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venerdì 31 agosto 2018

Attentato a Donetsk, ucciso il capo della Repubblica Popolare Alexander Zakharchenko

Alexander Zacharchenko, leader della Repubblica Popolare di Donetsk, eroe della resistenza della città al regime fascista di Kiev, è stato ucciso oggi pomeriggio in seguito a un'attentato, avvenuto alle 17:30 circa, ora locale, mentre si trovava in un bar della città. Il leader sarebbe morto in ospedale in seguito alle gravi ferite riportate. Assieme a lui risulta ferito il Ministro delle Finanze, Alexander Tymofeviev.

Alexander Zacharchenko, dopo l'Euromaidan e le rivolte antifasciste nel Donbass, si era unito alle milizie popolari e aveva partecipato all'occupazione del Palazzo dell'Amministrazione Regionale, nell'aprile del 2014. Dal 2 novembre del 2014 era il capo della Repubblica Popolare di Donetsk, eletto con il 77,51% delle preferenze.

Maria Zacharova, portavoce del Ministero degli Esteri Russo, commenta così questo omicidio: «Vi è ogni ragione di credere che dietro all’assassinio c’è il regime di Kiev».

Segue con parole durissime:

«Anziché rispettare gli accordi di Minsk e cercare una via d'uscita dal conflitto interno, la parte ucraina realizza uno scenario terroristico, aggravando ancora di più la già difficile situazione. L'Ucraina non avendo mantenuto le promesse di pace ha ora deciso di passare alla guerra di sangue».

Conclude chiedendo che la comunità internazionale guidi un'indagine super partes per trovare i responsabili dell'omicidio del leader politico.

Intanto l'agenzia Interfax dà la notizia dell'arresto dei sospetti attentatori e sabotatori ucraini, da parte delle forze di sicurezza della repubblica popolare.

La morte di Zacharchenko apre una pericolosa fase di instabilità politica, non solo per la Repubblica Popolare di Donetsk, ma per tutto il Donbass.

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Pericolo fascista e unità. Ma con chi e per cosa?

Nell'immigrazione italiana in Francia tra la fine degli anni '30 e l'inizio degli anni '40, i comunisti, per un lungo periodo, si trovarono isolati. Almeno fino all'invasione dell'URSS da parte dei nazisti, i rari documenti dell'Internazionale Comunista indicavano con nettezza che occorreva rifiutare ogni alleanza con le forze della borghesia (e con i socialisti) limitandosi a condurre una lotta contro il fascismo interno al proprio paese in maniera totalmente autonoma e indipendente.

Pesava ovviamente il recente fallimento dei fronti popolari in Spagna e Francia, il patto di Monaco tra il governo francese e il governo tedesco votato dai socialisti e la stipula del patto Molotov - Ribbentrop attraverso il quale l'URSS prendeva tempo e riorganizzava le file convinta dell'imminente attacco tedesco.(1)

Molti anni dopo Giorgio Amendola in “Lettere a Milano”(2), ragiona su quel periodo e ricorda la fedeltà del gruppo dirigente (almeno di quel che ne restava in condizione di dispersione e isolamento) alle direttive internazionali non nascondendo un certo scetticismo personale.

Non a caso, l'invasione dell'URSS viene ricordata dal dirigente del Partito Comunista come una tragedia, che però metteva fine a un periodo di incertezza e schierava nettamente i comunisti dalla parte dell'unità contro il pericolo fascista.

Le svolte dell'Internazionale Comunista negli anni a cavallo tra le due guerre mondiali sono oggetto di studio del movimento comunista da anni. Su di esse si concentrano molte critiche e le analisi divergono. Ma non è questo il punto. Ciò che qui si vuol sottolineare è come, ad un certo punto, la politica dei comunisti cambia radicalmente in virtù di una situazione in cui occorreva mettere da parte la specificità comunista (nessuna alleanza né con la borghesia né con i traditori socialisti) e lavorare per riunire l'antifascismo.

Oggi diventa interessante rileggere quelle pagine di storia per effettuare qualche confronto con il presente. Ovviamente occorre rileggerle non per ripetere meccanicamente le azioni intraprese allora, ma per capire quali fossero le forze in gioco e in che modo la situazione venne analizzata.

In particolare Amendola si soffermava sulle direttive internazionali che spiegavano che era in corso una guerra tra imperialisti e che i comunisti non dovevano schierarsi né da una parte né dall'altra. Col senno di poi, scrivendone anni dopo, il dirigente del PCI osservava che in quegli anni il fascismo in Italia aveva già dimostrato ampiamente la propria ferocia politica instaurando una dittatura, incarcerando buona parte dei dirigenti politici dell'opposizione, avviando le leggi razziali e stringendo l'alleanza con il nazismo. Per Amendola, nonostante la fedeltà alle direttive dell'Internazionale, la situazione avrebbe richiesto un diverso approccio.

Più che nel merito delle scelte ci interessa qui capire come si sia svolto il ragionamento, osservando da un lato la natura dei regimi fascisti e la loro forza, dall'altro la natura di chi vi si opponeva, considerando la forza del movimento comunista e la sua possibilità di incidere, difendersi e contrattaccare. L'unione di queste tre analisi porta poi al da farsi. Si badi bene che molto spesso, le analisi entrano in contraddizione tra di loro. E ogni azione da intraprendere potrà avere effetti negativi o positivi da valutare con attenzione.

Soffermarsi sul metodo delle scelte ci sembra particolarmente importante visto che è necessario un paragone con la situazione odierna.

Ovviamente è cambiato decisamente il contesto in cui agiscono i vari soggetti. Esistono quindi analogie e differenze che però possono portare a esiti totalmente diversi.

E' quindi necessario chiedersi non solo se Salvini e altri (compresi i vari assi con le destre reazionarie in Europa) siano pericolosi o meno, ma capire bene il contesto in cui si muovono e prosperano, capire la natura delle proposte alternative in campo e quindi agire di conseguenza.

Quando i comunisti, a livello internazionale puntarono al fronte unico antifascista (e in Italia ciò pose le basi per il C.L.N.)(3) si era in situazione di guerra dispiegata; il regime fascista e quello nazista erano propriamente dittature e non governi di coalizione. Per limitarci al solo fascismo italiano si arrivava da vent'anni in cui si era condotta una guerra di annientamento contro l'opposizione con carceri e uccisioni. La libertà di stampa era stata abolita e il regime controllava ogni forma istituzionale.

Pur non sottovalutando i pericoli odierni, siamo in quella situazione?

Per noi la risposta è no. Basta guardare alla vicenda dell'immigrazione o della crescita degli atti intimidatori dei neofascisti. Qui non si tratta di negare il salto tutto propagandistico in senso reazionario portato dalla Lega Nord, si tratta di vedere i dati reali.

Le morti in mare e la strage di inermi nel Mediterraneo non sono una novità e i governi precedenti, al netto di una retorica diversa, non si muovevano in modo differente, così come i profughi che venivano accolti andavano a riempire i centri di accoglienza in condizioni assolutamente inaccettabili anche prima dell'avvento dei “nuovi barbari”.

Per quanto riguarda le aggressioni e le intimidazioni neofasciste non nascono qualche mese fa, ma sono una costante da anni. Vorremmo capire la differenza tra un governo a guida PD che non muove un dito quando un neofascista spara a Firenze(4) o a Macerata(5) e un Salvini che si limita a girare la testa da un'altra parte oggi. Tra l'altro, qualche mese fa, a Genova un compagno dell'Assemblea Antifascista è stato accoltellato alle spalle(6), ma allora né il Viminale di Minniti né la Repubblica ritennero opportuno lanciare una qualsivoglia campagna contro i fascisti(7).

Oggi ha senso manifestare in piazza il proprio dissenso a Salvini facendosi accompagnare da questi personaggi? Ha senso lottare contro il “sovranismo” chiedendo più Europa quando la stessa Unione Europea tace per tutto il periodo dell'emergenza Diciotti e non riesce a venire a capo di una revisione del trattato di Dublino? Ha senso chiedere l'intervento del Presidente della Repubblica, che ha sollevato un caso istituzionale contro Paolo Savona perché ministro non gradito alla UE e non ha detto una parola quando un pericoloso razzista come Salvini diventava Ministro dell'Interno?

Macron, che dichiara la propria inimicizia nei confronti di Salvini e Orban, è veramente alternativo a questi ultimi? Ha senso lottare contro la sovranità nazionale, feticcio delle destre in Italia e in altri paesi d'Europa, riproponendo un sovranismo allargato, i cui confini si estendono all'intera Unione, come proposto da Francia e Germania? Quale è la fondamentale differenza tra un ministro che usa 170 poveri eritrei come arma di ricatto e il PD che ha firmato accordi per creare lager in Libia dove le condizioni sono ancora più inumane?

Vi è poi la questione della coerenza che si dimostrerebbe alleandosi con partiti e movimenti i quali, con politiche di austerità che alimentano la diseguaglianza, hanno effettivamente spianato la strada alla crescita delle destre reazionarie. Anche qui, a ben vedere, sono possibili analogie con gli anni '30 del secolo scorso, ma anche grandi diversità.

Come è noto, lo sviluppo del fascismo negli anni '20 e '30 è stato sostanzialmente causato da due fattori principali: lo sfacelo economico dovuto al primo conflitto mondiale con le enormi sofferenze che colpivano duramente le classi popolari in alcuni stati e la necessità di difendere alcuni interessi padronali contro l'offensiva del movimento operaio e socialista.

Per quanto riguarda la situazione economica e sociale, sono evidenti le analogie con quello che stiamo vivendo oggi. Inoltre si possono osservare altre analogie tra il ruolo nefasto esercitato dalle socialdemocrazie negli anni tra il primo e il secondo conflitto mondiale e quello esercitato in questi anni da una “sinistra” che, in Europa, ha lavorato ovunque contro le classi popolari(8).

Tuttavia manca, in questa fase, l'elemento storico della lotta contro l'offensiva del movimento operaio che fu decisivo per la creazione del blocco sociale reazionario che portò al proseguimento della guerra mondiale.

La possibile “grande alleanza antifascista” o antisovranista e antipopulista, come si suole chiamare, si vorrebbe oggi costruire con coloro che si aggrappano a quel residuo di potere (economico e mediatico) che gli ha permesso, in questi anni, di approfondire quel solco sociale che è la principale causa del risentimento popolare alla base del successo della destra(9).

D'altronde che cosa ci si può aspettare, anche ritenendo l'antifascismo l'unico valore in campo, da coloro che ancora oggi, dopo il crollo di Ponte Morandi, si attardano in difesa di privatizzazioni e liberalizzazioni, da coloro che rivendicano le riforme del welfare, del lavoro e della scuola di fronte a timidissime ipotesi di ripensamento? Da coloro che oggi si vantano del fatto che quando governavano respingevano più migranti?

Come vediamo ci troviamo di fronte a un crinale insidioso. La manifestazione di Milano contro il vertice Salvini-Orban ci segnala che molta gente ha voglia di mobilitarsi contro i possibili rigurgiti reazionari. Così come si può andare molto fieri della mobilitazione di Catania dove è stato giusto rispondere immediatamente e fare chiarezza politica allontanando il PD dal corteo. Ovviamente non si può tacere che, almeno a livello mediatico, la piazza di Milano sia stata usata strumentalmente da chi non può essere nostro alleato.

Qui non si tratta, quindi, di derubricare l'antifascismo e l'antirazzismo ad armi di distrazioni di massa ma di capire esattamente la fase politica nella quale ci si trova a operare.

Proprio perché ci troviamo di fronte alle avvisaglie di un pericolo reale occorre lavorare rendendo chiaro l'antirazzismo e l'antifascismo che pratichiamo. Renderci conto che non viviamo in una società in cui, improvvisamente, una maggioranza di cittadini è impazzita, ma semplicemente che stiamo raccogliendo i primi frutti di una politica condotta in modo scellerato.

Siamo in una fase in cui occorre ancora distinguere e rivolgersi a quel blocco sociale fatto di proletari, disoccupati e semplici cittadini che devono essere recuperati a una politica che finalmente si preoccupi dei loro interessi e non degli interessi di banche, padroni o organismi antidemocratici, guerrafondai e irriformabili come l'Unione Europea e la NATO.

A Salvini, Orban e a tutti gli altri che soffiano sul fuoco del razzismo, del cinismo e della xenofobia dobbiamo rispondere in modo diverso.

Fornendo una diversa idea di futuro e non certo proponendo il ritorno a un passato che ha creato l'incubo e non ha nessuna possibilità di combatterlo.

A tutti coloro che, anche in buona fede e sinceramente preoccupati, credono sia necessario accantonare le differenze in nome del rispetto della civiltà e della democrazia, rispondiamo che oggi un fronte unitario è necessario ma lo si ricostruisce dal basso tra i lavoratori e gli sfruttati. Ai generali senza truppe dei partiti di “sinistra” non ha nessun senso fornire alcun appiglio.

Nel 1941, al culmine di un processo drammatico e nel pieno di una guerra mondiale, i comunisti si allearono sì con i nemici di un tempo, ma quei nemici erano in carcere, in esilio e nei fronti della resistenza. Noi dovremmo oggi allearci con un gruppo di signori ai quali del pericolo fascista e razzista non è mai importato niente e che in questi anni, più che le carceri, ha frequentato i circoli ristretti del capitale e della finanza? E che non vede l'ora di recuperare quel consenso che i lavoratori gli hanno giustamente negato per continuare con le medesime, criminali, politiche antipopolari?

Tenerli lontani dai nostri cortei non solo è giusto, ma assolutamente indispensabile se il pericolo fascista e reazionario lo si vuol combattere sul serio.

Collettivo Comunista Genova City Strike

Note:

1) La storia delle direttive dell'Internazionale Comunista tra gli anni '20 e il periodo della seconda guerra mondiale è nota. Scolasticamente si possono distinguere i vari periodi. Dalla nascita dell'Internazionale Comunista agli anni '30 i comunisti erano invitati a non allearsi con i socialisti definiti come “l'ala sinistra della borghesia”. Questo periodo è noto con il termine coniato per definire la politica dei socialisti come “socialfascismo”. Negli anni '30 l'avanzata dei regimi fascisti portò l'Internazionale ad appoggiare la nascita dei Fronti Popolari in Francia e Spagna fino alla sconfitta definitiva nella guerra di Spagna nel 1938. Da quel momento si ritorna a una politica di totale autonomia dei comunisti almeno fino all'invasione dell'URSS da parte dei tedeschi.

2) Ci si riferisce al testo di Giorgio Amendola “Lettere a Milano” Editori Riuniti, 1973

3) Il fronte si concretizzò nella lotta partigiana con la creazione del Comitato di Liberazione Nazionale. Dopo la liberazione assunse anche una forma politica elettorale con la presentazione del Fronte Popolare che univa Partito Comunista e Socialista alle prime elezioni politiche del dopoguerra.

4) Ci si riferisce al 13 giugno 2011, quando l'estremista di destra Gianluca Casseri affiliato a Casa Pound uccise due senegalesi Samb Modou e Diop Mor ferendo anche Moustapha Dieng. Gianluca Casseri si suicidò per sfuggire alla polizia

5) A Macerata il 3 febbraio 2018, il fascista Gianluca Traini spara ripetutamente sulla folla ferendo 6 cittadini stranieri. Traini era stato candidato nelle liste della Lega Nord nel 2017. In casa aveva il Mein Kampf di Hitler e, prima di sparare con il tricolore legato al collo, avrebbe fatto il saluto romano. In quell'occasione il PD decise, attraverso il Sindaco di Macerata, di minimizzare provando a vietare la manifestazione antifascista indetta da altre forze politiche sociali e sindacali alcuni giorni dopo.

6) Ci si riferisce all'attacco portato da alcuni militanti di Casa Pound durante un volantinaggio antifascista, attacco avvenuto a qualche centinaio di metri dalla sede neofascista il 12 gennaio 2018. Anche in questa occasione il PD decise che era il caso di votare insieme alla destra cittadina un testo del Consiglio Comunale che attaccava e stigmatizzava atti di una “imprecisata” violenza politica generica, senza alcun riferimento al neofascismo.

7) In realtà la mappa delle aggressioni neofasciste in Italia è molto più ampia. Per una idea si consulti, ad esempio, questo link https://www.panorama.it/news/cronaca/mappa-aggressioni-fasciste-italia-2018/ che riporta le aggressioni, almeno quelle più note, dal 2014.

8) Per chiarezza: anche il rapporto tra la socialdemocrazia di un tempo e quella di oggi meriterebbe un confronto dialettico. Negli anni tra le due guerre mondiali, pur macchiandosi di varie vergogne (a cominciare dal voto ai crediti di guerra nel primo conflitto mondiale fino al soffocamento della rivolta spartachista con l'assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, solo per citare i due casi più eclatanti), la socialdemocrazia manteneva un forte rapporto con le classi popolari attraverso i sindacati. La socialdemocrazia odierna, almeno in Italia, non può vantare neppure quello.

9) Solo per rimanere ai casi più recenti, è evidente come la manifestazione di Milano sia servita al PD per rilanciare l'unità della sinistra senza provare alcuna vergogna. Citando, tra l'altro, come riferimenti Obama e McCain, definito da Walter Veltroni un galantuomo. Gli appelli all'unità della sinistra contro il pericolo populista sono comunque numerosi e si ripetono incessantemente da settimane.

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Palestina - Hamas/Israele, cessate il fuoco a ottobre

A ottobre sarà siglata una intesa per il cessate il fuoco con Israele. A prometterlo è stato ieri il leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar. Secondo quanto ha detto ai giornalisti, infatti, il movimento islamico palestinese ha compiuto dei passi importanti verso la fine dell’assedio israeliano sul piccolo lembo di terra palestinese che dura da oltre undici anni. Ci vorrà del tempo, ha precisato il leader islamista, ma un accordo finale sulla tregua dovrebbe arrivare entro un paio di mesi grazie alla mediazione egiziana. Il cessate il fuoco – riferiscono fonti interne – dovrebbe portare all’apertura dei valichi verso l’esterno e uno scalo marittimo a Cipro. In cambio, Hamas porrebbe fine alla Grande Marcia del Ritorno (iniziata lo scorso 30 marzo) e al lancio di palloncini incendiari verso Israele.
 
Se fosse così, però, non si arriverebbe alla fine dell’assedio, ma soltanto ad una attenuazione dei suoi effetti disastrosi per la popolazione gazawi: la gravissima crisi umanitaria della Striscia potrebbe leggermente migliorare, ma i confini continuerebbero ad essere controllati da Israele.

Sinwar ha poi precisato che le forze di sicurezze di Gaza ricadrebbero sotto una “unità nazionale legittima”. In pratica un governo di unità nazionale che però, nonostante l’accordo di riconciliazione siglato un anno fa, Hamas e l’altro maggior partito palestinese (Fatah) non hanno mai implementato. Sulle capacità militari del movimento islamico, Sinwar ha poi chiarito che il suo gruppo non sta cercando alcun confronto con Israele, ma sarà pronto per ogni evenienza. “La resistenza continuerà a sviluppare le sue armi per proteggere il nostro popolo dalla ripetuta aggressione sionista” ha detto, secondo quanto riportato dal sito Internet di Hamas.

Mercoledì, intanto, gli Usa hanno pubblicato una dichiarazione in cui hanno esortato l’Autorità palestinese (Ap) ad avere un maggiore ruolo a Gaza. “L’Ap non può criticare restando ai margini” ha detto Jason Greenblatt, il capo negoziatore del presidente statunitense Donald Trump. “Il popolo di Gaza, e gli israeliani che risiedono vicino a Gaza, soffrono da troppo tempo. E’ giunta l’ora che l’Autorità palestinese guidi il popolo palestinese – tutti i palestinesi – verso un futuro migliore”.

La risposta di Ramallah alle parole statunitensi è stata immediata: i commenti di Greenblatt sono un “palese intervento” negli affari palestinesi. “C’è un chiaro tentativo americano di implementare il piano chiamato ‘affare del secolo’ nella Striscia di Gaza sotto forma di progetti umanitari e tregua” ha detto Ahmad Majdalani, membro del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Majdalani ha poi accusato l’inviato speciale Onu Nikolay Mladenov e il Qatar perché starebbero facilitando gli obiettivi americani. “Mladenov e il Qatar stanno discutendo con Israele la costruzione di un aeroporto, di un porto e altri progetti a Gaza. Questa è una violazione del mandato che Mladenov ha ottenuto dal Segretario generale delle Nazioni Unite”.

Ieri il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che il presidente palestinese Abbas sarebbe da un lato preoccupato dai negoziati che Hamas sta compiendo con Israele senza il coinvolgimento dell’Ap, ma dall’altro è restio ad assumersi la responsabilità di Gaza perché teme che l’Autorità palestinese possa essere punita qualora non riesca a impedire attacchi contro Israele da parte di piccoli gruppi armati della Striscia. Haaretz ha poi riportato un commento attribuito all’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman secondo cui ogni trattativa che non include l’Ap rappresenta “un premio straordinario per Hamas”.

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Siria - ONU scudo umano per i civili di Idlib

di Chiara Cruciati il Manifesto

La tempesta perfetta sta per abbattersi su Idlib, a meno che qualcuno si impegni a non soffiarci sopra. Si rifà vivo anche Staffan de Mistura, inviato speciale Onu per la Siria, messo all’angolo in questo ultimo anno dall’iniziativa negoziale a tre di Russia, Turchia e Iran. L’«occasione» è speciale: la battaglia di Idlib, per ora combattuta solo a parole ma che rischia di devastare l’ovest della Siria e le vite di tre milioni di persone.

Ieri a Ginevra de Mistura ha fatto quello che fece per Aleppo: si è offerto come «scudo umano» per aprire un corridoio umanitario nella martoriata regione occidentale del paese, dove da anni si ammassano gruppi salafiti, jihadisti e qaedisti cacciati tramite accordi di evacuazione con Damasco da Ghouta est, Aleppo, Deraa.

Che la battaglia sia vicina lo dicono le manovre militari dei principali attori coinvolti: il governo di Damasco ha spostato ingenti forze lungo il perimetro di Idlib, a nord-est di Latakia, a sud di Aleppo e a nord di Hama e ieri ha fatto sapere di essere pronto già «nelle prossime ore» a entrare nelle zone ovest e sud; accanto ai governativi si sono mobilitati i combattenti di Hezbollah e gli iraniani; la Russia ha trasferito parte della sua flotta lungo le coste siriane (si parla di dieci navi e due sottomarini) e si prepara, da domani all’8 settembre alla più grande esercitazione militare dal 1981 (300mila soldati, 36mila veicoli, mille elicotteri e aerei, le flotte del Nord, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio); la Turchia supervisiona l’organizzazione – in una sorta di esercito irregolare – delle milizie islamiste e poi accusa gli Stati Uniti di essere impegnati nell’installazione di sistemi di difesa aerea nel nord della Siria, a partire da Kobane.

«Capisci quando sta per arrivare una tempesta perfetta di fronte ai tuoi occhi», la traduzione di quanto sta accadendo nelle parole di de Mistura: «Mi sto preparando di nuovo, personalmente e fisicamente, a farmi coinvolgere per assicurare un corridoio temporaneo che garantisca alla gente di poter tornare nelle proprie case quando tutto sarà finito». Chi ha potuto farlo è già fuggito, centinaia di famiglie, ma il timore è una nuova ondata di sfollati interni e di potenziali rifugiati nei paesi vicini, che però da tempo hanno serrato le frontiere.

Accanto a quasi tre milioni di persone (la metà delle quali sono sfollati da altre zone e parenti di miliziani) ci sono decine di migliaia di miliziani di opposizione che si stanno preparando alla battaglia finale: nelle scorse settimane i salafati di Ahrar al-Sham hanno dato vita al Fronte di Liberazione Nazionale insieme agli islamisti di Nureddine al-Zinki, ma senza il gruppo leader, il qaedista ex al-Nusra.

Ci sono anche unità dell’Esercito libero siriano, ormai trasformato in un hub islamista e braccio armato della Turchia, a partire dal cantone di Afrin, occupato e svuotato dei suoi abitanti a primavera.

Si parla di 70mila miliziani, l’Onu ne stima di meno, calcolando solo i qaedisti: 10mila terroristi, dice de Mistura, che devono essere sconfitti. Termini simili a quelli usati da Mosca che ieri ha definito Idlib un «focolaio terrorista» da «liquidare».

E che nei giorni scorsi ha accusato di voler preparare un attacco a base di armi chimiche, da attribuire a Damasco, per giustificare un intervento occidentale: martedì l’ambasciatore russo all’Onu Nebenzya ha detto al Consiglio di Sicurezza che gli Elmetti bianchi (la «protezione civile» finanziata da paesi occidentali e del Golfo, operativa solo nelle aree sotto il controllo islamista e accusate di aver montato falsi attacchi governativi) avrebbero trasferito due container di gas tossico a Idlib, dove ne hanno già altri otto, da usare contro i civili per far reagire Londra, Washington e Parigi.

Reazione già minacciata: una settimana fa i tre hanno diffuso una nota in cui si dicono pronti a intervenire nel caso di attacchi chimici a Idlib.

Parole dure che le cancellerie internazionali si rimpallano. Non tutti però vogliono andare allo scontro diretto e in tanti guardano al 7 settembre quando ad Astana torneranno a incontrarsi il presidente russo Putin, l’iraniano Rouhani e il turco Erdogan. L’obiettivo pare quello di impedire una guerra che causerebbe fratture difficilmente sanabili.

Ankara intende evitare lo scontro con Damasco e dunque con Mosca, viste le crisi interne e dopo essersi riavvicinata tanto al Cremlino da potersi permettere di snobbare l’alleato di sempre, gli Usa. E Mosca si accontenta di liberarsi dell’ultimo bubbone jihadista (aprendo però all’altra enorme questione: dove finirebbero i miliziani, sponsorizzati e finanziati per anni da Turchia e Golfo?), apre alla proposta di de Mistura e chiede di isolare i gruppi terroristi da quelli di opposizione legittima, da portare a un futuro tavolo. Ma poi c’è Damasco, consapevole della sua nuova forza che ieri ribadiva: a Idlib andremo fino in fondo.

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Libia - Di nuovo aspri combattimenti, ma questa volta a Tripoli

Violenti combattimenti tra le varie milizie libiche sono ripresi ieri pomeriggio alla periferia sud della capitale Tripoli. Gli scontri armati sono ricominciati poche ore dopo l’annuncio di un cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine ai combattimenti iniziati nella notte tra domenica e lunedì che fino a ieri hanno causato la morte di 27 persone e il ferimento di altri 91, la maggior parte civili.

Nella tarda serata di ieri, nonostante la dichiarazione di tregua, le ostilità sono riprese, in particolare nella zona di Khellat al-Ferjan, a sud di Tripoli, dove abitanti hanno riferito dell’uso di armi pesanti e mitragliatrici da parte delle milizie contrapposte.

Gli scontri vedono da una parte le milizie fedeli al governo di Accordo Nazionale – il “governo di Tripoli” – riconosciuto dalla comunità internazionale contrapposte alla “settima Brigata”, un gruppo armato proveniente dalla città di Tarhouna (60 chilometri a sud-est di Tripoli) legato al ministero della Difesa dello stesso governo di Tripoli.

In un discorso in televisione, il premier del governo di Tripoli Fayez al-Sarraj, ha fatto sapere che questo gruppo non dipende più dal Ministero della Difesa già dallo scorso aprile. Al Sarraj, ha invitato i contendenti a rispettare l’ultimo cessate il fuoco, invitando le forze armate presenti nelle regioni occidentali e centrali a garantire che le milizie rivali si attengano alla tregua.

L’agenzia Askanews riporta di una dichiarazione congiunta con cui i diplomatici di Stati Uniti, Francia, Italia e Regno Unito hanno sottolineato la loro preoccupazione sulla situazione nella capitale libica: “sui recenti combattimenti a Tripoli che destabilizzano la situazione e mettono in pericolo la vita delle popolazioni civili innocenti, mettiamo in guardia contro qualsiasi ulteriore peggioramento della situazione e chiediamo a tutte le parti di lavorare insieme per ripristinare la calma e avviare un dialogo pacifico. (...) Coloro che minano la pace, la sicurezza e la stabilità della Libia saranno ritenuti responsabili”, hanno avvertito i quattro paesi.

Nel maggio scorso, i principali protagonisti della crisi libica, tra cui Sarraj e il generale Khalifah Haftar, uomo forte della Cirenaica e capo di un esercito denominato “Forze armate libiche”, avevano raggiunto a Parigi un’intesa sponsorizzata dalla Francia per tenere elezioni parlamentari e presidenziali a dicembre. Ma questo scenario recentemente ha subito vari scossoni di cui abbiamo ripetutamente dato conto sul nostro giornale, soprattutto da parte del gen. Haftar. Molti analisti ritengono che la frammentazione del paese, l’insicurezza rendano questa scadenza elettorale assai difficile.

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Come si manipolo l’informazione: Il Giornale e Salvini


A volte prende la disperazione, più spesso la rabbia... La notizia dell'”immigrato rimesso in libertà perché spacciare è la sua unica fonte di sostentamento” – secondo un giudice ovviamente “buonista e di sinistra” – attraversa il paese come una frustata. Ma è tutto falso. Solo che a sostenerla è Il Giornale, fogliaccio edito da Berlusconi, e ripreso a tutto twitter dal ministro dell’Interno. Quindi diventa “verità” perché è un organo centrale dello Stato a dichiararla tale...

La ricostruzione e la smentita sembra una fatica di Sisifo, ma qualcuno deve pur farla... In questo caso ci pensa Marco Fanti, su Facebook, che merita i ringraziamenti di tutti.

*****

Mi rendo conto che sia perfettamente inutile cercare di spiegare che il ministro dell’Interno (e prima di lui il Giornale) non ha capito nulla dell’ordinanza dei giudici di Milano e ha scritto una sciocchezza per stuzzicare il proprio elettorato contro la magistratura e gli immigrati, ma ci proverò lo stesso.

Innanzitutto i fatti: un cittadino straniero è stato trovato con 5 pasticche di stupefacente in tasca ed accusato di detenzione ai fini di spaccio. Il Gip ne ha disposto la custodia cautelare in ragione dei precedenti al fine di impedire la reiterazione del reato.

Il tribunale del riesame, chiamato a giudicare sull’impugnazione del difensore, ha dapprima escluso che la detenzione dello stupefacente fosse ad uso personale affermando che “l’indagato non risulta avere altra fonte di sostentamento” (e quindi non ha fatto alcun “favoritismo” nei suoi confronti, al contrario lo ha sottoposto ad un giudizio peggiore di quello che avrebbe riservato ad un italiano con un lavoro o una famiglia che gli paga tutti i vizi, trovato con la stessa quantità di stupefacente), ma ha annullato la custodia cautelare in carcere perché ha ritenuto che, in ragione del modesto quantitativo di droga detenuto dall’indagato, dovesse applicarsi il quinto comma dell’art. 73 dpr 309/90 (punito fino a quattro anni di reclusione), anziché il primo, la cui pena edittale arriva fino ad un massimo di venti anni.

Poiché il codice di procedura penale impedisce di tenere in carcere prima della condanna gli indagati per reati puniti con pena inferiore a cinque anni nel massimo, il tribunale del riesame ha disposto la scarcerazione del cittadino straniero (imponendogli il divieto di dimora), esattamente come avviene ogni giorno per centinaia di italiani che si vengono a trovare nella identica situazione.

Naturalmente, all’esito del processo, se ritenuto colpevole, il cittadino straniero sconterà la sua pena ai termini di legge, come avviene per ogni altro condannato (e vi ricordo che le carceri sono piene, e non è vero che in carcere non va nessuno, specialmente gli stranieri).

Se pensate che non sia giusto e che la legge dovrebbe cambiare, ricordatevi che potrebbe toccare se non a voi, a vostro figlio o ad un vostro amico di finire in carcere, per lo stesso fatto o per qualsiasi altra bagattella, senza un processo e senza la possibilità di difendervi.

Continuate pure ad applaudire il vostro “capitano” che vi prende in giro distorcendo la realtà in questo modo imbarazzante, ma state attenti: i vostri sogni potrebbero realizzarsi e non vi salverà nemmeno il più bravo avvocato del mondo.

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Per chi volesse capire come si fa a manipolare “professionalmente” l'informazione consigliamo la visione di questa magistrale interpretazione regalata al mondo da Gian Maria Volontè in “Sbatti mostro in prima pagina“.

Detto da giornalisti: è proprio così.


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La logica del sequestro di persona. Il Salvini “atipico”

“Oggi ho scoperto che ho altri due capi di imputazione, per me sono medaglie. Il ricatto alla Ue non esiste come reato, ma lo rivendico”. Salvini dixit, a proposito della contestazione di altri due reati per come ha gestito il caso della nave Diciotti – della Guardia Costiera italiana, è bene sempre ricordare – per dieci giorni costretta a restare in mare senza far sbarcare né i naufraghi, né l’equipaggio. Scopo di questa idiozia – secondo lo stesso Salvini e dunque anche per la magistratura – il tentativo di esercitare “coazione” sui partner dell’Unione Europea.

Il reato più grave è insomma il “sequestro di persona a scopo di coazione”.

Senza voler entrare nel merito giuridico della questione – ci atteniamo qui soltanto alla logica sottesa dai sequestri – diciamo subito che ogni sequestro di persona avviene esattamente per costringere un altro soggetto a subire la propria volontà, a comportarsi in modo diverso o contrario rispetto a quel che avrebbe fatto se fosse stato lasciato libero di decidere autonomamente.

Nella storia di questo paese ci sono stati due tipi assai diversi di sequestri: per motivi economici (l’”anonima sequestri” – che non era un’organizzazione criminale, ma la somma delle bande attive in questo “settore” – dalla Calabria alla Sardegna, dalla Sicilia alla Lombardia, era arrivata ad un certo punto a tenere prigionieri oltre una decina di persone, negli anni ’70), oppure per motivi politici.

Nel primo tipo, la logica è semplice, quasi elementare: una banda cattura un uomo o una donna di una famiglia ricca – imprenditori, aristocratici, possidenti, ecc. – e cerca di farsi pagare un riscatto. E’ un classico gioco a due, in cui un soggetto collettivo (la banda) prova a imporre a un altro soggetto collettivo (la famiglia) l’esborso di una cifra che diventa l’oggetto della trattativa (ognuno dei due soggetti prova a massimizzare il guadagno oppure ridurre la perdita).

Nel secondo tipo la dinamica è più complessa, ma la logica di base non è molto differente. Un gruppo combattente (guerrigliero nella terminologia dei rivoluzionari, “terrorista” in quello del governo in carica e dei suoi servi-alleati) cattura un esponente politico o un funzionario dello Stato per costringere lo stesso Stato a trattare sugli obiettivi politici esplicitamente posti. Nella storia italiana, classicamente, l’obiettivo consisteva in uno scambio di prigionieri – Moro è il caso più noto – oppure miglioramenti nelle condizioni di vita dei prigionieri, la chiusura dei carceri particolarmente infami (l’Asinara, nel caso del giudice D’Urso), oppure ancora alcune misure sociali.

Ci sono anche stati casi di sequestri a scopo di autofinanziamento compiuti da gruppi politici (l’armatore genovese Costa), ma la dinamica non era molto differente, tanto che in quel caso si tendeva a dichiarare la natura politica del soggetto attivo soltanto alla fine, per non compromettere l’obiettivo (la pressione delle forze di polizia era enormemente superiore nei confronti dei gruppi armati di sinistra).

Ma i sequestri di persona avvengono anche tra Stati... L’esempio più classico è la cattura di spie di un altro Stato sul proprio territorio o in quello di uno Stato alleato, e si concludono quasi sempre con lo scambio di prigionieri, visto che la pratica dello spionaggio reciproco è universale.

Anche i sequestri tra Stati, però, obbediscono alla stessa logica generale: viene catturato uno o più membri della controparte (del “nemico”) e si costringe l’altro a trattare per il rilascio in cambio di qualcosa. Gioco a due, come gli altri.

Sotto queste caratteristiche, in effetti, l’azione svolta da Salvini è abbastanza chiaramente un sequestro di persona. Ma con alcune differenze decisamente clamorose, che lo rendono decisamente atipico.

a) In tutti le tipologie di sequestro che abbiamo esaminato la cattura avviene nei confronti di uno o più membri del campo avverso; nel caso della Diciotti, invece, sono stati tenuto sotto sequestri degli “estranei” (i naufraghi che, secondo le leggi internazionali, andavano invece soccorsi al più presto) e addirittura dei militari della propria parte (lo Stato), per costringere una terza parte (l’Unione Europea o singoli Stati aderenti) ad adottare misure che non era disposta a prendere. Sia detto tra parentesi: e infatti non le ha prese, visto che a parte 20 profughi che forse verranno spediti in Albania (paese extra-Ue, dunque) e altrettanti in Irlanda, tutti gli altri sono rimasti e resteranno in Italia, seppure a carico della Cei (cui va del resto l’8 per mille delle nostre tasse e un discreto gruzzolo di fondi europei restituiti dalla quota italiana). Come “sequestratore”, insomma, Salvini è un dilettante che non ha ancora capito bene le regole del gioco: il “terzo”, visto che non ha niente da perdere (i sequestrati non fanno parte del suo campo), continua a fare quel che gli pare...

b) Le bande di sequestratori, e a maggior ragione i gruppi guerriglieri (e persino le spie degli Stati in territorio nemico), rischiano in proprio – la pelle o la libertà – prendendo le armi e andando in azione. Salvini invece ha fatto rischiare – un po’, soltanto un po’ – la salute a persone che avevano già subito violenze inenarrabili, ed anche i “nostri militari” a bordo della nave (stranamente dimenticati soprattutto dal cosiddetto ministro degli interni, nei suoi sproloqui quotidiani).

Ognuno può a questo punto dare il suo parere informato sul “coraggio” di Salvini, oltre che sulla sua lungimiranza politica e sulla sua statura morale.

Sequestri di questo tipo, a nostra memoria, non se ne sono mai verificati.

Solo in qualche C movie di Hollywood si è visto qualche gruppo iper-cattivo intento a sequestrare un numero variabile di innocenti per strappare un riscatto a un terzo soggetto su ordine di un “cattivissimo me” che conduce le trattative stando comodamente seduto altrove. Ma è cinema, e neppure di qualità.

E’ questione di classe. Se non ce l’hai, nessuno te la può dare...

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Wu Ming, Marx e l’esercito industriale di riserva

Pensare i cambiamenti del reale è un esercizio faticoso. Non basta avere le “categorie” o la famosa “cassetta degli attrezzi”. Bisogna piegarsi sull’oggetto dell’analisi e scoprire ciò che rivela di nuovo. Se fosse sempre uguale l’enunciazione delle formule stilate nel passato sarebbe forse sufficiente a restituire un quadro concettuale coerente e corrispondente all’oggetto. Se invece il reale cambia, seguendo leggi di movimento che sono sempre le stesse ma che producono “stati concreti” sempre mutevoli, ecco che le giaculatorie vagamente pretesche di certa “sinistra” suonano vuote, inutili, inservibili.

Senza alcuna pretesa di restituire immediatamente un quadro più efficace, pubblichiamo qui un contributo del gruppo che si autodefinisce Wu Ming, perché ci sembra utile ad aprire una discussione vera e seria.

Non siamo naturalmente d’accordo su ogni singola affermazione – la scienza di Marx, per esempio, ci aiuta a capire il presente ben al di là del solo capitolo 23 de Il Capitale – ma è comunque un buon inizio.

Muoversi nel presente biascicando parole (non “concetti”) prese da Repubblica o il Corriere non consente di capire letteralmente nulla dei processi in corso.

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La foto che correda questo articolo è stata scattata a Chemnitz in questi giorni. Si tratta della città che, fino alla caduta del muro, si chiamava Karl-Marx-Stadt e non deve quindi stupire la presenza del monumento dedicato all’autore del Capitale. L’istantanea ci rende qui un Marx sotto un cielo plumbeo, avvolto da manifestanti di estrema destra che brandiscono cartelli che recitano “fermare l’alluvione di immigrati!”. Spunta anche una bandiera tedesca con il Bundeswappen, lo stemma federale, che vanta una genealogia che risale a ben prima dello stato nazione. Quindi effetto urgermanisch, germanico ancestrale, garantito. Con la polizia, in un disordinato cordone sanitario attorno ai manifestanti, che favorisce l’impressione di abbraccio tra i dimostranti e la statua. Eppure lo sguardo monumentale e severo di Marx verso il basso, verso i manifestanti, suggerisce un confronto tra le due dimensioni, con l’autore del Capitale che sembra a stento trattenere uno sguardo che incenerisce chi lo circonda.

E’ il Marx di oggi, riportato improvvisamente alla luce dai comportamenti dell’estrema destra. Un Marx che appare nella cronaca tra estetica dell’equivoco e quella della presenza, in qualche modo, ineliminabile. Qualcosa di simile –tra l’equivoco e la presenza non azzerabile- avviene anche da noi. Come testimonia il dibattito sul concetto di “esercito industriale di riserva” ripreso anche da autori formalmente o informalmente vicini alla maggioranza gialloverde (come Bagnai e Fusaro) che suggerisce un ruolo progressista, di difesa della classi popolari dal contenimento dell’immigrazione. Contro queste posizioni si è espresso, tra l’altro, Mauro Vanetti su Wumingfoundation nella miniserie “Lotta di classe, mormorò lo spettro” scritta in due puntate, che linkiamo in fondo.

La ricostruzione di Vanetti è fluviale ma molto utile. Ad esempio su due questioni, sostanziali, che riguardano direttamente Marx e Lenin. Del primo viene riportata la celeberrima risposta riguardante il comportamento da tenersi, da parte degli operai inglesi, sulla questione dell’immigrazione irlandese: non dividetevi, fate lotta di classe assieme e moltiplicatevi. Del secondo emergono le considerazioni, a lungo trascurate, di Lenin sulle richieste, durante il congresso della seconda internazionale a Stoccarda nel 1907, di far passare posizioni di blocco dell’immigrazione cinese in Usa. Lenin, che considerava queste posizioni succubi dell’ideologia colonialista, stava maturando le posizioni espresse nel celebre testo sull’imperialismo di dieci anni dopo: tanto più si diffonde il nazionalismo, tanto più è forte la tendenza, da parte dei paesi espressione della grande finanza, a sottomettere i paesi che oggi vengono chiamati emergenti. Una posizione nazionalista da parte della classe operaia, per Lenin, non farebbe che legittimare i comportamenti della grande finanza. In poche parole, per l’architetto della rivoluzione d’ottobre i tentativi politici, a sinistra, di blocco dei flussi migratori, favoriscono, a destra, l’imperialismo che poggia sulle esigenze dei flussi di capitale.

Oggi, come nel periodo del congresso della seconda internazionale a Stoccarda (epoca di Lehman Brothers anche quella con la grande crisi di borsa del 1907-8, le globalizzazioni si somigliano..) emergono posizioni che vogliono che un eventuale blocco dell’immigrazione tuteli la, chiamiamola, classe operaia e la sua funzione progressista. Posizioni alla Fusaro, per capirsi, che giocano sul paradosso, maliziosamente rivestito da astuzia della storia, di un governo di destra che fa politiche di sinistra. E in Italia solo un  governo di destra può farle, queste politiche di sinistra, se si legge Bagnai. Lasciamo qui perdere l’approccio antropologico conservativo, l’idea che una classe subalterna possa perdere la propria carica progressista se messa a contatto con  culture subalterne migranti, che in Italia al momento non interessa quasi a nessuno. E andiamo un attimo da Marx per evidenziare alcuni passaggi.

Questo non prima di ricordare uno slittamento di significato. La metafora dell’esercito industriale di riserva, tratta espressamente dalla cultura militare, oggi non può non fare i conti con la mutazione dell’idea di guerra, come di quella di esercito, degli ultimi 150 anni. All’epoca, grandi eserciti si confrontavano sulla superficie dell’Europa mentre, nei periodi di pace, grandi fabbriche erano abitate da masse brulicanti. La interscambiabilità tra operaio e soldato, spesso era la stessa figura sociale in stagioni differenti, aiutava a pensare il mondo della guerra e quello della produzione, anch’esso agitato da conflitti, con simili modi di pensare. Tanto che nel primo libro del Capitale (capitolo 23, La legge generale dell’accumulazione capitalistica) l’analisi della crescita della popolazione inglese, dagli anni ’40 agli anni ’60 dell’ottocento, assume il significato sia della comprensione dello sviluppo dei fattori conflittuali contenuti nella produzione che dell’emergere dell’esercito industriale di riserva destinato a contenerli. Oggi, l’esercito e l’esercito industriale di riserva, sono un’altra cosa: diminuiscono i numeri degli effettivi degli eserciti in Europa, e e le unità produttive tanto più evolvono tecnologicamente tanto meno impiegano forza lavoro. Insomma la metafora bellica applicata alla produzione è qualcosa che oggi implica piccoli numeri di effettivi impiegati, grande potenza d’impatto e alta tecnologia. Con quest’ultima che impone i ritmi delle mutazioni sia al modo di fare produzione che a quello di fare la guerra. E con un’altra mutazione essenziale: ai tempi di Marx l’esercito era un’ottima metafora per indicare i processi di centralizzazione e di messa a produttività di qualsiasi fenomeno grazie a una ristretta gerarchia di comando. Oggi guerra e tecnologia favoriscono conflitti asimmetrici, decentralizzati e complessi che mettono in difficoltà l’idea di centro, e di comando, di intere porzioni di realtà.

Insomma l’idea che l’esercito industriale di riserva sia una qualcosa meramente legato alla moltiplicazione delle braccia, che siano bianche o immigrate, è oggi qualcosa di meno immediato di quanto si possa pensare. Ma lo è anche in Marx che, nel capitolo 23 prima citato, pone lo sviluppo tecnologico, e non solo i flussi demografici, come precondizione per la formazione di un esercito industriale di riserva all’interno delle leggi di accumulazione del capitale. L’esercito industriale di riserva, in Marx, viene creato giocoforza dal miglioramento produttività capitalistica e dalla necessità di abbassare i salari. Ma non è, in Marx, il solo fattore demografico a determinarlo e, tantomeno, a organizzarlo. Determinante risulta il complesso delle macchine, all’interno di quello che chiama “le condizioni tecniche del processo di produzione”, e quello dei trasporti. Oggi diremmo che stiamo parlando di hardware e logistica e non sbaglieremmo nel vedere in Marx in qualcuno che ha visto bene la nascita di questi processi nella società moderna, quelli che si sono evoluti poi nelle forme che conosciamo. Ma a Marx non manca nemmeno la visione del software ovvero la capacità di sfruttare, da parte del capitale, “le potenzialità intellettuali del lavoro umano nello stesso modo in cui la scienza si incorpora [nella produzione] come forza indipendente”. In poche parole le braccia, nella creazione dell’esercito industriale di riserva, sono una condizione ma i veri fattori di creazione di questo esercito stanno in quella che Marx chiamava maschinerie, il macchinismo, nella nascente logistica, nella scienza che assumerà ruolo centrale produttivo nel frammento sulle macchine. E, sempre nel capitolo 23, proprio nelle sezioni dove si parla di esercito industriale di riserva vengono fissate le leggi generali dell’accumulazione capitalistica (sezione 5). E, in queste leggi generali, il rapido declino del salario, tra gli operai, non è dovuto all’esercito industriale di riserva ma al ciclo espansione-crisi tipico dell’economia capitalistica e alle crisi finanziarie. Crisi come nella grande crisi, espressamente citata in questa sezione del Capitale, della London Bank del 1867, e della finanza speculativa da essa legata, che mise sul lastrico il settore dei cantieri navali londinesi (e, con questo la classe operaia che vi lavorava).

In poche parole, a parte l’utile e divertente articolo di Vanetti, pensare che la destra, cercando di espellere gli immigrati, stia facendo una politica di sinistra, salvaguardando le condizioni di riproduzione delle classi lavoratorici è qualcosa che ha a che vedere con la sfera della polemica ma non con quella della realtà. Perchè, per assurdo, mantenendo stabile o contraendo una popolazione non si elimina la maschinerie, la moderna tecnologia, la logistica, la scienza. Tutti i fattori che oggi permettono di risparmiare, se non di fare totalmente a meno, della forza lavoro.

Vediamo infatti in breve un fantascenario: eliminando, manu militari, tutti gli extracomunitari che raccolgono il pomodoro a Cerignola non ci sarebbero oggi le condizioni economiche per assumere le braccia dei bianchi a salario sindacale. Ma quelle per la completa meccanizzazione, in connessione con la logistica più evoluta, del processo lavorativo riducendo il lavoro a costo zero.

Anche pensare che l’immigrazione sia legata ad un inevitabile processo di declino del salario è storicamente sbagliato. Basta vedere l’evoluzione del salario, dagli anni ’50 alla fine degli anni ‘70, dei paesi ad alta immigrazione ed alto sviluppo in Europa (Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania). O al fatto che in Cina, paese dotato di un infinito esercito industriale di riserva come di una seria politica di sviluppo tecnologico, il salario tende a crescere.

Il problema è che c’è una sinistra che è talmente spiazzata dai processi in corso che pensa con contorsioni concettuali talmente accentuate da rendersi poco conto di cosa sta dicendo. Ma questo spiazzamento, alla fine, tocca anche alla destra. Si pensi che l’Ungheria di Orbàn, con tassi di crescita negli ultimi anni sempre superiori al 3% e con le frontiere sigillate, comincia ad avvertire la mancanza di forza lavoro. Importerà manodopera, tecnologie o avvierà un ciclo di stagnazione? E si tratta di fenomeni che il sovranismo lo sgretolano, ci mancherebbe.

Una cosa è certa, il capitale non sta mai fermo. O va comunque più veloce dei modi contorti che la politica di oggi usa per pensarlo.

Ecco qui i link:

parte 1

parte 2

Naturalmente interventi costruito secondo opinioni o punti di osservazione differenti, in un dibattito così sentito, sono benvenuti. La foto di Marx a Chemnitz si può vedere in tanti modi.

“Cancelliamo la Fornero!”... Anzi, tagliamo le pensioni

Promettere è facile, mantenere no. Il governo grillin-leghista si prepara a stendere il testo della nuova legge di stabilità, e la “coperta corta” tra crescita che rallenta (ed entrate attese che quindi diminuiscono) e parametri europei da rispettare comunque, sta cancellando pressoché interamente il “programma” presentato per le elezioni dai due partiti della maggioranza.

La flat tax per i ricchi e le imprese è sparita da mesi, il “reddito di cittadinanza” torna a giorni alterni ma viene subito affossato dal ministro dell’economia, Tria, per evidenti problemi di copertura. Di Maio continua a ripetere che si può sfondare il tetto del 3% per il deficit, ma nessuno pare disposto ad andare oltre l’1,5%, visto che Bruxelles si aspettava addirittura lo 0,8; e ogni decimo di percentuale equivale a circa 1,8 miliardi di euro...

Resta il tema pensioni, ma anche qui le ipotesi in campo non sono esattamente quelle promesse. Anzi sono l’opposto.

I grillini appaiono fermi nella pretesa di tagliare le pensioni al di sopra dei 4.000 euro mensili netti, i leghisti resistono e parlano di applicare un “contributo di solidarietà” a quelle al di sopra dei 5.000.

I problemi di queste due proposte sono numerosi. Intanto, con una misura del genere si ramazza ben poco: 500 milioni nella versione grillina, 300 (forse...) in quella leghista. Robetta insignificante, sull’ammontare dei conti pubblici. In più c’è la quasi certezza che i ricorsi presentati alla Corte Costituzionale avrebbero vittoria facile.

Quel che sfugge ai grillini, infatti, è che qualsiasi sistema giuridico si fonda sulla non retroattività di qualsiasi legge. Che significa? Che non si può “ricalcolare” l’ammontare di una pensione – per quanto ingiusta e vergognosa sia – solo perché a un nuovo governo serve trovare soldi freschi. Così come non si può – se un nuovo governo volesse di nuovo proibire l’aborto – processare le donne che in questi decenni hanno usufruito di quella legge. Chiaro, no?

Questo però non significa che sia impossibile intervenire sulle pensioni in essere. Solo che l’intervento dovrebbe essere presentato come “temporaneo” e giustificato con problemi di “emergenza”. Si può per esempio – e già lo aveva fatto il governo Monti – applicare un “contributo di solidarietà”, ossia un prelievo che non tocca l’ammontare teorico dell’assegno pensionistico, pur erodendo la cifra netta consegnata ogni mese.

Trovato il trucco per diminuire gli assegni pensionistici, tra grillini e leghisti si è aperta una ignobile gara a chi vuol fare peggio. I primi insistono sulla loro proposta (economicamente inutile e giuridicamente aleatoria), i leghisti – più freddi e calcolatori – hanno invece presentato un’idea che si può definire soltanto infame: applicare il “contributo di solidarietà” a tutte le pensioni al di sopra dei 2.000 euro lordi.

Due conti rapidissimi: 2.000 euro lordi significano 1.400-1.500 euro netti. Sono gli assegni che ricevono ex insegnanti, operai qualificati (o che hanno preso salari più alti, negli anni ‘70), impiegati di medio livello, ecc. Vero è che il leghista Brambilla – l’ideatore della pensata – immagina un prelievo percentualmente crescente in base all’ammontare dell’assegno (es. lo 0,40% sui 2.000 euro, ossia 8 euro, e poi a salire), ma ciò non toglie che il progetto si quello di tagliare le pensioni già erogate e quelle future. Altro che “cancellare la Fornero”!!!

Non è finita, naturalmente. Quel miliardo e mezzo, forse 2, ramazzabile con questo metodo non verrebbe neppure usato per aumentare le pensioni minime, ma per “favorire l’occupazione giovanile”; probabilmente sotto forma di incentivi alle imprese!

Ovvio che nessuno di noi è contrario all’occupazione giovanile – anzi... – ma ci sono due menzogne che vanno subito smontate:
a) dare soldi alle imprese, storicamente, non comporta che l’obiettivo venga raggiunto;
b) togliere risorse a una voce di bilancio – il sistema pensionistico – e riversarle su un altro apre un’autostrada a rapine future, consegnando le pensioni ai progetti di qualunque governo si affaccerà in futuro.
Una cassaforte facile da scassinare, visto che le proteste saranno comunque meno vigorose (per motivi di età) e consegnate alla lotteria delle prossime elezioni.

Questo è “il cambiamento” che l’attuale esecutivo è in grado di elaborare. Come Monti e Fornero, e anche peggio di loro...

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Riesplodono le bolle finanziarie, per ora in periferia

In Argentina il peso è crollato del 7% in poche ore, in Turchia la lira ha perso il 5% dopo aver perduto 1/3 del suo valore nel solo mese di agosto. Qualche scricchiolio arriva anche dalla rupia indiana, dal rand sudafricano e perfino dallo yuan cinese.

Stiamo parlando solo di quanto accaduto nel mese di agosto, una variabile particolare sui mercati valutari in quanto risente un po’ della pausa vacanziera. Ma quanto avvenuto in questi giorni agostani sembra essere solo l’onda lunga di un accumularsi di crisi in alcuni importanti paesi della periferia capitalista come Turchia e Argentina.

Dopo i primi scossoni a inizio del mese, la lira turca è finita nuovamente sotto pressione a causa di alcune indiscrezioni comparse sulla stampa occidentale secondo cui il vicegovernatore della banca centrale del paese intende rassegnare le dimissioni. In realtà, secondo l’agenzia Reuters, il vicegovernatore e membro del consiglio direttivo della banca centrale turca Erkan Kilimci si sarebbe limitato ad entrare nel consiglio di amministrazione della Banca dello Sviluppo della Turchia. Da qui sono partite le speculazioni intorno alle sue ipotetiche dimissioni dalla banca centrale turca. Come noto il presidente turco Erdogan sta esercitando forti pressioni sulla banca centrale affinché persegua politiche monetarie anticicliche, come il taglio o il congelamento dei tassi di interesse anche in presenza di un aumento dell’inflazione.

In Argentina invece il peso ha perso ben il 45% rispetto al dollaro dall’inizio di quest’anno, praticamente si è dimezzato. A complicare le cose è giunta la notizia che il governo ultraliberista di Macrì ha chiesto al Fmi di anticipare il prestito di 50 miliardi richiesto sin dal maggio scorso, nonostante avesse annunciato di non voler ricorrere ai prestiti esterni. A maggio il peso, la valuta nazionale, ha subìto un collasso spingendo la Banca Centrale argentina ad aumentare i tassi di interesse arrivati, nel giro di una settimana, al 40%. L’inflazione oggi in Argentina sta già galoppando al 30% e il nuovo ricorso ai prestiti del Fmi, alimenta lo spettro dei disastri del 2001 che segnarono profondamente il paese dando vita a sanguinose misure antipopolari e a conseguenti proteste che spazzarono via il governo di allora.

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giovedì 30 agosto 2018

Potere al Popolo! Mobilitiamoci, contro governo e Pd

Il Coordinamento nazionale di Potere al Popolo considera un importante segnale di risveglio di coscienze e di mobilitazione le manifestazioni e le iniziative antirazziste e solidali che si vanno diffondendo nel paese, e nelle quali le e i militanti di Potere al Popolo sono parte attiva e rilevante.

Questa mobilitazione deve continuare ed estendersi e collegarsi alle grandi questioni sociali del paese: dalla lotta alla diseguaglianza a quella contro lo sfruttamento, dal rilancio del pubblico in alternativa a privatizzazioni mercato e profitto, alla lotta contro le politiche di austerità europee che hanno distrutto diritti del lavoro e stato sociale.

La tragedia di Genova è un atto di accusa contro un modello di sviluppo fondato su privatizzazioni e grandi opere e anche nel suo nome occorre un cambiamento radicale di politica economica e sociale, contro il governo attuale e contro le scelte di quelli che lo hanno preceduto.

PaP opera per un progetto alternativo ed è pertanto indisponibile alla ricostituzione di quel centrosinistra, che é responsabile del degrado sociale del paese allo stesso modo del passato centrodestra. Usare la mobilitazione antifascista e antirazzista per rilanciare il centrosinistra è un disegno politico ingiusto e sbagliato, che finirebbe per rafforzare il governo leghista e cinquestelle e le peggiori tendenze reazionarie nel paese.

D’altra parte anche sul terreno specifico della solidarietà ai migranti è impossibile mettere in secondo piano le leggi e gli accordi di Minniti, che hanno criminalizzato i poveri e consegnato i migranti ai tagliagole libici.

Per tutte queste ragioni PaP è in prima fila nelle mobilitazioni antirazziste, ma lo farà in alternativa al PD e a tutto ciò che quel partito rappresenta. Bisogna fare chiarezza e non deludere le speranze di chi ha ripreso a lottare. Per questo contrasteremo le strumentalizzazioni dei responsabili del Jobs Act, della legge Fornero, dei decreti Minniti, dell’attacco alla Costituzione, dei trattati europei, delle guerre.

Su queste basi si organizzerà tutta la prossima iniziativa di PaP, per giungere alle grandi mobilitazioni nazionali contro le politiche di austerità e privatizzazione e contro il razzismo che si stanno annunciando e preparando.

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Bilancio e migranti nel Mediterraneo. Tra Italia e Commissione Europea volano minacce

Der Kommissar si è fatto nuovamente sentire. “Tutti gli Stati dell’Ue si sono assunti l’obbligo di pagare i contributi nei tempi stabiliti. Tutto il resto sarebbe una violazione dei trattati che comporterebbe penalità”. A ribadire il meccanismo è stato nuovamente il commissario europeo al Bilancio Guenther Oettinger in un intervista al giornale tedesco Die Welt. “L’Italia ha conquistato il nostro appoggio nell’affrontare la crisi migratoria e le sue conseguenze, posso solo mettere in guardia Roma dal mischiare la questione migratoria con il bilancio Ue”.

Al commissario tedesco della Commissione europea, ha replicato il vicepremier Di Maio: ”Il commissario Oettinger continua ad esternare ogni giorno da quando gli abbiamo detto che non gli diamo i soldi. Non li abbiamo sentiti quando gli abbiamo chiesto una mano sull’immigrazione. L’unica cosa che capisce questa Ue e quando cominci a toglierli i soldi. La nostra posizione sul veto al bilancio resta, se poi nei prossimi giorni vorranno cominciare a riscoprire lo spirito di solidarietà con cui è stata fondata l’Ue allora ne parliamo”, per Di Maio “Le considerazioni di Oettinger sono ancora più ipocrite perché non li avevano sentiti su tutta la questione della Diciotti e adesso si fanno sentire solo perché hanno capito che non gli diamo più un euro”.

Un linguaggio decisamente forte su entrambi i lati della contesa. Ma come stanno le cose sui soldi che l’Italia verso al bilancio dell’Unione Europea e su quanto poi rientra attraverso i fondi europei?

Nella Relazione annuale della Corte dei Conti pubblicata a dicembre 2017 e dedicata a “I rapporti finanziari con l’Unione europea e l’utilizzazione dei Fondi comunitari”, vengono analizzati i flussi finanziari tra Italia e Unione Europea nel 2016, sulla base dei dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato.

E qui le somme della Corte dei Conti divergono da quelle rese disponibili dalla Commissione Europea Nella relazione si legge che queste, “non tengono conto di alcune differenze di contabilizzazione sul lato dei versamenti al bilancio europeo, né delle somme che non transitano per la tesoreria, sul lato degli accrediti. Per quanto riguarda questi ultimi, va detto, infatti, che non tutte le somme erogate a beneficiari italiani transitano per la tesoreria statale” (p. 34).

Ad ogni modo, per il 2016, la Corte dei Conti rileva 14,775 miliardi versati a favore dell’Ue e 10,075 miliardi ricevuti dal nostro Paese. Dunque un saldo negativo di 4,7 miliardi, mentre per la Commissione Europea i versamenti totali dell’Italia erano di 13,9 miliardi e le somme ricevute dall’UE a 11,5, con un divario e un saldo negativo per l’Italia più ridotto.

Nel 2015 la somma dei contributi europei versati dall’Italia è stata di 11 miliardi e 613 milioni, a cui va aggiunto il miliardo e 689 milioni di dazi sulle merci importate dall’Italia e provenienti dal di fuori dell’Unione Europea. Sul totale dei soldi incassati con i dazi, ogni Paese trattiene il 25% per compensare le spese di raccolta.
Infine c’è il miliardo e 125 milioni proveniente dall’Iva: lo 0,3% del gettito che ogni Paese incassa va, infatti, al bilancio della Ue. Il rimborso al Regno Unito consiste nella suddivisione tra i Paesi membri di quell’importo che il Regno Unito è autorizzato a non versare e che corrisponde al 66% della differenza tra quanto il Regno Unito stesso versa e riceve. Poi è arrivata la Brexit e tutto questo meccanismo è stato completamente rivisto.

Intanto sulla questione migranti nel Mediterraneo, dalla Germania arriva una inchiesta del Der Spiegel la quale rivela che la linea italiana sarebbe quella di incentivare il più possibile l’intervento della Guardia Costiera libica, mettendo così in soffitta la missione europea “Sophia” e con il beneplacito di Bruxelles.

Le navi della missione Ue nel Mediterraneo vengono ormai relegate a controlli compiuti su imbarcazioni sospette, ma lontano dalle coste libiche. Secondo le regole d’ingaggio della missione “Sophia” quando a compiere il salvataggio è una nave di un altro Paese membro, l’accordo prevede lo sbarco in Italia; al contrario, i recuperi delle motovedette libiche riportano i migranti sul territorio africano. Alcuni alti ufficiali della Marina tedesca hanno confermato allo Spiegel come questa nuova prassi sia iniziata prima dell’estate: i 403 migranti salvati in mare nel 2018 dalla Germania, ad esempio, sono avvenuti tutti entro maggio, dopodichè nulla. Secondo quanto riferisce lo Spiegel la rottamazione di fatto della missione Sophia sarebbe implicitamente sostenuta dalla stessa Commissione europea, intenzionata a rafforzare l’intervento della marina libica nel recupero dei migranti nel Mediterraneo

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Avete rotto il cazzo

Si dice che i razzisti vincono perché sanno parlare “alla pancia del paese”. Cioè in modo rozzo, volgare, puzzolente (nella pancia avvengono processi non proprio raffinati, anche se in realtà sono a loro modo processi di raffinazione e sintesi). Dunque “convincenti”, diretti, semplicissimi.

“A sinistra”, specie nei quartieri alti, si storce il naso, ci si mette una mascherina, si mostra disprezzo... E si scompare.

Sappiamo benissimo – perché vi partecipiamo attivamente – che sono in corso o in preparazione mobilitazioni importanti, che provano a coinvolgere e costruire il nostro blocco sociale, la nostra gente. Ed è importantissimo. Però… Come si parla anche alla nostra gente, in periodi di disorientamento come questi?

Qui vi proponiamo un “esperimento di comunicazione” postato su Facebook da Gabriele Hitch Militano, appassionato antirazzista del nord (basti pensare che tra i “grandi capitani” non gli è riuscito di inserire Totti...). Forse un po’ estremo, forse non proprio raffinatissimo, forse non del tutto preciso sui dati economici (all’ingrosso, sì), ma sicuramente efficace.

Giudicate voi...

*****

Avete rotto il cazzo con sta storia dei migranti, avete rotto il cazzo perché siete stupidi. Completamente stupidi.

Partiamo da qualcosa di basilare: cosa stracazzo ha fatto il governo in questi 3 mesi circa?

“In circa 3 mesi la squadra di governo si è riunita una decina di volte e ad oggi è stato approvato solo il decreto che rinvia di 6 mesi la fattura digitale per i benzinai.”

(La fattura dei benzinai... chiaro?!)

Flat Tax, reddito di cittadinanza, decreto di dignità? Se ne riparla nel 2020! Che non vuol dire che si faranno, vuol dire che “se ne riparla”... un po’ come quando mio figlio mi chiede di andare alle giostre alle 9 di sera e io sono in mutande sul divano e rispondo: “eh sì sì poi vediamo”.

Quindi visto che si sono promesse puttanate per arrivare al potere (come al solito per carità)... e visto che al comando fondamentalmente ci sta un partito con a capo un idiota che ha preso il 17% dei voti (il diciassette per cento, diciassette, non menziono nemmeno i 5S perché sono più assenti di Spalletti sulla panchina dell’Inter)... cosa si può fare per acquisire ulteriori consensi?!

“Che ne dite puntiamo tutto sulla stupidità degli italiani?”

“Ottima idea, funziona sempre”

“Continuiamo a parlare male dei migranti?”

“Siamo arrivati al 17% nonostante anni di furti e incompetenza politica solamente puntando sui negri, continuiamo porco due”

“Slogan? St’anno vanno tanto, così li pubblichiamo su Fb”

“L’Italia agli italiani, ti piace?”

“Figo, andata! Pubblico subito”

Ma parliamo dell’Italia agli italiani:

C’è un’emergenza immigrazione da risolvere.

C’è un’emergenza immigrazione da risolvere?

No brutto pirla, non c’è nessuna emergenza immigrazione da risolvere. Rispetto al 2017 in un anno, l’immigrazione è calata dell’80% (ottanta, ripeto ottanta... secondo i dati della Fondazione Ismu, non secondo il meme con 4,5 mln di Like).

È calata prima ancora che arrivasse il decerebrato che si fa chiamare “capitano”... (l’unico capitano è Zanetti, al massimo Baresi o Maldini, non ce ne sono altri)!

Ma andiamo avanti; quanto ci costa l’immigrazione? Circa 4,6 miliardi l’anno (e voi direte: QUATTROVIRGOLASEIMIGLIARDIIII VERGONIAAAA, perché lo so che lo dite)... ma questi 4,6 miliardi non vanno mica ai “negretti” eh... no, a loro vanno circa 2,5 euro al giorno, (due virgola cinque) (niente iPhone, niente alberghi di lusso, niente ombrelloni in prima fila, e nemmeno cene da Cracco pagate).

Ma voi siete comunque indignati (perché chiamarvi razzisti poi vi offendete).

Sapete che se questi 4,6 miliardi venissero ridistribuiti, oltre a rendere disoccupata un sacco di gente adibita all’accoglienza, porterebbe nelle tasche della signora Maria, pensionata di turno... circa 1/2 euro in più (ma forse sto esagerando)!

Ora, senza stare a dettagliare i problemi che affliggono il nostro paese, facciamo un rapido conto di quelli macro, quelli insomma che fanno davvero la differenza.

Lo sapete quanto fattura la Mafia? Non lo sapete? Vabbó ve lo dico io 150 miliardi l’anno... (centocinquantamiliardi) 150 cucuzze provengono dalla criminalità organizzata. (Oltre 40 miliardi in più rispetto al primo gruppo italiano “legale”... Exor).

Vogliamo parlare dell’evasione fiscale? Secondo i dati ISTAT vengono evasi circa 300 miliardi l’anno (TRECENTO! sapete la differenza tra 300 e 4,6 dei migranti sopra quant’è? No, non ve lo dico. Lo fate con la calcolatrice... ah un miliardo ha 9 zeri, giusto per aiutarvi). Naturalmente non conto gli altri 200 miliardi di evasione derivanti da attività criminale, sennò saremmo oltre i 500! Facile.

Quindi mentre non dichiarate i vostri guadagni, mentre taroccate bilanci, mentre pagate in nero qualsiasi cosa... fatevelo un piccolo esame di coscienza la prossima volta che vi sentite DERUBATI perché spendono 2 euro dei NON vostri soldi per aiutare qualcuno che forse forse sta un pelo peggio di voi. Pensate a quelli che inculate giornalmente al vostro vicino di ombrellone.

Vogliamo scrivere due righe sulla corruzione? Beh sono circa 100 miliardi l’anno a spese del bel paese...

Quindi, pallottoliere alla mano, sono circa 700 miliardi che “mancano” all’Italia ogni anno, solo da questi 3 problemi. Solo da questi.

Poi se volete aggiungere spesa pubblica ad cazzum, stipendi dei politici, rimborsi elettorali, pensioni d’oro e altre decine e decine di merdate che pesano su ognuno di noi... beh facciamolo.

Però, però, il problema sono i migranti. E sapete perché?

Perché siete un branco di pirla che vi fate fare il lavaggio del cervello, da un malvivente che usa la vostra stupidità per ottenere consensi, che vi instilla la paura nel cervello, che usa il DIVERSO come perno per aumentare la sua popolarità e accrescere il vostro odio.

Odio verso il nemico che non esiste.

Odio che vi porta a sparare troiate tipo: “non sono razzista, ma...” un po’ come se dicessi “sono vegano, ma il controfiletto la sera me lo mangio lo stesso!”

Avete rotto il cazzo.

Oltre ad avere il quoziente intellettivo di Sossio Aruta durante una puntata di uomini e donne... e il battesimo come titolo di studio, siete solo dei razzisti nascosti dietro il vostro “amore per la patria”... che ogni giorno puntualmente buttate nel cesso con la vostra intolleranza retrograda.

Fatevi un esame di coscienza, se ne avete una... e se tenere 5 giorni in mare esseri umani per voi “è corretto perché mica possiamo tenerli tutti noi, aiutiamoli a casa loro, e la signora Pina prende 400 euro al mese di pensione, vergoniaaa”... fatevi un cazzo di giretto in quei posti dove regna povertà e guerra... con la speranza che qualcosa lì vi trattenga e che qui non ci torniate più.

Perché a me, come a tanti grazie a Dio, fanno pena gente come voi.

Vi avrei anche fatto il Meme, ma non sono capace.

In sintesi: Avete rotto il cazzo.

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Rocca di Papa. Fascisti ancora all’angolo

Seconda giornata di mobilitazione, a Rocca di Papa, per impedire ai fascisti di CasaPound – “rinforzati” dall’arrivo di Maurizio Boccacci, già condannato per ricostituzione del partito fascista – di recitare la parte degli “itagliani che non vogliono i migranti”.

Ancora una volta gente presa di peso da altre zone del Lazio (riconosciuti diversi fascisti di Ostia, che notoriamente è piuttosto distante dai Castelli Romani) con tre o quattro “guide locali” per non farli perdere tra i boschi...

Nutrite più del giorno prima la partecipazione degli antifascisti, con il buon “Ivanone” trasformato a sua insaputa in star del web. Ascoltatelo, perché la saggezza può anche essere molto sintetica:


Per il resto quasi nulla da segnalare, solo un’orgia di dichiarazioni (i giornalisti presenti erano sicuramente più dei fascisti) e i ringraziamenti espressi – a fine giornata – da un gruppo di bambini eritrei nei confronti di chi li aveva attesi per difenderli.

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Turchia, il fronte Sud della Nato diventa un problema sistemico

La realtà va di corsa, ormai, e chi si attarda è perduto. Dobbiamo guardare alle dinamiche economiche e geopolitiche in modo obbiettivo, quasi da entomologi, perché soltanto se capiamo “la cornice” e “la struttura” entro cui si svolge anche la nostra piccola azione possiamo provare a fare qualcosa di positivo. La “sinistra” che ancora ragiona con i paraocchi degli anni ’90, insomma, è come il cieco che sente suonare le campane, ma non sa dove sono…

Cosa c’è di nuovo al mondo e in Europa? Intanto che si va allargando il fossato tra Unione Europea e Stati Uniti, seguendo la contrapposizione tra interessi tedeschi – capofiliera di buona parte della produzione industriale continentale – e americani. Il fermentare di nazionalismi che attraversano l’Est, la stessa Italia e molti altri paesi del Vecchio Continente, è alimentato non soltanto dal razzismo e dal malessere sociale creato dalle politiche di austerità applicate alla più grave crisi economica del dopoguerra, ma anche da qualche cointeresse Usa.

E’ uno scontro “inter-imperialista” – come si diceva quando i comunisti ragionavano con la testa fredda invece che con le categorie dell’avversario – in cui non c’è da “schierarsi”, ma prima di tutto c’è da capire dove stiamo poggiando i piedi, per arrivare a trovare un sentiero da percorrere.

Tra le novità più rilevanti abbiamo segnalato proprio oggi l’abbozzo di un sistema monetario alternativo incentrato sull’oro anziché sul dollaro. Banalmente, un sistema siffatto elimina la necessità di ricorrere al Fondo Monetario Internazionale, con tutti i suoi ricatti e condizioni capestro, e l’intermediazione di una monta stampata ad libitum, senza più alcun rapporto né con un metallo pregiato, né con altri parametri oggettivi e misurabili.

Una bomba a tempo, per la moneta Usa, da molti anni dominante più per la forza militare dello Stato che la emette che non per la solidità della propria economia, devastata dalle delocalizzazioni produttive e con livelli di disoccupazione interna malamente nascosti da criteri statistici ben poco scientifici.

Protagonisti di questo sistema in via di formazione tre paesi individuati dagli Usa come “nemici”, vecchi e nuovi, come Russia, Iran e Turchia. E proprio quest’ultimo paese – con uno dei peggiori regimi autoritari una “democrazia” ormai ridotta all’esercizio di un voto sempre più truccato – costituisce il legame oggettivo tra quel sistema e la Germania (dunque l’Unione Europea così com’è attualmente).

L’editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza è fin troppo dettagliato, su questo tema, perché sia necessario darne una sintesi. Buona lettura.

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Tutti di corsa ad aiutare la Turchia: ora, si muoverebbe anche la Germania. Ma non solo in quanto rappresenta il sedicesimo Paese per valore di esportazioni, con 21,5 miliardi di euro nel 2017, ed occupa lo stesso posto in graduatoria per le importazioni con 16,2 miliardi, con un saldo attivo di 5,2 miliardi per Berlino.

Ankara è molto di più, anche per la Germania: crocevia geopolitico tra Occidente Atlantico e Russia; snodo essenziale negli approvvigionamenti terrestri alternativi alla rotta su cui transita il North Stream; protagonista nella risistemazione della Siria; pivot alternativo alla alleanza sunnita guidata dalla Arabia Saudita negli equilibri dell’intero Medioriente. Basta pensare all’isolamento completo, diplomatico e di frontiere, deciso da Riyadh nei confronti di Doha, che ha riaperto le relazioni con Teheran, per capire come gli opposti schieramenti siano ormai decisi.

Nei confronti di Berlino non contano solo le ragioni finanziarie contingenti, oppure la reminiscenza delle storiche alleanze con l’Impero Ottomano che risalgono alla Prima guerra mondiale. Ci sono due fattori chiave: la forte minoranza di origine turca che vive in Germania, e che con il suo voto ha fortemente sostenuto la riforma costituzionale che a giugno ha incoronato nuovamente il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, e che può pesare assai nelle prossime elezioni in Germania; gli oltre tre milioni di profughi ospitati in Turchia a spese della Ue, su espressa richiesta della Cancelliera Angela Merkel, per chiudere la rotta balcanica ai migranti che avevano destabilizzato non solo la Germania ma tutti i Paesi per cui transitavano.

La rete di protezione a favore della Turchia ha cominciato a dispiegarsi già il giorno di Ferragosto, quando sulla Gazzetta Ufficiale turca sono state pubblicate le nuove tariffe dei dazi sulle merci importate dagli Usa, in risposta al raddoppio di quelle decise da Donald Trump, che aveva portato al 30% quelle sull’alluminio ed al 50% quelle sull’acciaio per contrastare la eccezionale competitività delle merci turche dovuta alla svalutazione del 40% della lira. Ankara le ha elevate dal 35% al 120% sulle auto americane, dal 40% al 140% sugli alcolici; dal 20% al 40% sul riso, dal 30% al 60% sui prodotti di bellezza.

Lo stesso giorno, l’Emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani era ad Ankara in visita al Presidente Erdoğan: l’incontro si è concluso con l’annuncio di investimenti per 15 miliardi di dollari. Contemporaneamente, si dava conto del colloquio telefonico tra il Presidente turco e la Cancelliera Angela Merkel, da cui era emersa la volontà di rafforzare i rapporti bilaterali: il ministro turco delle finanze e dell’economia Berat Albayrak si sarebbe recato a Berlino entro il mese, in visita al suo omologo. Molto più cauta sembra finora la Cina: ha già fin troppi fronti aperti con gli Usa, per dover aggiungere altra benzina sul fuoco annunciando un suo appoggio finanziario alla Turchia.

Appena cinque giorni dopo, il 20 agosto, la Banca centrale turca ha dato notizia di uno Swap Agreement con la corrispondente CBRT del Qatar, tra la lira ed il Riyal per l’importo massimo di 3 miliardi di dollari, con l’obiettivo di facilitare gli scambi bilaterali e supportare la stabilità finanziaria dei due Paesi.

Le istituzioni finanziarie internazionali, come il Fmi, sono fuori gioco: non si potrà intervenire a favore della Turchia, come è accaduto di recente con l’Argentina, ripetendo nei confronti di Ankara il programma di aiuti concesso nel 2001: le consuete condizioni di Washington stavolta sarebbero politicamente inaccettabili per Erdogan.

Le voci di un probabile sostegno finanziario tedesco di emergenza alla Turchia riecheggiano le posizioni già assunte da Berlino nei confronti dell’Iran, colpito anch’esso dalle sanzioni americane per via del ritiro statunitense dall’Accordo sul nucleare. Una destabilizzazione della regione per via finanziaria a causa del default della Turchia, ovvero per una crisi militare con l’Iran che portasse alla chiusura dello Stretto di Hormuz sarebbe insostenibile per l’Europa, mentre lascerebbe praticamente indifferente gli Usa che in questi anni hanno raggiunti con lo shale gas ed il GNL la piena indipendenza energetica.

La parabola che si sta delineando porta quindi la Germania ad una ulteriore presa di distanza dagli Usa: non riguarda più solo la richiesta di aumentare il bilancio della difesa e di riequilibrare i rapporti commerciali tra i due Paesi, ma fronteggia la recente minaccia di Trump di portare entro settembre al 25% i dazi sulle auto europee.

I punti di crisi si moltiplicano. C’è chi, come Donald Trump, punta a scardinare un sistema di rapporti commerciali internazionali che ritiene non equo e non più sostenibile per gli Usa, e chi come Angela Merkel vi si avvinghia perché è stato la chiave della recente prosperità tedesca. C’è chi batte mazzate e chi mette toppe: difficile reggere sempre tutto.

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Il crimine di Genova, l’omertà d’establishment e la svendita del patrimonio pubblico

di Paolo Flores d'Arcais

Con temeraria sconsideratezza, sulla tragedia di Genova provo ad usare la logica anziché il riflesso pavloviano d’establishment.

Perciò, delle due l’una: la caduta del ponte Morandi o è una fatalità o è un crimine per omissione. Francesco Cozzi, procuratore capo di Genova, ha escluso la fatalità. Renzo Piano, architetto di Genova noto in tutto il mondo, ha escluso la fatalità.

Perciò, delle due l’una: o Piano e Cozzi sono esempi di delittuosa cialtroneria professionale, o criminale per omissione è stata la condotta del gestore del ponte Morandi. Ma non c’è un solo giornale, canale televisivo, commento radiofonico, tra quelli che pure del riflesso pavloviano d’establishment hanno intonato il sabba e danzato il tedeum, ad aver mosso il benché minimo rilievo, o accenno, o diffidenza, sulla competenza professionale del procuratore e dell’architetto.

Deinde: avventurandosi nel mondo non impervio del sillogismo, avrebbero dovuto trarne le conseguenze: un crimine omissivo è stato compiuto, che ha tranciato decine di esistenze, i famosi tre gradi di giudizio dovranno decidere quali nomi e cognomi e quanto a lungo dovranno essere ospitati nel sovraffollato sistema carcerario, ma il crimine omissivo è evidente, e compito della politica e del giornalismo è quello di fare immediatamente la loro parte, autonomamente dalla magistratura.
E invece.

La pretesa di aspettare il verdetto della magistratura è quanto di più bizzarro e contraddittorio. La magistratura assolve o manda in galera, la politica prende decisioni legislative e amministrative, il giornalismo sviluppa le sue inchieste senza guardare in faccia a nessuno, portando alla luce fatti anche da fonti riservate e che non rivelerà.

Vedremo cosa farà la politica. Il governo ovviamente ha annunciato che la concessione ad “Autostrade per l’Italia” deve essere ritirata, ma il ministro Toninelli è partito malissimo nominando due commissari in smaccato conflitto d’interessi (bastava che il tempo di una esternazione mediatica lo dedicasse a una ricerca su google), e il conflitto paralizzante tra M5S e Lega sull’argomento è il peggio in agguato (ma più probabilmente in fieri).

Sul giornalismo si può invece già dire, e sono considerazioni che fanno male e costringono al fiele. Anziché quel poco di Aristotele che per chiunque ragioni dovrebbe essere una seconda natura, tutti i mass media hanno intimato di “non demonizzare il concessionario”, di “non cercare capri espiatori” e tutta la panoplia del “troncare sopire”. Operazione nauseante, perché è possibile che vi siano altri colpevoli per omissione (passati governi, tecnici di ministeri e altri apparati amministrativi …), e magari il giornalismo frugando negli archivi può aiutare contro la memoria troppo claudicante, ma la responsabilità di “Autostrade per l’Italia” ha evidenza tautologica, che nessuna responsabilità aggiuntiva può ingentilire.


L’omertà d’establishment (l’opposto esatto del giornalismo, che, per dirla con un liberista conservatore come Joseph Pulitzer, “è l’unico grande potere organizzato a sostenere la causa della virtù civica” per contrastare “la stupefacente crescita del potere delle grandi imprese e l’enorme aumento dei patrimoni individuali”) è arrivata all’impudicizia somma di riscrivere per alcuni giorni il primo comandamento e non pronunciare il nome di Benetton. Il soprassalto d’onestà intellettuale di un monumento al “sopire troncare” come Gad Lerner ha confessato la sudditanza morale, psicologica, politica e civile dei giornalisti mainstream di fronte al potere del denaro e al lusso del profitto. Nessuno del suo mondo, cui si rivolgeva, ha cosparso il proprio capo di un solo granello di cenere, nessuno ha battuto ciglio. Gettate laviche di silenzio.

Io non leggo tutti i quotidiani, ma la mia “mazzetta” (ormai elettronica) è alquanto pingue, e sulla strage di Genova ho trovato una sola testata che abbia fatto del giornalismo: Il Fatto quotidiano. [il dott. Belpietro mi segnala che anche il suo giornale, "La Verità", ha citato con evidenza e stigma i Benetton. Gliene do volentieri atto. In effetti il suo quotidiano non fa parte della mia mazzetta]. Chiunque abbia ancora un’oncia di buonafede dovrebbe riconoscerlo e prendere esempio. E lo dico con dolore, perché a questo giornale, che continua a essere imprescindibile per le notizie che riporta e altri dimenticano, non ho più potuto collaborare per via di un’invalicabile questione morale e anzi antropologica: la presenza di una firma “orgogliosamente nazista” (inoppugnabile definizione di Christian Rocca, suo annoso compagno di banco al Foglio di Giuliano Ferrara).

I morti di Genova dovrebbero poi costringere chiunque non sia ormai mitridatizzato nel cinismo d’establishment a riproporre in modo radicale il problema del ruolo pubblico nell’economia e a ripercorrere, col senso critico che è mancato, la storia delle privatizzazioni.

Perché mai un bene pubblico affidato a un’autorità pubblica dovrebbe essere gestito peggio che da un privato (che riesce a lucrarvi profitti più che obesi)? Basta che il potere non sia corrotto, e scelga i manager per efficienza e moralità. Arrendersi al pregiudizio che la gestione privata è ontologicamente migliore significa confessare una vocazione insopprimibile alla nolontà di una politica nemica della corruzione. Un governo che voglia davvero voltare pagina contro la malapolitica degli ultimi trent’anni dovrebbe avere la gestione pubblica, massimamente onesta ed efficiente, come propria stella polare e obiettivo irrinunciabile, da realizzare un tassello al giorno.



Le privatizzazioni sono state realizzate e giustificate da un “centrosinistra” che di sinistra non aveva più neppure il fantasma, ma era ormai avvitato nella sindrome confessata da Gad Lerner e ancora imboscata dai suoi pari. Ciampi, Draghi, Amato, Savona (sì, proprio quello che Di Maio e Salvini hanno fatto garrire come bandiera del nuovo!), Prodi, D’Alema, Bersani, Letta Enrico, per emolumenti, convinzioni e frequentazioni (o anelito alle frequentazioni) – viene prima l’uovo o la gallina? – erano ormai officianti della Mammona capitalistico-finanziaria viranti al pasdaran.

La svendita del patrimonio nazionale si scatena nel 1992 (casualmente l’anno di Mani Pulite). Allora, come sintetizzato in un documentato articolo di Lettera 43 di cinque anni fa, “lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). Eppoi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi”.

Un potere onesto avrebbe potuto con queste risorse rendere l’Italia in corsa per il premio Bengodi. Ma i politici, e i media berlusconiani e di governo, cominciarono a bombardare Mani Pulite e magistrati antimafia (ultimo ma certo not least, anzi, Giorgio Napolitano, il peggior presidente della storia Repubblicana), anziché a ripulire le stalle di Augia.

Molto spesso si è trattato di sfrontate regalie. E comunque mai, per le risorse principali, la privatizzazione è stata anche liberalizzazione, ma mero trasferimento di monopolio dallo Stato al privato, cui veniva concesso sia il servizio che l’infrastruttura che il controllo su sé medesimo per adempimenti e qualità.

Essendo partiti con Aristotele, possiamo concludere (provvisoriamente) con Kant. Cosa possiamo sperare? Dal governo ben poco. In realtà su ogni questione importante assistiamo a una guerriglia permanente di interviste, tweet, e altre esibizioni. Perché Fico e Salvini sono incompatibili quasi su tutto, e Di Maio è un patetico sor Tentenna. Quando si arriva al dunque, e sulla proprietà e gestione dei beni in concessione ci siamo arrivati (anche quelle delle telecomunicazioni e televisioni, se non si vuole restare subalterni perfino a Berlusconi) una scelta esclude l’altra, e anche l’impotenza è una scelta (di sudditanza all’establishment). Quanto all’opposizione (parola davvero pantagruelica per il Pd), anche solo evocare il verbo sperare significa precipitare già nella “contradictio in adiecto”. L’unica attività di cui si mostrano capaci le Boldrini e le Boschi è sfilare sul red carpet della sofferenza: rivoltante. I Renzi invece sbruffoneggiano in lacrimevoli tentativi di imitare Alberto Angela: increscioso.

Resterebbe il potere dell’opinione, il giornalismo come “paladino del benessere collettivo”, dove “il cuore e l’anima di un giornale albergano nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità, nella sua umanità, nella sua solidarietà verso gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua dedizione al bene comune”, e dove il giornalista “deve essere conosciuto come uno che preferirebbe rassegnare le dimissioni piuttosto che sacrificare i propri princìpi a qualche interesse economico. [Ogni giornalista] se non riesce a impedire che la stampa si degradi può comunque rifiutarsi di prendere personalmente parte al degrado”.

Pulitzer aveva perfettamente ragione. Il giornalismo, quando non è così, non è giornalismo. È evidente anche ai più ottimisti che oggi, per trovarlo, servirebbero schiere di Diogene con lanterna.

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