Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Matteo Salvini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Salvini. Mostra tutti i post

15/06/2026

Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri

Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.

Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.

Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.

Non siamo sorpresi.

Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.

Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.

La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?

La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.

L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.

Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.

Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.

Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.

Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.

Fonte

17/12/2025

L’imbroglione


Vi ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero?

Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene ancora più ritardato.

Totalmente fregati coloro che avevano riscattato la laurea, che lavoreranno quasi tre anni in più. E poi ai giovani neoassunti viene rapinato il TFR, la liquidazione, a favore dei fondi pensioni delle compagnie di assicurazione. Infine nessun vero adeguamento all’inflazione delle pensioni, che continueranno a svalutarsi e a impoverirsi.

Un bel regalo alla finanza e alle banche da parte di Giorgia Meloni, che per questo può vantare il calo dello spread, perché taglia la spesa sociale, aumenta quella per le armi e obbedisce a tutti i banchieri e ai guerrafondai occidentali.

Un governo di imbroglioni, finti sovranisti e veri servi di Draghi, Ursula von der Leyen, loro padroni in comproprietà con Trump. Ma tra tutti gli imbrogli e gli imbroglioni il più ridicolo è Salvini; e più di lui fa pena chi ancora sta con lui.

Fonte

29/11/2025

Ponte sullo Stretto: viola le normative ambientali e persino le direttive europee

La Corte dei Conti ha depositato le motivazioni con le quali ha negato la legittimità alla registrazione della delibera CIPESS sulla quale poggiava l’avvio del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. La Corte si è presa in sostanza tutto il tempo disponibile per rendere note le motivazioni del pronunciamento dello scorso 29 ottobre.

E questo anche perché si tratta di un’analisi approfondita e strutturata intorno a criticità che da tempo sono denunciate. Ma queste criticità vanno innanzitutto in contrapposizione con due direttive europee, nonostante il governo Meloni abbia propagandato il progetto come fondamentale per l’intero continente, soprattutto dal lato della mobilità militare.

Riportiamo direttamente quel che dice il Collegio, il quale ritiene
di assegnare prioritario rilievo alla: violazione della direttiva 92/43/CE del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, a causa della carenza di istruttoria e di motivazione della cosiddetta delibera Iropi; violazione dell’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE, in considerazione delle modificazioni sostanziali, oggettive e soggettive, intervenute nell’originario rapporto contrattuale; violazione degli articoli 43 e 37 del decreto-legge 201/2011, per la mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti in relazione al piano tariffario posto a fondamento del piano economico e finanziario.
I nodi sono tre: la conservazione dell’habitat naturale, scavalcata tramite la delibera Iropi riguardante un preminente interesse pubblico, ma che a quante dice la Corte manca di motivazioni; le modifiche contrattuali intervenute in corso d’opere; il mancato parere dell’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) sul piano tariffario, che è stato considerato largamente come non rispondente a previsioni di traffico realistiche.

Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di cui il titolare Matteo Salvini, così come tutto il governo, aveva parlato di bocciature tutte politiche del Ponte, ora esterna tramite una nota neutra la disposizione a lavorare sui rilievi. Ma è chiaro come il progetto sia nato su un’idea di speculazione e devastazione, e sia stata sviluppata facendo leva sulla logica guerrafondaia.

Parlare oggi di lavoro sui rilievi, dopo tre tornate di chiarimenti e il confronto con Bruxelles, nonché la profondità delle criticità riscontrate dalla Corte, è ridicolo. È chiaro che il governo ha prodotto un progetto infrastrutturale disinteressato alla tutela dell’ambiente e costruito appositamente per diventare un pozzo senza fondo dei conti pubblici a favore dei profitti di pochi.

L’esecutivo ha provato a forzare il quadro legale italiano e comunitario, sperando che nel clima di emergenzialità bellicista creata ad arte questa ennesima grande opera inutile passasse, sospinta dalle pressioni politiche. Non è stato così, e ora, tramite note e non con la voce dei ministri, promettono di aggiustare il tiro.

Ma il governo ha ancora in mano un’arma, quella dell’imposizione della registrazione della delibera del CIPESS. È nei suoi poteri, ma questa sarebbe davvero una forzatura esplicita, tutta politica. Per ora sembra che questa opzione sia stata messa in attesa, anche perché la Corte ha davvero smembrato tutte le fondamenta del provvedimento governativo.

L’esecutivo riorganizzerà l’assalto del Ponte, ma bisogna ricordare che esso è stato inserito anche tra i corridoi strategici della rete europea TEN-T, la quale è stata oggetto, di nuovo, di attenzionemento con fini militari. Palermo sarebbe il nodo finale del Corridoio Scandinavo-Mediterraneo, che potrebbe intersecarsi anche con il Piano Mattei, e con il suo ruolo nella ricerca in Africa di nuove fonti energetiche per l’autonomia europea.

Insomma, se le decisioni le prende Bruxelles ormai, come è evidente che sia, qualsiasi forzatura governativa sarà legata a quanto Palazzo Chigi sarà in grado di vendere a Pallazo Berlaymont l’importanza strategica del Ponte. Dando finalmente ai tanti speculatori in attesa la loro gallina dalle uova d’oro.

Fonte

03/10/2025

Lo sciopero generale c’è, nonostante Commissione e Salvini

La Commissione di garanzia sugli scioperi, riunitasi ieri, ha valutato illegittimo lo sciopero generale proclamato per il 3 ottobre, “in violazione dell’obbligo legale di preavviso, previsto dalla Legge 146/90”.

Lo si legge in una nota in cui si precisa che nel provvedimento adottato, il Garante ha ritenuto “inconferente il richiamo dei sindacati proclamanti all’art. 2, comma 7, che prevede la possibilità di effettuare scioperi senza preavviso solo ’nei casi di astensione dal lavoro in difesa dell’ordine costituzionale, o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori’”.

L’Autorità ha quindi inviato un’indicazione immediata alle organizzazioni sindacali, ricordando che “il mancato adeguamento comporta, tra l’altro, l’apertura di un procedimento di valutazione del comportamento”.

I sindacati principali hanno ovviamente difeso la propria scelta, considerandola del tutto legittima. E hanno presentato immediatamente un ricorso minacciano di fare altrettanto con eventuali sanzioni che potrebbero esser decise.

Ma la Commissione antisciopero presenta solo, di fatto, un atteggiamento causidico, di scarso valore legale e quasi inutile su quello politico. Una discussione giuridica sulla “legittimità” infatti, sarebbe piuttosto ostica per una Commissione ossessionata dall’ansia di vietare qualsiasi agitazione con i più vari pretesti.

Tant’è vero che il governo al completo, anche maledicendo ovviamente tutti i sindacati che l’avevano proclamato – formalmente in modo indipendente. La CGIL per conto suo, così come l’USB – ha escluso precettazioni anche nei servizi essenziali.

Dal punto di vista strettamente legale, infatti, una scelta del genere sarebbe stata inapplicabile perché uno sciopero generale era già stato indetto dal SiCobas. Perfettamente in tempo, per tutte altre ragioni strettamente sindacali, probabilmente sottovalutato in quanto “minoritario”, si ritrova invece a fare da “pezza d’appoggio giuridica” per chiunque domani voglia scioperare.

È pur sempre, infatti, uno sciopero generale.

Ma probabilmente nel governo ha pesato anche una valutazione più strettamente politica. Una precettazione antisciopero avrebbe buttato certamente benzina sul fuoco, creando momenti di tensione nella piazze e anche nelle istituzioni. La presenza della Cgil, da questo punto di vista, non permette di giocare la cartuccella dei “pochi estremisti” che bloccano il paese puntando solo ai gangli infrastrutturali più importanti.

Una piccola paura, insomma, che rivela come questa classetta politica ridicola, al dunque, non sa esattamente cosa fare, ma improvvisa rispoeste un tanto al chilo. Che valgono altrettanto...

Nonostante questo il povero Salvini ha provato ad abbaiare le solite sue minacce senza fondamento, diramando una nota in cui ricorda in modo obliquo che “chi domani sciopera rischia a termini di legge”. Evidentemente non gli hanno spiegato che uno sciopero considerato “legittimo” – e riconosciuto tale dalla stessa Commissione di garanzia – era comunque stato dichiarato, quindi a prescindere dalle sigle sindacali chi si astine dal lavoro è sicuramente al riparo da sanzioni.

Fonte

25/09/2025

La Corte dei Conti pone dubbi sul Ponte sullo Stretto: pratiche e deroghe poco chiare

Salvini farebbe bene a occuparsi della sua fallimentare gestione del ministero delle Infrastrutture piuttosto che del diritto di sciopero in sostegno del popolo palestinese. Anche perché poi arrivano i rilievi della Corte dei Conti a palesare l’opacità o, quantomeno, l’inadeguatezza degli atti riguardanti uno dei suoi cavalli di battaglia: il Ponte sullo Stretto di Messina.

I magistrati contabili, infatti, hanno inviato sei pagine fitte di osservazioni alla presidenza del Consiglio, elencando una serie di dubbi che vanno sciolti per poter dare via libera al progetto della grande opera inutile (se non per la speculazione e la criminalità organizzata), reso definitivo a inizio agosto.

Sono due in particolare i nodi che non tornano: le deroghe ai vincoli di tutela ambientale e l’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate. Insomma, le questioni che più di tutte hanno acceso le proteste, ovvero la devastazione ambientale e il fatto che il ponte sarà un pozzo senza fondo per i soldi pubblici, senza nessuna utilità concreta.

La Corte dei Conti chiede di chiarire su cosa si fondi il superamento del parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva redatto una relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest).

Tramite questo documento il ponte veniva dichiarato un’infrastruttura strategica di interesse militare, non sottostando più, dunque, alle stesse norme di tutela oggi vigenti. Associazioni ambientaliste e comitati avevano però presentato un ricorso all’Unione Europea, e oggi la Corte dei Conti chiede di verificare lo stato dell’interlocuzione in merito prima di procedere.

Bisogna anche ricordare che le pretese del governo di annoverare il Ponte sullo Stretto tra le infrastrutture di interesse militare è stata già abbastanza azzoppata dagli Stati Uniti stessi. L’ambasciatore USA alla NATO ha messo in chiaro che non sono disposti a considerare la grande opera tra quegli investimenti da conteggiare per la sicurezza in senso lato, utili per raggiungere il target di spesa dell’Alleanza Atlantica.

Come detto, inoltre, vengono segnalate dalla Corte aumenti immotivati di spese, con alcune voci che vengono addirittura raddoppiate senza analisi a comprovare tale necessità. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle stime di traffico e delle tariffe della TPlan Consulting, e sulla “modalità di scelta della predetta società di consulenza“.

Una serie di problematiche e di forzature procedurali a cui la presidenza del Consiglio ha 20 giorni per dare una risposta convincente. Si tratta di una “fisiologica interlocuzione“, secondo il ministero delle Infrastrutture. Per chi lotta contro questa opera inutile, è l’ennesima conferma dell’immenso regalo speculativo che il governo vuole fare ai prenditori nostrani.

Fonte

13/07/2025

Do you remenber Bibbiano? E dunque?

È arrivata la sentenza di primo grado del processo “Angeli e Demoni”, che riguardava presunti illeciti compiuti a danno di bambini da assistenti sociali, psicoterapeuti e amministratori locali di un paesino dell’Emilia Romagna. Caso mediatico e politico, oltre che giudiziario, che infiammò il dibattito qualche anno fa.

“Parlateci di Bibbiano”: come non ricordare questa frase, divenuta slogan, che veniva ripetuta come un mantra per stigmatizzare la bruttissima vicenda – per come si stava delineando – di Bibbiano, paesino in provincia di Reggio Emilia catapultato, tra il 2018 ed il 2019, alla ribalta del dibattito pubblico, mediatico e politico.

Un’inchiesta, partita da una serie di segnalazioni da parte dei servizi sociali, mise alla luce una serie di presunti illeciti commessi da parte di assistenti sociali e psicoterapeuti, con l’avallo di amministratori locali, a danno di famiglie a cui sarebbero stati sottratti i figli, perché vittime di altrettanto presunti abusi, per poi essere affidati ad altri nuclei familiari, in alcuni casi vicini e contigui (amici o parenti) a chi decideva sugli allontanamenti.

Le accuse di abuso sessuale nascevano, in alcuni casi, da dichiarazioni degli stessi bambini “fuorviati” dagli assistenti sociali e dagli psicoterapeuti coinvolti che avrebbero manipolato i minori inducendo in loro tali drammatiche convinzioni.

Terribile. Tutto terribile, se vero. Ma andava, appunto, verificato: dall’inchiesta e da tre gradi di processo, come si usa fare all’interno del sistema giudiziario italiano. Invece, come spesso – anzi quasi sempre – avviene, la vicenda divenne strumento di propaganda politica in maniera abnorme: gli amministratori locali di Bibbiano erano del PD, al governo c’erano il Movimento 5 Stelle e la Lega (ma sarebbe durato poco), Fratelli d’Italia era all’opposizione del governo giallo verde ma anche pronta a scagliarsi contro i Dem o chiunque altro per ottenere consensi. In più, all’orizzonte di breve termine c’erano le elezioni regionali in Emilia Romagna, con la leghista Bergonzoni (poi sconfitta) che provava a scalzare dal governo della regione Stefano Bonaccini ed il PD.

E dunque, in breve il partito guidato allora da Nicola Zingaretti divenne, nel discorso dei suoi oppositori, il partito dei sottrattori di bambini. Lo disse chiaramente Luigi Di Maio, allora alla guida del M5S: «Io col partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Col partito che in Emilia toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli non voglio avere nulla a che fare». Fu dunque per lui uno sforzo terribile accordarsi, qualche mese dopo, proprio col PD per dare vita al governo ‘giallorosso’, nato in seguito al maldestro tentativo di Matteo Salvini di fare il colpaccio e diventare premier e terminato con la Lega all’opposizione insieme a Forza Italia e a Giorgia Meloni.

Anche lui, Matteo Salvini, partecipò all’attacco a testa bassa contro ‘il partito di Bibbiano’, addirittura portando una bambina ‘sottratta alla famiglia’ sul palco di un comizio elettorale: peccato che la minorenne in questione fosse lombarda, e nulla c’entrasse con Bibbiano. Ovviamente anche Fratelli d’Italia provò ad ottenere il massimo – elettoralmente parlando – dalla vicenda, spingendo forte sul ‘Parlateci di Bibbiano’ per mesi.

La vicenda – come spesso accade in casi del genere – perse con il tempo forza, sostituita da altre storie e questioni. Arrivò la pandemia, poi il governo Draghi (con Lega e M5S serenamente in maggioranza assieme al PD), la guerra, poi le elezioni, il governo di destra della Meloni, e chissà se un poco di quel successo elettorale nacque anche dalla potente operazione mediatica costruita sui presunti fatti di Bibbiano.

L’opinione pubblica, con il tempo, si scordò di quella storia: a differenza, immaginiamo, di chi era imputato nel processo. Ah, il processo: come dicevamo, è arrivata la sentenza di primo grado, che ha assolto undici imputati su quattordici, condannandone solo tre per reati che nulla c’entravano con i capi d’imputazione principale, relativi al presunto sistema di affidamenti illeciti.

Ovviamente il PD è immediatamente partito alla carica, chiedendo le scuse formali in particolare ai tre leader dell’epoca che tanto insistettero su quella storia: Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Scuse che ovviamente non arriveranno mai. Anzi, da Fratelli d’Italia è arrivata una specie di supercazzola che più o meno suona così: “La sentenza non cancella un sistema indegno. Continueremo a chiedere conto alla sinistra”. Di cosa, non si capisce bene: a meno che la sentenza di secondo grado ribalti questa, al momento pare che a Bibbiano – rispetto a vicende di affidamenti illeciti e presunte manipolazioni di minori – non sia accaduto praticamente nulla.

Ma qualcosa va detto, come qualcosa doveva dire il PD: rappresentazione utile a quei pochi che, in questo paese, ancora si aspettano che la politica renda contro di quel che dicono, ed in caso di palesi e madornali errori, li riconoscano e si scusino.

Ma non funziona così, è chiaro. E non solo per la politica. Vale quel che si dice nel momento in cui lo si dice, già due giorni dopo non conta più. Altrimenti – tanto per fare un esempio – qualcuno avrebbe chiesto con forza conto al nostro ministro degli Esteri delle avventate dichiarazioni sull’attacco di Israele all’Iran: “Non ci sono segnali di un attacco imminente”, aveva detto neanche 24 ore prima che le bombe israeliane iniziassero ad esplodere. Il fatto che un Ministro degli Esteri faccia una simile figura, e confermi una così smaccata distanza dalla realtà di quel che succede nelle materie di sua competenza, sarebbe grave, in un luogo ed in un tempo normale. Ma non oggi, non in Italia.

Fonte

20/01/2025

La catena e il “sabotaggio”. In che mani stanno i trasporti...

Sotto schiaffo da settimane per il caos sistematico alla circolazione ferroviaria, i vertici di Fs e il ministro Salvini provano a rovesciare il senso di inadeguatezza evocando il più classico dei diversivi: il sabotaggio. La tesi è quella che qualcuno abbia preso di mira volontariamente la rete ferroviaria per creare caos e disagi in aree nevralgiche del Paese.

Ci vuole una discreta faccia, per provarci... Ma evidentemente non sono riusciti a trovare nulla di meglio.

Andiamo con ordine. Una settimana fa il Codacons segnalava che solo nei primi 12 giorni dell’anno si erano già verificati 86 casi di interruzioni della circolazione e ritardi dei treni lungo le linee ferroviarie italiane. Di questi, 63 sono dovuti a “problemi tecnici” che hanno interessato la rete o i treni.

Un po’ troppi per essere opera di “sabotatori”, che a questo punto dovrebbero disporre di un’organizzazione ramificata in tutta Italia, composta da soggetti tecnicamente competenti (la circolazione ferroviaria, specie sull’alta velocità, è roba per ingegneri altamente specializzati), con un “medesimo disegno criminoso” peraltro impossibile da decifrare. Tutta quella fatica e quei rischi penali solo per far fare brutta figura al peggior ministro che ci sia mai stato?

Tra le linee più colpite proprio l’Alta Velocità, in particolare la Roma-Napoli e la Roma-Firenze, che dovrebbe garantire prestazioni migliori e collegamenti più veloci ai passeggeri.

E qui, riporta saggiamente IlSole24Ore – il giornale di Confindustria, non degli “anarchici” – sulla tratta più importante, la Roma-Milano, viaggia un numero di treni 4 volte più alto che sulla Berlino-Monaco. A meno di non voler sostenere che i tedeschi non usino il treno o non capiscano nulla di meccanica... c’è qualcosa che non quadra.

Il problema non nasce ovviamente con l’arrivo di Salvini a piazza della Croce Rossa (sede del ministero), ma di certo la sua presenza non ha apportato nessun miglioramento. Anzi. Alla già abnorme quantità di convogli Trenitalia e Italo, infatti, tra un anno comincerà a pesare anche l’ingresso dei Tgv-M, a due piani, del colosso pubblico francese Sncf.

La “concorrenza” tra diversi soggetti in un “monopolio naturale” come il sistema ferroviario – esiste una sola rete, com’è logico che sia, nessuno ne costruirà mai una seconda per andare da “A” a “B” – si è rivelata un’idiozia per ansia da profitto. Ci sono ovviamente più treni, cosa che sembra utile persino ai viaggiatori, ma non paradossalmente la concorrenza si fa anche sul prezzo (altra nota positiva per i viaggiatori, in teoria). E quindi si riducono i profitti o addirittura si va in perdita.

Per esempio in Spagna, la liberalizzazione dell’alta velocità ferroviaria ha visto le tariffe medie crollare fino a 25 euro e fatto registrare un boom di passeggeri. Ma la guerra dei prezzi ha avuto effetti negativi sui conti dei tre operatori, che hanno tutti chiuso con un rosso complessivo di quasi 187 milioni di euro, compresi quelli di Renfe – la società pubblica iberica – che non registrava perdite fin dalla sua creazione.

In più ci sono i problemi tecnici derivanti dal “sovraffollamento”. I binari sono comunque sempre uno per direzione. Un problema a un treno diventa un ritardo per tutti quelli che seguono (a meno di non verificarsi in una stazione, dove i binari sono più d’uno).

Le sollecitazioni strutturali a binari, sistemi di comunicazione, di segnalazione, ecc., si moltiplicano anch’essi, con effetti sui materiali della rete, che si consumano e deteriorano più velocemente.

Si potrebbe andare avanti a lungo, ma basta la constatazione derivante dalle comunicazioni delle stesse Ferrovie dello Stato, una settimana fa: “Attualmente, sono operativi circa 1.200 cantieri, tra opere strategiche e interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Questi lavori sono indispensabili per raggiungere gli obiettivi del PNRR e rendere la rete ferroviaria più moderna, efficiente e sicura”.

Bene che ci siano lavori per rendere la linea più efficiente e sicura, naturalmente, ma è scontato che 1.200 cantieri rappresentino anche altrettante “strozzature” della circolazione, con conseguenti rallentamenti e rischi di incidente (anche i cinque operai uccisi a Brandizzo lavoravano in un “cantiere” Fs).

Il caos, insomma, sta nella logica complessiva con cui le Fs sono gestite, nell’aumento di convogli e cantieri mentre continua ad essere ridotto il personale specializzato (quello interno all’azienda) e si ricorre sempre più di frequente a “ditte esterne” che naturalmente hanno lavoratori meno specializzati (e anche pagati peggio, con minori misure di sicurezza e meno esperienza specifica).

Se questo è il quadro – e lo è – non c’è certo bisogno dell’ipotesi di “sabotaggio” o “complotto” per spiegare il caos...

Ma qui è arrivata, con tempismo assolutamente perfetto (e sospetto) una “catena per bicicletta rinvenuta sospesa sui cavi della linea aerea nella stazione ferroviaria di Montagnana, in provincia di Padova”. Altro che il famoso “chiodo” pianto da operai di una ditta esterna, che aveva fermato tutto qualche mese fa...

E qualcuno ricorda perfino che nel 2021 – quattro anni fa! – qualcuno gettò una bicicletta intera sui cavi... a Bari (ma allora nessuno parlò di sabotaggio, anche perché il ministro non era Salvini...).

Titoloni dei giornali, note e dichiarazioni di ministro, dirigenti Fs, esponenti della maggioranza e pure qualche fesso della sedicente “opposizione”, segnalazioni a Digos e magistratura... eccola lì, la prova del sabotaggio!

Poi si va a vedere che la stazione di Montagnana – spiega il Corriere della Sera, non gli “anarchici” – “non è attraversata da una linea che può essere considerata tra le principali del Paese. Dalla piccola stazione padovana passa infatti una linea secondaria, che collega con treni regionali la località termale di Monselice, lungo la Bassa padovana e veronese, fino a Mantova”.

Insomma, anche nella sciagurata ipotesi che un locomotore avesse riportato danni al pantografo dall’urto con la catena penzolante (e non è affatto certo...), praticamente non se ne sarebbe accorto nessuno, tranne – forse – i viaggiatori a bordo. Ma il sistema ferroviario italiano non avrebbe subito nessun ritardo...

Resta perciò da capire il dato politico. Questo governo, composto da incompetenti o meno, è fisiologicamente impostato per buttare la palla in tribuna. O peggio.

Perché qui stiamo parlando di episodi tutto sommato minori (treni in perenne ritardo, ecc.), ma conosciamo bene la logica del “cercare un nemico” per nascondere l’incompetenza o i progetti eversivi (quelli che nascono “dentro” lo Stato).

Basta passare dalle ferrovie all’ordine pubblico per vedere come si “gonfiano” i normali battibecchi di piazza fino a presentarli come “scontri” o “aggressioni” che richiederebbero il “pugno duro”. La logica è la stessa.

Non c’è nessuno più pericoloso di un incapace dotato di potere...

Fonte

19/01/2025

Caos Ferrovie: i chiodi e i sospetti di sabotaggio del management societario

Continua il caos nella rete ferroviaria italiana: se alcuni mesi fa il Ministro Salvini aveva scaricato la responsabilità su un lavoratore, colpevole secondo lui di aver piantato un chiodo nel posto sbagliato, oggi si punta il dito su un sabotaggio. Ma è evidente che il fallimento è sistemico: frutto di anni di tentativi di riorganizzazione del settore portati avanti a suon di tagli occupazionali, smantellamento delle professionalità, appalti ai privati nella manutenzione infrastrutture, aumento dei carichi lavorativi, riduzione del tempo di riposo, del tempo libero e salari inadeguati.

USB, da tempo, sta denunciando lo stato disastroso del settore e la situazione paradossale vissuta da lavoratrici e lavoratori. Oltre agli evidenti gravissimi disagi per l’utenza, infatti, chi lavora sulla rete ferroviaria ogni giorno deve fronteggiare incidenti, infortuni, avarie su treni ed infrastrutture. Una gestione fallimentare che, purtroppo, ha causato vere e proprie stragi come quella di Brandizzo, nell’agosto 2023.

Esplicativo della situazione è stato l’accordo sindacale di settore del 10 gennaio 2024 per la manutenzione infrastrutture: ennesima contrattazione al ribasso portata avanti per accumulare profitti sulla pelle dei lavoratori. La rete ferroviaria italiana, in questo modo, si è trasformata in un vero e proprio calvario per chi deve utilizzarla per viaggiare ed in un vero e proprio inferno per chi ci lavora.

Ammettere un sospetto di potenziale, sistematico, sabotaggio dell’infrastruttura, significa ammettere una inefficienza di controllo.

USB rafforzerà la propria azione sindacale, appoggiando il giusto malcontento dei lavoratori testimoniato dall’ampia adesione agli scioperi proclamati dalla nostra organizzazione, a partire da quello previsto con altre sigle per i prossimi 25 e 26 gennaio.

Il Governo, con il Ministro dei Trasporti Salvini in testa, così come la dirigenza societaria, devono ammettere le loro responsabilità!

USB Trasporti

Fonte

18/01/2025

Il Tar dà ragione a USB: Salvini non poteva precettare lo sciopero del 13 dicembre

Dopo che a dicembre si era già espresso sospendendo l’ordinanza con la quale Salvini intendeva depotenziare lo sciopero del 13 dicembre, ora il Tar del Lazio ha pronunciato una sentenza di annullamento della stessa ordinanza, dichiarandone l'illegittimità. Con la stessa ordinanza il Tar ha condannato il ministro a pagare le spese legali.

A rendere illegittimo l’intervento di Salvini è stata, in sostanza, l’assenza di fattori straordinari che potessero giustificare l’azione del Ministro, soprattutto in considerazione del giudizio di regolarità dello sciopero espresso dalla Commissione di garanzia. Il potere di precettazione del Ministro può essere esercitato su segnalazione della Commissione “ovvero quando ricorrano condizioni di urgenza e necessità”, recita la sentenza, ma sono proprio queste condizioni a non essersi presentate lo scorso 13 dicembre.

Va ricordato che già nel dicembre del 2023 Salvini aveva precettato uno sciopero nel settore del solo trasporto locale e che in quell’occasione il Tar non aveva riconosciuto la sospensiva. Quando poi il 28 marzo del 2024 aveva riconosciuto l’illegittimità dell’intervento del Ministro, la sentenza era risultata priva di effetti concreti, poiché lo sciopero era stato comunque depotenziato.

È evidente che Salvini sia alla disperata ricerca di visibilità, anche se ultimamente con sempre meno successo. Invece di affrontare i mali strutturali del sistema dei trasporti, sempre più evidenti peraltro, si è lanciato in una crociata contro il diritto di sciopero per ingraziarsi i desiderata delle associazioni padronali. Poiché il lupo perde il pelo ma non il vizio, sicuramente tornerà alla carica, anche perché con i pessimi contratti che si apprestano a firmare tanto nel Tpl come nelle Ferrovie, le ragioni delle proteste aumenteranno.

Sulla sua strada troverà però con ancora più determinazione la nostra organizzazione, che ha già dimostrato di poterlo contrastare efficacemente, senza lasciarsi intimidire dall’azione di un ministro che è andato molto oltre il potere di cui dispone.

Unione Sindacale di Base

Fonte

25/12/2024

Salvini & Co, gli “eroi” italiani del tempo della tristezza e del declino

Matteo Salvini costituisce più di altri il simbolo negativo dei tempi assolutamente tristi e decadenti che l’Italia sta vivendo.

Da ultimo preoccupato dell’inchiesta aperta contro di lui per l’illegittima chiusura dei porti, aveva indossato, in modo oltremodo ridicolo, i panni di difensore delle sacre frontiere della Patria. Una sorta di milite noto del Terzo Millennio col Mediterraneo al posto del Piave e dei poveri migranti, in parte minorenni, al posto delle armate austro-ungariche.

Uno spreco di retorica assolutamente eccessivo ma evidentemente necessario per intestarsi il tema, che le destre considerano estremamente vantaggioso dal punto di vista propagandistico, dell’“invasione”, della “sostituzione etnica” e via delirando.

Non entro nel merito giuridico dell’assoluzione di Salvini, dato che per farlo occorrerà aspettare le motivazioni della sentenza.

Mi associo tuttavia alle considerazioni svolte da Domenico Gallo, che ha giustamente constatato come la decisione avrà purtroppo probabilmente effetti negativi sulla condizione dei migranti in alto mare, alimentando ulteriormente la tremenda strage che ha già provocato decine di migliaia di vittime in pochi anni, e, su di un piano ancora più generale, si teme possa allargare in modo inaccettabile la nozione di “atto politico non suscettibile di valutazione giudiziaria”, contribuendo quindi allo smantellamento in atto dello Stato di diritto in Italia.

Tanto è vero che è ripresa la canea di coloro che vorrebbero liquidare l’indipendenza della magistratura, che costituisce un cardine fondamentale del sistema costituzionale vigente. Costoro vorrebbero neutralizzare i giudici, trasformandoli in docili cagnolini al servizio del potere, pronti ad avallare ogni reato commesso dalle alte sfere, e a punire invece in modo inflessibile e sproporzionato ogni anelito di rivolta e ogni manifestazione di dissenso, sia pure condotta, a norma dell’obbrobrioso disegno di legge 1660, in modo assolutamente pacifico e non violento.

Il modello vincente sul piano internazionale è del resto quello dell’autocrate spietato che non recede di fronte ad ogni possibile crimine, come Benjamin Netanyahu, perseguito per atti di corruzione nell’ordinamento israeliano e soprattutto colpevole del tremendo genocidio del popolo palestinese in atto in quello internazionale, dove è perseguito come individuo dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, mentre la Corte internazionale di giustizia sta valutando le accuse di genocidio presentate da vari Stati contro Israele, le cui sorti ha malamente retto a lungo.

Non è del resto un mistero per nessuno da quale corrispondenza di amorosi sensi siano da sempre legati Salvini e il genocida di Tel Aviv. È quindi plausibile che i nostrani odiatori dei giudici non sottomessi estendano senz’altro la loro avversione alle giurisdizioni internazionali che osano incriminare il potere, specie se di osservanza atlantica e occidentale, e del resto il governo degli Stati Uniti sta intensificando i propri sforzi volti ad annientare la Corte penale internazionale, mentre aumenta la sua ostilità nei confronti del sistema delle Nazioni Unite all’interno del quale si trova in posizione di minoranza ed isolamento crescenti.

Un altro governante di successo, quantomeno all’estero, è anche Erdogan, che si accinge a ricevere ulteriori molto cospicui fondi europei nel momento in cui approfitta del crollo del regime di Assad per occupare parte della Siria e scatenare le sue milizie contro l’autogoverno democratico della Rojava, esempio di coesistenza interetnica e liberazione della donna per il Medio Oriente e per il mondo intero.

Ma il sostegno nei confronti dei governanti di questo genere è prerogativa gelosa di tutte le destre, come pure di parte non trascurabile della finta opposizione, che converge con Meloni & C., con qualche farsesca e finta riserva da parte di Salvini, nel sostegno alla linea di guerra folle ed autodistruttiva contro la Russia fatta propria dall’Europa dei dementi guidata da von der Leyen.

È in questo quadro catastrofico segnato dalla corsa verso una guerra terminale, che prende corpo il tentativo di sostituire alle attuali élite antidemocratiche europee le destre estreme spalleggiate da Musk e dai suoi finanziamenti miliardari che fanno leva sull’avversione alle migrazioni per costruire un senso comune di massa antisociale basato in ampia misura sul razzismo e la disumanizzazione.

Per porre un argine al disastro abbiamo presentato sei mesi fa, con vari avvocati e cittadini italo-palestinesi, un esposto denuncia relativamente alle complicità dell’Italia e del suo governo nei confronti del genocidio di Netanyahu e insisteremo su di esso nonostante lo sconfortante precedente rappresentato dalla decisione dei giudici palermitani.

Tornando al nostro “eroe”, la sua insistenza sulle politiche volte a contrastare, ma solo sul piano propagandistico, le migrazioni, fa il paio colle costose quanto inutili invenzioni albanesi della signora Meloni.

Per il resto hanno da offrire al popolo italiano e al mondo intero solo miseria e guerra. Comune ai due “alleati concorrenziali” della destra, come pure a Forza Italia è inoltre la volontà di eliminare ogni controllo giurisdizionale per avere le mani totalmente libere su questo come altri piani. Un disegno che va contrastato e fatto fallire nel nome della Costituzione repubblicana.

Fonte

16/12/2024

Il precettatore dimezzato

Che la parabola di Matteo Salvini fosse sempre più vicina all’impatto sulla terra, era chiaro da tempo. Passare dal 40% circa dei voti ad appena l’8% non sembra in nessun caso un successo. Se poi pensiamo che nel comune di Bologna, alle recenti elezioni regionali, la Lega (3,01%) ha ottenuto meno voti di un Potere al Popolo in crescita (3,44%) abbiamo un reel che descrive a che velocità è arrivata la caduta libera.

La certificazione della fine del Salvini tonitruante e vincente è arrivata con il congresso regionale in Lombardia. Ieri, infatti, si è imposto come nuovo segretario lumbard Massimiliano Romeo, attuale capogruppo al Senato, che non ha certo lesinato le critiche chiedendo – di fatto – che la Lega torni alle origini, a Umberto Bossi, perché “se non parliamo più del nord, al nord i voti non li prendiamo”. La standing ovation della sala ha incenerito il “tonitruante”, che ha poi parlato con i toni soliti ma senza trascinare più neanche i suoi.

Di più, Romeo ha buttato alle ortiche l’intera linea politica leghista degli anni salviniani: “Nell’immaginario collettivo, la destra sarà sempre rappresentata dalla Meloni. È inspiegabile questo continuo cercare un posizionamento politico nuovo e dimenticarci di coltivare il nostro spazio politico. La Lega rappresenta il movimento del territorio agli occhi dei cittadini, noi i voti li prendevamo dappertutto. Questa deve essere l’idea: riprendiamoci la nostra identità, la vera identità, poi possiamo parlare di temi di destra, sinistra o centro”.

Addio “Lega Nazionale”, insomma, tutta concentrata sulla demonizzazione dei migranti e dei sindacati, della magistratura e dei cantanti... Si vede e si sente che quel tanto di base operaia che negli anni scorsi aveva scelto i leghisti abbandonando CGIL e PD – responsabili della distruzione del potere contrattuale dei lavoratori e dello smantellamento dei diritti – sta vivendo l’ennesima delusione.

Il pur minimo neo-movimentismo della CGIL, sfociato nel primo sciopero generale da tempo immemorabile, deve aver fatto presa lì dove era cominciata la frana. E la smania di precettare i lavoratori, anche quando era chiaramente senza alcun appiglio legale, ha contribuito non poco a far spezzare il ramo che Salvini aveva scambiato per un tronco.

Persino il pallido presidente regionale, Attilio Fontana, ha mollato sul ciocco l’ex “capitano”. “Io se sono qui, sono qui per combattere a favore della Lombardia e a favore del Nord. Perché il problema del Nord c’è, ed è sempre più presente. Non possiamo far finta che sia una cosa superata”. E “qualche nemico c’è anche nella Lega perché quando vedo certi emendamenti, firmati da alcuni rappresentanti di altre zone, che vanno a danno della Lombardia, io mi incazzo come una bestia”.

Il riferimento esplicito è a quei presidenti meridionali di centrodestra che hanno larvatamente appoggiato la richiesta di referendum popolare contro la legge sull’autonomia differenziata.

Salvini aveva fatto i suoi conti già prima e, per evitare una conta che lo avrebbe messo in forte minoranza, ha fatto ritirare il “suo” candidato alla segreteria, quel Luca Toccalini messo a capo dei “ggiovani”.

Ma è in ogni caso una sconfitta storica, e proprio in casa sua.

La strada ora sembra tutta in discesa verso una defenestrazione definitiva. Forse non sarà in occasione del processo per il sequestro di una nave della Marina militare che trasportava migranti, ma non mancheranno altre occasioni.

Il precettatore è dimezzato. Il governo Meloni si prepara perciò ad altre turbolenze. Diamoci da fare perché siano devastanti...

Fonte 

13/12/2024

Il Tar dà ragione a Usb, oggi lo sciopero sarà di 24 ore

“Se gli scioperi di un piccolo sindacato producono una grande adesione tra i lavoratori, questo vuol dire che il sindacato così piccolo non è”. (Guido Lutrario, Esecutivo Nazionale Confederale di USB ai microfoni di “Radio anch’io”)

Il TAR del Lazio ha accolto la richiesta di USB di sospendere l’ordinanza di precettazione di Salvini! Oggi lo sciopero è generale, regolare e legittimo e durerà 24 ore anche nei trasporti. Per una volta vincono i lavoratori e vince la democrazia. Smentita l’arroganza del ministro Salvini, oggi sarà una bella giornata per la democrazia.

Il 13 dicembre è giorno di sciopero “generale e generalizzato” indetto da USB con due diverse manifestazioni, una a Milano l’altra a Roma.

L’attenzione mediatica si era andato concentrando sulla precettazione firmata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini che avrebbe voluto ridurre a solo 4 ore l’astensione del lavoro nel trasporto pubblico locale, in quello ferroviario, in quello marittimo oltreché tra i taxi, mentre il trasporto aereo era già stato escluso dai comparti che scenderanno in sciopero.

Ma il Ministro è stato, per così dire, “recidivo ed incurante” rispetto un provvedimento che proprio un anno fa e nello stesso periodo aveva preso, ma a cui il TAR aveva dato torto, facendo rientrare le sanzioni pecuniarie ai lavoratori che avevano disobbedito ad una precettazione illegittima oltre che iniqua.

Ancora una volta, la Commissione di Garanzia non aveva avuto nulla da eccepire sullo sciopero del 13, ed ancora una volta il leader della Lega è voluto intervenire a gamba tesa con un’interpretazione arbitraria delle sue facoltà, non essendovi gravi motivi di pericolo all’orizzonte se non lo shopping natalizio, per chi se lo può permettere, ovviamente.

Dentro questa ennesima forzatura del Ministro possiamo intravedere due ordini di ragioni.

La prima è usare ogni occasione per rilanciare la necessità di cambiare in maniera peggiorativa il quadro giuridico già punitivo che regolamenta il diritto di sciopero, modificando la legge 146/90, di fatto in tandem con l’approvazione del DdL 1660 che fortunatamente sta conoscendo un iter più lungo e travagliato anche grazie ad una robusta opposizione nel Paese.

Bisogna ricordare che, parlando della 146/90, si tratta di una legge, che a differenza della Francia o della Germania, già depotenzia l’azione sindacale e l’impatto che questa potrebbe avere in settori importanti e che nella mente del Ministro vorrebbe fosse estesa ad altri settori e che prevedesse misure ancora più restrittive in ossequio ai nuovi “padroni del vapore”.

La seconda ragione è spostare l’attenzione dalle rivendicazioni sindacali sentite fortemente da larghi strati di lavoratori, su uno scontro tra il Ministro “con il pugno di ferro” ed un’organizzazione sindacale specifica su un settore particolare, la cui azione oggettivamente è più visibile.

Ai microfoni della RAI alla trasmissione Radio Anch’io, il 12 dicembre, è intervenuto Guido Lutrario, richiamando la realtà di una condizione dovuta agli accordi sindacali di CGIL, CISL e UIL di “lavori massacranti a salari da fame”, una situazione che produce scioperi “endemici” e che continueranno, specie con gli accordi che la Triplice più l’UGL hanno da poco firmato.

Questo comportamento di Salvini è indirizzato a “de-responsabilizzare” sé e l’esecutivo da una serie di responsabilità politiche che stanno assumendo la forma di drammatiche urgenze sociali a cui non si vuole prestare orecchio e non si è capaci di dare risposta come certificano i tagli della Legge di Bilancio.

I temi toccati nella piattaforma rivendicativa dell’USB sono tutto meno che corporativi e, tra l’altro, non interessano solo quei numerosi settori interessati ai rinnovi contrattuali (Pubblico Impiego, Metalmeccanici, TPL, Porti, ecc.) con ipotesi di accordi che non garantiscono minimamente incrementi salariali adeguati all’inflazione reale universalmente riscontrabili nel “caro spesa”, nei costi esorbitanti per potere affittare una casa o comprarla, nel conto salato che bisogna pagare per accedere a prestazioni a pagamento in ambito sanitario o più in generale per godere di quei servizi che una volta erano pubblici e gratuiti.

La verità è sotto gli occhi di tutti, i salari ristagnano mentre il costo della vita aumenta, rendendo una parte sempre più crescente di chi ha anche un lavoro a tempo un working poor, mentre condanna all’indigenza chi non riesce ad emergere dalla condizione di precarietà sociale diffusa, incentivata grazie all’abolizione del Reddito di Cittadinanza e dalla mancanza di un salario minimo orario.

L’altro tema fondamentale che vede i suoi drammatici sviluppi è la crisi industriale che riguarda il “cuore” produttivo europeo con il taglio di circa 300 mila posti di lavoro previsto in Francia e la ristrutturazione della Volkswagen in Germania, ed in generale la situazione di tutto il comparto dell’automotive che ha precisi riverberi su tutta la filiera produttiva italiana agganciata ai grandi gruppi europei.

Terzo, la questione della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in un momento in cui è chiaro che gli infortuni mortali e le stragi non avvengono in realtà produttive di dimensioni ridotte ma all’interno di grandi gruppi che hanno macinato fior di profitti e che manifestamente non hanno investito a sufficienza nella sicurezza.

Ultimo, per così dire, ma non meno importante, la configurazione di una vera e propria economia di guerra in cui si sottraggono risorse economiche al Pubblico – anche rispetto ai rinnovi contrattuali – ed al Welfare, e li si indirizzano alle spese belliche ed al comparto della difesa, incentivando un complesso militare-industriale (a discapito della conversione a fini di pace) e a cui si sta sempre più integrando il sistema della ricerca e della formazione che comunque verrà falcidiato da altri tagli.

La giornata del 13 è un passo importante che va verso la costruzione di un’opposizione sindacale indipendente e confederale ed un passaggio fondamentale per chi intende rafforzare l’ipotesi di un’alternativa politica sia all’attuale esecutivo che al “campo largo”.

Fonte

29/11/2024

Salvini vs. USB, un vittimismo paraculo

Il ministro Salvini evidentemente i comunicati non li sa leggere, o non ha tempo per farlo.

Il Ministro infatti per dare risposte ai lavoratori di questo paese il tempo non lo trova mai (ben 6 le nostre richieste di incontro di cui l’ultima inviata oggi). Il Ministro Salvini però trova il tempo di fare la vittima sui social, inveendo contro la nostra organizzazione sindacale, per mettere nuovamente in discussione il diritto costituzionale dello sciopero e per inventarsi una minaccia che il nostro sindacato gli avrebbe rivolto.

Ma ci faccia il piacere Ministro Salvini, ci dica dove sarebbe sta minaccia; il monito a cui abbiamo fatto riferimento è quello del giudizio dato dal TAR in merito alla sua idea di “precettazione facile”. Se ne faccia una ragione, lo sciopero è un diritto che continueremo a esercitare fino a quando lei non darà le risposte necessarie, assumendosi completamente la responsabilità del disastro dei trasporti del nostro Paese.

La nostra organizzazione conferma l’iniziativa del giorno 6 dicembre sotto il Ministero dei Trasporti e conferma lo sciopero generale del 13 dicembre, che con l’esclusione del trasporto aereo, riguarderà tutti i trasporti di questo paese.

Qui il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.

Fonte

27/11/2024

Salvini il “precettatore” contro lo sciopero generale di venerdi

In vista dello sciopero generale di otto ore proclamato per venerdì, il ministro Salvini ha firmato la precettazione contro lo sciopero nei trasporti per ridurne la durata a sole 4 ore.

La precettazione era stata annunciata in una nota del Ministero al termine dell’incontro con le organizzazioni sindacali che ha visto la partecipazione del ministro. In caso di inosservanza della precettazione la legge 146 del 1990 prevede sanzioni amministrative a carico di ciascun lavoratore “colpevole” della violazione, determinabile, con riguardo alla gravità dell’infrazione ed alle condizioni economiche, da un minimo di 500 euro a un massimo di mille euro per ogni giorno di mancata ottemperanza.

“Impugneremo la precettazione presso le sedi opportune, faremo subito il ricorso. Leggeremo ovviamente la motivazione ma eravamo preparati perché è il secondo anno consecutivo che il ministro Salvini precetta i trasporti durante uno sciopero di Cgil e Uil” ha affermato il segretario della Uil Bombardieri. “Non ci ricordiamo la stessa solerzia durante altri scioperi indetti da altri sindacati. Mi pare ci sia un tentativo di mettere in discussione il diritto allo sciopero e una corrispondenza fra la commissione di garanzia e la politica che è preoccupante, con la commissione di garanzia che risponde agli input di un ministro che si preoccupa soltanto di ridurre gli spazi democratici in questo paese”.

“Noi riconfermiamo lo sciopero di 8 ore anche per il Tpl e il trasporto aereo: abbiamo escluso il trasporto ferroviario perché c’è stato lo sciopero domenica, e quindi ci sono da rispettare i dieci giorni” ha dichiarato il segretario della Cgil Landini.

Secondo Guido Lutrario dell’Usb “È molto grave che ora si attacchi anche uno sciopero generale, puntando a limitarne gli effetti. Lo scorso anno ci siamo scontrati con il ministro Salvini sulle arbitrarie limitazioni che impose allo sciopero del trasporto locale e il TAR ci diede ragione. Oggi tornano all’attacco senza tenere conto di quanto già stabilito in precedenza. L’unica preoccupazione della Commissione – aggiunge Lutrario – è quella di ridurre le agitazioni e mai di obbligare le aziende e le associazioni padronali a discutere con le organizzazioni dei lavoratori in presenza di scioperi che raccolgono un’ampia adesione. Sono inaccettabili le restrizioni che si vogliono imporre sullo sciopero del 29 ma voglio ricordare a Landini e Bombardieri che la difesa del diritto di sciopero non può esercitarsi a singhiozzo, solo quando è colpita la propria organizzazione”.

Fonte

26/11/2024

“Gravissimo attacco al diritto di sciopero da parte della Commissione di garanzia”

Sono anni che denunciamo il totale arbitrio della Commissione di Garanzia in materia di scioperi ed il suo agire ben oltre le regole, che in Italia sono le più restrittive d’Europa. È molto grave che ora si attacchi anche uno sciopero generale, puntando a limitarne gli effetti. Lo scorso anno ci siamo scontrati con il ministro Salvini sulle arbitrarie limitazioni che impose allo sciopero del trasporto locale e il TAR ci diede ragione. Oggi tornano all’attacco senza tenere conto di quanto già stabilito in precedenza.

L’unica preoccupazione della Commissione è quella di ridurre le agitazioni e mai di obbligare le aziende e le associazioni padronali a discutere con le organizzazioni dei lavoratori in presenza di scioperi che raccolgono un’ampia adesione.

È questa indisponibilità al confronto a rendere endemica la protesta. Non affrontare i problemi non può che farli incancrenire e portare ad una crescente esasperazione. I lavoratori hanno solo lo sciopero per far sentire la propria voce ed hanno diritto ad essere ascoltati, soprattutto quando a protestare è una larga parte della categoria, come sta avvenendo da tempo tra i ferrovieri e gli autoferrotranvieri.

È da tempo un dato di realtà che in molti settori ed anche nei trasporti i lavoratori scioperino in massa fuori dalle organizzazioni tradizionali, Cgil, Cisl e Uil, e che spesso siano costretti a farlo contro accordi sottoscritti da queste sigle. Siamo preoccupati da questa pericolosa insistenza a voler riconoscere il monopolio del diritto di sciopero solo ad alcune sigle.

È bene ricordare che il diritto di sciopero appartiene a tutti i lavoratori e non è un diritto esclusivo di alcuni. Sono inaccettabili le restrizioni che si vogliono imporre sullo sciopero del 29 ma voglio ricordare a Landini e Bombardieri che la difesa del diritto di sciopero non può esercitarsi a singhiozzo, solo quando è colpita la propria organizzazione.

“L’USB il prossimo 6 dicembre sarà in piazza sotto le finestre del Ministro Salvini con i lavoratori dei trasporti in difesa del diritto di sciopero e perché si ascoltino finalmente le ragioni di intere categorie che da tempo attendono risposte ai problemi che stanno ponendo.

USB

Fonte

12/11/2024

Casa Pound. Una milizia al servizio di Salvini

Non si sono ancora stemperate le polemiche su quanto avvenuto sabato a Bologna, quando due cortei antifascisti hanno cercato di intercettare e contestare una manifestazione organizzata – in modo piuttosto anomalo – dai neofascisti di Casa Pound che nel capoluogo emiliano non ha certo un suo insediamento significativo. Non solo. I tartarugati, sul piano della presenza politica nelle piazze e nel paese, da anni erano quasi scomparsi dai radar. Si segnalano infatti solo la loro festa nazionale a Grosseto qualche mese fa e sette/otto flash mob in occasione del IV Novembre.

La prima domanda da farsi è infatti: perché Casa Pound voleva manifestare proprio a Bologna? La risposta più ovvia è perché domenica prossima in Emilia Romagna ci sono le elezioni regionali. Ma Casa Pound non si presenta alle elezioni. Nel 2019 aveva deciso di rinunciare alla esposizione elettorale in prima persona optando per l’entrismo nei partiti di destra più grossi, in particolare la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia.

Qui è là infatti sono spuntati candidati di Casa Pound nelle liste dei “fratelli maggiori”, con risultati evidenti come a L’Aquila o a Lucca, dove i neofascisti di Casa Pound hanno assunto cariche istituzionali di rilievo. Ma anche nel Lazio dove uno dei leader di Casa Pound, Mauro Antonini, si era candidato alle recenti elezioni regionali con la Lega. Per non parlare poi del sottosegretario leghista Durigon che voleva intestare un parco pubblico di Latina a Benito Mussolini.

La “relazione particolare” tra i neofascisti di Casa Pound e la Lega di Salvini è stata coltivata e cresciuta fino alle elezioni europee del 2019. In molti ricordano il corteo neofascista che entrava in Piazza del Popolo a Roma nella manifestazione di Salvini, oppure il comizio di Salvini al teatro Brancaccio apparecchiato e affollato dai tartarugati.

La foto del leader della Lega a cena con gli esponenti di Casa Pound ancora non è stata cancellata dalla psicostoria di orwelliana memoria.

Questa familiarità di Salvini con i neofascisti è stato anche uno dei motivi di rottura con il vecchio leader della Lega Umberto Bossi il quale – tra molti difetti – rimaneva però un convinto antifascista, tanto da fare a sportellate anche con il veronese Tosi, transitato poi in Forza Italia.

Dunque a Bologna che cosa ci facevano i neofascisti di Casa Pound – arrivati anche da Roma ed i cui esponenti capitolini sono ben visibili nei video – in una manifestazione convocata una settimana prima delle elezioni regionali dell’Emilia Romagna?

Riteniamo che i neofascisti dovessero fare esattamente il lavoro sporco per Salvini che hanno fatto, così come avvenuto, magari anche con l’aiuto di qualche “manina” dall’alto che ha voluto a tutti i costi mantenere la loro manifestazione nel centro della città piuttosto che in una zona più defilata. Insomma Casa Pound è diventata una sorta di milizia privata per la Lega di Salvini.

La dovuta reazione degli antifascisti bolognesi alla provocazione del tandem Casa Pound/Salvini, ha visto immediatamente il leader leghista far salire i toni, costringendo tutti i suoi colleghi di governo a seguirlo sulla stessa linea e intestandosi la rappresentanza dell’anticomunismo nel secolo XXI.

Viene da domandarsi quale sia lo scopo di una campagna anticomunista in un paese in cui, purtroppo, i comunisti sono da quindici anni fuori dal Parlamento e frammentati in diversi partiti con prospettive politiche differenti. Insomma non proprio una “minaccia eversiva alla stabilità politica del paese”.

Eppure l’anticomunismo sembra essere ancora un tasto su cui la destra batte a fini propagandistici ed elettorali, mischiando fake news e lavoro sporco nelle piazze, ovviamente affidandolo ai neofascisti... e poi magari a questure e tribunali.

Fonte

23/10/2024

Lager albanesi e chiusura dei porti: il governo di pericolosi incompetenti scopre la magistratura

I membri dell’infausto e nocivo governo Meloni hanno scoperto, di recente, l’esistenza della legge e della magistratura, due diaboliche forze sovversive che minacciano di impedire i loro insulsi show, indegni teatrini coi quali cercano di propinare le loro false e disastrose soluzioni a un popolo sempre più povero e demoralizzato.

Lo show si svolge su di un terreno che, istruiti da spin doctor del calibro di Musk o poco meno, ritengono particolarmente propizio per mettere in azione le loro armi di distrazione di massa, destinate a distogliere l’attenzione dai loro continui fallimenti e dalla loro “politiche” meschinamente reazionarie e filopadronali.

Mi riferisco ovviamente al tema delle migrazioni, trasformato in minaccia esistenziale per la nostra società che invece sono loro a disgregare ogni giorno di più colla loro proverbiale inettitudine e l’esasperata coltivazione del “particulare” proprio e delle loro famiglie allargate.

“Non passa lo straniero” è lo slogan lanciato da lorsignori con esilarante rievocazione delle vicende del Piave, mettendo al posto delle armate austroungariche gli esseri umani espulsi dai loro contesti originari dalle politiche di guerra, devastazione ambientale, oppressione sociale e rapina delle risorse che l’Occidente neocoloniale continua a promuovere in tutto il mondo, anche se fortunatamente con sempre minore successo.

Meloni, fra le sue numerose sparate pre-elettorali, aveva promesso il blocco navale per impedire l’invasione. Di fronte all’evidente impraticabilità di questa misura, aveva ripiegato, oltre che sugli ostacoli ai salvataggi, sulla spedizione dei migranti in Albania.

Senonché il suo geniale progetto si è infranto proprio sulla legge europea. Cifre esorbitanti sono state spese per una passeggiata marittima ben poco rilassante di sedici migranti fino alle coste albanesi e ritorno.

Il secondo esempio, del pari illuminante è costituito dalle imprese di Salvini, convinto all’epoca che indossando le vesti di strenuo difensore dei confini patrii avrebbe guadagnato qualche consenso colla chiusura dei porti.

Per sfortuna loro e fortuna del popolo italiano l’Italia non è ancora il Regno di Pulcinella ed esiste sempre e comunque una magistratura non disposta a farsi intimidire e che costituisce oggi a ben vedere una delle poche risorse istituzionali e sociali di cui siamo ancora dotati, tanto è vero che l’uomo col busto del Duce sul comodino, autentico cervello giuridico della squalificata congrega, la vuole fare fuori come potere autonomo per trasformarla in mero ammennicolo del potere.

In preda a comprensibile disappunto e indignazione degna di migliori cause essi rivolgono quindi oggi i propri strali contro i giudici, che vorrebbero proni ai loro voleri anticostituzionali, obbedienti e servili.

Con involontario umorismo il ministro Nordio parla di giudici “che esondano” quasi si trattasse dei corsi d’acqua che a causa di cambiamento climatico, tradizionale incuria del territorio, paralisi burocratica e insensibilità politica, stanno facendo da tempo danni e vittime crescenti in Italia.

E si propone di metterli a posto lui, quasi ignorasse le guarentigie costituzionali di cui la magistratura è circondata e che costituiscono elemento fondamentale e irrinunciabile di ogni Stato di diritto degno di questo nome.

Analoghe minacce e intimidazioni, sia di stampo governativo che criminale diffuso, sono state rivolte contro i giudici di Palermo che nei prossimi giorni potrebbero condannare Salvini per il suo comportamento illegittimo e ingiustificabile.

Vero è che i migranti costituiscono oggi parte integrante e sempre più importante di coloro che, col loro ingrato e faticoso lavoro quotidiano, specie nei settori dove vige il padronato più selvaggio, come l’agricoltura e la logistica, portano sulle loro spalle l’Italia.

Il razzismo istituzionale sfoggiato e messo in pratica da lorsignori serve anche a mantenerli in uno stato di privazione dei diritti frantumando l’unità di classe e colpendo al cuore il principio di eguaglianza formale e sostanziale che costituisce l’architrave della Costituzione repubblicana.

Del resto lo Stato costituzionale di diritto è minacciato fortemente in Italia anche da tanti altri punti di vista, come la foga bellicista antirussa in spregio all’art. 11, il sostegno al genocidio dei Palestinesi, la cosiddetta autonomia differenziata che fa a pezzi l’unità nazionale, il cosiddetto premierato che mina gli equilibri istituzionali previsti dalla Costituzione, l’atteggiamento permissivo nei confronti di evasione fiscale, corruzione e altre illegalità della classe dominante che emerge dal tentativo di smantellare l’opera di contrasto di questi fenomeni che dilagano oggi in Italia insieme a povertà e degrado ambientale e sociale, mentre i governanti falliti continuano ad allestire i loro fallimentari spettacoli con sempre minor gradimento di critica e di pubblico.

Che ci possono propinare impuniti solo per la perdurante assenza di un’opposizione politica e sociale che sia degna di questo nome, come dimostrano soprattutto le poco edificanti vicende del PD.

Fonte

03/10/2024

Salvini e il chiodo che blocca l’Italia

Il Ministro scarica ogni responsabilità di guasti e ritardi

Dopo un’estate di grande sofferenza per i passeggeri dei treni italiani, vittime di costanti ritardi, l’inizio dell’autunno non si è certo presentato meglio. Altre giornate di disservizi che colpiscono democraticamente sia i soliti poveri pendolari sia chi viaggia sulle Frecce, peraltro pagando biglietti piuttosto cari; non ultimo quanto accaduto ieri nel nodo ferroviario romano, tra le stazioni di Termini e Tiburtina, dove sono scomparsi dai binari non meno di 100 treni e quelli rimasti hanno raggiunto pure i 200 minuti di ritardo.

Il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha scaricato tutta la colpa dei disservizi del 2 ottobre su un chiodo, che uno sventurato operaio di una ditta privata avrebbe maldestramente piantato su un cavo, sgravandosi delle responsabilità che il committente di RFI dovrebbe invece ricoprire e giustificandosi che, a lui, competono le risorse e non certo di stare a controllare cosa accade di notte nelle cabine elettriche lungo i binari del nostro Paese.

L’unico chiodo pericoloso che vediamo in giro è quello per le grandi opere con il quale Salvini sta martellando l’opinione pubblica italiana, sulle quali è pronto a investire risorse che evidentemente dovrebbero essere indirizzate verso i reali bisogni dei viaggiatori italiani e dei lavoratori delle ferrovie, sfiancati questi ultimi da una crisi organizzativa di cui il management di RFI e dello stesso gruppo FSI dovrebbe essere chiamato a rispondere.

Salvini e il dicastero che presiede non hanno dato e continuano a non dare riscontri alle denunce che vengono inoltrate dalla nostra organizzazione sullo stato delle ferrovie e sugli appalti ai privati, ormai da anni, anzi ha chiuso le porte alle proteste dei lavoratori e lavoratrici, incluse quelle verso accordi sindacali folli fatti con RSU scadute da anni. Si è anche assunto la responsabilità di lasciare fuori le delegazioni dei lavoratori, mentre gli scioperi si succedono nelle ferrovie con adesioni sempre più alte da parte del personale viaggiante e dei manutentori dell’infrastruttura.

Il ministro è il responsabile dei trasporti di questo Paese, nonché il committente unico della rete ferroviaria di cui dovrebbe rispondere rispetto sicurezza ed efficienza, evitando di cercare il capro espiatorio in un chiodo.

In un Paese serio un ministro dei trasporti, rispetto quanto accaduto, si sarebbe messo in discussione, non azzardiamo neanche a pensare a lasciare la cadrega, ma un Paese che ha Salvini ministro rischia di non poter essere preso sul serio.

USB Trasporti

Fonte

Salvini, ministro a sua insaputa...

Due ore di blocco totale della circolazione dei treni – la Stazione Termini e lo snodo di Roma sono il baricentro dei trasporti ferroviari nazionali – e un ministro che blatera “mi chiedo come sia possibile che in una potenza industriale si fermi tutto per un chiodo piantato da un operaio”.

Sappiamo che si tratta del ministro dei trasporti meno brillante degli ultimi 40 anni (e sì che ne avevamo visti di tremendi...). Sappiamo che le uniche parti che è in grado di recitare sono quella dell’orco contro i deboli (migranti, studenti, operai, senza casa, ecc.), oppure quella della “vittima di un complotto” (con la magistratura, in genere). Ma qui vene il dubbio che Giorgia Meloni, nel dargli l’incarico, si sia dimenticata di dirgli che da quel momento la responsabilità politica del funzionamento dei treni o degli aerei era tutta sua. Di Salvini, insomma...

Siccome sembra ignorare il funzionamento complessivo del sistema dei trasporti che dovrebbe governare – non ridete, ma questo sarebbe il compito del ministro di Villa Patrizi – proviamo noi a descrivergli cause, portata e possibili rimedi a una situazione da “quinto mondo”.

La spiegazione offerta da Gianpiero Strisciuglio, amministratore delegato di Rfi (la società a controllo pubblico che si occupa di gestire la rete ferroviaria, cervelloticamente separata dalle altre tre che nell’insieme costituiscono le “Ferrovie dello Stato”), risulta infatti tecnicamente precisa ma largamente incompleta.

“C’è stato un guasto a una cabina elettrica che alimenta gli impianti di circolazione all’interno del nodo di Roma, tutto è capitato intorno alle 6.30 del mattino rendendo impossibile l’utilizzo degli impianti delle stazioni di Roma Termini e di Roma Tiburtina. Il guasto è stato provocato da alcuni lavori notturni effettuati da un’azienda esterna al gruppo Ferrovie, un’attività svolta in modo non corretto che ha danneggiato un cavo e compromesso il funzionamento dell’alimentazione elettrica di una cabina.
A quel punto si è aggiunto il malfunzionamento della stessa cabina, anziché intervenire il sistema di alimentazione alternativo è scattata la messa in sicurezza dell’operatività, scollegando tutto. Una serie di malfunzionamenti, ma originati dal danno sulla linea elettrica causato dalla ditta esterna”
.

Tutto chiaro? Una imprecisata “ditta esterna” stava facendo lavori di manutenzione sulla dorsale dei trasporti ferroviari italiani. È plausibile – conoscendo bene la cascata degli appalti al massimo ribasso, sdoganati per “ridurre i costi”, come ha dimostrato al mondo la recente strage di Brandizzo – che quella ditta non rappresenti proprio il top delle competenze in materia, o che i lavoratori mandati ad eseguire i lavori non possedessero le necessarie specializzazioni (intervenire su un sistema elettromeccanico integrato a livello nazionale non è come scaricare cassette di ortaggi et similia).

Comunque sia, dice ancora Strisciuglio, “Noi [ossia Rfi, quelli che hanno il know how e il personale esperto, ndr] ci siamo subito attivati con tutte le verifiche, ma il primo responso attribuisce in maniera chiara la responsabilità al danno sul cavo come causa principale dell’interruzione del servizio”.

Sentito dal Corriere, definisce il guasto come “raro”. “La rarità è nel fatto che la cabina di per sé ha una dotazione che le consente di supplire al primo malfunzionamento, ma in realtà all’interno della stessa cabina, come detto, qualcosa si è bloccato e questo è tuttora oggetto di ulteriori approfondimenti. Le cosiddette ridondanze tecniche che salvaguardano il funzionamento dell’impianto sono state, ripeto, vanificate da questa catena di anomalie”.

“In un paio di ore (alle 8:30, ndr) abbiamo rimesso in funzione il sistema di backup. Si tratta di un intervenuto molto complesso che i nostri manutentori hanno ripristinato in tempi record, ma poi occorre comunque del tempo per riavviare con gradualità i nostri impianti in modo di assicurare la necessaria sicurezza della circolazione dei treni”.

Non dubitiamo che i manutentori di Rfi – assunti, formati, dotati di tutte le informazioni e dell’esperienza necessaria – siano di altissimo livello. E che quindi siano stati in grado di riparare velocemente il guasto.

La domanda che tutto il paese pone a Strisciuglio e al cosiddetto ministro è: perché quell’intervento sulla rete non è stato eseguito da loro ed è stato invece subappaltato a una sconosciuta “ditta esterna”?

La risposta è semplice: perché quei bravissimi manutentori di Rfi sono troppo pochi per occuparsi di tutte le migliaia di chilometri delle ferrovie italiane.

E naturalmente sono così pochi in conseguenza di quel processo di “privatizzazione della gestione” tesa a fare di Fs una società che produce profitto, quindi abbassa i costi, riduce al minimo il personale e alza il prezzo dei biglietti.

All’interno di Fs, oltretutto, Rfi gioca il ruolo di “fornitore dell’hardware” per società in concorrenza tra loro sull’alta velocità (solo due: Trenitalia e Italo), nonché per tutta una serie di gestori regionali che ora operano con gli stessi criteri e risultati sociali disastrosi (basti pensare alle sofferenze quotidiane che Trenord infligge ai suoi “clienti”).

È il risultato insomma di un trentennio di logiche finanziarie e privatistiche che hanno progressivamente demolito l’efficienza nel funzionamento di una infrastruttura chiave per la mobilità umana in questo paese (quella delle merci è affidata soprattutto al trasporto su gomma, “grazie” al secolare servilismo dei governi nei confronti dell’ormai fuggita Fiat).

A un ministro oggi non si chiede di fare l’eco a quel che si chiedono già da soli i passeggeri (“com’è possibile che un chiodo...”, ecc.), ma di mettere mano a un sistema che palesemente non funziona più, ripristinando – e ci vuole anche tempo, oltre che soldi – i servizi indispensabili a garantire il quotidiano funzionamento del complesso sistema ferroviario italiano.

Si tratta, in una parola, di cominciare a riportare le Ferrovie dello Stato alla funzione effettiva di fornitori di un servizio pubblico, ovvero efficiente e rispondente al “bisogno di mobilità” che invece viene brandito come una minaccia contro i sindacati.

Non è una cosa inconcepibile. Anche là dove la privatizzazione delle ferrovie era iniziata – nella Gran Bretagna della Thatcher – si è da tempo ripresa la strada della pubblicizzazione. E per gli stessi motivi: le Ferrovie Britanniche avevano perso la loro storica fama di efficienza, distrutte da una catena di incidenti che non si verifica più neanche in India, forse…

Ma sappiamo che è chiedere troppo a un Salvini...

Meglio limitarsi a “licenziare” la “ditta esterna”, che magari si rifarà licenziando i propri dipendenti (se pure li aveva assunti con qualche forma di contratto “legale”) e recitare la parte della “vittima indignata”. Della propria incompetenza...

Fonte

18/07/2024

Decreto Salva casa, ovvero come governare a forza di sanatorie

È arrivato ieri mattina alla Camera il decreto Salva casa, con le modifiche apportate dalla relativa Commissione Ambiente. Il nuovo provvedimento è stato fortemente voluto dal ministro delle Infrastrutture Salvini.

Per ora, la parte del decreto che era diventata conosciuta come Salva Milano è stata stralciata. Essa era stata pensata per risolvere a forza di legge una serie di abusi riguardanti le concessioni edilizie dei grattacieli della città.

Nei giorni scorsi più di 50 tra urbanisti e giuristi avevano sottoscritto un appello proprio per evitare quello che sarebbe diventato un grave precedente normativo. Ma il pericolo non è ancora scongiurato.

Infatti, il sottosegretario Alessandro Morelli ha fatto sapere che l’intenzione è quella di inserire queste misure nel decreto Infrastrutture. E intanto, con il testo arrivato alla Camera già altri favori alla speculazione sono in via di approvazione.

Innanzitutto, lo sdoganamento dei micro-monolocali. Essi potranno ottenere l’abitabilità con una superficie di 20 mq per una persona (28 oggi), 28 per due persone (38 oggi).

Come se non bastasse, anche l’altezza minima dei locali viene portata da 2,7 metri a 2,4. L’unica condizione è che siano sottoposti a ristrutturazioni tali da garantire idonee condizioni igienico-sanitarie.

Questa è però una foglia di fico, per nascondere il fatto che appartamenti inadeguati a essere abitati verranno ora regolarizzati, più che essere messi sul mercato. Perché tanti di questi bugigattoli erano già spesso affittati.

Seconda Salvini questa scelta “va incontro alle necessità di studenti e lavoratori – specialmente nelle grandi città – oltre a favorire la riduzione del consumo del suolo”. In pratica, la dimostrazione di come i settori popolari non siano mai stati ascoltati dal governo.

Studenti e lavoratori non hanno bisogno di nuovi stanzini in cui vivere, ma del calmieramento dei prezzi e dell’edilizia popolare, anche attraverso il recupero degli immobili sfitti. E vogliono, semmai, la denuncia di condizioni di abitabilità non rispettate, non la loro regolarizzazione.

Per non parlare poi dell’ipocrita affermazione che così si riduce il consumo di suolo. Detto dal ministro del ponte sullo Stretto di Messina risulta ridicolo, senza considerare che altre riforme introdotte dal provvedimento vanno in direzione opposta.

Ad esempio, le tolleranze costruttive per lo sforamento di quanto costruito rispetto alle autorizzazioni concesse, dal 2% al 6% a seconda della metratura dell’edificio. E il recupero dei sottotetti risponde sempre agli interessi della speculazione più che alla riduzione del consumo di suolo.

Non è l’ultima misura che verrebbe introdotta con questo decreto, ma è utile sottolineare che, inoltre, viene facilitato il cambio di destinazione d’uso. Non sarà necessario garantire gli standard per i servizi pubblici e la dotazione minima di parcheggi.

In questo modo, sarà ancora più difficile combattere il fenomeno degli affitti brevi, il rialzo dei fitti, la speculazione alimentata dalla turistificazione. Punto su cui, al di là della retorica e della propaganda, né centrodestra né centrosinistra vogliono intervenire seriamente.

Ci troviamo, dunque, di fronte all’ennesima norma che palesa come l’attuale classe dirigente non sia in grado di governare programmando lo sviluppo del paese. Il principio è sempre quello di lasciar fare al privato e poi intervenire a sanare le storture create.

L’alternativa, l’unica praticabile, è quella di riportare il pubblico e la sua pianificazione al centro dell’agenda economica. Vincoli o non vincoli euroatlantici.

Fonte