Ultimamente siamo sommersi da numeri riguardanti l’emergenza abitativa e da ipotesi, proposte, cifre che arrivano da più parti. Istituti di ricerca, organizzazioni datoriali e sindacali, forze politiche e amministratori locali stanno sciorinando dati e progetti per analizzare ed affrontare specifici aspetti dell’ormai inafferrabile accesso alla casa, da ciò che riguarda chi lavora nel pubblico impiego alle giovani generazioni, passando per la spesso nominata (a sproposito) fascia grigia.
È ormai cosa notoria che le spese della casa erodano fino al 60 percento del reddito dei singoli nuclei familiari (quando la soglia di insostenibilità è fissata al 30 percento), e che il 10% dei nuclei familiari residenti in Italia è a rischio di sfratto e di finire in strada senza soluzioni. Inoltre, è proprio di pochi giorni fa la pubblicazione, da parte del Ministero dell’Interno, dei drammatici (e intempestivi) dati sugli sfratti richiesti ed eseguiti nell’anno 2024.
La tendenza è quella al costante incremento: a fronte di 81.054 richieste di sfratto, oltre 20mila sono state eseguite. È opportuno sottolineare che oltre l’80 percento di questi sfratti è per morosità incolpevole; inoltre, dalla Lombardia alla Calabria le richieste di esecuzione rispetto all’anno precedente (2023) con la forza pubblica sono aumentate dal 50 a oltre il 60 percento, mentre tra le singole città spiccano (in negativo) gli incrementi di esecuzioni forzose a Milano (+1100,75% rispetto al 2023), Nuoro (+145,45%) e Cosenza (+105,88%).
Roma detiene poi il poco invidiabile primato di provincia con il maggior numero di sfratti in termini assoluti, laddove a fronte di 5286 sentenze di sfratto emesse (6.101 nel Lazio) le richieste di esecuzione sono state ben 4.041 (nel Lazio 5.349) di queste 1.724 (nel Lazio 2204) sono state “soddisfatte”. Ciò vuol dire che più di 2000 nuclei familiari sono stati messi in strada senza soluzione solo nella nostra regione. Se a questo aggiungiamo 26mila senza fissa dimora, perlopiù quarantenni, segnalati dalla Caritas di Roma, ci possiamo rendere conto di come il disagio abitativo sia visibile ad occhio nudo. Anche perché, come ci dicono altri dati di pochi giorni fa, in Italia 5,7 milioni di persone vivono in condizione di povertà assoluta.
Questi e altri drammatici dati enunciano che ognuno di questi pezzi della crisi abitativa, per essere affrontato adeguatamente, richiede l’investimento di miliardi di euro di risorse statali, regionali, e comunali. Sollecitazioni che arrivano da più parti e da soggetti diversi, comprese ANCE, Confindustria e Legacoop. La richiesta, rivolta anche all’Unione Europea, è di procurare le risorse necessarie per incrementare l’offerta di alloggi accessibili. Nessuno dei soggetti economici citati propone però di farlo regolamentando i canoni di locazione, ponendo freno alla diffusione selvaggia degli alloggi e immobili a uso turistico, interrompendo la dismissione del patrimonio pubblico in nome del debito pubblico, tassando e riutilizzando il vuoto, come parrebbe invece logico.
Nonostante nella sola Italia ci siano oltre 9,5 milioni di case vuote e incalcolabili edifici pubblici lasciati in malora, amministratori e costruttori (autoproclamati “trasformatori urbani”) invocano risorse e norme ancora più rilassate per costruire ancora più case e gestire il fabbisogno abitativo attraverso la partnership pubblico-privato. Si capisce dunque bene quale sia l’intento: finita la sbornia di risorse iniettate dal Next Generation EU e altre misure nazionali, l’emergenza casa è la nuova gallina dalle uova d’oro per rilanciare il settore delle costruzioni e la filiera del cemento in crisi visto che le persone, in tutta Europa, non riescono a permettersi una casa o non vogliono indebitarsi a vita per acquistarne una.
Nel frattempo, le cifre a nove zeri chieste dai costruttori e dagli amministratori in cerca di risorse a Bruxelles fanno amaramente sorridere chiunque abbia invece contezza delle reali risorse sul piatto per le politiche abitative. Queste ultime, ormai da anni, sono affrontate prettamente sul piano locale (a discrezione, dunque, della sensibilità delle singole amministrazioni) con mezzi spesso spuntati ed esigui, visto il tracollo sistematico delle risorse stanziate a livello nazionale per le politiche abitative, e il contestuale definanziamento anche di quei pochi e insufficienti strumenti rimasti a disposizione (come il fondo per le morosità incolpevoli).
La stessa sorte tocca a tutte le risorse di welfare (reddito, salute, istruzione, trasporti) mentre si continua ad aumentare, in Europa e nei singoli Paesi, la percentuale di PIL dedicata alle spese militari per ottemperare alle richieste della NATO e favorire la filiera bellica transnazionale che trae senza vergogna profitto dalle guerre e dai genocidi in corso. Per fare un esempio su tutti: il consenso bipartisan allo stanziamento di un miliardo e mezzo di euro per adeguare il nostro Genio Militare alle richieste di armi e tecnologia previste dal Global Combat Air Program, dove la Leonardo fa da capofila di una cordata internazionale.
Riteniamo necessaria un’inversione di tendenza immediata: chi abita le città e tutti i territori interessati dalla crisi abitativa deve alzare la voce e cominciare a farsi sentire per unirsi e lanciare una campagna capace di affrontare la crisi (e non emergenza!) abitativa fermando chi sogna di sfruttare e mettere a valore ogni centimetro, urbano e non, con o senza il consenso di chi quei luoghi li vive.
Facciamolo partendo da una proposta di legge, costruita nel tempo e con l’apporto di soggetti diversi, che afferma un principio molto semplice: di fronte all’intersezionalità della crisi abitativa, l’affitto deve essere calmierato, il vuoto tassato e l’uso turistico regolamentato. Non c’è più tempo, la crisi abitativa esplode!
Su questo appello chiamiamo la città all’assemblea che si terrà giovedì 30 ottobre alle ore 18,00 al Centro sociale Intifada in via di Casalbruciato 15.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/10/2025
20/10/2025
La repubblica degli sfratti a getto continuo
Come c’era da aspettarsi, in assenza di politiche abitative degne di questo nome da parte del Governo e delle Regioni, i numeri dell’annuale aggiornamento dei dati sugli sfratti (richiesti, emessi, eseguiti con intervento dell’Ufficiale Giudiziario, ossia della forza pubblica) rimangono massicci e costanti.
Nel 2024, secondo la tabella ministeriale, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto cui sono seguite ben 40.158 richieste di esecuzione (+1.000 circa) e ben 21.337 sono gli sfratti eseguiti.
Nei territori a dominare sono le grandi regioni, ma per numero di sfratti richiesti ed eseguiti la Lombardia non ha eguali: quasi 25.000 i primi e quasi 5.000 i secondi. Uno sfratto ogni 5 in Italia avviene in Lombardia, la regione più ricca, a riprova del fatto che la questione abitativa è il terreno principale in cui si manifestano le diseguaglianze economiche e sociali. A livello dei dati provinciali la capitale degli sfratti rimane Roma in termini assoluti, ma è Torino la provincia con più sfratti rispetto al numero di abitanti.
Come sempre a rilevare e confermare alcune tendenze sono i motivi di sfratto. Ovviamente la morosità rimane il motivo principale delle esecuzioni, ma è costante l’aumento della motivazione della finita locazione a sostegno della tendenza dei canoni ad aumentare per effetto delle opportunità illimitate consentite dalla norma vigente (L. 431/98) al “sacro diritto proprietario”.
Asia-Usb esprime ferma e rinnovata preoccupazione per la questione abitativa italiana, vera e propria piaga sociale che comincia a produrre eventi di cronaca estremi. Denunciamo le politiche intraprese dal Governo che, oltre a cancellare gli aiuti economici a chi è in difficoltà e rendere ancor più deregolamentato il mercato delle locazioni, non ha fatto nulla per calmierare gli affitti, aumentare la disponibilità di alloggi pubblici, contrastare la sovrapproduzione di alloggi utile ai meccanismi di speculazione parassitaria e consumo di suolo.
Le nostre proposte per ribaltare la situazione ed uscire dalla logica emergenziale rimangono:
– aumentare lo stock di Edilizia Pubblica Residenziale di almeno un milione di unita (+ 1.000.000 di case popolari);
– emanare una nuova legge sui canoni (Calmierazione, proporzionalità sui redditi delle famiglie, esigibilità del diritto all’abitare).
Fonte
Nel 2024, secondo la tabella ministeriale, in Italia sono stati richiesti 81.054 provvedimenti di sfratto cui sono seguite ben 40.158 richieste di esecuzione (+1.000 circa) e ben 21.337 sono gli sfratti eseguiti.
Nei territori a dominare sono le grandi regioni, ma per numero di sfratti richiesti ed eseguiti la Lombardia non ha eguali: quasi 25.000 i primi e quasi 5.000 i secondi. Uno sfratto ogni 5 in Italia avviene in Lombardia, la regione più ricca, a riprova del fatto che la questione abitativa è il terreno principale in cui si manifestano le diseguaglianze economiche e sociali. A livello dei dati provinciali la capitale degli sfratti rimane Roma in termini assoluti, ma è Torino la provincia con più sfratti rispetto al numero di abitanti.
Come sempre a rilevare e confermare alcune tendenze sono i motivi di sfratto. Ovviamente la morosità rimane il motivo principale delle esecuzioni, ma è costante l’aumento della motivazione della finita locazione a sostegno della tendenza dei canoni ad aumentare per effetto delle opportunità illimitate consentite dalla norma vigente (L. 431/98) al “sacro diritto proprietario”.
Asia-Usb esprime ferma e rinnovata preoccupazione per la questione abitativa italiana, vera e propria piaga sociale che comincia a produrre eventi di cronaca estremi. Denunciamo le politiche intraprese dal Governo che, oltre a cancellare gli aiuti economici a chi è in difficoltà e rendere ancor più deregolamentato il mercato delle locazioni, non ha fatto nulla per calmierare gli affitti, aumentare la disponibilità di alloggi pubblici, contrastare la sovrapproduzione di alloggi utile ai meccanismi di speculazione parassitaria e consumo di suolo.
Le nostre proposte per ribaltare la situazione ed uscire dalla logica emergenziale rimangono:
– aumentare lo stock di Edilizia Pubblica Residenziale di almeno un milione di unita (+ 1.000.000 di case popolari);
– emanare una nuova legge sui canoni (Calmierazione, proporzionalità sui redditi delle famiglie, esigibilità del diritto all’abitare).
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09/08/2025
Costruire più case per abbassare gli affitti?
Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”.
Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.
Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.
Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.
Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.
Duemila anni di controllo degli affitti
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).
Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.
Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.
In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.
Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.
Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.
I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).
Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.
Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.
Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.
Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.
Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.
La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.
Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.
Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.
Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.
L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.
In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).
Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.
Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.
Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
Rent control oggi
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.
L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.
Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.
L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.
Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?
Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.
Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.
Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).
Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.
Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.
Fa anche bene?
Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.
Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.
Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.
In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.
Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.
La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.
L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.
Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.
Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.
Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.
Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.
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Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano.
Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.
Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”.
Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché?
Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti.
Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Milano, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione.
Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.
Duemila anni di controllo degli affitti
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.
Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.
Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati).
Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento.
Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case.
In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York.
Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.
La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia.
Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso.
I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).
Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.
Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!).
Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti.
Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione.
Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.
Inefficacia del rent control, un mito del maccartismo
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America.
Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini.
Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti.
La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”.
Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili.
Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico.
Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York.
Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.
Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza.
L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere.
In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici).
Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito.
Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit.
Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.
Rent control oggi
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del Mondo.
L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti.
Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia.
L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici.
Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli Usa: New York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento.
Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere).
La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico?
Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta.
Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta.
Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel).
Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre 2024, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati.
Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini.
Fa anche bene?
Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini.
Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali. Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez).
I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del PP e di Vox.
Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi.
In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti.
Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati.
Dire “basta fare x per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).
Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo, dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono.
La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti.
L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.
Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi.
Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili.
Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-USB in un convegno a Roma).
Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti.
Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio.
Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.
Fonte
08/04/2025
Spagna - Uno straordinario segnale di lotta sulla questione abitativa
“Questo 5 aprile abbiamo fatto di nuovo la storia. Siamo scesi in piazza in centinaia di migliaia di persone in più di 40 città con un messaggio forte ai rentier colpevoli (coloro che vivono della rendita immobiliare, in questo caso, ndr) e ai governi responsabili, ecco il potere degli inquilini”. Sabato scorso in tutta la Spagna decine di migliaia di persone sono scese in piazza a manifestare contro quella che ormai è una insopportabile emergenza abitativa.
Il movimento per il diritto alla casa in Spagna è estremamente chiaro su questo: i politici hanno esaurito il tempo. Migliaia di persone sono scese in piazza sabato scorso per “porre fine al business dell’edilizia” e chiedere un calo immediato degli affitti.
Continua infatti a crescere la protesta in Spagna per il problema degli alloggi, con il boom degli affitti che sta colpendo in particolare Madrid e Barcellona ma non solo. I prezzi degli affitti sono aumentati a causa dei contratti a breve termine offerti principalmente ai turisti. Movimenti di quartiere, sindacati degli inquilini e piattaforme sociali si sono uniti per chiedere soluzioni immediate alla crisi abitativa in Spagna.
“La paura ha cambiato faccia: non chiederemo altri cambiamenti, siamo organizzati e abbiamo un piano contro il rentierismo”, dicono gli organizzatori delle proteste. Le principali richieste del movimento sono: - l’abbassamento immediato dei prezzi degli affitti, chiedendo una riduzione fino al 50%;
- il recupero di “tutte le case vuote”, l’illegalizzazione delle società di sfratti;
- il divieto di sfratto per le famiglie vulnerabili;
- lo stop alla proliferazione incontrollata di appartamenti turistici.
Le mobilitazioni contro il caro affitti e l’emergenza abitativa erano esplose nell’aprile 2023 nelle Isole Canarie prese d’assalto dal turismo di massa, ma già c’erano stati segnali di protesta in diverse città spagnole dove i residenti erano scesi in piazza per chiedere un modello di turismo “sostenibile” e denunciare la mancanza di soluzioni abitative. “La casa è diventata un lusso alla portata di pochissime famiglie”, denunciano i movimenti degli inquilini.
La protesta si era estesa da Malaga con lo slogan “Malaga per vivere, non per sopravvivere”, seguita da Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, tra le altre città.
La situazione abitativa in Spagna ha raggiunto livelli critici. Secondo i sindacati degli inquilini, “gli affitti hanno registrato aumenti allarmanti, con un incremento di oltre il 18% negli ultimi due anni. I salari, nel frattempo, rimangono stagnanti”.
In alcune zone, come Ibiza, i movimenti sociali denunciano che “i prezzi degli affitti in molti casi superano il 100% del salario abituale”, mentre in altre, come Cáceres, “gli affitti sono aumentati lo scorso anno del 17% in città e del 27% a livello provinciale”.
I movimenti degli inquilini indicano esplicitamente il modello turistico incontrollato e la speculazione immobiliare come causa della crisi. “Il modello di città è mercificato, espellendo gli abitati dei quartieri, perché l’industria del turismo sfrutta i nostri quartieri”, denuncia la piattaforma ‘València no està en Venda’
In regioni insulari come le Canarie e le Baleari, la situazione è particolarmente grave a causa dei limiti geografici e della pressione turistica. “Ci troviamo di fronte a un’emergenza abitativa senza precedenti: sfratti, affitti inaccessibili e speculazione edilizia, mentre la popolazione non può accedere a questo diritto fondamentale”, denunciano i movimenti di lotta per la casa spagnoli.
Un segnale da cui c’è moltissimo da apprendere e replicare in un paese come l’Italia devastato dalla speculazione sugli affitti e dalla rendita immobiliare.
Fonte
Il movimento per il diritto alla casa in Spagna è estremamente chiaro su questo: i politici hanno esaurito il tempo. Migliaia di persone sono scese in piazza sabato scorso per “porre fine al business dell’edilizia” e chiedere un calo immediato degli affitti.
Continua infatti a crescere la protesta in Spagna per il problema degli alloggi, con il boom degli affitti che sta colpendo in particolare Madrid e Barcellona ma non solo. I prezzi degli affitti sono aumentati a causa dei contratti a breve termine offerti principalmente ai turisti. Movimenti di quartiere, sindacati degli inquilini e piattaforme sociali si sono uniti per chiedere soluzioni immediate alla crisi abitativa in Spagna.
“La paura ha cambiato faccia: non chiederemo altri cambiamenti, siamo organizzati e abbiamo un piano contro il rentierismo”, dicono gli organizzatori delle proteste. Le principali richieste del movimento sono: - l’abbassamento immediato dei prezzi degli affitti, chiedendo una riduzione fino al 50%;
- il recupero di “tutte le case vuote”, l’illegalizzazione delle società di sfratti;
- il divieto di sfratto per le famiglie vulnerabili;
- lo stop alla proliferazione incontrollata di appartamenti turistici.
Le mobilitazioni contro il caro affitti e l’emergenza abitativa erano esplose nell’aprile 2023 nelle Isole Canarie prese d’assalto dal turismo di massa, ma già c’erano stati segnali di protesta in diverse città spagnole dove i residenti erano scesi in piazza per chiedere un modello di turismo “sostenibile” e denunciare la mancanza di soluzioni abitative. “La casa è diventata un lusso alla portata di pochissime famiglie”, denunciano i movimenti degli inquilini.
La protesta si era estesa da Malaga con lo slogan “Malaga per vivere, non per sopravvivere”, seguita da Madrid, Barcellona, Valencia e Bilbao, tra le altre città.
La situazione abitativa in Spagna ha raggiunto livelli critici. Secondo i sindacati degli inquilini, “gli affitti hanno registrato aumenti allarmanti, con un incremento di oltre il 18% negli ultimi due anni. I salari, nel frattempo, rimangono stagnanti”.
In alcune zone, come Ibiza, i movimenti sociali denunciano che “i prezzi degli affitti in molti casi superano il 100% del salario abituale”, mentre in altre, come Cáceres, “gli affitti sono aumentati lo scorso anno del 17% in città e del 27% a livello provinciale”.
I movimenti degli inquilini indicano esplicitamente il modello turistico incontrollato e la speculazione immobiliare come causa della crisi. “Il modello di città è mercificato, espellendo gli abitati dei quartieri, perché l’industria del turismo sfrutta i nostri quartieri”, denuncia la piattaforma ‘València no està en Venda’
In regioni insulari come le Canarie e le Baleari, la situazione è particolarmente grave a causa dei limiti geografici e della pressione turistica. “Ci troviamo di fronte a un’emergenza abitativa senza precedenti: sfratti, affitti inaccessibili e speculazione edilizia, mentre la popolazione non può accedere a questo diritto fondamentale”, denunciano i movimenti di lotta per la casa spagnoli.
Un segnale da cui c’è moltissimo da apprendere e replicare in un paese come l’Italia devastato dalla speculazione sugli affitti e dalla rendita immobiliare.
Fonte
14/11/2024
Casa. Quella “sporca” questione che nessuno vuole affrontare
La questione abitativa nel nostro paese sta assumendo caratteri sempre più rilevanti e non si può parlare di essa riferendosi solo ad un suo aspetto, ma va analizzata (e possibilmente affrontata) nel suo insieme.
Il sistema duale sbilanciato
Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.
Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).
Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.
Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.
La funzione pubblica tradita
A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).
Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.
È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.
Narrazione mainstream
Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.
Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.
Fiscalità ingiusta
Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.
In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.
Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.
A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.
Lo strapotere proprietario
Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.
In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.
Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.
Un cambio di prospettiva
Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.
Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.
Fonte
Il sistema duale sbilanciato
Il carattere patrimoniale italiano, in termini di edilizia, è essenzialmente “duale”, ossia si compone sostanzialmente di due tipi di patrimonio, pubblico e privato. Come abbiamo ampiamente dimostrato nel nostro libro “Prigionieri del Mattone. Rendita Vs Diritto all’Abitare” (L’Armadillo Editore, 163 pagine, euro 12), i due ambiti sono strettamente interconnessi. Facciamo un po’ di storia.
Nel 1998 un Governo di Centro Sinistra approva una nuova legge sulle locazioni che sostituiva per il mercato abitativo la 392/1978 (Equo canone). Questa legge è la n. 431 del 1998 e, a 26 anni dalla sua promulgazione, ha prodotto quasi 2,5 milioni di provvedimenti di sfratto e quasi 600 mila esecuzioni con l’ausilio dell’Ufficiale Giudiziario (dati Min. Int.).
Questi dati, che già da soli sarebbero sufficienti a certificare il fallimento di questa legge, vanno però affiancati da un nuovo elemento che l’Asia ha introdotto nel dibattito pubblico a livello nazionale, cioè “l’incidenza sui redditi”. Questo concetto vuole rappresentare il peso delle spese relative al bene Casa (affitto, utenze, codominio, rata del mutuo etc...) sui redditi (lordi tra l’altro) delle famiglie italiane. Già nel nostro documento congressuale stimavamo questa incidenza oltre il 60%.
Altre fonti, come Il Sole 24 Ore ad esempio, hanno recentemente attestato questa percentuale oltre il 40%, prendendo però una media redditi decisamente alta, la quale secondo noi non coincide con un altro dato, che da solo rappresenta più di ogni altro la diseguaglianza che la questione abitativa alimenta. Quest’ultimo dato è quello dei redditi degli italiani che vivono in affitto. L’Istat ci dice che vive maggiormente in affitto la fascia di famiglie coi redditi più bassi.
La funzione pubblica tradita
A questo punto sarebbe opportuno chiedersi cosa c’entri l’Edilizia Pubblica in questo ragionamento ed è ciò che tenteremo di spiegare. L’arco di tempo preso in considerazione (il primo quarto di questo secolo) coincide con lo smantellamento del sistema di Edilizia Residenziale Pubblica, con la sostituzione delle sue funzioni e col venir meno di qualsiasi elemento di calmierazione del mercato, sia diretto (canone equo) che indiretto (alternativa al mercato).
Coincide anche con le dismissioni di importanti quote di Patrimonio Pubblico ad uso abitativo. In sintesi l’abbandono di qualsiasi programma di sviluppo dell’Erp (ormai al 2,5%) ha favorito direttamente la domanda di Mutui (bolla dei prezzi, finanziarizzazione del bene d’uso Casa), la crisi degli affitti e dei salari (aumento costante dei primi e stagnazione dei secondi), la proliferazione di provvedimenti giudiziari.
È giusto credere che i Governi che si sono succeduti abbiano favorito direttamente quanto descritto ed un esempio è il Piano Casa Berlusconi in cui lo stato ha introdotto elementi del mercato privato all’interno di un piano di Edilizia Pubblica, nonostante la legge di rifermento (431/1998) lo vieti espressamente. Gli interventi successivi sono stati più che altro di reazione alla risposta popolare al problema abitativo (occupazioni), organizzate o spontanee, con tentativi falliti di mettere un freno al fenomeno (articolo 5 del Piano Casa Renzi-Lupi, vari Decreti Sicurezza) intervenendo sugli effetti e non sulle cause, anzi spesso rafforzando le cause attraverso ulteriore dismissione del Patrimonio Pubblico.
Narrazione mainstream
Oggi la situazione è in rapido deterioramento. Il mercato è ancor più respingente (rispetto agli anni precedenti alla pandemia da Covid-19) ed essendo orientato unicamente al profitto indirizza gran parte della sua offerta agli affitti brevi derivanti da turismo, con grave carenza di alloggi per le famiglie o i singoli. Questi soggetti devono fronteggiare un mercato che propone prezzi assolutamente fuori scala rispetto ai salari medi percepiti, pretendendo garanzie che non tutti posseggono.
Le città presto dovranno fare i conti con lavoratori impegnati nei settori chiave della sua economia, impossibilitati però ad abitarvi. Inoltre il racconto mediatico mainstream della questione abitativa è letteralmente capovolto e ciò crea un ostacolo alla formazione di una coscienza generale della situazione (percezione del problema Vs narrazione del problema), disinnescando i meccanismi di solidarietà e protesta.
Fiscalità ingiusta
Per intendere quanto il racconto mediatico riesca a mandare in tilt il sistema, al netto delle trasmissioni spazzatura che affollano i palinsesti e che spesso attaccano frontalmente i soggetti conflittuali (movimenti, sindacato etc.), spiegare alcuni elementi della fiscalità è utile a svelare molti inganni, spesso perpetrati da soggetti che si presentano come “buoni”. In Italia il canale che doveva dar vita a canoni “controllati” è il cosiddetto “concordato”.
In sintesi nei territori (comuni) le parti (sindacati inquilini e proprietari) dovevano dar vita ad accordi per la definizione di contratti alternativi al libero mercato, il cui canone è calcolato sul valore “oggettivo” dell’immobile e la sua ubicazione. Ovviamente non è previsto nessun obbligo di adozione per i proprietari, ma un incentivo sotto forma di doppio vantaggio fiscale: per chi ottiene l’attestazione di conformità da parte di una delle organizzazioni sindacali firmatarie dell’accordo, la tassazione sarà “secca” (riguarderà i canoni percepiti e non il reddito complessivo) ed in misura ridotta (10%), in più godrà di uno sconto sull’Imu del 25%.
Peccato che non vi sia nessuna garanzia che i canoni così calcolati siano inferiori a quelli del mercato, anzi quasi sempre è di pari entità se non maggiore. I sindacati tutti (eccetto Asia) firmano regolarmente gli accordi in tutti i comuni dove questi esistono, nonostante non siano vantaggiosi per la parte che dovrebbero tutelare (gli inquilini), facendosi poi pagare sia il “servizio” dell’attestazione che il tesseramento, tradendo su tutta la linea la propria funzione essenziale di tutela dell’inquilinato.
A fronte di un trattamento fiscale di incredibile vantaggio rispetto ai redditi lavorativi, le organizzazioni proprietarie propongono misure di maggiore abbattimento fiscale, fino a chiedere la totale abolizione dell’Imu, per tutti, in modo indiscriminato. Una proposta che dovrebbe fare gridare allo scandalo anche chi di casa ne ha solo una, quella in cui abita, e che invece raccoglie consenso anche da parte di chi una casa non ce l’ha affatto e si strozza per pagare un affitto. Il nostro, ancor prima di un paese di proprietari, è un paese dalla forte mentalità proprietaria, definibile quasi in caratteri ideologici.
Lo strapotere proprietario
Il rapporto locativo è per legge un rapporto alla pari tra due soggetti non alla pari. Uno dispone di un bene da mettere su un mercato sotto-regolamentato e con tassazione di favore, l’altro ha un bisogno primario da soddisfare (abitare). Nella nostra attività di sportello ci capita di assistere ad ogni tipo di ingiustizia derivante da questo sbilanciamento. Affittuari in nero minacciati per fargli lasciare l’alloggio, studenti letteralmente spellati e costretti a pagare mediazioni immobiliari inesistenti, cauzioni che non vengono restituite, contratti modificati rispetto alla loro forma legale, contratti non registrati, addebiti per lavori non di competenza dei conduttori, sfratti a sorpresa, alloggi malsani o addirittura inabitabili ed affittati a famiglie che non sanno dove altro andare e chi più ne ha più ne metta.
In nessuna di queste condizioni l’affittuario riesce, di fatto, a far valere le proprie ragioni. Spesso le denunce non vengono nemmeno raccolte dalle autorità, indebolendo qualsiasi ipotesi di causa civile per ottenere dei risarcimenti. Chiunque abbia vissuto in affitto si è trovato almeno una volta nella condizione di dover scegliere fra il tentativo di far valere i propri diritti e la tranquillità abitativa.
Di riflesso qualsiasi ragione della proprietà è mediamente accettata e qualsiasi pretesa è percepita come legittima. La classe politica (o meglio le classi politiche) di questo paese hanno affidato il destino di milioni di persone al buon cuore di questa classe orientata principalmente al profitto da rendita.
Un cambio di prospettiva
Le prospettive conflittuali si fanno sempre più cupe e incerte. Il lavorio governativo per escogitare nuove norme repressive e liberticide è continuo, mentre nessun soggetto politico di governo o opposizione sembra in grado di esprimere proposte non influenzate da qualche particolare lobby o pregiudizio. In questo deserto Asia-Usb, oltre alla consueta e continua richiesta di finanziamento di piani di edilizia pubblica (nuova Gescal), propone un testo normativo che possa sostituire l’attuale norma sui canoni e che ruota attorno ai concetti fin qui descritti.
Un’incidenza massima del canone sul reddito netto delle famiglie, una flessibilità del canone rispetto alle eventuali flessioni reddituali stesse, tipiche dell’odierna configurazione dei rapporti di lavoro, una programmazione della transizione dal mercato privato all’edilizia pubblica per le famiglie in sofferenza, una fiscalità equa ed un recupero di risorse dall’evasione da destinare al finanziamento stesso degli interventi puramente pubblici. Una battaglia di civiltà, ma anche culturale, in grado di capovolgere la narrazione dominante e migliorare le condizioni materiali di milioni di famiglie.
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16/10/2024
Spagna - Migliaia di giovani in piazza a Madrid per il diritto alla casa
Se qualcuno credeva che la “questione della casa”, il caro affitti e l’overtourism fossero temi agitati strumentalmente dall'“estrema sinistra” di questo paese, deve per forza prendere atto di aver avuto una fede sbagliata.
Con lo slogan ‘Se acabò, bajen los alquileres! (Basta, abbassate gli affitti!) migliaia di persone, in prevalenza giovani, sono scese in corteo ieri a Madrid per protestare contro i costi inaccessibili delle case, provocati dalla speculazione finanziaria e dalle centinaia di migliaia di alloggi destinati agli affitti turistici brevi (il “modello air b&b”).
La manifestazione, organizzata dal Sindacato degli Inquilini e altre 40 associazioni, è partita alle 12 dalla plaza di Atocha per snodarsi lungo del strade del centro, il Paseo de Recolectos, fino a Plaza Cibeles. I manifestanti rivendicano una diminuzione del 50% dei costi delle locazioni e l’applicazione della legge statale sulla Casa, approvata di recente dal governo.
La mobilitazione è il preludio di uno “sciopero degli affitti” come ha segnalato il presidente delle Federazioni di Associazioni dei Residenti di Madrid (Fravm’): “È urgente che le amministrazioni e soprattutto la Comunità di Madrid, che ha la maggior parte delle competenze, promuovano un chiaro cambiamento del modello residenziale, che ponga la casa come bene sociale e non come business”, ha affermato.
Fra il 2015 e il 2023 il costo per l’acquisto della casa in Spagna è aumentato del 47% e quello degli affitti del 58%, secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica (Ine), mentre le entrate dei nuclei familiari sono aumentate del 35%, spinte dalla diminuzione della disoccupazione e la rivalutazione delle pensioni. E i salari dei lavoratori si sono incrementati solo del 17%, fino al 2022, al pari dell’inflazione.
Una situazione che per i giovani ritarda di più il momento dell'indipendenza: il 66% delle persone fra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, secondo l’Ine. Gli aumenti soprattutto nelle grandi aree metropolitane, sono spinti dagli acquisti speculativi dei fondi di investimento e dall’escalation dei prezzi provocati dagli affitti turistici brevi.
“La casa è diventata merce e non è più un diritto come dice la costituzione spagnola” denuncia Silvia Gonzalez, 35 anni.
“Lo barrios no se venden, los barrios se defienden!” (I quartieri non si vendono, i quartieri si difendono), scandiscono i manifestanti, fra i quali persino alcuni esponenti politici di Podemos e del Psoe.
Fra le dieci richieste nel manifesto redatto per la protesta, l’ampliamento e l’applicazione della legge statale sulla Casa, con l’imposizione di un tetto per gli affitti, il recupero dei contratti di locazione a tempo indefinito, un tetto per gli appartamenti affittati ai turisti e la promozione di un Piano statale per l’edilizia abitativa.
Fonte
Con lo slogan ‘Se acabò, bajen los alquileres! (Basta, abbassate gli affitti!) migliaia di persone, in prevalenza giovani, sono scese in corteo ieri a Madrid per protestare contro i costi inaccessibili delle case, provocati dalla speculazione finanziaria e dalle centinaia di migliaia di alloggi destinati agli affitti turistici brevi (il “modello air b&b”).
La manifestazione, organizzata dal Sindacato degli Inquilini e altre 40 associazioni, è partita alle 12 dalla plaza di Atocha per snodarsi lungo del strade del centro, il Paseo de Recolectos, fino a Plaza Cibeles. I manifestanti rivendicano una diminuzione del 50% dei costi delle locazioni e l’applicazione della legge statale sulla Casa, approvata di recente dal governo.
La mobilitazione è il preludio di uno “sciopero degli affitti” come ha segnalato il presidente delle Federazioni di Associazioni dei Residenti di Madrid (Fravm’): “È urgente che le amministrazioni e soprattutto la Comunità di Madrid, che ha la maggior parte delle competenze, promuovano un chiaro cambiamento del modello residenziale, che ponga la casa come bene sociale e non come business”, ha affermato.
Fra il 2015 e il 2023 il costo per l’acquisto della casa in Spagna è aumentato del 47% e quello degli affitti del 58%, secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica (Ine), mentre le entrate dei nuclei familiari sono aumentate del 35%, spinte dalla diminuzione della disoccupazione e la rivalutazione delle pensioni. E i salari dei lavoratori si sono incrementati solo del 17%, fino al 2022, al pari dell’inflazione.
Una situazione che per i giovani ritarda di più il momento dell'indipendenza: il 66% delle persone fra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, secondo l’Ine. Gli aumenti soprattutto nelle grandi aree metropolitane, sono spinti dagli acquisti speculativi dei fondi di investimento e dall’escalation dei prezzi provocati dagli affitti turistici brevi.
“La casa è diventata merce e non è più un diritto come dice la costituzione spagnola” denuncia Silvia Gonzalez, 35 anni.
“Lo barrios no se venden, los barrios se defienden!” (I quartieri non si vendono, i quartieri si difendono), scandiscono i manifestanti, fra i quali persino alcuni esponenti politici di Podemos e del Psoe.
Fra le dieci richieste nel manifesto redatto per la protesta, l’ampliamento e l’applicazione della legge statale sulla Casa, con l’imposizione di un tetto per gli affitti, il recupero dei contratti di locazione a tempo indefinito, un tetto per gli appartamenti affittati ai turisti e la promozione di un Piano statale per l’edilizia abitativa.
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09/10/2024
Con i fondi del superbonus si potevano costruire 1,2 milioni di alloggi popolari
L’ultimo rapporto della Cgia di Mestre, l’associazione di artigiani e piccole imprese, ha prodotto un resoconto complessivo sul Superbonus, uno dei simboli del periodo di Conte a Palazzo Chigi. L’analisi ha evidenziato profonde storture, ma soprattutto come questa misura non sia stata utile né per l’ambiente né per i settori popolari.
A ricevere fondi è stato solo il 4% dei circa 12,2 milioni di edifici residenziali del paese, con circa 500 mila abitazioni a essere oggetto di ristrutturazioni per un valore dei lavori pari a 123 miliardi di euro (una media di 245 mila euro a struttura). Ma il problema principale è la platea di chi ne ha beneficiato.
Secondo lo studio della Cgia, il Superbonus “sembrerebbe aver favorito maggiormente i proprietari di immobili con una buona o elevata capacità di reddito, anziché rivolgersi in via prioritaria alle famiglie meno abbienti che, in linea di massima, presentano una probabilità maggiore di risiedere in abitazioni in cattivo stato di conservazione e con un livello di efficienza energetica molto basso”.
In pratica, questa grande massa di soldi messi a disposizione da Roma, da un governo che si basava su una maggioranza che in questi mesi ha provato a creare quello che hanno definito come il campo largo del centrosinistra, è andata tutta alla speculazione edilizia e ai proprietari benestanti. Tanto per diradare i dubbi su chi rappresentino PD, M5S e compagnia.
Anche sotto l’aspetto dell’efficientamento energetico delle abitazioni, nodo importante considerata anche la famosa direttiva europea sulle case green, il Superbonus si è dimostrato un fallimento. È mancato un vero incentivo all’elettrificazione di fornelli e riscaldamenti, che sono più efficienti di quelli a gas.
Pur osservando la questione dal mero punto di vista della ‘messa a valore’ della transizione verde, di nuovo la misura ha avuto scarsi risultati. Riporta la Cgia: “secondo la Banca d’Italia le prime evidenze dimostrerebbero che nello scenario migliore i benefici ambientali del Superbonus compenserebbero i costi finanziari sostenuti in quasi 40 anni”.
L’associazione fa poi un’ipotesi di cosa si sarebbe potuto fare con tutti quei fondi, ed è forse l’elemento più interessante del resoconto. Con quei miliardi “avremmo teoricamente potuto costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici”, e in questo caso “avremmo compiuto un’azione di giustizia sociale che la misura attualmente in vigore ha paurosamente disatteso”.
Siamo quasi a un anno dalla manifestazione organizzata l’anno scorso dall’Unione Sindacale di Base, dove una delle richieste centrali era proprio la realizzazione di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovviamente senza consumo di suolo. Questo studio dimostra che era possibile, ma che PD e M5S all’epoca hanno preferito lasciar fare al mercato.
Una condanna senza appello per il governo Conte II e per l’idea di paese che i partiti di quella maggioranza hanno in testa. Persino la Cgia ha scritto in una nota che “in un momento così delicato, dove con la prossima legge di bilancio verranno chiesti sacrifici a tutti, aver speso oltre 6 punti di Pil per efficientare uno sparuto numero di abitazioni, fa arrabbiare chiunque abbia un minimo di buon senso”.
Una storia che vediamo da decenni in Italia. Miliardi e miliardi regalati alla speculazione immobiliare ed edilizia, mentre per i settori popolari ci sono solo le briciole, quando va bene. E inoltre, assistiamo pure alla criminalizzazione delle lotte per il diritto alla casa, quando appunto mancano centinaia di migliaia di alloggi popolari.
Fonte
A ricevere fondi è stato solo il 4% dei circa 12,2 milioni di edifici residenziali del paese, con circa 500 mila abitazioni a essere oggetto di ristrutturazioni per un valore dei lavori pari a 123 miliardi di euro (una media di 245 mila euro a struttura). Ma il problema principale è la platea di chi ne ha beneficiato.
Secondo lo studio della Cgia, il Superbonus “sembrerebbe aver favorito maggiormente i proprietari di immobili con una buona o elevata capacità di reddito, anziché rivolgersi in via prioritaria alle famiglie meno abbienti che, in linea di massima, presentano una probabilità maggiore di risiedere in abitazioni in cattivo stato di conservazione e con un livello di efficienza energetica molto basso”.
In pratica, questa grande massa di soldi messi a disposizione da Roma, da un governo che si basava su una maggioranza che in questi mesi ha provato a creare quello che hanno definito come il campo largo del centrosinistra, è andata tutta alla speculazione edilizia e ai proprietari benestanti. Tanto per diradare i dubbi su chi rappresentino PD, M5S e compagnia.
Anche sotto l’aspetto dell’efficientamento energetico delle abitazioni, nodo importante considerata anche la famosa direttiva europea sulle case green, il Superbonus si è dimostrato un fallimento. È mancato un vero incentivo all’elettrificazione di fornelli e riscaldamenti, che sono più efficienti di quelli a gas.
Pur osservando la questione dal mero punto di vista della ‘messa a valore’ della transizione verde, di nuovo la misura ha avuto scarsi risultati. Riporta la Cgia: “secondo la Banca d’Italia le prime evidenze dimostrerebbero che nello scenario migliore i benefici ambientali del Superbonus compenserebbero i costi finanziari sostenuti in quasi 40 anni”.
L’associazione fa poi un’ipotesi di cosa si sarebbe potuto fare con tutti quei fondi, ed è forse l’elemento più interessante del resoconto. Con quei miliardi “avremmo teoricamente potuto costruire 1,2 milioni di alloggi pubblici”, e in questo caso “avremmo compiuto un’azione di giustizia sociale che la misura attualmente in vigore ha paurosamente disatteso”.
Siamo quasi a un anno dalla manifestazione organizzata l’anno scorso dall’Unione Sindacale di Base, dove una delle richieste centrali era proprio la realizzazione di un milione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, ovviamente senza consumo di suolo. Questo studio dimostra che era possibile, ma che PD e M5S all’epoca hanno preferito lasciar fare al mercato.
Una condanna senza appello per il governo Conte II e per l’idea di paese che i partiti di quella maggioranza hanno in testa. Persino la Cgia ha scritto in una nota che “in un momento così delicato, dove con la prossima legge di bilancio verranno chiesti sacrifici a tutti, aver speso oltre 6 punti di Pil per efficientare uno sparuto numero di abitazioni, fa arrabbiare chiunque abbia un minimo di buon senso”.
Una storia che vediamo da decenni in Italia. Miliardi e miliardi regalati alla speculazione immobiliare ed edilizia, mentre per i settori popolari ci sono solo le briciole, quando va bene. E inoltre, assistiamo pure alla criminalizzazione delle lotte per il diritto alla casa, quando appunto mancano centinaia di migliaia di alloggi popolari.
Fonte
23/06/2024
“Rivendico di aver partecipato alle lotte per la casa e ne sostengo il movimento”
“Sì, lo confesso! Sono stata una militante del movimento di lotta per la casa che negli anni ha dato battaglia sul tema del diritto all’abitare, a Milano e in tutta Italia” scrive Ilaria Salis, per 13 mesi in carcere a Budapest per antifascismo ed ora eletta come europarlamentare.
In un post Ilaria Salis replica per le rime alla campagna diffamatoria della stampa di destra e dei parlamentari neofascisti. Cosa aggiungere? Ben detto e ben fatto Ilaria Salis!!
Riprendiamo e pubblichiamo qui di seguito il suo post:
In un post Ilaria Salis replica per le rime alla campagna diffamatoria della stampa di destra e dei parlamentari neofascisti. Cosa aggiungere? Ben detto e ben fatto Ilaria Salis!!
Riprendiamo e pubblichiamo qui di seguito il suo post:
“Se qualcuno pensava di fare chissà quale scoop scavando nel mio passato, è solo perché è sideralmente lontano dalla realtà sociale di tale movimento, che si compone di decine di migliaia di abitanti delle case popolari e attivisti, i quali, per aver affermato il semplice principio di avere un tetto sulla testa, sono incappati in qualche denuncia.Fonte
Sarebbe auspicabile che l’informazione, piuttosto che gettare fango sul mio conto, si dedicasse al contesto di grave povertà e precarietà abitativa nel quale si ritrovano ampie fasce di popolazione.
Le pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, il blocco degli sfratti, la resistenza agli sgomberi, gli sportelli di ascolto e la lotta per la sanatoria rappresentano un’alternativa reale e immediata all’isolamento sociale e alla guerra tra poveri, strumentalizzate tanto dalle forze politiche razziste quanto dal racket.
Dare una risposta concreta al bisogno dell’abitare significa non solo trovare qui e ora una soluzione, benché precaria e provvisoria, ad una questione lasciata irrisolta dalla politica istituzionale, ma anche indicare una prospettiva politica di trasformazione delle condizioni materiali di vita nel segno della giustizia sociale.
È con grande orgoglio, dunque, che rivendico di aver fatto parte di questo movimento e di continuare a sostenerlo!
Voglio anche fare chiarezza sulla mia situazione.
Come è stato ampiamente sbandierato sui media di destra, Aler reclama un credito di 90.000 euro nei miei confronti come “indennità” per la presunta occupazione di una casa in via Giosuè Borsi a Milano, basandosi esclusivamente sul fatto che nel 2008 sono stata trovata al suo interno. Sebbene nei successivi sedici anni (!) non siano mai stati svolti ulteriori controlli per verificare la mia permanenza, né sia mai stato avviato alcun procedimento civile o penale a mio carico rispetto a quella casa, Aler contabilizza tale credito e non si fa scrupolo a renderlo pubblico tramite la stampa il giorno prima delle elezioni.
Un gran numero di individui e famiglie, spesso prive dei mezzi necessari per reagire adeguatamente, sono tormentate da richieste infondate di questo genere. Il totale dei crediti contabilizzati da Aler ammonta infatti ad oltre 176 milioni di euro! La pratica di richiedere esose “indennità di occupazione” agli inquilini, basata su presupposti a dir poco incerti, è una strategia utilizzata sistematicamente per spaventare gli occupanti e tentare di fare cassa.
Mentre molte, troppe persone non vedono garantito il proprio diritto all’abitare e non hanno alternative dignitose se non occupare – in una della città con gli affitti più cari, ricordiamolo sempre -, l’ente che dovrebbe tutelare questo diritto sembra essere più interessato a criminalizzare il movimento di lotta per la casa e gli inquilini piuttosto che a trovare soluzioni concrete.
Nei prossimi giorni condividerò alcuni dati e spunti di riflessione sulla questione abitativa a Milano e in Italia.
Ringrazio Libero & co. per avermi servito questo assist per riportare l’attenzione mediatica su un tema che mi sta molto a cuore, perché così cruciale per le classi popolari e i giovani.
MAI PIÙ GENTE SENZA CASA, MAI PIÙ CASE SENZA GENTE!
21/10/2023
Diritto alla Casa - Successo per la manifestazione nazionale
Successo per la mobilitazione promossa dalle parti sociali e conflittuali che lottano per il Diritto alla Casa in tutto il paese. In oltre 15 città sono scese in piazza migliaia di persone. La realizzazione di un milione di case popolari senza consumare suolo ed una nuova legge sui canoni sono state le due rivendicazioni principali. Ma ad animare le iniziative non sono mancate le istanze dei territori in lotta, dei giovani, degli studenti e delle comunità migranti.
Ieri in almeno 15 città sono scese in piazza migliaia di persone per la manifestazione nazionale a sostegno del Diritto all’Abitare. Solo a Roma il corteo ha portato in piazza duemila persone che hanno sfilato da Piazzale Aldo Moro a Porta Pia, cioè dalla sede della prima Università di Roma, La Sapienza, ove sono stati attendati per settimane gli studenti in protesta contro il folle prezzo delle stanze e dei posti letto, fino al ministero delle Infrastrutture presieduto dal Ministro Salvini. In corteo anche le città di Bologna e Milano, mentre presidi sono stati organizzati da Asia e movimenti in altre città: Torino, Catania, Livorno, Palermo, Pisa, Parma, L'Aquila etc..
Da nord a sud, al centro dell’iniziativa il Diritto alla Casa e alla Città, per tutti e tutte. Ad animare le piazze inquilini di ogni tipo (case popolari, piani di zona, enti previdenziali, affitti privati e mutuatari in difficoltà), una delegazione degli inquilini di Monterotondo messi all'asta, gli inquilini INPS, sfrattati, senza casa, occupanti e discriminati dell’abitare come la comunità dei migranti, i precari e i disoccupati, oltre che naturalmente i giovani e gli studenti.
Un tema quello dell’abitare che negli anni ha prodotto la rottura di qualsiasi patto all’interno della società, da quello economico a quello di solidarietà, passando per quello generazionale e che ha visto il tema Casa più volte strumentalizzato per attaccare gli ultimi, i più poveri, italiani o migranti che siano. Ed è questo uno dei temi che più conta per questo sindacato, riuscire a ricomporre quegli strappi che lo strapotere della rendita ha creato nel nostro blocco sociale di riferimento.
L’analisi del problema abitativo non può prescindere dai dati sugli sfratti pubblicati recentemente dal Ministero né da quelli sui pignoramenti, e questi sono stati denunciati in tutte le piazze coinvolte nell’iniziativa. I numeri certificano il fallimento dell’attuale legge sui canoni (431/1998) e svelano il dramma di chi nello status proprietario per decenni sponsorizzato da tutte le forze politiche del paese, ha investito tutto il suo risparmio per vedersi casa pignorata da una banca alla prima difficoltà economica. Così come non può essere ignorata la questione dell’edilizia pubblica: ormai è un dato acquisito e certificato da autorevoli centri di ricerca, che solo per tamponare l’emergenza occorrano 800.000 case popolari, per garantire il Diritto alla Casa, aggiungiamo noi, servono invece almeno un milione di alloggi.
Ed è alla luce di questi dati e di questi ragionamenti che le dichiarazioni del Ministero nonché del Governo e della Maggioranza che lo sostiene, lasciano perplessi. In primis perché le risorse che vengono solo ipoteticamente richiamate (300 milioni) sono ridicole, sia rispetto al problema sia rispetto a quanto invece vuole essere destinato a grandi opere inutili (Ponte sullo Stretto, ecc.) e dannose o alle spese militari. In seconda battuta perché il dibattito sul tema abitativo viene sempre incasellato nella categoria superiore della Sicurezza e dell’Ordine Pubblico. Non è così. È un’emergenza sociale che ormai ci trasciniamo dietro da così tanto tempo che anche definirla emergenza appare inappropriato. È un sistema strutturale che determina una crisi a ciclo continuo per milioni di famiglie. Il grande merito dell’iniziativa di ieri e di averlo finalmente urlato in faccia a chi quel sistema lo difende e lo rafforza, dagli scranni più alti del potere.
Non è un caso che le porte del Ministero siano rimaste chiuse.
ASIA-USB
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Ieri in almeno 15 città sono scese in piazza migliaia di persone per la manifestazione nazionale a sostegno del Diritto all’Abitare. Solo a Roma il corteo ha portato in piazza duemila persone che hanno sfilato da Piazzale Aldo Moro a Porta Pia, cioè dalla sede della prima Università di Roma, La Sapienza, ove sono stati attendati per settimane gli studenti in protesta contro il folle prezzo delle stanze e dei posti letto, fino al ministero delle Infrastrutture presieduto dal Ministro Salvini. In corteo anche le città di Bologna e Milano, mentre presidi sono stati organizzati da Asia e movimenti in altre città: Torino, Catania, Livorno, Palermo, Pisa, Parma, L'Aquila etc..
Da nord a sud, al centro dell’iniziativa il Diritto alla Casa e alla Città, per tutti e tutte. Ad animare le piazze inquilini di ogni tipo (case popolari, piani di zona, enti previdenziali, affitti privati e mutuatari in difficoltà), una delegazione degli inquilini di Monterotondo messi all'asta, gli inquilini INPS, sfrattati, senza casa, occupanti e discriminati dell’abitare come la comunità dei migranti, i precari e i disoccupati, oltre che naturalmente i giovani e gli studenti.
Un tema quello dell’abitare che negli anni ha prodotto la rottura di qualsiasi patto all’interno della società, da quello economico a quello di solidarietà, passando per quello generazionale e che ha visto il tema Casa più volte strumentalizzato per attaccare gli ultimi, i più poveri, italiani o migranti che siano. Ed è questo uno dei temi che più conta per questo sindacato, riuscire a ricomporre quegli strappi che lo strapotere della rendita ha creato nel nostro blocco sociale di riferimento.
L’analisi del problema abitativo non può prescindere dai dati sugli sfratti pubblicati recentemente dal Ministero né da quelli sui pignoramenti, e questi sono stati denunciati in tutte le piazze coinvolte nell’iniziativa. I numeri certificano il fallimento dell’attuale legge sui canoni (431/1998) e svelano il dramma di chi nello status proprietario per decenni sponsorizzato da tutte le forze politiche del paese, ha investito tutto il suo risparmio per vedersi casa pignorata da una banca alla prima difficoltà economica. Così come non può essere ignorata la questione dell’edilizia pubblica: ormai è un dato acquisito e certificato da autorevoli centri di ricerca, che solo per tamponare l’emergenza occorrano 800.000 case popolari, per garantire il Diritto alla Casa, aggiungiamo noi, servono invece almeno un milione di alloggi.
Ed è alla luce di questi dati e di questi ragionamenti che le dichiarazioni del Ministero nonché del Governo e della Maggioranza che lo sostiene, lasciano perplessi. In primis perché le risorse che vengono solo ipoteticamente richiamate (300 milioni) sono ridicole, sia rispetto al problema sia rispetto a quanto invece vuole essere destinato a grandi opere inutili (Ponte sullo Stretto, ecc.) e dannose o alle spese militari. In seconda battuta perché il dibattito sul tema abitativo viene sempre incasellato nella categoria superiore della Sicurezza e dell’Ordine Pubblico. Non è così. È un’emergenza sociale che ormai ci trasciniamo dietro da così tanto tempo che anche definirla emergenza appare inappropriato. È un sistema strutturale che determina una crisi a ciclo continuo per milioni di famiglie. Il grande merito dell’iniziativa di ieri e di averlo finalmente urlato in faccia a chi quel sistema lo difende e lo rafforza, dagli scranni più alti del potere.
Non è un caso che le porte del Ministero siano rimaste chiuse.
ASIA-USB
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22/09/2023
Riprendono “le proteste delle tende”
Nuovo anno, vecchi problemi e gli studenti sono tornati in mobilitazione dentro e fuori le università italiane per protestare contro il caroaffitti. L’impossibilità per la maggior parte degli studenti di trovare una stanza – una casa non se ne parla proprio – o, per chi ce l’ha, di continuare a sostenerne le spese è cosa nota. E il problema, nella totale assenza, di governo in governo, di interventi strutturali da parte delle istituzioni, si ripresenta amplificato ad ogni ripresa dell’anno accademico.
Un tema, quello della casa, che è “solo” uno dei lati di una condizione di immiserimento crescente e sempre più generalizzata che pesa come un macigno sulle classi popolari e, va da sé, su larga parte degli studenti di questo paese.
Niente di nuovo quindi, ma con l’attuale contesto di crisi – tra economia di guerra, inflazione, carovita, attacchi ai salari e al reddito – le contraddizioni si accumulano e da qualche parte rischiano di esplodere.
Un segnale incoraggiante in questo senso era già arrivato la scorsa primavera proprio dagli studenti e sul tema diritto all’abitare con le tendate di protesta diffusesi a macchia d’olio in tutto il paese, giornate di mobilitazione nazionale e iniziative sotto al MUR, catalizzando per settimane l’attenzione dei media e, soprattutto, imponendo il tema nel dibattito politico e alle istituzioni fino alla ministra Bernini e alle stanze di governo. Tanto da costringerlo – mentre intanto si disinnescavano i maldestri tentativi di strumentalizzazione da parte delle opposizioni con la Schlein e Landini duramente contestati alle tendate universitarie di Roma e Milano – a ricevere gli studenti e a metterci la faccia pubblicamente per farsi carico della questione.
Promesse fumose e inconsistenti, come denunciato fin da subito dagli studenti: nessun piano di investimento pubblico sugli studentati e di regolamentazione del mercato degli affitti è stato messo in campo. Senza contare che, a fronte di tanti proclama, i fantomatici 660 milioni del PNRR sono stati sbloccati, pare, soltanto due giorni fa con il via libera dalla Commissione Europea alla quarta rata del PNRR, tra errori tecnici di una classe politica incapace, oltre che in malafede, e giochini delle tre carte per bluffare sugli obiettivi a cui erano vincolati i fondi e soprattutto sugli effettivi nuovi posti letto realizzati, rivendicandone la realizzazione di 7500 di cui solo la metà però davvero aggiuntivi.
Sbloccati ora i fondi e finanziati ulteriori 300 milioni – ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo – qualcosa finalmente si è mosso? Tutt’altro, ci troviamo, anzi, di fronte l’ennesimo regalo ai privati, com’è di prassi per l’intera impalcatura del PNRR.
Le risorse vengono infatti dirottate tutte verso il profitto privato: o direttamente nelle tasche dei grandi fondi immobiliari, sì per calmierare – e “a tempo determinato” – porzioni di mercato degli affitti, ma a spese quindi della collettività, oppure con l’apertura alla compartecipazione privata sui bandi pubblici per la costruzione degli studentati, con l’obiettivo di 52.500 posti letto in balia di nuovo del libero mercato, se non direttamente in studentati di lusso.
Come e peggio di prima, insomma, implementando le stesse identiche logiche che hanno portato alla situazione attuale.
Che (anche) questo governo non fosse un interlocutore credibile, ma garante degli interessi privati, era in ogni caso già chiaro agli studenti che con la ripresa dell’anno accademico hanno ridato vita con forza e determinazione alle proteste, piantando nuovamente le loro tende in tante università italiane.
E costruendo importanti momenti di mobilitazione con la giornata di agitazione nazionale promossa da Cambiare Rotta il 14 settembre e poi con la due giorni milanese il successivo fine settimana organizzata da “Tende in piazza”, animata da diverse realtà, e culminata con l’occupazione dell’ex cinema Splendor di viale Gran Sasso a Milano – occupazione subito sgomberata tra camionette e denunce, con la mobilitazione che ha rilanciato accampandosi davanti al Comune e guardando già a nuovi appuntamenti di mobilitazione nelle prossime settimane.
Mentre tutt’ora proseguono nelle università le tendate, tra momenti di agitazione e l’organizzazione di liste per la casa, emergono dalle mobilitazioni anche rivendicazioni radicali e di netta rottura con le politiche fin qui attuate: l’esclusione dei privati dai bandi pubblici per la costruzione degli studentati, la reintroduzione dell’equo canone per calmierare i prezzi e l’abolizione della 431\98 che ha liberalizzato il mercato degli affitti.
E qui casca l’asino, oltre che rispetto al governo, sulle operazioni che sta provando a mettere in campo il “centro-sinistra” cercando di cogliere gli spazi, verso il passaggio delle europee del prossimo anno, che potrebbero lasciargli le politiche portate avanti dalla Meloni, pugno duro sul piano repressivo compreso.
Perché se non bastasse a ridurre a zero la credibilità di Partito Democratico, e stampelle varie, il fatto che siano stati proprio loro, nelle precedenti vesti, a varare con il governo D’Alema la 431\98 – ma pensiamo in generale tutte le politiche antipopolari di questi anni – anche le opposizioni tutto vanno millantando tranne che mettere in discussione, ovviamente, i dogmi del libero mercato e del profitto privato.
Dato questo perimetro blindato di compatibilità, sentiamo poi rimbalzare proposte farsa di ogni tipo che hanno toccato l’apice con quella di Maran, assessore alla “Casa e piano quartieri” della giunta Sala, di “risolvere” il problema mettendo a disposizione degli studenti le case popolari.
Una proposta che, mentre ammicca ipocritamente agli studenti, denota il classismo e il disprezzo di questi soggetti verso le fasce popolari di questo paese che proprio i comuni a guida PD sbattono in strada un giorno sì e l’altro pure, come hanno ricordato gli studenti di Cambiare Rotta proprio in faccia a Maran e ai suoi omologhi di Bologna e Torino Clancy e Mazzoleni durante l’incontro “Cooperare per abitare. Tre conversazioni” di pochi giorni fa a Cinisello Balsamo (Mi).
All’attuale livello di contraddizioni e malessere sociale, però, i margini di manovra per questi ben noti tentativi di strumentalizzazione risultano decisamente ridotti rispetto al passato. E loro per primi, come d’altronde il governo, sanno di giocare col fuoco perché quello della casa è un tema che rischia sempre più di esplodere e generalizzarsi anche fuori dallo specifico studentesco.
Anche in questo senso dagli studenti sono arrivati e continuano ad arrivare segnali interessanti di saldatura con i movimenti e le organizzazioni sociali e sindacali per la casa, per unire gli interessi di giovani studenti e classi popolari.
Pensiamo solo ai contenuti e alle indicazioni emerse dalla recente tre giorni romana del Movimento per il Diritto all’Abitare – che ha già rilanciato su nuove giornate di mobilitazione il prossimo mese – o alla tendata fuori dal Comune di Milano, lo scorso giugno, del sindacato ASIA USB a difesa di una famiglia sotto sfratto insieme ai giovani di Cambiare Rotta, mentre Sala e i suoi passarellisti di professione – tra questi manco a dirlo sempre Maran – cercavano senza successo di accreditarsi davanti agli studenti accampati nelle università.
Assistiamo quindi a segnali di fermento e mobilitazione interessanti e per certi versi inediti, se paragonati al contesto di passività sociale degli ultimi anni, che proprio nella saldatura delle lotte tra studenti e classi popolari potrebbero trovare la chiave per indicare una prospettiva concreta di generalizzazione del conflitto e rottura della compatibilità.
Fonte
Un tema, quello della casa, che è “solo” uno dei lati di una condizione di immiserimento crescente e sempre più generalizzata che pesa come un macigno sulle classi popolari e, va da sé, su larga parte degli studenti di questo paese.
Niente di nuovo quindi, ma con l’attuale contesto di crisi – tra economia di guerra, inflazione, carovita, attacchi ai salari e al reddito – le contraddizioni si accumulano e da qualche parte rischiano di esplodere.
Un segnale incoraggiante in questo senso era già arrivato la scorsa primavera proprio dagli studenti e sul tema diritto all’abitare con le tendate di protesta diffusesi a macchia d’olio in tutto il paese, giornate di mobilitazione nazionale e iniziative sotto al MUR, catalizzando per settimane l’attenzione dei media e, soprattutto, imponendo il tema nel dibattito politico e alle istituzioni fino alla ministra Bernini e alle stanze di governo. Tanto da costringerlo – mentre intanto si disinnescavano i maldestri tentativi di strumentalizzazione da parte delle opposizioni con la Schlein e Landini duramente contestati alle tendate universitarie di Roma e Milano – a ricevere gli studenti e a metterci la faccia pubblicamente per farsi carico della questione.
Promesse fumose e inconsistenti, come denunciato fin da subito dagli studenti: nessun piano di investimento pubblico sugli studentati e di regolamentazione del mercato degli affitti è stato messo in campo. Senza contare che, a fronte di tanti proclama, i fantomatici 660 milioni del PNRR sono stati sbloccati, pare, soltanto due giorni fa con il via libera dalla Commissione Europea alla quarta rata del PNRR, tra errori tecnici di una classe politica incapace, oltre che in malafede, e giochini delle tre carte per bluffare sugli obiettivi a cui erano vincolati i fondi e soprattutto sugli effettivi nuovi posti letto realizzati, rivendicandone la realizzazione di 7500 di cui solo la metà però davvero aggiuntivi.
Sbloccati ora i fondi e finanziati ulteriori 300 milioni – ma visti i precedenti la prudenza è d’obbligo – qualcosa finalmente si è mosso? Tutt’altro, ci troviamo, anzi, di fronte l’ennesimo regalo ai privati, com’è di prassi per l’intera impalcatura del PNRR.
Le risorse vengono infatti dirottate tutte verso il profitto privato: o direttamente nelle tasche dei grandi fondi immobiliari, sì per calmierare – e “a tempo determinato” – porzioni di mercato degli affitti, ma a spese quindi della collettività, oppure con l’apertura alla compartecipazione privata sui bandi pubblici per la costruzione degli studentati, con l’obiettivo di 52.500 posti letto in balia di nuovo del libero mercato, se non direttamente in studentati di lusso.
Come e peggio di prima, insomma, implementando le stesse identiche logiche che hanno portato alla situazione attuale.
Che (anche) questo governo non fosse un interlocutore credibile, ma garante degli interessi privati, era in ogni caso già chiaro agli studenti che con la ripresa dell’anno accademico hanno ridato vita con forza e determinazione alle proteste, piantando nuovamente le loro tende in tante università italiane.
E costruendo importanti momenti di mobilitazione con la giornata di agitazione nazionale promossa da Cambiare Rotta il 14 settembre e poi con la due giorni milanese il successivo fine settimana organizzata da “Tende in piazza”, animata da diverse realtà, e culminata con l’occupazione dell’ex cinema Splendor di viale Gran Sasso a Milano – occupazione subito sgomberata tra camionette e denunce, con la mobilitazione che ha rilanciato accampandosi davanti al Comune e guardando già a nuovi appuntamenti di mobilitazione nelle prossime settimane.
Mentre tutt’ora proseguono nelle università le tendate, tra momenti di agitazione e l’organizzazione di liste per la casa, emergono dalle mobilitazioni anche rivendicazioni radicali e di netta rottura con le politiche fin qui attuate: l’esclusione dei privati dai bandi pubblici per la costruzione degli studentati, la reintroduzione dell’equo canone per calmierare i prezzi e l’abolizione della 431\98 che ha liberalizzato il mercato degli affitti.
E qui casca l’asino, oltre che rispetto al governo, sulle operazioni che sta provando a mettere in campo il “centro-sinistra” cercando di cogliere gli spazi, verso il passaggio delle europee del prossimo anno, che potrebbero lasciargli le politiche portate avanti dalla Meloni, pugno duro sul piano repressivo compreso.
Perché se non bastasse a ridurre a zero la credibilità di Partito Democratico, e stampelle varie, il fatto che siano stati proprio loro, nelle precedenti vesti, a varare con il governo D’Alema la 431\98 – ma pensiamo in generale tutte le politiche antipopolari di questi anni – anche le opposizioni tutto vanno millantando tranne che mettere in discussione, ovviamente, i dogmi del libero mercato e del profitto privato.
Dato questo perimetro blindato di compatibilità, sentiamo poi rimbalzare proposte farsa di ogni tipo che hanno toccato l’apice con quella di Maran, assessore alla “Casa e piano quartieri” della giunta Sala, di “risolvere” il problema mettendo a disposizione degli studenti le case popolari.
Una proposta che, mentre ammicca ipocritamente agli studenti, denota il classismo e il disprezzo di questi soggetti verso le fasce popolari di questo paese che proprio i comuni a guida PD sbattono in strada un giorno sì e l’altro pure, come hanno ricordato gli studenti di Cambiare Rotta proprio in faccia a Maran e ai suoi omologhi di Bologna e Torino Clancy e Mazzoleni durante l’incontro “Cooperare per abitare. Tre conversazioni” di pochi giorni fa a Cinisello Balsamo (Mi).
All’attuale livello di contraddizioni e malessere sociale, però, i margini di manovra per questi ben noti tentativi di strumentalizzazione risultano decisamente ridotti rispetto al passato. E loro per primi, come d’altronde il governo, sanno di giocare col fuoco perché quello della casa è un tema che rischia sempre più di esplodere e generalizzarsi anche fuori dallo specifico studentesco.
Anche in questo senso dagli studenti sono arrivati e continuano ad arrivare segnali interessanti di saldatura con i movimenti e le organizzazioni sociali e sindacali per la casa, per unire gli interessi di giovani studenti e classi popolari.
Pensiamo solo ai contenuti e alle indicazioni emerse dalla recente tre giorni romana del Movimento per il Diritto all’Abitare – che ha già rilanciato su nuove giornate di mobilitazione il prossimo mese – o alla tendata fuori dal Comune di Milano, lo scorso giugno, del sindacato ASIA USB a difesa di una famiglia sotto sfratto insieme ai giovani di Cambiare Rotta, mentre Sala e i suoi passarellisti di professione – tra questi manco a dirlo sempre Maran – cercavano senza successo di accreditarsi davanti agli studenti accampati nelle università.
Assistiamo quindi a segnali di fermento e mobilitazione interessanti e per certi versi inediti, se paragonati al contesto di passività sociale degli ultimi anni, che proprio nella saldatura delle lotte tra studenti e classi popolari potrebbero trovare la chiave per indicare una prospettiva concreta di generalizzazione del conflitto e rottura della compatibilità.
Fonte
16/05/2023
La rendita immobiliare è la maledizione di questo paese
Pubblichiamo la prefazione al libro “Prigionieri del mattone” (Armadillo editore) di prossima uscita.
*****
La contraddizione della questione abitativa continua a pesare come un macigno sulla realtà in cui viviamo, e non solo per milioni di famiglie indebitate dai mutui, sottoposte o minacciate di sfratto, strozzate da affitti impossibili.
Una questione abitativa irrisolta è un macigno piantato a ostacolare anche lo sviluppo, la mobilità sociale e il progredire del nostro paese.
Il pensiero liberale è uso denunciare i “lacci e lacciuoli” che ostacolano la flessibilità selvaggia nel lavoro e nei salari, ma tace sistematicamente su una vera e propria “garrota” che strangola una gran parte della società in cui viviamo e della maggioranza dei settori sociali che la compongono.
Il problema è che questa garrota incombe ed agisce nello stesso modo da tempo, se senza che – se non per brevi periodi – si sia riusciti a scardinarla impedendogli di fare danni, enormi.
“Quel che oggi s’intende per crisi degli alloggi non è che un particolare acutizzarsi delle già cattive condizioni abitative dei lavoratori, provocato dall’improvviso afflusso demografico verso le grandi città: un enorme aumento dei canoni d’affitto, un ancor più pronunciato pigiarsi di inquilini in ogni singolo caseggiato, e per taluni l’impossibilità di trovare un alloggio qualsiasi. E questa penuria di abitazioni fa parlare tanto di sé per la sola ragione che non è limitata alla classe operaia, ma colpisce altresì la piccola borghesia”.
Sulle pagine del giornale Volkstaat, ben 150 anni fa, Engels in una serie di articoli ha affrontato “La questione delle abitazioni” con parole e descrizioni del problema che sembrano scritte oggi. Ciò sta a significare che la questione abitativa è rimasta in campo ed intatta come lacerante contraddizione di classe – soprattutto nelle grandi aree metropolitane – come già veniva rilevato due secoli indietro.
Già questo dovrebbe dare la dimensione del problema e l’urgenza delle soluzioni, né più né meno come quelle richieste per mettere fine allo sfruttamento del lavoro e dei bassi salari. Anzi vi si intreccia profondamente ma proprio la questione abitativa mette in evidenza uno degli aspetti più insopportabili e distruttivi del modello capitalista: la rendita.
Un industriale produce merci, un commerciante vende beni o servizi, un operaio, un impiegato vendono la propria capacità lavorativa. Nei decenni passati si è parlato dell’Italia come di un paese fondato su un “Patto tra produttori” a cui tutti contribuivano dando qualcosa, magari in modo disuguale. Ma la proprietà immobiliare, grande o piccola che sia, che cosa mette nel “patto tra produttori”? Niente. Affitta o vende un bene – le abitazioni – che non ha prodotto ma molto spesso ha solo ereditato oppure acquisito per via finanziaria.
Il valore di questo bene aumenta senza che i suoi proprietari facciano nulla, solo in base ai parametri del mercato o alle torsioni imposte – spesso con la corruzione – sulle scelte urbanistiche di una città. È rendita pura non ricchezza sociale. È speculazione non sviluppo economico. La rendita immobiliare – così come quella fondiaria ad essa strettamente collegata – non produce infatti ricchezza e soprattutto non la distribuisce, ma la concentra in modo crescente, disuguale e insopportabile.
Questo libro offre una delle analisi più complete e spietate della contraddizione abitativa nel nostro paese. Lo fa sotto molti punti di vista e consente, finalmente, di rimettere la “questione abitativa” non solo al centro del conflitto sociale e sindacale ma anche di un programma di trasformazione e avanzamento complessivo del paese, perché di questo si tratta.
La questione abitativa pesa da decenni come un macigno sullo sviluppo sociale del nostro paese.
Fino agli anni Ottanta potevamo parlare dei danni provocati dalla rendita fondiaria sulla vita delle famiglie bisognose di casa e sulle scelte urbanistiche nelle città.
Dalla fine degli anni Novanta – e in particolare dopo la crisi della Net Economy nel 2001 negli Usa – la casa e le città sono diventate oggetto di scorribande e investimenti malsani di capitali finanziari che fuggivano dalla caduta della bolla speculativa cresciuta intorno ai titoli tecnologici all’inizio di questo secolo. Tanto è vero che solo sei anni dopo, la nuova bolla finanziaria è scoppiata proprio sui mutui subprime per l’acquisto di abitazioni disseminati dalle banche per investire la loro liquidità in eccesso.
Ma sul terreno della speculazione finanziaria, quello che accadeva negli Stati Uniti ha avuto ripercussioni immediate anche in Europa e in Italia.
Come documenta il libro, in molte città italiane ed europee sono state costruite più abitazioni di quanti siano gli abitanti e, nonostante una domanda di case a prezzi accessibili (per l’acquisto o in affitto) le abitazioni continuavano a costare molto, troppo sia per viverci in affitto che per comprarle. E spesso queste nuove case sono rimaste vuote, invendute, le famose “case abitate dal vento”.
Le società di costruzioni edificano interi complessi non con la preoccupazione di venderli, o meno ancora di affittarli, ma solo per avere un bene di valore da mettere a garanzia per ottenere altri finanziamenti dalle banche da investire a loro volta in attività finanziarie e non in attività industriali, edilizie o in nuovi investimenti.
Parallelamente assistiamo negli ultimi anni ad una escalation di sfratti, sgomberi, di famiglie messe in mezzo alla strada perché non più in grado di pagare l’affitto o le rate del mutuo oppure di famiglie giovani o famiglie già sfrattate che non riescono a trovare una abitazione con prezzi accessibili ai bassi redditi da lavoro che oggi il mercato mette a disposizione.
Non solo. Quando trova una abitazione i suoi costi (affitto o rate del mutuo) sono talmente alti da mangiarsi gran parte del reddito da lavoro (o da pensione), sottraendo così risorse economiche agli altri capitoli di una vita sociale degna e pienamente compiuta.
Quella orrenda contraddizione di “case senza gente e gente senza casa” perseguita e ipoteca da decenni il mancato sviluppo sociale del nostro paese, che in molti settori – e quello abitativo è tra questi – è diventato un vero e proprio “regresso sociale”.
Tra le ragioni di questo regresso sociale, il libro individua e analizza bene quella che è stata la maggiore delle mistificazioni: la casa di proprietà.
La scarsità o il costo esagerato di case in affitto, ha visto milioni di famiglie italiane costrette a indebitarsi per anni con i mutui. Questo non ha portato solo a distorsioni economiche (la metà della ricchezza privata delle famiglie italiane è infatti immobiliare, quindi rendita e non ricchezza) ma anche a devastanti cambiamenti di condizione e mentalità.
Se più del 70% delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà e la rendita immobiliare delle famiglie ammonta a quasi 6mila miliardi di euro, possiamo dire che l’Italia da paese fondato sul “Patto tra produttori” è diventato un paese fondato su un “ Patto tra proprietari”, né più né meno come gli Stati Uniti, ma con una mobilità sociale assai inferiore.
Questo cambiamento nel patto costitutivo sociale – da produttori a proprietari – che in qualche modo era alla base del patto costituzionale (Repubblica fondata sul lavoro e non sulla rendita), ha prodotto danni a cascata e su molti aspetti.
In primo luogo la mentalità “proprietaria”, alimentando una illusione di indipendenza (“padroni a casa nostra”), crea in realtà una nuova forma di subalternità e una cultura dell’individualismo che spezza il senso collettivo alla base dei cambiamenti sociali.
In secondo luogo, il combinato disposto tra alti costi degli affitti e dei mutui e bassi redditi da lavoro/precarietà lavorativa, non solo aumenta a dismisura la fascia di disagio sociale intorno alla questione abitativa, ma ostacola e ritarda l’autonomizzazione dei giovani dalle famiglie di nascita, la creazione di nuovi nuclei familiari, lo stesso incremento demografico del Paese. In pratica è un ostacolo al progresso complessivo e alle aspettative sul futuro della società stessa.
Si può ben parlare di un “micidiale combinato disposto” perché le scelte dei governi degli ultimi trenta anni sulla questione abitativa, sono alla base dell’emergenza permanente, delle strozzature e delle accresciute disuguaglianze che ne sono derivate.
La decisione di non costruire più case popolari o di edilizia sociale, aver eliminato la tassa di scopo sulla casa (la Gescal) inglobandola nella fornace della fiscalità generale, la totale liberalizzazione del regime degli affitti, l’aver affidato ai privati (e alla speculazione di costruttori e cooperative) l’edilizia agevolata e convenzionata sulle aree della 167, il via libera agli sfratti senza passaggi da casa a casa, l’aver consentito un regime fiscale agevolato alla rendita immobiliare, ha non solo trasformato l’emergenza abitativa in una costante che si riproduce continuamente – nelle aree metropolitane ma non solo – ma ha contribuito anche, come abbiamo visto, a quel complessivo regresso sociale del nostro paese.
Dalla fine degli anni Sessanta, i movimenti di lotta per la casa sono stati una istanza che ha affiancato il movimento operaio sui luoghi di lavoro. Sia nella loro forma spontanea (i comitati di lotta per la casa) che in quella sindacale vera e propria (come l’Asia-Usb ed altri), i movimenti sociali sulla questione abitativa, con ondate e fasi diverse, hanno scandito la storia sociale del paese e di molte città.
Dalle occupazioni di case portate avanti dai baraccati fino agli anni ’70 (determinati dalla immigrazione interna dal Meridione verso Roma o le città del Nord), si è passati alle occupazioni degli anni ’80 che vedevano come protagoniste le famiglie sfrattate e giovani coppie, fino alle nuove ondate di occupazioni abitative portate avanti nel nuovo secolo dai nuovi immigrati, questa volta non più provenienti dal Meridione ma da altri paesi.
Ma la lotta per il diritto alla casa si è estesa molto al di là delle sole occupazioni abitative. Non casualmente oggi viene definito come “Diritto all’abitare”, esprimendo con esso una visione più complessiva della questione abitativa.
Agli occupanti di case e agli inquilini delle case popolari (per lo più proletari) si sono via via aggiunti gli inquilini delle case degli enti previdenziali privatizzate e dismesse nel quadro della “finanza creativa” dei governi di Maastricht, coinvolgendo così anche settori di ceti medi che mai avrebbero immaginato di finire nel calvario dell’emergenza abitativa.
Infine sono arrivati anche altri segmenti di ceto medio come gli inquilini e i proprietari truffati da cooperative e società private con i cosiddetti Piani di Zona costruiti sulle aree 167, costretti a pagare affitti o prezzi d’acquisto superiori a quelli legali che rischiano, nonostante affitti pagati o rate di mutuo in regola, di vedersi sfrattare dalle loro case.
Oggi possiamo e dobbiamo affermare che la lotta e i movimenti per il diritto all’abitare agiscono su una contraddizione divenuta dirimente come quella tra salari e profitti. Anzi prendono di petto il terzo fattore che lo stesso Marx evidenziava come soggetto della lotta tra interessi di classe diversi: la rendita.
E quest’ultima è decisamente la peggiore delle maledizioni che il sistema capitalista ha innestato nella e sulla società. È peggiore del profitto perché slegata sia dall’attività di impresa che dal lavoro salariato, è parassitismo allo stadio superiore e spesso cresce e sopravvive proprio uccidendo i primi due.
Sulla questione abitativa la rendita, dopo i tentativi di limitarla e regolamentarla messi in piedi nel dopoguerra e nella fase costituzionale del paese, dagli anni Novanta in poi ha potuto approfittarsi della deregulation più totale per espandersi e determinare le priorità sociali del paese.
I danni derivanti da queste scelte iperliberiste, tutte ben denunciate, documentate e argomentate in questo libro, sono sotto gli occhi di tutti, incluse le leggi introdotte dai governi più recenti per criminalizzare e reprimere quei movimenti per il diritto all’abitare che questa maledizione la denunciano e la contrastano da anni, tutti i giorni.
Fonte
14/05/2023
La questione abitativa come contraddizione strategica
Mentre nel paese e, parzialmente nell’agenda politica, si torna a discutere di affitti impossibili, emergenza abitativa, e questione salariale, è andato in stampa il libro “Prigionieri del mattone”, curato dall’Asia-Usb ed edito da L’Armadillo editore. Si tratta di un prezioso e documentato lavoro di ricerca e analisi dei molti contesti sul tema dell’abitare finalmente affrontato da un punto di vista complessivo.
In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.
Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.
Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.
Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.
È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.
Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.
Fonte
In esso è contenuta una analisi di classe della questione abitativa che continua a incidere pesantemente sia sulle condizioni di vita di milioni di persone, sia a rappresentare la manifestazione più devastante di quell’aspetto del capitalismo rappresentato dalla rendita.
Nel libro si fa tesoro delle analisi di studiosi marxisti della dimensione metropolitana come Mike Davis e di urbanisti italiani più attenti alla dimensione sociale e conflittuale del diritto alla città.
Infine, e non certo per importanza, vi si ritrovano i documenti, le piattaforme, le esperienze di movimenti sociali e sindacali sul fronte abitativo come l’Asia-Usb.
Il libro è stato reso possibile dall’agire collettivo di intellettuali, economisti, attivisti sindacali e dei movimenti sociali che hanno voluto rappresentare l’idea-forza della possibilità del cambiamento radicale sulle problematiche abitative.
È un testo che analizza e fa la sintesi dei processi di finanziarizzazione del mercato della casa, di arricchimento con le rendite immobiliari e, di contro, delle risposte in termini delle lotte popolari collettive che negli ultimi decenni sono state le uniche protagoniste della resistenza e del riscatto sociale per affermare il diritto all’abitare.
Anche chi ha fatto il lavoro più difficile di scrittura e strutturazione di buona parte del libro ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo la gestione collegiale e un elaborato collettivo.
Fonte
16/12/2022
Vivere nelle occupazioni non sarà più una condanna all’esclusione
Nella Capitale dalla prossima settimana chi vive nelle occupazioni abitative o in situazioni informali o in alloggi popolari, potrà finalmente richiedere il riconoscimento della residenza anagrafica, l’allaccio dell’utenze e di conseguenza accedere a una serie di servizi pubblici (scuola e sanità) fino ad oggi negati dal famigerato art.5 del Decreto Lupi. L’assessorato al Decentramento di Roma ha emanato la circolare che disciplina la direttiva del sindaco Roberto Gualtieri che mette fine ad una vita di negazioni e di esclusioni per migliaia di famiglie senza casa.
La direttiva era stata contestata dal centrodestra e congelata per un periodo dalla Prefettura. Si tratta di una deroga all’articolo 5 del decreto 80 del 2014 a firma dell’ex ministro Maurizio Lupi e che rientrava nel piano casa varato dal governo di Matteo Renzi.
La legge del 2014 impedisce il riconoscimento anagrafico della residenza a coloro che vivono in occupazione, ma prevede per i sindaci la possibilità di attuare deroghe. E la direttiva di Gualtieri si è mossa in questo senso.
Asia e USB hanno ribadito che nulla della direttiva del Campidoglio deve essere cambiato, in modo da “ridare finalmente piena dignità a chi, a causa della crisi abitativa, si trova costretto a vivere in un immobile senza titolo. La direttiva è stata ottenuta grazie alla mobilitazione di tante e tanti, siamo di nuovo pronti a nuove iniziative in difesa del diritto alla residenza e contro l’articolo 5”.
Per i Blocchi Precari Metropolitani “La Direttiva Gualtieri è un atto di civiltà che interviene coraggiosamente sull’articolo 5 della Legge Renzi-Lupi del maggio 2014 che nega la residenza e l’allaccio delle utenze a chi non ha un titolo per dimostrare il proprio diritto a vivere nel luogo dove risiede abitualmente”.
Sono due le categorie sociali che potranno presentare domanda: le persone e i nuclei familiari svantaggiati dal punto di vista sociale (che abbiano quindi in carico disabili, minorenni, anziani dai 65 anni in poi); le persone e i nuclei familiari in condizione di svantaggio economico, ovvero con un reddito cumulativo annuo non superiore ai 21.200 euro.
La fascia di reddito di povertà è quella individuata dalla Regione Lazio, secondo i parametri di riferimento territoriale. Saranno esclusi coloro che negli ultimi cinque anni abbiano riportato una condanna per reati, per lo più legati alla criminalità organizzata o alla mafia, in doppio grado di giudizio. Potranno far domanda anche tutti i migranti, richiedenti asilo e rifugiati, in possesso del permesso di soggiorno, seppure non siano in grado di certificare il reddito. La richiesta può essere presentata recandosi agli uffici anagrafici del Municipio di riferimento, oppure può essere inviata tramite pec.
Ai richiedenti verrà fatto compilare un modulo, in autocertificazione, in cui si chiede di indicare di quale dei due gruppi si fa parte (svantaggio sociale o svantaggio economico) e in cui si autodichiara di non avere condanne per i reati contemplati. Nelle successive 48 ore, con la formula del silenzio assenso, se l’interessato non riceve alcuna comunicazione dagli uffici municipali, può ritenere riconosciuta la residenza. Avrà poi 60 giorni di tempo per richiedere l’allaccio delle utenze (è obbligatorio) e consegnare la relativa documentazione, in presenza, agli uffici anagrafici di zona. Dal canto loro, nei 45 giorni successivi alla domanda, gli uffici capitolini faranno le verifiche amministrative sulle autocertificazioni.
“Tengo a far sapere che la misura c’è e resta, stiamo organizzando gli uffici, la circolare sarà operativa per sempre e non c’è la necessità di accalcarsi con le richieste nei primi giorni”, ha fatto sapere l’assessore Catarci. “Tra l’altro dai prossimi mesi la procedura sarà disponibile interamente online: stiamo predisponendo la procedura digitale, grazie al sistema capitolino e al collegamento virtuale con l’anagrafe nazionale”.
Fonte
La direttiva era stata contestata dal centrodestra e congelata per un periodo dalla Prefettura. Si tratta di una deroga all’articolo 5 del decreto 80 del 2014 a firma dell’ex ministro Maurizio Lupi e che rientrava nel piano casa varato dal governo di Matteo Renzi.
La legge del 2014 impedisce il riconoscimento anagrafico della residenza a coloro che vivono in occupazione, ma prevede per i sindaci la possibilità di attuare deroghe. E la direttiva di Gualtieri si è mossa in questo senso.
Asia e USB hanno ribadito che nulla della direttiva del Campidoglio deve essere cambiato, in modo da “ridare finalmente piena dignità a chi, a causa della crisi abitativa, si trova costretto a vivere in un immobile senza titolo. La direttiva è stata ottenuta grazie alla mobilitazione di tante e tanti, siamo di nuovo pronti a nuove iniziative in difesa del diritto alla residenza e contro l’articolo 5”.
Per i Blocchi Precari Metropolitani “La Direttiva Gualtieri è un atto di civiltà che interviene coraggiosamente sull’articolo 5 della Legge Renzi-Lupi del maggio 2014 che nega la residenza e l’allaccio delle utenze a chi non ha un titolo per dimostrare il proprio diritto a vivere nel luogo dove risiede abitualmente”.
Sono due le categorie sociali che potranno presentare domanda: le persone e i nuclei familiari svantaggiati dal punto di vista sociale (che abbiano quindi in carico disabili, minorenni, anziani dai 65 anni in poi); le persone e i nuclei familiari in condizione di svantaggio economico, ovvero con un reddito cumulativo annuo non superiore ai 21.200 euro.
La fascia di reddito di povertà è quella individuata dalla Regione Lazio, secondo i parametri di riferimento territoriale. Saranno esclusi coloro che negli ultimi cinque anni abbiano riportato una condanna per reati, per lo più legati alla criminalità organizzata o alla mafia, in doppio grado di giudizio. Potranno far domanda anche tutti i migranti, richiedenti asilo e rifugiati, in possesso del permesso di soggiorno, seppure non siano in grado di certificare il reddito. La richiesta può essere presentata recandosi agli uffici anagrafici del Municipio di riferimento, oppure può essere inviata tramite pec.
Ai richiedenti verrà fatto compilare un modulo, in autocertificazione, in cui si chiede di indicare di quale dei due gruppi si fa parte (svantaggio sociale o svantaggio economico) e in cui si autodichiara di non avere condanne per i reati contemplati. Nelle successive 48 ore, con la formula del silenzio assenso, se l’interessato non riceve alcuna comunicazione dagli uffici municipali, può ritenere riconosciuta la residenza. Avrà poi 60 giorni di tempo per richiedere l’allaccio delle utenze (è obbligatorio) e consegnare la relativa documentazione, in presenza, agli uffici anagrafici di zona. Dal canto loro, nei 45 giorni successivi alla domanda, gli uffici capitolini faranno le verifiche amministrative sulle autocertificazioni.
“Tengo a far sapere che la misura c’è e resta, stiamo organizzando gli uffici, la circolare sarà operativa per sempre e non c’è la necessità di accalcarsi con le richieste nei primi giorni”, ha fatto sapere l’assessore Catarci. “Tra l’altro dai prossimi mesi la procedura sarà disponibile interamente online: stiamo predisponendo la procedura digitale, grazie al sistema capitolino e al collegamento virtuale con l’anagrafe nazionale”.
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25/09/2022
Le ignobili proposte di confedilizia: il ritorno al far-west!
I padroni, certi di avere il prossimo Governo dalla loro parte, pubblicano un documento contenente le richieste per il nuovo esecutivo. Se anche solo una di esse dovesse essere messa in atto, sarebbe a discapito delle classi più deboli.
Confedilizia ha pubblicato un documento riassuntivo che contiene, in soli 5 punti, tutta l’arroganza e la strafottenza padronale di questo paese. Il documento è intitolato “5 Priorità per l’Immobiliare”. Una vera e propria richiesta per chi si presume vinca le prossime elezioni, che mette al centro gli interessi della grande proprietà immobiliare, responsabile della crisi perenne vissuta da milioni di famiglie che non riescono a pagare l’affitto o sono indebitate a vita perché hanno acceso un mutuo per l’acquisto di una prima casa di abitazione.
In questo senso, non essendo soddisfatti di aver contribuito notevolmente al ristagno economico (incidenza degli affitti sui salari oltre il 50%), condizionato tutte le scelte politico-urbanistiche degli ultimi decenni ed essersi arricchiti attraverso i meccanismi della rendita parassitaria, i Confedilizi si spingono oltre provando a smontare quei pochissimi meccanismi che portano un minimo di redistribuzione e tenuta sociale.
Il documento non ha nessun interesse a difendere quella piccolissima proprietà che ha solo una casa ed in quella vi abita, ma tenta di presentarsi come manifesto espresso nell’interesse generale della rendita parassitaria.
Al punto 1 si chiede ovviamente di abolire l’Imu, o meglio, sostituirlo con un tributo che sia in relazione con i servizi che i comuni (cioè tutti noi) forniscono non ai cittadini, ma ai beni immobili!
Secondo Asia-Usb invece una fiscalità equa deve essere progressiva e deve tassare di più chi ha di più. Vista l’abbondanza di patrimonio immobiliare abitativo abbandonato ed il venir meno quindi della sua funzione sociale (art. 42 della Costituzione), ci si chiede perché questo debba godere di una tassazione privilegiata e non debba essere, come noi proponiamo, acquisito al Patrimonio Pubblico ed assegnato a chi per reddito ne abbia diritto.
Al punto 3, non essendosi saziati con il bonus 110% per il rifacimento delle facciate, i padroni continuano a chiedere soldi al Governo, anche a quello che verrà. Del resto loro sono liberisti quando devono pagare le tasse, mentre chiedono l’intervento dello Stato se si tratta di spendere, come dimostrato dalla richiesta di calmierare i prezzi dei materiali edilizi risalente all’anno scorso!
Al punto 4 Confedilizia invoca lo sviluppo della “proprietà diffusa”. Non contenti della turistificazione degli affitti e della gentrificazione in corso nelle grandi città, fenomeni che qualsiasi governo dovrebbe contrastare, i padroni vogliono estenderle ad ogni latitudine.
Come? Chiamando “proprietà diffusa” la vendita a prezzi stracciati (sempre a loro stessi, sia chiaro) di patrimonio artisticamente o culturalmente di interesse, magari rimuovendo eventuali vincoli, in modo che loro possano affittarlo in regime di B&B.
Per quanto lo svuotamento dei piccoli centri e borghi sia un processo in corso su cui intervenire, Asia-Usb crede che l’unico modo per invertire la tendenza sia riattiva i tessuti sociali ed economici dei paesi attraverso il potenziamento e la difesa dei diritti e delle tutele dei lavoratori, in primis i salari.
Nel quinto, e per fortuna ultimo punto, viene raggiunto il culmine dell’anima nera della classe padronale italiana. Senza troppi problemi Confedilizia chiede che sia loro permesso di assoldare delle squadre al soldo dei padroni per effettuare gli sfratti di chi non riesce a pagare il canone di locazione.
I padroni dunque dovrebbero gestire tutto, dalla convalida all’esecuzione, attraverso squadre di legali e guardie private ben pagate. La violenza espressa durante gli sfratti da Ufficiali Giudiziari e Forze dell’Ordine non è dunque sufficiente, i padroni vogliono poterla esercitare per conto loro e vogliono che questo sia permesso dalla legge.
L’Asia-Usb denuncia con preoccupazione i contenuti di questo documento e rilancia alle forze politiche e sociali del paese la sfida di realizzare con urgenza un Piano Casa complessivo che ci liberi dal giogo di queste grandi gruppi di interesse.
In Italia servono un milione di case popolari, senza consumare un millimetro di suolo. Nuovi alloggi di qualità che assicurino subito il Diritto alla Casa per tutti e tutte e che fungano anche da meccanismo di calmierazione del folle mercato degli affitti.
Fonte
Confedilizia ha pubblicato un documento riassuntivo che contiene, in soli 5 punti, tutta l’arroganza e la strafottenza padronale di questo paese. Il documento è intitolato “5 Priorità per l’Immobiliare”. Una vera e propria richiesta per chi si presume vinca le prossime elezioni, che mette al centro gli interessi della grande proprietà immobiliare, responsabile della crisi perenne vissuta da milioni di famiglie che non riescono a pagare l’affitto o sono indebitate a vita perché hanno acceso un mutuo per l’acquisto di una prima casa di abitazione.
In questo senso, non essendo soddisfatti di aver contribuito notevolmente al ristagno economico (incidenza degli affitti sui salari oltre il 50%), condizionato tutte le scelte politico-urbanistiche degli ultimi decenni ed essersi arricchiti attraverso i meccanismi della rendita parassitaria, i Confedilizi si spingono oltre provando a smontare quei pochissimi meccanismi che portano un minimo di redistribuzione e tenuta sociale.
Il documento non ha nessun interesse a difendere quella piccolissima proprietà che ha solo una casa ed in quella vi abita, ma tenta di presentarsi come manifesto espresso nell’interesse generale della rendita parassitaria.
Al punto 1 si chiede ovviamente di abolire l’Imu, o meglio, sostituirlo con un tributo che sia in relazione con i servizi che i comuni (cioè tutti noi) forniscono non ai cittadini, ma ai beni immobili!
Secondo Asia-Usb invece una fiscalità equa deve essere progressiva e deve tassare di più chi ha di più. Vista l’abbondanza di patrimonio immobiliare abitativo abbandonato ed il venir meno quindi della sua funzione sociale (art. 42 della Costituzione), ci si chiede perché questo debba godere di una tassazione privilegiata e non debba essere, come noi proponiamo, acquisito al Patrimonio Pubblico ed assegnato a chi per reddito ne abbia diritto.
Al punto 3, non essendosi saziati con il bonus 110% per il rifacimento delle facciate, i padroni continuano a chiedere soldi al Governo, anche a quello che verrà. Del resto loro sono liberisti quando devono pagare le tasse, mentre chiedono l’intervento dello Stato se si tratta di spendere, come dimostrato dalla richiesta di calmierare i prezzi dei materiali edilizi risalente all’anno scorso!
Al punto 4 Confedilizia invoca lo sviluppo della “proprietà diffusa”. Non contenti della turistificazione degli affitti e della gentrificazione in corso nelle grandi città, fenomeni che qualsiasi governo dovrebbe contrastare, i padroni vogliono estenderle ad ogni latitudine.
Come? Chiamando “proprietà diffusa” la vendita a prezzi stracciati (sempre a loro stessi, sia chiaro) di patrimonio artisticamente o culturalmente di interesse, magari rimuovendo eventuali vincoli, in modo che loro possano affittarlo in regime di B&B.
Per quanto lo svuotamento dei piccoli centri e borghi sia un processo in corso su cui intervenire, Asia-Usb crede che l’unico modo per invertire la tendenza sia riattiva i tessuti sociali ed economici dei paesi attraverso il potenziamento e la difesa dei diritti e delle tutele dei lavoratori, in primis i salari.
Nel quinto, e per fortuna ultimo punto, viene raggiunto il culmine dell’anima nera della classe padronale italiana. Senza troppi problemi Confedilizia chiede che sia loro permesso di assoldare delle squadre al soldo dei padroni per effettuare gli sfratti di chi non riesce a pagare il canone di locazione.
I padroni dunque dovrebbero gestire tutto, dalla convalida all’esecuzione, attraverso squadre di legali e guardie private ben pagate. La violenza espressa durante gli sfratti da Ufficiali Giudiziari e Forze dell’Ordine non è dunque sufficiente, i padroni vogliono poterla esercitare per conto loro e vogliono che questo sia permesso dalla legge.
L’Asia-Usb denuncia con preoccupazione i contenuti di questo documento e rilancia alle forze politiche e sociali del paese la sfida di realizzare con urgenza un Piano Casa complessivo che ci liberi dal giogo di queste grandi gruppi di interesse.
In Italia servono un milione di case popolari, senza consumare un millimetro di suolo. Nuovi alloggi di qualità che assicurino subito il Diritto alla Casa per tutti e tutte e che fungano anche da meccanismo di calmierazione del folle mercato degli affitti.
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07/05/2020
Mettiamo a frutto la crisi. Manifesto per la riconquista popolare della città
Con la ripresa di molte attività lavorative diventa dirimente la questione dei trasporti pubblici. Secondo l’ultimo rapporto di Legambiente sono più di 5 milioni i lavoratori pendolari in Italia che ogni giorno si spostano con i treni o altri mezzi pubblici per lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di persone che usano la metropolitana nelle sole città di Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania. Tra questi, più della metà sono residenti nelle regioni del nord. Non c’è invece ancora un dato aggregato rispetto al trasporto pubblico su bus e tram.
Dei 4,5 milioni di lavoratori tornati ai posti di lavoro da lunedì 4 maggio, il problema della gestione del sistema di trasporto diventa centrale sotto diversi punti di vista.
Da un lato la questione della gestione dei mezzi urbani ed extraurbani, e di tutte quelle misure che i comuni stanno mettendo in atto, se da un lato impongono l’uso della mascherina e il rispetto delle distanze di sicurezza a tutela degli utenti e degli autisti, dall’altro non saranno mai sufficienti a garantire l’efficienza del servizio: fin tanto che il servizio non verrà potenziato con più corse e più autisti a turnarsi, si creeranno sempre enormi file alle fermate!
Dal momento infatti che gli autisti non hanno il potere di controllo su quanta gente salga ad ogni fermata, ancora una volta il modello proposto dalle istituzioni si basa da un lato sull’intensificazione dei controlli e delle multe da parte delle forze dell’ordine, e dall’altro lato al “buon senso individuale” delle persone che dovranno quindi decidere se arrivare tardi a lavoro saltando una o due corse, o rischiare la propria salute e quella degli altri, e salire su quel mezzo.
Dall’altro lato, non proprio secondaria in un momento in cui ci siamo tutti resi conto dell’enorme scontro in atto tra capitale e natura, c’è anche la questione ecologica. A fronte delle problematiche e del livello di rischio legato alla gestione dei mezzi pubblici, in questa fase l’uso del mezzo proprio (per chi ce l’ha e può usarlo) diventa di fatto il mezzo più sicuro per spostarsi e questo ha già dato i primi segnali, nella giornata di ieri, di intasamento delle tangenziali nelle grandi città e di lunghe file di auto incolonnate nelle arterie principali delle città. Questa modalità di trasporto, in ripresa e amplificata da ieri in tutte le grandi città, potrebbe vanificare in pochi giorni gli effetti benefici del lockdown sulla qualità dell’aria e dell’ambiente.
Da più punti di vista il dibattito sulla città e sul trasporto pubblico cittadino ritorna quindi alla ribalta. L’occasione è ghiotta per chi pensa alle piste ciclabili e ai futuri investimenti su mobike e monopattini, soluzioni ecologiche e utili per brevi spostamenti primaverili-estivi, ma che sappiamo bene celare un altro nuovo business di speculazione e svendita di servizi che dovrebbero essere pubblici ma molto spesso sono privati.
C’è chi pensa che la responsabilità individuale farà si che tra ritmi di lavoro scaglionati sarà possibile diminuire la pressione sui mezzi di trasporto pubblici, e c’è chi invece pensa che questa sia l’occasione per rivedere radicalmente gli elementi della pianificazione dell’ecosistema urbano secondo regole ragionate, ora più che mai necessarie, che rendano la mobilità davvero sostenibile per chi la vive tutti i giorni.
In questo articolo, pubblicato dal Gruppo Urbanisti perUnaltracittà del Laboratorio politico di Firenze, ci vene ricordato bene come le nostre città siano da anni programmate per servire il turismo e i flussi finanziari più che i cittadini, con cui dobbiamo tutti fare i conti. Questa, in sostanza, è e sarà una fase delicata ma estremamente importante per rilanciare la battaglia per il diritto alla città e per invertire la rotta che si sta imponendo da anni nei nostri territori, per riportare i nostri ambienti, urbani e non, al servizio di chi li vive e non di chi li sfrutta.
Guppo Urbanistica perUnaltracittà www.perunaltracitta.org
Alla fine della “fabbrica del turismo” resta una Firenze esangue. Esito (inimmaginabile, per come si è manifestato) di un’economia di rapina che ha sfruttato i corpi, il lavoro, il quotidiano, lo spazio. Una città per decenni depredata in nome della competitività e dell’attrattività globale, della rendita immobiliare e dei profitti privati, mai redistribuiti.
La crisi del ciclo economico rende ineludibile la riappropriazione sociale e politica della città.
Un passaggio epocale che libera gli spazi urbani, emancipandoli dal vincolo mercantile. La dimensione “pubblica” della città ridiviene, allora, terreno di scontro e di nuova progettualità.
La riappropriazione passa attraverso alcune, imprescindibili, tappe: riconquista dello spazio pubblico, di vie, piazze, giardini ed edifici collettivi, ambito precipuo della politica e della socialità; ripubblicizzazione dei servizi: trasporti, rifiuti e acqua in primis; liberazione del Comune dalla colpa del debito, anche tramite il depennamento delle grandi opere, inghiottitoio di denaro pubblico ben altrimenti impiegabile; revoca del Piano delle alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico.
Nella Firenze del dopo-virus gli abitanti hanno il potere di immaginare e pianificare i luoghi di vita.
È perciò ineludibile procedere verso un’abbondanza immaginativa e desiderante, e lasciarsi alle spalle il cappio dell’austerità. Quell’austerità, causa suprema di impoverimento delle città dove gli edifici pubblici si svendono al massimo ribasso. Dove le pubbliche piazze si gestiscono e si disciplinano come cosa privata. Dove il governo delle trasformazioni urbane è affidato alle multinazionali e risiede – ben saldo – in mano privata.
È perciò ineludibile, innanzitutto, il rifiuto del modello urbano, securitario e segregante, fondato su recinti, zone rosse, Daspo.
È il tempo di mettere in opera le alternative elaborate negli anni dalle realtà attive sul territorio, divenute oggi largamente desiderabili.
Tali alternative sono state sistematicamente ignorate dai governanti, il cui vuoto immaginativo ha portato la città allo sfascio economico. I piani urbanistici che essi hanno partorito, modellati per sostenere la speculazione immobiliare e finanziaria, sono da gettare al macero.
Firenze non è sana, se la Piana è malata.
La nuova configurazione della città e della sua bioregione avviene nel segno della conversione ecologica. È urgente rivitalizzare le relazioni ecologiche, garanzia di salute ambientale e potenza rigenerativa. La prospettiva ecosistemica implica: conferire fertilità agli ambiti agricoli periurbani e urbanità alle aree periferiche; sopprimere la gerarchia centro-periferica tramite il riordino territoriale incardinato sui sistemi naturalistici; costellare la conurbazione di luoghi centrali ad alta vocazione civile e sociale, e di aree ad alta vocazione rigenerativa dell’ecosistema, connesse da un ripensato sistema di mobilità pubblica e adeguata ai luoghi.
Gli edifici pubblici, fulcro della riorganizzazione urbana a partire dai rioni.
Inalienabili, i grandi complessi pubblici sono da ritenere inseparabili dal corpo della città, che ne trae vitalità. Tali complessi, rimodellati per molteplici esigenze collettive, fanno sponda a nuove relazioni e a nuovi bisogni. Forniscono metri cubi di compensazione a fronte della mancanza di spazi, di alloggi e dell’esiguità strutturale dello spazio privato.
E come un organismo – in cui le parti svolgono all’occorrenza diverse e molteplici funzioni – la città diviene ridondante.
In caso di nuova pandemia, i grandi ambienti delle ex caserme, trasformati per destinarvi funzioni culturali o sociali, sono facilmente riconvertibili in locali ospedalieri o di supporto alle scuole. I corpi dell’edificio già destinati ad alloggi militari accoglieranno “alloggi volàno” per chi vive il disagio abitativo, o, se necessario, per contagiati pandemici.
Nuove “maisons du peuple” possono trovare posto in edifici collettivi. Per la loro configurazione architettonica, le Poste di via Pietrapiana, ad esempio, sono atte a fungere da casa della cultura, con sale per assemblee ad uso della cittadinanza, tanto ricercate nell’avara Firenze.
Case popolari a contrasto della rendita.
Le case popolari sono un caposaldo nel riequilibrio delle disparità socio-economiche. Nel centro imborghesito e desertificato, e nelle periferie, ex conventi, ex caserme, ex ospedali possono essere riconvertiti in alloggi pubblici, frammisti ad attrezzature di servizio.
L’ex ospedale militare di San Gallo si confà per posizione e conformazione ad accogliere alloggi residenziali pubblici: un’occasione per sperimentare modalità di autocostruzione e autogestione del processo edilizio. È imprescindibile bloccarne la vendita.
La riconquista procede per progetti e conflitti.
La riappropriazione urbana è accompagnata da un dispiegarsi di “micropolitiche”, procede per conflitti e progetti, provocati da soggetti collettivi e plurali. Avanza per pratiche sperimentali messe in atto da soggettività di movimento, di cui Firenze è stata un esempio storico con i “comitati di quartiere” del post-alluvione 1966.
Laboratori spontanei, collettivi di autogestione e altre forme autorganizzate metteranno al lavoro gli spazi comuni, poiché è inevitabile che la riappropriazione sociale riparta proprio dai beni pubblici e comuni, dalla base materiale, dal territorio.
Costruire un’alternativa ecosistemica per Firenze – urbana e rurale, ma anche locale e globale – significa mettere in opera desideri, alimentare l’immaginazione. Inventare e riscoprire nuovi e antichi modelli di relazione tra i viventi. Tra l’umano, il non umano, e i luoghi che contengono la vita.
Fonte
Dei 4,5 milioni di lavoratori tornati ai posti di lavoro da lunedì 4 maggio, il problema della gestione del sistema di trasporto diventa centrale sotto diversi punti di vista.
Da un lato la questione della gestione dei mezzi urbani ed extraurbani, e di tutte quelle misure che i comuni stanno mettendo in atto, se da un lato impongono l’uso della mascherina e il rispetto delle distanze di sicurezza a tutela degli utenti e degli autisti, dall’altro non saranno mai sufficienti a garantire l’efficienza del servizio: fin tanto che il servizio non verrà potenziato con più corse e più autisti a turnarsi, si creeranno sempre enormi file alle fermate!
Dal momento infatti che gli autisti non hanno il potere di controllo su quanta gente salga ad ogni fermata, ancora una volta il modello proposto dalle istituzioni si basa da un lato sull’intensificazione dei controlli e delle multe da parte delle forze dell’ordine, e dall’altro lato al “buon senso individuale” delle persone che dovranno quindi decidere se arrivare tardi a lavoro saltando una o due corse, o rischiare la propria salute e quella degli altri, e salire su quel mezzo.
Dall’altro lato, non proprio secondaria in un momento in cui ci siamo tutti resi conto dell’enorme scontro in atto tra capitale e natura, c’è anche la questione ecologica. A fronte delle problematiche e del livello di rischio legato alla gestione dei mezzi pubblici, in questa fase l’uso del mezzo proprio (per chi ce l’ha e può usarlo) diventa di fatto il mezzo più sicuro per spostarsi e questo ha già dato i primi segnali, nella giornata di ieri, di intasamento delle tangenziali nelle grandi città e di lunghe file di auto incolonnate nelle arterie principali delle città. Questa modalità di trasporto, in ripresa e amplificata da ieri in tutte le grandi città, potrebbe vanificare in pochi giorni gli effetti benefici del lockdown sulla qualità dell’aria e dell’ambiente.
Da più punti di vista il dibattito sulla città e sul trasporto pubblico cittadino ritorna quindi alla ribalta. L’occasione è ghiotta per chi pensa alle piste ciclabili e ai futuri investimenti su mobike e monopattini, soluzioni ecologiche e utili per brevi spostamenti primaverili-estivi, ma che sappiamo bene celare un altro nuovo business di speculazione e svendita di servizi che dovrebbero essere pubblici ma molto spesso sono privati.
C’è chi pensa che la responsabilità individuale farà si che tra ritmi di lavoro scaglionati sarà possibile diminuire la pressione sui mezzi di trasporto pubblici, e c’è chi invece pensa che questa sia l’occasione per rivedere radicalmente gli elementi della pianificazione dell’ecosistema urbano secondo regole ragionate, ora più che mai necessarie, che rendano la mobilità davvero sostenibile per chi la vive tutti i giorni.
In questo articolo, pubblicato dal Gruppo Urbanisti perUnaltracittà del Laboratorio politico di Firenze, ci vene ricordato bene come le nostre città siano da anni programmate per servire il turismo e i flussi finanziari più che i cittadini, con cui dobbiamo tutti fare i conti. Questa, in sostanza, è e sarà una fase delicata ma estremamente importante per rilanciare la battaglia per il diritto alla città e per invertire la rotta che si sta imponendo da anni nei nostri territori, per riportare i nostri ambienti, urbani e non, al servizio di chi li vive e non di chi li sfrutta.
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Mettiamo a frutto la crisi. Manifesto per la riconquista popolare della città
Guppo Urbanistica perUnaltracittà www.perunaltracitta.org
Alla fine della “fabbrica del turismo” resta una Firenze esangue. Esito (inimmaginabile, per come si è manifestato) di un’economia di rapina che ha sfruttato i corpi, il lavoro, il quotidiano, lo spazio. Una città per decenni depredata in nome della competitività e dell’attrattività globale, della rendita immobiliare e dei profitti privati, mai redistribuiti.
La crisi del ciclo economico rende ineludibile la riappropriazione sociale e politica della città.
Un passaggio epocale che libera gli spazi urbani, emancipandoli dal vincolo mercantile. La dimensione “pubblica” della città ridiviene, allora, terreno di scontro e di nuova progettualità.
La riappropriazione passa attraverso alcune, imprescindibili, tappe: riconquista dello spazio pubblico, di vie, piazze, giardini ed edifici collettivi, ambito precipuo della politica e della socialità; ripubblicizzazione dei servizi: trasporti, rifiuti e acqua in primis; liberazione del Comune dalla colpa del debito, anche tramite il depennamento delle grandi opere, inghiottitoio di denaro pubblico ben altrimenti impiegabile; revoca del Piano delle alienazioni del patrimonio immobiliare pubblico.
Nella Firenze del dopo-virus gli abitanti hanno il potere di immaginare e pianificare i luoghi di vita.
È perciò ineludibile procedere verso un’abbondanza immaginativa e desiderante, e lasciarsi alle spalle il cappio dell’austerità. Quell’austerità, causa suprema di impoverimento delle città dove gli edifici pubblici si svendono al massimo ribasso. Dove le pubbliche piazze si gestiscono e si disciplinano come cosa privata. Dove il governo delle trasformazioni urbane è affidato alle multinazionali e risiede – ben saldo – in mano privata.
È perciò ineludibile, innanzitutto, il rifiuto del modello urbano, securitario e segregante, fondato su recinti, zone rosse, Daspo.
È il tempo di mettere in opera le alternative elaborate negli anni dalle realtà attive sul territorio, divenute oggi largamente desiderabili.
Tali alternative sono state sistematicamente ignorate dai governanti, il cui vuoto immaginativo ha portato la città allo sfascio economico. I piani urbanistici che essi hanno partorito, modellati per sostenere la speculazione immobiliare e finanziaria, sono da gettare al macero.
Firenze non è sana, se la Piana è malata.
La nuova configurazione della città e della sua bioregione avviene nel segno della conversione ecologica. È urgente rivitalizzare le relazioni ecologiche, garanzia di salute ambientale e potenza rigenerativa. La prospettiva ecosistemica implica: conferire fertilità agli ambiti agricoli periurbani e urbanità alle aree periferiche; sopprimere la gerarchia centro-periferica tramite il riordino territoriale incardinato sui sistemi naturalistici; costellare la conurbazione di luoghi centrali ad alta vocazione civile e sociale, e di aree ad alta vocazione rigenerativa dell’ecosistema, connesse da un ripensato sistema di mobilità pubblica e adeguata ai luoghi.
Gli edifici pubblici, fulcro della riorganizzazione urbana a partire dai rioni.
Inalienabili, i grandi complessi pubblici sono da ritenere inseparabili dal corpo della città, che ne trae vitalità. Tali complessi, rimodellati per molteplici esigenze collettive, fanno sponda a nuove relazioni e a nuovi bisogni. Forniscono metri cubi di compensazione a fronte della mancanza di spazi, di alloggi e dell’esiguità strutturale dello spazio privato.
E come un organismo – in cui le parti svolgono all’occorrenza diverse e molteplici funzioni – la città diviene ridondante.
In caso di nuova pandemia, i grandi ambienti delle ex caserme, trasformati per destinarvi funzioni culturali o sociali, sono facilmente riconvertibili in locali ospedalieri o di supporto alle scuole. I corpi dell’edificio già destinati ad alloggi militari accoglieranno “alloggi volàno” per chi vive il disagio abitativo, o, se necessario, per contagiati pandemici.
Nuove “maisons du peuple” possono trovare posto in edifici collettivi. Per la loro configurazione architettonica, le Poste di via Pietrapiana, ad esempio, sono atte a fungere da casa della cultura, con sale per assemblee ad uso della cittadinanza, tanto ricercate nell’avara Firenze.
Case popolari a contrasto della rendita.
Le case popolari sono un caposaldo nel riequilibrio delle disparità socio-economiche. Nel centro imborghesito e desertificato, e nelle periferie, ex conventi, ex caserme, ex ospedali possono essere riconvertiti in alloggi pubblici, frammisti ad attrezzature di servizio.
L’ex ospedale militare di San Gallo si confà per posizione e conformazione ad accogliere alloggi residenziali pubblici: un’occasione per sperimentare modalità di autocostruzione e autogestione del processo edilizio. È imprescindibile bloccarne la vendita.
La riconquista procede per progetti e conflitti.
La riappropriazione urbana è accompagnata da un dispiegarsi di “micropolitiche”, procede per conflitti e progetti, provocati da soggetti collettivi e plurali. Avanza per pratiche sperimentali messe in atto da soggettività di movimento, di cui Firenze è stata un esempio storico con i “comitati di quartiere” del post-alluvione 1966.
Laboratori spontanei, collettivi di autogestione e altre forme autorganizzate metteranno al lavoro gli spazi comuni, poiché è inevitabile che la riappropriazione sociale riparta proprio dai beni pubblici e comuni, dalla base materiale, dal territorio.
Costruire un’alternativa ecosistemica per Firenze – urbana e rurale, ma anche locale e globale – significa mettere in opera desideri, alimentare l’immaginazione. Inventare e riscoprire nuovi e antichi modelli di relazione tra i viventi. Tra l’umano, il non umano, e i luoghi che contengono la vita.
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