Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/02/2026
Giappone - Trionfa Takaichi. Strada spianata al riarmo del Sol Levante
Con i dati in sostanza definitivi risulta che il PLD abbia conquistato 316 seggi dei 465 disponibili. Stando a quel che scrive Ultimora.net, sembra addirittura che 14 che dovevano andare al PLD “sono andati all’opposizione perché tutti i candidati nelle liste risultavano già eletti“.
L’affluenza ha raggiunto il 56%, tipica delle “democrazie” in uno stato di assoluto scollamento tra la classe dirigente e gli interessi della maggioranza della popolazione. L’opposizione può dare ancora battaglia nella Camera Alta, dove il PLD dovrà contrattare ogni voto, ma il passaggio del numero di seggi dell’alleanza centrista nata per contrastare Takaichi da 167 a 49 rappresenta un terremoto politico che non può non avere ripercussioni sull’intero corpo dei partiti coinvolti.
Takaichi ha escluso per ora un rimpasto di governo, anche se è evidente che gli equilibri interni della maggioranza si spostano nettamente a favore del suo partito. L’Ishin, altro partito della destra che fino a ora aveva garantito i voti necessari a governare, vedi il numero di seggi più o meno invariato. Cresce nettamente il Sanseito, partito di estrema destra che passa da 3 a 15 seggi.
Del resto, la stessa Takaichi ha usato una retorica, nella breve campagna elettorale, fortemente nazionalista, di attacco agli stranieri, e con il voto ha cercato un mandato più netto rispetto alle sue politiche economiche e quell riguardanti il riarmo giapponese. La prima ministra ha promesso di affrontare il nodo dell’inflazione e dell’aumento del debito, e allo stesso tempo ha affermato la propria adesione a politiche conservatrici in economia.
Ma la contraddizione che forse più delle altre mette in allarme i mercati è la promessa fatta a Donald Trump di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL. La maggioranza appena conquistata potrebbe consentire anche la revisione costituzionale dell’articolo 9, che in teoria proibisce a Tokyo di avere delle forze armate. Il Sol Levante dispone infatti solo di “Forze di Autodifesa” (Jieitai).
Nei fatti, i paletti costituzionali sono già stati superati da tempo, e basta pensare a come vengono liberamente interpretati nell’adesione del Giappone al QUAD, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza con USA, India e Australia. Ad ogni modo, una campagna di revisione della Costituzione sarebbe perfettamente in linea con la postura aggressiva tenuta nei confronti della Cina, in associazione con Taiwan.
Sul terreno della modifica della Costituzione potrebbe essere avanzata anche la revisione da tempo propugnata dei documenti strategici e del tipo di alleanze (anche economiche) lungo la First Island Chain, la linea di isole che rappresenta la prima linea di contenimento del Dragone secondo la strategia statunitense.
Ciò significherebbe, anche per il Giappone, la possibilità di rendere l’economia di guerra un volano economico, almeno nella propaganda governativa. Una politica di minaccia che porterebbe ad alzare la tensione lungo le coste asiatiche del Pacifico, ma che si adatta bene alla deriva bellicista dell’imperialismo occidentale e alla nuova postura trumpiana.
Fonte
01/12/2025
Chi gioca alla guerra su Taiwan?
di Michelangelo Cocco
Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.
La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.
Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).
I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.
Quelli del Partito progressista democratico (Dpp) di William Lai e del Partito liberal democratico (Ldp) di Sanae Takaichi sono due governi che hanno molto in comune: entrambi esecutivi di minoranza, stanno fomentando la paura della Cina per provare a rafforzarsi e hanno sposato senza riserve le politiche degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale per contrastare quello che percepiscono come un minaccioso vicino, la Cina di Xi Jinping, che ha reso la “riunificazione” di Taiwan parte della sua strategia di “grandioso risveglio della nazione cinese”.
Da quando, il 21 ottobre scorso, la leader ultra-nazionalista è diventata la prima donna premier del Giappone, la strategica “prima catena di isole” (Taiwan, Giappone, Filippine) è interamente guidata da governi ostili a Pechino.
E quello nipponico si è presentato alla Cina con la dichiarazione in parlamento di Takaichi del 7 novembre scorso, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi».
Pechino ha messo in campo una reazione a 360 gradi: convocazione dell’ambasciatore giapponese a cui ha presentato proteste, boicottaggio economico (turismo cinese in Giappone e pescato nipponico in Cina soprattutto) e una massiccia campagna di propaganda anti-giapponese in Cina.
Martedì scorso il governo di Tokyo ha adottato una risposta scritta a un’interrogazione parlamentare sulle osservazioni di Takaichi, sottolineando che esse «non cambiano la posizione coerente del governo».
Ma a Pechino questa parziale marcia indietro sembra non bastare: «è ben lontana dall’essere sufficiente», ha affermato il giorno successivo Mao Ning. Secondo la portavoce del ministero degli esteri cinese, «ciò che la Cina e la comunità internazionale vogliono chiarito è: qual è esattamente la cosiddetta posizione coerente del Giappone? Il Giappone aderisce ancora al principio di una sola Cina?».
La verità è che Takaichi ha fatto cadere un tabù e – nonostante il comunicato del suo esecutivo – non ha fatto dietrofront. La premier nipponica non riconosce Taiwan e la Cina continentale come un’unica entità e si è detta pronta a far intervenire il suo paese a difesa dell’isola. E lo scontro diplomatico che ha così scatenato con Pechino le sta giovando politicamente: in crescita nei sondaggi, secondo i media locali sarebbe tentata di sciogliere il parlamento per consolidare il proprio potere cercando di ottenere una maggioranza parlamentare con nuove elezioni.
La linea su Taiwan del governo giapponese si può intuire non solo dall’esternazione di Takaichi, ma anche, più concretamente, dai movimenti delle Forze di auto-difesa del Giappone (alleato che ospita 60.000 militari Usa).
Durante un’ispezione a Yonaguni, sabato scorso il ministro della difesa, Shinjiro Koizumi, ha annunciato che nell’isola giapponese a 110 chilometri da Taiwan saranno presto installate batterie di missili a medio raggio. Una mossa che, secondo Mao, «unita alle osservazioni errate della premier Sanae Takaichi su Taiwan, è estremamente pericolosa e dovrebbe destare seria preoccupazione tra i paesi vicini e la comunità internazionale».
Da Yonaguni è possibile colpire facilmente le navi della marina militare dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) che, dalla visita a Taipei dell’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi (2 agosto 2022), hanno aumentato frequenza e complessità delle esercitazioni per circondare Taiwan in vista di un possibile blocco navale o di un’invasione.
E attorno a Yonaguni è ruotato, nell’aprile scorso, un war game Giappone-Stati Uniti che ha simulato lo scenario di un attacco cinese alle basi Usa di Sasebo (Nagasaki) e Iwakuni (Yamaguchi) e uno sbarco dell’Epl proprio a Yonaguni.
Tokyo non ha classificato l’ipotetica offensiva cinese come “attacco diretto al Giappone”, che consentirebbe di esercitare il diritto all’autodifesa secondo la costituzione pacifista del dopoguerra (che impone tuttora rigidi limiti all’impiego delle forze armate), ma come una “situazione minacciosa per la sopravvivenza”, nella quale le Forze di Autodifesa del Giappone (SDF) sono autorizzate a usare la forza in virtù del diritto alla difesa collettiva.
Il concetto di “situazione minacciosa per la sopravvivenza” del Giappone – previsto dal diritto internazionale e che consente ad altri stati di intervenire in aiuto di uno stato attaccato – è lo stesso utilizzato da Takaichi a proposito della sua controversa uscita su Taiwan in parlamento.
A Taiwan intanto, martedì scorso, il premier Cho Jung-tai ha osservato che «dobbiamo sottolineare ancora una volta che la Repubblica di Cina (il nome ufficiale di Taiwan) è un Paese pienamente sovrano e indipendente». Pertanto, ha aggiunto Cho, «per i 23 milioni di abitanti della nostra nazione, la “riunificazione” non è un’opzione, questo è molto chiaro».
Il giorno successivo il presidente, William Lai Ching-te, ha fatto una “gaffe” in conferenza stampa, dichiarando che Pechino sta perseguendo l’obiettivo di «completare l’unificazione con Taiwan con la forza entro il 2027», un’affermazione senza alcun fondamento corretta in seguito sui suoi canali ufficiali per chiarire che si tratterebbe della preparazione a tale opzione e non di un attacco programmato entro il 2027.
Karen Kuo, portavoce dell’ufficio di Lai, ha dovuto chiarire che il 2027 non rappresenta una «data confermata di invasione», bensì di una previsione citata in valutazioni del Congresso e di think tank statunitensi.
La conferenza stampa in questione era quella in cui Lai ha presentato il budget per la difesa più massiccio della storia di Taiwan, 40 miliardi di dollari, anticipato con un editoriale sul Washington Post nel quale il presidente ha spiegato che la sua politica è ispirata alla reaganiana “Peace through strength”.
Le minacce della Cina a Taiwan e alla regione dell’Indo-Pacifico stanno aumentando. Di recente si sono verificate varie forme di intrusioni militari, oltre a campagne marittime nella gray zone e di disinformazione in Giappone, nelle Filippine e nello Stretto di Taiwan, causando profonda inquietudine e disagio a tutte le parti della regione. Taiwan, come parte più importante e cruciale della prima catena di isole, deve dimostrare la propria determinazione e assumersi una maggiore responsabilità nell’autodifesa. La sovranità nazionale e i valori fondamentali di libertà e democrazia sono le basi stesse della nostra nazione.
Lai ha annunciato un bilancio speciale per la difesa di 1.250 miliardi di dollari taiwanesi (39,9 miliardi di dollari statunitensi), che include finanziamenti per un sistema di difesa aerea “Taiwan dome” con capacità avanzate di rilevamento e intercettazione.
I fondi saranno distribuiti nell’arco di otto anni, a partire dal prossimo anno fino al 2033.
In precedenza, Lai aveva promesso di aumentare la spesa per la difesa fino al 5 per cento del Pil, rispondendo alla necessità degli Stati Uniti di scaricare in parte il peso della difesa dell’isola sull’isola stessa e proprio come il Giappone, che quest’anno, con due anni di anticipo, raggiungerà la soglia del 2 per cento, per puntare oltre.
Mentre gli Stati Uniti, il 30 ottobre scorso, hanno siglato con la Cina una tregua commerciale di un anno, iniziando un’evidente distensione nelle relazioni bilaterali, su Taiwan si è riaccesa la tensione per le mosse di Tokyo e Taipei, due tra i loro più importanti alleati nel Pacifico occidentale.
Si tratta, ovviamente, di mosse (come quella dell’installazione di missili a Yonaguni) che non possono essere state fatte all’insaputa di Washington.
Trump se l’è cavata con la doppia telefonata, lunedì a Xi e il giorno successivo a Takaichi, con la quale ha ufficialmente provato a gettare acqua sul fuoco dello scontro sino-nipponico.
A Xi Trump ha assicurato che «gli Usa comprendono quanto la questione di Taiwan sia importante per la Cina». Mentre a Takaichi, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ha consigliato di abbassare i toni.
A Taiwan c’è un grande dibattito (ne abbiamo parlato nel podcast Taiwan alla prova di Trump) sulla politica di Trump, che le ha tolto lo “scudo di silicio” e che sostiene meno il Dpp rispetto alla precedente amministrazione.
Anche se è probabile – ma bisogna aspettare per tirare le somme – che Trump non sostenga Taiwan come il suo predecessore, seguendo una linea che punta anzitutto agli affari, non ideologica, è tuttavia chiaro che la strategia degli Stati Uniti è comunque quella di un contenimento della Cina.
E le mosse sul terreno, a partire dai preparativi militari di tutte le parti coinvolte, dicono che il pericolo di un conflitto su Taiwan non è affatto scongiurato.
Fonte
26/11/2025
Il Giappone provoca la Cina. Missili a medio raggio a poca distanza da Taiwan
La diatriba di inizio mese era arrivata persino all’ONU lo scorso venerdì, con il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Fu Cong, che ha scritto una lettera al Segretario Generale, Antonio Guterres, affermando: “se il Giappone osasse tentare un intervento armato nella situazione delle due sponde dello Stretto, sarebbe un atto di aggressione”.
La nuova mossa del Sol Levante non è un’aggressione in senso stretto, ma di certo mira a infuocare la regione. È sull’isola di Yonaguni, infatti, che verranno posizionati missili “di Tipo 03, in grado di intercettare minacce balistiche”, riporta l’ANSA. Il ministro della Difesa giapponese, Shinjiro Koizumi, ha definito non corrette le opinioni secondo cui ciò aumenterà le tensioni regionali. Anche perché i sistemi missilistici possono colpire bersagli aerei solo fino a 48 km di distanza.
Ma non si capisce cosa dovrebbero difendere se non i cieli intorno all’isola di Formosa, dato che il Giappone non è di certo un obiettivo del Dragone. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato che la Cina “non permetterà mai alle forze di estrema destra giapponesi di invertire il corso della storia, non permetterà mai l’interferenza di forze esterne negli affari taiwanesi, né la rinascita del militarismo giapponese”.
Takaichi è conosciuta per le sue posizioni nazionaliste, ma anche per il suo profilo che risponde perfettamente alla tendenza alla guerra che l’imperialismo occidentale e i suoi alleati hanno imboccato. Ed è chiaro che sta promuovendo un braccio di ferro con Pechino per mantenere con le promesse fatte nella corsa alla guida del suo schieramento (il Partito Liberaldemocratico).
Ma anche perché gli ultimi sviluppi sul conflitto in Ucraina mostrano che il baricentro della politica mondiale si sta spostando sempre più verso l’Indo-Pacifico. La UE è al momento un nano nello scenario globale, e Trump sta evidentemente spostando l’attenzione di Washington verso l’America Latina e la “West Coast”.
Takaichi ha ricevuto The Donald a fine ottobre, e si è accordata per investimenti e accordi sulle terre rare in cambio della stabilizzazione dei rapporti commerciali. Ora la politica nipponica vuole provare a riguadagnare per il proprio paese un ruolo di primo piano nello scenario del Pacifico.
Il tutto, ovviamente, pone pressione alla Cina, sul tema considerato imprescindibile della riunificazione dell’arcipelago considerato ribelle al paese. E appunto, Tokyo si comporta come se il Dragone stesse preparando la conquista del mondo, e non stesse rivendicando un territorio la cui indipendenza non è formalmente riconosciuta quasi da nessuno, nemmeno dal Giappone stesso.
Un dossier che Trump aveva sapientemente glissato durante l’incontro con Xi Jinping che, meno di un mese fa, ha permesso di ristabilire un quadro di competizione dura, ma comunque normata in maniera prevedibile.
La “linea rossa” tra i due presidenti si è concretizzata in una telefonata, alla fine della quale la parte cinese ha ribadito il ritorno di Taiwan alla Cina come parte dell’ordine post-bellico. Mentre la parte stelle-e-strisce ha evitato l’argomento: sul social Truth, Trump ha parlato di economia e sostegno cinese alla pace nel conflitto ucraino.
Non sembra dunque assurdo che, mentre la Casa Bianca stabilisce il terreno della competizione egemonica, lasci alla guerrafondaia giapponese il compito di premere l’acceleratore sulla dimensione militare.
Fonte
20/11/2025
Che succede tra Cina e Giappone?
Shanghai non può più essere colpita con missili Tomahawk dalla base dei marine di Iwakuni. I lanciatori Usa Typhon – rimasti nella prefettura giapponese di Yamaguchi ben oltre la durata del war game Usa-Giappone “Resolute Dragon 2025”, per il quale vi erano stati installati a settembre – sono stati infine rimossi, ha annunciato l’altro ieri il ministero della difesa di Tokyo nel bel mezzo della crisi diplomatica scoppiata tra Cina e Giappone.
I missili Usa di medio raggio, testati per la prima volta in Giappone (e già provati nelle Filippine), così come la risposta di Pechino all’esternazione su Taiwan della neopremier nipponica Sanae Takaichi, sono un sintomo delle cause profonde di questa crisi: nel Pacifico occidentale l’egemonia Usa sta subendo forti scossoni, sia per l’ascesa economico-militare della Cina, sia per la scelta di Washington di delegare in parte agli alleati la difesa dei suoi interessi e i relativi oneri.
La dichiarazione che ha dato il via alla controversia, pronunciata dall’ultra-nazionalista Takaichi il 7 novembre scorso in parlamento, secondo cui, nell’eventualità di uno scontro tra la Repubblica popolare cinese e Taiwan, «se ciò comporta l’impiego di navi da guerra e azioni militari, potrebbe a tutti gli effetti trasformarsi in una situazione minacciosa per la sua sopravvivenza, in cui il Giappone potrebbe ricorrere all’uso della forza per difendersi», non è che l’epifenomeno di un malessere più diffuso, da Pechino a Tokyo, Manila, Taipei e Seul: quello della diffidenza reciproca e il conseguente riarmo a tappe forzate, che evidenziano quanto sia concretamente percepito il rischio di una prossima guerra nel Pacifico.
Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra di logoramento della Russia all’Ucraina e (decisamente molto meno) sull’annosa questione palestinese, è nell’Asia-Pacifico, l’area economicamente più dinamica del Pianeta, nella quale sta crescendo l’influenza cinese, che si registrano i cambiamenti in grado di produrre una drammatica rottura tra la potenza in ascesa e quella egemone.
Queste trasformazioni sono innanzitutto economiche, con le compagnie cinesi che, per la prima volta nella storia, rosicchiano alle concorrenti delle economie avanzate fette di mercati di beni di consumo ad alto valore aggiunto, contribuendo così a un ulteriore avanzamento della Cina.
Alla diffusione della narrazione sulla Cina che vuole “conquistare il mondo” si accompagna un riarmo a tappe forzate. Da anni il tasso d’incremento delle spese militari di Pechino supera quello del prodotto interno lordo, e con la gigantesca parata del 3 settembre in piazza Tiananmen, nonché la più recente entrata in servizio della terza portaerei made in China, sono apparse chiare la qualità e la rapidità dell’ammodernamento dell’Esercito popolare di liberazione.
E gli alleati Usa nella regione non stanno a guardare. Le Filippine hanno dato maggiore accesso all’arcipelago ai militari Usa, provato il sistema Typhon, e stretto una cooperazione militare con il Giappone; quest’ultimo ha portato le spese militari al 2 per cento del Pil con un paio d’anni d’anticipo sulle previsioni, rafforzato l’alleanza con gli Usa e avviato lo smantellamento della Costituzione pacifista; la Corea del Sud ha ottenuto l’ok da Washington per dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare.
Di questioni irrisolte ed esplosive, potenziali casus belli, nella regione ce ne sono almeno tre. Taiwan, con la Cina di Xi che insiste sulla necessità della “riunificazione”, senza escludere l’uso della forza per portarla a compimento; il Mar cinese meridionale, nel quale Pechino ha contenziosi territoriali con diversi vicini, a cominciare dalle Filippine; il Mar cinese orientale, con l’arcipelago delle Diaoyu-Senkaku conteso tra Cina e Giappone.
Ovviamente non c’è alcun automatismo tra queste dispute e lo scoppio di una guerra. Pechino, ad esempio, sostiene di voler risolvere le controversie nel Mar cinese meridionale col dialogo bilaterale o attraverso l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean), mentre ritiene quella di Taiwan una questione “interna”, rispetto alla quale respinge ogni ingerenza.
Tuttavia a spingere nella direzione dello scontro è il cambiamento del quadro regionale. Con il riarmo della Cina, soprattutto navale, a sostegno delle rivendicazioni di Pechino su Taiwan e nei “suoi” mari. E, in egual misura, con il nuovo containment Usa, una riedizione di quello della Guerra fredda che, come contro l’URSS, vede ogni iniziativa cinese – politica, economica, militare – come una minaccia, alla quale opporre contromisure per frenarne l’espansione.
E poi c’è il vento del nazionalismo, che soffia forte a Pechino come a Tokyo. In Cina il 90 per cento della popolazione non si fida dei giapponesi e viceversa, secondo un recente sondaggio incrociato, mentre negli ultimi mesi ci sono stati attacchi a cittadini giapponesi in Cina e cinesi in Giappone.
Ipotizzando un intervento militare del Giappone a difesa di quella che Pechino considera una sua provincia (occupata dal Giappone dal 1895 al 1945), la leader del partito liberaldemocratico ha scavalcato il principio al quale si attengono ufficialmente sia il suo paese sia gli Usa, la cosiddetta “ambiguità strategica”.
Takaichi ha fatto un clamoroso pasticcio all’esordio del suo governo? No, la sessantaquattrenne erede di Shinzo Abe ha sostenuto da premier ciò che il suo mentore aveva detto mentre non ricopriva l’incarico: il Giappone si riarma anche per fronteggiare la Cina. È un cambiamento strategico, non una gaffe, per questo Takaichi si rifiuta di ritrattare la sua dichiarazione, come chiede Pechino.
L’altro elemento che riflette la magnitudo dei cambiamenti in corso è l’ampiezza e la fermezza della reazione che Pechino ha scatenato dopo l’uscita di Takaichi, che lascia immaginare due cose, dalle conseguenze molto profonde: che la Cina percepisca le politiche degli Usa e dei loro alleati regionali proprio come un containment da spezzare; che la Cina si senta ormai una grande potenza, pronta a tutelare i suoi interessi con ogni mezzo.
La prima risposta alle dichiarazioni di Takaichi è stata quella classica, la convocazione dell’ambasciatore giapponese a Pechino, per porgergli proteste presentate come provenienti direttamente dalla leadership, come ad accrescerne la solennità. Immediatamente è stata attivata l’oliata e sempre più pervasiva macchina della propaganda, soprattutto attraverso i social, che ha presentato Takaichi come un mostro che vuole far rivivere gli orrori del militarismo imperiale nipponico.
Per inciso, la storia dell’occupazione e dei massacri giapponesi in Cina in questa vicenda conta. Dal massacro di Nanchino alle nefandezze dell’Unità 731 comandata da Shiro Ishii, quella memoria viene tramandata da decenni sia a tutela della legittimità del partito che (assieme al Kuomintang) ha liberato il paese dagli occupanti, sia per contrastare ogni nuova tentazione militarista di Tokyo.
Poi è arrivato l’invito del governo a studenti e tour operator a non andare in Giappone (a poco più di un mese dal Capodanno cinese, per l’economia nipponica si profilano perdite pesanti), perché il paese sarebbe “pericoloso”. Su questo fronte – quello economico-commerciale – nei prossimi giorni la Cina potrebbe esercitare ulteriori pressioni sul Giappone, per ottenere il dietrofront di Takaichi. Navi della guardia costiera di Pechino si sono dirette verso le isole contese Diaoyu-Senkaku.
Infine, il Quotidiano del popolo, ha esortato le nazioni asiatiche a restare “in massima allerta” di fronte al potenziale “pericoloso” orientamento strategico del Giappone, tracciando un paragone tra Takaichi e il militarismo imperiale nipponico.
Insomma una risposta molto dura, mentre il ministero degli esteri ha fatto sapere che il premier, Li Qiang, non ha intenzione di incontrare Takaichi al summit del G20 in Sudafrica del 22-23 novembre.
In Occidente la reazione di Pechino può apparire esagerata. In fondo la premier nipponica ha “semplicemente” ipotizzato un intervento militare del Giappone nel caso che un’azione di Pechino nei confronti di Taiwan rappresentasse una minaccia esistenziale.
Per chi governa la Cina ininterrottamente dal 1949 invece si è trattato di una risposta necessaria, in linea con la costante, quotidiana riaffermazione della sovranità di Pechino su Taiwan. Che piaccia o no, siamo di fronte a una grande potenza che rivendica sovranità sull’isola, che giudica storicamente sua e geopoliticamente strategica, che ha come obiettivo la “riunificazione” di quel territorio, e che non può tollerare che la premier di un paese vicino, membro del G7 e alleato degli Stati Uniti, metta in dubbio tale sovranità.
Dal ritorno alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, di Donald Trump, i diplomatici e funzionari cinesi hanno letteralmente martellato l’amministrazione repubblicana, avvertendola di non superare le cosiddette “linee rosse” su Taiwan (sostegno all’indipendentista Partito progressista democratico e massicci armamenti a Taipei), confidando, con Trump, in un relativo “disinteresse” di Washington per quella che resta comunque una postazione strategica da difendere, ma che Trump è meno propenso ad armare e alla quale ha tolto il cosiddetto “scudo di silicio” ottenendo massicce localizzazioni negli Stati Uniti di TSMC, la compagnia taiwanese leader globale nella produzione di microchip.
Se Pechino da decenni condiziona le relazioni diplomatiche al riconoscimento (e alla continua riaffermazione) da parte dei propri partner del principio “una sola Cina” e dedica un’attenzione ossessiva alle mosse di Washington su Taiwan, per scrutarne ogni possibile, minimo mutamento che potrebbe esser letto come a favore di Taiwan, nei confronti di un paese del G7, alleato e satellite degli Usa, non ci si poteva aspettare che una simile reazione.
E Pechino non si fermerà fin quando non avrà ottenuto la retromarcia ufficiale di Takaichi, o qualcosa che le somigli molto.
Fonte
29/10/2025
Accordo USA-Giappone su investimenti e terre rare, in pressing su Pechino
Ma al di là dell’apparentamento ideologico tra i due leader, rimaneva il nodo di cosa Tokyo può fare per Washington. La seconda amministrazione Trump, prima ancora che i suoi nemici strategici, sta facendo pagare lo scotto della sua egemonia in crisi innanzitutto ai suoi ‘alleati’, a cui viene chiesto di ripagare decenni di protezione.
La prima prova di Takaichi di fronte al padrone oltreoceano è andata bene, perché la prima ministra giapponese aveva tre carte da mettere sul tavolo: la conferma degli investimenti promessi negli Stati Uniti, l’aumento delle spese militari, un accordo sulle terre rare. Quest’ultimo tema è uno strumento dirimente nel braccio di ferro con la Cina.
Domani Trump dovrebbe vedere Xi Jinping a Seoul. Sul terreno delle terre rare si è consumato lo scontro commerciale delle ultime settimane, e il tycoon sta mettendo in campo una serie di intese per garantirsi una maggiore indipendenza dalle filiere cinesi. I piani concordati recentemente con l’Australia vanno in questa direzione.
Il “Quadro di Tokyo” appena stipulato prevede nuovi investimenti pubblici e privati per “rafforzare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento di minerali critici e terre rare”, oltre alla creazione di un Gruppo di Risposta Rapida USA–Giappone per gestire eventuali situazioni emergenziali.
Questo “Quadro” assume particolare importanza in vista dello sfruttamento dell’enorme giacimento di terre rare scoperte al largo di Minamitorishimo, per il quale gli Stati Uniti contribuiranno, finanziariamente e con le proprie tecnologie, alle operazioni di estrazione che dovrebbero partire il prossimo anno.
Accanto a questo dossier, c’era quello degli investimenti giapponesi negli States, per finanziarne la reindustrializzazione. Il Segretario al Commercio USA Howard Lutnick ha confermato un pacchetto di 550 miliardi di investimenti giapponesi su vari settori. Significativo è il fatto che la casa automobilistica Toyota dovrebbe spendere fino a 10 miliardi di dollari per aprire nuovi stabilimenti negli Stati Uniti.
Di grande valore è anche l’investimento nipponico per la cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti di gas naturale dell’Alaska, per la produzione di GNL. Tutto questo per il mantenimento dei dazi al 15%. L’intesa tra Tokyo e Washington, però, prevede anche che la prima smetta di acquistare GNL da Mosca: le pressioni statunitense non hanno solo risvolti economici, ma anche geopolitici e strategici.
Non a caso, dopo l’incontro al Palazzo di Akasaka, Trump ha deciso di incontrare le famiglie dei cittadini giapponesi rapiti decenni fa: un messaggio per Pyongyang. I due capi di governo si sono poi diretti verso la base navale di Yokosuka, dove Takaichi ha ribadito l’impegno a difendere “un Indo-Pacifico libero e aperto”.
Ancora una volta, il riferimento che rimane sullo sfondo è al ruolo della Cina. La prima ministra nipponica ha confermato che il Giappone aumenterà le spese militari al 2% del PIL. Trump, da parte sua, ha annunciato il via libera alla fornitura di missili per gli F-35 giapponesi, altro equipaggiamento militare che andrà a ingrassare il complesso militare-industriale stelle-e-strisce.
I punti su cui USA e Giappone si sono accordati confermano l’atteggiamento di Washington, e stabilizzano – almeno per il momento – il quadro dei dazi e degli investimenti richiesti a Tokyo, mentre rafforzano la tendenza alla guerra generale. L’attenzione alle terre rare va ad aggiungere un ulteriore tassello alla cornice di pressione che gli Stati Uniti stanno costruendo intorno alla Cina, attendendo di vedere su quali base domani si muoverà la ricomposizione (solo momentanea, è evidente) degli interessi divergenti delle due superpotenze.
Fonte
10/10/2025
Giappone - Takaichi nuova leader del LDP
Takaichi, che ha subito parlato di una “nuova era”, potrebbe adesso diventare la prima donna a ricoprire la carica di primo ministro del Paese. Ne avremo la certezza il prossimo 15 ottobre, quando verrà presumibilmente confermata dalla Dieta giapponese attraverso un voto di fiducia.
Il motivo dell’incertezza è semplice: anche se l’Ldp è il partito di maggioranza, la coalizione di cui fa parte non detiene più la maggioranza assoluta in entrambe le Camere, e questo rende non sicura la conferma automatica di Miss Takaichi, senza il sostegno di almeno una parte dell’opposizione.
La 64enne, la cui eroina è Margaret Thatcher, ha affermato che l'aspetta una “montagna di lavoro” per risollevare le sorti del suo partito, lo stesso che ha governato il Giappone quasi ininterrottamente per decenni, ma che ha perso consensi a causa di problemi interni e dall’avvento di altri piccole ma agguerrite formazioni politiche, a partire dal partito anti immigrazione Sanseito.
La nuova era Takaichi
“Insieme a molti di voi abbiamo inaugurato una nuova era per l’Ldp”, ha dichiarato Takaichi presso la sede centrale del Partito Liberal Democratico dopo aver vinto il ballottaggio contro il telegenico (e più moderato) Shinjiro Koizumi, di 20 anni più giovane di lei. “Invece di sentirmi felice in questo momento sento che ci aspetta una vera sfida. Sono convinta che ci sia una montagna di lavoro da affrontare insieme, unendo i nostri sforzi”, ha aggiunto.
In campagna elettorale, in merito al tema caldissimo dell’immigrazione e della crescente presenza di cittadini stranieri nel Paese, Takaici era stata chiara: a suo avviso il Giappone dovrebbe “riconsiderare le politiche che ammettono persone con culture e background completamente diversi”. Certo, un simile allarmismo da parte dei politici nipponici è raro, visto che parliamo di una nazione dove le persone nate all’estero rappresentano solo il 3% della popolazione, ma questo è comunque un segnale dei tempi.
In ambito economico, Takaichi ha in passato più volte sostenuto un allentamento monetario aggressivo e una grande spesa fiscale, riproponendo di fatto le ricette del suo mentore Abe. In campagna elettorale ha tuttavia moderato la sua posizione in materia, così come ha cercato di alleggerire la posizione sulla Cina.
La nuova era del Giappone
Il Giappone potrebbe insomma finire presto nelle mani di Takaichi, esponente di una delle correnti più radicali del Ldp. Di quella corrente, per la precisione, convinta che il motivo per cui il sostegno al partito sia diminuito sia da ricercare nell’allontanamento dall’originario dna di destra.
Ex ministro, conduttrice televisiva e appassionata batterista heavy metal, la signora, qualora dovesse essere confermata premier, troverà diverse sfide di fronte al suo cammino. Tra queste: la solita economia stagnante, le lamentele delle famiglie alle prese con un’inflazione inarrestabile, i salari immobili, le complicate relazioni tra Stati Uniti e Giappone, l’ascesa della Cina nell’Asia-Pacifico, le tensioni con la Corea del Nord.
Takaichi è una convinta conservatrice che si oppone alla legge che consente alle donne di mantenere il proprio cognome da nubile dopo il matrimonio e ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. È anche una frequentatrice abituale del controverso santuario Yasukuni, dove i nazionalisti nipponici commemorano i caduti in guerra del Giappone. Comprese alcune figure condannate come “criminali di guerra”.
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