Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/12/2018
Brescia: capitale degli inceneritori è città più inquinata d’Italia
Sono 19 le città italiane dove sono stati registrati valori oltre la norma giornalieri di PM10 (al 10 dicembre 2018, una in più dell’anno scorso). Ad aggiudicarsi la maglia nera è Brescia, con ben 87 sforamenti. A rivelarlo è l’edizione 2018 del rapporto Ispra-Sistema nazionale di protezione dell’ambiente sulla qualità dell’ambiente urbano che prende in esame ben 120 città e 14 aree metropolitane.
I bresciani dovrebbero seriamente preoccuparsi se si considera che L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha stimato che in Italia, nel 2014, 50.550 morti premature potevano essere attribuibili all’esposizione a lungo termine alle PM 2,5, 17.290 al biossido di azoto e 2.900 all’ozono.
Tra l’altro occorre ricordare che non si tratta di una sorprendente novità: l’Istat il 22 giugno 2010 presentò i risultati dell’analisi sulla qualità dell’aria in 221 città europee desunti da AirBase dell’Agenzia europea per l’ambiente (EEA), da cui risultò che nel 2008 la qualità dell’aria respirata a Brescia è stata di 2,3 volte superiore ai parametri, facendo registrare il terzo dato peggiore a livello europeo, dopo quello della città bulgara di Plovdiv e di Torino; inoltre anche nel 2013 Brescia aveva già indossato la maglia nera per l’aria più inquinata d’Italia con una media annua di 31 μg/m3 di PM2,5, rispetto alla media nazionale di 18, quasi il doppio, sempre certificata dall’Ispra nell’Annuario dei dati ambientali 2014 – 2015. Un livello tre volte più elevato del “valore soglia per la protezione della salute di 10 μg/m3, suggerito dall’Oms”.
Solo che questa volta la notizia è stata sparata dai media nazionali e, dunque, fa scalpore.
Ora ci si potrebbe chiedere: perché proprio Brescia ha reiterato questo sconfortante primato?
A ben vedere, la città è collocata ai margini delle Prealpi e dunque dovrebbe godere di una relativa maggiore circolazione dell’aria (la nota brezza di monte) rispetto ad altre città padane. Né si può pensare che il traffico veicolare sia superiore ad altre città, Milano soprattutto.
Per di più Brescia ospita uno dei più grandi inceneritori d’Italia che a detta di A2A (assecondata dall’Amministrazione comunale) “pulirebbe” l’aria della città. In realtà la peculiarità di Brescia è proprio quella di ospitare in città il mega inceneritore e l’unica centrale a carbone, sempre di A2A, operante in un grande centro urbano. La motivazione è che la cogenerazione, utile a produrre acqua calda da immettere nel teleriscaldamento, per essere economicamente sostenibile deve essere alimentata da combustibili poco o nulla costosi, come il carbone e i rifiuti. Poco costosi, ma ovviamente altamente inquinanti, come attestano i “primati” da maglia nera conquistati dalla città che sbugiardano le frottole raccontate da A2A e dall’Amministrazione comunale di Brescia, targata Pd.
Certo Brescia è un caso molto curioso: nonostante un così elevato tasso di inquinamento dell’aria si tollera che vi funzioni a pieno regime un inceneritore che brucia ogni anno circa 730.000 tonnellate di rifiuti a fronte di un “fabbisogno” provinciale di rifiuti da smaltire, a valle della raccolta differenziata, di circa 180.000 tonnellate annue. Dunque più della metà dei rifiuti sono importati, sotto forma di rifiuti speciali, simil “ecoballe”, con problemi ricorrenti di infiltrazioni criminali, per cui sono indagati gli stessi vertici di A2A ambiente. Ed è grottesco l’attuale dibattito in cui in particolare i leghisti non ne vogliono sapere di andare in soccorso di Roma, in emergenza per l’incendio all’impianto TMB, cosicché tutti compatti contro i rifiuti urbani romani e tutti zitti sui rifiuti speciali, ben più problematici, che arrivano a centinaia di migliaia di tonnellate nell’inceneritore di Brescia da tutta Italia!
E ad A2A si è permesso di raccontare in sede istituzionale, Commissione ambiente del Comune di Brescia, la frottola che la centrale a carbone (che, essendo policombustibile, potrebbe da subito funzionare a metano) deve comunque continuare a bruciare carbone perché costa meno e perché non inquinerebbe più del metano: la differenza, dati di Asm-A2A, è di 464 tonnellate all’anno di biossido di zolfo in più, un’enormità per l’aria di una città. Come un’enormità sono le emissioni di ossidi di azoto dell’inceneritore e della medesima centrale a carbone, pari a oltre 530.000 tonnellate, tutti inquinanti precursori delle PM2.5 e PM10.
Questi impianti altamente inquinanti (inceneritore e centrale a carbone), del tutto inutili e sovradimensionati, vengono giustificati perché necessari ad alimentare il teleriscaldamento, un sistema elefantiaco (migliaia di chilometri di tubature), inefficiente, ancorato a tecnologie del secolo scorso, e che soprattutto richiede grandi combustioni. Un sistema che è diventato per Brescia una vera trappola, impedendole di avviare quella conversione energetica che i cambiamenti climatici e l’inquinamento dell’aria imporrebbero: abbandonare la combustioni, abbattere i consumi energetici coibentando gli edifici e implementare tutte le tecnologie solari.
Un sistema (teleriscaldamento con centrali a rifiuti e a carbone) che permette ad A2A profitti enormi, perché basato su un monopolio assoluto (per i bresciani non vi è alternativa) e su una concessione senza gara, ereditata dal passato di azienda municipalizzata, che consente profitti “estorti” senza alcuna concorrenza ai bresciani, che ora per oltre la metà vengono distribuiti ad azionisti privati.
Un caso da scuola di “prenditori”, più che di imprenditori, analogo alle concessioni autostradali e alle tante forme di capitalismo assistito dallo Stato che caratterizzano il nostro Paese.
La beffa per i bresciani è doppia: diventati bravi nel fare la raccolta differenziata, oltre il 70% dei rifiuti urbani, subiscono lo scorno che i minori rifiuti da smaltire vengono sostituiti da rifiuti speciali importati e più inquinati, con un aggravio insostenibile della qualità dell’aria; per di più i risparmi ottenuti bruciando rifiuti e carbone si traducono in maggiori profitti drogati dalla posizione monopolistica di A2A che la stessa regala in gran parte ad azionisti privati.
Un bel giocattolo per far soldi senza alcun rischio e a danno dei cittadini.
Fino a quando i bresciani vorranno stare al gioco?
Fonte
21/11/2018
La fiammata di Salvini per conto terzi
È un vero testa-coda l’attuale diatriba sugli inceneritori innescata dal governo del cambiamento in versione salviniana.
Forse aveva un senso, ancorché ampiamente controverso, 25 anni fa, quando il Paese doveva decidere la via per superare la discarica come prevalente meta dei rifiuti urbani e soprattutto il Nord, con capofila la Lombardia, imboccò l’incenerimento come soluzione. In realtà anche quell’orientamento fu tutt’altro che limpido nelle motivazioni: la nostra industria impiantistica si sarebbe ben guardata dal buttarsi in questa impresa, se non fosse stata sussidiata dai provvidenziali finanziamenti pubblici a pioggia, i famigerati Cip6 decisi dall’allora ministro Bersani, che regalarono pacchi di milioni di euro alla lobby dell’incenerimento, con la motivazione pretestuosa, poi smentita dall’Ue, che l’energia prodotta bruciando i rifiuti fosse rinnovabile.
Ma dopo vi è stata la direttiva Ue sui limiti delle PM10 nell’aria, regolarmente disattesi dalla Lombardia coni suoi inutili 13 inceneritori che emettono ossidi di azoto e quindi PM10 a manetta, con conseguenti sanzioni della Corte di giustizia europea; vi sono state le diverse Cop internazionali sui cambiamenti climatici e le evidenze drammatiche degli effetti devastanti anche nei nostri territori (ultimo il tornado che ha colpito diverse aree del Nord e della Lombardia abbattendo centinaia di migliaia di abeti rossi); vi sono state le direttive europee sull’economia circolare che hanno stigmatizzato l’incenerimento dei rifiuti come concorrente sleale del riciclo, incenerimento che quindi va disincentivato anche con penalizzazioni fiscali, invitando alcuni Paesi, compresa l’Italia, a ridurre il numero degli impianti già esistenti (e la Lombardia è ovviamente nel mirino).
Cosicché, oggi è fin troppo scontato ribadire che la soluzione per i rifiuti urbani è una politica incentrata sulla riduzione degli stessi (abolizione dell’uso e getta; obbligo del vuoto a rendere...), su una raccolta differenziata di qualità che può raggiungere, se gestita con cura, l’80% e quindi sulla rigenerazione dei materiali per dar vita a nuovi prodotti con il riciclo, la cosiddetta «economia circolare». In questo modo si riducono i consumi di combustibili fossili, si risparmiano materie prime e si abbattono le emissioni globali di gas serra e quelle locali di PM10 e altri inquinanti. Dunque, se c’è una carenza, in particolare al Sud ma non solo, è nell’impiantistica del riciclo, messa in evidenza quest’anno dal blocco deciso dalla Cina all’esportazione di scarti di plastica.
Ma allora perché questa inattesa ed intempestiva fiammata sugli inceneritori?
Il pretesto sarebbe stata l’ennesima emergenza nella «Terra dei fuochi». Ma in quei territori il problema ambientale e sanitario, ormai storico, non ha nulla a che fare con il ciclo dei rifiuti urbani, bensì con lo sversamento incontrollato di scorie e fanghi industriali tossici, transitati illegalmente via camorra, dal Nord verso il Sud. Gli stessi recenti incendi di impianti del riciclo appartengono ad un fenomeno che ormai non riguarda più solo il Sud, ma che si è dislocato sempre più al Nord, in particolare in Lombardia (Milano Brescia, Pavia), come ha certificato l’ultima riunione nella passata legislatura della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, del 17 gennaio 2018. I cittadini di Milano hanno ancora nelle narici i miasmi dell’enorme rogo di rifiuti incendio verificatosi in periferia il 15 ottobre scorso.
Ovviamente gli inceneritori non sarebbero comunque la soluzione per queste emergenze, semplicemente perché avrebbero comunque altre finalità, operando in un altro settore, quello dei rifiuti urbani.
Eppure saremmo degli sprovveduti se imputassimo tanta bagarre ad un banale svarione salviniano.
Una logica deve esserci e forse la si può scoprire se diamo uno sguardo al contesto. I primi mesi di questo «strano» governo hanno fatto esplodere gli appetiti di quell’economia parassitaria, sussidiata dallo Stato, che è tanta parte del macilento sistema italiano.
La vicenda delle concessioni autostradali, emersa con violenza dopo il crollo del Ponte Morandi, quell’altra paradigmatica del Tav Torino Lione con «madamine» al seguito e ora quella degli inceneritori sembra ascriversi allo stesso tema, antico come l’Italia: mungere soldi pubblici per fare business garantito ed al riparo dal mercato, a prescindere dall’interesse collettivo.
Nel business plan, si diceva anni fa, della lobby dell’incenerimento vi era la previsione di un inceneritore per ogni provincia, e qualcuno aveva dato garanzie, probabilmente, se ne ritroviamo oggi eco nelle dichiarazioni di Salvini. Poi l’affare si è arenato ed ora i signori degli inceneritori tornano a farsi sentire, vogliono riscuotere, trovando nello strano governo, fatto di maggioranza ed opposizione, interlocutori sensibili.
Ma il cambiamento di cui ha bisogno il Paese è ben altra cosa.
Fonte
Forse aveva un senso, ancorché ampiamente controverso, 25 anni fa, quando il Paese doveva decidere la via per superare la discarica come prevalente meta dei rifiuti urbani e soprattutto il Nord, con capofila la Lombardia, imboccò l’incenerimento come soluzione. In realtà anche quell’orientamento fu tutt’altro che limpido nelle motivazioni: la nostra industria impiantistica si sarebbe ben guardata dal buttarsi in questa impresa, se non fosse stata sussidiata dai provvidenziali finanziamenti pubblici a pioggia, i famigerati Cip6 decisi dall’allora ministro Bersani, che regalarono pacchi di milioni di euro alla lobby dell’incenerimento, con la motivazione pretestuosa, poi smentita dall’Ue, che l’energia prodotta bruciando i rifiuti fosse rinnovabile.
Ma dopo vi è stata la direttiva Ue sui limiti delle PM10 nell’aria, regolarmente disattesi dalla Lombardia coni suoi inutili 13 inceneritori che emettono ossidi di azoto e quindi PM10 a manetta, con conseguenti sanzioni della Corte di giustizia europea; vi sono state le diverse Cop internazionali sui cambiamenti climatici e le evidenze drammatiche degli effetti devastanti anche nei nostri territori (ultimo il tornado che ha colpito diverse aree del Nord e della Lombardia abbattendo centinaia di migliaia di abeti rossi); vi sono state le direttive europee sull’economia circolare che hanno stigmatizzato l’incenerimento dei rifiuti come concorrente sleale del riciclo, incenerimento che quindi va disincentivato anche con penalizzazioni fiscali, invitando alcuni Paesi, compresa l’Italia, a ridurre il numero degli impianti già esistenti (e la Lombardia è ovviamente nel mirino).
Cosicché, oggi è fin troppo scontato ribadire che la soluzione per i rifiuti urbani è una politica incentrata sulla riduzione degli stessi (abolizione dell’uso e getta; obbligo del vuoto a rendere...), su una raccolta differenziata di qualità che può raggiungere, se gestita con cura, l’80% e quindi sulla rigenerazione dei materiali per dar vita a nuovi prodotti con il riciclo, la cosiddetta «economia circolare». In questo modo si riducono i consumi di combustibili fossili, si risparmiano materie prime e si abbattono le emissioni globali di gas serra e quelle locali di PM10 e altri inquinanti. Dunque, se c’è una carenza, in particolare al Sud ma non solo, è nell’impiantistica del riciclo, messa in evidenza quest’anno dal blocco deciso dalla Cina all’esportazione di scarti di plastica.
Ma allora perché questa inattesa ed intempestiva fiammata sugli inceneritori?
Il pretesto sarebbe stata l’ennesima emergenza nella «Terra dei fuochi». Ma in quei territori il problema ambientale e sanitario, ormai storico, non ha nulla a che fare con il ciclo dei rifiuti urbani, bensì con lo sversamento incontrollato di scorie e fanghi industriali tossici, transitati illegalmente via camorra, dal Nord verso il Sud. Gli stessi recenti incendi di impianti del riciclo appartengono ad un fenomeno che ormai non riguarda più solo il Sud, ma che si è dislocato sempre più al Nord, in particolare in Lombardia (Milano Brescia, Pavia), come ha certificato l’ultima riunione nella passata legislatura della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, del 17 gennaio 2018. I cittadini di Milano hanno ancora nelle narici i miasmi dell’enorme rogo di rifiuti incendio verificatosi in periferia il 15 ottobre scorso.
Ovviamente gli inceneritori non sarebbero comunque la soluzione per queste emergenze, semplicemente perché avrebbero comunque altre finalità, operando in un altro settore, quello dei rifiuti urbani.
Eppure saremmo degli sprovveduti se imputassimo tanta bagarre ad un banale svarione salviniano.
Una logica deve esserci e forse la si può scoprire se diamo uno sguardo al contesto. I primi mesi di questo «strano» governo hanno fatto esplodere gli appetiti di quell’economia parassitaria, sussidiata dallo Stato, che è tanta parte del macilento sistema italiano.
La vicenda delle concessioni autostradali, emersa con violenza dopo il crollo del Ponte Morandi, quell’altra paradigmatica del Tav Torino Lione con «madamine» al seguito e ora quella degli inceneritori sembra ascriversi allo stesso tema, antico come l’Italia: mungere soldi pubblici per fare business garantito ed al riparo dal mercato, a prescindere dall’interesse collettivo.
Nel business plan, si diceva anni fa, della lobby dell’incenerimento vi era la previsione di un inceneritore per ogni provincia, e qualcuno aveva dato garanzie, probabilmente, se ne ritroviamo oggi eco nelle dichiarazioni di Salvini. Poi l’affare si è arenato ed ora i signori degli inceneritori tornano a farsi sentire, vogliono riscuotere, trovando nello strano governo, fatto di maggioranza ed opposizione, interlocutori sensibili.
Ma il cambiamento di cui ha bisogno il Paese è ben altra cosa.
Fonte
03/07/2017
Inceneritori, una pratica insostenibile
Dopo la puntata di Otto e Mezzo (guardala qui) sugli inceneritori abbiamo sentito l’esigenza di entrare nel merito di alcune informazioni date in diretta dagli altri interlocutori per sgomberare il campo da equivoci e cercare di fare chiarezza rispetto alla reale pericolosità degli inceneritori e alla loro insostenibilità economica e sociale.
“Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata”.
Parole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60% di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%) sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.
Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali – 20 sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate, e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.
Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.
A Sud
Energia per L’Italia
Ugi Colleferro
Zero Waste Europe
Fonte
“Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata”.
Parole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60% di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%) sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.
Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali – 20 sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate, e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.
Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.
A Sud
Energia per L’Italia
Ugi Colleferro
Zero Waste Europe
Fonte
27/12/2016
Ispra: “Più riciclo = bollette più leggere”. Ma si continua a bruciare troppo
L’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti urbani ha confermato con i numeri molte delle proposte che anche noi, come testata, portiamo avanti da anni. Di seguito un articolo del Fatto Quotidiano che riassume per punti il rapporto. Da parte nostra vogliamo sottolineare tre fatti importantissimi che emergono dal rapporto.
1) La bolletta diminuisce con l’aumentare della differenziazione del rifiuto. E’ una formula che andiamo ripetendo da anni. Se è vero che la raccolta differenziata costa di più (ma costa di più in termini di lavoro quindi significa più stipendi, assunzioni e ricchezza che rimane sul territorio), alla fine del ciclo si spende di meno in termini di costi di conferimento del rifiuto in discarica o inceneritore, in termini di costi di costruzione e mantenimento degli inceneritori e in termini di salute e ambiente.
2) Aumenta il rifiuto bruciato e diminuisce il conferimento in discarica. E’ la conseguenza delle norme europee che nella scala dello smaltimento hanno privilegiato gli inceneritori alle discariche. Ma attenzione, la norma europea dice che si può bruciare solo tutto ciò che non è riciclabile. In Italia siamo indietro. Indietrissimo. Naturalmente per avere dei risultati economici e ambientali dal riciclo serve che la raccolta differenziata sia accompagnata dalla presenza di impianti e filiere del riciclo e del riuso.
3) La plastica finisce in buona parte per essere bruciata. E qui si va al nodo di tutto. Non si potrà mai raggiungere livelli accettabili di riciclo e di diminuzione dell’impatto ambientale se non viene regolamentato in modo ferreo il problema degli imballaggi. Tanti rifiuti non si possono riciclare perché sono progettati e costruiti in modo assurdo. In altri paesi chi inquina paga e chi vuole progettare male per motivi di marketing paga l’assurdo imballaggio. L’esempio classico ad esempio è il brick dell’Estathè tanto di moda a Livorno: plastica, alluminio e carta in un unico imballaggio. Roba da 1800!
Meno della metà dell’immondizia raccolta nel nostro Paese viene riciclata. E anche se il conferimento in discarica scende, aumenta l’uso dei termovalorizzatori. Forte divario tra Nord e Sud sulla presenza di impianti. Il 37% dei rifiuti bruciato nella sola Lombardia. Mentre la plastica è un caso: è più quella bruciata di quella riutilizzata. E i contribuenti ci perdono: lo studio indica che con alti tassi di differenziata, le bollette scendono
Riciclo zoppicante, impianti per i rifiuti organici non pervenuti, crescita della monnezza bruciata negli inceneritori. Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani non è positivo. Ancora oggi, infatti, meno della metà dell’immondizia urbana in Italia viene riciclata: parliamo di circa 13 milioni di tonnellate su un totale di quasi 30. Il 44% totale, somma del 18% di umido usato per produrre compost e biogas e del 26% di rifiuti in carta, plastica, vetro, legno e metalli avviati a seconda vita. C’è spazio per migliorare, ma intanto c’è soprattutto spazio per discariche e inceneritori, dove finisce principalmente tutto il resto dei rifiuti. Se la “sepoltura” in discarica continua a prevalere (26%), aumentano i rifiuti bruciati (19%, il 5% in più rispetto al 2014). E stando alla direzione impartita dal governo Renzi con lo Sblocca Italia, che prevede la costruzione di otto nuovi inceneritori, questo dato non potrà che crescere ancora. Anche se non conviene: come dimostrano i confronti fatti dall’Ispra, infatti, la bolletta diminuisce con l’aumento della raccolta differenziata.
Cresce l’umido, ma mancano gli impianti
Rispetto al 2014, l’anno scorso la percentuale complessiva del riciclo è cresciuta di tre punti, arrivando al 44%. Un risultato su cui ha pesato molto la raccolta dell’organico: gli avanzi di cibo, gli scarti della cucina e le potature trattati negli impianti per produrre fertilizzanti per l’agricoltura e biogas sono aumentati del 7% tra il 2014 e il 2015, raggiungendo l’anno scorso i 5,2 milioni di tonnellate. Con differenze molto ampie, però, tra le diverse zone d’Italia, dovute prima di tutto alla mancanza al Centro-Sud di siti di trattamento: “202 impianti dei 309 operativi a livello nazionale sono localizzati al Settentrione”, fa notare l’Ispra. Un quadro che poi si riflette nei numeri della raccolta: 122 chili pro capite al Nord, 101 al Centro e 70 al Sud. Secondo l’ultimo studio della società di consulenza Althesys sui rifiuti, “nel meridione 2,3 milioni di tonnellate di umido non sono ancora intercettate”, mentre se si avviasse a riciclo entro il 2020 circa il 70% dei rifiuti organici si potrebbe creare una vera e propria filiera del biogas con benefici economici per 1,3 miliardi di euro.
L’anomalia plastica: è più quella che si brucia di quella che si ricicla
Non è solo il riciclo dell’umido a crescere: gli imballaggi in plastica avviati a seconda vita sono aumentati nel 2015 del 10%, quelli in legno e carta del 5% circa. L’exploit della plastica nasconde però un’anomalia non da poco, perché quella bruciata è in realtà più di quella riciclata, il 44% contro il 41%. Colpa del proliferare di imballaggi in materiali misti difficili da riciclare, mentre mancano soluzioni per disincentivarli o investimenti in innovazione per tentare di avviarli a seconda vita. Così, mentre il riciclo di bottiglie, flaconi e pellicole nel 2015 ha raggiunto quota 870mila tonnellate, l’incenerimento, che cresce a un ritmo doppio dal 2011, ha sfiorato le 930mila. Non è un buon affare: in uno studio dell’agenzia Usa per l’Ambiente (Epa), spiega il docente dell’università di Bologna Alberto Bellini nel suo ultimo libro Ambiente clima e salute, infatti, “si mostra che l’energia risparmiata attraverso il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con incenerimento”. Per la plastica delle bottiglie, nello specifico, il rapporto secondo l’Epa è di tre a uno.
Meno discarica, più inceneritori
L’aumento della combustione dei rifiuti non è una tendenza che vale solo per la plastica: nel 2015 è diminuito del 16% il ricorso allo smaltimento in discarica, ma in parallelo sono aumentati del 5% i rifiuti bruciati negli inceneritori, per un totale di 5,6 milioni di tonnellate. Oggi gli impianti sono in tutto 41, ma la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea: “Il 70% dei rifiuti viene incenerito al Nord, dove è localizzata la maggioranza degli impianti presenti sul territorio nazionale, l’11% al Centro ed il 19% al Sud”, calcola l’Ispra. La patria dei termovalorizzatori è la Lombardia, che da sola brucia il 37% dei rifiuti inceneriti in Italia, ricevendo “nei propri inceneritori circa 160mila tonnellate di rifiuti prodotte in altre regioni (principalmente Lazio e Campania). Anche l’Emilia Romagna riceve circa 140mila tonnellate di rifiuti da Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo”. A dare una mano al proliferare di rifiuti da mandare ai forni ci pensano i Comuni che ancora non hanno introdotto servizi di raccolta differenziata per alcuni tipi di rifiuti attraverso gli ecocentri municipali: quella di apparecchiature elettriche ed elettroniche, per esempio, al Sud manca ancora nel 28% dei Comuni, mentre oltre il 33% delle amministrazioni del centro Italia non si occupa di raccogliere in modo differenziato il legno. Per le tasche dei cittadini non è per niente un affare: analizzando i costi per l’igiene urbana, infatti, il rapporto Ispra mostra che passando da una situazione in cui la raccolta differenziata è compresa tra il 20% e il 40% a uno scenario in cui questa supera il 60%, i risparmi in bolletta sono consistenti. Per i comuni con una popolazione compresa tra i 50 ed i 150 mila abitanti, per esempio, “il costo scende da 213,41 a 170,35 euro/abitante per anno”.
22 dicembre 2016
Fonte
1) La bolletta diminuisce con l’aumentare della differenziazione del rifiuto. E’ una formula che andiamo ripetendo da anni. Se è vero che la raccolta differenziata costa di più (ma costa di più in termini di lavoro quindi significa più stipendi, assunzioni e ricchezza che rimane sul territorio), alla fine del ciclo si spende di meno in termini di costi di conferimento del rifiuto in discarica o inceneritore, in termini di costi di costruzione e mantenimento degli inceneritori e in termini di salute e ambiente.
2) Aumenta il rifiuto bruciato e diminuisce il conferimento in discarica. E’ la conseguenza delle norme europee che nella scala dello smaltimento hanno privilegiato gli inceneritori alle discariche. Ma attenzione, la norma europea dice che si può bruciare solo tutto ciò che non è riciclabile. In Italia siamo indietro. Indietrissimo. Naturalmente per avere dei risultati economici e ambientali dal riciclo serve che la raccolta differenziata sia accompagnata dalla presenza di impianti e filiere del riciclo e del riuso.
3) La plastica finisce in buona parte per essere bruciata. E qui si va al nodo di tutto. Non si potrà mai raggiungere livelli accettabili di riciclo e di diminuzione dell’impatto ambientale se non viene regolamentato in modo ferreo il problema degli imballaggi. Tanti rifiuti non si possono riciclare perché sono progettati e costruiti in modo assurdo. In altri paesi chi inquina paga e chi vuole progettare male per motivi di marketing paga l’assurdo imballaggio. L’esempio classico ad esempio è il brick dell’Estathè tanto di moda a Livorno: plastica, alluminio e carta in un unico imballaggio. Roba da 1800!
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Rifiuti, rapporto Ispra: differenziata aumenta, ma i rifiuti bruciati crescono di più. E ai cittadini non conviene
di Veronica Ulivieri – tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it
Meno della metà dell’immondizia raccolta nel nostro Paese viene riciclata. E anche se il conferimento in discarica scende, aumenta l’uso dei termovalorizzatori. Forte divario tra Nord e Sud sulla presenza di impianti. Il 37% dei rifiuti bruciato nella sola Lombardia. Mentre la plastica è un caso: è più quella bruciata di quella riutilizzata. E i contribuenti ci perdono: lo studio indica che con alti tassi di differenziata, le bollette scendono
Riciclo zoppicante, impianti per i rifiuti organici non pervenuti, crescita della monnezza bruciata negli inceneritori. Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani non è positivo. Ancora oggi, infatti, meno della metà dell’immondizia urbana in Italia viene riciclata: parliamo di circa 13 milioni di tonnellate su un totale di quasi 30. Il 44% totale, somma del 18% di umido usato per produrre compost e biogas e del 26% di rifiuti in carta, plastica, vetro, legno e metalli avviati a seconda vita. C’è spazio per migliorare, ma intanto c’è soprattutto spazio per discariche e inceneritori, dove finisce principalmente tutto il resto dei rifiuti. Se la “sepoltura” in discarica continua a prevalere (26%), aumentano i rifiuti bruciati (19%, il 5% in più rispetto al 2014). E stando alla direzione impartita dal governo Renzi con lo Sblocca Italia, che prevede la costruzione di otto nuovi inceneritori, questo dato non potrà che crescere ancora. Anche se non conviene: come dimostrano i confronti fatti dall’Ispra, infatti, la bolletta diminuisce con l’aumento della raccolta differenziata.
Cresce l’umido, ma mancano gli impianti
Rispetto al 2014, l’anno scorso la percentuale complessiva del riciclo è cresciuta di tre punti, arrivando al 44%. Un risultato su cui ha pesato molto la raccolta dell’organico: gli avanzi di cibo, gli scarti della cucina e le potature trattati negli impianti per produrre fertilizzanti per l’agricoltura e biogas sono aumentati del 7% tra il 2014 e il 2015, raggiungendo l’anno scorso i 5,2 milioni di tonnellate. Con differenze molto ampie, però, tra le diverse zone d’Italia, dovute prima di tutto alla mancanza al Centro-Sud di siti di trattamento: “202 impianti dei 309 operativi a livello nazionale sono localizzati al Settentrione”, fa notare l’Ispra. Un quadro che poi si riflette nei numeri della raccolta: 122 chili pro capite al Nord, 101 al Centro e 70 al Sud. Secondo l’ultimo studio della società di consulenza Althesys sui rifiuti, “nel meridione 2,3 milioni di tonnellate di umido non sono ancora intercettate”, mentre se si avviasse a riciclo entro il 2020 circa il 70% dei rifiuti organici si potrebbe creare una vera e propria filiera del biogas con benefici economici per 1,3 miliardi di euro.
L’anomalia plastica: è più quella che si brucia di quella che si ricicla
Non è solo il riciclo dell’umido a crescere: gli imballaggi in plastica avviati a seconda vita sono aumentati nel 2015 del 10%, quelli in legno e carta del 5% circa. L’exploit della plastica nasconde però un’anomalia non da poco, perché quella bruciata è in realtà più di quella riciclata, il 44% contro il 41%. Colpa del proliferare di imballaggi in materiali misti difficili da riciclare, mentre mancano soluzioni per disincentivarli o investimenti in innovazione per tentare di avviarli a seconda vita. Così, mentre il riciclo di bottiglie, flaconi e pellicole nel 2015 ha raggiunto quota 870mila tonnellate, l’incenerimento, che cresce a un ritmo doppio dal 2011, ha sfiorato le 930mila. Non è un buon affare: in uno studio dell’agenzia Usa per l’Ambiente (Epa), spiega il docente dell’università di Bologna Alberto Bellini nel suo ultimo libro Ambiente clima e salute, infatti, “si mostra che l’energia risparmiata attraverso il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con incenerimento”. Per la plastica delle bottiglie, nello specifico, il rapporto secondo l’Epa è di tre a uno.
Meno discarica, più inceneritori
L’aumento della combustione dei rifiuti non è una tendenza che vale solo per la plastica: nel 2015 è diminuito del 16% il ricorso allo smaltimento in discarica, ma in parallelo sono aumentati del 5% i rifiuti bruciati negli inceneritori, per un totale di 5,6 milioni di tonnellate. Oggi gli impianti sono in tutto 41, ma la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea: “Il 70% dei rifiuti viene incenerito al Nord, dove è localizzata la maggioranza degli impianti presenti sul territorio nazionale, l’11% al Centro ed il 19% al Sud”, calcola l’Ispra. La patria dei termovalorizzatori è la Lombardia, che da sola brucia il 37% dei rifiuti inceneriti in Italia, ricevendo “nei propri inceneritori circa 160mila tonnellate di rifiuti prodotte in altre regioni (principalmente Lazio e Campania). Anche l’Emilia Romagna riceve circa 140mila tonnellate di rifiuti da Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo”. A dare una mano al proliferare di rifiuti da mandare ai forni ci pensano i Comuni che ancora non hanno introdotto servizi di raccolta differenziata per alcuni tipi di rifiuti attraverso gli ecocentri municipali: quella di apparecchiature elettriche ed elettroniche, per esempio, al Sud manca ancora nel 28% dei Comuni, mentre oltre il 33% delle amministrazioni del centro Italia non si occupa di raccogliere in modo differenziato il legno. Per le tasche dei cittadini non è per niente un affare: analizzando i costi per l’igiene urbana, infatti, il rapporto Ispra mostra che passando da una situazione in cui la raccolta differenziata è compresa tra il 20% e il 40% a uno scenario in cui questa supera il 60%, i risparmi in bolletta sono consistenti. Per i comuni con una popolazione compresa tra i 50 ed i 150 mila abitanti, per esempio, “il costo scende da 213,41 a 170,35 euro/abitante per anno”.
22 dicembre 2016
01/12/2016
Per devastare i territori #bastaunsì
In caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale verrà sottratta alle autonomia locali la possibilità di decidere sugli impianti inquinanti.
L’avvocato Roberto Lamma ci spiega come i cittadini diverrebbero succubi delle decisioni centrali e come le autonomie locali non avrebbero più nessun possibilità per difenderli.
Dove fare un inceneritore o un discarica verrebbe deciso dal governo centrale senza più interlocutori.
Fonte
L’avvocato Roberto Lamma ci spiega come i cittadini diverrebbero succubi delle decisioni centrali e come le autonomie locali non avrebbero più nessun possibilità per difenderli.
Dove fare un inceneritore o un discarica verrebbe deciso dal governo centrale senza più interlocutori.
Fonte
24/08/2016
Gentilini: "Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?"
L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI (Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità” a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione,
posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di
Sanità. Purtroppo sul sito ufficiale della SItI non è reperibile il
comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da
adnkronos e ampiamente ripreso dai media.
C’è da rimanere profondamente sconcertati davanti alle “7 verità” perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma
addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che
emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche
sia da parte dell’Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese in esame.
Si afferma ad esempio che gli inceneritori “non provocano rischi sanitari
acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo
studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al
mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si
evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e
cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte
ho avuto modo di scrivere sono viceversa numerosi gli studi
scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario
e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni,
esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto
tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si
tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma
dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine
degli inceneritori di “nuova” generazione?
Quanto poi al Moniter – condotto dopo
gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine
sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e
400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli
studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su
riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento
statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea
in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività spontanea e
prematurità sono quindi per la SItI inquadrabili come “assenza di
rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche
inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori
(anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le
ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di
lavaggio dei fumi, residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione.
Ancora si parla di “un bilancio
energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di
teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano”. In
realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie
disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia
associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo
attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a
parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei
volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento!
E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti.
Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione
dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti – devono essere
alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti,
impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una
“caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico
pesante – o addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare.
La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana
e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti
speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte
facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono
finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la
bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo
investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione.
Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo
stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero
state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti
problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e
morti avremmo risparmiato?
Davanti ad argomentazioni così banali e superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere
che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte
qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata?
Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica
e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità
e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che
nulla hanno a che fare con la tutela della salute.
23 agosto 2016
09/03/2016
Antonio Bassolino e la democrazia
Nei mesi scorsi veder circolare il
nome di Antonio Bassolino, come candidato sindaco alle primarie del Pd
napoletano, qualche effetto straniamento lo ha creato. Non per motivi
estetici ma perché, dopo quanto accaduto in quindici anni, nel più
sereno dei casi era possibile pensare che la stagione politica di
Bassolino fosse finita. Soprattutto fosse finito il ciclo dei rifiuti
Bassolino stile, vero e proprio monumento alla politica bipartisan dello
smaltimento: emergenza continua, corsie preferenziali per grandi
imprese, disastro ambientale, infiltrazioni della camorra, grandi
inceneritori, salute delle popolazioni dilaniata.
La storia politica di Bassolino è legata ad un altro grande nome bipartisan: Impregilo.
La holding che oggi si chiama Salini-Impregilo, oltre ad essere una
multinazionale delle costruzioni, negli anni d’oro di Bassolino si è
distinta per la capacità di saper approfittare di questo modello,
ottenendo, nel 2000, la gestione unica dei rifiuti in Campania. I
risultati, col passare del tempo, sono sotto gli occhi di tutti. Il
modello dell’emergenza rifiuti che generava la produzione di emergenze
rifiuti successive da risolvere allo stesso modo: far intervenire grandi
ditte, con procedure d’urgenza, smuovere capitali stanziati in fretta,
concentrare il potere di decisione su questi capitali. Quanto al modello
ambientale soggiaciente a queste decisioni lasciamo perdere. Bassolino,
che a suo tempo si posizionò nella sinistra del Pci (come De Luca, suo
avversario politico) non ha mai derogato un attimo dal modello cemento,
inceneritore, grandi opere, banche. Naturalmente Impregilo ai suoi tempi
andò ben oltre Bassolino: la troviamo azienda costruttrice del nuovo
ospedale dell’Aquila, quello crollato durante il terremoto mentre quello
vecchio rimase in piedi.
Insomma, Bassolino era alleato a
un componente del potere forte dell’Italia dagli anni ’90 fino alla
crisi del 2008, con una legge totem: la legge obiettivo del 2001,
artefice Lunardi (titolare di imprese importanti e ministro delle
infrastrutture che regolava il settore dove le sue imprese lavoravano).
Legge il cui significato era chiaro: stabilire corsie preferenziali per
l’assegnazione di grandi opere superando controlli e procedure di
assegnazione. Si trattava di un mondo bipartisan delle grandi opere, e
di un modello di sviluppo nocivo e decotto quanto reiterato con
accanimento terapeutico, nel quale Bassolino, che ha gestito l’emergenza
rifiuti con il centrodestra, ha vissuto e prosperato politicamente.
Ora qui il punto non è tanto andare a
fare i Travaglio della situazione – ad esempio l’amata Impregilo di
Bassolino è stata condannata anche dal tribunale del Lesotho per
corruzione e l’ex governatore della Campania ha dovuto risarcire due
differenti danni erariali – nè andare a vedere le carte del processo che
ha assolto l’ex sindaco di Napoli per epidemia colposa. Il punto è tutto
politico e non ha a che vedere con le inchieste della magistratura: il
mondo che ha espresso Bassolino, il suo modello di sviluppo e di
politica, ha espresso anche disastri ambientali, umani e prodotto
miseria accentrando ricchezza. Basta, fine, stop. Il modello di
democrazia di Bassolino, grande consenso per accentrare grandi appalti e
produrre grandi disastri, sembrava destinato agli archivi. Se si
giudica un modello con i tempi della storia, e a quello Bassolino si è
alleata tanta sinistra, quasi un ventennio è sufficiente per dire se con
il “rinascimento napoletano”, si è riusciti a produrre qualcosa di
nuovo, di positivo oppure no. E il giudizio storico, oltre che politico,
non è affatto positivo.
Curiosamente, ma non troppo, Bassolino riemerge invece come candidato sindaco alle primarie Pd.
In parallelo ad un altro grande sostenitore dei grandi appalti
concessi, a grandi ditte, con discrezionalità: Guido Bertolaso. Una
sorta di operazione nostalgia, un “come eravamo” quando si erogavano
appalti a pioggia decisi ai pranzi di lavoro nei ristoranti di lusso. La
celebrazione del tentativo del ritorno di un disastroso mondo che si
sarebbe voluto neo-nobiliare ma, qui, si andrebbe lontano. E cosa accade
alle primarie? Bassolino perde per meno di cinquecento voti, su
trentamila, ed emergono video dove si comprende chiaramente che in
alcuni seggi, a favore della candidata che ha battuto l’ex sindaco di
Napoli, c’è stato accompagnamento di elettori previa scambio di denaro.
La difesa della legittimità del voto, da parte dello stato maggiore
renziano, è tra i più surreali. La responsabile scuola del partito
risponde su twitter che gli euro pagati per votare erano, in realtà,
spiccioli prestati agli amici in quel momento a corto di liquidità. Il
presidente del partito, commissario del Pd romano a causa dello scandalo
Roma capitale, si dice certo, senza minimamente indicare sulla base di
quale elemento probatorio, che si tratti di pochi episodi isolati. In
realtà basterebbe annullare i voti dei seggi in cui si è votato in quel
modo, a Scampia con diretto intervento di esponenti del centrodestra,
praticamente per rovesciare l’esito delle primarie. I media, nonostante
abbiano dato risalto alla vicenda, si tengono ben lontani dal tirar
fuori dagli archivi l’esito delle precedenti primarie napoletane del Pd
del 2011: annullamento per brogli e nomina del candidato da Roma.
Insomma Bassolino – modello
democrazia per grandi appalti e grandi disastri umani e ambientali – è
passato da prendere il 72% alle elezioni da sindaco ad andare sotto, per
pochi voti, alle primarie, concorrendo contro una sua ex protetta
(passata in area renziana). Ma nel declino, evidente e
spettacolare, di questo modello di consenso, e di affari, è riuscito ad
evidenziare tutto lo (ehm) splendore del modello renziano di democrazia.
Votazioni approssimative,
inquinate il cui esito arlecchinesco viene difeso approssimativamente,
candidati il cui appoggio risulta perlomeno essere inquietante.
Negli Usa molti analisti delle primarie si lamentano del fatto che, in
quel genere di elezioni, di solito partecipa un elettorato più militante
– definito troppo di destra o troppo di sinistra – che rischia di
determinare le scelte anche del centro dell’elettorato. Per cui le
primarie nate nel 1972, ricordiamo, per rispondere alla crisi dei
partiti americani, finiscono per essere una riproposizione di questa
crisi su altre forme: si passa dal settarismo di apparato a quello della
mobilitazione da caucus. Le primarie italiane nascono per lo stesso
motivo, e per legittimare un gruppo dirigenziale di fatto monarchico con
delega plebiscitaria (come in Usa comunque) e ripropongono la stessa
crisi su altre forme. Ovvero la presenza di gruppi di pressione, di ogni
genere, che dall’apparato burocratico, ormai dissoltosi, possa
esclusivamente occupare il processo di formazione del voto. Già perchè
una analisi serena sulla formazione del voto di base al sud, tra gli
anni ’80 ed oggi, non può che vedere questo cambiamento. Allora si
trattava di nutrire l’apparato burocratico e presidiare i processi di
formazione del voto. Oggi, modello low cost, l’apparato burocratico si è
dissolto e si tratta di presidiare meno elettori ma in modo comunque,
diciamo, molto diretto. Riproponendo le storture, e i disastri del
passato, chiamando il tutto “partecipazione popolare” (come ha fatto
l’avversaria di Bassolino).
Non possiamo non notare come,
rispetto alle primarie in Liguria e a Milano (dove la presenza ai seggi
di cinesi che non conoscevano il nome del sindaco ma quello del
candidato Pd aveva suscitato serie perplessità) sia improvvisamente
scomparsa la partecipazione di elettori extracomunitari sia a Roma (dove
comunque non sono mancati i problemi) che a Napoli.
Ma, allo stesso tempo, l’operazione di immagine del renzismo reale non è
andata ugualmente bene. Per Renzi vale, come per tutti, la regola aurea
“come si governa un partito si governa un paese”. E la vicenda
napoletana, di interpretazioni su come Renzi governa il partito ne
regala parecchie. E anche su come governa i media, tema che oggi pare
interessare davvero poco.
Infine, l’Italia è un paese
pieno di maghetti della democrazia possibile, dove il barocco della
partecipazione si fa estremo, a parole, quanto più emergono crisi di
ogni genere. Bene, nel momento in cui Bassolino parla di
mercimonio della democrazia, lui che perlomeno di questa materia
parrebbe intendersene, non sarebbe male che tutti questi maghetti
distogliessero gli occhi dai libri di fiabe che leggono. Perché il
futuro della democrazia in questo paese non è stato scritto dai fratelli
Grimm dove invece sembra collocato a leggere i cantori della
partecipazione come balsamo di ogni male. Già perchè la democrazia
deliberativa – di cui sia il bassolinismo che le primarie non sono
degenerazioni ma chiari sintomi di convulsioni strutturali – è in un tipo
di crisi che sarebbe anche un fenomeno da guardare in faccia. E se
proprio si vuol guardare ai fratelli Grimm si possono sempre leggere le
tante versioni della leggenda popolare del pifferaio di Hamelin. Nei
Grimm la scomparsa dei 130 bambini, avvenuta a Hamelin secondo leggenda
popolare nel XIII secolo, trova comunque un finale edulcorato. Nelle
versioni popolari no. Sarebbe anche l’ora di capire in che modo, come
per i 130 bambini, sia scomparsa la democrazia di questo paese. Senza
versioni edulcorate.
Redazione, 9 marzo 2016
26/02/2016
Roma. Una indigestione di centrali nocive ed inquinanti
Come per Rocca Cencia (VI Municipio di Roma), dove vogliono costruire un biodigestore per il trattamento di oltre 400.000 tonnellate di rifiuti l’anno, quatti, quatti e senza informare i cittadini, il Comune di Roma e il Dipartimento, con la convocazione della Conferenza dei Servizi, volevano approvare il progetto di un altro biodigestore al km 21 della Via Laurentina, vicino alla “Zolforata”, per sversare 240 mila tonnellate annue di rifiuti organici della Capitale.
Per capire dove vogliono istallarlo, riporto un estratto di un articolo di Marco Antonini (naturalista):
Che cos’è un biodigestore? Si tratta di una grande vasca nella quale vengono lasciati marcire scarti alimentari utilizzando dei “batteri digestivi” appositamente immessi per accelerare il processo. Da questo processo si ottiene il metano, che viene poi successivamente bruciato per produrre energia termica o elettrica.
Gli effetti negativi:
1) non è un dispositivo ad impatto zero, perché i miasmi e i gas nocivi si andrebbero ad aggiungere alla puzza già prodotta dal Trattamento Meccanico Biologico (TBM);
2) provoca l’aumento dell’inquinamento acustico, sia per il continuo andirivieni dei camion che trasportano i rifiuti, sia per quanto riguarda la sua apparecchiatura;
3) danneggia la salute, dato l’aumento di patologie in corrispondenza di tali strutture, come i tumori, le malattie tiroidee e le allergie infantili.
4) altera e distrugge il nostro Ecosistema per la presenza di prodotti di scarto come l’ammoniaca;
5) la contaminazione delle falde acquifere, provocherebbe un irrimediabile disastro ambientale.
Per fare un esempio, non dobbiamo andare molto indietro con il tempo. Difatti, il 10 febbraio 2016 si è verificato un grave incidente nella centrale turbogas di Aprilia, nella quale un incendio ha provocato la fuoriuscita di parte dell’olio dielettrico. La causa è stato il malfunzionamento di un componente elettrico dell’alternatore della turbina che determinando un anomalo innalzamento della tensione di alimentazione del trasformatore, con il conseguente surriscaldamento ed innesco dell’olio di isolamento contenuto in una sezione dello stesso trasformatore, ha provocato la fuoriuscita di circa 1500-2000 litri di olio dielettrico, che si sono riversati sul terreno, inquinandolo, con seri pericoli di infiltrazione e danneggiamento delle falde acquifere sottostanti.
Di giorno in giorno aumenta il numero delle falde freatiche inquinate per sversamenti di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo. Il percolato delle discariche è un veleno micidiale che penetra e si espande nel sottosuolo distruggendo le falde e anche quando si cerca di proteggerle con barriere (polder), serve una continua attenzione per controllare la loro tenuta, come sanno tutti i cittadini che abitano vicino alla quarantennale mega-cloaca-discarica di Malagrotta.
Dobbiamo contrastare e fermare ad ogni costo, chi diffonde nocività a scapito dalla salute di tutte/i, siano i Governi o le Amministrazioni Locali, a cominciare dal “RottamaItalia”, con i suoi nuovi 9 inceneritori.
Per concludere una ulteriore nota dolente: il Governo sta disarticolando le Istituzioni Pubbliche che dovrebbero fare i controlli come il Corpo Forestale dello Stato che è stato soppresso e anche la Polizia Provinciale sta facendo la stessa fine, sul ridicolo numero degli ispettori, caliamo un velo pietoso.
Fonte
Per capire dove vogliono istallarlo, riporto un estratto di un articolo di Marco Antonini (naturalista):
Uno dei geositi più interessanti del Lazio che insiste all’interno della riserva di Decima-Malafede. Si tratta di un’area caratterizzata da fenomeni naturali legati alla presenza di zolfo, di emissioni gassose e di acque fortemente mineralizzate, che danno luogo ad un paesaggio assolutamente unico. La presenza di un grande lago dalle acque colorate dai solfobatteri, di altri laghetti più piccoli caratterizzati da emissioni gassose che danno luogo a piccoli geyser, le pareti colorate dai minerali, rendono l’area affascinante dal punto di vista paesaggistico. L’area è anche molto significativa dal punto di vista floristico a causa della presenza di una particolare specie, l’Agrostis canina subsp Montelucci, una pianta endemica del territorio Italiano, che qui forma estese praterie, abitate anche da una avifauna tipica delle steppe, con specie rare. La Zolforata è molto importante anche dal punto di vista storico-archeologico, in quanto citata nell’Eneide come sede di un antichissimo culto legato al dio Fauno, venerato in una grotta, tuttora esistente, dove gli antichi pastori del Lazio arcaico si recavano a fare offerte ed avere visioni.Analizzando gli elaborati progettuali, si evince che l’area dove verrà realizzato l’impianto ricade parzialmente all’interno dei confini della riserva, interessando sia una parte del grande lago, sia la zona dei laghetti dei geyser e sia le spallette boscate che li sovrastano.
Che cos’è un biodigestore? Si tratta di una grande vasca nella quale vengono lasciati marcire scarti alimentari utilizzando dei “batteri digestivi” appositamente immessi per accelerare il processo. Da questo processo si ottiene il metano, che viene poi successivamente bruciato per produrre energia termica o elettrica.
Gli effetti negativi:
1) non è un dispositivo ad impatto zero, perché i miasmi e i gas nocivi si andrebbero ad aggiungere alla puzza già prodotta dal Trattamento Meccanico Biologico (TBM);
2) provoca l’aumento dell’inquinamento acustico, sia per il continuo andirivieni dei camion che trasportano i rifiuti, sia per quanto riguarda la sua apparecchiatura;
3) danneggia la salute, dato l’aumento di patologie in corrispondenza di tali strutture, come i tumori, le malattie tiroidee e le allergie infantili.
4) altera e distrugge il nostro Ecosistema per la presenza di prodotti di scarto come l’ammoniaca;
5) la contaminazione delle falde acquifere, provocherebbe un irrimediabile disastro ambientale.
Per fare un esempio, non dobbiamo andare molto indietro con il tempo. Difatti, il 10 febbraio 2016 si è verificato un grave incidente nella centrale turbogas di Aprilia, nella quale un incendio ha provocato la fuoriuscita di parte dell’olio dielettrico. La causa è stato il malfunzionamento di un componente elettrico dell’alternatore della turbina che determinando un anomalo innalzamento della tensione di alimentazione del trasformatore, con il conseguente surriscaldamento ed innesco dell’olio di isolamento contenuto in una sezione dello stesso trasformatore, ha provocato la fuoriuscita di circa 1500-2000 litri di olio dielettrico, che si sono riversati sul terreno, inquinandolo, con seri pericoli di infiltrazione e danneggiamento delle falde acquifere sottostanti.
Di giorno in giorno aumenta il numero delle falde freatiche inquinate per sversamenti di rifiuti sul suolo e nel sottosuolo. Il percolato delle discariche è un veleno micidiale che penetra e si espande nel sottosuolo distruggendo le falde e anche quando si cerca di proteggerle con barriere (polder), serve una continua attenzione per controllare la loro tenuta, come sanno tutti i cittadini che abitano vicino alla quarantennale mega-cloaca-discarica di Malagrotta.
Dobbiamo contrastare e fermare ad ogni costo, chi diffonde nocività a scapito dalla salute di tutte/i, siano i Governi o le Amministrazioni Locali, a cominciare dal “RottamaItalia”, con i suoi nuovi 9 inceneritori.
Per concludere una ulteriore nota dolente: il Governo sta disarticolando le Istituzioni Pubbliche che dovrebbero fare i controlli come il Corpo Forestale dello Stato che è stato soppresso e anche la Polizia Provinciale sta facendo la stessa fine, sul ridicolo numero degli ispettori, caliamo un velo pietoso.
Fonte
02/02/2016
Renzi, l’inceneritore
Renzi, contrariamente alle
indicazioni sullo smaltimento dei rifiuti che giungono a livello europeo
e mondiale, punta tutto sugli inceneritori, anche in Toscana. E la
situazione di Aamps mette Livorno in condizione di debolezza, sia per il
quadro nazionale sia per le scelte cervellotiche dell’Amministrazione, a
partire dal concordato.
Sono le parole di qualche visionario o
di qualche sognatore additato da quelli che la sanno lunga come il
solito illuso che chiacchiera senza cavare mai un ragno da un buco? No, è
una comunicazione della Commissione Europea al Parlamento Europeo dal
titolo “Verso un'economia circolare: programma per un'Europa a zero rifiuti”.
In un mondo con 8 miliardi di persone e con risorse sempre più scarse,
anche chi ci comanda e ci rende la vita sempre peggiore in cambio dei
loro profitti, si è accorto che la cultura dell'usa, getta (discarica) o
brucia (inceneritore) non è più sostenibile dal punto di vista sia
economico che ambientale, salute compresa. Anzi, i rifiuti sono
diventati una cosiddetta miniera urbana visto che si sta sempre più
sviluppando (lentamente perché non sostenuto da politiche economiche
incentivanti) un mercato delle materie prime-seconde, cioè derivate dal
recupero e dal riciclaggio dei rifiuti. La vera sfida del futuro sarà
però una politica per la riduzione dei rifiuti, a partire dagli
imballaggi.
Renzi in controtendenza.
Mentre a Parigi al Cop21 si parla di ambiente, a Roma gira una bozza
dei decreti attuativi del famigerato “Sblocca Italia” dove si parla di 9 nuovi inceneritori in 8 regioni.
A luglio dovevano essere 12, ma Piemonte, Lombardia e Veneto sono stati
graziati sia perché territori già altamente inquinati, sia perché hanno
raggiunto livelli di raccolta differenziata molto alti, tra cui spicca
il Veneto con il 76%. La Toscana secondo gli ultimi dati Arpat è ferma
al 45% e avrà un inceneritore in più oltre a quello già in costruzione a
Sesto Fiorentino. Ma perché l'Italia continua su questo crinale? Perché
rischia la procedura di infrazione Ue per eccesso di rifiuti in
discarica e perché il decreto “Sblocca Italia” ha fatto degli inceneritori “infrastrutture strategiche di interesse nazionale”
(autorizzazioni più veloci e meno poteri di controllo locale). Renzi
unisce quindi l'utile al dilettevole: evita la procedura di infrazione e
regala profitti alle multiutilities come Hera, Iren e A2A che
gestiscono i principali inceneritori italiani, che dopo questo decreto diventeranno 55
(40 in attività, 6 in costruzione e 9 autorizzati). L’Ue, in realtà, ci
sanziona non perché mancano inceneritori, ma per il mancato rispetto
dell’obbligo di pre trattamento del rifiuto che va in discarica. In 10
anni in Italia i rifiuti bruciati sono aumentati del 34%, ma aumentano
anche i tumori: Il Fatto Quotidiano in un articolo sulle bozze di questi
decreti svela anche che a giugno lo studio epidemiologico Arpa
sull’inceneritore di Vercelli ha dimostrato che, tra la popolazione
esposta, la mortalità aumenta del 20% e la comparsa di tumori maligni
del 60% (+400% al colon-retto e +180% al polmone). L'Ue
considera l'incenerimento come ultima istanza per lo smaltimento dei
rifiuti, vale a dire per tutto ciò che non si può riciclare (senza
dimenticarsi che gli inceneritori producono tonnellate di ceneri
tossiche che poi vanno smaltite). In Italia però non è stato raggiunto
il livello del 65% di differenziata entro il 2012, come era previsto e
per cui tutti continuiamo a pagare multe. Morale della favola: siccome è
stato fatto poco fino ad oggi per un ciclo dei rifiuti virtuosi e
siccome lo stesso Ministero ha ribadito che tutto ciò che va in
discarica va “pretrattato” e non buttato “tal quale” come prima, i costi
di conferimento in discarica sono aumentati e allora, secondo loro,
meglio fare tanti inceneritori. Ma gli inceneritori
disincentivano la raccolta differenziata perché hanno bisogno di rifiuti
da bruciare per produrre energia e incassare per rientrare dei grossi
costi di costruzione e gestione. È un cane che si morde la
coda, dove però alla fine ci rimettono i cittadini e la salute e ci
guadagnano i capitali. Ottimo per Renzi, meno per noi.
Reti Ambiente. In una
recente intervista uscita su Il Tirreno l’assessore pisano all’ambiente,
Sanzo, ha svelato quale sarà la strategia di Pisa, che ricordiamo è la
provincia all’interno dell’Ato Costa (Livorno, Pisa, Massa Carrara,
Lucca) che spinge di più per entrare in Reti Ambiente: porta a porta
sempre maggiore per ridurre i rifiuti, e differenziarli meglio perché
ormai conferire il “tal quale” in discarica non si può più e quindi
diventa poco conveniente. Per fare un porta a porta generalizzato
chiederanno una Tari un po’ più salata fino al 2018, calcolando che poi
con un buon livello di differenziata la bolletta scenderà. Quindi anche i
privatizzatori e gli inceneritoristi più convinti sanno che quel
sistema di raccolta e differenziazione alla lunga porta vantaggi al
portafoglio e alla salute. Ma come fa allora a conciliarsi differenziazione e inceneritori? Si conciliano malissimo,
perché come mostrano i dati di Brescia e come può confermare ogni
investitore, un inceneritore per avere un equilibrio tra costi e ricavi
deve bruciare a pieno regime i rifiuti, prendendoli anche da fuori, e
tutto ciò scoraggia investimenti nel porta a porta o in impianti di
riciclo. E allora perché vogliono entrare in Reti Ambiente?
Per le economie di scala risponde l’assessore. Più grande è l’azienda
più si riducono i costi fissi. In Ato Sud (Grosseto, Siena e Arezzo)
però, non sembrerebbe così.
Infatti con la gara per la gestione unica
vinta da Seitoscana Srl, le bollette sono aumentate di oltre il 10% e
nel giro di un anno e mezzo le quote pubbliche (60%) sono state mangiate
in parte dal privato che ora la fa da padrone. Ma cosa dice il “nostro” Ato Costa sui lavoratori?
Dice che, per 5 anni, i circa 1500 lavoratori non potranno essere
trasferiti dai territori in cui lavorano. Dopo quel termine invece è
tutto buono e un dipendente di Livorno potrà andare a lavorare a Massa
se ce ne sarà bisogno. E l’inceneritore del Picchianti? Basta andare al punto 4.5.2.1 del Piano Straordinario dal titolo “Prescrizioni per l'inceneritore di Livorno”: L'impianto
è previsto come impianto a regime. La gestione dell'impianto compete
al gestore unico. Il Gestore unico realizzerà gli adeguamenti,
conversioni e ristrutturazioni necessarie all'esercizio dell'impianto
per la durata dell'affidamento.
Cosa significa?
Che Livorno contribuirà con l’impianto di incenerimento che brucerà
quanto ritenuto necessario a mantenere l’equilibrio economico e la
chiusura del ciclo dei rifiuti di Ato. Quindi l’inceneritore potrebbe
rimanere a regime delle 60/70 mila tonnellate annue oppure essere
adeguato, convertito e ristrutturato calibrandolo su altre quantità di
rifiuto. Decideranno loro.
Aamps. Su Aamps ci siamo già espressi in modo costante sul nostro sito. La scelta dell’Amministrazione di andare al concordato (se verrà concretizzata, dato che il CdA non ha ancora inoltrato la richiesta) la riteniamo un salto nel buio, o meglio una delega che mette in mano il futuro dell’azienda ed un servizio essenziale (e le scelte che ne comportano) ad un giudice.
La questione dei precari è solo un primo assaggio di ciò che comporta
aver scelto la via del concordato. Non bisogna mai scordarsi, in ogni
modo, che i punti nodali per garantire un servizio come quello della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti urbani sono due: l’individuazione del ciclo dei rifiuti che si vuole intraprendere (con calcolo delle tonnellate di rifiuti prodotti e costi) e l’individuazione delle risorse finanziarie per gli investimenti a sostegno del ciclo
che si è scelto (elemento difficilissimo in questa fase visto che i
soldi della bolletta coprono a mala pena il servizio ma non gli
investimenti). L’ex sindaco Cosimi, come ha ribadito in sede di
commissione di inchiesta, aveva individuato questi due punti nel
raddoppio dell’inceneritore del Picchianti e nel conferimento
dell’azienda in Reti Ambiente. A noi quella scelta non piaceva, e ci
siamo opposti insieme a tanti altri in questa città. Per contrastare
quel sistema però ne serve uno alternativo. E non bisogna mai scordarsi
che i due punti nodali sono ineludibili. L’Amministrazione sul ciclo dei rifiuti e su Aamps si gioca una larga fetta di credibilità
e quindi non c’è da fare troppa retorica o politiche dell’annuncio ma
trovare soluzioni concrete percorribili. Mandare tutto a rotoli o
eludere i due punti nodali significherebbe far sì che in una situazione
di vuoto e di emergenza emergerebbe il più forte (banche e capitali
privati). E il più forte solitamente è anche il più pericoloso. Basti
vedere che depredano territori e risorse pubbliche dall’alto per poi
presentarsi come risolutori.
18/09/2014
Sblocca Italia: regali ai petrolieri e imposizione degli inceneritori
Su
alcuni passaggi dello "Sblocca Italia" il coordinamento nazionale "No
Triv" ha provato ad entrare nel merito scoprendo tutti i regali ai
petrolieri e il massacro programmato del territorio. In sintesi una vera
e propria "galleria degli orrori".
Qui di seguito il documento del Coordinamento Nazionale che documenta tutto questo.
Se fosse un film potremmo titolarlo
"Trivelle, spaghetti e mandolino"; la regia potremmo affidarla al PD ed
al suo segretario pro-tempore, Matteo Renzi. Sul genere è impossibile
dividersi: nè "spaghetti western" né "commedia all'italiana" né
surrealismo bensì trash-horror.
Invece non è un film. E' lo "Sblocca-Idrocarburi" del PD e di Assomineraria, al secolo "Sblocca-Italia", rimasto top secret per circa due mesi e riemerso a mo' di tonno in Gazzetta Ufficiale.
Invece non è un film. E' lo "Sblocca-Idrocarburi" del PD e di Assomineraria, al secolo "Sblocca-Italia", rimasto top secret per circa due mesi e riemerso a mo' di tonno in Gazzetta Ufficiale.
Un aggettivo su tutti: inqualificabile,
sia nei contenuti sia nell'approssimazione della tecnica giuridica. La
Corte Costituzionale ed il TAR Lazio avranno il loro bel da fare, sempre
che l'ondata contro riformatrice di Renzi e del PD non riesca a
depotenziare quel poco che è rimasto del già fragile sistema dei
controlli nel nostro Paese.
Il nuovo decreto è la traduzione in legge
dello Stato del manifesto programmatico scritto vent'anni fa da
Assomineraria e dai gruppi economico-finanziari che spingono sul ritorno
alle energie fossili, facendo leva sul totem dell'indipendenza
energetica, sulle disgrazie dei lavoratori delle raffinerie e
dell'indotto, e sulle difficoltà economiche di famiglie ed imprese che
continuano a pagare a caro prezzo l'energia malgrado la perdurante
flessione dei prezzi di gas e petrolio.
Da oggi quel manifesto programmatico
appartiene di diritto anche al PD e al suo segretario che sono riusciti
laddove, nel 2004, perfino Berlusconi e l'allora Ministro Marzano non
avevano neppure tentato osare.
Questa la "galleria degli orrori" dello
Sblocca-Idrocarburi: titolo concessorio unico di durata indeterminata ed
indeterminabile; coinvolgimento "di facciata" delle Regioni nel
procedimento di rilascio dei titoli attraverso lo strumento dell'Intesa,
che la Riforma del Titolo V provvederà a svuotare di contenuto;
apertura delle acque del Golfo di Napoli, del Golfo di Salerno e delle
Isole Egadi alle attività petrolifere; autorizzazione di non meglio
specificati "progetti sperimentali" di estrazione di idrocarburi per la
durata di 10 anni; possibilità di autorizzare anche la reiniezione delle
acque di strato o della frazione gassosa estratta in giacimento allo
scopo di migliorare le prestazioni degli impianti di coltivazione di
idrocarburi, ed altre amenità.
L'impianto della Controriforma non
mostra lati oscuri. E' ancora orfano della sua pietra angolare, la
Riforma del Titolo V della Costituzione, non a caso invocata dal blocco
delle trivelle e dagli oligopolisti dell'energia. Ma non manca molto al
completamento dell'opera. Il Paese non può attendere.
Di una cosa,
però, va dato atto al PD: con lo "Sblocca-Idrocarburi", il PD è
definitivamente tolto di dosso la mise eco-dem da sfoggiare nelle feste
comandate (appuntamenti elettorali, Feste dell'Unità, Feste
Democratiche, convegni, ecc.), mostrando la sua vera natura.
La risoluzione approvata il 6 agosto
scorso dalle Commissioni riunite VIII e X della Camera, a firma di
Stella Bianchi e di altri 26 parlamentari (25 del PD, tra cui Ermete
Realacci), che impegnava il Governo a varare leggi e provvedimenti più
restrittivi nei confronti delle attività di ricerca e di estrazione, è
finita nel contenitore dei rifiuti indifferenziati e a mettercela è
stato proprio il Governo il cui azionista di maggioranza è, guarda caso,
il PD.
I promotori di quella risoluzione e tutti i Parlamentari in quota PD che finora si sono stracciati le vesti in nome della difesa dei rispettivi territori hanno ora il dovere di opporsi alla conversione in legge del decreto, anche qualora fosse posta la fiducia.
I promotori di quella risoluzione e tutti i Parlamentari in quota PD che finora si sono stracciati le vesti in nome della difesa dei rispettivi territori hanno ora il dovere di opporsi alla conversione in legge del decreto, anche qualora fosse posta la fiducia.
Siamo all'ennesimo di una serie di deja
vu senza fine: la conversione in legge del Decreto Sviluppo ricorda
qualcosa al PD che allora sosteneva il Governo Monti? La gestione del
potere per il potere provoca anche nel PD ricorrenti crisi di amnesia?
La domanda è rivolta a tutti i
Parlamentari del PD e, in particolare, ai firmatari della Risoluzione
del 6 agosto: Bianchi, Ginefra, Borghi, Realacci, Braga, Bratti,
Carrescia, Cassano, Cominelli, Dallai, Del Basso de Caro, Gadda,
Ginoble, Tino Iannuzzi, Manfredi, Mariani, Marroni, Mazzoli, Morassut,
Moretto, Giovanna Sanna, Zardini, Scalfarotto, Antezza, Oliverio,
Cominelli e Famiglietti.
*****
Il decreto
segue la linea già seguita dall'ex premier Letta e aggiunge la
possibilità di costruire nuovi forni per arrivare alla dismissione delle
discariche. Si intende contemporaneamente favorire la raccolta
differenziata, ma sarà meno conveniente
Sivia Bia - Tratto da Il Fatto Quotidiano
Nel futuro dell’Italia i rifiuti viaggeranno da nord a sud e saranno
smaltiti non solo negli inceneritori già attivi, ma anche in impianti
nuovi che saranno realizzati nei prossimi anni. C’è l’impegno per la raccolta differenziata,
ma sarà meno conveniente a livello economico dopo l’investimento su
altri forni: gestiti da società partecipate con l’aiuto dello Stato, per
far funzionare i conti dovranno continuare a bruciare immondizia. È
quanto potrebbe accadere secondo il decreto Sblocca Italia,
che alla voce “ambiente” porta avanti, in merito alla politica di
gestione rifiuti, tutte le strategie già messe in piedi dal governo di Enrico Letta. E non solo. Secondo
le prime bozze del provvedimento, e che ilfattoquotidiano.it ha potuto
leggere, la linea di Matteo Renzi supera addirittura la strada già
tracciata dall’allora ministro all’Ambiente Andrea Orlando.
Nel collegato alla legge di stabilità, in definizione in questi giorni, era proposta l’individuazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”. Un provvedimento che dava via libera di fatto alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra, sfruttando gli inceneritori esistenti a livello nazionale in modo che le regioni con più impianti, come quelle del nord Italia, sopperissero alle mancanze di quelle del sud, bruciando i rifiuti provenienti oltre i confini dei bacini di riferimento locale. Nel decreto Sblocca Italia messo a punto dal nuovo ministro Gian Luca Galletti la musica non cambia, e si prevede persino la costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, che nel documento vengono definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Il testo è in fase di lavorazione e il punto in questione, come risulta dalla bozza, è ancora da valutare, ma le intenzioni sembrano essere quelle di ampliare la rete esistente di inceneritori. Compito del governo sarà quello di individuare tutti gli impianti (sia quelli esistenti che da realizzare) per creare un sistema integrato di gestione rifiuti per portare l’Italia all’autosufficienza nel settore, favorendo al contempo la raccolta differenziata e dismettendo progressivamente le discariche. Il ministro Galletti, interpellato dal fattoquotidiano.it, ha fatto sapere tramite il suo portavoce di essere impegnato in una riunione della commissione Ambiente e non ha voluto dare ulteriori chiarimenti in merito alla posizione del governo sugli inceneritori e le politiche di gestione dei rifiuti.
Oltre il dibattito politico, il problema resta economico. Ad esempio l’inceneritore che più ha fatto parlare di sé nell’ultimo periodo è quello di Parma. Il forno di Ugozzolo è costato 190 milioni di euro (che secondo la Commissione Ue sono diventati 315 milioni). Approvato dall’ex amministrazione di centrodestra e dal Pd, l’impianto di Parma è acceso da agosto 2013. Il via libera definitivo è arrivato dal Tar nel gennaio 2014. L’amministrazione del sindaco 5 Stelle Federico Pizzarotti nulla ha potuto per fermare l’accensione dell’impianto e per questo ha cercato di “affamarlo” sviluppando al massimo la raccolta differenziata. Questa con il porta a porta è arrivata al 70 per cento (con un costo di 154 euro a tonnellata) e l’obiettivo del Comune è quello di arrivare all’80 per cento in tempi brevi. Ma il problema dell’inceneritore è che più brucia più guadagna: ad esempio, secondo le tariffe pubblicate due anni fa da Iren, per il periodo che va dal 2013 al 2032 ogni tonnellata di rifiuti costa ai cittadini di Parma 168 euro per una base annua che a pieno regime dovrebbe aggirarsi intorno alle 130mila tonnellate annue. La città di Pizzarotti ha ridotto in 18 mesi i rifiuti di 15mila tonnellate rispetto all’anno precedente e a maggio ha celebrato simbolicamente “il funerale del cassonetto”, chiudendo nel centro storico anche l’ultimo punto di raccolta dell’immondizia. Sforzi che restano inutili, e poco convenienti, se gli inceneritori potranno bruciare anche rifiuti che vengono da fuori area e con maggiori incentivi.
Per questo la proposta di una rete nazionale integrata degli inceneritori aveva già creato malumori in regioni come l’Emilia Romagna e la Lombardia, dove, insieme alla Toscana, si concentra il maggior numero degli impianti presenti in Italia. Spalancare le porte dei forni ai rifiuti oltre le regioni danneggerebbe infatti le realtà che da anni hanno avviato una politica di smaltimento rifiuti e di raccolta differenziata nell’ottica di spegnere o ridurre il funzionamento degli impianti, che invece, con l’arrivo di spazzatura da tutta Italia, continuerebbero a bruciare a pieno regime. La costruzione di nuovi inceneritori però apre nuovi scenari, perché in questo caso sarà il governo centrale a imporre gli impianti, che come si legge dalla bozza dello Sblocca Italia, saranno “individuati con finalità di progressivo riequilibrio socio economico tra le aree del territorio nazionale” e considerati di importanza strategica a livello nazionale per la tutela della salute e dell’ambiente.
L’allarme è stato lanciato dai portavoce del M5S Lombardia sul blog di Beppe Grillo, che hanno puntato il dito contro la “realizzazione manu militari degli inceneritori”, parlando di “svolta autoritaria del governo”. Secondo il Movimento, le prime avvisaglie delle nuove intenzioni del Governo in tema rifiuti si erano manifestate a inizio agosto con l’approvazione del decreto legge 91 che dà il via libera alla gestione commissariale per la realizzazione di un impianto di incenerimento a Salerno, che dovrebbe risolvere il problema spazzatura in Campania. “Costruire l’inceneritore a Salerno è un modo per chiudere un ciclo di illeciti senza pensare alle conseguenze sull’ambiente, per risolvere il problema delle ecoballe e della terra dei fuochi” spiega Alberto Zolezzi, deputato M5S. La svolta sugli inceneritori prosegue nella bozza dello Sblocca Italia, in cui si parla genericamente di “misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione di impianti per il recupero di energia dai rifiuti urbani e speciali”, dando mandato al Governo di procedere verso la creazione di una rete integrata che aprirà le porte degli impianti a tutte le regioni, realizzandone di nuovi, dove necessario.
Per il Movimento 5 stelle i tre provvedimenti – dl 91, collegato ambientale e Sblocca Italia sono tre fronti diversi, anche se collegati, che costituiscono “un vero e proprio attacco all’ambiente da parte del Governo”, che andrebbe invece a favorire le società che gestiscono e realizzano gli impianti, danneggiando la salute dei cittadini. “Con la scusa di semplificare – aggiunge Zolezzi – si preferisce seguire la logica delle speculazioni per accontentare le lobby, invece di investire nelle bonifiche e nei progetti di riciclo e recupero”.
Fonte
Nel collegato alla legge di stabilità, in definizione in questi giorni, era proposta l’individuazione di una “rete nazionale integrata e adeguata di impianti di incenerimento e coincenerimento di rifiuti”. Un provvedimento che dava via libera di fatto alla circolazione dell’immondizia da una regione all’altra, sfruttando gli inceneritori esistenti a livello nazionale in modo che le regioni con più impianti, come quelle del nord Italia, sopperissero alle mancanze di quelle del sud, bruciando i rifiuti provenienti oltre i confini dei bacini di riferimento locale. Nel decreto Sblocca Italia messo a punto dal nuovo ministro Gian Luca Galletti la musica non cambia, e si prevede persino la costruzione di nuovi impianti “di termotrattamento”, che nel documento vengono definiti “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”. Il testo è in fase di lavorazione e il punto in questione, come risulta dalla bozza, è ancora da valutare, ma le intenzioni sembrano essere quelle di ampliare la rete esistente di inceneritori. Compito del governo sarà quello di individuare tutti gli impianti (sia quelli esistenti che da realizzare) per creare un sistema integrato di gestione rifiuti per portare l’Italia all’autosufficienza nel settore, favorendo al contempo la raccolta differenziata e dismettendo progressivamente le discariche. Il ministro Galletti, interpellato dal fattoquotidiano.it, ha fatto sapere tramite il suo portavoce di essere impegnato in una riunione della commissione Ambiente e non ha voluto dare ulteriori chiarimenti in merito alla posizione del governo sugli inceneritori e le politiche di gestione dei rifiuti.
Oltre il dibattito politico, il problema resta economico. Ad esempio l’inceneritore che più ha fatto parlare di sé nell’ultimo periodo è quello di Parma. Il forno di Ugozzolo è costato 190 milioni di euro (che secondo la Commissione Ue sono diventati 315 milioni). Approvato dall’ex amministrazione di centrodestra e dal Pd, l’impianto di Parma è acceso da agosto 2013. Il via libera definitivo è arrivato dal Tar nel gennaio 2014. L’amministrazione del sindaco 5 Stelle Federico Pizzarotti nulla ha potuto per fermare l’accensione dell’impianto e per questo ha cercato di “affamarlo” sviluppando al massimo la raccolta differenziata. Questa con il porta a porta è arrivata al 70 per cento (con un costo di 154 euro a tonnellata) e l’obiettivo del Comune è quello di arrivare all’80 per cento in tempi brevi. Ma il problema dell’inceneritore è che più brucia più guadagna: ad esempio, secondo le tariffe pubblicate due anni fa da Iren, per il periodo che va dal 2013 al 2032 ogni tonnellata di rifiuti costa ai cittadini di Parma 168 euro per una base annua che a pieno regime dovrebbe aggirarsi intorno alle 130mila tonnellate annue. La città di Pizzarotti ha ridotto in 18 mesi i rifiuti di 15mila tonnellate rispetto all’anno precedente e a maggio ha celebrato simbolicamente “il funerale del cassonetto”, chiudendo nel centro storico anche l’ultimo punto di raccolta dell’immondizia. Sforzi che restano inutili, e poco convenienti, se gli inceneritori potranno bruciare anche rifiuti che vengono da fuori area e con maggiori incentivi.
Per questo la proposta di una rete nazionale integrata degli inceneritori aveva già creato malumori in regioni come l’Emilia Romagna e la Lombardia, dove, insieme alla Toscana, si concentra il maggior numero degli impianti presenti in Italia. Spalancare le porte dei forni ai rifiuti oltre le regioni danneggerebbe infatti le realtà che da anni hanno avviato una politica di smaltimento rifiuti e di raccolta differenziata nell’ottica di spegnere o ridurre il funzionamento degli impianti, che invece, con l’arrivo di spazzatura da tutta Italia, continuerebbero a bruciare a pieno regime. La costruzione di nuovi inceneritori però apre nuovi scenari, perché in questo caso sarà il governo centrale a imporre gli impianti, che come si legge dalla bozza dello Sblocca Italia, saranno “individuati con finalità di progressivo riequilibrio socio economico tra le aree del territorio nazionale” e considerati di importanza strategica a livello nazionale per la tutela della salute e dell’ambiente.
L’allarme è stato lanciato dai portavoce del M5S Lombardia sul blog di Beppe Grillo, che hanno puntato il dito contro la “realizzazione manu militari degli inceneritori”, parlando di “svolta autoritaria del governo”. Secondo il Movimento, le prime avvisaglie delle nuove intenzioni del Governo in tema rifiuti si erano manifestate a inizio agosto con l’approvazione del decreto legge 91 che dà il via libera alla gestione commissariale per la realizzazione di un impianto di incenerimento a Salerno, che dovrebbe risolvere il problema spazzatura in Campania. “Costruire l’inceneritore a Salerno è un modo per chiudere un ciclo di illeciti senza pensare alle conseguenze sull’ambiente, per risolvere il problema delle ecoballe e della terra dei fuochi” spiega Alberto Zolezzi, deputato M5S. La svolta sugli inceneritori prosegue nella bozza dello Sblocca Italia, in cui si parla genericamente di “misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione di impianti per il recupero di energia dai rifiuti urbani e speciali”, dando mandato al Governo di procedere verso la creazione di una rete integrata che aprirà le porte degli impianti a tutte le regioni, realizzandone di nuovi, dove necessario.
Per il Movimento 5 stelle i tre provvedimenti – dl 91, collegato ambientale e Sblocca Italia sono tre fronti diversi, anche se collegati, che costituiscono “un vero e proprio attacco all’ambiente da parte del Governo”, che andrebbe invece a favorire le società che gestiscono e realizzano gli impianti, danneggiando la salute dei cittadini. “Con la scusa di semplificare – aggiunge Zolezzi – si preferisce seguire la logica delle speculazioni per accontentare le lobby, invece di investire nelle bonifiche e nei progetti di riciclo e recupero”.
Fonte
29/12/2013
“Boom della differenziata”. Venezia chiude inceneritore
Legambiente cauta: “Differenziata aumentata in modo vertiginoso, ma ancora in fase sperimentale”
In diverse città fanno discutere quelli attivi o che potrebbero nascere. A Venezia un inceneritore ce l’hanno, ma hanno scelto di chiuderlo. Possibile – dice il Comune – grazie all’aumento della differenziata. Legambiente parla di «intervento senza eguali», di una promessa politica mantenuta ma con effetti da verificare. Se la cosa funziona, può essere la prova che questa strada è percorribile anche altrove.
Cambio di rotta
«L’impianto di Fusina (località del Comune di Venezia, ndr) è entrato in funzione nel 1998 - racconta l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin - . Negli anni è stato potenziato e reso più efficiente». Dal 2010 il sindaco è Giorgio Orsoni, Pd. «Abbiamo deciso subito di chiudere l’inceneritore – continua Bettin – . Siamo stati la prima amministrazione della città a muoversi in questa direzione». Per raggiungere l’obiettivo, dice, è stato necessario ridurre al minimo i rifiuti portati in discarica. «Era l’unico modo per non doverli far bruciare altrove».
Bettin spiega che la raccolta porta a porta è stata raddoppiata, passando da tre a sei passaggi settimanali. Poi sono stati introdotti cassonetti con una chiave personalizzata per ogni cittadino e un’apertura molto stretta, che costringe a separare la spazzatura più accuratamente. Risultati? «Nella prima municipalità in cui li abbiamo piazzati la differenziata ha superato il 78% nel giro di un anno. Nella seconda siamo sopra il 70 per cento. Nella terza oltre il 60. L’ultima in ordine di tempo è la più grande, Mestre centro, per cui finora abbiamo solo dati parziali». La terraferma veneziana, che ha più di 200mila abitanti, sarebbe stabilmente tra il 60 e il 70 per cento. «Un anno fa era poco sopra il 50. Il successo ci ha permesso addirittura di anticipare la chiusura di Fusina».
La previsione è che l’impianto si spenga del tutto entro fine gennaio. Le decine di persone che ci lavorano dovrebbero restare dipendenti dell’azienda pubblica che lo gestiva. Secondo il Comune le emissioni di anidride carbonica scenderanno di circa 60mila tonnellate all’anno. «Questa scelta – riprende l’assessore – ha comportato un investimento, ma contiamo di recuperare, perché in prospettiva la differenziata fa risparmiare. E poi su questo tema il calcolo economico non può essere decisivo». Bettin pensa che una decisione simile potrebbe esser presa ovunque, ma riconosce le difficoltà: «Negli ultimi 20 anni le politiche nazionali sono state fortemente orientate alla costruzione dei ‘termovalorizzatori’, come vengono pudicamente chiamati».
Dubbi e speranze
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, ammette che l’amministrazione ha mantenuto una promessa, ma è cauto sui prossimi mesi. «Secondo noi il Comune ha fatto un passo un po’ lungo, anche se rispettabile. La differenziata è aumentata in modo vertiginoso, però siamo ancora in fase sperimentale. Mestre è diversa dai piccoli centri, e per ora non abbiamo dati certi». Di cosa avete paura? «Se resta una quota di rifiuti da bruciare, può finire in altri inceneritori. Serve un livello di differenziata che tenda almeno al 70%: ancora non abbiamo percentuali consolidate di questo tipo».
Lazzaro si augura che l’esempio veneziano sia replicabile. «Se vogliamo che lo sia in tutta Italia dobbiamo pensare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, a riciclarli ma anche a ridurli. Bisogna produrne meno e differenziarli meglio. Su questo la politica latita a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale». Perché altri Comuni non dicono no agli inceneritori? «Usare la spazzatura per produrre energia rende. Finché Roma manterrà gli incentivi per chi lo fa, sarà difficile che le amministrazioni scelgano strade diverse». E continueremo a raccontare solo casi isolati.
Fonte
In diverse città fanno discutere quelli attivi o che potrebbero nascere. A Venezia un inceneritore ce l’hanno, ma hanno scelto di chiuderlo. Possibile – dice il Comune – grazie all’aumento della differenziata. Legambiente parla di «intervento senza eguali», di una promessa politica mantenuta ma con effetti da verificare. Se la cosa funziona, può essere la prova che questa strada è percorribile anche altrove.
Cambio di rotta
«L’impianto di Fusina (località del Comune di Venezia, ndr) è entrato in funzione nel 1998 - racconta l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin - . Negli anni è stato potenziato e reso più efficiente». Dal 2010 il sindaco è Giorgio Orsoni, Pd. «Abbiamo deciso subito di chiudere l’inceneritore – continua Bettin – . Siamo stati la prima amministrazione della città a muoversi in questa direzione». Per raggiungere l’obiettivo, dice, è stato necessario ridurre al minimo i rifiuti portati in discarica. «Era l’unico modo per non doverli far bruciare altrove».
Bettin spiega che la raccolta porta a porta è stata raddoppiata, passando da tre a sei passaggi settimanali. Poi sono stati introdotti cassonetti con una chiave personalizzata per ogni cittadino e un’apertura molto stretta, che costringe a separare la spazzatura più accuratamente. Risultati? «Nella prima municipalità in cui li abbiamo piazzati la differenziata ha superato il 78% nel giro di un anno. Nella seconda siamo sopra il 70 per cento. Nella terza oltre il 60. L’ultima in ordine di tempo è la più grande, Mestre centro, per cui finora abbiamo solo dati parziali». La terraferma veneziana, che ha più di 200mila abitanti, sarebbe stabilmente tra il 60 e il 70 per cento. «Un anno fa era poco sopra il 50. Il successo ci ha permesso addirittura di anticipare la chiusura di Fusina».
La previsione è che l’impianto si spenga del tutto entro fine gennaio. Le decine di persone che ci lavorano dovrebbero restare dipendenti dell’azienda pubblica che lo gestiva. Secondo il Comune le emissioni di anidride carbonica scenderanno di circa 60mila tonnellate all’anno. «Questa scelta – riprende l’assessore – ha comportato un investimento, ma contiamo di recuperare, perché in prospettiva la differenziata fa risparmiare. E poi su questo tema il calcolo economico non può essere decisivo». Bettin pensa che una decisione simile potrebbe esser presa ovunque, ma riconosce le difficoltà: «Negli ultimi 20 anni le politiche nazionali sono state fortemente orientate alla costruzione dei ‘termovalorizzatori’, come vengono pudicamente chiamati».
Dubbi e speranze
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, ammette che l’amministrazione ha mantenuto una promessa, ma è cauto sui prossimi mesi. «Secondo noi il Comune ha fatto un passo un po’ lungo, anche se rispettabile. La differenziata è aumentata in modo vertiginoso, però siamo ancora in fase sperimentale. Mestre è diversa dai piccoli centri, e per ora non abbiamo dati certi». Di cosa avete paura? «Se resta una quota di rifiuti da bruciare, può finire in altri inceneritori. Serve un livello di differenziata che tenda almeno al 70%: ancora non abbiamo percentuali consolidate di questo tipo».
Lazzaro si augura che l’esempio veneziano sia replicabile. «Se vogliamo che lo sia in tutta Italia dobbiamo pensare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, a riciclarli ma anche a ridurli. Bisogna produrne meno e differenziarli meglio. Su questo la politica latita a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale». Perché altri Comuni non dicono no agli inceneritori? «Usare la spazzatura per produrre energia rende. Finché Roma manterrà gli incentivi per chi lo fa, sarà difficile che le amministrazioni scelgano strade diverse». E continueremo a raccontare solo casi isolati.
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12/06/2013
Parma. L'inceneritore della discordia
Per il Sindaco grillino Pizzarotti si delinea una seconda rogna dopo
quella dei tagli sul bilancio comunale. L'inceneritore divide e
mobilita. Sabato una manifestazione dei No Termo porta alla luce tutte
le contraddizioni accumulatesi in questi mesi, senza fare sconti a
nessuno.
Sull’inceneritore a Parma il M5S e lo stesso Grillo si giocano parecchia della propria credibilità. Il primo sindaco grillino di una media città capoluogo, rappresenta la verifica se il M5S possa affettivamente essere “altro” dalla casta che ha sempre duramente criticato. Ma sulle scelte concrete, le decisioni degli amministratori locali sono quelle che fanno la differenza. Già sui tagli a servizi e retribuzioni dei dipendenti comunali a causa delle restrizioni di bilancio, abbiamo assistito ad un braccio di ferro tra lavoratori e il sindaco Pizzarotti, il quale non è che abbia mostrato troppi scostamenti dalle terapie d’urto di altri amministratori “castati” o delineate dai tecnocrati del governo Monti. Ma è sulla vicenda dell’inceneritore che il gioco si sta facendo duro. Già prima che Pizzarotti diventasse sindaco era in corso una mobilitazione contro questa installazione nel territorio parmigiano. Anzi Pizzarotti è stato attivo nei comitati e nelle associazioni che si sono opposte all’incenitore. Poi è cambiato il quadro. Pizzarotti diventa sindaco e l’opzione dell’inceneritore diventa “più possibile”. Comprensibili le reazioni negative ad un ragionamento che diventa pragmatico solo dopo le elezioni.
Per sabato prossimo una coalizione di comitati, associazioni, centri sociali ha convocato una manifestazione contro l’inceneritore a Parma. Una iniziativa che porta alla luce tutte le contraddizioni accumulatesi in questi mesi di amministrazione Pizzarotti. Il sindaco grillino trova però anche qualche alleato tra gli ambientalisti, alcuni dei quali si sono dissociati dalla manifestazione. Secondo l'associazione Corretta Gestione Rifiuti "la corsa dei no termo dell'ultima ora ha per noi impostazioni e visioni incompatibili. Si attacca a volte senza costrutto nel mucchio, ad esempio indicando responsabilità nell'attuale giunta di Parma che invece, secondo noi, si batte dal 2012 per far vincere la corretta gestione dei rifiuti e non altro. Si è data alla lotta una forte impronta politica mentre noi consideriamo la battaglia per la salute una scelta dei cittadini da non consegnare alle compagini di partito. Tutto lecito, ma che non si pretenda che Gcr sottoscriva. Noi non sventoliamo altra bandiera se non quella pirata no termo".
Dunque la critica sarebbe quella di una eccessiva politicizzazione della mobilitazione popolare contro l’inceneritore. Viene voglia di dire che un sindaco e la sue elezione non sono certo un evento della natura né una decisione condominiale, ma, al contrario, una operazione tutta politica (hai voglia a tirare la pelle della “società civile”).
Alle critiche degli ambientalisti più vicini al sindaco Pizzarotti, rispondono i comitati dell’Assemblea permanente contro l'inceneritore che hanno organizzato la manifestazione di sabato prossimo (vedi sotto l’appello di convocazione). I portavoce dell'Assemblea chiedono come si possa "additare dei cittadini come “partitisti” e “avventori dell'ultima ora” proprio quando il Gcr è in affanno e riduce la sua attività contestualmente alla strenua difesa nell'operato della giunta comunale?". "Come può il Gcr - si legge ancora - continuare a replicare, a contraddire e dare del 'capzioso' a chi ha effettuato, con serietà e competenza, 16 appelli, rivelatisi indispensabili per dimostrare tutte le anomalie in fase di accensione del forno e le responsabilità giuridiche dei soggetti interessati, amministrazione comunale compresa? Con che faccia può continuare il Gcr a dichiarare di voler proseguire quella battaglia, che è sempre stata anche la 'sua', contro l'inceneritore e poi, nei fatti, ostacolare e infamare chi invece continua tenacemente a combatterla”?
Si capisce bene che a Parma si va delineando qualcosa di più di una polemica, si va configurando una verifica dei fatti.
Fonte
Sull’inceneritore a Parma il M5S e lo stesso Grillo si giocano parecchia della propria credibilità. Il primo sindaco grillino di una media città capoluogo, rappresenta la verifica se il M5S possa affettivamente essere “altro” dalla casta che ha sempre duramente criticato. Ma sulle scelte concrete, le decisioni degli amministratori locali sono quelle che fanno la differenza. Già sui tagli a servizi e retribuzioni dei dipendenti comunali a causa delle restrizioni di bilancio, abbiamo assistito ad un braccio di ferro tra lavoratori e il sindaco Pizzarotti, il quale non è che abbia mostrato troppi scostamenti dalle terapie d’urto di altri amministratori “castati” o delineate dai tecnocrati del governo Monti. Ma è sulla vicenda dell’inceneritore che il gioco si sta facendo duro. Già prima che Pizzarotti diventasse sindaco era in corso una mobilitazione contro questa installazione nel territorio parmigiano. Anzi Pizzarotti è stato attivo nei comitati e nelle associazioni che si sono opposte all’incenitore. Poi è cambiato il quadro. Pizzarotti diventa sindaco e l’opzione dell’inceneritore diventa “più possibile”. Comprensibili le reazioni negative ad un ragionamento che diventa pragmatico solo dopo le elezioni.
Per sabato prossimo una coalizione di comitati, associazioni, centri sociali ha convocato una manifestazione contro l’inceneritore a Parma. Una iniziativa che porta alla luce tutte le contraddizioni accumulatesi in questi mesi di amministrazione Pizzarotti. Il sindaco grillino trova però anche qualche alleato tra gli ambientalisti, alcuni dei quali si sono dissociati dalla manifestazione. Secondo l'associazione Corretta Gestione Rifiuti "la corsa dei no termo dell'ultima ora ha per noi impostazioni e visioni incompatibili. Si attacca a volte senza costrutto nel mucchio, ad esempio indicando responsabilità nell'attuale giunta di Parma che invece, secondo noi, si batte dal 2012 per far vincere la corretta gestione dei rifiuti e non altro. Si è data alla lotta una forte impronta politica mentre noi consideriamo la battaglia per la salute una scelta dei cittadini da non consegnare alle compagini di partito. Tutto lecito, ma che non si pretenda che Gcr sottoscriva. Noi non sventoliamo altra bandiera se non quella pirata no termo".
Dunque la critica sarebbe quella di una eccessiva politicizzazione della mobilitazione popolare contro l’inceneritore. Viene voglia di dire che un sindaco e la sue elezione non sono certo un evento della natura né una decisione condominiale, ma, al contrario, una operazione tutta politica (hai voglia a tirare la pelle della “società civile”).
Alle critiche degli ambientalisti più vicini al sindaco Pizzarotti, rispondono i comitati dell’Assemblea permanente contro l'inceneritore che hanno organizzato la manifestazione di sabato prossimo (vedi sotto l’appello di convocazione). I portavoce dell'Assemblea chiedono come si possa "additare dei cittadini come “partitisti” e “avventori dell'ultima ora” proprio quando il Gcr è in affanno e riduce la sua attività contestualmente alla strenua difesa nell'operato della giunta comunale?". "Come può il Gcr - si legge ancora - continuare a replicare, a contraddire e dare del 'capzioso' a chi ha effettuato, con serietà e competenza, 16 appelli, rivelatisi indispensabili per dimostrare tutte le anomalie in fase di accensione del forno e le responsabilità giuridiche dei soggetti interessati, amministrazione comunale compresa? Con che faccia può continuare il Gcr a dichiarare di voler proseguire quella battaglia, che è sempre stata anche la 'sua', contro l'inceneritore e poi, nei fatti, ostacolare e infamare chi invece continua tenacemente a combatterla”?
Si capisce bene che a Parma si va delineando qualcosa di più di una polemica, si va configurando una verifica dei fatti.
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