Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/06/2026

La sfida industriale dei computer quantistici

La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.

Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.

Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.

La sfida del freddo

Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Alphabet – operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.

Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro Pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.

Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.

Una pluralità di approcci

Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.

Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.

Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.

Il problema del talento

La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.

La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.

Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.

Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.

La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.

In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.

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08/10/2025

John Ternus, pronto a succedere a Cook: Apple mette l’industria al centro

Non sarà immediato ma il percorso per la successione alla guida di Apple appare tracciato e il vicepresidente John Ternus, classe 1975, sembra essere in pole per succedere nel ruolo di Chief executive officer a Tim Cook, che il 1° novembre compirà 65 anni, alla guida del colosso di Cupertino. Cook ha preso le redini di Apple ad agosto 2011, poco prima della morte del fondatore Steve Jobs che gli passò il testimone dimettendosi da amministratore delegato.

Chi è Ternus, in pole per il dopo-Cook

La candidatura di Ternus è decollata negli ultimi giorni come ipotesi oltre il caso di studio, sebbene da tempo il suo nome circolasse come tra i più caldi. E l’uscita delle indiscrezioni sul cambio della guardia a Apple non è solo un’importante notizia aziendale ma anche un segno dei tempi che cambiano.

Ternus è infatti responsabile della Hardware Engineering, ovvero delle procedure per lo sviluppo fisico dei prodotti che vanno sul mercato, dagli iPhone agli Air Pod. E questa sua posizione lo pone in prima fila come manager attento alle dinamiche industriali che, oggigiorno, toccano inevitabilmente le questioni di filiera e anche i rapporti “geopolitici” che colossi come Apple si trovano a dover gestire.

Avendo dovuto gestire l’ingegnerizzazione di prodotto di importanti linee e avendo dovuto implementare la graduale transizione che ha portato la Mela di Jobs a riconfigurare le proprie catene di fornitura transfrontaliere e interaziendali, Ternus ha toccato con mano molti dei problemi che l’azienda in cui lavora dal 2001, e in cui ha la carica di vicepresidente e l’attuale responsabilità dal 2013, si trova a dover affrontare.

Apple tra delocalizzazione e Trump

Sono principalmente tre le partite in cui Cupertino si deve muovere oggi. La prima riguarda il futuro della sua esternalizzazione manifatturiera, che Cook sta cercando di governare all’insegna del principio di de-risking riducendo i rapporti con le economie potenzialmente ostili agli Stati Uniti, a partire dalla Cina. Non a caso, Apple ha annunciato che l’iPhone 17 per il mercato americano sarà pressoché interamente realizzato in India, nuova frontiera della delocalizzazione.

Al contempo, seconda sfida, Apple deve però anche cavalcare le promesse fatte da Cook all’amministrazione di Donald Trump per importanti investimenti in conto capitale. L’unità di Ternus si trova profondamente coinvolta in questo processo: l’ingegnerizzazione dell’hardware è, ad oggi, un campo vitale del settore tecnologico e fornisce il vero valore aggiunto a ogni campione tecnologico, a cui la distribuzione della filiera produttiva deve aggiungere la dovuta dose di efficienza di costo. Apple ha promesso, per bocca di Cook, 600 miliardi di investimenti negli Usa ed è remoto pensare che possano essere fabbriche d’assemblaggio non competitive con l’Asia gli obiettivi di tale piano.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale

Il terzo punto a cui ciò potrebbe collegarsi è quello dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni. Di recente, Apple è riuscita a concludere una corsa lunga 15 anni per l’ottimizzazione del controllo sui suoi chip interni, arrivando a esplorare anche la rivoluzione dell’IA con il nuovo chip A19 Pro per l’iPhone.

“L’ultima generazione dell’A19 Pro ha una nuova architettura del chip che dà priorità ai carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale, aggiungendo acceleratori neurali ai core della GPU”, ricorda la CNBC. La nuova frontiera sarà integrare l’IA ovunque: telefoni, iPad, computer, in prospettiva smart glasses e altri prodotti avveniristici. Una rivoluzione in cui sarà la capacità di ottimizzare l’hardware il vero fattore di competitività. Lo stesso vale per i data center che dovranno immagazzinare i dati dei dispositivi del sistema chiuso di Apple.

Al centro di tutto, dunque, il team di Ternus. Il quale a 50 anni vede una strada spianata. E se dovesse succedere a Cook, avrebbe un lungo orizzonte per governare questa transizione che ha al centro l’hardware più del software, l’industrializzazione e la logistica prima ancora del branding che ha reso celebre e dominante sul piano globale Apple. Sono i tempi che cambiano della competizione globale sull’IA e della rivoluzione tecnologica, con tutte le sue ricadute industriali, a cui ogni azienda deve adattarsi per tempo. I manager dovranno essere sempre più industriali prima che finanziari. E tutti dovranno interiorizzare delle chiare logiche geopolitiche nelle loro azioni.

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27/04/2025

Effetto dazi: Apple vuole trasferire la produzione di iPhone per gli USA in India

Mentre, secondo Bloomberg, la Cina sta valutando di esentare dalle sue tariffe al 125% alcuni prodotti statunitensi (attrezzature mediche, sostanze chimiche, aerei in leasing, prodotti della filiera dei semiconduttori), e allo stesso tempo Pechino nega ogni tipo di contatto con la Casa Bianca, Apple corre ai ripari di fronte allo scenario di guerra commerciale.

Il Financial Times, infatti, ha riportato che alcune sue fonti confermano la volontà della compagnia con sede a Cupertino di rilocalizzare le attività di assemblaggio degli iPhone venduti negli States in India, già dalla fine del 2026. Una mossa che, se portata a termine, sarebbe un esempio enorme di reshoring delle filiere nella frammentazione del mercato mondiale.

Non è un fulmine a ciel sereno: da tempo la società sta portando avanti la diversificazione delle proprie forniture e cerca nuovi e vantaggiosi luoghi dove portare avanti l’assemblaggio dei suoi dispositivi. È chiaro che se ora si vuole accelerare questo processo con decisione, ciò sarebbe un segnale importante di come ci si aspetti che il braccio di ferro con la Cina sia destinato a peggiorare.

Apple ha già segnalato una perdita di capitalizzazione pari a 700 miliardi di dollari, a causa dell’esposizione delle sue filiere a questo tipo di turbolenze commerciali. E non a caso, tra fine marzo e i primi giorni di aprile, si era affrettata a far arrivare quanti più telefoni possibile dai siti indiani, e ora probabilmente vuole mettersi ai ripari prima di altre crisi.

Anche i dati economici confermano come questa decisione proverrebbe dalla poca fiducia in una risoluzione del contrasto commerciale con Pechino. I costi di produzione in India sono maggiori di quelli cinesi di circa il 5-8%, rivela Reuters, con picchi fino al 10%. E rimane il nodo per cui molti dei componenti assemblati sono ancora prodotti in Cina.

Ma se consideriamo i dazi reciproci, anche se gli iPhone sono stati momentaneamente esentati dalle pesanti tariffe statunitensi, rimangono quelli di base del 20% per tutti i prodotti cinesi. La tariffa imposta a Nuova Delhi è del 26%, ma anche questa è stata sospesa e, stando alle parole del vicepresidente statunitense Vance in visita in India, i due paesi sono a un buon punto di un accordo commerciale bilaterale.

Spostare la produzione dei telefoni Apple negli impianti indiani significherebbe fare in modo che da essi escano la maggior parte degli oltre 60 milioni di iPhone venduti annualmente negli USA. Ad oggi, l’80% di questi proviene dal Dragone, un risultato raggiunto in circa due decenni di rapporti economici che ora vorrebbe essere ridirezionato nel giro di pochi mesi.

L’impegno è di proporzioni enormi, se si considera che il Financial Times lo quantifica in un raddoppio della produzione attualmente realizzata in India, che è comunque diventata uno degli hub mondiali dell’assemblaggio di smartphone. Apple ha importanti contratti con attori centrali del settore come la taiwanese Foxconn e l’indiana Tata Electronics.

Alla richiesta di commenti sia Apple sia Foxconn non hanno ancora risposto, mentre Tata ha proprio rifiutato di rilasciare qualsiasi dichiarazione in merito. Va però segnalato che le due compagnie poste sotto contratto dall’azienda statunitense già dallo scorso anno hanno cominciato a importare set di componenti pre-assemblati dalla Cina.

Il fatto che Foxconn e Tata abbiano in costruzione due stabilimenti in India, oltre ai tre già esistenti, fa pensare che ci si stia effettivamente preparando a un salto industriale significativo. Il 28% degli oltre 232 milioni di iPhone spediti nel 2024 erano diretti verso gli States: è di quest’ordine di produzione che parliamo, che rappresenterebbe un profondo cambiamento delle filiere globali.

Anche Google, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe avviato trattative con la multinazionale indiana Dixon Technologies per spostare dal Vietnam (sottoposto a dazi al 46% e meta di una recente visita di Xi Jinping) la produzione del suo smartphone Pixel. Tutto dipende dalla buona riuscita delle trattative commerciali, cosa di cui Trump potrebbe approfittarne sul piano strategico.

Garantire a Nuova Delhi più accondiscendenza sulle tariffe, mentre le Big Tech spostano in India parte delle loro attività, con significativi ritorni economici per il paese, potrebbe diventare uno strumento del tycoon per indebolire la solidità dei BRICS che, come già accenatto per il dollaro, sono la principale minaccia alla decadente egemonia stelle-e-strisce.

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25/03/2025

Chips Act 2.0, questa volta è davvero una farsa?

Mercoledì scorso i principali produttori di chips e operatori della filiera dei semiconduttori hanno invocato un secondo Chips Act, che faccia seguito a quello lanciato dalla Commissione Europea nel 2023. Questa volta l’attenzione vuole essere spostata anche verso le attività di progettazione e su quelle legate ai materiali di base e alla strumentazione per la lavorazione, oltre che sulla produzione.

Il primo programma prevedeva un investimento totale pari a 43 miliardi di euro, pubblici e privati, con l’obiettivo di far raggiungere alla UE il 20% della quota di mercato globale dei semiconduttori. Dopo nemmeno due anni nel Vecchio Continente hanno dovuto ammettere che quel piano è già fallito, indicando in farraginosità burocratiche il principale problema.

Tema sicuramente vero, ma che nasconde il fatto di come la UE sia molto indietro innanzitutto nella ricerca sulla nuova frontiera di questo tipo di tecnologie. Basta dare uno sguardo alle ultime notizie che vengono dai due – unici e veri – competitors del settore, ovvero gli Stati Uniti e la Cina.

Quest’ultima ha sperimentato il primo chip in carbonio, molto promettente per consumi e prestazioni, mentre a fine febbraio Amazon e Microsoft hanno lanciato i propri chip quantistici, rispettivamente Ocelot e Majorana. Se su quest’ultimo sono sorti dubbi da parte della comunità scientifica, rimane il fatto che la UE risulta assente dai giochi.

Le associazioni dei produttori di chip ESIA e quella che rappresenta in generale l’intera filiera – SEMI Europe – hanno detto che rivolgono le loro richieste direttamente a Henna Virkkunen, Commissaria europea per le tecnologie digitali. Le due organizzazioni sottolineano come sia necessario non solo la costruzione di stabilimenti, ma un intervento coordinato su più fronti.

Gli operatori della UE hanno importanti attori nella produzione di strumenti per la fabbricazione dei chip (ASML, ASM International e Carl Zeiss SMT), ma solo la statunitense Intel produce in Europa, ad oggi, chip per tecnologie avanzate. Le promesse strappate sulla base del primo Chip Act – alle compagnie stelle-e-strisce Intel e Wolfspeed – sono state infatti rimandate.

Allora, la questione non è più semplicemente quella di attirare produttori altrui, ma quella di creare una catena del valore completamente targata UE, per raggiungere una più piena “sovranità tecnologica”. Non a caso, all’incontro di mercoledì c’erano anche i produttori Bosch, Infineon, NXP e STMicroelectronics: tutte grandi sigle basata in Germania, Olanda, Italia e Francia.

Questi sono anche tra i principali paesi che, accanto allo sforzo richiesto direttamente alla Commissione Europea – che comunque ha già annunciato di avere in programma ben 5 pacchetti per lo sviluppo dell’IA made in EU – hanno già messo in campo un’intesa che va oltre e in parallelo a quelle che si troveranno a Bruxelles.

A metà marzo, infatti, è nata l’Alleanza europea per i chip, promossa dai Paesi Bassi e che vede partecipare anche Italia, Francia, Germania, Polonia, Spagna, Austria, Belgio, Finlandia. Una “Coalizione dei Volenterosi” sui semiconduttori, come ha scritto il Ministero delle Imprese, senza nascondere l’evidente proiezione di scontro che ha tale iniziativa.

Roma è stata in prima fila nel proporre il documento di indirizzo da cui è nata questa Alleanza, e che si pone alle fondamenta del futuro Chips Act 2.0. “L’Europa deve giocare un ruolo da protagonista nella nuova geopolitica industriale dei semiconduttori“, ha affermato il ministro Urso.

La paura è anche quella che, poiché la domanda di chip avanzati si prevede che nei prossimi anni sopravanzerà di molto la capacità produttiva, nel quadro delle guerre commerciali la UE farà fatica a procurarsi i prodotti di cui ha bisogno. Per questo, nella frammentazione del mercato mondiale, ha bisogno di creare una propria filiera più autonoma possibile.

Con la solita logica e pratica delle “geometrie variabili” su cui è stata costruita e tutt’oggi funziona la UE, sono stati fatti i primi passi in questa direzione. Ma sono davvero sufficienti a recuperare un po’ di terreno perso nei confronti di Washington e Pechino, o saranno solo un’altra serie di misure velleitarie, fatte pagare ai settori popolari del continente?

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22/01/2025

La UE si attrezza alla frammentazione del mercato mondiale

Se l’epoca della globalizzazione è ormai finita, non c’è dubbio che anche una realtà come la UE, se vuole assicurarsi un ruolo non passivo nel conflitto col mondo multipolare, deve sviluppare delle proprie filiere il più possibile autonome da dipendenze sgradite.

Questo significa gettare lo sguardo su quello che la UE considera il proprio “cortile di casa”, ovvero l’Africa e il Mediterraneo allargato. Ma significa anche imporre un maggior controllo politico sugli investimenti fatti in quei settori che oggi guidano la competizione tecnologica.

Lo hanno fatto gli Stati Uniti, ovviamente, col Pentagono a dettare la linea. Ora si attrezza anche la UE, o meglio: lo fa da tempo, ma il 15 gennaio la Commissione Europea ha inviato ai paesi comunitari una raccomandazione riguardante i destinatari degli investimenti esteri.

Per l’imperialismo si tratta di uno dei suoi tratti distintivi, ma allo stesso tempo Bruxelles chiede ai membri UE di “riesaminare gli investimenti in uscita delle loro imprese verso paesi terzi”. Il riferimento è in particolare a semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche.

L’obiettivo è valutare “i rischi per la sicurezza economica” per assicurarsi che “le tecnologie e il know-how fondamentali non cadano nelle mani sbagliate”, ovvero i competitors strategici e, soprattutto, la Cina. La misura si inserisce nella Strategia europea di sicurezza economica.

Quest’ultima mira a identificare e affrontare quattro nodi: la sicurezza delle catene di approvvigionamento e quella energetica; la sicurezza fisica e la cybersicurezza; la sicurezza tecnologica (cioè il furto di tecnologie); la strumentalizzazione delle dipendenze e la coercizione economica.

La raccomandazione si basa su di un Libro bianco pubblicato sul tema un anno fa, e non si limita a un invito generico. Con essa, infatti, viene previsto un percorso della durata di 15 mesi, durante i quali verranno poste a riesame tutte le operazioni sin dal primo gennaio 2021.

La prossima tappa sarà il 15 luglio, quando una prima relazione dovrà essere presentata dai vari paesi alla Commissione. La sua versione finale arriverà invece entro il 30 giugno 2026, con l’indicazione dei rischi identificati così come sull’attuazione della raccomandazione.

È interessante notare che tale revisione deve essere effettuata consultando le “parti interessate, comprese le imprese, il mondo accademico e la società civile”. Quel “mondo accademico” rimanda chiaramente alla volontà già espressa da Bernini e Mantovano di controllare i legami delle università.

Assistiamo da tempo al piegarsi dell’intero modello delle società occidentali alle esigenze dello scontro strategico, che tiene insieme la questione della competitività così come quella dei risvolti bellici delle più avanzate scoperte e tecnologie.

Anche questa raccomandazione si pone su questa scia, in un evidente corsa in un futuro in cui l’arena internazionale sarà segnata da sempre più tensioni, in cui la sicurezza sarà sempre meno quella sociale e sempre più quella che passa dalle armi.

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19/12/2024

Rinnegare la transizione all’auto elettrica non salverà le filiere europee

Abbiamo reso conto proprio recentemente di come a Bruxelles abbiano deciso di fare sostanzialmente dietrofront rispetto alla transizione all’elettrico nell’automotive. Resisi conto di non poter competere con la Cina, che sul tema ha investito da tempo pianificando tutto il processo, la tutela dell’ambiente ha perso di interesse perché cozza col profitto.

Un paio di giorni fa, però, nella sua tradizionale conferenza di fine anno l’UNRAE, ovvero l’associazione delle case automobilistiche estere che operano in Italia, lo ha detto chiaro: il problema non è il green. La crisi delle filiere europee – e occidentali in generale, almeno in parte – ha origine nelle scelte dei produttori e nelle politiche del passato, e non potrà che peggiorare senza misure adeguate.

I dati parlano chiaro: tra il 2000 e il 2021 la produzione di auto nei cinque principali mercati europei (Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito) è passata da 15,4 a 9,2 milioni di unità, e anche il mercato nordamericano è calato di oltre il 14%. Tra il 2000 e oggi la Cina, dove la produzione era stata spostata per approfittare degli allora bassi salari, è passata a produrre da 2 a 30 milioni di veicoli.

Michele Crisci, presidente di UNRAE e di Volvo Italia, ha affermato che “la Cina ormai rappresenta il primo mercato mondiale per distacco rispetto al resto del mondo e chiaramente oggi i cinesi, per semplificare, stanno acquistando cinese”. In una UE fondata sul modello export-oriented ciò ha portato al disastro, ma la crisi riguarda tutto l’Occidente.

Sempre Crisci ha spiegato senza mezzi termini che, semmai, oggi sull’elettrico “l’Europa paga il prezzo di politiche incoerenti e dell’assenza di una visione strategica per accompagnare una transizione sostenibile, definita dagli obiettivi”. Una transizione che sia “economicamente e socialmente responsabile”.

Il Green Deal non è arrivato dal nulla, ma è solo l’ultima iniziativa dentro un quadro trentennale di impegno a ridurre le emissioni, seguendo rigorosamente le direttive e i regolementi europei. Il problema è piuttosto che queste linee sono intricate, sbagliano a indicare gli indirizzi da seguire e vengono per di più cambiate di continuo, rendendo impossibile programmare gli investimenti.

La questione è diventata macroscopica in Italia. Per fare un esempio, ad agosto il ministro Urso aveva esaltato i risultati ottenuti dall’Ecobonus, e aveva promesso che sarebbe stato trasformato in un vero piano triennale. A novembre ne annunciava la fine, perché per sua stessa ammissione non avevano avuto effetti positivi sulla produzione.

Anche per questo è chiaro che la soluzione promossa dall’UNRAE è solo parziale: altri incentivi, mentre di certo l’impulso da dare all’infrastruttura per la ricarica e un piano per il riciclo dei componenti sarebbe invece molto utile. Difatti, lo stesso Andrea Cardinali, direttore generale dell’UNRAE, ha detto che è più il secondo tema che il primo a frenare gli acquisti nel Bel Paese.

A suo avviso non c’entrano molto i redditi degli italiani, ma allo stesso tempo ha riportato dati che sembrano contraddirlo, ricordando che il nodo centrale rimane che la filiera può funzionare solo se c’è domanda. “Il prezzo medio di un’auto è aumentato del 58% dal 2011 a 2023”, ha ricordato, perché “il costo industriale è aumentato drammaticamente per l’impennata di tutti i costi di produzione”, energia in primis.

“Fatto 100 per i dati del 2011”, ha continuato, “oggi la media del costo delle vetture è a 158, mentre il reddito degli italiani è a 122: certo, il mix e i contenuti delle vetture non sono paragonabili fra il 2011 e il 2024 ma nello stesso lasso di tempo il costo di abitazioni e utenze è salito a quota 163. Comprensibile che, in questo scenario di entrate e di spese, una famiglia media rinuncia a comprare l’auto”.

L’UNRAE stima che quest’anno verranno vendute in Italia 1,5 milioni di auto, poco meno della cifra del 2023, ma ben 350 mila unità sotto i livelli del 2019, mentre si rafforza il mercato dell’usato. Anche se non allo stesso modo, le stesse dinamiche di fondo sono state vissute da tutta Europa: nel 2019 venivano immatricolate ogni anno 15,8 milioni di vetture, mentre nei primi 10 mesi del 2024 sono diventate 10,8.

È scontato che le cifre non raggiungeranno l’anno precedente alla pandemia. E quello che è poi la questione di fondo l’ha detta, tra le righe, di nuovo Crisci: “l’introduzione di nuove tecnologie tende inevitabilmente a soppiantare quelle esistenti, generando spesso conflitti e resistenze. In questo contesto, politica e media talvolta oscillano tra posizioni contrastanti, e questa incertezza rischia di danneggiare il settore”.

La sfida sull’auto elettrica era sull’innovazione, ed evidentemente la UE l’ha persa nei confronti della Cina. Serve una strategia solida, basta col trovare un capro espiatorio per non ammettere il fallimento di decenni in cui si è promosso il privato come strada migliore per affrontare la competizione globale, mentre Pechino pianificava lo sviluppo della sua collettività, sotto tutti gli aspetti.

Ovviamente, non sentiremo dai produttori di vetture l’attacco all’inadeguatezza dello spirito imprenditoriale occidentale. Sentiremo parlare ancora di incentivi, probabilmente. Ma il nodo è quello, e come l’automotive europeo sia entrato in un circolo vizioso in cui la compressione del mercato interno alimenta l’instabilità del settore, e quest’ultima a sua volta lo fa dal punto di vista della domanda.

Roberto Vavassori, presidente dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (ANFIA), tra il mancato raggiungimento degli obiettivi di produzione di Stellantis e la volontà di Volkswagen di tagliare 15 mila dipendenti, afferma che “saranno almeno 45 mila i dipendenti che perderanno il lavoro nelle aziende fornitrici, anche quelle italiane“.

Vavassori ha poi sottolineato come “la sovracapacità produttiva, ormai strutturale, è un tema dirimente per i costruttori europei, che, per cercare di mantenere competitività nei confronti dell’arrembante avanzata cinese, stanno facendo susseguire annunci di possibili chiusure di stabilimenti europei”. Permettetici di sottolinearlo: crisi di sovrapproduzione, come nella più tradizionale lettura di Karl Marx.

Uno studio di ANFIA con la società di consulenza finanziaria Alix Partners ha stimato che l’evoluzione dei volumi negli ultimi mesi “anticipa già nel 2025 i possibili impatti occupazionali di quanto si stimava solo un anno fa come effetto al 2030 della sola transizione elettrica”. Senza che la transizione all’elettrico sia stata fatta – appunto, un altro capro espiatorio per il fallimento della classe dirigente europea –.

Secondo questa analisi, sono 38 mila i posti di lavoro a rischio, 26 mila legati a riduzioni strutturali e 12 mila a crisi aziendali. Per Alix Partners, inoltre, sono numeri parziali e il totale potrebbe essere persino maggiore, essendo esclusi dallo studio i produttori di apparecchiature originali e l’impatto su altre filiere come logistica, sicurezza e macchine utensili.

Vavassori ha dunque sostenuto la necessità di introdurre ulteriori ammortizzatori sociali e poi il “credito d’imposta diretto per attività di ricerca e sviluppo sulle traiettorie tecnologiche della nuova mobilità, riduzione dei costi delle bollette energetiche degli stabilimenti produttivi della filiera e proroga dell’Ecobonus per i veicoli commerciali”.

Prima vengono evidenziati i reali problemi alla base della crisi dell’automotive, che non è tanto nell’elettrico quanto nella sconfitta nella competizione tecnologica, nell’irrazionalità nella gestione del mercato da parte del privato dovuta innanzitutto alla mancanza di una pianificazione pubblica centralizzata, nella compressione del mercato interno.

E poi vengono proposte come soluzioni, ancora una volta, tutte misure sul lato dei produttori, ovvero sul lato di chi, con lo sguardo corto dei risultati trimestrali di bilancio, continuerà su questa strada fino a creare una vera e propria emergenza sociale, cancellando decine di migliaia di posti di lavoro.

La soluzione non è in altri sussidi al privato, ma è nel superamento del modello in cui il privato è giudice, giuria e boia di ogni scelta politica.

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27/07/2024

I dazi alla Cina non piacciono all’industria europea

Siamo abituati a sentire i vari pennivendoli nostrani glorificare la guerra fatta dall’Occidente a Pechino, fulcro della “alleanza del male” che unisce tutti coloro che non obbediscono all’imperialismo euroatlantico. Una guerra che per ora si è fondata largamente su dazi e sanzioni alle aziende cinesi.

Misure non di poco conto per le prospettive di crescita del Dragone. Ad esempio, gli ultimi dazi decisi dalla Commissione Europea sulle auto elettriche cinesi rendono lo scenario di una vera e propria guerra commerciale.

Non bisogna tuttavia esagerare una decisione che rimane ancora oggetto di trattative, soprattutto per l’interesse di alcuni grandi produttori europei (Stellantis in testa) di inserirsi nelle filiere cinesi che, volenti o nolenti, si allungheranno fino al Vecchio Continente.

L’equilibrio tra gli interessi e la competitività dei ‘campioni europei’ e i dettami da guerra fredda su cui si muove la NATO saranno una delle sfide principali del nuovo mandato della von der Leyen. A ricordarglielo sono gli stessi rappresentanti dell’industria continentale.

Il 15 luglio 31 importanti associazioni imprenditoriali europee, riunitesi a Bruxelles, hanno firmato una breve e concisa lettera che verrà consegnata alla rieletta Presidentessa della Commissione. Una posizione condivisa che va ben oltre l’automotive.

Infatti, oltre ACEA, che riunisce i costruttori di quest’ultimo settore, vi erano anche esponenti della componentistica, dell’alimentare e bevande, dell’agricoltura, della moda, fino alla nautica di diporto e ai giochi. Insomma, un ventaglio rappresentativo di tutta la produzione europea.

Seppur i dazi contro la Cina non sono mai esplicitamente citati, già le prime righe della dichiarazione congiunta fanno capire come una UE fondatasi sul modello tedesco export oriented non è pronta a sostenere una svolta protezionistica di questo livello. Almeno se vuole mantenere competitività internazionale.

“L’apertura del commercio favorisce la crescita economica e la creazione di posti di lavoro, visto che 1 posto di lavoro su 5 nell’UE dipende dalle esportazioni. Va a vantaggio dei consumatori, che hanno maggiori possibilità di scelta (il 60% degli europei ne riconosce i vantaggi), e attira gli investimenti esteri, favorendo la crescita e l’innovazione nell’UE”.

“Inoltre, la diversificazione degli approvvigionamenti e delle esportazioni aumenta la resilienza e la nostra capacità di affrontare e superare le crisi. Questi dati sottolineano l’importanza di mantenere l’apertura e la crescita come elementi centrali della politica commerciale dell’UE”.

Per riportare un’ultima frase significativa, le 31 associazioni imprenditoriali invitano a elaborare politiche “volte all’apertura di mercati nuovi e diversificati attraverso accordi commerciali e la riduzione delle barriere tecniche al commercio”.

Dichiarazioni molto lontane dall’idea di un braccio di ferro con Pechino, che da agosto vedrà dazi anche sui biodiesel del Dragone. Al punto che nel documento vengono citate pure le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, a cui si sono rifatti anche i diplomatici cinesi nel criticare i dazi europei.

Che il punto di riferimento rimanga l’imperialismo europeo, le strutture che lo incarnano (ovvero la UE) e i suoi strumenti (come il Global Gateway, programma di investimenti citato anch’esso nel testo), rimane indubbio. Sul fatto che la strada dello scontro sia da prediligere, invece, c’è opposizione.

Il Consiglio UE dovrà confermare le disposizioni della Commissione entro il 2 novembre. Questa lettera finirà sui tavoli di Bruxelles, a palesare l’opposizione di una larga fetta dell’imprenditoria europea ai dazi da poco introdotti.

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16/06/2023

Le asimmetrie dell’Unione Europea fotografate nei dati ISTAT

I dati che il 13 giugno l’ISTAT ha diffuso riguardo la valutazione ventennale delle politiche di coesione UE possono essere letti in almeno due modi. E in ogni caso le conclusioni da trarne sono che il libero mercato e le forme dell’integrazione europea non fanno che aumentare il divario e la divergenza economica.

Il rapporto ci dice che il Sud Italia ha smesso decenni fa di recuperare la distanza dal Nord del paese, e che le politiche europee per far fronte alla situazione non sono efficaci.

Ma è anche la dimostrazione di come una costruzione sovranazionale fondata sulla concentrazione capitalistica di un centro imperialista, a discapito della sua periferia, non può che riprodurre questa divergenza.

L’obiettivo della politica di coesione, che nel periodo 2021-27 assorbirà 330 miliardi di risorse allocate principalmente guardando il PIL pro capite, è quello di favorire la convergenza nei livelli di sviluppo delle varie regioni della UE. Le aree più coinvolte sono quelle dell’Est Europa (in particolare Romania e Polonia) e il Sud Europa (il meridione di Spagna e Italia).

La popolazione che vive nelle regioni meno sviluppate è diminuita ovunque, tranne che in Slovacchia e in Italia. Nel caso nostrano, tra il ciclo di programmazione iniziato nel 2000 e l’attuale, dopo un’iniziale riduzione, si è tornati a quasi 19 milioni e mezzo di persone, 150 mila in più dell’inizio del millennio.

“I benefici del mercato unico non si sono distribuiti in modo uniforme ma, ancor più durante le crisi economiche, si sono concentrati favorendo la competitività internazionale di alcuni territori”. Quei territori sono quelli intorno ai quali si sono riorganizzate le filiere continentali.

Nel rapporto si afferma che la geografia della dicotomia «centro/periferia» si è complicata, con riferimento soprattutto ai paesi dell’ex Cortina di Ferro, che possono essere definite “regioni in convergenza”. Esse sono però anche quelle che partivano dai livelli più bassi di reddito e hanno potuto in certa misura beneficiare delle delocalizzazioni di altri paesi, Germania in primis.

Sulla tradizionale periferia europea dell’Europa meridionale il giudizio è netto. Infatti, si osserva “l’incapacità del modello di crescita economica mediterraneo di esprimere delle ‘super stars'” (regioni economicamente avanzate capaci di realizzare dei tassi di crescita superiori alla media Ue, ndr) “ma forse anche delle regioni convergenti”.

Mentre tendenzialmente le divergenze interne ai paesi si sono ridotte fino alla crisi del 2008, per poi stabilizzarsi e tornare a crescere negli ultimi anni, l’Italia non ha mai vissuto la fase di convergenza. Le regioni del Mezzogiorno possono “essere considerate tutte insieme come l’area più vasta e popolosa di arretratezza economica dell’Europa occidentale”.

Ma ancor più interessante è osservare che anche le nostre regioni «centrali» abbiano perso l’aggancio con le locomotive continentali.

Tra le 242 regioni censite, tutte quelle italiane hanno perso posizioni negli ultimi due decenni, e se nel 2000 ve ne erano dieci fra le prime 50 per PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, nel 2021 fra le prime 50 ve ne sono rimaste solo quattro e altrettante sono entrate fra le ultime 50.

All’origine di questa dinamica ci sono diversi fattori. Il contributo del calo di produttività ad ampliare le differenze è diventato crescente, e ciò deriva sia dalla struttura produttiva delle imprese, più piccole rispetto ai principali paesi Ue e focalizzate su settori ad alta intensità di manodopera, sia dalle crisi economiche, ma è difficile invertire la tendenza se il tasso di investimento rimane negativo.

Ma è quasi interamente il basso tasso di occupazione a spiegare la distanza del PIL pro capite a parità di potere d’acquisto delle regioni italiane più arretrate nei confronti della media UE (20 punti percentuali) e della media nazionale (10 punti percentuali).

In generale, l’Italia è il fanalino di coda europeo del tasso di occupazione, a certificare la desertificazione industriale del paese.

Se non verranno messe in atto politiche in controtendenza, entro qualche anno questa forbice tra la penisola e il core del continente sarà un burrone. Il governo Meloni non sembra né capace né nella possibilità di avviarsi su questa strada, considerando che le mancanze di organico dovute all’austerity rendono difficile anche solo spendere i soldi del PNRR.

Bisogna poi dirsi che, pur essendo vero che chiaramente nell’arco di un ventennio la geografia economica della UE si è sviluppata con una dialettica complessa e non sempre lineare, e sicuramente cambierà ancora, emerge con evidenza che la costruzione comunitaria si è effettivamente sviluppata con un centro che ha cercato il salto imperialista drenando risorse e menti dalla periferia. E l’Italia ne ha subito in pieno gli effetti.

Ora gli indirizzi della UE sono nettamente virati su di un sentiero bellico, che incancrenirà le difficoltà del paese. Per dargli un futuro, dobbiamo lottare per rompere la catena imperialista del Blocco Euroatlantico e affermare un’alternativa sistemica nel quadro di un emergente mondo multipolare.

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19/05/2023

Perché aumentare i tassi di interesse non fermerà l’inflazione

“L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario“, diceva Milton Friedman. Secondo i monetaristi come lui, l’inflazione si verifica quando la quantità di denaro in circolazione aumenta più rapidamente della produzione di beni e servizi.

Presumendo che la banca centrale abbia il controllo sulla quantità di denaro, i monetaristi ritenevano che le autorità monetarie fossero responsabili principali degli episodi inflazionistici.

Inoltre, i monetaristi sottolineavano l’importanza delle aspettative: man mano che l’inflazione aumenta, gli agenti economici rivedono al rialzo le loro aspettative di inflazione, rendendo difficile il ritorno alla stabilità dei prezzi.

Pertanto, le banche centrali non dovrebbero cercare di stimolare l’attività economica per ridurre la disoccupazione.

Queste idee sono state riprese e radicalizzate dagli economisti neoclassici negli anni ’70 e sono state incorporate nella sintesi neokeynesiana, che rappresenta ancora oggi la corrente principale della macroeconomia.

Secondo questi modelli, l’inflazione si scatena quando le aspettative di inflazione si sganciano e le banche centrali perdono credibilità nella loro capacità di mantenere la stabilità dei prezzi.

Di conseguenza, la ricetta per contrastare l’instabilità monetaria è sempre la stessa: aumentare i tassi di interesse, limitare la spesa, controllare la domanda e le aspettative di famiglie e imprese.

Pertanto, due anni fa molti credevano che l’aumento dell’inflazione sarebbe stato solo temporaneo. Uno degli argomenti avanzati era che le aspettative di inflazione rimanevano stabili a un livello basso. Tuttavia, nonostante tali aspettative non siano aumentate significativamente da allora, l’inflazione rimane ancora relativamente alta oggi.

Dieci anni fa, molti erano sorpresi dal fatto che la Grande Recessione non fosse stata accompagnata da deflazione e che la successiva ripresa non avesse portato a inflazione; oggi, invece, ci sorprende l’eccessiva inflazione. La visione dell’inflazione come fenomeno puramente monetario trascura chiaramente elementi cruciali.

In un nuovo working paper, gli economisti Guido Lorenzoni e Iván Werning (2023), due autorevoli economisti mainstream, sostengono che i loro colleghi abbiano trascurato una causa fondamentale dell’inflazione: il conflitto.

Attraverso due modelli, dimostrano l’importanza del conflitto nel meccanismo inflazionistico. Arrivano addirittura a escludere la moneta e il credito in uno di questi modelli per dimostrare che l’inflazione può derivare unicamente dal conflitto e non da un eccesso di creazione monetaria.

Non tutti gli economisti hanno trascurato l’origine conflittuale dell’inflazione, ma bisogna rivolgersi agli economisti eterodossi per vedere che essa gioca un ruolo di primo piano. Lorenzoni e Werning fanno esplicito riferimento ai lavori dei post-keynesiani, in particolare all’articolo fondamentale dell’economista marxista Robert Rowthorn (1977).

Secondo questa prospettiva, l’inflazione deriva da un conflitto nella distribuzione del reddito tra gruppi antagonisti, come imprenditori e lavoratori. Da un lato, le imprese possono cercare di preservare o aumentare i loro profitti aumentando i prezzi di vendita. Dall’altro lato, i lavoratori possono cercare di aumentare i loro salari nominali per preservare o addirittura aumentare i loro salari reali.

In entrambi i casi, tutto dipende dal rapporto di forza: le imprese possono facilmente aumentare i prezzi se hanno un potere di mercato significativo, ossia se sono in posizione di forza rispetto ai consumatori; i lavoratori possono facilmente ottenere aumenti salariali reali se sono in posizione di forza rispetto ai loro datori di lavoro. L’inflazione ha dei costi, ma persiste perché i gruppi in lotta cercano di evitare di sopportarli.

Va detto che i cambiamenti osservati nel mercato del lavoro a partire dagli anni ’80, insieme agli effetti della globalizzazione, rendono meno probabile uno scenario del genere: la diminuzione della sindacalizzazione e la crescita del lavoro precario hanno fatto perdere ai lavoratori potere contrattuale rispetto alle imprese.

Proprio questa sconfitta storica del lavoro ha reso possibile un quarantennio di prezzi incredibilmente stabili, la cosiddetta Great Moderation.

Detto ciò, i salari non sono l’unico reddito in grado di alimentare una spirale inflazionistica. Ad esempio, alcuni elementi suggeriscono che negli ultimi mesi potrebbe essere stata in atto una spirale prezzi-profitti.

Come la caccia ai profitti può alimentare l’inflazione

Adam Smith, l’economista e filosofo scozzese del XVIII secolo, spesso considerato come il padre dell’economia moderna aveva qualcosa da dire riguardo ai profitti eccessivi:

“I nostri mercanti e grandi produttori si lamentano molto degli effetti negativi dei salari elevati nell’aumento del prezzo, riducendo così la vendita dei loro beni sia in patria che all’estero. Non dicono nulla degli effetti negativi degli alti profitti. Restano in silenzio riguardo agli effetti dannosi dei loro guadagni. Si lamentano solo di quelli degli altri“.

Il brano è tratto dal Libro I, Capitolo 9 dell’opera ”Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), dove Smith sta discutendo di come un aumento dei profitti abbia una capacità di propagazione attraverso le catene del valore molto più alta di quella dell’aumento dei salari.

Smith sottolineava che un aumento dei salari funziona come un interesse semplice, mentre un aumento dei profitti funziona come un interesse composto. Se ogni azienda aumentasse i salari del 5%, la parte del prezzo di un bene destinata ai salari aumenterebbe solo in proporzione aritmetica a tale aumento.

Al contrario, se le imprese in una filiera aumentassero i loro prezzi per incrementare i profitti del 5%, l’impatto finale di tale aumento di profitto che si propaga lungo la catena di fornitura sarebbe molto più significativo.

La studiosa tedesca Isabella Weber ha ripreso questo semplice concetto nel suo working paper del 2023 e lo ha integrato con la letteratura sui “prezzi amministrati” (Gardiner Means) per fornire una spiegazione plausibile dell’attuale fase inflazionistica.

Nel contesto del capitalismo monopolistico, in cui i capitalisti hanno un alto grado di potere di mercato e possono fissare i prezzi in modo relativamente autonomo rispetto alle dinamiche di domanda e offerta, le imprese di solito evitano di abbassare i prezzi per evitare dannose “guerre” con i concorrenti, ma alzeranno i prezzi se si aspettano che altre imprese facciano lo stesso, poiché sono sicure che la loro quota di mercato non ne sarà danneggiata.

Un aumento generalizzato dei costi, come quello sperimentato a partire dalla seconda metà del 2021, agisce quindi su due fronti: da un lato, giustifica l’aumento dei prezzi di fronte ai consumatori, che saranno più inclini ad accettarlo; dall’altro lato, funge da meccanismo di coordinazione tra le imprese stesse, segnalando loro che possono proteggere o aumentare i propri margini di profitto senza il rischio di perdere quote di mercato.

Pertanto, la tradizionale e “responsabile” politica delle banche centrali, che prevede di rispondere ad ogni accelerazione dei prezzi con un aumento dei tassi di interesse, rischia di non produrre gli effetti desiderati.

Al contrario, potrebbe avere conseguenze negative sull’occupazione e sulla dinamica salariale, scaricando il peso della congiuntura economica, come spesso accade, sui lavoratori e sulle fasce più deboli della popolazione.

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17/05/2023

“Contoterzisti della Germania”, un ciclo è finito

Un modello produttivo che giunge alla fine – come ogni altra cosa – costringe a prendere decisioni apertamente contrastanti con il business as usual. O almeno dovrebbe farlo.

Ma la classe dirigente italiana – gli imprenditori e quella feccia che ancora chiamiamo “classe politica” – non è assolutamente in condizioni neanche di prendere atto che quel ciclo è finito.

I primi perché continuano a prosperare, individualmente e come insieme, grazie alla passiva prosecuzione delle vecchie abitudini (in primis la svalutazione totale del lavoro, che consente loro di incamerare profitti crescenti anche a parità di fatturato). La secondo per un orribile deficit cognitivo e di autonomia strategica.

Il modello che sta tirando le cuoia è quello che ha trasformato l’industria italiana in subfornitrice di quella tedesca. La spiegazione fornita da Guido Salerno Aletta nel suo editoriale su TeleBorsa è su questo tema illuminante:
“ci troviamo di fronte ad una relazione tra industria italiana ed industria tedesca che è stata strutturalmente squilibrata a nostro detrimento, visto che le industrie del Nord dell’Italia lavorano a rimorchio delle commesse tedesche, dando occupazione e prosperando dal punto di vista degli utili, ma ad un prezzo che poi viene pagato dall’intera collettività nazionale che importa le merci dalla Germania ad un prezzo che incorpora il valore aggiunto prodotto dalle industrie italiane cui viene aggiunto un consistente margine di profitto.”
Tra prosperità di imprese “subordinate” e declino del Paese non c’è contraddizione, ma consente di constatare la falsità dell’approccio trickle down, quella narrazione secondo cui “solo le imprese creano lavoro” e quindi “bisogna evitare di infastidirle”, perché prima o poi qualche briciola “sgocciolerà” dalla loro tavola imbandita verso le bocche affamate del popolo che lavora.

Ma consente anche di vedere come si sia creata una vera contraddizione tra un’economia integrata con le filiere del valore tedesche mentre “la politica” va aumentando costantemente la propria subordinazione agli Stati Uniti. Una scelta molto simile a quella dei paesi dell’Est, e che incentiva probabilmente anche soluzioni reazionarie sempre più chiare, vista l’impossibilità di dare risposta ai bisogni sociali (la politica economica dipende dalla Ue, quella estera dagli Usa; ossia la paralisi).

In ogni caso, dicevamo, questo modello sta tirando le cuoia. Ma non solo non ce n’è un altro sostitutivo (specie da rendere operativo in tempi brevi), ma manca persino la consapevolezza di doverselo inventare.

Il “driver” di questo possibile “rinnovamento”, in altri tempi, sarebbe passato per l’intervento pubblico sulla struttura produttiva, con la la creazione di imprese produttive, non solo infrastrutture e “incentivi fiscali” (che oltretutto riducono grandemente le entrate per lo Stato).

Ma, avverte anche Salerno Aletta, così non può essere questa volta perché il “patto di stabilità europeo” vincola le mosse possibili per qualsiasi esecutivo. E in quello spazio sempre più stretto il deficit pubblico finisce pressoché interamente nel pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Come se ne esce? Un’indicazione indiretta viene proprio dalle cause della fine del vecchio modello (integrazione con le filiere tedesche): se la prosperità delle imprese è andata in contraddizione totale con lo sviluppo equilibrato del Paese, sarà il caso di pensare e lavorare ad un modello che le subordina in modo anche radicale ai bisogni collettivi.

Che non sono soltanto quelli della “equa redistribuzione della ricchezza” (secondo una visione ingenua e pauperistica della politica economica), ma anche la realizzazione di uno sviluppo vero, complessivo, pensato e voluto. Insomma: programmato e pianificato.

Per cambiare modello, insomma, occorre saper cambiare sistema. Altrimenti affondiamo nel fango mentre pochi squali prendono il largo su yacht sempre più lussuosi...

Buona lettura.

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Italia-Germania: verso il Decoupling?

Guido Salerno Aletta – Agenzia Teleborsa

Troppi elementi di disturbo, negli scorsi anni, hanno fatto perdere la traccia profonda dei processi di crescita economica all’interno di un quadro sostenibile dei conti pubblici e dell’equilibrio dei saldi con l’estero.

Partiamo da questi ultimi, condizionati come sono sia dalla adesione all’euro, che non consente svalutazioni competitive all’interno della Eurozona, che dalle relazioni industriali e commerciali dell’Italia che sono strutturalmente deficitarie nei confronti della Germania.

Dal punto di vista dell’export siamo subfornitori delle industrie tedesche, essendo pienamente integrati nella loro catena del valore al pari di tutti i Paesi dell’Est, contribuendo così a tenere bassi i loro costi di produzione ed alti i loro profitti, mentre dal punto di vista dell’import paghiamo le merci tedesche a prezzo pieno.

Nel 2020, a fronte di un saldo complessivamente passivo dell’Italia nei confronti della Eurozona pari ad appena 169 milioni di euro, quello nei confronti della Germania era stato di 5 miliardi e 221 milioni di euro.

Nel 2021, il saldo infra Eurozona dell’Italia era passivo per 5 miliardi e 230 milioni, mentre quello con la Germania era stato passivo per 9 miliardi e 540 milioni di euro.

Nel 2022, il saldo infra Eurozona era stato passivo per 13 miliardi e 930 milioni di euro, mentre quello con la Germania era stato passivo per 13 miliardi e 458 milioni di euro.

In pratica, ci troviamo di fronte ad una relazione tra industria italiana ed industria tedesca che è stata strutturalmente squilibrata a nostro detrimento, visto che le industrie del Nord dell’Italia lavorano a rimorchio delle commesse tedesche, dando occupazione e prosperando dal punto di vista degli utili, ma ad un prezzo che poi viene pagato dall’intera collettività nazionale che importa le merci dalla Germania ad un prezzo che incorpora il valore aggiunto prodotto dalle industrie italiane cui viene aggiunto un consistente margine di profitto.

Questa solida integrazione produttiva realizzata tra il Nord industriale dell’Italia con la Germania, e soprattutto con l’area renana e bavarese, è derivata soprattutto dalla dismissione da parte dell’Italia dei grandi insediamenti produttivi, dal settore metallurgico e quello automobilistico, fino alla chimica.

Ma ora questa sinergia è messa in discussione dalla transizione energetica, con l’abbandono forzato delle automobili con motori a combustione interna e dalla rinuncia al gas russo a costi convenienti anche da parte della Germania.

Occorre dunque guardare con particolare attenzione i dati destagionalizzati relativi alla produzione industriale italiana, senza fermarsi a quelli che riguardano i beni di consumo, durevoli e non durevoli, che pure segnano un andamento al ribasso: a marzo scorso, l’indice destagionalizzato e corretto per gli effetti del calendario relativo a questa categoria di beni (2015=100) è stato pari a 111,1 con una variazione negativa di -4,7 punti rispetto al marzo 2022.

Lo stesso è accaduto con i prodotti intermedi, con l’indice destagionalizzato che a marzo scorso ha toccato appena quota 98,4. Non solo questo valore è più basso di quello di ben otto anni fa, il 2015=100, ma è più basso di tutti quelli rilevati nel biennio 2021-2022, visto che il livello più alto era stato raggiunto nel luglio 2021 con 106,9.

Anche i corretti con gli effetti del calendario mostrano un andamento analogo: a marzo scorso l’indice è stato pari a 110,4 mentre era stato di 117,4 a marzo 2022.

Bisogna guardare all’economia reale, alla produzione industriale, visto che poi tutto si riflette a livello macroeconomico sulla crescita del PIL: sulla base del DEF 2023, quest’anno il PIL reale dovrebbe crescere solo dell’1%, mentre quello nominale del 5,8% visto che il deflatore del PIL (l’indicatore che misura l’inflazione complessiva, non solo quella dei prezzi al consumo) è previsto in crescita del 4,8%.

La crescita reale dell’1% nel 2023 verrebbe conseguita a fronte di un indebitamento netto del bilancio delle PA pari al 4,5% del PIL: ma, in pratica, la gran parte del deficit serve a pagare gli interessi passivi sul debito pubblico, con una spesa che è pari al 3,7% del PIL. All’economia reale andrà dunque solo un deficit netto pari allo 0,8% del PIL: una inezia, che infatti determinerebbe una crescita reale dell’1%.

Occorre una riflessione sulle strategie di sviluppo economico sul piano internazionale che l’Italia deve intraprendere nei prossimi anni, visto che sembra essersi esaurito il paradigma che nello scorso ventennio ha visto l’industria tedesca in grado di trainare l’intera economia europea, assorbendo buona parte della produzione industriale del Nord dell’Italia, rimasta in posizione gregaria come subfornitrice e con un saldo commerciale alla fine strutturalmente negativo.

C’è un intero mondo che cresce, e che ha bisogno di un sostegno allo sviluppo proprio nei settori tradizionali in cui l’industria italiana può integrarsi e farsi trainante.

È pericoloso affidarsi alla speranza che la crescita economica sarà trainata dalla transizione energetica e dalla decarbonizzazione della produzione, che aumenterà solo i costi per le imprese e per i cittadini.

Ed è un errore pensare che il deficit pubblico sarà il driver: non solo oggi, ma ancor più nel futuro, l’aumento dei tassi di interesse lo assorbirà sempre di più. Il DEF prevede che già nel 2024 l’indebitamento netto (il deficit) sarà pari al 3,7% del PIL, mentre l’onere per gli interessi sul debito sarà pari al 4,1% del PIL: in pratica, tutto il deficit non basterà neppure a pagare l’intera spesa per gli interessi.

Ci sarà dunque un impatto deflattivo sulla economia reale, a cui si aggiungerà quello già indotto dalle politiche monetarie restrittive.

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28/03/2023

Cina - Concluso il Development Forum, tra tensioni internazionali e difficoltà di "disaccoppiamento"

Ieri si è concluso il China Development Forum, definito da molti come la «Davos cinese». Inaugurato nel 2000 e svoltosi quest’anno dal 25 al 27 marzo, rappresenta uno degli appuntamenti annuali più rilevante di dibattito economico e confronto sulle opportunità di investimento tra operatori di tutto il mondo e le alte sfere cinesi.

Sono stati più di 100 i partecipanti, tra studiosi stranieri e rappresentanti di organizzazioni internazionali, nonché dirigenti delle più importanti multinazionali del mondo. Questi colossi economici hanno avuto un canale diretto di confronto col governo di Pechino, che era presente con più di 30 ufficiali apicali di vari ministeri e più di 20 esponenti di aziende statali.

Già il titolo di questo evento rimandava a nodi che i vertici cinesi hanno mostrato di avere a cuore da tempo: “Ripresa economica: opportunità e cooperazione”. La conferenza si è infatti concentrata sulle occasioni che la prevista espansione del mercato domestico cinese oggi torna ad offrire, ma anche sulla stabilizzazione delle filiere industriali globali e sulla transizione verde.

Lo stesso Xi Jinping, all’apertura delle sessioni domenicali, ha sottolineato che il mondo oggi è in un periodo di turbolenze e cambiamenti. Di contro, la Cina continuerà con la sua politica di apertura istituzionale, consenso e cooperazione. Il presidente cinese ha direttamente citato la Global Development Initiative, da lui proposta nel 2021 all’ONU e ricevendo ampio supporto da vari paesi.

“La pace e lo sviluppo sono ancora le aspettative comuni delle persone di tutti i paesi” aveva detto alla conferenza stampa del 20 marzo Zhang Laiming, uno dei vicedirettori del centro di ricerca che organizza l’evento. Egli si era mostrato inoltre preoccupato anche dei tanti fenomeni che stanno segnando la fine dell’epoca della globalizzazione.

Quest’anno sono state anche le tante tensioni internazionali che hanno portato diversi sguardi a posarsi su questo appuntamento. Tensioni che derivano sia dal braccio di ferro di Washington su Taiwan come dalla competizione tecnologica sui semiconduttori, sia dalla fine della politica «zero-Covid», con effetti annessi.

In molti avevano previsto che i membri delle corporation statunitensi avrebbero tenuto un basso profilo. Eppure, la lista degli invitati (tra cui Kissinger) rendeva impossibile non aspettarsi qualche messaggio di portata internazionale: Ray Dailio, fondatore della Bridgewater Associates, gli amministratori delegati della Pfizer, della Johnson&Johnson e, soprattutto, quello della Apple.

Tim Cook è infatti comparso a sorpresa il 24 marzo all’Apple Store di Sanlitun, centro dello shopping di Pechino. Poi, proprio da Cook è arrivato un commento di certo significativo: “Apple e la Cina sono in un rapporto di simbiosi che ritengo apprezzato da entrambi”. Dopo le manovre per diversificare la produzione, non sono parole di poco conto.

Non bisogna scambiare queste dichiarazioni come un segno di distensione tra gli USA e il Dragone. Piuttosto, sono il segnale di come il processo di decoupling, cioè di rilocalizzazione delle produzioni, non possa portare, almeno non nel breve periodo, a una completa rottura dei legami tra Stati Uniti e Cina e alla formazione di blocchi contrapposti.

È vero che nella seconda metà del 2022 gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) statunitensi in Cina sono passati al minimo storico da 18 anni. Ma la deglobalizzazione procede più lentamente di quello che si potrebbe immaginare dalle dichiarazioni. E soprattutto, si sta producendo una frammentazione del mercato globale seguendo legami politici più che prettamente economici.

Interessante poi vedere quali settori ancora spingano con forza sul rapporto con Pechino. A co-presiedere il Forum è stato Oliver Bäte, CEO della tedesca Allianz, la più grande compagnia di assicurazioni e società di gestione patrimoniale del mondo. Egli ha detto “la comunità internazionale ha bisogno della Cina più che mai”.

La motivazione è presto spiegata. Bäte ha sottolineato che centinaia di milioni di cinesi sono usciti dalla povertà e sono diventati una classe media in crescita. In maniera nemmeno troppo velata, l’amministratore delegato ha posto gli occhi sui risparmi e sulle assicurazioni dei cinesi.

Il China Development Forum si è concluso segnando il fatto che lo scontro tra USA e Cina continua strisciante, con continue provocazioni della Casa Bianca, ma pur sempre senza poter ad ora sfociare in aperta battaglia. Questo perché la globalizzazione ha creato una configurazione che non si può rompere da un giorno all’altro.

Ma a forza di tirare la corda le cose possono sfuggire di mano...

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16/03/2023

[Contributo al dibattito] - La carenza dei semiconduttori: cause e previsioni sulla sua evoluzione

Abstract

La carenza di semiconduttori sta incidendo negativamente su diversi settori industriali. Si è palesata in modo dirompente in seguito alla pandemia che ha innescato una serie di eventi non previsti. Il presente lavoro discute le cause che hanno determinato la carenza di semiconduttori. Focalizzando l’attenzione sull’Europa e sull’Italia, il lavoro presenta le principali azioni di policy intraprese dalla Commissione Europea e dal Governo italiano a sostegno dell’industria europea e italiana dei semiconduttori. Infine, viene discussa l’evoluzione della carenza dei chip che rimane ancora una questione aperta e molto dibattuta.

1. Introduzione

L’industria globale dei semiconduttori gioca un ruolo cruciale in tutte le filiere industriali avanzate, tra cui l’elettronica, l’automotive, l’aerospazio, la difesa, la robotica e le applicazioni industriali. Nel 2022, l’industria dei semiconduttori ha fatturato circa 601,7 miliardi di dollari (il livello più elevato di sempre, +1,1% rispetto al 2021), con un tasso medio di crescita negli ultimi 20 anni pari a circa il 7%. Si prevede che i ricavi raggiungeranno un valore superiore a 1 trilione di dollari nel 2030 (Commission Staff Working Document 2022). Va rilevato, comunque, che nella seconda metà 2022, la crescita fatturato è stata moderata, a causa del rallentamento dell’economia mondiale ma le prospettive di crescita di lungo termine rimangono molto promettenti (SIA, 2023). A differenza di altre industrie e settori, con l’emergere della pandemia, la domanda di chip è cresciuta molto di più dell’offerta ottenuta da impianti produttivi utilizzati ai massimi livelli. Ciò ha determinato, su scala globale, una grave carenza di semiconduttori che ha causato per alcune delle filiere produttive avanzate, come per esempio quella dell’automotive, una contrazione/interruzione della produzione e, quindi, perdite di valore aggiunto. 

Data la sua strategicità per lo sviluppo industriale e tecnologico dei paesi, i Governi di quelli maggiormente coinvolti nella filiera produttiva, ossia Usa, Cina ed Europa, hanno avviato inedite politiche di supporto, anche al fine di risolvere il problema della carenza di semiconduttori. Il Governo americano ha introdotto di recente alcuni provvedimenti legislativi che avranno importanti ricadute sull’economia statunitense, l’American Chips Act e l’Inflation Reduction Act (IRA). A marzo 2021, il Governo cinese ha approvato il 14° Piano quinquennale (2021-2025) per lo sviluppo economico e sociale del Paese, con l’intento di rendere la Cina indipendente nelle industrie di maggiore valore strategico, su tutti quella dei semiconduttori. In Europa, la Commissione Europea ha proposto il Regolamento denominato European Chips Act, con l’intento di aumentare la quota europea della produzione mondiale di chip – passando dal 10% al 20% entro il 2030 – e rendere la catena di approvvigionamento dei semiconduttori resiliente. Per colmare la carenza di chip, anche le aziende leader dell’industria hanno pianificato investimenti di ampliamento della capacità produttiva. Per dare un ordine di grandezza, le prime tre aziende leader su scala mondiale dell’industria – Samsung, Intel e TSMC – hanno pianificato nel medio periodo investimenti per un valore complessivo superiore a 100 miliardi di dollari ciascuna (Samsung, 2022; Intel 2022; TSMC, 2022). A distanza di tre anni dal suo inizio, la carenza di chip è ancora una questione aperta e molto dibattuta e sembra di non facile previsione. Alla sua evoluzione concorrono una molteplicità di fattori e non esiste, ancora, un parere condiviso tra gli esperti e gli operatori del mercato sul momento in cui si ritornerà alla normalità.

2. Principali caratteristiche dell’industria globale dei semiconduttori

L’industria dei semiconduttori presenta delle caratteristiche che hanno determinato una forte concentrazione delle attività produttive nelle mani di poche e grandi imprese, altamente specializzate, ad alta intensità di capitale e localizzate in particolari aree geografiche. Quest’ultimo aspetto fa sì che la catena di approvvigionamento sia di tipo globale, interessando nello specifico Stati Uniti, Cina, Europa, Taiwan, la Corea del Sud ed il Giappone. In secondo luogo, l’elevata intensità di capitale, sia per la realizzazione degli impianti produttivi sia per le attività di R&S, associata a tempi di implementazione lunghi e la continua corsa all’innovazione del prodotto, relativa alla dimensione del nodo tecnologico (connessa alla c.d. legge di Moore[1]) – e a quella del wafer[2], hanno determinato elevate barriere all’entrata di nuovi operatori. L’industria è, quindi, un esempio di mercato oligopolistico. Infine, le imprese dell’industria tendono ad ampliare la loro capacità produttiva solo quando esiste un completo assorbimento da parte della domanda, negli ultimi anni in continua crescita grazie all’accelerazione della trasformazione digitale.

I chip realizzati con i semiconduttori possono essere classificati in quattro principali gruppi di prodotti, principalmente in base alla loro funzione: 1. i microprocessori e i dispositivi logici – utilizzati per lo scambio e l’elaborazione di dati in computer, dispositivi di comunicazione ed elettronica di consumo, industriale, militare, biomedicale, ecc. 2. i dispositivi di memoria – utilizzati per memorizzare le informazioni. 3. i dispositivi analogici – utilizzati per tradurre i segnali analogici, come luce, tatto e voce, in segnali digitali. 4. Optoelettronica, sensori e discreti (comunemente indicati come O-S-D).

Il processo di produzione dei semiconduttori può essere suddiviso in tre fasi principali: 1. progettazione e design (definizione dei requisiti del prodotto e della struttura dei chip); 2. fabbricazione che a sua volta ricomprende i seguenti stadi: a) la formazione del wafer, b) i processi front-end (sui dischi di silicio viene impressa una serie di circuiti elettronici) e c) i processi back-end (i singoli chip vengono separati, confezionati in plastica e testati); 3. assemblaggio (verifica del corretto funzionamento, packaging e integrazione in prodotti elettronici “downstream”). La fase del processo produttivo che crea la maggior parte del valore aggiunto è quella della progettazione e del design, a seguire c’è la fase di fabbricazione. Le aziende che si concentrano esclusivamente su progettazione e design sono denominate fabless, mentre i produttori verticalmente integrati sono denominati integrated device manufacturers (IDMs); infine le aziende principalmente specializzate nella fabbricazione di chip sono note come foundries.

Gli Stati Uniti assumono un ruolo centrale nella progettazione e design, mentre l’Asia orientale – Taiwan e Corea del Sud in particolare – nella produzione. La Cina è leader nella fase dell’assemblaggio e nella fornitura di alcune materie prime necessarie per la produzione di chip, mentre l’Europa è specializzata nella produzione di chip destinati al settore automotive e alle applicazioni industriali e nella fornitura di attrezzature e macchinari.

3. Le principali cause dello shortage

La carenza dell’offerta di semiconduttori, iniziata nel 2020, è il risultato di una serie di cause sia interne all’industria sia esterne, ossia legate al verificarsi di situazioni di contesto non previste.

Tra le cause interne si possono segnalare: i) un’evoluzione disordinata della domanda di semiconduttori durante la pandemia. La pandemia ha provocato in alcuni mercati, come quello dell’elettronica, un aumento immediato e vertiginoso delle richieste di prodotti ICT e in altri mercati, come quello automobilistico, inizialmente una brusca frenata della domanda e in un secondo momento una sua ripresa molto vigorosa, ii) una stima imprecisa delle variazioni di domanda dei prodotti finali, causata da informazioni confuse e indirette lungo la catena di approvvigionamento (c.d. effetto bullwhip). iii) una gestione delle forniture non adeguata. Ad esempio, le case automobilistiche si affidano ancora in gran parte a strategie di just-in-time. Molti componenti delle auto hanno un’unica fonte ed i contratti prevedono elevati standard di qualità che limitano la flessibilità della catena di approvvigionamento in caso di carenza e iv) la presenza di barriere all’entrata che limitano l’ingresso di nuovi operatori e v) una capacità di produzione non facilmente adattabile che richiede ingenti risorse.

I principali fattori esterni che hanno contribuito a determinare la carenza di semiconduttori sono: i) il verificarsi di disastri naturali. In Texas, a febbraio 2021 una forte tempesta invernale ha portato alla chiusura di diversi impianti di fabbricazione di wafer, comprese due strutture dei principali fornitori di semiconduttori per autoveicoli (Infineon e NXP). Inoltre, Taiwan è stata colpita dalla siccità ed il Governo ha attuato il razionamento dell’acqua che ha limitato la produzione in alcuni dei più grandi stabilimenti gestiti da Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC) – il principale produttore di chip su scala mondiale; ii) il verificarsi di incidenti. Nel marzo 2021, un incendio in Giappone ha bruciato 600 m2 di una fabbrica di wafer da 300 mm di proprietà di Renesas, un fornitore chiave di chip automobilistici. iii) l’elevata incertezza che caratterizza l’attuale contesto, dovuta ad una serie fattori. In primo luogo, alle tensioni commerciali tra Cina e USA che continuano ad avere riflessi sulle aziende di tutto il mondo e più in particolare su quelle americane (CRS, 2022 e SEMI, 2020). In secondo luogo, alle tensioni tra la Cina e Taiwan, peggiorate di recente, che hanno visto anche il coinvolgimento degli USA e potrebbero contribuire a limitare ulteriormente gli scambi commerciali del settore. In terzo luogo, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il conflitto ha permanentemente distrutto alcune delle fonti di produzione, come quella di neon[3]. In generale, le tensioni geopolitiche incidono non solo sull’offerta di semiconduttori ma anche sull’approvvigionamento delle materie prime, in particolare quelle critiche, necessarie per la loro produzione. Più in generale, il processo di produzione dei semiconduttori si basa a sua volta su un’ampia varietà di materie prime. L’industria dei semiconduttori è interconnessa con un ecosistema di materie prime che presenta non solo caratteristiche diverse, ma è sottoposto anch’esso a delle serie minacce (Teer e Bertolini, 2022).

La Commissione Europea ogni tre anni pubblica un aggiornamento della lista delle materie prime critiche. Nell’ultimo aggiornamento sono state esaminate 83 materie prime di cui 30 risultano critiche. Queste materie, come illustrato nella Comunicazione della CE del 2020, sono cruciali per il funzionamento e l’integrità di una vasta gamma di ecosistemi industriali (allegato 2 della Comunicazione della CE 2020\474). Almeno otto (Berillio, Gallio, Germanio, Indio, Magnesio, Silicio Metallico, Terre rare pesanti e leggere) delle materie prime critiche individuate dalla CE sono rilevanti per la produzione di semiconduttori e, più in generale, di dispositivi elettronici e optoelettronici. La materia prima sicuramente decisiva per la loro produzione è il silicio ed i suoi derivati, come il silicio metallico. Attualmente anche il Carburo di Silicio (SiC) trova ampia applicazione nell’industria dei semiconduttori, grazie alle sue caratteristiche elettriche, che lo contraddistinguono dal silicio per le potenziali applicazioni nei dispositivi ad alta potenza, alta frequenza e alte temperature. Secondo gli ultimi dati del Rapporto USGS (2022), nel 2021 la quantità prodotta stimata a livello mondiale di carburo di sicilio è stata pari a 1 milione di tonnellate; il principale produttore è la Cina con il 45% della quantità totale, seguita dalla Norvegia che produce circa l’8% della quantità totale. La Cina assume un ruolo importante anche per la produzione mondiale delle otto materie prime critiche individuate e rappresenta per l’Europa uno dei principali paesi di approvvigionamento. Inoltre, l’Europa – per alcune di queste materie (magnesio, silicio metallico, germanio e gallio) – è fortemente dipendente dalle importazioni. Ciò va letto con le proiezioni della Commissione europea (2020), della Banca Mondiale (2017) e dell’OCSE (2019), secondo le quali la transizione verso economie digitali, altamente efficienti sotto il profilo energetico e climaticamente neutre, determinerà un aumento della domanda di materie prime critiche e materie prime primarie. Pertanto, l’obiettivo di rafforzare l’industria europea dei semiconduttori, essenziale per i processi di digitalizzazione, richiede non solo il supporto alle singole fasi del processo produttivo dei chip, ma anche la messa in sicurezza della catena di approvvigionamento delle materie prime critiche. Su quest’ultimo aspetto, lo scorso settembre la Commissione Europea ha annunciato che lavorerà ad una Legge europea sulle materie prime critiche[4].  

Infine, alla carenza di chip hanno contribuito anche le interruzioni forzate delle attività produttive in Cina messe in atto per contrastare la diffusione del Covid-19. In proposito, va ricordato che grazie alle importazioni di chip, la Cina è il più grande produttore di hardware elettronico ed il primo produttore mondiale di silicio.

4. L’European Chips Act e le misure di policy adottate dal Governo italiano

Nel mercato mondiale dei semiconduttori l’Europa ha una posizione secondaria e risulta dipendente dagli Stati Uniti per le fasi della progettazione e dall’Asia per la fabbricazione avanzata di chip. In un recente lavoro dello Staff della CE (maggio 2022) realizzato per spiegare le ragioni della proposta di Regolamento denominata European Chips Act viene rilevato che il continente risulta in ritardo per quanto riguarda la ricerca e sviluppo di tecnologie avanzate e la presenza di fonderie, in particolare quelle per la produzione di chip di ultima generazione. Ciononostante, l’Europa mantiene una posizione forte nella fornitura di apparecchiature litografiche, necessarie per la realizzazione di chip di ultima generazione, e nella produzione di semiconduttori analogici, in particolare quelli di potenza, e sulla sensoristica. Nel complesso, vi è uno sbilanciamento tra la capacità produttiva europea, pari a circa il 10% del mercato globale dei semiconduttori, e la domanda europea, pari al 20% che la Commissione Europea intende colmare attraverso un maggiore sostegno all’industria.

L’European Chips Act è un intervento completo e adatto a sostenere l’industria dei semiconduttori perché supporta tutte le fasi del processo di produzione e prevede anche l’utilizzo degli strumenti comunitari sopra menzionati. La proposta è strutturata su 3 pilastri: 1) Chips for Europe Initiative che intende mettere in comune le risorse dell’Unione, degli Stati membri e dei Paesi terzi associati ai programmi dell’Unione esistenti, nonché del settore privato, attraverso un partenariato denominato Chips Joint Undertaking. 2) Sicurezza degli approvvigionamenti. Sono previsti aiuti pubblici per impianti ritenuti innovativi, i cosiddetti first-of-a-kind. Con questo termine, la Commissione identifica nuovi impianti di produzione che per tipologia sono i primi realizzati nell’Unione con lo scopo di produrre tecnologie che vanno oltre lo stato dell’arte in termini di innovazioni di prodotto e processo. Sono previste due tipi di strutture first-of-a-kind: 1) l’apertura di fonderie europee la cui produzione sia destinata ad altri attori industriali, quali le imprese fabless e 2) strutture produttive integrate (IDM), in grado di progettare e fabbricare chip. 3) Coordinamento fra Stati membri e Commissione. Un meccanismo di coordinamento tra gli Stati membri e la Commissione sarà implementato per monitorare l’offerta di semiconduttori, stimare la domanda e anticipare le criticità di approvvigionamento. Il meccanismo monitorerà la catena del valore dei semiconduttori, raccogliendo informazioni chiave dalle aziende per mappare i principali punti deboli ed i colli di bottiglia. A tal proposito, a supporto della Commissione è istituito l’European Semiconductor Board.

In Italia, l’industria dei semiconduttori viene supportata nell’ambito del PNRR che destina 1,1 miliardi di euro, a due specifiche linee di intervento: 1. Innovazioni e tecnologia della microelettronica (M1.C2 – Inv. 2), che sostiene la realizzazione di opere civili, impianti e attrezzature avanzate per la produzione di materiali e componenti innovativi nel campo della microelettronica e 2. Politiche industriali di filiera e internazionalizzazione (M1.C2 – Inv 5.2), che sostiene investimenti e progetti di filiera, che interessano anche quella della microelettronica. Inoltre, il D.L. 17/2022 art.23 ha istituito un Fondo per la microelettronica, con una dotazione di 150 milioni per il 2022 e 500 milioni all’anno dal 2023 al 2030. L’Italia utilizza anche lo strumento degli IPCEI[5]. Nello specifico ha partecipato, insieme a Francia, Germania e Regno Unito, al primo IPCEI nel settore della microelettronica, approvato nel 2018 dalla Commissione Europea ed oggi partecipa anche al secondo IPCEI sulla microelettronica che è stato formalmente pre-notificato alla Commissione a dicembre 2021. Questo nuovo IPCEI è volto a sostenere progetti di cooperazione transnazionale sulla microelettronica ed è finalizzato a migliorare la resilienza della catena di approvvigionamento europea dei semiconduttori. È stato costituito il tavolo tecnico presso il MIMIT (ex MiSE) sulle materie prime critiche con l’intento di formulare proposte per la creazione delle condizioni normative, economiche e di mercato volte ad assicurare un approvvigionamento sicuro e sostenibile di materie prime di importanza strategica per le filiere industriali nazionali. Infine, la Legge di bilancio 2023, ha istituito una Fondazione – Centro italiano per il design dei circuiti integrati a semiconduttore – con l’obiettivo di promuovere la progettazione e lo sviluppo dei chip.

5. Previsioni sull’evoluzione della carenza di semiconduttori

La carenza di chip è ancora una questione aperta, molto dibattuta e sembra di non facile previsione. Gli indici di seguito illustrati mostrano dei segnali di miglioramento dello shortage. Di per sé la notizia è positiva, tuttavia questo miglioramento pare essere relativo solo ad alcune categorie di chip, potrebbe essere temporaneo e riguardare solo alcuni settori utilizzatori.

Le stime di dicembre del Global Supply Chain Pressure Index (GSCPI)– realizzato dalla Federal Reserve Bank of New York – mostrano una riduzione delle pressioni sulle catene globali del valore: l’indice è a 1,18, un livello inferiore rispetto al mese precedente (1,23) e a quello di un anno fa pari a 4,3, che rappresenta anche il picco di valore raggiunto dall’indice nelle ultime due decadi. Secondo quanto riportato dalla Federal Reserve Bank of New York nell’ultimo aggiornamento i valori dell’indice da inizio anno suggeriscono che le pressioni sulle catene di approvvigionamento globali vanno attenuandosi e si intravede un ritorno ai livelli normali del passato[6]. La Gartner ha anche elaborato l’indicatore – Inventory Semiconductor Supply Chain Tracking (GIISST) – costruito come il rapporto tra la giacenza effettiva di magazzino e quella ideale. Le stime effettuate mostrano che l’indicatore tornerà a livelli normali – ossia pari all’unità – tra il terzo o quarto trimestre del 2022. La Società precisa, però, che tale previsione riguarda una visione complessiva del mercato dei chip e, pertanto, deve essere considerata con alcune sfumature[7].

Altra variabile utile per misurare l’evoluzione della carenza dei chip, è quella dei tempi di consegna – ossia il divario tra quando un semiconduttore viene ordinato e quando viene consegnato. Questo indicatore è chiaramente molto importante perché cattura anche le interconnessioni con l’ecosistema delle materie prime essenziali per la produzione di semiconduttori. La ricerca condotta da Susquehanna Financial Group mostra che i tempi di consegna risultano in diminuzione per il settimo mese consecutivo: si è passati da una media di 27,1 settimane di maggio a 24 settimane a dicembre 2022. I tempi restano comunque elevati rispetto alla media pre-pandemia di 12-15 settimane. LevaData esaminando un paniere di 20 diversi tipi di semiconduttori comunemente usati sul mercato (dai circuiti integrati ai semiconduttori di potenza) ha notato per alcuni di essi una tendenza in calo dei tempi di consegna ed ha formulato una prospettiva, forse ottimistica, sulla potenziale sequenza temporale futura di questi tempi per le differenti tipologie di chip. Secondo tale prospettiva i tempi di consegna potrebbero tornare alla normalità per tutte le tipologie di semiconduttori nel 2024, grazie alla nuova capacità produttiva che entrerà in funzione tra il 2022 e il 2023. Tuttavia, la Società fa presente che i tempi di consegna potrebbero attestarsi su una media di lungo termine più elevata. Le analisi della S&P Global Mobility (agosto 2022), mostrano tempi di consegna in miglioramento per i microcontrollori, mentre quelli dei chip analogici rimangono elevati (circa 4 volte superiori alla media di lungo termine). La S&P ritiene che la fornitura analogica continuerà a causare difficoltà all’interno della catena di fornitura automobilistica.

Infine, KPMG e Global Semiconductor Alliance hanno condotto, nel quarto trimestre del 2022, la 18° indagine annuale sull’industria globale dei semiconduttori. L’indagine raccoglie le opinioni sull’andamento dell’industria nel 2023 di 151 manager di grandi aziende. Il 65% degli intervistati ritiene che la carenza di fornitura di semiconduttori si attenuerà nel 2023, il 15% pensa che il mercato sia già in equilibrio per la maggior parte delle tipologie di chip prodotti e il 20% ritiene che la carenza durerà fino al 2024 o oltre. L’indicatore di fiducia costruito – Semiconductor Industry Confidence Index – ha raggiunto un punteggio di 56 per il 2023 (un valore superiore a 50 indica una prospettiva più positiva che negativa), ma rimane comunque inferiore rispetto ai valori registrati nei quattro anni precedenti.

6. Conclusioni

L’industria dei semiconduttori si caratterizza per un’elevata complessità, a partire dal processo produttivo in sé, che si basa su una catena di approvvigionamento globale. Ciò comporta che in caso di interruzioni, come accaduto negli ultimi due anni, si verifichino conseguenze negative, anche gravi, su diversi settori e sui Paesi utilizzatori. La sfida è quella di raggiungere una situazione di equilibrio tra l’offerta di semiconduttori e la domanda, in continua crescita. L’attuale contesto geopolitico, caratterizzato da forti tensioni, destabilizza la catena di fornitura, a partire dalla reperibilità di materie prime essenziali per la produzione. Tale quadro si traduce in una carenza di semiconduttori che affligge ormai le economie di tutti i paesi. Una possibile soluzione consiste in una riconfigurazione della catena di approvvigionamento, al fine di diversificare i fornitori e creare siti produttivi domestici con l’intento di ampliare la capacità produttiva. Ciò implica la realizzazione di grandi progetti di investimento da parte delle aziende leader ma anche il supporto dei Governi, perché in un contesto così incerto, le risorse private potrebbero essere limitate.

Le strategie di policy definite dalla Commissione Europea e dall’Italia vanno nella direzione giusta. Occorre agire con rapidità per stare al passo con l’elevato ritmo di innovazione tecnologica del settore. L’Europa persegue l’obiettivo della creazione di un ecosistema di microchip resiliente e all’avanguardia, che passa anche attraverso il raggiungimento di una “massa critica” sui volumi produttivi, al fine di rendere conveniente la costruzione di nuovi stabilimenti e la messa in sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime critiche. Cooperazione sul fronte delle forniture di chip tra le aziende utilizzatrici, attività di monitoraggio delle catene di fornitura, e un rafforzamento della politica commerciale europea sull’approvvigionamento di materie prime critiche, possono rappresentare delle soluzioni vincenti. L’ampliamento della capacità produttiva richiederà ancora tempi medio-lunghi ed esistono dei rischi concreti di ulteriori interruzioni della produzione di semiconduttori. Il miglioramento dello shortage, misurato secondo alcuni indici, va letto, quindi, con prudenza anche perché potrebbe essere temporaneo e riguardare solo alcuni settori utilizzatori a scapito di altri, come quello dell’automotive.

Bibliografia

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Bloomberg (novembre 2022), Chip Delivery Times Shrink in Sign That Supply Chain Is Easing. Supplemental data provided by Susquehanna Research as of November 2022

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Commissione Europea (2020). Resilienza delle materie prime critiche: tracciare un percorso verso una maggiore sicurezza e sostenibilità. COM 2020/474.

Commissione Europea (2022). Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council – Establishing a framework of measures for strengthening Europe’s semiconductor ecosystem (Chips Act) COM/2022/46 final

Comunicato stampa SEMI (2020). SEMI statement on new U.S. export control regulations.

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Federal Reserve Bank of New York, Global Supply Chain Pressure Index, https://www.newyorkfed.org/research/gscpi.html

Gartner (2023) Gartner Says Worldwide Semiconductor Revenue Grew 1.1% in 2022.

Gartner (2022) What’s Ahead for Semiconductor Shortages.

Intel, Investor Relations: https://www.intc.com/

KPMG e GSA (2023) Global semiconductor industry outlook for 2023 – Leaders optimistic about growth, driven by automotive and the end of the chip shortage.

LevaData (2022). Semiconductor Lead Time Updates: the Forecast for 2022. https://levadata.com/semiconductor-lead-time-updates-the-forecast-for-2022

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Teer J. e Bertolini M. (2022). Reaching breaking point. The semiconductor and critical raw material ecosystem at a time of great power rivalry.  The Hague Centre for Strategic Studies. Ottobre 2022.

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U.S. Geological Survey (2022). Mineral commodity summaries 2022: U.S. Geological Survey, 202 p., https://doi.org/10.3133/mcs2022.

Note

[1] La legge di Moore afferma che il numero di transistor contenuti in un chip, o circuito integrato, raddoppia circa ogni 18 mesi o due anni, rendendo i chip più potenti, più veloci e più economici. Oggi la tecnologia produttiva più avanzata consente di lavorare a dimensione di 7 – 5 nanometri e sta evolvendo verso i 3 – 2 nanometri.

[2] Il diametro di un wafer è misurato in millimetri (mm). Esso determina quanti chip possono essere realizzati su di esso. Un diametro maggiore consente un maggiore ammortamento dei costi fissi, con conseguente minor costo per chip. Le prestazioni di un semiconduttore sono indipendenti dalla dimensione del wafer. Dal 2002, i wafer di dimensioni più grandi hanno un diametro di 300 millimetri.

[3] Neon, elio e NF3 (trifluoruro di azoto) sono gas rari, necessari e non sostituibili per la produzione di semiconduttori, pertanto, il loro stabile ed efficiente approvvigionamento riveste un’importanza strategica.

[4] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sk/STATEMENT_22_5523

[5] Nel 2014 la Commissione ha definito i criteri in base ai quali consentire gli aiuti di Stato all’interno del mercato unico, attraverso lo strumento di politica industriale degli Important Projects of Common European Interest (IPCEI).

[6] Il GSCPI integra una serie di parametri con l’obiettivo di fornire un riepilogo completo delle potenziali interruzioni della catena di approvvigionamento. Tra questi parametri rientrano: i costi di trasporto globali, misurati dal Baltic Dry Index (BDI) e dall’indice Harpex e quelli del trasporto aereo del Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti e infine alcune componenti (i tempi di consegna, gli arretrati ed il valore delle scorte acquistate) del Purchasing Managers’ Index (PMI).

[7] Ad oggi ancora non esistono verifiche ufficiali sulla previsione effettuata.

Fonte