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02/05/2026

Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana

Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana. Nel nucleo del cristianesimo sopravvive infatti una promessa radicale, spesso tradita nella storia delle Chiese ma irriducibile: ogni persona possiede la stessa dignità. Il povero, lo straniero, il detenuto, il vinto non valgono meno del potente.

È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.

Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.

Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.

Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.

Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.

È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.

Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.

Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.

Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.

Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.

Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.

La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.

A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.

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