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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/07/2026

La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano

Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.

Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?

Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.

Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.

Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?

Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.

La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.

Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.

Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...

Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.

Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.

Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.

Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?

Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.

Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.

Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...

Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.

L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.

Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?

Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.

Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.

Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?

È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.

Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?

Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.

Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.

Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.

Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...

Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.

Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.

A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?

Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.

Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.

Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...

È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.

Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.

Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?

Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.

In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.

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02/05/2026

Tecno-eugenetica contro eguaglianza umana

Lo scontro tra Trump, J.D. Vance e il Vaticano si è acceso attorno alla guerra, ma coinvolge un terreno ancora più profondo: l’idea stessa di uguaglianza umana. Nel nucleo del cristianesimo sopravvive infatti una promessa radicale, spesso tradita nella storia delle Chiese ma irriducibile: ogni persona possiede la stessa dignità. Il povero, lo straniero, il detenuto, il vinto non valgono meno del potente.

È un’idea che oltrepassa i confini della fede e segna profondamente la modernità politica occidentale. L’Illuminismo ne rappresenta, in parte, la secolarizzazione: la traduzione di quel lascito nel linguaggio dei diritti, dell’eguaglianza civile, della comune umanità e del limite al potere.

Una parte della nuova destra americana si colloca in aperto contrasto con questa tradizione. La formula più rivelatrice, in voga nei circoli neoreazionari, è Dark Enlightenment, «Illuminismo oscuro». Già nel nome c’è un programma: colpire l’eredità illuministica e il suo retroterra universalistico. Nelle sue versioni più influenti, la Dark Enlightenment rivaluta gerarchia, diseguaglianza e selezione dei superiori, mentre tratta la democrazia come un principio decadente e l’eguaglianza come una finzione distruttiva.

Questa corrente è stata definita dal filosofo britannico Nick Land, figura chiave per comprendere la deriva radicale di questo pensiero. Land è il teorico dell’accelerazionismo di destra, una visione che spinge verso il collasso della democrazia per liberare le forze del mercato e della tecnologia.

Il suo contributo più inquietante riguarda quello che lui definisce hyper-racism: l’idea che il futuro non porterà a una maggiore integrazione, ma a una divergenza biologica prodotta dalla tecnologia e dalla diseguaglianza economica. In questa prospettiva, l’eugenetica diviene uno strumento per creare un’élite post-umana, superiore per capacità cognitive e genetiche, separata dal resto di un’umanità considerata zavorra biologica.

Accanto a Land, una figura centrale è Curtis Yarvin, il blogger che ha dato veste teorica alla galassia neoreazionaria americana. Yarvin sostiene la necessità di superare la democrazia costituzionale per concentrare il potere in forme di comando personale o «sovranità aziendali». Le sue tesi sono intrise di riferimenti alla cosiddetta «biodiversità umana», un paravento intellettuale spesso usato per rilegittimare il determinismo biologico e giustificare gerarchie di valore intrinseco tra gruppi umani diversi.

È da questo ambiente che arriva il lessico politico che i media americani hanno più volte accostato a J.D. Vance. Il Vicepresidente americano non è il teorico “puro” di questa galassia, ma ha contribuito a renderne presentabili temi e parole d’ordine, trasportandoli dai margini digitali nel linguaggio della destra di governo. Attorno a lui gravitano figure che mescolano culto della forza, virilismo, disprezzo della compassione e richiami rimasticati a Nietzsche e alla filosofia greca, fonte di ispirazione antiegualitaria.

Questo è il terreno preferito di Costin Alamariu (Bronze Age Pervert), autore di libri che hanno avuto una certa circolazione nella nuova destra. Nella sua fatica più recente, Selective Breeding and the Birth of Philosophy, la celebrazione di aristocrazia, forza e tirannide viene contrapposta al costituzionalismo moderno e alla democrazia, con aperture all’eugenetica che chiariscono senza ambiguità il senso del progetto culturale: screditare l’eguaglianza, riabilitare la gerarchia e restituire prestigio all’idea che una nuova élite debba guidare la società.

Si capisce allora perché il rapporto della destra americana con il cristianesimo sia così ambiguo. Il cristianesimo può essere evocato come identità occidentale, simbolo di civiltà, linguaggio dell’ordine, marchio culturale da opporre a migranti, persone Lgbtq+ e cosmopolitismo. Molto più difficile da sopportare resta il suo nucleo egualitario: l’idea che l’ultimo valga quanto il primo e che la dignità non dipenda da forza, successo, produttività o nascita.

Gli attriti con il Vaticano acquistano senso dentro questa frattura. Quando il papa richiama il valore universale della vita umana, contesta la brutalizzazione dei migranti o denuncia la disumanizzazione dei civili sotto le bombe, urta una cultura politica che ragiona sempre più volentieri in termini di gerarchia, appartenenza, selezione e forza.

Bergoglio lo aveva già mostrato criticando la stretta anti-migranti. Leone XIV lo ribadisce oggi sottolineando che la guerra non cancella l’umanità delle sue vittime.

Nel richiamo del Vaticano alla dignità universale della persona riaffiora così un’eredità che il cristianesimo ha trasmesso anche alla modernità secolare: l’idea che nessun essere umano possa essere classificato come inferiore per nascita, forza, utilità o rango.

La Dark Enlightenment prende di mira proprio questo orizzonte. La sua promessa consiste nel restituire prestigio alla gerarchia, nel rendere di nuovo pensabile la superiorità naturale, nel sottrarre i forti ai limiti imposti dall’eguaglianza.

A raccogliere politicamente queste suggestioni è poi un’estrema destra più istituzionale, che del cristianesimo valorizza soprattutto l’uso identitario e il richiamo alla civiltà assediata. Ciò che resta indigesto è il nucleo egualitario di quel lascito, perché impedisce di trasformare la diseguaglianza in destino morale e continua a ricordare che nessuno vale meno.

Fonte

01/05/2026

«Palantir» e l’alleanza tra capitale monopolistico ed estrema destra

Il manifesto pubblicato da Palantir Technologies non è né un documento tecnico né una visione economica. È un documento politico esplicito che annuncia una nuova fase nella traiettoria del capitalismo digitale, una fase in cui esso ha abbandonato la pretesa di neutralità e ha deciso di smascherarsi, rivelando il proprio volto ideologico nella sua interezza. Palantir non è un caso isolato nel panorama tecnologico globale.

Si tratta di una delle diverse grandi aziende tecnologiche che vendono le proprie tecnologie a sistemi di repressione e di violazione dei diritti umani, ed è stata condannata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch, per il suo ruolo nell’abilitare deportazioni forzate, sorveglianza di massa e persecuzione dei dissidenti.

La cosa più grave di tutte è che rapporti documentati hanno rivelato una partnership diretta tra questa azienda, unitamente ad altre aziende tecnologiche occidentali come Google, Amazon e Microsoft, e l’esercito israeliano, fornendo sistemi di dati e di targeting che sono stati impiegati in operazioni militari su Gaza, rendendola un partner effettivo in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi. Sotto questo profilo, essa non si differenzia nella sostanza da altre grandi aziende del capitalismo digitale che praticano la stessa cosa in forme diverse e con gradi variabili di trasparenza.

È una dichiarazione di classe di un progetto per un’alleanza fascista digitale che non si fonda sulla sola violenza tradizionale, ma sulla sorveglianza digitale e la repressione, sull’analisi dei dati, sull’intelligenza artificiale, sulla manipolazione dell’opinione pubblica e sulla soppressione del dissenso attraverso metodi impercettibili eppure profondamente incisivi. Un’alleanza i cui crimini non rimangono entro i circoli élitari e gli uffici aziendali, ma si estendono ai campi di battaglia e ai corpi dei civili, incarnandosi oggi nella sua forma più chiara nel trumpismo, nelle sue alleanze, nei suoi crimini e nelle sue guerre aggressive.
 
Dalla Silicon valley alla Casa Bianca: l’alleanza organica

Per comprendere il manifesto di Palantir al di fuori del suo contesto isolato, dobbiamo evocare l’immagine dell’alleanza che si è formata negli ultimi anni tra un segmento dell’élite tecnologica e il progetto della destra nazionalista estrema. Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e il più significativo finanziatore della carriera politica di Trump, non è semplicemente un uomo d’affari che sostiene un candidato politico.

È la mente ideologica che fornisce a questo progetto la sua logica politica, qualcuno che vede la democrazia liberale rappresentativa esistente come un ostacolo al progetto dell’élite tecnocratica, e che ha dichiarato apertamente che capitalismo e democrazia liberale tradizionale sono incompatibili. Questa alleanza non è un caso fortuito, né una congiunzione passeggera. È una convergenza oggettiva tra due progetti che condividono un unico obiettivo: concentrare il potere nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica che crede di possedere un «diritto naturale» a governare le proprie società e quelle altrui.

Questa alleanza trova la sua espressione istituzionale oggi in quello che è noto come il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, che include Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, i quali hanno iniziato a muoversi in modo coordinato con la seconda amministrazione Trump. Ciò che li unisce non è un’allineamento ideologico completo. Ciò che li unisce è la posizione di classe e l’interesse condiviso: l’eliminazione di qualsiasi vincolo regolatorio o democratico che limiti la loro capacità di accumulazione, dominio ed espansione del controllo.

Il Manifesto in 22 punti: una lettura del suo contenuto di classe

Palantir ha pubblicato quello che ha descritto come un riassunto del libro del suo CEO Alexander Karp, «The Technological Republic», in mezzo a un ampio coinvolgimento globale e a una crescente indignazione politica che ha superato i milioni di visualizzazioni in pochi giorni. L’indignazione non deve però limitarsi alla sola reazione emotiva, perché il manifesto è nella sua essenza una mappa di classe che merita una lettura di sinistra precisa, che vada più in profondità dell’indignazione.

Il manifesto contiene 22 punti, costruiti con una precisione architettonica deliberata, non in modo casuale. Alcuni punti appaiono moderati o umani in superficie, come gli appelli alla tolleranza nei confronti dei politici nella loro vita privata, o contro il gioire della sconfitta di un avversario.

Questi punti non sono né innocenti né accidentali. Sono la facciata calcolata utilizzata per conquistare il lettore esitante e conferire al manifesto un’immagine «equilibrata» prima che esso riveli il suo vero volto. Questo è ciò che gli studi ideologici chiamano la struttura del consenso fabbricato: ti viene somministrata una dose di linguaggio che suona ragionevole per aiutarti a inghiottire la dose tossica insieme a essa. Ciò che appare logico nel manifesto non è quindi prova del suo equilibrio, ma ulteriore prova della sua astuzia.

Tutti questi punti vengono impiegati come copertura per portare avanti un’agenda ideologica complessiva che lega tutte queste preoccupazioni a un progetto di militarizzazione, dominio e gerarchia civilizzazionale. Mi concentrerò pertanto sui punti più rivelatori del vero contenuto di classe e ideologico di questo progetto, affrontando gli altri concetti nel corpo del testo.

Il Punto Uno afferma che «l’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo morale di partecipare alla difesa della nazione». Questa struttura morale non è innocente. Quando la contrattazione militare e di sicurezza viene presentata come un «dovere morale», la pressione sociale diventa un meccanismo per costringere ingegneri e programmatori a servire la macchina della guerra e della repressione, e ogni voce dissenziente all’interno delle aziende tecnologiche viene messa a tacere in nome del «patriottismo». Questa è la conversione della coscienza individuale in merce al servizio dello Stato militare e di sicurezza e delle sue istituzioni repressive e di sorveglianza.

Il Punto Due chiede la «ribellione contro la tirannia delle app», intendendo il rifiuto della tecnologia di consumo a favore di sistemi di sicurezza e militari più profondi. Non si tratta di una critica al capitalismo dei consumi come potrebbe apparire. È un appello a reindirizzare le capacità tecnologiche verso la macchina della guerra e della sorveglianza anziché verso il mercato dell’intrattenimento.

Il Punto Cinque dichiara che «la domanda non è se verranno costruite armi di intelligenza artificiale; la domanda è chi le costruirà». Questa logica deterministica chiusa mira a eliminare qualsiasi dibattito sul rifiuto della militarizzazione tecnologica alle sue radici. Quando la scelta viene formulata come «noi o il nemico», la possibilità di dire «no alle armi in toto» viene cancellata. È la stessa logica usata dalle amministrazioni della Guerra Fredda per mettere a tacere i movimenti per la pace e restringere le organizzazioni di sinistra, e qui ritorna in veste digitale.

Il Punto Sei richiede che «il servizio nazionale sia un dovere universale», chiedendo una riconsiderazione dell’esercito tutto-volontario a favore della coscrizione obbligatoria. Questa richiesta rivela il volto classicamente fascista del manifesto: quando lo Stato non riesce a produrre la disponibilità volontaria a partecipare alle sue guerre, ricorre alla coercizione istituzionale e la chiama «responsabilità condivisa». Significativamente, l’azienda che chiede ai giovani di offrire le proprie vite in difesa dell’«Occidente» guadagna simultaneamente miliardi di dollari dai contratti di guerra in cui quei giovani muoiono. Il dovere per tutti, i profitti per pochi.

Il Punto Diciassette afferma che «la Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta». Questa proposta appare pragmatica in superficie, ma nella sua essenza è un’espansione dei poteri delle aziende di sicurezza private per aggirare il ruolo dello Stato e trasformarsi in una forza autonoma di controllo sociale, operante secondo la logica del profitto piuttosto che secondo la logica della legge, del potere giudiziario indipendente e della responsabilità democratica.

Il Punto Venti richiede la «resistenza alla pervadente intolleranza verso la credenza religiosa». Questo punto non nasce da una genuina difesa della libertà di credo. È un impiego opportunistico del discorso religioso per costruire un’alleanza ideologica con le correnti conservatrici e religiose che sono le più suscettibili di essere mobilitate dietro i progetti di guerra. La storia ci insegna che ogni progetto fascista ha avuto bisogno di un’alleanza con le istituzioni religiose per conferire alla violenza un carattere sacro, ed è questo ciò che questo punto cerca di fare sotto la copertura della «libertà di fede».

Il Punto Ventunesimo è il più rivelatorio della profonda dimensione ideologica, quando dichiara che «alcune culture hanno prodotto avanzamenti vitali mentre altre rimangono disfunzionali e regressive». Questa frase non è un’opinione culturale di passaggio. È il fondamento teorico del razzismo coloniale civilizzazionale che giustifica il dominio, l’occupazione e l’uccisione dei popoli sotto la copertura della «gestione razionale della civiltà».

Questa logica non differisce fondamentalmente dal «fardello dell’uomo bianco» che giustificò il colonialismo nei secoli precedenti, e viene riprodotta oggi nel linguaggio degli algoritmi e dei big data. Ciò che la rende più pericolosa del suo predecessore è che non richiede forze coloniali visibili. Bastano un database e un algoritmo di targeting.

Il Trumpismo come sistema, non come persona

L’errore comune è ridurre il trumpismo alla persona di Donald Trump. Il trumpismo è un progetto di classe complessivo che combina il capitale finanziario nazionale con il nazionalismo sciovinista e l’ostilità verso gli immigrati e le minoranze. Nella sua essenza, è un’espressione della crisi del capitalismo quando esso non può più riprodurre l’illusione liberale per il suo pubblico, così ricorre al discorso nazionalista aggressivo per distogliere l’attenzione dalle reali contraddizioni di classe. Ciò che fa il manifesto di Palantir è collegare il capitale monopolistico digitale a questo progetto e fornirgli gli strumenti tecnologici necessari per trasformarlo dal discorso politico elettorale a un sistema di controllo effettivo.

La cooperazione documentata tra Palantir e le autorità dell’immigrazione e le agenzie di sicurezza nel tracciamento e nella deportazione dei migranti è un modello pratico di questa alleanza. La tecnologia qui non è utilizzata per servire la «sicurezza» in alcun senso neutrale. È utilizzata per attuare politiche repressive e razziste con alta efficienza operativa. Lo strumento digitale rende la repressione più rapida, più precisa e meno bisognosa di giustificazione pubblica.

Il feudalesimo digitale e la sua fase fascista

Come ho sostenuto in precedenza nelle mie analisi del capitalismo digitale, stiamo vivendo la fase avanzata del feudalesimo digitale, in cui le grandi aziende monopolizzano l’infrastruttura digitale e impongono le proprie condizioni agli utenti, proprio come un tempo i signori feudali monopolizzavano la terra e controllavano i contadini. Ciò che il manifesto di Palantir rivela è che questo feudalesimo digitale sta ora entrando nella sua fase fascista, la fase in cui il capitale non si accontenta più del silenzioso sfruttamento economico ma si muove verso la mobilitazione politica e ideologica esplicita e il controllo per proteggere il proprio sistema da qualsiasi minaccia.

Sotto il capitalismo digitale, non sono più solo i lavoratori manuali e intellettuali tradizionali ad essere vittime dello sfruttamento. Ogni utente produce quotidianamente dati che vengono convertiti in materia prima per la produzione di plusvalore senza compensazione.

I servi digitali lavorano all’interno di sistemi che non possiedono e sono soggetti a regole sulle quali non hanno alcuna reale influenza. Ciò che il manifesto aggiunge a questo quadro è la militarizzazione: questi stessi sistemi di sfruttamento vengono ora diretti verso l’inquadramento della mente umana, il condurre guerre, la soppressione del dissenso, le deportazioni forzate e la gestione dei sistemi di controllo della sicurezza.

Algoritmi di morte

Il manifesto non può essere letto in isolamento da ciò che accade nelle guerre contemporanee. Rapporti documentati hanno rivelato che Palantir ha stabilito partnership strategiche con eserciti e istituzioni di sicurezza per costruire database di targeting che vengono effettivamente utilizzati in operazioni militari. Non si tratta di una possibilità teorica. È una pratica quotidiana documentata: algoritmi che convertono vite umane in punti dati, e punti dati in obiettivi militari.

In Palestina, rapporti giornalistici e investigativi hanno documentato l’uso di sistemi di intelligenza artificiale per costruire liste di obiettivi che hanno portato a massacri contro i civili a Gaza. In Venezuela, Iran e altri paesi che Washington classifica come «minacce», i sistemi di sorveglianza e dati vengono utilizzati per sostenere il militarismo, l’aggressione e le guerre che violano il diritto internazionale.

Quello che l’azienda chiama «sistema di targeting intelligente» è in pratica una macchina per gestire l’uccisione con efficienza industriale. L’uccisione non richiede più una decisione umana responsabile. Richiede un algoritmo, dati sufficienti e il via libera da un apparato che non è soggetto ad alcuna responsabilità democratica. Questa è l’applicazione sul campo di quello che il manifesto chiama «capacità decisionale in tempo reale», dove le decisioni di uccidere vengono prese istantaneamente all’interno di sistemi tecnici chiusi.

La cosa più importante in questo contesto è che l’uso di questi sistemi non può essere separato dal discorso che giustifica la classificazione di intere comunità come arretrate o minacciose. Il crimine non inizia con la bomba. Inizia con la classificazione. Quando intere comunità vengono definite come una minaccia, l’uccisione e il targeting dei civili diventano «gestione della sicurezza» piuttosto che un crimine i cui autori devono essere chiamati a rispondere.
 
L’illusione della neutralità tecnologica, l’autosorveglianza e la repressione digitale

Il pericolo del modello che Palantir sta costruendo non risiede unicamente nelle sue applicazioni militari dirette. Più pericoloso ancora è quello che può essere descritto come la «società della sorveglianza», quando il controllo diventa interno piuttosto che esterno. Quando un individuo sa di essere sorvegliato in ogni momento e sente che ogni interazione digitale viene registrata e analizzata, inizia ad imporsi la sorveglianza da solo.

Modifica il proprio discorso, evita gli argomenti sensibili, si allontana dalle idee radicali di dissenso. Questa auto sorveglianza volontaria limita e indebolisce i movimenti di sinistra e progressisti e le organizzazioni dei lavoratori dall’interno, senza la necessità di arresti o restrizioni dirette.

L’appello del manifesto alla «comprensione profonda del comportamento umano» come condizione per la sicurezza è in realtà un appello a costruire un sistema complessivo per smantellare l’azione politica collettiva prima che emerga. Prevedere il comportamento delle proteste e smantellarlo prima che diventi un movimento organizzato è il sogno che i servizi di sicurezza hanno a lungo inseguito, e la tecnologia di Palantir si sta avvicinando alla sua realizzazione.

Tra i meccanismi ideologici più prominenti del manifesto vi è il ricorso alla logica deterministica chiusa. «Non ci sarà neutralità tecnologica», «la domanda non è se le armi di intelligenza artificiale verranno costruite», «le democrazie non possono fare affidamento sul solo discorso morale». Questo approccio mira a convertire le scelte politiche in fatti naturali ineluttabili e a eliminare qualsiasi messa in discussione della natura del sistema esistente dalla sfera del dibattito legittimo. È lo stesso approccio usato dai neoliberali quando negli anni ’90 dichiararono che «il capitalismo è la fine della storia». Ora la stessa logica ritorna in una formulazione securitaria: non c’è scelta al di fuori della militarizzazione digitale.

Questo determinismo non è una descrizione neutrale della realtà. È una tattica per svuotare la politica del suo contenuto. Quando sei convinto che non esista alternativa, smetti di cercarne una. Ed è questo il principale obiettivo dietro questo linguaggio.

L’alternativa di sinistra: la questione della proprietà e del controllo collettivo

Il manifesto di Palantir non è semplicemente un documento di un’azienda tecnologica che annuncia le proprie posizioni. È un campanello d’allarme assordante che le forze progressiste devono ascoltare con chiarezza: la battaglia per il futuro della tecnologia non si nasconde più dietro le quinte. È scesa in campo, annunciandosi senza vergogna. Chi ritarda nel cogliere questo cambiamento ritarda il proprio ingresso nell’arena di lotta più decisiva di questo secolo.

La domanda fondamentale non riguarda come viene usata la tecnologia. Riguarda chi la possiede e chi ne determina gli obiettivi. La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà nelle mani dei monopoli digitali alleati ai progetti della destra, della guerra e della repressione. Qualsiasi discussione seria deve partire dalla necessità di una proprietà collettiva e societaria dell’infrastruttura digitale, e dal sottoporre gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a una genuina supervisione democratica che rappresenti gli interessi delle masse lavoratrici piuttosto che delle élite monopolistiche.

Ciò richiede che le forze di sinistra, progressiste e dei diritti umani si impegnino con l’arena della tecnologia con piena serietà come importante campo della lotta di classe. Produrre critica intellettuale, per quanto importante, non è sufficiente senza costruire alternative tecnologiche effettive attraverso il coordinamento e il lavoro congiunto tramite internazionali digitali: piattaforme sociali libere da monopolio, restrizioni e repressione; strumenti di ricerca che rispettino la privacy di tutti gli utenti; sistemi di intelligenza artificiale gestiti in modo democratico e trasparente; e altre applicazioni digitali. Questi non sono progetti ricreativi per il futuro. Sono una necessità strategica urgente per qualsiasi progetto liberatorio serio.
 
Aggiunta necessaria: il disarmo tecnologico come prerequisito

Costruire alternative da sole non è sufficiente a meno che non sia abbinato a una campagna organizzata per privare questi monopoli delle loro armi tecnologiche. Va notato qui che Palantir non è un caso eccezionale né un’anomalia nel panorama tecnologico. È l’espressione più esplicita e audace di ciò che molte altre aziende praticano con maggiore silenzio e un discorso più morbido. Ciò che la rende un punto focale di questa analisi è che ha rivelato ciò che gli altri sono soliti nascondere, non che differisca da loro nella sostanza. Il sistema è uno; l’unica eccezione è il grado di franchezza.

Proprio come i movimenti operai storici lottarono per disarmare il capitale nelle fabbriche e nelle fattorie, oggi è necessaria una lotta equivalente per strappare dalle mani di queste aziende collettivamente gli algoritmi letali, i sistemi di targeting e la sorveglianza di massa.

Questa lotta assume molteplici forme: il boicottaggio dei loro servizi, l’esposizione dei loro contratti segreti con i governi, il perseguimento dei loro dirigenti davanti ai tribunali internazionali con l’accusa di complicità in crimini di guerra, e la pressione sulle istituzioni pubbliche affinché recidano i loro rapporti con queste aziende. Ogni contratto governativo con questo sistema è un finanziamento diretto della macchina di uccisione e deportazione. Fermare questo flusso finanziario è la prima linea di confronto.

Questo percorso non può essere completato senza lavorare simultaneamente a livello legislativo interno e internazionale. A livello interno, occorre fare pressione per promulgare leggi severe che richiedano alle aziende tecnologiche di sicurezza di mantenere piena trasparenza nei loro contratti con i governi, criminalizzare l’uso di sistemi di intelligenza artificiale nel targeting militare al di fuori di qualsiasi supervisione giudiziaria indipendente, e obbligare queste aziende a sottoporsi agli stessi standard di responsabilità ai quali sono soggette le istituzioni pubbliche.

A livello internazionale, occorre lavorare per sottoporre queste aziende alle convenzioni internazionali sui diritti umani, in particolare alle Convenzioni di Ginevra che proibiscono il targeting indiscriminato dei civili, alla carta delle Nazioni Unite sulla protezione dei dati personali, e ai Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani.

A un’azienda che costruisce database di targeting nelle zone di guerra non può essere consentito di operare al di fuori di questo quadro giuridico, e se lo fa, i governi che contraggono con essa portano una responsabilità criminale condivisa. Questa non è una richiesta riformista di lusso. È il minimo richiesto dall’umanità del diritto nel confronto con la disumanità dell’algoritmo.
 
Seconda aggiunta: smascherare il silenzio del lavoro al cuore del Manifesto

Ciò che è sorprendente nel manifesto di Palantir, anzi ciò che è profondamente sospetto, è che non menziona una sola parola sui lavoratori, sui sindacati, sul diritto all’organizzazione, sullo sciopero. In un documento che parla dell’«élite ingegneristica», del «dovere morale» e delle «culture arretrate», non c’è posto per i lavoratori manuali e intellettuali che costruiscono questi algoritmi, li fanno funzionare e vivono sotto il peso della stessa sorveglianza.

Questo silenzio non è accidentale. È un’ammissione implicita che il progetto tecnologico fascista non può affrontare la questione dei lavoratori, perché i lavoratori da soli, se si organizzano, sono capaci di fermare interamente le linee di produzione della morte. Uno sciopero generale nella Silicon Valley, o anche solo negli uffici di Palantir stessa, è l’incubo di questo progetto. Sostenere i sindacati dei lavoratori tecnologici e collegare la loro lotta a una lotta globale è pertanto un atto di resistenza di prim’ordine.

Questa lotta tecnologica non può essere separata dalla lotta popolare sul campo. La tecnologia è uno strumento di supporto alla lotta, non un suo sostituto. Il potere reale rimane nell’organizzazione politica, sindacale e popolare, nei movimenti sociali, nella solidarietà internazionale tra le masse laboriose di questo sistema, che si trovino nelle guerre, alle frontiere, o nei quartieri operai sorvegliati da algoritmi che non chiedono il permesso a nessuno.
 
Conclusione: il fascismo digitale col suo vero nome

Il manifesto di Palantir rivela chiaramente che ci troviamo di fronte a una nuova forma di fascismo, non solo nel senso storico ristretto, ma nel suo significato essenziale: l’alleanza del capitale monopolistico con il potere politico nazionale aggressivo e il dispiegamento della violenza, della repressione e della gerarchia civilizzazionale per proteggere questa alleanza da qualsiasi minaccia popolare. L’unica differenza è che gli strumenti di questo fascismo oggi sono gli algoritmi, i big data e l’intelligenza artificiale, ed è questo ciò che lo rende più ermetico e più difficile da resistere rispetto a quanto lo ha preceduto.

Quando Alexander Karp finisce di scrivere il suo manifesto filosofico nel suo elegante ufficio, gli algoritmi costruiti dalla sua azienda continuano il loro lavoro di identificazione degli obiettivi, tracciamento dei migranti alle frontiere, costruzione di database di dissidenti in tutto il mondo, e sostegno alla macchina del militarismo e della repressione su tutto il globo. La filosofia e il crimine sono due facce della stessa moneta.

La lotta per la giustizia sociale e la liberazione oggi passa inevitabilmente e sostanzialmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa alleanza aggressiva di classe. Non è una questione tecnica né una questione etica astratta. È una questione politica da cima a fondo, e parte di una lotta storica su chi detiene il controllo sul futuro e sulla coscienza umana: la minoranza monopolistica alleata ai progetti di morte e repressione, o le masse lavoratrici che devono imporre la propria autorità sugli strumenti che plasmano le loro vite e il loro destino.

Fonti e riferimenti

Il Manifesto Palantir

1. Palantir Technologies — The Technological Republic, in breve (Post ufficiale su X, aprile 2026)

2. Karp, Alexander C. e Zamiska, Nicholas W. — The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West. Crown Currency, New York, 2025.

Reportage giornalistici e analisi sul Manifesto

3. Al Jazeera English — «Technofascism? Why Palantir’s pro-West ‘manifesto’ has critics alarmed,» aprile 21, 2026.

4. TechCrunch — «Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and ‘regressive’ cultures,» aprile 19, 2026.

5. Engadget — «Palantir posted a manifesto that reads like the ramblings of a comic book villain,» aprile 2026.

6. TRT World — «Internet explodes in outrage over Palantir’s dystopian tech manifesto,» aprile 2026.

7. Reason — «Palantir’s new manifesto wants the military draft reinstated,» aprile 20, 2026.

Rapporti sui diritti umani su Palantir e la complicità delle grandi aziende tecnologiche a Gaza

8. Amnesty International — Rapporto sull’economia politica globale che abilita il genocidio israeliano, che nomina Palantir tra i principali contributori, settembre 2025.

9. Truthout — «Amnesty Calls for States to Pull the Plug on Economy Backing Israel’s Genocide,» settembre 2025.

10. Business and Human Rights Resource Centre — «Palantir allegedly enables Israel’s AI targeting in Gaza, raising concerns over war crimes.»

11. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon, Google and Microsoft fuel Israeli military aggression in Gaza, investigation reveals,» febbraio 2025.

12. Business and Human Rights Resource Centre — «Google, Amazon and Microsoft allegedly complicit in war crimes amid Israel’s war in Gaza.»

13. Business and Human Rights Resource Centre — «Google did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.

14. Business and Human Rights Resource Centre — «Amazon did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.

15. Business and Human Rights Resource Centre — «Microsoft did not respond to allegations over its complicity in war crimes amid Israel’s war in Gaza,» aprile 2025.

Fonte

29/04/2026

La cacciata dei sionisti dal corteo di Milano: un segnale per l’alternativa

Nei giorni scorsi avevamo preso parola, in relazione al 25 aprile milanese, su quello che abbiamo definito l’elefante nella stanza nel campo di chi, come noi, in questa città si pone su un terreno radicale, antagonista, di conflitto e di alternativa: vale a dire la vera natura del corteo istituzionale e la funzione che da almeno trent’anni ricopre, sussumendo, disinnescando o riconducendo nell’alveo della compatibilità al “centrosinistra” anche ogni generoso tentativo di incidere sul segno politico di quella piazza (vedi “25 aprile a Milano: se il nemico marcia alla tua testa”).

La cacciata “a furor di popolo”, durante questo 25 aprile, della Brigata ebraica e dell’internazionale nera al suo seguito (sionisti, pro-Sciah, sostenitori del regime nazi-golpista di Kiev e ultrà di Trump; coadiuvati, inoltre, dalla giovanile di Forza Italia), ci porta quindi a riprendere quel ragionamento per provare a cogliere alcune implicazioni e potenzialità rispetto a quanto accaduto in piazza.

La misura era ed è colma: da tre anni a questa parte la passività o direttamente la complicità della classe politica tutta davanti al genocidio del popolo palestinese ha fatto saltare il tappo che aveva fin qui, tra narrazioni ipocrite e falsità pure, fatto accettare anche al cosiddetto popolo della sinistra, tra malesseri e mal di pancia, le peggiori porcherie dei suoi referenti politici e sindacali.

Gli argini si sono rotti con il movimento del “Blocchiamo tutto” lo scorso autunno e da allora diverse – per intensità, modalità e chiarezza di direzione politica – sono state le manifestazioni di questo scollamento tra larghe fasce di popolazione e classe politica, ultima la vittoria del No al referendum contro il governo Meloni.

La reazione di sacrosanta rabbia delle centinaia di manifestanti che sabato hanno contestato e bloccato la palese provocazione dello spezzone nero, fino a costringerlo ad abbandonare il corteo, è stata un’ulteriore manifestazione di questo scollamento, plasticamente rappresentato dalla distanza, fisica e “sentimentale” della testa istituzionale del corteo che intanto proseguiva incurante sul suo percorso.

Per gli organizzatori il problema si limitava infatti ai “patti non rispettati”, come spiegato da Pagliarulo: “quest’anno vista la situazione”, non dovevano portare le bandiere di Israele.

D’altronde la presenza della Brigata Ebraica, che ha sempre portato bandiere di Israele, era prevista come sempre e negli anni scorsi non si era fatto nulla per impedire la presenza di bandiere non solo di Israele ma anche della NATO, ed invece si era cercato di impedire la presenza delle bandiere e dei palestinesi sul palco. Ci hanno pensato le accuse posteriori dei sionisti a ribadire paradossalmente le responsabilità di quanto accaduto intestandole a quella testa istituzionale, suo malgrado e imbarazzo.

Il fatto è che Anpi, Pd, Cgil e corpi intermedi si trovano a fare i conti da una parte con una contraddizione gigantesca che loro stessi si sono portati in casa e che ora non riserva loro la stessa cortesia ricevuta in anni e anni di ingiustificabile legittimazione; dall’altra a dover recuperare una credibilità – fin dove possono, cioè molto poco, pensiamo alla vicenda del gemellaggio tra Milano e Tel Aviv – fette crescenti di società che ne ha viste e accettate troppe per sfilare anche e proprio il 25 aprile dietro le bandiere di uno stato genocida e di tutta la nuova internazionale nera al gran completo.

Salutata con il dovuto entusiasmo la cacciata dello spezzone nero da parte di centinaia e centinaia di manifestanti che hanno poi proseguito festanti fino a piazza Duomo, l’elefante nella stanza è però ancora lì: la cacciata di sionisti, monarchici iraniani, ecc., dal corteo produce spontaneamente un’alternativa ed è stata sufficiente a “rendere potabile” quella manifestazione?

Abbiamo sentito condanne del genocidio ai danni del popolo palestinese e delle aggressioni imperialiste in tutto il mondo?

Sono cambiate le posizioni di chi quella manifestazione la guida e sta contribuendo a riarmo, alla prosecuzione della guerra in Europa, ha coperto con ogni mezzo possibile Israele, attacca a ogni piè sospinto le condizioni di vita dei lavoratori, taglia servizi, sanità e stipendi?

Oltre ad interrogarsi in maniera ancora più stringente sulla natura e sulla funzione politica e ideologica di quella piazza, crediamo invece che occorra interrogarsi sul come dare voce e corpo a un’alternativa in grado di intercettare quella crescente insofferenza che si manifesta nella società e che in parte si è manifestata sabato, come potenziale disponibilità al conflitto, non solo tra lavoratori, giovani e classi popolari, ma anche su un piano ideologico e valoriale in quella parte del popolo della sinistra che, ingannato e sistematicamente tradito, ha invece per anni digerito di tutto e non è più disposto a farlo.

Il movimento “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso crediamo abbia dato già una parziale ma importante verifica in questo senso: determinazione e chiarezza degli obiettivi politici, praticando il terreno dell’indipendenza da quel “centrosinistra” che si vergognava anche solo a chiamare un genocidio col suo nome, non solo erano la cosa giusta da fare, ma hanno permesso di rompere trent’anni di passività e rassegnazione, riportando a scioperare e a scendere in piazza milioni di persone.

La domanda torna al nostro campo: ammesso e non concesso, ripulito il 25 aprile dai sionisti più spudorati e dallo “spezzone nero”, ritorniamo a marciare a ruota del nemico di classe che se li era coccolati e portati a braccetto fino a ieri, pensando di condizionarne le scelte o di modificare i rapporti di forza agendo di fatto, volenti o nolenti, dall’interno del loro campo, oppure ci attrezziamo per lavorare anche il 25 aprile, che è storia nostra, ad una prospettiva indipendente e conflittuale, e quindi credibile per i tanti che non sono più disposti ad accettare l’ipocrisia e il presente di guerra e miseria a cui ci sta condannando, da destra a “sinistra”, questa classe dirigente, spalancando proprio la strada alle peggiori destre reazionarie?

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26/04/2026

Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente

Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.

Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.

Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.

Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.

Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.

Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.

Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).

Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno... 

In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.

Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).

Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.

Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.

La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.

Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.

A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)... 

È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata... 

Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.

C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid... 

Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.

Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo... 

Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.

Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.

Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.

I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.

I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…

P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...

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25/04/2026

L’Internazionale nera, sionista e liberale

di Giorgio Cremaschi

Spesso ricorre la definizione di “internazionale nera” per quelle forze di estrema destra che hanno in Trump il primo riferimento e che in Europa sono anche stati chiamati “sovranisti”.

Orban e Le Pen, Meloni, Abascal e altri loro simili, al di là delle diverse scelte politiche, condividono una comune matrice ideologica reazionaria sintetizzabile nel loro slogan: Dio Patria Famiglia. Stato di polizia anti migranti è ciò che li caratterizza prima di tutto, per questo è facile presentare tutti costoro come avversari nel profondo della democrazia liberale.

Tuttavia i confini dell’“internazionale nera” sono molto più aperti di quello che viene presentato dalla narrazione politica dominante e molti dei liberali che si indignano contro i fascisti, sono in realtà più o meno direttamente collegati a loro.

Maria Corina Machado, venezuelana reazionaria e golpista, è una fanatica di Netanyahu, di cui ha esaltato il genocidio a Gaza augurandosi che si faccia lo stesso nel suo paese contro la sinistra. Per ottenere questo ha donato a Trump il suo immeritato Premio Nobel per la Pace, pregandolo di non accontentarsi del rapimento del legittimo presidente Maduro e di suo moglie, ma di bombardare il Venezuela come l’Iran.

E a proposito di Iran, Machado ha abbracciato il pretendente al trono Reza Pahlavi, figlio dello shah tiranno rovesciato dalla rivoluzione, play boy internazionale e devoto di Israele. Il pretendente imperatore, che esulta per l’attacco terroristico di USA e Israele contro il suo paese, è stato subito accreditato come combattente per la libertà da diverse cancellerie occidentali ed in particolare è stato abbracciato da Zelensky: la nostra è la stessa lotta ha detto il dittatore (nel senso tecnico del termine perché in Ucraina sono state annullate le elezioni presidenziali).

Naturalmente anche Zelensky è un fanatico sostenitore di Netanyahu, al quale ha offerto i suoi droni per combattere quelli dell’Iran. Però il capo del governo di Israele è sempre restio a pubblici affratellamenti con il collega di Kiev, perché in troppi non gradiscono l’esaltazione che si fa oggi in Ucraina del nazista sterminatore di ebrei Bandera.

Se l’accordo con Zelensky resta sottobanco, quello con il presidente argentino Milei viene esaltato. L’ammiratore di Pinochet che ha portato alla fame la maggioranza del suo popolo, si è appena recato in Israele per fanatizzare il suo sionismo. Milei è sicuramente un fascista, ma è anche un seguace esaltato del liberismo economico e della ferocia genocida israeliana. E paradossalmente proprio per questo ha estimatori in Europa che si definiscono liberali.

Liberali che non dicono una parola contro il blocco genocida che Trump ha rafforzato contro Cuba, e che anzi sperano che il potere socialista nell’isola venga distrutto.

Insomma se proviamo a ricostruire la catena dell’internazionale nera attraverso le foto degli abbracci, vediamo che al centro di essa stanno saldamente Trump e Netanyahu, con guerre e genocidio.

Però attorno a costoro ruotano tanti che sono altrettanto reazionari, ma che vengono accreditati come campioni della libertà, anche tra chi si dichiari contrario a Trump e Netanyahu.

Ricordiamo che anche il PD ha salutato con commozione il Nobel a Machado; e le bandiere monarchiche di Pahlavi si sono unite a quelle di Israele e a quelle ucraine nel nome della libertà, anche nelle, sparute, piazze dell’europeismo italiano.

Per combattere davvero l’internazionale nera bisogna sapere che essa è sionista e arriva fino ai liberali.

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13/03/2026

L’ombra di Thiel su Roma

Un cenacolo segreto nella capitale

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies – la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo – arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?”. Una domanda legittima, a cui – come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio – non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

Chi è Peter Thiel: l’ideologo oscuro della tecno-destra

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto in Sudafrica durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti – e meno conosciuti dal grande pubblico – del Pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” – disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano – espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt – il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista – e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano [nei fatti chi – sulla base della forza e dentro una crisi di sistema – stabilisce il nuovo ordine che cancella il precedente, ndr]. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale”. – Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti» [manipolazione infame del Macbeth, ndr], Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo – qualcosa come il sistema ECHELON – come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

Palantir: il grande occhio che non dorme

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 – un anno prima che Thiel investisse in Facebook – nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence”. Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica.

In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la “sorveglianza predittiva”. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome (quelle che sparano da sole...).

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni – “sta cercando nuovi accordi?” – non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

Epstein, le società segrete e il “dialog”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures – co-fondato da Thiel – ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era – come ha scritto il manifesto – un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale – Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog – o qualcosa di molto simile – sbarca a Roma.

L’anticristo come progetto politico

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull’“Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective – un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà.

Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” – gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo – sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del Mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel – una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale – sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.
 
Roma 2026 e il convegno del Parco dei Principi

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti – la storia non si ripete mai con gli stessi attori – ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, giunge a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel – è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.
 
Il silenzio del governo e il vuoto dell’opposizione

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi una dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo – il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce, spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

Guerra a pezzi, caos organizzato e il nuovo ordine

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico – l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali – non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti – magistratura, media, università – vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

Cosa possiamo fare: una risposta possibile

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridendo nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione – blog, social, reti associative – ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica – parlamentare, giornalistica, associativa – per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel – e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno – richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola – si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

Fonti e riferimenti

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

Fonte

10/10/2025

Giappone - Takaichi nuova leader del LDP

La leadership del Partito Liberal Democratico (Ldp) del Giappone è stata conquistata da Sanae Takaichi. La signora ultra conservatrice e considerata una sorta di erede politica del defunto Shinzo Abe, ha avuto la meglio su Koizumi Shinjiro, l’altro favorito della contesa.

Takaichi, che ha subito parlato di una “nuova era”, potrebbe adesso diventare la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro del Paese. Ne avremo la certezza il prossimo 15 ottobre, quando verrà presumibilmente confermata dalla Dieta giapponese attraverso un voto di fiducia.

Il motivo dell’incertezza è semplice: anche se l’Ldp è il partito di maggioranza, la coalizione di cui fa parte non detiene più la maggioranza assoluta in entrambe le Camere, e questo rende non sicura la conferma automatica di Miss Takaichi, senza il sostegno di almeno una parte dell’opposizione.

La 64enne, la cui eroina è Margaret Thatcher, ha affermato che l'aspetta una “montagna di lavoro” per risollevare le sorti del suo partito, lo stesso che ha governato il Giappone quasi ininterrottamente per decenni, ma che ha perso consensi a causa di problemi interni e dall’avvento di altri piccole ma agguerrite formazioni politiche, a partire dal partito anti immigrazione Sanseito.

La nuova era Takaichi

“Insieme a molti di voi abbiamo inaugurato una nuova era per l’Ldp”, ha dichiarato Takaichi presso la sede centrale del Partito Liberal Democratico dopo aver vinto il ballottaggio contro il telegenico (e più moderato) Shinjiro Koizumi, di 20 anni più giovane di lei. “Invece di sentirmi felice in questo momento sento che ci aspetta una vera sfida. Sono convinta che ci sia una montagna di lavoro da affrontare insieme, unendo i nostri sforzi”, ha aggiunto.

In campagna elettorale, in merito al tema caldissimo dell’immigrazione e della crescente presenza di cittadini stranieri nel Paese, Takaici era stata chiara: a suo avviso il Giappone dovrebbe “riconsiderare le politiche che ammettono persone con culture e background completamente diversi”. Certo, un simile allarmismo da parte dei politici nipponici è raro, visto che parliamo di una nazione dove le persone nate all’estero rappresentano solo il 3% della popolazione, ma questo è comunque un segnale dei tempi.

In ambito economico, Takaichi ha in passato più volte sostenuto un allentamento monetario aggressivo e una grande spesa fiscale, riproponendo di fatto le ricette del suo mentore Abe. In campagna elettorale ha tuttavia moderato la sua posizione in materia, così come ha cercato di alleggerire la posizione sulla Cina.

La nuova era del Giappone

Il Giappone potrebbe insomma finire presto nelle mani di Takaichi, esponente di una delle correnti più radicali del Ldp. Di quella corrente, per la precisione, convinta che il motivo per cui il sostegno al partito sia diminuito sia da ricercare nell’allontanamento dall’originario dna di destra.

Ex ministro, conduttrice televisiva e appassionata batterista heavy metal, la signora, qualora dovesse essere confermata premier, troverà diverse sfide di fronte al suo cammino. Tra queste: la solita economia stagnante, le lamentele delle famiglie alle prese con un’inflazione inarrestabile, i salari immobili, le complicate relazioni tra Stati Uniti e Giappone, l’ascesa della Cina nell’Asia-Pacifico, le tensioni con la Corea del Nord.

Takaichi è una convinta conservatrice che si oppone alla legge che consente alle donne di mantenere il proprio cognome da nubile dopo il matrimonio e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. È anche una frequentatrice abituale del controverso santuario Yasukuni, dove i nazionalisti nipponici commemorano i caduti in guerra del Giappone. Comprese alcune figure condannate come “criminali di guerra”.

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17/09/2025

Quando la destra si spara addosso

di Paolo Persichetti

I nipotini dello stragismo tentano di utilizzare la morte di Kirk per riscrivere la storia della destra fascista, additano i migranti come il male della società, lasciandoli annegare in mare o provando a rinchiuderli in carceri oltre-confine. Chiagni e fotti, odia, spara e fai la vittima, sono gli ingredienti di un trumpismo maccheronico a cui la Meloni da voce facendo la faccia cattiva


Odia, spara e poi fai la vittima è questo il credo della destra attuale che Giorgia Meloni interpreta sapientemente riprendendo l’antico adagio «chiagne e fotte». La nuova narrazione lanciata con forza dalla premier durante la festa nazionale dell’Udc e ripresa nel videomessaggio inviato alla kermesse EuropaViva di Vox, dove ha sostenuto che il «sacrificio di Charlie Kirk ci ricorda ancora una volta da che lato sta la violenza e l’intolleranza», ripropone l’autoassoluzione storica della destra fascista. Washing narrativo diffuso in un dossier, Chi soffia sull’odio politico, predisposto dall’organo di propaganda interna ad uso dei gruppi parlamentari di Fdl per istruirli sui contenuti da proporre nelle dichiarazioni pubbliche. Addossare alla sinistra, intesa in termini talmente dilatati da togliere significato alla parola stessa, le colpe di un supposto clima di tensione, odio, escalation verbale e piccoli episodi, al cospetto dei quali persino i boyscout apparirebbero una gang del narcotraffico, è la trama del documento che elenca dichiarazioni di politici, alcuni uomini di cultura (pochi a dire il vero), qualche presa di posizione di collettivi, commenti social (sic!) e alcune scaramucce di strada che ovviamente dimenticano quanto sul versante opposto la destra fa e ha fatto, considerando anche alcuni omicidi e tentati omicidi contro migranti (ricordiamo i 6 migranti feriti nel raid armato di Luca Traini a Macerata nel febbraio 2018, conclusosi al grido «l’Italia agli italiani» o i due migranti senegalesi uccisi a Firenze da Gianluca Casseri, ex militante di CasaPound, nel 2011; ed ancora la mappatura degli atti di violenza e delle aggressioni omofobe e razziste realizzate da sigle o altri soggetti di estrema destra dal 2014 ad oggi, ben oltre il centinaio). Una sbobba da caserma che mette insieme un improbabile Pd, passando per i 5S, Avs, i Centri sociali, generici ambienti antagonisti, gli anarchici, alcune testate social, evocando persino gli anni '70, definiti anni di piombo, la lotta armata e le immancabili Brigate rosse, tutti colpevoli di aver diffuso un tale clima di terrore e odio da aver armato – qui si passa improvvisamente dalla scala nazionale a quella mondiale – le mani del giovane Tyler Robinson, responsabile della morte, dell’agitatore politico Charlie Kirk, un rampante del trumpismo.

Un destro che spara sulla destra

Le notizie che giungono dagli Stati Uniti ci raccontano tuttavia una situazione molto diversa. Il giovane proviene da una famiglia Maga, di religione mormone, totalmente schierata con il trumpismo. Non vi è alcuna traccia, anche lontana di cultura o posizioni politiche in circolazione nella sinistra americana, tra radical, Woke o antifa, come imprudentemente o volutamente era stato diffuso nelle prime ore, spingendo i nostri conigli nazionali, Saviano in testa a fare distinguo e straparlare a sproposito degli anni '70, dimenticando quello che diceva alcuni anni fa. Le foto apparse sui media mondiali mostrano un nucleo familiare che trovava normale recarsi al poligono di tiro e lasciarsi raffigurare con mitragliatrici tra le braccia. Fin da piccolo Tyler Robinson si è addestrato all’uso delle armi, ha imparato a sparare con fucili di precisione anche a lunga distanza, circostanza che spiega l’abilità dimostrata nel centrare al primo colpo da circa 200 metri Kirk. Un personaggio che apparentemente detestava perché troppo moderato per i suoi gusti. C’è chi lo ha affiliato ai Groypers, una formazione dell’ultra destra, Alt-right, che prese parte all’assalto di Capitol Hill del gennaio 2021, in rotta con l’organizzazione di Kirk, Turning Point, perché in alcune foto era ritratto nella una posa di un pupazzo simbolo di quel movimento. In attesa di capirne di più, appare forse più probabile che questo background da destra profonda americana si sia fuso col mondo virtuale dei videogame. Le frasi incise sui proiettili, stando a quanto si è potuto leggere, rinviano a codici tipici dei gamer e di alcuni giochi specifici, persino le parole «Bella ciao», inizialmente interpretate come una rivendicazione antifascista, sembrano indicare la familiarità con un gioco, Far Cry 6, ambientato in una dittatura e inserita pure nelle playlist online dei gruppi alt-right. Insomma la realtà appare più complessa di quel che si voleva far apparire all’inizio. L’unica cosa certa è che non vi è traccia di alcun progetto politico di sinistra che punti ad una aggressione armata del trumpismo, semmai quel che si osserva nella realtà è il contrario con la creazione di milizie governative dedite alla caccia allo straniero, l’uso della guardia nazionale per accerchiare le città governate dall’opposizione.

Qui in Italia invece si tenta di utilizzare l’episodio per riscrivere la storia della destra fascista e si additano i migranti come il male della società, lasciandoli annegare in mare o provando a rinchiuderli in carceri oltre-confine. Chiagni e fotti, odia spara e fai la vittima sono gli ingredienti di un trumpismo maccheronico a cui la Meloni da voce facendo la faccia cattiva.

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15/09/2025

L’estrema destra sfila per Londra. Per ora è questo l’unico risultato di Starmer

Sabato le strade di Londra sono state riempite da manifestanti razzisti, suprematisti, omofobi, che vogliono un Regno Unito – ancor più – chiuso ai migranti e governato con politiche securitarie. Se a organizzare il raduno, che ha visto partecipanti anche dal resto del Vecchio Continente, è stata l’estrema destra britannica, a preparare il terreno è stato il primo ministro ‘di sinistra’ Keir Starmer.

L’enorme marea nera contava 110 mila persone secondo le autorità, anche 150 mila secondo chi era presente, unite sotto lo slogan su cui è stata chiamata questa iniziativa: “Unire il Regno”. Non a caso, oltre a centinaia e centinaia di Union Jacks, anche le bandiere della Scozia e dell’Irlanda del Nord hanno sventolato a Londra.

I manifestanti hanno trovato il proprio catalizzatore nell’odio che è stato diffuso sapientemente contro i migranti nell’opinione pubblica, e che era sfociato in violenze lo scorso anno e alla fine di questa estate – eventi di cui abbiamo reso conto una decina di giorni fa. Eppure, la piazza di Londra esprime un gioco diplomatico più grande di una ‘semplice’ ondata reazionaria circoscritta alla Gran Bretagna.

Il volto dietro il corteo dell’estrema destra è quello di Tommy Robinson, alias di Stephen Christopher Yaxley-Lennon. Fascista britannico che è solito frequentare le prigioni del Regno, nel 2013 aveva fondato l’organizzazione English Defence League. Negli ultimi anni, è stato sostanzialmente vicino a Nigel Farage e le sue battaglie sono state enfatizzate dall’UKIP.

La marcia su Londra serve evidentemente a capitalizzare politicamente un clima razzista alimentato ad arte nel paese, e a raccogliere più consensi per una nuova classe dirigente che si candida a reindirizzare la politica estera britannica verso i desiderata statunitensi, e quella interna verso un autoritarismo non più celato, come quello di Starmer.

Non è un caso che tra gli interventi fossero previsti anche quelli di Steve Bannon e Elon Musk. Due personaggi che sono oggi in rotta col presidente degli USA Donal Trump, ma che comunque hanno espresso sempre linee nette, ad esempio, su come la guerra in Ucraina sia un affare europeo, e che gli europei debbano risolverselo. Le ultime dichiarazioni del tycoon vanno proprio in questa direzione.

C’è poi un’altra questione di politica estera che Robinson rappresenta: quella del sostegno a Israele. Il governo di Starmer ha tenuto una linea solidamente sionista, sostenendo e finanziando il genocidio dei palestinesi, dichiarando organizzazione terroristica Palestine Action, e procedendo all’arresto di centinaia di attivisti. Ma, a parole, si è opposto alla condotta di Tel Aviv.

Già questo è troppo per Robinson e la galassia della lobby sionista che lo sostiene. Il fascista britannico non ha mai nascosto il fatto che considera Israele come l’avanguardia occidentale nella lotta contro l’Islam, sia come religione sia come fenomeno politico. La marcia di Londra, dunque, è stata una prova riuscita di un’internazionale fascista che vuole far gettare la maschera all’establishment europeo.

Si parla di una classe dirigente fintamente democratica, completamente coinvolta nel genocidio dei palestinesi e dedita alla guerra, interna ed esterna, come unica via d’uscita dalla crisi economica e d’egemonia che vive. Starmer ne è un esempio lampante: invece di combattere il fascismo ne ha sposato le ragioni, e ora invece di recuperare consensi si ritrova 150 mila manifestanti alle porte di Downing Street.

Ad opporsi a questa marea nera c’era solo una manifestazione di 5 mila partecipanti, organizzata da Stand Up to Racism e guidata da Diane Abbott e Zarah Sultana. È solo ciò che si muove al di fuori del Labour che può esprimere una linea coerentemente antifascista, mentre il governo è completamente coinvolto in questa ondata reazionaria.

Se non vengono messi in dubbio contemporaneamente i progetti di riarmo, il sostegno a Israele e le politiche securitarie è evidente che il Regno Unito è destinato a scivolare ulteriormente verso l’estrema destra. E a preparargli il terreno sarà stato Starmer.

Fonte