Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/06/2026

Convegno di Ecoresistenze: l’ambientalismo si organizza contro la guerra dell’Occidente all’ambiente

Si è svolto sabato 20 giugno a Bologna il Convegno Nazionale di Ecoresistenze. Una fitta giornata di dibattito che ha svelato il volto ecocida europeo tra speculazione finanziaria e economia di guerra.

Mentre i palazzi della politica e i media mainstream continuano a propinare la narrazione rassicurante e mistificatoria della “transizione ecologica”, la realtà materiale bussa violentemente alla porta. Sabato 20 giugno si è tenuto a Bologna il Convegno Nazionale promosso da Ecoresistenze dal titolo inequivocabile: “Dalla finta transizione ecologica alla vera transizione bellica: l’Occidente dichiara guerra all’ambiente”.

Un appuntamento di dibattito serrato diviso in sessione mattutina e pomeridiana tra ricercatori, attivisti, comitati territoriali e un’importante componente di giovani, uniti dal rifiuto dei finti compromessi della compatibilità capitalista e determinati a rimettere al centro un ambientalismo che vuole affrontare alla radice il problema.

La crisi dell’universalismo occidentale e il bluff del capitalismo “green”

I lavori sono stati aperti da un’analisi strutturale della crisi sistemica che stiamo attraversando. Il primo intervento, affidato a Giorgio Ferrari (perito nucleare), ha tracciato il quadro generale: la crisi da sovrapproduzione capitalistica si innesta oggi sulla rottura del mercato globale e del diritto internazionale, seppellito definitivamente – è stato ricordato – sotto le macerie e il genocidio a Gaza.

In questo contesto, anche la “scienza” e istituzioni come l’IPCC non possono più essere considerate neutrali o sacre, ma vanno analizzate come strumenti spesso piegati a dinamiche politiche ed economiche ben precise. La soluzione al disastro ecologico non risiede nei “comportamenti individuali virtuosi” o nei sermoni moralisti dell’ambientalismo liberale, ma in una rottura politica ed economica con il modo di produzione capitalista ed i suoi alfieri.

La militarizzazione dei territori e l'economia di guerra

La declinazione più brutale e immediata della transizione bellica sui territori è stata sviscerata dall’intervento di Antonio Mazzeo, saggista e da sempre in prima linea nel mappare la penetrazione della NATO e degli apparati militari nel nostro Paese. Mazzeo ha illustrato come la militarizzazione non sia solo un’opzione geopolitica astratta, ma un processo materiale che divora risorse pubbliche, sottrae terre all’agricoltura e alla collettività, ed eguaglia o supera per impatto distruttivo le grandi opere speculative di stampo civile.

L’economia di guerra si traduce nei territori con l’ampliamento delle basi, le esercitazioni militari ecocidiarie e la subordinazione della ricerca scientifica universitaria alle esigenze dell’industria bellica e della difesa, sottraendo fondi vitali alla messa in sicurezza ambientale e idrogeologica del territorio nazionale.

Il territorio come merce e come trincea di resistenza

Elemento fondamentale per il dibattito è stata la dimensione territoriale e urbana. Rossella Marchini, architetta ed esperta di trasformazioni urbane, ha sviscerato il meccanismo con cui la rendita finanziaria globale opera sui territori, imponendo la propria destinazione urbanistica alle amministrazioni locali complici. Attraverso il caso studio dello Stadio di Pietralata a Roma (ma passando anche per tutte le opere inutili ed ecocide che da Milano a Palermo vengono calate sui territori), si è mostrato come l’interesse pubblico sia stato totalmente subordinato al profitto privato.

I territori, tuttavia, non sono solo luoghi di estrazione di valore, ma diventano le trincee in cui si sviluppano le ecoresistenze. Lo sguardo si è allargato anche agli scenari internazionali e post-bellici, denunciando come persino la distruzione di Gaza venga già cavalcata dai flussi finanziari per immaginare speculazioni edilizie iper-tecnologiche sulle macerie.

La ristrutturazione dell’agricoltura nel contesto del mercato globale

A chiudere la prima parte dei lavori è stato l’intervento di Mauro Conti (ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’UniCal), incentrato sulla crisi strutturale del settore primario e sulle trasformazioni dell’agricoltura nel mondo globale. Conti ha analizzato il fallimento delle politiche agricole europee e dei trattati di libero scambio, che hanno stritolato i piccoli produttori a vantaggio della grande proprietà fondiaria e delle multinazionali dell’agroindustria.

Un ruolo centrale lo hanno anche i Nuovi OGM (o TEA) (in questi giorni deregolamentati dal Parlamento Europeo) nell’esemplificare come la “finta transizione” in agricoltura si sta traducendo nella messa a valore sempre più ampia del vivente, dimostrando ancora una volta l’incompatibilità intrinseca tra la logica del massimo profitto e la sovranità alimentare e popolare.

Il grande bluff dell’atomo e della transizione energetica

Sulla stessa linea di critica alle finte soluzioni tecniche a problemi di natura squisitamente politica si è inserita la relazione di Sandro De Cecco (docente di Fisica Nucleare presso La Sapienza di Roma), che ha affrontato quello che oggi rappresenta il vero e proprio cuore della mistificazione ecologista occidentale: la questione del nucleare.

Dati alla mano, è stata smontata pezzo per pezzo la narrazione della fissione nucleare come energia “pulita”, “sicura” e indispensabile per la decarbonizzazione, oggi cinicamente inserita dall’Unione Europea nella cosiddetta “Tassonomia Verde” e sdoganata in Italia dal governo Meloni tramite la legge delega sul nucleare approvata da poco alla Camera dei Deputati.

L’intervento ha messo a nudo la natura strutturale e tutt’altro che pacifica di questa scelta: i tempi di realizzazione biblici e i costi astronomici di realizzazione del “vecchio nucleare” insieme all’inconsistenza dietro la cosiddetta “nuova generazione” (SMR, IV generazione...) dimostrano l’inconsistenza economica e climatica di questo piano per l’abbattimento immediato delle emissioni – esaminato anche alla luce degli scenari al 2050.

Il punto nodale risiede altrove, ovvero nella natura strategica e duale della tecnologia nucleare. La reintroduzione del nucleare civile serve in realtà a mantenere in vita e a finanziare le competenze tecnologiche, le infrastrutture industriali e la filiera di approvvigionamento necessarie al settore militare e agli armamenti strategici del blocco euro-atlantico.

L’interesse collettivo a guida delle priorità politiche: pianificazione e “civiltà ecologica”

Lo sguardo internazionale si è ampliato grazie ai contributi di Francesco Maringiò (giornalista esperto di Cina) e Chen Yiwen (professore associato alla Scuola di Marxismo dell’Università di Tsinghua), che hanno analizzato i modelli di sviluppo alternativi a quello occidentale, focalizzandosi sul concetto di “Civiltà Ecologica” inserito nella costituzione cinese.

I relatori hanno evidenziato come l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese rappresenti oggi un caso di studio cruciale: dopo aver subito i devastanti squilibri ambientali legati alle prime fasi di inserimento selvaggio nel mercato globale, il Paese sta tentando di invertire la rotta attraverso una forte pianificazione economica e una “dialettica marxista dell’ecologia”.

L’analisi degli interventi ha mostrato un dato materiale concreto: l’esistenza di un controllo pubblico e centralizzato dello Stato permette di sganciare la ricerca tecnologica, la transizione energetica e la tutela della biodiversità dalle sole e distruttive logiche del profitto privato a breve termine, offrendo un esempio di come la pianificazione di lungo periodo sia condizione necessaria (anche se sicuramente non sufficiente) a porre le basi per un reale sviluppo sostenibile.

Contro il riduzionismo, per la “militanza scientifica”

Il cuore scientifico e metodologico del convegno ha scardinato l’idea che il collasso ecologico sia un destino ineluttabile della specie umana, offrendo una sponda fondamentale all’ambientalismo sottolineando il rapporto inscindibile tra scienza e società.

Nel solco già tracciato dalle considerazioni di De Cecco, Antonio Bodini (professore di Ecologia presso l’Università di Parma) ha sferrato un attacco frontale al riduzionismo scientifico di stampo neoliberista, la cui pretesa è quella di parcellizzare la crisi ecologica in singoli indicatori quantitativi mercificabili (come le borse della CO2 o i crediti di carbonio).

A dimostrazione che un’alternativa materiale è possibile, Bodini ha valorizzato l’esperienza storica di Cuba. Nonostante il criminale e genocidiario bloqueo statunitense, l’isola caraibica si è dimostrata terreno fertile per l’applicazione di una nuova visione dell’ecologia improntata sul materialismo dialettico, grazie al fondamentale incontro tra Fidel Castro e Richard Levins.

Questo è stato possibile solo grazie alla pianificazione economica centralizzata e all’assenza della logica del profitto privato a guida delle priorità politiche: una testimonianza tangibile di come la tutela dell’ambiente e l’uguaglianza sociale richiedano lo sganciamento dai meccanismi di mercato, ricollegando la ricerca scientifica ai bisogni materiali delle classi popolari.

Continuità della lotta: organizzarsi è la priorità

Nelle conclusioni della giornata è stato tratto il bilancio politico del convegno, inchiodando alle proprie responsabilità tanto la destra di governo quanto le forze politiche del centrosinistra e dei partiti Verdi europei. Questi soggetti sono stati i principali artefici del Green New Deal e oggi sono capofila tra i guerrafondai, reprimendo poi con i manganelli i comitati locali che difendono i territori.

Un importante terreno di battaglia individuato riguarda la nuova svolta verso la nuclearizzazione portata avanti dall’Unione Europea dietro la maschera della sostenibilità. In Italia, il Governo Meloni, attraverso una legge delega già approvata alla Camera, sta promuovendo la reintroduzione dell’energia nucleare, calpestando l’esito dei referendum popolari con cui i cittadini si erano espressi chiaramente in senso contrario. Su questo terreno di complicità bi-partisan si allineano tanto il centrodestra quanto il centrosinistra.

La presenza attiva e numerosa di giovani, studenti e delegati dei comitati territoriali ha dimostrato che esiste un pezzo di paese reale che non si arrende alla transizione bellica. Presenti tra gli altri il Comitato Popolare Pilastro di Bologna, il Collettivo Balia dal Collare da Rieti, I No Ponte Calabria, I No Triv Basilicata e il Coordinamento Sì Parco Sì Ospedale di Pietralata (Roma).

Il dibattito, animato dagli interventi della platea e dalle realtà che hanno seguito i lavori sia in presenza che a distanza, ha confermato la necessità impellente di costruire organizzazione. Non basta l’indignazione, serve un orientamento politico dei conflitti ambientali che sappia legare la lotta contro le grandi opere speculative e la difesa della salute nei territori all’opposizione frontale al modello di sviluppo e all’economia di guerra.

Il convegno di Ecoresistenze non è stato un punto d’arrivo, ma una tappa fondamentale di chiarificazione analitica, filosofica e politica di rilancio della mobilitazione per i prossimi mesi. La reale transizione ecologica può darsi solo fuori e contro la logica del capitalismo e della guerra.

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14/12/2025

Industria nomade – La rivincita di Cipputi

Difficile fare una sintesi adeguata della qualità dei contributi al convegno organizzato dall’Usb sabato a Roma dedicato alla “questione operaia” in questa fase storica. Rinviamo pertanto al video con tutte le relazioni e gli interventi che pubblichiamo qui sotto e che meritano di essere ascoltati tutti con grande attenzione.

Possiamo dire che l’Usb ha colto la contraddizione di una riemergente centralità degli operai in questo paese ma anche in Europa, ossia nei paesi a capitalismo avanzato alle prese con una serissima crisi di sistema – già leggibile in quasi tre anni di recessione continua – dove la classe operaia, dopo aver subito colpi pesantissimi, sta confermando una funzione decisiva sia sul piano della struttura produttiva che sul piano politico.

Non ci sono più solo le fabbriche della produzione estesasi e incagliata nelle filiere mondiali, ma anche le strutture impegnate nella circolazione delle merci, quella logistica che è venuta crescendo vertiginosamente (con 1,4 milioni di lavoratori), che è diventata fondamentale nella catena del valore ma che ha un forte potere contrattuale per la sua centralità nel bloccare i flussi strategici del capitale.

C’è da fare i conti con i progetti di conversione sul piano militare o del dual use delle produzioni civili nell’ambito di quella economia di guerra che le classi dominanti vedono come exit strategy dalla crisi industriale, alimentando però una tendenza alla guerra che sta mettendo l’umanità su un pericolosissimo piano inclinato.

C’è poi la ormai insopportabile situazione dei bassi salari in un contesto che ha visto invece crescere i profitti e aumentare le disuguaglianze sociali, oppure la desolante lista dei circa 120 tavoli sulle crisi industriali al Ministero dell’Industria.

Infine ci sono gli operai che sono tornati protagonisti anche dell’agenda politica. Non è un caso che l’appello al Blocchiamo tutto a sostegno del popolo palestinese, che ha attraversato come uno tsunami mobilitante tutto il paese, sia partito dai portuali di Genova, così come le recenti immagini delle manifestazioni operaie sempre a Genova, hanno ridato la dovuta visibilità ad un soggetto sociale che in molti volevano relegato per sempre in condizione subalterna e rassegnata.

Il convegno, aperto dalla introduzione di Sasha Colautti (Usb), ha visto contributi analitici di qualità con le relazioni di Luciano Vasapollo, Franco Russo, Giorgio Cremaschi, Vladimiro Giacchè, Roberto Montanari, Mauro Casadio e con gli interventi dei rappresentanti di fabbrica di ex-Ilva, St Microelectronics, Piaggio, Jabil, Stellantis. Ed anche il contributo degli studenti che hanno riaffermato il valore di questa alleanza sociale “figlia della stessa rabbia”.

Le conclusioni sono state tirate da Pierpaolo Leonardi che ha evocato l’ambizione dell’Usb ad una iniziativa di dimensione europea sullo stesso tema trattato dal convegno, ad una manifestazione operaia nei prossimi mesi ma anche il progetto di una nuova “inchiesta di classe” tra lavoratrici e lavoratori che aggiorni quella realizzata venticinque anni fa, i cui risultati sono stati riassunti nella pubblicazione “La coscienza di Cipputi”.

Qui sotto il video con tutti gli interventi. Seguitelo con attenzione, ne vale la pena.


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04/11/2025

Chi critica le armi è perduto. Valditara contro il Cestes, con provvedimenti disciplinari

L’annullamento del convegno “La scuola non si arruola”, previsto per il 4 novembre, continua a incendiare il dibattito pubblico. E non solo per la decisione del Mim di cancellare l’evento e aprire un procedimento disciplinare contro il Cestes, ma per la risposta del ministro Valditara che, nel tentativo di difendersi, sembra avere solo peggiorato la situazione.

Di fronte al silenzio imposto a un ente accreditato per la formazione dei docenti, Luciano Vasapollo del Cestes non ci sta: “Qui siamo davanti a una censura bella e buona. Il ministero ci vuole muti, obbedienti e possibilmente compiacenti. Ma noi non facciamo parte della sua idea di scuola-soldato”.

Le accuse del ministero, secondo cui il corso sarebbe stato “estraneo alla formazione professionale dei docenti”, scatenano la reazione del responsabile scientifico del Cestes. “È grottesco – attacca Vasapollo –. Parlare di pace, di guerra, di militarizzazione delle scuole sarebbe ‘estraneo’? Ma quando mai? Da quando educare alla pace è diventato sospetto? Da quando analizzare la deriva militarista è propaganda? La propaganda è la loro, non la nostra”.

Ad arroventare il clima, arriva la risposta ufficiale del ministro Valditara alle critiche dei sindacati. Secondo lui, il Mim non avrebbe “vietato nulla”, ma semplicemente negato l’esonero dal servizio ai docenti che avrebbero voluto partecipare.

Il motivo? Il convegno sarebbe stato “propagandistico”, dunque non finanziabile “a spese del contribuente”. Una spiegazione che, più che chiarire, apre un varco enorme nelle argomentazioni del ministero. Perché se la partecipazione a un’iniziativa formativa – peraltro richiesta da un sindacato e da un ente accreditato – viene classificata come “propaganda politica”, allora chi decide cosa è pedagogia e cosa è politica? Valditara?

La sua replica alla Cgil, peraltro, è sembrata a molti più simile a un comizio che a una nota istituzionale. Ha accusato il sindacato di avere un “concetto inquietante di democrazia”, evocando un passato in cui “pretendevano di fare propaganda nelle scuole”. Una sortita che ha lasciato più di un sopracciglio alzato. Vasapollo la liquida così: “Fa sorridere, amaramente, vedere un ministro che da mesi riempie le scuole di retorica patriottica, di divise, di protocolli con le Forze Armate, che parla di pace come fosse una bestemmia… e poi dà lezioni di neutralità. È una farsa”.

La Cgil, dal canto suo, ribadisce che il valore costituzionale della pace non è un’opzione culturale, ma un fondamento della formazione civica. E sottolinea che mentre si boccia un corso critico verso la militarizzazione, aumentano in tutta Italia attività e progetti scolastici in diretto rapporto con l’industria bellica. “È questo che irrita il ministero – commenta Vasapollo –: la verità. Il fatto che docenti e studenti stiano alzando la testa, il fatto che mille persone si fossero già iscritte al nostro convegno, il fatto che le manifestazioni contro il riarmo crescano. Questo governo non sopporta che la scuola ripudi la guerra, come la Costituzione impone”.

La contraddizione politica è evidente. Da un lato, Valditara denuncia la “propaganda” altrui; dall’altro, trasforma ogni dissenso in minaccia, ogni critica in eresia, ogni corso scomodo in potenziale reato pedagogico. La linea del Mim è chiara: alimentare il sospetto verso ciò che è diverso, isolare chi introduce un pensiero critico, scoraggiare chi si oppone alla militarizzazione strisciante.

E qui Vasapollo affonda il colpo: “Colpire il Cestes significa dire a tutte le scuole: state zitte. Se parlate di pace, verrete sanzionati. Se denunciate la deriva bellicista, vi toglieremo l’accreditamento. È un messaggio da ministero autoritario, non da Paese democratico. Ma se pensano che ci arrenderemo, hanno sbagliato bersaglio”.

Il paradosso finale è quasi grottesco: mentre il ministero invoca la neutralità, la sua azione dimostra che la scuola è già terreno politico. Ma lo è a senso unico: quello imposto dal governo.

La conclusione, per Vasapollo, è una promessa e una sfida: “La scuola non si arruola, ministro. E nemmeno si inginocchia. Siamo qui, più forti e più determinati. E non saremo noi a tacere”.

Un avvertimento chiaro: se oggi nel mirino c’è un corso scomodo, domani potrebbe esserci qualsiasi docente, qualsiasi ricerca, qualsiasi idea che non corrisponda alla linea del potere. E questa sì, sarebbe la vera propaganda.

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01/11/2025

Il Ministero dell’Istruzione blocca d’imperio un convegno per docenti sulla scuola e la guerra

Il Ministero dell’Istruzione ha annullato nella mattinata di ieri, con un atto autoritario e incomprensibile, il convegno organizzato dal Cestes sul tema della guerra e dell’educazione alla pace nella scuola, oscurandolo sulla piattaforma ufficiale Sofia e comunicando ai dirigenti scolastici l’impossibilità di concedere il permesso ai 1400 docenti che si erano iscritti al corso. Il corso, dal titolo “La scuola non si arruola” era stato organizzato per martedì 4 novembre.

Il Ministero afferma che gli argomenti trattati non possono essere oggetto di formazione pedagogica nelle scuole. Ecco la motivazione ufficiale (citazione testuale): “L’iniziativa “La scuola non si arruola” non appare coerente con le finalità di formazione professionale del personale docente presentando contenuti e finalità estranei agli ambiti formativi riconducibili alle competenze professionali dei docenti, così come definite nel CCNL scuola e nell’Allegato 1 della Direttiva 170/2016”.

Il Cestes scrive in una nota che: “Il MIM sta sostanzialmente dicendo che un corso che ha come oggetto un tema estremamente attuale come la guerra e se l’educazione debba essere educazione alla pace e al rifiuto delle armi come soluzione dei conflitti non è oggetto di dibattito pedagogico, nonostante l’articolo 11 della Costituzione, per cui l’Italia ripudia la guerra” informa inoltra che i legali del CESTES stanno operando per restituire il diritto alla formazione libera e consapevole ad ogni docente.

Per il Ministro Valditara dunque l’educazione alla pace, la guerra, la corsa al riarmo e il genocidio non possono essere oggetto di formazione pedagogica, cancellando il libero diritto alla formazione del corpo docente.

Ma la dinamica sul come il ministero è arrivato a vietare un convegno di formazione per docenti quattro giorni prima del suo svolgimento, potrebbe essere un po’ più complessa, ma emblematica dell’aria che tira sia sul piano della libertà di espressione sia sul come funzionano gli apparati di interdizione e smantellamento delle iniziative ritenute dissonanti dai militaristi e dai gruppi sionisti.

È accaduto infatti che solo qualche giorno prima della decisione del ministero, un docente abbia inviato una lettera di protesta al ministero stesso, ma la stessa lettera è rapidamente pervenuta e pubblicata giovedì 30 ottobre anche da un noto sito ultrasionista in Italia.

Nella lettera, questo docente denuncia di aver ricevuto sulla casella di posta istituzionale della sua scuola il programma dei lavori del corso di formazione del CESTES del 4 novembre e la notizia di un’altra iniziativa sindacale contro il Ddl Gasparri svoltasi una settimana prima.

Mettendo in un unico calderone le due iniziative, il docente scrive che “In particolare l’amministrazione scolastica ha da anni adottato le “Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola”, che illustrano chiaramente come l’antisionismo sia oggi una delle forme più insidiose di antisemitismo”, precisando poi che “Il convegno del CESTES, oltre a prendere posizione contro il piano di riarmo europeo, assimila il sionismo al colonialismo e accusa Israele di genocidio. Come se non bastasse, si presenta come iniziativa di formazione professionale”.

Detto fatto e per una curiosa coincidenza, appena la lettera di protesta è stata pubblicata nel posto giusto (il sito ultrasionista), il ministero è intervenuto immediatamente per bloccare il corso di formazione, con una perfetta sincronizzazione.

È evidente che sulla scuola e l’università si va abbattendo una ondata normalizzatrice e reazionaria che punta ad arruolarle sia nella logica del riarmo e della guerra sia sul ripristino della narrazione israeliana della realtà.

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27/03/2019

L’automazione avanza. I lavoratori che fine fanno? Un convegno a Pontedera


Nel 2013 un famoso studio condotto da due economisti dell’università di Oxford, Michael Osborne e Carl Benedikt Frey. intitolato “Il futuro della disoccupazione”, poneva un interrogativo inquietante. "Quanto sono minacciati i posti di lavoro dalla computerizzazione?”. I due studiosi ricorrendo ad alcune nuove tecniche matematiche e statistiche per calcolare l’eventuale effetto dell’innovazione tecnologica su un’ampia gamma di lavori, (esattamente 702 in tutto), arrivavano ad una conclusione decisamente pesante.

Secondo i due studiosi nel giro di una ventina d’anni il 47 per cento dei posti di lavoro rientrerà nella “categoria ad alto rischio”, perchè sarà potenzialmente automatizzabile. L'automazione sostituirà soprattutto i lavori meno specializzati e a basso salario. Quelli più specializzati e ad alto salario, invece, correrebbero minori rischi di sparire. I più penalizzati, fino a diventare “eccedenza di capitale umano” sarebbero i lavoratori poveri e a bassa qualifica, effetti minori ci sarebbero sulla middle class (ma su questo nutriamo qualche dubbio), mentre i segmenti alti della società avranno meno problemi dall’impatto con una estesa automazione tecnologica.

Le tecniche e i processi di automazione della produzione da sempre spingono in avanti l’evoluzione delle società umane. Il problema è stato ed è l’uso di queste innovazioni nei rapporti tra gli esseri umani e con la natura, il loro orientamento e la guida stessa dei processi di automazione, che oggi da una parte aumentano la disoccupazione di massa, dall’altra la fatica e lo sfruttamento umano a fini privati.

Tutti i grandi cambiamenti tecnologici hanno comportato una profonda riorganizzazione della produzione. Per questo è fondamentale un'approfondita riflessione sull’influenza che hanno nei rapporti sociali esistenti.

Sabato 30 marzo a Pontedera (Pisa), l’Usb ha organizzato un interessantissimo convegno proprio su “Industria 4.0: Automazione e disoccupazione tecnologica” e su come impatta e impatterà sul lavoro nei prossimi anni. Il convegno si terrà presso il Centrum Sete Sois Sete Luas, via Rinaldo Piaggio 82 Pontedera,dalle 9.30 alle 17.00.

Sono previsti interventi e relazioni di Cinzia Della Porta, Luciano Vasapollo (Contesto della competizione economica internazionale), Stefano Zai (Industria 4.0: rivoluzione tecnologica e del lavoro), Guido Lutrario (Nuove tecnologie e riduzione delle tutele – caso gig economy), Maria Antonietta Pascali (Industria 4.0 nella ricerca pubblica), Marco Benevento (Il sindacato di classe nella fabbrica globale), Francesco Scolamiero (La formazione ai tempi della specializzazione per pochi e del lavoro povero per molti), Sergio Bellavita (Industria 4.0 e contrattazione collettiva), Luigi Marinelli (La necessità della rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro), Giorgio Cremaschi (Il processo storico di riduzione dell’orario di lavoro, perché e quando si è interrotto). Le relazioni saranno alternate da interventi dei delegati di Piaggio, CNR, Fca, Sevel, Ast, GD, Stmicroelectronics, Wartsila, Tim

A livello internazionale questa “rivoluzione” tecnologica sta determinando l’espulsione di decine di milioni di lavoratori dalle varie attività produttive, nel terziario e nei servizi.

“Quali risposte può dare il sindacalismo di classe a questo aumento esponenziale della disoccupazione, contro una gestione della crisi che non dà alcuna prospettiva di reinserimento lavorativo, aumentando invece e sempre più il divario tra sfruttati e sfruttatori? E’ possibile utilizzare questo formidabile avanzamento tecnologico per il soddisfacimento dei bisogni delle maggioranze, a partire dai produttori diretti della ricchezza, che rimangono i lavoratori?” si interroga l’Usb nella nota di presentazione del convegno del 30 marzo che ha scelto di tenere, significativamente, a Pontedera dove sta decollando intorno alla Piaggio un progetto strategico di automazione. Roberto Colaninno, Presidente e Amministratore Delegato di Piaggio & C. S.p.A. infatti ha messo recentemente in programma il dimezzamento della manodopera nella fabbrica di Pontedera.

La nuova rivoluzione industriale, denominata Industria 4.0, è caratterizzata da tecnologie che evolvono con ritmi e contenuti molto rapidi, determinando nuovi rapporti tra tecnologia e lavoro. Le conseguenze di questa rivoluzione investono gran parte dei processi produttivi, ma anche una nuova relazione tra consumatori e mercati, ridisegnando già da ora una diversa società.

La caratteristica principale di questa evoluzione è l’integrazione tra i processi fisici e le tecnologie digitali, che fa emergere una nuova centralità del “lavoro mentale” e rinnova i modelli organizzativi. Con il divenire intelligente della produzione, le grandi fabbriche risolvono progressivamente il superamento delle linee e la loro sostituzione con ‘isole’ autonome dove convivono uomini e macchine, team di lavoratori e robot.

Le piccole imprese, pur tra mille difficoltà in termini di investimenti in macchinari e R&D, intensificano e qualificano le caratteristiche della produzione italiana, con lavorazioni di nicchia che fanno convivere abilità artigianali classiche con quelle digitali.

Il tema viene affrontato dalle élite economiche, politiche e del sindacalismo confederale unicamente dal punto di vista delle novità tecnologiche e declinato nei capitoli degli investimenti e della politica industriale, lasciando in secondo piano l’enorme impatto sul mercato del lavoro, come se il cambiamento tecnologico fosse “neutrale” negli effetti che ha sui rapporti sociali ed economici.

Nei due secoli passati la sostituzione del lavoro dell’uomo con le macchine non ha mai comportato un aumento stabile della disoccupazione, perché nuovi lavori si sono venuti a creare in un’economia in crescita costante.

Oggi però l’elemento dominante dell’economia mondiale è la crisi sistemica del modello di produzione capitalistica, con i mercati in costante affanno, se non in recessione, soprattutto nei paesi occidentali. Un contesto nel quale i processi di sostituzione di mansioni divenute obsolete con nuovi posti di lavoro non è possibile, a causa della competizione internazionale su mercati che si fanno sempre più ristretti rispetto alle enormi potenzialità produttive dei sistemi messi al lavoro.

Da un lato si assiste a una progressiva automazione di attività che hanno una certa componente di routine e in cui è possibile sostituire il lavoro umano con quello meccanico, dall’altro il crescente utilizzo di tecnologie aumenta ed estende il grado di standardizzazione di tutte le attività lavorative, rendendo più facile una sostituzione di lavoratori da parte di robot e macchine, anche in professioni finora non ritenute automatizzabili.

Emergono tecnologie come la stampante 3D che può creare gli oggetti più svariati, riducendo il lavoro manuale umano al minimo, pur rimanendo quello intellettuale.

Il lavoro di ricerca su Industria 4.0 oggi è principalmente finanziato da strutture pubbliche. Per i Poli Industria 4.0, sono stati messi a disposizione 40 milioni di euro di risorse pubbliche, ogni ‘competence center’ può ricevere fino a un massimo di 7 milioni 500mila euro in sovvenzioni per le spese di avviamento e fino a 200mila euro per ogni progetto.

A livello globale, sono moltissimi i programmi e gli interventi – declinati con strategie e formule differenti – dedicati allo sviluppo e all’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse a “Industria 4.0”. L’Unione Europea ha messo a disposizione per il periodo 2014-2020 cospicui finanziamenti (70,2 miliardi) a favore di enti pubblici, imprese e associazioni.

Il programma quadro si chiama Horizon 2020, che finanzia la ricerca e l’innovazione. Di questi 30 miliardi sono per l’Industria 4.0, spostando il suo baricentro dalle opere infrastrutturali all’innovazione tecnologica. La conduzione privatistica e mercantilista di questa nuova rivoluzione industriale è facilmente calcolabile in termini di posti di lavoro persi.

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27/09/2017

Intolleranza e disattivazione politica. Le democrazie “off shore”

L’intolleranza verso il dissenso costituisce una delle principali manifestazioni della crisi della politica di oggi, che ostacola la possibilità di azione collettiva, nega lo spazio per la mediazione tra le istituzioni e il popolo e impedisce poi ai settori sociali di rappresentarsi come agenti della propria storia (Balibar, 2016 ). In questo senso, la stessa nozione di cittadinanza è “sotto attacco e ridotta all’impotenza”, mentre i sistemi democratici assumono una forma “pura”, cioè diventano capaci di affrontare esclusivamente la propria logica e i meccanismi della propria riproduzione (ibid: 12). individui e gruppi, di conseguenza, vengono espulsi dal loro posto nel mondo (Sassen, 2014).

Mentre riducono le opportunità di forme di azione partecipativa, le democrazie contemporanee espandono allo stesso tempo la sfera della delegazione. Così, il processo elettorale diventa sempre più influenzato da interessi privati espressi attraverso l’iniziativa di donatori e di lobbisti. Sollecitare delle tangenti si dice ora “raccolta fondi” e la corruzione stessa è “il lobbismo”, mentre i lobbisti delle banche determinano o addirittura scrivono la legislazione che dovrebbe andare a regolamentare loro stesse banche”(Graeber, 2013: 114).

Quando la partecipazione è scoraggiata, l’enclave del potere politico e di quello economico diventa sempre più insensibile agli umori e alle esigenze dei cittadini. Ciò va a costituire forme di “democrazia off-shore”, nel senso che le dinamiche che le governano, le procedure dei processi decisionali e la loro stessa capacità di prendere posizioni che interessano tutti sono nascoste all’elettorato. Questo porta ad un processo di disarmo politico dell’elettorato, che cresce impotente, disilluso e, ancora una volta, apatico.

La mancanza di partecipazione segna il declino simultaneo delle deliberative practices “pratiche deliberative”, vale a dire quei processi che conducono alla formazione di opinioni nell’interazione con gli altri. Queste pratiche caratterizzano i movimenti sociali e il modo in cui la loro comunicazione orizzontale produce tolleranza all’altro e l’accettazione della diversità. Il cambiamento delle risposte istituzionali nei confronti dei i movimenti sociali, verso considerare solo i fattori puramente tecnici, dimostra come questo processo comunicativo sia ostacolato. Alle proteste si sollevano risposte di tipo militare, supportate da tecniche di controllo di folla come il “kettling” o “corralling”. Il primo è una metafora che fa pensare al contenimento dei manifestanti come al contenimento del calore e del vapore all’interno di un bollitore, e consiste nel racchiudere (sottomettere?) i manifestanti per soggiogarli attraverso l’immobilità forzata. Ma per evitare allusioni al confronto militare, tuttavia, si preferisce utilizzare anche il secondo termine (corralling), che fa riferimento alla pratica di racchiudere gli animali e limitare il territorio che occupano. I dimostranti così “accatastati” o “corrallati”, a cui è negato l’accesso agli alimenti, all’acqua e ai servizi igienici, sono male assortiti per combattere e sfidare i manganelli o le cariche poliziesche. Spesso, quando cresce la stanchezza dopo che sono circondati da ore, chiedono solo di tornare a casa. In alcuni casi, inoltre, il “kettling” si svolge ben prima che la posizione concordata sia persino raggiunta dai manifestanti, che sono bloccati alle stazioni di autobus o treni e a cui è impedito fisicamente di partecipare alla manifestazione. Considerata come violazione dei diritti umani, questa tecnica e il suo corollario militare aumentano il costo della protesta, suscitando sentimenti di ingiustizia e, quindi, a volte rafforzando la disponibilità a partecipare.

Certamente la militarizzazione del controllo della folla è forse una caratteristica costante delle democrazie, che spesso trovano particolarmente difficile riconoscere il diritto di protestare e di mediare con i manifestanti. Questa caratteristica, tuttavia, ha assunto nuova importanza con la trasformazione dello spazio pubblico in spazio privato, per cui i dimostranti sono considerati sobillatori del buon funzionamento del business, nemici dei consumatori che negano il loro “diritto umano” al consumo.

I minacciosi dimostranti farebbero bene a lasciar perdere gli spazi privati, perché essi non contano se non sono né consumatori né forza lavoro. La filosofia di questo cambio si trova nell’idea paradossale che, nei paesi in cui è consentito il dissenso, non c’è bisogno di dissentire: al contrario, in paesi in cui l’opposizione è vietata, tale protesta è giustificata. Quindi è falsa l’affermazione secondo cui il cambiamento di regime, effettuato attraverso l’invasione di paesi non democratici, è mirato a fornire ai propri abitanti il diritto di protestare.

Democrazia deliberativa e trasgressione

È tempo di identificare alcune delle forze sociali che possono temperare i due tipi di radicalizzazione discussi. La repressione riduce la radicalizzazione attraverso l’aumento del costo della partecipazione ad azioni violente? Uno studio che indaga l’effetto di diversi tipi di repressione ha scoperto che chiudere le vie non violente di dissenso aumenta le contestazioni di gruppo e aumenta la partecipazione alla violenza. Prendendo come obbiettivo specifici gruppi violenti, d’altro canto, non si è rivelato alcun effetto discernibile sulla violenza. Lo studio si è concentrato su “modelli di terrorismo” in 149 paesi per il periodo 1981-2006 (Piazza, 2017).

La questione posta fino ad ora è che quando le forme di governo diventano sempre più elitiste, e i circoli e le reti di potere diventano impermeabili alle esigenze e alle richieste esterne, essi sono portati a respingere la mediazione e a ricorrere alla repressione in maniera sistematica e casuale. Allo stesso modo, le controversie politiche diventano nascoste, ignare delle deliberative interactions e, a sua volta, allargano in modo casuale la gamma dei propri obiettivi. Mentre i pericoli posti dalla radicalizzazione della democrazia sono stati brevemente esposti, quelli posti dalla radicalizzazione dell’altro possono materializzarsi in atrocità superiori a quelle che abbiamo finora testimoniato. Questo perché i tipi di reti che vengono create sono basati su legami deboli tra le organizzazioni centrali e le cellule indipendenti, in modo che gli atti violenti diventino difficili da controllare in termini di tipologia e intensità. Ciò avviene quando l’affiliazione è aperta, lasciando a ogni componente l’opportunità di aprire ulteriormente la partecipazione ad alleati e complici che vengono ulteriormente rimossi dal nucleo dell’organizzazione. I forti legami caratterizzano l’affiliazione limitata, mentre la “forza dei legami deboli” provocherà un allargamento della rete e produrrà costi imprevedibili per l’uomo (Granovetter, 1973, 1982).

Un rilancio di movimenti sociali potrebbe invertire questa tendenza

Potrebbe aumentare la comunicazione tra gruppi ed individui, sfociando cosi nello sviluppo di identità cosmopolite (Della Porta, 2013). La maggior parte di movimenti sociali sono avversi alla violenza organizzata, esercitata da enti statali e non, e anche quando si esprime sotto forma di “tumulti”, secondo quanto argomenta Machiavelli, potrebbero portare a cambiamenti sociali, lotta alla corruzione e giovare alla democrazia. E’ ad ogni modo necessaria, pero, per evitare ottimismi ingiustificati, una breve riflessione finale sulla democrazia deliberativa e le sue pratiche sopra menzionate.

I sostenitori di questa scuola di pensiero, affermano che le decisioni politiche dovrebbero essere il risultato di una corretta comunicazione tra cittadini, i quali hanno l’opportunità di affrontare e considerare diversi punti di vista con il fine di migliorare il bene comune. La conversazione, quindi, è tesa a stabilire procedure e azioni, condurre ad un accordo riguardante le decisioni da prendere e, allo stesso tempo, rinforzare la democrazia attraverso la partecipazione collettiva. La legittimità di decisioni politiche democratiche fa perno su tale partecipazione collettiva, includendo movimenti sociali sia “contenuti” che “trasgressivi”. A loro volta, le decisioni non sono la somma di interessi prestabiliti in concorrenza, ma il risultato di opinioni formate attraverso il confronto. In sintesi, rispetto alle decisioni individuali e collettive, la democrazia deliberativa sposta l’enfasi dal risultato della decisione alla qualità della procedura che porta ad essa. Il confronto dovrebbe essere pubblico e dal linguaggio chiaro, come suggerirebbero i primi sostenitori di questo modello (Rawls, 1972; Habermas, 1984), e anche se il processo non produce consenso, le rimanenti differenze e le possibilità di discuterle ulteriormente rinforzerebbe comunque la democrazia.

Esaminando con occhio critico questa teoria, si potrebbe sostenere che solo gli individui e gruppi con rilevanti competenze siano in grado di argomentare in modo ragionevole e con forma stilisticamente accettata.

Inoltre, tale considerazione presume che i partecipanti al dialogo siano razionali, cooperativi, e che le loro argomentazioni siano persuasive e unificanti, una circostanza che potrebbe escludere la maggioranza dei cittadini. Dopotutto, sono le disuguaglianze e le discriminazioni sociali a determinare queste abilità. In più il modello della delibera tralascia il ruolo che giocano le passioni e le forme di identificazione politica nell'ambito politico.

Un modello più realistico di democrazia deliberativa potrebbe concepire il conflitto come una permanente caratteristica dei sistemi sociali, cercando di incoraggiare una mobilitazione costante, una continua spinta verso l’uguaglianza e la tolleranza. Questo tipo di “pluralismo agonistico” (Mouffe, 2013) riconosce che il potere è costitutivo delle relazioni sociali e che l’ordine politico è l’espressione di una determinata egemonia. Il pluralismo agonistico crea le identità in un terreno precario e sempre vulnerabile, perché avviene nel “politico” (“the political”), vale a dire un’arena che riflette l’antagonismo inerente alle relazioni umane. Questo tipo di democrazia deliberativa non presuppone l’esistenza di “nemici” ma “avversari”, qualcuno le cui idee ci si combatte, ma il cui diritto di difenderli non viene messo in questione (ibid).

Le democrazie radicalizzate si sforzano di trasformare tutto il dissenso nell’“altro radicalizzato”, mentre il dissenso ha un obiettivo opposto, quello di distanziarsi dal terrore, compreso il terrore statale. In questo senso, gli Stati che combattono la radicalizzazione dell’altro dovrebbero promuovere e, al contempo, incoraggiare la rivitalizzazione e la crescita dei movimenti sociali.

Conclusioni

Ricorrenti e forse infondate, si sentono lamentele che i criminologi hanno evitato l’analisi del terrorismo (Ruggiero, 2006; Freilich e LaFree, 2015). Si dovrebbe domandare, piuttosto, se le categorie criminologiche stesse sono fungibile per l’analisi della questione. Questo documento ha proposto un’analisi dell’estremismo politico che va fuori dal regno canonico della criminologia, a partire dall’esame contemporaneo della radicalizzazione della democrazia e della radicalizzazione dell’altro. Dopo aver evidenziato la dinamica imitativa che collega la violenza istituzionale e anti-istituzionale, ha sostenuto che l’interazione tra i due tipi di radicalizzazione non riguarda solo l’intensità della violenza condotta, ma perfino la struttura delle due parti radicalizzate. La repressione sistematica del dissenso, è stata sostenuta, tende a trasformare tutti gli attori critici in terroristi, mentre i movimenti sociali tendono probabilmente a isolare l’elemento terroristico all’interno di una società che comunque combattono. È stata sostenuta una forma specifica di democrazia deliberativa, quella che presuppone l’esistenza di conflitti, disuguaglianze, ingiustizie e, quindi, di antagonismo ma che al contempo persegue il dialogo e la conversazione.

Vincenzo Ruggiero – Docente dell’università Middlesex di Londra. Intervento al convegno Eurostop di Bologna “Stop a Minniti: ordine pubblico o giustizia sociale?”

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24/09/2017

Stop a Minniti e amnistia sociale. Il convegno di Bologna



Ieri a Bologna si è tenuto il convegno promosso da Eurostop per confrontarsi sulle azioni da mettere in campo per difendere l’agibilità politica e democratica nel nostro paese, minacciata dal modello repressivo incarnato dall’azione delle Leggi Minniti-Orlando. Le proposte emerse ruotano intorno all’obiettivo dell’amnistia per i reati commessi durante le lotte sociali e sindacali, l’abrogazione delle Leggi Minniti-Orlando, le dimissioni di Minniti.

Numerosi gli interventi (qui il VIDEO con tutti gli interventi, mentre la relazione introduttiva di Sergio Cararo la trovate anche nella rubrica dei documenti): gli storici Giorgio Gattei e Roberto Sassi, Italo Di Sabato (osservatorio contro la repressione), Giovanni Russo Spena (Prc), l’avv. Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Ugo Boghetta, Danilo Ruggieri (Eurostop), Eugenia Tarini (Noi Restiamo), Guido Lutrario (Usb), Massimo Amore (Eurostop Napoli), Nicoletta Dosio (No Tav), Morgan (Collettivo Universitario Autonomo, Bo), l’avv. Marina Prosperi, prof. Vincenzo Ruggiero (università di Londra); Francesco Piccioni, una operaia della Verter, Dafne Anastasi.

Il comunicato finale del convegno di Bologna.

Il convegno di Bologna “Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?”, intende concludere i propri lavori con alcune indicazioni di lavoro:

L’avvio di un percorso di iniziativa sull’obiettivo dell’amnistia sociale per i reati che vedono perseguiti centinaia di attivisti sociali, sindacali, politici in tutto il paese;

Attuare l’obiettivo della abrogazione delle leggi Minniti-Orlando e delle dimissioni del ministro Minniti perché oggi giustizia sociale e legalità sono diventate una contraddizione evidente e inaccettabile;

Su questi obiettivi intende lavorare ad una convergenza di forze ampia ed inclusiva, dando mandato per un incontro nel più breve tempo possibile e per dotarsi degli strumenti necessari per agire;

Il convegno di Bologna invierà una lettera di solidarietà ai cinque attivisti italiani ancora in carcere ad Amburgo per le manifestazioni contro il vertice del G7 di luglio

Infine invita tutte e tutti a discutere e convergere con la proposta di manifestazione nazionale che Eurostop intende mettere in campo per novembre sui temi prioritari del conflitto sociale e politico a livello nazionale ed europeo

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13/09/2017

Il mondo di Minniti nega la giustizia sociale. Un convegno a Bologna

Sabato 23 settembre a Bologna (Casa del Popolo Ventipietre, via Marzabotto 2), si terrà un convegno/confronto su “Stop Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?” promosso da Eurostop che nel maggio aveva lanciato un appello contro la repressione e per le libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni.

La città, la data e il tema non sono affatto casuali. Quaranta anni fa, proprio a Bologna, il movimento del ’77 tenne il famoso convegno contro la repressione, un appuntamento di massa che intuiva e anticipava il segno di quel progetto autoritario che, colpendo il movimento del ’77 preparava il terreno alla vendetta di classe e alla piena restaurazione dell’ordine capitalistico nel paese. Questi ultimi dieci anni, dalla ultima manifestazione della crisi nel 2008, hanno impresso brutalmente e chiaramente tale segno sui rapporti sociali e le libertà democratiche in Italia. La quadratura del cerchio è leggibile nell’altissimo numero di arresti, processi, provvedimenti restrittivi contro attivisti sociali e sindacali negli ultimi anni – teso a depotenziare ogni espressione politica e organizzata del disagio sociale – e dalle leggi organiche in materia repressiva sistematizzate dal modello Minniti.

E’ la sanzione che i diritti dei padroni si sono dotati di una legalità che viene invocata e imposta anche con manganellate, idranti, processi, mentre i diritti sociali e costituzionali – o la semplice aspirazione alla giustizia sociale a fronte di disuguaglianze accresciute e insopportabili – non vengono riconosciuti e attuati in alcuna forma. Chi prova ad affermarlo si trova a fare i conti un apparato autoritario, uno stato di polizia permanente, che agisce per affermare questo stato di cose.


Qui di seguito pubblichiamo la lettera con cui Eurostop presenta il convegno del 23 settembre, ma la materia richiede e impone una attenzione, un dibattito e una iniziativa a tutto campo nei prossimi mesi.

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Stop a Minniti. Ordine pubblico o giustizia sociale?


A maggio di quest’anno Eurostop ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici. In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. E’ sempre più palese un modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato.

Vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo. Scegliamo di farlo a Bologna il 23 settembre non solo perché a Bologna è stato reso pubblico l’appello di maggio, ma perché quaranta anni fa il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77 proprio a Bologna, fu anche allora anticipatore ed emblematico del modello sociale che si voleva imporre al nostro paese, scatenando la repressione contro il movimento come presupposto per l’azzeramento delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70.

L’Italia emersa in questi anni di restaurazione autoritaria sul piano sociale, giuridico, politico si va conformando come una vendetta “di classe” contro ciò che rappresentano lavoratori e classi popolari, intellettuali progressisti e attivisti politico/sociali.

A questa logica di guerra contro i poveri sono state conformate le nuove leggi in materia di ordine pubblico, decoro urbano, immigrazione. Le scene che abbiamo visto questa estate ne sono la conferma più brutale.

Abbiamo l’ambizione di volerci opporre a questa situazione, a cominciare dalla denuncia del carattere anticostituzionale delle Leggi Minniti di cui chiediamo l’abrogazione, per finire con la richiesta di una amnistia per i reati commessi durante le lotte e le manifestazioni in difesa della giustizia sociale.

Come è stato scritto anche di recente, i diritti sociali costituzionali sono prevalenti rispetto agli interessi privati, ma solo questi ultimi hanno creato a propria tutela una legalità che si vuole imporre con ogni mezzo.

Su questo chiamiamo al confronto sabato 23 settembre a Bologna e alla mobilitazione nelle prossime settimane.

Al momento sono previsti interventi e contributi di: Vincenzo Ruggiero, Giorgio Gattei, Valerio Evangelisti, Nicoletta Dosio, Italo Di Sabato, Francesco Romeo, Giorgio Cremaschi, Giovanni Russo Spena, Roberto Sassi, Franco Russo, Francesco Piccioni, Ugo Boghetta, Sergio Cararo, Danilo Ruggeri, Orazio Vasta, rappresentanti dei sindacati di base, dei movimenti sociali, dei migranti

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09/09/2017

Diritto alla casa: la Costituzione lo prevede, la “legalità” lo nega

Giovedì 15 settembre le case occupate di via Tiburtina 1064 a Roma, ospiteranno una assemblea-convegno sul tema : “Diritto alla casa, un diritto costituzionale disatteso”. Una iniziativa significativa anche perché l’occupazione di via Tiburtina, consolidata dal 2013, è stata ripetutamente indicata dai giornali come una delle prossime minacciate di sgombero. Al Convegno partecipano: Paolo Maddalena presidente emerito della Corte Costituzionale; Ferdinando Imposimato presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione; l’Avv. Vincenzo Perticaro che sta seguendo le cause sui PdZ a Roma; l’On. Roberta Lombardi del M5S; l’On. Stefano Fassina di S.I.; Cristian Raimo, giornalista; Antonello Sotgia, urbanista; Abou Soumahoro Esecutivo nazionale USB; Franco Russo Piattaforma Eurostop. L’iniziativa è stata organizzata dall’Asia e dalla neonata Federazione del Sociale dell’Usb. Sono stati invitati giornalisti, architetti e urbanisti, i movimenti per la casa e le associazioni dei rifugiati.

A Roma ci sono migliaia di sfratti per morosità, decine di migliaia di famiglie in attesa di un alloggio popolare, un patrimonio di edilizia popolare ridotto al lumicino, le proprietà degli Enti previdenziali cartolarizzate e cedute a società finanziarie e i Piani di Zona rivelatisi una colossale truffa ai danni delle casse pubbliche e di migliaia di cittadini compongono un quadro nel quale il diritto alla casa non è contemplato.

I prezzi degli alloggi saliti alle stelle ed il superamento di ogni forma di calmieramento del mercato hanno tagliato fuori negli ultimi decenni intere fasce di popolazione che non possono permettersi un alloggio dignitoso. Eppure l’abitazione costituisce un bene fondamentale riconosciuto da leggi ed accordi internazionali regolarmente sottoscritti dal nostro paese ed è una condizione indispensabile per poter condurre una vita dignitosa. Senza casa non si vive e l’assenza di un alloggio condiziona anche la possibilità di vedersi riconosciuti altri diritti.

Di contro il nostro patrimonio immobiliare è diventato oggetto non solo della speculazione edilizia, che in Italia ha una storia molto lunga, ma anche di nuovi appetiti finanziari di apparizione più recente che guardano alla valorizzazione dei suoli, delle volumetrie e di interi quartieri come grande occasione di investimento economico. Le leggi hanno via via favorito la trasformazione anche urbanistica delle città in funzione di questi interessi voraci, senza alcun tipo di tutela per una massa crescente di persone in difficoltà. Il resto lo ha fatto la crisi e la crescente precarietà economica che ha messo le famiglie in condizioni di non poter sostenere i costi di un alloggio.

E’ questa l’unica spiegazione corretta del fenomeno delle occupazioni, estrema ratio a cui ricorre chi non volendo vivere per strada decide di organizzarsi per ricavare un tetto da edifici spesso nati per altre finalità, e riadattati ad abitazioni dopo essere rimasti inutilizzati per anni.

L’ondata repressiva che si sta abbattendo contro le famiglie in difficoltà e che in nome della necessità di riconsegnare gli stabili ai legittimi proprietari trascura l’insieme dei diritti che viene sistematicamente dimenticato nasconde il dato macroscopico di un paese dove il diritto costituzionale alla casa è stato cancellato.

L’obiettivo del Convegno è ripristinare il senso della realtà quando parliamo di “questione casa”. L’assenza di una politica della casa, il mancato utilizzo dei fondi a disposizione (a cominciare dai fondi ex-Gescal), le città lasciate in mano alla proprietà finanziaria, la messa in vendita di ciò che resta dell’edilizia popolare rendono la situazione drammatica. Quando si parla di legalità occorre partire da questa consolidata illegalità del sistema per provare ad affrontare la questione partendo dalle cause.

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22/09/2015

Roma. I fascisti pensano al Mediterraneo. Un convegno con brutta gente

Sabato prossimo, all'Hotel dei Congressi all’Eur, si tiene un convegno dal titolo rassicurante e ingannevole: “Mediterraneo solidale”. Apparentemente anche alcuni degli invitati sono meritevoli di interesse e rispetto: il Fplp palestinese ad esempio ma anche gli Hezbollah libanesi. Ma sono gli organizzatori a non essere meritevoli di rispetto né di interesse. Trattasi della onlus “Sol. Id”, anche qui una sigla anonima e rassicurante ma il milieu che la circonda non lo è altrettanto. Tant’è che il Fplp palestinese, attraverso il suo dirigente Maher Al-Taher, ha già fatto sapere che ha rigettato l'invito (vedi su Contropiano) e ci auguriamo che altrettanto facciano anche gli Hezbollah libanesi.

Qualcosa è arrivato anche alle orecchie della Regione Lazio che aveva dato il patrocinio al convegno ma che lo ha poi ritirato con la più stupida delle motivazioni: "Avendo avuto notizia della partecipazione all'evento e del patrocinio di soggetti riconducibili ad organizzazioni citate nella risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2005", là dove si sostiene che Hezbollah è un'associazione che ha condotto attività terroristiche, "si ritiene di revocare il precedente patrocinio". Dunque la Regione Lazio ritira il patrocinio a causa dell’unica componente credibile del convegno. Vista così siamo alla follia.

Eppure il problema di questo convegno non sono certo gli Hezbollah libanesi. Tra i relatori infatti possiamo leggere che ci saranno i fascisti Alberto Palladino, detto “Zippo” e noto esponente di Casa Pound; Franco Nerozzi, capo della onlus “Popoli”, condannato (con patteggiamento) per attività paramilitari in Birmania e nel tentato golpe alle isole Comore; Luca Bortoni dell’Associazione Lombardia-Russia e uomo di Salvini; ed ancora Giovanni Feola, altro esponente di Casa Pound.

Ma anche sugli organizzatori è bene segnalare qualche informazione. Si tratta della onlus Sol. Id, che sta a significare "Solidarité – Identités", una sorta di dipartimento esteri di Casa Pound per progetti e contatti in alcuni paesi. In particolare per viaggi e contatti in quella Birmania in cui si svolge sì la vicenda del popolo Karen che tanto sta a cuore ai neofascisti italiani, ma che è nota al mondo anche per essere il centro del Triangolo d’Oro della droga.

Tra gli ospiti del convegno ci sono anche un po’ di neofascisti arabi. Tra cui Hassan Sakr (responsabile Affari esteri del Syrian social nationalist party ovvero Partito Socialnazionalista siriano), Alise Blanchard (SOS Chrétiens d’Orient onlus, cioè i “Cristiani d’Oriente”). Di Alise si sa poco ma del fondatore dei “Cristiani d’Oriente” si sa che è assistente parlamentare del deputato Marie-Christine Arnautu, vicepresidente del Fronte Nazionale (FN) francese.

Ma Sol.Id. si occupa anche di Africa, con il piccolo particolare che se ne occupa nella visione e versione “dell’uomo bianco” che sarebbe a rischio di scomparsa. I fascisti di Sol.Id infatti portano la loro solidarietà al “popolo boero”, ovvero gli eredi dei coloni olandesi, sconfitti e annessi dal colonialismo britannico, apertamente filonazisti ma soprattutto ceppo feroce del regime di segregazione razziale contro i neri conosciuto come apartheid. Un sistema razziale e razzista sconfitto nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela presidente del Sudafrica, ma non ancora sconfitto sul piano delle disuguaglianze sociali ed economiche. L’anno scorso i fascisti organizzarono un meeting a Galatone, in provincia di Lecce, proprio dedicato al “popolo boero”.

Siamo dunque ben oltre l’area grigia del rossobrunismo, siamo direttamente all'interno del cuore nero e neofascista di questo paese.

Il convegno verrà presentato, informano gli organizzatori, con una conferenza stampa giovedì 24 settembre, alle ore 11, a Roma, presso la sede dell'Associazione Acmid (Associazione della comunità marocchina delle donne in Italia) in Corso Rinascimento 81, terzo piano.

Insomma i dirigenti di Hezbollah, come ha già fatto il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, farebbero bene a tirarsi fuori da questo giro “nero”, ma non erano certo loro il buon motivo per far ritirare alla Regione Lazio il patrocinio. A meno che la Pisana non abbia voluto pagare la consueta cambiale politica e morale all'ambasciata israeliana.

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