Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/07/2026

Il welfare usato come carburante per la finanza

di Alessandro Volpi

Provo a mettere insieme una considerazione molto generale.

Le politiche europee e dei singoli Stati del Vecchio Continente, Italia in primis stanno privatizzando il sistema pensionistico, quello della sanità e quello dei servizi essenziali.

Privatizzazione significa finanziarizzazione. Tutto ciò che non viene più garantito dallo Stato deve essere oggetto di assicurazione privata, tramite la creazione di fondi, polizze etc.

La finanziarizzazione per funzionare – al di là delle enormi disuguaglianze che genera – ha bisogno di “mercati” finanziari sempre euforici e con rendimenti significativi, in grado di reggere l’inflazione e di ridurre al minimo le scosse.

Ma gli attuali mercati sono davvero capaci di sostituire lo Stato sociale, pur con tutti i suoi limiti?

Per rispondere è necessario tenere presente alcuni elementi.

1) Esiste una bolla gigantesca costruita sull’intelligenza artificiale e sulla tecnologia, che ha bisogno di costante liquidità e di un’enorme quantità di energia.
La liquidità viene raccolta con il risparmio globale che sta però erodendosi per le difficoltà produttive di gran parte del Pianeta.
Soprattutto gli enormi investimenti nelle società dell’IA hanno bisogno, in un arco di tempo ragionevole, di produrre utili e, rispetto a ciò, il limite più grande è l’evidente mancanza di energia.
I data center consumano quantità di energia che non sono compatibili con le esigenze complessive delle società “occidentali”.

2) Esiste un quadro geopolitico non certo favorevole alla stabilità finanziaria.
Le guerre in corso faranno impennare proprio il costo dell’energia (la chiusura di Hormuz, di Bab el Mandeb, la dipendenza dal GNL, le tensioni su Suez e lo Stretto di Malacca, le sanzioni) con conseguenze inflazionistiche pesanti che determineranno un aumento dei tassi e del costo del denaro, rendendo ancora più difficile la tenuta delle società dell’IA perché avranno utili più bassi del debito che devono pagare.

3) La finanziarizzazione del riarmo; l’idea che la finanza sia alimentata dalla spesa pubblica per il riarmo si scontra con le pessime condizioni dei debiti degli Stati, costretti per il rialzo dei tassi a destinare quote crescenti del proprio bilancio in tale direzione.

4) La crisi del debito Usa, diventato spaventoso per dimensioni, e la perdita di credibilità del dollaro come valuta sicura stanno togliendo all’inventario degli strumenti finanziari elementi ritenuti storicamente garantiti.

Allora, pensare di mettere le pensioni, la sanità, l’istruzione sul mercato finanziario, fidando sulle sue capacità miracolistiche, appare davvero una responsabilità politica di cui le classi dirigenti – e non solo quelle politiche – dovrebbero essere chiamate a rispondere.

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08/06/2026

Italia - La ricchezza finanziaria vola, mentre si ferma quella reale

Secondo la trentesima edizione del “World Wealth Report 2026”, pubblicato dal Capgemini Research Institute, anche nel 2025 il numero di milionari a livello globale, così come la loro ricchezza, sono aumentati, toccando nuovi record. I principali fattori dell’ennesima crescita dei “Paperoni” sono stati i valori sostenuti dei titoli sui mercati azionari e il calo complessivo dell’inflazione.

La Capgemini ricostruisce il profilo al centro di questa ricerca come coloro che possiedono più di un milione di dollari in attività investibili (escludendo quindi la residenza principale, gli oggetti da collezione, i beni di consumo e i beni durevoli). La consistenza di questa categoria di super-ricchi è incrementata del 7,9% lo scorso anno, raggiungendo i 25,3 milioni di individui.

Parallelamente, la loro ricchezza totale è aumentata dell’8,7% su base annua, toccando la cifra record di 98.300 miliardi di dollari e segnando così il maggiore incremento su base annuale registrato dal 2018. Ma questo ammontare non è distribuito ugualmente nemmeno tra i “ricconi”: l’1% più ricco della popolazione dei milionari detiene il 34,8% del patrimonio totale della categoria.

La spinta maggiore all’aumento dei milionari, in termini percentuali, l’ha data l’area dell’Asia-Pacifico (+9,4%), in particolare in relazione all’espansione del mercato dei semiconduttori. Ma in termini numerici assoluti, sono stati gli Stati Uniti a registrare il primato dei nuovi ingressi in questa “élite”: l’incremento del 9,2% è pari a 736 mila nuovi milionari.

Il Medio Oriente è l’unica regione che ha registrato una contrazione della popolazione di milionari (-1,4%), a causa della situazione di instabilità. In Europa, invece, il loro numero torna a crescere. Per quanto riguarda l’Italia, il rapporto censisce un totale di 358.410 milionari, per un patrimonio complessivo stimato in 734,4 miliardi di dollari.

La maggior parte è costituita da coloro che Capgemini definisce “Millionaires Next Door” (soggetti con patrimoni compresi tra 1 e 5 milioni di dollari): oltre 342 mila individui con una ricchezza complessiva di circa 576 miliardi di dollari. Chi ha patrimoni che superano i 30 milioni di dollari sono circa 470 milionari, che insieme possiedono quasi 29 miliardi di dollari.

Una volta fatta questa panoramica dei “Paperoni”, bisogna però evidenziare anche l’origine del boom, sia dei numeri sia delle ricchezze. Essa va trovata, come accennato all’inizio dell’articolo, nell’andamento dei mercati azionari, sostenuti dalla fiducia nella crescita delle attività legate all’intelligenza artificiale (motore per la creazione di nuova ricchezza in cinque delle sei macro-regioni geografiche analizzate).

Nonostante la guerra commerciale sempre più spinta dell’amministrazione Trump, nel 2025 gli indici di Wall Street hanno segnato rialzi compresi tra il 13% e il 20%, risultati sostenuti anche dal taglio dei tassi di interesse che ha reso meno costoso accedere a prestiti per investimenti. In Europa, hanno agito motivazioni simili, con l’aggiunta dell’aumento delle spese in difesa.

Ma in sostanza, quello che emerge è che questa grande ricchezza apparsa nell’ultimo anno è parte di quella enorme bolla finanziaria che si sta accumulando nei mercati azionari, legata innanzitutto proprio alle Big Tech e all’intelligenza artificiale. Una ricchezza fittizia che non fa il paio con l’arrancare delle economie reali dei paesi occidentali, e che quindi non fa che ampliare le contraddizioni di sistema.

Il pericolo è proprio questo: che la bolla esploda, e che questa ricchezza fittizia svanisca, trascinando con sé, però, tanti salari e risparmi di semplici lavoratori e pensionati. Del resto, è questo l’iter che abbiamo vissuto più di una volta in un modello che vede sempre più milionari nonostante alle classi popolari si chiedano in continuazione sacrifici.

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02/06/2026

Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla

di Alessandro Volpi

La crisi energetica dei combustibili fossili, “la fame” dell’intelligenza artificiale, l’illusione dei bassi costi e del ridotto impatto ambientale del nucleare stanno spingendo in alto i titoli delle società che si occupano di questa forma di energia e stanno attirando nel settore i grandi gestori del risparmio internazionale. Le società che si occupano di energia nucleare si dividono principalmente in tre categorie: i produttori di energia (utility), i “minatori” di uranio e gli sviluppatori di nuove tecnologie.

Per quanto riguarda il primo gruppo, le utility, sono i titoli che hanno performato meglio grazie ad accordi con le Big Tech (Microsoft, Amazon, Google). In particolare, Constellation energy, che è il più grande operatore nucleare negli Stati Uniti, ha registrato tre il 2024 e il 2025 un tondo +100%, anche per la riapertura della centrale di Three Miles Island in seguito a un accordo ventennale con Microsoft. I suoi azionisti principali sono Vanguard Group (circa 11%), BlackRock (9%) e State Street. I tre “padroni del mondo”.

C’è poi Vistra Corp. Nel 2025 è stato uno dei migliori titoli dell’S&P 500, con crescite superiori al 150% in alcuni periodi. Vanguard Group è il primo azionista, con una quota che oscilla tra il 10% e il 12%, BlackRock, il secondo, con una quota intorno all’8-9% e State Street Corporation, il terzo, detiene circa il 4-5%. Nella proprietà sono presenti anche Fmr (Fidelity Investments) che detiene una quota significativa (circa il 5%), Capital Research & Management e Oaktree Capital Management. Nel 2024, Vistra ha completato l’acquisizione di Energy Harbor (operazione che le ha permesso di ottenere le centrali nucleari Beaver Valley, Davis-Besse e Perry). In questa operazione, alcuni dei precedenti azionisti di Energy Harbor (spesso fondi di investimento speculativi o specializzati in ristrutturazioni) hanno ricevuto azioni Vistra, entrando nella compagine sociale.

È evidente quindi che sul versante delle utility dell’energia, il nucleare è un oggetto ormai controllato dai grandi fondi, il cui obiettivo è trasferirvi risparmi gestiti, attraverso i propri prodotti finanziari, capaci di sfruttare e tenere alti i rendimenti dei titoli di tali società. Il nucleare diventa quindi il terminale di destinazione del risparmio globale per far reggere la bolla, naturalmente in una sinergia con l’azione delle Big Tech di cui gli stessi grandi fondi sono azionisti. Peraltro, Constellation e Vistra stanno aumentando i dividendi e i piani di riacquisto di azioni proprie grazie ai flussi di cassa stabili, in modo da essere ancora più appetitose.

I giganti dell’uranio sono fondamentalmente due. Il primo è Cameco, con sede in Canada, che è il principale produttore quotato in Borsa al mondo. Il suo titolo ha registrato un forte rialzo (+50% nel 2025) e ha migliorato i propri conti per effetto del possesso del 49% di Westinghouse, che, come è noto, costruisce i reattori. Anche qui gli azionisti principali sono i grandi fondi, a partire da BlackRock e Vanguard, insieme a Brookfield asset management (tramite la partnership per Westinghouse). L’altro gigante è Kazatomprom, il più grande produttore mondiale in termini di volume. In questo caso il controllo è del fondo sovrano del Kazakistan (Samruk-Kazyna) per il 75%, il resto è quotato a Londra e Astana, con una forte presenza dell’immancabile BlackRock.

Infine, per quanto riguarda la tecnologia un hanno rilievo importante le società che sviluppano mini-reattori prefabbricati, i cui titoli sono più volatili e ancora più speculativi. Solo per ricordare alcune di tali società è possibile citare NuScale Power, la prima ad avere un design approvato negli Stati Uniti, Oklo, sostenuta da Sam Altman (amministratore delegato di OpenAI), GE Vernova, spin-off di General Electric. Di nuovo gli azionisti sono i grandi gestori del risparmio a cominciare da T. Rowe Price e proprio Vanguard.

Questa breve fotografia del settore consente di fare alcune considerazioni di natura generale. In primo luogo, i titoli di tutte queste società stanno correndo al rialzo, configurando un’ulteriore bolla. Inoltre, a sostenere la speculazione contribuisce la presenza nel loro azionariato dei grandi gestori che stanno drenando il risparmio diffuso in tale direzione e creando una vera e propria filiera di destinazione delle risorse liquide disponibili verso nucleare, Big Tech e società di cui le Big Tech hanno bisogno, a partire dal cloud, in una catena nelle mani di un vero e proprio monopolio finanziario. Un ulteriore, decisivo sostegno proviene dalla politica, nel cui ambito cresce il numero delle forze partitiche che celebrano il nucleare come la soluzione inevitabile per la crisi energetica. Infine, nella stessa direzione si muovono le narrazioni mediatiche che legano l’insicurezza energetica determinata dalle guerre “all’errore” per molti Paesi di aver abbandonato le centrali atomiche.

Basta mescolare questi ingredienti e la bolla nuclearista è servita, in cui uno spazio, seppur limitato, ha anche il nucleare “finanziario” italiano. La società Newcleo è una realtà con sede a Parigi, fondata e guidata da Stefano Buono e con una base azionaria fortemente italiana, avendo tra gli investitori gli Elkann di Exor Seeds, esponenti della famiglia Malacalza e veicoli riconducibili alla famiglia Petrone. Tale società, in cui sembra che anche il Governo Meloni voglia mettere qualche decina di milioni di euro, sta completando il percorso di quotazione a Wall Street, con sbarco previsto sul Nasdaq nel secondo semestre del 2026 attraverso la fusione con una Special purpose acquisition compan (Spac), in pratica una scatola vuota, in un’operazione che valuta la società circa 2,4 miliardi di dollari. Lo schema è simile a quello utilizzato da altre startup del settore nucleare. Newcleo si fonderà con la Spac newyorkese NewHold Investment Corp III: una simile operazione dovrebbe iniettare nelle casse dell’azienda ben 420 milioni di dollari. La società, essendo ancora molto lontana dalla fase commerciale, non è oggi redditizia e, anzi, nel 2024 avrebbe registrato perdite per circa 110 milioni di dollari. Meglio, allora, intanto guadagnare in termini finanziari e a godere della cuccagna nuclearista.

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12/03/2026

Se il conflitto fa scoppiare la bolla

di Emiliano Brancaccio

«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.

Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.

L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.

Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.

L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.

La durata e l’estensione della guerra, da questo punto di vista, diventano cruciali. Il «geopolitical index», l’indice di rischio geopolitico più noto tra gli investitori, si era assestato negli ultimi tempi sopra i 100 punti. Ma gli sguardi sono ora focalizzati sul prossimo aggiornamento.

L’aggressione israelo-americana all’Iran potrebbe far schizzare l’indicatore ben oltre il picco di 167 punti successivo all’attacco russo all’Ucraina. Per gli operatori sui mercati, sarebbe un segnale rilevante per dare libero sfogo alle vendite. Del resto, la voglia di scatenare le scommesse al ribasso monta da un pezzo, da ben prima che Stati Uniti e Israele facessero fuoco sull’Iran.

Il motivo è presto detto. Come ammesso anche dal Fondo Monetario Internazionale, gli indici di Wall Street sono da tempo sopravvalutati. Il rapporto tra prezzi delle azioni e dividendi effettivi è ormai più che doppio rispetto alle medie storiche.

Una tale crescita dei prezzi azionari è dovuta al lungo periodo di euforia intorno alle magnifiche sorti e progressive dell’intelligenza artificiale. Per anni, mandrie di investitori più o meno inconsapevoli hanno comprato azioni a prezzi favolosi, convinte che l’Ai avrebbe presto o tardi fatto esplodere anche i dividendi. Siamo così arrivati a prezzi azionari fino a ottanta volte più grandi dei dividendi effettivamente erogati. Col risultato che, al momento, una massa di azioni conferisce rendimenti percentuali persino inferiori ai titoli di stato.

Adesso, però, si diffonde il sospetto che il boom dei dividendi atteso dall’intelligenza artificiale si rivelerà molto inferiore a quello annunciato. In altre parole, fa proseliti una tesi revisionista: il mercato è gonfiato da una gigantesca «bolla» speculativa, che anche un piccolo spillo potrebbe far esplodere.

Ebbene, la guerra contro l’Iran è uno spillo enorme, specie se dura a lungo. Potrebbe esser l’occasione per sprigionare le energie represse degli speculatori al ribasso. E far crollare i valori di mercato.

Chiaramente, la presidenza Trump farà di tutto per scongiurare un crollo di borsa. Dopo avere attaccato la corte suprema e il congresso, tornerà alla carica contro la banca centrale per esigere credito facile e abbondante, per tutti i «rialzisti» di buona volontà che vorranno continuare a gonfiare la bolla dei prezzi azionari.

Nella crisi dell’impero, il gioco di scommesse da finanziario dunque si estende, diventa politico e poi addirittura costituzionale: mettere sul piatto tutto, anche i tradizionali contro-poteri della democrazia liberale, pur di perpetuare l’equilibrismo dell’America sul filo della storia, tra consenso interno ed egemonia esterna.

L’esito finale del feroce casinò non è ancora scritto. Ma lo spillone dell’aggressione all’Iran aumenta di giorno in giorno la probabilità di una nuova fiammata «stagflattiva», un ritorno perverso di disoccupazione e inflazione. Per vie dirette o traverse, il conto della guerra capitalista sarà a carico del lavoro.

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08/11/2025

La bolla che rende nervoso Trump

di Alessandro Volpi

L’isteria di Trump ha a che fare con i decisi segnali di una profonda crisi economica e finanziaria.

La bolla dell’Intelligenza Artificiale continua a gonfiarsi, alimentata da due elementi assai insidiosi. Il volume degli investimenti annunciati dalle principali Big Tech è enorme, a fronte di risultati reali decisamente più modesti; tali annunci sono resi possibili però da una gigantesca emissione di obbligazioni, pari a circa 180 miliardi di dollari in pochi mesi, acquistate in larga parte dai grandi fondi finanziari, azionisti delle stesse Big Tech, in direzione delle quali continuano a far convergere il risparmio globale con una moltitudine di strumenti finanziari.

Quindi, grandi programmi di investimento, grandi emissioni obbligazionarie acquistate in primis dalle Big Three e grandi acquisti, sempre ad opera delle Big Threee di azioni delle società dell’IA. Così Nvidia è arrivata a valere oltre 5000 miliardi di dollari, con un rapporto tra prezzo e utili assolutamente inconcepibile.

È evidente però che l’economia reale non ha bisogno solo di liquidità che gonfia la bolla, ma di acquisti reali, di consumatori in carne ed ossa che comprano i prodotti altrimenti la bolla, appunto, non tiene.

Le prime indicazioni, in tal senso, provengono dal mondo del lavoro USA dove sono spariti rapidamente 1 milione di posti di lavoro, in larga parte scomparsi nel settore dell’Intelligenza artificiale e non certo solo per la volontà di sostituire la manodopera con la stessa IA.

Senza lavoro e senza consumi anche il più raffinato e potente capitalismo finanziario rischia il tracollo, anche perché il suo livello di concentrazione è diventato enorme: una decina di società – big tech appunto – valgono oltre il 30% dell’intero listino S&P 500.

Alla luce di ciò l’esplosione di una simile bolla sarebbe devastante, come dimostrano i numeri: nel 2009 il risparmio gestito dai grandi fondi finanziari era pari a 52 mila miliardi di dollari, oggi siamo a 128 mila miliardi, come detto concentrati in una manciata di titoli.

Il risparmio occidentale è stato finanziarizzato, concentrato e ora è a rischio perché stanno crollando i consumi e il lavoro viene sempre meno retribuito e scompare. In questa vicenda c’è un particolare capitolo italiano.

La bolla americana sta per esplodere anche perché i crediti di molte società, in particolare della componentistica auto e dell’Intelligenza Artificiale, sono stati cartolarizzati da alcuni grandi fondi, a cominciare da KKR, oggi in grande tensione.

Bene (meglio: molto male), KKR possiede il 60% della società che controlla la rete fissa italiana...

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07/11/2025

OpenAI, giù la maschera

di Carola Frediani

Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’IA, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.

Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.

La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’IA (di cui avevo scritto in newsletter).

Oltre a questo, commenta Quartz, la fondazione sarebbe comunque “una facciata che nasconde un’impresa fondamentalmente commerciale. Il consiglio di amministrazione senza scopo di lucro può tecnicamente mantenere il controllo, ma quando la sopravvivenza dipende dalla soddisfazione degli investitori, dalla raccolta di centinaia di miliardi di capitale e dalla capacità di attrarre talenti con pacchetti azionari competitivi, tale controllo diventa in gran parte puramente formale”.

Inoltre, “la tempistica non è casuale. SoftBank aveva minacciato di ridurre il proprio investimento da 30 a 20 miliardi di dollari se OpenAI non avesse ristrutturato entro la fine dell’anno. Microsoft aveva bisogno di rinegoziare il proprio accesso esclusivo alla tecnologia di OpenAI. I migliori ricercatori stavano passando alla concorrenza, che poteva offrire loro reali vantaggi in termini di capitale. Lo status di organizzazione senza scopo di lucro impediva loro di raccogliere fondi, di cui l’azienda ha bisogno in quantità quasi illimitata per sopravvivere”.

Secondo fonti di Reuters, OpenAI starebbe lavorando a un’offerta pubblica iniziale che potrebbe valutare l’azienda fino a 1.000 miliardi di dollari, in quella che potrebbe essere una delle più grandi IPO di tutti i tempi. E la domanda alle autorità di regolamentazione potrebbe arrivare già nella seconda metà del 2026. Che un’IPO sia probabile è stato anche detto dallo stesso Altman in una riunione coi dipendenti, riferisce The Information. Che aggiunge: “Un’IPO diluirebbe ulteriormente gli azionisti, ma potrebbe essere fondamentale per l’azienda, che ha previsto di bruciare 115 miliardi di dollari fino al 2029, aumentando la spesa per i server per promuovere la ricerca sull’intelligenza artificiale e potenziare ChatGPT e altri prodotti”.

The Information sottolinea anche che “c’è un grande divario tra le entrate di OpenAI, che secondo le previsioni raggiungeranno i 13 miliardi di dollari quest’anno, e la spesa prevista per i server necessari a sviluppare la sua tecnologia e rimanere davanti a rivali come Google e xAI”.

Già a inizio ottobre il Financial Times rilevava come OpenAI avesse firmato contratti per circa 1.000 miliardi di dollari per l’acquisto di potenza di calcolo, “impegni che superano di gran lunga le sue entrate e sollevano interrogativi su come potrà finanziarli”, sottolineando anche la circolarità dei suoi accordi con Nvidia, Amd, Oracle.

A questo proposito, sul sito Guerredirete.it abbiamo pubblicato un articolo sul rischio bolla, a firma di Andrea Signorelli.

Fonte

26/10/2025

Pillole di bancarotta

di Alessandro Volpi

La bolla dell’oro

La crisi profonda del capitalismo finanziario sta generando una mostruosa bolla costruita attorno all’oro, destinata a cambiare il quadro dell’economia internazionale.

Ci sono almeno tre ragioni, tra loro decisamente collegate, che favoriscono un prezzo dell’oro superiore ai 4000 dollari l’oncia.

La prima è la grande richiesta di oro da parte delle banche centrali, a cominciare da quella cinese: ormai sono scomparsi i due beni rifugi su cui costruire la tesaurizzazione del valore, rappresentati dal dollaro e soprattutto dai titoli del Debito Usa, e dunque l’oro resta il solo bene rifugio.

Ma non solo bene rifugio, l’oro diventa anche la sola reale garanzia di “conversione” monetaria per l’economia capitalista che non può permettersi una moneta in continuo deprezzamento come nel caso del dollaro. Quindi stiamo tornando rapidamente al gold standard, dove l’unica vera garanzia era costituita dalla piena convertibilità aurea.

La seconda ragione si lega alla prima. La ricerca di oro come bene rifugio non riguarda solo le banche centrali ma l’intero sistema finanziario, a cominciare dai grandi gestori del risparmio, che, in un momento di estrema incertezza come quello attuale, hanno bisogno di “stabilizzare” i loro impieghi avendo una solida riserva aurea.

La terza ragione è riconducibile alla ormai dominante struttura del sistema finanziario globale, dove i prezzi sono definiti attraverso gli strumenti derivati. In pratica, sul prezzo dell’oro si fanno milioni di scommesse, sganciate al possesso dell’oro in quanto tale, che finiscono per generare un’impennata molto più accentuata di quella, già forte, legata al mercato reale dell’oro.

Non a caso i futures sull’oro corrono di più del già altissimo prezzo dell’oro. La crisi del capitalismo finanziario, la sua scelta di puntare sulla dimensione militare stanno generando una dipendenza dall’oro che, per i suoi altissimi rendimenti, sta mangiandosi pezzi interi di economia reale.

Chi comanda in Europa

In Germania, BlackRock ha partecipazioni, sia direttamente sia attraverso fondi posseduti, comprese fra il 3 e il 10% in Commerzabank, Deutsche Bank, Continental, Adidas, Bayer, Lufthansa, Sofran, Daimler, Ag, Basf, Allianz, Siemens, Thyssen Krupp, Muniche Re, Rheinmetall, Hensholdt.

A questo complesso di partecipazioni si aggiunge una lunga lista di azioni possedute, al di sotto della soglia del 3%, in numerosissime altre società tedesche, a partire dal settore del credito e delle assicurazioni. In Francia, la società guidata da Larry Fink detiene pacchetti azionari, di nuovo fra il 3 e il 9%, in Sanofi, TotalEnergies, Lvhm, Schneider Electric, Société Générale, Orpea. Anche qui, come in Germania e in Italia, BlackRock possiede partecipazioni inferiori alla soglia del 3% in numerosissime società francesi, con una significativa incidenza nel comparto bancario.

In Inghilterra, la società americana gestisce una serie di fondi UCITS domiciliati nell’isola, che contengono importanti partecipazioni di società inglesi, mentre registra una presenza azionaria diretta in Shell, in Netwest group e in Preqin.

Le partecipazioni in Spagna di BlackRock sono concentrate nel sistema bancario, in Bbva, Banco Sabadell, Banco Santander, Caixa Banca, dove il capitale posseduto oscilla fra il 6 e l’8%, e in una serie di altri settori ambiti dove la quota posseduta è superiore al 5%, da Iberdola, a Repsol, Enagas, Redeia, Telefonica, Grifols, Fluidra, Merlin e AM-Deus.

Un peso particolare poi il fondo americano assume in Naturgy, di cui controlla il 10%.

A questi dati generali vanno aggiunte tre considerazioni ulteriori. La prima è rappresentata dal fatto che BlackRock è il principale azionista delle società che gestiscono la Borsa di Londra, quella di Francoforte e quella di Milano.

La seconda, già accennata per il caso italiano, è riconducibile alla massiccia presenza in quasi tutti gli Stati europei di un esteso circuito di vendita degli Etf prodotti da BlackRock volti a intercettare il risparmio diffuso; a tal riguardo è opportuno sottolineare che quello degli Etf è un settore in forte crescita, con un mercato complessivo in Europa di oltre 2800 miliardi di dollari, destinati, appunto, a “catturare” una larga fetta del risparmio gestito, con oltre 11 milioni di piani di risparmio solo in Etf.

La terza considerazione consiste nel mettere in evidenza che BlackRock rappresenta soltanto uno dei tre grandi fondi americani che dominano la scena europea perché considerazioni analoghe sarebbero possibili per Vanguard e State Street, la cui azione, rispetto alla società presieduta da Fink, è costruita soprattutto sulla produzione di Etf e di fondi in cui sono contenuti rilevanti pacchetti azionari di società italiane.

Grandi manovre

Il presidente di Jp Morgan, Jamie Dimon, intervistato dalla BBC inglese, ha dichiarato con nettezza che il rischio di uno scoppio della bolla finanziaria americana è particolarmente alto; non il 10% come sostengono molti analisti – sostiene Dimon – ma oltre il 30%. Dunque, sostiene il banchiere più influente del mondo occidentale, bisognerebbe trovare alternative ai listini Usa e non pensare di gonfiare ancora le big tech con la nuova bolla dell’Intelligenza artificiale.

Per Dimon meglio guardare ad impieghi più sicuri, magari non in dollari, a cominciare dall’oro e dalla finanza di guerra. La strategia di “diversificazione”e di parziale sganciamento dalla bolla americana è cominciato; i proprietari di Jp Morgan, i grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – stanno continuando la guerra contro Trump e hanno deciso di puntare sull’amico tedesco, il loro ex dipendente Friederich Merz. Forse qualcosa avevo capito...

Monopolio

Non serve sottolineare quanto l’intelligenza artificiale è e sarà centrale nei processi sociali, politici ed economici. Intanto, il dato più evidente è rappresentato dal fatto che nella finanza statunitense si è costituto un vero e proprio regime monopolistico.

Amd e Nvidia, le due società che dovrebbero farsi concorrenza, hanno come principali azionisti, con una percentuale complessiva non distante dal 30%, BlackRock, Vanguard e State Street. Peraltro Amd ha chiuso un accordo con Open Ai di Sam Altman, che prevede l’ingresso della stessa Open Ai nel capitale di Amd, dopo che la società guidata da Altman aveva già stabilito un’intesa con Oracle di Larry Ellison, nel cui capitale sono ampiamente presenti BlackRock, Vanguard e State Street.

Le Big Three, poi, insieme a Altman, Ellison, Thiel, Nvidia, hanno un ruolo decisivo nel progetto federale relativo all’Intelligenza artificiale Stargate. In estrema sintesi, la bolla del prossimo futuro ha già i suoi padroni.

Crisi politiche e borse che volano

La Francia è praticamente senza governo, l’Inghilterra di Starmer procede tra mille affanni, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania. I dati economici dei tre paesi sono decisamente stagnanti; una situazione questa condivisa anche dall’Italia, tenuta solo molto parzialmente a galla dal PNRR.

Nonostante questo le Borse di Parigi, Londra, Francoforte e Milano corrono. Perché?

La spiegazione è forse semplice; il valore delle società quotate è alimentato dalle iniezioni di liquidità provenienti dai grandi fondi, a cominciare da quelli Usa, dai profitti fatti dalle stesse società che si dedicano all’acquisto di prodotti finanziari forniti dagli stessi fondi, e dalla distribuzione di dividendi agli azionisti, costituiti proprio dai grandi fondi, e dalle numerose operazione di buy back, concepite per alleggerire ancora di più la tassazione dei proventi finanziari.

In altre parole le Borse vanno bene perché sono indifferenti alla politica e rispondono al potere unico dei grandi player finanziari in grado di stravolgere la realtà e di plasmarla a proprio piacimento. È difficile immaginare, in queste condizioni, strategie di programmazione economica legate a politiche creditizie e occupazionali.

Nella finanza occidentale, architrave della costruzione neoliberale, politica, produzione e lavoro sembrano essere sempre più residuali. Gli effetti sono inevitabili: una continua frammentazione della produzione in micro-imprese che faticano a generare reddito, una crescente indifferenza per le scadenze elettorali da parte della popolazione e la progressiva, totale dipendenza dalla “democrazia” finanziaria dei fondi, veri arbitri, attraverso la remunerazione del risparmio, delle sorti collettive.

Non a caso, il “gioiello” di BlackRock, Vanguard e State Street, la società con la maggiore capitalizzazione al mondo, pari a oltre 4000 miliardi di dollari [Nvidia, ndr], ha poco più di 35 mila dipendenti.

Non sono questioni tecniche!

Il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa.

Due misure vanno chiaramente in tal senso.

Nei giorni scorsi, Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano.

Il progetto è chiaro: gli italiani e le italiane devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza.

La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni.

Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa.

Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegna il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.

La legge di bilancio e lo sceriffo di Nottingham

Fantastico. Il governo Meloni sta chiudendo la legge di bilancio che vale 16 miliardi di euro; in pratica è del tutto inconsistente, incapace di incidere sulle difficoltà della stragrande maggioranza della popolazione del paese. Anzi, di quei 16 miliardi, ben 10 provengono da tagli. Dunque, da nuova austerità e nuove privatizzazioni.

Ma c’è un aspetto che mi sembra davvero grottesco. Dei 6 miliardi di “entrate”, ben 3 dovrebbero venire dalle banche; ma in che cosa consiste realmente il “contributo” concordato dalle banche con il superministro Giorgetti? In un anticipo di imposte per 3 miliardi, appunto.

In pratica le banche pagano subito imposte future che, naturalmente, non pagheranno poi. In questo senso Meloni e Giorgetti hanno ottenuto, come massimo risultato nei confronti delle banche, un anticipo di liquidità che dovrà restituire il prossimo governo. Davvero fantastico se si pensa che le banche italiane dal 2022 al 2025 hanno realizzato quasi 165 miliardi di utili con un tax/rate medio (rapporto tra tasse pagate e utili) del 22%!!! È sempre più chiaro chi comanda.

È sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%?

Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa?

Direi di sì. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea?

Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il PNRR il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceve. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione?

Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano. Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40 % dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati ad essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari.

Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno.

Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.

Fonte

10/10/2025

La bolla dell’intelligenza artificiale sta per scoppiare

Se un’economia non cresce, o al massimo si trascina anemica per decenni, la corsa dei valori azionari in borsa è un sintomo di speculazione senza fondamenti. L’espressione di Alan Greenspan, uno dei mitici presidenti della Federal Reserve (la banca centrale statunitense) alla vigilia dell’esplosione della bolla della new economy (come venivano chiamate nel 2000 tutte le attività in ambito informatico), rimase nei libri: “euforia irrazionale”.

Aveva ovviamente ragione, e nel 2001 quella bolla esplose lasciando molti morti e feriti, finanziariamente parlando. Pochi anni dopo tutto si ripeté su scala ancora più grande, con la crisi dei mutui subprime e il fallimento in serie di una grande quantità di banche Usa, con in cima Lehmann Brothers. Il panico – eravamo nel 2008 – fu tale che per alcuni giorni mezzo mondo si fermò, per il buon motivo che nessuno sapeva più se le merci ordinate pochi giorni prima avevano ancora un compratore solvibile oppure già fallito.

La situazione attuale dell’economia occidentale dopo 40 anni di neoliberismo trionfante è del tutto simile. La produzione reale è ferma, stagnante o in aperta recessione (in Germani, in Francia, negli Usa, in Italia è pressoché scomparsa l’industria), ma le borse macinano un record dopo l’altro. E così l’oro, bene rifugio quando le guerre si avvicinano.

Il rischio sempre più concreto è quello che in gergo viene chiamata “correzione”, ossia una caduta drastica e velocissima dei valori azionari per riportarli su livelli credibili. Ossia al rapporto price/earnings (prezzo/profitti attesi) intorno a 16/1, che è già abbastanza “ottimistico”.

Le nubi nere all’orizzonte dei mercati euro-atlantici sono così tante che il Corriere è andato a sentire Joe Dimon – amministratore delegato di JPMorgan Chase, la più grande banca d’affari degli Stati Uniti e quindi del mondo – per avere lumi.

Ma ha ricevuto solo conferme ultra-pessimistiche. Il rischio di un crollo dei mercati azionari americani è «molto più elevato di quanto si pensi. Se il mercato vede una probabilità del 10% di una forte correzione, io direi che siamo più vicini al 30%».

Naturalmente è una previsione basata sui fondamentali, ma impossibile da collocare precisamente nel tempo: «Potrebbe accadere fra sei mesi o fra due anni, ma il livello di incertezza che vediamo oggi è molto più alto di quello che definirei normale».

L’analisi è quasi da uomo della strada. «Viviamo un momento in cui troppe domande cruciali restano senza risposta: conflitti, disordine politico, guerre commerciali, e politiche fiscali che alimentano instabilità. Tutto ciò crea un contesto in cui il rischio viene sottovalutato».

Tra i settori che sono cresciuti di più, e quindi a maggior rischi di caduta, ci sono quello degli armamenti e i tecnologici. Ma la difesa è un’idrovora alimentata dal clima belligerante, e quindi terrà finché rulleranno i tamburi di guerra, mentre i tecnologici stanno sovraprezzando nella convinzione che l’intelligenza artificiale produrrà a breve-medio termine risultati fantastici e finanziariamente inconcepibili.

Così inconcepibili che tutte le azienda dell’IA, a cominciare da quella più nota in Occidente – Open AI – stanno lavorando sistematicamente in perdita.

Questo articolo tratto da Guerre di Rete, preziosa pubblicazione coordinata da Carola Frediani, coglie con grande precisione e ricchezza di dati il momento davvero critico del settore, individuando qui il probabile detonatore della prossima grande crisi di borsa. Che viene però a coincidere temporalmente con i sempre più evidenti tentativi di far scarrucolare la guerra in Ucraina in guerra mondiale.

Nucleare, ovviamente... 

Buona lettura.

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“Siamo entrati in una fase in cui gli investitori, nel complesso, sono eccessivamente entusiasti nei confronti dell’intelligenza artificiale? Secondo me, assolutamente sì”, ha affermato il fondatore di OpenAI Sam Altman. Parole non dissimili sono arrivate da Mark Zuckerberg, secondo il quale “è certamente una possibilità” che si stia formando una grande bolla speculativa. Da ultimo, anche Jeff Bezos ha rilasciato dichiarazioni simili.

Quando le stesse persone che, tramite le loro risorse, stanno favorendo lo sviluppo e la diffusione di una tecnologia si preoccupano della situazione finanziaria, significa che il rischio, come minimo, è concreto – anche perché le loro aziende risentirebbero più di ogni altra dei rovesci causati dallo scoppio di una bolla.

D’altra parte, basta osservare i numeri: per il momento le immense quantità di denaro che sono state investite per l’addestramento e la gestione dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM – Large Language Model) non stanno producendo risultati economici degni di nota.

Peggio ancora: non è per niente chiaro quale possa essere un modello di business sostenibile per ChatGPT e i suoi compagni, e ci sono anche parecchi segnali che indicano come tutto l’hype (non solo finanziario) nei confronti dell’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi una colossale delusione (come indicano le ricerche secondo cui le aziende che hanno integrato l’intelligenza artificiale non hanno visto praticamente alcun effetto positivo).

Se le cose andassero così, all’orizzonte non ci sarebbe solo lo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ma la fine – o almeno il drastico ridimensionamento – di una grande promessa tecnologica, che fino a questo momento non sembra essere sul punto di lanciare una “nuova rivoluzione industriale”. 

I conti di OpenAI

Per iniziare gradualmente ad affrontare i problemi economici dell’intelligenza artificiale, gli immensi investimenti nel suo sviluppo (che rischiano di non essere ripagati) e la possibilità che le enormi aspettative riposte nei suoi confronti vengano disattese, la cosa più semplice è probabilmente guardare ai risultati e ai conti della più nota startup del settore: OpenAI.

Partiamo dalle buone notizie: OpenAI ha da poco annunciato che nel 2025 dovrebbe raggiungere i dieci miliardi di dollari di ricavi e ha superato i 500 milioni di utenti di ChatGPT. Numeri che farebbero pensare a un futuro roseo se non fosse che, contestualmente, la società di Sam Altman continua a bruciare i soldi degli investitori a grandissima velocità: secondo le ultime stime, nel corso del 2025 OpenAI dovrebbe ammassare perdite pari a 27 miliardi di dollari (significa che incassa 10 miliardi ma ne spende 37).

Brutte notizie arrivano anche dal fronte “utenti paganti”, che sono solo 15,5 milioni: un numero molto basso, che suggerisce come pochi vedano in ChatGPT uno strumento così utile da giustificarne il costo.

Le società che invece pagano OpenAI per fornire servizi terzi (“AI as a service”, come può essere il caso di Cursor, che si appoggia a OpenAI e Anthropic per offrire il suo assistente alla programmazione) stanno ottenendo risultati inferiori alle attese e molte di esse – come evidenziato in una recente newsletter dell’analista Ed Zitron – vivono una situazione economica traballante.

OpenAI inevitabilmente sfoggia sicurezza, promettendo di raggiungere un fatturato pari a 125 miliardi di dollari entro il 2029. L’obiettivo, quindi, è decuplicare il fatturato nel giro di quattro anni: qualcosa che potrebbe succedere, ma che al momento non è chiaro come potrebbe avvenire, soprattutto se si considera che – dopo tre anni di incessante martellamento – ChatGPT ha pochissimi utenti paganti (che costano all’azienda più di quanto le permettano di guadagnare) e che le startup che pagano OpenAI per usare GPT-5 hanno a loro volta ricavi trascurabili. 

Investimenti triliardari

Per il momento, far quadrare i conti è l’ultima delle preoccupazioni di Sam Altman, che prevede di accumulare perdite pari a 115 miliardi da qui al 2029 e ha recentemente dichiarato di voler spendere nel corso del tempo “migliaia di miliardi” per costruire l’immenso network di data center necessario ad alimentare i large language model e gli altri sistemi di intelligenza artificiale generativa.

Ma c’è un problema: OpenAI questi soldi non li ha e deve anzi continuamente rivolgersi ai suoi finanziatori soltanto per mantenere in funzione le attuali operazioni. Alla fine di giugno, OpenAI aveva in cassaforte circa 17 miliardi, che al suo ritmo di spesa sono sufficienti solo per qualche mese. E infatti ad agosto c’è stato un altro – l’ultimo, fino a questo momento – round di finanziamenti, che ha permesso a Sam Altman di intascare altri 40 miliardi, per una valutazione di 300 miliardi di dollari. Valutazione che, in seguito ad altre operazioni finanziarie, è arrivata fino a 500 miliardi, la più alta mai registrata da una società non quotata in borsa.

Se OpenAI ha continuamente bisogno di raccogliere denaro soltanto per far funzionare (in perdita) ChatGPT, come può spendere centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture? La risposta è: non può. Per questa ragione, lo scorso settembre ha firmato un contratto da 300 miliardi di dollari, da versare in cinque anni, a Oracle: la società fondata e guidata da Larry Ellison, le cui azioni sono schizzate alle stelle in seguito a questo annuncio.

In sintesi: OpenAI ha promesso a Oracle di pagare, con soldi che al momento non ha, la costruzione degli immensi data center necessari a soddisfare la sua infinita fame di GPU ed elettricità.

E Oracle, invece, ce li ha i soldi? Anche in questo caso la risposta è (in parte) negativa: come spiega il Wall Street Journal, “Oracle è già fortemente indebitata: alla fine di agosto la società aveva un debito a lungo termine di circa 82 miliardi di dollari e un rapporto debito/capitale proprio di circa il 450%. Per fare un confronto, il rapporto del gruppo Google-Alphabet era dell’11,5% nell’ultimo trimestre, mentre quello di Microsoft era intorno al 33%”.

Le azioni di Oracle saranno anche salite tantissimo in seguito alla notizia della partnership con OpenAI, ma le società di rating iniziano a sentire puzza di bruciato (o almeno di rischi fortissimi), tant’è che Moody’s ha dato una valutazione negativa del rating di Oracle pochi giorni dopo la firma del contratto.

Riassumendo: Oracle, già fortemente indebitata, dovrà indebitarsi molto di più per poter costruire un’infrastruttura di data center, che le dovrebbe essere un domani pagata da OpenAI, sempre che quest’ultima riesca, entro la fine del decennio, ad aumentare il fatturato fino ai livelli promessi, che sono dieci volte superiori a quelli odierni.

Tutto potrebbe andare come auspicato, ma al momento i conti non tornano. E se non tornano per OpenAI, la startup simbolo dell’intelligenza artificiale, figuriamoci le altre: sempre secondo le stime di Ed Zitron, Anthropic nel 2025 spenderà 7 miliardi di dollari e ricaverà al massimo 4 miliardi (bilancio in rosso di tre miliardi), mentre Perplexity punta a generare ricavi per 150 milioni di dollari nel 2025, ma spende anche lei molto più di quello che intasca (nel 2024 ha speso il 67% in più di quello che ha guadagnato).

I numeri non migliorano se si osservano i conti relativi all’intelligenza artificiale dei principali colossi della Silicon Valley: Microsoft quest’anno investirà 80 miliardi in infrastrutture e ricaverà 13 miliardi. Amazon spenderà 105 miliardi e ne ricaverà 5. Google spenderà 75 miliardi e ne ricaverà al massimo 8. Meta spenderà 72 miliardi e ne ricaverà al massimo 3.

Nel complesso, queste quattro società investiranno in un solo anno 332 miliardi di dollari e ne ricaveranno 29 (al massimo). Stime confermate dall’Economist, che scrive: “Secondo le nostre analisi, i ricavi complessivi delle principali aziende occidentali derivanti dall’intelligenza artificiale ammontano oggi a 50 miliardi di dollari l’anno. Anche se tali ricavi stanno crescendo rapidamente, rappresentano ancora una frazione minima dei 2.900 miliardi di dollari di investimenti complessivi in nuovi data center previsti a livello globale da Morgan Stanley tra il 2025 e il 2028”

La bolla di Nvidia

In questo fosco scenario, c’è una sola azienda per la quale l’intelligenza artificiale si sta rivelando un affare d’oro: Nvidia. La società che progetta le più avanzate GPU – i processori indispensabili per l’addestramento e l’utilizzo dei sistemi di AI – ha dichiarato guadagni (non ricavi: guadagni) per 26 miliardi di dollari solo nell’ultimo trimestre. Nel complesso, si stima che Nvidia nel 2027 avrà “free cash flow” (flusso di cassa libero, ovvero i soldi rimasti in pancia all’azienda dopo aver coperto tutte le spese operative e gli investimenti) pari a 148 miliardi di dollari.

Mentre tutti spendono (e perdono) nell’intelligenza artificiale, Nvidia fa un sacco di soldi. Non sorprende, visto che una gran parte delle spese di OpenAI, Microsoft e compagnia sono necessarie proprio ad acquistare le GPU di Nvidia.

Ma c’è un problema: a differenza di Meta o Google (che continuano a guadagnare centinaia di miliardi da social network e motori di ricerca), gli enormi guadagni di Nvidia sono inestricabilmente legati al boom dell’intelligenza artificiale.

Se le aziende che acquistano in massa le GPU di Nvidia decidessero che non è più il caso di spendere le cifre folli che stanno al momento spendendo, quanto precipiterebbe il valore di un’azienda che ha ottenuto il 40% dei suoi ricavi da due soli misteriosi clienti, che secondo TechCrunch potrebbero essere Microsoft e Google? Se l’intelligenza artificiale non mantenesse le promesse, in che scenario si troverebbe un’azienda che detiene il 90% della quota di mercato delle GPU, la cui vendita è sostenuta dal boom dell’intelligenza artificiale?

È proprio per queste ragioni che Nvidia vuole evitare a tutti costi che qualcosa del genere si verifichi. Negli stessi giorni in cui Sam Altman e Larry Ellison stringevano il ricchissimo accordo di cui abbiamo parlato, Nvidia si impegnava a investire “fino a 100 miliardi di dollari” in OpenAI “nei prossimi anni”. In poche parole, Nvidia vuole prestare a OpenAI un terzo dei soldi che OpenAI deve dare a Oracle affinché compri le GPU di Nvidia che alimenteranno i suoi data center.

OpenAI non è però l’unica azienda a beneficiare di questo schema: Perplexity, CoreWeave, Cohere, Together AI, Applied Digitals e molte altre startup che si occupano di vari aspetti dell’intelligenza artificiale (dall’infrastruttura allo sviluppo di chatbot) hanno potuto godere della generosità del CEO di Nvidia Jensen Huang, che continua a investire denaro in società che utilizzeranno questi soldi anche o soprattutto per acquistare GPU.

Da una parte, ha senso che Nvidia utilizzi i faraonici guadagni per sostenere i suoi principali clienti. È un meccanismo che è stato paragonato da The Information ai programmi di stimolo delle banche centrali: si immette denaro nell’economia nella speranza che questo generi crescita economica e, indirettamente, produca i ritorni necessari a compensare l’investimento iniziale.

Dall’altra, i soldi che Nvidia immette nel settore potrebbero artificialmente sostenere la domanda delle sue GPU, facendo apparire i suoi risultati più robusti di quanto altrimenti sarebbero, gonfiando quindi il valore delle azioni.

Inoltre, il fatto che Nvidia sia al centro di un modello finanziario circolare (perché presta i soldi a chi deve comprare ciò che produce) non può che alimentare i sospetti che quella che si sta venendo a creare sia una colossale bolla finanziaria, che rischia di scoppiare alla prima trimestrale di Nvidia inferiore alle aspettative, trascinando con sé tutte le realtà più esposte e causando un crollo che – secondo alcune stime – potrebbe essere quattro volte superiore alla bolla immobiliare che nel 2008 ha mandato il mondo intero in recessione.

Negli ultimi tre anni, il valore delle aziende tecnologiche quotate al Nasdaq è raddoppiato proprio sulla scia dell’entusiasmo generato da ChatGPT. Nel complesso, le prime sette aziende per valore di mercato (Nvidia, Apple, Amazon, Meta, Tesla, Microsoft e Alphabet/Google) oggi rappresentano il 34% del valore complessivo dell’indice S&P 500 e sono tutte, con la parziale eccezione di Apple, enormemente esposte sul fronte dell’intelligenza artificiale.

Le azioni in borsa stanno salendo alle stelle, mentre i risultati economici reali sono trascurabili. Migliaia di miliardi di dollari vengono investiti in una tecnologia che, per il momento, non sta mantenendo le colossali aspettative in essa riposte e che genera ricavi poco significativi, costringendo i principali colossi del settore a indebitarsi o a bruciare risorse nella speranza che questa “rivoluzione artificiale” infine si materializzi.

Che la bolla dell’intelligenza artificiale esista è un dato di fatto: la vera incognita riguarda la violenza con cui esploderà. Molto dipenderà da quanto, nel frattempo, la tecnologia sarà riuscita a mantenere almeno in parte le sue promesse. Se i guadagni annunciati inizieranno davvero a concretizzarsi, la correzione potrebbe essere contenuta. Se invece la Silicon Valley continuerà a investire enormi quantità di denaro senza ottenere nulla in ritorno, l’esplosione potrebbe essere devastante.

Fonte

16/09/2025

Finanza e Difesa: le due bolle che intrappolano l’Europa (e i conti pubblici dell’Italia)

di Alessandro Volpi

Il titolo di Oracle, in una sola seduta di Borsa, ha guadagnato il 40%, portando la capitalizzazione della società non lontana dai 1.000 miliardi di dollari. Era già salito del 45% nelle giornate precedenti. Da che cosa è dipesa una simile impennata? I numeri reali parlano di un fatturato di 57 miliardi di dollari, quattro in più rispetto al 2024 e di un utile netto di 12 miliardi, due in più dell’anno precedente. Numeri importanti, dunque, ma che forse non giustificano un’esplosione come quella registrata in pochissime sedute, su cui hanno pesato molto, invece, la sempre più stretta vicinanza a Trump e alle commesse del Pentagono, l’iniezione di liquidità dei fondi e l’accordo, poi annunciato, con OpenAI, che segna una sorta di cartello dell’Intelligenza artificiale che va da Larry Ellison a Peter Thiel, da BlackRock alla presidenza Trump e al suo progetto “Stargate”.

Si tratta di una bolla finanziaria costruita sulla narrazione che gli Stati Uniti intendano puntare il proprio futuro sull’Intelligenza artificiale legata in primis alle strategie del Pentagono in antitesi all’affermazione cinese. La finanza guadagna sull’ipotesi di un conflitto tecnologico tra Usa e Cina: i beneficiari di tale scontro sono evidenti. Il principale azionista di Oracle è come detto Larry Ellison, con il 40%, che non a caso in due giorni è diventato l’uomo più ricco del mondo, seguito da BlackRock, Vanguard e State Street, proprietarie del 15% circa.

L’altra bolla è ancora più pericolosa perché si lega ai fortissimi venti di guerra europei. I droni russi diventano, in tempo reale, il ritorno del 1914, secondo un racconto mediatico e politico dai toni esasperati, e in poche ore tutti i titoli delle società che producono armi si impennano: Rheinmetall, Hensoldt, Bae Systems, Boeing, Leonardo, Lockheed Martin e Raytheon, una raffica di aumenti in grado di fare la gioia, di nuovo, dei grandi fondi e dei maggiori azionisti. Intelligenza artificiale e armi segnano così i confini del capitalismo finanziario dei grandi fondi e dei grandi azionisti, che hanno bisogno vitale di drammatizzare le tensioni geopolitiche.

In quest’ottica i droni militari sembrano destinati a essere uno dei più grandi affari dei prossimi mesi. Forse non a caso. Quali sono infatti le principali imprese che li producono? Procedendo a una cernita molto sommaria se ne possono rintracciare sei di maggior rilievo. Le prime due, General Atomics Aeronautical Systems e Northrop Grumman, sono statunitensi e soprattutto nella seconda hanno un peso decisivo BlackRock, Vanguard e State Street. Due invece sono cinesi: China Aerospace Science and Technology Corporation e Aviation Industry Corporation of China, e sono di proprietà statale. Due sono israeliane: Israel Aerospace Industries ed Elbit, la prima è di proprietà statale e la seconda ha capitale misto israeliano e statunitense, con la presenza dei grandi fondi. Poi c’è la turca Baykar, di proprietà della famiglia Bayraktar.

Come in altri settori, dunque, è evidente la preminenza dei fondi americani e dello Stato cinese, con la presenza, importante della produzione israeliana che ha scelto di investire in un settore che rende difficili le sanzioni e i divieti di un’Europa sempre più militarizzata. Naturalmente l’Italia compra gran parte dei suoi droni dai produttori statunitensi.

Una simile cuccagna finanziaria ha però bisogno di costanti narrazioni destinate purtroppo per la grandissima parte della popolazione italiana ad essere costose in termini sociali. Sul Corriere della Sera del 13 settembre è stato pubblicato un articolo a firma di Federico Fubini e di Antonio Polito che è un vero e proprio manifesto per il riarmo europeo. La tesi dei due autori è che non è vero che l’Europa spende troppo in armi e, anzi, dovrebbe investire di più. Naturalmente il termine di paragone è la Russia: anche se l’Europa spende 381 miliardi di euro ogni anno e la Russia circa 150 miliardi, in realtà questa differenza è solo apparente. In primo luogo, sostengono Fubini e Polito, perché le armi d’attacco costano meno di quelle per la difesa, ma soprattutto per altre due ragioni assai discutibili. La prima è contenuta in questa affermazione: “Dire che l’Europa spende di più della Russia in armi è come dire che gli Usa spendono di più in welfare della Svezia: in termini assoluti è ovviamente vero, ma l’affermazione è falsa”. Davvero, si fa fatica a capire il senso del ragionamento: la spesa pubblica americana è insufficiente perché va commisurata al numero dei cittadini e delle cittadine americane che ne beneficiano, mentre la spesa militare non può essere certo divisa per il numero degli abitanti per misurarne l’efficacia o in relazione al Prodotto interno lordo (Pil) perché 381 miliardi sono ben oltre il doppio di 150 miliardi e dunque la disponibilità di risorse finanziarie verso il riarmo è decisamente più alta anche se si conteggia una parte di spesa militare che non va ad acquisto di armi in senso stretto. Disporre di 381 miliardi in un unico settore è una cifra enorme e la sua eventuale insufficienza non può essere calcolata in base alla numerosità della popolazione o sulla capacità di generare ricchezza.

La seconda “tesi” è altrettanto criticabile. In pratica, l’Unione europea dovrebbe spendere di più perché la Russia, con meno soldi, fabbrica più armi, e questo dipende dal fatto che dispone di materie prime in quantità, di filiere produttive e di una tradizione militare. Ora, pare davvero incredibile pensare che a tutto questo si possa ovviare aumentando la spesa militare perché significherebbe, data la capacità russa di produrre a un prezzo quattro volte inferiore rispetto a quello europeo, portare la spesa militare a livelli tali da assorbire gran parte delle altre spese pubbliche degli Stati europei.

Intanto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato, con un certo imbarazzo, che l’imminente Legge di Bilancio sarà assai diversa da come era stata immaginata dal governo. In altre parole, non ci saranno molte delle promesse meloniane: nessun taglio fiscale e, fortunatamente, nessuna nuova “rottamazione”.

In pratica una riduzione di circa una decina di miliardi che vanifica una parte rilevante della narrazione favolistica dell’esecutivo. È molto interessante però sottolineare la ragioni, indicate dallo stesso Giorgetti, di questa “revisione” al ribasso delle promesse del governo. La prima è costituita dall’alto prezzo dell’energia che dipende, in primis, dalle forniture americane che, in maniera paradossale, lo stesso Governo Meloni si è impegnato ad acquistare. Trump vuole arrivare al 50% delle importazioni di gas in Europa proveniente dagli Stati Uniti e l’Italia deve assolvere al proprio compito.

La seconda è il costo dell’impegno militare che l’Italia dovrà sostenere nei prossimi mesi. In altre parole, energia dagli Usa e spesa per il comparto Difesa riducono qualsiasi possibilità di spesa pubblica alternativa. A ciò magari bisogna aggiungere anche un costo degli interessi sul debito in salita, data la crescita dei rendimenti di praticamente tutti i debiti europei e internazionali. La sudditanza agli Stati Uniti e la cecità europea impongono, di nuovo, sacrifici a cui, è probabile, il Governo Meloni supplirà con nuove privatizzazioni e con i dividendi delle società energetiche di cui è azionista, facendo cassa, di nuovo, con le magre risorse dei cittadini. Le bolle vanno sempre alimentate.

Fonte

19/07/2025

L’ipervalutazione di Nvidia è lo specchio della subordinazione della politica alla finanza

di Alessandro Volpi

La capitalizzazione di Nvidia ha superato i quattromila miliardi di dollari, raggiungendo un prezzo record anche solo difficilmente immaginabile se riferito ai fondamentali reali della società.

Certo, gli utili dell’azienda sono cresciuti del 130% in un solo anno, con un beneficio per azione di 2,99 dollari e con un aumento delle vendite del 114% per un totale di 130 miliardi di dollari. Ma questi numeri non bastano a motivare una vera e propria bolla finanziaria come quella che sta caratterizzando Nvidia. Peraltro, l’impennata del titolo è avvenuta in particolare tra il 15 e il 16 luglio con una accelerazione dovuta a un fatto particolare. A inizio luglio l’amministratore delegato di Nvidia, Jen-Hsun Huang, ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump e dopo quell’incontro è emersa la decisione dell’amministrazione Usa di concedere di nuovo a Nvidia la licenza di vendita in Cina dell’acceleratore dell’Intelligenza artificiale H20.

Alla luce di ciò è, allora, più facile comprendere le ragioni di questa colossale ipervalutazione. Provo a spiegarmi meglio. Un primo dato è costituito proprio dalla decisione trumpiana che rappresenta la prova dell’impossibilità per gli Stati Uniti di condurre un vero scontro doganale con la Cina: Trump può scatenare uno scontro durissimo con l’Unione Europea da cui ha ricevuto prove chiare di subalternità e di totale dipendenza dal mercato americano al punto di accettare dazi pesantissimi pur di non perderlo, ma non può fare a meno della Cina per forniture strategiche, per i caratteri delle filiere produttive, per la dollarizzazione e per numerose altre ragioni

Tra queste ragioni c’è anche l’importanza del mercato cinese per le Big Tech, come nel caso di Nvidia che fattura in Cina quasi 15 miliardi di dollari l’anno e soprattutto ha bisogno di evitare una pericolosa concorrenza brutale con le società cinesi che si occupano di Intelligenza artificiale. A riguardo è sufficiente ricordare la vicenda proprio del crollo del prezzo di Nvida di fronte alla “comparsa” sul mercato della minuscola realtà di Deep Seek. Dunque, semplificando molto i termini della questione, l’impennata di Nvidia dipende, in larga misura, dalla forza della Cina sullo scenario globale e sulla presa d’atto trumpiana di una simile, nuova gerarchia.

Ma c’è un’altra motivazione forte della ascesa della società riconducibile alla convinzione che lo stesso Trump abbia deciso di superare il suo iniziale disegno di favorire, anche con importanti sostegni pubblici, una cordata di “generatori” dell’Intelligenza artificiale ostile a Nvidia in quanto espressione, in termini finanziari, delle Big Three (BlackRock, Vanguard e State Street) che possiedono, insieme a Fidelity, oltre il 25% del capitale azionario di questa società.

Trump, infatti, dimostra di avere sempre più bisogno delle stesse Big Three, a cominciare dalla sottoscrizione del debito federale, di cui BlackRock, Vanguard e State Street sono grandi detentori. Dunque, concedere a Nvidia di vendere in Cina significa per Trump tentare una vasta mediazione con i “padroni del mondo”, che hanno così aumentato rapidamente le iniezioni di liquidità verso Nvidia, indirizzando i flussi finanziari internazionali in tale direzione.

Va sottolineato, però, che nell’ambito di questa operazione di mantenimento in vita dalla bolla finanziaria delle imprese Tech degli Usa, legate alle Big Three, Trump ha trovato lo spazio per appoggiare quella parte della finanza a lui più vicina. Non è certo un caso che nello stesso giorno, tra il 15 e il 16 luglio, sia cresciuto il prezzo di Nvidia e, al contempo, quello di Palantir di Peter Thiel, stretto sodale di Trump, a cui il presidente ha, di fatto, assegnato il monopolio degli appalti della tecnologia militare.

Il boom di Nvidia si lega inoltre a una questione più tecnica individuabile nella convenienza degli acquisti di quel titolo, dato un rapporto prezzo-utili che è fra i più bassi tra i titoli delle Big Three, per effetto della parziale caduta determinata proprio dalle già ricordate tensioni dei mesi precedenti fra Trump e grandi fondi. Una capitalizzazione di 4.100 miliardi di dollari è quindi il portato di un processo dove la politica presidenziale Usa ha dovuto cedere ai padroni del mondo e prendere atto della indispensabilità della Cina.

È questo il paradosso del capitalismo finanziario attuale: davanti a una crisi profonda ha ancora più bisogno della subordinazione della politica alla finanza e, al contempo, della convivenza pacifica con la Cina. Solo così si alimenta forse la più pericolosa bolla di sempre.

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12/03/2025

Scoppia la “bolla”, l’incertezza regna

Attesa, temuta,esorcizzata, la “correzione” nei mercati azionari è finalmente arrivata. Pare.

Le borse di tutto il mondo, ieri, hanno registrato pesanti ribassi, ma niente in confronto ai titoli dei “Magnifici Sette” di Wall Street: Tesla ha perso il 15% (la peggiore giornata dal 2020, scendendo di oltre il 50% rispetto a dicembre), mentre Morgan Stanley e Goldman Sachs sono cadute rispettivamente del 6,4% e del 5%, nVidia è scesa del 5,1%, Meta (Facebook) del 4,4%.

Il colpevole è stato immediatamente identificato in Donald Trump, che con le sue dichiarazioni avventate, a mercati aperti, non ha escluso che l’inflazione possa aumentare e che una recessione possa verificarsi in tempi brevi come effetto delle sue scelte in campo macroeconomico (ha aperto la guerra dei dazi con tutto il resto del Mondo).

Naturalmente ha anche “previsto” che queste due sciagure saranno in ogni caso “temporanee”, ma che subito dopo “gli americani torneranno a guadagnare così tanti soldi da non sapere come spenderli”.

Trombonate a parte, tutti i più seri analisti sanno – e dicono, magari a mezza voce – che in realtà Trump e la sua scombiccherata amministrazione sono soltanto lo spillo che sta bucando la bolla speculativa cresciuta negli anni a ridosso dei settori hi tech (piattaforme e intelligenza artificiale). La quale fin qui ha nascosto la voragine aperta sotto i piedi della superpotenza Usa: il doppio debito (pubblico e privato) e il doppio deficit (commerciale e statale).

Neanche il “privilegio spropositato” che garantiva il dollaro può più coprire la realtà di un paese indebitato, squilibrato, deindustrializzato, diseguale al proprio interno quanto lo è sul piano globale, affaticato e anche militarmente molto meno efficiente.

Chiunque avesse vinto le elezioni presidenziali, insomma, avrebbe dovuto tagliare pesantemente la spesa pubblica (con forse qualche differenza sulle voci di spesa da sacrificare), tirare giù la saracinesca sulla guerra in Ucraina, ridurre la propria presenza militare in Europa (prima come spesa, poi anche come uomini e basi), per concentrarsi sul Pacifico, dove la Cina è ormai prima potenza e cresce il ruolo dell’India (tre miliardi di persone, insieme).

Lo “stile Trump” è però perfetto per rompere gli schemi consolidati e apparire perciò “rivoluzionario”, presentare in forma di ultimatum quel che prima sarebbe stato intimato nel chiuso di una stanza, e farne anche il parafulmine di tutto quello che non va, quando non va.

C’è da dire che le botte subite dai “Magnifici sette” in borsa sono lo specchio preciso del blocco sociale che supporta Trump. Capitale d’assalto delle piattaforme social, dell’auto elettrica e dell’aerospaziale, finanza creativa... tutti settori ad altissimo tasso di profitto, che hanno garantito agli “azionisti” ritorni favolosi e il dominio del mercato.

E alla fine hanno garantito anche il controllo pieno della politica Usa, conquistando lo Stato con l’intenzione dichiarata di stravolgerne le strutture portanti. Il DoGE (nuovo “ministero” per l’efficientamento dell’amministrazione pubblica, affidato proprio ad Elon Musk) rappresenta forse la principale chiave di volta del “nuovo corso”, insieme naturalmente al pesante ridimensionamento della spesa militare e dello stesso “complesso militare-industriale”.

Ma anche tagliare la spesa pubblica richiede qualche competenza che evidentemente manca tra gli ipertecnologici delle piattaforme, più avvezzi alla logica degli algoritmi che non a quella del mondo fisico.

Un esempio a suo modo clamoroso è il previsto, drastico, taglio alla ricerca scientifica, definita “inefficiente” perché il 99% circa dei programmi di ricerca finanziati non produce i risultati sperati. Anche il meno dotato dei ricercatori potrebbe però spiegare che la ricerca scientifica avviene “per prove ed errori”, visto che non si sa mai prima se l’ipotesi da cui parte una ricerca è giusta oppure no.

Ma anche dai “fallimenti” si impara quanto serve per affinare le successive ricerche, aggiustando il tiro, e arrivare infine a quei “successi” che cambiano la vita dell’umanità.

Ovvio che un simile “spreco” faccia orrore ad un amministratore delegato, per il quale ogni spesa è un investimento che “deve” produrre entrate maggiori.

Ma governare un paese è tutt’altra cosa rispetto a dirigere un’azienda. Le variabili di cui tenere conto sono infinitamente di più, ma soprattutto non si possono “sopprimere” componenti senza le quali un paese semplicemente collassa.

Persino il “fare la guardia” a un edificio può essere considerato un “lavoro inutile”, uno stipendio da tagliare, sostituibile con sensori e telecamere. Ma se quell’edificio contiene elementi vitali per il funzionamento dell’insieme (per esempio la stessa Casa Bianca), non è proprio possibile affidare la protezione alle sole tecnologie.

Nel caso anche remoto di un attacco, insomma, ci devono essere uomini e mezzi pronti per farvi fronte. E che magari per decine di anni vengono stipendiati, formati, ecc. senza che facciano assolutamente nulla di “produttivo di valore”.

In questo senso “i mercati” reagiscono come se stessero solo ora intuendo che la nuova America trumpiana agisce – paradossalmente – come i singoli “investitori dominanti” sognavano. Ma che questo “nuovo fare” non corrisponde a quello che serve all’insieme degli investitori.

I dazi, dicono in molti, possono favorire un po’ il paese che li impone per primo, specie se grande e forte. Ma “i mercati” fanno affari a livello mondiale, e la turbolenza che l’azione unilaterale crea – specie se questa azione è fatta da un soggetto “pesante” – mette in crisi radicale la condizione principale del business: la prevedibilità razionale delle aspettative.

Benvenuti nell’era dell’incertezza, tra bolle e guerre che esplodono in successione.

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26/02/2025

Sta per esplodere una nuova bolla dei titoli tecnologici negli USA?

Secondo gli analisti della Bank of America, l’attuale bolla speculativa legata ai titoli tecnologici statunitensi avrebbe raggiunto proporzioni superiori a quelle delle storiche bolle del passato, come quella delle dot-com alla fine degli anni ’90. Se questa previsione si concretizzasse, le conseguenze sarebbero devastanti: il principale indice azionario statunitense, l’S&P 500, potrebbe perdere fino al 40% del suo valore.

L’indice S&P 500 ha segnato due nuovi massimi storici la scorsa settimana, ma venerdì ha avuto la sua peggior seduta dell’anno, segnalando un entusiasmo crescente, ma anche una fragilità latente.

La principale preoccupazione degli analisti della banca d’affari statunitense è legata alla straordinaria concentrazione del mercato.

Oggi, i primi cinque titoli dell’S&P 500 rappresentano il 26,4% della capitalizzazione totale dell’indice, una percentuale he non si vedeva dai tempi della bolla tecnologica del 2000. Questa concentrazione è guidata soprattutto dai cosiddetti “Magnifici Sette”, un gruppo di colossi tecnologici che include Apple, Microsoft e Amazon. La loro crescita esplosiva ha spinto l’S&P 500 verso nuovi massimi, ma ha anche reso il mercato estremamente vulnerabile a eventuali correzioni.

Oggi, più della metà del mercato azionario statunitense è dominata da fondi indicizzati e ETF (Exchange Traded Funds), che replicano passivamente gli indici senza però considerare i fondamentali delle singole aziende. Questo ha portato a un accumulo sproporzionato di capitali nei titoli più grandi e più performanti, creando una spirale che rischia di esplodere nel momento in cui gli investitori inizieranno a ritirare i propri fondi.

Wall Street Italia riporta che l’analista di Bank of America, Jared Woodard sottolinea come il livello attuale della capitalizzazione complessiva del mercato azionario statunitense si trovi a 3,3 deviazioni standard sopra la media storica. Questo dato statistico è un chiaro segnale di sopravvalutazione: raramente nella storia dei mercati si è osservato un livello così alto per periodi prolungati senza assistere a un successivo ribasso significativo.

Per dare un’idea della gravità della situazione, la Bank of America paragona l’attuale scenario al periodo precedente il crollo dei titoli tecnologici nel marzo del 2000 e al boom dei “Nifty Fifty”, un gruppo di titoli tecnologici degli anni ’60 che venivano considerati investimenti sicuri ma che portarono a perdite enormi quando la loro sopravvalutazione divenne insostenibile.

I più attenti o coloro che hanno una migliore memoria, ricorderanno che i titoli dei giornali della mattina dell’11 settembre – prima degli attentati alle Torri Gemelle – aprivano proprio con la crisi esplosa nei titoli tecnologici statunitensi, avviando quello che all’epoca definimmo “il piano inclinato del capitale”... e delle relazioni internazionali nel loro complesso. Il che ha reso sempre più evidente come la vertiginosa centralizzazione dei capitali è quel processo che “distrugge la democrazia e fomenta la guerra”.

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23/08/2023

Evergrande vs. Lehman Brothers: speculazioni immobiliari a confronto

di Guido Salerno Aletta

Non c'è quasi niente che accomuni la crisi finanziaria in cui versa già da anni il settore immobiliare cinese con la crisi economica delle famiglie americane che determinò il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008, scatenando conseguentemente il caos sui mercati finanziari di mezzo mondo.

In Cina, si è determinata una bolla speculativa: programmi di sviluppo immobiliare enormemente ambiziosi, con milioni di vani d'abitazione e decine di migliaia di immobili ad uso commerciale ancora solo progettati, oltre a quelli in via di realizzazione, hanno attirato l'interesse crescente degli investitori interni ed internazionali.

Gli investitori, a fronte del finanziamento versato agli sviluppatori, usando risorse proprie o spesso prese a prestito, contavano sulla futura vendita a prezzi estremamente vantaggiosi delle costruzioni una volta che fossero state realizzate: la crescita continua dei prezzi degli immobili avrebbe consentito loro guadagni sicuri ed enormi.

Da una parte, sul mercato interno cinese alcuni operatori, soprattutto soggetti privati già molto abbienti, hanno comprato direttamente "sulla carta" immobili di prestigio o centri commerciali ancora da costruire, anticipando percentuali molto elevate sul prezzo, nella convinzione di poterli rivendere una volta realizzati ad un prezzo maggiorato, tale da consentire un ampio margine di guadagno. Molte famiglie, poi, hanno finanziato i costruttori per comprare la casa di abitazione, usando i propri risparmi.

Dall'altra parte, gli operatori stranieri hanno sottoscritto i bond da queste compagnie cinesi di sviluppo immobiliare, emessi prevalentemente sul mercato americano con la promessa di incassare tassi di interesse molto elevati, magari indebitandosi ai tassi più bassi che erano correnti sui prestiti erogati in dollari o in euro sulle piazze finanziarie occidentali per via delle politiche monetarie eccezionalmente accomodanti decisi dalle varie Banche centrali (Fed, BCE, BoE).

Taluni giganti del settore cinese delle costruzioni, come Evergrande, sono da tempo in difficoltà, in quanto non riescono a far fronte agli impegni assunti sia nei confronti dei creditori interni e dei finanziatori internazionali che degli stessi acquirenti "sulla carta": il mercato immobiliare è saturo.

Visto che non ci sono abbastanza acquirenti e che i prezzi di vendita calano rispetto alle previsioni, sono saltati tutti i piani finanziari: gli sviluppatori non hanno né le risorse necessarie per pagare le rate ai finanziatori né quelle occorrenti per completare le realizzazioni degli immobili. Pur cercando di liquidare gli asset, smembrando le società stesse o vendendo le partecipazioni azionarie in altri settori, gli incassi che ne derivano non consentono di fronteggiare gli impegni: questa è la situazione di crisi strutturale che caratterizza il mercato immobiliare cinese.

Le situazioni sono assai diverse: ci sono le famiglie cinesi che hanno versato anticipi per compare la loro prima casa usando il proprio risparmio; ci sono operatori privati sempre cinesi che hanno investito per comprare seconde o terze case da dare in affitto o da rivendere; ci sono gli investitori internazionali che hanno sottoscritto bond emessi prevalentemente sulla piazza di Wall Street.

La crisi cinese ha dunque natura finanziaria: i piani di sviluppo si sono dimostrati troppo aggressivi, ottimistici, perché hanno stimato un mercato potenziale superiore a quello reale. Questo accade sempre quando un numero troppo ampio di operatori si affolla in un singolo settore che cresce in modo assai promettente: la torta diventa più grande, ma non abbastanza grande per soddisfare gli appetiti e le scommesse di tutti.

La crisi americana del 2008 fu completamente diversa: derivò dal default delle famiglie che si erano indebitate per comprare la casa in cui abitavano, sottoscrivendo mutui senza avere il reddito sufficiente a ripagarne le rate in condizioni di tensione sui tassi. Erano i mutui concessi ai cosiddetti debitori "sub prime": le banche americane si arricchivano erogando questi mutui ad alto rischio per poi cartolarizzarli subito dopo in appositi veicoli finanziari, il cui asset era rappresentato dal valore del mutuo che era stato conferito.

Questo sistema di finanziamento dei mutui era stato denominato "originate to distribute": in pratica, le banche americane e gli altri operatori finanziari, come Lehman Brothers, erogavano i mutui alle famiglie americane per rivenderli il prima possibile all'estero. Il rischio era dunque traslato agli operatori stranieri che compravano le quote di queste MBs' (Mortgage Backed Security): le rate mensili dei mutui fronteggiavano il pagamento agli investitori degli interessi ed il rimborso delle quote di capitale.

Anche in questo caso, ci fu un elemento speculativo a determinare la bolla dei valori immobiliari: i valori delle case esistenti erano in crescita per via dello sviluppo esponenziale di questo meccanismo di finanziamento, che si alimentava erogando sempre più mutui a famiglie sempre meno abbienti. La costruzione dei nuovi immobili cresceva ad un ritmo più basso rispetto a quello di erogazione dei mutui.

Per bloccare questa dinamica dei prezzi delle case che crescevano in continuazione e soprattutto quella dei mutui concessi a creditori sempre meno affidabili, la Federal Reserve decise di aumentare i tassi di interesse, senza sosta: ma, così facendo, non bloccò solo la erogazione dei nuovi mutui ma soprattutto rese più care le rate di quelli già in corso, stipulati a tasso variabile.

In America, il valore delle case smise di crescere continuamente: coloro che si erano indebitati pensando di trovarsi con una casa di maggior valore da rivendere, cominciarono a metterle su mercato col mutuo ancora in piedi, ma senza trovare acquirenti visto che i tassi erano in crescita. Molte famiglie cominciarono a non pagare le rate e ad abbandonare le case comprate: visto che l'acquisto era stato finanziato integralmente dal mutuo bancario, non perdevano neanche un centesimo. Avrebbero affittato un alloggio assai più piccolo, risparmiando.

In America, fu la mancanza di risparmio interno delle famiglie ad innescare un modello malsano di erogazione dei mutui e la crescita del mercato e dei valori immobiliari: il rialzo dei tassi di interesse, deciso dalla Fed per bloccare la speculazione finanziaria che si era sviluppata ed i rischi per la stabilità del sistema finanziario che stava determinando, portò al default delle famiglie che non erano in grado di pagare mutui più cari. Mentre gli investitori stranieri, che avevano comprato quote delle MBs' ebbero perdite enormi, il mercato interbancario si bloccò perché nessuno si fidava di erogare prestiti anche di 24 ore a chi chiedeva liquidità: avrebbe potuto avere in portafoglio titoli illiquidi e senza valore.

La Lehman Brothers, che era un operatore finanziario e non uno sviluppatore immobiliare, fallì perché aveva ancora molte quote di MBs' in portafoglio: non era stata abbastanza lesta a rivenderle all'estero, prima del default delle famiglie americane meno abbienti.

La differenza tra le due speculazioni in campo immobiliare è palese.

In America, dove c'è poco risparmio interno, furono indebitate le famiglie sempre meno abbienti, illudendo gli investitori finanziari stranieri che sarebbero state comunque in grado di onorare le rate dei mutui. Il rialzo dei tassi di interesse fece da detonatore.

In Cina, dove al contrario c'è un risparmio interno enorme, il sistema bancario e finanziario interno, sia quello ufficiale che quello ombra, ha pensato di cavalcare la crescita del settore immobiliare per fare enormi profitti. Gli investitori internazionali si sono aggregati a loro volta, approfittando della immensa liquidità immessa dalle Banche centrali e dai tassi a zero.

Il rialzo dei tassi di interesse e la riduzione della liquidità da parte della Fed e della Bce, oltre che dalla BoE, mette in difficoltà gli operatori stranieri, soprattutto quelli che si sono indebitati per avventurarsi nel settore immobiliare in Cina: si devono preparare ad una ristrutturazione dei debiti degli sviluppatori immobiliari cinesi.

La riduzione dei tassi di interesse e la immissione di liquidità, decise dalla PBoC, favoriscono sul piano interno il riequilibrio dei piani finanziari degli sviluppatori immobiliari, il completamento delle costruzioni in corso e l'acquisto degli immobili già realizzati.

La prospettiva potrebbe essere quella trasformare il colossale risparmio precauzionale detenuto dalle famiglie cinesi in asset immobiliari, sgravandone così le banche e gli investitori finanziari che lo intermediano, riducendo le perdite operative ed i write-down del valore gli impieghi. La Cina eviterebbe così la deflazione decennale che colpì l'economia giapponese dopo il crollo del Nikkei nel 1991, causato dallo scoppio della bolla di valori immobiliari ed azionari su cui si era riversato l'ingente surplus commerciale con l'estero maturato a partire dal 1986.

Da grandi risparmiatori, i cinesi diventerebbero un popolo di piccoli proprietari: questo assicurerebbe loro maggiore serenità, facendo aumentare i consumi.

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20/08/2023

Esplode una nuova “bolla immobiliare”?

La “bolla” stavolta potrebbe arrivare dalla Cina ma, come sempre, esplode a New York. Evergrande, il colosso cinese del settore immobiliare, ha dichiarato bancarotta e giovedì ha presentato istanza di fallimento a New York.

Evergrande era andata in insolvenza nel 2021 a causa del forte indebitamento, scatenando un’enorme crisi immobiliare nell’economia cinese, che continua a risentirne ancora oggi.

Il quotidiano economico Milano Finanza spiega che il colosso immobiliare ha presentato istanza di protezione dal fallimento ai sensi del Capitolo 15, che permette a un tribunale fallimentare statunitense di intervenire quando un caso di insolvenza coinvolge un altro Paese.

Il Chapter 15 ha lo scopo di promuovere la cooperazione tra i tribunali statunitensi, i debitori e i tribunali di altri Paesi coinvolti in procedure fallimentari transfrontaliere.

Il primo default di Evergrande, avvenuto nel 2021, aveva provocato un’onda d’urto nei mercati immobiliari cinesi. Il default della società è arrivato dopo che Pechino ha iniziato a dare un giro di vite all’eccessivo indebitamento dei costruttori, con l’obiettivo anche di contenere l’impennata dei prezzi delle abitazioni.

Di recente, un altro colosso immobiliare cinese, Country Garden, ha avvertito che “prenderà in considerazione l’adozione di varie misure di gestione del debito“, alimentando le speculazioni sul fatto che l’azienda potrebbe prepararsi a ristrutturare il proprio debito mentre lotta per raccogliere liquidità.

Il mese scorso, Evergrande ha dichiarato in un documento di Borsa di aver perso 81 miliardi di dollari di denaro degli azionisti nel 2021 e nel 2022. All’inizio di quest’anno, la società ha presentato il suo piano di ristrutturazione del debito. Il colosso immobiliare ha dichiarato di aver raggiunto “accordi vincolanti” con i suoi obbligazionisti internazionali sui termini chiave del piano.

Ma non c’è solo Evergrande a preoccupare. Infatti la principale società cinese del settore, Country Garden, ha sospeso la negoziazione di 11 obbligazioni onshore (titoli in yuan che circolano solo sul territorio nazionale, a differenza dei titoli offshore) per problemi relativi al loro rimborso, tracollando del 18% alla Borsa di Hong Kong.

Il Sole 24 Ore parla di “Campanelli di allarme che continuano a risuonare, ma che il resto del mondo finanziario per il momento fa quasi finta di non sentire”. Non a caso ieri le Borse europee hanno aperto in rosso. Vedremo lunedì se l’onda lunga dalla Cina impatterà anche sulla finanza in occidente.

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19/10/2022

I “mercati” comandano, Liz Truss obbedisce e tracolla

La fine del “programma Truss”, dal nome della neo e già quasi ex premier britannica, è probabilmente il più rapido e drastico fallimento politico della storia recente.

In neanche un mese di vita, la signora che voleva ripetere le gesta di Margareth Thatcher (fine anni ‘70) copiandone persino alcune delle misure di politica economica è stata costretta a licenziare il Cancelliere dello Scacchiere (il ministro delle finanze) e accettare di nominare al suo posto uno dei suoi antagonisti nel partito conservatore, Jeremy Hunt, che ha semplicemente cancellato il “mini budget” che aveva provocato il crollo della sterlina, dei titoli di stato (Gilt) e anche dei fondi pensione britannici.

La misura più appariscente era un radicale taglio delle tasse “per tutti”, ovviamente spalmato in misura assai differente tra imprese e superricchi (altissimo) e lavoratori o pensionati (un’elemosina). Appare perciò ancora più chiara l’inversione di marcia prevista dal “piano Hunt”: verranno aumentate le tasse per 32 miliardi di sterline l’anno e non sarà prorogato il tetto ai prezzi dell’energia, che scade ad aprile.

“In un momento in cui i mercati chiedono giustamente un impegno per la sostenibilità delle finanze, non è giusto contrarre prestiti per finanziare” i tagli alle tasse, ha spiegato Hunt aggiungendo che “l’obiettivo più importante per il nostro Paese in questo momento è la stabilità. I governi non possono eliminare la volatilità dei mercati, ma possono fare la loro parte e noi la faremo“.

In pratica, l’aliquota fiscale sulle imprese salirà dal 19% al 25% (un mese fa era stato previsto di lasciarla al 19%), mentre l’aliquota di base per i redditi personali resterà al 20% anziché scendere di un punto (l’elemosina per i meno ricchi, appunto).

Il ministero delle Finanze ha stimato che mantenere l’aliquota base dell’imposta sul reddito al 20% garantirà entrate per 6 miliardi di sterline all’anno mentre mantenere l’aliquota per le imprese al 25% dovrebbe costare ai contribuenti 67,5 miliardi di sterline nei prossimi cinque anni.

Il governo Truss, ha spiegato inoltre Hunt, intende revocare i piani di taglio delle imposte sui dividendi, la riforma dei salari, il congelamento delle imposte sugli alcolici e l’introduzione di un regime di acquisti esenti da IVA per i visitatori stranieri.

Del piano presentato dal suo predecessore, Kwarteng, non resta praticamente nulla. Anzi, si deve fare l’opposto o quasi.

Come si vede, le linee di politica economica e fiscale – in Gran Bretagna come altrove – non seguono una logica politica (in Italia si sente dire da anni che “la destra taglia le tasse, la sinistra vuole aumentarle”), ma quella “imposta dai mercati”, come ammesso da Hunt.

In questo caso la scelta fatta da Truss si è rivelata disastrosa non per l’opposizione (i laburisti, figuriamoci...) o per gli scioperi dei lavoratori (che ci sono, ma vengono come sempre snobbati dai Tories), ma per la tempesta che “i mercati” hanno scatenato obbedendo – come sempre – alle semplici leggi della speculazione finanziaria.

Immaginare tagli delle tasse in piena recessione (e con l’inflazione sopra il 10%) era ed è semplicemente folle (lo sta spiegando da giorni persino Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, all’intronato Salvini). Ma qualcuno ci ha certamente guadagnato. E cifre altrettanto folli.

Ne sa qualcosa la Banca d’Inghilterra che in piena notte ha dovuto rovesciare la sua politica monetaria, passando dall’aumento dei tassi di interesse (che inevitabilmente penalizzano i titoli di Stato, aumentandone i rendimenti) all’acquisto disperato di masse enormi di... titoli di stato per evitarne la caduta oltremisura del prezzo.

Anche questa non è stata una decisione “ideologica” o giustificata da una teoria fallimentare (il monetarismo della “scuola di Chicago”), ma da sommovimenti sui mercati. Cosa stava succedendo infatti?

Che tutti avevano preso a vendere titoli britannici (Gilt), svuotando così il valore patrimoniale dei fondi pensione (che normalmente, a seconda del “profilo di rischio”, si riempiono volentieri di titoli pubblici). L’eventuale tracollo dei fondi avrebbe, di lì a poche ore, provocato uno tsunami di fallimenti tale da rinverdire i giorni di Lehmann Brothers (2008).

Come ha detto poi Paul Marshall, uno dei veterani dell’industria dei fondi speculativi con il suo Marshall Wace, “le mosse della Banche centrali hanno creato un ambiente perfetto per il mal-investment”. Anche perché “i fondi pensione britannici agiscono ormai come hedge funds, quindi bisogna vedere l’accaduto dei giorni scorsi solo come un traumatico inizio del redde rationem.”

Persino una testata specializzata come Money è obbligata ad ammettere che “Liz Truss è solo l’ultima utile idiota necessaria a un sistema globalmente manipolato per auto-perpetuarsi nell’inganno, come dimostra quanto accaduto ieri a Wall Street, dove il Nasdaq con il suo +3,43% ha segnato il miglior risultato intraday dal 27 luglio scorso.”

I valori di borsa sono insomma altrettanto fantasiosi di quelli prezzati a Wall Street nel 2008, dopo che era già esplosa la bolla dei mutui subprime (mutui concessi anche a senza reddito, lavoro, patrimonio, ecc., quindi non ripagabili).

Ma per evitare il “redde rationem”, la “correzione” drammatica che lascia in mutande migliaia di broker e milioni di “risparmiatori”, si può tranquillamente bruciare una tizia arrivata a Downing Street per una fortunata serie di circostanze.

La “politica”, nell’Occidente neoliberista, è un coro di chiacchiere che copre il volto e gli interessi di chi comanda davvero (di chi controlla insomma “la sovranità”): multinazionali e finanza speculativa.

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