Il Ministro dei Trasporti Salvini procede ostinato al servizio di Stretto di Messina SpA per spianare la strada all’approvazione del progetto del ponte sullo stretto. Dopo aver messo mano alla commissione della Valutazione di Impatto Ambientale – che si era permessa di porre delle prescrizioni ambientali e di salvaguardia – adesso è stato il turno del Consiglio superiore dei lavori pubblici.
Salvini ha rinnovato i componenti dell’organo inserendo un componente del comitato scientifico della società Stretto di Messina SpA, Mauro Dolce, e un iscritto al comitato Ponte Subito, Giuseppe Roberto Tomasicchio.
Una misura necessaria nel momento in cui l’organo è chiamato a valutare gli approfondimenti richiesti dalla Corte dei Conti, e ad approvare il progetto entro fine estate, secondo la tabella di marcia annunciata dal duo Salvini-Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina.
Il governo forza quindi la mano sulle valutazioni economiche e ambientali per dare il via libera al progetto, mentre la procura di Roma ha aperto un processo per corruzione che coinvolge la SdM SpA. La stretta sinergia tra governo e imprese smaschera gli interessi speculativi che portano soltanto devastazione nei territori di Messina e Villa San Giovanni.
Ma la funzione strategica del ponte ha origine nei palazzi dell’Unione Europea, per la quale l’opera si inserisce nella realizzazione del corridoio Scandinavo-Mediterraneo, parte della rete di trasporti transeuropea funzionale alla mobilità bellica di truppe e rifornimenti verso il confine mediterraneo.
Nel libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato dalla Commissione UE, si spiega che “La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata”.
Non è un caso che la salvaguardia dell’ambiente, testa d’ariete della presunta transizione ecologica, si dissolva di fronte agli interessi economici e militari che stanno alla radice della vera transizione bellica in atto.
Contro al progetto utile solo per il profitto delle imprese costruttive, ci troveremo a Messina per il corteo No Ponte per dire no a un’opera che grava sulle persone e sul territorio con costi economici enormi e ricadute di impatti incalcolabili. Il territorio del meridione e della Sicilia, è già strangolato da eventi climatici estremi, cicloni, siccità, onde di calore e divorato dagli incendi.
L’unica necessità urgente sono investimenti nella messa in sicurezza del territorio. La frana di Niscemi, le enormi devastazioni dei due cicloni Harry e Jolina e i bacini idrici a secco non sono eccezionalità, ma gli effetti del cambiamento climatico congiunto a un modello economico volto alla speculazione e allo sfruttamento dei territori, incapace di mettere al centro la prevenzione e la messa in sicurezza dei territori stessi.
Per rovesciare questo sistema, che investe in grandi opere e riarmo, facendo ricadere i costi economici e ambientali sui territori, saremo sempre al fianco di chi lotta. Ci troveremo al corteo No Ponte, sabato 8 agosto ore 18.30 a Piazza Cairoli, Messina!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
08/08/2026
Ponte sullo Stretto: il governo accelera per avviare i cantieri
15/06/2026
Ponte sullo Stretto. La corruzione è arrivata ancora prima dei cantieri
Non è ancora stato posato un solo pilone. Non è stato scavato un solo metro di cantiere. Eppure sul Ponte sullo Stretto si parla già di corruzione, favori e tentativi di condizionare gli organismi di controllo.
Le notizie emerse dall’inchiesta della Procura di Roma, che dovrà naturalmente accertare ogni responsabilità, riguardano presunti tentativi di influenzare il giudizio della Corte dei Conti sul progetto del Ponte. Secondo gli inquirenti, attorno all’iter dell’opera si sarebbe mosso un sistema di relazioni e promesse finalizzato a ottenere un esito favorevole nei controlli istituzionali.
Il fatto che un’inchiesta per corruzione sfiori già il progetto prima ancora dell’apertura dei cantieri è di per sé un segnale allarmante e racconta un fatto politico incontestabile: attorno al Ponte continua a muoversi quel sistema di interessi, relazioni e affari che da sempre accompagna le grandi opere calate dall’alto.
Non siamo sorpresi.
Da tempo denunciamo che il Ponte sullo Stretto non nasce per risolvere i problemi della Calabria e della Sicilia. Nasce per alimentare un gigantesco flusso di denaro pubblico verso consulenze, appalti, subappalti e profitti privati.
Salvini continua a vendere il Ponte come la soluzione a tutti i problemi del Sud. Ma mentre il governo investe miliardi in questa ennesima cattedrale nel deserto, i calabresi continuano a fare i conti con una sanità pubblica al collasso, trasporti ferroviari indegni di un paese moderno, scuole abbandonate e territori devastati dal dissesto idrogeologico.
La domanda è semplice: perché si trovano miliardi per il Ponte e non si trovano risorse per garantire il diritto alla salute, alla mobilità, all’istruzione e al lavoro?
La risposta è altrettanto semplice: le opere pubbliche, ormai, di pubblico hanno soltanto i finanziamenti. I benefici finiscono nelle mani di grandi gruppi economici, mentre alle popolazioni restano gli espropri, il consumo di suolo, la devastazione ambientale e il peso dei debiti.
L’inchiesta di queste ore rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme attorno a un’opera che viene presentata come inevitabile e salvifica, mentre continuano a crescere dubbi, contestazioni e interrogativi sulla gestione dell’intero progetto.
Per questo ribadiamo il nostro NO al Ponte sullo Stretto.
Vogliamo investimenti nelle ferrovie, nella sanità pubblica, nella messa in sicurezza del territorio, nelle scuole e nella creazione di lavoro stabile e utile socialmente.
Vogliamo che siano le comunità a decidere del proprio futuro, non i comitati d’affari che da decenni si contendono una delle più grandi mangiatoie della storia repubblicana.
Per questo saremo presenti anche a Messina l’8 agosto, alla grande manifestazione contro il Ponte sullo Stretto promossa dai movimenti e dalle realtà territoriali che da anni si oppongono a questo progetto. Un appuntamento di lotta per ribadire che le priorità del Sud sono altre: sanità, scuola, lavoro, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio.
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10/06/2026
Indagini per corruzione sul Ponte sullo Stretto, prima ancora che inizino i lavori
La Procura di Roma ha avviato un’indagine per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, intorno all’approvazione del progetto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Al centro dell’inchiesta ci sono tre figure chiave: un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti (in pensione da febbraio scorso), un avvocato già membro del Consiglio di amministrazione della società “Stretto di Messina Spa” e un imprenditore.
Su delega dell’ufficio giudiziario romano, i Carabinieri del Ros hanno eseguito decreti di perquisizione a carico dei tre indagati nelle province di Roma, Reggio Calabria e Frosinone. Secondo i magistrati di Roma, i tre indagati avrebbero messo in atto condotte precise per condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo dell’opera.
Per la Procura della Capitale sarebbe stato creato un vero e proprio schema di scambio di favori e promesse. L’avvocato e l’imprenditore avrebbero avvicinato l’ex giudice contabile promettendogli il proprio appoggio politico e relazionale per fargli ottenere incarichi di rilievo in enti di diritto pubblico, una volta raggiunta la pensione.
In cambio, il giudice si sarebbe offerto di monitorare dall’interno la procedura della Corte dei Conti, fornendo costanti aggiornamenti sugli orientamenti e il lavoro dei colleghi.
Dalle carte dell’indagine emerge inoltre che l’ex magistrato contabile “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della ‘Stretto di Messina Spa’, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”.
L’avvocato e l’imprenditore, secondo gli inquirenti, avrebbero anche tentato di agganciare altri magistrati ritenuti “utili” alla causa e divulgato a terzi informazioni coperte dal segreto d’ufficio. Ora, i documenti e gli strumenti elettronici sequestrati durante le perquisizioni saranno analizzati per ricostruire la rete di contatti dei tre indagati.
Non si è fatta attendere la reazione dei vertici della “Stretto di Messina Spa”. L’amministratore delegato, Pietro Ciucci, ha espresso forte stupore per l’indagine, ribadendo la totale estraneità e la correttezza della condotta aziendale.
Affermando la massima disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine, Ciucci ha però precisato che la società che guida “prosegue nel suo impegno di realizzare il Ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal Governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei Conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal DL ‘Commissari’ dell’11 marzo 2026”.
Non si può però non sottolineare come questo “impegno” non abbia già mostrato tutti i suoi limiti tecnici, ma anche quelli economici e giuridici. Gli attivisti ambientali e per la tutela delle zone coinvolte nel progetto denunciano da tempo come il Ponte sullo Stretto sia una grande opera inutile, funzionale solo a far mangiare su miliardi di soldi pubblici i soliti noti e imprese legate alla criminalità organizzata. Questa indagine mostra come le preoccupazioni espresse abbiano tutte le ragioni del mondo.
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29/12/2025
Rapporto Legambiente: 15 miliardi al Ponte sullo Stretto, briciole ai pendolari
I numeri del rapporto certificano una scelta politica precisa, quella del sottofinanziamento cronico del Fondo Nazionale Trasporti. “In valori assoluti – si legge sul sito di Legambiente – si è passati da 6,2 miliardi di euro nel 2009 a 4,9 miliardi nel 2020, con un lieve recupero a 5,18 miliardi nel 2024. Ma se si considera l’inflazione, il Fondo vale oggi il 35% in meno rispetto al 2009 e, senza interventi correttivi, nel 2026 la perdita salirà al 38%”.
Servirebbero altri 3 miliardi solo per tornare ai livelli di spesa reali di quindici anni fa. Il risultato è che nel 2024, ad esempio, hanno circolato 185 treni regionali in meno rispetto all’anno precedente. Il confronto col resto d’Europa è impietoso: in Italia le reti metropolitane si fermano a 271,7 km totali, contro i 680 km del Regno Unito, i 657 della Germania e i 620 della Spagna. Nel nostro paese si costruiscono appena 2,85 km di metro e 1,28 km di tranvie l’anno.
Un grande favore ai produttori di veicoli privati, a cui, con danno per l’ambiente e per la vivibilità delle città, è garantito un mercato sicuro, nonostante i prezzi ormai proibitivi. Inoltre, con la legge di bilancio 2026 la situazione peggiorerà: tra gli articoli della finanziaria di guerra c’è infatti la sottrazione di 425 milioni alla Metro C di Roma (tratta Piazzale Clodio–Farnesina), lo stop al prolungamento della M4 di Milano fino a Segrate, e il blocco del collegamento ferroviario Afragola–Napoli.
La carenza di servizi non è solo un disagio, ma trasforma il diritto alla mobilità in un fattore di esclusione sociale. Legambiente usa il concetto di transport poverty per spiegare che, in Italia, la spesa media per i trasporti incide per il 10,8% sul budget familiare, ben oltre la soglia sintomo di vulnerabilità economica del 6%, indicata dalla Commissione Europea.
Bisogna allora chiedere conto al governo, così come a quelli regionali, delle loro politiche antipopolari. Sostenere il trasporto pubblico significa sostenere la lotta alla crisi climatica, la salute dei cittadini e facilitare gli spostamenti dei lavoratori. Tre cose a cui, evidentemente, questo sistema pensa di poter rinunciare, al contrario dell’enorme speculazione del Ponte sullo Stretto.
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30/11/2025
Diecimila persone in piazza a Messina contro il Ponte
Ancora una volta migliaia di persone hanno percorso le strade di Messina. Presenti tante realtà del Sud decise a difendere i propri territori dalla furia devastatrice delle politiche coloniali ed estrattiviste.
In questi giorni la governance del ponte ha subito un duro colpo, ma in pochi si fanno illusioni. È possibile che tornino ancora, perché il dispositivo del ponte è uno strumento troppo succulento per il blocco sociale che lo sostiene.
I No Ponte annunciano con il riuscito corteo di ieri che continueranno la lotta per rivendicare le risorse destinate al ponte affinché vengano soddisfatti i bisogni che esprimono i territori.
Qui di seguito il documento finale dell’Assemblea No Ponte.
Abbiamo fatto un altro passo. Tantissime volte ci siamo ritrovati in questa piazza alla fine di un corteo no ponte. E siamo sempre stati in tanti. Sì, perché questo è sempre stato il movimento no ponte, un movimento di popolo, un movimento dal basso, un movimento di abitanti che vogliono decidere del proprio futuro. Questo è sempre stato il movimento no ponte, un luogo d’incontro per tutte le lotte territoriali.Fonte
Oggi, collegati con la manifestazione che intanto si svolge a Roma, questo luogo è anche la Palestina. Perché Gaza è oggi il nome comune di ogni ingiustizia e perché il progetto di ricostruzione di Gaza è la manifestazione più feroce delle politiche estrattiviste e coloniali di cui anche il ponte è espressione. Quelle stesse politiche estrattiviste e coloniali che portano con sé morte e repressione, repressione che colpisce i movimenti con arresti, multe, misure sempre più restrittive della libertà di manifestare,
Saremmo potuti venire in piazza convinti di dovere dare l’ultima spallata, convinti che, alla fine, un giudice metterà fine a questa follia e che ci preserverà dalla devastazione. Saremmo potuti venire in piazza convinti che fosse riconosciuta la ragionevolezza delle nostre argomentazioni, che, alla fine, le bugie hanno le gambe corte e la giustizia prevale sempre. Noi, però, abbiamo imparato che non è così.
In tutti questi anni abbiamo imparato che la storia del ponte è fatta di un’alternanza di fasi e che ad uno stop segue sempre una ripresa. Non è, d’altronde, solo la storia del ponte. È la storia delle grandi opere e avviene perché intorno alle grandi opere si forma un blocco sociale che si nutre delle risorse pubbliche.
Per questo ci fidiamo così poco delle forze politiche, perché gli abbiamo visto cambiare opinione troppe volte. E anche quando si sono schierate per il no al ponte gli abbiamo visto usare troppo spesso un no condizionato. “Il nostro non è un no ideologico”, dicono. E quale sarebbe il no ideologico? “Questo progetto non sta in piedi”, dicono. E se stesse in piedi, diventeremmo per quello a favore del ponte? Noi pensiamo, invece, che dalla storia del ponte bisogna uscire definitivamente.
Il ponte non è emendabile, non esiste il ponte ecologico, non esiste il progetto che non impatta sul territorio, soprattutto non esiste un ponte che non sperpera enormi quantità di risorse pubbliche che andrebbero usate per la messa in sicurezza del territorio, per scuole, ospedali, reddito. Così come abbiamo scritto nell’appello “Il Sud unito contro il ponte”.
29/11/2025
Ponte sullo Stretto: viola le normative ambientali e persino le direttive europee
E questo anche perché si tratta di un’analisi approfondita e strutturata intorno a criticità che da tempo sono denunciate. Ma queste criticità vanno innanzitutto in contrapposizione con due direttive europee, nonostante il governo Meloni abbia propagandato il progetto come fondamentale per l’intero continente, soprattutto dal lato della mobilità militare.
Riportiamo direttamente quel che dice il Collegio, il quale ritiene
di assegnare prioritario rilievo alla: violazione della direttiva 92/43/CE del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, a causa della carenza di istruttoria e di motivazione della cosiddetta delibera Iropi; violazione dell’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE, in considerazione delle modificazioni sostanziali, oggettive e soggettive, intervenute nell’originario rapporto contrattuale; violazione degli articoli 43 e 37 del decreto-legge 201/2011, per la mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti in relazione al piano tariffario posto a fondamento del piano economico e finanziario.I nodi sono tre: la conservazione dell’habitat naturale, scavalcata tramite la delibera Iropi riguardante un preminente interesse pubblico, ma che a quante dice la Corte manca di motivazioni; le modifiche contrattuali intervenute in corso d’opere; il mancato parere dell’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) sul piano tariffario, che è stato considerato largamente come non rispondente a previsioni di traffico realistiche.
Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di cui il titolare Matteo Salvini, così come tutto il governo, aveva parlato di bocciature tutte politiche del Ponte, ora esterna tramite una nota neutra la disposizione a lavorare sui rilievi. Ma è chiaro come il progetto sia nato su un’idea di speculazione e devastazione, e sia stata sviluppata facendo leva sulla logica guerrafondaia.
Parlare oggi di lavoro sui rilievi, dopo tre tornate di chiarimenti e il confronto con Bruxelles, nonché la profondità delle criticità riscontrate dalla Corte, è ridicolo. È chiaro che il governo ha prodotto un progetto infrastrutturale disinteressato alla tutela dell’ambiente e costruito appositamente per diventare un pozzo senza fondo dei conti pubblici a favore dei profitti di pochi.
L’esecutivo ha provato a forzare il quadro legale italiano e comunitario, sperando che nel clima di emergenzialità bellicista creata ad arte questa ennesima grande opera inutile passasse, sospinta dalle pressioni politiche. Non è stato così, e ora, tramite note e non con la voce dei ministri, promettono di aggiustare il tiro.
Ma il governo ha ancora in mano un’arma, quella dell’imposizione della registrazione della delibera del CIPESS. È nei suoi poteri, ma questa sarebbe davvero una forzatura esplicita, tutta politica. Per ora sembra che questa opzione sia stata messa in attesa, anche perché la Corte ha davvero smembrato tutte le fondamenta del provvedimento governativo.
L’esecutivo riorganizzerà l’assalto del Ponte, ma bisogna ricordare che esso è stato inserito anche tra i corridoi strategici della rete europea TEN-T, la quale è stata oggetto, di nuovo, di attenzionemento con fini militari. Palermo sarebbe il nodo finale del Corridoio Scandinavo-Mediterraneo, che potrebbe intersecarsi anche con il Piano Mattei, e con il suo ruolo nella ricerca in Africa di nuove fonti energetiche per l’autonomia europea.
Insomma, se le decisioni le prende Bruxelles ormai, come è evidente che sia, qualsiasi forzatura governativa sarà legata a quanto Palazzo Chigi sarà in grado di vendere a Pallazo Berlaymont l’importanza strategica del Ponte. Dando finalmente ai tanti speculatori in attesa la loro gallina dalle uova d’oro.
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31/10/2025
Il governo Meloni pensa a una scappatoia per salvare il ponte sullo Stretto
Bisogna dire subito una cosa: non c’è necessità di soluzioni da ‘azzeccagarbugli’ in casi del genere, perché anche con il parere negativo della Corte dei Conti, secondo la legge, l’amministrazione interessata può chiedere un’apposita delibera da parte del Consiglio dei Ministri per procedere, se quest’ultimo ritiene che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori.
Politicamente, però, si tratterebbe di una forzatura di non poco conto nei confronti dei magistrati contabili, proprio a ridosso del via libera appena ottenuto sulla riforma della giustizia. Lo stesso ANM ha sottolineato come le reazioni governative siano state un ulteriore atto di delegittimazione nei confronti delle magistrature, verso cui Meloni e compagnia mostrano “totale insofferenza al controllo di legalità”.
Infatti, la presidente del Consiglio ha affermato che quello della Corte è un “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”, mentre il ministro Salvini ha detto che “la decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese e appare una scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”.
Per quanto sappiamo bene che le scelte giudiziarie possano essere influenzate da vari fattori, in questo caso bisogna sottolineare che sono mesi e mesi che vengono fatti rilievi sostanziali al progetto, in primis dai movimenti che si oppongono a questa opera inutile. Rilievi che riguardano criticità che vanno dai costi in levitazione ai danni ambientali, e su cui le risposte del governo sono state spesso tacciate di superficialità.
Ad ogni modo, le motivazioni della Corte verranno depositate entro 30 giorni, perciò ad oggi si possono fare solo elucubrazioni su come i giudici sono arrivati al diniego del visto. Tra i punti emersi in passato ci sono: le coperture finanziarie, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto alle normative ambientali e antisismiche, nonché alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Infine, dubbi sulla competenza del CIPESS sull’affare in questione sono già stati sollevati.
Fonti informate sui fatti hanno rivelato al Fatto Quotidiano che, nel vertice svoltosi ieri mattina, il governo starebbe valutando non solo di procedere con la delibera per imporre la registrazione della delibera del CIPESS, ma anche di presentarsi in Parlamento (Giorgia Meloni stessa o più probabilmente il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini) per spiegare le ragioni dell’atto e ribadire il valore politico, oltre che economico, che ha il Ponte sullo Stretto.
Infatti, al di là dei problemi che sorgeranno da questa scelta della Corte dei Conti, a partire dai ritardi nei lavori, il Ponte è sempre stato sostenuto per due motivazioni ulteriori: l’utilità per la mobilità militare e, ultimamente, la possibilità di inserirlo tra le spese infrastrutturali legate alla sicurezza previste dai nuovi target NATO. Ma su questa ipotesi, gli Stati Uniti avevano già messo una pietra tombale.
Per quanto il Ponte sarebbe un facile obiettivo militare, nella delibera governativa di qualche mese fa con la quale il progetto arrivava al CIPESS veniva accennata anche a una sua funzione dentro il Military Mobility Action Plan per la mobilità militare all’interno della UE. Insomma, anche questa grande opera inutile è pensata in prospettiva di una UE armata fino ai denti. Oltre, ovviamente, ad essere un pozzo senza fondo di soldi pubblici da cui potranno abbeverarsi varie cordate imprenditoriali.
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25/09/2025
La Corte dei Conti pone dubbi sul Ponte sullo Stretto: pratiche e deroghe poco chiare
I magistrati contabili, infatti, hanno inviato sei pagine fitte di osservazioni alla presidenza del Consiglio, elencando una serie di dubbi che vanno sciolti per poter dare via libera al progetto della grande opera inutile (se non per la speculazione e la criminalità organizzata), reso definitivo a inizio agosto.
Sono due in particolare i nodi che non tornano: le deroghe ai vincoli di tutela ambientale e l’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate. Insomma, le questioni che più di tutte hanno acceso le proteste, ovvero la devastazione ambientale e il fatto che il ponte sarà un pozzo senza fondo per i soldi pubblici, senza nessuna utilità concreta.
La Corte dei Conti chiede di chiarire su cosa si fondi il superamento del parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva redatto una relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest).
Tramite questo documento il ponte veniva dichiarato un’infrastruttura strategica di interesse militare, non sottostando più, dunque, alle stesse norme di tutela oggi vigenti. Associazioni ambientaliste e comitati avevano però presentato un ricorso all’Unione Europea, e oggi la Corte dei Conti chiede di verificare lo stato dell’interlocuzione in merito prima di procedere.
Bisogna anche ricordare che le pretese del governo di annoverare il Ponte sullo Stretto tra le infrastrutture di interesse militare è stata già abbastanza azzoppata dagli Stati Uniti stessi. L’ambasciatore USA alla NATO ha messo in chiaro che non sono disposti a considerare la grande opera tra quegli investimenti da conteggiare per la sicurezza in senso lato, utili per raggiungere il target di spesa dell’Alleanza Atlantica.
Come detto, inoltre, vengono segnalate dalla Corte aumenti immotivati di spese, con alcune voci che vengono addirittura raddoppiate senza analisi a comprovare tale necessità. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle stime di traffico e delle tariffe della TPlan Consulting, e sulla “modalità di scelta della predetta società di consulenza“.
Una serie di problematiche e di forzature procedurali a cui la presidenza del Consiglio ha 20 giorni per dare una risposta convincente. Si tratta di una “fisiologica interlocuzione“, secondo il ministero delle Infrastrutture. Per chi lotta contro questa opera inutile, è l’ennesima conferma dell’immenso regalo speculativo che il governo vuole fare ai prenditori nostrani.
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06/09/2025
Per gli USA, il ponte sullo Stretto di Messina non può andare tra le spese per la difesa
L’inserimento di questa grande opera inutile tra le voci di bilancio legate alla difesa era stato immaginato per facilitare il raggiungimento del nuovo target NATO per le spese militari, fissato al 5% del PIL entro il 2035. Di questa cifra, l’1,5% riguarderà investimenti collegati in un qualche modo alle capacità belliche: infrastrutture, cyber sicurezza, e così via.
Palazzo Chigi, nella documentazione e nelle dichiarazioni fatte riguardo al Ponte, ha sempre sottolineato la sua utilità militare, poiché esso faciliterebbe lo spostamento di truppe e materiali da e verso la Sicilia, confine meridionale della NATO e al centro del fondamentale teatro del Mediterraneo. Whitaker non è dello stesso avviso.
L’ambasciatore statunitense si è detto contrario a “contabilità creative” da parte dei paesi europei. Il diplomatico ha poi detto di aver avuto “colloqui con alcuni Paesi che stanno adottando una visione molto ampia della spesa per la difesa”, ma per quanto riguarda l’obiettivo del 5%, Washington vuole che venga “assunto con fermezza”.
Dunque, niente scorciatoie sulle spese militari, soprattutto per un’infrastruttura che Whitaker ha definito come “priva di valore strategico militare”. E l’ambasciatore sottolinea che “questa volta, rispetto al vertice in Galles del 2014, disponiamo di meccanismi di monitoraggio” per quanto riguarda gli obiettivi di spesa.
Insomma, non ci sarà modo di aggirare la rigida sorveglianza statunitense. Del resto, come hanno sottolineato anche i movimenti contro l’opera inutile, un ponte del genere è anzi un obiettivo militare anche più vulnerabile che potrebbe essere facilmente messo fuori uso e, semmai, interrompere le linee logistiche.
I suoi 13,5 miliardi e la sua costruzione (che deve ancora ricevere il via libera della Corte dei Conti) non potrà aiutare Palazzo Chigi a coprire parte di questo impegno di spesa impossibile. Repubblica riporta il fatto che, stando ad alcune fonti governative del giornale, si possa anche solo provare – almeno per adesso – a far conteggiare il ponte tra gli investimenti in sicurezza in senso lato.
Il governo sperava di mettere in cantiere l’opera già entro la fine di quest’anno, facendo così un enorme regalo a speculatori edilizi e di appalti pubblici. E sperava, allo stesso tempo, di doversi preoccupare in minor misura della quantità enorme di risorse che dovranno essere trovate per rispettare gli impegni NATO.
Tanto più in un periodo come questo, in cui i conti sono ancora sotto infrazione UE, la crisi morde e di politiche redistributive i prenditori italiani non vogliono sentir parlare. Ma Meloni e compagnia possono anche lasciare la patata bollente ai prossimi governi, dato che il 2035 è lontano, e continuare nella devastazione del territorio.
Il Ponte sullo Stretto, tra l’altro, non è l’unica grande opera che vuole essere finanziata attraverso l’iscrizione nella lista delle necessità militari. C’è, ad esempio, anche la diga foranea di Genova. Di infrastrutture attraverso cui alimentare la speculazione e il clima di guerra nel paese questa classe dirigente ne è piena.
Fonte
21/04/2025
Il Ponte sullo Stretto per la mobilità militare, contro ogni tutela ambientale
Di sostenibile non c’è però nulla. La novità di questa delibera è che, per la prima volta, si fa appello alla procedura Imperative reasons of overidding public interest (IROPI), con la quale si richiede di poter scavalcare le norme comunitarie in materia di tutela ambientale sulla base del carattere strategico dell’opera che si vuole realizzare.
La società Stretto di Messina sarà tenuta a mettere in campo “ogni misura compensativa necessaria”, ma bisogna sottolineare come è già previsto che per tre delle quindici aree interessate dal Ponte (i monti Peloritani, la Costa Viola e i fondali da Punta Pezzo a Capo delle Armi) non esistono forme di mitigazione dell’impatto ambientale.
È compito del ministro dell’Ambiente inviare tale delibera alla Commissione Europea, che ne prende semplicemente atto: tramite l’IROPI, infatti, vengono oltrepassate le valutazioni sull’impatto ambientale previste dalla direttiva comunitaria Habitat. E questo avviene perché vengono indicati dei motivi imperativi che non prevedono soluzioni alternative.
Tra questi motivi viene citata la velocità con cui autobotti e vari aiuti possono arrivare nell’isola in caso di fenomeni sismici, così come l’integrazione dei servizi sanitari tra le due sponde dello Stretto. Inutile dire che, ovviamente, non è questa grande opera che risolve i problemi citati, senza considerare che in caso di terremoto il ponte sarebbe l’ultimo dei vettori affidabili.
Nella delibera si legge poi che “l’aumentata connettività della Sicilia rispetto al resto del Paese e dell’Europa ha delle chiare implicazioni geopolitiche e, quindi, per la difesa del territorio”. Nella delibera è scritto: “l’Unione Europea ha sviluppato il Military Mobility Action Plan per rafforzare la capacità di spostamento rapido delle truppe all’interno del continente”.
È l’interesse per la mobilità militare e la presenza di basi e centri NATO quali quelli di Augusta, Sigonella, Trapani, Catania a essere usata come ragione del ricorso all’IROPI. Nodo che mostra come, al di là delle dichiarazioni propagandistiche, anche la Lega sostiene il riarmo e lo sviluppo di una difesa europea, utili agli imperialisti del Vecchio Continente.
Una notizia che non sorprende, come non sorprende che in questi giorni la finta opposizione parlamentare si stia svegliando, usando a sua volta un’operazione di greenwashing per condannare il governo. Palazzo Chigi non ha fatto altro che usare le ragioni della deriva bellicista per far passare una grande opera, con i ringraziamenti degli speculatori.
Ma del resto, l’ipotetico ruolo che dovrebbe assumere il Ponte sullo Stretto tra i corridoi militari europei non è una novità. Ne avevamo già scritto sul giornale qualche mese fa, e perciò oggi sentire esponenti di AVS, PD e M5S condannare Palazzo Chigi senza condannare apertamente ogni tentativo di rafforzare l’apparato bellico UE – compresa la difesa comune – mostra tutto il loro opportunismo.
Importante è invece l’azione dei movimenti di lotta contro il Ponte, che stanno già prendendo parola su tale delibera e continuano a organizzarsi e a opporsi veramente a questa grande opera. Nelle prossime settimane non mancheranno certamente iniziative in questo senso.
Fonte
03/02/2025
Messina annega, ma quelli giocano col “Ponte”
C’era solo da chiedersi quali torrenti avrebbero straripato e quale sarebbe stata l’entità del danno, se ci sarebbero state vittime. Era in dubbio solo la dimensione di quanto sarebbe accaduto. Per fortuna non ci sono state vittime, ma di torrenti che sono usciti dall’alveo ce ne stati tanti. A Zafferia i danni più consistenti, ma la situazione è critica sia nella zona nord che nella zona sud della città.
Fin qui tutto scontato. Conosciamo bene la condizione di dissesto idrogeologico del nostro territorio.
È, però, andata sott’acqua tutta la città. La via Don Blasco, che ha visto il taglio di mille nastri, è diventata un invaso. Il pronto soccorso del Policlinico, inaugurato da pochi giorni si è allagato.
A Ganzirri sembrava si fosse formato un altro pantano. Le palestre della città sono diventate acquitrini. Ma, poi, allagamenti nei paesi della provincia: a Rometta, a Furci Siculo, a Sant’Alessio... Inutile citarli tutti. Inutile citare gli allagamenti in tanti centri dell’isola. È stata una debacle totale.
Avviene nella città del ponte. Avviene nella città in cui alcuni giorni fa intorno alla cessione delle ex Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie (di cui non si conosce la destinazione) al Comune di Messina si sono ritrovati gli uomini della cessione della città alla governance del ponte: in primo luogo Ciucci (vero playmaker dell’operazione), ma poi anche Basile (che assiste inerme in attesa di ricavarci qualche briciola), Schifani (che ha immediatamente licenziato il direttore generale del Cas che aveva osato mettere in dubbio la tenuta del traffico autostradale a causa dei 200 camion che trasporterebbero quotidianamente i materiali di scavo), il presidente di Rfi Lo Bosco.
Intanto i sostenitori locali del ponte esultano per le condanne alle spese legali subite dai No Ponte che avevano intentato una class action contro la Stretto di Messina Spa e auspicano per gli attivisti in difesa del territorio le stesse pene richieste per i no tav (8 milioni di euro).
Come non avere il sangue agli occhi contro questo branco di incoscienti. I primi, però, perché i secondi non meritano neanche la nostra rabbia. Sono solo personaggi di secondo piano alla ricerca di qualche ingaggio. Roba da folclore locale. I primi no, invece, perché sono responsabili, sono responsabili di un territorio che va in frantumi, sono espressione di un corso politico nuovo nel quale la funzione pubblica è totalmente sottomessa alla Grande Impresa, un corso politico nuovo che fa uso della modifica progressiva delle norme ogni qualvolta si frappongono ostacoli all’aggressione del territorio, un corso politico nuovo per il quale la stessa manifestazione del punto di vista avverso diventa motivo di azione disciplinare.
Nelle prossime settimane si tornerà in piazza contro la costruzione del ponte sullo Stretto. Verrà messo questo tema al centro delle iniziative. Come nel 2009, dopo la tragedia di Giampilieri, torneremo in piazza per chiedere che i soldi del ponte vengano utilizzati per la messa in sicurezza dei territori e il soddisfacimento dei bisogni inevasi di una comunità sempre più penalizzata.
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26/10/2024
Ponte sullo Stretto senza termini tecnici e di fattibilità, ma la UE lo finanzia perché “strategico”
Sono stati presentati al ministero dell’Ambiente altri 800 progetti a integrazione della documentazione già presentato, ma presentano non poche problematiche.
I progetti hanno uno “scarso grado d’approfondimento” dice Giusy Caminiti, sindaca del comune reggino di Villa San Giovanni, “senza affrontare tutti gli aspetti della fattibilità dell’opera e i dettagli progettuali, rinviando al progetto esecutivo indagini, prove e progettazioni di opere essenziali”. In pratica, tutti i calcoli verranno fatti a ponte in costruzione.
Per fare un esempio, viene minimizzato il ruolo della faglia Cannitello, sotto i pilastri del ponte, e vieni ignorato il vincolo di inedificabilità assoluta posto dal legislatore. Nella documentazione c’è addirittura una tavola in cui tutte le faglie sono addirittura scomparse.
Il sindaco di Messina, Federico Basile, ha aggiunto: “prendiamo atto che la Stretto di Messina ha proposto soluzioni per lo più descrittive non progettualmente rappresentate in termini tecnici e di fattibilità”.
La società, invece, spinge per ottenere il via libera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) entro l’anno.
Intanto, ha ottenuto un’altra importante firma: quella del Grant Agreement per il finanziamento europeo dei costi di progettazione esecutiva. Si tratta di 25 milioni di euro, approvati dalla Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency (CINEA) della Commissione UE, un organismo che si occupa di aiutare a implementare il Green Deal.
Parliamo di sovvenzioni a fondo perduto per coprire il 50% dei costi dell’infrastruttura ferroviaria. Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina, ha detto che questo accordo “conferma il ruolo strategico dell’opera” e anche Salvini ne ha sottolineato il suo “interesse sovranazionale”.
Questa è la questione centrale, in fin dei conti, oltre alla solita ondata di speculazione e distribuzione di favori che accompagna le grandi opere. Il Ponte sullo Stretto di Messina è stato infatti inserito definitivamente nel Corridoio Scandinavo-Mediterraneo delle Reti Transeuropee dei Trasporti (TEN-T).
Si tratta di nove corridoi strategici, pensati per modificare le linee di connessione e trasformarle da nazionali ad europee, rispondendo così alle esigenze (anche militari) comunitarie. Tra i cantieri che rientrano in questo programma c’è anche la Tav Torino-Lione, come parte del Corridoio Mediterraneo, dalla Spagna all’Ungheria.
Tra la fine del 2023 e la metà del 2024, nell’aggiornamento delle linee guida per lo sviluppo della TEN-T è comparso anche il ponte sullo Stretto. La conferma definitiva è arrivata a giugno, mentre già a gennaio la società Stretto di Messina aveva presentato la sua candidatura al CINEA, che è stata giudicata “rispondente ai criteri selettivi”.
Tutti i fili e gli interessi intorno al ponte si uniscono infine nel salto di qualità che la UE vuole fare come soggetto protagonista della competizione globale. Anche perché sembra difficile credere davvero che una tale opera abbia le “positive ricadute socioeconomiche e ambientali” che anche la Commissione Europea millanta.
Qualche giorno fa, molte associazioni ambientaliste hanno presentato un dossier di oltre 600 pagine in cui si evidenzia che nelle analisi della società che ha in gestione la costruzione manca “una valutazione della somma che i vari impatti connessi alla realizzazione dell’opera producono”. Si tratta di una “violazione della normativa vigente, sia comunitaria che nazionale”.
La propaganda del governo e della transizione verde europea si infrange senza appello su questa realtà.
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12/07/2024
L’Anac stronca i decreti per il Ponte sullo Stretto
Il decreto Infrastrutture è stato approvato in Consiglio dei Ministri lo scorso 24 giugno, e con esso verrebbe cancellato il termine del 31 luglio per la presentazione del progetto esecutivo del Ponte. Esso prenderà forma per fasi costruttive, ovvero con lavori approvati e fatti di volta in volta.
Giuseppe Busia, presidente dell’ANAC, ha infatti sottolineato che per una tale opera serve “un progetto esecutivo unitariamente considerato, altrimenti si rischierebbe di approvare singole fasi del progetto senza essere certi che queste fasi vadano a collegarsi l’una con l’altra“. In sostanza, come guidare alla cieca.
Ma al di là dell’assurdità di pensare che questa grande infrastruttura possa essere costruita con queste modalità, il problema che sorge è anche quello della sicurezza e dei costi. È il WWF Italia a denunciare che, in questo modo, non si può avere certezza delle spese che verranno effettivamente affrontate.
Il decreto, infatti, amplia il margine di manovra sull’aumento dei costi in corso d’opera, mettendo in rapporto le tariffe del 2021 con quelle del 2023. A dare il via libero alle spese aggiuntive saranno soggetti individuati dal ministero delle Infrastrutture.
Ma soprattutto, gli aspetti controversi riguardano le problematicità sorte sulla Valutazione di Impatto Ambientale ancora in corso. In una nota del WWF si legge inoltre: “prima di passare alla fase esecutiva del progetto, devono essere eseguite “prove di fatica” sia sui cavi principali che sui relativi elementi di appoggio“.
“Sul punto sarebbe opportuno che il Parlamento prendesse visione delle osservazioni presentate in sede di procedura VIA che hanno documentato come ad oggi non esistano “macchinari” idonei per tali test e come i tempi necessari per eseguirli siano del tutto incompatibili con quelli dichiarati dal Governo e dal progettista“.
Insomma, porte aperte a un’ennesima grande opera, utile solo a gonfiare i bilanci delle aziende coinvolte. E per di più, senza le dovute sicurezze che un lavoro ingegneristico di questo livello dovrebbe prevedere.
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26/05/2024
La Lega propone pene severe per i “No Ponte”
Non ci vuole alcuno sforzo mentale per capire che con questo emendamento la Lega intende blindare la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina per rendere difficile la vita alle calabresi e ai calabresi, alle siciliane e ai siciliani impegnati nel vasto e sempre crescente movimento No Ponte, spazio libero che raggruppa comitati, associazioni di tante tipologie, movimenti e partiti politici in opposizione al governo Meloni-Salvini-Tajani, sindacati confederali (esclusa la Cisl), collettivi studenteschi medi e universitari, organizzazioni ambientaliste, sindacati di base e tanta cittadinanza senza collocazione organizzativa.
L’emendamento Iezzi prevede il carcere da 4 a 20 anni a chi possa minacciare il blocco di opere infrastrutturali. Insomma, con questo emendamento, se dovesse diventare legge, anche un volantino contro il Ponte potrà essere perseguito penalmente.
Dal movimento No Ponte apprendiamo che “con il Decreto Ponte che considera l’infrastruttura opera strategica era chiaro che sarebbero state inasprite le pene in caso di contestazioni”.
“L’ emendamento della Lega anti-contestazione – si legge in una nota “No Ponte” – dimostra che avevamo ragione. È evidente che l’iniziativa di Salvini e dei suoi manifesta un deficit di consenso. Hanno capito benissimo che le comunità che abitano lo Stretto il ponte non lo vogliono. Vogliono, dunque, imporlo con la forza. Sappiano che non ci fanno paura”.
L’emendamento repressivo di Iezzi segue a ruota la proposta di Salvini sul ripristino della leva militare obbligatoria.
Che aspettarsi ancora?
L’attacco alla legge 194, l’omofobia, l’attivazione dell’Autonomia Differenziata, i magistrati eletti dai partiti, il bavaglio per la stampa, l’attacco al diritto di sciopero, il premierato...
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27/08/2023
Il mestiere più antico del mondo
Vi agevolo qui, in version semplificata, la mappa del rischio sismico in Italia. Si noti in ottima zona rossa l’area dello Stretto di Messina.
Mi dà grande amarezza rivedere in questi mesi il solito spettacolino di varietà, dato dal consueto puttaneggiare delle prostitute tecniche e accademiche. Sarà questo, in realtà, il mestiere più antico del mondo? Ci ho già avuto a che fare, di persona, molte volte nel corso della mia attività ormai pluridecennale, con certi personaggi.
Ricordo quando certi geologi decretarono la scomparsa di formazioni uranifere e amiantifere in Val di Susa: fino agli anni 70 la loro presenza era comprovata, improvvisamente emigrarono nell’iperuranio in vista della supposta escavazione del TAV.
Ricordo quando l’ISS si trasformò in Istituto Superiore dell’Elettromagneticità per avallare l’installazione dei padelloni del MUOS: lì però mi divertii molto, “solo contro tutti”, mi odiavano tanto, una goduria.
Ricordo quando commoventi neoesperti di protezione dalle radiazioni resero “democratico” e “innocuo” l’Uranio impoverito, dato che lo usavano i buoni di turno.
Ho ancora fatto a tempo a sentire, da ragazzino, con queste mie orecchie alcuni paludati baroni negare la carcinogenità dell’amianto e del fumo, dato “che non c’era correlazione scientificamente dimostrabile“.
Adesso Plutone, signore degli Inferi e dei terremoti, ha cambiato con uno schiocco d’artigli la sismicità dell’area dove vogliono costruire il Ponte. Che, notoriamente, è zona immune da terremoti, faglie, vulcani:” zona tranquillissima è!”
Nulla, succede. Probabile che Plutone sia compagno di bagni alle terme coi nipotini di Messina Denaro…
Chi, invece che mettere in sicurezza le costruzioni in zona sismica, pensa al Ponte: è un criminale, responsabile dei futuri morti. Non sul Ponte, quello non si farà MAI: ma nei prossimi terremoti in questo disgraziato Paese.
Criminali. E non parlo solo dei governanti e politici, da loro ormai ci aspettiamo di tutto, purtroppo: parlo anche di chi è d’accordo con loro. Di chi vende la credibilità della Scienza per una bella consulenza ben pagata.
Anche la mia, di credibilità: a fronte di tutti questi atti di meretricio, è poi difficile sperare che la gente si fidi di te, quando sostieni una tesi magari impopolare, ma cercando di portare prove in scienza e coscienza.
“Ma quale coscienza, ti rispondono: siete solo dei servi del potere, prezzolati per dire quello che vuole il vostro padrone.
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12/08/2023
Contro il Ponte e le inutili grandi opere: oggi manifestazione a Messina
La sola evocazione del tema dovrebbe suscitare la ferma opposizione di tutti, per la irrealizzabilità tecnica ma prima ancora per la insensatezza politica di un’opera che è solo un fantasma da evocare per tutti quelli che non hanno nessuna intenzione di affrontare i problemi strutturali del Paese e del suo meridione.
Dopo un’estate, l’ennesima, di devastazione, incendi ed enormi disagi nei trasporti, l’insistenza ottusa sul ponte è l’ennesimo segnale di uno scollamento tra la politica e i bisogni della popolazione.
L’appuntamento è alle 16:30 alla stazione FF.SS di Villa San Giovanni per chi arriva dal “continente” e alle 18 in piazza Cairoli a Messina per gridare forte la nostra opposizione al Ponte e parlare di un altro modello di sviluppo per il Sud.
Unione Sindacale di Base
Manifestare contro il Ponte, ma cosa c’entrano Cgil e Pd?
Sabato 12 agosto, a Messina, alle ore 18, da piazza Cairoli partirà il corteo indetto dal Movimento No Ponte, corteo che si concluderà davanti al Municipio dove si svolgerà un concerto musicale con artiste e artisti da tutta la Sicilia e la Calabria: Alva / Basiliscus P / Cesare Basile / Elfo Calabro / Kento & Mad Simon / K19 Tribe / La Stanza della Nonna / Moskillz / Papalia / Ras Pepy / Relax & Jeyden / Shili / Sicilia e dintorni / Skilla / Tunaman / Zu Luciano / 4RaroSound & Negus selecta
Come Federazione Del Sociale USB Catania abbiamo da sempre dato il nostro supporto alle manifestazioni No Ponte e siamo perfettamente d’accordo con l’impostazione degli organizzatori di non chiedere adesioni di sigle, lasciando libere le adesioni e la partecipazione.
Ma questo non ci impedisce di evidenziare la presenza ipocrita e strumentale della CGIL e del PD a queste manifestazioni:
1) la CGIL è favorevole al Tav ma continua ad essere presente nelle proteste contro la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina;
2) il PD, partito atlantista, manifesta contro il Ponte che sarebbe, se venisse realizzato, prima di tutto un passaggio viario privilegiato per la NATO e le stesse forze armate dello stato italiano.
Che dire?
Federazione Del Sociale USB Catania
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18/03/2023
Il governo Meloni resuscita il ponte sullo Stretto di Messina
Il decreto del governo che rilancia il progetto del Ponte sullo Stretto parla di una concessione di trent’anni per la società che si occuperà di costruire e gestire il ponte. I trent’anni inizieranno a partire dal momento in cui il ponte sarà operativo, quindi in caso di ritardi dei lavori sarà prolungata. La società in questione sarà la stessa che era prevista anni fa, ossia la Stretto di Messina s.p.a., in liquidazione dal 2013.
Per il Ponte sullo Stretto sono già stati spesi circa 500 milioni di euro senza alcun vantaggio per il territorio e il rischio è che altri 700 milioni possano essere pagati in penali.
I dati del traffico attuale via traghetto sono circa 4,2 milioni annui per i passeggeri (6,3 milioni sono i passeggeri per via aerea). Per le merci il traffico è di circa 3,3 milioni di tonnellate annue attraverso lo stretto (altri 2,2 milioni di tonnellate viaggiano via navi di lunga percorrenza). Tuttavia non risultano previsioni di crescita quantificate.
La società di gestione del Ponte sarà di proprietà principalmente dei ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture, ma avranno una quota anche le Regioni Sicilia e Calabria, l’Anas (gestione strade e autostrade) e la Rfi (trasporti ferroviari). Questi soggetti nomineranno i cinque membri del Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina spa.
Le cariche di presidente e amministratore delegato spettano ai ministeri, le due Regioni sceglieranno un consigliere a testa e il terzo dei tre consiglieri verrà indicato dalle società pubbliche di trasporti Anas e Rfi.
Se la società dovesse incontrare problemi e ci fossero dei ritardi o delle difficoltà nel trovare un contraente generale e un project manager (due figure per gestire concretamente il progetto), i ministeri potranno nominare un commissario straordinario che sostituirà la Stretto di Messina s.p.a. nelle procedure di affidamento e realizzazione dell’opera.
Matteo Salvini, ha affermato che il progetto esecutivo dovrebbe essere approvato entro il mese di agosto 2024. Il ministero dei Trasporti – in carico a Salvini – in una nota ha spiegato che il progetto è “nel segno della continuità rispetto a quanto era stato fatto fino al 2012 e poi interrotto dal governo Monti“.
Non solo. Fa sapere anche che ritorneranno in vigore anche i contratti di appalto già stipulati dalla Stretto di Messina s.p.a., e cancellati nel 2012, tranne quelli sul monitoraggio ambientale. Il vecchio progetto sarà “aggiornato con le specifiche tecniche delle nuove normative soprattutto in materia ambientale e di sicurezza“.
Nella bozza del decreto si legge anche che si costituirà un comitato scientifico, che avrà “compiti di consulenza tecnica, anche ai fini della supervisione e dell’indirizzo delle attività tecniche progettuali“. Il comitato in questione porterà avanti il suo lavoro secondo “principi di autonomia e indipendenza” dalle autorità politiche, e darà pareri al Consiglio di amministrazione della Stretto di Messina s.p.a. riguardo al progetto “definitivo ed esecutivo” dell’opera.
Avrà nove componenti, scelti “tra soggetti dotati di adeguata specializzazione ed esperienza“. Immaginiamo le facce...
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29/12/2022
Il Ponte sullo Stretto come il Muos di Niscemi e Sigonella
Per questa ragione assimila il ponte sullo Stretto al Muos di Niscemi, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA per governare i conflitti globali del XXI secolo, “senza dimenticare le strutture di Sigonella e Pantelleria”.
Perché ciò che conta è il valore strategico della Sicilia, il suo collocarsi in un’area che Limes chiama Caoslandia, nel Mediterraneo “allargato” che è tornato ad essere centrale per i flussi commerciali provenienti da Oriente e per l’intervento politico, militare, economico di Cina, Russia e Turchia.
Limes aveva già insistito in altre occasioni su questo tema. Proprio un anno fa la rivista di geopolitica, i cui redattori, dallo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, sono stabilmente sui canali tv nazionali, aveva pubblicato un numero speciale sulla Sicilia.
“L’Italia senza la Sicilia non esiste”, questo era l’argomento. Per questa ragione la Sicilia non può “annegare” nel Mediterraneo. E nel pezzo pubblicato su La Stampa Caracciolo è esplicito fino al didascalico.
“Se non lo volete capire la Sicilia è la Frontiera e senza la difesa della Frontiera gli Stati periscono”, sembra dire, perché dallo Stretto di Sicilia (così quelli di Limes chiamano il Canale di Sicilia per sottolineare la esigua distanza che separa l’Isola dall’Africa) passa la principale rotta migratoria, perché da lì passa la via della seta cinese, perché “i turchi e i russi della Wagner si sono acquartierati sul lato africano dello Stretto”, perché quel tratto di mare è attraversato dai cavi sottomarini transcontinentali della Rete.
Caracciolo ci ricorda che la Sicilia fu il luogo dell’invasione alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quella volta gli invasori erano i “liberatori americani” e ce la cavammo, ma stavolta chi potrebbe essere il nuovo invasore? Per questo l’Italia (ma a questo punto perché non l’Europa o l’Occidente?) senza la Sicilia non esiste.
Perché la Sicilia deve essere la piattaforma militare nel Mediterraneo, la difesa dell’Occidente dalle armate dei Bruti o degli Extranei. Noi siamo la Barriera costruita a difesa. Questo è il nostro destino.
Lucio Caracciolo si spinge fino a lamentare la “scarsa presenza militare nell’area” e ad auspicare una “più incisiva presenza della Marina e delle altre Forze armate nelle acque” di quello che insiste a chiamare il “mare nostro”.
L’ennesima ode al militarismo e al riarmo a cui gli analisti mainstream ci hanno abituato nell’ultimo anno di fratricida guerra in Ucraina. Ipocrita narrazione di una “Isola indifesa” quando è sotto gli occhi di tutti il devastante e invasivo processo di militarizzazione che ha investito ogni angolo della Sicilia e delle sue isole minori e l’abnorme presenza statunitense nella stazione aeronavale di Sigonella, “capitale mondiale dei droni”.
Per questo il ponte serve, per Caracciolo: per la sicurezza, per stabilizzare le aree di frontiera e per collegare militarmente l’Italia, l’Europa, l’Occidente alla Sicilia, non viceversa.
In passato avevamo già invitato a guardare ai rischi che il ponte portava con sé anche sotto questo profilo. Ci avevano guardati un po’ perplessi. Il ponte ci metterebbe in pericolo, farebbe da traino ad una ulteriore forte militarizzazione e ad un più asfissiante controllo del territorio proprio perché naturale obbiettivo strategico in caso di conflitto.
Eccoci serviti. Lucio Caracciolo ce lo sbatte in faccia senza neanche prepararci con parole di circostanza. E a chi pensa che con il ponte i propri figli non emigrerebbero più potremmo consigliare di arruolarli, che forse lì di lavoro ne troverebbero.
Ciò che è incredibile è che il ritorno del Mediterraneo come luogo centrale e l’importanza della Sicilia per la sua collocazione geografica debba essere necessariamente declinato sotto il profilo della guerra.
La Sicilia, che nelle vecchie carte appariva più estesa di quanto lo fosse proprio per l’importanza che assumeva nei commerci mondiali, la Sicilia raccontata da sempre dai viaggiatori, deve essere piattaforma di guerra?
E perché, invece, non potrebbe essere piattaforma di pace? Perché gli abitanti dell’isola non potrebbero trarre “vantaggio” dall’affacciarsi della propria terra su un continente africano in crescita? Perché non possiamo pensare di crescere insieme con le popolazioni africane che lavorano, viaggiano, portano avanti le loro famiglie, socializzano e trasferiscono risorse e conoscenza?
Il nostro No al ponte è anche questo. Un No alle logiche di guerra, alle militarizzazioni dei territori e del mare, ai muri armati innalzati tra Nord e Sud. È il nostro Sì, forte, per la Pace, il Disarmo e la Giustizia tra i Popoli.
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23/12/2017
C’è una faglia sismica, lì dove volevano fare il Ponte sullo Stretto
Per fortuna non se ne parla più. Eppure sono stati spesi soldi pubblici e pagate penali per il congelamento della realizzazione del Ponte sullo Stretto tra la Calabria e la Sicilia. Uno studio scientifico, ha certificato quello che i movimenti che si erano opposti al Ponte avevano cercato di spiegare in tutti i modi: la zona dello Stretto è ad alto rischio sismico per l’esistenza di una faglia che allontana le coste della Calabria da quelle della Sicilia. Il ponte sarebbe stato così costretto a pressioni e tensioni che lo avrebbero reso instabile e quindi inutilizzabile. Ma intanto sarebbero stati spesi miliardi di euro che avrebbero ingrassato speculatori e cosche mafiose. Lasciamo parlare un servizio diffuso dall’agenzia Ansa:
“Un sistema di spaccature profonde, una vera e propria ‘finestra’ sotto il mar Ionio e’ stata scoperta dai ricercatori italiani. Una scoperta importante che contribuisce a spiegare il lento ma progressivo allontanamento della Sicilia dalla Calabria e l’alto rischio di terremoti nella zona. ”Le numerose campagne oceanografiche effettuate nella zona – spiega la ricercatrice del Cnr, Alina Polonia – hanno permesso di scoprire un sistema di faglie diffuso non lontano dalle coste che ora può essere sorvegliato.
”Aver scoperto questo sistema di faglie in mare – spiega ancora Alina Polonio – e’ positivo. Faglie a terra, infatti, farebbero senz’altro piu’ danni. ”Si tratta – prosegue la ricercatrice – di processi lenti e non catastrofici – che confermano i rischi geologici che la zona conosce”. Lo studio e’ stato condotto da ricercatori dell’Istituto di scienze marine Ismar-Cnr di Bologna, dell’università di Parma, dell’Ingv e del Geomar (Germania) e pubblicato su Nature Communications e aiuterà anche a capire la formazione le catene montuose e i forti terremoti storici. Lungo queste strutture, infatti, risale materiale del mantello che formava il basamento dell’oceano mesozoico da una profondità di circa 15-20 km.
Lo studio, che si intitola Lower plate serpentinite diapirism in the Calabrian Arc subduction complex, è stato condotto da un team di ricercatori delle diverse strutture e consente di osservare da vicino blocchi dell’antico oceano, svelando i processi che hanno portato alla sua formazione. “Le faglie lungo le quali risale il mantello della Tetide – spiega ancora Alina Polonia, ricercatrice Ismar-Cnr e coordinatrice della ricerca – controllano anche la formazione del Monte Etna, dimostrando che si tratta di strutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco”. Attraverso uno studio multi-disciplinare, che integra immagini acustiche del sottosuolo, dati geofisici e campioni di sedimento, acquisiti nel corso di spedizioni scientifiche con la nave oceanografica del Cnr Urania, è stato possibile identificare le faglie, ricostruire la loro geometria e scoprire anomalie geochimiche nei sedimenti legate alla presenza di fluidi profondi.
L’analisi di tutti i dati raccolti ha permesso di proporre un modello geologico che conferma l’origine profonda del materiale in risalita lungo le faglie. “Grazie a questa scoperta – prosegue Alina Polonia – l’Arco Calabro, il sistema di subduzione tra Africa ed Europa nel Mar Ionio, ha un importante primato: è l’unica regione al mondo in cui sia stato descritto materiale del mantello in risalita dalla placca in subduzione.
Questa scoperta avrà importanti implicazioni per capire meglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati in Sicilia e Calabria”.
Questi dunque sono i risultati dello studio scientifico. Interessante a questo punto vedere come stavano le cose su quella che poteva diventare l’ennesima inutile, costosa e devastante grande opera che avrebbe fatto felici solo gli speculatori del cemento. Era il 16 settembre del 2016 quando Renzi lanciò la sua “sfida”, cioè “completare il grande progetto di quella che Delrio chiama la Napoli-Palermo, per non dire Ponte sullo Stretto”. Il Ponte può creare “centomila posti di lavoro”, aveva detto il presidente del consiglio Matteo Renzi nel corso dell’assemblea che celebrava i 110 anni del gruppo Salini-Impregilo”.
Il Ponte sullo Stretto, tirato fuori come cilindro dal cappello dal governo Berlusconi come cambiale da pagare ai suoi inquietanti sodali in Sicilia e Calabria, prevedeva un costo di 4,7 miliardi di euro. E’ già costato circa 600 milioni di euro ai contribuenti, il governo Monti stanziò inoltre 300 milioni per il pagamento delle penali per la non realizzazione del progetto. E ci vengono a parlare di spending review, tagli, costi insostenibili della sanità e delle pensioni?
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28/09/2016
Toh, chi si rivede… il ponte sullo Stretto
Roba vecchia, direte voi. L'aveva promesso Berlusconi e guardate che fine ha fatto...
Beh, ora l'ha riscoperto anche Matteo Renzi, e quasi senza farsi scappare da ridere mentre lo diceva. Sarà perché parlava davanti a Pietro Salini, numero uno dei costruttori delle "grandi opere" (il gruppo Salini-Impregilo), in una celebrazione alla Triennale per il 110 anniversario della società. Sarà perché nella testa sua e di Padoan (e della Troika) non ci sono altre possibilità di intervento pubblico in economia... ma è rimasto quasi serio nel tirar fuori il pacco-regalo impolverato e consunto dal riciclo.
Il modo di condire un'idiozia del genere è uno solo, appunto sfruttato fino all'inverosimile dal suo lontano predecessore e maestro (venerabile magari non troppo, ma maestro certamente...): può creare «centomila posti di lavoro», va visto come una parte del completamento della “Napoli-Palermo”. «Se siete nella condizione di sbloccare le carte e di sistemare quello che è fermo da 10 anni, noi ci siamo».
Dieci anni fa Berlusconi non si era certo fermato per mancanza di volontà speculatrice, ma per una più prosaica mancanza di soldi. Gli imprenditori privati, in certe opere, non ci hanno mai messo una lira, se non dopo che lo Stato aveva completato il lavoro e avviate le trattative per la concessione. E lo stato, tutti quei soldi, semplicemente non li aveva.
Stiamo parlando di tempi in cui la crisi finanziaria non era ancora esplosa, non c'erano il Fiscal Compact e altri trattati europei che inchiodano la spesa degli Stati ai vincoli di Maastricht, non c'era l'obbligo al pareggio di bilancio inserito nella Costituzione. Insomma: se non si poteva fare allora (e non certo per l'inesistente forza degli ambientalisti che oggi, infatti, siedono sui banchi del governo), tanto meno si può fare in tempi di ristrettezze, dopo quasi dieci anni di crisi globale.
Sarà poi solo un caso, ma non ci sembra: questa mastodontica fesseria prende improvvisamente vita a pochi giorni dall'inabissamento dell'altro grande pacchetto di opere medie e piccole: le Olimpiadi a Roma.
Ma Renzi ha una sola cosa in testa: il 4 dicembre. Quel giorno, se il referendum dovesse andar male come oggi sembra, per lui sarebbe la fine. Potrebbe traccheggiare fino a dopo le feste (la "legge di stabilità" è da concludere entro il 31/12, ma in fondo ormai la scrivono a Bruxelles...), non molto oltre. E sa meglio di noi che dietro le quinte, ai piani alti del capitale multinazionale, stanno già sfogliando l'album dei possibili sostituti.
Quindi ogni promessa va bene, per quanto balzana, irrealizzabile o già troppo sfruttata possa essere. La conferma di questa lettura arriva dalla sortita di Pier Carlo Padoan, occhiuto ex capoeconomista dell'Ocse (ed ex esperto economico del Pci...), arrivato – per pura disperazione contabile – a indicare in una riunione dei ministri delle finanze del G7 da fare in maggio (un'altra era geologica, per questo esecutivo) una "grande possibilità". Letteralmente: «Dopo Sendai 2016, nel 2017 il G7 Finanze si terrà a Bari. Un'opportunità unica per discutere di crescita, occupazione e diseguaglianza».
Il Mezzogiorno – Bari per Padoan, Sicilia e Calabria per Renzi – diventa un campo in cui cercare i consensi che si sentono sfuggire altrove. E quindi le promesse da fare in quella direzione somigliano tantissimo a quelle del Berlusconi al tramonto.
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