Giovedì 17 settembre Potere al Popolo è stato a Montecitorio contro la legge elettorale che è appena passata al Senato in cui un emendamento antidemocratico di Fratelli d’Italia porta fino a 450mila le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (4 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).
Dopo il raduno in piazza Capranica alle persone che si sono mobilitate è stato impedito per più di un’ora e mezza di percorre i pochi metri necessari per arrivare davanti al Palazzo di Montecitorio per non arrecare disturbo ad un’iniziativa privata che vedeva coinvolti, ancora una volta, tutti insieme esponenti della destra e del centrosinistra, quali La Russa (Presidente del Senato), Alemanno (Futuro Nazionale), Giacchetti (Italia Viva) e Verini (Pd).
Potere al Popolo denuncia ancora una volta la gestione di piazza di questo governo che blinda le aule del Parlamento con una legge elettorale truffa mentre in piazza schiera la polizia per silenziare il dissenso. La legge elettorale in discussione è una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
Si tratta di una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica, come non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.
La norma fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’antisemitismo, i decreti sicurezza del Governo Meloni.
Non ci fermeremo, lanciamo fin da ora una grande manifestazione nazionale a Roma il 3 ottobre, ore 14:00 a Piazza Bocca della Verità.
Contro questo governo e in alternativa alle finte opposizioni del centrosinistra, per opporci alla guerra, per la democrazia e per i diritti sociali. Costruiamo la vera opposizione!
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/09/2026
Potere al Popolo a Montecitorio contro chi vuole cancellare la democrazia
13/08/2026
L’Argentina scende in piazza contro Milei e la svendita del Paese agli Usa
L’Argentina è tornata a riempire le strade per protestare contro il governo di Javier Milei. Migliaia di persone hanno manifestato a Buenos Aires contro il progetto di legge sull’inviolabilità della proprietà privata, denunciato da sindacati, organizzazioni sociali, movimenti indigeni e opposizioni come un ulteriore passo verso la privatizzazione della terra e delle risorse nazionali.
La protesta, inizialmente pacifica, è stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua. Lo slogan “La patria non si vende” riassume il significato politico della mobilitazione.
Il provvedimento discusso dal governo mira a rendere più rapide le procedure di sfratto, modificare le regole sull’utilizzo dei terreni rurali e rafforzare le garanzie per i proprietari privati. Una delle norme prevedeva inoltre l’innalzamento dal 15 al 25 per cento del limite massimo di terra acquistabile da investitori stranieri.
Dopo le difficoltà incontrate in Parlamento, questa disposizione è stata ritirata, ma il progetto ha comunque alimentato il timore di una progressiva cessione della sovranità economica argentina a grandi capitali stranieri, in particolare statunitensi.
Le manifestazioni di agosto non rappresentano un episodio isolato, ma si inseriscono in una mobilitazione sociale che dura da mesi. Già alla fine di luglio, dopo la pausa determinata dai Mondiali, migliaia di argentini erano tornati in piazza contro l’austerità, i bassi salari e il deterioramento delle condizioni dei pensionati. Blocchi stradali e scontri con la polizia si erano verificati anche ad Avellaneda, alla periferia della capitale.
In precedenza, i pensionati avevano organizzato manifestazioni settimanali davanti al Congresso per chiedere aumenti delle pensioni e un migliore accesso alla sanità. Quasi la metà dei 7,8 milioni di pensionati argentini percepisce la pensione minima, che, con il bonus, arriva a circa 330 dollari mensili: una cifra che, secondo le organizzazioni che rappresentano gli anziani, resta largamente insufficiente a coprire i bisogni essenziali.
La protesta ha così assunto una dimensione intergenerazionale. Pensionati, lavoratori, studenti, sindacati e movimenti sociali contestano non soltanto una singola legge, ma l’intero indirizzo economico del governo Milei.
Il modello perseguito dal presidente argentino è fondato su una drastica riduzione della spesa pubblica, sulla deregolamentazione, sulle privatizzazioni e su una forte apertura agli investimenti e ai capitali stranieri.
Una strategia che i sostenitori del governo presentano come l’unica via per rilanciare un’economia segnata da anni di crisi, mentre i suoi oppositori denunciano il rischio di una progressiva perdita di sovranità economica e sociale.
Il governo rivendica alcuni risultati sul piano macroeconomico. In particolare, sottolinea la forte riduzione dell’inflazione rispetto ai livelli raggiunti negli anni precedenti e il ritorno dei conti pubblici in avanzo.
Tuttavia, la stabilità dei bilanci non coincide automaticamente con il benessere della popolazione. La riduzione dell’inflazione è stata accompagnata da una terapia d’urto che ha inciso profondamente su salari, pensioni, consumi e servizi essenziali.
Come ha osservato il sindacalista Horacio Jérez, la macroeconomia è una cosa e la vita quotidiana degli argentini un’altra: il problema del potere d’acquisto rimane centrale per milioni di famiglie.
Il governo sostiene che i sacrifici imposti nel presente creeranno le condizioni per nuovi posti di lavoro, maggiori investimenti e salari più elevati. Per una parte consistente della popolazione, però, il futuro promesso non compensa le conseguenze immediate della perdita di reddito, dell’aumento dei costi abitativi, della precarizzazione del lavoro e delle crescenti difficoltà nell’accesso alla sanità e all’istruzione pubblica.
La contestazione più profonda riguarda quindi la trasformazione dell’Argentina in una piattaforma sempre più aperta ai grandi investitori internazionali. La liberalizzazione dell’acquisto di vaste aree rurali è stata criticata anche da esponenti della Chiesa cattolica, secondo i quali la terra non può essere considerata esclusivamente come una merce.
In questa prospettiva, la legge sulla proprietà privata viene interpretata dai suoi oppositori non come una misura isolata, ma come un tassello di una strategia più ampia: ridurre il ruolo dello Stato, indebolire alcuni vincoli ambientali e sociali e rendere più agevole l’accesso dei grandi capitali a terreni, risorse naturali e infrastrutture.
È questo il rischio denunciato dai manifestanti: un Paese formalmente sovrano, ma sempre più dipendente da interessi economici stranieri. La svalutazione della moneta, l’erosione dei salari e la difficoltà di molte famiglie a mantenere il proprio livello di vita possono inoltre rendere gli asset argentini particolarmente appetibili per gli acquirenti internazionali.
La vicenda argentina assume così anche un significato continentale. L’amministrazione Trump punta a riaffermare una versione aggiornata della dottrina Monroe, nella quale l’America Latina torna a essere un’area strategica prioritaria per gli Stati Uniti. Una regione ricchissima di petrolio, gas, litio, terre rare, acqua, terre agricole e altre risorse naturali, che Washington considera fondamentali nella competizione economica e geopolitica globale.
In questa visione, l’America Latina rischia di essere trattata come una gigantesca riserva di risorse e opportunità d’investimento, disponibile agli interessi delle grandi corporation e dei grandi capitali statunitensi. Una prospettiva che alimenta, in molti Paesi latinoamericani, il timore di un ritorno a forme di dipendenza economica già conosciute nel corso della storia del continente.
Milei, con la sua apertura radicale ai capitali stranieri e il suo stretto allineamento con Washington, rappresenta uno degli interpreti più decisi di questa impostazione.
Le proteste mostrano però che una parte significativa della società argentina non intende accettare passivamente la trasformazione del proprio territorio in una grande piattaforma d’investimento internazionale, priva di adeguate protezioni sociali, ambientali e nazionali.
La resistenza argentina può assumere anche un significato più ampio per il continente. Cuba, Nicaragua e Brasile rappresentano realtà profondamente diverse per storia, istituzioni e orientamenti politici, ma condividono, seppure con modalità differenti, la ricerca di una maggiore autonomia rispetto alle pressioni economiche e geopolitiche degli Stati Uniti.
La piazza argentina, dunque, non chiede soltanto la modifica di una legge. Chiede che la sovranità, il lavoro, la terra, le pensioni e i servizi pubblici non vengano sacrificati sull’altare di un modello economico che promette prosperità futura mentre impone costi sociali immediati a milioni di cittadini.
È la contestazione di un progetto che i suoi oppositori considerano funzionale agli interessi degli ultramiliardari statunitensi e delle élite economiche argentine che sostengono Milei. Ed è, soprattutto, la rivendicazione di un principio semplice: l’Argentina non è una merce da mettere all’asta, ma un Paese la cui terra, le cui risorse e il cui futuro appartengono prima di tutto al suo popolo.
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09/08/2026
Pozzuoli, la terza protesta in cinque giorni: la lotta paga
In pochi giorni una mobilitazione nata dal basso ha già ottenuto risultati concreti. È questa la notizia politica più importante che arriva da Pozzuoli, dove oggi si è svolta la terza manifestazione di protesta in appena cinque giorni.
POZZUOLI – Tre manifestazioni in cinque giorni. Un’escalation di iniziativa popolare che sta costringendo istituzioni, media e governo a confrontarsi con una situazione che per troppo tempo è stata ignorata o sottovalutata.
Dopo la prima manifestazione, tenutasi lunedì 2 agosto, qualcosa si è mosso immediatamente. I giornali locali, che fino a quel momento avevano dedicato alla vicenda un’attenzione marginale, hanno iniziato a seguire con continuità le ragioni della protesta e il malcontento crescente di cittadini e attività economiche.
Ma soprattutto è arrivata una prima risposta dal governo, che ha annunciato lo stanziamento immediato di 100 milioni di euro, segnale evidente che la pressione sociale esercitata sul territorio non poteva più essere ignorata.
La seconda tappa della mobilitazione si è svolta mercoledì con l’occupazione dell’Hub di via Artiaco. Un’iniziativa che ha ulteriormente alzato il livello dello scontro e che ha prodotto un altro risultato concreto: il sindaco di Pozzuoli ha assunto l’impegno pubblico a procedere alla realizzazione degli interventi richiesti in tempi brevi. Anche in questo caso è stata la determinazione dei manifestanti a imporre un’accelerazione alle istituzioni.
Oggi la protesta è tornata in piazza, o meglio sul mare. I manifestanti hanno infatti dato vita all’occupazione del porto di Pozzuoli, portando al centro della discussione le difficoltà crescenti vissute da cittadini, commercianti e operatori economici del territorio.
Tra le richieste emerse con forza vi sono la sospensione della TARI e dell’occupazione di suolo pubblico per le attività commerciali colpite dalla crisi e dall’emergenza che investe l’area flegrea.
Non si tratta soltanto di rivendicazioni economiche. La mobilitazione esprime una domanda di giustizia sociale e di tutela per una popolazione che da mesi vive in condizioni di forte incertezza, stretta tra difficoltà materiali e risposte istituzionali spesso lente e insufficienti.
Quello che emerge da queste giornate è un dato politico difficilmente contestabile: la lotta paga. Quando i cittadini si organizzano, costruiscono iniziativa collettiva e mantengono alta la pressione, il quadro cambia. Lo dimostrano l’interesse improvvisamente risvegliato dei media locali, i fondi stanziati dal governo e gli impegni assunti dall’amministrazione comunale.
Naturalmente nessuno dei problemi è stato ancora risolto. Le promesse dovranno essere verificate nei fatti e le risorse annunciate dovranno tradursi in interventi concreti. Ma la sequenza degli avvenimenti degli ultimi cinque giorni dimostra che senza mobilitazione probabilmente nulla di tutto questo sarebbe accaduto.
Per questo la giornata di oggi non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio. A Pozzuoli si sta affermando l’idea che solo attraverso l’organizzazione e il conflitto sociale sia possibile ottenere risposte reali alle esigenze del territorio. E i primi risultati ottenuti sembrano dare ragione a chi ha scelto di non rassegnarsi.
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26/07/2026
Venezuela - Manifestazione a Caracas, bruciate bandiere di USA e Israele. La denuncia di Luis Britto
Le immagini diffuse sui social network dal giornalista Robert Lobo mostrano slogan contro entrambi i paesi e il rogo delle loro bandiere.
I sostenitori del movimento chavista con la manifestazione a Caracas hanno inteso esprimere pubblicamente il loro rifiuto verso gli Stati Uniti. All’attività hanno partecipato l’ex ministra Iris Varela e il conduttore televisivo Mario Silva, che hanno accompagnato la mobilitazione e sostenuto il messaggio di rifiuto dell’influenza di Washington negli affari venezuelani.
Durante la manifestazione, i partecipanti hanno affermato che il Venezuela non ha bisogno dell’intervento degli Stati Uniti e hanno ribadito il discorso di difesa della sovranità nazionale. Hanno inoltre lanciato un appello ai simpatizzanti del chavismo a rimanere mobilitati di fronte a quella che considerano un’ingerenza straniera.
L’intellettuale venezuelano Luis Britto Garcia, sostenitore della rivoluzione bolivariana sin dal principio e tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità, durante un intervento in un recente seminario sulla situazione politica in America Latina, ha accusato senza mezzi termini la presidente ad interim Delcy Rodriguez per il suo tradimento denunciando:
“L’instaurazione in Venezuela di una dittatura da parte degli USA con l’intermediazione del Governo fraudolento di Delcy Rodriguez. Tutte le decisioni vengono prese dopo conversazioni telefoniche con gli Stati Uniti. Decisioni in cui il popolo non viene consultato e che il popolo non appoggia come le leggi per la privatizzazione dell’industria petrolifera che è proibita dalla Costituzione. La privatizzazione delle miniere e altre leggi incostituzionali e neoliberali. Le esecuzioni extragiudiziali con l’idea di dimostrare che la forza degli Stati Uniti poteva entrare nel territorio venezuelano. Con la scusa del terremoto hanno aperto le porte agli USA e addirittura a Israele. Si tratta della violazione della sovranità territoriale del Venezuela dissimulata da collaborazione con gli invasori (…) Chiamo all’organizzazione di una resistenza popolare contro il Protettorato imposto dall’amministrazione di Donald Trump”.Vedi il video con l’intervento integrale di Luis Britto Garcia.
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Ventimila al corteo No Tav, scontri a ridosso dei cantieri
La marcia popolare verso i cantieri della devastazione del Tav in Val di Susa era partita intorno alle 13.00 da Venaus con la partecipazione di almeno ventimila persone.
Il corteo del movimento No Tav era aperto dallo striscione “C’eravamo, ci siamo, ci saremo. Ora e sempre No Tav”. Il corteo coincide con la decima edizione del Festival “Alta Felicità” che si svolge in Val di Susa ogni anno.
Nelle prime giornate di Festival dell’Alta Felicità si è assistito ad un aumento spropositato di controlli e posti di blocco della polizia che però non hanno impedito ad una grande massa di No Tav di raggiungere Venaus.
Come concordato, mentre una parte dei manifestanti si è limitato al corteo, altri settori si sono diretti versi i cantieri.
Il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte in Valle di Susa è stato attaccato su vari fronti da alcune centinaia di manifestanti No Tav.
Due camionette dei carabinieri sono state date alle fiamme durante gli scontri. La polizia ha fronteggiato gli attacchi anche dall’interno del cantiere utilizzando lacrimogeni e idranti, mentre i manifestanti hanno lanciato pietre e bottiglie, in alcuni casi razzi e petardi, anche con mortai artigianali.
In precedenza alcune centinaia di attivisti avevano attaccato anche il cantiere del Tav a San Didero.
Il comunicato dei Comitati.
Siamo sempre qui
Si è conclusa una grande giornata di lotta per la Val di Susa. Il movimento No Tav, a distanza di 15 anni dall’esperienza Libera Repubblica della Maddalena e dal 3 luglio, ha dimostrato ancora una volta che ha la forza di arrivare là dove la devastazione del territorio è all’ordine del giorno. Tutti i cantieri della valle sono stati raggiunti e contestati, i dispositivi previsti dalle forze dell’ordine sono stati raggirati e superati grazie alla determinazione delle tante generazioni scese in piazza oggi [ieri, ndr].
20.000 persone hanno sfilato per le strade e i sentieri della Val di Susa, trasformando la mappa dei lavori in un percorso da attraversare con spirito ed entusiasmo: per opporsi concretamente al progetto, per alzare la testa contro chi ci vorrebbe silenti, per difendere questa nostra terra condannata dall’alto ad essere una zona di sacrificio.
Quella di oggi, e lo diciamo con emozione, è stata una giornata piena di significato. Una marea umana è riuscita a dividersi dalla bassa all’alta valle, a percorrere per ore sentieri, strade, prendere treni, attraversare prati, fare carovane e serpentoni infiniti.
Crediamo sia superfluo dire che nulla di tutto quello che tentano di fare qui sia accettato, ben di meno normalizzato. Ogni colata di cemento, ogni albero sradicato, ogni Jersey che impedisce il passaggio, ogni centimetro di filo spinato, sono per noi una provocazione inaccettabile, un’offesa a queste montagne che abbiamo promesso di proteggere oramai 30 anni fa.
La mattinata è partita con una carovana di macchine che ha raggiunto il cantiere di Salbertrand, ove dovrebbe sorgere l’area di fabbricazione dei conci, qui i/le No Tav hanno intrapreso una battitura e poi sono riusciti a entrare al suo interno srotolando uno striscione che citava Siamo la natura che si ribella. No Tav, No alla guerra!
Nel frattempo la marcia, partita da Venaus raggiungeva da una parte il cantiere di San Didero, mentre la gran parte del corteo si incamminava tra i sentieri della Val Clarea. A San Didero diverse centinaia di No Tav hanno raggiunto il cantiere in diversi punti per infastidire le truppe di occupazione con battiture e cori.
Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo, i No Tav sono riusciti a raggiungere le recinzioni del cantiere e così diversi metri di concertina sono crollati.
La risposta delle forze dell’ordine non è tardata ad arrivare e sotto il lancio di numerosi lacrimogeni hanno tentato una manovra a tenaglia uscendo dalle camionette e attraversando i campi che però non è andata a buon fine.
Al momento del rientro della manifestazione la polizia, coadiuvata dalla digos, ha accerchiato le persone presenti entrando sui binari della stazione di Bruzolo identificando i presenti che sono stati lasciati andare poco dopo.
Una reazione che non lascia spazio a tante interpretazioni: da una parte la vendetta per essere stati presi in fallo da più punti della valle, e dall’altra la necessità, già intravista nei giorni prima del festival con massicci posti di blocco e identificazioni, di dare un’immagine di rinnovata solerzia alla polizia di stato soprattutto dopo l’ultimo fatto che ha visto la morte di Fakir per mano di alcuni agenti di polizia.
In questa giornata non c’è spazio per una memoria storica dal sapore nostalgico: ogni passo è un passo concreto per riconquistare un pezzo di ciò che viene tolto ogni giorno. Ci viene in mente il 3 luglio del 2011 oggi. Una di quelle date della storia del Movimento No Tav ma oggi, come e forse ancor più di allora, migliaia di persone hanno accerchiato quelle stesse reti e attraversato quegli stessi sentieri che contornano il cantiere di Chiomonte.
Con determinazione e gioia si sono dirette senza esitazioni verso il simbolo della devastazione della Val Susa, nonostante le barriere poste a sua difesa dopo aver tirato giù i tre jersey sul sentiero gallo romano, i/le No Tav, grazie alla conoscenza del territorio, sono riusciti a raggiungere le reti il cantiere da più punti: chi guardava dall’alto, chi batteva le mani, chi intonava cori, chi entrava in massa all’interno del cantiere e chi da altri angoli contribuiva a colpire un simbolo concreto del modello previsto per noi.
E così, i No Tav sono riusciti a riprendersi il cantiere e entrarci a migliaia. La control room brucia, diverse camionette di carabinieri e finanza con lei
Dall’alto dei sentieri si vedono colonne di fumo, quello che si respira nell’aria però non è l’odore acre di ferraglia e neanche quello bruciante dei lacrimogeni, ma l’entusiasmo di migliaia di persone che sono riuscite a raggiungere quello che sembrava essere uno dei fortini più inespugnabili della storia, dimostrando che la val di Susa e tutt’altro che pacificata.
Da Mattarella a Salvini l’arco istituzionale si è espresso nelle ore successive. Solidarietà alle forze dell’ordine e narrazioni che dipingono i No Tav come “il frutto marcio della sinistra” rappresentano la pochezza che incarnano le opzioni politiche oggi.
La differenza sostanziale con chi spreca parole per dare dei facinorosi e degli incappucciati a chi partecipa attivamente alla costruzione di un mondo migliore è che questi politicanti tentano in maniera abbozzata e a tratti autoritaria di affrontare volenti o nolenti i frutti marci della loro crisi, noi costruiamo passo dopo passo la possibilità di porre fine a ingiustizia e sfruttamento.
I politicanti di ogni risma devono mettersi il cuore in pace, il Tav è tornato ad essere centrale nelle loro preoccupazioni. Il villaggio di Asterix che pensavano di aver sconfitto è più vivo e combattivo che mai e oggi li ha decisamente battuti.
A sarà dùra!
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21/07/2026
In migliaia a Bologna chiedono “Giustizia e verità per Fakir”. La risposta sono lacrimogeni e idranti
Vedere la grande piazza piena di gente che protestava contro un nuovo caso di morte di una persona nelle mani della polizia, non deve essere piaciuto molto a Prefettura e Questura che hanno scelto subito la linea dura sulla gestione della piazza. Non si spiegherebbe altrimenti la pioggia di lacrimogeni caduta sui manifestanti da via Bassi fino al Sacrario dei Partigiani.
Gli slogan – molto ripetuto quello di “assassini” – denunciavano non solo la morte di Fakir ma anche lo scudo penale che con la nuova legge sulla sicurezza assicura l’impunità agli agenti di polizia.
La piazza, dopo gli interventi di denuncia su quanto accaduto, particolarmente toccante quello della giovane nipote di Fakir, ha visto partire un corteo di migliaia di persone in direzione della Prefettura.
C’è stato appena un accenno di spintonamento con lo sbarramento di polizia che blindava la Prefettura (vedi questo video), ma ben presto è partita una nutrita raffica di lacrimogeni e gli idranti. Da alcuni video si desume che alcuni lacrimogeni siano stati sparati anche dall’alto. I manifestanti non sono arretrati e hanno tenuto la piazza fino a tarda sera con grande determinazione.
Qualcuno evocava la possibilità che il Pilastro diventasse come le banlieues francesi, ma a Bologna la rabbia e la richiesta di giustizia è riuscita invece a occupare il centro della città e non la sua periferia.
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15/06/2026
Bolivia - Dilaga la rivolta popolare per le dimissioni di Paz
Quella che è iniziata più di 40 giorni fa in Bolivia come una protesta sindacale si è trasformata in una mobilitazione popolare e generale per le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, che per difendersi minaccia lo stato di emergenza.
Una giornata di violenta repressione poliziesca ha scosso il centro della Capitale La Paz giovedì scorso, causando 36 arresti e decine di feriti. Gli eventi sono avvenuti dopo che la Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) ha marciato nel cuore della capitale boliviana, dopo due settimane in cui le forze di sicurezza erano riuscite a mantenere il centro del paese libero dalle proteste.
Testimoni e manifestanti hanno denunciato l’uso eccessivo della forza da parte dei contingenti di polizia, dopo che questi hanno attaccato duramente i manifestanti per disperderli.
Il leader della Confederazione Unica Sindacale dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), Vicente Choque, ha ratificato davanti alle organizzazioni sociali l’impegno a mantenere le mobilitazioni, assicurando che non fosse il momento di abbandonare la lotta. Allo stesso modo, il rappresentante ha sottolineato che la richiesta principale e non negoziabile continua a essere le dimissioni di Rodrigo Paz.
Le organizzazioni sociali riunite nel Cabildo del Jach’a Marka Viacha hanno deciso di mantenere e rafforzare i blocchi in diverse parti del comune, con la partecipazione di settori affiliati alla Federazione Tupak Katari, SIMACO, al Centro dei Lavoratori boliviani e alle autorità locali.
Durante il raduno, i partecipanti hanno deciso di continuare con le misure di pressione e la sorveglianza permanente agli ingressi principali, riaffermando il loro sostegno alle richieste dei settori mobilitati.
Hanno inoltre ratificato il loro impegno a sostenere le proteste fino alle dimissioni del presidente Rodrigo Paz, avvertendo che le mobilitazioni si intensificheranno nei prossimi giorni
Le autorità native e le organizzazioni sociali della provincia di Camacho hanno ratificato la loro decisione di mantenere i punti di blocco installati sull’autostrada che collega La Paz con Copacabana, oltre a continuare le loro mobilitazioni indefinitamente.
Durante un’assemblea, i leader hanno deciso di non revocare le misure di pressione finché le richieste sollevate dai loro settori non saranno soddisfatte e il presidente Rodrigo Paz non lascerà l’incarico.
“L’unità è la nostra forza principale. Non possiamo permettere che ci dividano mentre violano i nostri diritti e influenzano i nostri territori”, hanno detto i rappresentanti della provincia.
Hanno inoltre invitato organizzazioni sociali, comunità e settori di diverse regioni del paese a unirsi alle mobilitazioni, con l’obiettivo di rafforzare le misure di pressione e far prevalere ciò che considerano popolare.
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11/06/2026
Bolivia - La rivolta popolare non arretra. Decine di blocchi in tutto il paese di Rino Condemi
I blocchi nel paese, circa 90 in 6 dipartimenti, rimangono invariati e il conflitto tende a peggiorare, dopo che il presidente Rodrigo Paz ha dichiarato che le mobilitazioni “sono guidate da narco-terroristi” e ha promulgato la Legge per la Regolamentazione dello Stato di Emergenza.
I blocchi continuano nei dipartimenti di La Paz, Oruro, Cochabamba, Santa Cruz, Potosí, Chuquisaca in un clima di crescente tensione e minacce di aumentare le misure di pressione fino alle dimissioni del presidente Paz.
Nel frattempo, il governo, tramite la Polizia e la Procura, ha arrestato circa 20 leader di diversi settori, accusandoli, tra gli altri, di terrorismo, ricorrendo anche alla tortura, secondo le organizzazioni sociali.
Un video è persino diventato virale sui social network in cui si vedono gli agenti di polizia che aggrediscono violentemente persone sdraiate a terra; secondo le organizzazioni, erano i leader della Centrale dei Lavoratori boliviani (COB) e di altri settori, imprigionati dal governo.
Nel frattempo, l’Amministrazione delle Autostrade boliviane (ABC) ha annunciato che i blocchi interessano sei dipartimenti del paese.
Cochabamba è quello con il numero più alto con 27, seguito da La Paz con 21, Oruro con 18, Potosí con 15, Chuquisaca con 10 e Santa Cruz con 2.
A La Paz, diverse strade chiave che collegano l’interno del paese e il confine peruviano rimangono bloccate, rendendo difficile il trasporto di merci e il transito dei passeggeri. Migliaia di viaggiatori rimangono bloccati e i settori produttivi segnalano danni diretti.
Centinaia di membri della Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB), della federazione Tupac Katari, della FEJUVE El Alto e di altri settori sociali sono scesi dalla città di El Alto a La Paz in una marcia che chiedeva le dimissioni del presidente Rodrigo Paz. L’appello è stato lanciato martedì scorso, con l’indicazione di attuare una marcia pacifica che si aggiunge ai più di quaranta giorni di blocchi stradali che richiedono le dimissioni del presidente.
La carenza di cibo nei principali centri urbani preoccupa i residenti che criticano il governo per non aver risolto il conflitto. Nei mercati di La Paz e di altre città, i prodotti di prima necessità non esistono, mentre il prezzo degli articoli aumenta di almeno il 50 percento.
I leader della Federazione Chimoré hanno annunciato “l’occupazione pacifica” delle caserme militari e delle unità di polizia situate nel Tropico di Cochabamba, rifiutando l’entrata in vigore della Legge per la Regolamentazione degli Stati di Emergenza.
La decisione nasce da un incontro di organizzazioni sociali, che respingono la nuova legge emanata questo lunedì dal presidente Rodrigo Paz perché viola i diritti umani e dà via libera alle Forze Armate e alla Polizia per “uccidere” la popolazione mobilitata.
Secondo i leader, l’occupazione delle caserme e delle unità di polizia sarà pacifica e cerca di esprimere il disaccordo della popolazione con la legge emanata da Paz Pereira in un contesto di minacce alla popolazione.
Una delegazione di contadini della provincia di Chayanta, nel nord di Potosí, è arrivata martedì nel dipartimento di La Paz con l’obiettivo di rafforzare i blocchi e chiedere le dimissioni del presidente Rodrigo Paz.
“Vogliamo le dimissioni di Rodrigo Paz (...). Siamo venuti a rimuovere Rodrigo Paz”, ha detto uno dei manifestanti.
I manifestanti si sono uniti alle proteste promosse dai settori sociali che si sono mobilitati e che hanno mantenuto blocchi e altre misure di pressione in diverse regioni del paese da più di un mese.
Settimane fa, sono arrivate delegazioni dal Tropico di Cochabamba, legate all’ex presidente Evo Morales, i cui membri si sono mobilitati anche nell’ovest del paese per sostenere le azioni di protesta e ampliare la capacità di mobilitazione dei settori legati all’Evismo.
Si segnalano intanto circa 26 feriti, 2 di questi molto gravi, e più di una dozzina di detenuti nel bilancio dei gravi scontri avvenuti sabato nella città di San Julián, nel dipartimento di Santa Cruz (roccaforte della destra che esprime il governo), quando gruppi di polizia, militari e civili come la Santa Cruz Youth Union (UJC) hanno cercato di sbloccare l’autostrada che collega la capitale Santa Cruz con Beni.
L’operazione di polizia e militari è iniziata intorno alle 5:30 del mattino, con più di cento soldati, con l’uso indiscriminato di gas lacrimogeni, proiettili, alla testa di gruppi paramilitari civili, appartenenti all’UJC, armati di machete, bastoni ed esplosivi.
Il paese sta attraversando un’escalation del conflitto con blocchi stradali, difficoltà nella fornitura di prodotti di prima necessità e un dibattito crescente sull’applicazione di misure straordinarie per ristabilire il traffico e l’ordine pubblico.
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30/05/2026
Cuba non è sola: le piazze italiane contro il bloqueo
Le diciotto piazze che giovedì hanno attraversato l’Italia da nord a sud, con migliaia di persone a Roma e decine di migliaia complessivamente mobilitate nel Paese, non rappresentano soltanto una manifestazione di solidarietà internazionale.
Sono state qualcosa di più profondo: un atto politico e morale contro la barbarie della guerra, contro il ricatto economico imposto ai popoli sovrani e contro l’idea che il mondo debba essere governato dalla legge del più forte.
Da Roma a Napoli, da Milano a Palermo, da Bologna a Bari, lavoratori, studenti, donne, migranti, associazioni pacifiste, sindacati di base e realtà della solidarietà internazionalista hanno riaffermato con forza che Cuba non è sola.
Hanno gridato che il popolo cubano ha diritto alla propria autodeterminazione e che il bloqueo imposto dagli Stati Uniti da oltre sessant’anni costituisce una violenza criminale, una forma di guerra economica permanente che colpisce la vita quotidiana di milioni di persone.
Il dato politico più importante emerso da questa straordinaria mobilitazione nazionale è che cresce anche in Italia una coscienza collettiva capace di collegare le lotte dei popoli.
La causa cubana, quella palestinese, la denuncia della NATO e delle politiche imperialiste, la richiesta di pace e giustizia sociale non sono battaglie separate. Sono parti di un unico fronte umano e politico contro un modello di dominio fondato sulla guerra, sul saccheggio delle risorse, sulla finanziarizzazione dell’economia e sulla distruzione dei diritti sociali.
Cuba continua a rappresentare, nonostante enormi difficoltà materiali, una straordinaria esperienza di resistenza. In decenni di aggressioni, attentati, sabotaggi e isolamento economico, l’isola non ha esportato guerre, né eserciti, né devastazione.
Ha esportato medici, solidarietà, alfabetizzazione, cooperazione internazionale. Ha mandato brigate sanitarie nei territori colpiti dalle epidemie, dai terremoti e dalle catastrofi naturali. Ha costruito un modello sociale fondato sulla gratuità e universalità della sanità e dell’istruzione, in netto contrasto con il neoliberismo che trasforma tutto in merce.
Lo abbiamo visto anche in Italia, nella Calabria abbandonata da decenni di privatizzazioni e tagli alla sanità pubblica, dove i medici cubani hanno rappresentato un aiuto concreto per intere comunità lasciate senza servizi essenziali. Eppure proprio chi ha smantellato il welfare e precarizzato il lavoro pretende di impartire lezioni di democrazia a un popolo che, pur sotto assedio, continua a difendere la propria dignità nazionale.
Il bloqueo non è un embargo qualsiasi. È un dispositivo di strangolamento economico che impedisce l’acquisto di medicinali, tecnologie, pezzi di ricambio, strumenti sanitari e risorse finanziarie. È un meccanismo che tenta di piegare un popolo attraverso la fame e la sofferenza. Ed è ancora più grave perché viene accompagnato da continue campagne mediatiche e da minacce di destabilizzazione politica e militare.
Per questo le piazze italiane di ieri assumono un significato internazionale. In un tempo segnato dalla militarizzazione dell’economia e dalla normalizzazione della guerra, schierarsi dalla parte di Cuba significa schierarsi dalla parte della pace. Significa dire no all’imperialismo, no alle sanzioni unilaterali, no alla logica dei blocchi geopolitici. Significa difendere il diritto dei popoli a scegliere autonomamente il proprio modello sociale, politico ed economico.
C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato. La solidarietà con Cuba nasce oggi soprattutto tra quelle fasce sociali che stanno pagando il prezzo più alto della crisi capitalistica: giovani senza prospettive, lavoratori impoveriti, migranti, pensionati, donne colpite dalla precarietà e dai tagli allo stato sociale.
Chi vive sulla propria pelle le conseguenze delle politiche neoliberiste comprende meglio il significato della resistenza cubana. Comprende che la battaglia contro il bloqueo riguarda anche il futuro dei diritti sociali in Europa.
Le mobilitazioni del 28 maggio indicano dunque la necessità di rilanciare un nuovo internazionalismo dei popoli. Un internazionalismo concreto, capace di trasformare la solidarietà in iniziativa politica, cooperazione, raccolta di farmaci, sostegno materiale e battaglia culturale contro la propaganda dominante.
Per questo sarà importante l’assemblea nazionale “Cuba per la pace”, convocata per il 7 giugno al Nuovo Cinema Aquila di Roma. Non come semplice momento celebrativo, ma come tappa di un percorso più ampio di organizzazione e mobilitazione permanente.
Difendere Cuba oggi significa difendere l’idea stessa che un altro mondo sia possibile. Significa opporsi alla barbarie della guerra globale e riaffermare la centralità della pace, della giustizia sociale e della solidarietà tra i popoli.
Perché Cuba continua a resistere non solo per sé stessa, ma per tutti coloro che nel mondo non vogliono arrendersi all’arroganza dell’impero.
Cuba no está sola! Hasta la victoria siempre!
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27/05/2026
Bolivia - Si acutizza il conflitto. Il governo punta allo stato d’emergenza
Lunedì La Paz si è svegliata senza mezzi pubblici e con molteplici manifestazioni che hanno aggravato il blocco di veicoli e pedoni in diverse zone della città. La carenza di benzina ha ridotto anche la circolazione dei minibus e causato lunghe code alle stazioni della funivia.
La crisi ha provocato anche punti di blocco nell’area meridionale di La Paz. Su Avenida del Poeta e nel settore di Calle 8 a Calacoto, si sono viste lunghe file e proteste di automobilisti che cercavano di fare rifornimento.
Parallelamente, diverse mobilitazioni hanno marciato verso il centro della città. Una marcia è scesa da Pampahasi e Villa San Antonio, mentre un’altra colonna ha percorso Poeta Avenue dalla zona sud.
La manifestazione più grande è arrivata come di consueto da El Alto ed è avanzata verso il centro di La Paz in mezzo a una forte spiegamento di polizia. I manifestanti sono arrivati vicino al centro politico e amministrativo della sede del governo.
La mancanza di carburante, i blocchi e le proteste hanno aggravato la crisi di mobilità a La Paz, dove migliaia di cittadini hanno avuto difficoltà a muoversi in una giornata segnata da tensioni e congestione.
Il tentativo del governo boliviano di rompere la paralisi del paese attraverso un cosiddetto “corridoio umanitario” ha portato sabato a una giornata di violenza che ha aggravato la crisi istituzionale. L’operazione, condotta congiuntamente da polizia e forze militari sulla strada principale che collega La Paz con Oruro, si è conclusa con una serie di feriti, arresti e la morte di un manifestante.
Si tratta di Víctor Cruz Quispe, un giovane membro della comunità colpito da un proiettile da arma da fuoco nei pressi della città di Vilaque. Sebbene sabato sera il portavoce presidenziale, José Luis Gálvez, abbia pubblicamente negato l’esistenza di morti e assicurato che le forze dell’ordine avevano usato solo gas lacrimogeni, il rilascio di un certificato di morte presso l’Hospital de Clínicas de La Paz e le successive dichiarazioni dell’Ufficio del Procuratore Dipartimentale hanno finito per smentire la versione ufficiale.
Parallelamente allo scenario delle mobilitazione nelle strade, il partito di governo ha ottenuto un passaggio chiave per contrastare il conflitto sociale che va avanti da settimane. Il Senato ha approvato l’abrogazione della Legge 1341 sullo Stato di Emergenza. Si tratta di un regolamento approvato nel 2020 che limitava i poteri presidenziali nel decretare misure straordinarie. Con il sostegno della maggioranza e l’unica opposizione di tre parlamentari legati al vicepresidente Edmand Lara, la Camera Alta ha eliminato il precedente controllo parlamentare e l’obbligo di fissare limiti temporali su questo tipo di decreto.
Se l'abrogazione del regolamento sarà ottenuta anche alla Camera dei Deputati, il presidente Rodrigo Paz avrà la via libera per dettare lo stato d’assedio in Bolivia senza restrizioni procedurali.
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25/05/2026
Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
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24/05/2026
A Roma gli operai si riprendono la scena
Una manifestazione operaia ma anche la rappresentazione visibile di una ricostruenda alleanza sociale che vede insieme giovani, lavoratori, pensionati, donne, studenti.
Questo è quanto restituisce la manifestazione nazionale a Roma convocata dall’Usb proprio per rimettere al centro dell’agenda politica la questione operaia e tutto quello che ne deriva. A partire dai salari e dalla sicurezza sul lavoro ma strettamente connessa al quadro generale che vede avanzare a passi pesanti l’economia di guerra e la guerra stessa.
Non era una scommessa facile portare migliaia di operai a Roma per una manifestazione nazionale. Non per la disponibilità alla lotta, ma per i costi mostruosi, visto che è sparita da tempo qualsiasi “facilitazione tariffaria” per le manifestazioni sindacali e politiche.
Va tenuto poi conto che il grosso della partecipazione arriva ovviamente da fabbriche in crisi o già chiuse, oppure dai lavori precari e sottopagati (a cominciare dai riders), dove anche la mobilitazione locale presenta costo importanti se misurati da tasche vuote.
Lo hanno ripetuto diversi interventi dal camion d’apertura: “se non ora per i costi saremmo stati il doppio o il triplo“. Eppure erano presenti operai italiani a tutti gli effetti, provenienti da ogni regione, di ogni origine etnica e di ogni colore di pelle. A dire, secondo un felice metafora di Giorgio Cremaschi, che “l’unica remigrazione che questa piazza può accettare è quella di certi politici che sembrano emersi di nuovo dalle fogne“.
Le disuguaglianze sociali nel nostro paese sono diventate insopportabili, accentuate da una concentrazione della ricchezza che taglia fuori proprio chi la ricchezza la produce e la distribuisce.
Le leggi approvate da questo e dagli altri governi dal 1992 in poi, hanno agito sistematicamente per abbassare i salari, aumentare i prezzi, privatizzare tutti i servizi pubblici, sostenere con ogni mezzo solo il sistema delle imprese e la rendita.
La manifestazione di Roma intende fissare un punto con la forza di un martello: adesso basta!
Reduci da uno sciopero generale appena cinque giorni fa, lavoratrici e lavoratori dell’Usb, operai e precari, braccianti e studenti, pensionati e occupanti di case, hanno palesato un blocco sociale sempre più indisponibile ad accettare i diktat di una classe dominante arrogante quanto imbelle, ingorda quanto pericolosa. Una indisponibilità che non fa sconti a nessuno, neanche al “campo largo”.
Lungo il percorso – piazza della Repubblica a San Giovanni – dal camion-palco in molti si sono alternati al microfono per spiegare le motivazioni di questo corteo. Sindacalisti e attivisti, ma anche i “reduci” dalla Flotilla che ha provato ancora una volta a forzare l’illegale blocco navale israeliano su una Gaza affamata, assediata, sottoposta al genocidio della propria popolazione palestinese.
Dario Carotenuto (parlamentare dei Cinque Stelle) e Alessandro Mantovani (giornalista de Il Fatto) hanno fatto interventi molto sentiti e applauditi, a conferma che ormai i problemi critici che scuotono il mondo sono tutti strettamente collegati.
Se aziende e lavoratori (i secondi senza alcuna tutela) soffrono l’innalzamento dei prezzi energetici, e dunque l’inflazione, ciò avviene anche per le guerre che attraversano il Medio Oriente o per l’aggressione a un “tesoro petrolifero” come il Venezuela. Problemi sociali e geopolitici, insomma, non stanno più su pianeti diversi.
Uno striscione a lato del corteo, oltre a bandiere sparse per tutto il serpentone, ricorda a tutti la solidarietà e l’allarme su Cuba minacciata di invasione dagli USA. Molte, infatti, le bandiere palestinesi e cubane nel corteo.
E’ ben visibile la trasversalità e la connessione di battaglie apparentemente diverse ma sempre più legate tra loro, spesso guidate da una indignazione generale che sta diventando più forte di qualsiasi piattaforma meramente sindacale.
Il comunicato dell’Unione Sindacale di Base.
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15.000 a Roma alla manifestazione nazionale: gli operai devono tornare protagonisti. Abbassare le armi, alzare i salari
Una piazza operaia, popolare, combattiva, che ha rimesso al centro la questione salariale, il diritto al lavoro, la difesa dell’industria, il rilancio dei servizi pubblici e il rifiuto dell’economia di guerra.
Da tutta Italia sono arrivati operai dell’industria, lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, della grande distribuzione, dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Una manifestazione che ha unito vertenze, territori e settori diversi dentro un’unica rivendicazione generale: chi produce la ricchezza del Paese deve tornare a contare.
USB ha denunciato il peggioramento delle condizioni materiali di milioni di persone, richiamando i dati ISTAT pubblicati ieri: undici milioni di persone a rischio povertà, salari impoveriti, potere d’acquisto crollato e un Paese in cui sempre più persone lavorano pur restando povere.
La manifestazione ha rilanciato il Manifesto Operaio come proposta alternativa al modello economico fondato su precarietà, bassi salari, delocalizzazioni, appalti al massimo ribasso e riarmo.
“Abbassare le armi e alzare i salari” è stato uno dei messaggi centrali della giornata. USB ha ribadito che la questione salariale rappresenta oggi la principale emergenza sociale del Paese e che le risorse devono essere destinate a lavoro, welfare, sanità, scuola, casa e trasporti pubblici, non all’economia di guerra.
Forte anche il richiamo alla Palestina e alla mobilitazione contro il genocidio e il riarmo. “Per la guerra e per il genocidio dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo” è stata una delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo.
La manifestazione ha inoltre rilanciato la necessità di ricostruire una forza collettiva del lavoro capace di unire fabbriche, porti, logistica, servizi e territori, affermando la necessità di riportare lavoratrici e lavoratori al centro delle scelte politiche, industriali ed economiche del Paese.
La manifestazione di oggi rappresenta per USB l’apertura di una nuova fase di organizzazione, conflitto e mobilitazione generale.
10/05/2026
9 maggio, socialismo o barbarie. Comunisti in piazza contro la guerra e per l’alternativa
Sabato pomeriggio le strade da Piazza Vittorio a San Lorenzo hanno visto sfilare la manifestazione in occasione del 9 maggio che celebra la sconfitta del nazifascismo in Europa. Se liberali, conservatori e destre hanno provato a manipolarla facendola diventare la giornata dell’Europa, nel nostro paese è venuta crescendo la determinazione di impedire che il revisionismo storico – e un anticomunismo di ritorno – ometta il ruolo avuto dall’URSS nella sconfitta del nazifascismo.
Migliaia di persone hanno riaffermato questa verità storica e politica coniugandola con l’agenda politica attuale, in particolare contro la guerra su cui ci stanno trascinando le classi dominanti europee e ribadendo la necessità di una alternativa a tutto campo ad un futuro fatto di guerre, regressione sociale e di civiltà.
Una prima esperienza di corteo per celebrare il 9 maggio c’era stata lo scorso anno. Quest’anno si è replicato con numeri ancora maggiori.
Se qualcuno immaginava una manifestazione di vecchi comunisti è rimasto sorpreso e smentito dalla stragrande maggioranza di giovani e giovanissimi che ha caratterizzato il corteo.
Sulla manifestazione di ieri a Roma lasciamo parlare le immagini.
Fonte e foto del corteo
01/05/2026
Le piazze si riempiono di nuovo in tutta Italia. Per la Flotilla e non solo
Migliaia di persone sono scese in piazza ieri in numerose città italiane a sostegno degli attivisti della Global Sumud Flotilla attaccati dai militari israeliani in acque internazionali. L’ennesimo atto di pirateria da parte di Israele ha suscitato ancora una volta un indignazione popolare che non accenna ad attenuarsi dopo le grandi manifestazioni di settembre e ottobre.
Nel cuore della Capitale, in migliaia hanno dato vita a una manifestazione che ha attraversato alcuni dei luoghi simbolo di Roma, dal Colosseo ai Fori Imperiali, fino a Piazza Venezia e via IV Novembre. Un corteo partecipato e compatto, caratterizzato da una forte presenza delle delle associazioni di solidarietà con il popolo palestinese e delle realtà della sinistra di classe e dei sindacati di base.
A guidare la mobilitazione, le parole d’ordine “giù le mani dalla flottiglia” e “blocchiamo tutto”, in risposta al sequestro delle imbarcazioni dirette verso Gaza. I manifestanti hanno denunciato con forza quella che definiscono una violazione del diritto internazionale e un’escalation nelle azioni militari e politiche dello Stato di Israele. Al centro della protesta, anche la richiesta di interrompere ogni forma di complicità politica ed economica da parte dei governi europei.
Anche nelle altre città ci sono state poderose manifestazioni he hanno riempito le piazze denunciando l’attacco alla Flotilla e l’arroganza di Israele che molti striscioni definiscono ormai “un pericolo per il mondo”.
Ancora una volta è emerso che in Italia la società sa da che parte stare.
I circa 175 attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza che erano stati sequestrati nella notte tra mercoledì e giovedì dalle forze israeliane in acque internazionali nel Mediterraneo sono stati sbarcati sull’isola di Creta. Al momento gran parte dei partecipanti è stato rilasciato a Creta con l’eccezione di Thiago Avila e Saif Abu Keshek che potrebbero invece essere incarcerati in Israele.
Fonte e foto dalle manifestazioni nelle varie città
26/04/2026
Un 25 aprile senza sconti per nessuno
Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.
A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.
Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.
Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.
A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.
Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.
A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.
Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.
Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.
A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.
L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.
C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.
C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.
C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.
Fonte
14/04/2026
Il Presidente cubano Diaz Canel ringrazia per le manifestazioni di solidarietà per Cuba
Gli organizzatori l’hanno definita come una manifestazione andata “oltre ogni aspettativa” per partecipazione e clima politico. Al centro della giornata, il sostegno a Cuba contro il blocco economico e la richiesta di “sovranità, indipendenza e autodeterminazione”.
Altrettanto avveniva a Parigi e in altre città europee per la giornata internazionale di solidarietà con l’isola che resiste.
Alle manifestazioni è giunto il messaggio di ringraziamento del Presidente Cubano Miguel Diaz Canel: “La nostra profonda gratitudine a decine di migliaia di amici solidali che si sono manifestati in modo contundente questo fine settimana in diverse capitali e città europee, contro l’intensificazione del blocco degli Stati Uniti contro il nostro popolo e le sue minacce contro la nostra sovranità, una chiara dimostrazione del fatto che Cuba non è sola”.
A tracciare un bilancio della manifestazione italiana è Luciano Vasapollo, della Rete dei Comunisti e tra i promotori dell’iniziativa: “È stato un grandissimo successo – afferma – sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Non ci aspettavamo numeri così alti, ma soprattutto una partecipazione così consapevole e combattiva”.
La manifestazione era stata indetta dall’associazione Italia-Cuba insieme a moltissime organizzazioni che da mesi riempiono le piazze d’Italia con le mobilitazioni su tutti i temi dell’agenda politica italiana e internazionale, contro il governo italiano e il genocidio dei palestinesi a Gaza, erano ben visibili organizzazioni come la Rete dei Comunisti le sue organizzazioni giovanili Osa e Cambiare Rotta, Potere al Popolo, il sindacato Usb, la Cgil, partiti come Rifondazione, PCI, Cuc e tante altre sigle dell’associazionismo solidale, con una marea di bandiere cubane ma anche palestinesi.
Il corteo di Roma si è concluso a Piramide, con interventi (dal camion) delle diverse organizzazioni e momenti culturali, tra musica e testimonianze.
“Una grande giornata – conclude Vasapollo – e un punto di partenza: la mobilitazione continuerà con raccolte fondi, medicinali e iniziative concrete per sostenere il popolo cubano”.
Fonte
12/04/2026
Cuba non è sola. Migliaia in piazza a Roma per sostenerla
Migliaia di persone, molte più delle cinquemila previste, hanno sfilato per le strade della Capitale dal Colosseo fino a Porta San Paolo a sostegno di Cuba, della sua esperienza e oggi della sua sopravvivenza di fronte all’aggressione scatenata dagli Stati dopo decenni di blocco economico.
Particolarmente emozionante è stato quando tutti gli spezzoni del corteo, sfilando su Viale Aventino, si sono fermati all’altezza di via Licinia sede dell’Ambasciata di Cuba in Italia ricambiando i saluti provenienti dal personale dell’ambasciata assiepati sul tetto della stessa.
Negli interventi finali è stato particolarmente toccante il ricordo dello scomparso e indimenticabile Gianni Minà.
La manifestazione ha visto una grande, bella e combattiva partecipazione. Tantissimi giovani hanno testimoniato il fatto che l’esperienza rivoluzionaria cubana, nonostante le sue difficoltà, è ancora un simbolo fortissimo di tutte le aspirazioni all’emancipazione sociale e internazionale, così come rimane un simbolo di dignità e resistenza all’imperialismo.
In queste settimane in Italia migliaia di persone si sono attivate in tutti i territori in solidarietà con Cuba, raccogliendo farmaci, soldi e fondi per i pannelli solari per contribuire all’indipendenza energetica dell’isola. Una connessione sentimentale e una attivazione diffusa che ricorda molto quella avvenuta anche sulla Palestina.
Cuba, decisamente, non è sola, come non lo è mai nessun popolo che resiste e si oppone all’imperialismo.
Fonte e foto del corte
31/03/2026
USA - Milioni di persone in piazza contro Trump. Si spacca il fronte interno
Le manifestazioni “No Kings” contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sabato sono dilagate in tutti gli Stati Uniti, con oltre 3.000 manifestazioni segnalate a livello nazionale contro la guerra all’Iran, le brutali politiche sull’immigrazione e l’aumento del costo della vita. Si calcola che circa 7 milioni di persone siano scese in piazza. Secondo molti osservatori si tratta del più grande movimento di protesta nella storia degli Stati Uniti.
Le proteste sono state organizzate da una rete di gruppi civici e movimenti politici e sociali contrari alle politiche dell’amministrazione Trump e contro quello che i manifestanti definiscono un rischio di deriva autoritaria.
L’opposizione alla guerra scatenata contro l’Iran è stato un tema forte nella manifestazioni. A Boston, in un parco, sono state depositate in terra zainetti e scarpe da bambini per ricordare le decine di alunne iraniane uccise il 28 febbraio da un bombardamento statunitense il primo giorno dell’aggressione all’Iran.
In alcune città si sono registrati anche scontri isolati e alcuni arresti, ma la maggior parte delle manifestazioni si è svolta in modo pacifico.
La manifestazione più grande si è tenuta a Minneapolis, la città dove la brutalità degli agenti dell’agenzia dell’immigrazione (ICE) ha portato alle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti federali. Gli organizzatori di No Kings hanno stimato che più di 200.000 persone hanno partecipato alla manifestazione.
La mobilitazione del 28 marzo è stata la terza ondata di un ciclo iniziato nel 2025 e cresciuto in pochi mesi fino ai grandi numeri di sabato. Se le precedenti giornate avevano già portato in strada milioni di persone, questa volta il movimento sembra aver consolidato una struttura organizzativa più ampia, sostenuta da sindacati, gruppi per i diritti civili oltre alle reti sociali.
Nel corteo di New York è stato ben visibile l’attore Robert De Niro, il quale ha affermato che: “È ora di dire no ai re. No al re Trump. No alle guerre inutili che sacrificano i nostri soldati e massacrano gli innocenti. No a un leader corrotto che arricchisce se stesso e i suoi amici alla Epstein”.
Il musicista Bruce Springsteen invece è salito sul palco del concerto organizzato in occasione della manifestazione “No Kings” a Minneapolis, la città in cui i miliziani dell’ICE hanno ucciso due persone in pochi giorni. “Lo scorso inverno le truppe federali hanno portato morte e terrore nelle strade di Minneapolis. Beh, hanno scelto la città sbagliata. La forza e la solidarietà della gente di Minneapolis e del Minnesota sono state fonte di ispirazione per l’intero Paese. La vostra forza e il vostro impegno ci hanno dimostrato che questa è ancora l’America”, ha detto Bruce Springsteen prima di cominciare a suonare.
Anche Jon Bon Jovi ha preso parte alla manifestazione nel New Jersey.
Sullo sfondo dello scenario che ha portato milioni di persone in piazza negli Stati Uniti, ci sono anche le conseguenze della guerra scatenata dall’amministrazione Trump – e da Israele – contro l’Iran.
In Nevada, un gallone di benzina si avvicina ormai ai 5 dollari. In Pennsylvania, gli agricoltori sono preoccupati per i prezzi dei fertilizzanti. E in Michigan, i problemi della catena di approvvigionamento stanno creando ostacoli nelle operazioni manifatturiere e dell’industria automobilistica.
Il giornale Politico riferisce che a un mese dall’inizio della guerra in Iran, “una nuova realtà politica si sta facendo strada anche per i repubblicani in questi e altri campi di battaglia: la guerra potrebbe non finire così rapidamente come speravano inizialmente, e i costi, letterali e figurati, continuano a crescere”.
Se la situazione militare sul fronte iraniano e mediorientale non appare affatto positivo per Trump, anche il fronte interno comincia a mostrare crepe sempre più profonde.
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29/03/2026
Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?
Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.
Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.
Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.
Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.
Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.
Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.
In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.
Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.
E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.
È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.
Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.
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19/03/2026
Argentina - Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza sociale e umana che i pensionati materializzano settimanalmente davanti al Palazzo Legislativo, è stata nuovamente interrotta da un’operazione che ha trasformato la domanda di beni dignitosi in uno scenario di arresti e percosse.
Quello che era iniziato come il consueto presidio al Congresso si è concluso con un cordone di polizia che si è abbattuto sui corpi che chiedevano solo di smettere di perdere potere d’acquisto contro l’inflazione.
Il resto della giornata è uno scenario di braccia ferite, manifestanti arrestati e un’ambulanza che trasporta di corsa un uomo con un picco di pressione all’ospedale Ramos Mejía.
Tra i feriti vi sono Carlos Alberto “Chaca” Dawlowski e Delia Luján Montiel. “Chaca”, 76 anni, è stato rilasciato con la pelle segnata dalle botte della polizia, ma con la sua parola è intatta davanti alle telecamere: “Non possiamo più nemmeno marciare sul marciapiede, ma non ci arrenderemo. Lasceremo le nostre vite, ma loro non ci schiacceranno”.
Le loro ferite, mostrate come prova di una democrazia che sta diventando sorda e violenta, riassumono lo spirito di una resistenza che, nonostante il bastone e lo spray al peperoncino, giura di non cedere fino all’ultima goccia di sangue.
“L’abuso di forza contro gli anziani, che non rappresentano alcun pericolo, ci rende ogni giorno più vulnerabili e attacca direttamente la nostra salute”, hanno sottolineato le organizzazioni dei pensionati.
Queste ultime denunciano come la direzione economica e sociale del governo configuri “una politica di sterminio” che non colpisce solo i pensionati, ma anche altri settori vulnerabili come le persone con disabilità e l’infanzia. Con l’ultimo dato sull’inflazione di dicembre diffuso dall’Indec, si può già confermare l’aumento previsto di pensioni, assegni e sussidi dell’Anses che entrerà in vigore a febbraio: appena il 2,8%. Tradotto in cifre più chiare, per l’assegno minimo si tratta di un incremento di soli 9.780,38 pesos, una cifra che non basta nemmeno per comprare un chilo di spalla di maiale.
Con il sistema indicizzato all’indice dei prezzi al consumo, è l’inflazione a determinare gli aumenti mensili dei pensionati. Con il raffreddamento dell’economia ancorato alla depressione dei salari, gli aumenti pagati dall’Anses sono sempre più bassi e non valgono nemmeno per comprare 2 bottiglie di shampoo. Letteralmente.
Secondo un rapporto dell’Osservatorio Mate, ogni pensionato ha perso, in media, quasi 5 milioni di pesos dall’insediamento di Javier Milei. In questo periodo, le pensioni e gli assegni si sono consolidati come uno dei principali assi della stretta fiscale del governo, al punto da concentrare un taglio equivalente a 16,5 trilioni di pesos, mentre l’importo medio è rimasto del 23% al di sotto del livello del 2023. Di conseguenza, la pensione minima oggi basta a malapena a coprire un terzo del costo reale di un paniere di base per gli anziani.
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