Il ministro degli Esteri italiano Moavero, sabato scorso ha incontrato il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez Al Serraj, il vice primo ministro Ahmed Maitig, il ministro degli esteri Mohammed Taher Siyala e il presidente dell’Alto Consiglio di Stato Khaled Al Meshri.
Il presidente del governo di Tripoli Serraj e il ministro degli Esteri Siyala hanno ribadito la volontà di riattivare il trattato di amicizia e cooperazione firmato nel 2008 dall’ex premier italiano Silvio Berlusconi e da Muammar Gheddafi ma finito sepolto sotto i bombardamenti (anche italiani) nel 2011.
L’accordo del 2008, in base al quale, in teoria, l’Italia avrebbe dovuto mandare le sue forze armate a difendere la Libia dai bombardamenti francesi e britannici, prevedeva la costruzione di un’autostrada litoranea di 1700 km dal confine tunisino a quello egiziano sul tracciato della via Balbia dal costo di 5 miliardi di dollari in 20 anni.
Il primo lotto dell’opera nel 2013 era stato assegnato all’Impregilo ma la forte instabilità in Libia dopo l’aggressione europea del 2011, aveva costretto l’azienda a sospendere i lavori. Le autorità libiche hanno garantito a Moavero la possibilità che le imprese italiane tornino in Libia anche sulla scorta delle dichiarazioni di interesse emerse dall’ultima conferenza di Agrigento di alcuni mesi fa. Il Sole 24 Ore riporta che la settimana prossima i rappresentanti del consorzio Aeneas, che sta lavorando alla ristrutturazione dell’aeroporto internazionale di Tripoli, effettueranno una missione nel Paese per valutare tempi e modalità dei lavori. Lo stesso sta facendo la Piacentini per i lavori nel porto di Zawara. Nel corso dei colloqui non sarebbe stata sollevata la questione degli insoluti di pagamento per circa 600 milioni di dollari dovuti ad aziende italiane da controparti pubbliche libiche, questione che la Confindustria ritiene pregiudiziale per una ripresa delle relazioni economiche con il Paese. Nel corso dei colloqui le autorità libiche hanno confermato la volontà di proseguire e rafforzare il partenariato strategico con l’Italia che è l’unico Paese Ue ad avere un’ambasciata aperta in Libia.
Sullo sfondo si stagliano però due contraddizioni: la prima è che l’Italia nel 2011 ha tradito il trattato siglato con la Libia, quindi non è da ritenersi un partner affidabile. L’ultimo contraente libico che aveva firmato quell’accordo è stato deposto e lasciato ammazzare. La seconda è che il governo di Tripoli con cui l’Italia ha rinnovato la firma del Trattato controlla neanche un terzo della Libia, incalzata a est dall’esercito del gen. Haftar e a sud ed ovest, dalle milizie tribali.
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23/12/2017
C’è una faglia sismica, lì dove volevano fare il Ponte sullo Stretto
Per fortuna non se ne parla più. Eppure sono stati spesi soldi pubblici e pagate penali per il congelamento della realizzazione del Ponte sullo Stretto tra la Calabria e la Sicilia. Uno studio scientifico, ha certificato quello che i movimenti che si erano opposti al Ponte avevano cercato di spiegare in tutti i modi: la zona dello Stretto è ad alto rischio sismico per l’esistenza di una faglia che allontana le coste della Calabria da quelle della Sicilia. Il ponte sarebbe stato così costretto a pressioni e tensioni che lo avrebbero reso instabile e quindi inutilizzabile. Ma intanto sarebbero stati spesi miliardi di euro che avrebbero ingrassato speculatori e cosche mafiose. Lasciamo parlare un servizio diffuso dall’agenzia Ansa:
“Un sistema di spaccature profonde, una vera e propria ‘finestra’ sotto il mar Ionio e’ stata scoperta dai ricercatori italiani. Una scoperta importante che contribuisce a spiegare il lento ma progressivo allontanamento della Sicilia dalla Calabria e l’alto rischio di terremoti nella zona. ”Le numerose campagne oceanografiche effettuate nella zona – spiega la ricercatrice del Cnr, Alina Polonia – hanno permesso di scoprire un sistema di faglie diffuso non lontano dalle coste che ora può essere sorvegliato.
”Aver scoperto questo sistema di faglie in mare – spiega ancora Alina Polonio – e’ positivo. Faglie a terra, infatti, farebbero senz’altro piu’ danni. ”Si tratta – prosegue la ricercatrice – di processi lenti e non catastrofici – che confermano i rischi geologici che la zona conosce”. Lo studio e’ stato condotto da ricercatori dell’Istituto di scienze marine Ismar-Cnr di Bologna, dell’università di Parma, dell’Ingv e del Geomar (Germania) e pubblicato su Nature Communications e aiuterà anche a capire la formazione le catene montuose e i forti terremoti storici. Lungo queste strutture, infatti, risale materiale del mantello che formava il basamento dell’oceano mesozoico da una profondità di circa 15-20 km.
Lo studio, che si intitola Lower plate serpentinite diapirism in the Calabrian Arc subduction complex, è stato condotto da un team di ricercatori delle diverse strutture e consente di osservare da vicino blocchi dell’antico oceano, svelando i processi che hanno portato alla sua formazione. “Le faglie lungo le quali risale il mantello della Tetide – spiega ancora Alina Polonia, ricercatrice Ismar-Cnr e coordinatrice della ricerca – controllano anche la formazione del Monte Etna, dimostrando che si tratta di strutture in grado di innescare processi vulcanici e causare terremoti. Queste faglie, infatti, sono profonde e lunghe decine di chilometri, e separano blocchi di crosta terrestre in movimento reciproco”. Attraverso uno studio multi-disciplinare, che integra immagini acustiche del sottosuolo, dati geofisici e campioni di sedimento, acquisiti nel corso di spedizioni scientifiche con la nave oceanografica del Cnr Urania, è stato possibile identificare le faglie, ricostruire la loro geometria e scoprire anomalie geochimiche nei sedimenti legate alla presenza di fluidi profondi.
L’analisi di tutti i dati raccolti ha permesso di proporre un modello geologico che conferma l’origine profonda del materiale in risalita lungo le faglie. “Grazie a questa scoperta – prosegue Alina Polonia – l’Arco Calabro, il sistema di subduzione tra Africa ed Europa nel Mar Ionio, ha un importante primato: è l’unica regione al mondo in cui sia stato descritto materiale del mantello in risalita dalla placca in subduzione.
Questa scoperta avrà importanti implicazioni per capire meglio come si formano le catene montuose e come questi processi siano legati ai forti terremoti storici registrati in Sicilia e Calabria”.
Questi dunque sono i risultati dello studio scientifico. Interessante a questo punto vedere come stavano le cose su quella che poteva diventare l’ennesima inutile, costosa e devastante grande opera che avrebbe fatto felici solo gli speculatori del cemento. Era il 16 settembre del 2016 quando Renzi lanciò la sua “sfida”, cioè “completare il grande progetto di quella che Delrio chiama la Napoli-Palermo, per non dire Ponte sullo Stretto”. Il Ponte può creare “centomila posti di lavoro”, aveva detto il presidente del consiglio Matteo Renzi nel corso dell’assemblea che celebrava i 110 anni del gruppo Salini-Impregilo”.
Il Ponte sullo Stretto, tirato fuori come cilindro dal cappello dal governo Berlusconi come cambiale da pagare ai suoi inquietanti sodali in Sicilia e Calabria, prevedeva un costo di 4,7 miliardi di euro. E’ già costato circa 600 milioni di euro ai contribuenti, il governo Monti stanziò inoltre 300 milioni per il pagamento delle penali per la non realizzazione del progetto. E ci vengono a parlare di spending review, tagli, costi insostenibili della sanità e delle pensioni?
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12/12/2016
Il dissesto idrogeologico in Liguria ai tempi dell’austerity
Sono passati oramai parecchi giorni dall'ultima allerta rossa che ha investito la Liguria. Da circa un anno le allerte per le forti piogge hanno cambiato forma e vengono stabilite attraverso gradazioni di colore (gialla, arancione e rossa) con una serie di provvedimenti obbligatori stabiliti per legge. In genere scattano un paio di allerte di massimo livello ogni anno con chiusure obbligatorie per scuole a altri uffici pubblici mentre la maggior parte dei posti di lavoro privati continuano a funzionare (negozi e attività commerciali in primis) creando disagio e lasciando a rischio migliaia di lavoratori costretti a uscire di casa. L'ultima allerta ha coinvolto tutta la Liguria da Ponente a Levante e in particolare ha concentrato la sua forza sull'estremo ponente da Savona a Ventimiglia dove si sono registrati i più forti disagi e parecchi danni all'agricoltura. La città di Genova ha avuto problemi limitati e non si sono registrati i gravi disagi delle precedenti alluvioni.
Più che una Regione dove piove tantissimo, la Liguria è una regione a grave dissesto idrogeologico. Questa è la frase che sentirete più spesso leggendo i giornali o guardando i programmi televisivi. Cosa ciò significhi però non è chiarissimo. Il territorio ligure ha in effetti delle particolarità legate al suo essere una sottile striscia di terreno con alle spalle colline e montagne che convogliano le acque a valle su terreni che fatalmente tendono a restringersi a causa dell'urbanizzazione della costa. Inoltre, non si considera a sufficienza il fenomeno legato alla speculazione spesso selvaggia dei terreni costieri che crea veri e propri tappi su cui l'acqua si infrange ed esce dagli alvei creando disastri.
Il fenomeno della speculazione edilizia sulle coste è quindi centrale per capire le difficoltà idrogeologiche. Le cause sono quindi legate a una politica che dura da tantissimo tempo e che, nonostante le ripetute alluvioni, non subisce nessuna variazione.
Inoltre, attraverso la gestione dei fondi europei, si cerca di gestire l'emergenza mediante opere specifiche (lo scolmatore del fiume Bisagno a Genova è l'esempio lampante) il cui funzionamento è però tutto da verificare. E' interessante comunque vedere come la politica degli amministratori non riesca a fare altro che proporre soluzioni tampone con gestione di soldi e appalti a carico dei soliti noti (lo scolmatore è appaltato all'impresa Salini-Impregilo...) mentre continua con l'opera di urbanizzazione scellerata dei terreni collinari dove le zone che dovrebbero trattenere e rallentare l'acqua (le aree agricole o boschive) spariscono per far posto a strutture residenziali, parcheggi a gestione privata e supermercati di ogni genere.
La questione centrale è legata ai finanziamenti che ci sono per le grandi opere la cui utilità è presunta o nulla ma non prevedono mai il finanziamento di quelle piccole mansioni quotidiane che garantirebbero invece risultati migliori. Genova ma anche i piccoli comuni della Liguria sono sottoposti infatti a tagli e privatizzazioni che diminuiscono gli addetti alla manutenzione delle strade, della rete fognaria e dei fiumi.
Si tratta quindi di discutere la validità di un modello di sviluppo e non il lavoro di singoli amministratori.
Per spiegarci meglio ricordiamo alcuni fatti: il penultimo Sindaco di Genova Marta Vincenzi si è giocata la sua tristissima carriera politica con la penultima alluvione. Dopo essere stata sconfitta alle primarie del PD travolta dall'impressione causata dall'alluvione del 2011 è stata recentemente condannata a 5 anni in primo grado per mancanze e bugie nella gestione dell'emergenza. A oggi è stata l'unica a pagare mentre chi l'ha sostituita non ha mosso un dito per risolvere le cause di fondo del dissesto. Il Sindaco Doria ha recentemente accompagnato il Presidente Renzi che ha visitato il nuovo scolmatore del Bisagno in costruzione, ha ricevuto dal Presidente del Consiglio (oramai ex) la promessa di fondi per l'ennesima colata di cemento su Genova (il blue print del famoso architetto Renzo Piano) e si appresta a privatizzare i servizi di raccolta dei rifiuti e a tagliare nuovi posti alla manutenzione del territorio.
La ditta Salini Impregilo prende tonnellate di finanziamenti per lo scolmatore ma anche per i lavori del Terzo Valico dove li gestisce insieme a un bel po' di cosche mafiose. Gli amministratori dei quartieri e delle delegazioni più a rischio alluvione si fanno fotografare di notte con in mano le vanghe per sbloccare i tombini intasati ma, il mattino dopo, inaugurano nuovi centri commerciali su terreni che avrebbero bisogno di meno cemento e più alberi. Gli amministratori delle zone che sono interessate al Terzo Valico si impegnano in raccolte fondi per i terremotati del centro Italia ma non muovono un dito quando crollano pezzi di collina sotto i quali continuano a scavare per costruire gallerie di una linea ferroviaria strategica solo per gli interessi di qualche costruttore.
Tutte le volte quindi in Liguria e a Genova si contano i danni e, come nel caso recente, proviamo tutti sollievo passata l'emergenza. In casi recenti la popolazione si è data da fare attraverso il volontariato per ripulire strade e magazzini invasi dal fango. Qualche giorno dopo gli stessi volontari venivano trasformati in angeli del fango buoni da essere fotografati assieme a coloro che continuano politiche criminali.
Per fortuna, anche nel nostro territorio c'è chi non ci sta e unisce il volontariato sociale a una precisa valutazione politica dei problemi. Nate in maniera spontanea durante le precedenti emergenze e all'opera negli aiuti ai terremotati le BSA si sono formate quindi anche a Genova. Perché la solidarietà è un valore quando è in grado di incidere sulla realtà e non solo funzionare da specchietto propagandistico per qualche politico la cui azione è parte del problema e non certo soluzione. Il ruolo delle BSA non è quindi semplicemente quello di aiutare in momenti di difficoltà ma soprattutto quello di creare consapevolezza nelle fasce popolari che le calamità non sono un destino ma il risultato di politiche scellerate e ripetute che vanno totalmente ribaltate.
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09/03/2016
Antonio Bassolino e la democrazia
Nei mesi scorsi veder circolare il
nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd
napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi
estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più
sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di
Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti
Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello
smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi
imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi
inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.
La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo.
La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una
multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è
distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello,
ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I
risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il
modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze
rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi
ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta,
concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello
ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino,
che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo
avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento,
inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi
andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo
ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello
vecchio rimase in piedi.
Insomma, Bassolino era alleato a
un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla
crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001,
artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle
infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano).
Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per
l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di
assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e
di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con
accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza
rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.
Ora qui il punto non è tanto andare a
fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di
Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per
corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due
differenti danni erariali – nè andare a vedere le carte del processo che
ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto
politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il
mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di
politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto
miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di
democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e
produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si
giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è
alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con
il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di
nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico,
non è affatto positivo.
Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd.
In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti
concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una
sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano
appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La
celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si
sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade
alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su
trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in
alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di
Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro.
La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore
renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito
risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà,
spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il
presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo
Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di
quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In
realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel
modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra,
praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante
abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar
fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd
del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.
Insomma Bassolino – modello
democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali – è
passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per
pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta
(passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e
spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad
evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.
Votazioni approssimative,
inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente,
candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante.
Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in
quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante
– definito troppo di destra o troppo di sinistra – che rischia di
determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le
primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei
partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa
crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della
mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso
motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con
delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa
crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni
genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa
esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè
una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli
anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si
trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di
formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è
dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque,
diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del
passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto
l’avversaria di Bassolino).
Non possiamo non notare come,
rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi
di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del
candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente
scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove
comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli.
Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è
andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea
“come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda
napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne
regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare
interessare davvero poco.
Infine, l’Italia è un paese
pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della
partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di
ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di
mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia
parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti
distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il
futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli
Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della
partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia
deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono
degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali – è in un tipo
di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se
proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le
tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei
Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda
popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle
versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come
per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza
versioni edulcorate.
Redazione, 9 marzo 2016
07/03/2016
Mosul: cosa nasconde la diga di Renzi
Lo spirito coloniale che anima in questi giorni gli editoriali dei principali quotidiani italiani, in attesa di un'ipotetica invasione della Libia – 105 anni dopo la prima colonizzazione italiana, e a 65 dalla conquista libica dell'indipendenza – si estende anche ai gridolini isterici di esaltazione per l'incarico alla multinazionale cesenatica Trevi, da parte del governo dell'Iraq, di intervenire con lavori di ripristino sulla diga di Mosul, la più grande diga irachena e la quarta di tutto il medio oriente, costruita negli anni Ottanta. Purtroppo, tanto gli italiani quanto gli iracheni sono al momento tenuti all'oscuro di alcuni fatti riguardanti la vicenda di questa diga e dell'accordo in merito tra Iraq e Italia (che prevede anche l'invio di 450 soldati), aspetti che è bene invece raccontare nel dettaglio.
I lavori potrebbero essere il preludio di ulteriori problemi per Mosul e per l'Iraq; ma per comprendere ciò che sta accadendo è necessario fare un salto indietro, fino alle origini della costruzione della diga, che ebbe radice – per una concatenazione di circostanze – non in eventi riguardanti l'Iraq, ma l'Iran. Nel 1979 infatti, mentre Saddam Hussein assumeva la presidenza dell'Iraq, in Iran trionfava la rivoluzione contro lo Scià di Persia, monarca autoritario sostenuto dagli Usa, che trovò riparo a Washington. Ciò causò la protesta di migliaia di persone a Teheran, che ne chiesero la consegna per processarlo a causa dei crimini commessi contro il popolo iraniano. Un gruppo di studenti occupò l'ambasciata statunitense a Teheran, sequestrandone tutto il personale e inducendo gli Stati Uniti ad articolare una strategia per rovesciare il nuovo governo iraniano.
Reduci dalla recente e bruciante sconfitta in Vietnam (1975), gli Usa tentarono una strategia di intervento indiretto, strumentalizzando le tensioni regionali che, proprio a causa della rivoluzione in Iran, non mancavano. All'interno della rivoluzione iraniana aveva prevalso infatti la fazione religiosa sciita, che decretò la repubblica islamica incoraggiando gli sciiti di tutto l'oriente a insorgere contro i propri governi e instaurare analoghe forme statuali. La presenza di musulmani sciiti era particolarmente rilevante (come lo è tutt'oggi) in Iraq, in Kuweit e nelle monarchie della penisola araba (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein): tutti stati governati da elite autoritarie e brutali di confessione sunnita. Gli Stati Uniti decisero di spingere, con il sostegno di questi paesi, l'Iraq ad invadere l'Iran – ciò che avvenne nel 1980.
In questo quadro si inserisce la vicenda della diga di Mosul. La guerra durò otto lunghissimi anni e, nonostante le centinaia di migliaia di morti, non condusse a nessun risultato. Fu combattuta dall'Iraq con armamenti moderni e nuovi di zecca acquistati quasi interamente da aziende statunitensi grazie a prestiti del governo americano. L'Iraq non avrebbe potuto, senza questi aiuti, combattere una guerra contro un paese due volte più popoloso, anche considerato che la maggioranza degli iracheni, essendo sciiti, erano contro la guerra, e che i curdi, popolazione non araba in Iraq, erano insorti contro il governo. Il sostegno all'Iraq contro l'Iran dovette quindi essere anche economico: nel 1981 le monarchie del golfo finanziarono la costruzione della diga (allora chiamata “Saddam”) per permettere una maggiore produzione di energia elettrica e un'irrigazione più efficiente del nord del paese, sperando che ciò aiutasse l'Iraq a far fronte alla guerra.
La costruzione della diga, però, fu affidata ad un'azienda italiana, l'Impregilo (nota per i suoi ecomostri italiani, non ultimo il coinvolgimento nel progetto Tav in Val Susa), in collaborazione con una ditta tedesca. Come da costume italico, Impregilo non si curò delle caratteristiche non idonee del territorio scelto per la “grande opera” dal governo di Saddam Hussein, e iniziò a costruire l'infrastruttura in un'area dove il fondale del fiume Tigri presenta un'accentuata connotazione carsica (è pieno, cioè, di cavità idrogeologiche attraverso cui si infiltra l'acqua marina). Gli ingegneri italiani, non preoccupati delle gravissime conseguenze di un simile atto, ma semmai di intascare più denaro, iniziarono i lavori e li estesero, in modo pericoloso ma redditizio, a improbabili tentativi di iniettare cemento nelle falle carsiche per turarle. Naturalmente, nella stupida e malaugurante lotta tra Impregilo e natura, la natura vinse.
Quando la diga fu completata il 24 luglio 1986, infatti, essa rappresentava già uno dei più gravi pericoli per l'umanità: se avesse ceduto a causa della continua infiltrazione di acqua marina dal sottosuolo, l'immensa quantità di acqua accumulata avrebbe raggiunto Mosul in pochi minuti con onde di dieci metri, e Baghdad dopo 38 ore con onde di quattro metri, uccidendo di schianto – è stato stimato da varie fonti scientifiche, anche recentemente – almeno 500.000 persone. Per questo la diga-truffa, o diga-crimine, è da allora assistita “da 24 macchinari che, con fragore, lavorano 24 ore al giorno per pompare malta liquida nelle fondamenta della diga” scrive il Washington Post, aggiungendo che “periodicamente si formano delle doline a inghiottitoio, dal momento che il gesso si dissolve sotto la struttura”. Il costo che l'Iraq deve da allora sostenere per questa manutenzione abnorme è equivalente – si pensi – a 30mln di dollari al mese.
Il governo iracheno iniziò subito, per far fronte al disastro, la costruzione di una nuova diga più a sud, per frenare l'acqua in caso di inondazione. Era il 1988: finiva la guerra contro l'Iran e si completava lo sterminio dei curdi con gas chimici, proprio nella regione della nuova diga “di salvataggio”, situata stavolta nella località di Badush. Gli irriconoscenti Stati Uniti, nel frattempo, pretendevano i soldi che avevano prestato per la guerra: se non avevano potuto riprendersi l'Iran, almeno si sarebbero presi l'Iraq. Per l'Iraq, però, restituire quel denaro era impossibile, con un paese al collasso economico per aver appena patito un'ecatombe bellica. Per indiretta rappresaglia, la mossa dei paesi della penisola araba (che a loro volta rivolevano i propri prestiti) fu l'abbassamento improvviso del prezzo del petrolio, annullando la concorrenzialità di quello iracheno, ultima fonte di guadagno per il paese martoriato. L'Iraq rispose con l'invasione del Kuweit, e le Nazioni Unite approvarono una guerra d'aria e di terra contro l'Iraq a guida statunitense (cui partecipò anche l'Italia) nei primi mesi del 1991.
La costruzione della diga di salvataggio a Badush fu per questo interrotta. Terminati i bombardamenti sull'Iraq, gli Stati Uniti imposero un durissimo embargo economico al paese (cui l'Italia aderì), riprendendosi i propri soldi attraverso l'infame campagna “oil for food”, con cui l'Onu centellinava viveri e medicinali per la popolazione civile irachena in cambio di petrolio a prezzi stracciati. In un simile, drammatico contesto (che causò l'impoverimento e/o la morte per malattia di migliaia di persone) i lavori della diga di Badush restarono bloccati. La precaria manutenzione della diga di Mosul continuò in modo sempre più altalenante fino al 2003, quando gli Stati Uniti invasero definitivamente l'Iraq e iniziarono a denunciare al mondo l'ovvietà del pericolo rappresentato dall'ecomostro. Molteplici aziende hanno iniziato da allora ad arricchirsi con i lavori di iniezione cementifera nelle falle che si aprono in continuazione sotto la struttura, pagati ora dai contribuenti statunitensi, ora da quelli iracheni, ora attraverso un ulteriore indebitamento dell'Iraq con la Banca Mondiale (200mln di dollari per questi interventi). Nessun lavoro, in compenso, è stato intrapreso per completare la diga di Badush, strutturalmente stabile e completa al 40%.
Eccoci arrivati, dunque, al grande successo politico-diplomatico del governo Renzi di qualche giorno fa, motivo di tanto orgoglio per l'immenso potere che dimostra la nostra italietta: nonostante sia responsabile in prima persona del disastro, dopo 25 anni è venuto il suo turno di prendersi una fettina della torta della manutenzione. Il totale sprezzo del ridicolo di Renzi e dell'omologo iracheno Al-Abadi li ha portati a giustificare l'assenza di una gara d'appalto (immaginiamo cosa questo può voler dire con un governo, come quello iracheno, tra i più corrotti del pianeta) con “l'urgenza” dei lavori. Urgenza? Abdullah Taqi e Jassim Mohamad, dirigenti dell'equipe di ingegneri che si occupano quotidianamente della diga, hanno negato vi fosse specifica urgenza per questo tipo di intervento, e maggior luce sulle ragioni è stata gettata dal prof. Nadir Al Ansari, maggiore esperto al mondo della diga, nel suo articolo "Il mistero della diga di Mosul, la diga più pericolosa del mondo" pubblicato con quattro colleghi dell'Università di Lulea, in Svezia.
L'intervento di Trevi prevede “un'intensa attività di perforazioni ed iniezioni di miscele cementizie per il consolidamento delle fondazioni della diga” (come si continua a fare da 25 anni) e, secondo una fonte anonima del sito della difesa, “la realizzazione intorno alle fondazioni del diaframma di un muro di contenimento di 60-70 metri”. A p. 109 dell'articolo di Al Ansari, nel capitolo Raccomandazioni per le azioni future, si legge tuttavia: “Abbandonare l'idea di costruire un diaframma, poiché tutti gli studi provano che questa soluzione […] metterebbe in pericolo l'integrità della diga. […] Riprendere la costruzione della diga di Badush è l'unico modo di proteggere la popolazione da un eventuale crollo […]. Iniziare uno studio di fattibilità per lo smentallamento della diga di Mosul”. L'Italia sta ripristinando una diga che bisognerebbe distruggere. Che dire? Avere soldati e influenza in Iraq fa sempre comodo. Un affare per il signor Trevi, forse per Al-Abadi; non certo per gli iracheni – né per noi.
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I lavori potrebbero essere il preludio di ulteriori problemi per Mosul e per l'Iraq; ma per comprendere ciò che sta accadendo è necessario fare un salto indietro, fino alle origini della costruzione della diga, che ebbe radice – per una concatenazione di circostanze – non in eventi riguardanti l'Iraq, ma l'Iran. Nel 1979 infatti, mentre Saddam Hussein assumeva la presidenza dell'Iraq, in Iran trionfava la rivoluzione contro lo Scià di Persia, monarca autoritario sostenuto dagli Usa, che trovò riparo a Washington. Ciò causò la protesta di migliaia di persone a Teheran, che ne chiesero la consegna per processarlo a causa dei crimini commessi contro il popolo iraniano. Un gruppo di studenti occupò l'ambasciata statunitense a Teheran, sequestrandone tutto il personale e inducendo gli Stati Uniti ad articolare una strategia per rovesciare il nuovo governo iraniano.
Reduci dalla recente e bruciante sconfitta in Vietnam (1975), gli Usa tentarono una strategia di intervento indiretto, strumentalizzando le tensioni regionali che, proprio a causa della rivoluzione in Iran, non mancavano. All'interno della rivoluzione iraniana aveva prevalso infatti la fazione religiosa sciita, che decretò la repubblica islamica incoraggiando gli sciiti di tutto l'oriente a insorgere contro i propri governi e instaurare analoghe forme statuali. La presenza di musulmani sciiti era particolarmente rilevante (come lo è tutt'oggi) in Iraq, in Kuweit e nelle monarchie della penisola araba (Arabia Saudita, Qatar, Bahrein): tutti stati governati da elite autoritarie e brutali di confessione sunnita. Gli Stati Uniti decisero di spingere, con il sostegno di questi paesi, l'Iraq ad invadere l'Iran – ciò che avvenne nel 1980.
In questo quadro si inserisce la vicenda della diga di Mosul. La guerra durò otto lunghissimi anni e, nonostante le centinaia di migliaia di morti, non condusse a nessun risultato. Fu combattuta dall'Iraq con armamenti moderni e nuovi di zecca acquistati quasi interamente da aziende statunitensi grazie a prestiti del governo americano. L'Iraq non avrebbe potuto, senza questi aiuti, combattere una guerra contro un paese due volte più popoloso, anche considerato che la maggioranza degli iracheni, essendo sciiti, erano contro la guerra, e che i curdi, popolazione non araba in Iraq, erano insorti contro il governo. Il sostegno all'Iraq contro l'Iran dovette quindi essere anche economico: nel 1981 le monarchie del golfo finanziarono la costruzione della diga (allora chiamata “Saddam”) per permettere una maggiore produzione di energia elettrica e un'irrigazione più efficiente del nord del paese, sperando che ciò aiutasse l'Iraq a far fronte alla guerra.
La costruzione della diga, però, fu affidata ad un'azienda italiana, l'Impregilo (nota per i suoi ecomostri italiani, non ultimo il coinvolgimento nel progetto Tav in Val Susa), in collaborazione con una ditta tedesca. Come da costume italico, Impregilo non si curò delle caratteristiche non idonee del territorio scelto per la “grande opera” dal governo di Saddam Hussein, e iniziò a costruire l'infrastruttura in un'area dove il fondale del fiume Tigri presenta un'accentuata connotazione carsica (è pieno, cioè, di cavità idrogeologiche attraverso cui si infiltra l'acqua marina). Gli ingegneri italiani, non preoccupati delle gravissime conseguenze di un simile atto, ma semmai di intascare più denaro, iniziarono i lavori e li estesero, in modo pericoloso ma redditizio, a improbabili tentativi di iniettare cemento nelle falle carsiche per turarle. Naturalmente, nella stupida e malaugurante lotta tra Impregilo e natura, la natura vinse.
Quando la diga fu completata il 24 luglio 1986, infatti, essa rappresentava già uno dei più gravi pericoli per l'umanità: se avesse ceduto a causa della continua infiltrazione di acqua marina dal sottosuolo, l'immensa quantità di acqua accumulata avrebbe raggiunto Mosul in pochi minuti con onde di dieci metri, e Baghdad dopo 38 ore con onde di quattro metri, uccidendo di schianto – è stato stimato da varie fonti scientifiche, anche recentemente – almeno 500.000 persone. Per questo la diga-truffa, o diga-crimine, è da allora assistita “da 24 macchinari che, con fragore, lavorano 24 ore al giorno per pompare malta liquida nelle fondamenta della diga” scrive il Washington Post, aggiungendo che “periodicamente si formano delle doline a inghiottitoio, dal momento che il gesso si dissolve sotto la struttura”. Il costo che l'Iraq deve da allora sostenere per questa manutenzione abnorme è equivalente – si pensi – a 30mln di dollari al mese.
Il governo iracheno iniziò subito, per far fronte al disastro, la costruzione di una nuova diga più a sud, per frenare l'acqua in caso di inondazione. Era il 1988: finiva la guerra contro l'Iran e si completava lo sterminio dei curdi con gas chimici, proprio nella regione della nuova diga “di salvataggio”, situata stavolta nella località di Badush. Gli irriconoscenti Stati Uniti, nel frattempo, pretendevano i soldi che avevano prestato per la guerra: se non avevano potuto riprendersi l'Iran, almeno si sarebbero presi l'Iraq. Per l'Iraq, però, restituire quel denaro era impossibile, con un paese al collasso economico per aver appena patito un'ecatombe bellica. Per indiretta rappresaglia, la mossa dei paesi della penisola araba (che a loro volta rivolevano i propri prestiti) fu l'abbassamento improvviso del prezzo del petrolio, annullando la concorrenzialità di quello iracheno, ultima fonte di guadagno per il paese martoriato. L'Iraq rispose con l'invasione del Kuweit, e le Nazioni Unite approvarono una guerra d'aria e di terra contro l'Iraq a guida statunitense (cui partecipò anche l'Italia) nei primi mesi del 1991.
La costruzione della diga di salvataggio a Badush fu per questo interrotta. Terminati i bombardamenti sull'Iraq, gli Stati Uniti imposero un durissimo embargo economico al paese (cui l'Italia aderì), riprendendosi i propri soldi attraverso l'infame campagna “oil for food”, con cui l'Onu centellinava viveri e medicinali per la popolazione civile irachena in cambio di petrolio a prezzi stracciati. In un simile, drammatico contesto (che causò l'impoverimento e/o la morte per malattia di migliaia di persone) i lavori della diga di Badush restarono bloccati. La precaria manutenzione della diga di Mosul continuò in modo sempre più altalenante fino al 2003, quando gli Stati Uniti invasero definitivamente l'Iraq e iniziarono a denunciare al mondo l'ovvietà del pericolo rappresentato dall'ecomostro. Molteplici aziende hanno iniziato da allora ad arricchirsi con i lavori di iniezione cementifera nelle falle che si aprono in continuazione sotto la struttura, pagati ora dai contribuenti statunitensi, ora da quelli iracheni, ora attraverso un ulteriore indebitamento dell'Iraq con la Banca Mondiale (200mln di dollari per questi interventi). Nessun lavoro, in compenso, è stato intrapreso per completare la diga di Badush, strutturalmente stabile e completa al 40%.
Eccoci arrivati, dunque, al grande successo politico-diplomatico del governo Renzi di qualche giorno fa, motivo di tanto orgoglio per l'immenso potere che dimostra la nostra italietta: nonostante sia responsabile in prima persona del disastro, dopo 25 anni è venuto il suo turno di prendersi una fettina della torta della manutenzione. Il totale sprezzo del ridicolo di Renzi e dell'omologo iracheno Al-Abadi li ha portati a giustificare l'assenza di una gara d'appalto (immaginiamo cosa questo può voler dire con un governo, come quello iracheno, tra i più corrotti del pianeta) con “l'urgenza” dei lavori. Urgenza? Abdullah Taqi e Jassim Mohamad, dirigenti dell'equipe di ingegneri che si occupano quotidianamente della diga, hanno negato vi fosse specifica urgenza per questo tipo di intervento, e maggior luce sulle ragioni è stata gettata dal prof. Nadir Al Ansari, maggiore esperto al mondo della diga, nel suo articolo "Il mistero della diga di Mosul, la diga più pericolosa del mondo" pubblicato con quattro colleghi dell'Università di Lulea, in Svezia.
L'intervento di Trevi prevede “un'intensa attività di perforazioni ed iniezioni di miscele cementizie per il consolidamento delle fondazioni della diga” (come si continua a fare da 25 anni) e, secondo una fonte anonima del sito della difesa, “la realizzazione intorno alle fondazioni del diaframma di un muro di contenimento di 60-70 metri”. A p. 109 dell'articolo di Al Ansari, nel capitolo Raccomandazioni per le azioni future, si legge tuttavia: “Abbandonare l'idea di costruire un diaframma, poiché tutti gli studi provano che questa soluzione […] metterebbe in pericolo l'integrità della diga. […] Riprendere la costruzione della diga di Badush è l'unico modo di proteggere la popolazione da un eventuale crollo […]. Iniziare uno studio di fattibilità per lo smentallamento della diga di Mosul”. L'Italia sta ripristinando una diga che bisognerebbe distruggere. Che dire? Avere soldati e influenza in Iraq fa sempre comodo. Un affare per il signor Trevi, forse per Al-Abadi; non certo per gli iracheni – né per noi.
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07/07/2014
Chi ci mangia con le grandi opere? Sempre gli stessi...
Salini Impregilo, in raggruppamento con Strabag (Consorzio Cooperative Costruzioni CCC e Collini Lavori) si è aggiudicata provvisoriamente il lotto del sotto attraversamento del Fiume Isarco, tratto meridionale del mega progetto Tunnel Ferroviario «Galleria di Base del Brennero». E' solo uno dei tratti, ma gli importi sono già rilevanti. Naturalmente a pagare è lo Stato, ovvero soldi pubblici; ma per questi nessuno protesta. E dire che non servono più neppure a "creare occupazione", perché questo tipo di lavori si fanno ormai quasi totalmente attraverso macchine sempre più gigantesche e automatizzate. L'unico intervento umano - progettazione e controllo tecnico a parte - è riservato alla "movimentazione terra" (trasporto in discarica dei detriti da lavorazione) e "la sicurezza" (se c'è un'opposizione popolare, come nel caso della Val di Susa). La movimentazione terra, notoriamente, è il canale privilegiato attraverso cui passano le "infiltrazioni mafiose"; talmente costanti nel tempo e in tutte le grandi opere (compresa la Tav Torino-Lione) da potersi ormai considerare parte integrante del sistema degli appalti.
Il valore del contratto, si legge in una nota, è di circa 300 milioni di euro e la quota di partecipazione di Salini Impregilo nel raggruppamento è del 41%. Il sotto attraversamento dell'Isarco si aggiunge al lotto del versante austriaco della galleria del nuovo Brennero, già aggiudicato alla Salini Impregilo e alla Strabag lo scorso aprile per 380 milioni di euro. Evviva la concorrenza!
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Il valore del contratto, si legge in una nota, è di circa 300 milioni di euro e la quota di partecipazione di Salini Impregilo nel raggruppamento è del 41%. Il sotto attraversamento dell'Isarco si aggiunge al lotto del versante austriaco della galleria del nuovo Brennero, già aggiudicato alla Salini Impregilo e alla Strabag lo scorso aprile per 380 milioni di euro. Evviva la concorrenza!
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30/12/2013
Lesotho, sotto il tetto del continente
L'ampliamento del progetto che disseta il Gauteng avrà un forte impatto ambientale e sociale. Storia di appalti miliardari e tangenti che parla anche italiano.
Un enclave idrico naturale senza sbocco sul mare nel cuore di un Paese arido che soffre siccità periodiche, scarsa disponibilità di acqua e una distribuzione spaziale delle precipitazioni medie annuali non uniforme. È il Regno del Lesotho, una cascata a zig zag di strade su alte montagne che gli valgono il soprannome di tetto dell'Africa quale Paese più alto del continente. Nel più vasto territorio della Repubblica del Sudafrica, interrompendone la superficie di più di un milione e 220 mila chilometri quadrati, quella che così descritta sembrerebbe una gola profonda si erge invece a vedetta da picchi altissimi che arrivano a toccare punte di circa 3000 metri sul livello del mare. Un regno montuoso con una superficie di circa 30.400 chilometri quadrati e in sostanza uno dei Paesi meno sviluppati al mondo, senza grandi risorse naturali fatta eccezione per l'acqua di cui si consuma meno del 6% sul mercato interno - secondo i dati del 2002 della European Investment Bank - che si stende sulla più grande economia dell'Africa, la Rainbow Nation, la quale però dispone di risorse idriche a singhiozzo con una parte considerevole della popolazione ancora senza accesso all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati. Proporzioni che non si incontrano e culture lontane che in modo diverso soffrono bisogni e carenze contrastanti con budget milionari di interessi economici locali e internazionali. Secondo i dati forniti da Water Technology, il Lesotho dispone di abbondanti risorse idriche che eccedono rispetto ai requisiti per eventuali futuri progetti di irrigazione e di sviluppo. Su una disponibilità totale infatti di circa 150 metri cubi al secondo, il consumo totale di acqua in Lesotho è di circa 2 metri cubi al secondo.
Un progetto redditizio
Il fiume Senqu, conosciuto anche come Orange River, scorre a circa 2.000 chilometri ad ovest della regione montuosa del Drakensberg del Lesotho attraverso il Sudafrica e verso l'Atlantico. Circa a metà, lungo il suo letto si unisce al fiume Vaal, che scorre da nord-est. Nel 1950 l'Alto Commissario britannico per il Lesotho, Sir Evelyn Baring, individuò in quello che poi divenne il Lesotho Highlands Water Project (Lhwp) il modo più economico per fornire acqua al Sudafrica. A uno studio di fattibilità da parte dei due Paesi nel 1978, ne seguì uno più dettagliato condotto dal MacDonald Lahmeyer Consortium tra il 1983 e il 1986 a conferma che il progetto era economicamente redditizio e avrebbe permesso la produzione di energia idroelettrica. Con un accordo siglato nel 1986 il Sudafrica accettò di pagare i costi di deviazione delle acque e il Lesotho di finanziare i progetti idroelettrici. Il costo totale del progetto ammonta a circa 8 miliardi di dollari e i finanziamenti sono stati emessi dalla Banca Mondiale, la quale coordina anche la mobilitazione di fondi da altri finanziatori tra cui l'African Development Bank, l'European Development Fund, la Development Bank of South Africa, banche commerciali e diverse agenzie di credito europee. Le operazioni della European Investment Bank in Lesotho rientrano in un mandato conferito dagli Stati membri dell'Unione europea nel quadro del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomé - che regolava le relazioni di cooperazione dell'Unione europea (Ue) con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) - con il pieno sostegno della Commissione europea e gli Stati membri attraverso un comitato di rappresentanti, principalmente dai Ministeri per la Cooperazione allo Sviluppo.
Una rete di gallerie e dighe
Il Lesotho Highlands Water Project è il più grande progetto infrastrutturale tra Lesotho e Sudafrica e prevede la costruzione di una fitta rete di gallerie e dighe per deviare l'acqua dalle montagne del Lesotho in Sudafrica e fornire energia idroelettrica al Lesotho. Responsabili del monitoraggio del progetto sono due istituzioni pubbliche, la Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc) - per i lavori complessivi di esecuzione del progetto come dighe, gallerie, centrali elettriche e infrastrutture alle frontiere del Lesotho - e la Trans-Caledon Tunnel Authority (Tcta) responsabile in territorio sudafricano. Prima del Lhwp la carenza cronica di acqua era particolarmente acuta nella ricca provincia del Gauteng, l'hub industriale del Sud Africa di cui fa parte anche la capitale Pretoria e Johannesburg. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti il Gauteng genera quasi il 60 % del Pil nazionale ma rimane una delle poche aree metropolitane del mondo lontana da qualunque fonte naturale di acqua. La prima fase del Lhwp è stata completata nel 2004 e secondo quanto riportato a maggio 2013 al giornale locale Business Day dal ministro del Water and Environmental Affairs, Edna Molewa, il Sudafrica ha approvato la seconda fase del progetto per un totale di 1,3 miliardi dollari. La nuova diga, la cui conclusione dei lavori è prevista per il 2020, fornirà un extra di 45,5 metri cubi di acqua al secondo al Sudafrica che sarà destinata alle nuove miniere in Lephalale, il più grande comune della provincia del Limpopo, e a progetti infrastrutturali nello Steelpoort nella stessa provincia, mentre genererà 1.000 megawatt di elettricità per il Lesotho. Ma mentre il South African Federation of Civil Engineering Contractors ha accolto favorevolmente la notizia, agli inizi di dicembre il quotidiano locale del Lesotho Sunday Express riportava testimonianze e preoccupazioni sui contrasti tra la Lesotho Highlands Development Authority e gli abitanti del posto, soprattutto dei villaggi che si trovano alla confluenza tra i fiumi Khubelu e Senqu nella regione Polihali, in merito ai risarcimenti previsti dal progetto come compensazione per gli effetti di impatto ambientale e sociale derivanti dalla costruzione delle dighe, sui disagi delle comunità dei villaggi Ha Matala e Ha Makotoko in Thaba-Bosiu che sono stati reinsediati dalle zone di Katse e Mohale, dove cioè sono state costruite una diga, la Katse Dam sui Monti Maluti e la centrale idroelettrica di 72Mw Muela, la diga Mohale sul fiume Senqunyane, oltre a 32 km di tunnel di collegamento tra i due bacini idrici del Katse e del Mohale. Le comunità denunciano che da quando sono iniziati i lavori nella zona di Polihali, il Lhda ha rifiutato di mostrare le mappe che delineano i nuovi confini dei villaggi colpiti dalla costruzione della diga. La costruzione della diga di Polihali e della stazione idroelettrica di Kobong, parte di un mega progetto siglato nell'agosto 2011, avrà un impatto non indifferente sulle attività delle comunità di Mokhotlong Polihali, sulle loro case, i loro campi, i pascoli, i boschi e le superfici adibite alla coltivazione del thatching con cui nella zona si costruiscono soprattutto i tetti delle abitazioni. Benché il Lhwp preveda sulla carta impegni di consultazione delle parti direttamente e indirettamente interessate e costi di compensazione per coprire tra l'altro le perdite di beni materiali come le abitazioni, delle risorse agricole come alberi e terreni coltivabili, le rendite in denaro, grano e legumi e di risorse comunitarie come scuole e infrastrutture pubbliche, di fatto però, secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale e da organizzazioni non governative tutto questo resta solo un miraggio e un impegno disatteso. Stando ai dati forniti dalla ong locale Transformation Resources Centre (Trc), circa 27 mila persone hanno subito danni in seguito alla costruzione della diga di Katse, mentre 325 famiglie sono state forzate a trasferirsi per far posto alla diga di Mohale inaugurata nel marzo 2004 dal re Letsie III e l'allora presidente sudafricano Thabo Mbeki.
Altro che vantaggi e tutele
In uno studio pubblicato nel 2006, On the wrong side of development. Lessons learned from the Lesotho Highland Water Projec t, Trc evidenzia come invece che garantire vantaggi alle comunità locali come posti di lavoro, strade migliori, crescita del turismo, approvvigionamento idrico e tutela ambientale, il progetto ha portato benefici minimi in termini di risarcimenti - ritardati e insufficienti - impoverimento delle aree rurali, condizioni inaccettabili di reinsediamento il quale ha contribuito notevolmente invece a sradicare le comunità locali dal loro habitat sociale e ambientale naturale, stravolgendone ritmi di vita e di lavoro, strutture famigliari e sociali, tradizioni e le già povere attività agricole di sostentamento. E costringendole a un adattamento forzato in nuove comunità di cultura differente con cui l'integrazione non è sempre pacifica. Per etnie che si tramandano l'abitazione di generazione in generazione e fortemente radicate nel contesto ambientale, costituisce un dramma vivere come sfollati e stranieri in case prefabbricate, strappate al proprio vicinato, ai propri campi e senza una fonte di reddito quali sono i pascoli e le terre coltivabili. Una storia non nuova come spesso accade per progetti multimilionari che spesso includono anche vicende di corruzione. Come in questo caso, che vede il diretto coinvolgimento anche di un colosso nazionale italiano delle costruzioni come la Impregilo. Già multata con 1,5 milioni di euro nel 2006 dalla Corte del Lesotho nel processo per corruzione in merito all'aggiudicazione di appalti nell'ambito del Lesotho Highlands Water Project, per aver impedito l'acquisizione di una serie di documenti che avrebbero fatto luce sui pagamenti illeciti eseguiti negli anni novanta dall'intermediario della vecchia Impregilo. Il 14 Dicembre 1990 l'Lhda e la Highlands Water Venture (Hwv) - un consorzio di aziende di cui Impregilo era capofila - avevano concluso un accordo per cui la Lhda ha aggiudicato l'appalto per la costruzione della diga di Katse a Hwv. Successivamente all'aggiudicazione, pagamenti contrattuali della Lhda sono stati effettuati dalla Hwv a Jacobus Michiel du Plooy, consulente sudafricano per Impregilo, che a sua volta ha fatto i pagamenti a Masupha Sole, l'allora direttore generale della Lhda.
Pagamenti ovvero tangenti
I pagamenti fatti da Du Plooy erano in realtà tangenti pagate a Sole al fine di convincerlo a esercitare la sua influenza per far aggiudicare il contratto a Hwv. Stando a quanto riportato dal BusinessReport di Iol, a luglio 2013 Impregilo è stata citata in giudizio da un imprenditore con l'accusa di non aver onorato il suo impegno di pagargli la commissione per aver aiutato il consorzio composto da Impregilo, la Cmc di Ravenna e la società di costruzioni Pv Mavundla ad aggiudicarsi un contratto in una gara d'appalto della Eskom. Appalto per Ingula, che si trova a circa 23 chilometri a nord-est di Van Reenen, effettivamente vinto dal consorzio Impregilo il 31 marzo 2009. Sipho Mahamba avrebbe incontrato due dirigenti di Impregilo a Milano dove sarebbe stato concluso un accordo verbale sul suo pagamento di 6 milioni di euro come commissione per il suo lobbying sulla Eskom. A luglio 2013 la Cassa depositi e prestiti (Cdp), Sace, Bnp Paribas Corporate and Investment Banking e Hsbc Bank plc hanno annunciato la finalizzazione di due finanziamenti per un totale di 300 milioni di euro a favore di Eskom Holdings Soc Limited (Eskom), la public utility sudafricana dell'energia. L'importo è destinato a finanziare il pagamento di una parte del contratto commerciale firmato con Cmc in joint venture con Impregilo e la società locale Mavundla per la realizzazione dei lavori sotterranei connessi alla centrale idroelettrica di Ingula. Nell'ambito dell'operazione, il gruppo assicurativo-finanziario Sace ha interamente garantito un primo finanziamento di 165 milioni di euro messo a disposizione da un pool di banche che coinvolge Kfw Ipex-Bank, Hsbc bank plc, UniCredit Bank Austria e Bnp Paribas, quest'ultima con il ruolo di banca agente e un secondo finanziamento di 135 milioni di euro erogato interamente da Cdp, nell'ambito del sistema Export Banca. La centrale, situata nella catena montuosa del Drakensberg, tra il Kwa Zulu Natal e il Free State, a circa 350 km a sud-est di Johannesburg, ha una capacità di produzione energetica di 1.322 Mw.
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Un enclave idrico naturale senza sbocco sul mare nel cuore di un Paese arido che soffre siccità periodiche, scarsa disponibilità di acqua e una distribuzione spaziale delle precipitazioni medie annuali non uniforme. È il Regno del Lesotho, una cascata a zig zag di strade su alte montagne che gli valgono il soprannome di tetto dell'Africa quale Paese più alto del continente. Nel più vasto territorio della Repubblica del Sudafrica, interrompendone la superficie di più di un milione e 220 mila chilometri quadrati, quella che così descritta sembrerebbe una gola profonda si erge invece a vedetta da picchi altissimi che arrivano a toccare punte di circa 3000 metri sul livello del mare. Un regno montuoso con una superficie di circa 30.400 chilometri quadrati e in sostanza uno dei Paesi meno sviluppati al mondo, senza grandi risorse naturali fatta eccezione per l'acqua di cui si consuma meno del 6% sul mercato interno - secondo i dati del 2002 della European Investment Bank - che si stende sulla più grande economia dell'Africa, la Rainbow Nation, la quale però dispone di risorse idriche a singhiozzo con una parte considerevole della popolazione ancora senza accesso all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati. Proporzioni che non si incontrano e culture lontane che in modo diverso soffrono bisogni e carenze contrastanti con budget milionari di interessi economici locali e internazionali. Secondo i dati forniti da Water Technology, il Lesotho dispone di abbondanti risorse idriche che eccedono rispetto ai requisiti per eventuali futuri progetti di irrigazione e di sviluppo. Su una disponibilità totale infatti di circa 150 metri cubi al secondo, il consumo totale di acqua in Lesotho è di circa 2 metri cubi al secondo.
Un progetto redditizio
Il fiume Senqu, conosciuto anche come Orange River, scorre a circa 2.000 chilometri ad ovest della regione montuosa del Drakensberg del Lesotho attraverso il Sudafrica e verso l'Atlantico. Circa a metà, lungo il suo letto si unisce al fiume Vaal, che scorre da nord-est. Nel 1950 l'Alto Commissario britannico per il Lesotho, Sir Evelyn Baring, individuò in quello che poi divenne il Lesotho Highlands Water Project (Lhwp) il modo più economico per fornire acqua al Sudafrica. A uno studio di fattibilità da parte dei due Paesi nel 1978, ne seguì uno più dettagliato condotto dal MacDonald Lahmeyer Consortium tra il 1983 e il 1986 a conferma che il progetto era economicamente redditizio e avrebbe permesso la produzione di energia idroelettrica. Con un accordo siglato nel 1986 il Sudafrica accettò di pagare i costi di deviazione delle acque e il Lesotho di finanziare i progetti idroelettrici. Il costo totale del progetto ammonta a circa 8 miliardi di dollari e i finanziamenti sono stati emessi dalla Banca Mondiale, la quale coordina anche la mobilitazione di fondi da altri finanziatori tra cui l'African Development Bank, l'European Development Fund, la Development Bank of South Africa, banche commerciali e diverse agenzie di credito europee. Le operazioni della European Investment Bank in Lesotho rientrano in un mandato conferito dagli Stati membri dell'Unione europea nel quadro del secondo protocollo finanziario della IV Convenzione di Lomé - che regolava le relazioni di cooperazione dell'Unione europea (Ue) con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) - con il pieno sostegno della Commissione europea e gli Stati membri attraverso un comitato di rappresentanti, principalmente dai Ministeri per la Cooperazione allo Sviluppo.
Una rete di gallerie e dighe
Il Lesotho Highlands Water Project è il più grande progetto infrastrutturale tra Lesotho e Sudafrica e prevede la costruzione di una fitta rete di gallerie e dighe per deviare l'acqua dalle montagne del Lesotho in Sudafrica e fornire energia idroelettrica al Lesotho. Responsabili del monitoraggio del progetto sono due istituzioni pubbliche, la Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc) - per i lavori complessivi di esecuzione del progetto come dighe, gallerie, centrali elettriche e infrastrutture alle frontiere del Lesotho - e la Trans-Caledon Tunnel Authority (Tcta) responsabile in territorio sudafricano. Prima del Lhwp la carenza cronica di acqua era particolarmente acuta nella ricca provincia del Gauteng, l'hub industriale del Sud Africa di cui fa parte anche la capitale Pretoria e Johannesburg. Con una popolazione di oltre 10 milioni di abitanti il Gauteng genera quasi il 60 % del Pil nazionale ma rimane una delle poche aree metropolitane del mondo lontana da qualunque fonte naturale di acqua. La prima fase del Lhwp è stata completata nel 2004 e secondo quanto riportato a maggio 2013 al giornale locale Business Day dal ministro del Water and Environmental Affairs, Edna Molewa, il Sudafrica ha approvato la seconda fase del progetto per un totale di 1,3 miliardi dollari. La nuova diga, la cui conclusione dei lavori è prevista per il 2020, fornirà un extra di 45,5 metri cubi di acqua al secondo al Sudafrica che sarà destinata alle nuove miniere in Lephalale, il più grande comune della provincia del Limpopo, e a progetti infrastrutturali nello Steelpoort nella stessa provincia, mentre genererà 1.000 megawatt di elettricità per il Lesotho. Ma mentre il South African Federation of Civil Engineering Contractors ha accolto favorevolmente la notizia, agli inizi di dicembre il quotidiano locale del Lesotho Sunday Express riportava testimonianze e preoccupazioni sui contrasti tra la Lesotho Highlands Development Authority e gli abitanti del posto, soprattutto dei villaggi che si trovano alla confluenza tra i fiumi Khubelu e Senqu nella regione Polihali, in merito ai risarcimenti previsti dal progetto come compensazione per gli effetti di impatto ambientale e sociale derivanti dalla costruzione delle dighe, sui disagi delle comunità dei villaggi Ha Matala e Ha Makotoko in Thaba-Bosiu che sono stati reinsediati dalle zone di Katse e Mohale, dove cioè sono state costruite una diga, la Katse Dam sui Monti Maluti e la centrale idroelettrica di 72Mw Muela, la diga Mohale sul fiume Senqunyane, oltre a 32 km di tunnel di collegamento tra i due bacini idrici del Katse e del Mohale. Le comunità denunciano che da quando sono iniziati i lavori nella zona di Polihali, il Lhda ha rifiutato di mostrare le mappe che delineano i nuovi confini dei villaggi colpiti dalla costruzione della diga. La costruzione della diga di Polihali e della stazione idroelettrica di Kobong, parte di un mega progetto siglato nell'agosto 2011, avrà un impatto non indifferente sulle attività delle comunità di Mokhotlong Polihali, sulle loro case, i loro campi, i pascoli, i boschi e le superfici adibite alla coltivazione del thatching con cui nella zona si costruiscono soprattutto i tetti delle abitazioni. Benché il Lhwp preveda sulla carta impegni di consultazione delle parti direttamente e indirettamente interessate e costi di compensazione per coprire tra l'altro le perdite di beni materiali come le abitazioni, delle risorse agricole come alberi e terreni coltivabili, le rendite in denaro, grano e legumi e di risorse comunitarie come scuole e infrastrutture pubbliche, di fatto però, secondo le testimonianze riportate dalla stampa locale e da organizzazioni non governative tutto questo resta solo un miraggio e un impegno disatteso. Stando ai dati forniti dalla ong locale Transformation Resources Centre (Trc), circa 27 mila persone hanno subito danni in seguito alla costruzione della diga di Katse, mentre 325 famiglie sono state forzate a trasferirsi per far posto alla diga di Mohale inaugurata nel marzo 2004 dal re Letsie III e l'allora presidente sudafricano Thabo Mbeki.
Altro che vantaggi e tutele
In uno studio pubblicato nel 2006, On the wrong side of development. Lessons learned from the Lesotho Highland Water Projec t, Trc evidenzia come invece che garantire vantaggi alle comunità locali come posti di lavoro, strade migliori, crescita del turismo, approvvigionamento idrico e tutela ambientale, il progetto ha portato benefici minimi in termini di risarcimenti - ritardati e insufficienti - impoverimento delle aree rurali, condizioni inaccettabili di reinsediamento il quale ha contribuito notevolmente invece a sradicare le comunità locali dal loro habitat sociale e ambientale naturale, stravolgendone ritmi di vita e di lavoro, strutture famigliari e sociali, tradizioni e le già povere attività agricole di sostentamento. E costringendole a un adattamento forzato in nuove comunità di cultura differente con cui l'integrazione non è sempre pacifica. Per etnie che si tramandano l'abitazione di generazione in generazione e fortemente radicate nel contesto ambientale, costituisce un dramma vivere come sfollati e stranieri in case prefabbricate, strappate al proprio vicinato, ai propri campi e senza una fonte di reddito quali sono i pascoli e le terre coltivabili. Una storia non nuova come spesso accade per progetti multimilionari che spesso includono anche vicende di corruzione. Come in questo caso, che vede il diretto coinvolgimento anche di un colosso nazionale italiano delle costruzioni come la Impregilo. Già multata con 1,5 milioni di euro nel 2006 dalla Corte del Lesotho nel processo per corruzione in merito all'aggiudicazione di appalti nell'ambito del Lesotho Highlands Water Project, per aver impedito l'acquisizione di una serie di documenti che avrebbero fatto luce sui pagamenti illeciti eseguiti negli anni novanta dall'intermediario della vecchia Impregilo. Il 14 Dicembre 1990 l'Lhda e la Highlands Water Venture (Hwv) - un consorzio di aziende di cui Impregilo era capofila - avevano concluso un accordo per cui la Lhda ha aggiudicato l'appalto per la costruzione della diga di Katse a Hwv. Successivamente all'aggiudicazione, pagamenti contrattuali della Lhda sono stati effettuati dalla Hwv a Jacobus Michiel du Plooy, consulente sudafricano per Impregilo, che a sua volta ha fatto i pagamenti a Masupha Sole, l'allora direttore generale della Lhda.
Pagamenti ovvero tangenti
I pagamenti fatti da Du Plooy erano in realtà tangenti pagate a Sole al fine di convincerlo a esercitare la sua influenza per far aggiudicare il contratto a Hwv. Stando a quanto riportato dal BusinessReport di Iol, a luglio 2013 Impregilo è stata citata in giudizio da un imprenditore con l'accusa di non aver onorato il suo impegno di pagargli la commissione per aver aiutato il consorzio composto da Impregilo, la Cmc di Ravenna e la società di costruzioni Pv Mavundla ad aggiudicarsi un contratto in una gara d'appalto della Eskom. Appalto per Ingula, che si trova a circa 23 chilometri a nord-est di Van Reenen, effettivamente vinto dal consorzio Impregilo il 31 marzo 2009. Sipho Mahamba avrebbe incontrato due dirigenti di Impregilo a Milano dove sarebbe stato concluso un accordo verbale sul suo pagamento di 6 milioni di euro come commissione per il suo lobbying sulla Eskom. A luglio 2013 la Cassa depositi e prestiti (Cdp), Sace, Bnp Paribas Corporate and Investment Banking e Hsbc Bank plc hanno annunciato la finalizzazione di due finanziamenti per un totale di 300 milioni di euro a favore di Eskom Holdings Soc Limited (Eskom), la public utility sudafricana dell'energia. L'importo è destinato a finanziare il pagamento di una parte del contratto commerciale firmato con Cmc in joint venture con Impregilo e la società locale Mavundla per la realizzazione dei lavori sotterranei connessi alla centrale idroelettrica di Ingula. Nell'ambito dell'operazione, il gruppo assicurativo-finanziario Sace ha interamente garantito un primo finanziamento di 165 milioni di euro messo a disposizione da un pool di banche che coinvolge Kfw Ipex-Bank, Hsbc bank plc, UniCredit Bank Austria e Bnp Paribas, quest'ultima con il ruolo di banca agente e un secondo finanziamento di 135 milioni di euro erogato interamente da Cdp, nell'ambito del sistema Export Banca. La centrale, situata nella catena montuosa del Drakensberg, tra il Kwa Zulu Natal e il Free State, a circa 350 km a sud-est di Johannesburg, ha una capacità di produzione energetica di 1.322 Mw.
Fonte
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