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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/10/2024

Spagna - Migliaia di giovani in piazza a Madrid per il diritto alla casa

Se qualcuno credeva che la “questione della casa”, il caro affitti e l’overtourism fossero temi agitati strumentalmente dall'“estrema sinistra” di questo paese, deve per forza prendere atto di aver avuto una fede sbagliata.

Con lo slogan ‘Se acabò, bajen los alquileres! (Basta, abbassate gli affitti!) migliaia di persone, in prevalenza giovani, sono scese in corteo ieri a Madrid per protestare contro i costi inaccessibili delle case, provocati dalla speculazione finanziaria e dalle centinaia di migliaia di alloggi destinati agli affitti turistici brevi (il “modello air b&b”).

La manifestazione, organizzata dal Sindacato degli Inquilini e altre 40 associazioni, è partita alle 12 dalla plaza di Atocha per snodarsi lungo del strade del centro, il Paseo de Recolectos, fino a Plaza Cibeles. I manifestanti rivendicano una diminuzione del 50% dei costi delle locazioni e l’applicazione della legge statale sulla Casa, approvata di recente dal governo.

La mobilitazione è il preludio di uno “sciopero degli affitti” come ha segnalato il presidente delle Federazioni di Associazioni dei Residenti di Madrid (Fravm’): “È urgente che le amministrazioni e soprattutto la Comunità di Madrid, che ha la maggior parte delle competenze, promuovano un chiaro cambiamento del modello residenziale, che ponga la casa come bene sociale e non come business”, ha affermato.

Fra il 2015 e il 2023 il costo per l’acquisto della casa in Spagna è aumentato del 47% e quello degli affitti del 58%, secondo i dati dell’Istituto nazionale di Statistica (Ine), mentre le entrate dei nuclei familiari sono aumentate del 35%, spinte dalla diminuzione della disoccupazione e la rivalutazione delle pensioni. E i salari dei lavoratori si sono incrementati solo del 17%, fino al 2022, al pari dell’inflazione.

Una situazione che per i giovani ritarda di più il momento dell'indipendenza: il 66% delle persone fra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori, secondo l’Ine. Gli aumenti soprattutto nelle grandi aree metropolitane, sono spinti dagli acquisti speculativi dei fondi di investimento e dall’escalation dei prezzi provocati dagli affitti turistici brevi.

“La casa è diventata merce e non è più un diritto come dice la costituzione spagnola” denuncia Silvia Gonzalez, 35 anni.

“Lo barrios no se venden, los barrios se defienden!” (I quartieri non si vendono, i quartieri si difendono), scandiscono i manifestanti, fra i quali persino alcuni esponenti politici di Podemos e del Psoe.

Fra le dieci richieste nel manifesto redatto per la protesta, l’ampliamento e l’applicazione della legge statale sulla Casa, con l’imposizione di un tetto per gli affitti, il recupero dei contratti di locazione a tempo indefinito, un tetto per gli appartamenti affittati ai turisti e la promozione di un Piano statale per l’edilizia abitativa.

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14/11/2022

Spagna - A Madrid una enorme manifestazione per la sanità

Con una enorme manifestazione popolare gli abitanti di Madrid sono scesi di nuovo in piazza per la seconda volta in meno di un mese (il 7 novembre c’era stato uno sciopero della sanità) per rivendicare una sanità dignitosa e hanno detto basta al “piano per distruggere le cure primarie” del governo locale di Isabel Díaz Ayuso. Migliaia di persone hanno affollato le strade della capitale domenica per protestare contro il caos sanitario causato nella comunità.

La ristrutturazione avviata dalla Giunta regionale ha convertito i 37 Servizi di Emergenza Cure Primarie (SUAP) e i 41 Servizi di Assistenza Rurale (SAR) in Punti di Assistenza Continua (PAC). Un totale di 78 emergenze nei centri sanitari, sono stati aperti senza nuove assunzioni e il necessario personale. Il doppio dei siti da servire, ma lo stesso numero di operatori sanitari.

Con questa premessa, le associazioni di quartiere e i comuni interessati dell’area metropolitana di Madrid hanno chiamato una manifestazione che è partita da quattro punti diversi della città per convergere nella Plaza de Cibeles di Madrid.

“La crisi sanitaria di Madrid, esplosa con il problema delle emergenze extraospedaliere, è il risultato di 18 anni di smantellamento della sanità pubblica e ha tutte le possibilità di chiudersi in modo sbagliato, come è successo con la crisi del 2012” scrive la pagina dei movimenti sociali Kaosenlared.

“La grande mobilitazione di ieri è il risultato di diversi fattori: l’accumulo di malessere tra la popolazione a causa del crescente deterioramento; il maltrattamento dei professionisti, già esausti dopo quasi 3 anni di sovraffaticamento; l’accumulo di varie “payusadas” del presidente e, cosa molto importante, la campagna mediatica dei grandi media, gli stessi che in alcuni casi sono di proprietà delle stesse aziende che traggono profitto dalla privatizzazione della salute. Così, il messaggio diffuso concentra tutta la colpa su Ayuso, censurando qualsiasi riferimento alle leggi che il PP ha utilizzato per 18 anni per smantellare l’assistenza sanitaria, leggi statali che il governo del PSOE e di Unidas Podemos mantengono in vigore”.

Più di 200mila persone, secondo i dati ufficiali della Delegazione di governo, sono scese in piazza di Madrid contro le politiche di Ayuso, cifra che gli organizzatori hanno portato a 670mila manifestanti. “I cittadini sono con i medici. Basta illuderci”, si legge negli striscioni, a testimonianza del massiccio sostegno ai servizi sanitari.

Il quotidiano spagnolo Publico ha raccolto gli umori dei manifestanti: “Nella Comunità di Madrid sono una banda di incompetenti, alcuni fanatici, che vogliono solo attuare la loro strategia di deterioramento della salute, di privatizzazione, senza prestare attenzione a ragioni di alcun tipo”. Visibilmente arrabbiato, Marciano Sánchez Bayle, portavoce della Federazione delle Associazioni per la Difesa della Salute Pubblica, ha alzato la voce in mezzo alla folla. Per la Federazione in Difesa della Sanità Pubblica: “Ayuso ha insultato e ritenuto responsabili della propria incompetenza gli operatori sanitari”.

L’intenzione dei manifestanti era quella di attraversare la Puerta del Sol – dove si trova la sede della Comunità di Madrid – ma i veicoli antisommossa della Polizia Nazionale hanno deviato la folla per via Preciados. Da lì si sono diretti verso la Gran Vía.

Un medico rurale della già chiusa SAR di Cadalso de los Vidrios, ha raccontato a Publico come è entrato in vigore questo piano. Appena un giorno prima del suo avvio, a mezzanotte, ha ricevuto un’e-mail che lo informava della sua nuova destinazione. “Sono andato in shock, ho avuto ansia”, ha assicurato. “Una notte mi sono trovata sola in un centro sanitario che copre una popolazione di 150.000 persone e senza nemmeno sapere che materiale avessi. E, se arriva un’emergenza, è essenziale”, ha aggiunto, per spiegare che alcuni colleghi non avevano nemmeno le chiavi per poter aprire le SUAP, cioè le nuove unità sanitarie. Il 13% dei medici convocati per la riapertura di queste SUAP ha dovuto dimettersi dall’incarico per l’impossibilità di assumere un carico di lavoro così enorme.

Il 7 novembre c’è già stato uno sciopero di tutti gli operatori della sanità e un nuovo sciopero è previsto per il prossimo 21 novembre.

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05/05/2021

Madrid a tutta destra, Iglesias si ritira

Le elezioni della “città metropolitana” di Madrid fotografano un terremoto politico che non riguarda solo la Spagna. Perché arriva al termine di una lunga crisi della “politica”, lì ed altrove, che la pandemia ha fatto esplodere in maniera incontrollata.

Partiamo dai dati. La partecipazione è stata record (+11% rispetto al 2019), segno di una volontà generale di “cambiamento” (una delle parole più vuote di contenuto che si conoscano, in politica, al pari di “riforme”).

E ha trionfato la vecchia destra, quella post-franchista del Partito Popolare (che in Europa sta con Merkel, Berlusconi, ecc.). Un successo arrivato però adottando tutti i tic della destra fascista vera e propria – dal rifiuto dei lockdown all’esaltazione di una idea individualistica e irresponsabile di “libertà”, con più di un occhio strizzato ai “no vax” – e scegliendo una front runner da manuale della comunicazione politica: donna, giovane, priva di scrupoli, “che parla come mangia”. Anzi, come parla “il popolo”.

Isabel Diaz Ayuso, potrebbe addirittura tornare a governare Madrid da sola e avrebbe bisogno solo dell’astensione di neo-vetero-fascisti di Vox per rimanere in sella. Come se avesse vinto un Salvini spalleggiato da Meloni...

Il Pp, che ha raddoppiato i consensi, ottiene infatti fino a 65 seggi, più della somma di tutti i partiti di sinistra (tra 62 e 65 seggi), a soli quattro seggi della maggioranza assoluta (69), più del doppio delle elezioni del 2019.

Tutta la campagna elettorale della Ayuso ha avuto come cuore la critica feroce della gestione della pandemia da parte del governo centrale (Partito Socialista e Unidos Podemos, con poco più del 40% dei voti), formato “per obbligo” dopo due elezioni politiche a distanza di sei mesi che non avevano permesso di individuare una maggioranza politica stabile.

In pratica, la destra – che già governava la città metropolitana – era riuscita a fare di Madrid l’unica grande capitale europea che ha tenuto aperti bar, ristoranti e teatri dal giugno 2020. Nei mesi della pandemia, la Ayuso ha guidato il fronte delle regioni che hanno contestato la linea dura sulle chiusure voluta dal governo. Chiedeva infatti di riaprire tutte le attività, eliminare ogni lockdown e restrizione alla circolazione (neanche in Spagna sono state mai fermate le attività economiche principali, ma solo quelle legate a ristorazione, turismo, tempo libero).

La Ayuso aveva giocato una carta rischiosa, con un coprifuoco fissato prima alle 21 e poi spostato alle 23, ma è stata baciata dalla fortuna (e dall’osservanza spontanea di molte procedure di sicurezza). Madrid è stata così la regione spagnola con meno restrizioni, ma l’incidenza del contagio non è ora il più alto del paese (lo era stato a lungo) e il numero di nuovi casi e decessi è lontano dal picco di gennaio.

Una dinamica politica nazionale simil-italiana, che ha portato la Spagna pagare un prezzo altissimo (3,5 milioni di contagiati e quasi 80.000 morti per Covid) e a perdere comunque una quota rilevante di Pil (11%).

Il Psoe di Pedro Sanchez incassa il peggior risultato di sempre, scendendo al 17% dei voti. Alla pari con Mas Madrid (la scissione ultramoderata di Podemos guidata da Errejon, che nella capitale ha il suo punto di forza). Seguono Vox (9%) e Podemos (7,25). Scompare la meteora “populista di centro” di Ciudadanos, che con poco più del 3% non raggiunge il limite per entrare nel consiglio comunale.

Due sono però le conseguenze rilevanti di questo voto.

La prima e più certa il ritiro del fondatore di Unidas Podemos, Pablo Iglesias. Nella notte ha annunciato che lascerà tutti i suoi incarichi istituzionali e l’attività politica.

Iglesias, come si dice, su queste elezioni “ci aveva messo la faccia”. Aveva infatti lasciato la vicepresidenza del governo per candidarsi a presidente della comunità autonoma di Madrid e rivitalizzare la sezione regionale del partito, molto in sofferenza. Ma non è riuscito nello scopo. Ha aumentato un po’ i voti del movimento, ma molto al di sotto dello sperato.

Il suo ritiro, comunque, non è semplicemente la presa d’atto di una sconfitta “tattica”, ma del fallimento di un progetto, di un’idea di “riforma della politica” che non faceva i conti con la realtà.

Questa decisione segna la crisi probabilmente definitiva del “populismo di sinistra”, caratterizzato da grandi “innovazioni di linguaggio”, priorità alla “comunicazione”, assoluta vaghezza programmatica, grande risalto ai temi dei diritti civili e silenziamento sulle questioni più “classiche” della sinistra (lavoro, occupazione, welfare, ecc.).

Sembrava la mossa decisiva per rivitalizzare una “sinistra” che in tutta Europa è stata divorata dal “riformismo senza progetto”, praticando un frenetico attivismo tattico mai supportato da progetti certi. E una volta arrivato a co-governare il Paese, tutto quel castello “discorsivo” e agitatorio si è tradotto in poco o nulla.

Da questa angolatura, insomma, Podemos ha replicato in Spagna la parabola dei Cinque Stelle in Italia. Con la differenza che Iglesias e il suo movimento sono comunque esplicitamente una “novità di sinistra”, mentre i grillini, come ben sappiamo, certamente no.

L’altro elemento evidenziato da queste elezioni, per i temi posti al centro, è l’irrazionalità elevata a fenomeno di massa. Quella sul lockdown, il rifiuto delle vaccinazioni e delle misure di prevenzione, è una patologia grave, dimostrata dalle statistiche mostruose dei Paesi in cui la “sottovalutazione” della pandemia ha moltiplicato le dimensioni della strage.

Gli Usa di Trump, il Brasile di Bolsonaro, la Gran Bretagna del “Johnson primo” (quello che ancora non era finito intubato per il Covid), l’India di Modi e tanti altri esempi stanno lì, davanti agli occhi di tutti.

Ma nella testa della “gente” vivono e si ingigantiscono spezzoni di menzogne ben cucinate, un’idea folle e irresponsabile di “libertà individuale” che somiglia da vicino a certi stati di coscienza procurati dagli allucinogeni. Come se la realtà fisica non potesse e soprattutto non dovesse costituire un limite ai comportamenti individuali “desideranti”.

Un esempio può aiutare. Si può essere convinti, se molto ubriachi e gonfi di pasticche di ogni tipo, di poter volare. Ma la legge di gravitazione universale, proprio come i virus, se ne fotte delle nostre convinzioni temporanee. Vi sembra assurdo? Chiedete a Robert Wyatt, ex batterista dei Soft Machine, che il 1° giugno 1973, in piena notte, si mise a camminare nell’aria fuori dal balcone dell’albergo...

Se quello stato di allucinazione riguarda un individuo, si fa male lui. Ma se una società intera viene “drogata” intenzionalmente per oltre un trentennio, allora si preparano disastri pesanti.

L’uscita a destra dalla pandemia – volendo mantenere la finzione “democratica” delle elezioni – non sarà, come con il fascismo “storico” di un secolo fa, una “modernizzazione reazionaria” guidata dal capitale trionfante, che riprende ad accumulare profitti e a dare forma al mondo.

La barbarie è dietro l’angolo, come accade quando gli imperi vanno in sfacelo... Ci sarà tempo per approfondire...

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27/05/2015

Barcellona e Madrid, cominciano i problemi per Podemos e le sinistre

Dopo la sbornia elettorale di domenica sera nelle maggiori città e in alcune comunità autonome dello Stato Spagnolo ora è il momento dei negoziati per formare le future maggioranze di governo e la strada per le forze vincitrici sembra essere costellata di contraddizioni e tutta in salita.

A Barcellona quelli di Podemos e gli altri partiti di sinistra e centrosinistra riuniti nella coalizione Barcelona en Comù – ICV (ex-comunisti ed ecologisti), EUiA (la sezione locale di IU), gli ecologisti di Equo, Procés Constituent e Guanyem Barcelona, nata dall’istituzionalizzazione di alcuni pezzi del movimento contro l’austerità – sono arrivati in testa, ma se vorranno eleggere sindaco della capitale catalana la battagliera Ada Colau – proveniente da una famiglia della media borghesia – dovranno formare un’alleanza con altri partner.

Teoricamente BeC, prima con il 25% dei voti e 11 consiglieri ma assai lontana dalla maggioranza assoluta, si è appellata sia alla sinistra indipendentista radicale della Cup (entrata per la prima volta in consiglio comunale con 3 eletti) che ai socialisti (crollati da 11 a 4 seggi), ma i primi è assai difficile che convergano in una maggioranza di governo all’interno della quale ci sono forze politiche – in particolare Iniziativa per la Catalogna – e personaggi che hanno a lungo governato città e regioni applicando negli scorsi anni politiche liberiste, realizzando tagli al welfare e implementando privatizzazioni che la Cup combatte nelle istituzioni e nelle strade.

Ada Colau, 41 anni, una laurea in filosofia, madre di un bimbo di quattro anni, «attivista dei diritti umani e della democrazia» (così si definisce), in prima linea contro la speculazione edilizia, le banche e gli sfratti in anni di militanza nella Plataforma de Afectados por la Hipoteca, ha annunciato un programma di «buon senso» e alcune misure di forte impatto sociale incentrate sul diritto alla casa e sul sostegno dei disoccupati: per un totale di 160 milioni di euro ai quali si aggiungono 50 milioni per il lavoro. Si tratterebbe di uscite del tutto compatibili con il budget cittadino, fa sapere.

«Non vogliamo che nessun abbia paura di noi. Solo i corrotti e chi vuole mantenere le disuguaglianze», ha detto dopo la vittoria elettorale. «Voglio subito parlare con le banche e vedremo di collaborare per trovare appartamenti vuoti da mettere a disposizione di chi non ha una casa con affitti sociali» ha spiegato la potenziale sindaca minacciando multe per gli istituti di credito che decideranno invece di tenere sfitti gli immobili. Sempre per aiutare le famiglie, il nuovo sindaco intende negoziare con le compagnie di acqua, gas e elettricità per evitare il blocco delle forniture in seguito a eventuali ritardi nel pagamento delle bollette. Colau ha anche promesso che si ridurrà lo stipendio da sindaco – a circa 2mila euro al mese contro i circa 11mila del suo predecessore, il regionalista di centrodestra Xavier Trias il cui partito, CiU, è sceso a 10 consiglieri e al 22,7% rispetto ai 14 precedenti con il 28,7% – e che intende abolire le auto blu e le spese di cerimoniale. Prevista anche una per ora non meglio precisata stretta sugli enti e le municipalizzate a partire dal Consorzio della Zona Franca e dalla Fiera.     

Basterà una ‘politica del buon senso’ o quel ‘buon governo’ che la Colau e i suoi collaboratori hanno spesso richiamato nel corso della campagna elettorale per governare una grande città dove le contraddizioni sociali e la povertà sono aumentate esponenzialmente dopo anni di diktat della troika? Basteranno gli investimenti promessi a ridurre le crescenti diseguaglianze? Sarà in grado una maggioranza tanto eterogenea ed infiltrata da un ceto politico inamovibile e adatto a tutte le stagioni di contrastare gli appetiti e i ricatti dei poteri forti locali e statali?

Se BeC imbarcasse i socialisti e forse anche i nazionalisti socialdemocratici di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) – in aumento dal 5,6 all’11% e da 2 a 5 consiglieri anche grazie alla confluenza dei socialisti catalanisti in fuga dal PSC – il già minimalista programma anticasta e antiausterity dei settori più avanzati della coalizione vincitrice andrebbero a finire nel dimenticatoio.

Assai interessante e dettagliata l’analisi proposta da Andrea Geniola in un suo recente articolo che lontano dai toni trionfalisti e spesso disinformati di tanta stampa progressista italiana mette invece in fila luci ed ombre del voto catalano e in generale di quello amministrativo spagnolo di domenica scorsa. Scrive Geniola a proposito di Barcellona:
“L’appoggio alla BEC ha avuto una chiara origine di classe o quantomeno nella cultura politica della sinistra della città. La lista vince nei quartieri popolari e raccoglie consensi di massa su quelle linee che hanno caratterizzato lo sviluppo ineguale e classista di Barcellona dalle Olimpiadi del 1992 in poi: turismo, gentrificazione, speculazione immobiliare e quella politica d’immagine che ha trasformato la città in meta ambita da convegnisti, bohémien e avventurieri di ogni risma. Barcellona è oggi una città con dei trasporti costosissimi, un alto costo della vita per quanto riguarda beni comuni come l’acqua, carente in strutture scolastiche pubbliche e con un’offerta spropositata di centri privati. Contro la città di CiU, che ad esempio ha smesso di costruire scuole e asili e che in continuità con il modello impiantato dai socialisti si è dedicata alle grandi e costosissime opere per rendere il centro della città un accogliente salotto per il turista danaroso, in molti hanno individuato nella BEC l’alternativa credibile di buona gestione e cambio di rotta. Orbene, i dubbi circa le possibilità reali di realizzazione di quest’alternativa non sono pochi. In primo luogo, vi sono delle cause esterne e oggettive. Il risultato elettorale, oltre la visualizzazione di una volontà politica di alternativa, consegna, al contrario del caso di Madrid, un panorama frammentato che rasenta l’ingovernabilità. Grazie alla legge elettorale spagnola il candidato di maggioranza relativa può essere sindaco anche “d’ufficio” ma la governabilità è un’altra cosa e l’unica soluzione matematicamente possibile sembra essere un governo di sinistra composto da BEC, ERC, PSC e CUP. (...) Orbene, dato che né repubblicani né socialisti condividono alcune soluzioni radicali in termini sociali che invece rappresentano l’asse centrale del programma della BEC, ciò significa già in partenza prevedere di mettere nel cassetto proprio quelle proposte che hanno alimentato il successo della lista. In secondo luogo, e di conseguenza, entrano in gioco le questioni politiche di fondo e diciamo interne.

La Colau, cui spetta adesso il compito di formare la maggioranza ha certamente suscitato grandi entusiasmi. È stata per lungo tempo attivista e leader del movimento anti-sfratto e contro la speculazione immobiliare. Il suo programma è certamente appetibile e rappresenta un condensato delle rivendicazioni dei movimenti sociali di questi ultimi anni: fermare gli sfratti, garantire l’accesso alla casa, ridurre drasticamente il prezzo di acqua, luce e gas e fermarne il taglio in caso di morosità a causa di situazioni di disoccupazione e povertà, trasparenza amministrativa, difesa e potenziamento di educazione e sanità pubblica, trasporto pubblico a prezzi ridotti, protezione dei settori sociali e generazionali più deboli, politiche attive contro la discriminazione di genere e, nel complesso, lo sganciamento delle logiche del profitto da quelle del welfare. Tutto magnifico ma esistono dei problemi, delle questioni di fondo. La candidata della BEC ha mostrato in campagna elettorale un forte personalismo, per affermazioni fatte dagli ambienti stessi della lista, che rasenta il ridicolo. Quella della BEC è stata l’unica candidatura ad avere come simbolo elettorale sulla scheda la faccia del candidato sindaco. Cosa che ci si può aspettare dai partiti tradizionali in via di americanizzazione ma che stona non poco con una proposta “alternativa” così coraggiosa. A questo elemento simbolico che potrebbe anche essere un semplice aneddoto se ne aggiungono altri. Per scorgerli dobbiamo scavare un po’ più a fondo. Quando la piattaforma elettorale della Colau, Guanyem Barcelona, decide di allearsi, tra gli altri, con ICV, ne accetta l’appoggio economico e ne assume l’eredità politica. Si da il caso però che la coalizione rosso-verde post-comunista sia una delle formazioni maggiormente indebitate con le banche, quelle stesse banche che richiedono lo sfratto di quelle famiglie che essendo rimaste senza reddito non possono più pagare il mutuo della casa. Inoltre, ICV è corresponsabile (ovviamente in parte soltanto) dell’attuale modello di città che la BEC si propone di cambiare. Si tratterebbe di una questione secondaria se la stessa candidata non avesse pubblicamente rivendicato la figura e l’opera del sindaco che ha posto le basi e avviato il processo di gentrificazione di Barcellona, il socialista Pasqual Maragall (Un cafè amb el candidat: Ada Colau, in “Ara”, 20.05.2015, p. 11). (...)”
Questa è la assai complicata situazione postelettorale a Barcellona. Ma anche in altre città dello stato non va molto meglio.

A Madrid è avvenuto un vero e proprio terremoto per quanto riguarda la composizione del nuovo consiglio comunale. La destra del PP è crollata dal 49,7% e 31 consiglieri al 34,5% e 21 consiglieri, e per la prima volta i socialisti del PSOE non se ne sono affatto avvantaggiati, crollando a loro volta dal 23,9% e 15 consiglieri al 15,3% e 9 consiglieri. Vincitrice della competizione è stata la coalizione Ahora Madrid (formata da Podemos, da una parte di IU, da Equo e dalla lista civica di ‘movimento’ Ganemos Madrid) che ha ottenuto il 31,8% e 20 dei 57 consiglieri comunali. Tonfo clamoroso per il settore autonomista di Izquierda Unida, che passa dal 10,7% e 6 consiglieri all’1,7% e nessun eletto. Contenuto è stato invece il risultato del partito liberista di centrodestra Ciutadanos, che con il 11,4% e 7 consiglieri recupera solo in parte l’emorragia dei due grandi partiti del sistema e di una lista simile alla creatura di Albert Rivera. Nel 2011 infatti i liberisti dell’UPyD avevano preso il 7,8% e 5 consiglieri.

Così come nella capitale catalana, in quella statale se vorrà governare la coalizione guidata dalla giurista Manuela Carmena dovrà rivolgersi agli odiati socialisti, abbandonando buona parte del proprio programma riformista. E anche se la coalizione di governo si facesse, Ahora Madrid e PSOE avrebbero solo 29 consiglieri su 57, uno più della maggioranza.

Ci risulta di nuovo prezioso il punto di vista di Andrea Geniola, secondo il quale sia BeC sia Ahora Madrid non sono espressione di una sinistra alternativa ma di una sinistra ‘di alternativa’. Può sembrare un dettaglio semantico ma non lo è affatto. Scrive l’analista:
“La BEC e Ahora Madrid sono oggi delle forze che per il momento hanno ottenuto l’obiettivo di sostituire i socialisti nel loro ruolo di alternativa turnista alla destra o centro-destra. Questa sinistra non ha l’obiettivo di trasformare il modello socio-economico vigente ma di offrirne una versione più giusta, partecipativa ed equitativa. Invece la CUP sembra postularsi come una sinistra “di rottura”. Questa più che obiettivi di buona gestione ha l’intenzione di usare i propri rappresentanti istituzionali come la “voce dei senza voce” ma l’attività istituzionale non è il centro del suo intervento. Ad esempio, tra le proposte della CUP per Barcellona figura la creazione di un Consiglio Popolare municipale come strumento di raccolta delle istanze popolari e fomento di autorganizzazione per la produzione di rivendicazioni base da far “esplodere” in Comune. Il tutto in una prospettiva anticapitalista, cosa che non appare per nulla chiara nell’offerta politica della BEC che non sembra voler attaccare le logiche di mercato ma circoscriverle in una sorta di neo-keynesismo post-socialdemocratico. Il paradigma attorno al quale si muove la politica municipale della CUP è quello dell’uso del municipio come base per l’autodeterminazione (sociale e nazionale) e la costruzione di contropotere locale alla legalità costituita, cosa che la BEC non si sogna nemmeno di pensare. Insomma, due modelli che difficilmente potranno collaborare in Consiglio Comunale o confluire in vista delle prossime elezioni catalane per il rinnovo del Parlamento”.

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