alcune efficaci, altre velleitarie
Circolano diversi progetti alternativi a quelli ufficiali basati sull'austerità e sulla crescita dell'avanzo primario; però
solo alcuni di questi sono effettivamente efficaci.
In via preliminare occorre sottolineare che le soluzioni effettivamente
praticabili per ridurre il debito e fare ripartire l'economia
dovrebbero godere delle seguenti caratteristiche fondamentali:
- rispettano le regole attuali dell'eurozona e le regole di mercato e quindi
non producono nuove rotture drammatiche e ulteriori crisi finanziarie,
istituzionali e economiche che potrebbero essere definitivamente
rovinose per l'economia italiana. Non avanzo per esempio proposte di
ripudiare o “ristrutturare” il debito, o di non rispettare lo stupido e
iniquo trattato di Mastricht. Mi propongo invece di osservare in pieno
le norme europee e le regole di mercato, non perché le ritenga giuste ed
efficienti, tutt'altro! ma per evitare ulteriori problemi, nuove crisi e
probabili ritorsioni.
- non provocano rotture e proteste sociali, anzi tutelano la coesione sociale, il risparmio e le attività produttive.
Non
propongo le solite ricette finora applicate, come ridurre le pensioni,
le spese per la sanità, l'istruzione e la ricerca, o aumentare le tasse
. Se,
come suggerisce l'OECD, per pagare i creditori si aumentassero le
imposte sulle ricchezze dei super-ricchi (il 10% della popolazione
italiana che controlla il 43% della ricchezza totale) si verificherebbe
quasi certamente una precipitosa fuga dei capitali. E se si imponessero
imposte straordinarie ai cittadini italiani per diminuire il debito
pubblico, si scatenerebbe una forte protesta sociale. Le proposte che
qui si avanzano tendono a essere socialmente eque e vogliono evitare di
aggravare i problemi sociali.
- non pretendono di risolvere subito problemi strutturali e cronici,
che devono essere assolutamente affrontati, ma che per loro natura
richiedono tempi medi e lunghi di risoluzione. Non proporrò quindi di
sistemare subito i problemi del mercato del lavoro e della produttività;
dell'evasione e dell'elusione fiscale; della corruzione dilagante e
della sottrazione di risorse da parte dell'economia criminale, ecc, ecc.
Le riforme per l'equità e lo sviluppo sostenibile sono indispensabili
ma sono complesse e hanno scadenze lunghe. La ripartenza dell'economia
deve invece essere rapida.
- sono tecnicamente praticabili in tempi brevi o medi.
Occorre fare presto per risolvere la crisi italiana: la crisi
dell'eurozona potrebbe essere incombente e l'Italia è l'anello più
debole della catena. A livello globale quasi tutti gli analisti
prevedono possibili imminenti crisi finanziarie. Il ciclo positivo
dell'economia finanziaria mondiale si sta chiudendo sotto il peso di un
enorme e crescente debito globale e nuove tempeste internazionali
potrebbero colpire in particolare i paesi più esposti, come l'Italia. Le
proposte qui esposte costituiscono una sorta di carburante per
rimettere in moto un motore che si è spento. Solo un motore con la
benzina può ripartire ed essere poi aggiustato o modificato. Se invece
l'economia è schiacciata dal peso del debito pubblico, non può né
ripartire né essere riformata.
-
possono essere decise e attuate autonomamente dai governi e dai parlamenti nazionali.
Questo è il punto cruciale, decisivo. Il fallimento di ogni iniziativa è
assai probabile se non si esercita una autonoma sovranità decisionale e
se i centri di potere deliberativo sono all'estero. È ovvio che le
soluzioni che richiedono l'assenso dei centri decisionali dell'eurozona
per essere realizzate – e che quindi abbisognano del consenso della
Commissione UE, del Consiglio Europeo, della Banca Centrale Europea,
dell'Eurogruppo, e dei governi che dominano l'Europa, in primis quelli
di Berlino e Parigi – hanno assai meno probabilità di essere attuate
concretamente.
È per esempio praticamente e politicamente
impossibile “riformare” la BCE (come chiedono alcuni economisti) in
maniera tale che essa continui il QE per aiutare gli stati deboli. Ed è
anche irrealistico proporre che la BCE cancelli o che congeli (per
esempio per i prossimi 50 anni) i debiti pubblici già acquistati, come è
stato ripetutamente proposto da molti economisti e politici
“riformatori” dell'eurozona
[7].
Occorre prendere atto definitivamente che i governi tedeschi e quelli
del nord Europa (Francia compresa) non approveranno mai la
monetizzazione dei debiti pubblici e una politica di cooperazione che
possa comportare anche un minuscolo trasferimento di risorse a favore
dei Paesi del Mediterraneo.
Minenna e l'assicurazione sul debito pubblico: ma l'ingegneria finanziaria non funziona per ridurre il debito
Per garantire il debito pubblico italiano e dei paesi dell'eurozona,
Marcello Minenna propone che i paesi dell'eurozona paghino un premio
assicurativo allo European Stability Mechanism (ESM), il cosiddetto
“fondo Salvastati”
[8].
Il debito pubblico italiano verrebbe gradualmente assicurato dall'ESM –
che riceverebbe per questo un pagamento da parte italiana – fino alla
copertura integrale dei debiti nel giro di una decina di anni
[9].
In dieci anni, secondo i calcoli di Minenna, l'Italia pagherebbe circa
56 miliardi di euro al ESM sotto forma di premi assicurativi. Gli
investimenti pubblici associati e alimentati dall'ESM aumenterebbero
però il PIL dell'Italia di 150 miliardi di euro.
[10]
La proposta di Minenna è stata fatta propria dalla nuova formazione di
sinistra Liberi e Uguali. Inoltre è ben vista dalla CGIL e trova buona
accoglienza presso il Movimento 5 Stelle. Secondo Minenna “i titoli
emessi costituirebbero un primo embrione di eurobond, capace di
archiviare definitivamente lo spread e di restituirci una curva dei
rendimenti governativi unica nell’area euro”.
I problemi
relativi a questa proposta sono però che:
1) esistono rischi non
assicurabili dai mercati ma coperti (parzialmente) solo dallo stato –
come i terremoti per esempio, o l'inquinamento radioattivo legato ai
disastri nucleari – e lo stock del nostro debito appare tra quelli;
2) i
valori di mercato dei premi assicurativi da pagare non sono mai
stabili. Se c'è crisi, il premio per garantire il debito andrebbe alle
stelle. Quale valore dovrebbe allora applicare l'ESM al debito pubblico
italiano?
3) è davvero estremamente improbabile – per non dire
impossibile – che il Fondo Salvastati a guida franco-tedesca voglia
garantire il debito italiano; se Berlino e Parigi accettassero di
garantire con i loro fondi il debito pubblico italiano chiederebbero un
rendimento elevato e soprattutto la possibilità di gestire direttamente
la politica di bilancio italiana. I due governi esteri invocherebbero
sicuramente l'arrivo della cosiddetta Troika (UE, BCE, FMI) o qualcosa
di molto simile.
Anche Carlo Bastasin, Marcello Messori, Gianni
Toniolo ritengono che l'European Stability Mechanism possa e debba
giocare un ruolo essenziale per risolvere la crisi italiana del debito
[11].
In pratica propongono che l'ESM acquisti temporaneamente parte del
patrimonio pubblico italiano in modo da alleggerire in modo sostanziale
il debito e da soddisfare i vincoli del Fiscal Compact
[12].
Il patrimonio acquisito temporaneamente dall'ESM verrebbe però, tramite
apposita opzione contrattuale tra Italia e ESM, restituito a scadenza
concordata, per esempio dopo circa 10 anni. Dopo che l'Italia ha
risanato i conti pubblici, l'ESM rivenderebbe le quote acquistate allo
stato italiano a prezzi convenuti dall'inizio.
Ma anche questo
progetto appare nella pratica velleitario e irrealizzabile. E'
politicamente assai difficile imporre all'ESM l'obbligo di acquistare
quote di fondi patrimoniali dei paesi debitori e di restituirle poi a
termine. E' difficile che Berlino e Parigi siano interessate a una
simile proposta. Inoltre, sul fronte interno, la costituzione di un
fondo patrimoniale nazionale sarebbe particolarmente complessa; e
sarebbe politicamente difficile per uno stato cedere anche solo
temporaneamente una parte sostanziale del proprio patrimonio pubblico a
una istituzione europea: l'opinione pubblica potrebbe non accogliere
benevolmente questo “esproprio”.
Richard Werner: lo stato deve indebitarsi con le banche e non con i mercati finanziari[13]
Secondo l'autorevole economista tedesco Richard Werner, la soluzione
più efficace e immediata per diminuire il debito pubblico è quella che
lo stato si faccia prestare i soldi direttamente dalle banche
commerciali invece di indebitarsi – come fa attualmente – con i mercati
finanziari emettendo titoli negoziabili.
[14]
Secondo Werner, i governi per finanziare i deficit pubblici dovrebbero
preferibilmente indebitarsi direttamente con le banche private – o
possibilmente con una banca pubblica, aggiungo io – accendendo dei
prestiti di lunga durata a bassi tassi di interesse. Infatti nella quasi
totalità dei casi, i prestiti concessi dalle banche ai grandi enti
economici hanno tassi di interesse più bassi di quelli applicati sul
mercato finanziario. Inoltre (e soprattutto) i prestiti bancari non sono
soggetti alle incertezze e alla dinamica altalenante e speculativa del
mercato dei titoli di Stato, e non sono soggetti alle valutazioni spesso
erronee e tendenziose delle agenzie di Rating: queste hanno spesso
emesso giudizi di downgrade che hanno danneggiato gli stati e i settori
pubblici e che hanno contribuito non poco alla crisi dei debiti sovrani.
Una soluzione del tipo di quella attualmente proposta da
Werner venne adottata in Gran Bretagna durante la Seconda Guerra
Mondiale quando, anche su consiglio di John Maynard Keynes, il Tesoro
britannico si fece prestare dalle banche dei fondi all'1,125% di
interesse.
Anche le banche potrebbero guadagnare dei notevoli
vantaggi prestando soldi allo stato. Innanzitutto questi prestiti non
sono valutati con il metodo
mark to market e quindi rappresentano una
voce contabile stabile e non soggetta a variazioni negative nelle fasi
di crisi
[15];
inoltre, secondo le regole di Basilea i prestiti allo stato sono
classificati come sicuri, non richiedono di essere coperti da un
incremento di capitale della banca prestatrice, e possono anche essere
utilizzati come collaterali presso la BCE. Così le banche avrebbero il
miglior rapporto capitale/rischio e potrebbero anche offrire più credito
all'economia reale.
Infine questa soluzione ha un merito che
mi sembra di fondamentale importanza: essa permette di nazionalizzare il
debito e di non esporlo alla speculazione di soggetti stranieri che,
ovviamente, mirano al loro profitto e non all'interesse nazionale. E che
sono più rapidi a fuggire nelle situazioni di crisi, cioè proprio nei
momenti in cui c'è più bisogno di capitali.
In base alla
proposta di Werner si potrebbe ipotizzare che in Italia una banca
pubblica, per esempio MPS, o anche un consorzio di banche e istituzioni
finanziarie pubbliche e private, concedano prestiti di lungo periodo
allo stato. Il tasso di interesse sarebbe stabile e vicino a quello BCE,
cioè vicino allo zero, e la banca pubblica opererebbe come calmiere nei
confronti del mercato finanziario. MPS, ma anche in futuro
probabilmente Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane, o magari anche
Intesa Sanpaolo, potrebbero giocare un ruolo importante in questo
senso.
Se la banca pubblica assumesse i debiti di stato, una
quota parte degli interessi maturati sui crediti concessi allo stato
ritornerebbe allo stato azionista sotto forma di dividendi sugli utili
con grande vantaggio per le casse pubbliche. Il comma 2 dell'articolo
123 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea prevede già che
gli enti creditizi di proprietà pubblica possano ricevere finanziamenti
dalla BCE
[16].
E niente impedisce che questi finanziamenti siano utilizzati per
prestiti allo stato. Su un debito pubblico italiano attuale di circa
2.200 miliardi e scadenze annuali di circa 400 miliardi, questo
significherebbe pagare interessi annui per circa 10 miliardi invece che
per gli oltre 60 attuali.
Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni
hanno avuto uno scambio di mail con la BCE a proposito della possibilità
che banche pubbliche assumano i debiti di stato
[17].
E, a loro richiesta, la BCE ha così risposto: “il divieto di scoperto
bancario e di altre forme di facilitazione creditizia in favore dei
governi non si applica agli enti creditizi di proprietà pubblica che,
nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali,
devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale
europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati”. Inoltre, in
riferimento a banche pubbliche: “gli istituti di credito possono
liberamente prestare i soldi ai governi o comprare i loro titoli di
stato, nonché prestare soldi a qualsiasi cliente”. Il via libera da
parte della BCE appare scontato.
Fratianni e Savona: separare il sistema dei pagamenti dal credito bancario
Un progetto per alcuni aspetti analogo a quello di Werner ma ancora più
radicale – quindi più efficace ma non facile da realizzare in tempi
brevi –, è prospettato dall'economista Michele Fratianni
[18] in collaborazione con Paolo Savona
[19].
I due firmatari propongono una profonda e ambiziosa riforma del sistema
monetario e bancario. “La nostra proposta si cala nel solco di una
letteratura economica che va indietro nel tempo e tiene conto dei
progressi tecnologici registrati ai giorni nostri. Essa consiste nel
dividere le banche che raccolgono moneta (money bank) da quelle che
concedono credito (credit bank) al fine di annullare i rischi e oneri di
gestione delle insolvenze che gravano sui depositi, e di concentrare
l’attività delle banche nella valutazione del merito per concedere
credito in modo da ridurre le sofferenze”.
In effetti il
progetto di Fratianni e Savona si ricollega esplicitamente e
dichiaratamente al cosiddetto Chicago Plan, elaborato in Nord America
all'inizio della grande crisi da economisti come Henry Simons (1933) e
da Irving Fisher (1935).
[20]
Secondo il Chicago Plan,
il
denaro raccolto con i conti correnti a vista non dovrebbe essere usato
per offrire credito, e quindi come leva per “creare dal nulla” nuova
moneta da parte delle banche; andrebbe invece depositato
presso la banca centrale e investito in moneta legale e in sicuri titoli
di Stato. La riserva bancaria frazionaria andrebbe abolita, mentre i
depositi a vista dei correntisti utilizzati per i pagamenti dovrebbero
essere garantiti al 100%. Tutti i tipi di prestiti – che per loro natura
presentano dei rischi –- dovrebbero invece essere offerti dalle banche
commerciali che sarebbero obbligate a provvedere alla loro copertura con
capitale proprio, obbligazioni o altri strumenti.
Prendendo
spunto da questa proposta – che peraltro non venne accettata dal
presidente americano del tempo, F.D. Roosevelt – i due economisti
italiani suggeriscono la separazione tra la
Money Bank pubblica e le
banche commerciali (
Credit Bank).
Secondo il progetto di
Fratianni e Savona, i risparmiatori, in cerca della massima garanzia e
tutela dei loro soldi, sposterebbero su basi volontarie i loro depositi –
in particolare quelli garantiti dal Fondo Interbancario di Tutela dei
Depositi, cioè quelli fino ad un massimo di 100mila euro –
[21]
presso una nuova istituzione statale, la Banca-Moneta. Quest'ultima
custodirebbe i depositi utilizzati per i normali pagamenti in maniera
completamente sicura grazie alla loro copertura integrale dovuta ai
titoli di stato e al loro inserimento nella catena telematica
blockchain. Grazie a sistemi tecnologici avanzati come il blockchain,
per i titolari sarà facile effettuare pagamenti con un click del
telefonino o con il mouse del computer.
[22]
Fratianni illustra così il meccanismo di funzionamento: “La
banca-moneta finanzia con i depositi "garantibili" (lato passivo della
banca) acquisti di titoli di stato (lato attivo della banca). La
banca-moneta diventa un acquirente "fisso" di debito pubblico. Nel tempo
lo stock di debito detenuto dalla banca-moneta cresce in virtù del
fatto che la domanda di moneta è sensibile al reddito. Il debito
pubblico diventa meno pesante per l'economia perché lo stock di debito
detenuto dalla banca-moneta non è sensibile al tasso di interesse, in
virtù della caratteristica di cliente "fisso". In sintesi;
contabilmente, il debito non diminuisce ma la proposta ha come beneficio
collaterale una importante riduzione della componente "interest-rate
sensitive" del debito pubblico”.
[23]
La Banca-Moneta guadagnerebbe il suo reddito dagli interessi sui titoli
di stato di sua proprietà. Questo reddito, dopo i costi operativi e i
rendimenti sul capitale, potrebbe essere trasferito ai depositanti. I
rapidi progressi tecnologici nei meccanismi di pagamento – per esempio
l'uso estensivo della blockchain – sono destinati a ridurre
drasticamente i costi operativi di una banca monetaria rispetto a quelli
di una banca tradizionale.
Le
Credit Bank invece opererebbero
sul mercato dei prestiti grazie a risorse che non possano generare corse
agli sportelli, ovvero capitale azionario e obbligazioni di medio-lungo
termine, sottoscritte ovviamente da chi intende remunerare il suo
risparmio investendo sul business della banca.
Quale sarebbe in
conclusione il risultato di questa operazione? Secondo le stime di
Fratianni e Savona, qualora l’intera massa di depositi “garantibili” si
spostasse sulla banca-moneta – processo questo molto probabile perché i
risparmi sarebbero così perfettamente tutelati e i depositi meno costosi – la quota di debito pubblico negoziata sul mercato finanziario, e
quindi soggetto alle incertezze e alle speculazioni caratteristiche di
questo mercato, si ridurrebbe di circa 800 mdi, convergendo verso circa
l’85% del PIL dall’attuale 133%.
Come è facile intuire, il
progetto di Fratianni e Savona rivoluzionerebbe in maniera radicale sia
il sistema monetario che quello bancario. Le banche non potrebbero più
creare moneta dal nulla
e di fatto l'emissione monetaria diventerebbe di competenza esclusiva
della Banca Centrale. Il progetto appare quindi potenzialmente tanto
efficace per garantire – e tendenzialmente anche ridurre (grazie alla
diminuzione del peso degli interessi) – il debito pubblico quanto di
difficile attuazione: nell'immediato troverebbe fortissime resistenze in
molti ambiti, sia in campo politico che presso gli istituti bancari e
monetari.
Tuttavia questa proposta diventerà probabilmente
sempre più realistica considerando che le criptomonete avanzano
rapidamente e che potrebbero diffondersi anche grazie al loro possibile
utilizzo da parte dei giganti del web e dell'e-commerce, come Amazon e
Apple.
Del resto le tecnologie blockchain sono già oggetto di
sperimentazione da parte di praticamente tutte le maggiori banche
centrali (BCE compresa) le quali, grazie a queste tecniche digitali,
potrebbero in futuro gestire direttamente il sistema dei pagamenti senza
bisogno dell'intermediazione del sistema bancario
[24].
Si tratta di un processo che nel medio e lungo termine probabilmente
rivoluzionerà tutto il sistema monetario e del credito. All'interno di
questo processo la proposta radicale dei due economisti potrebbe trovare
spazio di concreta attuazione.
Buoni Fiscali per aumentare il PIL e diminuire il debito pubblico
Il progetto relativo all'emissione di Buoni Fiscali convertibili in
euro (la cosiddetta Moneta Fiscale) si distingue dai precedenti perché è
mirato non a riformare il sistema bancario nazionale ma a rivitalizzare
direttamente l'economia reale
[25].
Esistono infatti due maniere di ridurre il rapporto tra debito pubblico
e PIL: la prima è di ridurre il debito; la seconda è di far crescere il
PIL. La prima maniera è dolorosa e complessa. La seconda maniera –
ovvero la crescita del PIL – è certamente più felice perché comporta lo
sviluppo dell'economia e la fuoriuscita dall'austerità.
Fare
crescere il PIL in una situazione di deflazione è teoricamente molto
semplice: occorre innanzitutto far circolare più liquidità nell'economia
reale in modo che aumenti la domanda e che quindi ripartano i consumi e
gli investimenti, pubblici e privati. La crisi italiana non deriva
infatti dall'offerta: le capacità produttive ci sono ancora in Italia, e
sono forti e vitali, come dimostra l'avanzo della bilancia commerciale
con l'estero di circa 60 miliardi. La crisi ha colpito duro, ma le
risorse umane e il capitale produttivo sono tuttora presenti, anche se
largamente sottoutilizzate proprio a causa della carenza di domanda.
Il problema attuale dell'economia italiana si pone quindi in questi
termini: come e dove trovare la moneta e la liquidità necessaria per
incrementare la domanda? Se la BCE con il Quantitative Easing non è
riuscita a fare circolare nuova moneta nell'economia reale, tocca al
governo immettere nuova liquidità grazie alla quasi-moneta fiscale.
L'emissione di buoni fiscali potrebbe finalmente ridare ossigeno
all'economia e farci uscire dalla trappola della liquidità che soffoca
l'economia italiana.
Che cosa sono i Buoni Fiscali che
propongo? Che cos'è la moneta fiscale? Innanzitutto non è una moneta
parallela alternativa alla moneta legale (l'euro) ma è uno strumento
finanziario, un titolo di stato negoziabile e quindi subito convertibile
in euro. La proposta è che il governo italiano emetta in maniera
massiccia, ovvero per qualche decina di miliardi di euro in tre anni,
Titoli di Sconto Fiscale (TSF) che diano diritto ai loro possessori di
ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione a partire da
tre anni dall'emissione.
I TSF verranno distribuiti
gratuitamente a
famiglie, enti pubblici e imprese e potranno però essere utilizzati
solo dopo tre anni: gli assegnatari beneficeranno solo al quarto anno
del taglio delle tasse e di altre obbligazioni nei confronti dello stato
(tariffe, multe, ecc.) pari al valore nominale dei TSF. I TSF tuttavia,
esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT,
potranno anche essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in
cambio di euro. Così incrementano
subito la capacità di
spesa dell’economia sin dal momento in cui essi vengono emessi. Il loro
valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato
zero-coupon a tre anni.
Sul piano istituzionale la manovra,
essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i
trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è formalmente
sovrano.
[26]
In base alla proposta, il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo
(gratuitamente) a cittadini e aziende, e utilizzerà i TSF soprattutto
per gli investimenti pubblici e per i pagamenti della Pubblica
Amministrazione verso i suoi fornitori
[27].
Gli investimenti pubblici hanno infatti un effetto moltiplicativo assai
elevato, ovvero producono reddito e ricchezza aggiuntiva in poco tempo.
Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale
l'economia nazionale. Le emissioni di TSF potrebbero partire da un
livello pari al 2-3% circa del PIL annuo – circa 30-40 miliardi di euro –
e essere modulate e calibrate nel tempo in modo da assicurare alti
livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al
3-4%, né scompensi nei saldi commerciali esteri.
L'incremento
della domanda legata al maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL
in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF,
inizialmente intorno al 3-4%, fino al recupero completo dell’
output gap
prodotto dalla crisi. Nei primi tre anni grazie alla manovra espansiva
il rapporto deficit/PIL migliorerà notevolmente e quasi certamente si
verificherà un surplus di bilancio. Questo dovrebbe essere accolto
favorevolmente dal mercato finanziario che vedrà allontanarsi lo spettro
del default.
A partire dal quarto anno dalla prima emissione,
il moltiplicatore del reddito compenserà l'importo dei TSF emessi. Come
insegna l'esperienza storica – e come hanno verificato Olivier Blanchard
e Daniel Leigh in un noto studio effettuato per conto del FMI – il
valore del moltiplicatore nelle condizioni di forte crisi e di trappola
della liquidità è molto superiore a uno: così ogni
euro immesso in circolazione genererà un più che proporzionale aumento
del PIL. Dopo tre anni dall'emissione dei TSF, la crescita del PIL
indotta dal moltiplicatore darà luogo a nuovo gettito fiscale che
compenserà il costo dei TSF senza incremento di deficit e di debito
pubblico.
In conclusione: questo progetto è innovativo e
radicale ma è l’unico fattibile in tempi brevi per risolvere la crisi
sociale ed economica. Emettere moneta fiscale è una decisione che un
governo potrebbe prendere autonomamente senza rompere con l'euro e con
grande consenso sociale. Il progetto di Moneta Fiscale offre inoltre
l'enorme vantaggio di potere essere attuato in Italia e negli altri
paesi europei
mantenendo la moneta unica europea di
fronte alle altre valute internazionali, come il dollaro, yen, yuan,
pound. In effetti l'emissione di Titoli di Sconto Fiscale nei singoli
paesi dell'eurozona potrebbe diventare il rimedio principale per
affrontare una possibile (e probabile) crisi della moneta unica.
Note
[1] Comunicazione riservata della BCE al governo italiano del 5 agosto 2011. Poi rivelata dal Corriere della Sera.
[2] Vedi Scenarieconomici.it “Studio Esclusivo: l’Italia ha pagato 3.447 miliardi di interessi dal 1980 (213% del PIL)”
[3]
Rapporto sul debito redatto da Carlo Cottarelli, Ambrosetti Club “La
fine del Quantitative Easing in Europa e impatti sull’Italia”, 2018
[4]
La lista degli Specialists in Government Bonds approvata dal Ministero
Italiano delle Finanze da gennaio 2016- Banca IMI (gruppo
Intesasanpaolo); Barclays Bank; BNP Paribas; Citigroup Global Markets;
Crédit Agricole Corp. Inv. Bank; Deutsche Bank; Goldman Sachs Int. Bank;
HSBC France; ING Bank N.V.; JP Morgan Securities; Merrill Lynch; Monte
dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese; Morgan
Stanley & Co.; Nomura Int; Royal Bank of Scotland; Société Générale
Inv. Banking; UBS; UniCredit.
[5]
Ambrosetti Club, Rapporto sul debito redatto da Carlo Cottarelli “La
fine del Quantitative Easing in Europa e impatti sull’Italia”, 2018
[6]
Questa proposta è stata fatta da alcuni autori, come tra gli altri
Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni “Il debito pubblico è un problema di
interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere”, febbraio 2014; e
Paolo Ferrero nel suo libro “La truffa del debito pubblico”
DeriveApprodi, 2014
[7]
Vedi per esempio Marcello Minenna “Sfida ai tedeschi: tre proposte per
scongiurare il rischio debito pubblico e andare verso gli Stati Uniti
d’Europa” Business Insider, 16-4-2018
[8]
Marcello Minenna is responsabile della Quantitative Analysis Unit in
Consob (the Italian Securities and Exchange Commission). Ha insegnato
Quantitative Finance alla Bocconi e alla London Graduate School of
Mathematical Finance. Contribuisce con i suoi articoli al Wall Street
Journal, al Corriere della Sera e è un membro dell'advisory group
sull'economia del maggiore sindacato italiano, la CGIL.
[9]
Minenna propone in pratica una forma di copertura assicurativa che è
per sua stessa ammissione simile a quella già disponibile con un
derivato che esiste da tempo, il Credit Default Swap, CDS.
[10] Financial Times, 21 novembre 2017 “Getting to Eurobonds by reforming the ESM” di Marcello Minenna.
[11]
Carlo Bastasin – Senior Fellow SEP-LUISS, Brookings Institution
Pierpaolo Benigno – Professore di Economia LUISS, Senior Fellow
SEP-LUISS; Marcello Messori – Professore di Economia LUISS, Direttore
SEP-LUISS; Gianni Toniolo – Senior Fellow SEP-LUISS, CEPR, Duke
University (Emeritus)
[12] Carlo Bastasin, Marcello Messori, Gianni Toniolo, LUISS “Il Debito Pubblico Italiano: Una Proposta” Gennaio 2018
[13]
Richard Andreas Werner è un economista tedesco professore di economia
monetaria e dello sviluppo presso University of Southampton.
[14]
Richard Werner, Journal of International Money and Finance, Volume 49,
Part B, December 2014, “Enhanced Debt Management: Solving the eurozone
crisis by linking debt management with fiscal and monetary policy”
[15]
Cioè al loro valore corrente sul mercato finanziario: questo metodo di
valutazione è deleterio perché annulla il valore dei titoli nei momenti
di crisi.
[16]
Articolo 123 (ex articolo 101 del TCE) 1. Sono vietati la concessione
di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione
creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle
banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche
centrali nazionali»), a istituzioni, organi od organismi dell’Unione,
alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti
pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche
degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di
titoli di debito da parte della Banca centrale europea o delle banche
centrali nazionali. 2. Le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano
agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell’offerta
di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle
banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso
trattamento degli enti creditizi privati.
[17]
Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni “Il debito pubblico è un problema di
interessi, non di deficit eccessivi e si può risolvere”, febbraio 2014
[18]
Michele Fratianni, ,Money Finance Research Group, Working paper no.
138, “It is time to separate money banks from credit banks in Italy”, M.
Fratianni professore di Economia Politica presso il Department of
Economics and Social Sciences of the Università Politecnica delle
Marche. E professore emerito presso la Kelley School of Business,
Indiana University,
[19]
Michele Fratianni e Paolo Savona, Milano Finanza 11.febbraio 2017 e
Scenari Economici.it “Una proposta per tagliare il debito pubblico e
riformare le banche”. Paolo Savona è professore emerito di Politica
economica e vice-Presidente Esecutivo dell´Aspen Institute Italia, È
stato ministro dell´Industria, Commercio e Artigianato nel Governo
Ciampi, presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi e
direttore di Confindustria.
[20]
Vedi per esempio la voce “Chicago Plan” su Wikipedia. Questa progetto è
stato poi ripreso con lo studio “The Chicago Plan Revisited”, un report
dell'International Monetary Fund (IMF) report scritto nel 2012 da
Jaromir Benes and Michael Kumhof.
[21]
In effetti il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi – al quale
devono aderire tutte le banche italiane aventi come forma societaria la
società per azioni - .non può garantire completamente tutti i depositi
dal momento che le banche consorziate sono tenute a versare solo una
quota minima di copertura. L'impegno oscilla tra lo 0,4% e lo 0,8% dei
fondi rimborsabili di tutte le consorziate. Al 31 dicembre 2016, i mezzi
finanziari disponibili, e cioè la dotazione del FITD per rimborsare i
correntisti, era di 543milioni di euro (lo 0,09% delle masse
rimborsabili).
Il FITD è quindi per sua natura impotente di fronte a una crisi sistemica.
[22]
Una blockchain è come un registro digitale aperto e distribuito che può
registrare le transazioni tra due parti in modo efficiente,
verificabile e permanente. Il database sfrutta una rete peer-to-peer che
si collega ad un protocollo per la convalida dei nuovi blocks. Una
volta registrati, i dati in un blocco non possono essere
retroattivamente alterati senza che vengano modificati tutti i blocchi
successivi ad esso, il che necessiterebbe il consenso della maggioranza
della rete. L’applicazione del blockchain al bitcoin ha reso
quest'ultima la prima valuta digitale funzionante senza l’utilizzo di un
server centrale o di un’autorità centralizzata.
[23] Comunicazione scritta da parte di M. Fratianni all'autore di questo articolo
[24]
La BCE sta sperimentando la tecnologia Blockchain anche in
collaborazione con Bank of Japan. La documentazione relativa a
Blockchain è numerosa presso il sito BCE. Vedi per esempio “Digital Base
Money: an assessment from the ECB’s perspective” Speech by Yves Mersch,
Member of the Executive Board of the ECB,Helsinki, 16 January 2017
[25]
Vedi l'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come
uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone,
Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la
prefazione di Luciano Gallino.
[26]
I TSF non generano debito né al momento dell'emissione né in quello
dell'utilizzo, ovvero dopo tre anni dall'emissione. Infatti nel momento
della creazione di TSF lo stato non sborsa soldi, e quindi non registra
alcun deficit fiscale; inoltre i TSF non possono essere contabilizzati
come deficit pubblico perché il governo emittente non s’impegna a
rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti sulle tasse. E
lo sconto non è mai debito. Inoltre dopo tre anni dall'emissione dei
TSF, il PIL e i ricavi fiscali, per effetto del moltiplicatore
keynesiano, permetteranno di ripagare il buco fiscale che altrimenti, a
parità di condizioni, si sarebbe creato.
[27]
Ai cittadini i TSF saranno attribuiti in proporzione inversa al
reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso
reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di
equità sociale.
Una quota significativa dei TSF sarà utilizzata
a sostegno di investimenti pubblici: innanzitutto un Piano del Lavoro
finalizzato a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e
università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali
(per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio).
Inoltre i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di
rafforzamento e riqualificazione del welfare e per il Reddito Minimo.
Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in
funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. L’attribuzione di TSF
alle aziende ridurrà i costi di lavoro, ne migliorerà immediatamente la
loro competitività, ed è mirato soprattutto ad evitare che l’effetto
espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi
commerciali esteri. Quindi la manovra non genererà scompensi sulla
bilancia dei pagamenti.
(19 maggio 2018)