In un paio di giorni, le autorità israeliane stanno giocando con estremo cinismo e ipocrisia una partita per rovesciare la narrazione sugli abusi commessi contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla durante il loro sequestro.
La prima mossa è stata quella di convocare al ministero degli esteri israeliano l’incaricato di affari dell’ambasciata spagnola a Tel Aviv (i rapporti diplomatici come noto sono scesi al livello più basso, ndr) per chiedergli conto delle brutalità della polizia al rientro degli attivisti all’aeroporto di Bilbao.
Il governo spagnolo aveva denunciato con forza le brutalità alle quali erano stati sottoposti gli attivisti spagnoli nel carcere israeliano di Ashdod dopo essere stati sequestrati in acque internazionali. Il governo israeliano ha avuto gioco facile nel denunciare che anche la Spagna ha trattato gli attivisti come Israele e nell’evidenziare una contraddizione che ha fatto il giro del mondo. La strumentalità è evidente perché quanto è accaduto a Bilbao risponde a dinamiche coercitive interne nelle quali gli attivisti della Flotilla sono stati solo un ultimo episodio.
La seconda mossa è quella diffusa dall’Ansa, che in qualche modo si è messa a disposizione delle Idf israeliane per una operazione di immagine rispetto alle brutalità avvenute nel carcere di Ashdod con l’istigazione e la legittimazione fornite dal ministro ultrasionista Ben Gvir.
Le forze armate israeliane (Idf) hanno infatti respinto le accuse di abusi commessi dai soldati contro gli attivisti della Flotilla “durante le operazioni a protezione del blocco navale di sicurezza, istituito legalmente”. A dichiararlo all’Ansa è stato il portavoce dell’Idf spiegando che al porto di Ashdod gli attivisti erano sorvegliati dal personale del servizio penitenziario e dalla polizia e non dall’esercito.
“Gli ordini dell’Idf prevedono un trattamento rispettoso e appropriato per i membri delle flottiglie a bordo delle imbarcazioni intercettate, esistono procedure chiare e consolidate”, sottolineano le forze armate israeliane. “Non siamo a conoscenza di episodi specifici di violazione di tali procedure vincolanti all’interno delle Idf. Qualsiasi denuncia concreta sarà esaminata a fondo” ha aggiunto con una enorme dose di faccia da bronzo visto che gli abbordaggi sono stati eseguiti dai militari e non dalla polizia.
Siccome le immagini che hanno indignato il mondo sono quelle rese visibili dalla protervia del ministro Ben Gvir, in quelle immagini compaiono poliziotti e carcerieri e non i militari. Insomma una furbata sul pelo di lana alla quale possono abboccare solo i più bendisposti e i maggiordomi di Israele nel nostro e in altri paesi. Ma proprio a loro tocca il compito di amplificare questi input dell’Hasbara nelle società di loro competenza.
Il portavoce dell’Idf ha poi ribadito all’Ansa che “l’area marittima adiacente a Gaza è soggetta a un blocco navale imposto per motivi di sicurezza in conformità con il diritto internazionale, come stabilito anche da un comitato speciale istituito dalle Nazioni Unite a tale scopo, volto a prevenire il contrabbando e le attività terroristiche che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato di Israele e dei suoi civili”.
Attaccandosi ad un dispositivo molto ma molto controverso del 2006, Israele ha interdetto al resto del mondo le acque antistanti Gaza, estendendo a dismisura il proprio controllo e riducendo le aree di pesca per i palestinesi.
Aver consentito questo negli ultimi venti anni, ha spianato la strada alla vera e propria pirateria in acque internazionali da parte di Israele in nome della propria sicurezza. Lo ha fatto sistematicamente sui confini terrestri così come in quelli marittimi.
È una conferma in più che gli orrori che Israele sta rivelando al mondo sul proprio ruolo e natura, sono esattamente il risultato dell’impunità di cui ha potuto godere in tutti questi decenni.
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25/05/2026
Bilbao scende in piazza contro gli abusi della polizia. E’ “il fronte interno”
Le immagini degli agenti della polizia autona basca Ertzaintza che pestano e poi arrestano al loro arrivo all’aeroporto di Loiu gli attivisti della Global Sumud Flotilla, hanno fatto il giro del mondo e hanno suscitato un’ondata di rabbia e indignazione popolare che ieri si è manifestata per le strade di Bilbao con manifestazioni di massa.
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
Fonte
Anche perché nulla di simile è avvenuto agli aeroporti di Madrid e Barcellona dove sono rientrati altri attivisti della Flotilla in mezzo ad abbracci e festeggiamenti.
La stupida brutalità dei gendarmi della Ertzaintza, polizia autonoma che risponde al governo locale del Paese Basco in mano al PNV (partito di centro destra) ha suscitato polemiche e interrogativi sia in Euskadi che nello stato spagnolo, il cui governo – quello di Sanchez – è paradossalmente il più impegnato contro i crimini israeliani. Che quel trattamento brutale fosse riservato agli attivisti della Flotilla al loro rientro dopo aver subito le brutalità degli apparati israeliani, indubbiamente è stato uno shock per molti.
In primo luogo, come già indicato, occorre rammentare che la polizia autonoma basca risponde al governo del PNV e non a quello di Madrid.
Fino alla metà degli anni Ottanta, l’Ertzaintza era una polizia locale. Ma con il processo di militarizzazione per la repressione dell’indipendentismo in Euskadi è stata ristrutturata e la sua funzione in ordine pubblico è diventata via via sempre più pesante.
Fu uno shock vedere i caschi rossi degli agenti della polizia autonoma partecipare alle cariche contro le manifestazioni o gli atti di kale borroka (i blocchi stradali e le lotte di strade portate avanti dalla sinistra abertzale) insieme o per conto della Polizia Nazionale afferente al governo centrale.
Su quanto avvenuto all’aeroporto di Bilbao circolano informazioni che rilevano la penetrazione delle dottrine e degli apparati repressivi israeliani nella strumentazione e nelle regole di ingaggio degli agenti della polizia autonoma basca.
Non a caso, i giornali israeliani e della destra spagnola hanno ironizzato su questo grave episodio di violenza: “Si sono riconosciuti nei manganelli alzati e piombati sui corpi degli attivisti, in una sorta di fratellanza d’odio contro i movimenti pacifisti” scrive C.L. Dias. Con grande dimostrazione di cinismo e ipocrisia, il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata spagnola “per chiedere ragione al governo spagnolo dei maltrattamenti degli attivisti della Flottiglia di cui la Spagna aveva denunciato gli abusi da parte degli apparati repressivi israeliani”.
Il consigliere per la Sicurezza del governo dei Paesi Baschi, Bingen Zupiria, ha “lamentato” gli incidenti avvenuti sabato.
“Si trattava di permettere alle persone in arrivo di ricevere il saluto di chi le aspettava, e si trattava anche di permettere a chi stava lasciando l’aeroporto di farlo normalmente. Viste le immagini, è evidente che non siamo riusciti né nell’uno né nell’altro”, ha dichiarato Zupiria in un conferenza stampa.
“Lamento quello che è successo ieri, e lo lamento doppiamente. Lamento gli eventi, le cariche e le situazioni che si sono prodotte, e lo lamento in modo particolare perché era già concordato come avrebbe dovuto svolgersi tutto”, ha aggiunto il consigliere, concludendo che “non avrebbe dovuto succedere quello che è successo”. Domani, martedì, il “ministro” della sicurezza del governo autonomo basco riferirà nel parlamento locale su quanto avvenuto all’aeroporto.
Il giornalista Ahmed Shihab Eldin una sua tesi in proposito ce l’ha denunciando come l’Ertzaintza non sia solo una forza di polizia e soprattutto le sue connessioni con gli apparati israeliani.
La polizia autonoma, come moltissime in tutta Europa, ha acquistato infatti il suo sistema di intercettazioni dalla società israeliana Verint Systems, che ha legami con l’intelligence militare israeliana. Ha affidato la sicurezza di alcune strutture alla società israeliana ICTS. Ha ricevuto addestramento da Guardian Defense & Homeland Security, una società gestita da un ex agente del Mossad.
Ha acquistato giubbotti antiproiettile, telecamere di sorveglianza e dispositivi di ascolto israeliani. Nel 2021 ha firmato un contratto da 3.569,50 euro esclusivamente per la fornitura di lanciagranate stordenti e distraenti da fornitori israeliani. I suoi contratti totali con aziende israeliane superano 1,66 milioni di euro.
E, soprattutto, dietro a tutto questo si cela un sistema più ampio: la Scuola Tattica Israeliana, i Servizi di Protezione Internazionale e l’Accademia di Sicurezza dell’ISA addestrano le forze di sicurezza in tutta Europa. I loro istruttori provengono dallo Shin Bet. La dottrina che insegnano considera il dissenso una minaccia alla sicurezza.
“È necessario e urgente spiegare queste cose alla gente; altrimenti, ancora una volta, ci accontenteremo di un interesse fugace, alimentato da un’ondata di emozioni, e la questione finirà lì”, denuncia un attivista.
Ma la violenza dei metodi dell’Ertzaintza non una novità di queste ore. Il giornale Il Salto elenca una lunga serie di precedenti.
L’intervento brutale all’aeroporto di Loiu, scrive il giornale, si aggiunge a una lista di azioni della polizia che negli ultimi due anni hanno posto il modello di sicurezza del Governo basco al centro del dibattito pubblico.
Dalla morte di Eneko Valdés ad Astigarraga nel 2024, a seguito di un intervento della brigata Bizzor, l’Ertzaintza ha accumulato episodi gravi: Amaia Zabarte, ricoverata in terapia intensiva per un’emorragia cerebrale dovuta a un impatto di schiuma accanto allo stadio di Anoeta nel marzo 2024; Iker Arana, che ha perso un testicolo nell’aprile 2025 a causa di un colpo di arma da fuoco durante lo sfratto della gaztetxe de Errekalde; Aritz Ibarra, con la mascella fratturata da una schiuma sparata a distanza ravvicinata il 12 ottobre 2025 a Gasteiz, durante una carica della polizia che ha protetto un evento della Falange; o Karen Daniela Agredo, con gravi conseguenze dopo un arresto a Donostia che lo stesso consigliere Bingen Zupiria riconobbe avrebbe dovuto essere gestito diversamente.
A questo elenco si aggiungono le denunce sindacali per le accuse del 3 marzo 2024 a Gasteiz, una condanna per abusi sessuali su una vittima di violenza sessista e la conferma, nel febbraio 2026, della pena detentiva per un’ertzaina per la morte di Iñigo Cabacas nel 2012.
La Global Sumud Flotilla esprime “la sua profonda indignazione e condanna in seguito alla violenta aggressione perpetrata dalle Ertzaintza, la polizia basca, contro i partecipanti alla Flotilla appena rientrati all’aeroporto di Bilbao” e “chiede un’indagine internazionale immediata e indipendente sulla violenza coordinata scatenata all’aeroporto di Bilbao, che esamini esplicitamente come le forze di polizia regionali abbiano dato inizio a questi brutali pestaggi e come la polizia statale abbia facilitato gli arresti arbitrari dei sopravvissuti traumatizzati”.
Il problema che viene emergendo in tutti i paesi europei, ispirato sicuramente dai modelli repressivi israeliano e statunitense, è che i corpi di polizia vanno assumendo il carattere di una vera e propria forza armata concepita per la guerra sul “fronte interno”, in cui il nemico sono le proprie comunità.
La potente risposta popolare con le manifestazioni che ieri hanno attraversato le strade di Bilbao e di altre città basche, sono state una reazione che fa ben sperare.
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22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
Attualmente, funzionari occidentali e israeliani agitano il dito con finta indignazione contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, per essersi vantato pubblicamente dei maltrattamenti inflitti agli attivisti di una flottiglia che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza.
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
21/05/2026
Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
Con il rientro di Alessandro Mantovani e del parlamentare cinquestelle Dario Carotenuto si capisce molto meglio quel che è successo durate e dopo l’assalto pirata della marina israeliana alla Sumud Flotilla. Ed anche come era stata organizzata l’operazione di “hasbara” per gestire con il minimo costo possibile – per Tel Aviv – l’evidente e clamorosa violazione di qualsiasi diritto (del mare, internazionale, umano).
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
Anche lui ritiene che questa escalation nei maltrattamenti sia un “avvertimento” mafioso per scoraggiare ulteriori missioni della Flotilla. Detto esplicitamente: la prossima volta spareranno proiettili veri.
“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Israele fa a 9mila prigionieri palestinesi”.
Identica la testimonianza del parlamentare Carotenuto.
“Non posso che pensare alle persone che sono ancora lì. Degli energumeni ci picchiavano selvaggiamente. Avevo il passaporto di servizio che si sono presi, poi mi hanno tolto una collanina, mi hanno ammanettato, mi hanno fatto di tutto ma mi è andata bene. Io da quella panic room sono uscito in piedi. Altre persone sono state portate in infermeria. Hanno curato persone che erano messe malissimo, cinque traumi cranici, alcuni abusi di violenza sessuale, c’erano anche ragazze e anziani di 60-70 anni che venivano torturati. Non dicevano niente.
Ci hanno divisi, alcuni di loro sono ancora là. Ci hanno chiamato con il numero e avevano il mitra spianato contro di noi. Ci hanno chiesto di avanzare con le mani in alto e ci hanno chiesto di girarci. Poi ci hanno preso per il collo e ci hanno diviso. Questi ragazzi sono lì a rischiare la loro vita perché i governi non fanno abbastanza”.
Stiamo parlando dei due rapiti meglio “protetti”. Un parlamentare di un paese complice di Israele e un giornalista professionista conosciuto che lavora per una testa sicuramente attendibile. Entrambi, oltretutto con un “passaporto forte” (quelli dei paesi occidentali più importanti), che comunque copre meglio di quelli “deboli” (gli indonesiani, per esempio).
Il piano – probabilmente in parte concordato con il governo italiano, per quanto riguarda queste due persone – era quindi quello di limitare la violenza sui personaggi pubblici più noti, mentre si sfogava più violenza sulle figure “minori”, “attivisti semplici” diciamo, le cui denunce sarebbero poi state accolte con sorrisetti e sfottò anche dai rispettivi governanti, come aveva fatto – peggio di tutti – la “seconda carica dello Stato”, al secolo Ignazio La Russa, in occasione dello stesso esito della missione precedente: “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… È il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”.
Piano articolato, dunque, attento ai dettagli della “comunicazione” e alle “soglie di tolleranza” dell’opinione pubblica occidentale, già ben oltre il livello dell’indignazione e che ha messo in difficoltà tutti i governi “amici” di Israele con manifestazioni oceaniche.
Lo si era visto con il video che ritraeva Netanyahu con le cuffie in testa, in qualche sala comando dell’esercito, mentre copriva di elogi i pirati per il loro lavoro “delicato” (sorvoliamo sulla sua idea di “delicatezza”).
I governi complici erano pronti a gestire – come si è visto persino dopo i video con i colpi sparati contro imbarcazioni a vela e pacifisti disarmati – nel modo più favorevole a Israele anche questo momento un po’ più “hard”.
Poi è arrivato quel nazisionista imbecille di BenGvir a rovinare tutto. La sortita da “coatto” dei bassifondi contro persone ammanettate e costrette in ginocchio, lo sventolio della bandiera sui corpi piegati e in alcuni casi con fratture, addirittura ripresa in video e postata sugli account suo e di altri come lui, non poteva essere “gestita” e tanto meno minimizzata.
Le reazioni del governo italiano, se ci fate caso, hanno preso di mira soprattutto le “immagini”, definendole – ed era proprio il minimo – “inaccettabili”. Non la realtà, non le torture, non il genocidio, non il disprezzo assoluto per la vita e la dignità umana (ed anche per il governo italiano che aveva chiesto “chiarimenti” e “moderazione”). Per le immagini.
Se non si fosse visto niente andava tutto bene. Le denunce sarebbero state irrise, oppure silenziate nei “porti delle nebbie” dei tribunali. Le tv sarebbero passate in un attimo ad altra notizia (c’è sempre un episodio di cronaca utilizzabile per non parlare di quel che accade di davvero grave nel mondo e qui in casa).
E il governo israeliano non avrebbe visto i suoi 730 milioni di dollari investiti nell’hasbara – il condizionamento organizzato del sistema mediatico euro-atlantico per dare un’immagine positiva di Tel Aviv e criminalizzante dei suoi infiniti “nemici” – buttati nel cesso in una sola mossa.
Merito della Flotilla, certamente. Perché anche l’infamia del peggior nazisionista sarebbe rimasta “tollerabile”, se non fosse stata portata allo scoperto.
Quel che accade ai palestinesi è decisamente peggio. Ma ora non si può più far finta che sia solo “propaganda di Hamas”. L’odore nauseabondo del suprematismo razzista dei sionisti è uscito dalle camere di tortura. E viene avvertito persino nelle redazioni più acquiescenti.
Fonte
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
Anche lui ritiene che questa escalation nei maltrattamenti sia un “avvertimento” mafioso per scoraggiare ulteriori missioni della Flotilla. Detto esplicitamente: la prossima volta spareranno proiettili veri.
“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Israele fa a 9mila prigionieri palestinesi”.
Identica la testimonianza del parlamentare Carotenuto.
“Non posso che pensare alle persone che sono ancora lì. Degli energumeni ci picchiavano selvaggiamente. Avevo il passaporto di servizio che si sono presi, poi mi hanno tolto una collanina, mi hanno ammanettato, mi hanno fatto di tutto ma mi è andata bene. Io da quella panic room sono uscito in piedi. Altre persone sono state portate in infermeria. Hanno curato persone che erano messe malissimo, cinque traumi cranici, alcuni abusi di violenza sessuale, c’erano anche ragazze e anziani di 60-70 anni che venivano torturati. Non dicevano niente.
Ci hanno divisi, alcuni di loro sono ancora là. Ci hanno chiamato con il numero e avevano il mitra spianato contro di noi. Ci hanno chiesto di avanzare con le mani in alto e ci hanno chiesto di girarci. Poi ci hanno preso per il collo e ci hanno diviso. Questi ragazzi sono lì a rischiare la loro vita perché i governi non fanno abbastanza”.
Stiamo parlando dei due rapiti meglio “protetti”. Un parlamentare di un paese complice di Israele e un giornalista professionista conosciuto che lavora per una testa sicuramente attendibile. Entrambi, oltretutto con un “passaporto forte” (quelli dei paesi occidentali più importanti), che comunque copre meglio di quelli “deboli” (gli indonesiani, per esempio).
Il piano – probabilmente in parte concordato con il governo italiano, per quanto riguarda queste due persone – era quindi quello di limitare la violenza sui personaggi pubblici più noti, mentre si sfogava più violenza sulle figure “minori”, “attivisti semplici” diciamo, le cui denunce sarebbero poi state accolte con sorrisetti e sfottò anche dai rispettivi governanti, come aveva fatto – peggio di tutti – la “seconda carica dello Stato”, al secolo Ignazio La Russa, in occasione dello stesso esito della missione precedente: “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… È il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”.
Piano articolato, dunque, attento ai dettagli della “comunicazione” e alle “soglie di tolleranza” dell’opinione pubblica occidentale, già ben oltre il livello dell’indignazione e che ha messo in difficoltà tutti i governi “amici” di Israele con manifestazioni oceaniche.
Lo si era visto con il video che ritraeva Netanyahu con le cuffie in testa, in qualche sala comando dell’esercito, mentre copriva di elogi i pirati per il loro lavoro “delicato” (sorvoliamo sulla sua idea di “delicatezza”).
I governi complici erano pronti a gestire – come si è visto persino dopo i video con i colpi sparati contro imbarcazioni a vela e pacifisti disarmati – nel modo più favorevole a Israele anche questo momento un po’ più “hard”.
Poi è arrivato quel nazisionista imbecille di BenGvir a rovinare tutto. La sortita da “coatto” dei bassifondi contro persone ammanettate e costrette in ginocchio, lo sventolio della bandiera sui corpi piegati e in alcuni casi con fratture, addirittura ripresa in video e postata sugli account suo e di altri come lui, non poteva essere “gestita” e tanto meno minimizzata.
Le reazioni del governo italiano, se ci fate caso, hanno preso di mira soprattutto le “immagini”, definendole – ed era proprio il minimo – “inaccettabili”. Non la realtà, non le torture, non il genocidio, non il disprezzo assoluto per la vita e la dignità umana (ed anche per il governo italiano che aveva chiesto “chiarimenti” e “moderazione”). Per le immagini.
Se non si fosse visto niente andava tutto bene. Le denunce sarebbero state irrise, oppure silenziate nei “porti delle nebbie” dei tribunali. Le tv sarebbero passate in un attimo ad altra notizia (c’è sempre un episodio di cronaca utilizzabile per non parlare di quel che accade di davvero grave nel mondo e qui in casa).
E il governo israeliano non avrebbe visto i suoi 730 milioni di dollari investiti nell’hasbara – il condizionamento organizzato del sistema mediatico euro-atlantico per dare un’immagine positiva di Tel Aviv e criminalizzante dei suoi infiniti “nemici” – buttati nel cesso in una sola mossa.
Merito della Flotilla, certamente. Perché anche l’infamia del peggior nazisionista sarebbe rimasta “tollerabile”, se non fosse stata portata allo scoperto.
Quel che accade ai palestinesi è decisamente peggio. Ma ora non si può più far finta che sia solo “propaganda di Hamas”. L’odore nauseabondo del suprematismo razzista dei sionisti è uscito dalle camere di tortura. E viene avvertito persino nelle redazioni più acquiescenti.
Fonte
Oltre l’ultima “linea rossa”
Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’“Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, quel che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”. Sappiamo bene che era uno straccio agitato davanti agli occhi di chi protestava per qualsiasi ragione, e che quello standard conviveva senza problemi con un altro – differenziale – riservato ai “nemici”. Ma in qualche misura limitava (senza impedirle) anche le modalità repressive interne al mondo occidentale.
“Non si spara sulle proteste pacifiche”, “non si torturano gli oppositori” e altre “linee rosse” potevano esser fatte valere e in molti casi con successo, sull’onda dell’indignazione generale. La “legalità formale” è un sistema elastico, deformabile in molti e differenti sensi, ma in qualche modo vincola la brutalità del potere e l’uso della forza.
Non era una concessione, da parte del potere, ma una conquista pagata col sangue. Nella dinamica sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni internazionali. Un “ordine basato su regole condivise” – davvero condivise, non come quella unilaterale presa per i fondelli statunitense degli ultimi 40 anni – aveva portato alla formazione dell’Onu, alle Corti internazionali, a una parvenza di eguaglianza formale tra individui e tra Stati.
Anche paesi poverissimi e quindi semi-disarmati potevano ambire all’indipendenza formale, anche se per quella sostanziale era meglio avere qualche “amico” potente, a volte più un padrone che altro.
Il “sistema dei diritti” non era comunque gratis. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano soltanto quelle che facevano ricorso a metodi di lotta “non violenti”, rimandando l’eventuale effetto politico alla buona volontà dei governi in carica o ad elezioni che non cambiavano granché, visti i filtri e i limiti sempre crescenti imposti alla partecipazione popolare per “garantire la stabilità”.
Sulla “non violenza obbligatoria” abbiamo avuto decenni di lezioncine e sceneggiate che hanno costruito comunque un linguaggio politico invalidante la stessa capacità di immaginare un mondo diverso da questo. Una bella protesta “con buone maniere” era sufficiente a sfogare il malumore senza produrre alcun risultato, ma almeno salvava dalle mazzate.
Al fondo delle missioni della Sumud Flotilla c’era la fiducia nel fatto che l’assoluta non violenza delle iniziative garantisse anche la corrispondente “non violenza” della risposta israeliana, tuttora incensata come “unica democrazia del Medio Oriente”. Come se l’apartheid e il genocidio, lo stupro sistematico, la tortura e l’uccisione di prigionieri, donne e bambini, fossero accettabili se “approvati democraticamente” da un parlamento e dalla maggioranza della popolazione.
O almeno c’era comunque la fiducia nel fatto che un’azione sionista violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi occidentali, sedicenti tutori dei “diritti umani” e della “libertà democratiche”.
Fiducia malriposta, possiamo dire con certezza oggi, anche se ovviamente è stato giusto muoversi dentro quei binari, dimostrando anche empiricamente l’ipocrisia e la falsità di quegli assunti.
Gli spari sulla Flotilla, proprio in quanto “escalation” rispetto al recentissimo passato, superano l’ultima linea rossa, più immaginaria che reale. Solo i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto reazioni degne di nota, anche se comunque al di sotto di quel che sarebbe stato adeguato. Gli altri hanno battuto le mani a Netanyahu, qualcuno di nascosto, altri apertamente. È evidente la loro voglia di togliersi di torno anche la “seccatura della Flotilla” dopo aver quasi liquidato nel sangue “la seccatura palestinese”.
Il mondo delle “regole legali condivise” non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge realizza comunque la volontà bruta.
Trump che va a prendersi il petrolio del Venezuela non accampa scuse “diritto-umanitarie”. Netanyahu che vuole prendersi tutti quel che può del Medio Oriente cita al massimo qualche versetto del Vecchio Testamento come “fonte del proprio diritto”. Smotrich che reagisce al mandato di cattura internazionale con una vendetta su un villaggio palestinese, per dimostrare che non c’è legge se non la volontà sionista di rapinare terra e vite, non fa neanche quello.
È il mondo del “io posso perché ho la forza, e quindi faccio ciò che voglio”.
Forse è il caso di prenderne atto. Smettendo intanto di pensare come ci hanno imposto negli ultimi decenni.
Fonte
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’“Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, quel che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”. Sappiamo bene che era uno straccio agitato davanti agli occhi di chi protestava per qualsiasi ragione, e che quello standard conviveva senza problemi con un altro – differenziale – riservato ai “nemici”. Ma in qualche misura limitava (senza impedirle) anche le modalità repressive interne al mondo occidentale.
“Non si spara sulle proteste pacifiche”, “non si torturano gli oppositori” e altre “linee rosse” potevano esser fatte valere e in molti casi con successo, sull’onda dell’indignazione generale. La “legalità formale” è un sistema elastico, deformabile in molti e differenti sensi, ma in qualche modo vincola la brutalità del potere e l’uso della forza.
Non era una concessione, da parte del potere, ma una conquista pagata col sangue. Nella dinamica sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni internazionali. Un “ordine basato su regole condivise” – davvero condivise, non come quella unilaterale presa per i fondelli statunitense degli ultimi 40 anni – aveva portato alla formazione dell’Onu, alle Corti internazionali, a una parvenza di eguaglianza formale tra individui e tra Stati.
Anche paesi poverissimi e quindi semi-disarmati potevano ambire all’indipendenza formale, anche se per quella sostanziale era meglio avere qualche “amico” potente, a volte più un padrone che altro.
Il “sistema dei diritti” non era comunque gratis. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano soltanto quelle che facevano ricorso a metodi di lotta “non violenti”, rimandando l’eventuale effetto politico alla buona volontà dei governi in carica o ad elezioni che non cambiavano granché, visti i filtri e i limiti sempre crescenti imposti alla partecipazione popolare per “garantire la stabilità”.
Sulla “non violenza obbligatoria” abbiamo avuto decenni di lezioncine e sceneggiate che hanno costruito comunque un linguaggio politico invalidante la stessa capacità di immaginare un mondo diverso da questo. Una bella protesta “con buone maniere” era sufficiente a sfogare il malumore senza produrre alcun risultato, ma almeno salvava dalle mazzate.
Al fondo delle missioni della Sumud Flotilla c’era la fiducia nel fatto che l’assoluta non violenza delle iniziative garantisse anche la corrispondente “non violenza” della risposta israeliana, tuttora incensata come “unica democrazia del Medio Oriente”. Come se l’apartheid e il genocidio, lo stupro sistematico, la tortura e l’uccisione di prigionieri, donne e bambini, fossero accettabili se “approvati democraticamente” da un parlamento e dalla maggioranza della popolazione.
O almeno c’era comunque la fiducia nel fatto che un’azione sionista violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi occidentali, sedicenti tutori dei “diritti umani” e della “libertà democratiche”.
Fiducia malriposta, possiamo dire con certezza oggi, anche se ovviamente è stato giusto muoversi dentro quei binari, dimostrando anche empiricamente l’ipocrisia e la falsità di quegli assunti.
Gli spari sulla Flotilla, proprio in quanto “escalation” rispetto al recentissimo passato, superano l’ultima linea rossa, più immaginaria che reale. Solo i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto reazioni degne di nota, anche se comunque al di sotto di quel che sarebbe stato adeguato. Gli altri hanno battuto le mani a Netanyahu, qualcuno di nascosto, altri apertamente. È evidente la loro voglia di togliersi di torno anche la “seccatura della Flotilla” dopo aver quasi liquidato nel sangue “la seccatura palestinese”.
Il mondo delle “regole legali condivise” non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge realizza comunque la volontà bruta.
Trump che va a prendersi il petrolio del Venezuela non accampa scuse “diritto-umanitarie”. Netanyahu che vuole prendersi tutti quel che può del Medio Oriente cita al massimo qualche versetto del Vecchio Testamento come “fonte del proprio diritto”. Smotrich che reagisce al mandato di cattura internazionale con una vendetta su un villaggio palestinese, per dimostrare che non c’è legge se non la volontà sionista di rapinare terra e vite, non fa neanche quello.
È il mondo del “io posso perché ho la forza, e quindi faccio ciò che voglio”.
Forse è il caso di prenderne atto. Smettendo intanto di pensare come ci hanno imposto negli ultimi decenni.
Fonte
20/05/2026
Israele è uno stato canaglia. Rompere ogni relazione
In un video che mostra decine di attivisti della Global Sumud Flotilla legati e inginocchiati a terra, si vede il ministro israeliano Ben Gvir sventolare una grande bandiera israeliana e gridare in ebraico: “Benvenuti in Israele! Qui siamo noi a comandare!”
Si sente anche Ben Gvir esortare le guardie della struttura a “non farsi disturbare dalle loro urla”, mentre si sente una donna gridare in sottofondo.
L’ennesima canagliata di un ministro israeliano – lo aveva già fatto con gli attivisti catturati a settembre dello scorso anno – sta creando qualche imbarazzo anche al governo di Tel Aviv e ai governi europei ancora inerti verso Israele. “Israele ha tutto il diritto di impedire che flottiglie provocatorie di sostenitori terroristici di Hamas entrino nelle nostre acque territoriali e raggiungano Gaza – ha dichiarato Netanyahu – Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho ordinato alle autorità competenti di deportare i provocatori il prima possibile”, ha aggiunto il premier israeliano.
Anche il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha pubblicato un commento critico contro Ben Gvir dal suo account personale X in inglese, condiviso anche dal feed ufficiale del Ministero.
Mentre Ben Gvir realizzava un’altra delle sue canagliate, l’altro ministro – Smotrich – denunciava di aver saputo che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura anche per lui. Si va ad aggiungere ai mandati di cattura internazionali già emessi contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Non si conoscono i nomi di altri alti funzionari statali israeliani contro cui sono stati emessi mandati.
La stessa Meloni ha dovuto definire il video con Ben Gvir “inaccettabile”, criticando il trattamento riservato agli attivisti che ha violato la loro dignità umana. Il ministero degli esteri italiano ha dichiarato che tra i detenuti si trovavano anche un membro del parlamento e un giornalista, aggiungendo che l’ambasciatore israeliano a Roma sarà convocato per proteste.
La Farnesina ha fatto sapere in una nota che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva avuto nella notte diversi contatti con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar. A quanto pare o non era stato convincente o non è stato neanche preso in considerazione.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha fatto sapere che anche lui aveva convocato l’ambasciatore israeliano a Parigi per i maltrattamenti subiti dai cittadini francesi a bordo della flottiglia.
Se il video sul trattamento degli attivisti della Flotilla sta suscitando – giustamente – reazioni, è tempo di gridare con forza che nessuna complicità è accettabile sul trattamento che l’occupazione coloniale e sionista israeliana riserva ai palestinesi, siano essi prigionieri nelle carceri o rinchiusi nei bantustan in Cisgiordania o nella prigione a cielo aperto di Gaza.
Montecitorio si sta riempiendo di persone che stanno convergendo sulla piazza chiamati già da questa notte a “inondarla”. A Firenze, la città di due degli attivisti sequestrati, Antonella Bundu e Dario Salvetti, l’appuntamento è questa sera alle 20:30 in piazza Dalmazia. Manifestazioni anche ad Ancona e Pisa.
In mattinata tutte le organizzazioni che hanno sostenuto la Global Sumud Flotilla in queste settimane con manifestazioni e lo sciopero generale di lunedì hanno tenuto una conferenza stampa davanti Montecitorio.
“Dopo lo sciopero del 18 maggio la mobilitazione continua” ha dichiarato Guido Lutrario di Usb invitando a costruire ovunque iniziative, presidi, boicottaggi: “per la liberazione degli attivisti della flottiglia, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, per fermare il genocidio in Palestina, per la rottura di ogni collaborazione militare, economica e diplomatica con Israele”. Lutrario ha poi annunciato che i portuali riuniti in una conferenza internazionale a Istanbul hanno deciso una nuova giornata di sciopero coordinato nei vari porti contro la guerra e i rapporti con Israele.
La Global Sumud Flotilla riferisce che l’associazione degli avvocati in Israele Adalah ha dichiarato che, dopo l’intercettazione illegale della Flotilla in acque internazionali e il rapimento di oltre 400 attiviste provenienti da tutto il mondo, “Israele sta applicando una politica criminale di abuso e umiliazione contro chi cerca di opporsi ai crimini in corso contro il popolo palestinese”. L’organizzazione ha ricordato che episodi simili erano già stati documentati in missioni precedenti, senza che Israele subisse alcuna conseguenza internazionale.
La richiesta unanime che sale da ogni ambito e sociale è quella della rottura delle relazioni in ogni campo con Israele, quello che ormai viene considerato uno “Stato-canaglia” agli occhi di tutto il mondo. È tempo di scelte e il governo italiano le sue responsabilità deve prendersele fino in fondo.
Fonte
Si sente anche Ben Gvir esortare le guardie della struttura a “non farsi disturbare dalle loro urla”, mentre si sente una donna gridare in sottofondo.
L’ennesima canagliata di un ministro israeliano – lo aveva già fatto con gli attivisti catturati a settembre dello scorso anno – sta creando qualche imbarazzo anche al governo di Tel Aviv e ai governi europei ancora inerti verso Israele. “Israele ha tutto il diritto di impedire che flottiglie provocatorie di sostenitori terroristici di Hamas entrino nelle nostre acque territoriali e raggiungano Gaza – ha dichiarato Netanyahu – Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho ordinato alle autorità competenti di deportare i provocatori il prima possibile”, ha aggiunto il premier israeliano.
Anche il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha pubblicato un commento critico contro Ben Gvir dal suo account personale X in inglese, condiviso anche dal feed ufficiale del Ministero.
Mentre Ben Gvir realizzava un’altra delle sue canagliate, l’altro ministro – Smotrich – denunciava di aver saputo che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura anche per lui. Si va ad aggiungere ai mandati di cattura internazionali già emessi contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Non si conoscono i nomi di altri alti funzionari statali israeliani contro cui sono stati emessi mandati.
La stessa Meloni ha dovuto definire il video con Ben Gvir “inaccettabile”, criticando il trattamento riservato agli attivisti che ha violato la loro dignità umana. Il ministero degli esteri italiano ha dichiarato che tra i detenuti si trovavano anche un membro del parlamento e un giornalista, aggiungendo che l’ambasciatore israeliano a Roma sarà convocato per proteste.
La Farnesina ha fatto sapere in una nota che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva avuto nella notte diversi contatti con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar. A quanto pare o non era stato convincente o non è stato neanche preso in considerazione.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha fatto sapere che anche lui aveva convocato l’ambasciatore israeliano a Parigi per i maltrattamenti subiti dai cittadini francesi a bordo della flottiglia.
Se il video sul trattamento degli attivisti della Flotilla sta suscitando – giustamente – reazioni, è tempo di gridare con forza che nessuna complicità è accettabile sul trattamento che l’occupazione coloniale e sionista israeliana riserva ai palestinesi, siano essi prigionieri nelle carceri o rinchiusi nei bantustan in Cisgiordania o nella prigione a cielo aperto di Gaza.
Montecitorio si sta riempiendo di persone che stanno convergendo sulla piazza chiamati già da questa notte a “inondarla”. A Firenze, la città di due degli attivisti sequestrati, Antonella Bundu e Dario Salvetti, l’appuntamento è questa sera alle 20:30 in piazza Dalmazia. Manifestazioni anche ad Ancona e Pisa.
In mattinata tutte le organizzazioni che hanno sostenuto la Global Sumud Flotilla in queste settimane con manifestazioni e lo sciopero generale di lunedì hanno tenuto una conferenza stampa davanti Montecitorio.
“Dopo lo sciopero del 18 maggio la mobilitazione continua” ha dichiarato Guido Lutrario di Usb invitando a costruire ovunque iniziative, presidi, boicottaggi: “per la liberazione degli attivisti della flottiglia, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, per fermare il genocidio in Palestina, per la rottura di ogni collaborazione militare, economica e diplomatica con Israele”. Lutrario ha poi annunciato che i portuali riuniti in una conferenza internazionale a Istanbul hanno deciso una nuova giornata di sciopero coordinato nei vari porti contro la guerra e i rapporti con Israele.
La Global Sumud Flotilla riferisce che l’associazione degli avvocati in Israele Adalah ha dichiarato che, dopo l’intercettazione illegale della Flotilla in acque internazionali e il rapimento di oltre 400 attiviste provenienti da tutto il mondo, “Israele sta applicando una politica criminale di abuso e umiliazione contro chi cerca di opporsi ai crimini in corso contro il popolo palestinese”. L’organizzazione ha ricordato che episodi simili erano già stati documentati in missioni precedenti, senza che Israele subisse alcuna conseguenza internazionale.
La richiesta unanime che sale da ogni ambito e sociale è quella della rottura delle relazioni in ogni campo con Israele, quello che ormai viene considerato uno “Stato-canaglia” agli occhi di tutto il mondo. È tempo di scelte e il governo italiano le sue responsabilità deve prendersele fino in fondo.
Fonte
18/05/2026
Israele ferma ancora con la forza la Global Sumud Flotilla
Unità della Marina militare israeliana hanno intercettato le navi della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza nei pressi delle coste di Cipro. “A 250 miglia da Gaza, in acque internazionali, Israele si sta preparando ad attaccare la Global Sumud Flotilla” (GSF), hanno comunicato gli organizzatori sui social media, poco prima dell’inizio delle intercettazioni.
La GSF riferisce che militari israeliani sono saliti a bordo di diverse imbarcazioni, mentre il convoglio tentava di proseguire verso la Striscia di Gaza in condizioni umanitarie catastrofiche dopo oltre due anni di bombardamenti ed offensive israeliane.
La diretta streaming di GSF ha mostrato attivisti a bordo di diverse imbarcazioni che indossavano giubbotti di salvataggio e alzavano le mani prima dell’avvicinamento di una barca con a bordo delle truppe. Poi i soldati israeliani in tenuta da combattimento sono saliti a bordo di un’imbarcazione e la diretta streaming si è interrotta bruscamente. Secondo notizie ufficiose le forze israeliane avrebbero detenuto almeno 100 passeggeri della GSF e li starebbero portando al porto di Ashdod. Invece nelle scorse settimane, quando avevano intercettato e fermato con la forza in acque internazionali un altro convoglio della GSF, aveva sbarcato tutti gli attivisti a Creta. Ad eccezione di due, portati in Israele e incarcerati in Israele prima di essere espulsi.
La scorsa settimana, oltre 50 imbarcazioni sono partite dal porto turco di Marmaris, in quella che gli organizzatori hanno descritto come la tappa finale di un viaggio volto a sfidare il blocco navale israeliano di Gaza. Le intercettazioni sono avvenute mentre la sezione turca della flottiglia affermava che una delle sue navi, la Munki, era stata attaccata da imbarcazioni militari israeliane. “La nave Munki della flottiglia è stata attaccata dalle forze di occupazione israeliane. Al momento abbiamo perso i contatti con l’imbarcazione”, ha dichiarato Global Sumud Filosu Turkiye in un comunicato pubblicato su X questa mattina.
Circa un’ora prima delle intercettazioni segnalate, il ministero degli Esteri israeliano aveva avvertito la flottiglia di abbandonare la rotta. “Cambiate rotta e tornate indietro immediatamente”, ha scritto in un comunicato. Il ministero ha descritto la missione umanitaria come una “provocazione”.
Fonte
La GSF riferisce che militari israeliani sono saliti a bordo di diverse imbarcazioni, mentre il convoglio tentava di proseguire verso la Striscia di Gaza in condizioni umanitarie catastrofiche dopo oltre due anni di bombardamenti ed offensive israeliane.
La diretta streaming di GSF ha mostrato attivisti a bordo di diverse imbarcazioni che indossavano giubbotti di salvataggio e alzavano le mani prima dell’avvicinamento di una barca con a bordo delle truppe. Poi i soldati israeliani in tenuta da combattimento sono saliti a bordo di un’imbarcazione e la diretta streaming si è interrotta bruscamente. Secondo notizie ufficiose le forze israeliane avrebbero detenuto almeno 100 passeggeri della GSF e li starebbero portando al porto di Ashdod. Invece nelle scorse settimane, quando avevano intercettato e fermato con la forza in acque internazionali un altro convoglio della GSF, aveva sbarcato tutti gli attivisti a Creta. Ad eccezione di due, portati in Israele e incarcerati in Israele prima di essere espulsi.
La scorsa settimana, oltre 50 imbarcazioni sono partite dal porto turco di Marmaris, in quella che gli organizzatori hanno descritto come la tappa finale di un viaggio volto a sfidare il blocco navale israeliano di Gaza. Le intercettazioni sono avvenute mentre la sezione turca della flottiglia affermava che una delle sue navi, la Munki, era stata attaccata da imbarcazioni militari israeliane. “La nave Munki della flottiglia è stata attaccata dalle forze di occupazione israeliane. Al momento abbiamo perso i contatti con l’imbarcazione”, ha dichiarato Global Sumud Filosu Turkiye in un comunicato pubblicato su X questa mattina.
Circa un’ora prima delle intercettazioni segnalate, il ministero degli Esteri israeliano aveva avvertito la flottiglia di abbandonare la rotta. “Cambiate rotta e tornate indietro immediatamente”, ha scritto in un comunicato. Il ministero ha descritto la missione umanitaria come una “provocazione”.
Fonte
10/05/2026
Thiago e Saif verso la liberazione
Forse il rapimento in Israele dei due attivisti della Flotilla è vicino alla fine. Ma bisogna usare il “forse”, perché dall’entità sionista bisogna aspettarsi sempre il peggio.
“Oggi, lo Shabak, l’agenzia di intelligence israeliana, ha informato il team legale di Adalah che gli attivisti e leader della Global Sumud Flotilla, Thiago Ávila e Saif Abukeshek, saranno rilasciati dalla detenzione israeliana, sabato 9 maggio 2026″, ha fatto sapere in una nota la ong Adalahche, con le avvocate Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, segue direttamente il caso dei due attivisti.
“Saranno consegnati più tardi oggi alle autorità israeliane per l’immigrazione e resteranno in custodia in attesa della loro deportazione”.
Ultim’ora. Nella notte è arrivata la notizia che Thiago Avila non era stato rilasciato ma che era ancora detenuto nella prigione israeliana di Askelon.
Sulle intenzioni del governo genocida di Tel Aviv nei confronti della missione è bene segnalare il post con cui ha annunciato il loro rilascio: “Dopo il completamento delle indagini, i due provocatori professionisti, Saif Abukeshek e Thiago Ávila, appartenenti alla flottiglia delle provocazioni, sono stati espulsi oggi da Israele”.
Fonte
“Oggi, lo Shabak, l’agenzia di intelligence israeliana, ha informato il team legale di Adalah che gli attivisti e leader della Global Sumud Flotilla, Thiago Ávila e Saif Abukeshek, saranno rilasciati dalla detenzione israeliana, sabato 9 maggio 2026″, ha fatto sapere in una nota la ong Adalahche, con le avvocate Hadeel Abu Salih e Lubna Tuma, segue direttamente il caso dei due attivisti.
“Saranno consegnati più tardi oggi alle autorità israeliane per l’immigrazione e resteranno in custodia in attesa della loro deportazione”.
Ultim’ora. Nella notte è arrivata la notizia che Thiago Avila non era stato rilasciato ma che era ancora detenuto nella prigione israeliana di Askelon.
Sulle intenzioni del governo genocida di Tel Aviv nei confronti della missione è bene segnalare il post con cui ha annunciato il loro rilascio: “Dopo il completamento delle indagini, i due provocatori professionisti, Saif Abukeshek e Thiago Ávila, appartenenti alla flottiglia delle provocazioni, sono stati espulsi oggi da Israele”.
Fonte
09/05/2026
La Flottilla riparte. Ribadita la richiesta di liberazione di Thiago e Seif
“Oggi, venerdì 8 maggio, la nostra flotta partirà dalla Grecia alla volta della Turchia, dove oltre 30 imbarcazioni si uniranno alle altre in attesa per riunirsi all’Assemblea Internazionale di Marmaris, dove approfondiremo la nostra strategia politica e definiremo le prossime fasi della nostra missione”. La Global Sumud Flottilla ha fatto sapere con questa nota che la missione prosegue nonostante l’atto di pirateria israeliano subito la scorsa settimana nelle acque internazionali.
Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.
Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.
La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.
Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.
“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.
Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana. Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.
Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.
Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.
Fonte
Il 9 Maggio più di 30 barche arriveranno in Turchia dove si uniranno a circa una dozzina di nuove imbarcazioni.
Gaza non è solo tragedia, è resistenza, è dignità, è sumud. E questo concetto lo conosciamo bene.
La Flotilla riparte e si sta riorganizzando per incontrare in Turchia le imbarcazioni in attesa e dopo l’assemblea internazionale del 10 maggio verrà comunicato quale sarà il proseguimento della missione.
Il 12 maggio è prevista una conferenza stampa a Marmaris, sul territorio turco, per presentare la prossima fase della missione e del movimento, annunciando gli impegni della società civile e dei partner politici per salvaguardare le future missioni e la solidarietà con la Palestina in tutto il Mondo.
“Presenteremo i piani per ritenere il regime israeliano responsabile dei suoi atti di pirateria, dei rapimenti in acque internazionali e degli abusi perpetrati nelle acque europee” dichiara la Flottilla che torna a chiedere l’immediata liberazione di Saif e Thiago ancora detenuti nelle carceri israeliane.
Thiago Ávila e Saif Abu Keshek sono in sciopero della fame da quasi una settimana. Saif ha smesso anche di bere acqua. Sono detenuti in isolamento, dopo essere stati sequestrati in acque internazionali durante una missione umanitaria diretta a Gaza.
Contro di loro le autorità israeliane stanno utilizzando il perverso meccanismo della detenzione amministrativa che viene arbitrariamente rinnovata senza processo e senza una data. È un sistema brutalmente coloniale applicato sistematicamente contro i palestinesi.
Ma mentre i loro nomi riescono ancora ad attraversare i confini e arrivare sui giornali, oltre 9.500 prigionieri palestinesi vivono ogni giorno condizioni peggiori – lontano dagli occhi del mondo.
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07/05/2026
Nazionalisti dei miei stivali
Al di là del ribrezzo per la volgarità degli attacchi agli attivisti della Global Sumud Flotilla, rivolti anche da alcune “alte cariche istituzionali” prontissime a chinarsi di fronte ad Israele, ci sono diversi aspetti della vicenda che riguardano l’assalto piratesco avvenuto davanti all’isola di Creta e il rapimento di Thiago Avila e Saif Abukeshek che delineano un radicale cambiamento nel rapporto tra Stati democratici e “cittadini”.
Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.
Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.
Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.
In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.
Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato...
I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).
Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.
Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.
Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.
Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.
La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.
Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.
La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.
Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.
Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.
È qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.
È una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.
E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.
È una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).
Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.
Fonte
Riassumiamo i dati certi, incontestabili, per chiarire bene i termini della questione.
Tutte le imbarcazioni assaltate erano in acque internazionali, a quasi 1.000 chilometri da Gaza e da Israele. Per le leggi internazionali ancora vigenti, dunque, questo è un atto di pirateria che andrebbe sanzionato dall’intera comunità internazionale riunita nell’Onu. Il fatto che sia stato compiuto da uno Stato aggrava l’accusa, non la diminuisce.
Tutte le imbarcazioni fermate, secondo le stesse regole universalmente valide, sono da considerare “territorio nazionale” corrispondente alla bandiera con cui sono state registrate.
In particolare, la barca sui erano i due attivisti rapiti batteva bandiera italiana. Legalmente, a tutti gli effetti, sono stati dunque sequestrati in Italia. Il che giustifica non solo l’iniziativa della magistratura, ma avrebbe richiesto anche una “franca” protesta diplomatica del governo contro quello di Tel Aviv, almeno al livello del ritiro dell’ambasciatore.
Invece la Farnesina del prode Tajani si è limitata alla richiesta di “informazioni”, probabilmente sussurrando parole di scusa per il disturbo arrecato...
I rapiti. Thiago è un cittadino brasiliano – e il suo governo ne sta chiedendo ogni giorno la liberazione – mentre Saif è un cittadino spagnolo di origine palestinese (la stessa richiesta la sta facendo il governo di Madrid).
Le accuse sollevate da Israele a giustificazione posticcia del rapimento (appartenenza o vicinanza ad “organizzazioni terroristiche” e “aiuto al nemico in tempo di guerra”) sarebbero risibili, in condizioni normali.
Se fossero state anche solo minimamente serie o supportate da uno straccio di prova – anche palesemente falso, come accaduto per Hannoun ed altri palestinesi a Genova – entrambi i sequestrati, infatti, sarebbero stati prima segnalati all’Interpol e quindi sottoposti ad indagine dai rispettivi governi.
Sui criteri con cui Israele definisce “terroristi” individui ed organizzazioni, meglio stendere una lapide d’acciaio. Per Tel Aviv lo sono tutti, tranne i servi. Prendere in esame quelle accuse è solo una perdita di tempo.
Stabiliti i fatti e le regole internazionali esistenti, c’è da chiedersi perché i governi europei – cui fanno capo quasi tutti gli attivisti imbarcati – abbiano accettato il comportamento di Israele nei confronti dei propri cittadini come “normale”. Nei casi peggiori quasi “giustificato”.
La risposta è ovvia: Tel Aviv è il terminale dell’imperialismo euro-atlantico in Medio Oriente, dunque qualsiasi cosa faccia – anche un genocidio – va minimizzata per poterlo sostenere.
Ma non è una scelta politica a costo zero. Il rapporto tra uno “Stato democratico” e i propri cittadini si regge su una serie di leggi e convenzioni, oltre che su diritti, per cui ogni singolo iscritto ad una anagrafe di questo paese deve essere tutelato dall’azione violenta o arbitraria di altri paesi. Qualsiasi sia il suo status o il suo certificato penale.
La tutela vale insomma per il pacifico turista che si trova in difficoltà durante un viaggio all’estero come per un imprenditore vessato ingiustamente, per un tossicodipendente finito in un carcere dell’altro mondo ed anche per un assassino condannato in via definitiva.
Ricordiamo tutti l’enfasi con cui Giorgia Meloni accolse in aeroporto il ritorno di tal Chico Forti, per la cui estradizione dagli Stati Uniti si era battuto il suo governo.
Per gli attivisti della Flotilla – certamente pacifici e disarmati, esenti da qualsiasi reato – invece solo insulti, critiche, dileggio, zero copertura diplomatica anche davanti ad evidenti segni di pestaggio, tortura e persino stupro.
È qui evidente che l’obbedienza alle gerarchie “occidentali” prevale di gran lunga sulla difesa del “territorio nazionale” (le imbarcazioni in libera navigazione nel Mediterraneo) e soprattutto sulla tutela dei propri cittadini. I quali vengono abbandonati alle fantasie macabre di uno Stato “diverso”, se sostengono opinioni e valori che non piacciono a quello Stato e ai suoi alleati.
È una rottura del patto che sorregge la coesione sociale. Difficilmente recuperabile, fra l’altro, perché una volta fissati dei precedenti così infami, diventa persino “normale” proseguire sulla stessa strada.
E se i tuoi cittadini vengono svalutati al punto da essere “a disposizione” di volontà altrui, questo significa che anche per questo Stato non hanno alcun vero diritto e importanza. “Nemici e terroristi” per Israele, dunque anche per il governo di casa nostra.
È una logica da guerra civile globale, in cui “i nostri” e “i loro” vengono separati in base alla posizione assunta nel conflitto politico-sociale, non più in base alla nazionalità (che peraltro obbliga al pagamento delle tasse, va ricordato).
Che a sancire questa rottura siano poi dei governi ufficialmente schierati a difesa degli “interessi della nazione” ci sembra persino logico. Tra quel che fai e quel che dici di essere, in politica, non c’è più nessun rapporto.
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05/05/2026
La Sumud Flotilla sotto sorveglianza pre-attacco
Riceviamo e ovviamente pubblichiamo.
Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.
La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.
4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.
Cronologia dell’escalation:
– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.
– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.
– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.
– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.
Richieste urgenti di responsabilità
La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.
– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.
– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.
– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.
– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.
Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.
Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.
Fonte
Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.
La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.
4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.
Cronologia dell’escalation:
– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.
– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.
– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.
– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.
Richieste urgenti di responsabilità
La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.
– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.
– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.
– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.
– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.
Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.
Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.
Fonte
04/05/2026
Nel Mediterraneo son tornati i pirati con la bandiera israeliana
Sono tornati i pirati e spadroneggiano in pieno Mediterraneo. In verità è da molti anni che navi pirata si aggirano tra il Canale di Suez e il Libano e assaltano tutte le imbarcazioni disarmate che cercano di portare il pane della solidarietà a una popolazione affamata, ma questa volta si sono spinte molto al di là, hanno agito a 960 km di distanza.
Da diversi secoli il diritto internazionale ha sancito la libertà di navigazione nell’alto mare e ha bandito la pirateria. Israele ha calpestato impunemente tutte le regole e i principi del diritto internazionale, fino all’estremo limite del genocidio. Quindi dal suo punto di vista non è un problema sfidare la comunità internazionale anche sotto il profilo della libertà di navigazione.
Il problema siamo noi che consentiamo a Israele di violare tutte le leggi che l’umanità si è data per assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni. Non sono bastate tre ordinanze della Corte internazionale di Giustizia, competente a giudicare del genocidio, che imponevano a Israele di fermare i massacri, non è bastato un rigoroso rapporto consegnato il 16 settembre 2025 da una commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu, che ha accertato quattro categorie di atti genocidari commessi da Israele nella Striscia di Gaza, non sono bastati i rapporti di Amnesty e di altre organizzazioni internazionali, per convincere l’Unione Europea a sospendere un trattato che assicura favori e privilegi commerciali allo Stato di Israele.
I veti di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco, hanno bloccato ogni minima sanzione, assicurando a Israele di continuare a godere della più totale impunità. Così Israele si è preso la briga di abbordare 22 imbarcazioni e di rapire centinaia di cittadini europei.
Se la politica italiana ha pigolato una imbarazzata condanna verbale, senza far seguire alcuna conseguenza, non vuol dire che, anche questa volta, Israele potrà confidare nella sua tradizionale impunità. La parola spetta ai giudici.
L’operazione della marina israeliana è priva di ogni base legale. Israele non ha alcuna giurisdizione o autorità legale sulle acque internazionali in cui navigavano le imbarcazioni intercettate. Sono state assalite imbarcazioni che battono bandiera italiana. Queste imbarcazioni costituiscono territorio mobile dell’Italia.
I fatti commessi a bordo di queste navi si considerano commessi in Italia, ai sensi dell’art. 4 del Codice penale. Coloro che li hanno organizzati e li hanno materialmente eseguiti devono rispondere di sequestro di persona pluriaggravato e di rapina a mano armata.
Il governo italiano si può genuflettere quanto vuole alla prepotenza di Israele, ma in Italia l’autorità giudiziaria è indipendente e ha l’obbligo di procedere per i reati da chiunque commessi. Si tratta del criterio sancito dall’art. 8 del Codice penale che al comma 3 prevede che: “Agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino”.
Nel caso di specie non può dubitarsi che il rapimento dei cittadini italiani, effettuato in alto mare, offenda il diritto politico di tali cittadini relativo alla libertà di navigazione e personale.
La giurisdizione italiana in più occasioni si è attivata per reprimere i reati commessi all’estero in danno di cittadini italiani. Ha proceduto contro alcuni torturatori argentini, sebbene si trattasse – come nel caso di Israele – di militari che agivano in base a direttive ricevute dal loro governo.
La Corte di Cassazione ha riconosciuto il carattere politico di tali delitti. Tuttavia, nel caso di delitti commessi all’estero in danno di cittadini italiani, l’ordinamento richiede una condizione di procedibilità: la richiesta del ministro della Giustizia. Riuscirà il “collega” Nordio a darsi il coraggio necessario per avanzare la richiesta di procedere contro gli scherani di Netanyahu?
Fonte
Da diversi secoli il diritto internazionale ha sancito la libertà di navigazione nell’alto mare e ha bandito la pirateria. Israele ha calpestato impunemente tutte le regole e i principi del diritto internazionale, fino all’estremo limite del genocidio. Quindi dal suo punto di vista non è un problema sfidare la comunità internazionale anche sotto il profilo della libertà di navigazione.
Il problema siamo noi che consentiamo a Israele di violare tutte le leggi che l’umanità si è data per assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni. Non sono bastate tre ordinanze della Corte internazionale di Giustizia, competente a giudicare del genocidio, che imponevano a Israele di fermare i massacri, non è bastato un rigoroso rapporto consegnato il 16 settembre 2025 da una commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu, che ha accertato quattro categorie di atti genocidari commessi da Israele nella Striscia di Gaza, non sono bastati i rapporti di Amnesty e di altre organizzazioni internazionali, per convincere l’Unione Europea a sospendere un trattato che assicura favori e privilegi commerciali allo Stato di Israele.
I veti di Giorgia Meloni e del cancelliere tedesco, hanno bloccato ogni minima sanzione, assicurando a Israele di continuare a godere della più totale impunità. Così Israele si è preso la briga di abbordare 22 imbarcazioni e di rapire centinaia di cittadini europei.
Se la politica italiana ha pigolato una imbarazzata condanna verbale, senza far seguire alcuna conseguenza, non vuol dire che, anche questa volta, Israele potrà confidare nella sua tradizionale impunità. La parola spetta ai giudici.
L’operazione della marina israeliana è priva di ogni base legale. Israele non ha alcuna giurisdizione o autorità legale sulle acque internazionali in cui navigavano le imbarcazioni intercettate. Sono state assalite imbarcazioni che battono bandiera italiana. Queste imbarcazioni costituiscono territorio mobile dell’Italia.
I fatti commessi a bordo di queste navi si considerano commessi in Italia, ai sensi dell’art. 4 del Codice penale. Coloro che li hanno organizzati e li hanno materialmente eseguiti devono rispondere di sequestro di persona pluriaggravato e di rapina a mano armata.
Il governo italiano si può genuflettere quanto vuole alla prepotenza di Israele, ma in Italia l’autorità giudiziaria è indipendente e ha l’obbligo di procedere per i reati da chiunque commessi. Si tratta del criterio sancito dall’art. 8 del Codice penale che al comma 3 prevede che: “Agli effetti della legge penale è delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un diritto politico del cittadino”.
Nel caso di specie non può dubitarsi che il rapimento dei cittadini italiani, effettuato in alto mare, offenda il diritto politico di tali cittadini relativo alla libertà di navigazione e personale.
La giurisdizione italiana in più occasioni si è attivata per reprimere i reati commessi all’estero in danno di cittadini italiani. Ha proceduto contro alcuni torturatori argentini, sebbene si trattasse – come nel caso di Israele – di militari che agivano in base a direttive ricevute dal loro governo.
La Corte di Cassazione ha riconosciuto il carattere politico di tali delitti. Tuttavia, nel caso di delitti commessi all’estero in danno di cittadini italiani, l’ordinamento richiede una condizione di procedibilità: la richiesta del ministro della Giustizia. Riuscirà il “collega” Nordio a darsi il coraggio necessario per avanzare la richiesta di procedere contro gli scherani di Netanyahu?
Fonte
03/05/2026
Le extraordinary rendition di Israele sul territorio italiano. Una impunità che deve cessare
L’arresto, il pestaggio e la deportazione in un carcere israeliano di due attivisti della Global Sumud Flotilla a bordo di una imbarcazione italiana, somigliano in tutto e per tutto alle extraordinary rendition con cui la CIA ha sequestrato in giro per il mondo persone sospettate di essere legate ai network jihadisti dopo l’11 settembre 2001.
Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.
Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.
Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.
Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.
Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.
Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.
C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.
Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.
Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.
Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.
Fonte
Ce ne fu anche una in Italia, clamorosa, contro l’imam Abu Omar, sequestrato nel 2003 per le strade di Milano con un blitz e condotto clandestinamente via Aviano (la base militare USA) in un carcere egiziano dove fu sottoposto a torture. I servizi segreti italiani ne furono complici. Gli agenti della CIA responsabili furono condannati da un tribunale italiano ma vennero graziati, prima da Napolitano e poi da Mattarella.
Il caso ancora più clamoroso – ma “stranamente” in questo caso senza alcuna conseguenza legale – fu il sequestro di Mordecai Vanunu effettuato dal Mossad in Italia (a Roma) il 30 settembre 1986. Vanunu è il tecnico nucleare israeliano che svelò al Sunday Times e al mondo la minaccia dell’arsenale atomico israeliano. Sequestrato con una operazione clandestina del Mossad articolata tra Londra e Roma venne condotto in Israele e rinchiuso in carcere per diciotto anni.
Nel caso della Flotilla i militari israeliani hanno effettuato il sequestro a bordo di una imbarcazione battente bandiera italiana e in acque internazionali vicino alle coste della Grecia (della quale stanno emergendo tutte le complicità con il blitz israeliano contro la Flotilla). Coerenti con la loro mentalità e le loro regole di ingaggio hanno anche pestato duramente gli attivisti abbordati. Da quanto riferiscono gli avvocati che li hanno incontrati in carcere, le torture e vessazioni sono continuate in cella.
Ma una barca battente bandiera italiana in acque internazionale è territorio italiano e quindi i militari israeliani hanno sequestrato due persone sul nostro territorio. Una violazione palese di tutte le leggi internazionali e della sovranità nazionale italiana.
Tutto questo è stato denunciato sabato mattina dagli attivisti solidali con la Flotilla davanti alla Farnesina. Ma il governo italiano e il ministero degli Esteri rimangono tuttora silenti di fronte all’ennesima violazione israeliana contro l’Italia, in questo caso dunque verso un paese ritenuto “il miglior amico di Israele in Europa”.
Certo, di recente i rapporti tra il governo Meloni e Israele si sono un po’ raffreddati, sicuramente per merito delle enormi manifestazioni per la Palestina dei mesi scorsi ma anche, e forse soprattutto, per una serie di abusi commessi da Israele verso i soldati italiani del contingente Unifil in Libano e verso il Vaticano.
C’è stata la sospensione del rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione firmato Italia-Israele del 2005 e una presa di posizione contro l’atto di pirateria nelle acque internazionali contro le barche della Flotilla. Ma in sede europea il governo italiano ha bloccato la risoluzione per l’interruzione del Trattato bilaterale tra UE e Israele, una misura assai più sostanziosa.
Thiago Avila è un attivista brasiliano mentre Seif Abu Keshek è ispano-palestinese, motivo per il quale la Spagna ha usato toni ben più alti contro il sequestro.
Ma adesso c’è una nuova rogna ed è grossa come una casa. E lo si capisce, appunto, dal mutismo del governo sul sequestro dei due attivisti in “territorio italiano”.
Ancora una volta siamo di fronte ad una verifica tra formalità e sostanza. Israele è abituata a fare come le pare in Italia e verso l’Italia e si sente ancora arrogante della propria impunità. Una indulgenza durata fin troppo.
Fonte
02/05/2026
Assalto sionista alla Flotilla. Due deportati in Israele
L’esercito israeliano ha dichiarato che intende deportare in Israele due membri della Global Sumud Flotilla rapiti in acque internazionali, nei pressi della Grecia.
Mentre tutti gli altri attivisti sequestrati saranno rilasciati sulle coste greche, in un accordo estremamente controverso con il governo e le forze armate di Atene, Sai Abu Keshek e Thiago Ávila verranno trattenuti dai militari di Tel Aviv che li porteranno in Israele dove subiranno interrogatori e, probabilmente, arresti.
I militari israeliani affermano che Sai Abu Keshek è sospettato di affiliazione con un’ “organizzazione terroristica”, mentre Thiago Ávila è sospettato di “attività illegali”.
Mentre tutti gli altri attivisti sequestrati saranno rilasciati sulle coste greche, in un accordo estremamente controverso con il governo e le forze armate di Atene, Sai Abu Keshek e Thiago Ávila verranno trattenuti dai militari di Tel Aviv che li porteranno in Israele dove subiranno interrogatori e, probabilmente, arresti.
I militari israeliani affermano che Sai Abu Keshek è sospettato di affiliazione con un’ “organizzazione terroristica”, mentre Thiago Ávila è sospettato di “attività illegali”.
Comunicato stampa 1° maggio Global Sumud Flotilla
Il rilascio parziale degli attivisti della global sumud flotilla non chiude l’incidente: due persone rimangono in detenzione israeliana senza alcuna base giuridica, le imbarcazioni sono distrutte, i crimini commessi in acque internazionali restano senza risposta istituzionale.
Chiediamo al Governo italiano e alle istituzioni europee di non trattare il parziale rilascio come una chiusura dell’incidente: è l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale condotta in acque internazionali, in Unione Europea, e deve essere letto come tale.
Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, forze navali israeliane hanno abbordato a mano armata le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, in Unione Europea, nei pressi di Creta, a oltre 900 chilometri da Gaza. Hanno circondato le imbarcazioni civili, le hanno abbordate con l’uso della forza, le hanno private dei sistemi di navigazione e comunicazione e le hanno lasciate alla deriva con oltre 170 civili sequestrati.
L’operazione si è svolta a notevole distanza da qualsiasi area di conflitto diretto, configurando una deliberata estensione della zona operativa. Il 1° maggio, circa 175 attivisti sono stati sbarcati a Creta e consegnati alle autorità greche per il trasferimento all’aeroporto di Heraklion.
Il successivo trasferimento di 175 attivisti a Creta rappresenta una grave violazione del diritto internazionale, l’ultimo passaggio di un’operazione che solleva gravi interrogativi giuridici: detenzione senza accusa, assenza di accesso consolare verificabile e trasferimento forzato verso un paese terzo.
Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha presentato questo come una risoluzione conclusiva, ringraziando Atene per la cooperazione. Non si tratta di una risoluzione. È l’ultimo passaggio logistico di un’operazione illegale, e deve essere letto come tale.
Esprimiamo profondo sconcerto e preoccupazione per la gravità dell’accaduto e per l’assenza di iniziative concrete successive alle dichiarazioni pubbliche di condanna. Le persone a bordo delle nostre imbarcazioni sono state sequestrate a mano armata in acque internazionali, trasportate contro la loro volontà su navi militari, trattenute senza accusa formale, senza accesso consolare confermato e senza alcuna procedura giudiziaria, e infine depositate nel territorio di uno Stato terzo che non aveva alcun titolo nella loro detenzione.
Il fatto che non si trovino più su una nave israeliana non modifica il carattere giuridico di quanto subito. Un sequestro di persona non cessa di essere tale perché la vittima viene infine lasciata da qualche parte. Particolarmente allarmante è la situazione di Saif Abukeshek e Thiago Avila, rapiti in acque internazionali, in Unione Europea, con l’intenzione di incarcerarli in Israele con l’accusa di attività illecite, senza che sia stata resa pubblica alcuna base giuridica.
L’identificazione dei due attivisti è avvenuta tramite comunicazioni pubbliche, senza garanzie procedurali fondamentali. Uno Stato non può stabilire un sospetto penale attraverso un comunicato diffuso sui social media.
Ricordiamo che l’estradizione di cittadini europei verso un paese in cui sono accertate violazioni dei diritti umani è vietata, come testimonia la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila nel caso Anan Yaeesh nel marzo 2024. Anche in Italia è stato aperto un procedimento per torture avvenute durante la precedente missione. Il rapimento di Saif Abukeshek è avvenuto su un’imbarcazione battente bandiera italiana: questo impone all’Italia precisi obblighi di protezione e di adoperarsi per porre fine a questa situazione grave e illegittima.
Tra le imbarcazioni sequestrate figurano almeno 7 battenti bandiera italiana, e tra le persone a bordo risultano 23 cittadini italiani.
L’azione delle forze israeliane configura, ai sensi della legislazione italiana, una serie di ipotesi di reato: tra le quali il tentato omicidio, il tentato naufragio, il danneggiamento seguito da pericolo di naufragio, il sequestro di persona e la violazione delle norme previste dalle convenzioni internazionali sulla navigazione ratificate dall’Italia.
Il trasferimento in Israele e la detenzione nelle carceri israeliane espongono inoltre le attiviste e gli attivisti al rischio di tortura e trattamenti inumani e degradanti. Amnesty International ha documentato che attivisti detenuti durante la precedente operazione, nell’ottobre 2025, sono stati sottoposti a privazione del sonno, negazione di acqua potabile e negazione di assistenza medica.
Questi abusi sono attualmente oggetto di indagine da parte della Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di tortura. Le dichiarazioni israeliane circa il rispetto dei diritti umani nella presente operazione provengono dallo stesso Stato la cui condotta è sotto esame penale attivo in una giurisdizione europea. Non hanno alcun valore probatorio. Chiediamo con urgenza al Governo italiano di:
Avviare immediatamente misure di protezione consolare e di assistenza legale volte ad assicurare l’immediato rilascio e l’incolumità di tutti i partecipanti alla missione umanitaria imbarcati su navi battenti bandiera italiana.
Condannare pubblicamente e formalmente gli atti posti in essere da Israele contro la missione della Global Sumud Flotilla e avviare l’accertamento delle responsabilità per i crimini perpetrati.
Inviare immediatamente una nota diplomatica formale e pubblica al Governo di Israele, per riaffermare la natura umanitaria della Global Sumud Flotilla e chiedere formalmente a Israele di non interferire con il suo passaggio.
Adoperarsi per il rilascio delle imbarcazioni illegalmente sequestrate e del carico umanitario presente a bordo al momento dell’abbordaggio.
*****
I partecipanti della Global Sumud Flotilla hanno appena vissuto 40 ore di violenze deliberate a bordo di una nave militare israeliana, in acque greche.
Non hanno avuto accesso sufficiente a cibo e acqua. Sono stati costretti a dormire per terra, su pavimenti allagati apposta più volte.
Quando i militari hanno cercato di portare via due partecipanti, Saif Abukeshek (Spagna, di origine palestinese) e Thiago Ávila (Brasile), l’equipaggio ha reagito, ma in modo non violento. La risposta è stata una crudeltà sproporzionata.
I partecipanti sono stati presi a pugni e calci, trascinati sul ponte con le mani legate dietro la schiena. Alcuni hanno riportato il naso rotto, costole incrinate e sono stati picchiati fino a sanguinare. Nel caos, sono stati anche esplosi colpi di arma da fuoco.
E non è finita. La polizia greca sta trattenendo l’equipaggio, già provato, su autobus, impedendo loro di andarsene. Intanto Saif e Thiago sono stati portati via con la forza e trasferiti nei territori palestinesi occupati.
Nonostante tutto, i partecipanti non si sono piegati: in 60 hanno iniziato subito uno sciopero della fame.
Si tratta di un attacco grave contro civili pacifici. Non possiamo far finta di niente. Chiediamo la loro liberazione e che ci siano responsabilità a livello internazionale, subito.
Fonte
01/05/2026
Le piazze si riempiono di nuovo in tutta Italia. Per la Flotilla e non solo
Ultim’ora. Thiago Avila e Saif Abu Keshek della Flotilla sono stati portati in Israele a differenza degli altri attivisti
I circa 175 attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza che erano stati sequestrati nella notte tra mercoledì e giovedì dalle forze israeliane in acque internazionali nel Mediterraneo sono stati sbarcati sull’isola di Creta. Al momento gran parte dei partecipanti è stato rilasciato a Creta con l’eccezione di Thiago Avila e Saif Abu Keshek che potrebbero invece essere incarcerati in Israele. Libertà per Thiago e Saif!!
*****
Migliaia di persone sono scese in piazza ieri in numerose città italiane a sostegno degli attivisti della Global Sumud Flotilla attaccati dai militari israeliani in acque internazionali. L’ennesimo atto di pirateria da parte di Israele ha suscitato ancora una volta un indignazione popolare che non accenna ad attenuarsi dopo le grandi manifestazioni di settembre e ottobre.
Nel cuore della Capitale, in migliaia hanno dato vita a una manifestazione che ha attraversato alcuni dei luoghi simbolo di Roma, dal Colosseo ai Fori Imperiali, fino a Piazza Venezia e via IV Novembre. Un corteo partecipato e compatto, caratterizzato da una forte presenza delle delle associazioni di solidarietà con il popolo palestinese e delle realtà della sinistra di classe e dei sindacati di base.
A guidare la mobilitazione, le parole d’ordine “giù le mani dalla flottiglia” e “blocchiamo tutto”, in risposta al sequestro delle imbarcazioni dirette verso Gaza. I manifestanti hanno denunciato con forza quella che definiscono una violazione del diritto internazionale e un’escalation nelle azioni militari e politiche dello Stato di Israele. Al centro della protesta, anche la richiesta di interrompere ogni forma di complicità politica ed economica da parte dei governi europei.
Anche nelle altre città ci sono state poderose manifestazioni he hanno riempito le piazze denunciando l’attacco alla Flotilla e l’arroganza di Israele che molti striscioni definiscono ormai “un pericolo per il mondo”.
Ancora una volta è emerso che in Italia la società sa da che parte stare.
I circa 175 attivisti della Global Sumud Flotilla per Gaza che erano stati sequestrati nella notte tra mercoledì e giovedì dalle forze israeliane in acque internazionali nel Mediterraneo sono stati sbarcati sull’isola di Creta. Al momento gran parte dei partecipanti è stato rilasciato a Creta con l’eccezione di Thiago Avila e Saif Abu Keshek che potrebbero invece essere incarcerati in Israele.
Fonte e foto dalle manifestazioni nelle varie città
30/04/2026
Sumud Flotilla bloccata da Israele a sud della Grecia
Nelle acque a sud della Grecia, a centinaia di chilometri dalla Striscia di Gaza, la notte si è riempita del ronzio dei droni e del rumore dei motori militari. Intorno alle 21.30 italiane, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, partite il 26 aprile dal porto siciliano di Augusta con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese, sono state intercettate e circondate da unità navali israeliane in acque internazionali, a ovest di Creta.
Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.
Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.
Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.
Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.
“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.
Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.
In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.
Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.
La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.
Aggiornamento ore 18
”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.
Fonte
Le immagini diffuse sui canali Telegram della Flotilla mostrano una scena di grande tensione: attivisti disarmati, raccolti sul ponte con le mani alzate, mentre un militare israeliano armato sale a bordo. È il momento in cui i contatti con la base operativa italiana si sono interrotti.
Secondo le ricostruzioni fornite dall’organizzazione, le imbarcazioni erano state inizialmente sorvolate da droni, quindi raggiunte da almeno due navi della Marina militare israeliana e da diversi gommoni. Tra le prime unità prese di mira vi sarebbe la nave italiana Bianca. Gli attivisti a bordo hanno attivato le procedure di emergenza previste in caso di abbordaggio, salendo sul ponte e rendendosi visibili. In alcuni casi, riferiscono, i militari avrebbero intimato agli equipaggi di stendersi a terra sotto la minaccia di armi e puntatori laser.
Da Tel Aviv hanno confermato l’operazione, spiegando che, a causa delle dimensioni della Flotilla – oltre cento navi e circa mille persone secondo questa versione – si è deciso di intervenire a grande distanza dalle coste israeliane. Una giustificazione che non ha placato le reazioni degli organizzatori e degli attivisti, che parlano di una grave violazione del diritto internazionale.
Sono 22 le imbarcazioni della GSF bloccate con la forza con 175 persone a bordo, tra cui diversi cittadini palestinesi. Altre 36 barche hanno trovato rifugio a Creta.
“Si tratta di pirateria”, afferma la Global Sumud Flotilla in una nota diffusa nella notte, denunciando “il sequestro illegale di esseri umani in alto mare, vicino a Creta”. Un’accusa accompagnata dalla richiesta ai governi di tutto il mondo di intervenire immediatamente per garantire la sicurezza delle oltre 400 persone a bordo e per “ritenere Israele responsabile delle sue azioni”.
Sulla stessa linea Gur Tsabar, addetto stampa della Flotilla, che in dichiarazioni ad Al Jazeera sottolinea come le imbarcazioni fossero civili, disarmate e lontane centinaia di chilometri da Gaza. “Israele non ha giurisdizione in queste acque”, afferma, definendo l’eventuale abbordaggio “una detenzione illegale, potenzialmente un rapimento in alto mare”.
In Italia la vicenda ha suscitato una reazione immediata. Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Italia, parla di “una ulteriore escalation del metodo repressivo” e si interroga sul ruolo delle istituzioni internazionali: “La Ue è al corrente di quanto sta accadendo? La prossima volta verranno ad arrestarci direttamente a casa?”.
Non è la prima volta che una missione della Flotilla viene fermata. Già lo scorso autunno, alcuni attivisti erano stati arrestati e trasferiti nel carcere israeliano di Ketziot, denunciando successivamente maltrattamenti e vessazioni. Tra loro anche il giornalista Saverio Tommasi. Su quei fatti la Procura di Roma ha recentemente aperto un’inchiesta contestando il reato di tortura, un passaggio giuridico significativo e senza precedenti nei rapporti tra Italia e Israele.
La Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di volontari tra medici, operatori sanitari e insegnanti, non si proponeva soltanto di consegnare beni di prima necessità, ma anche di restare a Gaza per contribuire direttamente alle attività sul campo a sostegno della popolazione che vive una catastrofe umanitaria.
Aggiornamento ore 18
”In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno fatte sbarcare in Grecia nelle prossime ore”. Lo ha afferma il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar.
Fonte
15/04/2026
Global Sumud Flotilla: la Procura di Roma indaga per tortura e rapina
Non più solo sequestro di persona e danneggiamento. L’inchiesta della Procura di Roma sulla Global Sumud Flotilla, la missione che lo scorso ottobre ha rotto il blocco sionista illegale su Gaza e i cui componenti sono stati poi trattenuti dalle forze israeliane, si allarga drasticamente.
I magistrati hanno infatti iscritto nel registro degli indagati – per ora a carico di ignoti – anche le ipotesi di reato di tortura e rapina. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e condotta dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, punta a fare luce sul trattamento riservato ai 36 attivisti e parlamentari italiani che si trovavano sulle navi.
La decisione di contestare il reato di tortura è maturata dopo mesi di audizioni. Gli inquirenti hanno ascoltato i partecipanti alla missione, i quali hanno descritto un clima di violenza sistematica e umiliazioni una volta finiti sotto la custodia dei militari israeliani. I verbali parlano di ore passate con lo sguardo a terra, privazione di cibo e acqua e minacce costanti con armi spianate, percosse.
L’accusa di rapina, invece, si riferisce alla sottrazione forzata di telefoni cellulari, effetti personali e delle stesse imbarcazioni utilizzate per la missione. Ma il fascicolo d’indagine ricostruisce una sequenza di eventi iniziata già prima dell’abbordaggio, rincarando la dose sulle gravi violazioni condotte da Tel Aviv, con azioni che assomigliano a vere e proprie operazioni di guerra contro la missione umanitaria.
I reati di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio si riferiscono in particolare alla notte tra il 23 e il 24 settembre, quando la flotta fu bersagliata da uno sciame di droni mentre si trovava al largo di Creta, in acque di competenza dell’Unione Europea. Successivamente, l’intercettazione da parte di un imponente dispiegamento di mezzi militari israeliani ha portato al fermo degli attivisti e al loro trasferimento forzato a terra, dove sono rimasti in stato di detenzione fino al rimpatrio in Italia.
Il prossimo passo della Procura di Roma sarà formale e diplomaticamente complesso, soprattutto ora che il governo italiano ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare: l’invio di una rogatoria internazionale a Israele. I magistrati italiani chiederanno chiarimenti ufficiali sull’operato delle forze di sicurezza e sull’identità dei responsabili delle violenze denunciate.
Inoltre, la notizia dell’allargamento dell’inchiesta arriva in un momento simbolico: proprio in queste ore, una nuova Global Sumud Florilla sta salpando verso Gaza. Gli obiettivi restano i medesimi della precedente: forzare il blocco illegale e denunciare l’indifferenza internazionale su un genocidio che continua, con Gaza che è costantemente bombardata e dove i palestinesi continuano a morire a centinaia.
Fonte
I magistrati hanno infatti iscritto nel registro degli indagati – per ora a carico di ignoti – anche le ipotesi di reato di tortura e rapina. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e condotta dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, punta a fare luce sul trattamento riservato ai 36 attivisti e parlamentari italiani che si trovavano sulle navi.
La decisione di contestare il reato di tortura è maturata dopo mesi di audizioni. Gli inquirenti hanno ascoltato i partecipanti alla missione, i quali hanno descritto un clima di violenza sistematica e umiliazioni una volta finiti sotto la custodia dei militari israeliani. I verbali parlano di ore passate con lo sguardo a terra, privazione di cibo e acqua e minacce costanti con armi spianate, percosse.
L’accusa di rapina, invece, si riferisce alla sottrazione forzata di telefoni cellulari, effetti personali e delle stesse imbarcazioni utilizzate per la missione. Ma il fascicolo d’indagine ricostruisce una sequenza di eventi iniziata già prima dell’abbordaggio, rincarando la dose sulle gravi violazioni condotte da Tel Aviv, con azioni che assomigliano a vere e proprie operazioni di guerra contro la missione umanitaria.
I reati di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio si riferiscono in particolare alla notte tra il 23 e il 24 settembre, quando la flotta fu bersagliata da uno sciame di droni mentre si trovava al largo di Creta, in acque di competenza dell’Unione Europea. Successivamente, l’intercettazione da parte di un imponente dispiegamento di mezzi militari israeliani ha portato al fermo degli attivisti e al loro trasferimento forzato a terra, dove sono rimasti in stato di detenzione fino al rimpatrio in Italia.
Il prossimo passo della Procura di Roma sarà formale e diplomaticamente complesso, soprattutto ora che il governo italiano ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare: l’invio di una rogatoria internazionale a Israele. I magistrati italiani chiederanno chiarimenti ufficiali sull’operato delle forze di sicurezza e sull’identità dei responsabili delle violenze denunciate.
Inoltre, la notizia dell’allargamento dell’inchiesta arriva in un momento simbolico: proprio in queste ore, una nuova Global Sumud Florilla sta salpando verso Gaza. Gli obiettivi restano i medesimi della precedente: forzare il blocco illegale e denunciare l’indifferenza internazionale su un genocidio che continua, con Gaza che è costantemente bombardata e dove i palestinesi continuano a morire a centinaia.
Fonte
13/04/2026
La flottiglia del “Sumud” sfida di nuovo il blocco di Gaza
Salperà da Barcellona il 13 aprile (inizialmente era il 12), dipenderà dalle condizioni del mare, la nuova missione della Global Sumud Flotilla, iniziativa civile coordinata che riporta al centro della scena internazionale il blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza. Oltre 70 imbarcazioni e circa 3.000 partecipanti provenienti da 100 paesi prenderanno parte alla traversata, tra loro un migliaio di operatori sanitari impegnati in una flotta medica incaricata di trasportare forniture essenziali verso un sistema sanitario ormai al collasso.
L’iniziativa nasce in un contesto segnato da una crisi umanitaria estrema. Secondo dati delle Nazioni Unite, più del 60 per cento dei bambini sotto i due anni vive in condizioni di povertà alimentare, mentre migliaia di donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione. A sei mesi dal cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la riduzione dell’intensità degli attacchi non ha mutato la sostanza della situazione sul terreno: la popolazione civile continua a vivere in condizioni che organizzazioni internazionali e attivisti definiscono come deliberatamente imposte per compromettere la sopravvivenza stessa della società palestinese.
Israele mantiene severe restrizioni sull’ingresso di beni fondamentali nella Striscia. Alimenti, medicinali, attrezzature mediche e materiali per la ricostruzione entrano con il contagocce, mentre restano limitati anche strumenti indispensabili per la depurazione dell’acqua e la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi. Non solo: Tel Aviv controlla anche la distribuzione degli aiuti, stabilendo quali organizzazioni possano operare sul terreno, riducendo ulteriormente la capacità di risposta umanitaria.
Nel frattempo, i dati sulle vittime continuano ad aggiornarsi. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, almeno 723 palestinesi sono stati uccisi, in larga maggioranza civili. La quasi totalità della popolazione resta sfollata e le forze israeliane mantengono il controllo di circa il 60 per cento del territorio della Striscia, rendendo vaste aree di fatto inaccessibili.
In questo scenario, la Global Sumud Flotilla si propone come un atto di sfida e, al tempo stesso, come simbolo di solidarietà internazionale. Gli organizzatori chiedono alle autorità israeliane di garantire il passaggio sicuro delle imbarcazioni e di evitare il ripetersi di quanto accaduto nel 2025, quando diverse navi furono intercettate e sequestrate. Tra queste, la “Madleen”, il cui equipaggio fu sottoposto a detenzione e, secondo le testimonianze, a maltrattamenti.
La missione richiama anche obblighi giuridici precisi. In quanto potenza occupante, Israele è tenuto a garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, secondo i promotori dell’iniziativa, tali obblighi continuano a essere disattesi, nonostante le misure provvisorie vincolanti adottate dalla Corte internazionale di giustizia.
La partenza della flottiglia rappresenta, in questo senso, anche un atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. Il protrarsi di missioni civili di questo tipo, sostengono gli organizzatori, evidenzia l’inerzia degli Stati di fronte a una crisi che richiede interventi politici e diplomatici ben più incisivi. La richiesta è chiara: esercitare pressioni concrete su Israele affinché ponga fine al blocco e garantire la protezione degli attivisti impegnati a sfidare quella che viene definita una situazione di impunità sistematica.
Il mare, ancora una volta, diventa così il teatro di una sfida asimmetrica: da una parte una mobilitazione civile globale, dall’altra un sistema di controllo militare su ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza. In mezzo, una popolazione stremata, per la quale anche l’arrivo di una nave carica di medicinali può rappresentare una fragile linea di sopravvivenza.
Gli obiettivi della Global Sumud Flotilla
Catalizzare l’azione globale dei cittadini: trasformare la flottiglia in un catalizzatore per mobilitazioni coordinate via terra e via mare, amplificando le voci palestinesi.
Contribuire a rompere l’assedio: contrastare direttamente il blocco illegale e affermare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie coste e al mondo al di là di esse.
Sostenere la ricostruzione: squadre dedicate accompagnano i palestinesi nelle prime fasi della ricostruzione di case, scuole e ospedali.
Fornire aiuti salvavita: distribuire aiuti umanitari su larga scala, tra cui cibo, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e medicinali.
Creare un corridoio marittimo popolare: realizzare una rotta marittima gestita da civili verso Gaza per garantire l’accesso senza ostacoli a cibo, medicinali e beni di prima necessità, e affermare la sovranità del popolo palestinese sulle proprie acque.
Contrastare la complicità: denunciare la complicità internazionale che rende possibile il blocco e mobilitare la società civile globale per chiedere giustizia.
Fonte
L’iniziativa nasce in un contesto segnato da una crisi umanitaria estrema. Secondo dati delle Nazioni Unite, più del 60 per cento dei bambini sotto i due anni vive in condizioni di povertà alimentare, mentre migliaia di donne incinte o in allattamento soffrono di malnutrizione. A sei mesi dal cosiddetto cessate il fuoco dell’ottobre 2025, la riduzione dell’intensità degli attacchi non ha mutato la sostanza della situazione sul terreno: la popolazione civile continua a vivere in condizioni che organizzazioni internazionali e attivisti definiscono come deliberatamente imposte per compromettere la sopravvivenza stessa della società palestinese.
Israele mantiene severe restrizioni sull’ingresso di beni fondamentali nella Striscia. Alimenti, medicinali, attrezzature mediche e materiali per la ricostruzione entrano con il contagocce, mentre restano limitati anche strumenti indispensabili per la depurazione dell’acqua e la rimozione delle macerie e degli ordigni inesplosi. Non solo: Tel Aviv controlla anche la distribuzione degli aiuti, stabilendo quali organizzazioni possano operare sul terreno, riducendo ulteriormente la capacità di risposta umanitaria.
Nel frattempo, i dati sulle vittime continuano ad aggiornarsi. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, almeno 723 palestinesi sono stati uccisi, in larga maggioranza civili. La quasi totalità della popolazione resta sfollata e le forze israeliane mantengono il controllo di circa il 60 per cento del territorio della Striscia, rendendo vaste aree di fatto inaccessibili.
In questo scenario, la Global Sumud Flotilla si propone come un atto di sfida e, al tempo stesso, come simbolo di solidarietà internazionale. Gli organizzatori chiedono alle autorità israeliane di garantire il passaggio sicuro delle imbarcazioni e di evitare il ripetersi di quanto accaduto nel 2025, quando diverse navi furono intercettate e sequestrate. Tra queste, la “Madleen”, il cui equipaggio fu sottoposto a detenzione e, secondo le testimonianze, a maltrattamenti.
La missione richiama anche obblighi giuridici precisi. In quanto potenza occupante, Israele è tenuto a garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari per la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, secondo i promotori dell’iniziativa, tali obblighi continuano a essere disattesi, nonostante le misure provvisorie vincolanti adottate dalla Corte internazionale di giustizia.
La partenza della flottiglia rappresenta, in questo senso, anche un atto d’accusa nei confronti della comunità internazionale. Il protrarsi di missioni civili di questo tipo, sostengono gli organizzatori, evidenzia l’inerzia degli Stati di fronte a una crisi che richiede interventi politici e diplomatici ben più incisivi. La richiesta è chiara: esercitare pressioni concrete su Israele affinché ponga fine al blocco e garantire la protezione degli attivisti impegnati a sfidare quella che viene definita una situazione di impunità sistematica.
Il mare, ancora una volta, diventa così il teatro di una sfida asimmetrica: da una parte una mobilitazione civile globale, dall’altra un sistema di controllo militare su ogni aspetto della vita nella Striscia di Gaza. In mezzo, una popolazione stremata, per la quale anche l’arrivo di una nave carica di medicinali può rappresentare una fragile linea di sopravvivenza.
Gli obiettivi della Global Sumud Flotilla
Catalizzare l’azione globale dei cittadini: trasformare la flottiglia in un catalizzatore per mobilitazioni coordinate via terra e via mare, amplificando le voci palestinesi.
Contribuire a rompere l’assedio: contrastare direttamente il blocco illegale e affermare il diritto dei palestinesi ad accedere alle proprie coste e al mondo al di là di esse.
Sostenere la ricostruzione: squadre dedicate accompagnano i palestinesi nelle prime fasi della ricostruzione di case, scuole e ospedali.
Fornire aiuti salvavita: distribuire aiuti umanitari su larga scala, tra cui cibo, latte in polvere per neonati, materiale scolastico e medicinali.
Creare un corridoio marittimo popolare: realizzare una rotta marittima gestita da civili verso Gaza per garantire l’accesso senza ostacoli a cibo, medicinali e beni di prima necessità, e affermare la sovranità del popolo palestinese sulle proprie acque.
Contrastare la complicità: denunciare la complicità internazionale che rende possibile il blocco e mobilitare la società civile globale per chiedere giustizia.
Fonte
06/04/2026
Una nuova Global Sumud Flotilla è in partenza
Manca solo una settimana alla partenza ufficiale della nuova missione della Global Sumud Flotilla. Il 12 aprile è la data segnata come il momento principale di avvio della traversata, da Barcellona a Gaza, ancora posta sotto assedio dal regime sionista. Per quanto riguarda il nostro paese, alcune navi sono già partite, direzione Sicilia, dove dovrebbero riunirsi tra il 20 e il 25 aprile, in attesa della fase successiva dell’iniziativa.
Gli organizzatori promettono una flotta molto più imponente della precedente. Circa 80 navi e mille attivisti proveniente da oltre 100 paesi puntarenno verso la Striscia, con tre obiettivi in mente: innanzitutto quello politico di rompere ancora una volta l’assedio israeliano e mostrare l’ipocrisia del cessate il fuoco; portare aiuti; aprire un corridoio umanitario permanente.
Accanto alle sigle storiche di questo tipo di missione (Freedom Flotilla Coalition, Thousand Madleens, e così via) ci sarà anche il supporto della nave di ricerca e soccorso Open Arms. Contemporaneamente, un convoglio via terra composto da circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania. Thiago Ávila, attivista protagonista della precedente Sumud Flotilla e anche del Nuestra América Convoy, è arrivato a Barcellona qualche giorno fa.
Il percorso non è privo di insidie. La rotta tunisina, fondamentale nel 2025, è ora impraticabile: cinque attivisti del Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti definiscono un attacco politico. C’è poi l’incognita militare: come successo in passato, le navi potrebbero essere bersagliate da droni israeliani.
Ma i solidali non sembrano farsi scoraggiare. Anzi, ribadiscono: se i combattimenti sono fermi, allora qualsiasi blocco dovrebbe essere in ogni caso nullo, e contro il diritto internazionale. È così che si vuole rompere innanzitutto la falsa narrazione di una Gaza che il Board of Peace sarebbe in procinto di ricostruzione.
“Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione – ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza, una delle sigle dietro la Sumud – vogliamo dare una mano, portando medici, educatori, psicologi, ingegneri ed eco-costruttori”.
Nella Striscia, in realtà, Israele continua a uccidere (sono oltre 700 i morti nei sei mesi di “pace” passati dal cessate il fuoco di ottobre 2025), mentre il Board of Peace deve fare i conti con il nodo principale: Hamas non intende consegnare le armi, a meno che non venga garantita l’effettiva autodeterminazione del popolo palestinese, partendo innanzitutto dal ritiro completo di Israele dalla Striscia.
Ciò è stato confermato anche dalle indiscrezioni trapelate dopo la visita di un alto funzionario dell’organizzazione palestinese, Khalil al Hayya, al Cairo, il 2 aprile, per discutere coi mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La situazione si trova perciò in uno stallo obbligato da Israele, che ha come obiettivo quello di prendersi tutta la Palestina – e oltre – e non può di certo permettere la nascita di uno stato palestinese.
Da parte nostra, da parte dei solidali in Italia e negli altri paesi occidentali, dopo che le cittadelle imperialiste hanno provato a far calare una coltre di silenzio sul genocidio dei palestinesi, e stanno implementando un po’ ovunque misure per criminalizzare l’antisionismo, è necessario rialzare la voce, il sostegno e far rivivere lo spirito e le piazze dell’autunno passato.
Fonte
Gli organizzatori promettono una flotta molto più imponente della precedente. Circa 80 navi e mille attivisti proveniente da oltre 100 paesi puntarenno verso la Striscia, con tre obiettivi in mente: innanzitutto quello politico di rompere ancora una volta l’assedio israeliano e mostrare l’ipocrisia del cessate il fuoco; portare aiuti; aprire un corridoio umanitario permanente.
Accanto alle sigle storiche di questo tipo di missione (Freedom Flotilla Coalition, Thousand Madleens, e così via) ci sarà anche il supporto della nave di ricerca e soccorso Open Arms. Contemporaneamente, un convoglio via terra composto da circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania. Thiago Ávila, attivista protagonista della precedente Sumud Flotilla e anche del Nuestra América Convoy, è arrivato a Barcellona qualche giorno fa.
Il percorso non è privo di insidie. La rotta tunisina, fondamentale nel 2025, è ora impraticabile: cinque attivisti del Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio, in quello che molti definiscono un attacco politico. C’è poi l’incognita militare: come successo in passato, le navi potrebbero essere bersagliate da droni israeliani.
Ma i solidali non sembrano farsi scoraggiare. Anzi, ribadiscono: se i combattimenti sono fermi, allora qualsiasi blocco dovrebbe essere in ogni caso nullo, e contro il diritto internazionale. È così che si vuole rompere innanzitutto la falsa narrazione di una Gaza che il Board of Peace sarebbe in procinto di ricostruzione.
“Visto che sentiamo ripetere che è iniziata la fase della ricostruzione – ha dichiarato Maria Elena Delia, portavoce italiana del Global Movement to Gaza, una delle sigle dietro la Sumud – vogliamo dare una mano, portando medici, educatori, psicologi, ingegneri ed eco-costruttori”.
Nella Striscia, in realtà, Israele continua a uccidere (sono oltre 700 i morti nei sei mesi di “pace” passati dal cessate il fuoco di ottobre 2025), mentre il Board of Peace deve fare i conti con il nodo principale: Hamas non intende consegnare le armi, a meno che non venga garantita l’effettiva autodeterminazione del popolo palestinese, partendo innanzitutto dal ritiro completo di Israele dalla Striscia.
Ciò è stato confermato anche dalle indiscrezioni trapelate dopo la visita di un alto funzionario dell’organizzazione palestinese, Khalil al Hayya, al Cairo, il 2 aprile, per discutere coi mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La situazione si trova perciò in uno stallo obbligato da Israele, che ha come obiettivo quello di prendersi tutta la Palestina – e oltre – e non può di certo permettere la nascita di uno stato palestinese.
Da parte nostra, da parte dei solidali in Italia e negli altri paesi occidentali, dopo che le cittadelle imperialiste hanno provato a far calare una coltre di silenzio sul genocidio dei palestinesi, e stanno implementando un po’ ovunque misure per criminalizzare l’antisionismo, è necessario rialzare la voce, il sostegno e far rivivere lo spirito e le piazze dell’autunno passato.
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23/10/2025
I pm di Roma indagano sull’assalto alla Flotilla
Poco alla volta, il fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla Global Sumud Flotilla comincia a prendere forma. Al primo esposto, presentato all’inizio del mese dal team legale della missione e che arriva fino al momento dell’intervento israeliano, si è aggiunto ieri quello firmato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini per conto di Antonio La Piccirella, che pure faceva parte dell’equipaggio delle 45 navi che hanno provato a rompere il blocco davanti alla Striscia di Gaza.
Nelle diciassette pagine firmate da Rossi Albertini, il focus è su quello che è accaduto dopo lo stop alle imbarcazioni, cioè sul trattamento riservato agli attivisti nel porto di Ashdod e nella prigione di Ketziot.
Per il legale, quanto avvenuto da quelle parti si configura come «una completa violazione dei diritti umani» dal momento che «i militari, armati, hanno identificato gli attivisti, circa 300, poi li hanno privati di tutti gli effetti personali, dopodiché li hanno perquisiti imprimendo una gratuita violenza fisica, motivo per cui ad alcuni è stato rotto un braccio».
I soldati di Tel Aviv, inoltre, «hanno ammanettato gli attivisti» con le mani «dietro la schiena con delle fascette di plastica molto strette e hanno obbligato gli stessi a stare piegati, faccia a terra» per poi portarli «verso un piazzale assolato», «costringendo gli equipaggi a stare in ginocchio con i bagagli dietro le spalle e a guardare sempre in basso, impedendogli di muoversi e di parlare, dando dei colpi sulla testa a chi si rifiutava».
I militari, prosegue la denuncia, hanno anche «colto ogni minima occasione per umiliare gli attivisti», tra i quali c’era anche Greta Thunberg, che «è stata picchiata, trascinata a terra per i capelli, costretta a baciare la bandiera israeliana e poi avvolta nella stessa ed esibita come un trofeo, infliggendo gratuite e sadiche vessazioni».
All’arrivo in carcere, La Piccirella, che si è rifiutato di sottoscrivere un documento preparato dall’Ufficio immigrazione israeliano in cui sostanzialmente si accettava come lecito quanto subito, sarebbe stato portato insieme ad altre undici persone in una stanza con «solo sei letti» e «durante la prima notte è stato privato del sonno e sottoposto a pratiche di deprivazioni sensoriali».
Alle 3 della stessa notte, all’attivista sarebbe stato nuovamente proposto di firmare il documento, ma lui ha rifiutato perché farlo sarebbe stato «una legittimazione a posteriori dei gravi reati di cui era stato vittima». È così che, oltre al sequestro di persona, «nelle gratuite e dolorose vessazioni ed umiliazioni fisiche e morali» si configurerebbe il reato di tortura.
Da qui la richiesta ai pm di Roma di indagare per poi chiedere al ministero della Giustizia di procedere sulla base dell’articolo 8 del codice penale, quello che riguarda i delitti politici commessi all’estero. Che – e questo è un dettaglio per nulla scontato – possono essere puniti solo e soltanto dietro richiesta ministeriale.
Rossi Albertini, comunque, in aggiunta a questo evoca anche il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale, secondo il quale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».
Qui il dito è puntato contro il governo, soprattutto per il caso della nave Alpino della marina militare, che ha scortato la Flotilla fino a 150 miglia nautiche dalle coste di Gaza e poi si è ritirata, lasciando di fatto campo libero agli israeliani, che sono intervenuti in acque internazionali, dove ogni nave che batte bandiera italiana è da considerare a tutti gli effetti territorio italiano. Dunque la presa degli attivisti andrebbe considerata come un rapimento e la requisizione delle loro barche come una rapina a mano armata.
La questione giurisdizionale resta in ogni caso complessa: il diritto penale italiano si mischia con quello internazionali e con le convenzioni marittime: la definizione del caso – che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha affidato al pool di magistrati che si occupa di terrorismo – non è tanto difficile sul piano fattuale, quanto su quello del diritto.
In sostanza il problema non è «cosa» indagare, ma come farlo. Ad ogni modo (e in aiuto), a strettissimo giro di posta, dal team legale della Flotilla arriveranno decine di integrazioni al primo esposto. Nei giorni scorsi gli attivisti hanno incontrato i vari avvocati coinvolti per mettere nero su bianco la loro versione dei fatti, dal momento del blitz israeliano fino al rimpatrio forzato.
Il fascicolo appare destinato a crescere di volume e l’indagine a salire di tono. È uno di quei casi, non molto consueti, in cui la questione giudiziaria si sovrappone alla perfezione alla questione politica.
Fonte
Nelle diciassette pagine firmate da Rossi Albertini, il focus è su quello che è accaduto dopo lo stop alle imbarcazioni, cioè sul trattamento riservato agli attivisti nel porto di Ashdod e nella prigione di Ketziot.
Per il legale, quanto avvenuto da quelle parti si configura come «una completa violazione dei diritti umani» dal momento che «i militari, armati, hanno identificato gli attivisti, circa 300, poi li hanno privati di tutti gli effetti personali, dopodiché li hanno perquisiti imprimendo una gratuita violenza fisica, motivo per cui ad alcuni è stato rotto un braccio».
I soldati di Tel Aviv, inoltre, «hanno ammanettato gli attivisti» con le mani «dietro la schiena con delle fascette di plastica molto strette e hanno obbligato gli stessi a stare piegati, faccia a terra» per poi portarli «verso un piazzale assolato», «costringendo gli equipaggi a stare in ginocchio con i bagagli dietro le spalle e a guardare sempre in basso, impedendogli di muoversi e di parlare, dando dei colpi sulla testa a chi si rifiutava».
I militari, prosegue la denuncia, hanno anche «colto ogni minima occasione per umiliare gli attivisti», tra i quali c’era anche Greta Thunberg, che «è stata picchiata, trascinata a terra per i capelli, costretta a baciare la bandiera israeliana e poi avvolta nella stessa ed esibita come un trofeo, infliggendo gratuite e sadiche vessazioni».
All’arrivo in carcere, La Piccirella, che si è rifiutato di sottoscrivere un documento preparato dall’Ufficio immigrazione israeliano in cui sostanzialmente si accettava come lecito quanto subito, sarebbe stato portato insieme ad altre undici persone in una stanza con «solo sei letti» e «durante la prima notte è stato privato del sonno e sottoposto a pratiche di deprivazioni sensoriali».
Alle 3 della stessa notte, all’attivista sarebbe stato nuovamente proposto di firmare il documento, ma lui ha rifiutato perché farlo sarebbe stato «una legittimazione a posteriori dei gravi reati di cui era stato vittima». È così che, oltre al sequestro di persona, «nelle gratuite e dolorose vessazioni ed umiliazioni fisiche e morali» si configurerebbe il reato di tortura.
Da qui la richiesta ai pm di Roma di indagare per poi chiedere al ministero della Giustizia di procedere sulla base dell’articolo 8 del codice penale, quello che riguarda i delitti politici commessi all’estero. Che – e questo è un dettaglio per nulla scontato – possono essere puniti solo e soltanto dietro richiesta ministeriale.
Rossi Albertini, comunque, in aggiunta a questo evoca anche il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale, secondo il quale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».
Qui il dito è puntato contro il governo, soprattutto per il caso della nave Alpino della marina militare, che ha scortato la Flotilla fino a 150 miglia nautiche dalle coste di Gaza e poi si è ritirata, lasciando di fatto campo libero agli israeliani, che sono intervenuti in acque internazionali, dove ogni nave che batte bandiera italiana è da considerare a tutti gli effetti territorio italiano. Dunque la presa degli attivisti andrebbe considerata come un rapimento e la requisizione delle loro barche come una rapina a mano armata.
La questione giurisdizionale resta in ogni caso complessa: il diritto penale italiano si mischia con quello internazionali e con le convenzioni marittime: la definizione del caso – che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha affidato al pool di magistrati che si occupa di terrorismo – non è tanto difficile sul piano fattuale, quanto su quello del diritto.
In sostanza il problema non è «cosa» indagare, ma come farlo. Ad ogni modo (e in aiuto), a strettissimo giro di posta, dal team legale della Flotilla arriveranno decine di integrazioni al primo esposto. Nei giorni scorsi gli attivisti hanno incontrato i vari avvocati coinvolti per mettere nero su bianco la loro versione dei fatti, dal momento del blitz israeliano fino al rimpatrio forzato.
Il fascicolo appare destinato a crescere di volume e l’indagine a salire di tono. È uno di quei casi, non molto consueti, in cui la questione giudiziaria si sovrappone alla perfezione alla questione politica.
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