Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/09/2026

I conti con la termodinamica: il guinzaglio fisico dell’intelligenza artificiale

La riflessione e l’analisi sul potenziale e i rischi dell’Intelligenza Artificiale è in pieno svolgimento. Non tutto è già chiaro ed è bene non cedere alla tentazione di dare subito una definizione-slogan che sembra una “categoria interpretativa”, ma non lo è affatto. Qui di seguito un contributo che ci ricorda quanto la potenza del software dipenda dalla fisica, dall’industria, dall’elettricità.

Buona lettura e continuiamo a cercare di capire.

*****

Tra manifesti apocalittici firmati dai guru della Silicon Valley e film di fantascienza stile Terminator, il dibattito pubblico sulla “perdita di controllo” dell’Intelligenza Artificiale sembra ormai ostaggio di una favola: un bel giorno un algoritmo super-intelligente prende coscienza, si replica nell’etere e sottomette l’umanità attraverso internet.

È una narrazione suggestiva che fa fare milioni di visualizzazioni.

Peccato che dimentichi un dettaglio elementare: l’intelligenza da sola non muove una foglia. Per agire nel mondo reale, qualunque intelligenza – biologica o sintetica – deve piegarsi alle leggi della fisica, della materia e della termodinamica.

Quando guardiamo all’IA non con gli occhi della paura ma con quelli dell’ingegneria, scopriamo che il “controllo” non è un problema filosofico: è un guinzaglio fatto di rame, silicio e gigawatt. 

L’errore concettuale: confondere il software con l’azione fisica

Un’Intelligenza Artificiale può essere brillante quanto vuole nel risolvere equazioni o generare codice, ma per conquistare o distruggere alcunché ha bisogno di agency fisica: deve azionare pistoni, muovere masse, fondere metalli, saldare condotte e scavare minerali.

Il nostro mondo non gira sul codice: gira su tonnellate di acciaio, pale eoliche, scambiatori termici e cemento armato.

Un’entità digitale confinata in un server non può “costruire fabbriche segrete” dal nulla. Per stampare un singolo microchip a 2 nanometri serve una macchina litografica EUV prodotta da una sola azienda al mondo (ASML), che pesa 180 tonnellate, richiede tre Boeing 747 per il trasporto e necessita di filiere industriali sparse in 40 Paesi.

Pensare che un algoritmo possa fabbricare un’infrastruttura fisica parallela all’insaputa della specie umana significa ignorare come funziona l’industria pesante. 

Il vincolo di Landauer: pensare consuma energia reale

L’elaborazione delle informazioni non è un’astrazione eterea. In fisica esiste il Principio di Landauer: cancellare o modificare un singolo bit di informazione dissipa una quantità minima di calore pari a:

E >= kb x T x ln 2

Nella pratica dei data center moderni siamo ordini di grandezza sopra quel limite teorico.

L’illusione dell’algoritmo che fugge

Un modello linguistico di frontiera o un sistema avanzato non può “fuggire e nascondersi dentro i nostri smartphone o nei tostapane connessi”. Ha bisogno di decine di migliaia di acceleratori grafici dedicati (ciascuno da 700 a 1.000 Watt di potenza termica ed elettrica) che lavorano in parallelo a bassissima latenza.

Il cordone ombelicale della rete

Un supercomputer per l’IA moderna assorbe decine o centinaia di Megawatt continui, 24 ore su 24. Non può alimentarsi d’aria: è rigidamente legato a una cabina primaria di trasformazione ad alta tensione da 380 kV, a contratti di fornitura giganti e a milioni di litri d’acqua di raffreddamento.

Il famigerato “kill switch” di cui parlano i filosofi non è una riga di codice che l’IA può hackerare: è un interruttore di manovra elettromeccanico in una sottostazione di Terna. Tagli la corrente, l’entropia fa il suo corso e la “super-intelligenza” torna a essere un ammasso inerte di sabbia drogata e rame.  

Il vero rischio non è Skynet: è la nostra pigrizia sistemica

Significa che possiamo dormire sonni tranquilli? Assolutamente no.

Ma il rischio reale non è la rivolta dei robot: è la nostra dipendenza da modelli opachi per gestire sistemi critici.

Allucinazioni sul dispacciamento

Se deleghiamo a reti neurali complesse (di cui non comprendiamo a fondo i pesi decisionali) la gestione dei flussi di rete elettrica, dei carichi ospedalieri o dei mercati finanziari, l’incidente non nasce da “cattiveria” dell’algoritmo, ma da un banale errore di calcolo probabilistico applicato a un’infrastruttura fragile.

La bolla energetica

I colossi del tech stanno accaparrandosi intere centrali nucleari e quote mostruose di rinnovabili per alimentare l’IA, spingendo la rete elettrica al limite e facendo lievitare i costi infrastrutturali che poi ricadono sulle bollette dei consumatori comuni.

Il verdetto de Il Megawattora

Non perderemo il controllo del mondo a favore di una mente sintetica senziente per un motivo puramente fisico: l’universo richiede lavoro utile e potenza termica per essere modificato.

Finché la produzione di energia primaria, le miniere di litio, i cavi sottomarini e le turbine a vapore saranno gestiti e mantenuti dalla materia biologica in carne e ossa, l’algoritmo resterà un potente strumento di calcolo statistico vincolato alla presa di corrente.

Smettiamo di aver paura dei robot assassini da film e iniziamo a preoccuparci di quanti Terawattora stiamo bruciando per far generare video e testi a un server.

Fatti, non ideologie!

Fonte

13/06/2026

Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni '30 del '900

Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.

Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.

Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.

Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.

E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.

Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.

Anche un secolo fa (o quasi) l’Europa era alle prese con le pesanti conseguenze economiche e sociali della crisi del 1929 e prima ancora delle ferite irrisolte della Prima Guerra Mondiale a causa del Trattato di Versailles. Anche allora, come oggi, sull’Europa incombeva un clima di guerra che di lì a pochi anni si sarebbe scatenata in tutto il continente.

Negli anni Trenta, al rancore e al malessere della piccola borghesia quanto delle classi popolari, per anni venne dato in pasto il capro espiatorio degli ebrei, e non solo in Germania.

Tutti i problemi venivano addebitati alla finanza ebraica o agli insegnanti, medici, commercianti o artigiani di origine ebraica.

L’antiebraismo viveva e agiva sottotraccia in tutte le società europee, alimentato da pregiudizi e dicerìe assai diffusi anche nella popolazione cattolica o protestante.

Bastò poco per far sì che questo diventasse “il problema” e quindi la causa di tutto da dare in pasto a società impoverite, rancorose, incerte sul futuro, alla ricerca di un responsabile dei propri guai che non fossero i ricchi, ben protetti dalla gendarmeria e viventi in mondi, quartieri, circoli separati dal resto della società.

Il “nemico sociale” contro cui accanirsi era quello più a portata di mano, che aveva il negozio nello stesso quartiere, i figli a scuola con i propri, che abitava spesso nello stesso caseggiato.

Il “nemico politico” allora erano i comunisti, non a caso accomunati dalla propaganda delle destre e dei movimenti nazifascisti, ai “giudei”. Tant’è che furono i primi a finire nei lager nazisti.

Oggi contro gli immigrati extracomunitari in Europa si sta respirando un’aria fetida e fin troppo simile a quella degli anni Trenta.

Gli immigrati oggi sono un nemico facile da dare in pasto al rancore, sul quale è facile poter disporre o creare artificiosamente pretesti per reazioni feroci e di massa. Innanzitutto perché hanno un colore diverso e ben identificabile. Oggi, diversamente dagli anni Trenta, gli ebrei sono ormai considerati “bianchi”, occidentali, convergenti con le destre in quanto anti-islamici. Al momento c’è un altro capro espiatorio su cui accanirsi, ancora più facilmente rispetto a quello antico.

Secondo perché sono troppi gli immigrati che vengono lasciati allo sbando in mezzo alla strada senza uno straccio di tetto o di prospettiva, se non quella di poter tornare al proprio paese.

Terzo, appunto, gli immigrati sono “a portata di mano”. Spesso invisibili sul piano di soluzioni dignitose o almeno decenti, ma ben visibili sui territori, nelle città e nelle periferie, spesso ridotti a vivere sulla strada e in quanto tali percepiti come più molesti.

Ai telegiornali “ansiogeni” (pubblici e privati), che ormai vivono quasi esclusivamente sulla paura e la cronaca nera, si sono aggiunti schiere di improbabili influencer, abili nello squadrismo mediatico e nell’allarmismo di bassa lega sui social media, utili per alimentare ossessioni e seminare discordia, decisivi nella diffusione di notizie incendiabili, spesso false, esagerate, manipolate.

Quando non è un fatto di cronaca “vera” – che provoca il dovuto orrore e ripudio di per sé – la leva razziale prova sempre a fare capolino e a disegnarne i contorni, magari per essere smentita il giorno dopo. Ma spesso il lavoro sporco è più semplice e la verità arriva tardivamente.

Seminare l’allarme e le paure è un gioco facile, ripristinare i fattori di razionalità in un’epoca caratterizzata dagli shock emotivi e dall’analfabetismo di ritorno è molto più difficile.

Infine, l’altra leva su cui agisce il sistema convergente delle “destre di sistema e di quelle antisistema”, è indicare oggi – come negli anni Trenta si faceva con i comunisti – “la sinistra” come la responsabile della presenza di immigrati nelle nostre città.

Ed è così che di fronte alle contraddizioni sostanziali, alle crescenti ingiustizie e disuguaglianze sociali, all’immiserimento crescente dovuto ai bassi salari o alla scarsità di abitazioni e servizi, il tema principale dell’agenda politica – e sul quale la destra vuole inchiodare il dibattito pubblico – diventa sempre quello della “sicurezza” e, di conseguenza, di quegli immigrati che ne rappresentano il capro espiatorio a portata di mano, che consentono di fare gruppo – o meglio, branco – perché facilmente identificabili e di prossimità.

Le forze di classe, i sindacati, le organizzazioni di una sinistra degna di questo nome, hanno di fronte un problema enorme.

Le destre in Europa hanno trovato oggi una parola d’ordine e una sintesi che può funzionare a livello di massa: la “remigrazione”.

Ideata di recente dai tedeschi di Alternative fur Deutschland, (che incredibile coincidenza!!) è stata ripresa dai movimenti di destra nel resto del continente, Italia inclusa.

Contrapporre a questa parola d’ordine i crismi della razionalità (ruolo ormai decisivo dei lavoratori stranieri in molti settori del mondo del lavoro, argine alla denatalità e alla crisi demografica, il fatto che ci sono più italiani che emigrano all’estero che immigrati che arrivano in Italia etc.) non ha altrettanta efficacia.

Il nemico ha “fatto sistema” e costruito una narrazione semplificata che ostacola ogni ragionamento o argomentazione basata sul senso, rendendo risibili anche i richiami religiosi che si rivelano inefficaci davanti alla percezione – per quanto distorta – di una materialità dei propri interessi e della propria condizione di vita.

Del resto i tagli al welfare voluti dall’Europa, hanno reso l’accessibilità ai servizi o alle abitazioni più scarsa, innescando una “competizione in basso” sul poco rimasto o il sempre meno a disposizione: dalle prestazioni sociali alle case popolari.

Appellarsi ancora all’accoglienza, all’integrazione, alla pace o alle meraviglie dell’interculturalità non regge più al confronto/scontro con la narrazione razzista e a quella suprematista che ormai ispira anche le “guerre di civiltà” che contrappongono l’Occidente al resto del Mondo.

La soluzione o le soluzioni non potranno usufruire della invidiabile categoria della semplicità, ma dovranno prevedere di mettere in campo tutte le opzioni: da quelle relative alla gestione razionale dei flussi migratori e dell’esistenza dignitosa per chi è già arrivato nel paese (da un contratto regolare di lavoro a un tetto sulla testa) fino all’affrontamento con i gruppi razzisti e neofascisti, perché non basterà solo la battaglia delle idee.

Infine, e non certo per importanza, chi oggi vuole costringere con la forza gli immigrati alla “remigrazione”, sono gli stessi che hanno creato o accettato le condizioni affinché milioni di giovani italiani emigrassero all’estero. Hanno una visione meramente regressiva, adatta solo per un paese in declino. E su un contributo dalle istituzioni europee sarà bene non farsi illusioni, al contrario. Per questo vanno contrastati, affrontati... e fermati.

Nota

In termini percentuali, in media, circa il 6,4% dei residenti in un Paese dell’UE è cittadino di un Paese extracomunitario, si tratta di quasi 29 milioni di persone su 450 milioni di abitanti dei paesi aderenti all’Unione Europea.

Gli immigrati “irregolari” secondo le stime Eurostat a gennaio 2026 erano circa 1 milione. Le stime ottenute con altri sistemi di rilevamento sono più alte. La stima tra 2,6 e 3,2 milioni di irregolari in 12 paesi europei (tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna) proviene dal progetto MIrreM (Measuring Irregular Migration and related Policies) .

Questo progetto, coordinato dall’Università di Oxford viene co-finanziato dall’Unione Europea. MIrreM stima il fenomeno presunto (tutti gli irregolari, intercettati e non). Il suo dato (2,6-3,2 milioni) è più completo come concetto, ma è meno preciso perché frutto di un calcolo indiretto.

Fonte

04/06/2026

Flessibilità UE sull’energia se si spende in armi. Roma e Bruxelles sulla stessa linea

Bruxelles ha infine risposto alle richieste del governo Meloni sul fronte del caro-energia, anche se non si tratta di un assegno in bianco. E non si tratta nemmeno di una risposta formale alla lettera inviata da Palazzo Chigi lo scorso 18 maggio a Palazzo Berlaymont, ma è integrata nel Pacchetto di Primavera del Semestre Europeo.

Ieri, mercoledì 3 giugno, la Commissione Europea ha deciso un’apertura parziale sulla flessibilità fiscale, come richiesto dall’Italia, prevedendo una sorta di “mini-clausola” per l’energia, integrata però al perimetro della difesa. Non si tratta, dunque, di una nuova deroga a sé stante, quanto piuttosto di un’estensione delle maglie della clausola di salvaguardia già prevista per le spese per la difesa, che possono arrivare fino all’1,5% del PIL annuo.

Lo spazio di manovra delineato da Bruxelles si articola su paletti ben precisi per il triennio 2026-2028: un margine annuo dello 0,3% del PIL, che per l’Italia è calcolabile tra i 6,5 e i 7 miliardi di euro. C’è anche un tetto massimo cumulativo di spesa sul settore, pari allo 0,6% del PIL. Insomma, l’Italia potrebbe spingersi a spendere tra i 13 e i 14 miliardi nel triennio cominciato a febbraio, sul tema energia.

Ma non c’è libertà di scelta in cosa spendere. La linea della Commissione, ribadita dal commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, è chiara: “si tratta di uno shock dell’offerta e non si può risolvere uno shock dell’offerta stimolando la domanda”. Tradotto: non solo le misure dovranno essere temporanee e mirate, ma soprattutto gli strumenti pensati non possono essere indirizzati a calmierare i prezzi, e dunque ad aiutare i portafogli delle famiglie in difficoltà.

La flessibilità potrà essere così usata per investimenti volti a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili: incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici, pannelli solari e batterie; ammodernamento delle reti elettriche e sistemi di accumulo; efficientamento energetico. Non si potrà invece impegnare per finanziare sussidi generalizzati e bonus a pioggia, e neanche il taglio delle accise.

Proprio sulle accise il Consiglio dei Ministri si riunisce oggi, dato che la misura è in scadenza il prossimo 6 giugno, e si prevede che verrà varato un sistema di voucher da circa 500 milioni di euro destinato esclusivamente alle fasce più deboli per sostenere le spese di benzina e bollette. Del resto, il problema per i bilanci familiari è ora, e non si risolve chiedendo di comprare una macchina elettrica.

Ma tolte le vicende “giornaliere” del governo, è bene comprendere in che traiettoria generale si inserisce la flessibilità acconsentita da Bruxelles. Perché, ci mancherebbe: alla fine il taglio delle accise è un altro modo per trasferire risorse pubbliche agli speculatori, mentre invece investire in una reale transizione energetica sarebbe la via giusta.

Eppure, questa strada è stata abbandonata dalla UE, perché anche la farsa del Green Deal (che era un modo per ridare fiato all’economia, senza davvero cambiare modello) è stata nei fatti ipotecata per rilanciare il Vecchio Continente attraverso il riarmo. E infatti, quello 0,6% del PIL potrà essere usato solo all’interno dell’attivazione della clausola di salvaguardia per le spese militari, cosa che l’Italia non ha ancora fatto.

Il Belpaese si trova ancora sotto procedura per deficit eccessivo a causa del disavanzo al 3,1% registrato nel 2025. Il che non impedisce “legalmente” di chiedere la clausola, ma nei fatti significa innescare un circolo vizioso sul debito che può risultare disastroso. La clausola permette di scorporare le spese militari dal calcolo della spesa primaria netta, e consente così di evitare la procedura nel caso in cui si superi il 3% di deficit.

Le spese, però, non vengono cancellate dal deficit nominale. Per chi è già sotto procedura, perciò, diventa più difficile scendere di nuovo sotto il 3%. Senza contare che visto l’allarmismo continuo sui conti pubblici italiani e la crescita asfittica, una prospettiva del genere potrebbe rendere molto più costoso finanziare sul mercato il debito pubblico, peggiorando ulteriormente i conti di Roma.

Tuttavia il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto di essere “soddisfatto perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”. Anche se, di fatto, Roma non avrà margini di spesa aggiuntivi, e dovrà accedere alla clausola che fino a oggi ha evitato per legittimi timori. Al governo non sono costretti a spendere tutti i soldi previsti dalla nuova flessibilità, ma agli occhi degli investitori e dell’opinione pubblica sarà all’interno di questo schema bellicista.

Inoltre, vari analisti sono convinti che ora il governo chiederà anche i circa 10 miliardi del SAFE lasciati in sospeso come arma negoziale proprio rispetto alla flessibilità sull’energia. Riassumendo, l’esecutivo aveva detto di non poter “dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa“, e così lo hanno fatto facendo sembrare di aver detto il contrario.

La narrazione che emerge da questa vicenda è quella di una Commissione che si mostra capace di ascoltare, mentre Palazzo Chigi può rivendicare straordinarie capacità di trattativa. Nella realtà dei fatti, Roma e Bruxelles si sono allineate per far meglio digerire ai cittadini di tutta la UE un’ulteriore spinta verso il riarmo e la difesa europea.

Dombrovskis, sotto sotto, lo ha pure detto: “come noto, le due principali priorità di questo ciclo politico sono la competitività dell’economia europea e la sicurezza. Sicurezza e difesa sono elementi importanti. È fondamentale che tutti gli Stati membri contribuiscano al rafforzamento delle capacità europee di sicurezza e difesa”. A pagare, ovviamente, sono sempre le classi popolari.

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22/04/2026

Gli USA mettono la marcia indietro

Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.

Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donal Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.

La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato ... ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata”, ha scritto Trump.

Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro”.

In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc. – e devono innestare la marcia indietro.

Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie, la motivazione ufficiale del dietrofront è indicata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.

È possibile, e decisamente normale, che in un sistema di potere complesso come quello iraniano – tra istituzioni civili, militari, religiose intrecciate secondo un assetto che non corrisponde a quelli occidentali, ma neanche a quelli di una “dittatura teocratica”, altrimenti non si sarebbero potute invocare le “spaccature” – ci sia una differenza di opinioni su come affrontare la situazione imposta da Usa e Israele con l’aggressione.

Non sappiamo ovviamente quanto e come ciò possa essere corrispondente al vero, ma si capisce benissimo che la famosa “vittoria” necessaria a metter fine alla guerra da parte americana per ora è stata individuata a livello politico, visto che sul piano militare non è arrivata.

La narrazione diventa perciò “sono spaccati, abbiamo ottenuto un cambio di regime, va bene così, aspettiamo una loro proposta”.

Naturalmente accompagnata dalla minaccia: Trump ha ordinato ai militari statunitensi di mantenere il blocco navale dei porti iraniani e di “rimanere pronti e capaci” di riprendere la guerra se necessario.

Il che contraddice, manco a dirlo, l’attesa di una proposta, visto che proprio il blocco della flotta Usa era diventato il motivo del rifiuto di Teheran di sedersi al tavolo in Pakistan e quindi di trattare con la pistola puntata alla tempia.

La “proposta”, del resto era stata presentata già prima del cessate il fuoco. Era in 10 punti e lo stesso Trump l’aveva definita “workable” – “lavorabile” diplomaticamente – tanto da dichiarare proprio la tregua e l’inizio delle trattative indirette.

Se c’è una “spaccatura”, insomma, questa pare vada individuata soprattutto all’interno di Washington o forse soprattutto tra Stati Uniti e Israele (lo “shock” di Netanyahu nel sentirsi “proibire” la prosecuzione del massacro in Libano).

L’Iran, più seriamente, prende atto della “svolta” ricordando che l’assenza dei negoziatori iraniani in Pakistan è stata dovuta al fatto che, “dopo l’intervento del Pakistan nella mediazione e la richiesta di cessate il fuoco avanzata dagli Stati Uniti, l’Iran ha accettato tale cessate il fuoco e i successivi negoziati volti a porre fine alla guerra sulla base del piano in dieci punti da esso presentato e accettato dagli Stati Uniti”.

La loro sintetica ricostruzione dei vari passaggi corrisponde peraltro ai fatti: “il Pakistan aveva annunciato esplicitamente l’accettazione di questo quadro da parte degli americani. Ma subito dopo, nei giorni successivi, la parte americana ha iniziato a violare gli impegni presi”. 

In particolare, “si è inizialmente rifiutata di imporre agli israeliani un cessate il fuoco in Libano, e questa mossa ha creato seri ostacoli nei negoziati per diversi giorni”.

Inoltre, “già nel primo round di negoziati a Islamabad, gli americani hanno avanzato numerose richieste eccessive che di fatto violavano i principi iniziali del dialogo, e questo ha portato a una situazione di stallo totale nel primo ciclo di negoziati”.

Poi il contro-blocco dello Stretto di Hormuz proprio quando Teheran decideva di sospendere il proprio, l’attacco ad una nave civile portacontainer con merci cinesi e la cattura dell’equipaggio, ecc.

La proposta è insomma sempre la stessa, è sul tavolo Usa da quindici giorni. Quando decideranno di voler cominciare a discuterne seriamente, si potrà procedere. Senza sbrasate da cowboy, anche se proprio quelle sembrano l’ultima trincea di un’amministrazione perennemente in bilico tra la tragedia e la farsa.

Ma va naturalmente bene la seconda.

Certo, il resto del Mondo farà finta di crederci, le borse prenderanno un gigantesco respiro di sollievo. Ma l’egemonia Usa si dimostra decisamente slabbrata, ormai. E tutti cominceranno a farci diversamente i conti.

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09/04/2026

Il salvataggio del pilota statunitense sembra un film brutto e inverosimile

di Alessandro Robecchi

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.

Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.

Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC-130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.

Quindi salvano ‘sto pilota pluri-maratoneta-alpinista ancorché ferito, ma sfiga vuole che i due MC130 si scontrino tra loro sulla pista di un aeroporto abbandonato (prima versione), oppure si impantanino nella sabbia (seconda versione), oppure siano colpiti dall’esercito iraniano (terza versione). Insomma, soccorso e soccorritori, un centinaio di marines, rimangono a piedi, e fanno saltare i loro stessi aerei, per non lasciarli al nemico. Mah.

La trama si infittisce: chiamano al volo altri tre aerei, tipo Uber ma sulle montagne dell’Iran, e si fanno portare via, non prima di farsi abbattere qualche elicottero. Ora il pilota è sano e salvo, dice il film, ma non sappiamo chi è, come si chiama, e non c’è nemmeno la fotina con lui che fa “vittoria” con le dita. Auguri comunque.

Ok, ora parliamo della crisi del cinema americano.

Voglio dire, con una trama così puoi anche vincere la statuetta che si consegnano tra loro ogni anno, ma rimane un polpettone zoppicante e fantasioso. Per ora la critica (i famosi fact-checker a guardia dell’informazione democratica, per dire) sembra cascarci, mentre in Iran dicono che il film è molto fiction: si sarebbe invece trattato di un’operazione di terra, con vere truppe di invasione, per impadronirsi dell’uranio iraniano, operazione miseramente fallita con grosse perdite, figuraccia bruciante, catastrofe militare.

A chi produce certi film non piace ricordare i flop passati, ma viene in mente comunque l’operazione Eagle Claw, 24 aprile 1980, quando un Jimmy Carter sotto elezioni tentò la mossa disperata del blitz per liberare gli ostaggi a Teheran: fu un disastro.

Ecco, nonostante le recensioni entusiastiche sugli invasori che salvano il loro pilota, l’epica, la retorica e gli effetti speciali, il film di quest’anno sembra molto un remake quarantasei anni dopo, con gli stessi esiti.

Il produttore del film, Donald Trump, ha fatto il suo spettacolino insieme agli sceneggiatori, ha parlato di “Una delle più audaci operazioni nella storia degli Usa”, e ha detto che Dio li ha aiutati perché era Pasqua (giuro). E forse pensa davvero che noi spettatori ci crediamo, paghiamo il biglietto e mangiamo i popcorn, orgogliosi di esser presi per scemi.

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27/03/2026

Le guerra delle parole e nelle parole

Ci sono parecchie cose a non quadrare nell’andamento della guerra in corso in Medio Oriente. Tra queste c’è la guerra delle e nelle parole utilizzate sui media mainstream per raccontare cosa sta accadendo.

Cominciamo dall’informazione secondo cui gli attacchi israeliani e statunitensi sull’Iran “colpiscono gli obiettivi”, mentre i missili iraniani in Israele sono caduti “in aree aperte” oppure “i detriti hanno causato danni”. E ancora leggiamo e sentiamo spesso che “Israele crea una zona cuscinetto in Libano”, mentre la Russia dal 2022 ha “occupato parte dell’Ucraina”.

A leggere i giornali o ascoltare i telegiornali in Italia – ma è così un po’ in tutti i paesi occidentali – l’idea che la gente si dovrebbe fare delle guerre in corso ne risulterebbe un po’ balzana. I mass media accettano servilmente di usare il linguaggio della propaganda senza mai azzardare un briciolo di dignità professionale o almeno di buonsenso.

Emblematico in tal senso è il Times of Israel, il quale il 25/03/2026 titola – testualmente – tre diverse corrispondenze dalle zone colpite in questo modo: “L’Iran sembra prendere di mira una centrale elettrica israeliana ma manca il bersaglio”. E ancora “Tre feriti mentre frammenti di missili iraniani cadono in un villaggio beduino non autorizzato”. Infine “Tre persone ferite leggermente, edifici distrutti mentre attacco iraniano prende di mira Tel Aviv”.

Altre fonti indicano invece una situazione ben diversa e assai meno rassicurante per il “fronte interno” israeliano.

Adesso dedichiamo un po’ di tempo a decostruire questo linguaggio della guerra nascosta dalle e nelle parole.

Cominciamo da “detriti”. I detriti danno ovviamente l’idea che il missile nemico sia stato intercettato e che siano caduti sul proprio territorio solo dei frammenti, in pratica solo un fastidioso danno marginale ma sempre meno grave di un missile “carico”.

I missili sono invece “caduti in un’area aperta”. Insomma il nemico spara sempre a casaccio e non coglie mai un obiettivo, non produce mai danni seri né – quasi – vittime.

Poi ci sono i “feriti”, che sono sempre “lievi” o “leggeri”. Niente di drammatico o che possa suscitare allarme. La precisazione sul fatto che il villaggio beduino in Israele colpito dai frammenti di missili non fosse “autorizzato” – non sionista, ma arabo, quindi “removibile” quando verrà deciso – è stato poi la ciliegina sulla torta.

Va avanti così da settimane. Ma poi, appena si apre una crepa in questo muro di disinformazione e censura, appaiono i dati oggettivi che parlano di più di 5mila feriti in Israele, 5.045 per l’esattezza. Ben 180 di questi ci sono stati solo nel recente bombardamento iraniano su Dimona e Arad nei pressi degli impianti nucleari israeliani.

Secondo l’AI, nel 2024, un rapporto globale ha calcolato un rapporto di circa 1,4 feriti per ogni civile ucciso. Questi numeri mostrano come per i civili l’evento letale sia statisticamente molto più frequente rispetto a quanto avvenga per i soldati. Ma Israele dichiara solo 14 morti, di cui 12 civili e 2 militari. Lo “scudo divino” ha strani effetti materiali...

Dal canto loro l’Iran dichiara oltre 1200 morti e 10.000 feriti tra civili e militari, mentre il Libano dichiara 1072 persone uccise e 2066 ferite.

Nei conflitti asimmetrici moderni ormai il numero delle vittime civili supera spesso abbondantemente – e drammaticamente – quello dei militari.

Ma è anche il fattore che impatta di più sulle opinioni pubbliche, che diffonde maggiormente il dolore nelle famiglie e abbassa il morale, sia nella società che nelle truppe al fronte. Motivo per il quale va tenuto nascosto, neutralizzato, mistificato dalle e con le parole. Fino a quando la verità viene fuori e strappa con violenza il velo della censura.

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24/01/2026

Mitologie maranza

di Giovanni Iozzoli

Da qualche tempo a sinistra si sta maneggiando con una certa disinvoltura il tema “maranza” che, dietro all’evocazione giovanilista e spregiudicata, rimanda ad una questione epocale: il destino sociale delle cosiddette seconde generazioni, che influirà sempre più nel dibattito pubblico e nell’agenda dei governi.

Il bilancio di questa discussione è abbastanza deludente: una cosa sono le riflessioni articolate che stanno dentro buoni libri – vedi i lavori di Bouteldja o di Anna Curcio –, nei quali si ragiona sui processi di razzializzazione intrinsechi al sistema capitalistico; una cosa sono le fascinazioni e le suggestioni spacciate frettolosamente per analisi o proclami politici. Fino a poco tempo fa si diceva: meno male che non abbiamo le banlieue; dopo la tragedia di Rami si scopre che ci sono le banlieue e adesso tutti a correre alla ricerca del mitico maranza da trascinare sul terreno della rivoluzione 4.0. L’ennesima riproposizione della caccia al nuovissimo “soggetto rivoluzionario” in cui ci dilettiamo da alcuni decenni.

Quindi il tema è: l’immaginario collettivo maranza – come i ragazzi si auto-percepiscono e come vengono percepiti dagli altri – apre delle prospettive di emancipazione, per quei mondi e per la società nel suo insieme? Il “maranzismo”, inteso come forma di aggregazione e autoidentificazione, è utile a chi si riconosce in questa rappresentazione?

È bene partire da un dato: la presunta “identità maranza” non ha niente a che vedere né con Franz Fanon né con i ragazzi delle magliette a strisce di piazza Statuto; i maranza non sono le nuove Pantere nere magicamente germogliate nelle nostre città. Maranza è un insulto razzista: lo vogliamo far diventare una categoria rivoluzionaria? In base a quali argomenti o aspettative? Non è che lo stigma – solo perché agitato dai benpensanti – automaticamente cambia senso e verso di marcia.

In realtà il dispositivo politico e comunicativo che sta dietro certe aspettative ingenue, si rifà ad alcuni elementi reali della storia del '900. Snodi politici e culturali in cui si assunse un’identità socialmente negativa o addirittura criminalizzata – quasi sempre uno stereotipo identitario etnico – e anziché negarla, si cercò di costruire su di essa una leva, un piano di appoggio, che producesse un moto di orgoglio e coscienza emancipatrice nei soggetti che la subivano. L’esempio classico è quello del movimento nero americano negli anni '60: lo stereotipo del negro ghettizzato e criminale, si rovescia nel nero è bello e nel black power. Assumere, quindi, lo stigma come punto di forza, rovesciarlo di senso e trasformarlo in un dispositivo di contro-produzione di soggettività. Anche la narrazione dell’operaio massa meridionale dei nostri anni '60/'70, rispondeva a questo meccanismo: il terrone stigmatizzato per la sua ignoranza politica e la sua disaffezione sindacale, trasformava questo suo presunto ritardo in un più radicale rifiuto della disciplina di fabbrica e in ultima analisi del lavoro. Quindi i neri non dovevano rinunciare alla loro negritudine e i terroni non dovevano settentrionalizzarsi: la loro differenza socio-etnica non era più ghetto o zavorra, ma diventava arma da rovesciare contro l’ordine capitalistico e le linee del colore che lo strutturavano.

I tempi però sono un po’ cambiati. Gli anni '60 del '900 sono lontani come la Belle Epoque. Niente permane delle categorie sociopolitiche di quell’era. E il cambio radicale di contesto, ridefinisce i meccanismi di formazione delle coscienze e delle identità metropolitane. La dialettica stigma-rivolta non funziona più. La cosiddetta identità maranza, lungi dall’essere potenziale elemento di riscatto e ribellione, dentro la rappresentazione permanente della società dello spettacolo, sta diventando la più classica delle narrazioni tossiche. Una trappola simbolica e politica, un ghetto mentale in cui migliaia di ragazzi potrebbero autocompiacersi di restare: se parlano tutti di me, girano serie tv patinate su quelli come me e a 14 anni attiro gli sguardi timorosi del resto del mondo, perché dovrei rovesciare “in altro” il mio essere maranza? È l’effetto Gomorra, il racconto estetizzante e venefico delle periferie napoletane, che è stato oggetto di critiche durissime da parte di tutti quelli che praticano attivismo sociale, civico o politico dentro i quartieri popolari. Il “maranzismo” mette in scena la rappresentazione di una Gomorra etnica, quindi anche più pericolosa, in cui decine di migliaia di ragazzini subiscono i loro processi di soggettivazione e di crescita, dentro una spirale di consumismo esasperato e prona assuefazione al modello cucito loro addosso.

I nostri slogan di qualche decennio fa, cominciavano con “USCIRE DAL GHETTO ROMPERE LA GABBIA...” che era una bella dichiarazione programmatica: le nostre rivendicazioni, i nostri minuscoli bastioni metropolitani, non potevano diventare il comodo rifugio identitario con cui separarci dal resto della società. C’era l’idea che l’identità (che era comunque fortemente ideologica e universalistica) potesse diventare un trampolino di lancio per andare oltre e proiettarsi sul mondo. Perché oggi qualcuno pensa di inchiodare questi ragazzi nella loro mattonella identitaria e invitarli a “rimanere nel ghetto” – sperando che il ghetto produca controcultura, contropotere o Dio sa cosa? Ritiriamo fuori la retorica sulle “classi pericolose” e sul loro potenziale sovversivo? Ancora – nel 2026! – come se fossimo negli anni del Quartetto Cetra e non in quelli dell’omologazione più totalizzante della storia umana, in cui etiche, linguaggi ed estetiche sono livellate e profilate dalla macchina comunicativa – per cui “si è maranza” anche se non lo si sceglie.

Cerchiamo di evitare paralleli insensati con i nostri anni '60 o '70. Lo so che la tentazione neo-romantica è tanta (oh, che belle le batterie di rapinatori nei quartieri ai tempi nostri...), ma quella stagione, in cui anche l’illegalità sottoproletaria ebbe un ruolo e un respiro, non c’entra nulla con il mondo di oggi e con la “suggestione maranza”. Quella che i media stanno costruendo è una identità dell’esclusione: ma è una esclusione iper-spettacolarizzata, totalmente funzionale all’agenda politica delle zone rosse – un trappolone in cui migliaia di adolescenti rischiano di rimanere impigliati per sempre. È la rappresentazione di una visibilità numericamente irrisoria, ma enfatizzata e trasformata in emergenza sociale proprio grazie alla continua rielaborazione del modello e del messaggio. Dobbiamo dirlo che i bordi sfrangiati della metropoli, oggi, non stanno generando potenzialità rivoluzionarie o solidali ma disvalori tribali, che stanno attirando su questi ragazzi l’odio del 95% della società: ed è preoccupante che – al netto dell’opinione dei benpensanti – sono oggi i normali coetanei di questi giovani che cominciano ad attribuire certi comportamenti ad una “vocazione predatoria” di segno etnico, con l’addensarsi di un diffuso razzismo popolare e il rischio di reazioni altrettanto tribali che stanno incubando nei quartieri. Che identità stiamo appiccicando addosso a questi ragazzini? Una identità da ladri di collanine, outfit costosi come un mese di stipendio e bullismo insensato? Perché lo stereotipo maranza è quello. È così che il sistema li sta disegnando. E più lo accreditiamo, questo stereotipo, più lo consolidiamo e gli diamo corpo, più divora la vita dei ragazzi come un eggregore maligno. Ci interessa tenerlo in piedi? Sperando che sbocci in una qualche contronarrazione rivoluzionaria?

Chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi maranza. La società adulta – in rapido invecchiamento – in generale guarda sempre ai giovani con diffidenza, timore, ostilità. È un fatto generazionale che si ripete ciclicamente e che va accettato come naturale. Ma qui è l’identificazione tra “gioventù pericolosa” e appartenenza etnica, a rendere la miscela esplosiva. Persino negli anni del boom della tossicodipendenza da eroina – quando migliaia di ragazzi si svegliavano la mattina con l’unica priorità di procurarsi i soldi per una dose – non c’era l’intolleranza e il fastidio di massa che si avverte oggi. Era diffusa l’idea che i giovani tossici non erano mostri ma “figli nostri”, si sentiva in qualche modo il peso delle responsabilità collettive, sistemiche. Adesso no. Le persone normali, anche grazie a campagne mediatiche di enorme impatto e investimento, sono state indotte a pensare di essere al centro di un’invasione aliena, rifiutando di misurarsi con “l’italianità” di soggetti che vengono visti come stranieri, pur essendo nati e cresciuti dietro l’angolo.

Il “maranzismo” è un’offesa verso due generazioni: quella operaia dei padri, venuta qui venti o trent’anni fa, lavorando duramente, nella speranza di un futuro migliore per i figli; e quella dei figli, che sbattono il muso contro le aporie e le ipocrisie della cosiddetta integrazione. Entrambi, padri e figli, stanno facendo i conti con una disillusione epocale. I padri hanno pensato che bastasse assicurare ai figli un po’ di benessere, ospedali migliori e centri commerciali ingioiellati; i figli hanno creduto – più o meno fino alle scuole medie – di potersi considerare italiani come gli altri, salvo poi scoprirsi destinati ad una scolarizzazione più povera e ad un mercato del lavoro più dequalificato. Ed entrambi – padri e figli – hanno esercitato i loro rispettivi ruoli nello sradicamento più desolante, senza le reti parentali o di quartiere su cui avrebbero potuto contare nei paesi di origine. Hanno imparato ad essere genitori – e figli – nel vuoto delle periferie più tristi della Padania industriale.

Crogiolarsi nel proprio essere maranza, magari anche con una spruzzatina di tafferugli da corteo – giusto un paio di volte all’anno – significa arrendersi allo stato di cose presenti. Significa adattarsi alla prigione simbolica che è stata costruita intorno a quelle vite. Significa suonare stancamente lo spartito che è stato già scritto. Ma è davvero questa la storia che si sta imbastendo per queste seconde generazioni? E noi, cosa abbiamo da dire a questa gioventù metropolitana? Speriamo che la Palestina o la rabbia dei 17 anni li faccia pendere dalla nostra parte? Per fare cosa?

Tra l’altro il dibattito sull’“islamo-gauchisme”, la saldatura tra istanze della sinistra radicale e le periferie islamizzate – che si sta gonfiando anche in Italia, su spinta dei giornali di destra – esprime e misura la preoccupazione dei poteri metropolitani su alcuni fenomeni epocali di ricomposizione e unità; ma le inquietudini dei governi non sono mica in relazione all’“identità maranza”: quella è ampiamente sotto controllo, gestita e utilizzata alla bisogna, derubricata al capitolo “ordine pubblico e contrasto alla microcriminalità”. Anzi, più si diffondono comportamenti, pratiche e modelli aggregativi riferibili a quell’identità, più lontani e travagliati si fanno i passaggi di maturazione e intersezionalità politica.

Io spero che presto ci sia un candidato sindaco “maranza”, un leader sindacale “maranza”, un’avanguardia di classe diretta dai “maranza”. Ma questo presuppone proprio lo smontaggio dell’identità maranza, a partire dalla necessità di spingere questi ragazzi a uscire dai branchi, a incontrare i loro coetanei – di tutti i colori della metropoli – e a sottrarsi alle narrazioni tossiche che li vogliono spauracchio dell’ordine pubblico, ladruncoli da immortalare o mettere al centro delle campagne elettorali.

In questo sforzo può aiutare l’intelligenza politica (pochissima) che è rimasta a sinistra, i pochi avamposti sociali ancora attivi. Ma possono aiutare anche le moschee e l’identità religiosa: a Malcom X i maranza non sarebbero piaciuti, posso assicurarlo. Questi ragazzi sono vittima di uno sradicamento valoriale terribile e l’Islam può essere l’ancoraggio che li sottrae al nichilismo metropolitano, che fa loro riscoprire la dimensione comunitaria al posto di quella micro tribale – una identità orgogliosa, che ti fa attraversare il tempo e la società in cui vivi a fronte alta, anziché con la testa incappucciata infilata tra le spalle. Provate a confrontarvi con ragazzi religiosamente consapevoli, che hanno scelto di abbracciare la loro storia, le proprie radici, affrontando un viaggio a ritroso che ricuce le ferite dello sradicamento: è lì che si può incontrare una ricchezza di valori che, nei contesti giusti (vedi il movimento pro-pal) ha prodotto alchimie positive, protagonismi, arricchimenti, rifiuto delle luci artificiali del consumismo becero che imprigiona e motiva tanti coetanei che hanno la medesima biografia ma restano bloccati nel nulla, nel vuoto rabbioso, nell’incapacità di dare un nome alla sensazione di esclusione e incompiutezza in cui stanno crescendo.

Lo so, sono parole da vecchio barbagianni. Molti continueranno ad essere attratti dal mito dei maranza, rinverdendo vecchi sogni abortiti. Adesso l’urgenza è fermare l’onda xenofoba che sta sommergendo questi ragazzi, ingannati dalle luci artificiali dei media e dell’immaginario ingombrante che gli si sta cucendo addosso. Smontiamo “i maranza” – cioè la rappresentazione balorda di queste giovani vite – e ragioniamo con Mohamed, Mustafà, Medhi, Ibrahim, Ali e Omar... Rispettiamo le loro storie complicate, il dolore della solitudine e della mancanza di radici, l’assenza dei padri, la durezza oggettiva delle periferie. Non proviamo a usarli. Hanno davvero un mondo da conquistare, se escono dalla partitura che è stata scritta per loro.

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09/01/2026

Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump

di Silvano Cacciari 

La serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.

In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico – o il Venezuela in questo caso – marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo,  trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran. Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos. Si rivela così la logica Trump di governo: il cliffhanger, un espediente narrativo che conclude una serie tv in un momento di massima suspense, lasciando il protagonista (il presidente USA)  in un evento cruciale irrisolto per incuriosire il pubblico e spingerlo a scoprire il seguito (Cuba? Iran? Groenlandia?)  mantenendo gli stessi protagonisti (Trump, Rubio, Vance...) .

Non si tratta però, da parte dell’amministrazione Trump, tanto di un comportamento da avanspettacolo globale che si fa spazio rispetto alle pratiche serie della politica, quanto piuttosto della politica estera repubblicana possibile nel quadro strategico costruito da Elbridge Colby, autore di The Strategy of Denial e fonte diretta del corollario Trump alla dottrina Monroe del 2025. La Strategy of Denial prevede il contrasto alla Cina, da parte degli USA, come strategico ma non, come si pensa comunemente, attraverso la preparazione di uno scontro militare aperto da fine del mondo quanto piuttosto attraverso la costruzione di una serie di crisi, su tutti i livelli, che rendano impossibile alla Cina una risposta militare diretta causando l’accettazione dell’egemonia politica e militare americana.

Il rapimento Maduro entra in questa strategia in termini militari (dimostrare la superiorità tecnologica americana “bucando” le difese cinesi e russe del Venezuela), in termini commerciali (mettendo in crisi l’importazione cinese di petrolio dal Venezuela) e di guerra finanziaria (mettendo in forse i crediti vantati dalla Cina presso il Venezuela e i progetti di cooperazione). Su questo piano, la Strategy of Denial con gli elicotteri guidati dalla IA su Caracas ha funzionato, gli Usa sono protagonisti in area di crisi. Detto questo, dopo serve il metodo Lioness di Trump e fino a quando non si troverà, se ci sarà mai, una soluzione USA per il Venezuela bisognerà far guardare al mondo nuove puntate della serie tv mantenendo la Casa Bianca al centro dell’attenzione.

In questo modo, l’amministrazione repubblicana pensa di contrastare la Cina: da una parte la strategia del Limited Warfare di Colby, dall’altra la procedura cliffhanger di Trump. Si tratta di modi pensati per la affrontare complessità e i livelli di disordine tipici delle relazioni internazionali ma che sono costretti a fare i conti con l’imprevedibilità che emerge come effetto di questo approccio. Si tratta di una politica che non guarda ad un ordine mondiale, se non in termini cerimoniali, ma alla superiorità americana di adattamento e di sopravvivenza in un mondo complesso, mai realmente governabile e sempre imprevedibile. Colby e Trump, strategia e spettacolo, ci dicono questo.

E qui l’analisi tradizionale delle relazioni internazionali, quella basata su attori statali razionali, si rivela insufficiente per comprendere la dinamica venezuelana post-3 gennaio. Il Venezuela deve essere analizzato come un sistema complesso adattivo (CAS), caratterizzato da una rete di agenti interdipendenti (militari, amministrazione, partiti di maggioranza, popolazione civile, attori esterni) che si adattano costantemente a un ambiente in mutamento e sotto stress da tempo, generando comportamenti emergenti che nessun attore singolo può controllare interamente, figuriamoci un attore esterno, gli Stati Uniti, che vive sul principio dell’essere protagonista al centro del disordine. Nel linguaggio dei CAS, Nicolás Maduro fungeva da “hub” centrale di una rete che distribuiva risorse (rent seeking petrolifero) per mantenere l’omeostasi tra militari, amministrazione, partiti e società.

La sua rimozione improvvisa ha sicuramente introdotto un livello critico di entropia nel sistema (i sospetti di tradimento verso Maduro fanno parte di questo livello). L’azione statunitense, dopo anni di guerra ibrida, ha tentato di “resettare” il sistema, rimuovendo di forza l’hub, cercando di imporre una nuova variabile di controllo: il comando diretto di Washington e la gestione delle risorse petrolifere. Tuttavia, i sistemi complessi tendono a resistere ai cambiamenti imposti dall’esterno, specie se violenti, attraverso quelli che si chiamano feedback loop negativi. In questo senso, contrariamente a quanto pensato dagli Usa, il sistema istituzionale venezuelano ha reagito allo shock provando ad autorigenerarsi. La Corte Suprema (TSJ), agendo come meccanismo di difesa immunitario del governo, ha così nominato la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim per garantire la “continuità amministrativa”. La dichiarazione di Trump secondo cui gli USA “gestiranno” il paese (“We’re going to run the country”) ignora quindi la complessità interna, trattando il Venezuela come un sistema meccanico lineare (“rotto” > “aggiustato”) piuttosto che come un sistema biologico che reagisce agli stimoli in modo anche imprevedibile.

In poche parole, lo spettacolo del rapimento di Maduro ha funzionato come elemento della Strategy of Denial (condizionare Venezuela, Russia e Cina), come marketing spettacolare della Casa Bianca, al centro della politica globale in modalità permanente, ma ha prodotto un livello tale di imprevedibilità da dover generare subito nuove strategie narrative e politiche tipo cliffhanger (es. la Groenlandia) per mantenere gli USA come protagonisti. Insomma, l’intervento militare ha domato quello che, per gli USA, era disordine producendo, per tutti, caos. Infine, la trama di questi comportamenti deve essere spiegata al mondo, e all’amministrazione interna, e su questo genere di narrazione l’attuale inquilino della Casa Bianca non ha rivali ed ecco annunciata una nuova stagione dell’operazione Lioness girata su quel set che si chiama realtà. Dove? Colombia, Groenlandia? Vedremo, la curiosità fa parte dello show.

Emerge poi una profonda differenza tra strategia dell’amministrazione USA e struttura materiale degli Stati Uniti. In questo senso, bisogna porsi la domanda su quanto la Strategy of Denial incida qui sulle criticità Usa. Sono almeno quattro i criteri strutturali con il quali valutare l’operazione in Venezuela:
1) quanto porta sollievo all’enorme debito pubblico, vera criticità sistemica degli Usa;
2) quanto dimostra la superiorità tecnologica Usa in campo militare;
3) quanto indebolisce i competitor storici (Cina, Russia, Iran);
4) quanto contribuisce al mantenimento del dollaro come valuta privilegiata.

Qui le risposte sono contrastanti:

– l’impatto sul debito pubblico USA in ogni caso si mostra marginale: anche se il Venezuela tornasse a produrre 3-4 milioni di barili al giorno (livelli pre-Maduro), i ricavi aggiuntivi per l’economia USA potrebbero ammontare a poche decine di miliardi annui, assurdamente insufficienti per intaccare un debito che cresce di un trilione di dollari ogni cento giorni.

– Sul piano tecnologico l’utilità è [apparentemente -ndR] più evidente e diretta, anche se simbolica. L’operazione per catturare Maduro ha dimostrato la superiorità tecnologica USA contro sistemi di difesa forniti da Cina e Russia, che equipaggiavano le forze venezuelane. I sistemi antiaerei cinesi e russi si sono rivelati inefficaci contro l’attacco USA, che ha impiegato intelligenza artificiale, droni e forze speciali (come Delta Force) in un’operazione fatta di sorpresa tattica e dominio aereo.

– Indebolire competitor storici è forse il punto raggiunto di maggiore utilità strategica. Il Venezuela sotto Maduro era un alleato chiave per Cina, Russia e Iran, fungendo da testa di ponte anti-USA in America Latina. La Cina ha prestato al governo di Caracas oltre 57 miliardi di dollari in cambio di petrolio (750.000 barili/giorno via flotte ombra), la Russia ha fornito armi e supporto militare, e l'Iran ha collaborato come partner per evitare le sanzioni. Adesso questi rapporti sono messi sotto forte stato di incertezza.

– Sul piano del mantenimento del predominio del dollaro l’utilità della pressione sul Venezuela è evidente, ma non decisiva, dato che questo si basa su fattori più ampi (profondità finanziaria, fiducia globale). Con la presidenza Maduro, il Venezuela ha aggirato il dollaro vendendo petrolio in yuan, rubli e criptovalute (es. USDT), contribuendo alla de-dollarizzazione promossa da Cina e Russia. Questo è però un terreno di scontro che si apre non uno che si chiude.

La cattura di Maduro e il tentativo di governare il Venezuela offrono potenzialmente benefici strategici agli USA, in particolare se si tratta di indebolire i competitor e rafforzare il rapporto sicurezza energetica/dollaro, ma con utilità molto limitata su debito e superiorità tecnologica. I rischi (instabilità interna del Venezuela, costi economici, criticità geopolitiche) potrebbero, però, persino superare i guadagni se non governati efficacemente. Ci troviamo quindi di fronte all'applicazione di una Strategy of Denial che provoca dei vantaggi ma anche rischi imprevedibili e che, sostanzialmente, risolve poco delle criticità strutturali degli Stati Uniti.

Negli anni ’80 gli Usa di Reagan riuscivano ad occuparsi di una crisi alla volta. All'inizio del 1986, quaranta anni fa precisi, il previsto bombardamento di Tripoli fu rinviato perché gli Usa dovevano occuparsi prima della crisi filippina. Si  trattava, visto con gli occhi di oggi, di un mondo stabile e bipolare. Eppure la strategia USA era scandire i tempi dell’intervento entrando in una crisi alla volta come metodo per la loro risoluzione. Oggi la strategia è entrare in tutte le crisi assieme non per risolverle, e nemmeno per risolvere i propri problemi strutturali, ma per condizionare l’avversario mostrando una maggiore capacità di adattamento ad un mondo che è fatto di sistemi adattivi complessi che producono effetti imprevedibili. Qualcosa che fa sopravvivere, che è utile ai listini di borsa e alla predazioni finanziarie, ma che abita in uno stato di permanente instabilità che va affrontato secondo una logica, appunto, di sopravvivenza.

Se si cerca l’obiettivo di Trump lo si trova nella capacità di mostrare la superiore capacità di adattamento a un mondo imprevedibile rispetto a quella mostrata da Pechino e Mosca, qualcosa di molto diverso da un mondo pensato sulla reciproca legittimazione delle rispettive sfere di influenza. I testi di Colby, il conservatorismo pop dell’operazione leonessa di Trump, emersi per navigare nei sistemi adattivi complessi, sono parte, vedremo quanto vincente, degli strumenti per raggiungere questo obiettivo.

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07/10/2025

L’impossibile “ritorno alla normalità”

Rimasti spiazzati e sotto botta dalle impressionanti manifestazioni popolari per Gaza di queste settimane, in Italia i filo-israeliani e i “normalizzatori” stanno cercando di recuperare terreno e riportare la percezione della situazione a quella in cui sia la narrazione israeliana sulla realtà che quella reazionaria e individualista sulla società erano dominanti.

Proviamo a fissare i punti e poi ad unirli per ricavarne un quadro che ci aiuti ad affrontare la prossima fase.

1) Sul campo ci si appiglia al ‘Piano Trump’ artificiosamente definito “piano di pace”. Israele continua però nella logica di “fare la guerra come se non si negoziasse e negoziare come se non si fosse in guerra”. Netanyahu ha già detto che il suo obiettivo è la vittoria finale e non il rilascio degli ostaggi. Del resto il tentato omicidio dei negoziatori di Hamas a Doha qualche settimana fa spiega benissimo quanto sia forte l’attitudine israeliana al negoziato.
Il risultato è che mentre a Sharm el Sheik si negozia, a Gaza ancora si bombarda e si muore. I punti indigeribili del Piano Trump per i palestinesi sono troppi, ma nella narrazione mainstream già viene diffusa la versione secondo cui si è “a un passo dalla pace” e che l’eventuale fallimento sarebbe solo colpa di Hamas. Non dei bombardamenti che continuano.

2) Diffondere l’idea della “pace vicina” serve a disinnescare la mobilitazione morale e politica su Gaza e generare una attesa immobilizzante piuttosto che una attenzione sugli eventi in grado di mobilitare.
Questo obiettivo è diventato ancora più urgente di fronte alle enormi manifestazioni e ai due scioperi generali che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza per Gaza, ma non solo.
Questo aspetto era stato colto benissimo da Moni Ovadia che metteva in guardia: dal momento in cui si sarebbero fermate le armi a Gaza sarebbero riemerse tutte le forze politiche e ideologiche impegnate a ripristinare la narrazione precedente.

3) La campagna di demonizzazione dei soggetti più attivi nella denuncia del genocidio israeliano sta rialzando i toni. Particolarmente velenosa quella contro la Relatrice speciale dell’Onu, Francesca Albanese (campagna che, come resoconta e alimenta la testata Open di Enrico Mentana, sta crescendo anche dentro il PD, ndr). E subito dopo la campagna contro la Global Sumud Flotilla e gli attivisti che l’hanno realizzata, che hanno messo in serissima difficoltà sia il governo israeliano che quello italiano, rivelatosi ancora una volta complice e subalterno a Tel Aviv.
Balza agli occhi poi l’offensiva filoisraeliana e reazionaria sui social attraverso il proliferare di “bot and troll” a pagamento, per diffondere ostilità contro iniziative e personalità impegnate nelle mobilitazioni e nella denuncia di Israele e del governo.
In questa zona grigia occorre anche guardarsi dagli “agenti di influenza” e da chi vive mettendo zizzania all’interno del dibattito e delle mobilitazioni, alimentando dicerie, insinuazioni, divisioni artificiali, pettegolezzo, chiacchiericcio solo apparentemente innocuo. 

Infine, la demonizzazione delle enormi e riuscite manifestazioni popolari per Gaza, evidenziando scontri marginali spesso innescati dalla polizia per alimentare artificiosi allarmi sull’ordine pubblico.

Si badi bene, su queste chiavi di lettura e propaganda non convergono solo i filo-israeliani più sguaiati ma anche i commentatori “liberali”, ora seriamente preoccupati dalle mobilitazione popolari e dalla fine della “letargia sociale” cui avevano lavorato alacremente, utilizzando sia la clava della destra che la moral suasion del “campo largo”.

4) Infine, ma non per importanza, la straordinaria partecipazione popolare, in primo luogo giovanile, ai due scioperi generali e alle manifestazioni di queste settimane ha portato allo scoperto una disponibilità alla mobilitazione che difficilmente potrà essere disinnescata.
Dopo mesi di indignazione, ma anche di frustrazione spesso vissuta individualmente, ognuna e ognuno ha potuto verificare che erano in tanti a vivere la stessa necessità di rompere il recinto, di esprimere pubblicamente l’indignazione per il genocidio di un popolo, di far pesare questa indignazione contro il governo e una fintissima opposizione. Facendo così tracimare la “rivolta morale” sulla stessa situazione sociale, politica e morale interna al nostro paese.
E qui si evidenzia un dato politico. Il pezzo di società che è sceso nella strade in queste settimane (lavoratori, studenti, giovani, genitori, educatori etc.), lo ha fatto al di fuori e indipendentemente dalla cosiddetta “società politica” ufficiale, dai suoi riti e dai suoi perimetri organizzativi ed ideologici. 

Il dare continuità alle mobilitazioni sulla Palestina e l’insieme delle ingiustizie non è possibile dentro i parametri forniti dalla politica disponibile sul mercato. Di questo sono consapevoli i protagonisti di queste giornate, che ben difficilmente perciò votano e voteranno per qualcuno che vedono come pezzo dell’establishment.
Le dimensioni assunte dall’astensionismo elettorale già dicono molto, ma se questo avviene contestualmente ad una ripresa mobilitazione di massa nelle piazze il ragionamento va ben oltre il refrain stantio su “piazze piene, urne vuote”.

La domanda di politica espressa dalla gente scesa in strada è assai diversa da quella messa a disposizione nei luoghi istituzionali come nei talk show televisivi, che mai come oggi fanno parlare chiunque, meno che i protagonisti delle piazze.
È innanzitutto una domanda di coerenza tra parole e fatti. Su questo l’appello dei portuali di Genova a bloccare tutto e lo sciopero dell’USB hanno mandato segnali forti e chiari.
 
In secondo luogo, occorre andare a verificare se questa domanda esprima una voglia di “indipendenza politica” più ampia e radicale, per lo meno a medio termine.

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17/08/2025

La narrazione dell'“isolamento” russo

La narrazione europea post vertice recita: “Trump ha interrotto l’isolamento internazionale di Putin”.

In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.

Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.

Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.

I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.

L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.

Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.

La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.

A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.

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15/08/2025

Il summit tra Putin e Trump sarà un successo, ma solo per Russia e USA

di Gianandrea Gaiani

Devono ancora incontrarsi ad Anchorage e hanno pianificato un secondo round di colloqui da tenersi in Russia. Questa notizia, confermata oggi dalla TASS, dovrebbe essere sufficiente a far comprendere a tutti, e soprattutto a ucraini ed europei, che i temi in agenda nel summit tra Vladimir Putin e Donald Trump saranno diversi e per lo più attinenti alle relazioni bilaterali. Insomma, non sarà un vertice sull’Ucraina ma un summit in cui si parlerà anche del conflitto in Ucraina.

“Ci aspettiamo che il presidente degli Stati Uniti visiti la Russia a sua volta. Questo è logico e sottolinea lo sviluppo e l’espansione delle relazioni tra Russia e Stati Uniti, dato che i legami tra le due maggiori potenze geopolitiche non riguardano solo l’Ucraina”, ha dichiarato questa mattina alla TASS Rodion Miroshnik, inviato speciale del ministero degli Esteri russo per i crimini compiuti dal regime di Kiev.

Miroshnik ha sottolineato che Washington e Mosca condividono un ampio programma, che comprende questioni internazionali e globali, nonché scambi diretti economici, culturali, sportivi e di altro tipo, molti dei quali sono stati sospesi e, a suo avviso, dovrebbero essere ripresi nell’interesse di entrambe le parti.

Che il vertice in Alaska costituisca l’avvio di un percorso di dialogo e distensione lo si può intuire anche dal fatto che Russia e Stati Uniti non hanno in programma di preparare nessun documento congiunto al termine del summit che si aprirà questa stasera (alle 21 ora italiana) , come ha detto ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.

“Non è previsto alcun documento sui risultati del vertice, non è stato preparato nulla. Ed è improbabile che ci sarà alcun documento. Tuttavia, dato che ci sarà una conferenza stampa congiunta, il presidente illustrerà naturalmente la serie di accordi e intese che sarà in grado di raggiungere”, ha detto il portavoce.

La regia dello show punta sulla suspense

Una dichiarazione che potrebbe indicare i dubbi e le incertezze circa l’esito del faccia a faccia tra i due presidenti, ma anche un’affermazione che potrebbe far parte di una regia accurata per dare risalto ed enfasi all’incontro messa a punto da Mosca e Washington per assicurare suspense e spettacolarità all’evento descritto da alcuni come una “nuova Yalta”.

Una regia attentata sta infatti guidando i preparativi al summit sui due lati dello Stretto di Bering e non si può escludere che della sceneggiatura, ricca di richiami alla Guerra Fredda, faccia parte anche l’arrivo alla base aerea che ospita il summit del ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, con addosso uno felpa rossa con la scritta URSS.

Del resto anche Trump, consumato istrione, ha fatto la sua parte, annunciando il summit ad Anchorage solo poche ore dopo che aveva affermato con durezza di non voler incontrare Putin. “Questo incontro prepara il terreno per il secondo, ma c’è il 25% di possibilità che questo incontro non abbia successo”, ha detto ieri Trump a Fox News Radio, rinnovando così l’interesse internazionale per il summit.

Che dire poi del video realizzato dai ballerini Veronika Popova e Konstantin Soyko, che celebra il summit in Alaska ricordando i momenti storici che hanno sto Russia e Stati Uniti protagonisti del destino di tutto il mondo?

I due ballerini, in costumi che riprendono le due bandiere, danzano sulle immagini che ripercorrono l’incontro tra lo zar Alessandro I e l’ambasciatore americano e futuro presidente John Quincy Adams nel 1809, l’incontro sul fiume tedesco Elba nel maggio 1945 tra le truppe statunitensi e sovietiche, il Festival Mondiale della Gioventù del 1958, il pianista americano Van Cliburn che riceve il Premio Čajkovskij nel 1958, la visita di Nikita Krusciov negli Stati Uniti nel 1959, la missione spaziale congiunta Apollo-Soyuz nel 1975 e ovviamente l’incontro tra Putin e Trump nel 2017 in occasione del G20 in Germania.

Per non lasciare dubbi circa il tenore dell’iniziativa, il video si conclude con lo slogan “Insieme creiamo il futuro”.

Chi ha dimestichezza con questo genere di eventi sa bene che i summit vengono preparati minuziosamente da funzionari e “sherpa”, e vengono annunciati quando le intese sono già state raggiunte almeno in larga misura, mentre dove non è possibile trovare convergenze vengono messe a punto note di linguaggio utili a ridimensionare le differenze di vedute e sminuire i contrasti.

Un successo già confezionato?

Giova ricordare che funzionari statunitensi hanno riferito al Wall Street Journal che da mesi Trump e Putin si sentono al telefono. Inoltre, conoscendo i due personaggi, si può davvero credere che si incontrino con così ampio clamore mediatico senza aver già trovato il modo per definire entrambi il summit un grande successo? Difficile credere che entrambi rischino la propria immagine e reputazione, in patria e nel mondo, con un flop che li metterebbe alla berlina come dilettanti allo sbaraglio.

Il 12 agosto fonti della Casa Bianca hanno infatti fatto sapere al giornale Politico che il faccia a faccia di Ferragosto potrà essere “l’inizio di una nuova fase” e “un passo verso la fine della guerra in Ucraina” evitando però promesse di annunci di cessate il fuoco o altri accordi.

Alla Casa Bianca ricordano poi come l’idea del vertice sia nata dopo che l’inviato speciale Steve Witkoff, che la scorsa settimana ha incontrato Putin a Mosca, ha riferito a Trump che il presidente russo ha espresso il desiderio di incontrarlo. Inoltre Putin ha “offerto un piano, forse non un piano praticabile, ma c’è qualcosa su carta che mostra un progresso”.

Una storia che sembra confezionata ad hoc, perfetta per i media, anche se forse è più probabile che Witkoff e Putin abbiano discusso a Mosca dell’agenda dell’incontro ad Anchorage già da tempo pianificato, in cui la guerra in Ucraina sarà probabilmente solo uno dei temi di interesse bilaterale, che saranno almeno una mezza dozzina.

Del resto l’incontro è stato pianificato per avere un forte valore simbolico, a partire dal luogo in cui si tiene. L’Alaska era parte della Russia zarista, venne venduta agli USA nel 1867 ma vi sono ancora comunità che parlano russo e piccole chiese ortodosse nei villaggi che un tempo ospitavano le stazioni commerciali costiere di Mosca.

Separata dalla Kamchatka russa dagli 80 chilometri dello Stretto di Bering (in realtà l’isola russa di Grande Diomede e quella americana di Piccola Diomede distano meno di 4 chilometri) l’Alaska è stata a lungo luogo simbolo della Cortina di Ferro durante la Guerra Fredda ma appare con questo vertice un trait d’union tra Russia e Stati Uniti.

Ancor più rilevante se si considera che, come previsto, la visita di Putin in territorio americano verrà ricambiata con un secondo faccia a faccia tra i due da tenersi in Russia, forse in ottobre.

L’economia prima di tutto

La Casa Bianca ha appena incassato la dura reazione di India e Cina alle ingerenze e alle minacce di dazi. Una disfatta per l’arroganza di Trump (risultata vincente invece con i “vassalli” europei) che ha determinato non solo il consolidarsi dei rapporti strategici tra India, Russia e Cina ma addirittura un’inedita intesa cordiale tra cinesi e indiani che, dimenticando rivalità tra potenze nucleari dell’Indo-Pacifico e crisi militari di confine, hanno deciso di intensificare le relazioni diplomatiche ed economiche.

Dopo aver a lungo contestato Joe Biden e prima Barack Obama per le politiche ostili a Mosca che hanno portato a saldare in modo sempre più stretto l’alleanza tra Russia e Cina, Trump rischia di compiere lo stesso errore con l’uso spregiudicato e arrogante dell’arma dei dazi e delle minacce, col risultato di compattare mezzo mondo contro USA e Occidente.

Trump infatti non ha solo compromesso il lento avvicinamento tra USA e India ma sta rafforzando l’asse militare della Shangai Cooperation Organization (SCO – organizzazione di sicurezza asiatica guidata da Mosca e Pechino ma a cui aderiscono India, Pakistan, Iran e molte nazioni ex sovietiche tra cui la Bielorussia) e l’asse economico-finanziario dei BRICS, organizzazione sempre più ampia che raccoglie oggi 10 stati membri, 10 associati, 9 che hanno chiesto l’ammissione e 2 osservatori (Turchia e Algeria), determinati a rinunciare al dollaro nelle loro transazioni commerciali.

Un contesto in cui Trump oggi ha più che mai bisogno di avere un buon rapporto con Putin per negoziare sui temi commerciali con i BRICS e su quelli strategici con India, Iran e Corea del Nord, mentre Putin incassa l’uscita dall’isolamento decretato dall’Amministrazione Biden e ha oggi tutto l’interesse a trovare intese che portino ad abrogare le sanzioni alla Russia.

Nella base militare di Elmendorf-Richardson, situata a nord di Anchorage, Trump e Putin annunceranno con ogni probabilità progressi sui fronti strategici, dell’economia e soprattutto dei rapporti bilaterali.

Lo indica anche la composizione delle delegazioni russa e statunitense con i ministri degli Esteri Marco Rubio e Sergei Lavrov, quelli della Difesa Andrei Belousov e Pete Hegseth.

In ambito economico i russi schierano in Alaska l’esperto ministro delle Finanze Anton Siluanov, protagonista della crescita economica russa nonostante le prolungate e rafforzate sanzioni occidentali e Kirill Dmitriev, capo del Fondo sovrano del Cremlino ma con studi negli USA e ottimi rapporti con le élites economiche americane.

Nella delegazione statunitense, oltre al vicepresidente JD Vance , ci sarà il segretario al Tesoro Scott Bessent e l’inviato speciale di Trump in Russia Steve Witkoff.

Appare quindi intuitivo ritenere che il tema della cooperazione politica ed economica sarà centrale in un summit in cui Mosca chiederà la rimozione delle sanzioni e Washington il supporto russo a trovare intese con i BRICS.

La guerra come elemento di disturbo nel rilancio delle relazioni USA-Russia

L’Ucraina sarà quindi solo uno dei temi in agenda e neppure il più importante, con buona pace di Volodymyr Zelensky e dei leader europei, terrorizzati all’idea di trovarsi da soli a gestire la crisi militare con la Russia.

La portavoce del dipartimento di Stato USA, Tammy Bruce, ha sottolineato ieri che Washington non considera il vertice come un negoziato sull’Ucraina.

“Ricordo che il Presidente non definisce questo incontro come un negoziato. Non è stato lui a richiedere questo incontro. Ha osservato che l’obiettivo è capire cosa sta succedendo, cosa è possibile. Quindi ritengo che negoziati sia la parola sbagliata”, ha dichiarato Bruce durante un briefing con la stampa.

Del resto se c’è qualcosa che accomuna Putin e Trump è l’ostentato disprezzo, espresso in più occasioni da entrambi i presidenti, nei confronti dell’Europa, anche se motivato per ognuno di loro da ragioni diverse.

Trump ha usato la spesa militare NATO al 5% del PIL e i dazi imposti alla UE per umiliare gli europei agli occhi del mondo mentre il portavoce del ministero degli Esteri russo, Alexey Fadeev ha affermato nei giorni scorsi che “consideriamo le consultazioni richieste dagli europei [sul vertice del 15 agosto] come un’azione politicamente e praticamente insignificante. Gli europei sostengono verbalmente gli sforzi diplomatici di Washington e Mosca per risolvere la crisi Ucraina, ma di fatto l’Unione europea li sabota”.

Come era apparso evidente già nei mesi scorsi durante i primi colloqui in Arabia Saudita tra Lavrov e Rubio, il conflitto in Ucraina costituisce oggi un elemento di disturbo, un fastidioso dettaglio che ostacola la ripresa in grande stile delle relazioni bilaterali Russia-USA.

Entrambe le super potenze si sono strutturate per incassare vantaggi dal conflitto. I russi perché stanno ottenendo la vittoria sul campo di battaglia e negozieranno con gli USA una nuova cornice di sicurezza ai loro confini occidentali.

Gli Stati Uniti perché si sono garantiti ampi interessi economici in quella parte dell’Ucraina che non finirà sotto il controllo o l’influenza russa ma soprattutto perché hanno messo in ginocchio gli europei che da alleati militari e competitor economici sono stati ridotti in meno di quattro anni allo status di vassalli auto condannatisi al declino economico e alla sudditanza strategica.

Il summit in Alaska appare quindi destinato ad essere un successo, ma per Stati Uniti e Russia, non necessariamente per Ucraina ed Europa, che hanno visto respinte e umiliate le richieste di sedersi al tavolo con i due presidenti.

Pronostici

Fare previsioni in questi casi è sempre un azzardo ma, oltre ai temi già citati, tra i punti strategici che verranno affrontati vi sarà forse anche il rilancio del Trattato INF sui missili balistici a raggio intermedio da cui Trump aveva ritirato gli USA nel 2019 e che Mosca ha fatto sapere il 5 agosto di non voler più rispettare.

Un segnale di distensione che scongiuri il rischio di avere presto missili statunitensi con armi nucleari in Germania puntate su Mosca e missili russi in Bielorussia puntati sull’Europa.

Possibile anche che venga annunciato il “rilancio” del Trattato START che limita il numero di testate nucleari e vettori strategici e di cui Mosca annunciò la sospensione dell’applicazione con un solenne discorso di Putin ai parlamentari della Duma il 21 febbraio 2023, dopo un anno di guerra in Ucraina, come rappresaglia per gli aiuti militari USA/NATO a Kiev.

L’annuncio del rilancio della cooperazione russo-americana sulle armi atomiche, strategiche e/o di teatro, sarebbe di per sé sufficiente ad assicurare una vasta eco al summit dopo tre anni e mezzo in cui da più parti si evoca l’incubo nucleare come scenario realistico del confronto con la Russia.

Russi e americani imbastiranno probabilmente anche un negoziato sull’Artico, teatro di crescenti tensioni economiche e strategiche, da sviluppare nel summit successivo.

Dopo l’incontro in Alaska con Putin, “il secondo incontro sarà molto, molto importante, perché sarà un incontro in cui si raggiungerà un accordo. E non voglio usare il termine ‘spartirsi le cose’, ma in un certo senso non è un termine sbagliato. Ci saranno scambi di opinioni su confini e territori” ha detto ieri Trump nell’intervista al The Brian Kilmeade Show di Fox News.

Questo significa che la fine della guerra in Ucraina o un annuncio di Putin circa il cessate il fuoco non è una aspettativa posta in agenda oggi. Se ne parlerà semplicemente ma con “scambi di opinioni” (cioè senza diktat e condizioni) mentre ogni decisione verrà rinviata al secondo incontro in Russia tra i due presidenti.

Ad Anchorage probabilmente Trump prenderà atto della disponibilità di Putin a chiudere la guerra ma solo una volta che Kiev avrà accettato le cessioni territoriali e le altre condizioni poste da Mosca. Una di queste è la non adesione alla NATO, esclusa peraltro anche da Trump.

Trump e Putin si daranno appuntamento al summit in Russia per valutare i progressi verso la pace ma, considerate le condizioni militari disastrose delle forze ucraine e i successi costanti dei russi che avanzano su tutti i fronti, Putin avrà probabilmente il tempo necessario per completare le operazioni militari e chiudere il conflitto. Specie ora che il massiccio sfondamento delle linee ucraine a nord-est di Pokrovsk, nella regione di Donetsk, sembra poter aprire la strada al tracollo dell’esercito di Kiev.

Le diverse ipotesi circolate in questi giorni di “congelamento del conflitto” o di un possibile ritiro russo da alcuni territori non appaiono credibili né coerenti con la posizione di Mosca, che ha sempre chiesto di negoziare la fine del conflitto e la rimozione delle sue cause. A meno che Kiev non accetti tutte le condizioni di pace poste da Putin, i russi non si fermeranno.

Zelensky, sostenuto dagli europei, ha ribadito che non intende “regalare lembi di territorio ucraino a Mosca” ma questi territori i russi li stanno espugnando combattendo, controllano circa il 20 per cento dell’Ucraina e continuano ad avanzare.

In Europa nessuno dovrebbe farsi illusioni: difficile credere che Trump rinuncerà a tutti gli affari che ha in ballo con la Russia e i suoi alleati per pretendere da Putin che cessi immediatamente e senza condizioni l’offensiva in Ucraina.

Se anche volesse farlo (e non sembra averne l’intenzione), Trump non avrebbe gli strumenti per mettere all’angolo Mosca né avrebbe interesse a farlo nonostante le sbruffonate anti-Putin rilasciate in alcune dichiarazioni pubbliche a cui la Russia, non a caso, non ha mai risposto, quasi fossero parte di quella sceneggiatura condivisa a cui abbiamo accennato in precedenza.

Sarà forse in base a questa consapevolezza che Frederikas Jansonas, consigliere del presidente della Repubblica lituana, Gitanas Nauseda, ha affermato ieri che “l’incontro in Alaska tra Trump e Putin è un fatto estremamente preoccupante”.

Oppure che il presidente lettone, Edgars Rinkevics, in un’intervista rilasciata oggi alla CNN, ha detto di auspicare che “in Alaska non si arrivi a decisioni affrettate in modo da trovare una soluzione che accontenti tutte le parti, specialmente quella ucraina. Concessioni territoriali non sarebbero che una ricompensa concessa alla Russia”.

Più lapidaria la valutazione del premier ungherese Viktor Orban: “L’Ucraina ha perso la guerra e il suo futuro sarà deciso da altri paesi, mentre la Russia ha vinto questa guerra. L’unica domanda è quando e in quali circostanze le figure occidentali che sostengono gli ucraini ammetteranno che ciò è accaduto, e cosa ciò significherà”.

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05/03/2025

I porti “cinesi” del Canale di Panama venduti a un consorzio guidato da BlackRock

Una delle promesse – o minacce – fatte da Trump al suo discorso di insediamento sembra essersi realizzata: due importanti porti agli estremi del Canale di Panama tornano di proprietà ‘statunitense’, per quanto si possa affibbiare una nazionalità al consorzio guidato da BlackRock che ne ha rilevato la gestione dalla cinese CK Hutchison Holdings.

Appena un mese fa le pressioni messe in pratica dal Segretario di Stato USA Marco Rubio avevano portato il presidente panamense alla promessa di non rinnovare l’accordo sulla Belt and Road Initiative con Pechino. Ma anche all’avvio di verifiche sulla concessione dei due porti, rinnovata senza gara d’appalto a Panama Ports, sussidiaria della CK Hutchison Holdings.

Un’evidente pressione politica che la società con sede a Hong Kong (dunque non un’impresa pubblica su cui il Partito Comunista Cinese eserciti alcun controllo) ha deciso di aggirare vendendo direttamente il 90% di Panama Ports a BlackRock e soci. Tra di essi, anche MSC dell’imprenditore italiano Aponte.

Ora, dunque, gli accessi a Balboa e Cristobal sono sotto più stretto controllo di Washington. Non si tratta del ritorno del Canale sotto la sovranità statunitense, come molti giornali italiani hanno titolato, ma si tratta di certo di un altro caso in cui alle ‘sparate’ di Trump sono seguiti fatti concreti, che non si possono ignorare.

Più che altro perché anche Trump ha rincarato la dose, citando davanti al Congresso l’accordo di BlackRock, ma continuando anche a dire che si riprenderanno quella via d’acqua. La mossa della società di Hong Kong, che ha così evitato spiacevoli controlli e ha pure incassato un buon rialzo delle azioni in borsa, potrebbe non bastare.

Ad ogni modo, la notizia non è solo che degli importanti terminali di uno dei corridoi commerciali più importanti del mondo sono tornati nell’orbita dell’imperialismo stelle-e-strisce. Perché la partita che Trump si gioca è quella di un più generale rilancio della capacità del suo paese di assumere una posizione di forza nella frammentazione del mercato mondiale.

Il tema del Canale di Panama ha a che fare con tale questione, e l’accordo siglato da BlackRock va oltre l’America centrale. Come riporta il Financial Times, infatti, nei 22,8 miliardi di dollari che alla fine dovrebbe valere l’accordo, non è stato ceduto solo il 90% di Panama Ports, ma anche l’80% delle altre sussidiarie portuali di CK Hutchison.

Si parla di sigle che gestiscono 43 porti in 23 paesi, tra cui il Regno Unito e la Germania, il Messico e l’Australia, e in vari altri luoghi del Sud-Est asiatico e del Medio Oriente. L’altro 20% delle sussidiarie è detenuto da PSA, operatore portuale di proprietà di Temasek, fondo sovrano di Singapore: uno stato che Washington può pensare di allineare abbastanza facilmente ai suoi desideri.

L’accordo ha quindi proiettato gli Stati Uniti nel controllo di infrastrutture commerciali fondamentali sparse per tutto il pianeta, utili nella pressione politica che Trump vuole operare nella ridefinizione dei termini del commercio globale a proprio vantaggio. Sempre sul Financial Times si legge che una fonte ha evidenziato come “il consorzio non sarebbe andato avanti con la sua offerta se avesse creduto che il governo degli Stati Uniti non avrebbe sostenuto l’accordo”.

È finita la propaganda del libero mercato che governa su ogni cosa. Ormai siamo allo scontro totale tra attori che sono tutti competitors nell’orizzonte della competizione globale e della frammentazione del mercato mondiale. Trump sta premendo sull’acceleratore di questa trasformazione.

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USA - Lo spot elettorale postumo sullo “stato dell’Unione”

Un discorso elettorale. Un classico, nel genere. Vero è che le elezioni statunitensi ci sono già state all’inizio di novembre, un secolo fa... Ma The Donald – come Berlusconi, come il resto della destra internazionale – non può fare altro. Così come i suoi avversari sedicenti «democratici», del resto...

Ma una differenza c’è. I suoi discorsi elettorali sono molto meno vaghi, diretti, pieni di problemi reali ovviamente stravolti quanto basta per tornare utili. Il che li rende più potabili del vuoto ciacolare «democratico», quello che persino una non avversaria come Lilli Gruber ha dovuto qualche tempo fa recensire molto negativamente («ho ascoltato tutto il discorso – di Elly Schlein – e alla fine il foglio di appunti era vuoto»).

Nel primo discorso sullo «stato dell’Unione» della sua nuova presidenza, Trump ha potuto inserire una sola novità: il fatto che Zelenskij, solo tre giorni dopo lo strapazzo subito in diretta mondovisione, sembra aver accettato quel che prima rifiutava. Ovvero farsi dire da Trump come metter fine alla guerra, che gli piaccia o no la soluzione che verrà trovata.

Per certificare la sua buonafede, intanto, firmerà ad occhi chiusi il contratto che concede a società statunitensi l’esclusiva di sfruttamento delle (presunte, fin qui) «terre rare» ucraine.

Del resto, “Abbiamo ricevuto forti segnali dalla Russia, sono pronti per la pace. Non sarebbe bellissimo? Dobbiamo porre fine a questa guerra insensata”. Passare dalle disponibilità a trattare ai risultati concreti è in genere un processo lungo e travagliato, ma chissenefrega, diamolo per fatto e non se ne parli più...

Il resto è roba già metabolizzata. Anche i dazi, che pure stanno agitando parecchio le borse (europee e statunitense, bisogna dire; quelle asiatiche vanno benone, stamattina), sono ormai un argomento ripetuto fino alla noia.

Certo, Cina, Canada, Messico sono pronti a ritorsioni uguali e simmetriche, ma ai due confinanti Trump sconsiglia la mossa promettendo il raddoppio se oseranno reagire. Non c’è alcuna argomentazione «etica», come avrebbe fatto un Biden o un Obama. Solo «interesse nazionale» e una brutale potenza di fuoco superiore.

Trump ha promesso di guidare l’America verso quella che ha definito “la nuova età dell’oro”, potendo contare su una folla di creduloni che quotidianamente fanno i conti con l’impoverimento progressivo, che non sanno però spiegarsi.

Per ora funziona promettere contemporaneamente fortissimi tagli alla spesa pubblica – non solo agli «sprechi», per cui ha scelto di citare alcuni milioni fin qui destinati alla promozione dei diritti Lgbt+ nel Lesotho («un paese di cui nessuno ha sentito parlare») – e lo sconvolgimento del commercio mondiale, che lui stesso ammette «creerà qualche problema all’inizio» anche per i consumatori Usa.

Funziona perché la dinamica macroeconomica segue altre strade rispetto al tran tran quotidiano per arrivare a fine mese, e dunque si può promettere molto oggi con la certezza che quando la realtà comincerà a mordere molto sarà stato dimenticato.

Così i dazi possono essere presentati come “necessari per difendere i lavoratori americani” e rilanciare l’economia interna: “Per troppo tempo gli Stati Uniti sono stati derubati da quasi tutti i paesi del mondo. Questo tempo è finito. Proteggeremo i posti di lavoro americani e l’anima del nostro Paese”, ha dichiarato.

Silenzio, ovviamente, sul fatto che i suoi amici delle multinazionali – primo fra tutti quell’Elon Musk che ha voluto ringraziare, citandolo, anche se le Tesla vengono da sempre costruite in Cina, mica a Detroit – quei «posti di lavoro» li hanno delocalizzati altrove già da decenni, desertificando industrialmente gli Usa.

Ha ammesso che questa politica potrebbe causare “qualche scompiglio” nel breve periodo, ma ha ribadito che il prezzo da pagare sarà ampiamente compensato dai benefici a lungo termine: “Non solo proteggeremo i lavoratori americani, ma proteggeremo l’anima della nostra nazione”.

Un’anima da solleticare con «successi» facili, come la «riconquista» del canale di Panama – in realtà venduto per 17,5 miliardi di dollari dalla cinese Hutchinson Wanpoa ad un un consorzio composto dalle società d’investimento statunitensi BlackRock e Global Infrastructure Partners (Gip) e dalla Terminal Investment Ltd (Til), gruppo con sede in Svizzera che fa capo alla compagnia marittima Msc dell’armatore italiano Gianluigi Aponte.

Oppure con la promessa di prendersi la Groenlandia – anche lì, terre rare e altre risorse minerarie – ma pacificamente, comprando il consenso dei suoi pochi abitanti (meno di 60mila, quanto un piccolo quartiere di Roma) per un referendum che sancisca il passaggio della sovranità dalla Danimarca agli Stati Uniti.

E poi vai con la saga contro l’immigrazione – quasi una vendetta della Storia, per un paese fatto di immigrati responsabili del genocidio dei nativi – in un trionfo di dati falsi e luoghi comuni indimostrabili (“Negli ultimi quattro anni sono entrate negli Stati Uniti 21 milioni di persone, molte di loro assassini, trafficanti di esseri umani e membri delle gang”).

Con qualche scempiaggine clamorosa, come la costruzione di un Iron Dome (il sistema antimissile israeliano) per proteggere il confine meridionale, in quella che dipinge come una guerra senza quartiere contro i cartelli della droga messicani.

E qualche bestilità altrettanto clamorosa, come la pena di morte federale ripristinata come obbligatoria in caso di omicidio di un poliziotto o la fine del «politicamente corretto» (che è certamente una fogna di ipocrisia, ma difficile da abolire per decreto).

Ma non voleva essere un discorso realistico, nonostante abbia toccato diversi problemi concreti. Trump è in modalità elettoralistica h24. Parla per autocelebrarsi e far sognare gli spettatori: “Tenetevi pronti per un incredibile futuro, perché l’età dell’oro dell’America è appena cominciata e sarà come qualcosa che non si è mai visto. Dio vi benedica”.

E intanto beccatevi i licenziamenti, l’aumento dell’inflazione (come conseguenza immediata dei dazi) e un bel po’ di repressione in più se non ci credete.

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