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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/01/2026

Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan

Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.

Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.

Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.

Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.

Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.

Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.

Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.

I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.

Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.

Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.

Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).

Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.

Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).

Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.

Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.

In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.

Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.

Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.

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01/10/2015

Il bluff dell’Afghan National Security Forces

Fortemente voluto dagli Stati Uniti l’Afghan National Security Forces, che raccoglie circa 400.000 soldati al costo di oltre 4 miliardi di dollari, appare tuttora carente di addestramento e non così efficiente come dovrebbe per azioni complesse come lo scontro aperto coi motivati Taliban. Costoro possono tuttora permettersi numerose perdite che, in varie circostanze come in questi giorni a Kunduz, vengono reintegrate attraverso azioni propagandiste di reclutamento in loco, rivolte agli abitanti “liberati” oppure a quei detenuti che vengono fatti uscire dalle celle. Ovviamente non tutti i prigionieri impugnano i kalashnikov, ma questa condotta negli ultimi mesi sta pagando e chi ha preso in mano il gruppo del defunto mullah Omar (il mullah Mansour) riesce, anche grazie a tali metodi, a tamponare le defezioni dei talebani dissidenti che guardano all’Isis. Egualmente approssimativa e assai meno numerosa (attorno alle 30.000 unità) è la polizia locale (Afghan Local Police) cui è assegnato il compito di controllo del territorio, cosa che fa soprattutto nella capitale e in qualche altro centro.  Ma si tratta d’interventi superficiali.

Nonostante la presenza di armi, questo genere di poliziotti finisce per controllare il caotico traffico kabuliota o poco più. Come del resto i colleghi soldati che dovrebbero guerreggiare coi talebani, s’ingegnano nell’eseguire prevalentemente funzioni di vigilanza, pattugliamento e scorta, talvolta in maniera neppure soddisfacente visto l’esponenziale numero di attentati degli ultimi mesi. Poiché quando lo scontro si fa aperto e duro, l’assalto a Kunduz ne è un esempio, il piano operativo di risposta dell’esercito afghano appare claudicante e per recuperare terreno e liberare alcuni edifici istituzionali presi dai commando guerriglieri sono servite incursioni dal cielo dell’US Air Force. Inoltre ciò che si sta riscontrando sempre più frequentemente è l’ingerenza nelle vicende che riguardano armi, divise, apparati di forza dei mai dismessi signori della guerra. Soprattutto se gli stessi sono in buone relazioni col governo o ricoprono cariche istituzionali. Il pensiero corre immediatamente a un boss blasonato come Rashid Dostum, attuale vicepresidente al fianco del presidente Ghani e del “premier” Abdullah.

Il generale uzbeko, coi suoi combattenti, aveva nel 1980 appoggiato il governo filo-comunista contro i mujaheddin pashtun, poi s’era messo da parte per tornare a dire la sua nel quadriennio della guerra civile (1992-1996). Attualmente continua a disporre d’un mini esercito con cui fa il bello e cattivo tempo nelle province di Faryab e Sar-e Pot. Questa truppa, se dovesse servire, potrebbe venir utilizzata, in barba a qualsivoglia funzione dell’ANSF. Non si creda che Dostum si comporti così per la sua centralità istituzionale, la legge “della valle” e del “più forte” continua a essere dettata un po’ ovunque nel Paese, perché i warlords sono spesso governatori di quelle aree. Così a Balkh Muhammad Noor mette anch’egli il naso su divise e chi deve vestirle, promuovendo nell’esercito suoi scherani che gli rispondono come milizia personale. Durante l’estate nella zona di Badakhshan, particolari gruppi distribuivano non derrate alimentari ma armi alla gente dei villaggi. Probabilmente si trattava di Tehreek-e Taliban che in quelle zone riparano dalle retate del generale pakistano Raheel Sharif, loro repressore. Va così nell’Afghanistan democratico promosso da 14 anni di missione Isaf.

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08/10/2014

Rawa, la lotta politica per il cambiamento culturale dell’Afghanistan

Mariam (come abitudine il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza) è una delle centinaia di militanti della Revolutionary Association Women of Afghanistan attiva nel proprio Paese. E’ presente in questi giorni in Italia dove terrà incontri pubblici in alcune città (Bologna, Milano, Venezia, Vicenza) per illustrare la pianificazione dei programmi dell’organizzazione verso la condizione femminile. L’abbiamo incontrata a Roma discutendo, fra l’altro, della nuova fase interna rispetto alle mutazioni geopolitiche.

Mariam cosa s’aspetta la popolazione afghana dal nuovo corso della presidenza Ghani?
Le elezioni cosiddette democratiche sono state una farsa, il nostro popolo non s’aspetta nulla.

Nonostante la palese impasse elettorale, con la reciproca accusa di brogli fra i candidati finali, la comunità internazionale definisce questo percorso democratico. E’ ipocrisia o un piano preordinato?
Di sicuro non siamo di fronte a una situazione democratica. Il Paese è sotto occupazione della Nato che interviene con contingenti di 47 nazioni (fra cui l’Italia, ndr), queste elezioni hanno rappresentato un insieme di giochi messi in atto dagli Stati Uniti. Il volere dei cittadini non è mai rientrato negli intenti del precedente regime fantoccio (Karzai, ndr).

Gli antichi signori della guerra restano in primo piano, nelle Istituzioni (Dostum è vicepresidente) o nelle alleanze di vertice (Sherzai, Sayyaf sono vicini al Capo Esecutivo Abdullah). Ultimamente s’è verificato un cospicuo riarmo dei privati. Tutto ciò preoccupa?
Coi fondamentalisti al potere il rischio della guerra civile è sempre presente. Nonostante i nuovi vertici lancino proclami di unità nazionale i fondamentalisti non hanno mai appoggiato l’unione delle varie etnìe afghane. Al contrario puntano a sostenere il proprio gruppo etnico e alimentare i contrasti fra fazioni. Avviene tuttora, i loro interessi sono altri. La distribuzione di armi da parte dei candidati ai sostenitori dimostra la totale instabilità del percorso politico. Ora hanno raggiunto un accordo, ma solo due mesi fa erano pronti a spararsi addosso. Ci sono le prove di consistenti furti di armi in dotazione all’esercito, episodi per nulla sporadici e marginali. Non iniziative di singoli o bande, ma di organismi paramilitari. Tutto ciò si nota nelle aree rurali dove circolano moltissime armi, che trasformano diatribe personali in omicidi, come nel caso del povero Safa (il giovane militante di Hambastagi freddato da un prepotente locale, ndr).

Il Bilateral Security Agreement è stato siglato da Ghani dopo appena un giorno dall’insediamento, così gli Stati Uniti potranno giustificare una presenza militare forse per i prossimi dieci anni. Ancora morti, lutti, ingerenze nel futuro del Paese?
In Afghanistan non c’è stata solo una presenza militare statunitense diretta, quella degli ultimi tredici anni, ma una indiretta compiuta dagli agenti della Cia addestratori dei mujaheddin durante l’occupazione sovietica. Gli americani guardano al nostro territorio che è il cuore dell’Asia. Controllando l’Afghanistan possono tenere sott’occhio i confinanti, dalla sempre più potente Cina, al pericoloso Iran, all’instabile Pakistan.

Quant’è reale uno smembramento della nazione a vantaggio del cosiddetto Pashtunistan inseguito dai talebani delle Fata?
Non pensiamo che la creazione del Pashtunistan possa azzerare le ostilità etniche, anzi una simile realizzazione potrebbe compromettere ancor più la stabilità della regione. Il mantenimento dei confini nazionali continua a essere la soluzione migliore per chi vuole trasformare in senso veramente democratico gli Stati. So che altrove gruppi etnici sono divisi in più nazioni. E’ un elemento contraddittorio, bisogna valutare se gli obiettivi di unificazione su base etnica prospettino una società più equa; nel caso pashtun s’insegue un mondo arcaico e conservatore. Tale ipotesi aumenterebbe i conflitti, di conseguenza il caos nell’area a tutto vantaggio di chi, come le forze Nato, attorno alla motivazione della sicurezza globale occupano i territori. Noi crediamo che la soluzione al problema etnico è la creazione di due governi democratici in Afghanistan e Pakistan che rispettino e proteggano i diritti delle minoranze.

Le mire delle potenze regionali (Pakistan, Iran) sono più pericolose dello sfruttamento economico lanciato dalle potenze mondiali (Usa, Ue, Cina)?
Se paragonati all’ingerenza americana i Paesi confinanti non costituiscono una minaccia diretta al nostro territorio. Certo ogni vicino ha interessi in Afghanistan e rappresenta a suo modo un’insidia per il nostro popolo. Però parlando d’Iran e Pakistan ci riferiamo a due nazioni con un’infinità di problematiche interne e di gestione delle medesime, dunque non in condizione di pensare a occupazioni simili a quelle occidentali. I due grossi attori regionali, hanno pratiche che si somigliano ma interessi opposti. Il Pakistan sul tema del Pashtunistan ha appoggiato la candidatura di Abdullah con la speranza di avere una controparte tajika in grado di opporsi alla predominanza dei pashtun. Gli intenti iraniani sono d’altro tipo: tramite una propaganda martellante, una sorta di lavaggio del  cervello, soprattutto dei giovani e degli elementi più istruiti cercano di creare un avamposto amico per lo scontro ideologico col mondo statunitense. Poi c’è la Cina, come tutte le potenze interessata all’Afghanistan perché ricco di minerali finora non sfruttati. Riserve stimate in tre triliardi di dollari, un business pazzesco. Al di là delle concessioni accordate per non creare chiusure, difficilmente il padrinaggio di Washington permetterà al futuro establishment afghano di favorire un competitor sul mercato mondiale della portata del gigante asiatico.

Dopo l’inattendibilità del test presidenziale ha senso la prossima consultazione elettorale prevista per l’anno venturo? E componenti democratiche potranno parteciparvi?

Le politiche non sono diverse dalle presidenziali, abbiamo sotto gli occhi le esperienze passate. Il Parlamento di per sé è composto da fondamentalisti, la cacciata di Malalai Joya è un episodio ben vivo, come la legge sull’impunità che i personaggi più retrivi hanno avuto in dono da Karzai tramite il voto alla Wolesi Jirga. Noi non crediamo che queste elezioni produrranno benefici alla maggioranza del popolo. Personalmente non vogliamo avere a che fare con simili figuri, credo che neppure Hambastagi farà alcun passo in tal senso.



Violenze domestiche (percosse, mutilazioni genitali) o esterne (stupri) proseguo imperterriti e vedono taluni protettori, come i signorotti locali, minacciare gli stessi procuratori che presiedono le indagini…
Sì, la situazione è dura e sta peggiorando. Purtroppo gli anni di presunti governi democratici sotto l’occupazione Nato hanno ridato spazio a  fondamentalisti misogeni più o meno mascherati. Costoro lavorano contro le donne e l’affermazione dei loro diritti. Finora non c’è stata una legislazione efficace nella difesa del mondo femminile sia dall’antico pashtunwali, sia dal prepotente maschilismo che circola nella vita quotidiana. Qualche legge esistente è ampiamente inapplicata. Né può reggere l’alibi d’un intervento occidentale motivato quale difesa della donna contro l’estremismo talebano. Gli oscurantisti occupano posti di potere e vanno a braccetto con l’Occidente, non solo militare ma politico, quello che parla di normalizzazione del Paese. La mistificazione è ancor più subdola quando i media diffondono immagini di kabuliote che godono di privilegi. Si tratta di meschina propaganda. Mostrano le amiche dei fondamendalisti che siedono in Parlamento come le deputate Fawzia Koofi e Shukria Barakzai, legate a quel genere d’islamisti che opprimono le donne.

C’è una linea comune fra il fondamentalismo talebano, le usanze tribali e l’estremismo d’un Islam politico presente nella società afghana?
C’è eccome! E’ il comune denominatore che unisce passato e presente. Ogni etnìa ha i propri valori sul ruolo della donna, spesso valori tradizionali e reazionari. Tranne poche aree la donna afghana è esclusa, non ha possibilità di decidere nulla neppure fra le mura di casa. Negli ultimi tredici anni le cose non sono affatto andate meglio: ditelo, fatelo sapere, perché la campagna delle falsificazioni è una macchina potentissima.

Il lavoro sociale svolto da associazioni vicine a Rawa tramite shelter, scuole, scuole di avviamento al lavoro, orfanotrofi producono aiuto concreto alla popolazione, creando adesione e sostegno. Come poterle trasformare in militanza di massa?
Ogni famiglia ha dei valori che se protetti possono avere un impatto nella generazione successiva e così via per le seguenti. L’Afghanistan rappresenta una famiglia in grande scala, se i valori positivi sulla questione femminile, come sulla democrazia, la pace, l’equa distribuzione delle ricchezze vengono rispettati dentro un nucleo familiare c’è la possibilità che tali comportamenti vengano trasmessi nella società. Non stiamo fantasticando di utopie, già vediamo alcune di queste mutazioni. Basta prendere ad esempio la stessa Hambastagi: ora i militanti di quel partito frequentano l’università e hanno un ruolo attivo nel Paese. Stanno emancipando le proprie famiglie dalla subalternità a lungo sopportata. Così nella nostra organizzazione: fino a trent’anni addietro molte aderenti  mostravano una partecipazione solo ideale alle lotte. Ora, seppure i rischi non siano diminuiti (Mariam e altre sue compagne prendono ogni precauzione per non essere individuate e colpite), tante di noi siamo attiviste a tempo pieno e nei vari ruoli (insegnanti, agitatrici, organizzatrici). Tutto ciò concerne un cambiamento politico e culturale, l’unico che va nel profondo delle nostre vite e mette radici.

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