Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/02/2026
È morto Federico Frusciante, comunista e critico cinematografico tagliente
Federico ci rappresentava.
È morto Federico Frusciante, critico cinematografico inferocito. Federico aveva ben chiaro che cosa fosse il Cinema e cercava, nel modo più irriverente e schietto possibile, di trasmetterlo al grande pubblico al quale era arrivato tramite format e video sui social (il più importante e recente CRITICONI) che hanno riscosso un successo tale da avvicinare al Cinema ragazzi e ragazze che non appartenevano a quel mondo.
La sua intransigenza era un modo per mettere spalle al muro chi lo ascoltava, costringerlo a fare i conti non tanto con i film presi in esame quanto piuttosto col loro significato sociale, con ciò che in quel film era sotteso e che il mercato Audiovisivo e la società tutta provava a insabbiare, a rendere merce.
“Se guardate i film con gli zombie solo perché si mangiano le budella non avete capito un cazzo”, la realtà era invece una fotografia della società, in altre parole “gli zombie siamo noi”.
Federico non aveva soltanto chiaro che il Cinema è uno strumento di critica sociale, ma provava anche a responsabilizzare il pubblico in sala, criticando inoltre la nuova distribuzione delle piattaforme audiovisive (come Netflix) che invece prova ad appiattire il Cinema ad un passatempo, un intermezzo tra un impegno e l’altro da vivere da soli e non con la collettività.
Insomma, il Cinema non è “arte per l’arte” ma è uno strumento per sensibilizzare a ciò che accade fuori: “arrabbiatevi perché vi tolgono la pensione, la sanità, i diritti sul lavoro”. Noi in questo ci ritroviamo, a 360 gradi.
Dedicheremo quindi la prima serata della Seconda edizione di Cinema Sommerso a Federico, per ricordarlo e cogliere il suo esempio.
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17/02/2026
Ciao Federico, ci mancherai
Potete crederci: Federico non era solo un appassionato di film cosiddetti di genere, come l’horror da lui molto amato, ma un appassionato di tutto il cinema e sapeva parlare di qualsiasi film con competenza, dall’epoca del muto ai giorni d’oggi, dal cinema di genere ai più grandi registi. In anni e anni di gestione della sua videoteca “Videodrome” (nome che aveva ricavato dal capolavoro di Cronenberg), a Livorno, ha fatto conoscere e amare il cinema a generazioni di livornesi con i suoi consigli, le sue battute, la sua competenza. “Videodrome” non era solo un videonoleggio ma un luogo di aggregazione per ritrovarsi e improvvisare discussioni e chiacchierate sui più svariati argomenti, prima che imperversassero le piattaforme digitali di streaming. E, una volta chiuso il videonoleggio, ha intensificato la sua attività di youtuber instradando al cinema migliaia di giovani in tutta Italia, aprendo loro la mente, facendoli appassionare. Dietro un’apparenza ruvida era la persona più dolce del mondo, un grande gigante buono: anche per questo ci mancherà tantissimo.
Ma, banalmente possiamo dire che Federico non morirà mai perché ci sono le sue idee, i suoi video, le sue parole che ancora risuonano forti del suo indistruttibile antifascismo pieno di vita contro la morte che quotidianamente ci circonda, giorno dopo giorno. Continuiamo a guardare il cinema e la società come ci ha insegnato, con tanta critica costruttiva ma anche con tanto amore e passione. Lui, così refrattario a qualsiasi banalizzazione istituzionale, aveva un sogno: realizzare una “Casa del cinema” a Livorno, uno spazio pubblico dove proiettare film gratuitamente per tutti, dove discutere di cinema e dare l’opportunità a molti giovani cineasti in difficoltà di poter proiettare il loro film. Un sogno di cui le istituzioni cittadine si dovrebbero ricordare, almeno ora, per sconfiggere il devastante piattume culturale che ci circonda, adesso ancora di più.
La Redazione di Codice Rosso
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31/10/2025
Morti due ragazzi nel porto di Livorno
Abbiamo appreso della morte di due ragazzi ieri mattina, nel porto di Livorno. Due giovanissimi lavoratori che, nella speranza di una vita migliore, si erano imbarcati su una nave ro-ro nascosti dentro un semirimorchio. Una volta scoperti per loro non c’è stata possibilità di fare richiesta di asilo, di spiegare la propria condizione. Non hanno potuto parlare con un avvocato o con un’associazione. Sono stati rinchiusi a forza in una cabina della nave pronti per essere rimandati in Tunisia. Senza neanche sapere se effettivamente era quello il loro Paese di provenienza.
Hanno cercato di scappare forzando la porta della cabina e si sono buttati in mare. Subito risucchiati dalle eliche di una nave Grimaldi che in quel momento transitava lungo il canale.
È questa la civiltà che tanto vogliamo difendere? È questo il trattamento che riserviamo a degli essere umani?
Nel nostro porto le armi sono sempre le benvenute perché “portano lavoro”. Molto spesso servono per andare ad ammazzare civili proprio nei paesi del “terzo mondo” da cui provengono questi ragazzi. Le armi e le navi israeliane vanno bene ma due ragazzini nascosti in un contenitore devono morire in questo modo atroce.
Noi non ci abitueremo mai a questo schifo. I lavoratori portuali non saranno mai complici di questo sistema.
Di questi due ragazzi probabilmente non si conoscono neanche i nomi. Non si potrà neanche avvisare le famiglie.
Livorno non è questo. Con tutta la rabbia dobbiamo, insieme, ribadirlo.
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17/02/2025
Livorno 2014-2024: crollo del lavoro cognitivo e ascesa del precariato nel turismo
Al convegno USB “Dall’industria all’overtourism” è emerso come nel corso degli anni ’10 Livorno e provincia abbiano visto un netto calo della forza lavoro industriale (-18%) a favore di quella nel settore turistico (+22%). Questa crescita numerica della forza lavoro, per un complessivo -1% di disoccupazione tra il 2012 e 2023, si è accompagnata però a una sensibile riduzione del potere di acquisto dei nostri territori: -8% in dodici anni per il lavoro industriale e -20%, un quinto del salario, per il lavoro del settore turistico. Il tutto entro una attuale media di salario mensile, per Livorno e provincia, di 1500 euro al mese a fronte di 1800 euro di media nazionale di un paese che, secondo il Corriere della Sera, risulta inferiore alle media europea dei salari del 15%. Quali sono i motivi di questo scarto netto tra Livorno e media italiana che pongono i nostri territori in una dimensione di downgrade economico e sociale?
Dal punto di vista della composizione della forza lavoro la spiegazione sta nel fatto che Livorno e provincia sono economie a basso valore aggiunto ovvero il valore che emerge dalla produzione e distribuzione di beni e servizi grazie ai fattori produttivi adoperati. Nell’industria in declino il valore aggiunto del prodotto è basso, nel turismo è basso quello dei servizi erogati per cui, non a caso, il salario mensile è inferiore alla media nazionale: è la condizione per realizzare profitti sui nostri territori. Quello che manca a Livorno e provincia è il lavoro ad alto valore aggiunto, il lavoro cognitivo, in grado di far lievitare il valore di prodotti, salari e profitti. E qui emerge la questione, drammatica, dei nostri territori: nel corso del decennio 2014-2024 è avvenuto un vero e proprio crollo della presenza del lavoro cognitivo a favore di quello a basso valore aggiunto e precario di cui il turismo rappresenta solo uno degli aspetti.
Tra il 2014 e il 2024, Livorno e la sua provincia hanno vissuto infatti trasformazioni significative nel mercato del lavoro, caratterizzate da una riduzione della forza lavoro cognitiva (legata a lauree e diplomi) e una crescita del lavoro precario, soprattutto nel turismo e nella gig economy. Di seguito, una scheda di questi fenomeni per inquadrare concettualmente il fenomeno.
1. Perdita di forza lavoro cognitiva
Emigrazione giovanile
- Dati indiretti: nonostante l’assenza di statistiche dirette sull’emigrazione, i dati demografici e occupazionali suggeriscono una fuga di giovani qualificati verso altre regioni o paesi. Il saldo positivo di nuove imprese (+316 nel 2024) è concentrato in settori a bassa specializzazione, mentre la creazione di società di capitale (tipiche di attività ad alto valore aggiunto) è limitata.
- Disallineamento formativo: il 48% delle imprese livornesi segnala difficoltà nel reperire profili qualificati, indicando che molti giovani formati potrebbero aver lasciato il territorio per opportunità altrove.
- Sottoutilizzo delle competenze: tra il 2021 e il 2023, è emerso un sottoutilizzo della forza lavoro, con individui che lavorano meno ore rispetto alle aspettative, spesso in ruoli fortemente incoerenti con il loro livello di istruzione.
- Esempio: laureati impiegati in posizioni non specializzate nel turismo o nel commercio, settori che nel 2024 assorbivano il 76% delle nuove assunzioni, prevalentemente in servizi a bassa qualifica.
Inattività
- Disoccupazione strutturale: l’aumento dei costi energetici (+30% previsto nel 2025) e la carenza di reali politiche attive per l’occupazione hanno aggravato l’inattività, soprattutto tra i giovani under 30, che rappresentano il 28% delle nuove assunzioni ma con contratti spesso temporanei.
2. Crescita del lavoro precario: turismo e gig economy
Turismo
- Espansione del settore: il turismo è diventato un pilastro economico, con presenze alberghiere in aumento del 3-5% nel 2024 e picchi stagionali al “tutto esaurito” . Tuttavia, il 76% delle nuove assunzioni nel settore dei servizi (dicembre 2024) riguarda ruoli stagionali o part-time, spesso senza stabilità contrattuale.
- Destagionalizzazione fallita: nonostante gli sforzi per promuovere il turismo fuori stagione, la domanda lavorativa rimane concentrata nei periodi estivi, alimentando precarietà.
Gig economy
- Impatto nazionale e locale: in Italia, il 14% della forza lavoro è coinvolto in attività gig, con settori come consegne, trasporti e turismo in prima linea. A Livorno, la crescita del turismo ha favorito l’ascesa di lavoratori autonomi senza tutele (es. rider, addetti alle pulizie stagionali).
- Esempi concreti: lavoratori senza contratti formali
nel settore alberghiero o legati a piattaforme digitali, privi di
assicurazioni e previdenza sociale.
3. Tra perdite cognitive e crescita precaria, dieci anni a confronto
4. Fattori chiave delle dinamiche
- Mancata diversificazione economica: l’economia livornese rimane legata a settori tradizionali (turismo, commercio), con investimenti molto scarsi in innovazione e alta tecnologia.
- Crisi energetica e costi: l’aumento del 30% delle bollette ha limitato la capacità delle PMI di assumere stabilmente, spingendo verso contratti flessibili.
- Scarsa formazione professionale: Il 48% delle imprese segnala un mismatch tra competenze richieste e offerte, aggravato da politiche formative inefficaci.
Conclusioni
Tra il 2014 e il 2024, Livorno ha visto un dualismo entropico nel mercato del lavoro:
riduzione della forza lavoro cognitiva (-20% stimato) e crescita del
precariato (+25%). Senza interventi strutturali, non all’orizzonte, il
rischio è un ulteriore impoverimento del capitale umano, con ricadute
negative sulla qualità della vita territoriale e il rischio di serie patologie sociali.
Emigrazione giovanile – per cui il sistema Livorno e provincia esporta
il sapere che produce senza saldo positivo – e demansionamento sono
riflessi di un tessuto produttivo non in grado di utilizzare lavoro ad
alto valore aggiunto (a causa di scarsi se non nulli investimenti).
In
sostanza, nel corso di oltre un quindicennio, il sistema Livorno ha
risposto alla grave crisi del 2008-2009, certificata come tale da Irpet,
adattandosi all’utilizzo di forza lavoro a basso valore aggiunto,
decrescente nell’industria e crescente nel turismo. In mezzo la crisi
del lavoro cognitivo, l’incapacità sistemica di impiegarla sui nostri
territori, che spiega la media di bassi salari presente a Livorno e
provincia. Considerando che la rivoluzione fatta di IA e robotica
nei processi produttivi e nei servizi aggredisce il lavoro a basso
valore aggiunto e persino quello ad alto valore, ma non in grado di
adattarvisi, Livorno si sta preparando all’economia dei prossimi dieci anni con serie criticità
nella composizione della sua forza lavoro, soprattutto nella sua
capacità di estrarre reddito sufficiente dalle proprie attività
lavorative.
16/06/2024
Quando Livorno scomparve in un giorno
Quello che è accaduto a Livorno va letto attraverso una serie di criteri: il progressivo invecchiamento della popolazione (nel 2008 i pensionati rappresentavano il 29% degli abitanti del territorio oggi oltre il 42%); il calo del potere di acquisto dei livornesi (dai dati acquisiti in campagna elettorale superiore a quello delle grandi città); l’elevata propensione all’indebitamento per il credito al consumo per compensare il calo del potere d'acquisto (Livorno è il capoluogo di provincia top in Italia per questo fenomeno); la prevalenza dei contratti precari (72%) nelle nuove assunzioni.
Questi criteri rendicontano l’esistenza di tre fenomeni che attraversano Livorno determinandone il presente e il futuro: rendita, debito, precarietà. Il debito è la zona che mette a contatto rendita e precarietà determinando significative differenze di classe visto che la rendita è in grado di usare il debito, mentre la precarietà solo di subirlo. È chiaro che la rendita sta cambiando, non solo per il degrado del sistema pensionistico, ma sia per i patrimoni ereditari che passano ai più giovani che per le mutazioni di un mercato immobiliare maggiormente legato al turismo. Ma sta cambiando anche il precariato sempre più legato a servizi di bassa qualità vista anche la presenza molto ridotta a Livorno di imprese innovative.
In questo contesto la vittoria al primo turno del centrosinistra alle amministrative 2024 è molto diversa da quelle dell’epoca del PCI o dello stesso centrosinistra negli anni della finanziarizzazione e del boom immobiliare e dei servizi dopo la fine del modello industriale in città.
Prima di tutto perché si tratta di una presa del potere ottenuta grazie a un apporto molto minore della popolazione rispetto al passato (in sostanza ha votato un cittadino su due con un -8% rispetto alla già bassa percentuale di voto nazionale). Poi perché a differenza del PCI, che esprimeva la classe dirigente dell’epoca industriale, e del centrosinistra del passato, che rappresentava comunque fenomeni emergenti, questa vittoria si spiega con l’intreccio tra poteri esistenti, rendita, debito e precarietà.
Come si direbbe in un altro linguaggio si tratta di una vittoria che interpreta pienamente il presente.
La vittoria del centrosinistra di oggi è quella della capacità di mettere assieme interessi molto diversi nei “mondi” attraversati da questi tre fenomeni che sono “abitati” in modo molto differenziato. Si tratta di una capacità ottenuta in modo tradizionale, con la classica mediazione face-to-face, con l’intervento dei cartelli elettorali e con un marketing anni ‘10 che risulta efficace specie quando egemone.
Il risultato, in termini di potere, è andato ben oltre il campo del centrosinistra visto che hanno votato Salvetti spezzoni corposi di centrodestra, in nome della capacità di salvaguardia della rendita, e in caso di secondo turno era già pronto un soccorso a sinistra. Insomma, il centrosinistra ha composto una long tail molto estesa fatta di portatori di interesse – alcuni grandi, altri piccoli – che si è riconosciuto nella proposta Salvetti. Questo fenomeno, assieme a una astensione inedita, ha fatto la differenza.
Rendita, debito precariato, assieme, hanno caratteristiche antropologico-politiche ben precise: sono fenomeni legati prevalentemente alla dimensione del presente – dominato o subito, non importa – e, oltre a interessi immediati, sono sensibili alla dimensione onirica del marketing che è il piano simbolico-comunicativo che li tiene assieme oltre a esse una industria che cresce proprio grazie a loro. Si può anche sorridere vista la gracilità degli interessi immediati garantiti dal centrosinistra e il trash dell’onirico tipico del marketing del primo cittadino durante tutto il mandato. Ma una volta smesso di sorridere si nota che tutto questo funziona e intercetta gli intrecci di potere che passano tra rendita, città indebitata e precariato.
Così a Livorno, alla restrizione seria della platea elettorale ha corrisposto, da parte del centrosinistra, l’occupazione maggioritaria della platea dei portatori di interesse. Questo in uno scenario nel quale il concetto di futuro appartiene al marketing politico elettorale, e poi a quello della vita di tutti i giorni, ma non, o almeno non al momento, alla pratica dei portatori di interesse.
Se c’è un altro fenomeno nel quale un livello di astensione mai visto a Livorno si rispecchia è quello della perdita di controllo economico, e politico, del territorio a causa del ritrarsi, dalla città, dell’economia e della politica formali (ne abbiamo parlato qui). Di per sé il fenomeno è facilmente spiegabile: meno stato ed economia sono presenti minore è la partecipazione ai fenomeni elettorali. Che tutto questo porti al rischio azzeramento della vita municipale è nei fatti.
Siamo quindi in una zona ai confini della realtà, quella concepita come tale negli ultimi due-tre decenni, ovvero nella norma delle società distopiche come le nostre. La nostra distopia è che la parte di città che si sottrae al voto semplicemente, sul piano politico e sociale, scompare. Non ricompare altrove, o in attesa di tempi migliori, semplicemente svanisce.
Se dare suggerimenti, in un contesto del genere, è da maestrini risulta invece etico avvertire che di fronte a fenomeni di questo tipo niente, o poco, delle certezze acquisite serve veramente a qualcosa se si vuol dare un futuro a questa città.
Fonte
18/08/2023
Livorno - Navi, fumi, ambiente e lavoro – Intervista a Livorno Porto Pulito
Dopo questi primi mesi di lavori intensi in cui siete riusciti a ottenere una serie di documenti, foto, video e dati essenziali intorno al problema dei fumi navali, quale tipo di valutazione puoi dare del lavoro che avete fatto in termini di risultati e di consapevolezze acquisite?
Noi crediamo che il primo bilancio sia già molto positivo. Abbiamo approcciato e approfondito tematiche scientifiche e sanitarie tutt’altro che semplici, cercando di divulgarle alla cittadinanza sia sui social che attraverso sei incontri di quartiere, in presenza. Il primo passo era suscitare consapevolezza del problema, perché a Livorno sembra ancora una cosa normale che le navi “fumino”. Non c’è percezione della gravità delle emissioni in termini di effetti negativi sulla salute e sulla qualità della vita. Abbiamo provato a sollevare la questione anche tramite vari flashmob e altre iniziative di sensibilizzazione, riscuotendo qualche attenzione anche dai media. E poi si è iniziato a esercitare una pressione asfissiante verso le varie Autorità.
Quali sono i dati più importanti che avete rilevato dalle centraline che avete installato e da altre analisi effettuate?
Abbiamo installato tre centraline che rilevano il particolato PM10 e PM2,5, prodotti dalla combustione dei carburanti navali, che possono influire sul sistema respiratorio e, attraverso gli alveoli polmonari, danneggiare anche gli organi interni. Sono molto valide e visibili su web da chiunque e stanno dando evidenza del contributo del porto all’inquinamento cittadino da polveri sottili.[1] Grazie all’ultima installata, due settimane fa, siamo perfino in grado di associare i “picchi” di particolato, soprattutto PM2,5, alle singole navi in transito o agli ormeggi. Ovviamente per avere un quadro più completo degli inquinanti servirebbero strumenti più sofisticati ma costosissimi, non alla portata di un’associazione. Tuttavia, proprio nelle scorse settimane abbiamo ultimato un mese di campionamento con ricettori passivi di biossido di azoto, gas estremamente tossico e tipico delle emissioni navali. Avremo i risultati nei prossimi mesi.
Che rapporto avete instaurato con l’Autorità portuale, ARPAT, Comune e Sindaco? Vi sono stati momenti di tensione o di dialogo?
I rapporti purtroppo non sono idilliaci. Di fronte al “muro di gomma” contro cui vanno solitamente a sbattere le associazioni ambientaliste, abbiamo da subito formulato richieste specifiche e concrete, formalizzandole tramite PEC. Nessuna risposta, o quasi. L’Autorità portuale, ad esempio, deve risponderci da molti mesi circa i programmi temporali di elettrificazione delle banchine. È una soluzione spesso presentata come panacea, sulla quale esistono problemi enormi, a cominciare dalla effettiva disponibilità di energie alternative per finire con l’ostruzionismo degli armatori, che si troverebbero a sopportare maggiori costi, sia di investimento che correnti.
Al sindaco abbiamo formulato dieci domande nel febbraio scorso, anche su aspetti che dovrebbe gestire in prima persona, come quelli sanitari. E poi sul c.d. “Blue Agreement”, a Livorno ancora più fittizio che in altri porti. E sull’impatto devastante delle crociere. Anche Arpat non brilla per spirito collaborativo, a differenza dell’esperienza di altri comitati, ad esempio con la consorella ligure Arpal.
E poi ci sono le continue sollecitazioni, non particolarmente fruttuose, alla Capitaneria e al Servizio Prevenzione dell’USL Nordovest. E sul tema enorme della Darsena Europa l’Associazione ha presentato proprie osservazioni al Ministero dell’Ambiente. Ovviamente molto critiche.
Amitav Gosh nel suo libro “La grande cecità” afferma che la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo è anche una crisi della cultura e pertanto dell’immaginazione. Cosa ne pensi? E come vedi l’immaginario collettivo che si respira, in tutti i sensi, a Livorno in questo momento?
Nel momento in cui abbiamo pensato di creare l’Associazione, esattamente un anno fa, ci siamo detti che iniziavamo una battaglia difficilissima. Ma il problema, a Livorno come in altre città portuali, è molto grave e qualcuno deve pur combatterla. Non siamo ovviamente una realtà connessa a forze partitiche, ma il contenuto della nostra attività è estremamente politico: l’inquinamento navale è un classico caso in cui grandi imprenditori privati – gli armatori e indirettamente i petrolieri – scaricano sulla collettività i costi sociali del loro business. Misure immediate per cominciare a ridurre la tossicità dei fumi ci sarebbero, ma andrebbero a erodere i profitti altissimi che si stanno conseguendo nel settore navale, sia per il boom delle crociere che per il trend in forte ascesa del commercio tramite container. È la solita privatizzazione dei benefici e socializzazione dei costi: da una stima formulata da un accademico [2] risulta che soltanto le crociere negli anni scorsi (2017/2018) avrebbero provocato 4 milioni di costi sociali, per lo più sanitari. Di fronte a questa situazione, l”immaginario collettivo di Livorno” segue la narrazione secondo la quale l’incremento del traffico navale porta solo benefici. Ed è una narrazione che viene dalle massime autorità locali e dai media che le sostengono. Serve invece costruire un “immaginario concreto”, in cui la città venga ripensata in funzione di una dimensione economica più vasta e articolata, nella quale il porto sia vissuto come risorsa importante, non come padrone assoluto delle dinamiche politiche e sociali.
Nel suo incredibile lavoro giornalistico sulla città di Taranto, Alessandro Leogrande ci avvertiva del pericolo del binomio posti di lavoro / ambiente sano come se fosse una contraddizione senza uscita. Queste le sue ultime parole: “Elaborare un nuovo nesso tra ambiente e città, interpretare la nuova questione operaia, disegnare un nuovo piano del lavoro, ridurre le diseguaglianze, parlare di ecologia su scala globale sono tutte facce dello stesso problema. Città per città esso andrebbe affrontato per evitare di trovarsi in un ambiente che si spegne lentamente”. Trovi un nesso con Livorno in queste parole?
Livorno, esattamente come Taranto e altre realtà (pensiamo solo alla Val d’Agri, in Basilicata) vive il ricatto fra morire di fame e morire di inquinamento. Il porto e la raffineria, con le aree inquinate circostanti tuttora da bonificare, ci collocano fra i Siti di Interesse Nazionale e Regionale in cui, statistiche alla mano, si muore di più. In questo contesto le grandi imprese e la politica compiacente tentano di dividere il fronte degli oppositori, contrapponendo occupazione e ambiente. L’obiezione che ci viene mossa più spesso è “allora volete chiudere il porto?”. Senza essere smentita da chi invece dovrebbe avere il ruolo di contemperare e difendere due diritti costituzionali come il lavoro e la salute. Noi rivendichiamo con grande forza la necessità di garantire entrambi, nello stesso percorso politico ed economico. Non a caso fra i nostri striscioni uno dei più significativi è: “Dalle navi lavoro, non veleni”. Non a caso la nostra collaborazione con i lavoratori portuali è sempre più estesa. Sono i primi a respirare veleno, i primi a dover essere tutelati. Livorno è una città malata, non solo dal punto di vista ambientale e sanitario, ma anche nei rapporti fra le varie fasce socioeconomiche e culturali, nel degrado della solidarietà e della cultura. Noi vogliamo costringere i responsabili all’“onere della prova” sulle “cose” malate che inquinano la nostra città a causa di una gestione del potere finalizzata solo al beneficio di pochi a discapito dei cittadini e in particolare dei più deboli sia economicamente che culturalmente. Noi vogliamo che le nostre centraline e la nostra denuncia portino all’“onere della prova” i fruitori del profitto e chi li difende come le amministrazioni assenti o a volte complici di interessi politici compiacenti.
I comitati cittadini spesso nascono, a volte con iniziative lodevoli, per esigenze legate alla vivibilità del quartiere o della città (degrado, traffico, parcheggi, antenne satellitari). Ma nella maggioranza dei casi i comitati rimangono fini a se stessi in quanto non contribuiscono a una reale crescita dell’insieme cittadino, privilegiando singole battaglie, spesso importanti, ma slegate da un processo politico e sociale che metta in discussione i concetti di lavoro, ambiente, reddito, partecipazione, spazio cittadino, interessi clientelari e molto altro ancora. Perché? Cosa possiamo fare ancora per questa città “che si sta spegnendo lentamente”?
È un tema importantissimo, delicato, di non facile soluzione. Si intreccia con l’egemonia culturale dominante a livello nazionale, secondo la quale il sistema economico e sociale vigente è l’unico possibile. È il T.I.N.A., il “There Is Not Alternative” di thatcheriana memoria. Livorno non fa eccezione, anzi. I comitati di quartiere si impegnano in micro-battaglie spesso del tutto legittime, ma manca la visione complessiva della città e spesso tutto si traduce nella difesa della propria particolarità rionale. E la politica locale non fa nulla per coinvolgere realmente i cittadini nel governo della città, coltivando anzi i particolarismi egoistici. La stessa istituzione dei Consigli di Zona ne è espressione. Sulle scelte complessive il mantra è “ci avete votato e adesso decidiamo noi” e i processi partecipativi previsti per varie procedure amministrative (vedi progetto Ospedale nel Parco Pertini, ma anche Piano Strutturale, Operativo, del Verde) sono sempre diretti a una mera ratifica di decisioni già prese. Il civismo, anche a Livorno, può rinascere solo attraverso una interconnessione delle tematiche ambientali e sociali, soprattutto alla luce delle devastazioni del tessuto del territorio, dell’occupazione, dei servizi pubblici. Anche in questa città ci sono espressioni cosiddette civiche che organizzano momenti di aggregazione fini a sé stessi, apparentemente utili alla socializzazione di quartiere, ma in realtà nocivi, perché spesso si traducono in salottini autoreferenziali, avulsi dal dramma collettivo che stiamo vivendo. Questa città si riaccenderà nel momento in cui le singole lotte verranno viste nella loro coerenza complessiva. La tutela dell’ambiente e del lavoro deve costituirne la base. Noi ci stiamo provando.
Note
[1] http://www.cheariatira.it/
2. Si tratta dello studio del prof. Giuseppe Tattara di Ca’ Foscari sui costi indiretti delle crociere su Livorno. In questo caso bisogna tener conto del fatto che si tratta di dati del 2017/2018, quando ancora non vigevano i nuovi limiti sul tasso di zolfo. Quanto sopra per completezza, anche se le emissioni di biossido di zolfo sono solo una parte minore dell’inquinamento navale, dovuto principalmente a particolati e biossido di azoto. Inoltre, il prof. Tattara tiene a precisare che si tratta delle stime possibili sulla base delle informazioni messe a disposizione: ”gradirei che venisse specificato che si tratta di una stima di larga approssimazione, non avendo a disposizione il calendario degli attracchi e le permanenze x nave”. Per quanto parziale e non aggiornatissima, si tratta comunque di una fonte ufficiale e autorevole, trattandosi del rapporto “Carbon Footprint” dell’Autorità Portuale.
19/01/2023
Palermo, Genova, Livorno: si moltiplicano gli incidenti nei porti italiani
In questi giorni, purtroppo, dobbiamo segnalare una serie d’incidenti avvenuti sulle banchine del porto di Genova e di Palermo. Tutto ciò senza dimenticare i fatti avvenuti nel porto di Livorno poco meno di un mese fa. Questi avvenimenti hanno in comune il fatto di aver coinvolto navi attraccate nei porti sopra menzionati.
A Palermo la nave traghetto la Superba, ha preso fuoco per via di un probabile cortocircuito in un container frigo. A bordo vi erano 184 passeggeri e se l’incendio fosse divampato in alto mare oltre che a rendere più complicato il salvataggio dei passeggeri e dei marittimi si sarebbe corso il rischio di conseguenze ben più gravi come, peraltro già successo anni fa.
Al terminal Messina di Genova una nave ormeggiata contenente al proprio interno ecoballe (rifiuti) si è posta su di un fianco per un errore di galleggiamento rischiando di colpire la Paceco (GRU) e di farla cadere. Incidente simile ad un altro verificatosi sempre nello stesso terminal anni prima. In quel caso la gru venne effettivamente colpita crollando.
Pochi giorni fa un traghetto della Tirrenia ormeggiato presso la banchina delle riparazioni navali, sempre a Genova, ha rotto gli ormeggi andando ad urtare il traghetto vicino.
Ricordiamo che incidenti di questo tipo sono già accaduti in passato come nel caso di Livorno qualche settimana fa, dove per il forte vento la nave Eco Valencia ruppe gli ormeggi andando ad urtare la banchina adiacente e anche in questo caso fortunatamente non vi furono grosse conseguenze.
Questa serie di gravi incidenti ci portano a fare una riflessione che riguarda la continua privatizzazione delle banchine, soprattutto da parte dei vari armatori di turno, che si vantano di investire milioni di euro mentre ci si trova davanti navi con seri problemi di sicurezza.
Continuiamo e continueremo a denunciare che la privatizzazione è il problema e non è di certo la soluzione. Lasciare nelle mani di un vero monopolio di privati il patrimonio storico, economico e sociale dei nostri porti non sta portando i risultati a lungo promessi ma sta permettendo solo di riempire le tasche di imprenditori a discapito di lavoratori e cittadini che dal porto hanno tratto ricchezza per la propria comunità creando posti lavoro e tenendo vive le proprie città.
Fonte
20/09/2022
L’insostenibile collaborazionismo della CGIL
Una cooperativa, tra le più grandi in Toscana, minaccia di chiudere le due strutture sanitarie perché, a suo dire, non riceve abbastanza soldi dal Comune. Gli operatori e le operatrici giustamente fanno pressione e si mobilitano, i dirigenti sindacali escono pubblicamente con dichiarazioni rivoluzionarie.
E poi cosa succede? Ci si appella al “senso di responsabilità”. Tradotto? Se mancano i soldi non si va dalla cooperativa a contestare la presunta crisi, non si va a mettere in discussione il sistema Regionale dell’assistenza con le sue rette tirate all’osso, non si va nemmeno dal Comune. Si firma un accordo per far lavorare gli operatori a 2 euro l’ora.
Alla fine, grazie a questi sindacati e al loro senso di responsabilità sono i lavoratori e le lavoratrici a dover pagare la presunta crisi. Parliamoci chiaro, questo è solo uno dei tanti esempi.
Quante volte abbiamo ascoltato dirigenti sindacali che si presentano alle assemblee dicendo che i lavoratori devono fare la loro parte sennò l’azienda chiude. Terrorismo psicologico per far ingoiare accordi su accordi al ribasso. Da quello che ha tolto di mezzo la scala mobile (che oggi più che mai sarebbe stata fondamentale) all’introduzione dei contratti precari perché sennò ci sarebbero stati licenziamenti.
Questo modo di operare viene sempre preceduto da dichiarazioni roboanti e minacce di mettere in campo fantomatiche lotte sindacali. Alla fine tutto si conclude allo stesso modo.
Bisogna essere però ancora più chiari. In tutta questa catena il ruolo di questi sindacati è quello più importante, quello che permette materialmente alle varie aziende di portare a casa il risultato. Non c’è nulla affidato al caso. In cambio il padrone di turno ti dà qualche briciola. Un cambio turno, qualche livello, una postazione meno faticosa, un contratto rinnovato di qualche mese, l’illusione che sia sufficiente essere riconosciuti al tavolo delle trattative per poter effettivamente cambiare le cose senza capire che ti riconoscono proprio per questo motivo.
Alla fine non arrivano mai in fondo alle vertenze. Con lo sciopero in porto sta succedendo la stessa identica cosa. Si fanno le lotte per far aumentare le tariffe sugli appalti ad alcuni imprenditori dando per scontato che poi gli stessi personaggi, una volta ottenuto il risultato, trasferiranno questi soldi ai lavoratori. Come no...
Paradossalmente, in certi casi, se il sindacato non ci fosse sarebbe meglio e questo i padroni lo sanno benissimo infatti in decine di aziende, quando vai a firmare la lettera di assunzione ci trovi la delega sindacale. Potrei fare mille esempi.
Noi siamo quelli che “fanno chiudere le aziende”, i populisti, quelli che non hanno senso di responsabilità, quelli non riconosciuti.
Ma guarda un po’ stiamo crescendo giorno dopo giorno.
Qualcuno firma accordi per lavorare a due euro l’ora e altri portano avanti vertenze (vere) per aumentare gli stipendi a fronte di un carovita insostenibile.
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06/09/2022
Quale futuro per Livorno?
Per fare un esempio, Liverpool, capitale europea della cultura 2008, ma oggetto d’investimenti su questo piano anche in epoca Thatcher, ha puntato strategicamente sulla cultura come settore trainante della rigenerazione urbana, e veicolo di ristrutturazione, con grossi risultati ma anche con fallimenti reali. In questo recente articolo infatti possiamo trovare uno spaccato di decenni di mutazioni e ristrutturazioni dell’area metropolitana di Liverpool che conducono, oggi, a un ineliminabile risultato: le street gang si sono moltiplicate nonostante anni di tentativo di governo del territorio, politiche culturali e di riduzione di quella che viene chiamata devianza (in questo caso gli Youth Crime Prevention Programmes).
La base materiale di questo fenomeno è l’alto tasso di disoccupazione giovanile di quelle aree tenendo conto che, a livello nazionale britannico, il tasso giovanile di disoccupazione è perlomeno triplo rispetto alla media complessiva. Insomma seguendo l’articolo di John Hesketh, docente di Justice Studies a una delle università di Liverpool, è la distanza tra mondo giovanile e mercato del lavoro a creare quello spazio che rende possibile la riproduzione delle street gang: un spazio urbano, aggregativo dal punto di vista neotribale con una base economica perché riempito dall’economia informale, dal mercato delle droghe e dalla predazione e dalla riappropriazione urbana.
Ora, la questione delle street gang in Inghilterra è vecchia quanto la rivoluzione industriale ma, a ogni mutazione economica si pone con le sue differenti culture e i diversi livelli d’intensità di economia della predazione e della riappropriazione. Quello che impariamo da Liverpool, per le nostre province nelle quali si parla impropriamente di banlieue di Toscana, è che la rigenerazione urbana con la cultura come strumento di ristrutturazione del territorio lascia enormi spazi scoperti, assieme alla continua ristrutturazione del lavoro portuale (che in UK segue le linee di questo genere di politica) all’economia e alla presenza delle street gang grazie anche a un alto tasso di disoccupazione giovanile e al fenomeno dell’abbandono scolastico. Insomma, se non vogliamo ridurre il nostro territorio a una Toxteth (un quartiere molto problematico di Liverpool) sul Mediterraneo è bene uscire dal loop retorico “intanto la cultura” perché le politiche culturali sono essenziali ma solo entro un approccio sistemico legato alla rigenerazione urbana. Altrimenti sono, come fa il comune di Livorno, intrattenimento venduto come medicina sociale. E questo approccio sistemico se in Gran Bretagna difetta, o è pesantemente condizionato dal liberismo, da noi è ancora territorio alieno.
Quello inglese è un paradigma da tenere bene in mente anche dalle nostre parti: la rigenerazione urbana ha nella cultura, si pensi alle aree lasciate libere dai precedenti cicli economici, un elemento forte d’innovazione economica ma da solo lascia comunque enormi spazi scoperti. Anche in economie, come quella inglese, nella quale il basso tasso di disoccupazione è comunque accompagnato da un forte tasso di disoccupazione giovanile. E specialmente in aree portuali nelle quali, pur in presenza d’innovazione tecnologica e d’importanti presidi di economia della conoscenza, aree, ricchezza e legame sociale tendono a ridursi con l’evoluzione del rapporto tra territorio ed economia dello shipping.
Insomma, nel momento in cui le street gang non sono più un elemento delle subculture urbane legate alle mode e al tempo libero ma parte decisiva, neotribale di una economia informale, che sottrae spazio alla grande economia formale, che occupa territori e li plasma secondo le proprie esigenze è evidente che bisogna saper guardare con occhio critico alle “politiche” di oggi e prefigurare la politica del prossimo domani.
Se guardiamo all’articolo della Nazione – quello che azzarda il paragone tra Pisa, Livorno e le periferie francesi – i sindaci di entrambe le città, con accenti diversi, chiedono prima di tutto un intervento di controllo militare. Ora, se nelle guerre moderne è chiaro che l’intervento sul campo è sempre meno decisivo per risolvere le controversie, e che un conflitto si vince mettendo in sincrono più piani d’intervento, a maggior ragione questa regola vale quando si devono rigenerare i territori. Invece, le retoriche dell’intervento militare si ripetono in assenza di una politica reale della sovrapposizione di piani che, unica, può scatenare davvero un cambiamento.
Il punto è che i sindaci chiedono più forze dell’ordine in un mondo nel quale si rivelano poco efficaci anche i risultati dell’intervento di polizia nei territori a rischio persino se accompagnato dal predictive policing (gli strumenti predittivi dei comportamenti a rischio basati su analisi dei dati). Eppure da noi, dove la comunicazione politica è quasi sempre richiesta di polizia, il predictive policing è solo, dove è conosciuto, poco più di una teoria. Finisce così che i primi cittadini richiedano strumenti d’intervento di qualche crisi fa, l’occupazione militare e arresti che non possono andare oltre il piano simbolico, così la continua richiesta di pattuglie sul territorio si rivela non frutto di una strategia ma solo della tattica dell’incontro con le richieste dell’opinione pubblica e dei social.
Conosciamo la logica che muove i sindaci: se l’opinione pubblica chiede pattuglie sul territorio i primi cittadini si mettono nel coro. Addirittura mentre la disponibilità dei sindaci, in tema di ordine pubblico, “per fare pressione su Roma” è sempre immediata non ne esiste una seria per piani organici di rigenerazione urbana. In poche parole, si manca completamente degli strumenti e della concezione necessaria per attivare, in sincrono, gli elementi (dal controllo del territorio, al recupero economico alla rielaborazione del legame sociale) della complessa ma necessaria strategia di rigenerazione urbana. In questo modo si faranno degli arresti ma la produzione di degrado rimarrà intatta. Lo rimane, come nel caso inglese, anche in caso di decenni d’interventi sui territori lo rimarrà, a maggior ragione, nei nostri dove il decoro urbano è il massimo del traguardo del marketing politico.
Qui il sindaco di Livorno, Luca Salvetti, si è già ricavato un ruolo (richiesta di organici di polizia, di certezza della pena) che è sia di richiesta che polemico nei confronti dello stato centrale. Ruolo che avrebbe un senso se Livorno fosse in grado di attivare, o anche solo di prefigurare, interventi organici, profondi di rigenerazione urbana. In questo scenario il marketing sul progetto degli Uffizi a mare, che pare carente sulle fonti di finanziamento, non ha molto a che vedere con la rigenerazione urbana. Considerato che dal punto di vista turistico, e d’identità del territorio, ha molto più senso un museo della città del cui progetto culturale si sono perse le tracce.
Il futuro di Livorno è quello di essere un set permanente delle immagini celebrative del primo cittadino, con progetti come quello degli Uffizi a mare che sono più da passato liberty coloniale che da identità viva del territorio? Magari con le street gang che proliferano nel ritrarsi dell’economia formale da Livorno?
Il rischio c’è e con questo governo di Livorno il rischio somiglia parecchio alla certezza. Livorno ha comunque le forze per risollevarsi ma è anche il momento di capire come e quando queste forze possono manifestarsi.
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22/06/2022
Toscana Pride a Livorno. E dopo?
Sicuramente una manifestazione non tradizionale per Livorno, visto che 20 mila persone (30 mila secondo gli organizzatori), la nostra città le aveva soprattutto viste per le manifestazioni sindacali più importanti o per gli avvenimenti politici più drammatici. Ma questo Toscana Pride attira, un po’ love parade un po’ festa trash, che ormai fa capolino anche ai matrimoni, cercando di far passare messaggi di diverso tipo. E qui qualche considerazione esce fuori spontanea.
La prima è che l’amministrazione locale ha fatto proprio l’evento, come aveva fatto per quel tipo di percorso l’amministrazione precedente. Bene, l’attuale amministrazione ha, su tanti piani importanti, spessore scarso o nullo ma almeno dimostra che, nelle nostra città, c’è uno spontaneo senso dell’accoglienza a prescindere dalle maggioranze. Certo, tra ristorazione e soggiorno, l’amministrazione punta a valorizzare anche un altro genere di accoglienza, quello fatto di turismo LGBTQIA+, che è comunque rispettoso dei territori che lo ospitano. Poi, quanto questo evento possa essere servito per favorire maggiore inclusività in città è presto per dirlo. Lo si capisce solo dalla trincea delle iniziative giorno per giorno. Certo, anche nella nostra città le enormi mutazioni degli ultimi 20 anni hanno creato gli spazi, sociali ma anche tecnologici, per un uso collettivo dei piaceri molto differente rispetto al passato. Eppure, allo stesso tempo, la cultura diffusa è ancora quella della microfisica della discriminazione con al centro la male culture, come la chiamano nel mondo anglosassone, dominante e a volte aggressiva come il vecchio patriarcato. Di sicuro eventi del genere portano in piazza quel senso della rottura delle barriere, dei ruoli, di cui la nostra città ha bisogno.
Il Toscana Pride appare un cartellone parte istituzionale parte associativo. La sovrapposizione ha motivi abbastanza evidenti: le istituzioni toscane cercano di recuperare sul piano della promozione dei diritti simbolici mentre tagliano su quello dei diritti concreti; le associazioni trovano legittimazione, finanziamenti per le loro iniziative, là dove perdono in carica di rottura, di ribaltamento delle gerarchie sociali esistenti.
La storia dei diritti su questo campo, e del rapporto tra associazioni e centrosinistra, è molto travagliata vista anche la presenza dell’altro socio forte (la Chiesa) del mondo del centrosinistra. Ma, con queste formule, tipo Toscana Pride, le istituzioni regionali ricavano un terreno dedicato a questo genere di elettori prevalentemente giovane.
Di solito i Pride, e ogni genere di manifestazione di questo tipo, ricevono critiche da destra e da sinistra. Da destra si continua a ripetere, ogni volta, il primato, pedagogico e quindi sociale, della famiglia “naturale” contro gli altri aggregati di persone. Sfugge a questo genere di cultura che naturale è sempre una aggregazione tra viventi, qualsiasi sia il sesso di chi vi si aggrega, quando ci sono consenso e valore affettivo. Non sfugge però, proprio a destra, l’enorme posta in gioco, sul piano culturale e della composizione economica del welfare, se sullo stesso piano dei diritti si mette ogni genere di famiglia. Le critiche da sinistra, da tempo, si giocano sulla contrapposizione tra diritti civili, rivendicati dal mondo dei Pride, e diritti sociali, materiali di tipo sindacale. Ora, a parte alcuni soggetti, che vivono di un identitarismo formatosi su un mondo mai esistito, il resto di ciò che rimane della sinistra può ben comprendere che i diritti dei Pride (salute, assistenza, formazione) sono materiali e, potenzialmente, spostano la spesa pubblica, e la struttura del salario, a favore di un welfare universalistico.
Già perché il problema dei prossimi anni, quello non tanto della difesa ma proprio del potenziamento del welfare sta nel ricondurre i bisogni dal recinto dei “diritti speciali” al territorio dello stato sociale universalistico. Il centrosinistra, sul modello anglosassone, immagina le prestazioni pubbliche come protezione di una serie di diritti speciali limitati, definiti, valorizzati sul piano del marketing, e il resto viene lasciato nelle mani del mercato. Del resto quando la Cgil, per bocca di Landini, parla di Welfare aziendale si intravede una ulteriore balcanizzazione delle prestazioni sociali, che sta tutta entro questo modello. La differenza tra una “sinistra” di fatto social-liberista, e quindi riproducente serie diseguaglianze, e una sinistra reale, dal punto di vista dei Pride, sta nel modello di Welfare nel quale includere i nuovi diritti. E questi diritti si erogano concretamente entro un modello universalistico, legato non solo al riconoscimento dei diritti formali ma anche di cura, assistenza e formazione. Certo, nella dimensione economica attuale, un alieno per le sinistre, non si tratta di un obiettivo facile ma la politica serve per trasformare i bisogni legittimi in diritti.
È evidente che in prospettiva, neanche così lontana, le aspirazioni delle istituzioni e delle associazioni di base, su questi temi, sono differenti e persino contradditorie tra loro. Perché il Welfare è in continua contrazione, quello toscano è in declino e, come sempre accade in questi casi, si moltiplicano i bisogni e le richieste d’intervento pubblico che molto difficilmente, con questo assetto economico e di potere regionale, potranno essere soddisfatti.
La novità quindi è che tutti questi temi si giocano entro una lunga crisi, non certo solo regionale, e le tematiche emerse andranno risolte in una società tendente all’invecchiamento, con risorse economiche tutte da inventare, entro una crisi d’identità tipica di un corpo sociale, il nostro, in continua mutazione senza però una precisa direzione.
Temi e agenda politica da anni ’20 indubbiamente.
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24/03/2022
Livorno - Darsena Europa, il problema Fincosit
Pochi giorni dopo, con lo svolgimento della gara d’appalto, venivano assegnate la costruzione delle opere di protezione della nuova imboccatura Nord del porto di Livorno, il nuovo bacino portuale della Darsena Europa con il relativo canale di accesso, la realizzazione di nuove vasche di contenimento e le attività di dragaggio connesse. Nel dettaglio si prevede la realizzazione di una nuova diga foranea esterna di 4,6 km e di altre interne per 2,3 km. Il dragaggio, di circa 15,7 milioni di metri cubi, servirà all’imbasamento delle nuove opere, all’approfondimento dei fondali del canale di accesso e alla realizzazione dei bacini e delle darsene interne.
La seconda fase, quella della costruzione vera e propria della Darsena, vedrà un processo successivo di assegnazione, decisivo per la qualificazione dell’opera. Ogni modo, il giorno dell’assegnazione dei lavori della prima fase, il presidente della regione Toscana prevede “cantieri entro la metà del 2022”.
L’opera, che riguarda un particolare rapporto complesso tra finanza e costruzione d’infrastrutture, è comunque entrata nel dibattito della riforma delle autorità portuali per le quali si prefigura la possibilità d’investire, da parte delle autorità riformate, nelle aree demaniali. Allo stesso tempo, vista la particolare tematica delle possibili infiltrazioni mafiose negli appalti, recentemente è stato firmato il patto per la sicurezza dei lavoratori e contro le organizzazioni criminali.
Siamo quindi alla fase della firma del contratto di appalto per il porto di Livorno che, come sostiene il Sole 24 Ore, rappresenta il segnale “per cambiare il volto (e le potenzialità) del porto di Livorno, uno dei principali porti italiani che nel 2021 ha movimentato 34,3 milioni di tonnellate di merce (+8,1% sul 2020, -6,5% sul 2019) e 791mila container da 20 piedi (+10,5% sul 2020, +0,2% sul 2019). Il progetto, a cui è affidato il rilancio della costa toscana, prevede di raddoppiare i traffici accogliendo le grandi navi”. Allo stesso tempo però, sempre secondo il Sole, i lavori potrebbero partire, se tutto va bene a fine 2022 correggendo, da subito, le previsioni del presidente Giani.
In questo contesto si inserisce il lavoro di analisi di Potere al Popolo! che recentemente è intervenuta, anche sulla stampa cittadina sull’argomento. La ricerca di PaP si concentra soprattutto su una delle aziende assegnatarie dei lavori, la Fincosit che, come ricorda il report citato, risulta essere amministrata dai liquidatori giudiziali ed è rimasta coinvolta nelle criticità dei lavori di Colle di Tenda, del terzo valico e della tramvia fiorentina e, soprattutto, nella vicenda Mose.
Le questioni che emergono dal report sono semplici. È in grado una azienda del genere di svolgere i lavori senza finire in contenziosi giudiziari? Ricordiamo che il “sistema” Darsena Europa è complicato e la prima fase dei lavori, se rallentata, rischia di compromettere l’esecuzione della seconda.
Questo in attesa dell’effettivo riscontro del posizionamento della Darsena nel mondo dello shipping, e del finanziamento legato alla portualità, che si appresta a subire nuove, grandi trasformazioni grazie al conflitto in corso.
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16/03/2022
Pisa. I vertici civili e militari confermano il traffico di armi nascoste tra gli aiuti “umanitari”
Il presidente di Toscana aeroporti Marco Carrai dichiara alla stampa (Domani del 16.3.22) che il trasporto di armi dal G. Galilei non accadrà più: «Lo posso garantire».
Del traffico di armi si occupa il generale Paolo Figliuolo, del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), che sempre sulla stampa nazionale (Il Tirreno 16.3.22) in merito al rifiuto dei lavoratori di caricare le armi su un cargo civile precisa: “…Alcuni operatori si sono limitati a segnalare il mancato possesso dei requisiti necessari all’effettuazione del caricamento di materiali speciali, manifestando la necessità di specifiche autorizzazioni, caricati da altro personale. I materiali erano parte del sostegno militare per l’Ucraina deliberato dal parlamento, in attesa di essere caricati su un volo civile abilitato al trasporto di quella tipologia di merci».
Si tratta di un B-737 cargo appartenente a una compagnia aerea autorizzata dalla Nato a trasportare materiale bellico. «L’attività – conclude il COVI – è stata condotta presso una piazzola di parcheggio civile del Galilei anziché, come avviene usualmente, nei parcheggi aeroportuali militari, per l’eccezionale e contemporanea attività di trasporto richiesta dalla situazione in atto».
Di fronte a queste ammissioni, le domande che facciamo sono molte, alcune delle quali sono:
1) È così che il governo Draghi e le amministrazioni pubbliche locali intendono difendere la pace e mantenere aperti i canali della diplomazia?
2) Ci risulta che i voli dall’aeroporto G. Galilei siano molti di più di quelli dichiarati dal COVI e da Carrai. Che ci dicono COVI e Toscana Aeroporti dell’Antonov ucraino UR – 82029 atterrato lo scorso sabato 12.3 al Galilei e ripartito all’alba del 13.3?
3) Che dicono le pubbliche amministrazioni che siedono nel consiglio di amministrazione di Toscana Aeroporti (Regione Toscana, Comune di Pisa in primis) di questo traffico di armi su aerei civili che dovrebbero essere usati per il trasporto di aiuti umanitari?
4) Com’è possibile che una struttura del Ministero della Difesa chieda a dei lavoratori ignari del carico da maneggiare e senza alcuna competenza in tema di spostamento di armi ed esplosivi, di effettuare tale operazione?
5) Quali sono i rischi che stanno correndo il personale dell’aeroporto civile G. Galilei, i viaggiatori e gli abitanti di Pisa a causa di questo traffico clandestino di armi e di esplosivi?
6) È così che si intende rilanciare l’attività e l’immagine di un aeroporto fiaccato dagli ultimi anni di pandemia?
Domande alle quali se ne aggiungeranno altre nei prossimi giorni, nei quali come organizzazione sindacale valuteremo tutte le forme per garantire la sicurezza e i diritti dei lavoratori, dei viaggiatori e della popolazione circostante il sito aeroportuale.
Rimane lo sconcerto e la rabbia di fronte ad una decisione ponderata e coperta dai vertici militari del Ministero della Difesa e da Toscana Aeroporti, smascherata solo dalla coscienza civile di lavoratori che si sono rifiutati di caricare le armi sul cargo.
Contro questa cinica decisione di coprire i voli della morte sotto l’egida degli “aiuti umanitari” ci mobiliteremo sabato 19 marzo con la manifestazione “Dalla Toscana ponti di pace non voli di guerra”. Diamo appuntamento alle h. 15 nel piazzale del Galileo Galilei chiamando tutti i sinceri pacifisti a partecipare.
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La solidarietà dei portuali di Livorno ai lavoratori aeroportuali di Pisa
USB Porto Livorno, solidarietà ai lavoratori aeroportuali di Pisa. Tutti in piazza sabato 19 contro la guerra.
Massima solidarietà ai colleghi dell’aeroporto Galileo Galilei di Pisa che si sono rifiutati di caricare armi e munizioni dirette in Ucraina. Questa guerra la pagheranno solo i lavoratori, e ora di dire basta.
I lavoratori portuali iscritti a USB vogliono manifestare la propria vicinanza e solidarietà ai loro colleghi del trasporto aereo di Pisa che nella giornata di ieri, con coraggio, si sono rifiutati di essere complici di questa guerra.
Arrivati al Cargo Village di Pisa, pensando di dover caricare un volo “umanitario” si sono trovati di fronte ad armi e munizioni dirette nel teatro di guerra in Ucraina. Armi utili ad alimentare ancora di più una guerra che non accenna a finire. Armi che servono ad uccidere lavoratori come noi. Guerra che stiamo pagando direttamente con le conseguenze sull’economia e aumenti vertiginosi dei prezzi. Propaganda di guerra che ci vorrebbe far credere che per ottenere la pace dobbiamo inviare ancora più armi in Ucraina.
Noi lavoratori portuali rifiutiamo tutto ciò. Siamo a fianco delle popolazioni Ucraine, del Donbass e della Russia e non vogliamo essere complici di questo conflitto.
Ma non stiamo parlando solo di una questione politica ed etica. Così come successo nel nostro porto qualche mese fa, con un carico di materiale esplosivo diretto in Israele presso la Darsena Toscana, ci chiediamo quali protocolli di sicurezza esistano nel momento in cui avvengono queste movimentazioni di materiale bellico. È normale che dei lavoratori, e anche la popolazione, siano esposti a questi rischi?
Sabato USB Livorno sarà presente alla manifestazione contro la guerra di sabato 19 marzo alle 15 all’aeroporto di Pisa
Coordinamento USB lavoratori portuali Livorno
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19/07/2021
Lotte sociali e repressione. Intervista a Giovanni Ceraolo
Giovanni ha recentemente subito, insieme ad altri compagni livornesi, una dura condanna penale e sanzioni economiche salatissime, a causa di fatti risalenti a più di nove anni fa.
Ma prima di entrare nel merito della condanna, chiediamo a Giovanni una descrizione sommaria del contesto sociale e politico nel quale agisce, cioè delle trasformazioni che quella città a vocazione industriale ha subito in questi anni.
Livorno e la sua Provincia sono sempre stati la “fabbrica” della Toscana. Nel bene e nel male i maggiori stabilimenti industriali si sono insediati nel nostro territorio. Dalla Raffineria ENI, alle industrie di componentistica auto passando per i cantieri navali. Dall’acciaieria di Piombino alla Solvay oltre che naturalmente uno dei porti più importanti di Italia.
Dalla metà degli anni '90, come del resto in molti territori con caratteristiche simili, questo sistema, che in ogni caso ha garantito anni di relativo benessere, è entrato in crisi. Il disinteresse dello Stato per la politica industriale, l’avvento delle multinazionali, la chiusura progressiva delle maggiori industrie hanno creato un contesto di crisi economica e sociale senza precedenti.
A tutto ciò si somma anche la questione ambientale che negli ultimi anni, per fortuna, ha acquisito sempre maggior interesse da parte dei Livornesi.
La vocazione industriale del nostro territorio ha fatto sì che il problema della salute e dell’ambiente passassero in secondo piano trasformando Livorno in una delle aree più inquinate di Italia.
Dettò ciò quando questo modello è entrato in crisi, con tutte le contraddizioni inevitabili, i movimenti, le liste civiche e i sindacati di Base sono riusciti a mantenere un forte radicamento sociale, sostenendo e promuovendo centinaia di vertenze, creando le condizioni – anche grazie alla storica connotazione politica della città – affinché l’unica opposizione al sistema politico responsabile di questa disfatta, e cioè il Partito Democratico con le sue varie ramificazioni (cooperative, sindacati confederali, associazioni), fosse rappresentata, appunto, da soggetti che nulla hanno a che vedere con la destra.
Una destra che, a parte i proclami di facciata, è sempre stata al servizio dei medesimi poteri.
Centinaia di attivisti e attiviste che hanno generato una rottura insanabile e netta con quel sistema di potere. Sottolineo questo aspetto perché ai fini della descrizione di quanto accaduto in qui giorni di dicembre 2012, credo sia importante.
In questo contesto che ci descrivi il sindacato nel quale militi oramai da molti anni ha intercettato un malessere che sale, valorizzando ed orientando un sentimento popolare che potremmo dire unico nel contesto nazionale, perché permeato della migliore storia del movimento operaio e comunista del nostro paese. Come si è sviluppata e in che settori l’Unione Sindacale di Base?
USB a Livorno è nata, come anche in altre parti d’Italia, nei settori pubblici e para-pubblici. La presenza storica del sindacato nasce all’interno della società di gestione del servizio idrico, nel Comune e negli enti previdenziali.
In una prima fase più recente, anche grazie all’ingresso di nuove generazioni di attivisti provenienti anche dai movimenti, la nostra organizzazione ha consolidato un forte radicamento nelle lotte sociali e nei quartieri popolari.
Le vertenze per la casa e per il reddito hanno fatto da traino coinvolgendo centinaia e centinaia di famiglie che, trovandosi alle prese con la crisi economica post 2008, hanno intrapreso percorsi di lotta che il più delle volte hanno portato a delle storiche vittorie.
Adesso Asia USB è presente con i propri iscritti ed iscritte in tutti i quartieri e ha costruito rapporti di forza a tutti i livelli. A proposito di repressione bisogna dire che questi risultati sono stati ottenuti anche a costo di centinaia di procedimenti penali. Solo quelli relativi alla lotta per la casa sono oltre 200.
Più recentemente USB ha visto una straordinaria crescita nel settore privato. Anche in aziende in cui i sindacati confederali avevano una presenza totale e totalizzante. L’industria (siamo presenti con iscritti e delegati nelle maggiori fabbriche del territorio), nell’igiene ambientale, nelle cooperative sociali, nel trasporto pubblico locale e per ultimo nel porto e nella logistica.
Una crescita costante che ha imposto un modello organizzativo decisamente diverso e migliore rispetto al passato, ma sempre ancorato all’idea che USB debba essere un sindacato conflittuale e non concertativo.
Veniamo ora alla tua recente, pesantissima condanna, che condividi con altri compagni del sindacato e “di strada”, cioè di coloro che condivisero una vera “sommossa popolare” determinata da un comportamento di piazza delle forze dell’ordine particolarmente duro, nel tentativo evidente di provocare una città ed una popolazione molto sensibile alla propria identità collettiva e alla propria storia. Ci descrivi cosa avvenne nove anni fa?
I fatti di 9 anni anni fa si inseriscono all’interno di quella “guerra” aperta portata avanti dai movimenti cittadini contro il Partito Democratico locale della vecchia giunta Cosimi, ma soprattutto con quell’idea di potere che tanti danni ha causato alla nostra città.
Un potere già entrato in crisi ma che non aveva perso la sua arroganza e la sua prepotenza ereditata dalla peggiore classe dirigente degli ultimi anni del PCI Livornese. Un PCI che non aveva già più nulla a che spartire con lo storico partito di Barontini.
La distruzione del Cantiere Orlando per far posto ad appartamenti di lusso per ricchi proprietari di yacht, le enormi speculazioni edilizie di quegli anni, la decisione di istallare un rigassificatore di fronte alle nostre coste – nonostante l’opposizione di una città intera – il totale disinteresse nei confronti delle famiglie in difficoltà economica.
Sono solo alcuni esempi del contesto politico in cui si inserirono le contestazioni di quei mesi del 2011/12 e del sostegno popolare che ebbero.
Ci fu un piccolo antefatto, qualche mese prima, in estate: il movimento di lotta per la casa si presentò alla festa dell’Unità per contestare l’allora assessore all’urbanistica Bruno Picchi. La manifestazione finì a spintoni e offese. La “voce” che arrivò subito dopo è che “avevamo superato il limite” e che il PD non avrebbe accettato altre proteste.
Si arriva quindi a dicembre con il comizio del segretario del PD, Bersani, alla Stazione Marittima.
Lavorator* e attivist* ambientalisti, No Tav e famiglie delle occupazioni cittadine provarono ad esporre un semplice striscione. Ci furono subito numerose cariche a freddo. Nessuna “intermediazione” da parte della polizia in borghese ma solo violenza. Una cosa praticamente mai vista a Livorno da decine di anni in contesti politici.
Ma non era abbastanza. Il giorno successivo un piccolo gruppo di militanti organizzò un presidio in zona pedonale per protestare contro le cariche del giorno prima e informare la popolazione. Dopo neanche mezz’ora arrivarono le camionette della celere, rimaste volutamente a Livorno dal giorno precedente. Altre cariche a freddo e altri feriti anche tra i passanti impegnati nello shopping natalizio.
Il giorno ancora successivo un’imponente manifestazione con migliaia di Livornesi percorse le vie del centro. Una protesta completamente autorganizzata, costruita in poche ore attraverso i social e il passaparola.
Prima che il corteo si concludesse nuovamente in Piazza Cavour, di fronte ai cancelli della Prefettura, ci furono nuovamente provocazioni con la celere schierata. A quel punto la rabbia popolare prese il sopravvento e per alcuni minuti la Prefettura fu “attaccata” dai manifestanti senza, peraltro, causare alcun danno. Il corteo termino poi regolarmente in Piazza Cavour.
Una condanna che si inserisce in un clima repressivo che caratterizza oramai da anni lo scenario del conflitto nel paese, grazie a normative, leggi e provvedimenti restrittivi costruiti ad arte per prevenire il conflitto sociale. Di fronte a queste dure condanne, che hanno l’evidente scopo di frenare lo sviluppo del lavoro sindacale e politico in una città mai doma di fronte all’arroganza del potere costituito, quali sono le iniziative che intendete portare avanti nei prossimi giorni e mesi?
Oltre alle condanne gli imputati dovranno pagare, tra risarcimenti ed ammende, circa 85 mila euro. Quindi per prima cosa è stato attivato un canale di raccolta fondi collettivo da parte di tutti i soggetti coinvolti. Uno dei nostri compagni ha già ricevuto la notifica di pignoramento della prima casa.
Come sindacato crediamo che la cosa più importante, anche per reagire alla repressione, sia quella di continuare nel nostro lavoro quotidiano. Non c’è errore più grave di quello di arrendersi e desistere. Le ragioni di ieri sono identiche a quelle di oggi.
A distanza di vent’anni dal G8 di Genova e in piena crisi economica (alle porte di una pesante ristrutturazione), il ruolo dei militanti e degli attivisti sindacali è ancora più importante. Porteremo le nostre ragioni nelle piazze e nei posti di lavoro senza paura e con determinazione affrontando a testa alta anche le conseguenze legali, qualora ci siano.
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12/07/2021
L’elicottero e l’immaginario di guerra
Per provare tali emozioni inquietanti non occorre più vedere il Vietnam cinematografico di questi film, non occorre più assistere a rocambolesche fughe da carceri di massima sicurezza o dalla città di New York trasformata in enorme penitenziario: basta farsi una passeggiata per Livorno il sabato sera. Come ho già avuto modo di scrivere su “Codice Rosso”, l’emergenza Covid ha scatenato una serie di provvedimenti atti a ricreare uno stato di guerra: il coprifuoco, la presenza di soldati armati nelle strade, l’uso di droni, la presenza pervasiva di mezzi delle forze dell’ordine che intimavano, per mezzo di megafoni, ai cittadini di non uscire di casa, l’ossessiva campagna mediatica per imporre la mascherina all’aperto, come se le strade fossero solcate da terribili gas tossici scatenati da una catastrofe chimica. L’elicottero è quello che mancava. Ma attenzione, non crediamo che – come tutti i provvedimenti sopra ricordati – il controllo della movida serale da un elicottero abbia una funzione pratica per limitare il contenimento del Covid. Come il coprifuoco, la mascherina all’aperto, ecc., esso ha una funzione soprattutto psicologica. Serve a comunicarci: dovete stare attenti e dovete avere paura, perché non c’è niente da scherzare, siamo in guerra con il virus. E allora, come si vede, niente di nuovo sotto il sole: ancora quella assurda retorica del “siamo in guerra” sbandierata dai media già da marzo dello scorso anno. Inutile che la destra (la Lega e Fratelli d’Italia) contesti le varie restrizioni in nome della libertà: ma quale libertà vorrebbero loro, che sono stati i primi a patrocinare queste misure, a partire dalla risposta militare alle manifestazioni di Genova, nel 2001, fino all’operazione “Strade sicure” del 2008, che prevedeva la presenza dell’esercito nelle strade, e ai controlli urbani contro qualsiasi personaggio non inquadrato in una ‘normalità’ sociale (i blocchi sulle panchine per evitare che fungano da giacigli per gli homeless, ad esempio, è una di queste). È sbagliato slegare i provvedimenti anti-Covid da provvedimenti di disciplinamento sociale preesistenti all’emergenza. Non dobbiamo perciò ascoltare le proteste contro le restrizioni fatte dalla destra, proteste che agiscono solo in nome del Capitale e della sua difesa. Ciò non vuol dire, certo, che dobbiamo starcene zitti: io penso che vadano contestate, sì, ma nell’ottica di continuità con il controllo e la militarizzazione della vita quotidiana preesistente all’emergenza. Quindi contro quella stessa destra che, in fin dei conti, le ha promosse e patrocinate.
Perciò, dobbiamo stare in guardia e tenere bene aperti occhi e cervello, perché la presenza ossessiva dell’elicottero serve solo a farci sentire colpevoli: colpevole non è un governo che distrugge la sanità pubblica, che non offre cure sanitarie adeguate, che non aggiorna un piano pandemico, che annienta la scuola e la cultura, ma siamo noi cittadini, e soprattutto i giovani, pericolosi “untori” del virus. Non è un caso che l’elicottero sorvegli soprattutto la movida dei più giovani (additati fin dall’inizio dell’emergenza come i più colpevoli), i quali si sono visti negate per mesi tutte le loro attività, dallo sport alla scuola. Perciò ci dovevamo chiudere in casa, non ci si poteva allontanare più di duecento metri dalla nostra abitazione, non ci si poteva assembrare (!), non potevamo incontrare amici e parenti, si poteva uscire solo con un’autocertificazione, umiliandoci di fronte a polizia e militari. E ora il coprifuoco e l’elicottero. Quest’ultimo, col suo suono ossessivo e angosciante, ci fa gravare addosso una mostruosa macchina bellica, ci fa sentire colpevoli in uno scenario di guerra. Cacce, inseguimenti, rumori di elicotteri che ci angosciano, restrizioni, divieti, libertà di circolazione sul territorio negata, documenti da compilare per uscire di casa ma, sia chiaro, tutto per il nostro bene.
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10/07/2021
Solidarietà a Giovanni Ceraolo, “colpevole” di lottare
La responsabilità morale chiama in causa un dovere morale o etico ed ha come punto di riferimento una “norma morale”.
Ma qui siamo allora di fronte a ciò che si definisce uno “Stato Etico”, ovvero, quella forma istituzionale, teorizzata, ad esempio, da filosofi come Hobbes, in cui è l’istituzione statale il fine ultimo a cui devono tendere le azioni dei singoli individui, nonché la realizzazione concreta del “bene universale” .
Ora noi sappiamo che la teoria dello “Stato etico” fu poi ripresa nel Novecento. Essendo in antitesi proprio con la teoria liberale dello Stato di diritto, è stata usata a fondamento della concezione dello Stato fascista di Benito Mussolini. E fu, in particolare, il filosofo neoidealista Giovanni Gentile che la riprese e la rielaborò nei Fondamenti della filosofia del diritto (1916).
Ma anche in tutta la “legislazione dall’emergenza”, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta, si abusò di questa astrusa ed infame categoria per intentare centinaia di processi politici in tribunali politici che camminarono migliaia di condanne, anche durissime, sempre per motivi politici nei confronti di migliaia di compagni che avevano come unica responsabilità quella di essere stati degli appassionati attivisti politici ed avere animato uno storico ciclo di lotte, nel contesto di un conflitto sociale e politico abbastanza lungo e generalizzato.
Il provvedimento di condanna che ha colpito oggi il compagno Giovanni Ceraolo si basa su questa assurda ed anacronistica accusa di “responsabilità morale” (ovvero, non ha commesso alcun reato dimostrabile con prove, ma avrebbe “ispirato” dei moti di piazza).
Si tratta, in tutta evidenza, di una condanna politica che colpisce duramente un compagno noto nella città di Livorno (e non solo ) unicamente per essere stato, da diversi anni, un appassionato ed indomabile attivista sociale e sindacale, sempre al fianco degli ultimi, dei lavoratori precari, dei disoccupati e dei senza casa.
E più recentemente Giovanni si era reso molto attivo nella creazione di una rete sindacale – un vero “fronte del porto” – che ha messo insieme i lavoratori dei maggiori porti italiani e che ha messo in atto robuste iniziative di lotta contro il traffico di armi verso paesi belligeranti ed aggressori, tra cui l’Arabia Saudita che da anni sta martoriando il popolo yemenita caduto in una gravissima crisi umanitaria a causa dei bombardamenti indiscriminati ed incessanti sui civili.
Tutto questo impegno era imperdonabile, “immorale” per la loro “etica” borghese e filopadronale. Pertanto andava sanzionato.
Ed ecco che a distanza di quasi dieci anni dai fatti incriminati la cui sola “responsabilità morale” viene ascritta a Giovanni, arriva la condanna a 2 anni e sei mesi.
Solidarietà totale ed incondizionata a Giovanni per questa condanna ingiusta e di chiaro segno politico che va a colpire uno dei compagni più validi e combattivi della nostra regione.
LIVORNO NON SI PIEGA
Sono passati quasi 9 anni da quando il 30 novembre, 1 e 2 dicembre 2012 la città di Livorno visse tre giorni di vera e propria “follia”.
Tre giorni di provocazioni e violente cariche da parte della Polizia in assetto antisommossa con diversi feriti.
Tutto iniziò da una semplice contestazione pacifica durante un comizio del Partito Democratico alla stazione marittima il 30 novembre. In quell’occasione ci furono diverse cariche a freddo contro i manifestanti.
Il giorno successivo, 1 dicembre, manifestando con un presidio itinerante nel centro della città, varie realtà politiche sociali e sindacali denunciarono le cariche della sera prima, con interventi al megafono.
Al termine del presidio, proprio mentre al megafono veniva annunciata la conclusione della manifestazione, i funzionari della questura fecero schierare polizia e carabinieri in assetto antisommossa.
Dopo aver minacciato i manifestanti venne ordinata senza alcun preavviso una carica illegittima e indiscriminata che attraversò metà piazza, colpendo ripetutamente anche con le radio tutte le persone che si trovavano là, una violenza in cui si trovarono coinvolte anche passanti e persone che si erano fermate ad ascoltare gli interventi.
Questa grave prepotenza della polizia, in una delle principali piazza del centro, nel pieno del passeggio del sabato, provocò fin da subito una grande indignazione in città. E molte persone già dopo la carica si fermarono per esprimere il proprio sostegno ai manifestanti.
Per il giorno successivo, domenica 2 dicembre fu immediatamente convocato un altro appuntamento in Piazza Cavour. Un presidio che si trasformò presto in una grande manifestazione di massa. La risposta della città per impedire il susseguirsi di altre violenze.
Una manifestazione che dimostrò, ancora una volta, come questa città non sia disposta ad accettare le prepotenze di chi vuole impedire con la violenza la libertà di espressione e di manifestazione, di chi in quella occasione fece di tutto per provocare disordini così come durante il cosiddetto “assalto alla Prefettura”
Per quei fatti oltre 20 attivisti e attiviste andarono a processo. Individuati “chirurgicamente” tra gli appartenenti a strutture politiche e sindacali e accusati anche di responsabilità morale.
A distanza di 9 anni si sono conclusi i tre gradi di giudizio e le condanne sono diventate definitive. La stessa giustizia che assolve gli assassini della strage di Viareggio così come i responsabili di centinaia di omicidi sul lavoro ma che non ha scrupoli a colpire attivisti*e sindacalist* da anni impegnati in lotte sociali a fianco di migliaia di cittadini e lavoratori in difficoltà. Alcuni di loro giovanissimi all’epoca dei fatti.
Le condanne comminate sono molto pesanti. La Cassazione, confermando una prassi ormai consolidata in questi e in altri casi, ha deciso il 24 giugno scorso di considerare inammissibile in ricorso presentato dagli avvocati.
Tutto ciò nonostante vi fossero gravi irregolarità procedurali nella sentenza di appello. 5 attivisti rischiano materialmente il carcere nei prossimi mesi. Tra risarcimenti e ammende in 20 dovranno pagare quasi centomila euro. Ad uno degli imputati è già stato notificato il pignoramento della prima casa.
Consideriamo questa sentenza un fatto gravissimo. Una sentenza politica per punire chi ha affermato la libertà di manifestazione. Una vendetta inutile, che non è riuscita a bloccare le lotte sociali e il radicamento nel tessuto cittadino di chi con la propria attività ha costruito e continua a costruire una reale opposizione sociale, a fianco di tutte le lavoratrici, i lavoratori, i soggetti in difficoltà, contro la marginalizzazione e lo sfruttamento, contro il saccheggio del territorio.
Proprio per sostenere questo impegno costante, che non si è mai fermato né con la repressione ne’ con la pandemia, c’è bisogno di solidarietà. Per questo chiediamo di sostenere anche economicamente, oltre che politicamente, le compagne e i compagni colpiti dalla repressione attraverso un contributo di sostegno alle ingenti spese legali.
Perché ora come allora: Livorno non si piega!
Potete farlo a questo link
Oppure tramite bonifico: IBAN- IT67J0308301610000000018331
N.Conto-00018331
Intestatario- CANESSA GABRIELE
Banca- UBI Banca Private Investment
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07/06/2021
“Non siamo soldati”. L’iniziativa livornese “Porti chiusi alle Armi”
Genova, fino ad ora epicentro di questa lotta, quindi Livorno, Napoli e poi Ravenna, sono state le città portuali in cui il personale che lavora in banchina ha espresso un netto rifiuto a essere cooptato nella gestione del complesso militar-industriale che rende possibile – tra le altre – l’escalation bellica israeliana.
Come ha detto giustamente Massimo, delegato USB di una azienda portuale livornese: “non siamo militari“, ribadendo che i lavoratori degli scali vorrebbero “mandare gli aiuti e non le armi”, e nemmeno quelle “sostanze tossiche” che partono dall’Italia e finiscono nella sponda Sud del Mediterraneo.
Un aspetto – quello del traffico dei rifiuti tossici in Tunisia – che è stato ripreso da Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo, che è intervenuto all’iniziativa.
L’assemblea – organizzata dal neonato coordinamento portuale di USB, che mette insieme gli scali del capoluogo ligure insieme a Livorno, Civitavecchia e Trieste, e dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova – ha visto alternarsi diversi interventi che, oltre a fare il punto sulla campagna contro il traffico di armi (lanciata durante l’assemblea formativa alla Superba del coordinamento alcune settimane fa), ha lanciato l’ipotesi di una giornata di mobilitazione internazionale da costruire l’autunno prossimo proprio su questo tema, considerate tra l’altro le recenti azioni di boicottaggio dei cargo con materiale bellico israeliano in differenti scali (Marsiglia in Francia, Durban in Sud Africa e Oakland in California).
Introdotta da Giovanni Ceraolo, di USB di Livorno, e conclusa da José Nivoi di Genova, l’assemblea ha visto gli interventi di organizzazioni che monitorano il traffico delle armi – come The Weapon Watch – o il flusso dei migranti nel Mediterraneo per aiutarne il soccorso – come Sea Watch – così come di realtà politiche ed organizzazioni giovanili che hanno salutato positivamente l’azione dei portuali.
Importante la mozione che la lista civica “Buongiorno Livorno” (insieme a “Potere al Popolo”) ha presentato in consiglio comunale, composta di 5 punti.
Come ha ricordato Alessio, il rappresentante intervenuto di BL: “ci sono popolazioni che non conoscono la parola pace“. Nei circa 40 conflitti in corso, le principali vittime (il 90%) sono proprio le popolazioni civili.
Stimolato dal transito della nave Asiatic Island, Buongiorno Livorno ha presentato una mozione che chiede un monitoraggio ed una comunicazione costante su questi traffici, un piano di sicurezza adeguato (si tratta spesso, come nel caso della nave della Zim in questione, di cargo adibiti ed abilitati al trasporto di materiali esplosivi), oltre alla possibilità concreta del personale di banchina di rifiutarsi di fare il carico/scarico di questa merce.
Un’importante presa di posizione istituzionale, considerato che le varie autorità cittadine o legate alla governance portuale – solitamente presenti alle iniziative dei terminalisti – hanno disertato l’appuntamento, come ha ricordato Ceraolo, nonostante l’invito.
Tre interventi hanno ribadito gli attestati di solidarietà e la volontà di cooperare in questa comune battaglia a livello mondiale e le ripercussioni positive dell’azione dei portuali italiani.
Carlo Tombola di WW, ha ricordato come sia stato “Il lavoro che rivela la merce” – solitamente secretata. Cinzia della Porta, dell’Esecutivo Nazionale USB, ha ribadito il carattere e l’azione internazionalista di questo sindacato, nonché il messaggio di solidarietà dei portuali del Pireo di Atene e del sindacato greco Pame. Mentre Giuliano Granato ha messo in luce l’importanza dell’azione di questo segmento dei lavoratori della catena del valore della logistica.
Un’ottima base di partenza quindi per il lancio di una campagna in cui realtà sindacali, politiche e associative devono concorrere insieme per fare ripartire un movimento contro la guerra, saldamente ancorato all’azione concreta dei lavoratori.
Come ha ricordato Gabriele – alias Chef Rubio – ciò che facciamo non deve mai farci pensare che facciamo abbastanza contro, non solo Israele, ma il colonialismo in genere, che alla fine è un dispositivo che si ritorce contro anche agli sfruttati in Occidente.
Difficile dare un quadro di tutti gli interventi e del calore trasmesso soprattutto dagli interventi dei compagni e dalle compagne più giovani intervenuti, come quelli dell’organizzazione giovanile comunista “Cambiare Rotta“, fatto da Francesca, e dal collettivo politico giovanile “Vedo Terra” di Genova, fatto da Federico, che ha tra l’altro annunciato la volontà di contribuire alla costruzione della Federazione del Sociale di USB nel capoluogo ligure.
Segno di come l’esempio dei comparti più avanzati ed organizzati a classe siano un importante vettore di crescita di pratica e coscienza politico-sindacale tra le file dei giovani che non si piegano ad uno status quo di precarietà.
Due cose infine vanno dette per completare il quadro e delineare quella che sarà l’attività in cui l’USB si è impegnata.
La prima è lo sciopero nazionale dei porti sulla sicurezza – 24 ore, il 14 giugno – che sarà animato da picchetti negli scali, deciso dopo la morte recente di due lavoratori prima a Taranto e poi a Salerno, che porrà con forza la questione dell’introduzione a livello giuridico del reato di “omicidio sul lavoro“, primo banco di prova dell’esperienza del coordinamento e delle altre realtà interessate.
La seconda è l’assemblea dei delegati della logistica e del settore manifatturiero, il 19 giugno a Bologna, che si deve porre – come ha detto Francesco Staccioli, dirigente di USB – il problema di come “noi questo sistema lo inceppiamo“, ribaltando l’attuale organizzazione del lavoro contro un padronato che chiede schiavi, più che lavoratori salariati con una coscienza delle proprie possibilità.
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15/05/2021
Livorno. I portuali non intendono caricare armi su nave destinata a Israele
Non sappiamo ancora se anche nel nostro porto verranno caricati contenitori di armi ed esplosivi ma sicuramente non sarebbe la prima volta che questo accade. Attraverso i lavoratori portuali iscritti al sindacato stiamo cercando di raccogliere informazioni in tal senso. Proprio nella giornata di ieri abbiamo ricevuto una segnalazione circa la presenza, presso il Molo Italia, di decine di mezzi blindati militari pronti ad essere imbarcati.
Oltre alla tematica della guerra c’è anche un problema oggettivo di sicurezza per i lavoratori e per la popolazione. In questo senso abbiamo inviato delle segnalazioni urgenti all’Autorità Portuale, alla Capitaneria di Porto e alla ASL Medicina del Lavoro affinché effettuino nell’immediato i controlli opportuni.
L’Unione Sindacale di Base domani sarà in piazza anche a Livorno in solidarietà con la popolazione Palestinese e per chiedere lo stop immediato ai bombardamenti su Gaza e lo stop agli “espropri” delle abitazioni Palestinesi che da anni vivono sotto occupazione militare.
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