di Luciano Vasapollo e Rita Martufi
Ci sono momenti nella storia di un popolo in cui il dolore supera le parole. Il Venezuela sta vivendo una di queste ore. I due violentissimi terremoti che hanno colpito il centro del Paese, con magnitudo 7,2 e 7,5 della scala Richter, hanno lasciato dietro di sé una scia di morte, sofferenza e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 164 vittime e oltre 970 feriti, mentre intere comunità cercano tra le macerie i propri cari e tentano di ricostruire una quotidianità improvvisamente spezzata.
Le immagini che giungono dagli Stati di Carabobo, Yaracuy e La Guaira raccontano una tragedia umana che va ben oltre i numeri. Ogni vittima è una famiglia distrutta, ogni ferito porta con sé una storia, ogni edificio crollato rappresenta anni di sacrifici cancellati in pochi secondi dalla forza cieca della natura.
In queste ore di lutto nazionale, il pensiero va anzitutto alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori e a tutti coloro che stanno affrontando una prova durissima. La presidente incaricata Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per accelerare la mobilitazione delle risorse necessarie, mentre ospedali, servizi pubblici e organizzazioni popolari sono impegnati senza sosta nell’assistenza alla popolazione.
Di fronte a simili tragedie emerge sempre il tema della solidarietà internazionale. È nei momenti più difficili che si distinguono le parole dai fatti, le dichiarazioni di circostanza dall’aiuto concreto. Tra i primi Paesi a mobilitarsi vi è stata Cuba.
Il presidente Miguel Díaz-Canel ha espresso immediatamente le proprie condoglianze al popolo venezuelano e, soprattutto, ha confermato l’impegno diretto dei collaboratori della brigata medica cubana, già operativi nelle aree colpite per assistere i feriti e sostenere le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza.
Non sorprende che sia stata Cuba a rispondere con tanta rapidità. Si tratta della naturale prosecuzione di una fraternità costruita nel corso di decenni, fondata sulla cooperazione e sulla solidarietà tra popoli che hanno condiviso difficoltà, aggressioni esterne e percorsi di emancipazione.
Quando la tragedia colpisce, la solidarietà cubana non si manifesta soltanto attraverso messaggi diplomatici ma attraverso medici, infermieri, tecnici, uomini e donne che si mettono concretamente al servizio di chi soffre.
Per questo appare inevitabile rilevare una profonda contraddizione nel linguaggio di alcune cancellerie occidentali. Tra i messaggi di cordoglio figurano anche quelli provenienti dagli Stati Uniti.
Tuttavia, è difficile ignorare che appena pochi mesi fa, il 3 gennaio, il Venezuela è stato oggetto di un attacco che ha provocato circa cento vittime, tra cui trenta militari cubani in servizio presso il Palacio de Miraflores.
Di fronte a una simile realtà, il richiamo alla solidarietà assume inevitabilmente un sapore amaro. La memoria delle vittime impone coerenza e verità: la solidarietà autentica non può essere separata dalle responsabilità politiche e militari che hanno contribuito ad aggravare le sofferenze di un popolo.
Oggi, però, non è il momento delle polemiche. È il momento del lutto, del soccorso e della ricostruzione. Il Venezuela ha dimostrato in molte occasioni della propria storia una straordinaria capacità di resistenza. Lo ha fatto di fronte alle difficoltà economiche, alle sanzioni, alle aggressioni e ai tentativi di destabilizzazione. Dovrà farlo ancora una volta davanti a questa immane catastrofe naturale.
In queste ore il mondo dovrebbe guardare al Venezuela non attraverso le lenti della geopolitica, ma attraverso quelle dell’umanità. Servono aiuti, mezzi, medicinali, sostegno tecnico e rispetto per la sovranità di un Paese che sta affrontando una delle prove più dure degli ultimi anni.
Alle famiglie delle vittime giungano il nostro cordoglio e la nostra vicinanza. Ai feriti l’augurio di una pronta guarigione. Al popolo venezuelano la certezza che, nonostante le macerie e il dolore, non è solo. E che la solidarietà dei popoli, quando è sincera e concreta, può diventare la prima pietra sulla quale ricostruire la speranza.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/06/2026
Venezuela, una prova dopo l’altra. Cuba tra i primi a mobilitarsi dopo il sisma devastante
26/01/2026
Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan
Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.
Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.
Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.
Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.
Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.
I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.
Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.
Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.
Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).
Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.
Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).
Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.
Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.
In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.
Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.
Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.
Fonte
Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.
Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.
Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.
Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.
I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.
Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.
Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.
Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).
Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.
Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).
Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.
Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.
In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.
Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.
Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.
Fonte
20/01/2026
Il disastro in Spagna è anche italiano. Perché non dirlo?
Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie.
I TG ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si tratta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 e il 2020. L’incidente ha coinvolto un treno AV di Iryo, secondo operatore per volume di treni, frequenze e viaggiatori in Spagna, e un Alvia dei servizi commerciali di Renfe.
Il primo, che copriva la linea Malaga-Madrid Puerta de Atocha, è deragliato a Ademuz (Cordoba) alle 19:39, provocando l’urto con l’Alvia (da Pta. de Atocha a Huelva), ha debuttato sui binari sul corridoio Madrid-Barcellona poco più di tre anni fa, a novembre 2022. Quattro giorni prima c’era stato un viaggio inaugurale tra Madrid e Valencia. Prima del lancio del marchio Iryo, l’azienda era, sulla carta, Intermodalidad de Levante S.A.
Lo scontro pressoché frontale, avvenuto per il deragliamento di uno dei due treni su un rettilineo, è stato eccezionalmente grave, a circa 200 km l’ora. Il treno della compagnia Iryo, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz, invadendo la linea parallela, dove transitava in senso contrario un altro treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe).
La forza cinetica, anche per le masse di acciaio coinvolte, è stata tremenda: i corpi delle vittime dell’incidente ferroviario sono stati trovati “a centinaia di metri di distanza” sbalzati dai finestrini a causa dell’impatto “incredibilmente violento” dell’incidente, ha riferito il presidente della regione andalusa, Juanma Moreno.
Anche il macchinista “è stato trovato a decine di metri dalla cabina”, raccontano i soccorritori. “Sfortunatamente quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime”, conferma Moreno.
“Ci sono almeno due o tre vagoni precipitati in un terrapieno di cinque metri ai quali è difficile accedere. I vigili del fuoco sono riusciti ad accedere al terzo vagone, ci sarebbe un numero indeterminato di vittime”, ha affermato l’assessore alla Sanità della regione Andalusia, Antonio Sanz. “La situazione è molto grave”.
Una scena apocalittica che consiglierebbe a chiunque di mantenere la massima serietà possibile, se non altro per rispetto delle tante vittime.
E invece i media italiani si sono immediatamente posizionati nella trincea del «siamo vicini al dolore della Spagna», «nessun italiano coinvolto fino a questo momento» (Tajani docet), ma con qualche velato accenno sul «da noi non potrebbe succedere» (vedi foto di fianco, dal Corriere della Sera).
Cercando tra i lanci di agenzia, però, qualche notizia avrebbe dovuto mettere in allarme. Per esempio, il sindacato spagnolo dei macchinisti (Semaf) aveva segnalato anomalie sui binari nel tratto di ferrovia teatro dell’incidente.
Semaf, riporta la Reuters, aveva scritto una lettera ad Adif, gestore delle infrastrutture ferroviarie statali, lo scorso agosto, mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiavano gli stessi treni. Segnali, insomma, che la rete era in sofferenza per una gestione «risparmiosa», fatta di controlli ridotti e manutenzioni diradate nel tempo.
Cose che accadono da decenni ormai in Italia, dove il numero dei dipendenti della ferrovie sono passati da oltre 200.000 a poco più di 90.000.
Va bene, dirà qualcuno, ma un incidente di queste dimensioni non c’è mai stato (vero), anche se migliaia di ritardi per microguasti – compreso il famoso «chiodo di Salvini» – stanno lì a segnalare che anche la nostra rete ferroviaria soffre dello stesso male (ricerca del massimo profitto possibile, risparmiando sui costi e sul personale).
Ma è andando a spulciare «la proprietà» di Iryo che salta fuori il collegamento diretto con la sciagurata situazione italiana. Come racconta peraltro da El Pais, gemello della nostrana Repubblica, «Nel capitale di Iryo figurano Carlos Bertomeu, veterano del settore dei trasporti con la sua Air Nostrum (25%), così come la concessionaria di infrastrutture Globalvía (24%), ma l’azionista che guida la torta azionaria e tiene le redini della gestione è l’operatore pubblico italiano Trenitalia (51%), parte di Ferrovie dello Stato Italiane. Il suo uomo forte in questo paese è Fabrizio Favara, attuale amministratore delegato della compagnia che oggi pomeriggio ha subìto ad Ademuz (Cordoba) il suo primo sinistro di estrema gravità».
Il 51% è maggioranza assoluta. Insomma il treno che ha deragliato appartiene a Trenitalia. Poi si vedrà se il deragliamento è dovuto a problemi della linea oppure a difetti del convoglio, ma intanto – almeno come notizia – si potrebbe anche dire. O no?
Fonte
I TG ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si tratta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 e il 2020. L’incidente ha coinvolto un treno AV di Iryo, secondo operatore per volume di treni, frequenze e viaggiatori in Spagna, e un Alvia dei servizi commerciali di Renfe.
Il primo, che copriva la linea Malaga-Madrid Puerta de Atocha, è deragliato a Ademuz (Cordoba) alle 19:39, provocando l’urto con l’Alvia (da Pta. de Atocha a Huelva), ha debuttato sui binari sul corridoio Madrid-Barcellona poco più di tre anni fa, a novembre 2022. Quattro giorni prima c’era stato un viaggio inaugurale tra Madrid e Valencia. Prima del lancio del marchio Iryo, l’azienda era, sulla carta, Intermodalidad de Levante S.A.
Lo scontro pressoché frontale, avvenuto per il deragliamento di uno dei due treni su un rettilineo, è stato eccezionalmente grave, a circa 200 km l’ora. Il treno della compagnia Iryo, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz, invadendo la linea parallela, dove transitava in senso contrario un altro treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe).
La forza cinetica, anche per le masse di acciaio coinvolte, è stata tremenda: i corpi delle vittime dell’incidente ferroviario sono stati trovati “a centinaia di metri di distanza” sbalzati dai finestrini a causa dell’impatto “incredibilmente violento” dell’incidente, ha riferito il presidente della regione andalusa, Juanma Moreno.
Anche il macchinista “è stato trovato a decine di metri dalla cabina”, raccontano i soccorritori. “Sfortunatamente quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime”, conferma Moreno.
“Ci sono almeno due o tre vagoni precipitati in un terrapieno di cinque metri ai quali è difficile accedere. I vigili del fuoco sono riusciti ad accedere al terzo vagone, ci sarebbe un numero indeterminato di vittime”, ha affermato l’assessore alla Sanità della regione Andalusia, Antonio Sanz. “La situazione è molto grave”.
Una scena apocalittica che consiglierebbe a chiunque di mantenere la massima serietà possibile, se non altro per rispetto delle tante vittime.
E invece i media italiani si sono immediatamente posizionati nella trincea del «siamo vicini al dolore della Spagna», «nessun italiano coinvolto fino a questo momento» (Tajani docet), ma con qualche velato accenno sul «da noi non potrebbe succedere» (vedi foto di fianco, dal Corriere della Sera).
Cercando tra i lanci di agenzia, però, qualche notizia avrebbe dovuto mettere in allarme. Per esempio, il sindacato spagnolo dei macchinisti (Semaf) aveva segnalato anomalie sui binari nel tratto di ferrovia teatro dell’incidente.
Semaf, riporta la Reuters, aveva scritto una lettera ad Adif, gestore delle infrastrutture ferroviarie statali, lo scorso agosto, mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiavano gli stessi treni. Segnali, insomma, che la rete era in sofferenza per una gestione «risparmiosa», fatta di controlli ridotti e manutenzioni diradate nel tempo.
Cose che accadono da decenni ormai in Italia, dove il numero dei dipendenti della ferrovie sono passati da oltre 200.000 a poco più di 90.000.
Va bene, dirà qualcuno, ma un incidente di queste dimensioni non c’è mai stato (vero), anche se migliaia di ritardi per microguasti – compreso il famoso «chiodo di Salvini» – stanno lì a segnalare che anche la nostra rete ferroviaria soffre dello stesso male (ricerca del massimo profitto possibile, risparmiando sui costi e sul personale).
Ma è andando a spulciare «la proprietà» di Iryo che salta fuori il collegamento diretto con la sciagurata situazione italiana. Come racconta peraltro da El Pais, gemello della nostrana Repubblica, «Nel capitale di Iryo figurano Carlos Bertomeu, veterano del settore dei trasporti con la sua Air Nostrum (25%), così come la concessionaria di infrastrutture Globalvía (24%), ma l’azionista che guida la torta azionaria e tiene le redini della gestione è l’operatore pubblico italiano Trenitalia (51%), parte di Ferrovie dello Stato Italiane. Il suo uomo forte in questo paese è Fabrizio Favara, attuale amministratore delegato della compagnia che oggi pomeriggio ha subìto ad Ademuz (Cordoba) il suo primo sinistro di estrema gravità».
Il 51% è maggioranza assoluta. Insomma il treno che ha deragliato appartiene a Trenitalia. Poi si vedrà se il deragliamento è dovuto a problemi della linea oppure a difetti del convoglio, ma intanto – almeno come notizia – si potrebbe anche dire. O no?
Fonte
18/01/2026
USA - 30 le persone morte nelle mani dell’ICE. Cresce lo scontro interno
Secondo quanto riportano alcune agenzie, nel 2025 l’Ice ha battuto un sanguinoso record di morti tra le persone finite nei suoi centri di detenzione: 30 decessi, secondo i dati pubblicati dall’agenzia Afp.
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
Fonte
Il Washington Post ha riferito che la morte di Lunas Campos, un immigrato cubano di 55 anni, avvenuta in stato di detenzione, sarà probabilmente dichiarata omicidio, con “causa preliminare del decesso: asfissia dovuta a compressione del collo e del torace”. Secondo il quotidiano americano un altro detenuto racconterebbe di aver visto Geraldo Lunas Campos strangolato a morte dalle guardie di un centro di detenzione dell’Ice in Texas il 3 gennaio scorso.
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è un’agenzia federale statunitense che si occupa di immigrazione irregolare e deportazioni. Negli ultimi anni è stata al centro di forti critiche, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump, per le sue pratiche operative brutali, gli omicidi a sangue freddo e per l’espansione dei poteri di arresto e detenzione. Gli agenti dell’ICE, come è ormai rilevabile in tutti i video e le foto, agiscono mascherati per non farsi identificare e si comportano come un vero e proprio esercito di occupazione ma nelle proprie comunità.
Sulla scia della brutale uccisione di Renee Nicole Good, un informatore del Dipartimento della Sicurezza Nazionale ha rivelato che sono stati svelati i dati personali di circa 4.500 agenti e funzionari dell’ICE e della Border Patrol in quella che è stata descritta come la più grande violazione di dati della Sicurezza Interna personale di sempre.
Ma adesso i nomi, le email di lavoro, i loro numeri di telefono, i loro ruoli lavorativi e curriculum non sono più anonimi o riservati. Quasi 2.000 agenti di polizia in prima linea, proprio quelli che conducono raid, arresti e deportazioni, sono ora presumibilmente esposti.
I dati sarebbero stati consegnati a ICE List, un sito con dominio islandese che si definisce come una “iniziativa di responsabilità” gestita da volontari che traccia gli agenti e gli abusi. Il suo fondatore afferma che l’uccisione di Good è stata “l’ultima goccia” anche per molti all’interno dell’agenzia, e a giudicare dalla portata della fuga di notizie, il dissenso all’interno della stessa sta aumentando.
A Minneapolis intanto resta altissima la tensione, con nuovi scontri nelle strade, dopo che un agente dell’Ice ha sparato ad un immigrato venezuelano, ferendolo a una gamba, una settimana dopo che un altro agente ha ucciso la giovane donna Renée Good durante un’operazione per la deportazione di immigrati.
Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha annunciato che potrebbe schierare la Guardia Nazionale per opporla alle brutalità e agli abusi dell’ICE contro la popolazione, mentre nei giorni scorsi aveva invitato i cittadini a girare con il telefonino sempre pronto per documentarle con i video.
Venerdì, un giudice federale ha vietato agli agenti federali di Minneapolis di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare munizioni non letali e strumenti di controllo delle folle contro di loro.
Il giornale statunitense Politico riferisce che la sentenza di 80 pagine della giudice distrettuale statunitense Kate Menendez, si colloca in un clima sempre più conflittuale tra l’amministrazione Trump e i funzionari del Minnesota, che hanno accusato gli agenti dell’ICE di alimentare paura e violenza nelle strade locali.
L’ordine della giudice Menendez vieta ai funzionari della Sicurezza Interna e dell’ICE coinvolti nell’Operazione Metro Surge di “usare spray al peperoncino o munizioni non letali simili e strumenti di dispersione della folla contro persone che stanno svolgendo attività di protesta pacifiche e senza ostacoli”. Il giudice ha inoltre proibito agli agenti federali di fermare i veicoli che li seguivano, purché questi mantengano una distanza sicura e “adeguata”.
La decisione è arrivata in risposta a una richiesta d’emergenza da parte dei manifestanti che hanno citato in giudizio l’ICE a dicembre, sostenendo che le loro azioni sono avvenute con arresti incostituzionali e violenza.
Dura la reazione della Casa Bianca, la cui portavoce Abigail Jackson ha dichiarato: “Questa assurda sentenza abbraccia una narrazione disonesta e di sinistra. Ecco la verità: gli agenti federali hanno agito legalmente per proteggersi e garantire l’integrità delle loro operazioni quando individui tentano di intervenire. L’amministrazione Trump farà sempre rispettare la legge”.
Non solo. Il Dipartimento di Giustizia ha anche iniziato a mettere nel mirino due dei critici più severi di Trump in Minnesota – il governatore Tim Walz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey – per aver potenzialmente ostruito gli agenti dell’immigrazione.
Questa escalation ha visto Donald Trump minacciare per l’ennesima volta l’uso dell’Insurrection Act, una legge del 1807 che in condizioni di emergenza conferisce al presidente il potere di schierare a livello nazionale le forze militari contro i cittadini americani e di federalizzare le unità della Guardia Nazionale dei singoli Stati.
L’Insurrection Act fu invocato l‘ultima volta nel 1992 dall’allora presidente George Bush senior, su richiesta del governatore repubblicano della California, alle prese con una rivolte senza precedenti a Los Angeles dopo l’assoluzione dei poliziotti che avevano picchiato a morte Rodney King, un automobilista nero.
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04/01/2026
Venezuela - Almeno 40 i morti per i raid statunitensi. Lunedi si riunisce il Consiglio di Sicurezza dell’Onu
Il coordinatore dei Capi di Stato Maggiore Congiunti degli Stati Uniti, il generale Dan Caine, ha fornito ulteriori dettagli sul raid contro il Venezuela durante un’apparizione a Mar Lago, affiancato da Trump.
Il gen. Caine ha confermato che gli elicotteri statunitensi inviati per sequestrare Nicolás Maduro e sua moglie sono stati bersaglio di colpi d’arma da fuoco, e che uno degli aerei è stato colpito, anche se “rimaneva operativo”, il che ha permesso a tutti i militari statunitensi di tornare indietro senza perdere capacità di volo.
L’attacco condotto dalle forze statunitensi in Venezuela ha causato la morte di almeno 40 persone e il ferimento di 90. Il bilancio provvisorio comprende sia militari sia civili, riferisce un alto funzionario venezuelano che ha chiesto di rimanere anonimo. La notizia, riportata originariamente dal New York Times, getta un’ombra drammatica sull’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, confermando l’alto costo umano degli scontri avvenuti sul terreno. Tra i morti venezuelani si segnalano le guardie della sicurezza del Presidente Maduro come denunciato dal ministro della Difesa di Caracas (vedi il video sotto).
Col passare delle ore, iniziano a emergere le notizie riguardanti i danni nelle aree abitate, in particolare a Catia La Mar, una città costiera situata a ovest dell’aeroporto di Caracas. Come riportato dal New York Times, una bomba ha colpito direttamente un edificio residenziale di tre piani, causando il parziale crollo di una delle sue pareti esterne. L’attacco in questa città ha causato la morte di Rosa González, 80 anni, e avrebbe lasciato un’altra persona in condizioni gravi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per discutere la situazione in Venezuela domani, lunedì 5 gennaio.
La convocazione è stata richiesta da Russia, Cina e Colombia, dopo che la missione venezuelana presso l’Onu ha inviato una lettera alla presidenza di turno del Consiglio chiedendo una riunione per condannare e fermare le operazioni militari statunitensi contro il Paese.
“Uccise a sangue freddo le guardie della sicurezza del Presidente Maduro”. La denuncia del ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez:
Fonte
Il gen. Caine ha confermato che gli elicotteri statunitensi inviati per sequestrare Nicolás Maduro e sua moglie sono stati bersaglio di colpi d’arma da fuoco, e che uno degli aerei è stato colpito, anche se “rimaneva operativo”, il che ha permesso a tutti i militari statunitensi di tornare indietro senza perdere capacità di volo.
L’attacco condotto dalle forze statunitensi in Venezuela ha causato la morte di almeno 40 persone e il ferimento di 90. Il bilancio provvisorio comprende sia militari sia civili, riferisce un alto funzionario venezuelano che ha chiesto di rimanere anonimo. La notizia, riportata originariamente dal New York Times, getta un’ombra drammatica sull’operazione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, confermando l’alto costo umano degli scontri avvenuti sul terreno. Tra i morti venezuelani si segnalano le guardie della sicurezza del Presidente Maduro come denunciato dal ministro della Difesa di Caracas (vedi il video sotto).
Col passare delle ore, iniziano a emergere le notizie riguardanti i danni nelle aree abitate, in particolare a Catia La Mar, una città costiera situata a ovest dell’aeroporto di Caracas. Come riportato dal New York Times, una bomba ha colpito direttamente un edificio residenziale di tre piani, causando il parziale crollo di una delle sue pareti esterne. L’attacco in questa città ha causato la morte di Rosa González, 80 anni, e avrebbe lasciato un’altra persona in condizioni gravi.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per discutere la situazione in Venezuela domani, lunedì 5 gennaio.
La convocazione è stata richiesta da Russia, Cina e Colombia, dopo che la missione venezuelana presso l’Onu ha inviato una lettera alla presidenza di turno del Consiglio chiedendo una riunione per condannare e fermare le operazioni militari statunitensi contro il Paese.
“Uccise a sangue freddo le guardie della sicurezza del Presidente Maduro”. La denuncia del ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez:
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31/10/2025
Morti due ragazzi nel porto di Livorno
È questo il trattamento che riserviamo agli esseri umani mentre le armi sono benvenute?
Abbiamo appreso della morte di due ragazzi ieri mattina, nel porto di Livorno. Due giovanissimi lavoratori che, nella speranza di una vita migliore, si erano imbarcati su una nave ro-ro nascosti dentro un semirimorchio. Una volta scoperti per loro non c’è stata possibilità di fare richiesta di asilo, di spiegare la propria condizione. Non hanno potuto parlare con un avvocato o con un’associazione. Sono stati rinchiusi a forza in una cabina della nave pronti per essere rimandati in Tunisia. Senza neanche sapere se effettivamente era quello il loro Paese di provenienza.
Hanno cercato di scappare forzando la porta della cabina e si sono buttati in mare. Subito risucchiati dalle eliche di una nave Grimaldi che in quel momento transitava lungo il canale.
È questa la civiltà che tanto vogliamo difendere? È questo il trattamento che riserviamo a degli essere umani?
Nel nostro porto le armi sono sempre le benvenute perché “portano lavoro”. Molto spesso servono per andare ad ammazzare civili proprio nei paesi del “terzo mondo” da cui provengono questi ragazzi. Le armi e le navi israeliane vanno bene ma due ragazzini nascosti in un contenitore devono morire in questo modo atroce.
Noi non ci abitueremo mai a questo schifo. I lavoratori portuali non saranno mai complici di questo sistema.
Di questi due ragazzi probabilmente non si conoscono neanche i nomi. Non si potrà neanche avvisare le famiglie.
Livorno non è questo. Con tutta la rabbia dobbiamo, insieme, ribadirlo.
Fonte
Abbiamo appreso della morte di due ragazzi ieri mattina, nel porto di Livorno. Due giovanissimi lavoratori che, nella speranza di una vita migliore, si erano imbarcati su una nave ro-ro nascosti dentro un semirimorchio. Una volta scoperti per loro non c’è stata possibilità di fare richiesta di asilo, di spiegare la propria condizione. Non hanno potuto parlare con un avvocato o con un’associazione. Sono stati rinchiusi a forza in una cabina della nave pronti per essere rimandati in Tunisia. Senza neanche sapere se effettivamente era quello il loro Paese di provenienza.
Hanno cercato di scappare forzando la porta della cabina e si sono buttati in mare. Subito risucchiati dalle eliche di una nave Grimaldi che in quel momento transitava lungo il canale.
È questa la civiltà che tanto vogliamo difendere? È questo il trattamento che riserviamo a degli essere umani?
Nel nostro porto le armi sono sempre le benvenute perché “portano lavoro”. Molto spesso servono per andare ad ammazzare civili proprio nei paesi del “terzo mondo” da cui provengono questi ragazzi. Le armi e le navi israeliane vanno bene ma due ragazzini nascosti in un contenitore devono morire in questo modo atroce.
Noi non ci abitueremo mai a questo schifo. I lavoratori portuali non saranno mai complici di questo sistema.
Di questi due ragazzi probabilmente non si conoscono neanche i nomi. Non si potrà neanche avvisare le famiglie.
Livorno non è questo. Con tutta la rabbia dobbiamo, insieme, ribadirlo.
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21/08/2025
Guerra in Ucraina - Attacco informatico russo rivela dati spaventosi sulle perdite ucraine
Oltre 1,7 milioni di militari delle Forze armate ucraine sono morti o sono scomparsi dall’inizio dell’operazione militare speciale russa, lo ha riferito il canale Telegram Mash, citando il database dello Stato maggiore delle Forze armate ucraine che è stato violato da hacker russi.
“L’Ucraina ha perso 1,7 milioni di militari nel corso della SVO”, si legge nella pubblicazione.
Secondo il canale, gli hacker sono entrati in possesso di file contenenti i nomi completi dei militari, informazioni sul luogo della loro morte o scomparsa, dati personali, contatti dei parenti più prossimi e fotografie.
In tre anni, l’Ucraina avrebbe perso 1 milione 721 mila soldati:
– 118,5 mila nel 2022;
– 405,4 mila nel 2023;
– 595 mila nel 2024;
– 621 mila nel 2025.
Il gruppo KillNet ha confermato a RIA Novosti di aver violato il database tramite il computer di lavoro del capo del dipartimento logistico, di cognome Chernykh. Le informazioni erano memorizzate sulle risorse cloud di OneDrive. Si tratta di fotografie di militari deceduti, dei loro passaporti e libretti militari, certificati di morte e piastrine di riconoscimento.
Inoltre, gli hacker hanno avuto accesso ai dati del comando delle Forze per operazioni speciali delle AFU e della Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa ucraino, nonché agli elenchi dei paesi fornitori di aiuti militari e delle armi trasferite durante il conflitto.
“L’Ucraina ha perso 1,7 milioni di militari nel corso della SVO”, si legge nella pubblicazione.
Secondo il canale, gli hacker sono entrati in possesso di file contenenti i nomi completi dei militari, informazioni sul luogo della loro morte o scomparsa, dati personali, contatti dei parenti più prossimi e fotografie.
In tre anni, l’Ucraina avrebbe perso 1 milione 721 mila soldati:
– 118,5 mila nel 2022;
– 405,4 mila nel 2023;
– 595 mila nel 2024;
– 621 mila nel 2025.
Il gruppo KillNet ha confermato a RIA Novosti di aver violato il database tramite il computer di lavoro del capo del dipartimento logistico, di cognome Chernykh. Le informazioni erano memorizzate sulle risorse cloud di OneDrive. Si tratta di fotografie di militari deceduti, dei loro passaporti e libretti militari, certificati di morte e piastrine di riconoscimento.
Inoltre, gli hacker hanno avuto accesso ai dati del comando delle Forze per operazioni speciali delle AFU e della Direzione principale dell’intelligence del Ministero della Difesa ucraino, nonché agli elenchi dei paesi fornitori di aiuti militari e delle armi trasferite durante il conflitto.
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Un esperto militare ha commentato i dati trafugati degli hacker russi sulle perdite delle Forze armate ucraine (AFU)
Le informazioni rivelate dagli hacker secondo cui le AFU avrebbero perso 1,7 milioni di soldati nel corso dell’operazione speciale appaiono plausibili; se a questa cifra si aggiungono feriti e prigionieri, si può concludere che la riserva di mobilitazione dell’Ucraina si sta esaurendo. Lo ha dichiarato all’agenzia RIA Novosti l’esperto militare russo Alexey Leonkov.
In precedenza, il gruppo hacker KillNet aveva confermato a RIA Novosti di aver violato il database dello Stato maggiore delle AFU contenente informazioni su 1,7 milioni di militari ucraini morti e dispersi.
“In linea di principio, la cifra è plausibile, se si segue la dinamica dei comunicati ufficiali”, ha detto Leonkov.
Ha ricordato che a dicembre 2024 il capo del Ministero della Difesa russo, Andrey Belousov, aveva stimato le perdite delle AFU dall’inizio dell’operazione speciale in quasi un milione di persone.
“Da allora, i militanti ucraini hanno perso da 50 a 60 mila uomini al mese, proprio in termini di morti. Sono passati 8 mesi, quindi, se al milione si aggiungono circa 500 mila persone, queste cifre sono correlate”, ha aggiunto l’esperto.
Ha sottolineato che i dati pubblicati mercoledì non tengono conto di feriti, disertori e di coloro che sono prigionieri.
“Questa cifra potrebbe essere moltiplicata per un terzo, e allora diventerà chiaro perché Zelensky e i suoi sponsor nell’Europa occidentale insistono per un cessate il fuoco immediato. La riserva di mobilitazione dell’Ucraina prima dell’inizio della SVO (Operazione Militare Speciale) era stimata in 5 milioni di persone… se si fa l’aritmetica generale, la riserva di mobilitazione dell’Ucraina è praticamente esaurita”, ha dichiarato Leonkov.
Fonte
19/11/2024
Sudan - Fame, guerra e malattie hanno ucciso più persone di quanto si pensi
Uno studio rivela che il numero di vittime del conflitto in Sudan potrebbe superare di gran lunga le stime ufficiali. Oltre ai decessi violenti, fame e malattie sono tra le cause principali di morte. Il conflitto tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) è scoppiato nell’aprile del 2023.
I primi 14 mesi di guerra hanno registrato nella sola capitale Khartoum oltre 61.000 vittime, bilancio che, secondo ricercatori britannici e sudanesi, è superiore alle stime precedenti. Le principali cause di morte, secondo il Sudan Research Group sono la fame e le malattie. La popolazione non può raggiungere ospedali, obitori o cimiteri per cui molti decessi non vengono registrati. Lo studio del Sudan Research Group, guidato dall’epidemiologa Maysoon Dahab, ha impiegato il metodo “cattura e ricattura”: attraverso un’analisi delle liste di decessi si è scoperto che il bilancio delle sole morti violente avvenute a Khartoum è di oltre 26.000, maggiore del valore rilevato dall’Armed Conflict Location & Event Data (20.178).
Il SRG ha utilizzato tre tipi di fonti, partendo dalle quali, ha compilato altrettante liste: un sondaggio pubblico condiviso sui social media, un sondaggio privato diffuso tra gli attivisti e i necrologi pubblicati sui social. La ricerca si è concentrata solo su Khartoum (non potendo espandersi nel resto del Paese a causa di dati insufficienti), dove sono stati redatti 6.715 registri di deceduti.
Una volta preparate le liste, i ricercatori hanno evidenziato i nomi comparsi in più liste: minore è la sovrapposizione tra gli elenchi, maggiore è la probabilità che non tutti i decessi siano stati registrati. Anche se si tratta di un sistema creato per studi ecologici, si è rivelato molto utile per stimare il numero effettivo dei decessi: è stato impiegato anche durante le proteste del 2019 e con il COVID-19.
La speranza è che, grazie ai dati ottenuti, si possa attirare l’attenzione sul Sudan e sostenere la risoluzione del conflitto, redigere un documento sulle responsabilità e incentivare gli aiuti umanitari, resi necessari a causa di ulteriori atti di violenza scoppiati nelle regioni del Kordofan e del Darfur.
L’analisi, infatti, rivela un altro aspetto fondamentale: la diffusa malnutrizione, e le conseguenti malattie (malaria, colera e febbre dengue) causate dalla riduzione delle difese immunitarie sono tra le principali cause di morte per i sudanesi. L’impossibilità di recarsi in ospedali e farmacie rende la situazione ancora più drammatica. Ne è un esempio Khalid Sanhouri, musicista morto l’anno scorso per mancata assistenza sanitaria, nella città di Omdurman. Mohammed Omar, suo vicino, ha dichiarato a Reuters che le persone sono state costrette a seppellire i propri cari accanto alle case, non riuscendo a raggiungere i cimiteri. Solo con l’arrivo dell’esercito sudanese i corpi sono stati trasferiti al cimitero principale della città.
Lo studio presenta però dei limiti: i decessi tra i gruppi rurali e quelli con un basso livello socioeconomico hanno una minore probabilità di comparire in uno qualsiasi dei registri utilizzati, a causa del difficile accesso alle reti di telecomunicazione. Nonostante ciò, il metodo “cattura e ricattura” resta uno strumento valido per la stima delle vittime in situazioni dove i dati registrati non sono quelli effettivi.
Nessuno dei due eserciti, intanto, si assume la responsabilità degli attacchi ai civili, accusandosi reciprocamente. Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, tuttavia, ha confermato che entrambe le parti sono colpevoli di gravi abusi e violazioni dei diritti umani.
Fonte
I primi 14 mesi di guerra hanno registrato nella sola capitale Khartoum oltre 61.000 vittime, bilancio che, secondo ricercatori britannici e sudanesi, è superiore alle stime precedenti. Le principali cause di morte, secondo il Sudan Research Group sono la fame e le malattie. La popolazione non può raggiungere ospedali, obitori o cimiteri per cui molti decessi non vengono registrati. Lo studio del Sudan Research Group, guidato dall’epidemiologa Maysoon Dahab, ha impiegato il metodo “cattura e ricattura”: attraverso un’analisi delle liste di decessi si è scoperto che il bilancio delle sole morti violente avvenute a Khartoum è di oltre 26.000, maggiore del valore rilevato dall’Armed Conflict Location & Event Data (20.178).
Il SRG ha utilizzato tre tipi di fonti, partendo dalle quali, ha compilato altrettante liste: un sondaggio pubblico condiviso sui social media, un sondaggio privato diffuso tra gli attivisti e i necrologi pubblicati sui social. La ricerca si è concentrata solo su Khartoum (non potendo espandersi nel resto del Paese a causa di dati insufficienti), dove sono stati redatti 6.715 registri di deceduti.
Una volta preparate le liste, i ricercatori hanno evidenziato i nomi comparsi in più liste: minore è la sovrapposizione tra gli elenchi, maggiore è la probabilità che non tutti i decessi siano stati registrati. Anche se si tratta di un sistema creato per studi ecologici, si è rivelato molto utile per stimare il numero effettivo dei decessi: è stato impiegato anche durante le proteste del 2019 e con il COVID-19.
La speranza è che, grazie ai dati ottenuti, si possa attirare l’attenzione sul Sudan e sostenere la risoluzione del conflitto, redigere un documento sulle responsabilità e incentivare gli aiuti umanitari, resi necessari a causa di ulteriori atti di violenza scoppiati nelle regioni del Kordofan e del Darfur.
L’analisi, infatti, rivela un altro aspetto fondamentale: la diffusa malnutrizione, e le conseguenti malattie (malaria, colera e febbre dengue) causate dalla riduzione delle difese immunitarie sono tra le principali cause di morte per i sudanesi. L’impossibilità di recarsi in ospedali e farmacie rende la situazione ancora più drammatica. Ne è un esempio Khalid Sanhouri, musicista morto l’anno scorso per mancata assistenza sanitaria, nella città di Omdurman. Mohammed Omar, suo vicino, ha dichiarato a Reuters che le persone sono state costrette a seppellire i propri cari accanto alle case, non riuscendo a raggiungere i cimiteri. Solo con l’arrivo dell’esercito sudanese i corpi sono stati trasferiti al cimitero principale della città.
Lo studio presenta però dei limiti: i decessi tra i gruppi rurali e quelli con un basso livello socioeconomico hanno una minore probabilità di comparire in uno qualsiasi dei registri utilizzati, a causa del difficile accesso alle reti di telecomunicazione. Nonostante ciò, il metodo “cattura e ricattura” resta uno strumento valido per la stima delle vittime in situazioni dove i dati registrati non sono quelli effettivi.
Nessuno dei due eserciti, intanto, si assume la responsabilità degli attacchi ai civili, accusandosi reciprocamente. Una missione d’inchiesta delle Nazioni Unite, tuttavia, ha confermato che entrambe le parti sono colpevoli di gravi abusi e violazioni dei diritti umani.
Fonte
05/11/2024
Spagna - Le responsabilità politiche dietro la strage a València
Da Barcellona. Il devastante fenomeno meteorologico che si è abbattuto su València e sui piccoli paesi circostanti (con precipitazioni inaudite anche per una zona in cui le piogge torrenziali sono ben note) affonda le proprie radici nei mutamenti generati da uno sviluppo capitalistico totalmente sordo alle necessità della tutela ambientale, come ben spiegano gli studiosi della materia.
Ma una volta sgombrato il campo dalle ricostruzioni complottiste, che non a caso ripropongono acriticamente il modello capitalista, è evidente la responsabilità del governo della Generalitat Valenciana (monocolore del Partido Popular de la Comunitat Valenciana) nella gestione dell’emergenza e nel suo tragico e ancora provvisorio bilancio. In altre parole, se il fenomeno atmosferico era inevitabile, al contrario la strage si poteva scongiurare. Ma l’operato del governo Mazón ha aggravato la situazione.
L’agenzia spagnola per gli eventi atmosferici (AEMET) ha previsto il fenomeno atmosferico già venerdì 25 ottobre. Lunedì 28 ha avvisato del rischio di possibili inondazioni. Durante la mattina di martedì 29, l’AEMET ha emesso reiteratamente diversi comunicati (alle 7, alle 8, alle 9 e alle 9,20) esortando la popolazione a non uscire e a prendere le dovute precauzioni abbandonando le zone inondabili. Di conseguenza alcune istituzioni pubbliche hanno sospeso le loro attività, come nel caso dell’Autorità Portuale. L’Università di València aveva sospeso la didattica già il giorno prima.
Tuttavia il presidente Mazón non solo ha ignorato gli avvisi dell’AEMET, via via più preoccupanti nel corso della mattinata, ma alle 13 ha fatto una dichiarazione nella quale affermava non esistere nessun rischio idrogeologico e che perciò non era necessario prendere alcuna misura particolare.
Pochi minuti dopo, l’acqua inondava le strade di alcuni paesi della provincia, portandosi via auto e persone. Nelle ore successive la situazione si è fatta sempre più grave ma l’allarme inviato per SMS dal governo della Generalitat alla cittadinanza è arrivato soltanto alle 20, quando c’erano già i morti nelle strade.
Dopo la dichiarazione delle 13, in seguito cancellata dai propri social, Mazón e il suo governo sono scomparsi lasciando la popolazione in balia delle inondazioni. In molti hanno denunciato la incompetente sottovalutazione del rischio, ma alla base del comportamento di Mazón c’è un calcolo ragionato ben più grave: per il governo regionale del PPCV l’attività economica viene prima della vita della popolazione e non può essere fermata neppure davanti alla catastrofe imminente.
La supremazia del capitale è il segno distintivo dell’Unione Europea e il governo Mazón così come le grandi imprese presenti sul territorio del País Valencià non fanno eccezione.
Secondo numerose testimonianze nei magazzini e nei negozi di Inditex, Mercadona, Carrefour, Transfesa i lavoratori sono stati costretti a cominciare il turno o a rimanere sul posto di lavoro anche dopo il tardivo allarme inviato per SMS alle 20. In molti casi non hanno potuto tornare a casa per soccorrere i propri familiari e vicini.
E la dimostrazione che la supremazia dell’impresa è un principio ormai condiviso anche dalla “sinistra” statale, sono le parole pronunciate dalla vice presidente del governo spagnolo. Yolanda Diaz ha raccomandato alle imprese soltanto “il rispetto delle norme”, scaricando interamente sui lavoratori la responsabilità di recarsi oppure no al lavoro in questi tragici giorni. Una posizione quantomeno deludente per il governo che si definisce come “il più progressista della storia spagnola”.
I più di 200 morti (una cifra ancora provvisoria), i 1900 dispersi e le distruzioni materiali invocano ben altre misure. Secondo la Candidatura d’Unitat Popular è necessario un decreto che dichiari lo stato d’emergenza e sospenda tutte le attività produttive non essenziali. Altre forze politiche e sindacali, quali Compromís, hanno chiesto le dimissioni di Mazón, mentre l’indignazione e la rabbia popolare si sono palesate questa domenica a Paiporta, uno dei municipi più colpiti dalla tragedia.
Il monarca spagnolo, accompagnato da Pedro Sánchez e dal presidente della Generalitat Valenciana, pensava di fare una passeggiata in un feudo fedele: il País Valencià è governato dalla destra e ha storicamente ospitato un neofascismo ampiamente foraggiato dallo stato in funzione anticatalanista. Qui, soprattutto tra gli anni ’80 e ‘90, si è dato campo libero a bande neofasciste che si sono macchiate di violenze e omicidi di militanti antifascisti (come nel caso di Guillem Agulló).
Qui si sono spese molte energie per consolidare la dipendenza dalla capitale e scongiurare la minaccia rappresentata dai legami culturali, economici e storici con la Catalunya, in altre parole la minaccia dell’unità dei Països Catalans. E proprio qui il monarca ha subito una dura e bruciante contestazione.
Tanto che la reazione non si è fatta attendere: un giudice di Torrent, un municipio in província di València, ha già aperto un’indagine per accertare le responsabilità della popolazione di Paiporta nella contestazione a Felipe VI. I reati ipotizzati sono attentato e disordini pubblici. Il ministro dell’interno Fernando Grande Marlaska si è detto fiducioso di poter identificare i colpevoli. L’apparato giudiziario statale non agisce sempre con la stessa solerzia: la Fiscalia, un organo che risponde al governo centrale, non ha aperto finora alcuna indagine sulle responsabilità di Mazón e delle grandi imprese.
Fonte
Ma una volta sgombrato il campo dalle ricostruzioni complottiste, che non a caso ripropongono acriticamente il modello capitalista, è evidente la responsabilità del governo della Generalitat Valenciana (monocolore del Partido Popular de la Comunitat Valenciana) nella gestione dell’emergenza e nel suo tragico e ancora provvisorio bilancio. In altre parole, se il fenomeno atmosferico era inevitabile, al contrario la strage si poteva scongiurare. Ma l’operato del governo Mazón ha aggravato la situazione.
L’agenzia spagnola per gli eventi atmosferici (AEMET) ha previsto il fenomeno atmosferico già venerdì 25 ottobre. Lunedì 28 ha avvisato del rischio di possibili inondazioni. Durante la mattina di martedì 29, l’AEMET ha emesso reiteratamente diversi comunicati (alle 7, alle 8, alle 9 e alle 9,20) esortando la popolazione a non uscire e a prendere le dovute precauzioni abbandonando le zone inondabili. Di conseguenza alcune istituzioni pubbliche hanno sospeso le loro attività, come nel caso dell’Autorità Portuale. L’Università di València aveva sospeso la didattica già il giorno prima.
Tuttavia il presidente Mazón non solo ha ignorato gli avvisi dell’AEMET, via via più preoccupanti nel corso della mattinata, ma alle 13 ha fatto una dichiarazione nella quale affermava non esistere nessun rischio idrogeologico e che perciò non era necessario prendere alcuna misura particolare.
Pochi minuti dopo, l’acqua inondava le strade di alcuni paesi della provincia, portandosi via auto e persone. Nelle ore successive la situazione si è fatta sempre più grave ma l’allarme inviato per SMS dal governo della Generalitat alla cittadinanza è arrivato soltanto alle 20, quando c’erano già i morti nelle strade.
Dopo la dichiarazione delle 13, in seguito cancellata dai propri social, Mazón e il suo governo sono scomparsi lasciando la popolazione in balia delle inondazioni. In molti hanno denunciato la incompetente sottovalutazione del rischio, ma alla base del comportamento di Mazón c’è un calcolo ragionato ben più grave: per il governo regionale del PPCV l’attività economica viene prima della vita della popolazione e non può essere fermata neppure davanti alla catastrofe imminente.
La supremazia del capitale è il segno distintivo dell’Unione Europea e il governo Mazón così come le grandi imprese presenti sul territorio del País Valencià non fanno eccezione.
Secondo numerose testimonianze nei magazzini e nei negozi di Inditex, Mercadona, Carrefour, Transfesa i lavoratori sono stati costretti a cominciare il turno o a rimanere sul posto di lavoro anche dopo il tardivo allarme inviato per SMS alle 20. In molti casi non hanno potuto tornare a casa per soccorrere i propri familiari e vicini.
E la dimostrazione che la supremazia dell’impresa è un principio ormai condiviso anche dalla “sinistra” statale, sono le parole pronunciate dalla vice presidente del governo spagnolo. Yolanda Diaz ha raccomandato alle imprese soltanto “il rispetto delle norme”, scaricando interamente sui lavoratori la responsabilità di recarsi oppure no al lavoro in questi tragici giorni. Una posizione quantomeno deludente per il governo che si definisce come “il più progressista della storia spagnola”.
I più di 200 morti (una cifra ancora provvisoria), i 1900 dispersi e le distruzioni materiali invocano ben altre misure. Secondo la Candidatura d’Unitat Popular è necessario un decreto che dichiari lo stato d’emergenza e sospenda tutte le attività produttive non essenziali. Altre forze politiche e sindacali, quali Compromís, hanno chiesto le dimissioni di Mazón, mentre l’indignazione e la rabbia popolare si sono palesate questa domenica a Paiporta, uno dei municipi più colpiti dalla tragedia.
Il monarca spagnolo, accompagnato da Pedro Sánchez e dal presidente della Generalitat Valenciana, pensava di fare una passeggiata in un feudo fedele: il País Valencià è governato dalla destra e ha storicamente ospitato un neofascismo ampiamente foraggiato dallo stato in funzione anticatalanista. Qui, soprattutto tra gli anni ’80 e ‘90, si è dato campo libero a bande neofasciste che si sono macchiate di violenze e omicidi di militanti antifascisti (come nel caso di Guillem Agulló).
Qui si sono spese molte energie per consolidare la dipendenza dalla capitale e scongiurare la minaccia rappresentata dai legami culturali, economici e storici con la Catalunya, in altre parole la minaccia dell’unità dei Països Catalans. E proprio qui il monarca ha subito una dura e bruciante contestazione.
Tanto che la reazione non si è fatta attendere: un giudice di Torrent, un municipio in província di València, ha già aperto un’indagine per accertare le responsabilità della popolazione di Paiporta nella contestazione a Felipe VI. I reati ipotizzati sono attentato e disordini pubblici. Il ministro dell’interno Fernando Grande Marlaska si è detto fiducioso di poter identificare i colpevoli. L’apparato giudiziario statale non agisce sempre con la stessa solerzia: la Fiscalia, un organo che risponde al governo centrale, non ha aperto finora alcuna indagine sulle responsabilità di Mazón e delle grandi imprese.
Fonte
01/10/2024
Le reclute ucraine sono poco addestrate e sopravvivono pochi giorni
L’esercito ucraino soffre di un continuo declino delle capacità delle sue unità di prima linea, poiché le perdite tra le unità addestrate ed esperte hanno alimentato una crescente dipendenza dalle unità di leva con capacità operative molto limitate.
Secondo un rapporto del Financial Times di Londra, il 50-70% delle reclute sopravvive solo pochi giorni in prima linea, soffre di scarsa motivazione ed è incline al panico.
Gli standard di addestramento sono stati così scarsi che non tutti sanno impugnare un’arma. Inoltre, l’esaurimento del numero di maschi considerati in età da combattimento fa sì che l’età media delle reclute mobilitate sia ora di 45 anni.
Il rapporto fa seguito alla dichiarazione del Comandante in capo delle Forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, nominato all’inizio di febbraio, secondo cui le reclute hanno costantemente dimostrato di non avere l’addestramento necessario per le operazioni in prima linea.
Lamentando la completa superiorità tecnologica delle forze russe, Syrskyi ha dichiarato che “il personale è stato sottoposto a soli due mesi di addestramento”, anche se altre fonti hanno indicato che il tempo di addestramento è significativamente inferiore.
Le notizie sull’inadeguatezza degli standard di addestramento delle unità di prima linea sono emerse più volte negli ultimi due anni. Il Wall Street Journal aveva riferito a metà del 2023 che l’esercito ucraino reclutava uomini poveri dai villaggi, li forniva di fucili e uniformi dell’era sovietica e dopo appena due notti in una base li inviava in prima linea.
Quando alcuni coscritti cercarono di firmare un rifiuto ufficiale, sulla base del fatto che non avevano un addestramento adeguato, il sergente maggiore ucraino rispose: “Bakhmut vi insegnerà”, un riferimento alla città del fronte al centro dei combattimenti dell’epoca. Uno dei coscritti protestò per non aver mai impugnato un’arma.
Il WSJ aveva aggiunto che Kiev ha inviato in prima linea “soldati mobilitati e unità di difesa territoriale, a volte con addestramento ed equipaggiamento frammentari, nel tentativo di preservare le brigate addestrate ed equipaggiate dall’Occidente per un’offensiva ampiamente pianificata”.
Le perdite massicce di unità addestrate nelle offensive successive, iniziate nel giugno 2023, hanno ulteriormente aumentato il ricorso ai coscritti.
Il 15 settembre 2023 il tenente colonnello Vitaly Berezhnyon, alto ufficiale di leva della regione ucraina di Poltava, ha rivelato che le unità hanno subito perdite estreme, “su 100 persone che si sono unite alle unità lo scorso autunno, ne rimangono 10-20, il resto sono morti, feriti o disabili”. Questo indica un tasso di perdite dell’80-90% nelle unità di leva nell’ultimo anno.
La dichiarazione di Berezhnyon è tutt’altro che isolata: ad aprile l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex ministro degli Esteri Vadim Pristaiko aveva lamentato perdite di personale catastrofiche: “la nostra politica è stata fin dall’inizio quella di non parlare delle nostre perdite. Quando la guerra sarà finita, lo riconosceremo. Penso che sarà un numero orribile”, aveva dichiarato.
Fonte
Secondo un rapporto del Financial Times di Londra, il 50-70% delle reclute sopravvive solo pochi giorni in prima linea, soffre di scarsa motivazione ed è incline al panico.
Gli standard di addestramento sono stati così scarsi che non tutti sanno impugnare un’arma. Inoltre, l’esaurimento del numero di maschi considerati in età da combattimento fa sì che l’età media delle reclute mobilitate sia ora di 45 anni.
Il rapporto fa seguito alla dichiarazione del Comandante in capo delle Forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, nominato all’inizio di febbraio, secondo cui le reclute hanno costantemente dimostrato di non avere l’addestramento necessario per le operazioni in prima linea.
Lamentando la completa superiorità tecnologica delle forze russe, Syrskyi ha dichiarato che “il personale è stato sottoposto a soli due mesi di addestramento”, anche se altre fonti hanno indicato che il tempo di addestramento è significativamente inferiore.
Le notizie sull’inadeguatezza degli standard di addestramento delle unità di prima linea sono emerse più volte negli ultimi due anni. Il Wall Street Journal aveva riferito a metà del 2023 che l’esercito ucraino reclutava uomini poveri dai villaggi, li forniva di fucili e uniformi dell’era sovietica e dopo appena due notti in una base li inviava in prima linea.
Quando alcuni coscritti cercarono di firmare un rifiuto ufficiale, sulla base del fatto che non avevano un addestramento adeguato, il sergente maggiore ucraino rispose: “Bakhmut vi insegnerà”, un riferimento alla città del fronte al centro dei combattimenti dell’epoca. Uno dei coscritti protestò per non aver mai impugnato un’arma.
Il WSJ aveva aggiunto che Kiev ha inviato in prima linea “soldati mobilitati e unità di difesa territoriale, a volte con addestramento ed equipaggiamento frammentari, nel tentativo di preservare le brigate addestrate ed equipaggiate dall’Occidente per un’offensiva ampiamente pianificata”.
Le perdite massicce di unità addestrate nelle offensive successive, iniziate nel giugno 2023, hanno ulteriormente aumentato il ricorso ai coscritti.
Il 15 settembre 2023 il tenente colonnello Vitaly Berezhnyon, alto ufficiale di leva della regione ucraina di Poltava, ha rivelato che le unità hanno subito perdite estreme, “su 100 persone che si sono unite alle unità lo scorso autunno, ne rimangono 10-20, il resto sono morti, feriti o disabili”. Questo indica un tasso di perdite dell’80-90% nelle unità di leva nell’ultimo anno.
La dichiarazione di Berezhnyon è tutt’altro che isolata: ad aprile l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex ministro degli Esteri Vadim Pristaiko aveva lamentato perdite di personale catastrofiche: “la nostra politica è stata fin dall’inizio quella di non parlare delle nostre perdite. Quando la guerra sarà finita, lo riconosceremo. Penso che sarà un numero orribile”, aveva dichiarato.
Fonte
08/09/2024
Guerra in Ucraina - Da Poltava in poi, decine di caduti della Nato in Ucraina
La guerra in Ucraina continua, ma la narrazione è totalmente cambiata. La certezza occidentale che Kiev avrebbe comunque indebolito al massimo la Russia si è rovesciata nel suo contrario. Lo stesso Zelenskij oggi parla solo di far finire presto la guerra, addirittura “entro la fine dell’anno”. E anche sull’inevitabile scambio tra territori perduti (il Donbass e la Crimea, fin dal 2014) è passato da “la Russia si deve ritirare” a un più modesto “il 30% del nostro territorio è troppo” (su cifre minori, invece...).
Uno dei pochi elementi di novità della guerra combattuta, negli ultimi giorni, sono stati alcuni bombardamenti sui centri di addestramento che, come a Poltava, hanno fatto strage... di militari. Su questo episodio più noto, per un paio di giorni tutta l’informazione occidentale aveva preso per buona la prima versione ucraina (“una scuola e un vicino ospedale”).
Poi – girando per notiziari più di dettaglio, sia dentro che fuori dall’orbita dello Sbu di Kiev – si è capito che si trattava di una struttura decisamente importante, il 179° Centro di Formazione interforze delle forze armate ucraine situato in via Zinkovskaya, in cui istruttori Nato formavano soldati addetti a qualcosa di più della guerra in trincea (droni, comunicazioni, guerra elettronica, ecc.).
Soprattutto si è capito che i caduti erano molti più dei 40-50 ammessi in un primo momento. E che non si trattava soltanto di caduti ucraini, ma anche di istruttori occidentali. Qualcosa di più di un semplice “segnale” di insofferenza, tipo il singolo drone che è stato intercettato mentre puntava – si dice – sul Parlamento di Kiev (sarebbe la prima volta, in due anni e mezzo di guerra...).
Un’ammissione indiretta del carattere dirompente di questa serie di attacchi, anche sui reticenti media italiani, è ricavabile per esempio dal Sole24Ore di ieri mattina, che riportava stralci di un comunicato dell’agenzia russa Tass senza contrapporgli, come al solito, l’opposta e “più credibile” versione ucraina:
Conferme ancora più chiare arrivano dai siti di analisti militari di tutte le parti in causa, ma anche da Politico, che ha immediatamente notato come il ministro degli esteri di Stoccolma, Tobias Billstrom, protagonista quest’anno dell’ingresso della Svezia nella Nato, si è improvvisamente dimesso a sole 24 ore dal disastro di Poltava.
In quelle ore, d’altro canto, prendevano a circolare numerosi video in cui, tra i soccorritori ma anche tra i feriti, si potevano ascoltare diversi uomini parlare in svedese (non proprio una lingua diffusissima, nel mondo e in Ucraina).
Ma, come conclude anche Gianandrea Gaiani, di Analisi Difesa, è “Difficile attendersi spiegazioni o ulteriori notizie in occasione del rimpatrio delle salme di quello che potrebbe essere il più alto tributo di sangue pagato dalla Svezia in un contesto bellico tenuto conto che truppe di Stoccolma sono state impegnate in diverse missioni ONU e anche nelle operazioni in Afghanistan dove morirono 5 militari svedesi”.
Un blogger militare ucraino piuttosto seguito rivelava che nell’edificio distrutto c’erano più di 2.000 uomini, di cui almeno 500 erano morti. E l’ex parlamentare Ihor Mosiychuk ha affermato che le forze ucraine (senza menzionare gli “istruttori” stranieri) hanno perso più di 600 persone.
Altrettanto interessante è poi la notizia che in quelle stesse ore un tenente colonnello statunitense, Joshua Kamara, considerato una sorta di “leader naturale”, 45 anni, insignito della Legion d’Onore, della Stella di Bronzo e della Medaglia al Merito, oltre ad altri riconoscimenti, era morto nel campo militare dell’esercito statunitense a Poznan, in Polonia. Senza altre spiegazioni.
Contemporaneamente, secondo il servizio di Fox News (tv statunitense del gruppo Murdoch, non di qualche “putiniano” fuori ordinanza...), “La prova più evidente dell’efficacia dell’attacco missilistico su Poltava è stato lo sciame di aerei medici della NATO (USA, Germania, Polonia, Romania).
Stavano evacuando sia gli istruttori feriti che i corpi di quelli morti. In città come Berlino, convogli di ambulanze sorvegliati dalla polizia si sono precipitati negli ospedali entro sera”.
Che i militari Nato “non possano” morire in Ucraina è comprensibile. Sarebbe come ammettere che l’Alleanza è in guerra in prima persona. Quindi c’è il problema di “legalizzare” la morte di una certa quantità di militari, spostando il luogo del decesso e soprattutto la causa della morte. Anche in questo caso Gaiani spiega che
E alla Casa Bianca come a Bruxelles lo sanno bene...
Fonte
Uno dei pochi elementi di novità della guerra combattuta, negli ultimi giorni, sono stati alcuni bombardamenti sui centri di addestramento che, come a Poltava, hanno fatto strage... di militari. Su questo episodio più noto, per un paio di giorni tutta l’informazione occidentale aveva preso per buona la prima versione ucraina (“una scuola e un vicino ospedale”).
Poi – girando per notiziari più di dettaglio, sia dentro che fuori dall’orbita dello Sbu di Kiev – si è capito che si trattava di una struttura decisamente importante, il 179° Centro di Formazione interforze delle forze armate ucraine situato in via Zinkovskaya, in cui istruttori Nato formavano soldati addetti a qualcosa di più della guerra in trincea (droni, comunicazioni, guerra elettronica, ecc.).
Soprattutto si è capito che i caduti erano molti più dei 40-50 ammessi in un primo momento. E che non si trattava soltanto di caduti ucraini, ma anche di istruttori occidentali. Qualcosa di più di un semplice “segnale” di insofferenza, tipo il singolo drone che è stato intercettato mentre puntava – si dice – sul Parlamento di Kiev (sarebbe la prima volta, in due anni e mezzo di guerra...).
Un’ammissione indiretta del carattere dirompente di questa serie di attacchi, anche sui reticenti media italiani, è ricavabile per esempio dal Sole24Ore di ieri mattina, che riportava stralci di un comunicato dell’agenzia russa Tass senza contrapporgli, come al solito, l’opposta e “più credibile” versione ucraina:
Attacchi multipli russi hanno provocato la morte di centinaia di mercenari stranieri in Ucraina. È quanto afferma l’agenzia Tass che cita una fonte militare di alto livello.Tradotto: l’esercito russo ha messo nel mirino i militari occidentali presenti in Ucraina, travestiti da “istruttori” o “mercenari” (sono decine le società occidentali che “assumono” soldati ben addestrati dagli eserciti Nato). E questo per far capire chiaramente ai vertici Usa e UE che l’eventuale consegna a Kiev di missili a più lungo raggio (oltre i 300 km) non sarà tollerata. Il prezzo umano, oltre a quello economico, per la Nato è destinato a salire di molto.
“Oltre 250 mercenari stranieri, tra cui 70 specialisti della difesa aerea francesi e rumeni, sono stati eliminati durante un attacco il 4 settembre a Krivoy Rog”, afferma la fonte.
E ancora: “Circa 500 specialisti, tra cui istruttori provenienti da Polonia, Francia, Germania e Svezia, sono morti o hanno riportato ferite dopo l’attacco del 3 settembre a un centro di addestramento delle forze armate ucraine a Poltava”, sostiene la fonte alla Tass aggiungendo che tra le vittime c’erano militari dell’esercito ucraino e del Servizio della Guardia nazionale, nonché “mercenari stranieri provenienti da Polonia, Francia, Germania e Svezia, che stavano addestrando truppe ucraine”.
A Konstantinovka, “circa 50 militanti francesi sono rimasti uccisi in un attacco con missili Iskander in una struttura temporanea per il dispiegamento di mercenari stranieri”.
La stessa fonte riferisce che almeno 50 soldati ucraini, tra cui 19 mercenari provenienti dal Regno Unito, sono rimasti uccisi in un raid effettuato il 2 settembre sempre con missili Iskander-M contro “il sito di dispiegamento temporaneo dei mercenari stranieri che stazionavano in un hotel nella città di Zaporizhzhia”.
Conferme ancora più chiare arrivano dai siti di analisti militari di tutte le parti in causa, ma anche da Politico, che ha immediatamente notato come il ministro degli esteri di Stoccolma, Tobias Billstrom, protagonista quest’anno dell’ingresso della Svezia nella Nato, si è improvvisamente dimesso a sole 24 ore dal disastro di Poltava.
In quelle ore, d’altro canto, prendevano a circolare numerosi video in cui, tra i soccorritori ma anche tra i feriti, si potevano ascoltare diversi uomini parlare in svedese (non proprio una lingua diffusissima, nel mondo e in Ucraina).
Ma, come conclude anche Gianandrea Gaiani, di Analisi Difesa, è “Difficile attendersi spiegazioni o ulteriori notizie in occasione del rimpatrio delle salme di quello che potrebbe essere il più alto tributo di sangue pagato dalla Svezia in un contesto bellico tenuto conto che truppe di Stoccolma sono state impegnate in diverse missioni ONU e anche nelle operazioni in Afghanistan dove morirono 5 militari svedesi”.
Un blogger militare ucraino piuttosto seguito rivelava che nell’edificio distrutto c’erano più di 2.000 uomini, di cui almeno 500 erano morti. E l’ex parlamentare Ihor Mosiychuk ha affermato che le forze ucraine (senza menzionare gli “istruttori” stranieri) hanno perso più di 600 persone.
Altrettanto interessante è poi la notizia che in quelle stesse ore un tenente colonnello statunitense, Joshua Kamara, considerato una sorta di “leader naturale”, 45 anni, insignito della Legion d’Onore, della Stella di Bronzo e della Medaglia al Merito, oltre ad altri riconoscimenti, era morto nel campo militare dell’esercito statunitense a Poznan, in Polonia. Senza altre spiegazioni.
Contemporaneamente, secondo il servizio di Fox News (tv statunitense del gruppo Murdoch, non di qualche “putiniano” fuori ordinanza...), “La prova più evidente dell’efficacia dell’attacco missilistico su Poltava è stato lo sciame di aerei medici della NATO (USA, Germania, Polonia, Romania).
Stavano evacuando sia gli istruttori feriti che i corpi di quelli morti. In città come Berlino, convogli di ambulanze sorvegliati dalla polizia si sono precipitati negli ospedali entro sera”.
Che i militari Nato “non possano” morire in Ucraina è comprensibile. Sarebbe come ammettere che l’Alleanza è in guerra in prima persona. Quindi c’è il problema di “legalizzare” la morte di una certa quantità di militari, spostando il luogo del decesso e soprattutto la causa della morte. Anche in questo caso Gaiani spiega che
“A metà marzo di quest’anno il ministero della Difesa Russo ha reso noto che le forze russe avevano ucciso 5 .962 “mercenari” stranieri sui 13.287 arrivati in Ucraina.Il gioco a nascondino sulle perdite umane dell’Occidente in Ucraina è stato possibile sui piccoli numeri, ma diventa affannoso quando le cifre salgono. Ed è noto, a far data dalla guerra in Vietnam, che il pubblico statunitense – per non parlare di quello europeo, convinto ancora di “vivere in pace”, non ama vedere “i propri ragazzi” tornare nelle body bag.
Il bilancio aggiornato, ripreso dall’agenzia TASS riferiva che tra i caduti vi erano 1.497 polacchi su 2.960, il contingente più numeroso di combattenti stranieri. Seguivano i georgiani i dati forniti con 561 caduti su 1.042, 491 statunitensi su 1.113, 422 dei 1.005 combattenti canadesi, 360 degli 822 britannici, 147 dei 356 francesi e 33 dei 90 italiani presenti.
Dalla Romania sono arrivati in Ucraina 784 “mercenari” di cui 349 sono stati uccisi, dalla Croazia 335 arrivati e 152 uccisi, dalla Germania 88 caduti su 235, dalla Colombia 217 morti su 430 volontari mentre dal Brasile sono giunti 268 combattenti di cui 136 caduti.
Tra i paesi africani, il maggior numero di mercenari proviene dalla Nigeria: 97 (47 dei quali uccisi) seguita dall’Algeria (28 morti si 60 arruolati) mentre 25 australiani sono stati uccisi dei 60 giunti in Ucraina insieme a 6 dei 7 neozelandesi.
Superfluo sottolineare che tali numeri non sono verificabili da fonti neutrali e quasi nessuna nazione occidentale ha fornito informazioni circa i propri “volontari” recatisi a combattere in Ucraina (ne hanno riferito sporadicamente fonti in Polonia e Repubblica Ceca) così come nessun dato ufficiale è mai emerso in Occidente circa i caduti tra le fila dei volontari.
Occorre però diversificare i caduti tra combattenti che hanno aderito alla chiamata alle armi di Kiev con l’istituzione della Legione Internazionale e le perdite tra istruttori, consiglieri militari o contractors impiegati per soli compiti di formazione e addestramento.
Per i governi europei le vittime tra questi ultimi hanno certo un peso maggiore anche in termini politici poiché si tratta di personale inviato in Ucraina a supporto di programmi governativi nell’ambito delle forniture militari a Kiev.”
E alla Casa Bianca come a Bruxelles lo sanno bene...
Fonte
17/09/2023
Torino - La linea di sangue degli “incidenti aerei” militari
Un aereo delle pattuglia acrobatica dell’aeronautica militare è precipitato ieri pomeriggio, in fase di decollo, all’aeroporto di Caselle durante una esercitazione alla vigilia dello show aeronautico previsto a Vercelli per oggi.
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
Fonte
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
Fonte
11/09/2023
Libia - Cedono le dighe a causa della tempesta: migliaia di morti e dispersi
Sono centinaia, secondo la Mezzaluna Rossa, le persone uccise nella città di Derna dalle conseguenze della terribile tempesta che si è abbattuta sulla zona orientale della Libia. Le inondazioni causate dalle forti piogge portate dalla bufera soprannominata “Daniel” hanno causato gravissimi danni alle città, alle infrastrutture, alle abitazioni.
I video postati sui socialnetwork mostrano persone rifugiatesi sui tetti delle case in attesa dei soccorsi. Le abitazioni sono state completamente sopraffatte dall’acqua che ha raggiunto i tre metri.
Il numero dei morti, però, potrebbe essere tragicamente più alto: Osama Hamad, il primo ministro del governo della Cirenaica, con sede a Bengasi, ha dichiarato che sono più di 2.000 i morti e che di diverse migliaia è il numero dei dispersi.
La città di Derna è circondata dalle montagne. Alcune delle dighe che trattengono le acque sono crollate. Milioni di metri cubi di acqua si sono riversati nella città, distruggendone interi quartieri.
La tempesta “Daniel” ha colpito domenica e lunedì le città Bengasi, Susa, Bayda, al-Marj e Derna.
Fonte
I video postati sui socialnetwork mostrano persone rifugiatesi sui tetti delle case in attesa dei soccorsi. Le abitazioni sono state completamente sopraffatte dall’acqua che ha raggiunto i tre metri.
Il numero dei morti, però, potrebbe essere tragicamente più alto: Osama Hamad, il primo ministro del governo della Cirenaica, con sede a Bengasi, ha dichiarato che sono più di 2.000 i morti e che di diverse migliaia è il numero dei dispersi.
La città di Derna è circondata dalle montagne. Alcune delle dighe che trattengono le acque sono crollate. Milioni di metri cubi di acqua si sono riversati nella città, distruggendone interi quartieri.
La tempesta “Daniel” ha colpito domenica e lunedì le città Bengasi, Susa, Bayda, al-Marj e Derna.
Fonte
03/09/2023
Guerra in Ucraina - I numeri delle perdite russe
di Francesco Dall'Aglio
Una delle cose che maggiormente mi lascia perplesso di questo conflitto è il fatto che le cifre dei caduti russi sono date in base a criteri assolutamente liberi, che è un modo elegante per dire che sono date a caso. Al di là dei vaneggiamenti del Ministero della Difesa ucraino, secondo il quale oggi siamo arrivati a 264.660, l'ultima cifra sulla quale i media occidentali si sono accordati è quella di "almeno 120.000" – parlo sempre di caduti, non di perdite complessive (vedi il mio post del 29 agosto).
I criteri con cui queste cifre sono elaborate restano opachi, anche se sembra chiaro che in realtà rispondono solo a un principio: i morti russi "devono" essere più di quelli ucraini. Il motivo è chiaro e ha a che fare, oltre che col desiderio personale dei compilatori, con la necessità di far credere a chi legge che prima o poi le perdite russe saranno talmente tanto alte che il fronte collasserà e dovranno ritirarsi, che è una delle tante varianti di wishful thinking che stiamo vedendo dall'inizio del conflitto (insieme a "Putin ha il cancro", "hanno missili fino a domenica prossima" eccetera).
In quest'ottica non stupisce affatto che i nostri media non abbiano MAI preso in considerazione il lavoro certosino che sta facendo Mediazona, che dall'inizio del conflitto documenta le perdite russe basandosi non sulle fantasie dei ministeri della difesa ucraino o russo ma raccogliendo dati da una varietà di fonti: necrologi, articoli sulla stampa nazionale e soprattutto locale, post sui social scritti dai parenti, comunicati ufficiali delle autorità militari o civili, e dal registro delle successioni che in Russia è consultabile su internet senza bisogno di recarsi personalmente nelle varie cancellerie. Secondo i loro dati, al 23 agosto 2023 le FFAA russe, incluse le compagnie militari private (Wagner e simili) hanno avuto 30.698 caduti accertati (vedi foto), che ulteriori calcoli (i cui criteri sono, devo dire, un po' opachi) portano a 47.000. Ossia meno di 50.000, che non solo è molto meno di 120.000 ma è anche meno delle perdite ucraine, e lo sarebbero anche se volessimo raddoppiare il numero fornito.
Il loro sito è consultabile anche in inglese, e qui c'è la pagina dedicata ai caduti, con moltissime statistiche (grado, provenienza geografica, arma di appartenenza, età eccetera).
A mia memoria (potrei sbagliarmi, ma non penso) NESSUN media occidentale ha mai riportato dati presi da questa fonte. E certo non perché Mediazona sia sospettabile di simpatie putiniane, anzi: è un sito di opposizione bandito in Russia e creato dalle due fondatrici delle Pussy Riot, Maria Alyohina e Nadežda Tolokonnikova. Dovrebbe essere una fonte privilegiata di informazioni, eppure non viene mai preso in considerazione. Chissà come mai.
Fonte
Una delle cose che maggiormente mi lascia perplesso di questo conflitto è il fatto che le cifre dei caduti russi sono date in base a criteri assolutamente liberi, che è un modo elegante per dire che sono date a caso. Al di là dei vaneggiamenti del Ministero della Difesa ucraino, secondo il quale oggi siamo arrivati a 264.660, l'ultima cifra sulla quale i media occidentali si sono accordati è quella di "almeno 120.000" – parlo sempre di caduti, non di perdite complessive (vedi il mio post del 29 agosto).
I criteri con cui queste cifre sono elaborate restano opachi, anche se sembra chiaro che in realtà rispondono solo a un principio: i morti russi "devono" essere più di quelli ucraini. Il motivo è chiaro e ha a che fare, oltre che col desiderio personale dei compilatori, con la necessità di far credere a chi legge che prima o poi le perdite russe saranno talmente tanto alte che il fronte collasserà e dovranno ritirarsi, che è una delle tante varianti di wishful thinking che stiamo vedendo dall'inizio del conflitto (insieme a "Putin ha il cancro", "hanno missili fino a domenica prossima" eccetera).
In quest'ottica non stupisce affatto che i nostri media non abbiano MAI preso in considerazione il lavoro certosino che sta facendo Mediazona, che dall'inizio del conflitto documenta le perdite russe basandosi non sulle fantasie dei ministeri della difesa ucraino o russo ma raccogliendo dati da una varietà di fonti: necrologi, articoli sulla stampa nazionale e soprattutto locale, post sui social scritti dai parenti, comunicati ufficiali delle autorità militari o civili, e dal registro delle successioni che in Russia è consultabile su internet senza bisogno di recarsi personalmente nelle varie cancellerie. Secondo i loro dati, al 23 agosto 2023 le FFAA russe, incluse le compagnie militari private (Wagner e simili) hanno avuto 30.698 caduti accertati (vedi foto), che ulteriori calcoli (i cui criteri sono, devo dire, un po' opachi) portano a 47.000. Ossia meno di 50.000, che non solo è molto meno di 120.000 ma è anche meno delle perdite ucraine, e lo sarebbero anche se volessimo raddoppiare il numero fornito.
Il loro sito è consultabile anche in inglese, e qui c'è la pagina dedicata ai caduti, con moltissime statistiche (grado, provenienza geografica, arma di appartenenza, età eccetera).
A mia memoria (potrei sbagliarmi, ma non penso) NESSUN media occidentale ha mai riportato dati presi da questa fonte. E certo non perché Mediazona sia sospettabile di simpatie putiniane, anzi: è un sito di opposizione bandito in Russia e creato dalle due fondatrici delle Pussy Riot, Maria Alyohina e Nadežda Tolokonnikova. Dovrebbe essere una fonte privilegiata di informazioni, eppure non viene mai preso in considerazione. Chissà come mai.
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14/08/2023
Ponte Morandi, la giustizia è ancora lontana
Sono passati cinque anni dal giorno della tragedia del ponte Morandi e da allora rimangono aperte le ferite delle famiglie delle vittime generate dal crollo; in più, la verità (processuale) è ancora lontana. Così come sono ancora da accertare, dal punto di vista individuale, le responsabilità manageriali di chi gestiva l’autostrada e di chi non ha fatto la manutenzione necessaria per tenere in sicurezza il ponte dell’Aspi del gruppo Benetton.
A giudizio, per il crollo del ponte, sono 58 persone tra dirigenti e tecnici, o ex, di Autostrade, di Spea e del ministero dei Trasporti. Gli addebiti principali sono a vario titolo di omicidio stradale plurimo, falso e disastro.
Il problema sicurezza era conosciuto al ministero dei Trasporti e in Aspi dal 1991. Tant’è vero che quando si decise di mettere in sicurezza uno dei principali piloni del Ponte, una delle imprese coinvolte in quell’operazione, Isa-Italstrade, propose l’abbattimento totale del viadotto o perlomeno del sostegno malconcio. Ha così testimoniato al processo in corso un consulente-ingegnere. Autostrade però si oppose.
Le responsabilità sono di chi non ha disposto la chiusura o la limitazione del transito dei veicoli sul ponte e del ministero dei Trasporti che non ha esercitato i poteri di controllo, espressamente attribuitogli dalle norme in vigore. L’88% di Autostrade per l’Italia è stato ceduto da Atlantia a Cassa Depositi e Prestiti, in cordata con i fondi Blackstone e Macquarie, realizzando così il cambio di proprietà della “gallina dalle uova d’oro”, da privata a pubblica sulla carta, ma di fatto di nuovo privata.
L’uscita di scena dei Benetton è stata agevolata da una ricca “buonuscita”, che va dai 7 agli 8 miliardi di euro, tale da comprendere i costi di danni e le eventuali cause risarcitorie legate al crollo del ponte. Inoltre grazie ad una delibera dell’Autorità dei trasporti (Art), il concessionario statale ha beneficiato anche di un aumento tariffario dell’1% annuo, con possibilità di arrivare all’1,7% fino al 2038 e un ristoro-Covid di 332,8 milioni di euro.
Quest’anno l’aumento è stato del 3,5%, quasi triplo rispetto a quanto pattuito. C’è voluto il ritorno al controllo pubblico (parziale) per avere un nuovo aumento dei pedaggi fermi dall’anno della tragedia.
Il passaggio di proprietà è comunque in perfetta continuità con la gestione precedente: extraprofitti, scarsi investimenti, poca manutenzione e automobilisti “spennati”. La musica, ovvero le regole contrattuali della concessione, è rimasta la stessa. Lo Stato non “regola” se stesso e neppure gli altri concessionari, a partire dal potente Gruppo Gavio.
Sono cambiati solo i manager (indicati dalla politica e dai fondi d’investimento). Da questa vicenda lo Stato ne esce da padrone, perdente, visto che i meccanismi regolatori tutelano prima l’interesse privato e poi (forse) il bene pubblico. La vecchia rendita di posizione Aspi è stata trasferita da una holding privata a una finanziaria pubblica, la Cassa Depositi Prestiti, che – è bene ricordare – ha la missione di fare profitti, abbassando sempre più gli interessi dei risparmi postali e acquistando reti autostradali, allargando la gestione con fondi d’investimento e finanziarie internazionali.
Riguardo alla ricostruzione del Morandi, anche se i lavori si sono conclusi velocemente, lo sbandierato “modello Genova” frutto del decreto che ha trasferito pieni poteri di commissario alla ricostruzione al sindaco Marco Bucci ha mostrato molte falle e ha lasciato una pesante eredità. I lavori di ricostruzione sono stati affidati senza gara – per un importo di 175 milioni di euro – al consorzio misto nazional-popolare (Fincantieri, Fs e Impregilo), quando un altro consorzio italo/cinese aveva fatto una proposta che sarebbe costata 25 milioni in meno. Avrebbe realizzato tre corsie per senso di marcia contro le due del ponte concluso, e negli stessi tempi, se non prima. Un ampliamento che avrebbe garantito una migliore rispondenza alle esigenze del traffico e agli eventuali sviluppi dell’assetto infrastrutturale, una maggiore sicurezza e una maggiore scorrevolezza (e quindi anche un minore impatto ambientale da emissioni). Secondo uno studio del Politecnico di Milano, inoltre, con tre corsie e alcuni interventi come l’allargamento delle gallerie e la fluidificazione a monte e valle del viadotto, si sarebbe potuta evitare la costruzione della Gronda di Genova, che prevede una spesa fino a 4 miliardi di euro e un enorme impatto ambientale che in prospettiva non si potrà purtroppo evitare.
Ora quel pasticciato decreto del governo Conte è diventato un riferimento politico e giuridico per come fare le opere pubbliche. Il dispositivo è un pesante arretramento per le tutele del territorio e nella gestione trasparente e partecipata della cosa pubblica. Sancisce l’insofferenza verso le regole di tutela ambientale, la partecipazione dei cittadini (ma anche degli organi rappresentativi) ridisegnando la gestione del territorio verso un modello autoritario. Con l’autorizzazione ad operare “in deroga” ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, si istituzionalizza la politica dei “commissari” per ogni opera.
Il dopo Morandi, anziché dare uno scossone riformatore al sistema delle concessioni autostradali, ha generato il “decreto Genova”, cioè la nomina di Commissari straordinari per le opere ritenute strategiche, nominati direttamente dal presidente del Consiglio su proposta del ministro delle Infrastrutture, per gli interventi che questo riterrà prioritari, con il ruolo di stazione appaltante e il potere di agire in deroga al codice degli appalti e alle norme di tutela ambientale, paesaggistica e artistica.
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A giudizio, per il crollo del ponte, sono 58 persone tra dirigenti e tecnici, o ex, di Autostrade, di Spea e del ministero dei Trasporti. Gli addebiti principali sono a vario titolo di omicidio stradale plurimo, falso e disastro.
Il problema sicurezza era conosciuto al ministero dei Trasporti e in Aspi dal 1991. Tant’è vero che quando si decise di mettere in sicurezza uno dei principali piloni del Ponte, una delle imprese coinvolte in quell’operazione, Isa-Italstrade, propose l’abbattimento totale del viadotto o perlomeno del sostegno malconcio. Ha così testimoniato al processo in corso un consulente-ingegnere. Autostrade però si oppose.
Le responsabilità sono di chi non ha disposto la chiusura o la limitazione del transito dei veicoli sul ponte e del ministero dei Trasporti che non ha esercitato i poteri di controllo, espressamente attribuitogli dalle norme in vigore. L’88% di Autostrade per l’Italia è stato ceduto da Atlantia a Cassa Depositi e Prestiti, in cordata con i fondi Blackstone e Macquarie, realizzando così il cambio di proprietà della “gallina dalle uova d’oro”, da privata a pubblica sulla carta, ma di fatto di nuovo privata.
L’uscita di scena dei Benetton è stata agevolata da una ricca “buonuscita”, che va dai 7 agli 8 miliardi di euro, tale da comprendere i costi di danni e le eventuali cause risarcitorie legate al crollo del ponte. Inoltre grazie ad una delibera dell’Autorità dei trasporti (Art), il concessionario statale ha beneficiato anche di un aumento tariffario dell’1% annuo, con possibilità di arrivare all’1,7% fino al 2038 e un ristoro-Covid di 332,8 milioni di euro.
Quest’anno l’aumento è stato del 3,5%, quasi triplo rispetto a quanto pattuito. C’è voluto il ritorno al controllo pubblico (parziale) per avere un nuovo aumento dei pedaggi fermi dall’anno della tragedia.
Il passaggio di proprietà è comunque in perfetta continuità con la gestione precedente: extraprofitti, scarsi investimenti, poca manutenzione e automobilisti “spennati”. La musica, ovvero le regole contrattuali della concessione, è rimasta la stessa. Lo Stato non “regola” se stesso e neppure gli altri concessionari, a partire dal potente Gruppo Gavio.
Sono cambiati solo i manager (indicati dalla politica e dai fondi d’investimento). Da questa vicenda lo Stato ne esce da padrone, perdente, visto che i meccanismi regolatori tutelano prima l’interesse privato e poi (forse) il bene pubblico. La vecchia rendita di posizione Aspi è stata trasferita da una holding privata a una finanziaria pubblica, la Cassa Depositi Prestiti, che – è bene ricordare – ha la missione di fare profitti, abbassando sempre più gli interessi dei risparmi postali e acquistando reti autostradali, allargando la gestione con fondi d’investimento e finanziarie internazionali.
Riguardo alla ricostruzione del Morandi, anche se i lavori si sono conclusi velocemente, lo sbandierato “modello Genova” frutto del decreto che ha trasferito pieni poteri di commissario alla ricostruzione al sindaco Marco Bucci ha mostrato molte falle e ha lasciato una pesante eredità. I lavori di ricostruzione sono stati affidati senza gara – per un importo di 175 milioni di euro – al consorzio misto nazional-popolare (Fincantieri, Fs e Impregilo), quando un altro consorzio italo/cinese aveva fatto una proposta che sarebbe costata 25 milioni in meno. Avrebbe realizzato tre corsie per senso di marcia contro le due del ponte concluso, e negli stessi tempi, se non prima. Un ampliamento che avrebbe garantito una migliore rispondenza alle esigenze del traffico e agli eventuali sviluppi dell’assetto infrastrutturale, una maggiore sicurezza e una maggiore scorrevolezza (e quindi anche un minore impatto ambientale da emissioni). Secondo uno studio del Politecnico di Milano, inoltre, con tre corsie e alcuni interventi come l’allargamento delle gallerie e la fluidificazione a monte e valle del viadotto, si sarebbe potuta evitare la costruzione della Gronda di Genova, che prevede una spesa fino a 4 miliardi di euro e un enorme impatto ambientale che in prospettiva non si potrà purtroppo evitare.
Ora quel pasticciato decreto del governo Conte è diventato un riferimento politico e giuridico per come fare le opere pubbliche. Il dispositivo è un pesante arretramento per le tutele del territorio e nella gestione trasparente e partecipata della cosa pubblica. Sancisce l’insofferenza verso le regole di tutela ambientale, la partecipazione dei cittadini (ma anche degli organi rappresentativi) ridisegnando la gestione del territorio verso un modello autoritario. Con l’autorizzazione ad operare “in deroga” ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto delle disposizioni delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, si istituzionalizza la politica dei “commissari” per ogni opera.
Il dopo Morandi, anziché dare uno scossone riformatore al sistema delle concessioni autostradali, ha generato il “decreto Genova”, cioè la nomina di Commissari straordinari per le opere ritenute strategiche, nominati direttamente dal presidente del Consiglio su proposta del ministro delle Infrastrutture, per gli interventi che questo riterrà prioritari, con il ruolo di stazione appaltante e il potere di agire in deroga al codice degli appalti e alle norme di tutela ambientale, paesaggistica e artistica.
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Covid-19: le archiviazioni non cancellino gli errori
Come associazione che riunisce familiari delle vittime del Covid di Bergamo e di diverse zone d’Italia non possiamo che essere grati delle dichiarazioni che il procuratore capo di Bergamo Antonio Chiappani ha rilasciato in un articolo pubblicato oggi (12 agosto 2023) su Il Giornale.
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
Fonte
Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
Da sempre la nostra Associazione #Sereniesempreuniti è vicina alla Procura di Bergamo che per tre anni ha condotto un’indagine storica grazie a professionisti competenti con il fine unico di restituire verità e giustizia.
Ora le archiviazioni dei diversi Tribunali non devono cancellare gli errori palesi nella gestione della pandemia e non devono far dimenticare le migliaia di morti, i nostri cari, come ha ricordato Chiappani:
“È come se i morti non esistessero più. Quando vedo la foto delle bare sui camion, penso al fatto che i morti di Bergamo al Tribunale dei ministri non hanno avuto voce. LA mia non è una censura giuridica, né procedurale, ripeto, ma nessuno ha pensato a loro. Nessuno lo ha fatto notare, neanche le Camere Penali, così sensibili a questi argomenti”.
Chiappani riporta anche l’attenzione alla Commissione parlamentare d’inchiesta, strumento previsto dalla Costituzione e da noi sempre rivendicato come necessario nel ricostruire l’impreparazione dell’Italia di fronte alla pandemia di Covid-19.
Auspichiamo dunque che la nuova Commissione indaghi tutte le responsabilità, al di là delle gravi dichiarazioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha di fatto delegittimato uno strumento previsto dalla legge.
Come familiari infine non ci siamo fermati con l’accettazione delle archiviazioni e continuiamo a lottare in sede civile in attesa di sapere se gli indagati per la mancata attuazione del piano pandemico nazionale e del piano pandemico regionale saranno rinviati a giudizio dalla procura di Bergamo.
Il direttivo dell’Associazione familiari vittime Covid-19
#Sereniesempreuniti
Fonte
Nel frattempo, mentre si archivia, la gestione di quel che resta del Covid-19 continua ad essere portata avanti senza alcun criterio.
01/08/2023
Guerra in Ucraina - Il “piano Zelenskij” alla prova dei crimini di Kiev
Secondo le cifre diffuse dal Ministro della difesa russo Sergej Šojgù, nell’intero mese di luglio le perdite ucraine al fronte sarebbero state di oltre 20.800 uomini e oltre duemila unità di armi e mezzi militari, tra cui dieci “Leopard”, undici trasporti truppe “Bradley”, 40 sistemi di artiglieria M777 americani e 50 mezzi di artiglieria semovente britannica, americana, tedesca, francese e polacca.
Se queste cifre, comprese quelle sulle perdite umane (morti e feriti), possono suscitare, tra gli altri sentimenti, compassione per giovani coscritti ucraini (non certo per i nazisti di battaglioni e reggimenti “volontari”, che sparano a sangue freddo sui prigionieri), sequestrati in strada e gettati al macello dalla junta nazigolpista, le informazioni divulgate invece dal segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergej Patrušev, se confermate, non possono che accrescere il ribrezzo per un regime sorto sul sangue del popolo ucraino, foraggiato da USA e UE durante nove anni di massacri delle popolazioni del Donbass e puntellato oggi da armi e soldi occidentali quale materiale di usura nella contrapposizione alla Russia.
Patrušev ha detto che, al fronte, medici compiacenti (ma in quante altre guerre è accaduto: basti ricordare i medici occidentali in combutta coi macellai del UCK in Kosovo) espiantano segretamente organi ai soldati ucraini feriti, per poi venderli al mercato nero.
Ufficialmente, nell’Ucraina majdanista, questo è “legale”: lo scorso anno, Vladimir Zelenskij ha apposto la firma alla legge che permette l’espianto di organi senza consenso.
A fine maggio, era apparsa la notizia di funzionari del servizio delle emergenze sanitarie ucraine che, all’ospedale militare di Kherson, espiantavano organi dai corpi di soldati; i cadaveri venivano quindi cremati e dati per dispersi nelle comunicazioni ai parenti.
Si era parlato della stessa storia lo scorso febbraio, citando casi avvenuti all’obitorio dell’ospedale cittadino di Nikolaev.
A luglio 2022, a Lugansk, erano state segnalate tracce dell’attività di “trapiantologi borsaneristi” tra le forze ucraine, specificando che le operazioni venivano eseguite da chirurghi stranieri, dopo di che gli organi prendevano la strada dell’Ucraina occidentale e, da lì, verso paesi stranieri.
Sul fronte “diplomatico” (ci sarebbe da piangere), la Reuters scrive di incontri Washington-Kiev sulle “garanzie di sicurezza” americane al regime golpista, in attesa della sua ammissione alla NATO.
I prossimi 5-6 agosto, è inoltre previsto un incontro consultivo a Gedda, in Arabia Saudita, tra rappresentanti di una serie di paesi e Kiev, sul cosiddetto “piano di pace” di Zelenskij, che prevede il ritiro delle forze russe, il ritorno a Kiev dei territori controllati da Mosca, la restituzione di prigionieri e anche di “bambini rapiti dai russi”. Dalle consultazioni è ovviamente esclusa la Russia.
L’incontro a Gedda, osserva l’agenzia Rex, rappresenta la prosecuzione delle promesse fatte a Kiev al recente vertice NATO di Vilnius e all’incontro del G7, durante il quale sono stati previsti colloqui bilaterali dei diversi paesi con l’Ucraina sulla fornitura di armamenti supplementari.
A parere del colonnello della riserva Anatolij Matvijčuk (ucraino di nascita, ha servito nell’esercito sovietico; oggi scrive per i canali Tsar’grad, RT, FAN e dirige il portale Anna News) i colloqui USA-Ucraina potrebbero rappresentare un passo volto a saggiare le possibilità di regolazione del conflitto.
Secondo la portavoce del Ministero degli esteri russo Marija Zakharova, invece, l’incontro a Gedda potrebbe rivelarsi utile solo se permettesse all’Occidente di rendersi conto del vicolo cieco cui può condurre il “piano Zelenskij”.
Fonte
Se queste cifre, comprese quelle sulle perdite umane (morti e feriti), possono suscitare, tra gli altri sentimenti, compassione per giovani coscritti ucraini (non certo per i nazisti di battaglioni e reggimenti “volontari”, che sparano a sangue freddo sui prigionieri), sequestrati in strada e gettati al macello dalla junta nazigolpista, le informazioni divulgate invece dal segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergej Patrušev, se confermate, non possono che accrescere il ribrezzo per un regime sorto sul sangue del popolo ucraino, foraggiato da USA e UE durante nove anni di massacri delle popolazioni del Donbass e puntellato oggi da armi e soldi occidentali quale materiale di usura nella contrapposizione alla Russia.
Patrušev ha detto che, al fronte, medici compiacenti (ma in quante altre guerre è accaduto: basti ricordare i medici occidentali in combutta coi macellai del UCK in Kosovo) espiantano segretamente organi ai soldati ucraini feriti, per poi venderli al mercato nero.
Ufficialmente, nell’Ucraina majdanista, questo è “legale”: lo scorso anno, Vladimir Zelenskij ha apposto la firma alla legge che permette l’espianto di organi senza consenso.
A fine maggio, era apparsa la notizia di funzionari del servizio delle emergenze sanitarie ucraine che, all’ospedale militare di Kherson, espiantavano organi dai corpi di soldati; i cadaveri venivano quindi cremati e dati per dispersi nelle comunicazioni ai parenti.
Si era parlato della stessa storia lo scorso febbraio, citando casi avvenuti all’obitorio dell’ospedale cittadino di Nikolaev.
A luglio 2022, a Lugansk, erano state segnalate tracce dell’attività di “trapiantologi borsaneristi” tra le forze ucraine, specificando che le operazioni venivano eseguite da chirurghi stranieri, dopo di che gli organi prendevano la strada dell’Ucraina occidentale e, da lì, verso paesi stranieri.
Sul fronte “diplomatico” (ci sarebbe da piangere), la Reuters scrive di incontri Washington-Kiev sulle “garanzie di sicurezza” americane al regime golpista, in attesa della sua ammissione alla NATO.
I prossimi 5-6 agosto, è inoltre previsto un incontro consultivo a Gedda, in Arabia Saudita, tra rappresentanti di una serie di paesi e Kiev, sul cosiddetto “piano di pace” di Zelenskij, che prevede il ritiro delle forze russe, il ritorno a Kiev dei territori controllati da Mosca, la restituzione di prigionieri e anche di “bambini rapiti dai russi”. Dalle consultazioni è ovviamente esclusa la Russia.
L’incontro a Gedda, osserva l’agenzia Rex, rappresenta la prosecuzione delle promesse fatte a Kiev al recente vertice NATO di Vilnius e all’incontro del G7, durante il quale sono stati previsti colloqui bilaterali dei diversi paesi con l’Ucraina sulla fornitura di armamenti supplementari.
A parere del colonnello della riserva Anatolij Matvijčuk (ucraino di nascita, ha servito nell’esercito sovietico; oggi scrive per i canali Tsar’grad, RT, FAN e dirige il portale Anna News) i colloqui USA-Ucraina potrebbero rappresentare un passo volto a saggiare le possibilità di regolazione del conflitto.
Secondo la portavoce del Ministero degli esteri russo Marija Zakharova, invece, l’incontro a Gedda potrebbe rivelarsi utile solo se permettesse all’Occidente di rendersi conto del vicolo cieco cui può condurre il “piano Zelenskij”.
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04/06/2023
Il silenzio scende sul naufragio della “barca delle spie” sul Lago Maggiore
“Sono un funzionario della Presidenza del Consiglio” e “Faccio parte di una delegazione governativa israeliana”. Questo si sono limitati a dichiarare gli agenti dei servizi segreti italiani e del Mossad testimoni del naufragio e che erano a bordo della ‘Gooduria’, la barca affondata nel Lago Maggiore.
La Procura di Busto Arsizio riconvocherà nei prossimi giorni gli agenti italiani, quelli israeliani sono stati subito portati via con un volo speciale proveniente da Israele. L’obiettivo è ricostruire come e perché l’imbarcazione sia affondata durante una tromba d’aria. Gli 007 forniranno le loro versione sulla dinamica dei fatti mentre potrebbero decidere di non rispondere in maniera esaustiva a domande sul perché si trovassero a Sesto Calende, se solo per partecipare alla gita sul Lago Maggiore o per una riunione di lavoro tra servizi di intelligence.
Che sulla vicenda stia già calando una rapidissima nebbia di copertura lo si desume dalla decisione di non effettuare le autopsie sui quattro cadaveri del naufragio. Il medico legale ha dichiarato che sono morti per ‘annegamento’ e che non presentano segni di lesioni e la Procura ha quindi ritenuto di non effettuare ulteriori accertamenti.
Il New York Times fa parlare uno dei magistrati incaricati dell’indagine. “Non voglio che ci siano dubbi sul fatto che non abbiamo portato avanti le indagini fino in fondo”, ha detto il Procuratore capo di Busto Arsizio, il dott. Nocerino. “La barca e il suo contenuto sarebbero stati confiscati e posti sotto l’autorità giudiziaria”.
A partire da mercoledì pomeriggio, la barca era stata trascinata vicino alla riva, ma è rimasta sott’acqua, dopo diversi tentativi infruttuosi di risalire in superficie con palloni aerostatici.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Shimoni Erez è stata riportata in Israele già mercoledì 31 maggio, come annunciato in una nota ufficiale del primo Ministro israeliano a nome dell’agenzia. “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione”.
“Non era lì per una vacanza o una festa di compleanno. Non era una missione operativa, ma era legata al suo lavoro”, ha accennato il parlamentare israeliano ed ex vice capo del Mossad, Ram Ben Barak, in un’intervista alla radio pubblica israeliana.
La televisione israeliana I-24 News scrive che gli israeliani potrebbero aver “monitorato i contatti tra aziende italiane e iraniane” impegnate a “trattare con componenti civili usati per i droni” che potrebbero essere usati nella guerra in Ucraina. Inoltre, l’area ospita un certo numero di ricchi ebrei italiani che hanno contatti regolari con politici locali e internazionali di alto livello, personaggi della cultura e altri personaggi degni di nota. Il rapporto suggerisce che gli agenti dell’intelligence potrebbero aver completato o intrapreso una missione relativa a entrambi i gruppi di figure residenti nell’area. “La rapida esfiltrazione da parte delle agenzie di spionaggio italiane e israeliane che non fa che aumentare l’intrigo” riporta il servizio di I-24 News.
Il problema è che in questa vicenda ci sono quattro morti. Silenziarla potrebbe fare troppo rumore.
Fonte
La Procura di Busto Arsizio riconvocherà nei prossimi giorni gli agenti italiani, quelli israeliani sono stati subito portati via con un volo speciale proveniente da Israele. L’obiettivo è ricostruire come e perché l’imbarcazione sia affondata durante una tromba d’aria. Gli 007 forniranno le loro versione sulla dinamica dei fatti mentre potrebbero decidere di non rispondere in maniera esaustiva a domande sul perché si trovassero a Sesto Calende, se solo per partecipare alla gita sul Lago Maggiore o per una riunione di lavoro tra servizi di intelligence.
Che sulla vicenda stia già calando una rapidissima nebbia di copertura lo si desume dalla decisione di non effettuare le autopsie sui quattro cadaveri del naufragio. Il medico legale ha dichiarato che sono morti per ‘annegamento’ e che non presentano segni di lesioni e la Procura ha quindi ritenuto di non effettuare ulteriori accertamenti.
Il New York Times fa parlare uno dei magistrati incaricati dell’indagine. “Non voglio che ci siano dubbi sul fatto che non abbiamo portato avanti le indagini fino in fondo”, ha detto il Procuratore capo di Busto Arsizio, il dott. Nocerino. “La barca e il suo contenuto sarebbero stati confiscati e posti sotto l’autorità giudiziaria”.
A partire da mercoledì pomeriggio, la barca era stata trascinata vicino alla riva, ma è rimasta sott’acqua, dopo diversi tentativi infruttuosi di risalire in superficie con palloni aerostatici.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Shimoni Erez è stata riportata in Israele già mercoledì 31 maggio, come annunciato in una nota ufficiale del primo Ministro israeliano a nome dell’agenzia. “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione”.
“Non era lì per una vacanza o una festa di compleanno. Non era una missione operativa, ma era legata al suo lavoro”, ha accennato il parlamentare israeliano ed ex vice capo del Mossad, Ram Ben Barak, in un’intervista alla radio pubblica israeliana.
La televisione israeliana I-24 News scrive che gli israeliani potrebbero aver “monitorato i contatti tra aziende italiane e iraniane” impegnate a “trattare con componenti civili usati per i droni” che potrebbero essere usati nella guerra in Ucraina. Inoltre, l’area ospita un certo numero di ricchi ebrei italiani che hanno contatti regolari con politici locali e internazionali di alto livello, personaggi della cultura e altri personaggi degni di nota. Il rapporto suggerisce che gli agenti dell’intelligence potrebbero aver completato o intrapreso una missione relativa a entrambi i gruppi di figure residenti nell’area. “La rapida esfiltrazione da parte delle agenzie di spionaggio italiane e israeliane che non fa che aumentare l’intrigo” riporta il servizio di I-24 News.
Il problema è che in questa vicenda ci sono quattro morti. Silenziarla potrebbe fare troppo rumore.
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18/05/2023
Alluvione in Emilia-Romagna. Una emergenza annunciata da tempo
Il territorio dell’Emilia-Romagna è stato interessato da due pesantissimi eventi climatici in sequenza in meno di venti giorni, con una precipitazione piovana cumulata mensile che ha superato i 450 millimetri in varie località. Ma la realtà ha superato le peggiori previsioni: in alcune zone è caduta in 36 ore più pioggia della media dell’intero mese di maggio.
Sono finite sott’acqua Faenza, Cesena, Forlì, alcune zone del Ravennate oltre a comuni più piccoli e anche i portici della centrale via Saffi a Bologna sono stati inondati. Black out elettrici, linee telefoniche fuori uso, treni in tilt. Risultano per ora 9 morti e circa 60.000 sfollati.
L’ultimo evento, quello in corso dalla mezzanotte del 15 maggio al 17 maggio, ha causato l’esondazione di 21 fiumi e allagamenti diffusi in 37 comuni. Nelle ultime 48 ore si sono registrati picchi di 300 millimetri di pioggia sui bacini del crinale e collina forlivese. Sulla stessa area, sulle colline e montagna ravvenati e sul settore orientale del bolognese sono in media caduti tra i 150 e i 200 millimetri. Sulla pianura cesenate forlivese fino a 150 millimetri.
Complessivamente ci sono segnalazioni di oltre 250 frane di cui 120 particolarmente importanti in 48 comuni.
L’Emilia Romagna, come riportato in un rapporto dell’Ispra, veniva indicata tra le regioni in cui le percentuali di territorio potenzialmente allagabile e di popolazione esposta a rischio di alluvione per i tre scenari di pericolosità, risultano superiori rispetto ai valori calcolati dalla scala nazionale.
Per uno scenario di pericolosità media le aree potenzialmente allagabili raggiungono il 45,6% dell’intero territorio regionale e la popolazione esposta supera ampiamente il 60%. Le province con maggiori percentuali di territorio inondabile sono Ravenna e Ferrara con percentuali che arrivano rispettivamente all’80% (87% di popolazione esposta) e quasi al 100% in caso di scenario di pericolosità media da alluvioni. Per Modena la percentuale di aree allagabili è il 41,3% (53,3% di popolazione esposta), Bologna 50% (56,1% di popolazione esposta) e Forlì-Cesena 20,6% (64% di popolazione). Quest’ultimo dato però contrasta con gli eventi meteorologici di queste settimane.
Secondo l’Ispra, le cause delle inondazioni costiere avvenute tra Marche ed Emilia Romagna, oltre alla dinamica della precipitazione intensa e concentrata e le capacità di ritenzione dei terreni, potrebbe aver avuto un effetto l’elevazione del mare, l’azione del vento di bora diretto contro la costa di Marche ed Emilia Romagna, e la conseguente mareggiata sulle coste.
Un rapporto dell’Ispra del 2021 segnalava come già da tempo i cambiamenti climatici incidano in maniera significativa sul modo in cui le precipitazioni si distribuiscono nello spazio e nel tempo. Ciò, con riferimento alle alluvioni, si traduce in un aumento delle portate e dei volumi di piena. Per di più, precipitazioni maggiormente intense e concentrate comportano un incremento di frequenza e magnitudo delle alluvioni urbane (pluvial flood) e, in specie nei piccoli bacini montani, delle piene rapide e improvvise (flash flood).
“A vedere le immagini dall’alto della Romagna e delle Marche si rimane sconcertati” – afferma il noto geologo Mario Tozzi – “i fiumi costretti in un abito da canali artificiali, rinchiusi in argini impossibili, violentati da ponti troppo bassi, tombati sotto paesi e città, occupati in ogni singola golena, sbarrati da dighe e briglie fino quasi a non vedere il loro sbocco naturale. Se togli spazio a un fiume, quello prima o poi se lo riprende, e a nulla varranno altre opere in un contesto climatico così estremo”.
Per molti aspetti la situazione in Romagna sembra essere tornata indietro di più un secolo, quando le popolazioni dovevano convivere e confliggere con le alluvioni del Polesine. Pagine raccontate magistralmente da Valerio Evangelisti.
Anche in Emilia Romagna, così come avvenuto in altri eventi simili, si è messo in moto il meccanismo della solidarietà popolare alle popolazioni colpite.
Fonte
Sono finite sott’acqua Faenza, Cesena, Forlì, alcune zone del Ravennate oltre a comuni più piccoli e anche i portici della centrale via Saffi a Bologna sono stati inondati. Black out elettrici, linee telefoniche fuori uso, treni in tilt. Risultano per ora 9 morti e circa 60.000 sfollati.
L’ultimo evento, quello in corso dalla mezzanotte del 15 maggio al 17 maggio, ha causato l’esondazione di 21 fiumi e allagamenti diffusi in 37 comuni. Nelle ultime 48 ore si sono registrati picchi di 300 millimetri di pioggia sui bacini del crinale e collina forlivese. Sulla stessa area, sulle colline e montagna ravvenati e sul settore orientale del bolognese sono in media caduti tra i 150 e i 200 millimetri. Sulla pianura cesenate forlivese fino a 150 millimetri.
Complessivamente ci sono segnalazioni di oltre 250 frane di cui 120 particolarmente importanti in 48 comuni.
L’Emilia Romagna, come riportato in un rapporto dell’Ispra, veniva indicata tra le regioni in cui le percentuali di territorio potenzialmente allagabile e di popolazione esposta a rischio di alluvione per i tre scenari di pericolosità, risultano superiori rispetto ai valori calcolati dalla scala nazionale.
Per uno scenario di pericolosità media le aree potenzialmente allagabili raggiungono il 45,6% dell’intero territorio regionale e la popolazione esposta supera ampiamente il 60%. Le province con maggiori percentuali di territorio inondabile sono Ravenna e Ferrara con percentuali che arrivano rispettivamente all’80% (87% di popolazione esposta) e quasi al 100% in caso di scenario di pericolosità media da alluvioni. Per Modena la percentuale di aree allagabili è il 41,3% (53,3% di popolazione esposta), Bologna 50% (56,1% di popolazione esposta) e Forlì-Cesena 20,6% (64% di popolazione). Quest’ultimo dato però contrasta con gli eventi meteorologici di queste settimane.
Secondo l’Ispra, le cause delle inondazioni costiere avvenute tra Marche ed Emilia Romagna, oltre alla dinamica della precipitazione intensa e concentrata e le capacità di ritenzione dei terreni, potrebbe aver avuto un effetto l’elevazione del mare, l’azione del vento di bora diretto contro la costa di Marche ed Emilia Romagna, e la conseguente mareggiata sulle coste.
Un rapporto dell’Ispra del 2021 segnalava come già da tempo i cambiamenti climatici incidano in maniera significativa sul modo in cui le precipitazioni si distribuiscono nello spazio e nel tempo. Ciò, con riferimento alle alluvioni, si traduce in un aumento delle portate e dei volumi di piena. Per di più, precipitazioni maggiormente intense e concentrate comportano un incremento di frequenza e magnitudo delle alluvioni urbane (pluvial flood) e, in specie nei piccoli bacini montani, delle piene rapide e improvvise (flash flood).
“A vedere le immagini dall’alto della Romagna e delle Marche si rimane sconcertati” – afferma il noto geologo Mario Tozzi – “i fiumi costretti in un abito da canali artificiali, rinchiusi in argini impossibili, violentati da ponti troppo bassi, tombati sotto paesi e città, occupati in ogni singola golena, sbarrati da dighe e briglie fino quasi a non vedere il loro sbocco naturale. Se togli spazio a un fiume, quello prima o poi se lo riprende, e a nulla varranno altre opere in un contesto climatico così estremo”.
Per molti aspetti la situazione in Romagna sembra essere tornata indietro di più un secolo, quando le popolazioni dovevano convivere e confliggere con le alluvioni del Polesine. Pagine raccontate magistralmente da Valerio Evangelisti.
Anche in Emilia Romagna, così come avvenuto in altri eventi simili, si è messo in moto il meccanismo della solidarietà popolare alle popolazioni colpite.
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14/03/2023
Guerra in Ucraina - Le forze armate ucraine sono “deteriorate”. Corsa alle munizioni a Kiev e Mosca
Le forze armate ucraine hanno subito un significativo deterioramento in termini di capacità di combattimento, armamenti e disponibilità di munizioni durante i 12 mesi di conflitto con la Russia, e a Kiev cresce il pessimismo riguardo la possibilità di condurre una offensiva primaverile nell’est del Paese. A scriverlo è il quotidiano statunitense Washington Post, secondo cui i vertici militari ucraini reagiscono con crescente perplessità alle pressioni del governo e degli alleati della Nato per condurre una azione militare decisiva nei prossimi mesi.
Il Washington Post rileva che, secondo le stime di funzionari statunitensi ed europei, dall’inizio del conflitto ben 120 mila militari ucraini sarebbero rimasti uccisi o feriti in combattimento: perdite che secondo il quotidiano sono inferiori a quelle subite dalla Russia, che però può attingere a riserve di armi e personale significativamente superiori. Al netto delle perdite, però, l’Ucraina sconterebbe soprattutto una crescente carenza di militari esperti: le ostilità degli scorsi mesi, specie in aree di conflitto ad alta intensità come Bakhmut, hanno significativamente eroso alcune tra le migliori unità dell’esercito ucraino, e le perdite vengono sempre più spesso rimpiazzate con un afflusso di coscritti scarsamente addestrati.
Le forze ucraine soffrono inoltre di una “carenza basilare di munizioni, inclusi proiettili d’artiglieria e di mortaio”. Il quotidiano cita un “comandante di battaglio della 46esima Brigata d’assalto aviotrasportata” ucraina, secondo cui tra i ranghi dell’esercito ucraino restano “pochi soldati con esperienza di combattimento. Sfortunatamente, sono tutti già morti o feriti”.
Il quotidiano statunitense descrive un senso di “tacito ma palpabile pessimismo” che va “dalla linea del fronte sino ai corridoi del potere a Kiev”. Andriy Yermak, dell’ufficio presidenziale ucraino, ha però dichiarato al quotidiano che la situazione delle forze ucraine al fronte non rappresenta la capacità di combattimento complessiva del Paese, che sta mantenendo unità in riserva e ne sta addestrando all’estero. Secondo il funzionario, l’Ucraina “non ha esaurito il suo potenziale. Penso che in ogni conflitto arrivi il momento nel quale diventa necessario addestrare nuovo personale, ed è ciò che sta accadendo ora”.
A Bakhmut intanto, secondo quanto riporta l’agenzia russa Novosti, le unità russe hanno preso il controllo di uno dei locali dell’impresa Vostokmash presso l’impianto di lavorazione dei metalli non ferrosi Artyomovsky (AZOM) ad Artemovsk (Bakhmut in ucraino). L’impresa, un po’ come l’Azovstal a Mariupol, è stata progettata tenendo conto di un possibile conflitto nucleare e dispone di una rete di servizi sotterranei. L’impianto industriale si trova nella parte controllata dalle truppe di Kiev. Questo è un importante snodo di trasporto per rifornire il gruppo di truppe ucraine nel Donass. In città sono in corso feroci battaglie.
La Novosti riferisce anche che il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha incaricato le industrie russe di raddoppiare la produzione di munizioni a guida di precisione. Secondo l’intelligence britannica – citata dal Kyev Indipendent – Mosca sta “applicando sempre di più i principi dell’economia di comando al suo complesso militare-industriale, poiché si rende conto che le sue capacità di produzione militare sono una vulnerabilità chiave nella guerra su larga scala contro l’Ucraina, che sta diventando sempre più logorante”.
Anche le forze armate ucraine soffrono di carenza di munizioni, che il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha recentemente definito il “problema numero uno” del paese nel tentativo di contrastare le forze russe. L’8 marzo a Stoccolma, i ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno concordato di aumentare la fornitura di munizioni all’Ucraina, ma non hanno ancora raggiunto una “decisione concreta e formale”.
Fonte
Il Washington Post rileva che, secondo le stime di funzionari statunitensi ed europei, dall’inizio del conflitto ben 120 mila militari ucraini sarebbero rimasti uccisi o feriti in combattimento: perdite che secondo il quotidiano sono inferiori a quelle subite dalla Russia, che però può attingere a riserve di armi e personale significativamente superiori. Al netto delle perdite, però, l’Ucraina sconterebbe soprattutto una crescente carenza di militari esperti: le ostilità degli scorsi mesi, specie in aree di conflitto ad alta intensità come Bakhmut, hanno significativamente eroso alcune tra le migliori unità dell’esercito ucraino, e le perdite vengono sempre più spesso rimpiazzate con un afflusso di coscritti scarsamente addestrati.
Le forze ucraine soffrono inoltre di una “carenza basilare di munizioni, inclusi proiettili d’artiglieria e di mortaio”. Il quotidiano cita un “comandante di battaglio della 46esima Brigata d’assalto aviotrasportata” ucraina, secondo cui tra i ranghi dell’esercito ucraino restano “pochi soldati con esperienza di combattimento. Sfortunatamente, sono tutti già morti o feriti”.
Il quotidiano statunitense descrive un senso di “tacito ma palpabile pessimismo” che va “dalla linea del fronte sino ai corridoi del potere a Kiev”. Andriy Yermak, dell’ufficio presidenziale ucraino, ha però dichiarato al quotidiano che la situazione delle forze ucraine al fronte non rappresenta la capacità di combattimento complessiva del Paese, che sta mantenendo unità in riserva e ne sta addestrando all’estero. Secondo il funzionario, l’Ucraina “non ha esaurito il suo potenziale. Penso che in ogni conflitto arrivi il momento nel quale diventa necessario addestrare nuovo personale, ed è ciò che sta accadendo ora”.
A Bakhmut intanto, secondo quanto riporta l’agenzia russa Novosti, le unità russe hanno preso il controllo di uno dei locali dell’impresa Vostokmash presso l’impianto di lavorazione dei metalli non ferrosi Artyomovsky (AZOM) ad Artemovsk (Bakhmut in ucraino). L’impresa, un po’ come l’Azovstal a Mariupol, è stata progettata tenendo conto di un possibile conflitto nucleare e dispone di una rete di servizi sotterranei. L’impianto industriale si trova nella parte controllata dalle truppe di Kiev. Questo è un importante snodo di trasporto per rifornire il gruppo di truppe ucraine nel Donass. In città sono in corso feroci battaglie.
La Novosti riferisce anche che il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha incaricato le industrie russe di raddoppiare la produzione di munizioni a guida di precisione. Secondo l’intelligence britannica – citata dal Kyev Indipendent – Mosca sta “applicando sempre di più i principi dell’economia di comando al suo complesso militare-industriale, poiché si rende conto che le sue capacità di produzione militare sono una vulnerabilità chiave nella guerra su larga scala contro l’Ucraina, che sta diventando sempre più logorante”.
Anche le forze armate ucraine soffrono di carenza di munizioni, che il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba ha recentemente definito il “problema numero uno” del paese nel tentativo di contrastare le forze russe. L’8 marzo a Stoccolma, i ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno concordato di aumentare la fornitura di munizioni all’Ucraina, ma non hanno ancora raggiunto una “decisione concreta e formale”.
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