Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
25/06/2026
La sfida industriale dei computer quantistici
Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.
Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.
La sfida del freddo
Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Alphabet – operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.
Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro Pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.
Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.
Una pluralità di approcci
Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.
Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.
Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.
Il problema del talento
La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.
La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.
Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.
Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.
La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.
In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.
Fonte
09/07/2025
Intelligenza artificiale, crisi delle competenze, simulazione del saper fare
Il dibattito sull'IA si dovrebbe schiodare dalla dimensione filosofica del passato, incentrata sulla domanda se una macchina possa pensare, per includere l'impatto sociale di queste tecnologie.
C'è una questione già presente: cosa accade quando chiunque può produrre risultati che sembrano provenire da un esperto senza esserlo davvero? L'apparente "democratizzazione" della conoscenza o delle competenze in realtà alimenta un equivoco colossale.
Andiamo indietro nel tempo per dare un'occhiata a una rivoluzione che rimosse barriere all'accesso di una tecnologia. Il boom dei personal computer aveva portato con sé prima quello dei sistemi operativi e poi quello delle interfacce grafiche (MacOS prima, Windows poi). E la maggior parte del software più importante, dal sistema operativo agli applicativi più rilevanti, inclusi quelli per la programmazione, era a pagamento. Poi arrivò Linux, gratuito: qualcuno commentò in chiave marxista, dicendo che i mezzi di produzione erano stati distribuiti alla popolazione.
Con Linux e il free software, in potenza, chiunque poteva programmare in vari linguaggi, da C ANSI a SQL. Ma rimaneva una barriera intrinseca: l'apprendimento dei linguaggi. Imparare un linguaggio richiede tempo e impegno. Se pensate che impegno lo richiedano Python o R, considerate il Fortran o tutta la faccenda dei puntatori in C... Se dovessi cercare nella mia memoria un caso di genialità che ho visto all'opera direi che era quello di qualcuno che, programmando, apriva il core dump, ci dava un'occhiata e esclamava "Ah, ecco il problema!". Era un mondo in cui ogni competenza per essere acquisita non richiedeva soltanto studio e pratica, ma anche capacità analitiche.
L'interfaccia con linguaggio naturale rimuove queste barriere, in tutti i sensi: si può anche chiedere al GPT codice Python o SQL o che altro senza avere alcuna conoscenza o pratica di quei linguaggi. Con l'imparare a scrivere prompt l'asticella della competenza necessaria è stata ricollocata raso terra.
Oggi assistiamo a studenti che generano tesi di laurea di ottanta pagine in tre ore senza aver mai consultato una bibliografia, ad Amazon invasa da opere scritte dall'intelligenza artificiale che, pur contenendo errori concettuali, mantengono un'apparenza credibile, e a sviluppatori che copiano codice da ChatGPT senza comprendere le implicazioni sulla sicurezza informatica.
La questione non è più capire come funzioni l'IA, ma comprendere come funzioni una società in cui l'intelligenza artificiale svolge lavoro per gli esseri umani. Questo cambiamento genera tre crisi fondamentali che minacciano le basi del nostro sistema conoscenza/competenza.
La prima è una crisi epistemica che mette in discussione i nostri meccanismi per stabilire cosa sia e cosa non sia artefatto. Oggi l'intelligenza artificiale dissocia completamente l'output dalla competenza reale: un libro di fisica generato da GPT-4 può apparire identico a quello scritto da un fisico di fama mondiale. Il risultato è che il sapere si trasforma in un teatro di simulazioni dove diventa impossibile distinguere l'umano dall'artefatto e forse, ad un certo punto, questa distinzione finirà per perdere di significato.
La seconda crisi riguarda il merito e solleva interrogativi fondamentali nei processi dell'educazione e dell'istruzione. Due laureati possono presentare tesi formalmente equivalenti, anche se uno ha impiegato sei mesi di lavoro intenso mentre l'altro ha utilizzato l'IA in tre giorni. Le istituzioni, dalle università alle case editrici, si trovano nell'impossibilità di distinguere l'umano dall'artefatto (o il reale dal simulato?), causando un progressivo svuotamento di valore dell'opera scritta. È la falsificazione di un processo: lo studente che ha impiegato sei mesi in quel lasso di tempo ha accresciuto le sue competenze, l'altro no, ma il suo elaborato certifica il contrario.
La terza crisi tocca la motivazione stessa all'apprendimento. Se un sistema può scrivere romanzi, tradurre dal sanscrito o condurre analisi finanziarie al posto nostro, chi investirà ancora anni della propria vita per acquisire queste competenze? Il rischio è la formazione di una generazione di individui superficiali, capaci di utilizzare strumenti sofisticati ma incapaci di comprenderli veramente. Qualcuno potrebbe dire: i social hanno già inscenato questa realtà, con lauree brevi, magari prese online, che potevano pontificare in nome della scienza. Si, ok, ma i social non sono il mondo reale.
Questa rivoluzione si distingue radicalmente da tutte le innovazioni tecnologiche precedenti. La calcolatrice non ha mai simulato la matematica, ma si è limitata ad accelerare calcoli che l'utente era già in grado di comprendere. Google non scriveva contenuti al posto dell'utente, che doveva comunque possedere le competenze per cercare informazioni e sintetizzarle. Il GPT, o quello che sarà il suo successore, genera invece output completi senza richiedere comprensione o competenza, spezzando definitivamente il legame tra apprendimento e produzione di contenuto.
Nel peggiore dei casi, potremmo vedere il collasso completo del sistema di conoscenza certificata, con istituzioni educative e editoriali che perdono rilevanza di fronte alla capacità dell'IA di fornire risposte immediate. Il sapere rischierebbe di frammentarsi in micro-verità algoritmiche personalizzate, replicando su scala più ampia quanto già accade con i social media.
Ma...
C'è un enorme "ma": per quanto la produzione di contenuti e informazione sia prevalente, nella nostra società, (occidentale -ndR) tutto questo ha implicazioni marginali sul saper fare. O meglio ne ha finché non si confondono i due piani. Un esempio? Cucina e ricette. Se qualcuno dovesse obiettare: "un GPT non ha gusto né olfatto, è un nonsenso chiedergli di creare ricette!" avrebbe la mia piena approvazione. Purtroppo:
Ma qui veniamo al dunque: sono mesi che litigo con un certo pesce perché non riesco a trovare una ricetta che mi soddisfi. Secondo ChatGPT l'idea di marinarlo nella birra chiara con alloro, pepe in grani e scalogno era una buona idea. In realtà l'idea non era per niente buona. E questo è un esempio banale innocuo e terra terra. Il saper fare è inconciliabile con la presente intelligenza artificiale perché riguarda un apprendimento esperienziale.
Il grosso rischio, visto che la confusione tra piani sembra essere l'impronta del presente secolo, è che il saper produrre contenuti sia confuso con il saper fare di ogni ordine. Un GPT non può interagire fisicamente con la realtà materiale. Può generare istruzioni per eseguire task sulla base del dataset su cui è addestrato. E per fare un esempio, con le sintesi organiche può produrre istruzioni assai poco sensate dal punto di vista della ottimalità della procedura, del suo profilo di sicurezza, etc, etc. E poi c'è la grande incognita: i GPT possono produrre output cosiddetti "allucinati". Finché è un'allucinazione che produce contenuti ok. Ma un'allucinazione che produce istruzioni da essere eseguite nel mondo fisico?
In ultima analisi è sempre l'essere umano, il problema.
Fonte
15/01/2024
Il laboratorio del capitale. Metafisica delle competenze e controriforma scolastica
In cammino verso l’Oltre-Scuola
È sintomatico che l’intervento del Ministro Valditara alla Presentazione del Programma Nazionale “Suola e competenze 2021-2027”[1] sia passato relativamente inosservato. Dalle parti degli “ultra-pedagogisti” di sinistra[2] che lo avevano subito bollato come fascistissimo rappresentante di una scuola passatista, gentiliana e dal pugno duro non si è levato suono. Si capisce il perché. Non avrebbero saputo cosa dire.
Non tanto perché nel giro di un anno il Ministro ha imbellettato il proprio profilo, passando dalla “pedagogia dell’umiliazione” a farsi improbabile paladino di una scuola dell’inclusione, della lotta al sessismo e dell’educazione all’affettività, ma, ciò che più conta, perché la sua amministrazione del PNRR esprime perfettamente le linee ideologiche che da sempre accomunano i desiderata dell’UE e quelli della pedagogia sedicente “progressista”.
Queste ultime convergono nel sottrarre ogni autonomia al lavoratore docente attraverso una sussunzione del suo operato in schemi produttivi, “efficienti”, para-aziendalistici, asservendolo al contempo sempre più a compiti eteronomi di soddisfazione dell’utente-cliente scolastico, con particolare attenzione alle sue esigenze psicologico-emotive e “creative”[3].
Valditara e la pedagogia di sinistra marciano all’unisono, il cammino verso l’oltre-scuola, la Überschule del futuro, è ormai già segnato: i volti e lo stile di chi si avvicenda al MIUR sono relativamente indifferenti rispetto a un’agenda già scritta che esprime tendenze oggettive, di lungo periodo.
Questa agenda è infatti indipendente dalle volontà dei singoli perché è determinata dalla forma stabile che i rapporti produttivi assumono in un ordine sociale capitalistico e dal conflitto tra le esigenze di questi rapporti e quelle espresse dai cittadini in quanto lavoratori e futuri lavoratori, nonché da quelle di istituzioni – come la scuola – che nascono e si sviluppano su coordinate se non totalmente antagonistiche, sicuramente molteplici, stratificate, contraddittorie, spurie rispetto a quelle.
La duplice riduzione del sapere tecnico e di quello umanistico
Altrettanto sintomatico è che nel discorso del Ministro, per tacere di tutti coloro che lo hanno seguito nel convegno, non sia stata spesa una parola chiara per spiegare cosa si intenda con l’espressione “competenze”. Eppure sono proprio queste “competenze” che la scuola si impegna a sviluppare nei prossimi anni e verso cui dirige ingenti finanziamenti. Allo stesso tempo, tuttavia, le pur vaghe parole spese nel convegno chiariscono molto bene quale sia la posta in gioco politica di quella che potremmo chiamare “metafisica delle competenze”.
Le competenze costituiscono infatti un termine dalla ambigua natura descrittivo-prescrittiva: chi dice “competenze” vuole descrivere al tempo stesso come funziona la conoscenza e come dovrebbe funzionare.[4] In realtà usando quel termine si esplicita soltanto un certo modo di intendere il sapere e la trasmissione del sapere dentro una determinata epoca dello sviluppo industriale e l’insieme prescrittivo delle regole che i rapporti produttivi impongono alla società nel suo complesso e alle singole agenzie educative.
Ciò avviene attraverso una duplice riduzione che colpisce tanto il sapere tecnico-professionale quanto quello generale-umanistico. Dal primo ci si aspetta un immediato collegamento col mondo del lavoro, cioè delle imprese, attraverso la vetusta idea secondo cui queste ultime potrebbero determinare autonomamente contenuti formativi rilevanti.[5] Il sapere umanistico, dal canto suo, svapora in una generica preparazione alla “cittadinanza”, obiettivo che, a sua volta, ne sintetizza altri due essenzialmente diversi: formare un cittadino consapevole e permettergli una migliore inclusione sociale, garantirgli delle possibilità di “successo”, addirittura di “felicità”.
Omnia vincit laboratorium
Questo doppio movimento viene alla luce in modo fin troppo evidente prestando attenzione al modo in cui il discorso sulle competenze si intreccia con la parola chiave del discorso del Ministro: laboratorialità. I fondi stanziati dal MIUR e dall’UE sono infatti vincolati dall’applicazione di una “didattica laboratoriale”. Questo concetto appare al tempo stesso espressione di una gretta materialità e del più vacuo idealismo. Il discorso del Ministro riferisce l’investimento a cose apparentemente concretissime come il “cablaggio” e la “digitalizzazione” ma, con egual enfasi, si invola verso i cieli della lotta alla “dispersione scolastica” e al “divario nord-sud”.
In realtà, si tratta del solito sguardo sbilenco del riformismo pedagogico che sopravvaluta il potere trasformativo della scuola e sottovaluta le conseguenze pedagogiche della trasformazione sociale: in tal modo si lasciano intatte le cause che rendono impossibile una democratizzazione della scuola e della società mentre ci si balocca con un processo di democratizzazione immaginario che partendo dalle aule avrebbe il compito di porre fine alle storture nella realtà sociale.
Nel suo recente intervento alla festa di Atreju[6] il Ministro ha ricordato i tempi in cui la scuola riusciva invece a combattere le differenze di classe e garantire mobilità sociale. Si è scordato di ricordare che la scuola poteva riuscirci – una scuola cento volte più “autoritaria”, “frontale” e “nozionistica” di oggi – perché i rapporti produttivi erano investiti dalla potenza espansiva di una classe operaia ben organizzata, garantita da riforme sociali conquistate in lotte durate anni, all’interno di un movimento propulsivo che procedeva non solo dalla scuola in direzione della società ma piuttosto all’inverso. Lo scenario delle relazioni industriali oggi appare invertito, subiamo la controffensiva di un’egemonia liberista ormai consolidata che spariglia ogni opposizione organizzata dei lavoratori, le differenze sociali diventano siderali e l’attuale compagine di governo smantella ogni residua traccia di sostegno al reddito delle classi subalterne.
Questo scenario è dato per scontato, tanto dai governi liberisti quanto dalla pedagogia liberal. Per entrambi, se la scuola non riesce a combattere le disuguaglianze e la dispersione scolastica, se la scuola insomma è ancora “classista”, è colpa della vecchia lezione frontale, con il suo approccio autoritario, nozionistico e passivizzante.[7] L’orientamento laboratoriale avrebbe invece il potere mistico e taumaturgico di trasformare le scuole in “hub educativi” producendo “un’azione sociale e psicologica” in grado di “portare i ragazzi nelle scuole”.
Questo potere di seduzione verso le giovani generazioni deriverebbe dalla possibilità di rendere più molteplice e concreto l’insegnamento, di “personalizzarlo”. Si parla di “sport”, “teatro”, “musica” e tante cose belle che si posson fare nei laboratori. Ma come il canto delle sirene questo refrain ha il suo lato oscuro e a sua volta classista. Quando gli esperti dell’INDIRE esprimono il potenziale della didattica laboratoriale per tutte le aree parlano della possibilità per gli studenti di “entrare materialmente” nella disciplina e di “manipolare” i contenuti. Si incoraggia così l’attività degli studenti ponendo a essi delle “sfide” e alimentando la loro “curiosità”. L’apprendimento diventa “concreto” e si muove in direzione del problem solving.[8]
Prima di mostrare come questo discorso colpisca il sapere non solo umanistico ma quello teorico in genere, andiamo a vedere come viene intesa la “personalizzazione” dell’apprendimento rispetto al sapere tenico-professionale. I recenti tentativi del Ministro di approvare una riforma in quest’ambito hanno suscitato proteste e opposizioni perché è evidente l’intento di rendere il sapere una variabile dipendente dagli interessi delle imprese.[9] In effetti nel discorso del Ministro questo è detto a chiare lettere. La “personalizzazione” viene ottenuta non solo costruendo “ambienti di apprendimento” ma anche formando personale in modo specifico. Ora, questa formazione non riguarda, ovviamente, le conoscenze disciplinari ma l’istituzione di figure di “tutor” e “orientatori” che hanno il compito di costruire un percorso scolastico “su misura”. Dello studente? Certo ma in quanto studente che apprende orientandosi già verso il mercato del lavoro! E dunque non solo su misura delle sue “potenzialità” ma anche – e direi soprattutto visti i rapporti di forza vigenti tra le classi – delle potenzialità e delle aspettative delle aziende. Il Ministro parla esplicitamente della didattica laboratoriale come lo strumento attraverso cui la scuola si apre “alle esigenze del lavoro espresse dal territorio”. Ad un certo punto esplicita questo retro-pensiero con un bel lapsus in cui sottolinea la matrice labor dell’espressione laborialità.
Classe, classismo e classici
Non bisogna però cadere nell’errore di ritenere questo apprendistato come una richiesta da parte delle aziende di una formazione specifica e già tecnico-operativa. Questa è una visione parziale che non comprende la reale funzione modellatrice del rapporto di classe rispetto alla trasmissione del sapere. Le aziende sanno benissimo – meglio di quanto non sappiano ministri e pedagogisti – che le conoscenze tecniche e le richieste del mercato del lavoro cambiano tanto più velocemente quanto più il capitale riesce a mettere a frutto la tecnologia avanzata al servizio dell’accumulazione di plusvalore. Ciò che a esse serve perché quell’accumulazione possa realizzarsi sono due cose molto precise: una formazione elastica che dia al lavoratore gli strumenti cognitivi che gli permettano di adattarsi a sempre nuovi contesti e la sua disponibilità a sottomettersi a un processo produttivo che lo espropria integralmente di ogni autonomia sui modi, spazi e tempi di lavoro. I valori che animano la nuova scuola sono perfettamente allineati a queste richieste. La “creatività” tanto sollecitata deve preparare a quel creativo sforzo di adattamento continuo attraverso cui, come dice Masino, è il lavoratore stesso “a provvedere alla taylorizzazione del proprio lavoro”.[10]
Per questo, in realtà, l’opposizione alla scuola tradizionale muove dalla traduzione in termini sempre meno contenutistici e sempre più pratico-operativi tanto nel campo del sapere tecnico, quanto di quello scientifico e umanistico. L’attacco alla lezione frontale è a sua volta finalizzata ad un attacco all’autonomia del docente-lavoratore. Non solo. Attraverso una critica generica dell’insegnamento tradizionale, visto al tempo stesso come troppo “nozionistico-contenutistico” e troppo “astratto”, si vuole colpire una forma della trasmissione del sapere che aveva come scopo la costruzione di una solida formazione teorica che pretendeva di padroneggiare concettualmente nessi costruiti attraverso una mole molto ampia di contenuti disciplinari. Il fallimento della scuola pubblica non sta in quello che faceva ma in ciò che non riusciva a fare: elevare le masse a una comprensione concettuale del mondo e del proprio posto nel mondo, mostrare le vie contraddittorie ma vitali dell’universalizzazione.
L’attacco alla lezione frontale ha lo scopo di manomettere questo aspetto della trasmissione del sapere favorendo invece skills cognitive di altro tipo: da un lato, attiva lo studente in quanto cliente e consumatore di cultura, incoraggiandolo a “scegliere” ciò che più lo aggrada, fissandolo così alla propria identità, alle proprie inclinazioni; dall’altro, lo addestra ad apprendere solo ciò che risulta spendibile in una pratica ottusa e limitata, consegnandogli compiti da svolgere. Lo addestra al lavoro eterodiretto, alla sua forma squisitamente capitalistica.
La metafisica delle competenze
In tutto questo le “competenze” fungono da concetto ideologico fondamentale, sono l’architrave teorico della laborialità. Esse vengono evocate per alludere ad una forma di sapere consustanziale ai rapporti produttivi dominanti. Nel corso degli anni le competenze hanno assunto infatti i più diversi significati, la loro ampiezza è cambiata (dalle “competenze di base” alle “competenze di cittadinanza”), così come il loro oggetto e la loro funzione (dalle “competenze chiave” alle “competenze trasversali”).[11]
Si potrebbe, e si dovrebbe, ovviamente contestare alla radice questa ricerca di una definizione sempre più precisa delle “competenze”. A partire dalla distinzione stessa tra conoscenze e competenze che è totalmente astratta. Lo stesso punto di vista che concepisce lezione, studio e verifica come momenti “separati”, dunque astratti, del processo formativo pretende poi risolvere il problema creato dalla propria falsa astrazione attraverso la falsa concretezza della didattica laboratoriale. Se, come si ribadisce ad nauseam, non esistono competenze senza conoscenze non può che essere vero anche il contrario. Oltre che astratta la nozione di competenza appare quindi spesso del tutto pleonastica poiché ogni disciplina che venga appresa non in modo pedantesco e meccanico ma con passione, rigore e continuità produce motu proprio un passaggio di livello metacognitivo.
Le competenze appaiono come l’esito di una stratificazione ridondante e arbitraria: da un lato dicono un po’ sempre la stessa cosa, dall’altro mescolano cose assolutamente diverse e inconciliabili; per un verso sono legate alla pratica operativa, per un altro si involano verso livelli spiritualistici di autocoscienza. Se il saper-fare è sempre legato a un apprendimento di tipo performativo che ne garantisce, tra l’altro, la misurabilità, la competenza si eleva anche, consapevolmente, al di sopra del piano delle “mere” conoscenze.[12] E questo è non solo difficilmente misurabile ma anche difficilmente definibile senza entrare in un circolo vizioso. Ogni volta che questo aspetto della competenza viene codificato, infatti, ad es. attraverso le famigerate tabelle ministeriali, ci troviamo di fronte ad affermazioni tautologiche: l’alunno “sa scegliere”, “padroneggia”, “discute criticamente” ecc.[13]
Passando alle competenze “chiave”, a quelle “trasversali” fino alle competenze di “cittadinanza” che dovrebbero accompagnare le transizioni green e digitali dell’UE (per tacere del recente pilastro sui diritti sociali), entriamo in un vortice di definizioni sempre più pretenziose e vacue che coinvolgono la dimensione psico-emotiva ed attitudinale, l’arte di “apprendere ad apprendere”, il possesso degli strumenti per una maggiore inclusione sociale, senza farci mancare, ovviamente, la valorizzazione di competenze falsamente neutrali come la leadership e l’imprenditorialità.
Dalle competenze alla critica dell’ideologia
A poco servono le iniezioni di “valori” con cui l’UE pompa le competenze fino a farle esplodere. Esse restituiscono un’immagine di come l’UE si autorappresenta: un mondo in cui è possibile amministrare il conflitto perpetuando l’oppressione sociale nel momento stesso in cui se ne denuncia l’inammissibilità de iure. Il suo pragmatismo civile è fatto della stessa pasta inconsistente delle sue competenze e della sua laborialità: come quelle mescola nobili idealità e cieco operazionismo. Come quelle sprofonda nell’irrazionalità perché si rifiuta di riconoscere che è la parzialità della logica autoritaria del capitale a impedire il progresso dell’universale come forma realizzata della vita collettiva.
La scuola del futuro dovrebbe favorire la “creatività” e insegnare come “apprendere ad apprendere”. Ma di chi è quella “creatività”? E per fare cosa dovremmo apprendere ad apprendere? Se alla scuola pubblica viene sottratta la capacità di pensarsi come luogo alternativo tanto al consumo quanto al mondo del lavoro, non le resta alcuna alterità da rappresentare rispetto a queste sfere in cui domina incontrastato il capitale.
La “creatività” di cui possiamo essere portatori collettivamente è inversamente proporzionale a quella che possiamo esprimere individualmente. E questo è tanto più vero nelle relazioni industriali in cui, come si è visto, la creatività deve accompagnarsi sempre alla capacità di riformulare un compito assegnato e circoscritto. Nella fase espansiva della socialdemocrazia la creatività della classe operaia lottava contro la gabbia d’acciaio di una razionalità di classe, voleva entrare dentro quel meccanismo espansivo e appropriarsene per rovesciarne la razionalità in direzione di una reale universalità: un compito che univa il sapere umanistico, scientifico e tecnico.
L’attuale attacco alla scuola pubblica va in direzione esattamente contraria: asseconda le pulsioni anarcoidi della soggettività neoliberale e distrugge ogni possibilità di un sapere trasformativo, di un inveramento rivoluzionario della cultura classica. Anche il suo anti-autoritarismo è una parodia della lotta che fu e che, nei suoi momenti migliori, vedeva alleati studenti e docenti contro l’autorità del capitale nei confronti del lavoro. La tendenza attuale a mettere in discussione ogni asimmetria nel rapporto docente/discente è piuttosto una forma di preparazione al team-working. L’insegnante, che pure ha dalla sua il potere di disporre dell’alunno, deve incarnare un potere buono e condiscendente, deve prefigurare la condizione in cui il lavoratore assumerà spontaneamente il compito di collaborare al proprio sfruttamento, si sentirà non oppresso ma partner dell’oppressore.
Se allo studente viene insegnato che la creatività precede e non segue l’apprendimento non potrà accedere alla consapevolezza che la creatività non solo non è “sua” ma si realizza appieno solo con gli altri. Che la trasformazione della vita è opera di quella libertà che inizia veramente solo laddove si impara a riconoscere la sua forma mistificata e oppressiva.
Note
[1] Presentazione del Programma Nazionale SCUOLA E COMPETENZE 2021-2027
[2] Cfr. Marco Maurizi, L’invasione degli ultra-pedagogisti. Scuola democratica, universalismo e lotta di classe, in Sinistrainrete.info
[3] Cfr. Marco Maurizi, La scuola della crisi. Lavoro docente ed emancipazione sociale, in Kulturjam, 17/07/2022, ora in Id., Ecce Infans. Diseducare alla pedagogia del dominio, Novalogos, Aprilia 2023, pp. 71-77.
[4] Sull’onda di una concezione pedagogica moralistica e soggettiva, che si spaccia per “concreta” e “operativa” ma che muove invece da uno sguardo astratto, tutto concentrato sulle “relazioni” all’interno dell’istituzione scolastica. Si tratterebbe piuttosto di partire dalla posizione e dal ruolo della scuola nella società, materialisticamente intesa.
[5] Michele Dal Lago, L’autosufficienza educativa dell’impresa: una lettura critica, in “Altronovecento”, n. 22, 1/02/2013. Molte idee che sostengo in questo articolo sono una ripresa di concetti che Dal Lago aveva già elaborato in questo saggio di dieci anni fa. Colgo l’occasione per ringraziarlo del costante lavoro di stimolo e di chiarimento. Sull’ideologia neoliberista che sottende la recente “riforma” della formazione tecnica e professionale cfr. Daniele Lo Vetere La riforma dei tecnici e dei professionali e la produzione del capitale umano nella scuola dell’età neoliberale – Le parole e le cose²
[6] L’intervento del Ministro Giuseppe Valditara ad Atreju 2023 (youtube.com)
[7] Daniele Lo Vetere, Difesa della lezione frontale – Le parole e le cose²
[8] Programma Operativo Nazionale 2014-2020 per la Scuola. Competenze e ambienti per l’apprendimento, al convegno di Palermo “Porte aperte all’innovazione”, 15 novembre 2018.
[9] Il Ministro Valditara forza e per decreto attiva la sperimentazione della filiera formativa tecnologico-professionale (flcgil.it)
[10] Masino, citato in Michele Dal Lago, L’autosufficienza educativa dell’impresa: una lettura critica – Altro Novecento | Fondazione Micheletti
[11] Cfr. ad es. Michele Pellerey, Competenze di base, competenze chiave e standard formativi, in Osservatorio sulle riforme, 2006, pp. 67-89.
[12] Piuttosto dovremmo dire, come abbiamo già accennato, che è proprio la pretesa di costituire un livello metacognitivo a sé stante a produrre l’immagine negativa di un livello di “mera” conoscenza fattuale.
[13] Da dove nasce la competenza di chi pontifica sulle competenze è domanda non meno abissale di quella che assale il malcapitato che provi a comprendere come si attivino le competenze del proprio ambito disciplinare specifico. Anche perché, kantianamente, se si potesse inventare una regola preposta a ciò non servirebbe il lavoro “creativo” dell’intelletto che si pretende suscitare nei discenti. I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 132.
Fonte
26/09/2020
Della dolce vita, l’incerta sorte
Raffaele Alberto Ventura, Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti, Einaudi, Torino 2020, pp. 236, euro 14,00
Ricordate dove eravate e cosa vi apprestavate a compiere venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Qual è il vostro alibi che potrebbe scagionarvi dall’aver partecipato al flash mob tutto italiano lanciato e diffuso attraverso l’hashtag “#cantachetipassa”, in cui si invitava a esporre dai balconi e dalle finestre il tricolore, nonché a esibirvi in un afflato canoro/musicale con strumenti, sirene, tamburelli e stoviglie prese a colpi per far rumore, ma anche con telefonini, tablet e casse audio accesi ad alto volume e rivolti verso la strada, ascoltando e facendo ascoltare la vostra hit parade anti-pandemia? E se anche obtorto collo vi siete sentiti costretti a partecipare alla kermesse nazional popolare, ma senza per questo intonare l’inno di Mameli, preferendo l’allegria, la nostalgia, la spensieratezza di “Azzurro”, “Abbracciame”, “Ma il cielo è sempre più blu”, perché non scegliere la canzone “Un senso” di Vasco Rossi, di certo più opportuna per rimarcare la progressiva e ineluttabile ricerca di un senso a quanto era accaduto, stava accadendo e sarebbe accaduto1?
Forse perché il Senso, la Causa, il Fondamento, l’Ordine, l’Origine in grado di comprendere e spiegare il diffondersi della pandemia da Covid-19 ci si aspettava fossero gli ‘esperti’ a comunicarlo; gli stessi esperti utilizzati come paravento dai politici per giustificare provvedimenti eccezionali tali da imbrigliare le normative procedurali di una democrazia, da intravvedervi il compiersi di una dittatura invisibile che sorregge un’apparente libertà di scelta: la democratura. Tant’è che il rimedio contro il terrore provocato dall’imprevedibilità del virus a non pochi è sembrato peggiore del male da curare, soprattutto perché chi avrebbe dovuto capirci qualcosa stentava a farlo, dimostrando di non saper utilizzare al meglio la propria competenza così da generare maggiore insicurezza, al punto da suscitare più dubbi che certezze sul come comportarsi, su cosa e a chi credere.
Della “competenza dei competenti”, l’ultimo libro di Raffaele Alberto Ventura – Radical choc. Ascesa e caduta dei competenti – ci offre un’analisi puntuale e circostanziata in grado di oltrepassare gli aspetti cronachistici del lockdown per ripercorrere la genealogia dell’impellente bisogno di sicurezza che tanto ci attanaglia e che ci induce a consegnare le nostre vite nelle mani di chi possiede la “competenza”, senza riflettere sui modi e i metodi che ne validano il suo conseguimento; non tanto «per mettere in discussione che i competenti sono in grado di produrre dei saperi utili», quanto «per riflettere sullo scarto tra quello che agli esperti viene chiesto e quello che possono fare». Dopotutto se il rimedio è peggio del male, è il caso di riflettere se la nostra ricerca di sicurezza non finisca per «produrre continuamente nuova insicurezza, i nostri sforzi di mettere ordine nel caos a generare disordine»?
Non avvezzo a nessuna logica complottista e neppure solito a schematismi ideologici, Ventura anche in questo suo ultimo saggio ci presenta una realtà sociale dove il bisogno di sicurezza – «da intendersi nel duplice significato di essere al sicuro dai rischi ed essere sicuri di una certa verità: nel primo caso riduce l’incertezza di fronte alle minacce; nel secondo riduce l’incertezza nella comprensione del mondo» [p. 97] – è il sostrato di un modello di vita affermatosi a seguito del benessere economico raggiunto nei paesi occidentali grazie allo sviluppo delle condizioni moderne di produzione che hanno consolidato la separazione fra dirigenti ed esecutori, al punto da delegare ai primi il compito di assicurare ai secondi una sopravvivenza nell’agio di un consumismo foriero di felicità; un do ut des attraverso il quale la sicurezza è stato il valore di scambio predominante per il reciproco interesse, dal momento che «se ogni rapporto di potere è in fondo uno scambio, e ogni scambio è in fondo un rapporto di potere, allora questo rapporto sussiste solo finché è vantaggioso per entrambe le parti» [p. 71].
Forte delle precedenti analisi illustrate ne la Teoria della classe disagiata [2017] e ne La guerra di tutti [2019], Raffaele Alberto Ventura con Radical choc [2020] trae le conseguenze del progressivo decadimento morale, culturale – in una parola valoriale – che ha investito le società occidentali da quando la promessa ideologica di garantire benessere economico e sicurezza per tutti non solo si è mostrata fallace, ma ha condotto l’intera umanità di fronte al rischio del progressivo, lento ma ineluttabile, incepparsi del sistema tecno-burocratico che nel tentativo di correggere gli errori causati dalla rigidità dei meccanismi di funzionamento preposti a garantire stabilità, efficienza e prosperità alla società, inevitabilmente ne genera di nuovi. Soprattutto da quando l’abnorme crescita del ceto medio istruito si è mostrata troppo dispendiosa per i costi di riproduzione della “classe dei competenti”, la classe che «preleva una quota della ricchezza totale in cambio di prestazioni cognitive specializzate» a fronte dei benefici elargiti all’intera comunità sociale. Infatti il suo rapporto di scambio con il resto della società, non è più in grado di garantire benessere e sicurezza, perché è una classe troppo numerosa, troppo esosa, e soprattutto poco efficiente.
Tant’è che il diffuso sospetto generalizzato sulle competenze dei competenti e sulle Verità/Mondo da loro propagandate pone sempre più in dubbio se per davvero «Il competente è una macchina che riduce l’incertezza e garantisce sicurezza» [p. 64]. Tanto più se la sicurezza nel condividere una stessa verità/mondo non è più posta sotto l’egida di un universalismo culturale in grado di scongiurare le tentazioni populiste/nazionaliste foriere di una catastrofica guerra di tutti, al punto da mettere in pericolo la convivenza civile. Perché il problema – chiosa l’autore – non è conoscere la verità, ma nel capire come sia possibile coesistere se non si condivide la stessa realtà in una società del sospetto generalizzato, dal momento che ognuno dispone della propria verità forgiata su piattaforme mediatiche monopoliste, dove l’eccesso di conoscenza, impossibile da padroneggiare, produce fake news spacciate per post-verità; post-verità determinate da un sovraccarico cognitivo [information overload] che conduce o alla paralisi, oppure a prendere le decisioni più semplici, non per ignoranza ma per conveniente stupidità.
Sennonché, in una società del sospetto generalizzato in cui nessuna verità/mondo fa più da collante, diviene problematico capire come sia possibile la convivenza se sussiste la separazione fra le singole esperienze; a meno di unirle sotto forma di spettacolo che, come insegna Guy Debord, non è che il linguaggio comune della separazione che «unisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato»2 . Pertanto lo spettacolo di Debord – chiosa Ventura – è l’immagine tragica della società, «una burocratizzazione della produzione e del consumo, una mediatizzazione dei rapporti sociali ed economici» [p.78] che ricompone la realtà divisa tramite l’affermarsi di un’organizzazione tecno-burocratica – la Megamacchina di Mumford, in cui gli umani sono gli ingranaggi preposti al funzionamento – inglobante tutto ciò che era direttamente vissuto con lo scopo di riprodurlo al fine di prevenirne il divenire incerto e garantirne la sicurezza di un futuro preordinato. Sennonché, riprodurre l’intera vita quotidiana e riorganizzarla al solo scopo di ridurne i rischi connessi al divenire della vita stessa, comporta «amministrare sempre più spazi e aspetti dell’esistenza, conoscere sempre piú fatti e rischi del mondo, raccontare in modo sempre più convincente lo scambio su cui si basa l’equilibrio sociale» [p. 192], in una «società sempre piú dipendente da una tecnostruttura altamente qualificata, che la società stessa riesce a finanziare e legittimare sempre meno» [p. 225].
Tecnostruttura, il cui vero incubo – ed è questo il nocciolo dell’analisi di Ventura – «non è la sua inscalfibile razionalità, ma sono le venature di follia che la percorrono» [p. 144]; fra tutte, preferire di sopra-vivere nel benessere confortevole e sicuro della “dolce vita” all’interno di una gabbia d’acciaio burocratica, piuttosto che accettare la “incerta sorte” di un divenire ipotetico nella complessa e problematica coesistenza con la natura. Preferenza che finge di ignorare quanto la messa in sicurezza da tutti i rischi cui sono sottoposti i nostri corpi vivi – fino ad ingabbiarli nella Rete e sostituirli con degli avatar immaginifici – sia un rischio ben più grave, poiché obbliga i nostri corpi a non-vivere il rischio di vivere; perché, «se è vero che ci sono rischi esiziali che non possiamo permetterci di correre, c’è anche un rischio nel volerci proteggere da tutti i rischi» [p 21]. Un rischio che raggruma tutti i rischi determinati proprio dalla separazione fra la realtà e la sua rappresentazione spettacolare, al punto che – scrive Raffaele Alberto Ventura nell’introduzione alla sua analisi scioccante sul declino della competenza dei competenti – «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di rischi»3.
La promessa di vivere riducendo i rischi congeniti della vita si è dunque dimostrata un impegno che la classe dei competenti fatica a mantenere, al punto da decretarne l’impellente rovina; rovina che l’autore, sin dall’introduzione, illustra attraverso tre fattori che hanno causato l’ascesa e la caduta dei competenti, determinando il consequenziale effetto “populista”.
Il primo è quello di produzione della sicurezza, che definisce la vocazione fondamentale del progetto moderno nel duplice senso di riduzione del rischio attraverso l’intervento tecnico-normativo e di riduzione dell’incertezza attraverso il sapere scientifico. Il secondo concetto è quello di rendimenti decrescenti della competenza, che evoca la tendenza della sfera di produzione della sicurezza a espandersi al di là della sua capacità di ottenere risultati all’altezza degli investimenti collettivi, producendo cosí uno stiramento. ll terzo concetto è quello di disrupzione della ragione, che caratterizza la reazione, «populista» fin dai tempi di Erasmo e di Rabelais, allo stiramento del paradigma di produzione della sicurezza. [p. VIII]Questi tre fattori, Ventura li utilizza come cartina di tornasole per misurare il grado di radicalità nello scenario attuale, dove il populismo alla Trump si contrappone alla presunta «cospirazione della élite» e alla sua sicumera che non esistono alternative credibili alla gestione della Tecnostruttura da parte dei competenti, quando – e il recente lockdown sembra abbia portato in chiara evidenza – è evidente la crisi della élite «sempre meno esclusiva di competenti sempre meno competenti» [p. 164]; soprattutto a seguito del fatto che la presunta selezione della élite in base a criteri meritocratici si è mostrata non soltanto disattesa, ma per lo più inefficace, al punto da diffondere il disagio, la sofferenza, la rabbia fra i tanti esclusi, nonostante l’impegno profuso fino all’esaurimento di tutte le loro risorse economiche e culturali accumulate per la società e per se stessi.
Tutto ciò ha determinato una crisi che inevitabilmente produce scarti «di tipo sia materiale (rifiuti del processo di produzione), sia umano (esclusi dal processo di riproduzione) e procedurale (effetti di secondo ordine iatrogeni)» [p. 224], finendo per alimentare quello che Ventura chiama la disrupzione della ragione, ovvero la rottura [disruption] fra chi è stato assorbito dalla Tecnostruttura e artatamente difende i propri esclusivi privilegi da sostituirli agli interesse della collettività4 , e coloro che ne sono stati esclusi, la cui delusione di non poter raggiungere le tanto agognate aspettative per le quali sono stati formati li conduce a rimpolpare la sempre più ampia “classe dei disagiati”, spingendoli nelle braccia del populismo: «una reazione spontanea ai rendimenti decrescenti della classe competente». Ma, per l’autore di Radical choc, spiegare le motivazioni alla base del populismo è anzitutto comprenderne la logica razionale che le sorregge; infatti, per capire quello che stiamo vivendo «non possiamo accontentarci di analisi prodotte all’interno dei paradigmi dominanti, perché questi sono allo stesso tempo giudice e parte in causa. È necessario prendere sul serio la critica radicale rivolta al sistema della competenza, apparentemente “irrazionale”, per chiederci se la sua razionalità non si situi a un altro livello» [p. 205], incrinando a tal punto la fiducia e la speranza nel sistema economico neoliberista da metterne in discussione i valori universalistici, affermatisi con la massificazione dei produttori/consumatori all’interno del mercato globale.
Ovviamente non si può non essere d’accordo con la teoria dei rendimenti decrescenti della classe competente, che – come la caduta del saggio di profitto di Marx – individua il punto di stiramento della macchina tecnoburocratica nel replicare linearmente le proprie performance dal momento che anche il progresso ha una sua logica intrinseca che nessuna modernità è in grado di nascondere. Del resto, se non si è più obbligati a credere a ciò che non si vede [religione], ma a credere ciò che si vede [spettacolo], è necessario razionalizzare il visibile fino a renderlo identico al reale; e per renderlo ancor più “reale” del reale, lo si matematizza all’interno di uno spazio geografico e virtuale in cui ogni dato è dato per certo, inconfutabile, ma soprattutto identificativo di ciò che deve essere creduto veritiero. Siamo però così sicuri che tutto ciò che si vede è reale, o meglio che il reale è tutto ciò che si vede nel campo visivo predefinito dalla tecnostruttura?
Certo, Ventura lo chiarisce in modo esaustivo: il bisogno di sicurezza determina il fatto che bisogna eliminare il più possibile l’imprevisto, e per farlo si costruisce il reale in funzione del bisogno da soddisfare; bisogno da soddisfare che, però, da bisogno di una sicurezza collettiva [fine] viene trasformato in mezzo atto a garantire la tenuta della Tecnostruttura e a legittimarne il potere decisionale; lo abbiamo amaramente constatato nel corso del lockdown, dove la finalità di mettere in sicurezza la salute di tutti si è trasformata in un mezzo per garantire il prosieguo di una società ultra liberista, messa in ginocchio dal Covid-19 ma pronta a ritornare al più presto alla situazione pre-pandemica. Anche a costo di un temporaneo «“congelamento” tecnocratoriale della democrazia liberale», giustificato in forza dell’eccezionalità della situazione; un sacrificio enorme, ma invocato come urgente e necessario per uscire dallo stallo in cui si trova la Megamacchina. Dopotutto – conclude Ventura con la sua solita dose pessimista – «la modernizzazione era una condizione necessaria della democrazia, ma non sufficiente: a questo punto della nostra storia è opportuno riflettere sulla possibilità che la prima sopravviva alla seconda – cioè che si apra una fase di modernizzazione senza democrazia». [p. 229]
C’è però un altro aspetto che il ragionamento di Raffaele Alberto Ventura mette in secondo piano e che invece potrebbe segnare una svolta all’inevitabile catastrofe che ci accompagna. Vale a dire che ciò che non appare sul piano della realtà visiva – a partire dai nostri corpi obsceni, fuori di scena – non è trattabile, perché «è trattabile solo ciò che è trasportabile. Ciò che non si può sradicare resterà, per definizione, fuori dal campo» [Michel de Certeau]; sennonché, ciò che rimane “fuori dal campo” potrebbe causare un rumore di fondo in grado di disturbare la trasmissione degli ordini valoriali che la Tecnostruttura impone per non essere considerati scarti della società. Certamente, se il rumore di fondo si trasforma in caciara ciò favorirà la nascita del populismo; ma è l’unica «reazione ai rendimenti decrescenti della classe competente»? E se il populismo non fosse altro che un dato matematicamente trattabile, cioè trasportabile all’interno del campo visivo e pertanto trasformabile a piacimento, non è invece possibile intravedere un altro scarto prodotto dal sistema, non riciclabile se non addirittura irriducibile al sistema5? Ventura nel suo saggio non ne fa cenno, anche se la Tecnostruttura, a furia di subire continui choc, non potrà continuare a darci l’illusione di essere in grado di limitare l’incertezza del mondo, poiché «tale illusione è diventata oggi fin troppo costosa. In certi casi, lanciare una moneta potrebbe risultare una pratica non molto piú imprecisa che richiedere il parere di un esperto. E ci costerebbe molto meno» [p. 231].
P.S. Dov’ero, io, venerdì 13 marzo 2020 alle ore 18? Sì, c’ero anch’io sul balcone a canticchiare … avete in mente … El me indiriss di Jannacci … sì? … quando … verso la fine …«Pensarci bene, chissà che fine ann fatt / chî mé cumpagn balor che voreven cambià el mund / E poi la vita … eh la vita, sciuri, la vita … / la vita la fa quel che la voeur / … chi va … chi viene … c’è chi invece … el moeur» (qui).
1) Voglio trovare un senso a questa sera / Anche se questa sera un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa vita / Anche se questa vita un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa storia / Anche se questa storia un senso non ce l’ha / Voglio trovare un senso a questa voglia / Anche se questa voglia un senso non ce l’ha
2) Guy Debord, La società dello spettacolo, I “La separazione compiuta”, § 30
3) Esplicito détournement dell’incipit de La società dello spettacolo in cui Guy Debord stesso aveva rimodellato le prime righe de Il Capitale di Marx: «Tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci»… più precisamente di «spettacoli»
4) «Questo approccio iatrogeno alla sicurezza rappresenta un caso da manuale di quella “sostituzione dei fini” denunciata, fin dai primi anni del Novecento, da Robert Michels nei suoi studi sulle organizzazioni politiche: secondo il sociologo, la sostituzione si compie quando “l’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a se stessa”»[p.117]
5)Si veda il mio «L’irriducibile scarto e la miracolosa utopia», in Altraparola, nn. 2-3, 2019, qui.
Fonte
25/09/2015
Meritocrazia
Marx sosteneva che la divisione sociale del lavoro cesserà nella società comunista (meta della storia umana, lui pensava), quando lo sviluppo dei mezzi di produzione renderà minima e fungibile l’erogazione di ore di lavoro umano. Forse una simile età dell’oro verrà in un futuro lontanissimo ed imprevedibile (personalmente, ho il forte dubbio che possa essere mai realizzabile) ma lasciamo perdere questa discussione: di fatto non è un traguardo in vista, per cui ragioniamo sui dati di fatto destinati a non modificarsi in un tempo prevedibile.
Dunque, la divisione del lavoro esiste, è ineliminabile e non è egualitaria, ma gerarchica, perché ci sono mansioni relativamente “facili”, magari faticose, nocive o pericolose, ma alla portata (almeno teoricamente) di qualsiasi essere umano anche non addestrato: trasportare a spalla sacchi di cemento lo possono fare tutti, salvo il limite della resistenza fisica.
Vice versa, fare il medico, l’ingegnere, il giurista o il pilota d’aereo richiede una preparazione specifica e, quindi, sono mansioni che incorporano una dose di sapere sociale via via maggiore. Badate che la gerarchia di cui parlo non riguarda le persone che fanno questo o quel lavoro, ma le mansioni in quanto tali, il come questo si rifletta poi nella stratificazione sociale è cosa che consideriamo a parte. Ovviamente, questo implica una serie di differenziali di considerazione sociale, di retribuzione, di potere ecc, per cui, altrettanto scontatamente, ci sono mansioni più desiderate di altre e, più si tratta di mansioni apicali, più sono ricercate.
Per scegliere chi farà il chirurgo, il manager, il ministro o il docente universitario, abbiamo questi metodi di selezione possibili:
- per censo;
- per successione familiare;
- per appartenenza di casta;
- per competenza.
Che la selezione avvenga per nomina dall’alto, per elezione dal basso o per prove concorsuali non cambia nulla: i criteri restano quelli elencati perché chi nomina, vota o valuta lo può fare seguendo il criterio del più ricco, della successione per diritto familiare (il congiunto più vicino alla persona da sostituire), per appartenenza ad una determinata casta (corporazione, lobby, partito politico...) o scegliendo il più competente. Credo che, dal punto di vista dell’utilità generale il criterio più auspicabile sia l’ultimo. Poi ci sono le soluzioni di fantasia: per corteggio, a turno, per anzianità, per avvenenza fisica ecc. ma saremo tutti d’accordo a non prenderle in considerazione.
Il criterio della competenza non è di per sé democratico o antidemocratico, ma semplicemente utilitaristico, per cui esso è stato caratteristico (almeno teoricamente o in parte) tanto di moderne società democratiche come quelle scandinave quanto di società antiche e dispotiche come l’Impero Cinese che, appunto, inventò il metodo degli “esami” in cui dar prova delle proprie conoscenze e abilità.
Una società democratica non può eliminare il carattere gerarchico della divisione del lavoro, ma, avendo alla sua base il valore dell’eguaglianza (almeno, così dovrebbe essere) cerca di bilanciare questo dando a tutti la migliore eguaglianza dei dati di partenza, per garantire che il prescelto sia il migliore possibile. Dunque la selezione per competenza (altrimenti detta “meritocrazia”) è propria dei sistemi democratici.
Poi, però, intorno a questo assunto sono sorti molti equivoci, in particolare ad opera di quel confusionario classista di Michael Young che, a fine anni cinquanta, pubblicò “The rise of the Meritocracy” che è un catalogo di esilaranti scemenze. E si iniziò a strologare di misurazione dell’intelligenza (come se fosse un dato innato e come se di intelligenze ce ne sia di un solo tipo) qualcuno iniziò a dire scemenze del tipo di classi differenziate per i ragazzi superdotati, altri di strutturare la società per “classi intellettuali”. Questi sono deliri che non hanno nulla a che fare con il principio della attribuzione delle responsabilità per competenza. Se poi vi dà fastidio il nome, chiamatelo come vi pare, mettiamoci d’accordo, ma il principio della selezione per competenza resta ed è non solo compatibile con la democrazia, ma valore fondante di essa.
Fonte
