Un nuovo sondaggio internazionale del Pew Research Center ha rilevato come Israele stia affrontando un’opinione pubblica negativa schiacciante in gran parte del Mondo, con maggioranze nella maggior parte dei paesi intervistati che esprimono opinioni sfavorevoli sul paese e poca fiducia nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
Il sondaggio, condotto tra febbraio e maggio 2026 in 36 paesi, dipinge uno dei quadri più cupi finora della posizione internazionale di Israele mentre la sua guerra genocida su Gaza continua a rimodellare le percezioni globali.
La maggior parte dei sondaggi è avvenuta dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna militare contro l’Iran il 28 febbraio.
Secondo Pew, una media del 67 percento degli intervistati in tutti i paesi ha espresso un’opinione sfavorevole su Israele, mentre solo il 25 percento ha riportato opinioni favorevoli.
Le percezioni negative risultano particolarmente marcate in tutto il mondo musulmano, inclusi Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan e Turchia.
Tuttavia, il sondaggio ha riscontrato anche un’ampia opposizione in Europa, evidenziando come la critica a Israele si sia estesa oltre le regioni tradizionalmente avverse a Tel Aviv.
Uno dei risultati più sorprendenti del sondaggio è stato la profondità del sentimento negativo registrato in tutta Europa.
Pew ha rilevato che tutti i paesi europei intervistati hanno registrato valutazioni relativamente negative su Israele.
In Italia, Spagna e Paesi Bassi, circa la metà o più degli intervistati ha dichiarato di avere opinioni “molto sfavorevoli” sul paese.
I risultati suggeriscono che il malcontento pubblico verso le politiche israeliane non è più confinato a circoli di attivisti o particolari gruppi politici, ma si è profondamente radicato in ampi segmenti della società europea.
Pew ha inoltre riportato che le opinioni sfavorevoli su Israele sono aumentate dal 2025 in 13 dei 24 paesi in cui erano disponibili dati sulle tendenze.
In Argentina, ad esempio, le opinioni negative sono passate dal 46 percento lo scorso anno a una maggioranza del 55 percento oggi.
Aumenti significativi sono stati registrati anche in Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito.
La tendenza non indica solo critiche persistenti a Israele, ma anche un continuo deterioramento dell’immagine globale del paese.
L’indagine ha rilevato significative divisioni generazionali, in particolare in Nord America ed Europa.
I giovani adulti hanno costantemente espresso opinioni più negative su Israele rispetto alle generazioni più anziane.
In Ungheria, ad esempio, il 72 percento degli intervistati tra i 18 e i 34 anni aveva opinioni sfavorevoli su Israele, rispetto al 45 percento di coloro di 50 anni e oltre. Modelli simili sono emersi in numerosi paesi occidentali.
Anche l’ideologia politica ha avuto un ruolo importante.
Paese dopo paese, gli intervistati che si identificavano con la sinistra politica erano significativamente più propensi rispetto a quelli di destra ad avere opinioni sfavorevoli su Israele.
La divisione ideologica era particolarmente marcata negli Stati Uniti, dove l’83 percento dei liberal ha riportato opinioni sfavorevoli su Israele rispetto al 37 percento dei conservatori.
Sono stati registrati grandi vuoti anche in Australia, Grecia, Spagna, Canada, Svezia, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi.
Il sondaggio ha rilevato risultati altrettanto desolanti per Netanyahu.
La maggioranza della popolazione nella maggior parte dei paesi intervistati ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia nella capacità del leader israeliano di gestire gli affari mondiali. In molti paesi, il rifiuto totale è stato particolarmente marcato.
Più della metà degli intervistati in paesi come Italia, Germania, Francia, Spagna, Svezia, Canada, Australia, Malesia, Pakistan e Turchia ha dichiarato di non avere alcuna fiducia in Netanyahu.
Pew ha inoltre rilevato che la fiducia in Netanyahu è ulteriormente diminuita dal 2025 in 13 paesi dove esistono dati comparabili.
In Italia, la quota di intervistati che non hanno espresso alcuna fiducia in Netanyahu è aumentata drasticamente dal 45 percento nel 2025 al 62 percento quest’anno. Cali simili sono stati registrati in Europa, Nord America, Asia e Africa.
I risultati del Pew arrivano in un contesto di crescenti prove di una trasformazione più ampia dell’opinione pubblica, anche all’interno del più importante alleato internazionale di Israele: gli Stati Uniti.
All’inizio di quest’anno, l’istituto Gallup ha riportato che gli americani non simpatizzano più con gli israeliani rispetto ai palestinesi, segnando la prima volta che Israele non gode più di un chiaro vantaggio da quando l’organizzazione di sondaggi ha iniziato a porsi la domanda nel 2001.
Secondo Gallup, il 41 percento degli americani ora afferma di simpatizzare di più con i palestinesi, rispetto al 36 percento che simpatizza maggiormente con gli israeliani. Solo un anno prima, gli israeliani avevano un vantaggio di tredici punti.
Gallup ha inoltre trovato un record di sentimenti favorevoli verso la Palestina e un sostegno quasi record per l’istituzione di uno stato palestinese indipendente, in particolare tra i giovani americani, i democratici e gli indipendenti politici.
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10/06/2026
19/09/2025
Israele come Sparta? La delirante visione di Netanyahu
L’ammissione di Netanyahu, secondo cui Israele sta affrontando un crescente isolamento sulla scena mondiale e dovrà diventare una “super-Sparta”, si presta a molte considerazioni.
“Israele è in una sorta di isolamento” – ha riconosciuto Netanyahu – “Avremo sempre più bisogno di adattarci a un’economia con caratteristiche autarchiche”, ha continuato, definendo il termine per l’autosufficienza economica, chiusa al commercio globale, “la parola che odio di più”.
“Credo nel libero mercato, ma potremmo trovarci in una situazione in cui le nostre industrie di armi sono bloccate. Avremo bisogno di sviluppare industrie di armi qui, non solo ricerca e sviluppo, ma anche la capacità di produrre ciò di cui abbiamo bisogno”, ha dichiarato il premier israeliano accusato di crimini contro l’umanità per il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza.
Il riferimento a Sparta avanzato da Netanyahu per un verso è l’ammissione di una Israele come Stato militarista e ultramilitarizzato, dall’altro indica l’ambizione ad una funzione egemonica nell’area mediorientale (e non solo) da esercitare nonostante il crescente isolamento internazionale.
Un paragone decisamente inquietante, reso ancora più inquietante dallo spirito religioso e suprematista che conforma una “etnocrazia” dotata di armi nucleari. Si tratta di un mix micidiale di ideologia dominante e strumenti materiali a disposizione per portarla alle sue estreme conseguenze.
Quando denunciamo come Israele sia diventata un pericolo per l’umanità, e non solo per i palestinesi o il Medio Oriente, non pensiamo di essere molto lontani dalla realtà dei fatti.
Il blocco di potere che oggi governa Israele intende in qualche modo candidarsi a guidare tutte le istanze e le ambizioni suprematiste che agitano e crescono in Occidente, mettendogli a disposizione una narrazione ideologica e religiosa, uno Stato “guerriero” e un arsenale militare conseguente. In tal senso se la intende a perfezione con tutte le ambizioni e gli ambienti della destra suprematista negli Stati Uniti e in Europa.
Netanyahu solletica i rigurgiti razzisti e islamofobici in Europa affermando che la crescita dell’isolamento di Israele tra i suoi storici partner europei sia dovuta alla “migrazione illimitata” che ha portato i musulmani a diventarne una “minoranza significativa, molto rumorosa, molto, molto belligerante”.
“Questo sta creando limitazioni e ogni sorta di sanzioni su Israele. È un processo che è stato all’opera negli ultimi 30 anni, e soprattutto nell’ultimo decennio, e che cambia la situazione internazionale di Israele. Limpido come il giorno”, ha detto il premier israeliano.
La seconda sfida, secondo Netanyahu, è l’investimento dei “rivali di Israele – sia ONG che Stati, come il Qatar e la Cina” – per “influenzare i media occidentali con un’agenda anti-israeliana, usando bot, intelligenza artificiale e pubblicità”. Ha citato TikTok come esempio immediato.
“Questo ci mette in una sorta di isolamento”, ha detto, aggiungendo che Israele può combattere la demonizzazione investendo “somme molto grandi negli sforzi per contrastare queste narrazioni”.
Di fronte a questa nuova realtà, secondo Netanyahu, Israele deve rapidamente stabilire la capacità di produrre militarmente tutto ciò di cui ha bisogno senza dipendere dal commercio estero.
Il Times of Israel riferisce che pochi minuti dopo il discorso del primo ministro, i principali indici della borsa di Tel Aviv sono scesi fino al 2%, anche se hanno recuperato di circa la metà, nel corso della giornata, mentre l’High-Tech for Israel Forum (punto di forza dell’economia israeliana) ha affermato in una dichiarazione: “È questa la visione del primo ministro, che torniamo ad essere un venditore di arance?”
Le dichiarazioni di Netanyahu hanno suscitato un’immediata reazione sia da parte della sua opposizione politica interna sia dei gruppi industriali.
Oltre 80 tra i più importanti economisti israeliani hanno lanciato un grave avvertimento riguardo ai rischi della potenziale rioccupazione della Striscia di Gaza. Secondo questi esperti, una mossa del genere potrebbe spingere Israele in una crisi economica senza precedenti, le cui ripercussioni si farebbero sentire in tutto il paese e oltre.
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato che “L’isolamento non è il destino. È il prodotto di una politica sbagliata e fallimentare di Netanyahu e del suo governo, che hanno trasformato Israele in un paese del terzo mondo, e non stanno nemmeno cercando di cambiare la situazione”.
Nel suo riferimento a Sparta, Netanyahu omette il fatto che la vittoria nella guerra del Peloponneso, portò ad una egemonia spartana molto limitata nel tempo e che, al contrario, ne accelerò il declino fino alla subalternità verso l’impero persiano.
Il declino di Sparta, secondo gli studiosi, fu dovuto ad una crisi demografica e sociale interna che minò le fondamenta stesse del suo sistema militare unico e, paradossalmente, all‘incapacità di gestire la vittoria e la ricchezza che ne corrosero i valori che ne avevano determinato la supremazia militare – ma non l’egemonia – sulle città greche. L’autarchia non resse all’urto di un mondo che anche all’epoca stava diventando più interconnesso. Poi arrivarono anche le sconfitte militari (Leuttra) e l’emergere di nuove potenze (da Tebe alla Macedonia fino a Roma).
La differenza, e questo rimane il dato più inquietante, è che Sparta non aveva le bombe atomiche e la mentalità per arrivare ad utilizzarle. Anche su questo la “civiltà occidentale” è arrivata con decenni di ritardo e irresponsabile complicità. L’Iran o l’Arabia Saudita (che in tal senso ha firmato un trattato di reciproca assistenza con il Pakistan potenza nucleare, ndr) sembrano averlo compreso meglio dei governi europei.
Fonte
“Israele è in una sorta di isolamento” – ha riconosciuto Netanyahu – “Avremo sempre più bisogno di adattarci a un’economia con caratteristiche autarchiche”, ha continuato, definendo il termine per l’autosufficienza economica, chiusa al commercio globale, “la parola che odio di più”.
“Credo nel libero mercato, ma potremmo trovarci in una situazione in cui le nostre industrie di armi sono bloccate. Avremo bisogno di sviluppare industrie di armi qui, non solo ricerca e sviluppo, ma anche la capacità di produrre ciò di cui abbiamo bisogno”, ha dichiarato il premier israeliano accusato di crimini contro l’umanità per il genocidio dei palestinesi in corso a Gaza.
Il riferimento a Sparta avanzato da Netanyahu per un verso è l’ammissione di una Israele come Stato militarista e ultramilitarizzato, dall’altro indica l’ambizione ad una funzione egemonica nell’area mediorientale (e non solo) da esercitare nonostante il crescente isolamento internazionale.
Un paragone decisamente inquietante, reso ancora più inquietante dallo spirito religioso e suprematista che conforma una “etnocrazia” dotata di armi nucleari. Si tratta di un mix micidiale di ideologia dominante e strumenti materiali a disposizione per portarla alle sue estreme conseguenze.
Quando denunciamo come Israele sia diventata un pericolo per l’umanità, e non solo per i palestinesi o il Medio Oriente, non pensiamo di essere molto lontani dalla realtà dei fatti.
Il blocco di potere che oggi governa Israele intende in qualche modo candidarsi a guidare tutte le istanze e le ambizioni suprematiste che agitano e crescono in Occidente, mettendogli a disposizione una narrazione ideologica e religiosa, uno Stato “guerriero” e un arsenale militare conseguente. In tal senso se la intende a perfezione con tutte le ambizioni e gli ambienti della destra suprematista negli Stati Uniti e in Europa.
Netanyahu solletica i rigurgiti razzisti e islamofobici in Europa affermando che la crescita dell’isolamento di Israele tra i suoi storici partner europei sia dovuta alla “migrazione illimitata” che ha portato i musulmani a diventarne una “minoranza significativa, molto rumorosa, molto, molto belligerante”.
“Questo sta creando limitazioni e ogni sorta di sanzioni su Israele. È un processo che è stato all’opera negli ultimi 30 anni, e soprattutto nell’ultimo decennio, e che cambia la situazione internazionale di Israele. Limpido come il giorno”, ha detto il premier israeliano.
La seconda sfida, secondo Netanyahu, è l’investimento dei “rivali di Israele – sia ONG che Stati, come il Qatar e la Cina” – per “influenzare i media occidentali con un’agenda anti-israeliana, usando bot, intelligenza artificiale e pubblicità”. Ha citato TikTok come esempio immediato.
“Questo ci mette in una sorta di isolamento”, ha detto, aggiungendo che Israele può combattere la demonizzazione investendo “somme molto grandi negli sforzi per contrastare queste narrazioni”.
Di fronte a questa nuova realtà, secondo Netanyahu, Israele deve rapidamente stabilire la capacità di produrre militarmente tutto ciò di cui ha bisogno senza dipendere dal commercio estero.
Il Times of Israel riferisce che pochi minuti dopo il discorso del primo ministro, i principali indici della borsa di Tel Aviv sono scesi fino al 2%, anche se hanno recuperato di circa la metà, nel corso della giornata, mentre l’High-Tech for Israel Forum (punto di forza dell’economia israeliana) ha affermato in una dichiarazione: “È questa la visione del primo ministro, che torniamo ad essere un venditore di arance?”
Le dichiarazioni di Netanyahu hanno suscitato un’immediata reazione sia da parte della sua opposizione politica interna sia dei gruppi industriali.
Oltre 80 tra i più importanti economisti israeliani hanno lanciato un grave avvertimento riguardo ai rischi della potenziale rioccupazione della Striscia di Gaza. Secondo questi esperti, una mossa del genere potrebbe spingere Israele in una crisi economica senza precedenti, le cui ripercussioni si farebbero sentire in tutto il paese e oltre.
Il leader dell’opposizione Yair Lapid ha dichiarato che “L’isolamento non è il destino. È il prodotto di una politica sbagliata e fallimentare di Netanyahu e del suo governo, che hanno trasformato Israele in un paese del terzo mondo, e non stanno nemmeno cercando di cambiare la situazione”.
Nel suo riferimento a Sparta, Netanyahu omette il fatto che la vittoria nella guerra del Peloponneso, portò ad una egemonia spartana molto limitata nel tempo e che, al contrario, ne accelerò il declino fino alla subalternità verso l’impero persiano.
Il declino di Sparta, secondo gli studiosi, fu dovuto ad una crisi demografica e sociale interna che minò le fondamenta stesse del suo sistema militare unico e, paradossalmente, all‘incapacità di gestire la vittoria e la ricchezza che ne corrosero i valori che ne avevano determinato la supremazia militare – ma non l’egemonia – sulle città greche. L’autarchia non resse all’urto di un mondo che anche all’epoca stava diventando più interconnesso. Poi arrivarono anche le sconfitte militari (Leuttra) e l’emergere di nuove potenze (da Tebe alla Macedonia fino a Roma).
La differenza, e questo rimane il dato più inquietante, è che Sparta non aveva le bombe atomiche e la mentalità per arrivare ad utilizzarle. Anche su questo la “civiltà occidentale” è arrivata con decenni di ritardo e irresponsabile complicità. L’Iran o l’Arabia Saudita (che in tal senso ha firmato un trattato di reciproca assistenza con il Pakistan potenza nucleare, ndr) sembrano averlo compreso meglio dei governi europei.
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17/08/2025
La narrazione dell'“isolamento” russo
La narrazione europea post vertice recita: “Trump ha interrotto l’isolamento internazionale di Putin”.
In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.
Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.
Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.
I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.
L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.
Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.
La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.
A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.
Fonte
In questi ultimi tre anni, Mosca è stata al centro della più vasta e fitta rete di relazioni internazionali della recente diplomazia mondiale.
Il Forum di San Pietroburgo ha registrato il record di partecipazioni e il Forum Russia-Africa ha attratto a Mosca la quasi totalità delle leadership africane.
Nei vertici BRICS+ e SCO è puntualmente arrivato ogni possibile aiuto per supportare la Russia sotto le sanzioni occidentali.
I vertici G20 si sono sistematicamente conclusi senza dichiarazioni finali o con due distinte dichiarazioni, per isolare le richieste occidentali di inserire condanne alla Russia.
L’OPEC ha scientemente sterilizzato ogni tentativo di usare il prezzo del petrolio per colpire Mosca.
Nelle ultime settimane, poi, Cina, India e Brasile, dentro i BRICS+, hanno stretto legami ancora più saldi tra loro contro tariffe e sanzioni americane ed europee, con la Russia a fungere da collante.
La scorsa settimana, l’inviato americano Witkoff è stato ricevuto a Mosca in uno spazio libero tra la visita di Stato del Sultano della Malesia e quella del presidente degli EAU.
A Trump si possono imputare tante cose, ma non di certo di avere inter *rotto l’isolamento della Russia. L’unica cosa che Trump ha interrotto è la narrazione occidentale sull’isolamento della Russia.
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05/08/2024
Penultimi uomini: le super alienazioni delle nuove povertà
“Lino dovrebbe fare il lavapiatti”: è il mantra della cerchia sociale e familiare di Lino. Del resto, anche lui si ripete che, certamente, dovrebbe fare il lavapiatti.
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
La società civile, quanto i migliori della politica, sostengono che quelli come Lino dovrebbero fare i lavapiatti. Così Lino trascorre le giornate cercando di fare il lavapiatti ma, ogni ristoratore che consulta ripete il suo stesso mantra: “Lino dovresti fare il lavapiatti, ma non nel mio ristorante”.
La perversione di un labirinto del genere, quindi, palesa la sua macelleria non solo nelle dinamiche economiche, ma nelle narrazioni che se ne fanno, corrompendo il cervello di chi cade quanto la fame.
Un blackout di logica che annienta i Penultimi Uomini, togliendo loro anche la capacità di elaborare una progettualità credibile: spingendoli sempre più verso la cronicizzazione. Non è solo il problema dei soldi, ma la stessa percezione ulcerosa della propria condizione.
L’indice di povertà assoluta è superato in questi casi da un nuovo parametro: l’indice di povertà percepita. Il come ci si vede e si viene guardati nelle tortuosità delle sconfitte: uno specchio che ti rimanda una immagine malata, fragile, indigeribile.
I meccanismi aggreganti presenti nel Terzo Mondo rendono fisiologiche, quindi condivisibili, condizioni di miseria. Basti pensare alla casa, che seppur una capanna fatta di lamiera, è certamente più amena di un cartone per strada.
Poi, se la condizione di accampato avviene dentro un accampamento, innesca meccanismi di scambio, di microeconomia, di socialità e di amore. Mentre una società livida e basata sul consumismo crea una pena accessoria all’ergastolo di povertà: alienazione perpetua.
Nella iper-libera e iper-ricca Hong Kong spopolano le case bara: piccole gabbie di un metro quadrato, impilate le une sulle altre, come quelle delle galline.
Lino, nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura... Le selve oscure della contemporaneità hanno molteplici fattori scatenanti.
Aspettative, tranelli finanziari, guai personali ma, in tanti casi come quello di Lino che ho osservato, ci sta una componente comune: l’incapacità, personale e dei propri ambiti, di leggere velocemente i fatti ed elaborare strategie atte a superarli.
Come se sbagliando strada, che può capitare a chiunque, una forza oscura conduca quelli come Lino a continuare a sbagliarla, fino a perdersi del tutto.
Un meccanismo mentale, oltre che economico, che ha a che fare con identità, vere o presunte, più che con solidità economiche, anche esse vere o presunte.
Così nel tentare di salvare le apparenze o di evitare bilanci, si finisce in un frullatore, dove non si apprende ad essere poveri, né si riesce a fingere di essere ricchi.
I fallimenti del 2008, ad esempio, sono nelle quotidianità di molti amici come dei cancri esistenziali. Lino è un po’ così: sospeso tra arroganze e umiliazioni, senza capire più il confine tra le due estremità della sua sconfitta.
Il degrado della piccola borghesia e delle nuove povertà nasce proprio da questa ambiguità del nostro sentire.
Si presuppone, ma solo negli altri, una dinamicità sociale che, oltre a non esistere e a non avere nella nostra cultura imprenditoriale un campo di atterraggio, può essere invalidante o impraticabile per determinate persone.
Lino è laureato, ha superato i cinquanta, ha bruciato un po’ di equilibri economici ed esistenziali: non è detto che la cultura punitiva in circolazione possa aiutarlo. È un disfunzionale, ma non riesce ad accettarlo né, tantomeno, a farlo accettare agli altri.
La disfunzionalità rende persone come Lino incapaci a reggere ritmi e riti delle nuove schiavitù e, in ultima analisi, glieli rende anche impraticabili, proprio perché esclusi dagli stessi mercanti di schiavi.
Però, nel frattempo, il suo degrado aumenta e, con il passare degli anni, diventa sempre più ingarbugliato.
Eppure, i salotti ultra liberisti dei rosa confetto, quanto dei fascio leghisti, inneggiano ad un dinamismo sociale (altrui) che fa a pugni con l’immobilismo reale del presente.
Negli Stati Uniti, ad esempio, la logica degli “sporchi 20 dollari”, ossia di lavori umili e sottopagati ma concentrati come orario e velocità di trovarli, sono un paradigma culturale, oltre ad un paracadute sociale.
Si sbucciano patate nei fast food, ma solo qualche ora e si ricomincia a guardarsi intorno dopo un licenziamento, una caduta o una malattia. Avendo, però, il tempo libero per farlo e le risorse minime per sopravvivere.
Un meccanismo anti welfare che consente di andare avanti in un day by day mesto, ma che lascia porte aperte alla speranza di una ricollocazione nella società o, almeno, alla praticabilità di una esistenza dove per “Pane Quotidiano” si intende qualcosa che vada oltre al pane.
Quell’opportunità di poterci tentare e di avere dei codici comuni in cui lo stesso tentativo si nutre di pratiche comportamentali aperte, anche negli interlocutori, come nei propri ambiti affettivi di riferimento.
Quel non sentirsi fallito che, invece, da noi è stigma incancellabile, anche negli occhi di chi ti ama. Si rimane in un limbo viscido, dove l’attesa assume i contorni di un fine pena mai.
Il nostro schiavismo è onnivoro e pretende il corpo dello schiavo a sua disposizione 24 ore su 24, distruggendo la stessa idea di vita.
In questo senso ogni resistenza residua della propria Identità, diventa ostacolo all’oblio insito nella cancellazione della Umanità, richiesta appunto dal nuovo schiavismo per poter accedere al banchetto degli avanzi.
Un tutto o niente che, dopo aver attraversato deserti di dolore e di indigenza, diventa una resa totale che per alcuni può essere suicidio, per altri puro auto annientamento ma, per quelli come Lino, impraticabile: perché la disfunzionalità lo rende fragilissimo, vero, ma incapace di essere altro che sé stesso.
Si deve diventare macchine, per non diventare rifiuti Umani non riciclabili. Oppure, nell’ostinazione di voler continuare a vivere o nell’incapacità a smettere di farlo, si deve mettere in conto l’ergastolo di marginalità che i cicli produttivi di questo capitalismo cannibale impongono a chi è debole, disfunzionale o diverso.
Il “notte & giorno” degli extracomunitari è incostituzionale, eppure sostituisce un welfare inefficiente, almeno nelle sacche di privilegio borghese. Bambini o anziani, di fatto, restano al mondo o ci arrivano grazie a questa forma di schiavismo.
Così come le varie forme di contratti a somministrazione, proprio nella traslazione del Lavoratore da Uomo in corpo ad ore, non prevedono quelle garanzie fondanti della nostra Costituzione.
Eppure, vengono tollerate da Sindacati e Opinione Pubblica come dazi ad una modernità, dietro cui invece si nasconde l’antichissimo anelito alla schiavitù.
Un mio amico afroamericano era caduto in tutti i tranelli delle nuove povertà. Una oscillazione che improvvisamente aveva cancellato lavoro, credibilità economica, equilibrio psicologico. Era caduto nella marginalità totale, finendo anche senza elettricità in casa, oltre che nella impossibilità di pagare l’affitto.
È tornato a New York dalla sorella benestante, ha trovato subito un lavoretto da due ore, ha rimesso in piedi rapporti e decenze, si è ricollocato nel mondo. Ora ha una casa, un lavoro consono alle sue qualità, degli amici e un centro di gravità permanente.
Lino, invece, pur potendo contare sulla solidarietà della famiglia, non ha trovato nulla e campicchia ai margini del mondo, acuendo ogni distanza da equilibri e compostezze.
Le massonerie finanziarie hanno, in pratica, importato dagli Stati Uniti elementi atti a privilegiare la natura vampiresca delle aristocrazie italiote, senza però immettere nel nostro DNA quelle particolarità insite della cultura nordamericane.
Queste rendono possibile le innumerevoli “seconde chance” fisiologiche in quel tipo di capitalismo e, purtroppo, dopo decenni di Bunga&Bunga e di sinistri rosè thatcheriani, anche nel nostro.
Persino le banche guardano con sospetto i clienti che non sono mai falliti, mentre da noi basta saltare qualche rata per essere condannati da insolventi, cattivi pagatori: sentenze per cui quelli come Lino non possono comprare neanche un'aspirapolvere a rate.
Eppure, è proprio il microcredito che può agevolare forme di auto impiego. Uniche strade, oltre le criminali narrazioni dei nostri mass media, che possono condurre alla emancipazione persone che per età, disfunzioni o altro, non sono appetibili al mercato del Lavoro.
Una commessa ha la stessa carriera, per durata, di un calciatore ma non ha gli stessi contratti o contatti. Così non è detto che, se perde il lavoro a quaranta anni, lo possa ritrovare o campare senza.
Ma, se decide per sopravvivere di vendere qualcosa in strada, viene denunciata dallo stesso commerciante che non vuole assumerla o che l’ha licenziata, viene messa in pericolo dagli agguerriti eserciti dei venditori abusivi extracomunitari, viene infine trattata dalle Forze dell’Ordine come se fosse una seguace sanguinaria di Bin Laden.
Una licenza ambulante, però, in mercati frequentati, costa quanto il fitto di un negozio. Poi la nostra kafkiana burocrazia come uno schiaccia sassi distrugge nella sua ossessiva presenza queste forme di auto impiego.
L’inconsistenza di una Sinistra Antagonista e delle sue venti sfumature di rosso in perenne lotta tra loro, favorisce solo la nascita di auto nominati gruppi dirigenti, ostaggi di Ego deformi e distanti dai tormenti della Esclusione.
Anzi, nel paradosso delle presunte élite nostrane, al mio amico Lino è capitato di svolgere qualche mansione per un cantore delle 10 euro all’ora, uno di quelli che raccoglieva le firme per la proposta di legge, ricevendo però una paghetta di circa 1,20€: forse è il gesuitismo che pervade anche alcune isteriche nicchie Comuniste del paese.
Qui si palesa la cruda differenza tra Umiltà e umiliazione, dove alla necessità di essere umili nelle inevitabili cadute della vita, viene sovrapposto l’istinto ad umiliare degli altri. La pecora assassina che è in noi, sempre pronta a dare un calcetto a chi è steso a terra.
Lino ha attraversato tutti questi disgusti traendone due unici volgarissimi insegnamenti: “Più uno si abbassa e più mostra il c…” e “Anche per fare tenerezza bisogna avere qualcosa di esotico e un piccolo borghese decaduto non fa pena a nessuno, nemmeno a sé stesso”.
In tal senso l’oblio della informazione rispetto alla mattanza della piccola borghesia, al suo precipitare verso un sottoproletariato senza arte o parte, è emblematica di come l’estetica del dolore crei audience solo dove presenta connotati di esoticità. Il bambino del Terzo Mondo sporco di fango vince sul bambino alienato e abboffato di psicofarmaci di periferia.
La nevrosi delle narrazioni in circolazione è criminale, proprio perché oltre a condannare alla povertà fisiologica 20 milioni di italiani, li condanna ad una tristezza, fatta di livore, di sensi di colpa e di una emarginazione solida e invalidante.
Così nella maschera del “fannullone sul divano” viene sminuito il ruolo delle automazioni, delle delocalizzazioni, delle concentrazioni tra grandi aziende che, di fatto, cancellano milioni di posti di lavoro in Occidente.
Viene cancellato il torbido meccanismo degli equilibri finanziari, delle privatizzazioni e dei patti di stabilità che hanno cancellato, nella Pubblica Amministrazione quanto nel suo indotto, altre decine di migliaia di posti di lavoro.
Grande Distribuzione, commercio on line, crisi dei consumi, poi, hanno desertificato interi quartieri che non hanno più una saracinesca aperta. Il lavoro non ci sta e quello che ci sta non è adatto a tutti.
Eppure, nessuno lo racconta, nessuno si assume la responsabilità di paragonare i nostri distretti dell’abbandono ad enormi campi di concentramento, dove tranne i forni crematori, tutto sembra simile a quella alterazione nazi fascista che guerre&pandemie sembrano voler imporre ai nostri orizzonti.
Un cane turbato non si guarda mai indietro, se supera il suo buco nero. Il passato non innesca disgusti, proprio perché superato un trauma non incide sulla quotidianità.
Viceversa, il turbamento umano è qualcosa che porta disgusti continui e mette attorno al corpo di quelli come Lino una commedia meschina: un farsi schifo personale che si somma al fare schifo che trasuda dallo sguardo altrui.
Un po’ perché la stessa caduta, di qualunque natura essa sia, mette in moto meccanismi di difesa negli altri. Un po’ perché si diventa minaccia, estranei, diversi anche negli ambiti dove si era accolti prima della rovina.
Meccanismi che messi in moto rappresentano micro macchine del fango, senza però che questo fango inneschi aureole di santità come per i vip.
Tutto sommato, ad esempio, nelle carriere di scrittore una censura o una critica feroce spesso sortiscono l’effetto opposto: quante stroncature hanno favorito la notorietà di Vannacci? Chi lo conosceva prima?
È come se anche la recita del marginale, per essere vendibile, dovesse assumere contorni pornografici e non tutti sono disposti o in grado di girare film porno.
Risultato: l’allontanamento coatto e progressivo di quelli come Lino dal genere umano. Una scomparsa, meglio una dissolvenza, dove si liquefa ogni praticabilità, dalla seduzione erotica alla credibilità finanziaria.
Certi sprofondi creano in alcuni sprofondati odio nel cuore, in altri quella furbizia atavica che trasforma la fragilità in qualcosa di mostruoso: quel lato oscuro che può rendere eroi o vermi in pochi secondi.
Opporsi a queste forze nere che si hanno dentro spingono, possono spingere, ad opporre una inerzia esistenziale: un lento andarsene via.
Come pescare senza esca e senza amo: nessun confronto con gli altri e con sé stesso, come forma estrema di autodifesa non tanto dal mondo, quanto da sé stessi. Rompere le catene dell’auto isolamento non è facile, richiede attenzione, cura, rispetto per le vite perdute.
La solidarietà è sempre azione, mai pippa mentale: azione circolare e orizzontale, mai giudizio o livida carità. È un prendere parte, farsi carico, sporcarsi le mani nella vita degli altri, senza pretendere che sia uguale alla nostra.
Lavoro non ci sta e l’unica soluzione per sopravvivere come Società, ammesso che vogliamo rimanere in un alveo di pacifica convivenza, è quella di accettarlo e inventare forme di Welfare che partano dal duplice assioma: per vivere bisogna mangiare e per mangiare bisogna vivere.
Le stentate misure di sostegno alla povertà attuali, oltre a favorire eserciti della bontà e formatori di nulla, servono a pochissimo.
Stupisce che magistrature così attente non abbiano ancora posto la giusta attenzione sul dramma delle finte formazioni, atte a dare lauti gettoni di presenza ai presunti formatori, senza portare una minimissima potenzialità professionale o uno straccio di competenza ai finti formati.
Una recita macabra che, a sua volta, contribuisce solo alla umiliazione e alla cronicizzazione di ogni marginalità.
Lezioni fatte di silenzi, saluti, pause, filmati mandati da chissà chi che portano fiumi di danaro a chi ne ha già e portano sconforto e pigrizia a chi, invece, avrebbe bisogno di sentirsi utile, stimolato, oltre che aiutato.
Perlopiù si tratta di collegare un telefono a questi formatori e sonnecchiare o fare le parole incrociate, mentre dall’altra parte si sonnecchia o si fanno le parole incrociate.
Fonte
28/10/2023
Varoufakis visita Assange in carcere e lancia l’allarme: “sosteniamolo, può morire presto”
«Julian resiste ma non sta bene, la sua anima è indebolita dall’isolamento. Julian potrebbe morire a causa di un omicidio lento. Julian Assange sta morendo per il tuo diritto di sapere cosa sta facendo il tuo governo alle tue spalle. Dobbiamo mobilitarci prima che sia troppo tardi».
A lanciare l’allarme è Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco e fondatore del Movimento per la democrazia in Europa (DiEM25), che nei giorni scorsi ha fatto visita al fondatore di WikiLeaks nel carcere di Belmarsh, la prigione del Regno Unito dove è detenuto da ormai tre anni e mezzo in regime di brutale isolamento per 23 ore al giorno.
Un appello che suona come un ultimo invito a una mobilitazione sempre più efficace prima che sia troppo tardi.
Nel mondo la mobilitazione per la liberazione di Julian Assange prosegue senza sosta, ma ad una conflittualità che ancora non è stata sufficiente a convincere gli Stati Uniti a cessare la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti.
Assange è infatti detenuto nel Regno Unito in attesa di estradizione verso le carceri Washington, dove lo attende un’assurda pena a 175 anni in una prigione di massima sicurezza per aver divulgato alcuni dei segreti più imbarazzanti del governo americano, come le stragi deliberate di civili durante la guerra in Iraq o le vere ragioni che portarono all’intervento armato per rovesciare Gheddafi in Libia.
Secondo quanto dichiarato anche dal padre di Assange, John Shipton, in una intervista esclusiva a L’Indipendente, Julian potrebbe essere estradato da un giorno all’altro e questo potrebbe costargli la vita.
Di seguito la dichiarazione integrale rilasciata da Gianis Varoufakis:
A lanciare l’allarme è Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco e fondatore del Movimento per la democrazia in Europa (DiEM25), che nei giorni scorsi ha fatto visita al fondatore di WikiLeaks nel carcere di Belmarsh, la prigione del Regno Unito dove è detenuto da ormai tre anni e mezzo in regime di brutale isolamento per 23 ore al giorno.
Un appello che suona come un ultimo invito a una mobilitazione sempre più efficace prima che sia troppo tardi.
Nel mondo la mobilitazione per la liberazione di Julian Assange prosegue senza sosta, ma ad una conflittualità che ancora non è stata sufficiente a convincere gli Stati Uniti a cessare la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti.
Assange è infatti detenuto nel Regno Unito in attesa di estradizione verso le carceri Washington, dove lo attende un’assurda pena a 175 anni in una prigione di massima sicurezza per aver divulgato alcuni dei segreti più imbarazzanti del governo americano, come le stragi deliberate di civili durante la guerra in Iraq o le vere ragioni che portarono all’intervento armato per rovesciare Gheddafi in Libia.
Secondo quanto dichiarato anche dal padre di Assange, John Shipton, in una intervista esclusiva a L’Indipendente, Julian potrebbe essere estradato da un giorno all’altro e questo potrebbe costargli la vita.
Di seguito la dichiarazione integrale rilasciata da Gianis Varoufakis:
“L’altro giorno ho fatto visita a Julian nella prigione di Belmarsh per la seconda volta. È una Guantánamo in Gran Bretagna, trascorre 23 ore al giorno, per 3 anni e mezzo in isolamento. Questo è un tentativo non di spezzarlo ma di ucciderlo.Fonte
È l’omicidio lento di un uomo che non è stato condannato, che non è stato accusato di nulla tranne che di giornalismo. Trovo sorprendente che ci siano state persone a sinistra che si sono rivoltate contro Julian, giornali come The Guardian che hanno avuto un ruolo nella sua incarcerazione e diffamazione.
Julian resiste. Julian non sta bene. L’anima di Julian è stata indebolita dall’isolamento. Sembra, mi ha detto, come se la sua personalità fosse stata ridotta a un minuscolo nocciolo. E la sua speranza è che la nostra campagna per farlo tornare libero abbia successo, questo può far crescere di nuovo la sua personalità da quel nocciolo.
Questo è il nostro dovere. Se tieni al diritto di sapere cosa fanno i tuoi governi alle tue spalle, quando nel tuo nome perpetrano crimini contro l’umanità, nn solo nei campi di battaglia e nelle invasioni di terre straniere, ma anche contro il nostro ambiente con gli accordi segreti con le aziende di combustibili fossili.
Se tieni a questo allora devi sostenere Julian Assange. Perché Julian Assange sta morendo per il tuo diritto di sapere cosa sta facendo il tuo governo per tuo conto alle tue spalle”.
12/11/2022
Cina - "Ottimizzazione" delle regole anti Covid-19
La Cina ridurrà il periodo di quarantena COVID-19 per i viaggiatori in arrivo da 10 a 8 giorni, annullerà l’interruttore per i voli in entrata e non determinerà più i contatti stretti secondari dei casi confermati, hanno affermato venerdì le autorità sanitarie.
Le categorie di aree a rischio COVID saranno adeguate ad alto e basso, dai vecchi standard terziari di alto, medio e basso, secondo un avviso che definisce 20 misure volte a potenziare le misure di controllo delle malattie.
Secondo l’avviso diffuso dal meccanismo congiunto di prevenzione e controllo del Consiglio di Stato, i viaggiatori internazionali saranno sottoposti a cinque giorni di quarantena centralizzata più tre giorni di isolamento domiciliare, rispetto all’attuale regola di sette giorni di isolamento centralizzato più tre giorni trascorsi a casa .
Prevede inoltre che i viaggiatori in entrata non debbano essere nuovamente isolati dopo aver terminato il periodo di quarantena richiesto nei loro primi punti di ingresso.
Il meccanismo dell’interruttore, che vieta le rotte aeree se i voli internazionali in entrata portano casi di COVID-19, sarà annullato. I viaggiatori in entrata dovranno fornire solo uno, anziché due, risultati negativi del test dell’acido nucleico presi 48 ore prima dell’imbarco.
Sono stati ridotti da 10 a 8 giorni anche i periodi di quarantena per i contatti stretti delle infezioni confermate, mentre non verranno più tracciati i contatti stretti secondari.
L’avviso afferma che la modifica delle categorie delle aree a rischio COVID ha lo scopo di ridurre al minimo il numero di persone che devono affrontare restrizioni di viaggio.
Le aree ad alto rischio, ha affermato, copriranno le residenze dei casi infetti e i luoghi che visitano frequentemente e sono ad alto rischio di diffusione del virus.
La designazione delle aree ad alto rischio dovrebbe essere vincolata a una determinata unità immobiliare e non dovrebbe essere ampliata in modo sconsiderato. Se non vengono rilevati nuovi casi per cinque giorni consecutivi, l’etichetta ad alto rischio insieme alle misure di controllo dovrebbe essere revocata tempestivamente.
L’avviso richiede anche l’aumento delle scorte di farmaci e attrezzature mediche COVID-19, la preparazione di letti per unità di terapia intensiva, il rafforzamento dei tassi di vaccinazione di richiamo soprattutto tra gli anziani e l’accelerazione della ricerca di vaccini ad ampio spettro e multivalenti.
Promette inoltre di intensificare la repressione delle pratiche scorrette come l’adozione di politiche valide per tutti o l’imposizione di ulteriori restrizioni, nonché di intensificare l’assistenza ai gruppi vulnerabili e ai gruppi bloccati nel mezzo di un’epidemia locale.
Fonte
Le categorie di aree a rischio COVID saranno adeguate ad alto e basso, dai vecchi standard terziari di alto, medio e basso, secondo un avviso che definisce 20 misure volte a potenziare le misure di controllo delle malattie.
Secondo l’avviso diffuso dal meccanismo congiunto di prevenzione e controllo del Consiglio di Stato, i viaggiatori internazionali saranno sottoposti a cinque giorni di quarantena centralizzata più tre giorni di isolamento domiciliare, rispetto all’attuale regola di sette giorni di isolamento centralizzato più tre giorni trascorsi a casa .
Prevede inoltre che i viaggiatori in entrata non debbano essere nuovamente isolati dopo aver terminato il periodo di quarantena richiesto nei loro primi punti di ingresso.
Il meccanismo dell’interruttore, che vieta le rotte aeree se i voli internazionali in entrata portano casi di COVID-19, sarà annullato. I viaggiatori in entrata dovranno fornire solo uno, anziché due, risultati negativi del test dell’acido nucleico presi 48 ore prima dell’imbarco.
Sono stati ridotti da 10 a 8 giorni anche i periodi di quarantena per i contatti stretti delle infezioni confermate, mentre non verranno più tracciati i contatti stretti secondari.
L’avviso afferma che la modifica delle categorie delle aree a rischio COVID ha lo scopo di ridurre al minimo il numero di persone che devono affrontare restrizioni di viaggio.
Le aree ad alto rischio, ha affermato, copriranno le residenze dei casi infetti e i luoghi che visitano frequentemente e sono ad alto rischio di diffusione del virus.
La designazione delle aree ad alto rischio dovrebbe essere vincolata a una determinata unità immobiliare e non dovrebbe essere ampliata in modo sconsiderato. Se non vengono rilevati nuovi casi per cinque giorni consecutivi, l’etichetta ad alto rischio insieme alle misure di controllo dovrebbe essere revocata tempestivamente.
L’avviso richiede anche l’aumento delle scorte di farmaci e attrezzature mediche COVID-19, la preparazione di letti per unità di terapia intensiva, il rafforzamento dei tassi di vaccinazione di richiamo soprattutto tra gli anziani e l’accelerazione della ricerca di vaccini ad ampio spettro e multivalenti.
Promette inoltre di intensificare la repressione delle pratiche scorrette come l’adozione di politiche valide per tutti o l’imposizione di ulteriori restrizioni, nonché di intensificare l’assistenza ai gruppi vulnerabili e ai gruppi bloccati nel mezzo di un’epidemia locale.
Fonte
05/04/2021
Con la zona rossa a oltranza i più colpiti sono sempre bambini e adolescenti
C’è un punto che sfugge al discorso dominante del virus, quello imposto dai media a proposito della sua pericolosità assoluta, e cioè che, mentre c’è il virus, continuano a esistere tutte le altre malattie, anche molto gravi. E, in questo periodo, alcune di queste malattie si sono anche aggravate, proprio a causa di un effetto collaterale del virus stesso. Una è sicuramente l’ansia, la depressione, i disturbi mentali che colpiscono i giovanissimi. Queste parole, tratte da un articolo uscito alla fine di marzo, ci dovrebbero far pensare:
Interessante è leggere anche questa parte dell’articolo già citato:
Fonte
Non era mai successo. Posti letto occupati al massimo della loro capienza da settimane. Ragazzini con disturbi mentali in aumento vertiginoso, netto innalzarsi delle richieste di aiuto. “Se continua così alla fine dell’anno avremo più di 500 ricoveri e oltre 7.000 bambini in attività diurna”, spiega Stefano Vicari responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Questo aumento c’è stato con la seconda ondata della pandemia, da ottobre a oggi. Siamo in affanno. E siamo preoccupati”.Non c’è solo il Covid, è questo che il discorso ufficiale sta dimenticando: il Covid, per via collaterale, provoca innumerevoli danni e malattie. Gli ospedali sono in affanno non solo per il virus, ma anche per le malattie mentali che lo stesso virus sta provocando. O meglio, non il virus, ma una gestione sbagliata di questa emergenza. Una gestione incentrata esclusivamente sull’allarmismo, sulla paura, sulla diffusione mediatica della paura stessa, del dolore, dell’angoscia, della morte, sui lockdown e sulle “zone rosse” prolungate a oltranza. Le vittime designate di questa politica e di questa assurda campagna mediatica sono le persone più fragili psicologicamente e, naturalmente, i bambini e gli adolescenti. La zona rossa a oltranza, la chiusura prolungata delle scuole, la cessazione di qualsiasi attività sportiva e di gruppo ha segnato nel profondo un’intera generazione di giovanissimi, dimenticati e additati dai media come pericolosi ‘diffusori’ del virus, segregati in casa perché possibili ‘contaminatori’ di genitori e nonni.
Interessante è leggere anche questa parte dell’articolo già citato:
Nella prima ondata nella primavera del 2020 abbiamo assistito a una riduzione di richieste: perché è stata vissuta con più ottimismo, stavamo sui terrazzi a cantare, urlavamo ce la faremo, pensavamo che si sarebbe risolto tutto con l’estate. Ma a ottobre i genitori sono tornati al lavoro e i ragazzi sono rimasti a casa soli, solissimi, e hanno dovuto gestire il tempo in maniera autonoma e senza guida. I ragazzi hanno bisogno di relazioni per poter crescere sani, la relazione è fondamentale. Nessuno da adolescente parla con mamma e papà: c’è bisogno degli amici, dei compagni di classe e di banco. Dei bambini e degli adolescenti non ne parla nessuno: durante il lockdown si parlava dei runner e dei diritti dei cani. E loro? Dimenticati”.Dimenticati: questo è un errore da non ripetere adesso, assolutamente. In conclusione, da quanto osservato finora emerge una e una sola cosa: la grave responsabilità di una classe dirigente che non sa tutelare i propri cittadini. Non sa garantire un’assistenza sanitaria adeguata né per le cure al Covid né per le cure mentali, in special modo, ai bambini e agli adolescenti che – non dobbiamo dimenticarlo – sono importantissimi. Una classe dirigente che è capace solo di veicolare allarmismo mediatico per mascherare le sue gravi responsabilità e che invece dovrebbe essere processata per crimini contro l’umanità. Non possiamo più accettare questa situazione: è ora di dire veramente “basta”.
Fonte
16/05/2020
Dal MES ai migranti, passando per le “Zee”: l’isolamento dell’Italia nel Mediterraneo
Dimmi con chi vai “in politica estera”, e ti dirò chi sei. Si potrebbe parafrasare così il famoso proverbio popolare, adattandolo a massima utile per la comprensione del portato ideologico di un partito, della forza di uno Stato, della collocazione di una regione.
Su questo per esempio cadrebbero tante illusioni, a dir la verità alimentate ad arte dai mass media di casa nostra, sulle reali ambizioni della Lega o del Movimento 5 Stelle, a più riprese e a vario titolo inquadrate come forze antieuropeiste o progressiste.
La prima infatti in “Europa” sta da tempo negoziando l’entrata nel Partito popolare europeo (Ppe), quello per intenderci della Cdu della Merkel in Germania o del Fidesz di Orban in Ungheria (per la verità sospeso, ma non espulso, a fine 2019), non proprio esempi di antieuropeismo.
I secondi invece non hanno mai trovato un posto al sole nello scacchiere dell’Unione, respinti prima dall’Efdd di Farage poi dall’Alde di Macron, non certo due noti progressisti, sintomi delle lotte intestine che stanno esacerbando la discussione interna al Movimento, anche nei passaggi critici odierni.
Ma in questo tornante di grande rilevanza storica che segnerà, crediamo, molto del futuro dell’ordine mondiale, l’Italia sembra scivolare lentamente in uno stato di isolamento nei confronti del resto dell’Ue che non fa ben sperare per il futuro socio-economico (sul politico, le ombre primeggiano da decenni) del paese.
Gli elementi emersi nelle ultime settimane sono tre, e riguardano l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per l’accesso al credito relativo alle spese sanitarie legate all’emergenza, lo schieramento internazionale sulla guerra in Libia e le conseguenze in campo migratorio e commerciale per l’accaparramento delle risorse del Mar Mediterraneo.
Sul Mes, in questi giorni Portogallo, Spagna e Grecia hanno fatto sapere che non ricorreranno al fondo salva-Stati per finanziare un pezzo della ripresa economica dei rispettivi paesi. Il Fatto parla di “stigma da evitare”, ma quando ci sono in ballo i soldi, la morale difficilmente riesce a dare una spiegazione esauriente.
La realtà è che il prestito per una somma del 2% del Pil (per l’Italia, circa 37 miliardi) per spese legate esclusivamente all’emergenza sanitaria, da restituire a un tasso d’interesse dello 0,1%, sarebbe una condizione finanziaria più favorevole rispetto a quella che si incontrerebbe sui mercati obbligazionari, dove il rendimento dei titoli di debito dei tre paesi è superiore al tasso garantito dal Mes (in Italia, il decennale oscilla intorno al 2%).
Ma il problema è che questi soldi sarebbero vincolati al giudizio di una commissione che dovrebbe avallare o meno l’indirizzo (dove, come, per cosa) della spesa nel rispetto dei criteri stabiliti a Bruxelles (sui quali per ora vige una cortina di fumo), sottraendo de facto un altro pezzetto di autonomia decisionale alla politica economica del paese interessato.
Ora, la questione che a noi interessa è che il premier Conte aveva giustificato il mancato veto in sede negoziale col “blocco del Nord” al Mes-nuova-versione per non fare «un torto alla Spagna», la quale tuttavia ha dichiarato per voce del ministro dell’Economia Nadia Calvino che il Regno ricorrerà invece ai mercati.
La paventata “alleanza mediterranea” emersa poche settimane fa si è dunque già sciolta (se mai sia realmente esistita) in mancanza di una valida alternativa al volere tedesco sul futuro dell’Unione, e ora l’Italia si ritrova con un governo schiaffeggiato dagli esiti delle contrattazioni degli ultimi due mesi, nonché egemonizzato dall’ala più ciecamente europeista del paese, Pd e Confindustria, con il resto del Mediterraneo che si sfila dal suo fianco.
Guardando sull’altra sponda, le cose non vanno meglio. Due dati su tutti, incastonati sulla crisi libica, centro insieme alla Siria su cui si stanno riscrivendo le filiere delle alleanze geopolitiche: la Francia rompe gli indugi e prende parola ufficialmente contro la Turchia per proteggere i suoi interessi petroliferi in Cirenaica e sul gas a largo delle coste di Tripoli.
L’Italia invece non trova supporto in nessun paese sulla fallimentare operazione “Irini” e scende a patti con il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al Serraj, supportato militarmente da Ankara, per contenere i flussi migratori direttamente in Libia.
Andando in ordine, la Francia ha firmato una dichiarazione congiunta assieme a Grecia, Cipro, Egitto ed Emirati Arabi Uniti contro l’ingerenza della Turchia nella crisi libica. Giova ricordare che la Francia è membro delle Nazioni unite, le quali sostengono ufficialmente il Gna, ma come sempre di fronte a interessi non convergenti, gli Stati membri dell’Ue preferiscono proteggere i propri.
Infatti, in ballo nella guerra in Libia ci sono i ricchissimi giacimenti petroliferi presenti soprattutto nella Cirenaica controllata da Khalifa Haftar (la Libia è il settimo paese mondiale per riserve di petrolio) e il controllo delle Zone economiche esclusive (Zee) nel Mediterraneo.
Secondo la Convenzione del diritto del mare, una Zee è la zona marina di massimo 200 miglia in cui uno Stato costiero esercita i diritti di protezione e sfruttamento delle risorse.

Ebbene, proprio queste zone sono oggetto della contesa visto che negli ultimi anni sono venute alla luce importanti riserve di gas nelle “faglie di confine”, su cui la Turchia vuole imporre una seria ipoteca proclamando (cosa vietata dallo stesso diritto) la congiunzione tra la Zee turca e quella libica. È su questa condizione che è scesa in campo la Francia, difendendo gli interessi della Total (multinazionale “francese”) sui mari nordafricani.
Il governo Conte, invece, risponde picche alle richieste della Grecia che assieme a Cipro cercava una sponda politica per delimitare le ingerenze turche nell’area, rifiutando la firma del comunicato emesso dal vertice de il Cairo (con Egitto e Francia) a inizio gennaio proprio contro la proclamazione della Zee turco-libica
Né, in un ottica di “mero interesse nazionale”, difende gli interessi dell’“italiana” Eni, che nell’Egitto del golpista al-Sisi vanta partnership strategiche per l’estrazione delle risorse naturali, pressoché assenti nel nostro territorio.
La risposta a queste mancanze si trovano, oltre che nel nanismo politico della nostra classe dominante, nell’“ossessione da migranti” in cui sembra intrappolata la politica estera degli ultimi governi.
Con l’intervento in Libia, Receyp Erdogan ha piazzato infatti una potenziale bomba migratoria, acuita dal propagarsi del coronavirus, ai confini sud dell’Unione europea, così come aveva già fatto con i profughi siriani in quelli della Germania e più recentemente della Grecia.
Il controllo delle tratte che vanno dall’Oriente fino al Nordafrica, assicurate dalle milizie dell’Isis sostenute da Ankara in Siria prima, e al supporto dell’altrimenti debole governo di Serraj poi, mette nelle mani di Erdogan un fattore negoziale decisivo per le meschine ambizioni degli ultimi governi del nostro paese, impegnati da Minniti in avanti (accordo rinnovato lo scorso 2 novembre) a far sì che i dannati della terra vengano fermati prima dello sbarco nelle coste meridionali, a qualsiasi costo umano.
E così il sostegno “dovuto” al governo di Serraj, in quanto l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, si scontra con il tentato protagonismo nell’operazione “Irini”, fallimentare tentativo annunciato il 29 marzo, ma rimasto un pesce d’aprile perché mai decollato, di porre un freno al commercio di armi via mare in Libia, bocciato da Germania, Francia, Tripoli e persino dalla piccola Malta.
Operazione che da una parte non ha il minimo controllo degli spostamenti aerei (con cui la Turchia rifornisce di miliziani il fronte tripolino) e terrestri (armi emiratine per Haftar passando per l’Egitto), e dall’altra avrebbe il solo risultato di porre un freno al rifornimento militare di Ankara a Tripoli, ossia il governo appoggiato dall’Italia. Un disastro.
Il risultato, di nuovo, è che non si curano gli interessi non diciamo di classe, ma neanche strategico-capitalistici nazionali, e il posizionamento raggiunto non coincide con nessun altro paese euromediterraneo, lasciando il futuro dello stivale in balia della tempesta che verrà.
Su questo, gli scenari per ora appena delineabili in lontananza sembrano ridursi (il condizionale è d’obbligo) o al cappio al collo europeista buono per ingrassare le traballanti casse del “blocco del Nord”, o a un atlantismo guidato dall’anglosfera vecchio stampo.
Su questo, Nato e Stati Uniti infatti, dopo tanto sonnecchiare, virano verso l’appoggio a Serraj in Libia; il Regno Unito si espone con l’acquisto di importanti quantità di debito pubblico italiano; il Qatar, unico alleato di Ankara nel Golfo, è in affari con la privatissima sanità lombarda da un paio di anni; l’Esercito italiano intensifica il rapporto in tema di sviluppo con l’Us Army e Israele; Israele annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Turchia visti i comuni interessi in Siria.
Insomma, peggio del “da soli”, rimane solo il “male accompagnati”.
Fonte
Su questo per esempio cadrebbero tante illusioni, a dir la verità alimentate ad arte dai mass media di casa nostra, sulle reali ambizioni della Lega o del Movimento 5 Stelle, a più riprese e a vario titolo inquadrate come forze antieuropeiste o progressiste.
La prima infatti in “Europa” sta da tempo negoziando l’entrata nel Partito popolare europeo (Ppe), quello per intenderci della Cdu della Merkel in Germania o del Fidesz di Orban in Ungheria (per la verità sospeso, ma non espulso, a fine 2019), non proprio esempi di antieuropeismo.
I secondi invece non hanno mai trovato un posto al sole nello scacchiere dell’Unione, respinti prima dall’Efdd di Farage poi dall’Alde di Macron, non certo due noti progressisti, sintomi delle lotte intestine che stanno esacerbando la discussione interna al Movimento, anche nei passaggi critici odierni.
Ma in questo tornante di grande rilevanza storica che segnerà, crediamo, molto del futuro dell’ordine mondiale, l’Italia sembra scivolare lentamente in uno stato di isolamento nei confronti del resto dell’Ue che non fa ben sperare per il futuro socio-economico (sul politico, le ombre primeggiano da decenni) del paese.
Gli elementi emersi nelle ultime settimane sono tre, e riguardano l’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per l’accesso al credito relativo alle spese sanitarie legate all’emergenza, lo schieramento internazionale sulla guerra in Libia e le conseguenze in campo migratorio e commerciale per l’accaparramento delle risorse del Mar Mediterraneo.
Sul Mes, in questi giorni Portogallo, Spagna e Grecia hanno fatto sapere che non ricorreranno al fondo salva-Stati per finanziare un pezzo della ripresa economica dei rispettivi paesi. Il Fatto parla di “stigma da evitare”, ma quando ci sono in ballo i soldi, la morale difficilmente riesce a dare una spiegazione esauriente.
La realtà è che il prestito per una somma del 2% del Pil (per l’Italia, circa 37 miliardi) per spese legate esclusivamente all’emergenza sanitaria, da restituire a un tasso d’interesse dello 0,1%, sarebbe una condizione finanziaria più favorevole rispetto a quella che si incontrerebbe sui mercati obbligazionari, dove il rendimento dei titoli di debito dei tre paesi è superiore al tasso garantito dal Mes (in Italia, il decennale oscilla intorno al 2%).
Ma il problema è che questi soldi sarebbero vincolati al giudizio di una commissione che dovrebbe avallare o meno l’indirizzo (dove, come, per cosa) della spesa nel rispetto dei criteri stabiliti a Bruxelles (sui quali per ora vige una cortina di fumo), sottraendo de facto un altro pezzetto di autonomia decisionale alla politica economica del paese interessato.
Ora, la questione che a noi interessa è che il premier Conte aveva giustificato il mancato veto in sede negoziale col “blocco del Nord” al Mes-nuova-versione per non fare «un torto alla Spagna», la quale tuttavia ha dichiarato per voce del ministro dell’Economia Nadia Calvino che il Regno ricorrerà invece ai mercati.
La paventata “alleanza mediterranea” emersa poche settimane fa si è dunque già sciolta (se mai sia realmente esistita) in mancanza di una valida alternativa al volere tedesco sul futuro dell’Unione, e ora l’Italia si ritrova con un governo schiaffeggiato dagli esiti delle contrattazioni degli ultimi due mesi, nonché egemonizzato dall’ala più ciecamente europeista del paese, Pd e Confindustria, con il resto del Mediterraneo che si sfila dal suo fianco.
Guardando sull’altra sponda, le cose non vanno meglio. Due dati su tutti, incastonati sulla crisi libica, centro insieme alla Siria su cui si stanno riscrivendo le filiere delle alleanze geopolitiche: la Francia rompe gli indugi e prende parola ufficialmente contro la Turchia per proteggere i suoi interessi petroliferi in Cirenaica e sul gas a largo delle coste di Tripoli.
L’Italia invece non trova supporto in nessun paese sulla fallimentare operazione “Irini” e scende a patti con il Governo di accordo nazionale (Gna) di Fayez al Serraj, supportato militarmente da Ankara, per contenere i flussi migratori direttamente in Libia.
Andando in ordine, la Francia ha firmato una dichiarazione congiunta assieme a Grecia, Cipro, Egitto ed Emirati Arabi Uniti contro l’ingerenza della Turchia nella crisi libica. Giova ricordare che la Francia è membro delle Nazioni unite, le quali sostengono ufficialmente il Gna, ma come sempre di fronte a interessi non convergenti, gli Stati membri dell’Ue preferiscono proteggere i propri.
Infatti, in ballo nella guerra in Libia ci sono i ricchissimi giacimenti petroliferi presenti soprattutto nella Cirenaica controllata da Khalifa Haftar (la Libia è il settimo paese mondiale per riserve di petrolio) e il controllo delle Zone economiche esclusive (Zee) nel Mediterraneo.
Secondo la Convenzione del diritto del mare, una Zee è la zona marina di massimo 200 miglia in cui uno Stato costiero esercita i diritti di protezione e sfruttamento delle risorse.

Ebbene, proprio queste zone sono oggetto della contesa visto che negli ultimi anni sono venute alla luce importanti riserve di gas nelle “faglie di confine”, su cui la Turchia vuole imporre una seria ipoteca proclamando (cosa vietata dallo stesso diritto) la congiunzione tra la Zee turca e quella libica. È su questa condizione che è scesa in campo la Francia, difendendo gli interessi della Total (multinazionale “francese”) sui mari nordafricani.
Il governo Conte, invece, risponde picche alle richieste della Grecia che assieme a Cipro cercava una sponda politica per delimitare le ingerenze turche nell’area, rifiutando la firma del comunicato emesso dal vertice de il Cairo (con Egitto e Francia) a inizio gennaio proprio contro la proclamazione della Zee turco-libica
Né, in un ottica di “mero interesse nazionale”, difende gli interessi dell’“italiana” Eni, che nell’Egitto del golpista al-Sisi vanta partnership strategiche per l’estrazione delle risorse naturali, pressoché assenti nel nostro territorio.
La risposta a queste mancanze si trovano, oltre che nel nanismo politico della nostra classe dominante, nell’“ossessione da migranti” in cui sembra intrappolata la politica estera degli ultimi governi.
Con l’intervento in Libia, Receyp Erdogan ha piazzato infatti una potenziale bomba migratoria, acuita dal propagarsi del coronavirus, ai confini sud dell’Unione europea, così come aveva già fatto con i profughi siriani in quelli della Germania e più recentemente della Grecia.
Il controllo delle tratte che vanno dall’Oriente fino al Nordafrica, assicurate dalle milizie dell’Isis sostenute da Ankara in Siria prima, e al supporto dell’altrimenti debole governo di Serraj poi, mette nelle mani di Erdogan un fattore negoziale decisivo per le meschine ambizioni degli ultimi governi del nostro paese, impegnati da Minniti in avanti (accordo rinnovato lo scorso 2 novembre) a far sì che i dannati della terra vengano fermati prima dello sbarco nelle coste meridionali, a qualsiasi costo umano.
E così il sostegno “dovuto” al governo di Serraj, in quanto l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, si scontra con il tentato protagonismo nell’operazione “Irini”, fallimentare tentativo annunciato il 29 marzo, ma rimasto un pesce d’aprile perché mai decollato, di porre un freno al commercio di armi via mare in Libia, bocciato da Germania, Francia, Tripoli e persino dalla piccola Malta.
Operazione che da una parte non ha il minimo controllo degli spostamenti aerei (con cui la Turchia rifornisce di miliziani il fronte tripolino) e terrestri (armi emiratine per Haftar passando per l’Egitto), e dall’altra avrebbe il solo risultato di porre un freno al rifornimento militare di Ankara a Tripoli, ossia il governo appoggiato dall’Italia. Un disastro.
Il risultato, di nuovo, è che non si curano gli interessi non diciamo di classe, ma neanche strategico-capitalistici nazionali, e il posizionamento raggiunto non coincide con nessun altro paese euromediterraneo, lasciando il futuro dello stivale in balia della tempesta che verrà.
Su questo, gli scenari per ora appena delineabili in lontananza sembrano ridursi (il condizionale è d’obbligo) o al cappio al collo europeista buono per ingrassare le traballanti casse del “blocco del Nord”, o a un atlantismo guidato dall’anglosfera vecchio stampo.
Su questo, Nato e Stati Uniti infatti, dopo tanto sonnecchiare, virano verso l’appoggio a Serraj in Libia; il Regno Unito si espone con l’acquisto di importanti quantità di debito pubblico italiano; il Qatar, unico alleato di Ankara nel Golfo, è in affari con la privatissima sanità lombarda da un paio di anni; l’Esercito italiano intensifica il rapporto in tema di sviluppo con l’Us Army e Israele; Israele annuncia la ripresa delle relazioni diplomatiche con la Turchia visti i comuni interessi in Siria.
Insomma, peggio del “da soli”, rimane solo il “male accompagnati”.
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