Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “Israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, scolasticidio ecc..
A questo parzialissimo elenco è doveroso aggiungere la violenza sessuale, vera e propria arma usata dal colonialismo, e non da oggi. La tortura, che prende forma nella violenza sessuale, non è un abuso incidentale, un errore di percorso, è uno strumento deliberato di pulizia etnica e di controllo.
Nonostante sia ovvio, corre l’obbligo di sottolineare il comportamento “dell’unica democrazia del Medio Oriente”: impunità assoluta per coloro che compiono gli abusi sessuali sulle donne palestinesi in stato di detenzione.
È in corso una vera e propria aggressione sessuale israeliana contro bambini ed uomini palestinesi, aggressione che si accentua verso le donne palestinesi. Una violenza che è del tutto funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.
La violenza sessuale assume un ruolo centrale nel progetto sionista contro il popolo palestinese. I piani coloniali vanno avanti anche, e non solo – ci mancherebbe – grazie alla violenza sessuale. Tutto questo molto, ma molto prima del famoso 7 ottobre 2023.
La violenza sessuale è una costante alla base dello sfollamento della popolazione palestinese e dell’oppressione coloniale. Quanto leggiamo in Io ero la numero 5, introdotto da Suad Ghanem, che abbiamo apprezzato tantissimo nel suo Il racconto di Suad, è la dimostrazione ulteriore che i palestinesi – in questo caso le donne – non sono, e non vogliono essere, un soggetto passivo, un numero da statistica. La denuncia di quanto subiscono diviene resistenza, le vittime diventano protagonisti attivi.
Nelle storie qui testimoniate la tortura sistematica perpetuata dagli occupanti colpisce due volte: in quanto tale e in quanto riversata sui corpi delle donne. Il ruolo fondamentale delle donne nella resistenza è stato sottolineato in tanti testi, e in questa raccolta vi si trova conferma.
Le donne lottano non solo contro il patriarcato insito nella società in cui vivono, contro la violenza di genere, ma anche contro la potenza occupante. Potenza occupante che in questo caso, come in molti altri, non tiene assolutamente in considerazione il diritto internazionale umanitario secondo il quale le donne devono essere oggetto di particolare protezione da stupro e prostituzione forzata, e alle donne incinte deve essere fornita speciale assistenza.
Le donne vengono invece sottoposte a torture, trattamenti inumani e degradanti (videocamere all’ingresso del bagno, uso di linguaggio offensivo come modalità per terrorizzare ulteriormente), subiscono gravi abusi ed intimidazioni, denudate, numerate e sottoposte a perquisizioni corporali con la grave violazione della dignità umana.
Altro elemento che emerge da quanto riportato in questo libro, è il tentativo degli occupanti di creare un clima di divisione, e conseguente contrapposizione, tra le detenute di Gaza da quelle arabo/palestinesi. Come non sottolineare che le donne palestinesi usano tranquillamente la parola genocidio, quella parola che in molti stentano ancora ad usare; che le donne palestinesi prigioniere nelle carceri israeliane manifestano un bisogno urgente di sostegno psicologico e arrivano a ritenere il martirio un sollievo?
In questo contesto assume grande valore quanto le donne raccontano, perché le loro parole diventano resistenza e accusa politica. Resistere per esistere e non essere cancellate. Quanto avviene non può essere addebitato ad una manciata di soldati, e noi tutti, solidali con chi ha avuto il coraggio di testimoniare le violenze subite da parte dei carcerieri, ci dobbiamo dare un compito: denunciare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e proteggono questi crimini.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/09/2026
“Io ero la numero 5”
09/06/2026
Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?
Molti stanno leggendo con orrore e incredulità l’articolo di Nicholas Kristof (1) pubblicato sul New York Times, intitolato “Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi”. È davvero possibile che numerosi prigionieri palestinesi detenuti nelle strutture dell’IDF siano stati sottoposti ad abusi sessuali con l’ausilio di cani? Sembra una storia inventata, proprio come l’accusa secondo cui Israele avrebbe prelevato organi dai palestinesi deceduti senza il consenso delle loro famiglie, per poi cercare di insabbiare il tutto (*).
Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
Il caso dell’autobus 300
Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.
Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:
Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.
Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.
Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.
Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.
L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).
Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.
In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.
Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”
Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.
Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.
L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.
Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.
Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.
Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.
Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.
(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)
Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?
Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.
“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.
Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.
A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”
Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)
Così va la vita
L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.
Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.
Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.
Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.
Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.
Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.
Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.
Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.
Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.
I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.
Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.
Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»
Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.
Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.
Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.
Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.
Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».
La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»
Note
Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.
** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.
1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.
Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.
Fonte
Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
Il caso dell’autobus 300
Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.
Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:
Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.
Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.
Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.
Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.
L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).
Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.
In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.
Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”
Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.
Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.
L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.
Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.
Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.
Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.
Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.
(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)
Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?
Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.
“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.
Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.
A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”
Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)
Così va la vita
L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.
Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.
Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.
Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.
Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.
Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.
Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.
Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.
Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.
I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.
Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.
Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»
Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.
Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.
Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.
Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.
Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».
La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»
Note
Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.
** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.
1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.
Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.
Fonte
22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
Attualmente, funzionari occidentali e israeliani agitano il dito con finta indignazione contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, per essersi vantato pubblicamente dei maltrattamenti inflitti agli attivisti di una flottiglia che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza.
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
16/05/2026
Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi
Questo è stato un articolo difficile da scrivere ed è un articolo difficile da leggere, ma spero che lo farete. Ho riferito in Cisgiordania di stupro e altre violenze sessuali di prigionieri palestinesi maschi e femmine da parte delle autorità israeliane, e trovo che sia diffusa. Come mi ha detto un avvocato israeliano, le autorità concedono “il permesso di stupro”. (Le autorità israeliane lo negano). L’articolo è ora pubblicato.
Le vittime dell’aggressione sono state avvertite di non parlare di ciò che hanno sopportato – a volte è stato detto loro che sarebbero state uccise o stuprate se avessero rilasciato interviste – ma lo hanno fatto con riluttanza. Sono molto grato a loro per il loro coraggio.
Un uomo ha descritto di essere stato stuprato tre volte in un solo giorno nella prigione israeliana, la terza volta dopo aver tentato di protestare. Una giovane donna ha detto che le guardie sarebbero entrate all’inizio di ogni turno, l'avrebbero spogliata e abusato di lei. Un altro ha riferito che le sono state mostrate foto di se stessa stuprata e ha avvertito che sarebbero state rilasciate a meno che lei non avesse collaborato con l’intelligence.
La risposta dell’Ambasciata Israeliana negli USA:
Nota della Redazione di Contropiano.
Ci sono molte espressioni nella lingua italiana, anche e soprattutto dialettali, per commentare una simile dichiarazione. Nessuno di esse è all’altezza di quel che si prova, neanche quelle che augurano a chi l’ha scritta le peggiori cose possibili.
L’umanità cancellerà questo abisso di infamia suprematista e razzista dalla sua storia. Come e quando non sappiamo. Ma se vuol sopravvivere, l’umanità lo farà sicuramente.
Le vittime dell’aggressione sono state avvertite di non parlare di ciò che hanno sopportato – a volte è stato detto loro che sarebbero state uccise o stuprate se avessero rilasciato interviste – ma lo hanno fatto con riluttanza. Sono molto grato a loro per il loro coraggio.
Un uomo ha descritto di essere stato stuprato tre volte in un solo giorno nella prigione israeliana, la terza volta dopo aver tentato di protestare. Una giovane donna ha detto che le guardie sarebbero entrate all’inizio di ogni turno, l'avrebbero spogliata e abusato di lei. Un altro ha riferito che le sono state mostrate foto di se stessa stuprata e ha avvertito che sarebbero state rilasciate a meno che lei non avesse collaborato con l’intelligence.
La risposta dell’Ambasciata Israeliana negli USA:
“Oggi, il The New York Times ha scelto di pubblicare una delle peggiori diffamazione di sangue mai apparse sulla stampa moderna.
In un’insondabile inversione della realtà, e attraverso un flusso infinito di bugie infondate, il propagandista Nicholas Kristof trasforma la vittima nell’imputato Israele – i cui cittadini sono stati vittime dei più orribili crimini sessuali commessi da Hamas il 7 ottobre, e i cui ostaggi sono stati poi sottoposti a ulteriori abusi sessuali – viene ritratto come il colpevole.
Questa pubblicazione non è un caso. Fa parte di una falsa e ben orchestrata campagna anti-Israele volta a inserire Israele nella lista nera del Segretario generale delle Nazioni Unite.
Israele combatterà queste menzogne con la verità – e la verità prevarrà.”
Nota della Redazione di Contropiano.
Ci sono molte espressioni nella lingua italiana, anche e soprattutto dialettali, per commentare una simile dichiarazione. Nessuno di esse è all’altezza di quel che si prova, neanche quelle che augurano a chi l’ha scritta le peggiori cose possibili.
L’umanità cancellerà questo abisso di infamia suprematista e razzista dalla sua storia. Come e quando non sappiamo. Ma se vuol sopravvivere, l’umanità lo farà sicuramente.
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È una proposta semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto mediorientale, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro.
I sostenitori di Israele hanno sottolineato questo punto dopo le brutali aggressioni sessuali contro donne israeliane durante l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Donald Trump, Joe Biden, Benjamin Netanyahu e molti senatori statunitensi, tra cui Marco Rubio, hanno condannato quella violenza sessuale, e Netanyahu ha giustamente invitato “tutti i leader civili” a “parlare”.
Eppure, in interviste strazianti, i palestinesi mi hanno raccontato di un diffuso pattern di violenza sessuale israeliana contro uomini, donne e persino bambini – da parte di soldati, coloni, interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna) e, soprattutto, guardie carcerarie.
Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino stupri. Ma negli anni hanno costruito un apparato di sicurezza in cui la violenza sessuale è diventata – come ha affermato un rapporto delle Nazioni Unite l’anno scorso – una delle “procedure operative standard” di Israele e “un elemento importante nei maltrattamenti dei palestinesi“.
Un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Euro-Med Human Rights Monitor, un gruppo di advocacy con sede a Ginevra spesso critico verso Israele, conclude che Israele impiega “violenza sessuale sistematica” che è “ampiamente praticata come parte di una politica statale organizzata“.
Che aspetto ha questa procedura operativa standard? Sami al-Sai, 46 anni, giornalista freelance, racconta che mentre veniva portato in una cella dopo la sua detenzione nel 2024, un gruppo di guardie lo gettò a terra.
“Mi stavano tutti colpendo, e uno mi mise un piede sulla testa e sul collo“, ha detto. “Qualcuno mi abbassò i pantaloni. Mi abbassarono le mutande“. E poi una delle guardie tirò fuori un bastone di gomma usato per picchiare i prigionieri.
“Cercavano di forzarmelo nel retto, e io mi irrigidivo per impedirlo, ma non ci riuscivo“, ha detto, parlando con crescente ansia. “Faceva così male“. Le guardie lo deridevano, ha detto. “Poi ho sentito qualcuno dire: ‘Date a me le carote’“, ha ricordato, aggiungendo che poi hanno usato una carota. “Era estremamente doloroso“, ha detto. “Pregavo di morire“.
Al-Sai era bendato, ha detto, e ha sentito qualcuno dire in ebraico, che lui capisce, “non fare foto“. Questo gli ha suggerito che qualcuno aveva tirato fuori una macchina fotografica. Una delle guardie era una donna che, ha detto, lo afferrò per il pene e i testicoli, scherzando “questi sono miei“, e poi strinse finché lui non urlò dal dolore.
Le guardie lo lasciarono ammanettato a terra, e lui sentì odore di fumo di sigaretta. “Capii che era la loro pausa sigaretta“, ha detto.
Dopo essere stato scaricato nella sua cella, concluse che il punto in cui era stato stuprato era già stato usato in precedenza, perché trovò sulla sua pelle vomito, sangue e denti rotti di altre persone.
Al-Sai ha detto che gli era stato chiesto di diventare informatore per i servizi segreti israeliani, e crede che lo scopo del suo arresto e della sua prigionia nell’ambito del sistema di detenzione amministrativa fosse quello di fare pressione su di lui affinché accettasse. Poiché era orgoglioso della sua professionalità giornalistica, ha detto, ha rifiutato.
Ho passato una carriera a coprire guerre, genocidi e atrocità tra cui lo stupro, a volte in luoghi dove la scala della violenza sessuale è di gran lunga maggiore di qualsiasi cosa commessa dai militanti di Hamas o dalle guardie o dai coloni israeliani. Nel conflitto del Tigray in Etiopia pochi anni fa, potrebbero essere state violentate 100.000 donne. Gli stupri di massa stanno ora avvenendo in Sudan.
Eppure, le nostre tasche americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano, quindi questa è una violenza sessuale di cui gli Stati Uniti sono complici.
Mi sono interessato a fare reportage sulle aggressioni sessuali contro prigionieri palestinesi dopo che Issa Amro, un attivista nonviolento talvolta chiamato “il Gandhi palestinese”, mi aveva detto durante una mia precedente visita di essere stato aggredito sessualmente da soldati israeliani e che riteneva che questa fosse una pratica comune ma sottostimata a causa della vergogna.
Secondo una stima, Israele ha detenuto 20.000 persone solo in Cisgiordania dagli attacchi del 7 ottobre, e più di 9.000 palestinesi erano ancora detenuti a questo mese. Molti non sono stati accusati, ma sono stati detenuti per vaghi motivi di sicurezza, e dal 2023, alla maggior parte è stato negato l’accesso della Croce Rossa e degli avvocati.
“Le forze israeliane impiegano sistematicamente stupro e tortura sessuale per umiliare le detenute palestinesi“, dice il rapporto dell’Euro-Med. Cita una donna di 42 anni che ha detto di essere stata incatenata nuda a un tavolo di metallo mentre soldati israeliani facevano sesso con lei per due giorni mentre altri soldati filmavano le aggressioni. Successivamente, ha detto, le sono state mostrate le foto mentre veniva stuprata e le è stato detto che sarebbero state pubblicate se non avesse collaborato con i servizi segreti israeliani.
È impossibile sapere quanto siano comuni le aggressioni sessuali contro i palestinesi. Il mio reportage per questo articolo si basa su conversazioni con 14 uomini e donne che hanno dichiarato di essere stati aggrediti sessualmente da coloni israeliani o membri delle forze di sicurezza. Ho parlato anche con familiari, investigatori, funzionari e altri.
Ho trovato queste vittime chiedendo in giro tra avvocati, gruppi per i diritti umani, operatori umanitari e gli stessi palestinesi comuni. In molti casi è stato possibile corroborare in parte le storie delle vittime parlando con testimoni o, più comunemente, con coloro a cui le vittime si erano confidate, come familiari, avvocati e assistenti sociali; in altri casi non è stato possibile, forse perché la vergogna ha reso le persone riluttanti a riconoscere l’abuso persino ai propri cari.
Save the Children ha commissionato l’anno scorso un’indagine su bambini di età compresa tra 12 e 17 anni che erano stati in detenzione israeliana; più della metà ha riferito di aver assistito o vissuto violenza sessuale. Save the Children ha detto che la cifra reale è probabilmente più alta perché lo stigma ha reso alcuni riluttanti ad ammettere ciò che era loro accaduto.
Il Committee to Protect Journalists, una rispettata organizzazione americana, ha intervistato 59 giornalisti palestinesi che erano stati rilasciati dalle autorità israeliane dopo gli attacchi del 7 ottobre. Il 3% ha detto di essere stato stuprato, e il 29% ha detto di aver subito altre forme di violenza sessuale.
Il governo israeliano respinge le accuse di abusi sessuali sui palestinesi, proprio come Hamas ha negato di aver violentato donne israeliane. Israele ha accolto un rapporto delle Nazioni Unite che documentava le aggressioni sessuali contro donne israeliane da parte dei palestinesi, ma ha respinto la richiesta del rapporto di indagare sulle aggressioni israeliane contro i palestinesi. Netanyahu ha denunciato “accuse infondate di violenza sessuale” mosse contro Israele.
Il Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano ha declinato di commentare per questo articolo. Il servizio carcerario “respinge categoricamente le accuse” di abusi sessuali, ha detto un portavoce che ha chiesto l’anonimato, aggiungendo che i reclami sono “esaminati dalle autorità competenti“. Il portavoce ha rifiutato di dire se un membro dello staff carcerario sia mai stato licenziato o perseguito per aggressioni sessuali.
I palestinesi che ho intervistato hanno raccontato vari tipi di abusi oltre allo stupro. Molti hanno riferito di aver subito frequenti strattoni ai genitali o colpi ai testicoli. I rilevatori di metallo portatili venivano usati per sondare tra le gambe nude degli uomini e poi schiacciati contro i loro genitali; alcuni uomini hanno dovuto farsi amputare i testicoli dai medici dopo le percosse, secondo il monitor di Euro-Med.
Una ragione per cui questi abusi non ricevono maggiore attenzione sono le minacce delle autorità israeliane, che periodicamente avvertono i prigionieri al momento del rilascio di tacere, secondo palestinesi che sono stati liberati.
Un’altra ragione, mi hanno detto i sopravvissuti palestinesi, è che la società araba scoraggia la discussione dell’argomento per paura di danneggiare il morale delle famiglie dei prigionieri e minare la narrativa palestinese di detenuti fieri ed eroici.
Le norme sociali conservatrici inibiscono anche la discussione: due vittime mi hanno detto che un prigioniero che ammette di essere stato stuprato danneggerebbe la possibilità delle sue sorelle e figlie di trovare marito.
Un agricoltore inizialmente ha acconsentito a far usare il suo nome in questo articolo. Rilasciato all’inizio di quest’anno dopo mesi di detenzione amministrativa – senza alcuna accusa formale – ha raccontato ciò che secondo lui è accaduto un giorno dell’anno scorso: una mezza dozzina di guardie lo immobilizzarono tenendolo per braccia e gambe mentre gli abbassavano pantaloni e mutande e gli inserivano un bastone di metallo nell’ano. Gli stupratori ridevano e facevano il tifo, ha detto.
Diverse ore dopo, ha detto, svenne e fu portato all’infermeria della prigione. Dopo essersi ripreso, ha detto, fu stuprato di nuovo, ancora con il bastone di metallo.
“Sanguinavo“, ha ricordato. “Sono crollato completamente. Stavo piangendo“.
Dopo essere stato riportato in cella, ha detto, chiese a una guardia carta e penna per scrivere un reclamo sulle aggressioni. La richiesta fu negata. E quella sera, un gruppo di guardie venne in cella.
“Chi è quello che vuole presentare un reclamo?“, sbeffeggiò una guardia, ha detto, e un’altra guardia lo indicò. “Le botte iniziarono immediatamente“, ha ricordato. E poi lo stuprarono con il bastone per la terza volta quel giorno, ha detto.
Ricorda che uno disse: “Ora hai ancora più cose da mettere nel tuo reclamo“.
Alcuni giorni dopo che lo intervistai, l’agricoltore chiamò per dire che non voleva più che il suo nome fosse usato. Era stato appena visitato dallo Shin Bet e avvertito di non causare problemi, e temeva anche che la sua famiglia avrebbe reagito male all’attenzione.
“L’abuso sessuale dilagante dei prigionieri palestinesi è una realtà; è stato normalizzato“, ha detto Sari Bashi, un’avvocata israelo-americana per i diritti umani che è direttrice esecutiva del Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele. “Non vedo prove che sia stato ordinato. Ma ci sono prove persistenti che le autorità sappiano che sta accadendo e non lo stiano fermando“.
Un altro avvocato israeliano, Ben Marmarelli, mi ha detto che, basandosi sulle esperienze dei detenuti palestinesi che ha rappresentato, lo stupro di prigionieri palestinesi con oggetti “sta avvenendo a tutti i livelli“.
Bashi ha detto che la sua organizzazione ha presentato centinaia di denunce che descrivono abusi orribili contro detenuti palestinesi – e non in un singolo caso queste hanno portato a accuse formali. L’impunità, ha detto, crea un “via libera” per gli abusatori.
Un prigioniero palestinese di Gaza sarebbe stato ricoverato in ospedale nel luglio 2024 con una lacerazione al retto, costole incrinate e un polmone perforato. Gli investigatori hanno ottenuto un video della prigione che presumibilmente mostra l’abuso.
Le autorità hanno arrestato nove soldati di riserva – ma la destra israeliana è esplosa di indignazione, con una folla di manifestanti furiosi, tra cui politici, che hanno fatto irruzione nella prigione per mostrare sostegno alle guardie. Le ultime accuse contro i soldati sono state ritirate a marzo, e il mese scorso i militari hanno approvato il ritorno in servizio dei soldati.
Netanyahu ha salutato il ritiro delle accuse come la fine di una “lega di sangue“. “Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici – non ai suoi eroici combattenti“, ha detto.
Bashi ha descritto l’esito in questo modo: “Direi che ritirare le accuse – questo è dare il permesso di stuprare“.
Quel prigioniero, che in seguito avrebbe avuto bisogno di una sacca per stomia per raccogliere i suoi rifiuti, è stato rispedito a Gaza, e un suo conoscente ha detto che ha passato mesi in ospedale a riprendersi dalle lesioni interne. Il conoscente ha detto che l’ex prigioniero ha rifiutato di essere intervistato.
I procedimenti giudiziari e l’attenzione pubblica possono frenare tale violenza. Nel 1997, agenti di polizia di New York violentarono un immigrato haitiano, Abner Louima, con un bastone in modo così brutale che dovette essere ricoverato e sottoposto a interventi chirurgici. I newyorkesi erano indignati, il sindaco Rudy Giuliani visitò Louima in ospedale e gli agenti di polizia furono perseguiti in un caso storico. Ciò ha inviato un messaggio potente in tutta la polizia: coloro che aggrediscono i detenuti possono essere puniti. E questo è il messaggio che deve essere inviato in tutte le forze di sicurezza israeliane.
Se l’amministrazione Trump insistesse per la ripresa delle visite della Croce Rossa ai prigionieri, se l’ambasciatore americano visitasse i sopravvissuti allo stupro con le telecamere al seguito, se condizionassimo il trasferimento di armi alla fine delle aggressioni sessuali, potremmo inviare un messaggio morale e pratico che la violenza sessuale è inaccettabile indipendentemente dall’identità della vittima. Per cominciare, l’ambasciatore potrebbe assicurarsi che quei palestinesi che hanno osato parlare per questo articolo non vengano nuovamente brutalizzati per il loro coraggio.
Come avviene questo tipo di violenza? Decenni di copertura dei conflitti mi hanno insegnato che una combinazione di disumanizzazione e impunità può spingere le persone in uno stato di natura hobbesiano. Ho incontrato questa deriva verso la barbarie in campi di sterminio dal Congo al Sudan al Myanmar, e penso che spieghi anche approssimativamente come i soldati americani siano arrivati ad abusare sessualmente dei prigionieri ad Abu Ghraib in Iraq.
La dura realtà è che quando non ci sono conseguenze, noi umani siamo capaci di una profonda depravazione verso coloro che ci viene insegnato a disprezzare come subumani.
Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha definito i detenuti “feccia” e “nazisti” e si è vantato di aver reso le condizioni carcerarie più dure per i palestinesi. Quando prevalgono tali atteggiamenti, l’abuso sessuale può diventare uno strumento in più per infliggere dolore e umiliazione ai palestinesi.
Ben-Gvir ha declinato, tramite una portavoce, di commentare le aggressioni sessuali da parte dei servizi di sicurezza.
B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha documentato “un grave pattern di violenza sessuale” verso i palestinesi. Ha citato il racconto di un prigioniero di Gaza, Tamer Qarmut, che ha detto di essere stato stuprato con un bastone. La tortura, ha detto B’Tselem, “è diventata una norma accettata“.
Un ex ufficiale israeliano in un’infermeria carceraria ha descritto in una testimonianza al gruppo israeliano Breaking the Silence cosa significhi nella pratica questo tipo di accettazione: “Vedi persone normali, piuttosto ordinarie, che arrivano a un punto in cui abusano delle persone per il proprio divertimento, nemmeno per un interrogatorio o altro. Per divertimento, per avere qualcosa da raccontare ai ragazzi, o per vendetta“.
La maggior parte degli stupri e altre violenze sessuali sono state dirette contro uomini, se non altro perché i prigionieri palestinesi sono per oltre il 90% maschi. Ma ho parlato con una donna palestinese che è stata arrestata all’età di 23 anni dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Ha detto che i soldati che l’hanno arrestata hanno minacciato di violentare lei, sua madre e la sua giovane nipote. Il suo calvario carcerario è iniziato con una perquisizione a corpo nudo condotta da guardie femminili, “ma poi è entrato un soldato maschio, quando ero completamente nuda“, ha aggiunto.
Nei giorni successivi, ha detto, è stata ripetutamente denudata, picchiata e perquisita da squadre di guardie sia maschili che femminili. Lo schema era sempre lo stesso: diverse guardie, uomini e donne insieme, venivano nella sua cella, la spogliavano forzatamente, le ammanettavano le mani dietro la schiena e la piegavano in avanti dalla vita, a volte spingendole la testa nel water. In questa posizione, veniva picchiata e palpeggiata dappertutto, ha detto.
“Avevano le mani su tutto il mio corpo“, ha detto. “Ad essere onesta, non so se mi hanno violentata“, ha detto, perché a volte perdeva conoscenza a causa delle percosse.
Lo scopo dell’abuso era duplice, pensa: schiacciare il suo spirito e anche permettere agli uomini israeliani di molestare una donna palestinese nuda con impunità.
“Venni denudata e picchiata diverse volte al giorno“, ha detto. “Era come se mi presentassero a tutti coloro che lavoravano lì. All’inizio di ogni turno, portavano i ragazzi per spogliarmi“.
Quando stava per essere rilasciata dal carcere, ha detto, fu convocata in una stanza con sei funzionari e ricevette un severo avvertimento di non rilasciare mai interviste.
“Minacciarono che se avessi parlato, mi avrebbero violentata, uccisa e ucciso mio padre“, ha detto. Non sorprende che abbia rifiutato di essere nominata in questo articolo.
Alcuni dei peggiori abusi sessuali sembrano essere stati diretti contro prigionieri di Gaza. Un giornalista di Gaza mi ha raccontato la sua versione degli abusi che ha subito dopo essere stato detenuto nel 2024.
“Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali“, ha detto. “Non tutti sono stati violentati, direi, ma tutti hanno subito aggressioni sessuali umilianti e sporche“. In un’occasione, ha detto, le guardie gli hanno legato con fascette i testicoli e il pene per ore mentre colpivano i suoi genitali. Nei giorni successivi, ha detto, ha urinato sangue.
In un’occasione, ha detto, è stato bloccato, spogliato nudo e, mentre era bendato e ammanettato, è stato chiamato un cane. Con l’incoraggiamento di un conduttore in ebraico, ha detto, il cane lo è montato.
“Usavano le telecamere per fare foto, e ho sentito le loro risate e le loro risatine“, ha detto. Ha cercato di rimuovere il cane, ha detto, ma lo ha penetrato.
Altri prigionieri palestinesi e monitor dei diritti umani hanno anche citato segnalazioni di cani della polizia addestrati a violentare i prigionieri. Il giornalista ha detto che quando è stato rilasciato, un funzionario israeliano lo ha avvertito: “Se vuoi restare vivo quando torni, non parlare con i media“.
Allora perché era disposto a parlare?
“Ci sono momenti in cui ricordare sembra insopportabile“, ha detto. “Il mio cuore sentiva che si sarebbe fermato mentre ti parlavo proprio ora. Ma ricordo che ci sono ancora persone là dentro. Quindi parlo.”
Diversi racconti indicano che la violenza sessuale è stata diretta persino contro bambini palestinesi, che sono tipicamente imprigionati per aver lanciato pietre. Ho individuato e intervistato tre ragazzi che erano stati detenuti, e tutti hanno descritto abusi sessuali.
Uno, un ragazzo timido con una maglietta Hilfiger che aveva 15 anni al momento del suo arresto, ha rifiutato di dire se avesse anche assistito a stupri veri e propri. Ma ha detto che le minacce erano routine: “Dicevano: ‘Fai questo o ti metteremo questo bastone su per il sedere’“.
Gli altri ragazzi hanno raccontato storie molto simili di violenza sessuale come parte delle percosse e hanno notato che le minacce di stupro erano dirette non solo contro di loro ma anche contro le loro madri e fratelli.
I coloni israeliani non sono un braccio ufficiale dello stato nello stesso modo in cui lo è il sistema carcerario, ma le Forze di Difesa Israeliane proteggono sempre più i coloni mentre attaccano i villaggi palestinesi e usano la violenza sessuale per spingere i palestinesi alla fuga. “La violenza sessualizzata è usata per fare pressione sulle comunità” affinché abbandonino le loro terre, secondo un nuovo rapporto del West Bank Protection Consortium, una coalizione di gruppi di aiuto internazionali guidata dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati.
Il consorzio ha intervistato agricoltori palestinesi e ha scoperto che oltre il 70% delle famiglie che erano state sfollate ha riferito che le minacce a donne e bambini, in particolare di violenza sessuale, erano la ragione decisiva per andarsene. “La violenza sessuale“, ha detto Allegra Pacheco della coalizione, “è uno dei meccanismi che spingono le persone via dalla loro terra“.
In una remota frazione di agricoltori beduini nella valle del Giordano, ho incontrato un agricoltore di 29 anni, Suhaib Abualkebash, che ha raccontato come una banda di circa 20 coloni abbia imperversato nelle case della sua famiglia, picchiando adulti e bambini, rubando gioielli e 400 pecore – e anche tagliandogli i vestiti con un coltello da caccia e poi stringendo forte il suo pene con una fascetta e strattonandolo.
“Avevo paura che mi tagliassero il pene”, mi ha detto Abualkebash. “Pensavo che questa fosse la fine per me“.
Qualcuno potrebbe chiedersi se i palestinesi abbiano fabbricato accuse di aggressioni sessuali per diffamare Israele. A me sembra inverosimile, perché nessuno di quelli che ho intervistato mi ha cercato, né sapeva con chi altro stessi parlando, ed erano riluttanti a parlare. Eppure ci sono prove che l’abuso sessuale israeliano sia diventato così frequente che le norme stanno cambiando e le vittime palestinesi stanno diventando un po’ più disposte a parlare.
“Per sei mesi non ho potuto parlarne, nemmeno con la mia famiglia“, ha detto Mohammad Matar, un funzionario palestinese che mi ha detto che i coloni lo hanno spogliato, picchiato e punto con un bastone sui glutei mentre parlavano di violentarlo. Durante l’attacco, gli aggressori hanno pubblicato una fotografia sui social media che lo ritraeva bendato e spogliato fino alle mutande.
Col tempo, Matar ha deciso di parlare per cercare di infrangere lo stigma. Ora tiene una stampa ingrandita della foto che i coloni hanno scattato di lui appesa al muro del suo ufficio.
Per cercare di dare un senso a ciò che ho scoperto, ho chiamato Ehud Olmert, che è stato primo ministro dal 2006 al 2009. Olmert mi ha detto di non sapere molto della violenza sessuale contro i palestinesi ma non è rimasto sorpreso dai racconti che avevo sentito.
“Credo che accada?” ha chiesto. “Decisamente“.
“Ci sono crimini di guerra commessi ogni giorno nei territori“, ha aggiunto.
Quindi torniamo al punto che ho notato all’inizio di questo articolo: i sostenitori di Israele avevano ragione nel 2023 sul fatto che, qualunque sia la nostra opinione sul Medio Oriente, dovremmo essere in grado di ripudiare lo stupro.
“Dove diavolo siete?” chiese allora Netanyahu alla comunità internazionale, chiedendo di condannare la violenza sessuale commessa da quello che il governo israeliano ha chiamato il “regime degli stupratori di Hamas“.
Hamas ha effettivamente brutalmente violato i diritti umani. Anche i funzionari israeliani dovrebbero guardare alle proprie violazioni – in particolare a ciò che un rapporto delle Nazioni Unite di 49 pagine l’anno scorso ha definito come il “sistematico” sottoporre i palestinesi a “tortura sessualizzata” commessa con almeno “un incoraggiamento implicito dai vertici della leadership civile e militare“.
Pensatela in questo modo: l’orribile abuso inflitto alle donne israeliane il 7 ottobre ora accade ai palestinesi giorno dopo giorno. Persiste a causa del silenzio, dell’indifferenza e del fallimento sia dei funzionari americani che israeliani nel rispondere alla domanda di Netanyahu: Dove diavolo siete?
Fonte
13/02/2026
Piccoli Epstein proliferano... in Israele
Riferisce la testata Jerusalem Post, che di certo non può essere classificata come media dell’opposizione “radicale”, che tale Itai Levy è stato condannato per “attività sessuali non consensuali con minori”. Se a qualcuno viene da sorridere pensando alla formula “attività sessuali non consensuali” in rapporto con la minorità è bene che sappia subito che i “minori” in questione comprendono anche bambini di 4 anni. Quattro anni.
Itali Levy ha confessato e si è dichiarato colpevole per quattro capi d’accusa separati di violenza sessuale su minore, nonché per atti indecenti su minore e violazione della privacy.
Ma Itai Levy non è soltanto un pedofilo violentatore qualsiasi, ma l’amministratore delegato dell’azienda di cybersecurity Kernelios, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia israeliana in materia di cybersicurezza.
La Kernelios si vantava e si vanta ancora di aver formato il Cyber Command Knowledge Center, un “centro impegnato a formare la futura generazione di esperti di sicurezza informatica del settore, offrendo loro la possibilità di imparare dai principali esperti israeliani, ponendo la massima enfasi sulla formazione pratica nei vari argomenti”.
Non si tratta soltanto di formazione professionale, evidentemente, visto che “La visione dei fondatori è quella di formare studenti che in seguito fungeranno da centro di conoscenza della sicurezza informatica nelle rispettive organizzazioni”.
Per “rispettive organizzazioni” si deve necessariamente intendere sia società che Stati, in cui gli “ex studenti” potranno comodamente fare da “basisti” per l’acquisizione di ogni tipo di dato utile per la “casa madre”.
Non è del resto ignota la formazione dei principali membri della società, in cui possiamo trovare ex consulenti del ministero degli esteri, ex ufficiale dell’intelligence ed ex capi della polizia israeliana, nonché esperti di lungo corso in “operazioni di intelligence, gestione delle minacce e sviluppo”.
Sulla “stranezza” per cui confluiscono nelle stesse persone ricchezza, tecnologie da intelligence, pedofilia, disturbi psichici gravissimi, violenza e disprezzo per gli altri esseri umani... vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Però, ad occhio, il suprematismo razziale (magari giustificato con chiacchiere sulla religione o la storia) dovrebbe avere un ruolo centrale.
Se voi foste al vertice dello Stato, vi fidereste ad assegnare contratti in materia di cybersicurezza a gente del genere?
P.s. L’Italia l’ha ovviamente già fatto, con Check Point Software Technologies, CyberArk, Palo Alto Networks, Rafael Advanced Defense Systems e naturalmente la ben nota Elbit Systems.
Fonte
Itali Levy ha confessato e si è dichiarato colpevole per quattro capi d’accusa separati di violenza sessuale su minore, nonché per atti indecenti su minore e violazione della privacy.
Ma Itai Levy non è soltanto un pedofilo violentatore qualsiasi, ma l’amministratore delegato dell’azienda di cybersecurity Kernelios, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia israeliana in materia di cybersicurezza.
La Kernelios si vantava e si vanta ancora di aver formato il Cyber Command Knowledge Center, un “centro impegnato a formare la futura generazione di esperti di sicurezza informatica del settore, offrendo loro la possibilità di imparare dai principali esperti israeliani, ponendo la massima enfasi sulla formazione pratica nei vari argomenti”.
Non si tratta soltanto di formazione professionale, evidentemente, visto che “La visione dei fondatori è quella di formare studenti che in seguito fungeranno da centro di conoscenza della sicurezza informatica nelle rispettive organizzazioni”.
Per “rispettive organizzazioni” si deve necessariamente intendere sia società che Stati, in cui gli “ex studenti” potranno comodamente fare da “basisti” per l’acquisizione di ogni tipo di dato utile per la “casa madre”.
Non è del resto ignota la formazione dei principali membri della società, in cui possiamo trovare ex consulenti del ministero degli esteri, ex ufficiale dell’intelligence ed ex capi della polizia israeliana, nonché esperti di lungo corso in “operazioni di intelligence, gestione delle minacce e sviluppo”.
Sulla “stranezza” per cui confluiscono nelle stesse persone ricchezza, tecnologie da intelligence, pedofilia, disturbi psichici gravissimi, violenza e disprezzo per gli altri esseri umani... vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Però, ad occhio, il suprematismo razziale (magari giustificato con chiacchiere sulla religione o la storia) dovrebbe avere un ruolo centrale.
Se voi foste al vertice dello Stato, vi fidereste ad assegnare contratti in materia di cybersicurezza a gente del genere?
P.s. L’Italia l’ha ovviamente già fatto, con Check Point Software Technologies, CyberArk, Palo Alto Networks, Rafael Advanced Defense Systems e naturalmente la ben nota Elbit Systems.
Fonte
06/11/2025
“Il silenzio dopo le urla”: come i media occidentali hanno contribuito a giustificare lo stupro dei palestinesi
Lunedì 3 novembre, un gruppo di soldati israeliani si trovava fuori dalla Corte Suprema a Gerusalemme Ovest indossando maschere nere. Non erano lì per scusarsi; erano lì per difendersi.
I soldati, accusati di aver torturato e violentato una detenuta palestinese nella famigerata prigione di Sde Teiman, hanno chiesto “gratitudine” per le loro azioni.
“Invece di apprezzare, abbiamo ricevuto accuse”, ha detto uno con aria di sfida. I media israeliani hanno coperto la scena, mentre i media occidentali l’hanno per lo più ignorata.
Gli stessi soldati fanno parte di un procedimento penale che i pubblici ministeri israeliani hanno aperto con riluttanza nel 2024 dopo che sono emerse prove video che mostravano detenuti palestinesi spogliati, picchiati e aggrediti sessualmente a Sde Teiman.
Un uomo palestinese è stato ricoverato in ospedale con sette costole rotte e una lacerazione rettale, ferite compatibili con violenti abusi sessuali.
Il Times of Israel ha riportato l’incriminazione di cinque riservisti per “gravi abusi”, mentre altre fonti hanno citato prove di sodomia all’interno della struttura.
Eppure, nella copertura occidentale, la parola stupro non è quasi mai apparsa. I titoli dei giornali parlavano di “abusi” o “maltrattamenti”, come se la tortura sessuale fosse una questione di cattiva condotta sul posto di lavoro.
Confrontate questo silenzio con la copertura totale del 7 ottobre, quando Israele ha accusato i combattenti di Hamas di “stupro di massa”. Queste affermazioni, ancora non provate, divennero il fondamento morale della campagna di annientamento di Israele a Gaza.
Nella sua ultima intervista con la giornalista americana Candace Owens, il politologo Norman Finkelstein ha definito le accuse israeliane “propaganda di atrocità genocida”.
Dopo aver esaminato più di 5.000 fotografie e cinquanta ore di filmati di quel giorno, Finkelstein ha detto di non aver trovato “nemmeno uno straccio di prova di uno stupro”. Eppure queste storie non verificate, ripetute all’infinito dagli organi di stampa occidentali, sono state sufficienti per dipingere un’intera popolazione come subumana e per legittimare l’uccisione di oltre 68.000 palestinesi.
Nel dicembre 2023, il New York Times ha pubblicato un’indagine tentacolare intitolata “Urla senza parole: come Hamas ha armato la violenza sessuale il 7 ottobre”.
L’articolo affermava che i combattenti di Hamas avevano sistematicamente violentato donne israeliane durante l’attacco. Le sue pagine erano piene di descrizioni grafiche e immagini raccapriccianti. La storia si basava su testimoni anonimi, video non verificati e testimonianze di seconda mano, eppure è stata presentata come prova conclusiva di stupro di massa.
In pochi giorni, ha plasmato il discorso internazionale. L’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden, i leader europei e le femministe di spicco hanno invocato la storia del Times per condannare Hamas e giustificare moralmente la “rappresaglia” di Israele.
Ma quando giornalisti e studiosi hanno iniziato a verificare le prove, la storia è andata in pezzi. Gli esperti forensi non hanno trovato prove fisiche di stupro. Molti dei presunti testimoni citati dal Times si contraddicevano a vicenda o sono stati successivamente screditati.
Nell’aprile 2024, più di 50 professori di giornalismo hanno inviato una lettera pubblica chiedendo una revisione indipendente delle fonti e del processo editoriale dell’articolo. Il Washington Post ha riportato un dissenso all’interno della stessa redazione del Times, dove i giornalisti hanno detto che il pezzo era stato “affrettato” per soddisfare le aspettative politiche.
Nel frattempo, lo scandalo Sde Teiman, un’atrocità israeliana supportata da prove video, referti medici e procedimenti giudiziari, non ha mai ricevuto una frazione dell’attenzione che ha avuto l’articolo del Times. Questo squilibrio non è meramente linguistico. È strutturale, riflette la gerarchia del valore umano incorporata nella copertura occidentale della guerra.
Ecco come funziona la “propaganda delle atrocità”. Non richiede menzogne per funzionare, solo verità selettiva. Ripetendo affermazioni non verificate di stupro da parte di Hamas e minimizzando i crimini sessuali accertati di Israele, i media occidentali hanno trasformato il giornalismo in un’arma di guerra.
Fonte
I soldati, accusati di aver torturato e violentato una detenuta palestinese nella famigerata prigione di Sde Teiman, hanno chiesto “gratitudine” per le loro azioni.
“Invece di apprezzare, abbiamo ricevuto accuse”, ha detto uno con aria di sfida. I media israeliani hanno coperto la scena, mentre i media occidentali l’hanno per lo più ignorata.
Gli stessi soldati fanno parte di un procedimento penale che i pubblici ministeri israeliani hanno aperto con riluttanza nel 2024 dopo che sono emerse prove video che mostravano detenuti palestinesi spogliati, picchiati e aggrediti sessualmente a Sde Teiman.
Un uomo palestinese è stato ricoverato in ospedale con sette costole rotte e una lacerazione rettale, ferite compatibili con violenti abusi sessuali.
Il Times of Israel ha riportato l’incriminazione di cinque riservisti per “gravi abusi”, mentre altre fonti hanno citato prove di sodomia all’interno della struttura.
Eppure, nella copertura occidentale, la parola stupro non è quasi mai apparsa. I titoli dei giornali parlavano di “abusi” o “maltrattamenti”, come se la tortura sessuale fosse una questione di cattiva condotta sul posto di lavoro.
Confrontate questo silenzio con la copertura totale del 7 ottobre, quando Israele ha accusato i combattenti di Hamas di “stupro di massa”. Queste affermazioni, ancora non provate, divennero il fondamento morale della campagna di annientamento di Israele a Gaza.
Nella sua ultima intervista con la giornalista americana Candace Owens, il politologo Norman Finkelstein ha definito le accuse israeliane “propaganda di atrocità genocida”.
Dopo aver esaminato più di 5.000 fotografie e cinquanta ore di filmati di quel giorno, Finkelstein ha detto di non aver trovato “nemmeno uno straccio di prova di uno stupro”. Eppure queste storie non verificate, ripetute all’infinito dagli organi di stampa occidentali, sono state sufficienti per dipingere un’intera popolazione come subumana e per legittimare l’uccisione di oltre 68.000 palestinesi.
Nel dicembre 2023, il New York Times ha pubblicato un’indagine tentacolare intitolata “Urla senza parole: come Hamas ha armato la violenza sessuale il 7 ottobre”.
L’articolo affermava che i combattenti di Hamas avevano sistematicamente violentato donne israeliane durante l’attacco. Le sue pagine erano piene di descrizioni grafiche e immagini raccapriccianti. La storia si basava su testimoni anonimi, video non verificati e testimonianze di seconda mano, eppure è stata presentata come prova conclusiva di stupro di massa.
In pochi giorni, ha plasmato il discorso internazionale. L’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden, i leader europei e le femministe di spicco hanno invocato la storia del Times per condannare Hamas e giustificare moralmente la “rappresaglia” di Israele.
Ma quando giornalisti e studiosi hanno iniziato a verificare le prove, la storia è andata in pezzi. Gli esperti forensi non hanno trovato prove fisiche di stupro. Molti dei presunti testimoni citati dal Times si contraddicevano a vicenda o sono stati successivamente screditati.
Nell’aprile 2024, più di 50 professori di giornalismo hanno inviato una lettera pubblica chiedendo una revisione indipendente delle fonti e del processo editoriale dell’articolo. Il Washington Post ha riportato un dissenso all’interno della stessa redazione del Times, dove i giornalisti hanno detto che il pezzo era stato “affrettato” per soddisfare le aspettative politiche.
Nel frattempo, lo scandalo Sde Teiman, un’atrocità israeliana supportata da prove video, referti medici e procedimenti giudiziari, non ha mai ricevuto una frazione dell’attenzione che ha avuto l’articolo del Times. Questo squilibrio non è meramente linguistico. È strutturale, riflette la gerarchia del valore umano incorporata nella copertura occidentale della guerra.
Ecco come funziona la “propaganda delle atrocità”. Non richiede menzogne per funzionare, solo verità selettiva. Ripetendo affermazioni non verificate di stupro da parte di Hamas e minimizzando i crimini sessuali accertati di Israele, i media occidentali hanno trasformato il giornalismo in un’arma di guerra.
Fonte
14/03/2025
ONU accusa Israele di genocidio e violenza sessuale a Gaza
“Più di quanto un essere umano possa sopportare”: l’uso sistematico di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere da parte di Israele dal 7 ottobre 2023.
È questo il titolo del rapporto pubblicato giovedì 13 marzo dalla commissione delle Nazioni Unite che ha indagato i crimini che Israele ha commesso a Gaza.
Tra le tante accuse, quella di aver attaccato direttamente la capacità riproduttiva del popolo palestinese di Gaza: “Le autorità israeliane hanno distrutto in parte la capacità riproduttiva dei palestinesi a Gaza come gruppo, anche imponendo misure volte a prevenire le nascite, una delle categorie di atti genocidi nello Statuto di Roma e nella Convenzione sul genocidio”, ha detto la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele.
Il rapporto afferma che Israele ha “intenzionalmente distrutto” il principale centro di fertilità dell’enclave palestinese, imponendo contemporaneamente un assedio e bloccando gli aiuti, compresi i farmaci necessari per gravidanze, parti e la cura dei neonati.
La Commissione ha accusato Israele di utilizzare la violenza sessuale su uomini e donne di Gaza come parte delle procedure operative standard per punire la popolazione.
Israele ha respinto le accuse.
“La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est, e Israele presenta il presente documento della sala conferenze al Consiglio per i diritti umani sull’uso sistematico di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere da parte delle Forze di sicurezza israeliane dal 7 ottobre 2023.
Nel documento, la Commissione esamina la distruzione diffusa di Gaza da parte di Israele e la violenza sproporzionata contro donne e bambini derivante dal metodo di guerra di Israele, tra cui l’attacco a edifici residenziali e l’uso indiscriminato di esplosivi pesanti in aree densamente popolate. Descrive la distruzione dei palestinesi attraverso la violenza riproduttiva e i danni derivanti dagli attacchi deliberati delle Forze di sicurezza israeliane alle strutture di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva e al crollo delle infrastrutture sanitarie a Gaza.
La Commissione esamina anche il forte aumento della violenza sessuale e di genere perpetrata da membri delle Forze di sicurezza israeliane e coloni online e di persona nel Territorio palestinese occupato, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale. Esamina anche come la violenza sessuale e di genere abbia assunto forme diverse quando commessa contro membri maschi e femmine della comunità palestinese al fine di dominare, opprimere e distruggere il popolo palestinese in tutto o in parte”.
Israele fa parte della Convenzione sul genocidio. La Corte internazionale di giustizia gli ha ordinato, a gennaio del 2024, di prevenire atti di genocidio nella Striscia di Gaza.
Fonte
È questo il titolo del rapporto pubblicato giovedì 13 marzo dalla commissione delle Nazioni Unite che ha indagato i crimini che Israele ha commesso a Gaza.
Tra le tante accuse, quella di aver attaccato direttamente la capacità riproduttiva del popolo palestinese di Gaza: “Le autorità israeliane hanno distrutto in parte la capacità riproduttiva dei palestinesi a Gaza come gruppo, anche imponendo misure volte a prevenire le nascite, una delle categorie di atti genocidi nello Statuto di Roma e nella Convenzione sul genocidio”, ha detto la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele.
Il rapporto afferma che Israele ha “intenzionalmente distrutto” il principale centro di fertilità dell’enclave palestinese, imponendo contemporaneamente un assedio e bloccando gli aiuti, compresi i farmaci necessari per gravidanze, parti e la cura dei neonati.
La Commissione ha accusato Israele di utilizzare la violenza sessuale su uomini e donne di Gaza come parte delle procedure operative standard per punire la popolazione.
Israele ha respinto le accuse.
“La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est, e Israele presenta il presente documento della sala conferenze al Consiglio per i diritti umani sull’uso sistematico di violenza sessuale, riproduttiva e altre forme di violenza di genere da parte delle Forze di sicurezza israeliane dal 7 ottobre 2023.
Nel documento, la Commissione esamina la distruzione diffusa di Gaza da parte di Israele e la violenza sproporzionata contro donne e bambini derivante dal metodo di guerra di Israele, tra cui l’attacco a edifici residenziali e l’uso indiscriminato di esplosivi pesanti in aree densamente popolate. Descrive la distruzione dei palestinesi attraverso la violenza riproduttiva e i danni derivanti dagli attacchi deliberati delle Forze di sicurezza israeliane alle strutture di assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva e al crollo delle infrastrutture sanitarie a Gaza.
La Commissione esamina anche il forte aumento della violenza sessuale e di genere perpetrata da membri delle Forze di sicurezza israeliane e coloni online e di persona nel Territorio palestinese occupato, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale. Esamina anche come la violenza sessuale e di genere abbia assunto forme diverse quando commessa contro membri maschi e femmine della comunità palestinese al fine di dominare, opprimere e distruggere il popolo palestinese in tutto o in parte”.
Israele fa parte della Convenzione sul genocidio. La Corte internazionale di giustizia gli ha ordinato, a gennaio del 2024, di prevenire atti di genocidio nella Striscia di Gaza.
Fonte
14/01/2025
Propaganda per un genocidio. Le accuse israeliane di “stupro di massa” cadono nel vuoto
A seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas emersero innumerevoli e terribili accuse di violenza sessuale per le quali Israele sostiene che ci sia stata una premeditata “campagna di stupri di massa”; tuttavia, fin dall’inizio, non sono emerse prove a sostegno delle affermazioni rilasciate da Tel Aviv.
Ora, 15 mesi dopo, le accuse sembrano essere completamente crollate.
Il giorno di Capodanno, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha pubblicato rivelazioni rivoluzionarie sulle continue affermazioni di “stupri di massa” commessi il 7 ottobre 2023.
L’articolo, pubblicato in lingua ebraica, rivela che i procuratori israeliani non ritengono che vi siano prove sufficienti affinché questi presunti crimini possano reggere in tribunale.
“Abbiamo contattato le organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto la loro collaborazione. Ci hanno risposto che semplicemente non sono state contattate”, ha dichiarato un procuratore intervistato da Yedioth Ahronot. Hanno anche dichiarato che “alla fine, non abbiamo denunce. Ciò che è stato presentato dai media rispetto a ciò che alla fine emergerà sarà completamente diverso”.
Queste ammissioni arrivano a seguito di un mare di accuse di “stupro di massa” prive di fondamento, accuse divulgate ininterrottamente per oltre un anno da Israele e dalla leadership occidentale.
Hillary Clinton, insieme a una coalizione di studiosi, politici, esperti legali e influencer pro-israeliani, ha collaborato con Sheryl Sandberg per promuovere una campagna sul presunto uso dello stupro da parte di Hamas “come arma di guerra”.
Sandberg, il cui film “Screams Before Silence” è stato massicciamente promosso, presentato in eventi pubblici e in proiezioni esclusive, sosteneva le sue affermazioni utilizzando i nastri degli interrogatori, condotti da agenti dello Shin Bet, in cui dei palestinesi erano costretti ad ammettere di aver commesso ogni tipo di atrocità, nastri che sono stati poi completamente scartati da tutte le commissioni d’inchiesta, dalle Nazioni Unite e dai rapporti sui diritti umani, poiché è noto che lo Shin Bet ottiene false testimonianze mediante tortura.
Nessuna organizzazione o ente autorevole sostiene Israele e i politici occidentali nella loro affermazione che il 7 ottobre 2023 si è verificata una “campagna di stupri di massa”. Ora, secondo le ammissioni delle stesse autorità israeliane, sappiamo che non una sola vittima si è fatta avanti.
Se inizialmente i resoconti israeliani delle violenze sessuali sembravano concentrarsi sul Kibbutz Be’eri, in seguito si sono diffusi in varie altre località e molte delle denunce non menzionavano affatto il luogo in cui si erano verificate.
Le Nazioni Unite sono state in seguito incoraggiate da Israele a inviare una squadra per raccogliere le prove, ma nel farlo hanno rivelato che nel caso del Kibbutz Be’eri non sono state trovate prove.
La rappresentante speciale Pramila Patten ha soprainteso il rapporto dell’Ufficio del rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto affermava che c’erano prove che indicavano la violenza sessuale, ma non era in grado di affermare un singolo caso e non le era stato dato un mandato investigativo per farlo.
Tuttavia, il team delle Nazioni Unite è riuscito a smascherare due casi di presunto stupro e/o violenza sessuale; in un caso ha scoperto che “la scena del crimine era stata alterata da una squadra di artificieri e i corpi spostati”.
Il New York Times, che ha pubblicato quello che sarebbe dovuto essere un reportage sconvolgente sui presunti “stupri di massa” di Hamas, si è trovato invischiato in uno scandalo enorme dopo che il suo caso principale, che avrebbe dovuto dimostrare il tipo di stupri avvenuti, è stato smentito dai familiari della vittima.
Due dei tre autori sono stati smascherati anche per il loro legame con lo Stato e l’esercito israeliano, unito alla mancanza di esperienza giornalistica.
Cochav Elkayam-Levy, che si è autonominata “Presidente della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre contro le donne e i bambini”, è stata insignita del Premio Israele (2024) e intervistata da media autorevoli come la BBC, la CNN e il New York Times come eroina che ha raccolto prove definitive della presunta campagna di “stupri di massa” di Hamas.
Haaretz ha persino pubblicato un articolo su di lei, che nel sottotitolo affermava che Elkayam-Levy era armata di “testimonianze su testimonianze”, ammettendo poi nello stesso articolo che non era stata raccolta alcuna testimonianza diretta.
Elkayam-Levy ha presentato immagini false che avrebbero dovuto fungere come prova degli stupri, tra le quali il corpo di una donna curda proveniente da una differente area di conflitto. In seguito è stata denunciata dai media israeliani per “frode e truffa ai danni dei donatori”. Dal lavoro programmato dalla sua commissione d’inchiesta non è mai emerso nulla di concreto.
Nonostante i ripetuti scandali, le affermazioni smascherate come bufale e l’assenza di qualsiasi prova concreta che i gruppi armati palestinesi abbiano commesso violenze sessuali di massa il 7 ottobre, per non parlare di una campagna premeditata per armare la violenza di genere, i media occidentali hanno continuato a dare spazio a ogni nuova affermazione in merito.
Non c’è ancora un’analisi critica, un articolo investigativo o un approccio critico a queste orribili affermazioni, che se fossero vere sarebbero davvero tremende.
Infine anziché l’emersione di prove a conferma anche di una sola accusa, nel corso degli ultimi 15 mesi c’è stato solo un flusso costante di prove che indicano che l’“allarmante epidemia di violenza di genere come arma di guerra”, come sostenuto da Hillary Clinton, era falsa.
Di contro, l’unica “allarmante epidemia” sembra essere stata una marea di accuse di stupro false e/o non comprovate che sono state usate da Israele “come arma di guerra”.
Fonte
Ora, 15 mesi dopo, le accuse sembrano essere completamente crollate.
Il giorno di Capodanno, il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ha pubblicato rivelazioni rivoluzionarie sulle continue affermazioni di “stupri di massa” commessi il 7 ottobre 2023.
L’articolo, pubblicato in lingua ebraica, rivela che i procuratori israeliani non ritengono che vi siano prove sufficienti affinché questi presunti crimini possano reggere in tribunale.
“Abbiamo contattato le organizzazioni per i diritti delle donne e abbiamo chiesto la loro collaborazione. Ci hanno risposto che semplicemente non sono state contattate”, ha dichiarato un procuratore intervistato da Yedioth Ahronot. Hanno anche dichiarato che “alla fine, non abbiamo denunce. Ciò che è stato presentato dai media rispetto a ciò che alla fine emergerà sarà completamente diverso”.
Queste ammissioni arrivano a seguito di un mare di accuse di “stupro di massa” prive di fondamento, accuse divulgate ininterrottamente per oltre un anno da Israele e dalla leadership occidentale.
Hillary Clinton, insieme a una coalizione di studiosi, politici, esperti legali e influencer pro-israeliani, ha collaborato con Sheryl Sandberg per promuovere una campagna sul presunto uso dello stupro da parte di Hamas “come arma di guerra”.
Sandberg, il cui film “Screams Before Silence” è stato massicciamente promosso, presentato in eventi pubblici e in proiezioni esclusive, sosteneva le sue affermazioni utilizzando i nastri degli interrogatori, condotti da agenti dello Shin Bet, in cui dei palestinesi erano costretti ad ammettere di aver commesso ogni tipo di atrocità, nastri che sono stati poi completamente scartati da tutte le commissioni d’inchiesta, dalle Nazioni Unite e dai rapporti sui diritti umani, poiché è noto che lo Shin Bet ottiene false testimonianze mediante tortura.
Nessuna organizzazione o ente autorevole sostiene Israele e i politici occidentali nella loro affermazione che il 7 ottobre 2023 si è verificata una “campagna di stupri di massa”. Ora, secondo le ammissioni delle stesse autorità israeliane, sappiamo che non una sola vittima si è fatta avanti.
Se inizialmente i resoconti israeliani delle violenze sessuali sembravano concentrarsi sul Kibbutz Be’eri, in seguito si sono diffusi in varie altre località e molte delle denunce non menzionavano affatto il luogo in cui si erano verificate.
Le Nazioni Unite sono state in seguito incoraggiate da Israele a inviare una squadra per raccogliere le prove, ma nel farlo hanno rivelato che nel caso del Kibbutz Be’eri non sono state trovate prove.
La rappresentante speciale Pramila Patten ha soprainteso il rapporto dell’Ufficio del rappresentante del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti. Il rapporto affermava che c’erano prove che indicavano la violenza sessuale, ma non era in grado di affermare un singolo caso e non le era stato dato un mandato investigativo per farlo.
Tuttavia, il team delle Nazioni Unite è riuscito a smascherare due casi di presunto stupro e/o violenza sessuale; in un caso ha scoperto che “la scena del crimine era stata alterata da una squadra di artificieri e i corpi spostati”.
Il New York Times, che ha pubblicato quello che sarebbe dovuto essere un reportage sconvolgente sui presunti “stupri di massa” di Hamas, si è trovato invischiato in uno scandalo enorme dopo che il suo caso principale, che avrebbe dovuto dimostrare il tipo di stupri avvenuti, è stato smentito dai familiari della vittima.
Due dei tre autori sono stati smascherati anche per il loro legame con lo Stato e l’esercito israeliano, unito alla mancanza di esperienza giornalistica.
Cochav Elkayam-Levy, che si è autonominata “Presidente della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre contro le donne e i bambini”, è stata insignita del Premio Israele (2024) e intervistata da media autorevoli come la BBC, la CNN e il New York Times come eroina che ha raccolto prove definitive della presunta campagna di “stupri di massa” di Hamas.
Haaretz ha persino pubblicato un articolo su di lei, che nel sottotitolo affermava che Elkayam-Levy era armata di “testimonianze su testimonianze”, ammettendo poi nello stesso articolo che non era stata raccolta alcuna testimonianza diretta.
Elkayam-Levy ha presentato immagini false che avrebbero dovuto fungere come prova degli stupri, tra le quali il corpo di una donna curda proveniente da una differente area di conflitto. In seguito è stata denunciata dai media israeliani per “frode e truffa ai danni dei donatori”. Dal lavoro programmato dalla sua commissione d’inchiesta non è mai emerso nulla di concreto.
Nonostante i ripetuti scandali, le affermazioni smascherate come bufale e l’assenza di qualsiasi prova concreta che i gruppi armati palestinesi abbiano commesso violenze sessuali di massa il 7 ottobre, per non parlare di una campagna premeditata per armare la violenza di genere, i media occidentali hanno continuato a dare spazio a ogni nuova affermazione in merito.
Non c’è ancora un’analisi critica, un articolo investigativo o un approccio critico a queste orribili affermazioni, che se fossero vere sarebbero davvero tremende.
Infine anziché l’emersione di prove a conferma anche di una sola accusa, nel corso degli ultimi 15 mesi c’è stato solo un flusso costante di prove che indicano che l’“allarmante epidemia di violenza di genere come arma di guerra”, come sostenuto da Hillary Clinton, era falsa.
Di contro, l’unica “allarmante epidemia” sembra essere stata una marea di accuse di stupro false e/o non comprovate che sono state usate da Israele “come arma di guerra”.
Fonte
24/07/2024
“Il tipografo”, la tortura “democratica”
Giovedì 25 luglio alle ore 20:00 verrà proiettato presso il Loa Acrobax di Roma, a ponte Marconi, in via della Vasca navale 6, il film documentario “Il Tipografo” che racconta la vicenda di Enrico Triaca, tipografo delle Brigate rosse durante il sequestro Moro, torturato da una squadretta speciale del ministero dell’Interno dopo il suo arresto avvenuto il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro.
Con la pratica dell’affogamento simulato con acqua e sale, waterboarding, tentarono di fargli confessare cose che non sapeva sul sequestro. Nel corso del film Triaca racconta quanto accaduto e un ex agente dei Nocs, che nel gennaio 1982 partecipò alla liberazione del generale Usa, Dozier, rapito dalle Brigate rosse-Pcc, rivela per la prima volta le violenze e le torture praticate dalle forze di polizia durante gli interrogatori.
Un filo nero lega il massacro della scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, durante il G8 di Genova del 2001 e le torture praticate contro militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi della lotta armata di sinistra arrestati tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
Si tratta di un uomo, un alto dirigente della polizia, il suo nome è Oscar Fioriolli, classe 1947, poliziotto formatosi nei reparti Celere e poi sul finire degli anni '70 nelle squadre speciali dell’antiterrorismo. Tra l’87 e il ’97 dirige la Digos di Genova, poi è questore ad Agrigento, Modena e Palermo.
Nell’agosto 2001, subito dopo i misfatti del G8 che avevano travolto il questore Francesco Colucci, Fiorolli viene chiamato dall’allora capo della polizia, il potentissimo Gianni De Gennaro, a prendere le redini della questura genovese travolta dalle inchieste giudiziarie e dalle polemiche politiche provocate dalla morte di Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica, e le violenze sistematiche dei corpi di polizia contri i manifestanti, i pestaggi e le sevizie nel lager di Bolzaneto (predisposto per accogliere migliaia di fermati nei rastrellamenti di piazza) e all’interno dell’edificio Armando Diaz, una scuola elementare messa a disposizione dal comune per accogliere i manifestanti convenuti per le manifestazioni di protesta contro i potenti del mondo.
La scelta di Fiorolli non fu casuale, non solo perché conosceva la città, ma perché aveva la forma mentis giusta per affrontare quella situazione, ovvero coprire le violenze delle forze di polizia: depistando, dilazionando i tempi delle inchieste, facendo ostruzionismo, costruendo un muro di omertà su quanto era accaduto.
Non a caso tentò subito di mettere il bavaglio alla stampa locale accusandola di calunniare le forze di polizia con le sue ricostruzioni sulle violenze di quei giorni, in particolare nella Diaz, evitò ogni collaborazione dovuta con la magistratura che stava indagando, impedì l’identificazione degli agenti che fecero irruzione nella scuola dormitorio.
Fiorolli venne scelto appositamente per la sua biografia: aveva una familiarità ben precisa con le pratiche violente nella quali aveva dato sempre grande prova di affidabilità.
Alla fine del 1981 aveva fatto parte della squadra speciale affiliata all’Ucigos che aveva condotto le indagini sul sequestro, da parte della colonna veneta della Brigate rosse-Pcc, del generale Nato James Lee Dozier, vicecomandante della Ftase (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona.
Secondo la testimonianza di un suo collega, l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci all’interno della questura di Verona, presenti Improta, il funzionario cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e lo stesso Genova, si decise il ricorso alle torture per velocizzare le indagini.
A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (professionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia – alias “professor De Tormentis” – funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos.
De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» in cambio di chiare garanzie di copertura.
Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista. Prima che entrasse in azione lo specialista Ciocia fu proprio Fiorolli, sempre secondo le parole di Genova, a dare mostra delle sue capacità conducendo l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.
In una stanza all’ultimo piano della questura di Verona:
«Separati da un muro – racconta Genova – perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino.
La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.
È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Non c’è solo un nesso umano che lega quanto avvenuto a Genova nel 2001 con la stagione delle torture avvenute nel maggio 1978 e poi nel 1982 contro decine di persone accusate di banda armata. Esiste un retroterra culturale e procedurale, un savoir faire mai spezzato che ha potuto trasmettersi lungo i decenni successivi, superando il secolo.
La vicenda delle torture e delle pratiche giudiziarie e carcerarie d’eccezione non è mai stata sottoposta a una radicale critica e rifiuto, ma al contrario recepita e legittimata dall’opinione democratica e da larghi settori della “sinistra”, sempre reticenti sul tema.
Anche negli anni successivi ai fatti di Genova, quando l’opinione pubblica era ancora scossa per le violenze viste in quei giorni, questo nesso è stato occultato, evitato, aggirato con imbarazzo.
Il dibattito sulle torture praticate in Italia sembra non avere radici nel Novecento, ma sembra nato a Genova nel 2001. Come fanno gli struzzi, a “sinistra” si è preferito mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che allungare il collo e guardare lontano, alle proprie spalle, per cogliere genesi e radici di questo fenomeno.
La tortura praticata alla fine anni '70, messa in campo in modo strutturale, con l’ausilio di alcune squadre addestrate che operavano in modo sistematico su tutto ilo territorio nazionale contro la criminalità organizzata, il circuito dei sequestri di persona e la sovversione armata, è rimasta un tabù indicibile e questo perché c’era di mezzo proprio la lotta armata e la maniera con cui lo Stato ha affrontato e combattuto questo fenomeno.
Non si doveva rimettere in discussione la narrazione edulcorata della vittoria democratica condotta sul filo del rispetto delle norme e della costituzione, con buona pace della legislazione penale speciale, delle carceri speciali, della legislazione premiale e delle torture.
Fonte
Con la pratica dell’affogamento simulato con acqua e sale, waterboarding, tentarono di fargli confessare cose che non sapeva sul sequestro. Nel corso del film Triaca racconta quanto accaduto e un ex agente dei Nocs, che nel gennaio 1982 partecipò alla liberazione del generale Usa, Dozier, rapito dalle Brigate rosse-Pcc, rivela per la prima volta le violenze e le torture praticate dalle forze di polizia durante gli interrogatori.
Un filo nero lega il massacro della scuola Diaz e le torture di Bolzaneto, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario, durante il G8 di Genova del 2001 e le torture praticate contro militanti delle Brigate rosse e di altri gruppi della lotta armata di sinistra arrestati tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
Si tratta di un uomo, un alto dirigente della polizia, il suo nome è Oscar Fioriolli, classe 1947, poliziotto formatosi nei reparti Celere e poi sul finire degli anni '70 nelle squadre speciali dell’antiterrorismo. Tra l’87 e il ’97 dirige la Digos di Genova, poi è questore ad Agrigento, Modena e Palermo.
Nell’agosto 2001, subito dopo i misfatti del G8 che avevano travolto il questore Francesco Colucci, Fiorolli viene chiamato dall’allora capo della polizia, il potentissimo Gianni De Gennaro, a prendere le redini della questura genovese travolta dalle inchieste giudiziarie e dalle polemiche politiche provocate dalla morte di Carlo Giuliani, ucciso dal carabiniere Mario Placanica, e le violenze sistematiche dei corpi di polizia contri i manifestanti, i pestaggi e le sevizie nel lager di Bolzaneto (predisposto per accogliere migliaia di fermati nei rastrellamenti di piazza) e all’interno dell’edificio Armando Diaz, una scuola elementare messa a disposizione dal comune per accogliere i manifestanti convenuti per le manifestazioni di protesta contro i potenti del mondo.
La scelta di Fiorolli non fu casuale, non solo perché conosceva la città, ma perché aveva la forma mentis giusta per affrontare quella situazione, ovvero coprire le violenze delle forze di polizia: depistando, dilazionando i tempi delle inchieste, facendo ostruzionismo, costruendo un muro di omertà su quanto era accaduto.
Non a caso tentò subito di mettere il bavaglio alla stampa locale accusandola di calunniare le forze di polizia con le sue ricostruzioni sulle violenze di quei giorni, in particolare nella Diaz, evitò ogni collaborazione dovuta con la magistratura che stava indagando, impedì l’identificazione degli agenti che fecero irruzione nella scuola dormitorio.
Fiorolli venne scelto appositamente per la sua biografia: aveva una familiarità ben precisa con le pratiche violente nella quali aveva dato sempre grande prova di affidabilità.
Alla fine del 1981 aveva fatto parte della squadra speciale affiliata all’Ucigos che aveva condotto le indagini sul sequestro, da parte della colonna veneta della Brigate rosse-Pcc, del generale Nato James Lee Dozier, vicecomandante della Ftase (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona.
Secondo la testimonianza di un suo collega, l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci all’interno della questura di Verona, presenti Improta, il funzionario cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e lo stesso Genova, si decise il ricorso alle torture per velocizzare le indagini.
A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (professionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia – alias “professor De Tormentis” – funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos.
De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» in cambio di chiare garanzie di copertura.
Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista. Prima che entrasse in azione lo specialista Ciocia fu proprio Fiorolli, sempre secondo le parole di Genova, a dare mostra delle sue capacità conducendo l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.
In una stanza all’ultimo piano della questura di Verona:
«Separati da un muro – racconta Genova – perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino.
La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.
È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».
Non c’è solo un nesso umano che lega quanto avvenuto a Genova nel 2001 con la stagione delle torture avvenute nel maggio 1978 e poi nel 1982 contro decine di persone accusate di banda armata. Esiste un retroterra culturale e procedurale, un savoir faire mai spezzato che ha potuto trasmettersi lungo i decenni successivi, superando il secolo.
La vicenda delle torture e delle pratiche giudiziarie e carcerarie d’eccezione non è mai stata sottoposta a una radicale critica e rifiuto, ma al contrario recepita e legittimata dall’opinione democratica e da larghi settori della “sinistra”, sempre reticenti sul tema.
Anche negli anni successivi ai fatti di Genova, quando l’opinione pubblica era ancora scossa per le violenze viste in quei giorni, questo nesso è stato occultato, evitato, aggirato con imbarazzo.
Il dibattito sulle torture praticate in Italia sembra non avere radici nel Novecento, ma sembra nato a Genova nel 2001. Come fanno gli struzzi, a “sinistra” si è preferito mettere la testa sotto la sabbia piuttosto che allungare il collo e guardare lontano, alle proprie spalle, per cogliere genesi e radici di questo fenomeno.
La tortura praticata alla fine anni '70, messa in campo in modo strutturale, con l’ausilio di alcune squadre addestrate che operavano in modo sistematico su tutto ilo territorio nazionale contro la criminalità organizzata, il circuito dei sequestri di persona e la sovversione armata, è rimasta un tabù indicibile e questo perché c’era di mezzo proprio la lotta armata e la maniera con cui lo Stato ha affrontato e combattuto questo fenomeno.
Non si doveva rimettere in discussione la narrazione edulcorata della vittoria democratica condotta sul filo del rispetto delle norme e della costituzione, con buona pace della legislazione penale speciale, delle carceri speciali, della legislazione premiale e delle torture.
Fonte
23/04/2024
Il carcere “liberal-fascista” tortura e uccide. Anche i minorenni
Ci siamo presi un attimo di tempo in modo da smaltire l’indignazione e riflettere freddamente.
Ieri, 22 aprile, sono stati arrestati tredici agenti della polizia penitenziaria accusati di “maltrattamenti, lesioni e falso ideologico” nei confronti di almeno una decina di detenuti dell’istituto penitenziario minorile Cesare Beccaria.
L’elenco delle prove raccolte dai magistrati è lunghissimo e costituisce un’enciclopedia dell’orrore. Ve ne daremo anche noi un piccolo compendio per consentire a tutti di misurare la distanza siderale tra la realtà delle carceri italiane e le indicazioni scritte sia nella Costituzione che nelle leggi ordinarie.
Un di più di orrore viene dal fatto che le vittime sono minorenni, ossia persone in formazione – non “delinquenti professionali” – che sarebbe compito dell’istituzione (anche di quella repressiva) provare a recuperare alla vita civile.
Sembra scontato concluderne che, se quella che segue è l’identità dell’istituzione, quei ragazzi e tutti coloro che condividono la loro vita saranno convinti per sempre che lo Stato è solo una macchina da tortura fondata su un suprematismo straccione.
Nell’ordinanza si legge: “Dopo che un gruppo di circa dieci agenti raggiungeva la cella” un poliziotto “apriva la finestrella del blindo” (la porta blindata della cella, ndr), chiedeva al detenuto di avvicinarsi “e gli spruzzava negli occhi uno spray al peperoncino”.
Sei poliziotti subito dopo “entravano nella cella e aggredivano” il ragazzo con “calci e pugni su tutto il corpo e lo facevano cadere a terra, mentre lo insultavano dicendogli “Sei un figlio di p*****, tua madre è una tr***, sei un clandestino, ti faccio vedere io come fare il figlio di put****”, una volta steso a terra, lo ammanettavano, continuando a colpirlo e gli strappavano la maglietta, mentre il ragazzo tentava di difendersi con un pezzo di piastrella”.
Dopo averlo portato in una cella in isolamento un agente lo ha spogliato “lasciandolo completamente nudo e ammanettato; a questo punto” un altro poliziotto “toglieva la cintura” a un collega “e lo colpiva con più cinghiate anche sulle parti genitali fino a provocarne il sanguinamento, mentre” un altro agente “continuava a colpirlo con numerosi calci”.
Il mattino successivo due agenti “lo svegliavano per spostarlo dalla sua cella e lo colpivano nuovamente in faccia con schiaffi e pugni insultandolo con termini quali ‘sei un bastardo, sei un arabo zingaro, noi siamo napoletani, voi siete arabi di merda, sei venuto ieri’; lo trasportavano in una cella singola ove lo colpivano nuovamente in faccia e sul naso”.
Più o meno le frasi che 60 anni fa delle guardie lumbard o piemontesi rivolgevano ai detenuti meridionali, napoletani in testa... Suprematismo straccione, appunto, da penultimi della fila...
«Sono arrivati sette agenti, mi hanno messo le manette e hanno cominciato a colpirmi», racconta ai pm S.
«Ho un problema con la spalla sinistra e mettendomi le manette me l’hanno fatta uscire». Poi uno schiaffo, un pugno, infine calci nelle parti intime: «Vedevo tutto nero. L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sputavano addosso. Dopo mi hanno sollevato così, da dietro, dalle manette».
Come ulteriore premio ha ricevuto 10 giorni in cella d’isolamento, i primi tre senza materasso e cuscino.
«È normale essere picchiati al Beccaria» racconta A.
Una violenza sistemica, scrive la gip Stefania Donadeo nell’ordinanza d’arresto: «Le violenze perpetrate all’interno del carcere Beccaria corrispondono esattamente a una pratica reiterata e sistematica che connota la condotta ordinaria degli agenti che vogliono stabilire le regole di civile convivenza e imporle picchiando, aggredendo e offendendo i minorenni detenuti».
Oltre a lesioni, maltrattamenti, tortura c’è anche una tentata violenza sessuale. Novembre 2022, mentre il detenuto minorenne dorme, un agente si avvicina al suo letto e gli pone la mano sul sedere, accarezzandolo. Al risveglio improvviso del recluso che gli chiede: “Cosa vuoi?”, l’agente risponde: “Stai tranquillo, voglio solo fare l’amore con te”. Questo episodio non si è poi concretizzato in violenza sessuale solo grazie alla reazione del ragazzo (e probabilmente al fatto che, in casi come questo, l’agente non poteva chiedere la complicità dei colleghi).
Gli agenti sono accusati anche di aver falsificato le relazioni di servizio per nascondere quello che accadeva.
«La diffusione sistematica della violenza ha determinato anche negli stessi detenuti la maturazione di un’idea di normalità della stessa».
Talmente “normale” che in previsione del prossimo pestaggio i ragazzi mettevano in atto le solite “misure preventive”. «Ci eravamo coperti con tanti vestiti a strati perché così avremmo sentito meno le botte».
Il sistema di tortura era talmente “normale” da aver destinato alcune celle ai pestaggi più violenti; erano senza telecamere interne, di modo che non potesse restarne traccia video (avevano capito, dopo Santa Maria Capua Vetere, che quelle fornivano “prove”).
Una notte «mi hanno svegliato e mi hanno picchiato mentre ero in cella con un altro, mi hanno portato giù in una stanza singola e lì mi hanno ancora picchiato in faccia, sul naso, che mi faceva tanto male. Mentre mi picchiavano dicevano ‘sei venuto ieri... e fai così, sei un bastardo, sei un arabo zingaro’».
Un concentrato di sadismo e razzismo, che sintetizza un fondo “ideologico” comune a molti corpi militari o assimilati. E pure a diversi partiti politici, immaginate quali...
Gli agenti usavano «sacchetti tipo di sabbia per picchiarli, per non lasciare tracce», in questo caso lividi evidenti e refertabili da un medico.
I difensori istituzionali dei presunti “tutori dell’ordine” hanno immediatamente imbracciato il mitra retorico che riduce scandali del genere a responsabilità individuale o di gruppo di “poche mele marce”.
Noi ci limitiamo a constatare che solo negli ultimi due anni abbiamo avuto episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere, dove i video delle telecamere mostrano che tutto il personale del carcere partecipava ai pestaggi, distinguendosi individualmente solo per il dosaggio di violenza o entusiasmo partecipativo.
Molto più grave quello che è avvenuto a Modena, in piena pandemia, quando ben nove detenuti sono morti in circostanze mai chiarite e anzi frettolosamente derubricate a “overdose di farmaci”. In quel caso le telecamere interne erano state tutte spente e gli agenti hanno avuto piena libertà di azione. Niente prove, se non le testimonianze dei detenuti sopravvissuti, praticamente identiche a quelle dei ragazzi del Beccaria, ma considerate in quel caso dai magistrati come “poco credibili”.
Il rapporto dell’associazione Antigone ricorda che nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” – sottolinea l’associazione – perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicidio. Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Il più elevato dopo quello del 2022. Guardando agli ultimi trent’anni, solo una volta si è andati vicini a questa cifra con 69 suicidi nel 2001”.
Tra le cause dei tanti suicidi si fa spesso riferimento al sovraffollamento, ma poche volte si menziona il clima di terrore e violenza con cui vengono gestite tutte le carceri di questo paese. E sembra davvero incredibile che gli “spazi ristretti” siano giustamente considerati come una causa di depressione, mentre la frequenza dei pestaggi e la sensazione di essere in balia di torturatori sarebbero praticamente ininfluenti.
Eppure anche l’induzione al suicidio è un reato, no?
Lo “sfondo ideologico”, come si può notare, è quello ben noto di un “liberismo” che colpevolizza la povertà e l’emarginazione sociale, massimamente sugli immigrati. Un liberismo che affida poi la “gestione concreta” della presunta “devianza” alla disinvolta capacità di un personale “fascista nell’anima” di praticare la violenza ad libitum. Al riparo da sguardi indiscreti.
Tortura, omicidio, violenza sessuale. Nulla viene escluso. È il tenore della “guerra interna”, che riflette il clima di quella esterna, che è “nell’aria”. Dal Beccaria a Gaza.
Fonte
Ieri, 22 aprile, sono stati arrestati tredici agenti della polizia penitenziaria accusati di “maltrattamenti, lesioni e falso ideologico” nei confronti di almeno una decina di detenuti dell’istituto penitenziario minorile Cesare Beccaria.
L’elenco delle prove raccolte dai magistrati è lunghissimo e costituisce un’enciclopedia dell’orrore. Ve ne daremo anche noi un piccolo compendio per consentire a tutti di misurare la distanza siderale tra la realtà delle carceri italiane e le indicazioni scritte sia nella Costituzione che nelle leggi ordinarie.
Un di più di orrore viene dal fatto che le vittime sono minorenni, ossia persone in formazione – non “delinquenti professionali” – che sarebbe compito dell’istituzione (anche di quella repressiva) provare a recuperare alla vita civile.
Sembra scontato concluderne che, se quella che segue è l’identità dell’istituzione, quei ragazzi e tutti coloro che condividono la loro vita saranno convinti per sempre che lo Stato è solo una macchina da tortura fondata su un suprematismo straccione.
Nell’ordinanza si legge: “Dopo che un gruppo di circa dieci agenti raggiungeva la cella” un poliziotto “apriva la finestrella del blindo” (la porta blindata della cella, ndr), chiedeva al detenuto di avvicinarsi “e gli spruzzava negli occhi uno spray al peperoncino”.
Sei poliziotti subito dopo “entravano nella cella e aggredivano” il ragazzo con “calci e pugni su tutto il corpo e lo facevano cadere a terra, mentre lo insultavano dicendogli “Sei un figlio di p*****, tua madre è una tr***, sei un clandestino, ti faccio vedere io come fare il figlio di put****”, una volta steso a terra, lo ammanettavano, continuando a colpirlo e gli strappavano la maglietta, mentre il ragazzo tentava di difendersi con un pezzo di piastrella”.
Dopo averlo portato in una cella in isolamento un agente lo ha spogliato “lasciandolo completamente nudo e ammanettato; a questo punto” un altro poliziotto “toglieva la cintura” a un collega “e lo colpiva con più cinghiate anche sulle parti genitali fino a provocarne il sanguinamento, mentre” un altro agente “continuava a colpirlo con numerosi calci”.
Il mattino successivo due agenti “lo svegliavano per spostarlo dalla sua cella e lo colpivano nuovamente in faccia con schiaffi e pugni insultandolo con termini quali ‘sei un bastardo, sei un arabo zingaro, noi siamo napoletani, voi siete arabi di merda, sei venuto ieri’; lo trasportavano in una cella singola ove lo colpivano nuovamente in faccia e sul naso”.
Più o meno le frasi che 60 anni fa delle guardie lumbard o piemontesi rivolgevano ai detenuti meridionali, napoletani in testa... Suprematismo straccione, appunto, da penultimi della fila...
«Sono arrivati sette agenti, mi hanno messo le manette e hanno cominciato a colpirmi», racconta ai pm S.
«Ho un problema con la spalla sinistra e mettendomi le manette me l’hanno fatta uscire». Poi uno schiaffo, un pugno, infine calci nelle parti intime: «Vedevo tutto nero. L’ultima cosa che mi ricordo è che mi sputavano addosso. Dopo mi hanno sollevato così, da dietro, dalle manette».
Come ulteriore premio ha ricevuto 10 giorni in cella d’isolamento, i primi tre senza materasso e cuscino.
«È normale essere picchiati al Beccaria» racconta A.
Una violenza sistemica, scrive la gip Stefania Donadeo nell’ordinanza d’arresto: «Le violenze perpetrate all’interno del carcere Beccaria corrispondono esattamente a una pratica reiterata e sistematica che connota la condotta ordinaria degli agenti che vogliono stabilire le regole di civile convivenza e imporle picchiando, aggredendo e offendendo i minorenni detenuti».
Oltre a lesioni, maltrattamenti, tortura c’è anche una tentata violenza sessuale. Novembre 2022, mentre il detenuto minorenne dorme, un agente si avvicina al suo letto e gli pone la mano sul sedere, accarezzandolo. Al risveglio improvviso del recluso che gli chiede: “Cosa vuoi?”, l’agente risponde: “Stai tranquillo, voglio solo fare l’amore con te”. Questo episodio non si è poi concretizzato in violenza sessuale solo grazie alla reazione del ragazzo (e probabilmente al fatto che, in casi come questo, l’agente non poteva chiedere la complicità dei colleghi).
Gli agenti sono accusati anche di aver falsificato le relazioni di servizio per nascondere quello che accadeva.
«La diffusione sistematica della violenza ha determinato anche negli stessi detenuti la maturazione di un’idea di normalità della stessa».
Talmente “normale” che in previsione del prossimo pestaggio i ragazzi mettevano in atto le solite “misure preventive”. «Ci eravamo coperti con tanti vestiti a strati perché così avremmo sentito meno le botte».
Il sistema di tortura era talmente “normale” da aver destinato alcune celle ai pestaggi più violenti; erano senza telecamere interne, di modo che non potesse restarne traccia video (avevano capito, dopo Santa Maria Capua Vetere, che quelle fornivano “prove”).
Una notte «mi hanno svegliato e mi hanno picchiato mentre ero in cella con un altro, mi hanno portato giù in una stanza singola e lì mi hanno ancora picchiato in faccia, sul naso, che mi faceva tanto male. Mentre mi picchiavano dicevano ‘sei venuto ieri... e fai così, sei un bastardo, sei un arabo zingaro’».
Un concentrato di sadismo e razzismo, che sintetizza un fondo “ideologico” comune a molti corpi militari o assimilati. E pure a diversi partiti politici, immaginate quali...
Gli agenti usavano «sacchetti tipo di sabbia per picchiarli, per non lasciare tracce», in questo caso lividi evidenti e refertabili da un medico.
I difensori istituzionali dei presunti “tutori dell’ordine” hanno immediatamente imbracciato il mitra retorico che riduce scandali del genere a responsabilità individuale o di gruppo di “poche mele marce”.
Noi ci limitiamo a constatare che solo negli ultimi due anni abbiamo avuto episodi come quello di Santa Maria Capua Vetere, dove i video delle telecamere mostrano che tutto il personale del carcere partecipava ai pestaggi, distinguendosi individualmente solo per il dosaggio di violenza o entusiasmo partecipativo.
Molto più grave quello che è avvenuto a Modena, in piena pandemia, quando ben nove detenuti sono morti in circostanze mai chiarite e anzi frettolosamente derubricate a “overdose di farmaci”. In quel caso le telecamere interne erano state tutte spente e gli agenti hanno avuto piena libertà di azione. Niente prove, se non le testimonianze dei detenuti sopravvissuti, praticamente identiche a quelle dei ragazzi del Beccaria, ma considerate in quel caso dai magistrati come “poco credibili”.
Il rapporto dell’associazione Antigone ricorda che nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” – sottolinea l’associazione – perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicidio. Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Il più elevato dopo quello del 2022. Guardando agli ultimi trent’anni, solo una volta si è andati vicini a questa cifra con 69 suicidi nel 2001”.
Tra le cause dei tanti suicidi si fa spesso riferimento al sovraffollamento, ma poche volte si menziona il clima di terrore e violenza con cui vengono gestite tutte le carceri di questo paese. E sembra davvero incredibile che gli “spazi ristretti” siano giustamente considerati come una causa di depressione, mentre la frequenza dei pestaggi e la sensazione di essere in balia di torturatori sarebbero praticamente ininfluenti.
Eppure anche l’induzione al suicidio è un reato, no?
Lo “sfondo ideologico”, come si può notare, è quello ben noto di un “liberismo” che colpevolizza la povertà e l’emarginazione sociale, massimamente sugli immigrati. Un liberismo che affida poi la “gestione concreta” della presunta “devianza” alla disinvolta capacità di un personale “fascista nell’anima” di praticare la violenza ad libitum. Al riparo da sguardi indiscreti.
Tortura, omicidio, violenza sessuale. Nulla viene escluso. È il tenore della “guerra interna”, che riflette il clima di quella esterna, che è “nell’aria”. Dal Beccaria a Gaza.
Fonte
08/07/2023
Il degrado istituzionale si specchia nella vicenda La Russa
C’è qualcosa di commovente – si fa per dire, sia chiaro... – nel modo in cui i fascisti inciampano ad ogni minuto nelle regole della democrazia borghese-parlamentare di stampo liberale.
Si vede ad ogni passo che si muovono in un ambiente per loro ignoto, rifiutato, estraneo. Di cui conoscono solo gli – infiniti – sotterfugi che consentono “ai potenti” di evitare i danni peggiori.
Neanche il tempo di mettere in cantiere la “controffensiva d’estate” contro la magistratura, che aveva osato imputare per ragioni molto diverse sia la ministra-affarista Santanché che il “creativo” sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, ed ecco scoppiare la terza grana devastante.
Stavolta, oltretutto, la magistratura non ha fatto davvero nulla, se non ricevere – come dovere d’ufficio – la denuncia di una ragazza per esser stata violentata a casa La Russa dal di lui figlio e da un suo amico.
Dopo due giorni di “tritacarne mediatico” tra evasione fiscale, rivelazione di segreto d’ufficio, interesse politico di parte nell’esercizio delle funzioni governative, “imputazione coatta”, ecc., l’affanno dei “fratellini d’Italia” era evidente.
Così al ministro della Giustizia, l’ex magistrato Carlo Nordio – mai compassionevole con i suoi ex colleghi – era venuto in mente che fosse arrivato il momento giusto per contrattaccare promettendo una “riforma complessiva” del codice penale per eliminare (guarda caso) il reato di “abuso d’ufficio”, l’”imputazione coatta”, il meccanismo che regola l’iscrizione al registro degli indagati e quant’altro renda possibile il travaso di informazioni dai procedimenti giudiziari alla stampa.
Non era una sortita sorprendente, anche se irritualmente affidata ad una nota proveniente da “fonti di via Arenula” invece che direttamente a nome del ministro.
È il classico metodo eversivo dell’ultradestra: invece di mostrarsi ferita, ma “rispettosa delle leggi”, parte all’attacco ululando e promettendo sfracelli peggiori. Con gli occhi di fuori e la voce da “esorcista”...
Purtroppo per loro, proprio nel giorno – “il terzo giorno...” – scelto per il contrattacco è esplosa tra i loro piedi la mina Ignazio La Russa, “seconda carica dello Stato” in quanto presidente del Senato, oltretutto in un momento in cui “la prima carica” è dall’altra parte del mondo e quindi è teoricamente “presidente della Repubblica facente funzioni”.
Sulla denuncia che ha raggiunto il figlio – battezzato Leonardo Apache, forse in onore di Tex Willer – il prode Ignazio si è lanciato nella più prevedibile (e ignobile) delle difese d’ufficio.
Anzi, essendo un avvocato di lungo corso (agli esordi difese Maurizio Murelli e Vittorio Loi, i due fascisti che a Milano nel 1973, a margine di un comizio che lo vedeva tra gli oratori-organizzatori, uccisero un agente di polizia tirando bombe a mano in mezzo alla strada), si può ben dire che come “legale di fiducia” ha condotto un “lungo interrogatorio” del figlio arrivando a pronunciare la più scontata delle sentenze: “non ha commesso nulla di penalmente rilevante”.
Non pago della rapidissima assoluzione da lui stesso pronunciata, si è lanciato poi nelle solite insinuazioni sulla “moralità” della ragazza, trovata positiva alla cocaina durante le analisi ospedaliere successive alla violenza sessuale. Come si dice a Roma e non solo, “è andato fuori come un balcone”...
Avvertito da tutto il suo entourage che stavolta l’aveva fatto immensa, più che grossa, il resistibile ammiratore del Duce operava l’ancor più consueta marcia indietro professandosi “frainteso”. Ma ormai era fatta.
Non può sfuggire a nessuno che, anche dal punto di vista della normale democrazia liberale, la massima carica dello Stato (Presidente a parte) non può sostituirsi alla magistratura ordinaria nel caso di denuncia circostanziata contro un proprio congiunto.
Né che – se lo fa – questa è una pressione esplicita sui magistrati che dovranno esaminare la denuncia, preventivamente indicati come potenziali “toghe rosse” nel caso dovessero arrivare alla conclusione che – sì – effettivamente c’è stata una violenza sessuale di gruppo a casa La Russa, condita dall’uso di stupefacenti (quando la vittima “non ricorda nulla” al risveglio, quasi sempre c’è stato l’utilizzo di una “droga dello stupro”).
Basterebbe fare l’esempio di Boris Johnson – premier britannico imputato e poi costretto alle dimissioni per qualcosa di assai meno grave (feste in casa, in violazione delle misure anti-Covid da lui stesso decise per il resto della popolazione) – per chiarire che in una democrazia liberale ci sono limiti che anche “i potenti” devono almeno far finta di rispettare.
Ma i fascisti si sentono al di sopra della legge. Come quei poliziotti che torturano o uccidono e poi magari trovano un sindacato fascista che organizza collette a loro beneficio (è accaduto per gli agenti che a Milano hanno pestato in strada una donna, qualche settimana fa).
È più forte di loro. Non sopportano limiti o regole che devono valere per tutti. Quindi è bene che si riesca a farli sloggiare il prima possibile.
A prescindere...
Fonte
Si vede ad ogni passo che si muovono in un ambiente per loro ignoto, rifiutato, estraneo. Di cui conoscono solo gli – infiniti – sotterfugi che consentono “ai potenti” di evitare i danni peggiori.
Neanche il tempo di mettere in cantiere la “controffensiva d’estate” contro la magistratura, che aveva osato imputare per ragioni molto diverse sia la ministra-affarista Santanché che il “creativo” sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, ed ecco scoppiare la terza grana devastante.
Stavolta, oltretutto, la magistratura non ha fatto davvero nulla, se non ricevere – come dovere d’ufficio – la denuncia di una ragazza per esser stata violentata a casa La Russa dal di lui figlio e da un suo amico.
Dopo due giorni di “tritacarne mediatico” tra evasione fiscale, rivelazione di segreto d’ufficio, interesse politico di parte nell’esercizio delle funzioni governative, “imputazione coatta”, ecc., l’affanno dei “fratellini d’Italia” era evidente.
Così al ministro della Giustizia, l’ex magistrato Carlo Nordio – mai compassionevole con i suoi ex colleghi – era venuto in mente che fosse arrivato il momento giusto per contrattaccare promettendo una “riforma complessiva” del codice penale per eliminare (guarda caso) il reato di “abuso d’ufficio”, l’”imputazione coatta”, il meccanismo che regola l’iscrizione al registro degli indagati e quant’altro renda possibile il travaso di informazioni dai procedimenti giudiziari alla stampa.
Non era una sortita sorprendente, anche se irritualmente affidata ad una nota proveniente da “fonti di via Arenula” invece che direttamente a nome del ministro.
È il classico metodo eversivo dell’ultradestra: invece di mostrarsi ferita, ma “rispettosa delle leggi”, parte all’attacco ululando e promettendo sfracelli peggiori. Con gli occhi di fuori e la voce da “esorcista”...
Purtroppo per loro, proprio nel giorno – “il terzo giorno...” – scelto per il contrattacco è esplosa tra i loro piedi la mina Ignazio La Russa, “seconda carica dello Stato” in quanto presidente del Senato, oltretutto in un momento in cui “la prima carica” è dall’altra parte del mondo e quindi è teoricamente “presidente della Repubblica facente funzioni”.
Sulla denuncia che ha raggiunto il figlio – battezzato Leonardo Apache, forse in onore di Tex Willer – il prode Ignazio si è lanciato nella più prevedibile (e ignobile) delle difese d’ufficio.
Anzi, essendo un avvocato di lungo corso (agli esordi difese Maurizio Murelli e Vittorio Loi, i due fascisti che a Milano nel 1973, a margine di un comizio che lo vedeva tra gli oratori-organizzatori, uccisero un agente di polizia tirando bombe a mano in mezzo alla strada), si può ben dire che come “legale di fiducia” ha condotto un “lungo interrogatorio” del figlio arrivando a pronunciare la più scontata delle sentenze: “non ha commesso nulla di penalmente rilevante”.
Non pago della rapidissima assoluzione da lui stesso pronunciata, si è lanciato poi nelle solite insinuazioni sulla “moralità” della ragazza, trovata positiva alla cocaina durante le analisi ospedaliere successive alla violenza sessuale. Come si dice a Roma e non solo, “è andato fuori come un balcone”...
Avvertito da tutto il suo entourage che stavolta l’aveva fatto immensa, più che grossa, il resistibile ammiratore del Duce operava l’ancor più consueta marcia indietro professandosi “frainteso”. Ma ormai era fatta.
Non può sfuggire a nessuno che, anche dal punto di vista della normale democrazia liberale, la massima carica dello Stato (Presidente a parte) non può sostituirsi alla magistratura ordinaria nel caso di denuncia circostanziata contro un proprio congiunto.
Né che – se lo fa – questa è una pressione esplicita sui magistrati che dovranno esaminare la denuncia, preventivamente indicati come potenziali “toghe rosse” nel caso dovessero arrivare alla conclusione che – sì – effettivamente c’è stata una violenza sessuale di gruppo a casa La Russa, condita dall’uso di stupefacenti (quando la vittima “non ricorda nulla” al risveglio, quasi sempre c’è stato l’utilizzo di una “droga dello stupro”).
Basterebbe fare l’esempio di Boris Johnson – premier britannico imputato e poi costretto alle dimissioni per qualcosa di assai meno grave (feste in casa, in violazione delle misure anti-Covid da lui stesso decise per il resto della popolazione) – per chiarire che in una democrazia liberale ci sono limiti che anche “i potenti” devono almeno far finta di rispettare.
Ma i fascisti si sentono al di sopra della legge. Come quei poliziotti che torturano o uccidono e poi magari trovano un sindacato fascista che organizza collette a loro beneficio (è accaduto per gli agenti che a Milano hanno pestato in strada una donna, qualche settimana fa).
È più forte di loro. Non sopportano limiti o regole che devono valere per tutti. Quindi è bene che si riesca a farli sloggiare il prima possibile.
A prescindere...
Fonte
06/07/2023
2 luglio 1993 - Italia con le mani in Pasta
30 anni fa la battaglia (e le torture) di Mogadiscio
La Battaglia del Pastificio – Ceckpoint Pasta
Era un venerdì, il 2 luglio del 1993. Da oltre due mesi l’operazione Unosom II[i] aveva sostituito la precedente Unitaf[ii]. Si trattava di operazioni promosse dall’ONU a partire dalla primavera del 1992 (risoluzione 751/92) allo scopo di “portare aiuti umanitari per combattere la carestia” che colpiva la Somalia; carestia aggravatasi in seguito alla guerra civile (iniziata dopo la caduta di Siad Barre nel 1991) fra i seguaci del presidente Ali Mahdi Mohamed[iii] e i seguaci di Farah Aidid[iv].
L’operazione Unosom II, a differenza delle precedenti Unosom I e Unitaf (conosciuta come Restore Hope)[v] autorizzava l’uso delle armi alle truppe ONU inviate nel paese del Corno d’Africa, ufficialmente arrivate per garantire appoggio logistico e sicurezza alle operazioni umanitarie di aiuto. Ma anche per disarmare le due fazioni armate somale che si combattevano, e si dividevano anche i quartieri della capitale Mogadiscio.
E furono proprio le operazioni finalizzate a requisire armi e mezzi, nonché a smantellare radio e apparati logistici dei due contendenti, ad accentuare le caratteristiche di occupazione militare agli occhi della popolazione somala.
Meno di un mese prima, il 5 giugno, nel tentativo di occupare la sede di radio Mogadiscio, utilizzata dalle truppe di Farah Aidid[vi], ci fu uno scontro fra le truppe ONU e i somali, in cui rimasero uccisi 25 soldati pakistani.
Le forze militari italiane[vii] la mattina del 2 luglio furono assalite da una folla di civili somali nei pressi dell’ex pastificio costruito dagli italiani nell’epoca coloniale fascista (per la ricostruzione degli eventi rimandiamo all’articolo di Il Post del 2 luglio 2013, per il ventennale)[viii]
Negli scontri rimasero uccisi 3 militari italiani e ne rimasero feriti 22. Come al solito in questi casi, se dei morti e dei feriti italiani si conoscono nome e cognome, non è così per le vittime somale. Alcuni fonti parlano di 67 morti e 122 feriti. Altre fonti parlano di numeri ben più alto, come del resto rivendicato con orgoglio dai parà italiani con la scritta lasciata all’ingresso del Campo 7 a Mogadiscio (vedi foto). La Battaglia del Pastificio è stata definita da molti come il primo vero scontro che coinvolge truppe italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale. In realtà, sia nel Corno d’Africa (l’Italia mantenne l’Amministrazione fiduciaria della Somalia sino al 1960), sia nell’allora Congo Belga, i militari italiani coinvolti in fatti di guerra sono stati numerosi per tutto il dopo guerra, e i militari morti sono stati decine.
Sulle ragioni dell’attacco alle truppe italiane si è sempre parlato di mistero. Si disse che forse stavano per avvicinarsi troppo a depositi di armi o al rifugio di Farah Aidid.
Le torture
Una delle possibili cause delle motivazioni per cui i soldati italiani, al di là della solita retorica degli “italiani brava gente”, potrebbe trovarsi in quanto venne fuori alcuni anni dopo, quando il settimanale Panorama pubblicò foto in cui si vedevano militari italiani mentre torturavano civili somali, fra cui donne violentate, che portarono a inchieste e interrogazioni parlamentari. In realtà già nel giugno del 1993, prima della battaglia del pastificio, i settimanali Epoca e Sette pubblicarono foto di torture da parte dei militari italiani.
“Stefano Valsecchi (ex paracadutista, ndr), autore di una fotografia di una ragazza legata a un carro armato e violentata, confessò al giornalista Marco Gregoretti di Panorama che durante la scena erano presenti parà, bersaglieri e carristi, e che tutti “ridevano, c’era tanto casino. Più che un gioco sessuale era un far qualcosa, un sentirsi grandi. Era stare nel gruppo. È la legge del branco.” (fonte)
Eppure continuò (e continua, basta leggere nei siti che fanno riferimento ai corpi armati o ai congedati dai corpi armati italiani più coinvolti nelle missioni all’estero) la legenda del comportamento irreprensibile delle forze italiane e lo “stupore” per l’attacco del 2 luglio. La copertura politica e istituzionale di fatto dura ancora, i provvedimenti disciplinari nei confronti dei militari coinvolti e individuati sono stati esigui e ridicoli, quelli penali assenti.
“La mancanza di conseguenze e provvedimenti per questi scandali porterà alcuni dei coinvolti a far carriera, alcuni si ritroveranno anni dopo a gestire la “macelleria messicana” al G8 di Genova, ancora una volta impuniti.” (fonte)
Qualcuno ha ipotizzato che fra le cause ancora da definire completamente della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potesse esserci anche quanto scoperto dalla giornalista Rai sui fatti nel 1993. Di sicuro c’è solo che gli affari sporchi dell’Italia nel Corno d’Africa hanno una tradizione lunga e continua. Che si trascina sino ai giorni nostri.
Quanto sta accadendo in Francia questi giorni, con le rivolte delle banlieue dopo l’assassinio di un ragazzo di origini arabe da parte della polizia, dovrebbe farci riflettere su quanto sia rischioso, oltre che ingiusto, non fare i conti con le colpe del proprio passato, e quanto sia ingiusto e rischioso non ripulire i corpi militari e di polizia dalla cultura razzista, fascista e intollerante.
Esistono varie documentazioni, libri, inchieste, film e documentari su quei fatti, sia da parte di ex parà, come il libro I diavoli Neri, scritto dell’ex capitano dei parà Paolo Riccò, o il film Checkpoint Pasta, di Andrea Bettinetti, sulla battaglia del 2 luglio; sia sulle torture, come il film La linea sottile, di Nina Mimica e Paola Sangiovanni, o il documentario/intervista ad uno dei militari coinvolti, Michele Patruno[ix]
Note
[i] United Nations Operation in Somalia
[ii] UNIfied TAsk Force
[iii] https://it.wikipedia.org/wiki/Ali_Mahdi_Mohamed
[iv] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohammed_Farah_Aidid
[v] https://files.studiperlapace.it/spp_zfiles/docs/20060106073322.pdf
[vii] “Denominato ITALFOR-IBIS” il contingente italiano era incentrato sulla Brigata Paracadutisti “Folgore” e comprendeva anche personale della Marina e dell’Aeronautica” https://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Somalia-UNOSOM-Ibis.aspx
[viii] https://www.ilpost.it/2013/07/02/battaglia-pastificio-mogadiscio/
[ix] https://www.panorama.it/video/news/somalia-1997-il-branco
Fonte e approfondimenti sul tema
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