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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/09/2026

La corsa al potere quantistico

Non è ancora la macchina capace di cambiare il mondo.
Ma intorno a quella macchina il mondo sta già cambiando.

Il computer quantistico è ancora una tecnologia fragile, costosa e in larga misura confinata ai laboratori, ai centri di ricerca e alle grandi imprese tecnologiche. I problemi da risolvere sono enormi: errori, rumore, stabilità dei qubit, sistemi di controllo, temperature estreme, difficoltà di scalabilità.

Eppure gli Stati stanno investendo.
Le grandi aziende stanno correndo.
I governi stanno elaborando strategie.
Le università stanno formando ricercatori.

E le potenze stanno cercando di assicurarsi le filiere industriali necessarie per non dipendere dagli altri.

Questo dovrebbe bastare per capire che il problema non è soltanto scientifico.
Il computer quantistico è destinato a entrare nella competizione per il potere.

Non sappiamo ancora quando arriverà una macchina quantistica realmente utile su larga scala. Sappiamo però che, quando arriverà, il vantaggio non sarà distribuito automaticamente.

Come è accaduto con i semiconduttori, con Internet, con l’intelligenza artificiale e con le infrastrutture digitali, anche il quantum computing rischia di diventare una questione di proprietà, controllo e accesso.

La domanda, dunque, non è soltanto: chi costruirà il computer quantistico più potente?
La domanda più importante è: chi controllerà l’ecosistema che lo rende possibile?

La macchina che ancora non c’è

Per comprendere la posta in gioco bisogna partire da un paradosso.

Il computer quantistico è ancora lontano dall’essere una tecnologia matura, ma la competizione politica intorno a esso è già molto concreta.

I computer quantistici attuali sono sistemi sperimentali. I qubit sono estremamente sensibili alle perturbazioni dell’ambiente. Gli errori possono accumularsi e rendere inutilizzabile il risultato di un calcolo.

Il problema fondamentale, quindi, non consiste semplicemente nell’aumentare il numero dei qubit.

Bisogna renderli affidabili. Bisogna correggere gli errori. Bisogna costruire qubit logici stabili. Bisogna riuscire a far funzionare sistemi molto più grandi senza perdere il controllo dell’informazione.

È qui che si misura la distanza tra la propaganda tecnologica e la realtà industriale.

Un computer con migliaia di qubit instabili non equivale automaticamente a una macchina capace di risolvere problemi utili. Il vero salto avverrà quando sarà possibile costruire sistemi affidabili, scalabili e tolleranti ai guasti.

Ed è proprio per questo che il problema è diventato politico. Perché la corsa non riguarda soltanto il risultato finale. Riguarda la capacità di costruire, prima degli altri, tutto ciò che serve per arrivarci.

Willow e la politica del possibile

Nel dicembre 2024 Google ha presentato Willow, un processore quantistico da 105 qubit.
L’attenzione internazionale si è concentrata soprattutto sui progressi nella correzione degli errori. È un elemento importante perché la correzione degli errori rappresenta uno dei principali ostacoli alla costruzione di macchine quantistiche realmente utili.

Google ha inoltre presentato risultati molto avanzati in un particolare test computazionale, il random circuit sampling. Ma sarebbe sbagliato trasformare quella dimostrazione in una rivoluzione già compiuta. Willow non è il computer che domani sostituirà i supercomputer. Non siamo davanti a una macchina capace di risolvere in pochi minuti i problemi della medicina, della finanza o dell’ingegneria.

Il punto è un altro. La ricerca sta cominciando a dimostrare che alcuni dei problemi fondamentali del calcolo quantistico possono essere affrontati. E questo modifica le aspettative. Quando una tecnologia appare tecnicamente possibile, il capitale comincia a seguirla. Quando il capitale arriva, intervengono gli Stati. Quando intervengono gli Stati, la tecnologia diventa strategica.

È esattamente questo il passaggio che stiamo osservando.

Il quantum non è un computer più veloce

Bisogna anche liberarsi di un equivoco. Il computer quantistico non sarà semplicemente un computer tradizionale più potente.

Un computer classico lavora attraverso bit che assumono il valore 0 oppure 1.
Un computer quantistico sfrutta invece proprietà della meccanica quantistica, come sovrapposizione ed entanglement, per trattare l’informazione in modo radicalmente diverso.

Questo non significa che il quantum sarà migliore in tutto. Per scrivere un articolo, guardare un film, gestire un archivio o utilizzare Internet, continueremo ad avere bisogno dei computer classici.

Il vantaggio quantistico riguarderà soprattutto determinati problemi. Tra questi, uno dei più importanti potrebbe essere la simulazione di molecole, materiali e processi fisici complessi. Ed è qui che la posta economica diventa enorme.

Nuovi farmaci. Nuovi materiali. Catalizzatori più efficienti. Batterie. Processi industriali. Ottimizzazione. Energia. Finanza. Logistica. Difesa.

Non sappiamo ancora quali applicazioni diventeranno economicamente decisive. Ma sappiamo che una macchina capace di affrontare alcuni problemi oggi proibitivi potrebbe creare enormi vantaggi competitivi per chi la controlla. Ed è precisamente per questo che la tecnologia non è neutrale.

La crittografia: il futuro è già arrivato

C’è però un settore nel quale il problema quantistico non appartiene soltanto al futuro. È la sicurezza digitale. Una parte importante della sicurezza delle comunicazioni contemporanee si basa sulla difficoltà, per i computer classici, di risolvere determinati problemi matematici.

L’algoritmo di Shor ha dimostrato teoricamente che un computer quantistico sufficientemente potente e tollerante ai guasti potrebbe mettere in crisi alcuni di questi sistemi. La macchina necessaria non esiste ancora. Ma il tempo necessario per sostituire le infrastrutture crittografiche esistenti può essere molto lungo. E questo produce una situazione paradossale. I dati possono essere rubati oggi e decifrati domani.

È il principio del cosiddetto “harvest now, decrypt later”. Comunicazioni diplomatiche. Informazioni militari. Dati sanitari. Segreti industriali. Transazioni finanziarie. Informazioni strategiche. Non tutto ciò che viene cifrato oggi perde valore domani.

Al contrario. Una parte delle informazioni più importanti conserva il proprio valore per decenni. Per questo la transizione verso la crittografia post-quantistica è già una questione politica.

Non bisogna aspettare che la macchina quantistica esista. Bisogna prepararsi prima.

Il problema non è soltanto tecnologico

Qui emerge un punto che spesso viene nascosto dalla retorica dell’innovazione. Quando si parla di tecnologia si tende a parlare del prodotto finale. Il telefono. Il computer. Il chip. Il modello di intelligenza artificiale. Il computer quantistico.

Ma dietro ogni tecnologia strategica esiste una filiera. Ci sono materie prime. Semiconduttori. Macchinari. Software. Brevetti. Università. Centri di ricerca. Infrastrutture. Energia. Capitale. Lavoro altamente qualificato. Catene di approvvigionamento.

E soprattutto proprietà. La questione decisiva diventa quindi il controllo dell’intero ecosistema.

Chi possiede i brevetti? Chi controlla i componenti? Chi forma i ricercatori? Chi finanzia la ricerca? Chi possiede i data center? Chi stabilisce gli standard? Chi controlla le infrastrutture? Chi decide a quali soggetti consentire l’accesso alle macchine? La corsa quantistica è già una corsa per rispondere a queste domande.

Stati Uniti: il vantaggio non è soltanto di Washington

Gli Stati Uniti partono da una posizione particolarmente forte. Dispongono di università di livello mondiale, enormi capacità finanziarie, grandi aziende tecnologiche e una rete industriale capace di collegare ricerca, capitale e applicazioni militari. Google, IBM, Microsoft e numerose startup stanno sviluppando architetture e tecnologie differenti.

Ma sarebbe un errore ridurre tutto alla competizione tra imprese. Il punto è il rapporto tra imprese e Stato. Le tecnologie strategiche non vengono lasciate semplicemente alle dinamiche del mercato. Quando una tecnologia può incidere sulla sicurezza nazionale, sulla superiorità militare o sull’autonomia industriale, il confine tra politica industriale e politica estera diventa sempre più sottile.

È già accaduto con i semiconduttori. È accaduto con l’intelligenza artificiale. Sta accadendo anche con le tecnologie quantistiche.

Washington non vuole soltanto essere il luogo nel quale vengono costruiti alcuni dei migliori computer quantistici. Vuole evitare che un concorrente strategico possa utilizzare quella stessa tecnologia per modificare gli equilibri globali.

Cina: la sovranità tecnologica come strategia

La Cina ha compreso da tempo che la dipendenza tecnologica può trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Per questo ha investito nella ricerca quantistica, nelle comunicazioni quantistiche e nelle infrastrutture scientifiche.

La questione cinese non è semplicemente: quanto è avanti la Cina rispetto agli Stati Uniti?
La domanda più importante è: quanto può diventare autonoma la Cina rispetto alle tecnologie controllate dall’Occidente?

È una differenza fondamentale. La sovranità tecnologica non significa soltanto produrre un prodotto nazionale. Significa possedere competenze, infrastrutture e filiere sufficienti per continuare a produrre anche quando l’accesso alle tecnologie straniere viene limitato. È uno dei motivi per cui la competizione quantistica si inserisce perfettamente nella più ampia guerra tecnologica tra Washington e Pechino.

Il quantum non è un capitolo separato. È uno dei fronti della stessa partita.

Europa: la ricerca non basta

E l’Europa? L’Europa possiede università, ricercatori, centri scientifici e imprese di grande valore. Ha investito nel Quantum Technologies Flagship e ha costruito una propria strategia per le tecnologie quantistiche. Il problema europeo è però più profondo della quantità di denaro investita nella ricerca. È il rapporto tra ricerca e industria.

L’Europa sa produrre conoscenza, ma è molto meno capace nel trasformare quella conoscenza in potere industriale. È una debolezza strutturale che riguarda molte tecnologie strategiche.

Si finanzia la ricerca. Si pubblicano studi. Si formano ricercatori. Poi il prodotto industriale viene sviluppato altrove. Il rischio è che anche il quantum segua questo percorso.

L’Europa potrebbe contribuire alla scoperta delle tecnologie del futuro senza riuscire a controllarne la produzione. E in quel caso la questione non sarebbe scientifica. Sarebbe politica. Perché una potenza che non controlla le tecnologie strategiche finisce inevitabilmente per dipendere da chi le controlla.

Una nuova forma di dipendenza

È qui che la questione quantistica diventa anche una questione sociale. Il problema non riguarda soltanto Stati Uniti, Cina ed Europa. Riguarda anche tutti quei Paesi che non dispongono delle risorse necessarie per entrare nella corsa.

Se il quantum computing diventerà una tecnologia fondamentale per la ricerca scientifica, la farmaceutica, la finanza, l’energia e la sicurezza, l’accesso alle capacità di calcolo potrebbe diventare una nuova forma di disuguaglianza. Non avremo soltanto Paesi ricchi e Paesi poveri. Potremmo avere Paesi che producono capacità computazionale e Paesi che la acquistano.

È qualcosa di diverso dal vecchio divario digitale. Nel vecchio divario digitale si trattava soprattutto di avere o non avere accesso a Internet, computer e servizi digitali. Nel nuovo divario potrebbe trattarsi della capacità di produrre conoscenza attraverso macchine estremamente potenti. La differenza potrebbe diventare strutturale. E la sovranità digitale potrebbe trasformarsi in sovranità computazionale.

Il quantum come tecnologia dual use

C’è poi il problema militare. La tecnologia quantistica appartiene a pieno titolo alla categoria del dual use. Può avere applicazioni civili e militari.

La simulazione di materiali può servire all’industria. Ma può anche interessare la difesa. La sensoristica quantistica può migliorare strumenti scientifici. Ma può anche avere applicazioni nella navigazione e nella rilevazione. Le comunicazioni quantistiche possono aumentare la sicurezza. Ma la stessa competizione può svilupparsi intorno alla capacità di attaccare o rendere vulnerabili le infrastrutture altrui.

Non bisogna quindi immaginare una futura “arma quantistica” come se fosse semplicemente la versione successiva della bomba atomica. Il cambiamento potrebbe essere più profondo. Potrebbe riguardare la capacità di conoscere, calcolare, rilevare e proteggere informazioni prima e meglio dell’avversario. E nella competizione tra potenze, questo è già potere.

Una nuova Guerra fredda?

Definire questa situazione una nuova Guerra fredda sarebbe probabilmente eccessivo.

Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso. Le università collaborano. Le imprese competono e contemporaneamente cooperano. Le catene produttive attraversano più continenti. La ricerca scientifica non segue perfettamente i confini politici. Ma una cosa è cambiata.

La tecnologia è tornata al centro della competizione tra Stati. Non è più possibile separare nettamente politica industriale, sicurezza nazionale e politica estera. I semiconduttori lo hanno dimostrato. L’intelligenza artificiale lo sta confermando. Il quantum potrebbe portare questa dinamica a un livello ancora più alto.

Non è quindi necessario parlare di nuova Guerra fredda. È sufficiente riconoscere che siamo dentro una nuova competizione tecnologica tra potenze.

Il capitale segue il potere

C’è infine un elemento che spesso viene lasciato ai margini. Il ruolo del capitale.

Le grandi tecnologie contemporanee richiedono investimenti enormi e tempi lunghi. La ricerca quantistica non fa eccezione. Questo favorisce la concentrazione. Le grandi aziende possono permettersi laboratori costosi. Gli Stati possono finanziare programmi pluriennali. I piccoli Paesi possono avere difficoltà a sostenere una competizione nella quale servono contemporaneamente ricerca fondamentale, infrastrutture, capitale umano e capacità industriale.

Il risultato può essere una concentrazione del potere tecnologico nelle mani di pochi grandi attori. E questo produce una domanda che non è più soltanto economica. Chi controlla la tecnologia controlla una parte crescente delle condizioni nelle quali l’economia può funzionare. È questa la vera trasformazione.

L’Europa davanti a una scelta

Per l’Europa la questione diventa quindi particolarmente delicata.

Non basta dichiarare che il quantum è strategico. Non basta finanziare qualche programma. Non basta produrre ricerca scientifica di qualità. Serve una politica industriale. Serve una filiera. Servono infrastrutture. Serve formazione. Servono investimenti di lungo periodo. E serve soprattutto una decisione politica: l’Europa vuole essere un soggetto della competizione tecnologica o soltanto il mercato nel quale altri venderanno le tecnologie che hanno sviluppato?

È la stessa domanda che si pone nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nell’energia e nelle infrastrutture digitali.

Il problema, dunque, non è il quantum in sé. È la capacità europea di trasformare conoscenza in autonomia.

Il futuro non è neutrale

Ogni grande trasformazione tecnologica viene normalmente presentata come inevitabile. arriverà. Cambierà tutto. Bisogna adattarsi. Ma questa narrazione nasconde una questione fondamentale. La tecnologia non arriva in uno spazio vuoto. Arriva dentro rapporti economici e rapporti di potere già esistenti.

Il computer quantistico non sarà semplicemente “inventato”. Sarà finanziato. Prodotto. Brevettato. Controllato. Venduto. Regolato. E utilizzato da qualcuno per determinati interessi.

Per questo la domanda politica viene prima della domanda tecnologica. Non dobbiamo chiederci soltanto che cosa sarà capace di fare il computer quantistico. Dobbiamo chiederci: chi avrà la capacità di costruirlo? Chi potrà permetterselo? Chi controllerà le infrastrutture? Chi stabilirà gli standard? Chi possiederà i dati? Chi deciderà per quali scopi potrà essere utilizzato?

Queste sono le vere domande della corsa quantistica.

La corsa al potere

La rivoluzione quantistica potrebbe non essere la rivoluzione che molti oggi immaginano. Non arriverà necessariamente sotto forma di una macchina miracolosa capace di sostituire i computer tradizionali.

Potrebbe arrivare molto più lentamente. Attraverso laboratori, investimenti, brevetti,c entri di ricerca, infrastrutture, sistemi militari, standard crittografici, catene industriali. E, soprattutto, attraverso la progressiva concentrazione delle capacità di calcolo.

Per questo la corsa è già iniziata. Non perché il computer quantistico sia già pronto. Ma perché il potere che potrebbe derivare dal suo controllo è già abbastanza grande da modificare le strategie degli Stati e delle imprese.

La partita non si giocherà soltanto nei laboratori di Google, IBM, delle università cinesi o dei centri di ricerca europei. Si giocherà nelle fabbriche, nelle catene di approvvigionamento, nei mercati finanziari, nelle politiche industriali, nelle alleanze internazionali e nei sistemi di sicurezza. E soprattutto si giocherà attorno a una questione che la retorica dell’innovazione tende a nascondere: chi possiede i mezzi per produrre la conoscenza possiede una parte del potere necessario a governare il futuro.

Il computer quantistico potrebbe aprire possibilità straordinarie per la scienza, la medicina, l’energia e l’industria. Ma la tecnologia, da sola, non garantisce né progresso né emancipazione. Dipende da chi la controlla. Dipende da chi può accedervi. Dipende dagli interessi che ne orientano l’utilizzo.

Per questo la vera corsa quantistica non è soltanto una corsa ai qubit. È una corsa al controllo delle infrastrutture della conoscenza. E, in ultima analisi, al controllo di una parte del potere del XXI secolo.

Fonte

12/09/2026

Il capitalismo di rendita: quando l’algoritmo diventa il nuovo casello

Il mercato che ci osserva

Che cosa compreremo domani?
In larga misura, l’algoritmo ha già cominciato a calcolarlo.

Quando Amazon ci mostra i prodotti «che potrebbero interessarci», quando Netflix decide quale film mettere in primo piano, quando TikTok seleziona il prossimo video o Spotify suggerisce quale brano ascoltare, non siamo davanti a una semplice comodità tecnologica.

Dietro quella comodità esiste un sistema economico gigantesco.
Ogni clic, ogni ricerca, ogni acquisto, ogni permanenza su una pagina, ogni video interrotto e persino ogni prodotto lasciato nel carrello diventano informazioni. Il nostro comportamento viene osservato, classificato e confrontato con quello di milioni di altri utenti.

L’algoritmo cerca di anticipare le nostre preferenze.
Ma il punto decisivo è un altro: chi è in grado di prevedere il comportamento umano acquisisce una forma di potere sul comportamento umano.

La differenza è sottile, ma fondamentale.
Un commerciante tradizionale cerca di capire che cosa vuole il cliente. La piattaforma digitale dispone invece di strumenti capaci di osservare continuamente milioni di clienti, elaborarne i comportamenti e modificare in tempo reale ciò che viene loro presentato.

Il consumo diventa così un circuito permanente:
dati → previsione → raccomandazione → consumo → nuovi dati.

Il cittadino-consumatore non è più soltanto colui che compra.
È anche la materia prima del sistema.

Dalla fabbrica al portale

Nick Srnicek, nel suo Platform Capitalism del 2016, ha individuato uno dei tratti fondamentali della trasformazione economica contemporanea: la centralità delle piattaforme e dei dati.

Il fenomeno merita però di essere osservato anche da una prospettiva politica.
Il capitalismo industriale aveva come simbolo la fabbrica.
Il capitalismo delle piattaforme ha come simbolo il portale.
La differenza non è marginale.

La grande impresa industriale doveva produrre. Oggi una piattaforma può diventare estremamente potente anche senza produrre direttamente la maggior parte dei beni e dei servizi che mette in circolazione.

Amazon mette in relazione milioni di venditori e consumatori.
Uber mette in relazione conducenti e passeggeri.
Airbnb mette in relazione proprietari e viaggiatori.
Le piattaforme di delivery mettono in relazione ristoranti, fattorini e clienti.
L’App Store mette in relazione sviluppatori e utenti.

Il potere economico non risiede quindi soltanto nella capacità di produrre.
Risiede nella capacità di controllare l’accesso alla produzione, alla distribuzione e alla domanda.
Ed è qui che compare il nuovo capitalismo di rendita.

Il nuovo casello

La rendita nasce quando qualcuno possiede qualcosa di cui altri hanno bisogno per poter operare.
Nel mondo digitale questo «qualcosa» può essere un’infrastruttura, una piattaforma, un sistema operativo, un motore di ricerca, un marketplace o un algoritmo.

L’immagine più efficace è quella del casello autostradale.
Il proprietario del casello non produce le automobili che vi transitano. Non produce la benzina e non decide dove vadano gli automobilisti.
Controlla semplicemente il passaggio.
E incassa.

L’algoritmo può diventare il nuovo casello.
Il commerciante vuole raggiungere il cliente? Deve entrare nella piattaforma.
Il ristorante vuole essere trovato? Deve entrare nell’applicazione.
Lo sviluppatore vuole raggiungere gli utenti? Deve passare attraverso l’ecosistema digitale.
Il produttore vuole essere visibile? Deve accettare le regole della piattaforma.
Il consumatore vuole accedere a determinati beni, servizi o contenuti? Deve utilizzare l’infrastruttura digitale che li organizza.

Il risultato è una forma di dipendenza economica completamente nuova.
Non è più necessario possedere tutto ciò che viene venduto.
È sufficiente possedere il luogo nel quale gli altri sono costretti a incontrarsi.

La rendita sulla visibilità

Ma c’è un altro elemento ancora più importante: la visibilità.

In un mercato digitale, non basta che un prodotto esista.
Deve essere visto.
Un ristorante che compare nella prima pagina di un’applicazione ha una probabilità diversa di ricevere ordini rispetto a quello relegato nelle posizioni inferiori.
Un prodotto mostrato per primo ha una probabilità diversa di essere acquistato rispetto a uno che l’algoritmo rende quasi invisibile.
Un video raccomandato milioni di volte può diventare un fenomeno globale. Un altro, altrettanto valido, può rimanere sconosciuto.

La piattaforma diventa così non soltanto un mercato, ma l’istituzione che organizza l’attenzione.
E chi organizza l’attenzione dispone di un potere enorme.
Il problema, quindi, non è soltanto economico.
È politico.

Le Big Tech e la concentrazione del potere

Le grandi piattaforme hanno costruito una posizione difficilmente paragonabile a quella delle imprese tradizionali.
Dispongono contemporaneamente di capitale, infrastrutture, dati, capacità tecnologica, reti di utenti e sistemi proprietari.
La loro forza genera ulteriormente forza.

Più utenti producono più dati.
Più dati consentono previsioni migliori.
Previsioni migliori rendono il servizio più efficace.
Un servizio più efficace attira altri utenti.
E il ciclo ricomincia.

È il meccanismo degli effetti di rete, ma visto dal punto di vista politico significa qualcosa di più inquietante: la concentrazione economica tende a trasformarsi in concentrazione del potere.
La concorrenza non scompare necessariamente.
Diventa però più difficile.

Un nuovo concorrente può avere una tecnologia eccellente, ma deve confrontarsi con imprese che dispongono già di enormi quantità di dati, miliardi di interazioni e infrastrutture costruite nell’arco di decenni.
Il mercato rischia così di trasformarsi in un sistema nel quale pochi grandi soggetti privati controllano le principali porte d’accesso alla vita economica e sociale.

Quando la sovranità cambia padrone

Qui emerge una questione che non può essere lasciata agli economisti.
La sovranità non riguarda soltanto la moneta, il territorio o le frontiere.
Nel XXI secolo riguarda anche le infrastrutture attraverso le quali una società comunica, commercia, informa e prende decisioni.

Se una parte crescente del commercio passa attraverso piattaforme straniere, se l’informazione viene distribuita attraverso algoritmi che non controlliamo, se le imprese nazionali dipendono da infrastrutture tecnologiche esterne e se una quantità enorme di dati dei cittadini viene elaborata da soggetti privati, allora la questione della sovranità assume una dimensione nuova.

Uno Stato può essere formalmente sovrano e, allo stesso tempo, diventare economicamente e tecnologicamente dipendente.

Questa è una delle grandi contraddizioni della nostra epoca.
Abbiamo difeso per secoli la sovranità politica.
Oggi rischiamo di perdere progressivamente la sovranità tecnologica ed economica.
E la perdita di sovranità non avviene necessariamente attraverso un’invasione.
Può avvenire attraverso una piattaforma.

Il cittadino profilato

C’è poi il problema dell’individuo.
La civiltà liberale moderna ha costruito una parte importante della propria identità attorno all’idea di un uomo libero, capace di scegliere.

Ma che cosa significa scegliere quando qualcuno conosce le nostre abitudini meglio di quanto noi stessi le conosciamo?

L’algoritmo osserva ciò che compriamo, ciò che leggiamo, ciò che guardiamo, ciò che ignoriamo e ciò su cui torniamo.
Non conosce soltanto ciò che abbiamo fatto.
Cerca di prevedere ciò che faremo.

La trasformazione è profonda.
Il cittadino rischia di diventare un profilo statistico.
Non viene considerato soltanto per ciò che è, ma per la probabilità che compia una determinata azione.
Probabilità di acquistare.
Probabilità di cliccare.
Probabilità di restare sulla piattaforma.
Probabilità di essere interessato a un contenuto.

La persona concreta viene progressivamente tradotta in dati.
E quando la persona viene tradotta in dati, può essere classificata, segmentata e indirizzata.
Il confine fra persuasione commerciale e condizionamento diventa allora sempre più sottile.
La libertà di scegliere o la scelta fra ciò che ci viene mostrato?

La questione non è sostenere ingenuamente che gli algoritmi «controllino tutto».
Non è così.
L’individuo conserva capacità di scelta, autonomia e responsabilità.
Ma la libertà di scelta non coincide soltanto con la possibilità astratta di scegliere.
Dipende anche dal campo delle possibilità che ci viene presentato.
Se un algoritmo decide quali notizie vediamo, quali prodotti vengono mostrati, quali video diventano virali e quali opinioni ricevono maggiore visibilità, allora interviene indirettamente nella costruzione dell’ambiente nel quale esercitiamo le nostre scelte.

Non deve dirci necessariamente:
«Devi scegliere questo».

Può essere sufficiente dirci:
«Questo è ciò che hai davanti».

La differenza è enorme.

Il ritorno della politica

Per questo la questione delle Big Tech non può essere ridotta a una disputa fra innovazione e conservatorismo.
Una critica della concentrazione tecnologica non significa essere contro la tecnologia.
Al contrario.
Significa chiedersi chi possiede la tecnologia, chi stabilisce le regole e nell’interesse di chi vengono utilizzati i dati.
Una società libera non può delegare interamente a strutture private e opache la gestione delle proprie infrastrutture fondamentali.
E una politica di Destra dovrebbe avere il coraggio di porre questa domanda senza complessi: quanto potere siamo disposti a lasciare nelle mani di soggetti economici che non rispondono direttamente né ai cittadini né alle istituzioni democratiche?

La questione non riguarda soltanto la concorrenza.
Riguarda il rapporto fra economia e politica.
Riguarda il rapporto fra individuo e potere.
Riguarda la libertà.
E riguarda, soprattutto, la sovranità.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente libero

Per decenni abbiamo associato l’idea di progresso tecnologico all’idea di emancipazione.
Ma la tecnologia non è neutrale nei suoi effetti sociali.

Può ampliare la libertà oppure concentrarla.
Può moltiplicare le opportunità oppure creare nuove dipendenze.
Può decentralizzare il potere oppure costruire nuovi monopoli.

La rivoluzione digitale ci ha promesso un mondo senza intermediari.
Paradossalmente, ha prodotto alcuni degli intermediari più potenti della storia.

Non più il mercante che controlla una bottega.
Non più soltanto la banca che controlla il credito.
Non più soltanto il giornale che controlla la distribuzione delle notizie.

Ma piattaforme globali che possono intervenire contemporaneamente sul commercio, sulla comunicazione, sulla pubblicità, sull’intrattenimento e sull’accesso ai dati.
È una concentrazione di potere senza precedenti.

Chi possiede la porta possiede il mercato

La vera domanda del capitalismo digitale, quindi, non è soltanto quanto produciamo.
È chi controlla il passaggio attraverso il quale ciò che produciamo arriva agli altri.
Il capitalismo industriale aveva costruito fabbriche.
Il capitalismo finanziario ha costruito reti di capitale.
Il capitalismo delle piattaforme costruisce infrastrutture di accesso.
E chi controlla l’accesso può trasformare il proprio controllo in rendita.
Il rischio è che il mercato, nato come luogo di incontro fra soggetti liberi, si trasformi progressivamente in un sistema di porte private.

Dietro ogni porta c’è un algoritmo.
Dietro ogni algoritmo ci sono dati.
Dietro i dati c’è un potere economico.
E dietro il potere economico c’è, inevitabilmente, una questione politica.
Perché chi possiede la porta non deve possedere tutto ciò che vi passa attraverso.
Gli basta decidere chi può entrare.
E, soprattutto, quanto deve pagare per passare.
Questo è il nuovo casello.
E questa è la nuova rendita.

Fonte

21/08/2026

Nasce a Shanghai l’Organizzazione mondiale dell’IA

All’interno di una Unione Europea devastata anche intellettivamente da quasi 40 anni di “pensiero unico” fatto di ordoliberismo teutonico, “austerità di bilancio” e totale libertà delle imprese, la discussione sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra dilemmi para-filosofici (e dio sa se non ci sono anche problemi filosofici chiave nello sviluppo dell’IA) e disegno di “regole” per una attività industriale che, in Europa, praticamente nessuno coltiva con risultati apprezzabili. O almeno tali da poter costituire un potenziale concorrente con le imprese americane o di altri paesi.

Non parliamo poi dell’Italia, terra desolata e in via di desertificazione sia industriale (la prima impresa nazionale è ora Leonardo, una controllata dello Stato che costruisce armi) che demografica (solo 350mila i nuovi nati del 2025, contro l’oltre un milione del 1964), dove il principale problema di governo e opposizione sembra siano “gli immigrati”. Che peraltro qui non ci vogliono stare, aspirando a qualcosa di meglio…

Occuparsi di intelligenza, sia pure informatizzata e standardizzata (ossia il contrario del sapere), sembra quasi un reato, peggio che svegliare un semi-cadavere in coma.

Nel frattempo il resto del mondo si porta decenni avanti. Non solo sviluppando sistemi di AI profondamente differenti da quelli Usa, ma anche preoccupandosi di disegnare un quadro di cooperazione internazionale tale da consentire anche ai paesi meno sviluppati – quelli sempre in via di decolonizzazione, non a caso – di utilizzare una risorsa altrimenti inaccessibile o a costi insopportabili.

Qui di seguito vi proponiamo due articoli molto diversi. Uno pubblicato su un sito francese pesantemente osteggiato da Facebook ed altre piattaforme Usa, l’altro addirittura elaborato come editoriale dell’ufficialissimo Le Monde.

Entrambi, comunque, mettono l’accento sul fatto che Cina e Russia, ma soprattutto la prima, hanno varato un’organizzazione internazionale che comprende, in partenza, 31 paesi, per mettere a disposizione strumenti in grado di facilitare lo sviluppo di tutti i partecipanti e quindi anche le relazioni reciproche (commerciali e non).

La chiave di volta è nell’open source, ossia in un’architettura dell’IA che non si fonda sulla “centralizzazione proprietaria” ma sulla flessibilità e adattabilità alle necessità reali dell'“utente” e/o dei compiti. Un bene pubblico, insomma, non un servizio privato da pagare caro.

Al tono entusiasta del primo articolo corrisponde simmetricamente lo spavento di Le Monde e della borghesia francese, che si scopre disarmata davanti ad una “avanzata” che non ha nulla di militaresco – la cooperazione internazionale, semmai, rende pressoché inutile il riarmo infinito per “esercitare deterrenza” – e molto di intelligenza umana, per nulla “meccanizzata”, in grado di offrire soluzioni a problemi che qui, nell’Occidente decerebrato, sembrano destinati a soluzioni a colpi di coltello.

Buona lettura.

*****

La Cina promuove infatti la cooperazione internazionale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ovvero la mette al servizio dell’umanità intera e non solo di chi paga come fanno gli statunitensi, i quali in ogni caso sono per fortuna in evidente ritardo, rispetto ai progressi cinesi. Appare dunque chiaro che il futuro dell’Intelligenza Artificiale sarà nella solidarietà e nella cooperazione.

Al momento le nazioni aderenti sono: Cina, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Oman, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Cambogia Malesia, Algeria, Camerun, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Lesotho, Mozambico, Senegal, Zambia, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e per l’Europa, oltre alla già detta Russia, solo Bielorussia e Serbia.

Con oltre tre miliardi di cittadini rappresentati, queste nazioni, non solo per peso economico e demografico, esprimono una porzione importante e considerevole dell’umanità.

Sempre estranea alla costruzione multipolare ovviamente l’Unione Europea, la quale resta tragicamente subalterna e totalmente dipendente dall’alleato – padrone statunitense.

La strategia cinese per un futuro condiviso per l’intera umanità si allarga dunque anche all’Intelligenza Artificiale, con la volontà di favorire la definizione di regole comuni per quella che viene definita la “governance” dell’Intelligenza Artificiale stessa, con l’obiettivo di aiutare in modo sistematico e continuativo le nazioni del Sud Globale ad accedere alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale, condividendo competenze, formazione e infrastrutture, nonché sostenendo uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sicuro, equo e vantaggioso per tutta l’umanità, come nelle parole del presidente Xi Jinping, il quale per l’occasione si è recato a Shanghai.

Nel 2025, i modelli open-source su larga scala sviluppati in Cina hanno raggiunto la vetta delle classifiche globali di download, primeggiando senza possibilità di paragone con qualsiasi altra nazione, tuttavia non solo i modelli su larga scala sviluppati in Cina sono ampiamente diffusi, ma anche i prodotti cinesi che fanno uso dell’Intelligenza Artificiale come occhiali e traduttori stanno conquistando il mercato globale.

Con la creazione della WAICO la Cina e la Russia e con loro le nazioni che concorrono paritariamente all’edificazione di regole e strutture atte a indirizzare verso il meglio per le donne e gli uomini della terra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, intendono sottrarla alle logiche affaristico-monetariste delle aziende statunitensi interessate semplicemente ed esclusivamente ai profitti, senza alcuna finalità etica e sociale.

Così, mentre le aziende a stelle e strisce mirano al controllo dei semiconduttori avanzati e delle esportazioni, Pechino propone una cooperazione internazionale fondata su modelli open source e sul trasferimento di competenze a tutti i partecipanti all’Organizzazione per uno sviluppo condiviso delle capacità sempre crescenti dell’Intelligenza Artificiale.

Il lancio della WAICO, che si pone di fatto come il principale consesso mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, è nato all’interno della WAIC, la World Artificial Intelligence Conference, ovvero la Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale, che si svolge da un decennio annualmente a Shanghai, raccogliendo non solo tutte le più importanti aziende tecnologiche cinesi, ma anche di svariate altre nazioni del mondo, coinvolgendo ricercatori universitari, rappresentanti governativi, investitori e startup.

La Conferenza in questi anni è stata l’occasione per presentare i più recenti modelli cinesi di Intelligenza Artificiale ed anche il loro utilizzo in robot umanoidi e robot industriali, nelle tecnologie per la guida autonoma, nelle applicazioni mediche, industriali e militari, anche se queste ultime ovviamente mostrate non nella loro interezza per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

La Conferenza è da sempre l’occasione per connettere i colossi come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e SenseTime, con la miriade di piccole startup nate in ogni angolo della Cina, implementate dall’entusiasmo di migliaia di giovani laureati in ingegneria.

Proprio da questa interlocuzione sono scaturite molte delle novità che la scienza cinese ha messo a disposizione dell’intera umanità, dai semiconduttori agli acceleratori per l’Intelligenza Artificiale, alle applicazioni derivate e connesse.

La stampa cinese, a partire dal “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo”, ha sottolineato come la considerazione planetaria riservata alla Cina quale nazione equilibrata e stabilizzatrice delle relazioni internazionali sia di fatto di giorno in giorno crescente, a fronte delle turbolenze globali, delle guerre e delle contraddittorie incertezze disseminate dalla nefasta presidenza statunitense, che di fatto poi traina nel marasma l’intero Occidente Collettivo, il quale appare esclusivamente orfano di una passata egemonia fondata sul furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari del Sud Globale.

La stampa cinese [1] ha sottolineato il rafforzarsi dell’amicizia dentro il progetto della Nuova Via della Seta tra Cina e Kazakistan, dei legami indissolubili tra Cina e Cambogia, ma anche tra Cina e Thailandia, tutte relazioni definite latrici di una “consolidata fiducia strategica reciproca vibrante e dinamica” e come tutti i capi di stato e di governo presenti abbiano sottolineato come “la Cina abbia fatto dell’Intelligenza Artificiale un bene pubblico e non un bene privato.”

Il presidente Xi Jinping, nel suo lungo discorso al proposito ha affermato:

“In quanto nazione responsabile, la Cina si è sempre impegnata per fornire beni pubblici a tutte le nazioni coinvolte in progetti di cooperazione, in particolare nel campo dell’innovazione tecnologica e ora in quello dell’Intelligenza Artificiale.
Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà opportunità di formazione in merito all’Intelligenza Artificiale per i giovani delle nazioni del Sud Globale, istituirà centri di cooperazione internazionale per le sue applicazioni, con accordi bilaterali volti a coinvolgere l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e tutte le nazioni aderenti ai BRICS”.


Quindi il presidente cinese ha poi significativamente aggiunto: “La Cina di oggi contribuisce a creare opportunità di cooperazione in un’epoca turbolenta. La Cina non persegue la modernizzazione in un quadro di auto – isolamento, ma accoglie con favore la partecipazione attiva del maggior numero di amici stranieri interessati a un processo di modernizzazione che avrà ricadute positive per l’intera umanità a partire dal contrasto della disuguaglianza”.

Nel suo discorso alla Conferenza il Presidente kazako Tokayev ha affermato: “La Cina ha compiuto un balzo in avanti nello sviluppo, ha sradicato completamente la povertà assoluta, è diventata una potenza di livello mondiale, ha costruito un sistema economico diversificato e ha assistito alla fioritura di tecnologie all’avanguardia. Questo grande risultato deriva dalla forte leadership del Partito Comunista Cinese, il più grande partito politico al mondo e anche dalla leadership eccezionale e saggia guidata dal Presidente Xi Jinping”.

Tale discorso ha indotto il presidente Xi Jinping a indugiare nelle sue conclusioni sul ruolo del Partito Comunista nella costruzione di una Cina moderna e all’avanguardia a livello planetario in campo scientifico e tecnologico:

“La ragione per cui il Partito Comunista Cinese è stato in grado di raggiungere costantemente risultati brillanti nella sua lotta, e per cui la storia e il popolo hanno scelto il Partito Comunista Cinese, risiede nel fatto che il Partito Comunista Cinese possiede qualità eccellenti come l’impegno nella ricerca della verità, il profondo radicamento nel popolo, il coraggio di assumersi le missioni storiche, l’allineamento con le tendenze dello sviluppo, l’audacia di affrontare anche le più ardue sfide e la capacità di farlo efficacemente, così come l’attenzione al rafforzamento della capacità produttiva e di ricerca scientifica e tecnologica”.

Il presidente cinese ha poi aggiunto: “Il quindicesimo Piano Quinquennale afferma chiaramente che si deve promuovere la creazione di un quadro di governance per l’Intelligenza Artificiale con un’ampia partecipazione internazionale, costruendo congiuntamente un ecosistema globale di Intelligenza Artificiale aperto, equo, basato sulla fiducia, diversificato e reciprocamente vantaggioso, a sostegno del Sud Globale e nel rafforzamento delle sue capacità in materia di Intelligenza Artificiale”.

Note
[1] La presente e le successive citazioni provengono tutte dall’edizione del 18 luglio 2026 del “Renmin Ribao”

*****
Il contro-modello cinese sull’IA, una sfida per l’Europa

In occasione della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale tenutasi a Shanghai il 17 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’intelligenza artificiale che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico mondiale e rischia di annullare il vantaggio di cui i Ventisette [i membri dell’Unione Europea, ndr] disponevano sul piano normativo.

Nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), gli scenari non sono mai scritti in anticipo. Finora, la narrazione più diffusa era la seguente: gli Stati Uniti godono di un decisivo vantaggio tecnologico, la Cina cerca di colmare il divario e l’Europa si sforza di limitarne gli eccessi attraverso la regolamentazione.

La Conferenza mondiale di Shanghai del 17 luglio ha però rimesso in discussione questo racconto. Xi Jinping non si è limitato a sancire il recupero della Cina: ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’IA che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico globale.

Presentandosi come il promotore di una «sinfonia della cooperazione internazionale», il presidente cinese ha mostrato i progressi delle imprese del suo Paese come la vetrina di un progetto politico. Dietro le promesse di un’intelligenza artificiale aperta, accessibile ed economicamente sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, Pechino punta a imporre la propria concezione della governance digitale.

La dimostrazione non si è fermata ai discorsi: i rappresentanti di 29 Paesi hanno firmato l’atto costitutivo di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA, che avrà sede a Shanghai.

La Cina sta applicando una strategia già sperimentata con successo. Come è avvenuto per i pannelli solari, le batterie o i veicoli elettrici, il suo obiettivo non è necessariamente produrre la tecnologia più avanzata, bensì quella più accessibile.

I modelli sviluppati da DeepSeek, Moonshot e Zhipu AI offrono prestazioni vicine a quelle dei leader statunitensi, ma a costi incomparabilmente inferiori. Per una larga parte del mondo, questo rapporto qualità-prezzo prevarrà sui modesti vantaggi in termini di prestazioni assolute.

L’ambizione cinese, tuttavia, va oltre l’economia. Pechino vuole convincere il mondo che il proprio approccio, più regolamentato e maggiormente subordinato agli obiettivi dello Stato, rappresenti una risposta credibile alle preoccupazioni suscitate da questa rivoluzione tecnologica.

È vero che tali meccanismi di controllo si fondano su una censura incompatibile con le libertà fondamentali e sarebbe pericoloso confondere una regolamentazione democratica con un controllo autoritario. Resta però un dato incontestabile che la Cina sta sfruttando: ovunque, anche nelle democrazie, il tempo dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta ormai giungendo al termine.

L’Europa riteneva di possedere un vantaggio sul piano normativo. L’idea era che la sua ambizione di imporre standard etici avrebbe compensato il ritardo industriale. Oggi Pechino minaccia di neutralizzare questo vantaggio, non tanto regolamentando meglio, quanto combinando un’offerta tecnologica competitiva con un discorso politico sostenuto ai massimi livelli dello Stato.

In assenza di una vera e propria terza via, l’Europa si ritrova stretta tra due modelli. Washington impone le proprie regole attraverso la superiorità tecnologica, l’extraterritorialità del proprio diritto e la possibilità di attivare un kill switch, un pulsante di arresto d’emergenza in grado di interrompere l’accesso a una tecnologia ritenuta strategica (come nel caso dei modelli più avanzati di Anthropic).

La Cina, invece, avanza facendo leva su un sofisticato soft power fondato sulla cooperazione tecnica e sulla diplomazia multilaterale. Ne deriva una situazione paradossale: è il regime autoritario a mettere in campo l’approccio più sofisticato, mentre la cosiddetta democrazia “liberale” impone il proprio modello facendo ricorso alla forza.

La lezione per i Ventisette è chiara: una norma esercita influenza solo se è accompagnata dalla capacità di trascinare gli altri. Oggi, però, l’Europa non dispone né della forza degli Stati Uniti né del potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale all’altezza dei propri principi, le sue regole rischiano di imporsi soltanto a se stessa.

Fonte

15/08/2026

Rassvet-3: cos’è (e quanto preoccupa Kiev) la risposta russa a Starlink

Starlink fornisce un supporto fondamentale all’Ucraina sul campo di battaglia nel coordinare artiglieria, droni e comunicazioni di prima linea: un’infrastruttura diventata ancor più strategica dopo che l’azienda di Elon Musk ha deciso, lo scorso febbraio di escludere le forze russe dalla rete di SpaceX. In tutta risposta Mosca ha avviato la costruzione di un proprio sistema satellitare a bassa orbita, chiamato Rassvet – “Alba” – sviluppato dall’azienda aerospaziale privata Bureau 1440.

Ora, secondo quanto riportato da Politico, il vicedirettore dell’intelligence militare ucraina, il generale maggiore Vadym Skibitskiy spiega che Mosca ha impresso un’accelerazione importante al programma Rassvet rispetto ai piani iniziali: tant’è vero che i primi 16 satelliti russi sono stati lanciati a marzo, seguiti da un secondo lotto a luglio, come confermato anche da Bureau 1440 tramite i propri canali social. Secondo Serhii Beskrestnov, collaboratore del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Mosca conterebbe già una quarantina di satelliti in orbita. Il Cremlino conta di arrivare a 292 satelliti in orbita bassa in grado di sorvolare regolarmente l’Europa dell’Est entro il 2027, per poi salire a 924 entro il 2035.

Un vuoto lasciato da Starlink

Tutto cambia per Mosca quando l’allora ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov convince Musk a interrompere l’accesso russo a Starlink: una mossa che ha dato un vantaggio significativo per Kiev ma che ora la Federazione russa si appresta ad annullare o comunque contenere.

La prima risposta russa è stata l’adozione di reti mesh, basate su modem digitali a spettro diffuso (FHSS) nella banda 1,3–1,5 GHz, integrati direttamente su droni da ricognizione e da attacco. Una soluzione funzionale ma non del tutto stabile: copertura limitata, latenza elevata e un’esposizione costante alle contromisure elettroniche di Kiev.

Rassvet-3: le caratteristiche tecniche

È in questo contesto che nasce Rassvet-3, pensato esplicitamente come alternativa a Starlink. Il sistema opera nelle bande Ka e Ku, sfrutta comunicazioni laser inter-satellitari con velocità di trasferimento dati fino a 10 Gbit/s in fase di test, e supporta lo standard 5G NTN per la connettività diretta satellite-cellulare.

Come spiega Stephen Bryen in un’analisi pubblicata su Weapons & Strategy, «come Starlink, Rassvet-3 (che si trova in un’orbita un po’ più alta) utilizza le bande Ka e Ku, supporta le comunicazioni laser inter-satellitari (con velocità di trasmissione dati dimostrate fino a 10 Gbit/s nei test) e supporta lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network) per la connettività diretta satellitare-cellulare». Rassvet fornisce inoltre «relay di dati militari crittografati, collegamenti di comando e controllo per droni e backhaul sicuro, colmando il vuoto operativo lasciato dopo che l’accesso russo a Starlink è stato bloccato».

Rassvet è sviluppato dall’azienda privata russa Bureau 1440 (controllata del gruppo tecnologico Yadro) nell’ambito del programma spaziale governativo Sfera, e ha acquisito la priorità strategica massima per Mosca. Yadro, società di punta e principale generatore di ricavi di IKS Holding, finanzia circa 329 miliardi di rubli (circa 4 miliardi di dollari) del budget totale con capitali commerciali propri. Il governo federale russo ha stanziato 102,8-116 miliardi di rubli (1,26-1,3 miliardi di dollari) tramite la roadmap nazionale “Data Economy”.

Fonti:

Stephen Bryen, “New Russian Tech Aimed At Ukraine: The Emergence of Private Sector Defense Companies in Russia,” Weapons and Strategy, 4 agosto 2026, https://weapons.substack.com/p/new-russian-tech-aimed-at-ukraine.

Veronika Melkozerova, “‘Much faster than originally planned’: Ukraine warns of Russian Starlink rival,” POLITICO, 12 agosto 2026, https://www.politico.eu/article/ukraine-warns-russia-starlink-rival/.

Fonte

23/07/2026

La Cina ha reso l’IA in un bene pubblico, perché la Silicon Valley va nel panico?

Se l’intelligenza artificiale (IA) deve trasformare il mondo in meglio, perché sta mettendo in ansia la Silicon Valley?

Cerca “China AI” nei motori di ricerca occidentali e vedrai la stessa parola comparire più e più volte – “race”. Ma cliccando tra i titoli, la vera emozione dominante è qualcos’altro: l’ansia.

Business Insider l’ha scritto senza mezzi argomenti: “La Silicon Valley è in crisi per la strategia cinese di IA open-source”. Axios è stato ancora più diretto: Kimi K3, un nuovo modello di IA open-source sviluppato da Moonshot AI con sede a Pechino, “ha abbagliato gli sviluppatori, scosso la Silicon Valley e rilanciato la corsa all’IA da un giorno all’altro”.

Un venture capitalist americano ha catturato perfettamente l’atmosfera sui social media: “Il futuro è open source ... Immaginate se l’America chiudesse la porta all’open source. Costringeremmo esplicitamente le aziende americane a pagare 26-56 dollari per ogni token da 1 MM per la propria intelligence che i loro avversari/concorrenti nel mondo pagherebbero 0,50-1 dollaro. Questo è economicamente insostenibile a meno che l’IA non sia una stronzata”.

Un ex consigliere per l’IA della Casa Bianca è andato oltre, affermando che i “modelli woke lobotomizzati” (modelli di IA paralizzati dal politicamente corretto) sono nemici della competitività americana.

Questa ondata di inquietudine risale a un solo evento: la World AI Conference (WAIC) 2026 a Shanghai. Lì, la Cina non si è limitata a presentare il modello aggiornato Kimi K3, ma ha anche lanciato l’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione per l’Intelligenza Artificiale (WAICO), inviando un chiaro segnale di un approccio molto diverso allo sviluppo dell’IA, che colpisce il modello statunitense dove fa più male.

Alla base, la strategia statunitense sull’IA è una corsa guidata dal capitale. Investono massicciamente, mantengono i modelli più potenti chiusi e proprietari, e aggiungono controlli sulle esportazioni. Il risultato? Valutazioni alle stelle per una manciata di giganti – OpenAI, Anthropic, Google DeepMind – e un dominio a breve termine per gli Stati Uniti.

I prezzi delle azioni sono schizzati alle stelle. Gli investitori hanno incassato. Ma gli svantaggi sono ora impossibili da ignorare: costi estremi e forte dipendenza dalla scarsità artificiale. Nel momento in cui alternative aperte e a basso costo diventeranno ampiamente disponibili, il sistema potrebbe rapidamente crollare.

Questo ci porta alla domanda: a chi è rivolta l’IA?

Nell’approccio americano, l’IA è per lo più uno strumento di fascia alta – un prodotto redditizio progettato per nazioni ricche e grandi investitori. Essa allarga il divario tra ricchi e poveri, paesi sviluppati e in via di sviluppo.

Ancora più inquietante è la visione a lungo termine discussa silenziosamente: un futuro in cui una piccola élite fugge su Marte mentre la Terra viene lasciata a decadere, o in cui una manciata di oligarchi tecnologici usa IA e robot antropomorfi per controllare la maggior parte delle risorse – e, per estensione, l’umanità stessa.

Questa fredda e gerarchica techno-fantasia rivela il profondo difetto dell’approccio statunitense: la tecnologia serve in ultima analisi il potere e la ricchezza di pochi.

La Cina offre una visione radicalmente diversa: l’IA come bene pubblico globale – qualcosa pensato per beneficiare tutta l’umanità.

I veri beni pubblici non hanno prezzi esorbitanti, barriere elevate o controllo monopolistico. Abbracciando modelli open-source, la Cina ha rilasciato codice e dati sull’addestramento dei modelli affinché il mondo possa utilizzarli, modificarli e svilupparli. Rifiuta il vecchio manuale di chiusura e ricerca di rendite. L’obiettivo è rendere l’IA più facile da usare, più produttiva e accessibile a tutti.

L’IA è già passare dal mondo digitale a quello fisico – rimodellando energia, manifattura, sanità, agricoltura e città. Gli Emirati Arabi Uniti stanno utilizzando l’IA per la guida autonoma. Il Brasile la sta implementando per l’agricoltura intelligente. La Cina sta condividendo capacità rilevanti con i paesi del Sud Globale. I beni pubblici, dopotutto, non dovrebbero essere un lusso.

La “cortina di ferro dell’IA” che gli Stati Uniti hanno cercato di costruire viene smantellata dalla spinta della Cina verso l’open source. Alla fine, il vero vincitore della corsa all’IA non sarà colui che costruisce il modello più potente in laboratorio. Sarà colui che creerà la prosperità più ampia nel mondo reale.

Gli Stati Uniti giocano per guadagni in conto capitale ed egemonia tecnologica. La Cina punta sull’abbondanza condivisa e sul progresso umano.

La domanda ultima non è mai cambiata: la tecnologia dovrebbe servire tutta l’umanità, o solo pochi privilegiati? La Cina ha dato la sua risposta.

Fonte 

17/07/2026

Marx e l'economia circolare

Oggi, molti usano il termine "economia circolare" per descrivere un cambiamento nell’utilizzo dei rifiuti industriali senza però mettere in discussione l’attuale modo di produzione. Richiamandosi a Marx, Benjamin Selwyn dimostra che questo uso del termine è concepito per assecondare le esigenze di accumulazione dell'economia capitalista, piuttosto che per indicare un cambiamento radicale nell’utilizzo delle risorse.

Un tempo concetto di nicchia, l'economia circolare è diventata una parola d'ordine, alimentata dall'ansia climatica e da politici e imprenditori desiderosi di rafforzare le proprie credenziali ecologiche. Viene presentata come un new business paradigm.[1] Espressioni come “Riduci, riutilizza, ricicla” sono ormai diffuse ovunque.

Mentre il tradizionale modello di business “lineare” si basa su estrazione → produzione → uso → smaltimento, l’economia circolare promette qualcosa di radicalmente diverso. La Fondazione Ellen MacArthur, la sua più importante sostenitrice, la definisce come: «un sistema in cui i materiali non diventano mai rifiuti e la natura viene rigenerata... I prodotti e i materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come la manutenzione, il riutilizzo, il ricondizionamento, la rigenerazione, il riciclaggio e il compostaggio.»[2]

La Fondazione, come molti sostenitori dell’economia circolare, la presenta come un sistema vantaggioso per tutti: un bene per il Pianeta e un bene per i profitti delle aziende. La sua novità è parte del suo fascino: una rottura con il business-as-usual.

Tra queste aziende c’è BASF, multinazionale tedesca e più grande produttore chimico del mondo, che ha lanciato il suo progetto ChemCycling. I rifiuti di plastica vengono riciclati in una materia prima industriale – l'olio di pirolisi – che viene poi riutilizzato per fabbricare nuovi prodotti in plastica. Un altro esempio, dal settore della moda, è il programma di ritiro di Primark, in cui i clienti donano i propri capi di abbigliamento che non usano più e il rivenditore li ricicla in materiali come isolanti e imbottitura.

Come gran parte del pensiero ecomodernista, le concezioni dominanti dell’economia circolare mirano a rilanciare la crescita capitalistica in questo periodo di crisi ecologica. Non menzionano, non discutono né cercano di superare i rapporti sociali costitutivi del capitalismo – l’accumulazione competitiva e lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale – che accelerano la sempre maggior appropriazione della natura da parte del sistema. Al contrario, i nuovi modelli di business vengono presentati come strumenti in grado di garantire una rinnovata crescita attraverso la sostenibilità.

Tuttavia, lungi dall’offrire una nuova via di fuga dall’assalto del capitalismo alla natura, Karl Marx – scrivendo oltre 150 anni fa – aveva già individuato strategie di produzione capitalistica che assomigliano in modo sorprendente all’odierna concezione di economia circolare. Tali intuizioni permettono di collocare il discorso e la pratica dell’economia circolare all'interno di un più ampio percorso di innovazioni nell’ambito del capitalismo industriale.

In una sezione del terzo volume del Capitale intitolata “Utilizzazione dei residui della produzione”, Marx descriveva dettagliatamente come «con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo». Tra questi residui rientrano i rifiuti industriali e i beni di consumo usurati. «Nell'industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti in un’organizzazione produttiva di mole modesta; le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica e nuovamente si immettono nella produzione del ferro».[3]

La concorrenza spinge il capitale alla ricerca di soluzioni innovative per ridurre i costi, ma richiede anche ingenti investimenti e conoscenze scientifiche già consolidate per rendere possibile tale riciclaggio/riutilizzo.

Naturalmente, il rincaro delle materie prime costituisce lo stimolo per l’utilizzo dei residui. In complesso, le condizioni necessarie per una tale riutilizzazione si possono così indicare: presenza dei residui in larghe masse, quali si ricavano solo dall’organizzazione del lavoro su vasta scala; perfezionamento del macchinario, per cui materie inutilizzabili nella loro forma originaria possono essere trasformate utilmente per nuove produzioni; progresso della scienza, specie della chimica, da cui dipende l’accertamento delle proprietà utili dei diversi residui.[4]

Inoltre: «L’esempio più notevole in fatto di utilizzo di residui è offerto dall’industria chimica. La quale consuma non solo i suoi propri avanzi, trovando loro nuove forme d’impiego, ma pure quelli delle altre industrie del più vario genere, e ad esempio trasforma il catrame di gas, prima quasi privo di utilità, in colori d’anilina, in alizarina e di recente perfino in medicinali».[5]

Oltre al riutilizzo dei materiali da parte dell'industria, venivano riutilizzati anche i vecchi indumenti e i vecchi tessuti. Marx cita il rapporto di un ispettore di fabbrica sull'industria laniera britannica: «Un tempo era abitudine considerare con disprezzo e quindi mettere al bando l’approntamento di avanzi e stracci di lana ai fini di una loro ulteriore lavorazione; ma simile pregiudizio è completamente svanito di fronte all’affermarsi dello shoddy trade (industria della lana artificiale)... La richiesta è talmente aumentata che si utilizzano anche tessuti misti di lana e cotone, essendosi trovato il modo di eliminare il cotone, senza danneggiare la lana; e oggi migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione di shoddy, con gran vantaggio del consumatore, il quale può ora acquistare del panno di buona qualità media a un prezzo assai mite».[6]

Marx distingueva anche tra l’utilizzo e la riduzione dei rifiuti nella produzione industriale: «da questa economia dei residui della produzione, realizzata con il loro riutilizzo, bisogna distinguere l’economia che si ottiene nella produzione stessa dei residui, ossia la riduzione al minimo degli scarti della produzione e la immediata utilizzazione, in misura massima, di tutte le materie prime e sussidiarie che entrano nella produzione».[7]

Tuttavia, «un tale risultato dipende da ultimo dalla qualità della materia prima medesima... dal perfezionamento dei trattamenti cui la materia prima viene sottoposta prima del suo ingresso nella manifattura».[8]

Marx concludeva la sua analisi sull'utilizzazione dei residui della produzione osservando che «occorre l’esperienza dell’operaio combinato per scoprire e additare come e dove si possa economizzare, quali siano i mezzi più semplici per tradurre in realtà invenzioni già fatte, quali difficoltà pratiche sia necessario superare per realizzare la teoria – per farne cioè applicazione nel processo produttivo».[9]

Qual è il significato dell'individuazione da parte di Marx delle dinamiche dell'economia circolare nell’industria capitalistica delle origini? In primo luogo, ciò smentisce molte delle affermazioni relative alla novità dell’economia circolare. In secondo luogo, evidenzia la relativa flessibilità dell’accumulazione capitalistica dove, attraverso innovazioni competitive, i rifiuti diventano una risorsa produttiva. Marx sottolinea gli ingenti investimenti – da parte dei singoli capitalisti nelle loro fabbriche e da parte dello Stato nel sostegno alla ricerca scientifica – necessari affinché tali dinamiche si verifichino. Infine, evidenzia come, sebbene molte di queste innovazioni nascano dall’ingegnosità dei lavoratori, questi ultimi non ne traggano alcun beneficio.

Più profondamente, Marx ha chiarito che mentre le innovazioni industriali generano dinamiche del tipo "economia circolare", la continua espansione del capitalismo comporta un uso delle risorse sempre maggiore. Nell'ambito dell'accumulazione competitiva, i profitti sono garantiti attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’espropriazione della natura come «forza gratuita» del capitale.[10]

L’analisi marxiana di queste dinamiche come parti integranti dell’innovazione e dell’espansione capitalista, ci mette in guardia dal porre le nostre speranze per una vera sostenibilità ambientale nell’economia circolare.

Infatti, se da un lato l’interesse per l’economia circolare è aumentato vertiginosamente nell'ultimo decennio, dall'altro è aumentata – attraverso il crescente utilizzo delle risorse – la distruzione dell’ambiente naturale da parte del capitalismo. L’impronta materiale globale – ovvero le materie prime estratte per il consumo finale – è aumentata del 113%, passando da 43 a 92 miliardi di tonnellate tra il 1990 e il 2017, e si prevede che raggiungerà i 190 miliardi di tonnellate entro il 2060.[11] Secondo il Circularity Gap Report, tra il 2018 e il 2023 la quota di materiali primari [al primo utilizzo] che entra nell’economia mondiale è aumentata, mentre la quota di materiali secondari (riciclati) è scesa dal 9,1% al 7,2%.[12]

Ciò significa forse che tutte le concezioni dell’economia circolare siano miopi (presentandola come qualcosa di nuovo quando non lo è) o apologetiche (promuovendo il perpetuarsi della concorrenza capitalistica)? Non necessariamente.

Sebbene lo sviluppo tecnologico sotto il capitalismo sia progettato per facilitare un'accumulazione espansiva, Andrea Genovese e Mario Pansera individuano un approccio ecosocialista alternativo alle innovazioni tecnologiche.[13]

Le concezioni dominanti dell'economia circolare presuppongono che l'ingegnosità produttiva dei lavoratori diventi proprietà privata dei loro datori di lavoro. Un approccio ecosocialista pone la democrazia economica – le questioni relative a chi possiede cosa, chi fa cosa, e chi ottiene cosa – al centro della propria analisi.

Il concetto di strumenti conviviali indica che lo sviluppo tecnologico dovrebbe essere progettato dai lavoratori e per i lavoratori e dovrebbe essere orientato al miglioramento delle relazioni sociali umane (facilitando il lavoro e riducendo la giornata lavorativa), piuttosto che al sostegno dell'accumulazione competitiva. Dovrebbe essere liberamente accessibile (open source) e costruito per durare (eliminando l'obsolescenza programmata). Dovrebbe basarsi sulla bio-estrazione: sistemi di produzione progettati per facilitare la riproduzione dei cicli riparatori della natura (come un sistema alimentare sempre più a base vegetale).[14]

Riducendo, e infine eliminando, [il processo di] estrazione-produzione-consumo-smaltimento/rifiuti imposto dall’accumulazione competitiva, sarebbe possibile pianificare razionalmente la produzione per soddisfare le esigenze umane e ambientali del nostro Pianeta.

Note

[1] Mattias Lindahl e Carl Dalhammar, The Circular Economy: Towards a New Business Paradigm with Support from Public Policy, Stockholm Environment Institute, maggio 2022, sei.org.

[2] What Is the Meaning of a Circular Economy and What Are the Main Principles?, Ellen MacArthur Foundation, s.d., ellenmacarthurfoundation.org.

[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, International Publishers, New York 1975, p. 103; tr. it. di Maria Luisa Boggeri, Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, in Marx Engels, Opere, vol. 32, Edizioni Lotta Comunista, Sesto San Giovanni (MI) 2022, p. 132.

[4] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 103; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 132-133.

[5] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[6] Reports of Insp. of Factories, Oct. 1863, citato in Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., vol. 37, p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 133-134.

[7] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., p. 104; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[8] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 104-105; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 134.

[9] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 106; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 135

[10] Karl Marx e Friedrich Engels, Collected Works, vol. 37, op. cit., pp. 732-737; tr. it., Karl Marx, Il Capitale, Libro terzo, op. cit., pp. 771-776.

[11] UN Statistics Division, Sustainable Development Goal 12: Responsible Consumption and Production, s.d., unstats.un.org.

[12] The Circularity Gap Report, Circle Economy, 2023, p. 9.

[13] Andrea Genovese e Mario Pansera, The Circular Economy at a Crossroads: Technocratic Eco-Modernism or Convivial Technology for Social Revolution?, in “Capitalism Nature Socialism”, 32, n. 2, 2021, pp. 95-113.

[14] Benjamin Selwyn e Charis Davis, The Case for Socialist Veganism: A Political-Economic Approach, in “Monthly Review”, 75, n. 9, febbraio 2024, pp. 36-51; tr. it., Veganesimo socialista, Antropocene Ecologia Socialismo, 01.08.2024.

Fonte

08/07/2026

In Tech we Trust – Contro il tecnoabilismo ed il tecnomiracolismo

di Gioacchino Toni

Ashley Shew, Futuri accessibili. Disabilità e tecnologia, traduzione e prefazione di Fabrizio Acanfora, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 140, Cartaceo € 18,00, ebook € 9,99

In un contesto caratterizzato dalla tendenza a cercare nei dispositivi tecnologici la soluzione ai problemi che affliggono l’umanità, si è fatto largo il convincimento che per migliorare le condizioni di vita delle persone disabili occorra guardare acriticamente alla tecnologia senza domandarsi quanto questa sia realmente neutra ed emancipativa. Il volume Futuri accessibili (Luiss 2026) di Ashley Shew si oppone all’idea che si debba guardare alle protesi ed ai dispositivi tecnologici come a strumenti in grado di “aggiustare” il corpo, e la mente, per ricondurre la vita entro una norma condivisa.

Intrecciando analisi teorica ed esperienza personale, derivata da un’amputazione subita, l’autrice, professoressa di Scienza, tecnologia e società alla Virginia Tech, a partire dalla nozione di “tecnoabilismo” – che si prefissa di misurare i “miglioramenti” apportati dalla tecnologia sui disabili secondo standard di normalità predefiniti – invita a domandarsi chi decida cosa debba essere corretto, secondo quali criteri e, soprattutto, con quali conseguenze concrete per le persone coinvolte, ma scarsamente interpellate. Le protesi, i dispositivi assistivi e le soluzioni digitali sono progettati su standard rigidi di “normalità” interessati a “correggere” i corpi disinteressandosi dei contesti sociali e materiali in cui vivono le persone con disabilità.

Shew non è su posizioni tecnofobe; non rifiuta affatto la tecnologia, ma non accetta l’idea che questa, per come viene ideata e imposta oggi, debba essere per forza la risposta alla disabilità. L’autrice ritiene che sia necessario un cambio radicale di prospettiva: anziché guardare alle persone con disabilità come destinatarie passive del progresso, occorrerebbe considerarle come esseri umani produttori di saperi, pratiche e criteri alternativi, così da poter valutare ciò di cui necessitano davvero per ampliare i margini di autodeterminazione e sicurezza nei contesti in cui vivono. L’offerta tecnologica rivolta alle persone con disabilità spesso prescinde dall’averle interpellate per comprendere le loro reali necessità. Né neutra, né automaticamente emancipativa, la tecnologia, ad oggi, è votata a celare la condizione di disabilità e ad imporre una “normalità” prestazionale lontana dalle esigenze degli individui alle prese con la manutenzione continua delle attrezzature, con la dipendenza dalle infrastrutture, con i costi emotivi e le decisioni prese da altri.

Molti dei problemi sociali, strutturali e pratici che affliggono le persone con disabilità derivano dall’idea che queste siano fondamentalmente “difettose”, “indegne di inclusione” o “inadeguate” e tale convincimento non manca certo di riverberarsi sulla progettazione tecnologica ad esse dedicata. «Il tecnoabilismo è la fede nel potere della tecnologia che considera l’eliminazione della disabilità come qualcosa di buono, un obiettivo da perseguire. È una forma classica di abilismo: pregiudizio contro le persone disabili, favore verso modi di vita non disabili. Il tecnoabilismo è l’uso delle tecnologie per riaffermare questi pregiudizi, spesso mascherato da empowerment» (p. 17). L’idea che tutto debba essere indotto a uniformarsi all’idea di perfezione imperante a cui risponde il tecnoabilismo implica la “correzione”, tramite tecnologie, degli esseri umani che non rientrano nel canone e, nei casi in cui la tecnologia non sia in grado di agire a tale scopo, di mezzi tecno-eugenetici votati alla “gestione” dei casi “irrecuperabili”.

Passando in rassegna alcune narrazioni stereotipate della disabilità, Shew evidenzia come queste si intreccino spesso con idee di razza, genere e sessualità. Buona parte delle rappresentazioni della disabilità sono scritte da autori e interpretate da attori non disabili e, comunque, riguardano quasi sempre persone bianche e socialmente ben inserite. Secondo l’autrice si possono individuare cinque tropi principali di rappresentazione della disabilità: i mostri pietosi, gli approfittatori e impostori, gli storpi rancorosi, i peccatori riprovevoli e gli eroi che superano gli ostacoli. Il primo tropo, dilagante sui media, lo si ritrova in numerose campagne di beneficenza ed ha contributo a influenzare tanto le modalità con cui si guarda alle persone disabili quanto a come queste si percepiscono. Il tropo degli approfittatori e impostori compare nelle notizie riguardanti l’elargizione di sussidi o agevolazioni per la persone con disabilità. Nonostante molte delle richieste vengano rigettate per limitare le spese dei servizi sanitari e non per dichiarazioni mendaci di disabilità, è diffuso, anche grazie all’enorme spazio concesso dai media ai casi truffaldini, il convincimento che buona parte delle richieste di assistenza raccontino disabilità inesistenti. Il tropo dello storpio rancoroso è particolarmente presente nella fiction audiovisiva: in molti casi i personaggi negativi sono contraddistinti da una qualche forma di imperfezione fisica visibile simboleggiante la loro malvagità, oppure quest’ultima deriva proprio dalla loro disabilità. Nel tropo del peccatore riprovevole è invece individuabile l’idea della disabilità come punizione divina per qualche condotta peccaminosa e che la disabilità rappresenti un’occasione per trasformare e umanizzare chi circonda la persona disabile.

Il tropo degli eroi che superano gli ostacoli, chiamato ironicamente inspiration porn all’interno della comunità dei disabili, è probabilmente il più presente sui media e non solo trasmette l’idea che il “buon disabile” debba per forza combattere contro il proprio corpo e la propria mente per celare la propria disabilità simulando uno status di “normalità”, ma anche che esso è tenuto a “spettacolarizzarsi” facendosi fonte di ispirazione per i non-disabili. L’inspiration porn mostra spesso persone disabili che, aiutate da terapisti “umanitari”, riescono a trovare le tecnologie di cui necessitano per superare le difficoltà fisiche e/o mentali. Secondo Shew «la narrativa del “superamento” finge che i problemi strutturali di accessibilità possano essere risolti con il giusto atteggiamento intraprendente e volenteroso da parte di singole persone disabili; solleva le persone abili dalle loro responsabilità invece di chiamarle a contribuire realmente a rendere il mondo più accessibile» (p. 48). Tale tropo, sottolinea l’autrice, «ci tratta come individui eccezionali, piuttosto che come membri di una comunità minoritaria sottorappresentata che ha bisogno di accesso, accomodamenti e cambiamenti strutturali – non solo di gadget che ci aiutino a funzionare individualmente. Eccezionalizza, invece di normalizzare, la disabilità come aspetto dell’esperienza umana ed esagera quanto siamo diversi dalle presone non-disabili» (p. 49). Tale tropo, inoltre, mette l’esistenza della persona disabile al servizio degli altri, «della loro empatia, della loro ispirazione, della loro motivazione, del “se ce la fanno loro, allora posso farcela anch’io» (p. 49). Insomma, per essere considerati degni di cura, continua Shew, i disabili sono tenuti a interpretare il ruolo della “brava persona disabile”.

L’insistenza con cui i media trasmettono immagini di individui disabili – quasi sempre di pelle chiara, di bell’aspetto, socialmente accettabili, frequentemente eroi di guerra o atleti di élite – che riescono a superare i limiti dei loro corpi grazie alla tecnologia contribuisce a presentare quest’ultima come salvifica per il corpo e la mente. L’idea che il recupero della “normalità” sia tra le condizioni necessarie per essere considerati “disabili di successo” deriva dal convincimento che con la disabilità si è di fronte per forza di cose non a una differenza ma ad una differenza negativa.

Le narrazioni sulla tecnologia per la disabilità, in ogni tipo di media, non servono alle persone su cui le storie sono teoricamente incentrate. In realtà, queste storie non sono affatto sulle persone disabili. Sono storie, filtrate attraverso un immaginario abile, che rafforzano tropi consumati sul progresso tecnologico, sul tecno ottimismo e sul potere innovatore dell’ingegneria. Le persone con disabilità sono personaggi secondari; la vera storia è quella della marcia trionfante della competenza tecnologica, del vivere meglio grazie alla tecnologia. E di conseguenza, più queste storie vengono lette, più la gente interiorizza le narrazioni rassicuranti che popolano i media e le cronache sportive. La standardizzazione delle narrazioni sugli individui che “superano” la disabilità, “tokenizzano”, cioè danno un valore simbolico ad alcuni tipi di disabilità cancellandone altre (pp. 56-57)

A partire dall’esperienza personale, Shew sottolinea l’enorme divario esistente tra le mirabolanti promesse degli ausili tecnologici per le disabilità e la realtà quotidiana con cui le persone si trovano ad avere a che fare. La disabilità è una categoria sociale, scrive l’autrice, non un problema risolvibile con la tecnologia. «Inquadrare la disabilità come il problema distoglie l’attenzione dal vero problema: il mondo è strutturato per escludere le persone disabili» (p. 59). Una società fondata sui dogmi della produzione e della prestazione, si propone di “recuperare” i disabili alla “normalità” ad essa necessaria, anziché preoccuparsi di rispondere alle loro reali esigenze.

Cosa significano le tecnologie per le persone? Che ruolo giocano nella loro vita? In che modo l’ambiente costruito include o esclude? In che modo le persone si identificano con e resistono agli interventi tecnologici? Come (e quando) le persone decidono di adottare o usare determinate tecnologie come le protesi? Queste domande non dovrebbero essere appannaggio esclusivo della speculazione filosofica astratta o dei rivoluzionari tecno-futuristi. Dovrebbero essere radicate nelle esperienze reali di persone disabili reali, le cui vite e corpi sono un banco di prova speciale per queste idee (pp. 62-63).

Fare delle immagini di amputati su gambe da corsa l’unica rappresentazione di cosa significhi cavarsela bene come amputato non permette alle persone di essere reali e di esprimere sentimenti e stati d’animo complessi; insomma, sostiene Shew, non permette ai disabili di essere tali.

Il corpo disabile tecnologizzato – il corpo riabilitato, “trionfante” sulle proprie condizioni – è una menzogna. La tecnologia non può trascendere la carne; il corpo è ancora lì, ancora sentito, ancora gestito, resistente. Ma la tecnologia – e le idee normative su cosa significhi avere il corpo o la mente giusti – separa sempre più il nostro io dai corpi con cui ci confrontiamo con mondo. [...] Le nuove tecnologie sollevano domande su che tipo di persone vogliamo essere e in che tipo di società vogliamo vivere (pp. 74-75).

Dopo essersi soffermata anche sulle tecniche e sulle tecnologie specifiche per le neurodivergenze, Shew mette in guardia dalle narrazioni eugenetiche e transumaniste votate al perfezionamento e al potenziamento degli esseri umani, ricordando come, alla luce dei disastri ambientali, del diffondersi di nuove malattie e dell’invecchiamento della popolazione, il futuro che si prospetta sia un futuro di disabilità diffusa. Risulta pertanto miope pianificare un futuro senza disabilità. Converrebbe, piuttosto, iniziare a ripensare la disabilità e guardare alle potenzialità offerte dalla tecnologia in una prospettiva radicalmente differente rispetto a quella imposta dalla società della produzione e della prestazione. 

In Tech we Trust – serie completa

Fonte

07/07/2026

Cosa intende la Cina per “intelligenza artificiale”

La rivoluzione degli umanoidi parla cinese

La prima reazione, osservando il nuovo U1 di UBTECH, è chiedersi: a che serve un robot tanto somigliante a un essere umano? Era davvero necessario renderlo così realistico? La risposta è arrivata da Zhou Jian, che martedì a Shenzhen ha presentato l’umanoide diventato immediatamente virale sui social di tutto il mondo. «Crediamo che l’amore abbia un potere curativo. E che la compagnia sia la più duratura delle dichiarazioni d’amore», ha spiegato l’amministratore delegato di UBTECH.

A scommettere su un futuro in cui le macchine antropomorfe sostituiranno amici e badanti non è una startup qualsiasi, ma una delle maggiori aziende cinesi di umanoidi, fondata nel 2012 e quotata in borsa a Hong Kong dal 2023. Uno dei player principali del settore sul quale fondi governativi e big tech stanno puntando sempre di più (3 miliardi di dollari investiti nel primo trimestre 2026).

I robot di un’altra azienda leader – Unitree – avevano già stupito il mondo con la loro performance di kung fu durante l’ultimo gala di Capodanno, trasmesso dalla televisione di stato. Ma il clamore suscitato dallo U1 è più forte, perché la sua promessa d’interazione con “noi umani” ci proietta in un presente da Blade Runner.

In gergo, U1 viene definito un “companion robot”. Oltre che nella manifattura e nella logistica, i produttori cinesi intravedono un massiccio impiego delle macchine antropomorfe proprio per tenerci compagnia. È, nello stesso tempo, anche uno “emotional robot”, progettato per riconoscere, interpretare e simulare emozioni, adattando il proprio comportamento all'utente.

Pensato per relazionarsi con le persone in ambiente domestico, U1 è alto 1,83 metri e pesa 42 chili nella versione uomo e 1,68 metri per 35 chili in quella donna, ha un rivestimento esterno in silicone simile alla pelle umana, è dotato di un modello di intelligenza artificiale studiato per l’interazione emotiva, e di 88 servomotori, che lo rendono relativamente agile. I dati generati vengono archiviati direttamente sul dispositivo e non caricati sul cloud, a tutela della privacy degli utenti.

Secondo UBTECH, U1 è in grado di eseguire oltre il 90 per cento dei movimenti fondamentali del corpo umano. A renderlo diverso dagli altri umanoidi è soprattutto il modello di intelligenza artificiale, sviluppato per instaurare una relazione di lungo periodo con l’utente: l’azienda sostiene che sia capace di riconoscere oltre 20 diversi stati emotivi, con una precisione superiore al 90 per cento.

Dalla fantascienza al mercato

«Il robot è in grado di sostenere conversazioni, mantenere il contatto visivo con gli utenti ed è in vendita esclusivamente per gli adulti», hanno spiegato gli addetti presenti all’evento di lancio nella capitale cinese della robotica.

In attesa di poterne verificarne le capacità, già dalla presentazione pubblica, sono apparsi evidenti alcuni limiti: soprattutto i movimenti ancora un po’ meccanici e una batteria che dura solo due-quattro ore.

Tra le caratteristiche straordinarie di U1 – che riflettono il livello di avanzamento del settore in Cina – c’è il prezzo: da 119.800 a 999.000 yuan (da 15.455 a 128.800 euro), dalla versione Lite alla Ultra, passando per la Pro. Un costo contenuto, reso possibile dall'integrazione della filiera degli umanoidi con quelle dell’automotive e degli smartphone, nelle quali la Cina vanta un vantaggio competitivo difficilmente eguagliabile.

Il robot è attualmente prenotabile: sarà possibile versare la caparra fino al 15 luglio. E per U1, il cui modello base costa quanto una berlina, in Cina ci sarebbe già un mercato. Infatti, secondo il negozio ufficiale di UBTECH su JD.com, ha superato un milione di visualizzazioni da quando sono stati aperti i preordini.

Zhou, il fondatore e amministratore delegato di UBTECH, ha dichiarato che, al momento della presentazione, erano già stati superati 13.000 preordini (per i quali è richiesto solo un deposito pari a circa 360 euro, che non costituisce un impegno vincolante all’acquisto).

Il manager ha inoltre affermato che l’azienda è ormai in grado di produrre robot umanoidi a grandezza naturale su scala industriale e si è detto convinto che, in futuro, i robot diventeranno la principale interfaccia attraverso cui gli esseri umani interagiranno con l’intelligenza artificiale.

Di recente, Morgan Stanley ha rivisto al rialzo le previsioni sul mercato cinese dei robot umanoidi, portando la stima delle consegne per il 2026 da 28.000 a 50.000 unità. Secondo la banca d’investimento, entro il 2030 le spedizioni annuali potrebbero raggiungere le 446.000 unità, grazie all’aumento della capacità produttiva e all’espansione dei campi di applicazione.

In attesa del momento ChatGPT

Nonostante i progressi degli ultimi anni, gli umanoidi non hanno ancora vissuto il loro “momento ChatGPT”: quel salto qualitativo capace di trasformare una tecnologia promettente in uno strumento di uso quotidiano. Oggi sono in grado di camminare, manipolare oggetti, sostenere conversazioni e svolgere compiti specifici, ma la loro autonomia resta limitata. Faticano ancora ad adattarsi ad ambienti imprevedibili, a comprendere situazioni complesse e a portare a termine in modo affidabile sequenze di azioni che per un essere umano sono naturali.

Ma i progressi delle startup e delle compagnie cinesi sono molto rapidi. E U1 potrebbe rappresentare la cartina al tornasole del grado di avanzamento degli umanoidi made in China. A settembre, le prime consegne del nuovo robot di UBTECH permetteranno di testarne le prestazioni al di fuori delle dimostrazioni organizzate dall’azienda.

La vera sfida non è costruire robot sempre più simili agli esseri umani, ma renderli abbastanza intelligenti, affidabili ed economicamente convenienti da poter essere impiegati su larga scala. È questo il traguardo che distingue una dimostrazione tecnologica da una rivoluzione industriale. Ed è proprio su questa soglia che la Cina sta concentrando i propri sforzi, nella convinzione che la convergenza tra grandi modelli di intelligenza artificiale, robotica e manifattura avanzata possa produrre, nel giro di pochi anni, un punto di svolta paragonabile a quello rappresentato da ChatGPT per l’IA generativa.

Intanto Tesla...

La corsa agli umanoidi non riguarda soltanto la Cina. Negli Stati Uniti, Tesla continua a sviluppare Optimus, il robot presentato nel 2022, che Elon Musk considera uno dei progetti più strategici dell’azienda. Dopo anni di prototipi e dimostrazioni pubbliche, il gruppo sta avviando la produzione pilota in uno stabilimento dedicato a Fremont, in California, dove sono state riconvertite parte delle linee produttive in precedenza destinate ai modelli S e X.

Secondo i piani illustrati da Musk, la produzione inizierà lentamente nella seconda metà del 2026, con i primi robot destinati a svolgere compiti all’interno delle fabbriche Tesla prima di essere commercializzati presso clienti industriali. Una diffusione su larga scala è attesa non prima del 2027, quando l’azienda punta ad aumentare significativamente i volumi produttivi.

La strategia di Tesla presenta differenze significative rispetto a quella cinese. Optimus nasce anzitutto come robot generalista per l’automazione industriale, destinato a svolgere attività ripetitive nelle fabbriche prima di trovare applicazione in altri contesti. In Cina, invece, accanto agli impieghi nella manifattura, aziende come UBTECH stanno già puntando sul mercato interno e sull’assistenza alla persona, sostenute da una politica industriale che coinvolge governi locali, imprese di stato e un’intera filiera manifatturiera. Due approcci diversi che riflettono visioni differenti dello sviluppo della robotica umanoide: da un lato un’evoluzione trainata da una singola, grande corporation (privata), dall’altro una strategia nazionale che punta ad accelerarne l’adozione in molteplici settori dell’economia.

Vista da questo punto d’osservazione, è chiaro che la competizione Cina-Stati Uniti sugli umanoidi non è tanto una questione di chi arriverà prima, quanto di chi arriverà meglio, ovvero riuscirà a sfornare macchine antropomorfe con applicazioni più numerose, più utili e più redditizie.

Il governo vuole il robot operaio

UBTECH aveva già fatto clamore il suo Walker S2, il primo umanoide al mondo in grado di sostituirsi da sé la batteria, che è stato impiegato in fabbriche di automobili di BYD, Geely Auto, FAW Volkswagen e Dongfeng.

A differenza di Unitree, con sede a Hangzhou, e della shanghaiese AgiBot (le altre due Big Three), che finora si sono concentrate soprattutto sulle applicazioni nella manifattura e nella logistica, con U1 UBTECH sembra scommettere sull’ingresso degli umanoidi nelle case (e, in prospettiva, anche nelle strutture sanitarie), dove per gli antropomorfi è più difficile operare, liberi dagli schemi e dai percorsi prefissati di un luogo di lavoro, e alle prese con l’imprevedibilità dell’ambiente domestico.

La spinta verso applicazioni concrete degli umanoidi non arriva però solo dalle aziende, ma anche direttamente dal governo centrale. A maggio, il ministero dell’Industria e dell’Informatica e la SASAC (l’ente che controlla le aziende di stato) hanno varato una direttiva congiunta che invita governi locali e imprese di stato a testare l’“intelligenza incarnata” nella manifattura, nella logistica, nella sanità e nel commercio. L’obiettivo è trasformare rapidamente la sperimentazione in casi d’uso reali: entro sei mesi, fino a novembre, le autorità dovranno individuare almeno 100 applicazioni operative, con la prospettiva di arrivare nel 2026 a circa 10.000 umanoidi impiegati sul campo.

Un’accelerazione che riflette anche i limiti attuali della tecnologia: le capacità produttive e operative degli umanoidi restano ancora in larga parte da dimostrare su scala industriale. Per questo Pechino sta spingendo autorità locali e imprese a moltiplicare gli scenari di applicazione e ad accelerare la transizione verso l’adozione commerciale. Il premier Li Qiang, durante una recente ispezione al Centro per l’innovazione dei robot umanoidi di Pechino, ha ribadito la necessità di ampliare gli ambienti reali in cui sperimentare questi sistemi e di accelerare l’integrazione dell’intelligenza artificiale nella manifattura avanzata.

Anche Unitree si affaccia in borsa

Mentre UBTECH presenta l’U1 e punta sul mercato dei robot da compagnia, il principale rivale cinese del settore accelera sul fronte finanziario. Unitree Robotics ha ottenuto l’approvazione della China Securities Regulatory Commission per la quotazione sul mercato STAR di Shanghai, avvicinandosi così all’ingresso in borsa.

La mossa arriva in un momento in cui l’industria cinese della robotica attrae sempre più capitali pubblici e privati, mentre gli investitori scommettono su un possibile nuovo ciclo industriale legato agli umanoidi. Secondo alcune stime di mercato, la valutazione della società potrebbe arrivare a circa 40 miliardi di yuan (5,9 miliardi di dollari).

Fondata a Hangzhou nel 2016, Unitree è partita dai robot quadrupedi per poi entrare nel segmento degli umanoidi nel 2023. Negli ultimi anni ha guadagnato grande visibilità anche grazie alle apparizioni dei suoi robot durante il Gala del Capodanno lunare trasmesso dalla televisione di stato cinese.

I conti mostrano una crescita rapida: i ricavi sono passati da 123 milioni di yuan nel 2022 a 1,69 miliardi nel 2025, mentre l’azienda è tornata in utile nel 2024 dopo due anni di perdite. Nel primo trimestre del 2026 ha registrato un aumento del fatturato del 68,5 per cento su base annua, anche se l’utile è diminuito per l’aumento delle spese in ricerca e marketing.

I costi per “incarnare” l’intelligenza artificiale in un corpo fisico, soprattutto quelli per la ricerca e sviluppo, sono enormi. E questo rappresenta un limite, perché gli umanoidi stanno drenando risorse colossali, sottraendole ad altri settori. Spese che risulteranno sostenibili soltanto in presenza di applicazioni “game changer”.

Una nuova idea di mondo

Dietro la scommessa di UBTECH non c’è soltanto il progresso tecnologico, ma una trasformazione sociale che accomuna Cina, Giappone e Corea del Sud. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle persone che vivono sole e la diffusione della solitudine stanno creando una domanda crescente di nuove forme di assistenza e compagnia.

In Giappone, il fenomeno è considerato una priorità nazionale, tanto da aver portato alla creazione di un ministro con delega all’isolamento sociale. Anche la Corea del Sud ha varato un piano pubblico per contrastare la solitudine, mentre in Cina il rapido aumento delle famiglie unipersonali sta favorendo lo sviluppo di un mercato dedicato ai servizi per chi vive solo, dagli assistenti basati sull’intelligenza artificiale ai robot da compagnia.

Alla presentazione di Shenzhen, gli umanoidi U1 di UBTECH non hanno colpito soltanto per le loro caratteristiche tecniche, ma anche per l’immagine quasi “da anime” che hanno mostrato durante la sfilata: corpi levigati, lineamenti puliti e una presenza scenica più vicina all’immaginario dell’animazione che alla robotica tradizionale.

Se, negli anni Ottanta e Novanta, il soft power giapponese ha conquistato il mondo attraverso anime e manga, quello cinese potrebbe oggi assumere una forma diversa. Non quella di personaggi e mondi immaginari, ma di tecnologie destinate a entrare nella vita quotidiana di milioni di persone, nei luoghi di lavoro, nelle case, negli ospedali. Gli umanoidi dunque non esportano semplicemente un prodotto: esportano un’idea rivoluzionaria del rapporto tra esseri umani e macchine.

È anche per questo che suscitano reazioni tanto contrastanti. Da un lato affascinano, perché sembrano dare forma a un immaginario coltivato per decenni dalla fantascienza; dall’altro inquietano, perché rendono concreta la prospettiva di una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano in un numero crescente di attività. E, a differenza dell’intelligenza artificiale “impersonale”, che vediamo all’opera attraverso lo schermo di un computer, un umanoide ha un corpo, occupa uno spazio, incrocia il nostro sguardo.

La vera domanda, allora, non è se robot come U1 riusciranno davvero a entrare nelle nostre case. È se la Cina sarà il primo paese a trasformare gli umanoidi da dimostrazione tecnologica a prodotto di massa. Se ci riuscirà, non conquisterà soltanto una posizione di leadership nella robotica. Potrà anche influenzare il modo in cui milioni di persone, nel resto del mondo, percepiranno e utilizzeranno l’intelligenza artificiale: non più come un software con cui dialogare attraverso uno schermo, ma come una presenza fisica destinata a condividere spazi, attività e relazioni con gli esseri umani.

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