Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2026

L’amaro che tonifica

Se la condizione di lavoro salariato esprime sofferenze e dipendenza materiale e alienazione – da qui, molto probabilmente, il collegamento metaforico con il lavoro inteso come il “pane amaro” o il “pane duro” – la situazione si complica, allorquando il rapporto di subordinazione diventa precario oppure sparisce, nel senso che si diventa disoccupati.

Il far parte della classe operaia, sino a quando non hanno iniziato a “sputare sul lavoro”, riempiva di orgoglio e la sofferenza della fatica era alleviata dal bisogno intrinseco di fare le cose per bene, ossia di svolgere il lavoro a regola d’arte.

Certo, durante il ciclo delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, il rifiuto del lavoro e i sabotaggi della produzione rientravano negli antagonismi di classe, ma, in generale, la qualità dei prodotti era un obiettivo ricercato con tutti i mezzi, non sottostava alla variabile quantitativa.

Nelle ultime due decadi, invece, come spiegano i lavoratori di Modena, le piccole e medie imprese metalmeccaniche hanno iniziato a disprezzare quei lavoratori che cercavano di ottenere, con l’aiuto delle macchine, dei prodotti di qualità, dei prodotti che rispettavano determinati parametri di precisione.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi, ancora ai nostri giorni continuano ad essere parzialmente consapevoli di una delle contraddizioni fondamentali del processo produttivo capitalistico, infatti non si rendono conto che il loro “lavoro vivo” – quando si chiude il cerchio tra produzione e consumo, cioè quando incontra o si scontra con il lavoro oggettivato o “lavoro morto”, dei mezzi di produzione, vale a dire il capitale fisso – è il fermento o la forza creatrice di nuovo valore. Eppure, la tendenza del capitale è quella di ridurlo ai minimi termini.

La prima nota amara, come ci ricorda Marx, consiste nel riconoscimento da parte dell’operaio che nel momento in cui aliena la propria forza lavoro al capitalista vede che una parte dei frutti del proprio lavoro si trasforma in capitale. 

Ma il retrogusto dell’amaro diventa più acuto, quando si esperisce la perdita della relazione di lavoro salariato, poiché il subordinato vede il nulla assoluto, quando percepisce che nell’immediato non c’è un’occupazione alternativa.

I lavoratori che vengono resi ridondanti dall’aumento della capacità produttiva, cercano di aggrapparsi alla relazione di lavoro salariato in tutti i modi possibili e immaginabili, poiché le sofferenze derivanti da questo rapporto sono più sopportabili rispetto alla condizione di essere escluso dal mondo lavorativo.

Il tempo reso disponibile, come dice Giovanni Mazzetti, non si presenta immediatamente come tempo libero per i singoli individui, poiché esso è un prodotto del capitale, il quale riconosce la forza lavoro solo come merce. Quando il capitale non riesce a convertire il tempo reso disponibile in nuovo lavoro salariato, una parte della forza lavoro viene espulsa dal processo produttivo e si presenta in forma contraddittoria come disoccupazione.

Tale fenomeno contraddittorio, in situazioni di indigenza e in assenza di protezioni sociali, assume una connotazione violenta, sollecitando la classe operaia a rispondere sulla stessa lunghezza d’onda.

Nei primi anni '20 del XIX secolo, in Inghilterra, durante la fase espansiva del capitalismo industriale, la reazione dei lavoratori, che non erano ancora in grado di mettere in campo forme di lotte organizzate, sfociò nel luddismo, cioè nella distruzione delle macchine.

Il termine luddismo deriva dal nome dell’operaio tessile inglese Ned Ludd, che per primo distrusse una macchina per la produzione dei tessuti. Il telaio meccanico aumentò la capacità produttiva e ridusse il lavoro socialmente necessario degli operai, trasformando il loro processo lavorativo: gran parte delle loro energie erano indirizzate a mediare l’attività della macchina.

In un lungo processo storico dialettico, la classe operaia viene spogliata dai suoi strumenti di lavoro, i quali vengono incorporati nelle macchine, un sistema di macchine che si alimenta con la forza motrice e come un automa detta i ritmi della produzione agli operai.

Un congegno meccanico, come ha sagacemente evidenziato Marx, a suo tempo, nel “Frammento sulle macchine”, che assorbe le abilità e la forza degli operai e si pone di fronte a loro come una potenza estranea.

Da questo punto di vista, “l’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio”. (1)

Ora, il cuore delle innovazioni tecnologiche è stato quello di sostituire la forza lavoro con impianti, attrezzature e macchine, dando luogo a quel fenomeno noto come disoccupazione “involontaria”, una contraddizione del modo di produzione capitalistico, riconosciuta, durante la Depressione economica e degli anni Trenta, da un capitalista pragmatico come il senatore G. Agnelli e rinnegata dal senatore L. Einaudi.

A distanza di un secolo dalla crisi di sovrapproduzione del 1929, nonostante i tentativi di nascondere il problema, da parte delle forze dominanti, il lavoro [come occasione di impiego, ndr] si presenta come una “merce rara”, altrimenti non si spiegherebbe il sostegno e le simpatie di ampi strati della classe lavoratrice, dei paesi OCSE, alle formazioni politiche di estrema destra, che additano i migranti come capro espiatorio e che fanno una fatica enorme ad ammettere che la manodopera “semi-schiavizzata” fa comodo ai capitalisti criminali o straccioni.

In questo quadro, se da un lato, i lavoratori non riescono a metabolizzare “l’amaro boccone” di riprodurre il lavoro salariato su scala allargata o meglio di riprodurlo in quantità superiore a quello che viene distrutto, per effetto delle innovazioni tecnologiche, dall’altro lato, invece, ci sono imprenditori, intellettuali ed accademici, che continuano a perseguire ad oltranza l’ideologia borghese che sostiene la tesi contraria. Vale a dire che i posti di lavoro che spariscono, per via delle nuove applicazioni tecnologiche, sono inferiori alle nuove occasioni di lavoro che ne scaturiranno.

I recenti sviluppi dell’IA e della robotica hanno avviato un dibattito che ha messo in evidenza non solo le opportunità derivanti dalla diffusione e applicazione di queste tecnologie nei sistemi produttivi, ma anche dei rischi e pericoli individuati dai ricercatori, dagli ingegneri, dagli inventori e finanziatori dei progetti

Se Elon Musk e Bill Gates, alcuni dei i finanziatori miliardari delle implementazioni dell’IA, alludono a generici pericoli che le macchine super intelligenti possano prendere il sopravvento sugli umani, Geoffrey Hinton – considerato il padre del deep learning e Nobel per la Fisica per i suoi studi sulle reti neurali – lancia un allarme concreto: l’IA creerà disoccupazione di massa e farà schizzare in alto i profitti delle gigantesche imprese tecnologiche; rispetto alla precedente automazione, che ha colpito il lavoro manuale, l’IA spazzerà via tanti lavori intellettuali e negli uffici. (2)

Nella sua lucida critica non fa ricadere le responsabilità dell’immiserimento della società sull’IA, ma sul sistema capitalistico.

Questa visione collima con quella di S. Hawking, il quale qualche anno prima di morire, nel partecipare a un convegno sulla robotica, ha affermato: “Dovremmo aver paura del capitalismo non dei robot”.

Egli riconosce, individua e descrive uno dei “buchi neri” più inquietanti del capitalismo: se la ricchezza prodotta dalle macchine non verrà condivisa, la maggior parte delle persone (proletariato e soprattutto sottoproletariato, che si sta ingrossando sempre di più) saranno attratte nel processo di immiserimento che è già possibile delineare ai nostri giorni.

E sottolinea, tra l’altro, che i proprietari delle macchine robotiche formano una borghesia elitaria che si appropria della ricchezza prodotta senza creare, nel contempo, posti o occasioni di lavoro per i lavoratori in carne e ossa.

Hinton, nel solco di una corrente di pensiero economico molto diffusa, affida le sorti del movimento contraddittorio – cioè della disoccupazione involontaria – al Reddito di base, ma non intravvede la possibilità di ridurre l’orario di lavoro a parità di salario.

Il diventare consapevoli, da parte dei lavoratori dipendenti, della possibilità di lavorare di meno e dividere il lavoro socialmente necessario, trasformerebbe “l’amara perdita” di quel lavoro superfluo, che non produce valore d’uso per gli altri, in un rinvigorimento dell’intera classe lavoratrice.

Il tacito riconoscimento che gran parte della ricchezza sociale “viene prodotta dalle macchine anziché dagli uomini” è però solo il primo passo; ad esso segue il doppio nodo della proprietà privata di tipo capitalistico.

Il non fare i conti con questi aspetti salienti della realtà economico sociale, incardinati nel processo storico delle dinamiche tra capitale e lavoro salariato, ha fatto precipitare, a mio avviso, le forze di sinistra – che tradizionalmente hanno supportato i lavoratori, in quanto ne costituivano la base vitale – in quella profonda crisi, ben descritta da Francesco Maselli, nel suo film Le ombre rosse, del 2009.

Il titolo riecheggia quello di John Ford del 1948 e rappresenta una tagliente metafora che mette in evidenza la sconfitta della sinistra, con i sopravvissuti confinati negli angusti limiti di una “riserva indiana”.

Il film di Maselli ruota attorno allo scontro di ciò che rimane delle diverse anime della sinistra e in particolare il conflitto tra riformisti e rivoluzionari: i primi si perdono in combriccole convegnistiche, senza nessun risvolto pratico, mentre i secondi, forgiati dall’ala movimentista, sono alle prese con la gestione di un Centro sociale della periferia romana, con un nome dal sapore beffardo ovvero “cambiare il mondo”.

Entrambi i gruppi sono condannati all’irrilevanza, in quanto i protagonisti sembrano incapaci di trovare un linguaggio comune.

Il dibattito produce una babele di posizioni solipsistiche, quindi diventa molto difficile intercettare, in base al mio punto di vista, i nuovi bisogni, che sono emersi, con la crisi dello Stato sociale.

Nella lunga intervista che Luigi Celidonio rilascia ad Ascanio Celestini (3) è possibile percepire che l’assegnazione di una casa popolare a coloro che ancor negli anni Sessanta vivono nelle baracche dell’Acquedotto Felice, non molto lontano dalla zona centrale della capitale, disgrega quelle forme di solidarietà che hanno mediato la riproduzione della vita in quella comunità, creando legami inediti, per la fase storica successiva.

Lo Stato che conferisce una casa popolare a un prezzo calmierato (fuori mercato) non manda in frantumi solo la proprietà privata, riconoscendo un bisogno che non può essere soddisfatto dall’impresa capitalistica, ma mina anche le basi della famiglia patriarcale.

Non è la potenza del patriarca ad emancipare dal degrado della baracca il nucleo familiare allargato, anzi egli è costretto a delegare allo Stato la facoltà di sollevarlo dalla povertà materiale, in nome e per conto della Giustizia sociale.

Un percorso di lotte concrete, in quel luogo, portato avanti insieme a un esponente del mondo cattolico, come Don Roberto Sardelli, il quale, con l’esperienza della Scuola 725, ha cercato di far crescere la consapevolezza di uscire da quella condizione di povertà. Come puntualizza Celidonio: “Il Diritto ad abitare non poteva essere trattato alla stessa stregua di un’elemosina”.

L’aver dovuto rinunciare alla sovranità patriarcale, ha permesso, in generale, un miglioramento delle condizioni economiche per un verso, mentre, per l’altro, si è verificato un aumento della complessità sociale.

Ed è proprio in questa complessità, con le sue complicazioni, che secondo Maselli vanno ricercate le ragioni dell’amara crisi, che ha messo fuori campo, non tanto fuori gioco, le forze della sinistra. In questo errare, in questo smarrimento, in qualche modo, si seguono le ombre dell’ambivalenza, non ci sono buoni da premiare e cattivi da castigare, non ci sono anime che hanno tradito i rigogliosi ideali, piuttosto anime disorientate e perse, che non riescono a trovare un senso al loro agire.

Sul piano simbolico, nella visione di Maselli, nelle ultime scene del suo film, la speranza di una rigenerazione della sinistra ricade su quei giovani che si ritrovano in un casale abbandonato e degradato, circondato da un prato desolato, ma non è un ritorno al passato, ai valori della terra e della tradizione contadina.

Nel prendere le misure, per la ristrutturazione di quella casa fatiscente, il regista rimarca con forza che quei giovani non ripartono da una baracca. Tuttavia, è necessario riprendere il cammino, tenendo conto del fatto che le conquiste sociali acquisite non sono eterne, come si evince dalla decadenza che avvolge quel casale, né tanto meno si possono ignorare i bisogni ambientali emergenti e gli sviluppi delle nuove tecnologie costruttive.

Al di là di questa calzante metafora sulla deriva della sinistra, che mette in primo piano il fallimento di trasformare un Centro sociale in una Casa della Cultura – secondo il modello proposto in Francia, nei primi anni Sessanta del Novecento, da André Malraux – purtroppo, nel bel film di Maselli, non ci sono riferimenti alle tematiche del lavoro, della precarietà, della disoccupazione, il posticipo di 10 anni dell’età pensionabile, rispetto ai primi anni Novanta, lo sfruttamento selvaggio nel settore agricolo, i salari da fame, eccetera.

Note
  1. Frammento sulle macchine.
  2. La contrapposizione tra lavoro manuale e quello intellettuale è posta in questa proposizione, in modo lineare, per ribadire il concetto che per la prima volta vengono messe in discussione quelle posizioni lavorative ritenute intoccabili. Ovviamente, le ripercussioni ricadrebbero anche sul lavoro manuale. Ma per una visione che vada oltre la meccanica separazione tra lavoro intellettuale e quello manuale, si rinvia il lettore interessato all’articolo di Leo Essen, Il manovale non pensa. Sohn-Rethel: Lavoro intellettuale e lavoro manuale.
  3. La lezione di Don Sardelli, Ascanio Celestini incontra Luigi Celidonio.
Fonte

28/07/2026

India - La generazione che si rifiuta di strisciare: la Gen Z è una lotta di classe

Il 20 luglio, migliaia di giovani hanno tentato di marciare da Jantar Mantar verso il Parlamento. Portavano cartelli, gridavano slogan e chiedevano le dimissioni del Ministro dell’Istruzione dell’Unione, Dharmendra Pradhan, a causa delle ripetute irregolarità negli esami, delle fughe di notizie sui test, degli esami cancellati e del rifiuto del governo di assumersi la responsabilità per il disastro inflitto agli studenti.

La Polizia di Delhi ha risposto con barricate, manganelli e gas lacrimogeni. Alcuni manifestanti sono stati trattenuti, mentre altri si sono riorganizzati in gruppi più piccoli e hanno continuato verso il Parlamento. Il movimento aveva superato una soglia importante: ciò che era iniziato come satira sui social media era sceso in piazza confrontandosi con il potere statale.

I manifestanti si fanno chiamare Cockroach Janta Party (CJP). Il nome è nato dopo che un’osservazione giudiziaria denigratoria ha paragonato gli attivisti e i giovani disoccupati a scarafaggi e parassiti. Piuttosto che ritirarsi di fronte all’insulto, i giovani lo hanno trasformato in un distintivo di sfida collettiva.

Se coloro che governano l’India vedono i propri giovani disoccupati come scarafaggi, allora gli scarafaggi si riuniranno. Il nome prende in giro il Bharatiya Janata Party, ma cattura anche qualcosa dell’esperienza di una generazione a cui è stato ripetutamente detto di essere eccessiva, ingrata, inoccupabile e in qualche modo personalmente responsabile del fallimento del sistema economico, che vedono come un sistema precario che dovrebbe dare loro lavoro, ma che – come il sistema capitalistico spietato – li tratta come usa e getta.

Dalla sua prima grande protesta a Delhi il 6 giugno, il movimento si è diffuso in città tra cui Pune, Mumbai, Bengaluru, Lucknow e Nagpur. I suoi sostenitori hanno allestito un campo a Jantar Mantar, dove l’attivista climatico Sonam Wangchuk ha intrapreso uno sciopero della fame in solidarietà con le loro richieste prima di essere trasportato con la forza in ospedale.

Le questioni immediate sono abbastanza serie: l’integrità degli esami di ammissione e reclutamento, il risarcimento per le famiglie degli studenti che si sono tolti la vita, la riforma di un sistema di selezione infarcito di corruzione e le dimissioni del ministro dell’Istruzione.

Tuttavia, dietro queste richieste si cela una crisi sociale molto più ampia, poiché un foglio d’esame non è semplicemente un foglio pieno di domande. Per milioni di famiglie della classe lavoratrice, rappresenta anni di risparmi, sacrifici, studio e speranza. Quando quel foglio viene divulgato o l’esame viene cancellato, il fragile progetto di un’intera famiglia viene distrutto.

I media hanno prontamente descritto il movimento Cockroach come la prima “protesta della Gen Z” indiana. C’è del vero in questa descrizione. Il suo linguaggio è nato sui social media e quindi utilizza con grande abilità meme, satira, parodie, video brevi e umorismo autoironico. Molti dei suoi partecipanti non hanno conosciuto altro governo che quello guidato dal Primo Ministro Narendra Modi.

Il loro vocabolario politico si è sviluppato in condizioni in cui i telegiornali si sono in gran parte arresi al potere, il dissenso è stato criminalizzato e Internet è diventato sia un meccanismo di sorveglianza che uno degli ultimi spazi rimasti in cui la rabbia può circolare rapidamente.

Ma il termine “Gen Z” spiega molto meno di quanto sembri. È una categoria di marketing che si spaccia per sociologia. Raggruppa insieme la figlia di un bracciante agricolo e il figlio di un miliardario solo perché sono nati nello stesso arco di anni.

Le generazioni non sostengono esami, non cercano lavoro, non consegnano cibo né prendono in prestito denaro per le tasse dei corsi di preparazione, ma le classi sociali sì. La questione decisiva non è quando questi giovani sono nati, ma che tipo di ordine economico hanno ereditato e quale posto, se mai, quell’ordine ha preparato per loro.

I giovani manifestanti non sono in rivolta perché hanno una capacità di attenzione più breve o una speciale avversione culturale per l’autorità. Sono in rivolta perché il capitalismo non può integrarli in una vita economica dignitosa. È stato detto loro di studiare, acquisire lauree, imparare nuove competenze, rimanere competitivi e diventare “imprenditori”.

Le loro famiglie hanno preso in prestito denaro, venduto terreni, rinviato cure mediche e ridotto i consumi domestici per pagare l’istruzione e i corsi di preparazione. Alla fine di questo estenuante viaggio, molti scoprono che il lavoro promesso non esiste. Altri trovano solo contratti temporanei, tirocini non retribuiti, lavoro su piattaforma o lavori i cui salari non hanno alcuna relazione con le loro qualifiche.

Anche i dati ufficiali rivelano la portata del problema. La Periodic Labour Force Survey del governo per il 2025 ha collocato la disoccupazione tra i quindicenni e i ventinovenne al 9,9 per cento, con un picco del 13,6 per cento tra i giovani urbani. Ha anche rilevato che un quarto degli indiani tra i quindici e i ventinove anni non era né occupato né impegnato in istruzione o formazione.

Questi dati principali oscurano una vasta sottoccupazione, il lavoro familiare non retribuito e la disperazione che costringe le persone ad accettare qualsiasi attività come lavoro. Solo il 23,6 per cento dei lavoratori indiani aveva un impiego regolare retribuito o salariato, mentre il 56,2 per cento era classificato come lavoratore autonomo, una categoria che spazia dai professionisti facoltosi ai venditori ambulanti, ai lavoratori non retribuiti nelle fattorie familiari.

Il Rapporto sull’occupazione in India prodotto dall’Institute for Human Development e dall’International Labour Organisation fornisce un quadro ancora più chiaro. Nel 2022, la disoccupazione tra i giovani laureati era al 29,1 per cento, nove volte il tasso tra i giovani che non sapevano né leggere né scrivere. Quasi l’82 per cento della forza lavoro era nel settore informale, mentre quasi il 90 per cento era impiegato informalmente.

I salari reali per i lavoratori regolari erano stagnanti o in calo, e l’occupazione su piattaforma si era espansa come estensione del lavoro informale supervisionata digitalmente, in gran parte priva di sicurezza sociale. Il rapporto ha rilevato che l’attesa media per un primo lavoro superava un anno e che molti giovani tecnicamente qualificati svolgevano lavori non correlati alla loro formazione.

Questo è l’amaro paradosso al centro delle proteste. L’istruzione ha ampliato le aspirazioni e le capacità dei giovani indiani, ma l’economia non ha ampliato il numero di posti di lavoro dignitosi a loro disposizione. Più studiano, più vedono chiaramente il divario tra ciò che la società ha promesso e ciò che può offrire.

La loro laurea diventa la prova non della loro inadeguatezza, ma di quella di un modello economico organizzato attorno alla finanza, alla produzione ad alta intensità di capitale, alla privatizzazione e all’arricchimento di una piccola élite padronale.

La crisi non è iniziata con il governo Modi, ma dodici anni di governo del BJP l’hanno aggravata. La demonetizzazione e la mal progettata Goods and Services Tax (GST) hanno danneggiato le piccole imprese, che storicamente hanno assorbito un gran numero di lavoratori.

Le assunzioni nel settore pubblico sono state ritardate o ridotte, i posti vacanti rimangono scoperti e il lavoro sicuro è stato sostituito dal lavoro contrattuale. La manifattura non è cresciuta nella misura necessaria per impiegare i milioni di persone che entrano ogni anno nel mercato del lavoro.

Nel frattempo, l’istruzione pubblica è stata indebolita e l’industria privata dei corsi di preparazione si è espansa, trasformando l’ansia in una merce immensamente redditizia. Il governo celebra la crescita del PIL, le autostrade, i pagamenti digitali, le società unicorno e la ricchezza dei miliardari indiani, ma nessuna di queste statistiche risponde alla domanda sentita in innumerevoli case: dove sono i posti di lavoro?

Le fughe di notizie sui test devono quindi essere comprese come qualcosa di più della corruzione amministrativa. Sono espressioni concentrate di una più ampia ingiustizia di classe. Milioni di persone competono per un numero limitato di posizioni perché il lavoro sicuro è stato deliberatamente reso scarso. Ogni candidato deve pagare le tasse, percorrere lunghe distanze, acquistare materiale di studio e talvolta passare anni nei centri di preparazione.

Quando un esame viene compromesso, lo stato parla di problemi tecnici e commissioni d’inchiesta. Al candidato, tuttavia, è stato rubato il tempo di vita. Un limite massimo di età si avvicina; il debito familiare si accumula; un altro anno scompare.

Il governo vorrebbe isolare le proteste come lo sfogo emotivo di una generazione impaziente. Alternerà ridicolo, repressione, promesse di consultazione e tentativi di dividere il movimento. Ai giovani verrà detto che mancano di esperienza, che forze straniere li stanno traviando o che la loro protesta danneggia l’immagine della nazione.

Ma non c’è nulla di antinazionale nel chiedere che un paese fornisca ai suoi giovani un lavoro utile. Ciò che danneggia l’India è un ordine in cui i giovani sono necessari come consumatori, punti dati, lavoratori delle consegne e folle elettorali, ma non sono accolti come lavoratori con diritti, cittadini con voce e esseri umani che hanno diritto a un futuro.

L’energia del movimento Cockroach è importante, ma la spontaneità e la portata digitale da sole non possono superare il potere consolidato. La sua forza duratura dipenderà dal fatto che colleghi la riforma degli esami alla lotta per l’occupazione, l’istruzione pubblica, i diritti dei lavoratori e la ridistribuzione economica.

Gli studenti di Jantar Mantar condividono il futuro con insegnanti a contratto, lavoratori a progetto, fattorini delle consegne, apprendisti in fabbrica, laureati disoccupati e lavoratori rurali. Il movimento deve resistere ai tentativi di descrivere la politica organizzata, i sindacati e le organizzazioni studentesche consolidate come reliquie appartenenti a un’altra generazione. L’esperienza accumulata dalla classe operaia organizzata non è un peso per la rivolta giovanile; è una delle risorse che possono dare a tale rivolta la capacità di resistenza e la direzione.

Il nome “scarafaggio” porta con sé una verità storica involontaria. Gli scarafaggi sopravvivono perché sono difficili da eliminare. Ma i giovani per le strade non chiedono semplicemente di sopravvivere nelle fessure di un sistema in decomposizione. Vogliono vivere, lavorare, usare ciò che hanno imparato e contribuire alla società con dignità. La loro rabbia è generazionale nell’apparenza ma profondamente basata sulla classe nel suo contenuto.

Il compito della Sinistra non è né romanticizzare questa rabbia né predicare da lontano, ma entrare in dialogo con essa, aiutarla a identificare la struttura alla base della sua sofferenza e unire le sue richieste immediate a un programma capace di creare milioni di posti di lavoro sicuri e socialmente utili.

Il gas lacrimogeno fuori dal Parlamento non può rispondere alla domanda posta dai manifestanti. I governanti dell’India possono spingerli dietro le barricate e chiamarli insetti, parassiti o provocatori. Ma una società che si rifiuta di fare spazio ai suoi giovani scoprirà alla fine che i giovani hanno deciso di rifare la società stessa.

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13/07/2026

Catania ha il “primato” nazionale dei “NEET”

In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”.

Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni fa aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – targato “abbandono scolastico, bassa istruzione, scarse opportunità lavorative, formazione non all’altezza dello stesso mercato del lavoro”.

Tutto ciò si sintetizza nell’acronimo inglese “NEET”, “Not in Education, Employment, or Training”, che in Italia indica i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione professionale.

I dati sul tema diffusi in questi giorni dall’agenzia no profit Openpolis confermano che Catania “primeggia” fra i capoluoghi con il 35,4% della popolazione tra 15 e 29 anni in  questa condizione.

“Ovviamente”, al centro di questa dura realtà ci sono i quartieri popolari, con San Cristoforo e Librino “in testa”, il controllo capillare e militare della mafia impone la pax sociale alimentata anche da aspettative dettate dalle promesse elettorali e dal clientelismo diffuso.

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23/05/2026

L’Italia del centenario Istat: svaniscono i salari, e anche il futuro

Il 21 maggio è stato presentato alla Camera il Rapporto Annuale 2026 dell’Istat. L’occasione era storica, dato che questo è l’anno in cui l’istituto di statistica compie un secolo di vita, ma il quadro fatto del paese è il peggiore che ci poteva essere: l‘inflazione, l’invecchiamento della popolazione e la sfiducia nel futuro sono i caratteri di un modello fallimentare, ormai imposto a suon di decreti e manganelli.

Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat, ha presentato il dossier di fronte a Mattarella, e ha messo in evidenza quello che, solo in maniera apparente, è paradossale: più occupati, ma le tasche si svuotano. Il tasso di occupazione rimane basso rispetto ad altri paesi, e il lavoro non garantisce più la sopravvivenza – e, come vedremo, nemmeno la “riproduzione della forza lavoro”. Il dato più allarmante riguarda il potere d’acquisto dei salari, crollato dell’8,6% dal 2019.

Permangono forti divari di genere sulle retribuzioni: a parità di profilo, le donne guadagnano mediamente 2 mila euro in meno all’anno rispetto ai colleghi maschi e continuano a farsi carico del 68,9% del lavoro domestico e di cura, un dato che genera una diffusa “povertà di tempo”, soprattutto tra le madri lavoratrici.

Nonostante nel 2025 le retribuzioni contrattuali abbiano fatto registrare un timido recupero in termini reali, le politiche guerrafondaie dell’Occidente e gli effetti sui mercati, innanzitutto il caro energia, stanno già azzerando queste piccole conquiste. L’impatto si fa sentire direttamente sul bilancio delle famiglie, intaccando anche il ceto medio (che rappresenta il 61,2% dei residenti).

Il 16,1% del ceto medio dichiara di faticare ad arrivare a fine mese. La quota sale al 45% tra le famiglie a rischio povertà e tocca persino il 5,2% di quelle ad alto reddito. Quasi la metà della popolazione riferisce di non essere riuscita a risparmiare alcunché nell’ultimo anno, e un quarto non saprebbe come affrontare una spesa imprevista.

La povertà assoluta resta una piaga per 5,7 milioni di persone (in pratica una persona su dieci), ed è diffusa soprattutto nel Mezzogiorno, tra le famiglie numerose, con minori, e tra gli stranieri. Sale anche la povertà energetica, che stando a una recente direttiva europea viene definita come “l’impossibilità per una famiglia di accedere a servizi energetici essenziali che forniscono livelli basilari e standard dignitosi di vita e salute”. Nel 2024 ha colpito il 9,1% dei nuclei familiari.

L’Italia registra il suo minimo storico anche per quanto riguarda la natalità: nel 2025 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14 (era 1,18 nel 2024), con appena 355 mila nuove nascite. Non si tratta però di un disinteresse nei confronti della famiglia, tutt’altro. I numeri dell’Istat svelano un dramma sociale: 6,6 milioni di persone desiderano un figlio ma rinunciano ad averlo.

Tra chi dichiara che non avrà figli in futuro, solo il 5,5% ammette che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita. Per tutti gli altri, gli ostacoli sono per lo più economici, o in qualche modo collegati. Oltre quattro persone su dieci (2,8 milioni) rinunciano per motivi finanziari o mancanza di stabilità contrattuale.

Più di una persona su dieci (11,5%) rinuncia alla genitorialità perché totalmente assorbita dalla cura dei genitori anziani: un dato che esprime la mancanza di servizi e assistenza per gli anziani. Per 1,3 milioni di persone il desiderio è stato posticipato così a lungo da non essere più realizzabile. L’età media al parto è salita a 32,7 anni, spingendo le nascite in una fascia d’età in cui il concepimento naturale è drasticamente ridotto.

La forza lavoro continua a invecchiare. Gli over 50 rappresentano ormai il 42% degli occupati totali, con un’età media salita a 45,6 anni. Questo trend, stando all’Istat, intacca anche la propensione all’innovazione dei prodotti, che secondo gli studi a cui si affida l’istituto cresce con l’età media dei dipendenti solo fino alla soglia critica dei 41-42 anni, per poi diminuire drasticamente.

È interessante anche il fatto che, rimanendo sul lato delle novità tecnologiche, l’Italia si ritrova al penultimo posto in Europa per l’uso dell’intelligenza artificiale tra i 16-74enni (19,9% contro il 32,7% della media UE). Il divario è ampio anche tra i giovani di 16-24 anni (47,2% contro il 63,8% europeo). Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo sono fermi ai livelli del 2007 (meno dell’1,5% del Pil).

Per i “millennials” (i nati tra il 1980 e il 1994), l’ascensore sociale ha invertito la marcia: la quota di chi sperimenta una mobilità verso il basso rispetto ai genitori (27,1%) supera quella della mobilità ascendente (25%). In questo scenario, la laurea resta l’unico vero scudo contro l’indigenza, ma un accesso reale al diritto allo studio è sempre più risicato (come mostrano anche i paragoni sul numero di laureati con il resto dei paesi più avanzati d’Europa).

Chi ha un titolo terziario vanta un tasso di occupazione dell’85,3% (contro il 56,1% di chi ha la licenza media) e una speranza di vita a 30 anni più lunga (fino a 4,2 anni in più per gli uomini). Ma sono migliaia i giovani laureati che vengono “rubati” da paesi che offrono una qualche migliore prospettiva di futuro: solo nel corso dell’ultimo anno si è registrata una perdita netta di circa 21 mila laureati espatriati.

Il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all’estero, attratto da retribuzioni migliori (73,7%) e reali opportunità di carriera (81,7%). Nelle conclusioni del Rapporto, l’Istat ribadisce che servono investimenti massicci nell’istruzione universitaria (la spesa pubblica italiana resta al 4% del PIL contro il 4,8% UE) e sulle competenze digitali.

Le nostre conclusioni, invece, sono che la manifestazione nazionale operaia lanciata per oggi dall’Unione Sindacale di Base, rivendicando salari, servizi, e anche che non siano i lavoratori a pagare la guerra e il genocidio portati avanti dalle classi dominanti occidentali, mostra tutta la sua attualità e necessità alla luce del Rapporto Istat.

Intorno a chi produce la ricchezza di questo paese è possibile la ricomposizione sociale degli sfruttati, affinché si riconoscano in un programma politico di cambio netto del modello del Paese. Oggi è un passo fondamentale in questo percorso. Ci vediamo alle ore 14 a Roma, in Piazza della Repubblica.

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31/01/2026

Senza condizionalità su Stellantis e strumenti straordinari, la transizione diventa declino

Nel corso del tavolo automotive presso il MIMIT, USB ha ribadito con chiarezza che il settore non è di fronte a una crisi congiunturale, ma a una trasformazione strutturale che, così come viene oggi gestita, sta determinando riduzione della produzione, utilizzo permanente degli ammortizzatori sociali e perdita di occupazione qualificata.

La questione di Stellantis è centrale e non più eludibile. L’impegno dell’azienda nel nostro Paese appare oggi debole e sbilanciato: calano i volumi produttivi, gli stabilimenti lavorano a bassa saturazione e le decisioni strategiche su piattaforme, modelli e tecnologie vengono assunte fuori dall’Italia. Gli investimenti annunciati non configurano una vera strategia industriale di lungo periodo, ma interventi difensivi che non garantiscono prospettive occupazionali e produttive stabili.

La transizione tecnologica viene di fatto utilizzata come copertura per un ridimensionamento industriale. L’Italia rischia di diventare un’area di aggiustamento sociale, dove si concentra la cassa integrazione mentre le produzioni a maggiore valore aggiunto vengono localizzate altrove. È il modello dell’industria nomade che USB denuncia da tempo.

In questo contesto, parlare di riconversione dei lavoratori senza strumenti straordinari è un esercizio retorico. La riconversione non può essere scaricata sui singoli lavoratori attraverso formazione generica o politiche attive inefficaci. Senza nuovi insediamenti produttivi e senza una strategia nazionale sull’automotive, la cosiddetta riqualificazione rischia di tradursi esclusivamente in accompagnamento all’uscita dal lavoro.

USB ha quindi ribadito la necessità di strumenti straordinari per governare la transizione: un salario di transizione che garantisca continuità reddituale ai lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione e la creazione di un fondo straordinario nazionale per l’automotive, vincolato a obiettivi chiari di produzione, occupazione e localizzazione industriale.

Noi diciamo anche cosa non è una soluzione. La riconversione militare non rappresenta una risposta strutturale alla crisi dell’automotive: può garantire temporaneamente volumi, ma non crea occupazione stabile né una prospettiva industriale di lungo periodo. Non accetteremo che la transizione venga gestita spostando produzioni verso il settore bellico e scaricando ancora una volta i costi sociali sui lavoratori.

Questo tavolo deve scegliere se limitarsi a gestire il declino o se costruire una vera politica industriale per l’automotive. Senza condizionalità sugli investimenti di Stellantis, senza un ruolo attivo dello Stato e senza strumenti straordinari a tutela del lavoro, la transizione continuerà a essere pagata esclusivamente dai lavoratori.

USB Lavoro Privato – Categoria Operaia dell’Industria Nazionale

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08/11/2025

La bolla che rende nervoso Trump

di Alessandro Volpi

L’isteria di Trump ha a che fare con i decisi segnali di una profonda crisi economica e finanziaria.

La bolla dell’Intelligenza Artificiale continua a gonfiarsi, alimentata da due elementi assai insidiosi. Il volume degli investimenti annunciati dalle principali Big Tech è enorme, a fronte di risultati reali decisamente più modesti; tali annunci sono resi possibili però da una gigantesca emissione di obbligazioni, pari a circa 180 miliardi di dollari in pochi mesi, acquistate in larga parte dai grandi fondi finanziari, azionisti delle stesse Big Tech, in direzione delle quali continuano a far convergere il risparmio globale con una moltitudine di strumenti finanziari.

Quindi, grandi programmi di investimento, grandi emissioni obbligazionarie acquistate in primis dalle Big Three e grandi acquisti, sempre ad opera delle Big Threee di azioni delle società dell’IA. Così Nvidia è arrivata a valere oltre 5000 miliardi di dollari, con un rapporto tra prezzo e utili assolutamente inconcepibile.

È evidente però che l’economia reale non ha bisogno solo di liquidità che gonfia la bolla, ma di acquisti reali, di consumatori in carne ed ossa che comprano i prodotti altrimenti la bolla, appunto, non tiene.

Le prime indicazioni, in tal senso, provengono dal mondo del lavoro USA dove sono spariti rapidamente 1 milione di posti di lavoro, in larga parte scomparsi nel settore dell’Intelligenza artificiale e non certo solo per la volontà di sostituire la manodopera con la stessa IA.

Senza lavoro e senza consumi anche il più raffinato e potente capitalismo finanziario rischia il tracollo, anche perché il suo livello di concentrazione è diventato enorme: una decina di società – big tech appunto – valgono oltre il 30% dell’intero listino S&P 500.

Alla luce di ciò l’esplosione di una simile bolla sarebbe devastante, come dimostrano i numeri: nel 2009 il risparmio gestito dai grandi fondi finanziari era pari a 52 mila miliardi di dollari, oggi siamo a 128 mila miliardi, come detto concentrati in una manciata di titoli.

Il risparmio occidentale è stato finanziarizzato, concentrato e ora è a rischio perché stanno crollando i consumi e il lavoro viene sempre meno retribuito e scompare. In questa vicenda c’è un particolare capitolo italiano.

La bolla americana sta per esplodere anche perché i crediti di molte società, in particolare della componentistica auto e dell’Intelligenza Artificiale, sono stati cartolarizzati da alcuni grandi fondi, a cominciare da KKR, oggi in grande tensione.

Bene (meglio: molto male), KKR possiede il 60% della società che controlla la rete fissa italiana...

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31/10/2025

Germania: 10 mila disoccupati al mese, crollo produzione ma riarmo

Cosa sta succedendo all’economia tedesca?

Ad agosto, denuncia il Berliner Zeitung, «la produzione industriale è crollata significativamente». E l’Ufficio federale di statistica, trasforma il titolo in numeri. Industria, edilizia e fornitori di energia hanno prodotto complessivamente il 4,3% in meno rispetto al mese precedente. «Il calo più significativo dall’inizio della guerra in Ucraina», rilancia il giornalismo. Berlino ha visto la produzione industriale in rosso per otto degli ultimi dodici mesi, i dati finali.

Export in declino strutturale

‘Trading Economics’ ricorda che il crollo ad agosto si è avuto in campi strategici: «Nell’industria automobilistica (-18,5%), nella produzione di macchinari e attrezzature (-6,2%), nei prodotti farmaceutici (-10,3%) e nei prodotti informatici, elettronici e ottici (-6,1%)». Il 48% delle esportazioni tedesche secondo Destatis. «La possibilità che a entrare in recessione sia l’intero sistema-Germania», avverte InsideOver. Da agosto 2022 a agosto 2025 il dato mensile dell’export è calato da 136 a 129,7 miliardi di euro, e di fatto Berlino ha perso il 5% del suo potenziale di esportazione.

10mila posti di lavoro in meno ogni mese

L’Istituto Economico Tedesco sostiene che la Germania abbia carenza di personale qualificato, un ‘deficit’ di 400mila lavoratori, mentre – paradossalmente – il Frankfurter Rundschau denuncia che mediamente nel 2025 la Germania sta perdendo 10mila posti di lavoro ogni mese. L’economista Enzo Weber ha ricordato a Die Welt che gli annunci di nuove offerte di lavoro sono ai minimi dall’epoca dell’arrivo del coronavirus nel 2020. Problematiche strutturali che superano l’orizzonte dei singoli governi, ma il cancelliere rischia però di trovarsi impantanato, avverte Andrea Muratore. 

Le sfide strutturali

Tra dubbi legittimi e incertezze intanto avanza a fatica il progetto di riconversione industriale per il riarmo, che se può supplire una parte della domanda mancante dall’automotive – meno Volkswagen e più carri armati – certamente non può fare molto per gli altri settori in crisi. C’è la spada di Damocle del settore siderurgico, che dovrebbe alimentare tutti i piani del maxiprogetto da 500 miliardi di euro di investimento in infrastrutture concordato da Merz con gli alleati socialdemocratici. Ma la produzione di acciaio tedesca è diminuita del 12% nella prima metà di quest’anno, colpisce il Financial Times.

Mercato, politica ed economia

Merz ha annunciato agevolazioni fiscali per le imprese per l’acquisto di attrezzature e sussidi sul prezzo dell’elettricità per le industrie ad alta intensità energetica come quella chimica, e ha nominato un responsabile degli investimenti, l’ex presidente della Commerzbank Martin Blessing, per promuovere la Germania come destinazione attraente per i ‘capitali stranieri’ ma ad oggi non si colgono segnali di ripresa e Berlino appare destinata a un altro anno di incertezze.

Tra Usa e Cina

Nel frattempo, sono arrivati i dazi Usa e con la Cina è nata una sfida ricca di tensioni. La Germania, dopo aver fatto la faccia feroce verso la Russia, ha chiesto agli Usa di esentare dalle sanzioni sul petrolio di Mosca la filiale tedesca di Rosneft mentre i costi energetici rimangono un fattore di criticità. Non sarà facile invertire la china per Merz, la cui luna di miele col Paese è già finita, sottolinea Andrea Muratore. E alle cui spalle incombe l’ombra di Alternative fur Deutschland, pronta a sfruttare ogni segnale di malcontento del Paese.

Lista della spesa in armamenti

Centocinquanta giorni dopo aver promesso di trasformare la Germania nella prima potenza militare convenzionale d’Europa il cancelliere Friedrich Merz, presenta la lista della spesa pluriennale da inserire nel bilancio militare del 2026. Un elenco lungo 39 pagine zeppo di armi di ogni genere, marca e paese di origine (tra cui spicca anche Israele), pauroso sotto il profilo del costo economico e inquietante per il salto di qualità della capacità offensiva della Bundeswehr che in futuro «sarà una forza di difesa, ma solo nel nome», avverte Sebastiano Canetta sul manifesto.

Germania da paura

Il riarmo tedesco si apre con 50 caccia-bombardieri F-35 adatti anche al trasporto di ordigni nucleari, mezzo migliaio di blindati fabbricati dal colosso nazionale Rheinmetall, 14 sistemi di difesa aerea Iris-T e 400 Tomahawk con gittata di 2.500 chilometri: lo stesso missile che Donald Trump ha negato a Volodymir Zelensky nel corso dell’ultimo faccia a faccia. Ma arriva anche la prima partita del «muro di droni» promesso di Pistorius all’indomani del «sorvolo ostile» di oggetti non identificati su alcuni siti sensibili del paese. Droni sospettabilissimi nelle mani di troppi per usi di comodo.

Numeri da sballo

In totale la spesa bellica tedesca corrisponde a 377 miliardi di euro, conteggia il sito ‘Politico’ che ha diffuso stralci della lista preparata dal leader Cdu di concerto con gli alleati di governo, il vicecancelliere e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, e il ministro della Difesa, Boris Pistorius.

Gigante dai piedi d’argilla

In tanti felici e contenti. Volontà di potenza di Merz, perfetto per l’amministrazione Usa, il segretario generale della Nato e la presidente della Commissione Ue che lo prenderà a modello. Salvo il ’dettaglio’ che non c’è la montagna di euro che servono. «Un gigante dai piedi d’argilla», come da bocciatura della manovra da parte della Corte dei Conti per l’esposizione debitoria che da qui al 2029 porterà il deficit statale a 850 miliardi. Chi guadagna davvero dalla valanga di denaro che comunque inizia ad uscire dalle casse UE e di Berlino, «fin da subito, senza rischi d’impresa» – denuncia Vannetta – (così Pistorius), è il settore bellico trainato da Rheinmetall. Da sola l’impresa renana incassa 88 miliardi sul totale delle commesse, ma gioisce non poco pure la bavarese Diehl Defence, seconda beneficiaria dell’affare che nel suo caso vale 17,3 miliardi ed è politicamente targato Csu.

E anche Israele gode

Poi arriveranno i droni; tra le voci di spesa più elevata proprio l’espansione della capacità degli «Heron Tp» prodotti in Israele con l’acquisto di 100 milioni di euro di munizioni dedicate. Si aggiungono a 12 droni tattici «Luna Ng» del valore di 1,6 miliardi e al programma dei droni navali per la marina militare del costo di 671 milioni. Le voci elencate saranno presentate in diverse tranche per essere sottoposte al voto della Commissione bilancio del Bundestag e ogni commessa di valore superiore a 25 milioni di euro necessita del suo via libera, ricorda Politico, ma la lista di Merz prova comunque la definizione già di 320 appalti di cui 178 assegnati. L’industria bellica tedesca porta a casa 160 commesse, ovvero circa 182 miliardi di euro, il resto saranno gare aperte, a eccezione dei contratti obbligati con gli Usa come gli F-35 che saranno 15 più del previsto.

Dall’acciaio al petrolio

Dopo l’acciaio tedesco ora tocca al petrolio russo di Rosneft sottoposto a sanzioni Usa da cui dipendono le tre raffinerie tedesche di Karlsruhe, Vohnburg e Schwedt. Attualmente la filiale Rosneft-Deutschland non è gestita da Mosca ma in regime di amministrazione controllata dai tedeschi e «così il fermo dell’impianto di Schwedt, che al Consiglio di fabbrica appare inevitabile, avrebbe effetti devastanti sull’intero Nord-Est della Germania, compreso l’aeroporto di Berlino» è l’allarme lanciato dalla Cdu del Brandeburgo che ammette: «Il governo Merz sta trattando l’esenzione dalle sanzioni su Rosneft con Trump». Un altro indizio della grande impotenza di Berlino nonostante tutti i muscoli.

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11/09/2025

Caos Nepal, il neoliberismo gestito “da sinistra”

Negli ultimi giorni il Nepal è stato scosso da una violenta ondata di proteste, che ha causato la morte di ventidue persone e costretto il Primo Ministro K. P. Sharma Oli a dimettersi, provocando ulteriori instabilità e un vuoto di potere che dovrebbe essere colmato a breve da una nuova tornata elettorale.

Le immagini che arrivano dal Paese asiatico mostrano chiaramente da un lato la profonda rabbia sociale delle nuove generazioni, dall’altra l’acerrima violenza poliziesca di fronte a un malcontento che ha radici profonde: i manifestanti hanno dato fuoco al parlamento federale, alla corte suprema, alla residenza del Primo Ministro e a diverse sedi ministeriali a Kathmandu, mentre polizia ed esercito hanno prontamente fatto ricorso a proiettili veri, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per provare a sedare le rivolte, ottenendo tuttavia l’effetto contrario.

Tuttavia, mentre i media mainstream di tutto il mondo concentrano l’attenzione sul recente ban del governo ad alcune piattaforme social come causa principale e innesco del malcontento, è bene sottolineare come i problemi siano strutturali e radicati nel tessuto economico nepalese.

Forse un buon punto di partenza per comprendere le ragioni reali e profonde delle proteste sono le ordinanze economiche approvate quest’anno dal governo come misura urgente, emanate durante la pausa parlamentare senza un vero e proprio iter legislativo e convertite in legge solo in un secondo momento (una modalità che non può non ricordare come in Italia il DDL 1660 sia diventato legge nella scorsa primavera).

Gli obiettivi e i metodi principali di questi provvedimenti possono essere così brevemente riassunti:

- attrarre capitali esteri in settori prioritari (energia, turismo, infrastrutture) attraverso la semplificazione delle procedure di approvazione e rimpatrio dei capitali;

- favorire la crescita delle esportazioni di servizi IT con un obiettivo di tre trilioni di rupie in dieci anni, consentendo alle aziende IT nepalesi di investire all’estero, aprire filiali e rimpatriare legalmente i guadagni;

- accelerare la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali e di energia semplificando le procedure per progetti in aree forestali e per l’acquisizione di terreni per progetti di “priorità nazionale”;

- ridurre il peso dello Stato sull’economia e privatizzare vari settori (Privatisation Act);

- incentivare la produzione per l’esportazione e agevolare il trasferimento di macchinari verso le Zone Economiche Speciali.

Com’è evidente, quindi, in Nepal è in corso a una rapida accelerazione dei processi di liberalizzazione e inserimento dell’economia del Paese nelle catene globali del valore attraverso la semplificazione delle normative per le imprese, l’attrazione di investimenti esteri (il cosiddetto Foreign Direct Investement, ovvero un investimento effettuato da un soggetto economico residente in un altro Paese con l’obiettivo di stabilire un interesse duraturo e un’influenza significativa nella gestione di quell’impresa) e la promozione delle esportazioni, con effetti immediati sulla distribuzione interna della ricchezza a vantaggio delle élite (inasprita, come se non bastasse, da una galoppante inflazione e da salari esigui, che arrivano a circa 20.000 NPR mensili (120 euro) per le fasce di reddito più basse).

Si consideri, inoltre, che una larga fetta dell’economia nepalese è di tipo informale, con poche regolamentazioni e bassa produttività, il che frena ulteriormente gli investimenti e mantiene i salari bassi.

Ma sull’ovvia dinamica di classe in gioco in questo contesto si innesta un secondo fattore: quello generazionale. Il Nepal ha un tasso di disoccupazione giovanile del 20,8% e, anche tra coloro che lavorano, le carenze strutturali del sistema educativo presenti nel Paese creano perlopiù manodopera poco qualificata e con scarse competenze informatiche, oggi assolutamente necessarie nel mercato del lavoro, quindi facilmente sfruttabile e ricattabile.

A ciò si aggiunge un altro dato estremamente indicativo della condizione delle fasce giovanili nel Paese asiatico: nell’anno fiscale 2024/2025, il Dipartimento per l’Impiego Estero del Nepal ha rilasciato 839.266 permessi di lavoro per l’estero, un numero enorme per una popolazione di 30 milioni di abitanti e che mette in luce l’emigrazione giovanile come problema endemico, con effetti visibili sulla struttura demografica di interi villaggi e sul tessuto economico del Paese (si pensi solo che il 7% della popolazione è all’estero per lavoro e che le rimesse degli emigrati arrivano a costituire il 33% del PIL nazionale).

A questa generazione affamata, in Nepal come in moli altri casi, per anni è stato venduto il sogno di un futuro roseo grazie al capitalismo neoliberista, in cui un tanto acclamato “sviluppo” avrebbe reso possibile la mobilità sociale e il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di nepalesi.

Non solo ciò non è avvenuto, ma anzi oggi la cosiddetta Gen-Z si trova privata di diritti basilari a causa degli ingenti tagli alla spesa pubblica e alla privatizzazione di settori fondamentali come istruzione e sanità.

Le proteste sono quindi diventate il grido di chi non vede un futuro nel proprio Paese, il sintomo più eclatante dello scarto tra aspettative e realtà e la presa di coscienza di una classe politica corrotta, debole e piegata agli interessi dei grandi capitali finanziari mondiali.

Ai giovani nepalesi non basta più indignarsi contro le vite sfarzose dei cosiddetti “nepo kids”, cioè i figli di persone potenti o famose che beneficiano dell’influenza e della posizione dei genitori per ottenere vantaggi nella carriera e nella vita, che i social media rendono sempre più visibili; oggi chiedono un cambiamento radicale del sistema, che vada oltre il singolo esecutivo, per abbattere le dinamiche di potere strutturalmente corrotte e oligarchiche che il fenomeno dei “nepo kids” ha contribuito a smascherare.

Non si tratta, quindi, solo di un movimento contro la limitazione delle libertà di parola – che è la punta dell’iceberg – ma dell’emersione di contraddizioni economiche e sociali finora nascoste dal sogno del progresso. Si tratta di una rabbia profonda e radicata, che apre scenari imprevedibili.

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14/11/2024

L’Istat smentisce il governo Meloni: giù i posti di lavoro e la produzione industriale

Di pochi giorni fa, i dati dell’ISTAT certificano una diminuzione degli occupati e della produzione, per il ventesimo calo consecutivo registrato. Tessile ed in particolare l’automotive vanno a picco, a certificare che per l’industria di questo Paese, il Governo non trova soluzioni credibili e viene smentita la narrazione della Meloni e dei suoi Ministri in merito ad un paese che cresce, che si rilancia in Europa.

L’Istat certifica anche il peggioramento del clima di fiducia delle famiglie, con un deterioramento pesante a causa della percezione sulla situazione economica generale e futura. L’Italia fa peggio di tutti i principali paesi europei e pure l’indice IPCA, a cui CGIL CISL e UIL hanno infaustamente agganciato la contrattazione sui salari, cresce meno degli altri paesi e non a caso la trattativa sul CCNL dei metalmeccanici subisce una frenata, con la provocazione di Federmeccanica, che spiega che nell’eventuale rinnovo contrattuale non potranno essere previsti aumenti.

Questo quadro pesantissimo rende plateale che il Governo Meloni mente a sé stesso ma soprattutto mente ai cittadini, ai lavoratori, ai pensionati. Le misure che portano questo paese dentro l’economia di guerra stanno soltanto mettendo a rischio la nostra economia ed in particolare l’industria italiana, che rischia di subire da qui a breve un tracollo in un processo di ristrutturazione con impatti spaventosi.

Il Governo invece di risolvere i problemi concreti di questo Paese continua con misure propagandistiche che non danno soluzioni reali e a lungo termine: basti pensare al contributo per chi fa più figli e alla resa strutturale del taglio al cuneo fiscale, che come sappiamo i lavoratori pagheranno attraverso la riduzione di servizi: nella sanità si grida addirittura allo scandalo, con una previsione di risorse “mai così basse e insufficienti”. Anche qui sappiamo bene che l’Istat offre dati drammatici e impietosi, con il 7,6% degli italiani che rinunciano strutturalmente a curarsi.

La nostra organizzazione sindacale continua a veder rafforzate le ragioni della proclamazione dello SCIOPERO GENERALE e generalizzato del 13 dicembre. Proprio ieri il coordinamento nazionale confederale di USB ha deliberato l’avvio del percorso di coordinamenti, attivi dei delegati e campagna di assemblee, necessario a garantire la massima partecipazione alle due manifestazioni nazionali previste a Roma e Milano durante la giornata di sciopero.

Uno sciopero lontano dalle contraddizioni di chi fin qui ha svenduto i nostri salari ed i nostri diritti.

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01/05/2024

Italia - Il 15% della popolazione a rischio povertà

A ridosso del primo maggio, Festa dei Lavoratori, il Centro studi della confederazione imprenditoriale Unimpresa ha pubblicato un rapporto sul disagio sociale in Italia. Elaborando dati Istat, è emerso che quasi il 15% della popolazione è a rischio povertà.

La prima cosa da sottolineare è che questi dati non arrivano da qualche studioso nostalgico del comunismo e nemmeno dai sindacati dei lavoratori (con “la Triplice” che del resto ha abbandonato la sua funzione decenni fa). È una delle associazioni più rappresentative del mondo delle piccole e medie imprese a lanciare l’allarme. A suo modo, ovviamente…

Probabilmente preoccupati per la tenuta del mercato interno, che ha un peso ancora sostanzioso nella nostra economia e soprattutto per le imprese di queste dimensioni, mentre l’export boccheggia in continuità con i problemi tedeschi, Unimpresa fa presente al governo lo stato dei portafogli italiani. Facendo però anche un autogol nel mostrare come più si lavori, meno ci si solleva economicamente.

Mentre Palazzo Chigi si fregia dei numeri sull’occupazione (su cui andrebbe fatto un discorso che per ora lasciamo da parte), Unimpresa afferma che “l’aumento del dato relativo al mercato del lavoro negli ultimi mesi non cancella le zone ad altissimo rischio”. La riduzione di quest’area di persone di solo lo 0,3% nell’ultimo anno mostra la realtà del nostro paese.

Nella fascia di disagio si trovano quasi due milioni di disoccupati. Quello che non viene detto è che questo dato rappresenta la totalità dei disoccupati: chi perde il lavoro in Italia finisce direttamente ai margini della società e a un passo dall’indigenza, mostrando come non esista più un sistema di tutela tale da garantire la dignità della persona.

A questi numeri vanno aggiunti i 6 milioni e 603 mila lavoratori impiegati in varie forme precarie, in aumento tra il 2022 e il 2023 di 52 mila unità. Per concludere la panoramica sui meno abbienti italiani, agli 8 milioni e mezzo “a rischio” qui presentati si aggiungono le oltre 5 milioni di persone in povertà assoluta.

È il quadro di un paese in cui quasi una persona su quattro è in difficoltà parziale o estrema, è il quadro di un paese in cui le politiche degli ultimi decenni hanno portato al fallimento, alla polarizzazione e all’immobilità sociale.

Ma c’è di più, perché i dati di Unimpresa palesano una realtà ulteriore: lavorare non è più garanzia di sopravvivenza.

Nel rapporto Unimpresa, gli unici occupati che hanno visto ridurre il numero di chi è in condizione di disagio sono i precari a tempo pieno (che rimangono tuttavia oltre i 2 milioni). Tra chi è in difficoltà è aumentato anche chi ha un contratto a tempo determinato part time, a tempo indeterminato ma si trova a svolgere un part time involontario, collaboratori e autonomi part time.

Guardando la dinamica storica, dal 2005 a oggi i poveri sono più che raddoppiati, passando da 2,4 milioni a 5,6 milioni. Questo aumento è stato alimentato soprattutto da quelli che vengono chiamati working poor, passati da 8,5 a 10,4 milioni.

Ma lavoratori poveri è una formula che nasconde la verità: si tratta di lavoro sottopagato. Un lavoro che non risponde più nemmeno alle fondamenta del rapporto capitale/lavoro, in cui per lo meno la retribuzione deve permettere al proletario di mangiare e restaurare le sue energie... per essere sfruttato anche il giorno dopo.

È questa la cartina tornasole della profondità della crisi che viviamo. Non sono certo le ricette di Unimpresa – che alla fin fine approva l’operato del governo e presenta soluzioni funzionali al profitto – a poter invertire la rotta.

I temi del salario minimo e dell’omicidio sul lavoro, che negli ultimi mesi le forze della reale opposizione hanno portato nelle piazze, sono due vettori fondamentali su cui costruire agitazione e organizzazione dei settori popolari, in difesa dei loro interessi.

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17/04/2024

Gli ucraini vivono la sconfitta sul campo già da un decennio

L’Ucraina non può in alcun modo perdere: è questa la sostanza della “riflessione” apparsa su The Economist. Perché? Perché, in caso di vittoria russa, crollerebbe ogni autorità dell’Occidente.

Commentando su Komsomol’skaja Pravda l’asserzione del foglio britannico, Evgenij Umerenkov sostiene che in essa sia racchiusa l’intera gamma dei timori occidentali. Dalla situazione ormai senza via di scampo: per Kiev, al fronte, fino all’arrivo, quasi sicuro, di Trump in USA.

E, dato che a Ovest si è puntato tutto sul cavallo ormai azzoppato, ecco che ogni “autorità” occidentale va a farsi benedire e tornano a risuonare le parole dell’ex Segretario NATO George Robertson: «Se l’Ucraina perde, saranno i nostri nemici a definire l’ordine mondiale».

Ma, suggerisce The Economist, le conseguenze della sconfitta ucraina «dipenderanno in questa o quella misura dalla forma dell’accordo di pace». E inoltre, se anche l’Ucraina dovesse vincere, «l’Europa dovrà cambiare».

Ma in cosa dovrebbero consistere le variazioni? Manco a dirlo: aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. Come se già non si andasse da tempo in quella direzione!

In ogni caso, è significativo un certo mutamento di linguaggio del foglio britannico: da «l’Ucraina deve vincere», a «La Russia non deve vincere», fino a «l’Ucraina non deve perdere».

Insomma, l’incubo si fa sempre più ossessivo e sembra di sentire le massime di Sun Tsu: «Morale a terra, armi spuntate, forze esaurite e casse svuotate... nemmeno il più sapiente» sa come rimediare!

Figuriamoci il nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij, che non trova nulla di meglio che lanciare contumelie all’indirizzo del padrino americano, per di più su un canale americano come PBS, accusando Washington per i mancati aiuti che portano alla disfatta ucraina e per gli insuccessi diplomatici della cosiddetta “formula Zelenskij” per la pace, che ovviamente tien fuori la Russia.

Ma, per centinaia di migliaia di diretti interessati, l’incubo evocato da The Economist dura in realtà già da oltre un decennio.

Prendiamo ad esempio, tanto per cominciare, l’accoglienza riservata nella vicina Polonia agli immigrati ucraini.

Si sa che, da quelle parti, i vicini sudorientali sono considerati da sempre, fin dai secoli passati, merce a basso costo, un po’ alla maniera in cui gli schiavisti agricoli del sud d’Italia trattano oggi il bracciantato proveniente da Asia e Africa.

Ma, ecco che ora, con il notevole flusso di chi sfugge alla mobilitazione forzata, fatta in larghissima parte di giovani con discreti titoli di studio, almeno 1/4 dei polacchi intervistati (1/3 tra i giovani di 18-24 anni) dichiara di temere per il posto di lavoro e il 41% ritiene che l’arrivo di quadri ucraini possa abbassare i ritmi di crescita salariale.

Secondo Pracuj.pl, se ancora dieci anni fa la percentuale di stranieri tra i lavoratori assicurati nel ZUS (Zaklad Ubezpieczen Spolecznych: Previdenza sociale) era del 1%, a fine 2023 era del 7% (e si parla solo di lavoratori ufficialmente registrati): 1,13 milioni, di cui l’83% ucraini.

Il lato opposto della medaglia, sostengono per esempio i prenditori edili polacchi: se la guerra finisce, il mercato edilizio polacco si ferma per carenza di manodopera, fatta oggi per la quasi totalità di ucraini e bielorussi.

A livello di società polacca, l’atteggiamento positivo verso gli immigrati ucraini è sceso dal 35 al 25% nel giro dell’ultimo anno, mentre quello negativo è salito dal 14 al 18%. Tutto questo, senza toccare il tema delle importazioni di prodotti agricoli ucraini, che rischia tuttora, nonostante gli interventi UE, di trasformare l’atteggiamento negativo verso l’Ucraina in generale, in aperto conflitto “etnico”.

Del resto, come si è arrivati a ridurre in stato di semi-servaggio i lavoratori ucraini che emigrano per sfuggire alle delizie imposte al paese da Banca Mondiale, FMI, USA, UE, dalle grandi corporation che si sono già inghiottite metà delle risorse ucraine?

Non è che, per caso, qualche decina d’anni di “attenzioni” occidentali su un paese considerato punta di lancia contro l’URSS e, infine, il colpo decisivo portato nel 2013-2014, abbiano fatto sì che l’Ucraina si riducesse in terra di fuggiaschi, lasciata in balia di squadristi neonazisti agli ordini delle oligarchie locali e braccio armato indigeno per la penetrazione militare occidentale?

Vediamo qualche cifra, a partire dalle migliaia di vittime cadute dal majdan a oggi, migliaia di perseguitati politici, milioni di emigrati, debiti per miliardi, prezzi alimentari, tasse e tariffe energetiche cresciute con percentuali a due zeri, con interventi sociali divenuti pressoché nulli.

Su Ukraina.ru, ne traccia un quadro oltremodo tragico Valerija Emel’janova.

Prendiamo il “sacro” dollaro: a novembre 2013 veniva scambiato per 7,99 grivne e a gennaio 2024 per 38,28. Il debito pubblico, che era di 65 miliardi di dollari nel 2014, a fine 2023 era di 145 mld, cioè l’85% del PIL. A fine 2024 potrebbe raggiungere i 220 miliardi di dollari: 104% del PIL.

Con le distruzioni causate dal conflitto, secondo le valutazioni internazionali di fine 2023, la ricostruzione avrebbe un costo di 486 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere il trilione nei prossimi dieci anni.

Dai 603.500 kmq di territorio del 1991 – già solo per l’uscita di D-LNR (il Donbass) – nel 2014 il territorio ucraino si era ridotto a 576.600 kmq e oggi quello controllato da Kiev è di 567mila kmq. Secondo le statistiche ufficiali ucraine, nel 2013 il paese contava 45,5 milioni di abitanti, mentre oggi le valutazioni oscillano tra i 36 e i 29 milioni, con un livello delle nascite che la CIA valuta a 5,8 ogni mille abitanti (228° posizione mondiale) e tasso di mortalità di 19,8 ogni mille (contro, ad esempio, i 4,9 di Uganda, 1,6 di Emirati arabi) e un’età media maschile che Kiev calcola a 57-58 anni, mentre la CIA a 45,3 (per maschi e femmine).

Secondo l’ONU, solo dal febbraio 2022 hanno lasciato il paese 6,5 milioni di persone e si calcola che, a fine conflitto, solo il 50-60% potrebbe rientrare in patria.

Ancora l’ONU, a marzo 2023, calcolava in 1,14 milioni gli emigrati ucraini in Germania, 953mila in Polonia e 386mila nella Repubblica ceca. Ma a marzo 2024 contava anche 1,25 milioni di emigrati in Russia. Mosca calcola che dal 2014 a oggi, 7,5 milioni di ucraini abbiano optato per la cittadinanza russa.

Per chi è rimasto, in dieci anni le tariffe sono cresciute di 8 volte, mentre i salari medi hanno perso circa l’11% e le pensioni il 27%. Nel 2013 il salario medio ufficiale era di circa 410 dollari (3.274 grivne); nel 2015 era di 302, risalendo a 433 nel 2020.

Secondo il Comitato statistico ucraino, nel 2023 lo stipendio medio di un insegnante era di 340 dollari, quello di un medico di 400 e quello di un commesso di negozio di 270. Sarebbe invece cresciuto il salario minimo, passato dai 144 dollari del 2013, ai 161 del 2019, fino agli attuali 203.

I pensionati, che rappresentano 1/3 della popolazione ucraina e che nel 2013 godevano di una pensiona media di 184 dollari, già nel 2015 – causa il crollo della grivna – ricevevano appena 66 dollari. Oggi, stando al Fondo pensioni ucraino, l’assegno medio è di 135; ma oltre la metà arriva appena alla pensione minima, che nel 2023 era di 54 dollari, contro i 112 del 2013

Se nel 2013 la disoccupazione – secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro – era all’8%, oggi sarebbe al 19%, anche se in questa cifra si devono considerare gli uomini in età di richiamo che, per sfuggire alla mobilitazione, evitano di registrarsi ufficialmente al lavoro.

Dal 2013 a oggi le tariffe comunali (luce, gas, acqua, riscaldamento, ecc.) sono cresciute del 150-1200% e i pronostici sono per ulteriori aumenti, in base ai dettami di FMI e USA per la “liberalizzazione del mercato dei servizi locali”, con un indebitamento delle famiglie più povere che era cresciuto di oltre 7-8 volte tra il 2013 e il febbraio 2022 e di 21,5 volte a inizio 2024: questo, in confronto a una crescita nominale media dei salari di circa 4 volte.

Per quanto riguarda i prodotti alimentari, tra 2013 e fine 2023 il pane con farina di prima scelta è aumentato del 809% e un kg di vitello è passato da 54 a quasi 244 grivne; il riso è passato da 7,7 a 51,3 grivne. Il prodotto “nazionale” ucraino, il lardo, è aumentato del 626%, nonostante il maiale sia cresciuto “appena” del 309%. Oltre 5 volte sono aumentati, ortaggi, latticini caseari e uova.

Per tutto questo, gli ucraini devono ringraziare prima di tutto i “liberatori” venuti da Occidente a portare “libertà e democrazia” contro il “dispotismo orientale”.

Fonte

29/03/2024

L’IA produrrà milioni di disoccupati, a meno che...

L’analisi sulla natura e gli effetti dell’intelligenza artificale è ancora agli inizi, anche se le prime applicazioni concrete di questa evoluzione dei sistemi informatici risale ormai ad alcuni decenni fa, subito dopo – in pratica – l’inserimento dei computer nel processo di produzione.

Fin quando l’automazione – l’applicazione di una IA molto limitata al “controllo delle macchine” – ha avuto come effetti pratici la parcellizzazione del lavoro manuale, “espropriando” competenze storiche dell’”operaio professionale”, ben pochi hanno sollevato il dubbio che questo processo storico, chiamato anche “terza rivoluzione industriale”, potesse avere effetti sociali profondamente negativi.

A quei pochi veniva opposto il tormentone propagandistico “finora l’innovazione tecnologica ha sempre prodotto una riduzione di alcuni lavori, ma la moltiplicazione di lavori del tutto nuovi, prima inimmaginabili; dunque il saldo non potrà che essere positivo anche stavolta”.

Si potrebbe obiettare che se si è passati mille volte al semaforo con il rosso, non è affatto detto che andrà bene ance la prossima volta. Ma ci sono argomenti anche più seri, nella realtà presente...

Se guardiamo con occhio disincantato il panorama industriale di oggi possiamo constatare che quella “sostituzione” di lavori vecchi con “lavori nuovi” è stata quanto meno “zoppa”.

Da un lato “alto”, certamente, sono emerse nuove figure professionali chiamate per pigrizia “cognitive” – programmatori, tecnici, sistemisti, l’infinita varietà di specialisti software e hardware – ma nell’insieme il totale degli occupati in questi ambiti è rimasto assai inferiore a quello un tempo impiegato nella “fabbrica fordista”.

Dal lato inferiore, invece, sono cresciute esponenzialmente una lunga serie di mansioni neo-servili a ridosso di iniziative imprenditoriali minime (ristorazione, alberghiero, cura della persona e degli animali domestici, servizi turistici in genere, ecc.) o dell’“economia delle piattaforme” (consegne a domicilio, e-commerce, ecc.). Ambiti con un solo tratto comune: zero qualificazione del lavoro e salari da fame.

Da qualche anno, però, l’IA si sta candidando a sostituire “naturalmente” anche la massa di lavori “cognitivi” un tempo appannaggio esclusivo del “lavoro di concetto”. E non solo impiegati pubblici – indicati come sempre al pubblico dileggio – ma anche e soprattutto nel mondo delle professioni.

Già venti anni fa i tabloid statunitensi cominciarono a utilizzare una IA molto rudimentale per compilare buona parte delle pagine dei quotidiani dedicate allo sport (risultati, classifiche, cronache ridotte all’osso, ecc.). E oggi non c’è chi non veda come sia tranquillamente sostituibile una massa notevole dei “giornalisti” mainstream da tempo ridotti a “stenografi” obbedienti (all’editore, alla classe dirigente, a chi paga e decide della tua carriera).

In fondo l’IA – come ha provato a spiegare Noam Chomsky – è l’equivalente esatto dell’automazione in campo manifatturiero: una macchina che utilizza quel che c’è.

“La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, una macchina statistica e avida di centinaia di terabyte di dati per ottenere la risposta più plausibile a una conversazione o la più probabile a una domanda scientifica”.

Al contrario... “la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente ed elegante che opera con una quantità limitata di informazioni. Non cerca di danneggiare le correlazioni dai dati, ma cerca di creare spiegazioni.

Smettiamola di chiamarla allora “Intelligenza Artificiale” e chiamiamola per quello che è e fa: un “software di plagio” perché “non crea nulla, ma copia opere esistenti, di artisti esistenti, modificandole abbastanza da sfuggire alle leggi sul copyright.

Questo è il più grande furto di proprietà intellettuale mai registrato da quando i coloni europei sono arrivati nelle terre dei nativi americani.”


Si può dire anche in termini marxiani: è la sussunzione reale del lavoro mentale al capitale, così come c’è già stata la sussunzione del lavoro manuale.

Una quarta rivoluzione industriale che fa a fette sottilissime il ceto medio.

Epistemologicamente è però quasi un suicidio dell’umanità. Perché le funzioni creative vengono ristrette e consegnate ai vertici dell’organizzazione sociale esistente, ma anche esse – per rispondere alle esigenze dell’accumulazione capitalistica e alla sua logica del profitto massimo nel tempo più breve – vengono drasticamente ridotte nella loro variabilità.

Il pensiero unico sembrava la la vittoria definitiva del capitalismo anche a livello ideologico, ma sta morendo senza neanche capire perché. Basta osservare con disincanto le classi dirigenti dell’Occidente neoliberista per verificarne l’assoluta inconsistenza: parlano tutti lo stesso linguaggio, obbediscono tutti alle stesse regole, ma non risolvono nessun problema, se non cercando di ricorrere alla forza (e pure lì...).

Non serve un etologo o un ambientalista critico per capire che se si riduce la biodiversità – anche al livello del pensiero – si perde tutto. Così come una coltura omogenea di enormi dimensioni può essere spazzata via da un parassita imprevisto, così un modo di ragionare senza alternative (do you remember Thatcher?) può collassare davanti a problemi irrisolvibili con i suoi strumenti (deve tener ferma la priorità e legittimità del profitto privato, null’altro).

L’IA, come giustamente dice Chomsky, non crea nulla. Fa riassunti, adatta formulazioni già pensate, copia, glissa, accosta, giustappone... ma non pensa, non inventa, non crea. Non risolve alcun problema nuovo, ma fornisce infinite mescolanze di soluzioni per problemi già risolti. È la fine della capacità di scoprire a favore del riciclo perenne del già noto.

Da un punto di vista è ovviamente utilissima, non scherziamo. Meccanizzare migliaia di azioni ripetitive è un risparmio di fatica umana e di spesa. Anche in ambito scientifico. La sua noiosa ripetitività consente di “liberare” (verso ricerche migliori o verso la disoccupazione...) cervelli altrimenti destinati a verificare quasi manualmente quale delle tante possibilità sia quella giusta.

Un esempio per tutti. La famosa “proteina spyke” del coronavirus aveva una certa forma che consentiva, in un determinato punto, l’attacco di un anticorpo vaccinale. Analizzare una per una, “a occhio”, le migliaia di varianti di forma pressappoco simili avrebbe richiesto settimane o mesi di ricerca. L’IA, una volta memorizzati i dati, ha fornito la risposta in termini di secondi, o minuti. E il vaccino efficace può essere scoperto in assai meno tempo di prima.

Questo vuol dire che l’umanità potrebbe – come per l’automazione industriale – risparmiare lavoro ripetitivo, spremuto da esseri umani ridotti a pura “forza lavoro”, per darsi altri compiti, altre ricerche, altri modi di vivere e stare insieme.

Ma se lo scopo del produrre è quello di alimentare il profitto di sempre meno imprese, sempre più colossali, allora quella “liberazione dal lavoro” non si tradurrà in una vita migliore per tutti, in cui il “tempo di lavoro” individuale si restringe; ma assisteremo ad una strage di posti di lavoro, a un’esplosione della disoccupazione di massa, con dinamiche sociali al momento imprevedibili ma certamente poco allegre.

Guerra mondiale permettendo, certo.

Questa lunga riflessione viene sollecitata dal rapporto dell’Institute for Public Policy Research (IPPR), un centro di ricerca inglese che ha provato a simulare gli effetti dell’IA sul mercato del lavoro britannico (poco più di 60 milioni di abitanti, come l’Italia).

I risultati quantitativi, seppure ipotetici, sono scontati: migliaia di mansioni scompariranno, anzi stanno già scomparendo, e milioni di disoccupati si riverseranno “liberi” nelle strade. Milioni in Gran Bretagna significa almeno un miliardo a livello planetario (non c’è ragione, infatti, perché le imprese di altri paesi dovrebbero “autolimitarsi” nell’utilizzo dell’IA).

La cosa sorprendente non è ovviamente questa, ma le indicazioni suggerite per evitare la catastrofe:

“La tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi”.

L’indicazione è chiara, e anche ovvia: la politica deve prendere il posto di comando e governare l’evoluzione sociale, anche della tecnologia, secondo un progetto e una visione che quanto meno subordina la dinamica del profitto di impresa.

Detto da un comunista sembra una vecchia proposizione ideologica; detto da un ricercatore liberale appare invece come una resa davanti alla realtà; il meccanismo capitalista, lasciato “libero” di agire senza limiti, produce catastrofe. E guerra. Va arrestato e almeno re-indirizzato secondo “un piano”.

Qui di seguito abbiamo tradotto l’abstract del documento, con ovviamente il link al testo completo in inglese.

Buona lettura.

*****

Fino a 8 milioni di posti di lavoro nel Regno Unito sono a rischio a causa dell’IA se il governo non interviene, scopre l’IPPR

– I lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono i più esposti all’automazione, e le donne sono significativamente più colpite

– L’11 per cento dei compiti è esposto all’IA generativa esistente, che sale al 59 per cento se le aziende integrano più profondamente l’IA

– Una serie di scenari dimostrano che un ‘apocalisse lavorativa’ non è inevitabile: al contrario, sono possibili enormi guadagni salariali e di PIL

– Un futuro alternativo è possibile se il governo, i datori di lavoro e i sindacati agiscono per preservare e contribuire a creare nuovi posti di lavoro al sicuro dall’automazione

Un’analisi di questo tipo sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa (IA) sul mercato del lavoro nel Regno Unito scopre un momento di svolta distintivo per il Regno Unito, con possibilità di enormi interruzioni lavorative in futuro o significativi guadagni di PIL, a seconda della politica governativa.

Il rapporto identifica due fasi chiave dell’adozione dell’IA generativa: la prima ondata, che è qui e ora, e una seconda ondata in cui le aziende integreranno ulteriormente e più profondamente le tecnologie IA esistenti nei loro processi.

L’analisi dell’IPPR su 22.000 mansioni nell’economia del Regno Unito, coprendo ogni tipo di lavoro, trova che l’11 per cento dei compiti svolti dai lavoratori è già esposto nella prima ondata.

Identifica i compiti ‘cognitivi di routine‘ (come la gestione dei database) e i compiti ‘organizzativi e strategici‘ (come la pianificazione o la gestione dell’inventario) come i più esposti all’IA generativa, che può leggere e creare testo, codice software e dati.

Tuttavia, questo potrebbe aumentare fino al punto che l’IA svolga il 59 per cento dei compiti nella seconda ondata. Ciò influenzerebbe anche compiti cognitivi non di routine (come la creazione e la gestione dei database) e colpirebbe lavori con guadagni sempre più alti.

Lo studio afferma che i lavori nell’amministrazione, di livello base e a tempo parziale sono a rischio più elevato di essere interrotti durante la prima ondata. Questi includono ruoli segretariali, di servizio clienti e amministrativi.

Le donne sono più propense a lavorare in tali posti, il che significa che saranno tra le più colpite, afferma il rapporto. Anche i giovani sono a rischio elevato poiché le aziende assumono meno persone per i lavori di livello base e introducono invece tecnologie IA.

Inoltre, coloro che percepiscono salari medio-bassi sono maggiormente esposti a essere sostituiti dall’IA.

L’IPPR ha modellato tre scenari illustrativi per l’impatto potenziale della seconda ondata di adozione dell’IA sul mercato del lavoro, a seconda delle scelte politiche:

• Scenario peggiore – piena sostituzione: tutti i lavori a rischio vengono sostituiti dall’IA, con 7,9 milioni di posti di lavoro persi e nessun guadagno di PIL

• Scenario mediano: 4,4 milioni di posti di lavoro scompaiono, ma con guadagni economici del 6,3 per cento del PIL (£ 144 miliardi all’anno)

• Scenario migliore – pieno potenziamento: tutti i lavori a rischio vengono potenziati per adattarsi all’IA, invece di essere sostituiti, portando a nessuna perdita di posti di lavoro e un impulso economico del 13 per cento al PIL (£ 306 miliardi all’anno)

L’IPPR ha anche modellato tre scenari per l’impatto potenziale dell’IA generativa “qui e ora” sul mercato del lavoro:

• Scenario peggiore – piena sostituzione: 1,5 milioni di posti di lavoro vengono persi, senza guadagni di PIL

• Scenario centrale: 545.000 posti di lavoro vengono persi, con guadagni di PIL del 3,1 per cento (£ 64 miliardi all’anno)

• Scenario migliore – piena potenziamento: nessun posto di lavoro viene perso, con guadagni di PIL del 4 per cento (£ 92 miliardi all’anno)

Inoltre, i guadagni salariali per i lavoratori potrebbero essere enormi – oltre il 30 per cento in alcuni casi – ma potrebbero anche essere nulli.

L’implementazione dell’IA potrebbe anche liberare manodopera per colmare le lacune legate a esigenze sociali non affrontate. Ad esempio, i lavoratori potrebbero essere riallocati ai servizi di assistenza sociale e salute mentale attualmente sottodimensionati.

La modellazione mostra che non c’è un percorso predeterminato unico su come l’implementazione dell’IA si svilupperà sul mercato del lavoro. Esorta anche a un intervento per garantire che i guadagni economici siano ampiamente diffusi, anziché accumularsi solo a pochi.

Senza azione governativa e con le aziende lasciate a se stesse, il peggior scenario è una possibilità concreta, afferma l’IPPR. L’IPPR raccomanda che il governo sviluppi una strategia industriale incentrata sul lavoro per l’IA che favorisca le transizioni lavorative e garantisca che i frutti dell’automazione siano condivisi ampiamente in tutta l’economia.

Questo dovrebbe includere:

1. Sostenere i lavori verdi, poiché i lavori verdi sono meno esposti all’automazione rispetto ai lavori non verdi

2. Interventi di politica fiscale, come incentivi fiscali o sovvenzioni per incoraggiare il potenziamento del lavoro rispetto alla piena sostituzione

3. Cambiamenti normativi, per garantire la responsabilità umana nelle questioni chiave, come ad esempio la salute

Carsten Jung, economista senior presso l’IPPR, ha dichiarato: “L’IA generativa già esistente potrebbe portare a una grande interruzione del mercato del lavoro o potrebbe enormemente stimolare la crescita economica, in entrambi i casi è destinata a cambiare il gioco per milioni di noi. Molte aziende stanno già investendo in essa, e ha il potenziale per velocizzare molti altri compiti man mano che più imprese la adottano.”

“Nel corso dei prossimi cinque anni potrebbe trasformare il lavoro di conoscenza. La domanda ora è meno se l’IA possa essere utile, ma piuttosto quanto velocemente e in che modo i datori di lavoro la useranno. La storia dimostra che la transizione tecnologica può essere un vantaggio se ben gestita, o può finire in crisi drammatica se lasciata a svolgersi senza controlli. Infatti, alcune occupazioni potrebbero essere duramente colpite dall’IA generativa, a cominciare dai lavori in ufficio.”

“Ma la tecnologia non è il destino e un’apocalisse lavorativa non è inevitabile: governo, datori di lavoro e sindacati hanno l’opportunità di prendere decisioni cruciali di progettazione ora che assicurino una gestione adeguata di questa nuova tecnologia. Se non agiscono presto, potrebbe essere troppo tardi.”

Bhargav Srinivasa Desikan, ricercatore senior presso l’IPPR, ha detto:

“Potremmo vedere lavori come copywriter, grafici e ruoli di assistenti personali essere pesantemente influenzati dall’IA. La domanda è come possiamo guidare il cambiamento tecnologico in modo che permetta nuove opportunità di lavoro, un aumento della produttività e benefici economici per tutti.”

“Ci troviamo in un momento di svolta, e i decisori politici devono urgentemente sviluppare una strategia per garantire che il nostro mercato del lavoro si adatti al XXI secolo, senza lasciare indietro milioni di persone. È cruciale che tutti i lavoratori beneficino di questi progressi tecnologici, e non solo le grandi corporation tecnologiche.”

L’IA generativa si riferisce a nuovi software informatici che possono leggere e creare testo, codice software e dati. I modelli all’avanguardia hanno dimostrato anche capacità di ragionare e applicare concetti astratti in una serie di discipline, spesso a livello universitario.

• Per vedere quali compiti e lavori saranno influenzati dall’IA, l’IPPR ha prodotto una metrica che indica quanti compiti potrebbero essere trasformati dall’IA e ha quindi valutato ciascun compito per quanto riguarda se un essere umano potesse svolgerlo il 50% più velocemente con l’aiuto dell’IA.

• Esposizione all’IA “qui e ora”: questa è la prima ondata di adozione dell’IA, dove l’IA generativa esistente come GPT4 può già svolgere i compiti coinvolti.

• Esposizione all’IA “integrata”: questa è la seconda ondata di adozione dell’IA, in cui l’IA generativa è collegata ad altri sistemi software, compresi i database, e ha la capacità di eseguire compiti (come fare prenotazioni o ordini) che le permettono di eseguire più passaggi.

• L’IPPR (l’Istituto per la Ricerca di Politiche Pubbliche) è un’organizzazione benefica indipendente che lavora per una società più giusta, più verde e più prospera. Siamo ricercatori, comunicatori ed esperti di politiche che creano cambiamenti progressisti tangibili e trasformano idee audaci in realtà sensate.

Lavorando in tutto il Regno Unito, l’IPPR, l’IPPR North e l’IPPR Scotland sono profondamente legati alle persone delle nostre nazioni e regioni e alle questioni che le nostre comunità affrontano.

Abbiamo contribuito a plasmare le conversazioni nazionali e il cambiamento progressista delle politiche per oltre 30 anni. Dal fare il caso iniziale per il salario minimo e affrontare l’ineguaglianza regionale, alla proposta di una tassa straordinaria sulle compagnie energetiche, il lavoro di ricerca e politica dell’IPPR ha presentato soluzioni pratiche per le crisi che la società affronta.

Fonte

16/06/2023

Le asimmetrie dell’Unione Europea fotografate nei dati ISTAT

I dati che il 13 giugno l’ISTAT ha diffuso riguardo la valutazione ventennale delle politiche di coesione UE possono essere letti in almeno due modi. E in ogni caso le conclusioni da trarne sono che il libero mercato e le forme dell’integrazione europea non fanno che aumentare il divario e la divergenza economica.

Il rapporto ci dice che il Sud Italia ha smesso decenni fa di recuperare la distanza dal Nord del paese, e che le politiche europee per far fronte alla situazione non sono efficaci.

Ma è anche la dimostrazione di come una costruzione sovranazionale fondata sulla concentrazione capitalistica di un centro imperialista, a discapito della sua periferia, non può che riprodurre questa divergenza.

L’obiettivo della politica di coesione, che nel periodo 2021-27 assorbirà 330 miliardi di risorse allocate principalmente guardando il PIL pro capite, è quello di favorire la convergenza nei livelli di sviluppo delle varie regioni della UE. Le aree più coinvolte sono quelle dell’Est Europa (in particolare Romania e Polonia) e il Sud Europa (il meridione di Spagna e Italia).

La popolazione che vive nelle regioni meno sviluppate è diminuita ovunque, tranne che in Slovacchia e in Italia. Nel caso nostrano, tra il ciclo di programmazione iniziato nel 2000 e l’attuale, dopo un’iniziale riduzione, si è tornati a quasi 19 milioni e mezzo di persone, 150 mila in più dell’inizio del millennio.

“I benefici del mercato unico non si sono distribuiti in modo uniforme ma, ancor più durante le crisi economiche, si sono concentrati favorendo la competitività internazionale di alcuni territori”. Quei territori sono quelli intorno ai quali si sono riorganizzate le filiere continentali.

Nel rapporto si afferma che la geografia della dicotomia «centro/periferia» si è complicata, con riferimento soprattutto ai paesi dell’ex Cortina di Ferro, che possono essere definite “regioni in convergenza”. Esse sono però anche quelle che partivano dai livelli più bassi di reddito e hanno potuto in certa misura beneficiare delle delocalizzazioni di altri paesi, Germania in primis.

Sulla tradizionale periferia europea dell’Europa meridionale il giudizio è netto. Infatti, si osserva “l’incapacità del modello di crescita economica mediterraneo di esprimere delle ‘super stars'” (regioni economicamente avanzate capaci di realizzare dei tassi di crescita superiori alla media Ue, ndr) “ma forse anche delle regioni convergenti”.

Mentre tendenzialmente le divergenze interne ai paesi si sono ridotte fino alla crisi del 2008, per poi stabilizzarsi e tornare a crescere negli ultimi anni, l’Italia non ha mai vissuto la fase di convergenza. Le regioni del Mezzogiorno possono “essere considerate tutte insieme come l’area più vasta e popolosa di arretratezza economica dell’Europa occidentale”.

Ma ancor più interessante è osservare che anche le nostre regioni «centrali» abbiano perso l’aggancio con le locomotive continentali.

Tra le 242 regioni censite, tutte quelle italiane hanno perso posizioni negli ultimi due decenni, e se nel 2000 ve ne erano dieci fra le prime 50 per PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, nel 2021 fra le prime 50 ve ne sono rimaste solo quattro e altrettante sono entrate fra le ultime 50.

All’origine di questa dinamica ci sono diversi fattori. Il contributo del calo di produttività ad ampliare le differenze è diventato crescente, e ciò deriva sia dalla struttura produttiva delle imprese, più piccole rispetto ai principali paesi Ue e focalizzate su settori ad alta intensità di manodopera, sia dalle crisi economiche, ma è difficile invertire la tendenza se il tasso di investimento rimane negativo.

Ma è quasi interamente il basso tasso di occupazione a spiegare la distanza del PIL pro capite a parità di potere d’acquisto delle regioni italiane più arretrate nei confronti della media UE (20 punti percentuali) e della media nazionale (10 punti percentuali).

In generale, l’Italia è il fanalino di coda europeo del tasso di occupazione, a certificare la desertificazione industriale del paese.

Se non verranno messe in atto politiche in controtendenza, entro qualche anno questa forbice tra la penisola e il core del continente sarà un burrone. Il governo Meloni non sembra né capace né nella possibilità di avviarsi su questa strada, considerando che le mancanze di organico dovute all’austerity rendono difficile anche solo spendere i soldi del PNRR.

Bisogna poi dirsi che, pur essendo vero che chiaramente nell’arco di un ventennio la geografia economica della UE si è sviluppata con una dialettica complessa e non sempre lineare, e sicuramente cambierà ancora, emerge con evidenza che la costruzione comunitaria si è effettivamente sviluppata con un centro che ha cercato il salto imperialista drenando risorse e menti dalla periferia. E l’Italia ne ha subito in pieno gli effetti.

Ora gli indirizzi della UE sono nettamente virati su di un sentiero bellico, che incancrenirà le difficoltà del paese. Per dargli un futuro, dobbiamo lottare per rompere la catena imperialista del Blocco Euroatlantico e affermare un’alternativa sistemica nel quadro di un emergente mondo multipolare.

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28/04/2023

Italia all’ultimo posto in UE per tasso di occupazione. Siamo alla desertificazione industriale

L’Eurostat ha da poco pubblicato gli aggiornamenti sull’andamento del tasso di occupazione in Europa. E la notizia per noi è che siamo diventati il fanalino di coda dell’Unione Europea.

Ricordiamo che con questo indicatore si esprime il rapporto percentuale tra gli occupati e la popolazione totale. La media registrata a livello comunitario per il 2022 si attesta a quasi il 75%, in Italia è dieci punti sotto.

Quello dello scorso anno è il valore più alto sin dall’inizio delle serie statistiche dell’Eurostat, ovvero dal 2009. In numeri assoluti, si tratta di oltre 193 milioni di occupati tra i 20 e i 64 anni che vivono in UE.

La soglia posta dalla Commissione Europea come obiettivo per il 2030 è appena sopra, al 78%, e dopo il 72% toccato in pandemia ora il traguardo sembra vicino. Ma come sempre dietro le statistiche, in particolare le medie, si nascondono profonde distorsioni.

Mentre 11 paesi hanno già superato l’obiettivo stabilito, ce ne sono altri molto al di sotto. L’Italia, abbiamo detto, segna un tasso di occupazione al 64,8%, dietro Grecia (66,3%) e Romania (68,5%).

La Spagna è l’unico paese dell’Europa occidentale a restare sotto il 70%. Il Nord del continente guida invece la classifica, con la Germania oltre il 78% e il primo posto occupato dall’Olanda, che tocca un tasso dell’83%.

L’indagine dell’Eurostat riporta anche altri dati interessanti. Il 22% dei lavoratori della UE è sovra-qualificato per l’attività che svolge, e ciò riguarda più le donne che gli uomini.

In Italia il divario di genere si allarga ulteriormente. Se la media generale è in linea con quella europea, essa deriva dal 18% degli uomini e dal 25% delle donne. Una distanza superata solo da Malta e da Cipro, che insieme alla Spagna guidano la classifica della sovra-qualificazione.

Altre statistiche che possono trarre in inganno sono quelle sull’occupazione nostrana. È stato sbandierato in lungo e in largo il picco di 23,3 milioni di occupati nel paese, con un tasso di disoccupazione all’8%.

Ma questo picco non si distribuisce equamente tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, e nemmeno tra uomini e donne. Soprattutto, l’8% della disoccupazione (comunque ben lontano dal 2% della piena occupazione) non tiene conto di chi, appunto, un lavoro non lo cerca.

E anche cercandolo, lo trova per lo più precario. A gennaio sono stati registrati 660 mila contratti, ma solo 162 mila erano a tempo indeterminato, mentre gli altri erano suddivisi tra quelli a termine, in apprendistato e in somministrazione.

In sintesi, di nuovo i dati fotografano un’Italia morsa dalla desertificazione industriale. L’offerta di lavoro è asfittica, precaria, con paghe da fame che non permettono a tanti di campare dignitosamente.

Questo è anche l’effetto delle diverse velocità con cui è proceduta l’integrazione europea. Va sottolineato, infatti, che mentre i paesi core della comunità europea presentano tassi di occupazione maggiori, le periferie si trovano più indietro.

Nel processo di concentrazione e centralizzazione dei capitali a livello continentale, le locomotive d’Europa mostrano tessuti produttivi più floridi. Dalla periferia hanno attirano risorse e migranti, soprattutto quelli più formati.

La gabbia euro-atlantica, fatta di vincoli di bilancio e spese militari, è l’ostacolo che qualsiasi concreta alternativa deve affrontare. Rimettere al centro la pianificazione pubblica, combattere la precarietà e proporre un salario minimo per legge sono primi passi per raccogliere le forze necessarie a ribaltare il tavolo.

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