In Argentina il peso è crollato del 7% in poche ore, in Turchia la lira ha perso il 5% dopo aver perduto 1/3 del suo valore nel solo mese di agosto. Qualche scricchiolio arriva anche dalla rupia indiana, dal rand sudafricano e perfino dallo yuan cinese.
Stiamo parlando solo di quanto accaduto nel mese di agosto, una variabile particolare sui mercati valutari in quanto risente un po’ della pausa vacanziera. Ma quanto avvenuto in questi giorni agostani sembra essere solo l’onda lunga di un accumularsi di crisi in alcuni importanti paesi della periferia capitalista come Turchia e Argentina.
Dopo i primi scossoni a inizio del mese, la lira turca è finita nuovamente sotto pressione a causa di alcune indiscrezioni comparse sulla stampa occidentale secondo cui il vicegovernatore della banca centrale del paese intende rassegnare le dimissioni. In realtà, secondo l’agenzia Reuters, il vicegovernatore e membro del consiglio direttivo della banca centrale turca Erkan Kilimci si sarebbe limitato ad entrare nel consiglio di amministrazione della Banca dello Sviluppo della Turchia. Da qui sono partite le speculazioni intorno alle sue ipotetiche dimissioni dalla banca centrale turca. Come noto il presidente turco Erdogan sta esercitando forti pressioni sulla banca centrale affinché persegua politiche monetarie anticicliche, come il taglio o il congelamento dei tassi di interesse anche in presenza di un aumento dell’inflazione.
In Argentina invece il peso ha perso ben il 45% rispetto al dollaro dall’inizio di quest’anno, praticamente si è dimezzato. A complicare le cose è giunta la notizia che il governo ultraliberista di Macrì ha chiesto al Fmi di anticipare il prestito di 50 miliardi richiesto sin dal maggio scorso, nonostante avesse annunciato di non voler ricorrere ai prestiti esterni. A maggio il peso, la valuta nazionale, ha subìto un collasso spingendo la Banca Centrale argentina ad aumentare i tassi di interesse arrivati, nel giro di una settimana, al 40%. L’inflazione oggi in Argentina sta già galoppando al 30% e il nuovo ricorso ai prestiti del Fmi, alimenta lo spettro dei disastri del 2001 che segnarono profondamente il paese dando vita a sanguinose misure antipopolari e a conseguenti proteste che spazzarono via il governo di allora.
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31/08/2018
19/08/2018
Turchia - Le agenzie di rating si scatenano, il governo ricorre all’austerity
E’ scattata la tagliola delle agenzie di rating internazionali sulla Turchia. Sia Moody’s che Standard and Poor’s hanno reso noto di aver ridotto la valutazione sul debito della Turchia alle prese con i dazi statunitensi e forti tensioni valutarie.
Moody’s ha tagliato a Ba3 da Ba2 ed ha cambiato a “negativo” l’outlook sulla tenuta creditizia del Paese, mentre la S&P ha tagliato il rating del debito sovrano del Paese a B+ da BB-, con un secondo declassamento nell’arco di un mese.
Per Moody’s la scelta si fonda soprattutto sul “continuo indebolimento delle istituzioni pubbliche turche” e sul fatto che le politiche di Ankara sono sempre meno prevedibili. Valutazioni analoghe quelle di S&P: secondo l’agenzia inoltre la Turchia rischia di entrare in recessione il prossimo anno. “Il sostanziale indebolimento della lira – si legge in una nota – ha implicazioni finanziarie negative e prevediamo una contrazione dell’economia nel 2019”.
Ma mentre gli Stati Uniti non escludono nuove sanzioni contro la Turchia, Ankara si dice convinta di poter uscire dalla crisi senza l’aiuto dell’FMI, ma solo con misure di rigore fiscale.
“Usciremo ancora più forti da queste turbolenze” – ha detto ieri il ministro delle finanze della Turchia, Berat Albayrak nel corso di una conferenza con un migliaio di rappresentanti di fondi e investitori stranieri – “Non ci sono piani del Fondo Monetario Internazionale. Ci concentreremo invece sugli investimenti diretti stranieri nel paese”.
Il canale turco Trt riferisce che nella conferenza, il ministro ha spiegato come il paese intenda fare ampio uso di misure fiscali per ridurre il pesante deficit delle partite correnti e mettere un freno all’inflazione salita al 16% annuo.
Albayrak ha aggiunto che il governo chiederà ai ministeri tagli delle spese compresi fra il 10 e il 30 per cento e che l’obiettivo è di arrivare ad avere un surplus primario di 6 miliardi di lire turche per il resto dell’anno. La Turchia, ha aggiunto infine il ministro, sta progettando di inserire nella costituzione il principio tutto liberista dell’obbligo del pareggio di bilancio.
Dopo il crollo della scorsa settimana, la lira turca ha iniziato la risalita tre giorni fa quando la banca centrale ha annunciato che fornirà alla banche tutta la liquidità di cui hanno bisogno per superare la crisi, mentre ieri il governo di Erdogan ha incassato la promessa da parte del Qatar (alleato/competitore dell’Arabia Saudita, ndr) di investire in Turchia 15 miliardi di dollari.
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Moody’s ha tagliato a Ba3 da Ba2 ed ha cambiato a “negativo” l’outlook sulla tenuta creditizia del Paese, mentre la S&P ha tagliato il rating del debito sovrano del Paese a B+ da BB-, con un secondo declassamento nell’arco di un mese.
Per Moody’s la scelta si fonda soprattutto sul “continuo indebolimento delle istituzioni pubbliche turche” e sul fatto che le politiche di Ankara sono sempre meno prevedibili. Valutazioni analoghe quelle di S&P: secondo l’agenzia inoltre la Turchia rischia di entrare in recessione il prossimo anno. “Il sostanziale indebolimento della lira – si legge in una nota – ha implicazioni finanziarie negative e prevediamo una contrazione dell’economia nel 2019”.
Ma mentre gli Stati Uniti non escludono nuove sanzioni contro la Turchia, Ankara si dice convinta di poter uscire dalla crisi senza l’aiuto dell’FMI, ma solo con misure di rigore fiscale.
“Usciremo ancora più forti da queste turbolenze” – ha detto ieri il ministro delle finanze della Turchia, Berat Albayrak nel corso di una conferenza con un migliaio di rappresentanti di fondi e investitori stranieri – “Non ci sono piani del Fondo Monetario Internazionale. Ci concentreremo invece sugli investimenti diretti stranieri nel paese”.
Il canale turco Trt riferisce che nella conferenza, il ministro ha spiegato come il paese intenda fare ampio uso di misure fiscali per ridurre il pesante deficit delle partite correnti e mettere un freno all’inflazione salita al 16% annuo.
Albayrak ha aggiunto che il governo chiederà ai ministeri tagli delle spese compresi fra il 10 e il 30 per cento e che l’obiettivo è di arrivare ad avere un surplus primario di 6 miliardi di lire turche per il resto dell’anno. La Turchia, ha aggiunto infine il ministro, sta progettando di inserire nella costituzione il principio tutto liberista dell’obbligo del pareggio di bilancio.
Dopo il crollo della scorsa settimana, la lira turca ha iniziato la risalita tre giorni fa quando la banca centrale ha annunciato che fornirà alla banche tutta la liquidità di cui hanno bisogno per superare la crisi, mentre ieri il governo di Erdogan ha incassato la promessa da parte del Qatar (alleato/competitore dell’Arabia Saudita, ndr) di investire in Turchia 15 miliardi di dollari.
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12/08/2018
Turchia - Dollari e Allah
Come suo solito tuona il presidente-sultano. Ce l’ha, stavolta non a torto, con Trump, il provocatore. Ce l’ha coi mercati della speculazione, che in verità per affarismo anche gli affiliati al suo clan conoscono e frequentano. Ma nel caso della Turchia, e dell’Iran, in questa fase la speculazione finanziaria che cavalca la debolezza delle rispettive monete è tenuta su dalla speculazione geopolitica. Non dovrebbe sorprendersene un giocatore d’azzardo come Erdoğan, che di giravolte e doppiogiochismi è maestro. E magari sorpreso non è, visto che da mesi il valore della lira turca è in caduta (circa il 50% da gennaio) e le turbolenze erano previste all’orizzonte. Però i successi elettorali l’avevano ulteriormente euforizzato e lui, da uomo forte, sulla nazione e sulla coriacea maggioranza che lo sostiene confidava, e tuttora confida, per respingere chi coi dollari attenta alla sovranità turca, cui contrappone il sentimento patriottico e islamico dell’Anatolia. Le mosse d’un altro duro sullo scenario mondiale, il presidente protezionista americano Trump, che in queste ore raddoppia i dazi su due prodotti della siderurgia anatolica (acciaio e alluminio) è stato solo il fattore scatenante su cui i mercati della finanza fittizia si sono gettati per far vacillare quotazioni in molte Borse.
Con nocumento di tanti risparmiatori. Certo, diversi investitori, dopo le sparate della Casa Bianca hanno abbandonato o minacciato di farlo la piazza turca. Inoltre vari osservatori notano come la stessa vicenda del pastore evangelico statunitense Brunson, detenuto in Turchia con l’accusa di spionaggio, abbia ulteriormente aizzato la smania rissosa del presidente-guascone, cui il collega ora imparentato politicamente coi “Lupi grigi” tiene a non mostrarsi meno aggressivo. Perciò Erdoğan risponde per le rime, sostenendo che in assenza d’una marcia indietro sui dazi, il Paese che comunque mostra un’economia stabile*, valuterà altre partnership economico-finanziarie e geopolitiche. Nella fattispecie Russia e magari Cina. Ipotesi che sul fronte strategico mettono in fibrillazione il Pentagono e destabilizzano lo scenario Nato, che sul fronte del Mar Nero e del Mediterraneo orientale ha nella Turchia un pilastro irrinunciabile dal secondo dopoguerra. Ma proprio Erdoğan che nell’ultimo quinquennio tanti problemi interni ed esterni ha avuto e s’è creato, è riuscito a rilanciarsi come leader accettato fra la sua gente e nei consessi di crisi palesi.
La guerra civile siriana l’ha avvicinato a Putin, dopo essere stato un sostenitore palese e occulto dell’opposizione ad Asad e di certo jihadismo, il dramma dei profughi siriani l’ha reso interessato salvatore di un’Europa sottoposta ai ricatti dei membri di Visegrád e dei suoi ammiratori anti immigrati del vecchio continente. Nella partita fra bulli il presidente turco rischia più dell’omologo d’Oltreoceano, perché la forza economica statunitense è cospicua, perché mercati e Borse finanziarie vedono lo zampino di lobbies e istituti in cui la politica americana fa pesare i suoi intrecci. Eppure le variabili geopolitiche riservano sorprese (Trump ne sa qualcosa proprio per essere diventato, contro ogni logica, presidente Usa). I ceti medi turchi, tuttora zoccolo duro del potere dell’Akp, come i bazari iraniani, compromissori verso gli ayatollah e il braccio armato dei Guardiani della Rivoluzione, potrebbero pure cambiar bandiera, ma servirebbe un’alternativa credibile, economica e politica. Che non è certo l’immagine sovranista, xenofoba, ottusa, egoista e ricattatoria dell’America First trumpiana. E tant’è.
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Con nocumento di tanti risparmiatori. Certo, diversi investitori, dopo le sparate della Casa Bianca hanno abbandonato o minacciato di farlo la piazza turca. Inoltre vari osservatori notano come la stessa vicenda del pastore evangelico statunitense Brunson, detenuto in Turchia con l’accusa di spionaggio, abbia ulteriormente aizzato la smania rissosa del presidente-guascone, cui il collega ora imparentato politicamente coi “Lupi grigi” tiene a non mostrarsi meno aggressivo. Perciò Erdoğan risponde per le rime, sostenendo che in assenza d’una marcia indietro sui dazi, il Paese che comunque mostra un’economia stabile*, valuterà altre partnership economico-finanziarie e geopolitiche. Nella fattispecie Russia e magari Cina. Ipotesi che sul fronte strategico mettono in fibrillazione il Pentagono e destabilizzano lo scenario Nato, che sul fronte del Mar Nero e del Mediterraneo orientale ha nella Turchia un pilastro irrinunciabile dal secondo dopoguerra. Ma proprio Erdoğan che nell’ultimo quinquennio tanti problemi interni ed esterni ha avuto e s’è creato, è riuscito a rilanciarsi come leader accettato fra la sua gente e nei consessi di crisi palesi.
La guerra civile siriana l’ha avvicinato a Putin, dopo essere stato un sostenitore palese e occulto dell’opposizione ad Asad e di certo jihadismo, il dramma dei profughi siriani l’ha reso interessato salvatore di un’Europa sottoposta ai ricatti dei membri di Visegrád e dei suoi ammiratori anti immigrati del vecchio continente. Nella partita fra bulli il presidente turco rischia più dell’omologo d’Oltreoceano, perché la forza economica statunitense è cospicua, perché mercati e Borse finanziarie vedono lo zampino di lobbies e istituti in cui la politica americana fa pesare i suoi intrecci. Eppure le variabili geopolitiche riservano sorprese (Trump ne sa qualcosa proprio per essere diventato, contro ogni logica, presidente Usa). I ceti medi turchi, tuttora zoccolo duro del potere dell’Akp, come i bazari iraniani, compromissori verso gli ayatollah e il braccio armato dei Guardiani della Rivoluzione, potrebbero pure cambiar bandiera, ma servirebbe un’alternativa credibile, economica e politica. Che non è certo l’immagine sovranista, xenofoba, ottusa, egoista e ricattatoria dell’America First trumpiana. E tant’è.
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Crisi turca, febbre globale
Anche la Nato non è più quella di una volta... La crisi della Turchia, a un occhio distratto, è stata presentata come una “semplice” crisi valutaria – la moneta si è svalutata del 20% praticamente in un giorno, contagiando le banche europee che hanno maggiore esposizione verso quel paese – aggravata da un regime reazionario incapace risolvere i suoi molti conflitti interni (sia sociali che politici, a partire dallo storico indipendentismo curdo).
Questo editoriale apparso su Milano Finanza, a firma di Guido Salerno Aletta, fornisce invece informazioni più dettagliate, che allargano la conoscenza del problema “disturbando” molti dei luoghi comuni che dominano il ridicolo mercato dell’informazione italiana.
Partiamo dai luoghi comuni in materia di economia, quelli per esempio tanto cari alla coppia Alesina-Giavazzi, da cui tutti gli altri copiano frasi senza senso. Avete presente il rapporto debito/Pil o quello deficit/Pil? Quelli, insomma, che se non stanno sotto il 60% (il debito) o tendenti azero (il deficit) l’economia va a rotoli e la credibilità internazionale del paese pure?
Bene. La Turchia, da questo punto di vista, sta benissimo. Il debito pubblico è sotto il 28%, meno della metà di quanto previsto dai manuali di economia neoliberista. Il deficit è sotto il 3% persino in un anno di crisi come questo, l’altro anno hanno sfiorato il mitico pareggio di bilancio.
I tassi di crescita sono stati “cinesi” per tutto il decennio (tra 4 e l’11% annuo). Insomma, un paradiso stando a quegli standard. Il problema è che gli investimenti pubblici e privati sono avvenuti a debito, ricorrendo appunto a prestiti da banche estere e, soprattutto, denominati in valuta estera (euro o dollari). Il che espone ad oscillazioni incontrollabili in caso di movimenti delle quotazioni della moneta dipendenti dalle fluttuazioni “dei mercati”. La lira turca, che ancora nel 2012 veniva scambiata con 50 centesimi di euro, oggi vale meno di un terzo di quella cifra. E quindi i debiti denominati in euro sono cresciuti in proporzione inversa.
Per non dire del deficit commerciale, visto che l’import supera costantemente l’export.
Eppure, proprio oggi, Erdogan si sente obbligato a spiegare che “commerceremo in valute locali con i nostri maggiori partner Cina, Russia, Iran e Ucraina”. Abbiamo sottolineato le valute per far notare che euro e dollaro sono esclusi; mentre nell’elenco dei “maggiori partner” sono scomparsi Usa ed Unione Europea.
A questo tipo di problemi si aggiungono quelli “politico-economici”, come le decisioni di Trump sui dazi, che complicano parecchio le esportazioni turche.
Non per ultime ci sono le isterie geopolitiche innescate dal “sultano” Erdogan – l’avventura militare in Siria, le tensioni con l’Iraq, quelle con gli Usa che in loco hanno alleanze praticamente opposte.
Un po’ troppi problemi per un paese che ha velleità da media potenza “autonoma” ma è inserito in un sistema di alleanze militari che non consentono di nutrire grilli nella testa. Al tempo stesso, il “nuovo corso” statunitense sta destabilizzando l’ordine mondiale che proprio gli Usa avevano costruito su misura per i propri interessi, a partire dal 1989.
Neanche la Nato, dunque, è più una "assicurazione".
Da qualsiasi parte la prendiate, la scena globale è un festival di “cigni neri” che si sono alzati in volo. Quelli che predicano “austerità” come via maestra per raggiungere la “stabilità finanziaria” sono al tempo stesso uno degli allevatori di “cigni neri” e tra i massimi truffatori in azione.
*****
Turchia: vittima di una crescita troppo forte, finanziata in modo non marginale a debito dall’estero, incapace di riassorbire la disoccupazione e soprattutto di sanare uno squilibrio strutturale dei conti con l’estero. E’ una crisi del tutto simile a quella spagnola del 2011, senza però avere la caratteristica di quest’ultima, determinata dall’indebitamento delle banche con l’estero usato per finanziare la bolla immobiliare.
Il problema, ancora una volta, non sono state le finanze pubbliche in disordine: il deficit annuo non è mai andato sopra il 2,9% del pil, percentuale che sarebbe raggiunta solo quest’anno dopo essere stata sempre intorno al 2,3% sin dal 2012, mentre addirittura l’anno prima si era sfiorato il pareggio di bilancio. Anche il debito pubblico di Ankara è sempre rimasto a livelli ultra rassicuranti, secondo gli standard previsti dal Fiscal Compact: è stato ridotto costantemente a partire dal 2009, quando era pari al 43,8% del pil, per arrivare al 27,8% di quest’anno.
Il ritmo di crescita del pil turco è stato paragonabile solo a quello della Cina: +8,5% nel 2010, +11.1% nel 2011, +4,9% nel 2012, +8,5% nel 2013, +5,2% nel 2014, +6% nel 2015, +3,2% nel 2016, +7% nel 2017, +4,1% quest’anno. La enorme differenza con la Cina è stata rappresentata dai conti esteri, strutturalmente negativi: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti è sempre stata passiva sin dal 2002. Negli anni della crisi la situazione è continuamente peggiorata: il picco negativo fu toccato nel 2011, quando il saldo fu di -74,4 miliardi di dollari, pari al -8,9% del pil. Nonostante il miglioramento di circa un punto di pil annuo realizzato da allora fino al 2015, quando i valori si assestarono rispettivamente a -32,1 miliardi di dollari, pari -3,7% del pil, successivamente si è verificato un nuovo trend di peggioramento, con il risultato negativo previsto per quest’anno in -49,1 miliardi di dollari, corrispondenti al -5,4% del pil. In totale, tra il 2008 e quest’anno, il saldo negativo della bilancia dei pagamenti correnti è stato di 486 miliardi di dollari, accumulando anno dopo anno una percentuale sul pil pari al 57%.
La posizione finanziaria internazionale netta della Turchia è contestualmente peggiorata: nell’arco di un decennio, le passività totali verso l’estero sono passate da 282 miliardi di dollari del gennaio 2016 a 683 miliardi di dollari del dicembre 2017. Parimenti, si è triplicato il saldo passivo, passato da -161 miliardi di dollari a -454 miliardi.
La crescita degli investimenti è stata tumultuosa: a partire dal 2011, la loro percentuale annua sul pil non è mai scesa al di sotto del 22%, arrivando quest’anno al picco previsto del 31,3%. Il risparmio nazionale, pur estremamente elevato essendo sempre oscillato tra il 21% ed il 26% del pil, non è stato però sufficiente a finanziarli integralmente: il differenziale è stato coperto con il ricorso ai capitali esteri che hanno fronteggiato anche il gap della bilancia dei pagamenti correnti. In totale, tra il 2008 e quest’anno, la quota di investimenti annui non coperti con il risparmio interno è stata pari nel complesso a circa il 55% del pil.
La svalutazione della lira turca non è stata in grado di compensare lo squilibrio dei conti con l’estero, ma ha alimentato l’inflazione interna. Per contrastarla, sono stati aumentati inutilmente i tassi di interesse. Occorreva mettere un freno agli impieghi, non limitarsi ad aumentarne il costo.
Ora, l’Amministrazione americana ha raddoppiato i dazi sulle importazioni dalla Turchia, portando quelli sull’alluminio al 20% ed al 50% quelli sull’acciaio: la svalutazione della lira turca sarebbe stato uno strumento distorsivo del mercato. C’è dell’altro. La Turchia è stata, insieme all’Argentina, l’ospite d’onore all’ultima riunione dei Brics: una alleanza antitetica agli Usa. Ankara spera, o forse si illude, di ricevere un aiuto finanziario da parte della Cina per superare lo stallo della sua moneta sui mercati e la manifesta ostilità americana.
La tensione con gli Stati Uniti è salita di continuo: di recente, a causa dell’imposizione, da parte di Washington, di sanzioni ai danni dei ministri turchi della Giustizia e dell’Interno per il caso Brunson, il pastore cristiano evangelico della Carolina del Nord detenuto in Turchia dall’ottobre 2017 con l’accusa di spionaggio e terrorismo, per avere legami sia con il partito filo curdo PKK, sia con la organizzazione terroristica FETÖ, sostenuta dal predicatore islamico Fethullah Gulen, che Ankara considera responsabile del fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016. La Turchia ha replicato, imponendo sanzioni simmetriche nei confronti di due alti funzionari americani.
L’intervento autonomo di Erdogan in Siria, a fianco della Russia nonostante qualche screzio, non è garbato agli Usa. I Peshmerga, forza militare del Kurdistan irakeno, vengono sostenuti da Washington ma combattuti da Ankara: il pericolo di una secessione territoriale è sempre stata un pericolo per l’integrità della Turchia. Parimenti, non sono piaciuti agli Usa gli ammiccamenti sul Blue Stream per portare gas russo in Europa passando per il Mar Nero. Ancor meno deve essere andata giù la preferenza espressa nello scorso mese di aprile alla fornitura di missili russi SS-20 rispetto ai Patriot statunitensi.
A partire dal fallito colpo di stato dell’estate 2016, i rapporti si sono progressivamente deteriorati. Anche la Turchia è nella morsa di uno scontro geopolitico globale: ogni mezzo per combattersi sembra ormai divenuto lecito.
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11/08/2018
Turchia - Crolla la Lira. Gli effetti arrivano in Europa
Le crisi esplodono lì dove non te lo aspetti. La lira turca ha perso il 19% sul dollaro e l’euro. La borsa dopo un avvio calmo ha imboccato la strada del ribasso e l’indice Bst ha accusato un tonfo del 4,70% con i principali titoli del settore bancario che lasciano sul terreno tra il 7 e il 9%.
La crisi si è riflessa anche sui titoli di Stato con rendimenti che sono schizzati ai massimi storici. Il titolo con scadenza a un anno mostra un rendimento del 21%, il triennale ha superato il 23%. L’effetto Turchia si è abbattuto anche sulle borse europee (in modo particolare Milano, Francoforte, Parigi, in misura minore Londra). La Borsa di Milano ha accusato una caduta del 2,80%. Lo scivolone della Borsa di Milano è alimentato dal comparto bancario con UniCredit che lascia sul terreno oltre il 6% per la sua esposizione in Turchia, ma ribassi rilevanti si sono verificati anche per Intesa Sanpaolo con un -4,95% e Ubi -4,65%. Unicredit possiede il 41% della banca turca Yapi Credi Bank.
Il contagio turco non ha risparmiato i titoli di Stato con il rendimento del Btp a 10 anni in salita al 2,96% mentre si allarga lo spread con il Bund a 260 punti per effetto della corsa agli acquisti sul decennale tedesco.
Sulla crisi turca pesano indubbiamente le aspettative sull’inflazione che, dopo aver già raggiunto il 15% nel mese di luglio, potrebbe continuare a salire se – come pare – la presidenza eserciterà pressione sulla banca centrale affinché i tassi restino bassi. Ciò porterebbe ad un ulteriore surriscaldamento dell’economia turca. La corsa dei prezzi rischia di erodere, inoltre, la crescita reale del Pil: il governo ha già tagliato le previsioni della crescita annua dal 5,5% al 4%.
Ma la crisi finanziaria in Turchia sembra avere anche un evidente “agente esterno”: gli Stati Uniti. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato via Twitter l’inasprimento dei dazi verso Ankara: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”.
L’acciaio turco è una delle maggiori voci delle esportazioni, con un valore di 11,5 miliardi di dollari, pari al 7% delle esportazioni totali. Fino all’anno scorso erano proprio gli Stati Uniti il primo importatore dell’acciaio turco, prima che i precedenti dazi riducessero gli scambi fra i due Paesi, portando gli Usa al terzo posto.
Il 2 agosto scorso, il dipartimento del Tesoro Usa ha sanzionato il ministro dell’Interno e quello della Giustizia della Turchia per il rifiuto di quest’ultima di liberare il pastore statunitense Andrew Brunson, arrestato nel 2016 con l’accusa di aver partecipato al fallito colpo di stato del 2016 contro Erdogan. Il Congresso ha inoltre temporaneamente bloccato la vendita degli F-35 alla Turchia.
Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la Turchia “non perderà la guerra economica”. Già ieri sera Erdogan aveva parlato di una “campagna contro la Turchia”, esortando i connazionali a non temere le conseguenze della crisi della valuta nazionale. E oggi li ha poi invitati a vendere la valuta straniera di cui dispongono in modo da rafforzare la lira turca.
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La crisi si è riflessa anche sui titoli di Stato con rendimenti che sono schizzati ai massimi storici. Il titolo con scadenza a un anno mostra un rendimento del 21%, il triennale ha superato il 23%. L’effetto Turchia si è abbattuto anche sulle borse europee (in modo particolare Milano, Francoforte, Parigi, in misura minore Londra). La Borsa di Milano ha accusato una caduta del 2,80%. Lo scivolone della Borsa di Milano è alimentato dal comparto bancario con UniCredit che lascia sul terreno oltre il 6% per la sua esposizione in Turchia, ma ribassi rilevanti si sono verificati anche per Intesa Sanpaolo con un -4,95% e Ubi -4,65%. Unicredit possiede il 41% della banca turca Yapi Credi Bank.
Il contagio turco non ha risparmiato i titoli di Stato con il rendimento del Btp a 10 anni in salita al 2,96% mentre si allarga lo spread con il Bund a 260 punti per effetto della corsa agli acquisti sul decennale tedesco.
Sulla crisi turca pesano indubbiamente le aspettative sull’inflazione che, dopo aver già raggiunto il 15% nel mese di luglio, potrebbe continuare a salire se – come pare – la presidenza eserciterà pressione sulla banca centrale affinché i tassi restino bassi. Ciò porterebbe ad un ulteriore surriscaldamento dell’economia turca. La corsa dei prezzi rischia di erodere, inoltre, la crescita reale del Pil: il governo ha già tagliato le previsioni della crescita annua dal 5,5% al 4%.
Ma la crisi finanziaria in Turchia sembra avere anche un evidente “agente esterno”: gli Stati Uniti. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato via Twitter l’inasprimento dei dazi verso Ankara: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”.
L’acciaio turco è una delle maggiori voci delle esportazioni, con un valore di 11,5 miliardi di dollari, pari al 7% delle esportazioni totali. Fino all’anno scorso erano proprio gli Stati Uniti il primo importatore dell’acciaio turco, prima che i precedenti dazi riducessero gli scambi fra i due Paesi, portando gli Usa al terzo posto.
Il 2 agosto scorso, il dipartimento del Tesoro Usa ha sanzionato il ministro dell’Interno e quello della Giustizia della Turchia per il rifiuto di quest’ultima di liberare il pastore statunitense Andrew Brunson, arrestato nel 2016 con l’accusa di aver partecipato al fallito colpo di stato del 2016 contro Erdogan. Il Congresso ha inoltre temporaneamente bloccato la vendita degli F-35 alla Turchia.
Il presidente turco Erdogan ha dichiarato che la Turchia “non perderà la guerra economica”. Già ieri sera Erdogan aveva parlato di una “campagna contro la Turchia”, esortando i connazionali a non temere le conseguenze della crisi della valuta nazionale. E oggi li ha poi invitati a vendere la valuta straniera di cui dispongono in modo da rafforzare la lira turca.
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