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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2026

Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società

di Fulvio Scaglione 

Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.

Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.

Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.

L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.

Ma ora Putin recupera

Può sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).

Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.

Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.

Riferimenti

Per i sondaggi.

Per il controllo sui social.

Per la rilevazione del Levada Center.

Fonte

12/08/2026

Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati

Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.

Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.

Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.

Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.

Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.

La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.

Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.

Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.

CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse. 

Fonte

16/07/2026

Proletari senza rivoluzione: il Paese parallelo che non ci crede più

di Alessandro Robecchi

C’è un numerino niente male, scritto in piccolo, tipo i bugiardini delle medicine, in fondo alle colonne dei sondaggi. Non lo legge mai nessuno: tutti troppo impegnati a scrutare il più-zero-virgola-uno di questo e il meno-zero-virgola-due di quell’altro, come fosse una corsa di cavalli. Lunedì scorso quel numerino nascosto diceva: “Non si esprime: 27 per cento”.

Ora, lasciamo perdere per un momento la credibilità di un sondaggio a cui più di una persona su quattro risponde “Non mi rompa i coglioni”, la fotografia è abbastanza credibile, visto che poi, quando ci sono le elezioni, quelli che non vanno a votare sono molto più del 27 per cento, sarebbero in effetti il partito di maggioranza relativa e anzi quasi assoluta.

Invisibili.

Se ne parla per qualche giorno, ci si strappa un po’ i capelli proforma, si deplora e poi si vota la volta successiva e gli invisibili sono sempre lì: semplicemente gente che non crede che mandare al governo questo o quell’altro cambierà qualcosa, avrà una qualche ricaduta sulla sua vita, sulla sua condizione, sul suo presente e sul suo futuro.

Ora, questa faccenda dei cittadini invisibili è piuttosto clamorosa, e si intreccia con altre centinaia di migliaia, milioni, di invisibili, di cui ci si occupa quando ogni tanto una ricerca, un rapporto, uno studio ci rivelano quel che sappiamo e fingiamo di non sapere: che una moltitudine di cittadini, italiani e non, vive ai margini, sopravvive in condizioni pietose, sotto la soglia di povertà, esclusa da diritti elementari come lo studio, l’abitazione, il cibo addirittura, per non dire del diritto a curarsi.

L’accusa, si sa, è quella di qualunquismo: se non voti poi non puoi lamentarti, e cose così, che è il prototipo perfetto del dito e della Luna. Si guarda il dito (i cattivoni che non vanno a votare) e si ignora la Luna: cioè il fatto che una notevole fetta della popolazione costituisce l’esercito del lavoro sfruttato, precario, sottopagato, ricattabile.

Dice un recente studio di Polis Lombardia, per fare un esempio, che il 18,8 per cento di chi lavora nella ridente città di Milano – ah! Il modello Milano, che sciccheria! – è sfruttato ai limiti dello schiavismo: dalla filiera della moda alla logistica, dai rider ai fattorini e all’edilizia, dalle finte cooperative allo sfruttamento tout-court.

Duecentomila persone, come minimo, che non hanno alcuna speranza di migliorare la propria condizione. Molti stranieri, molti italiani.

Attenzione: non si dice qui che il quaranta e più per cento di chi si astiene alle elezioni sia lumpenproletariat che possiede solo gli occhi per piangere (variante: ha da perdere solo le sue catene), ma è abbastanza certo che tutta quella componente della società, gli schiavi, non lo fa, non ci crede, non si fida, per il semplice fatto che sa perfettamente che non sarà la vittoria di questo o di quello a cambiare le sue sorti.

Per farla breve, quello che si scambia per un errore del sistema è il sistema, e senza lo sfruttamento selvaggio del lavoro il Paese non sarebbe quello che ci dicono, e Milano non sarebbe la Milano che si decanta come esempio da seguire.

Invisibili ma utili. Buoni per lo scandalo di un quarto d’ora – signora mia! – poi basta. Anzi: farabutti, non vanno a votare! Colpa loro! Che insensibili qualunquisti!

In sostanza, cornuti e mazziati, e tutti gli altri col naso in su a guardare le piramidi, senza un pensiero minimo a chi le ha tirate su, da schiavo invisibile, da eterno perdente, da proletario senza rivoluzione.

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07/07/2026

La guerra in Iran fa sballare tutti i calcoli di Trump

Le adunate da regime per il 4 luglio e la rivitalizzazione delle campagne anticomuniste negli USA, potrebbero non salvare Trump da una severa sconfitta nelle elezioni di medio termine a Novembre.

Un sondaggio commissionato dal Financial Times e realizzato dall’agenzia Focaldata tra il 26 e il 30 giugno su 1.795 elettori registrati, vede la maggioranza degli elettori statunitensi ritenere che la guerra contro l’Iran non sia valsa il costo sostenuto dagli Stati Uniti.

Che Trump abbia sbagliato i conti sull’Iran emerge, tra l’altro, da un’intervista rilasciata ad Axios dal presidente statunitense, nella quale ha affermato di essere “rimasto sorpreso nel vedere gli iraniani piangere al funerale della Guida Suprema Ali Khamenei”, in corso a Teheran, e ha ammesso di ritenere invece che la gente lo odiasse. “Forse sono lacrime finte”, ha farfugliato Trump.

Secondo le evidenze dell’indagine commissionata dal Financial Times, il 58% degli intervistati ritiene che la guerra contro l’Iran non sia valsa il prezzo pagato, mentre il 44% afferma che il conflitto abbia lasciato gli Stati Uniti in una posizione più debole nei confronti di Teheran, contro il 31% che pensa il contrario.

Circa i due terzi degli intervistati giudicano con scetticismo l’intesa provvisoria raggiunta tra Stati Uniti e Iran, ritenendo che avrà scarso impatto sulla stabilità del Medio Oriente o che possa addirittura aumentare il rischio di nuovi conflitti. Solo un elettore su cinque ritiene che l’accordo possa favorire la pace.

Negli scorsi giorni la Casa Bianca aveva chiesto al Congresso di approvare 67 miliardi di dollari di nuovi stanziamenti per coprire i costi della guerra alimentando nuove critiche sia dall’opposizione sia da parte della sua base elettorale.

A risentirne è stato l’indice di approvazione di Trump che è sceso al 36%, due punti in meno rispetto al mese precedente, con un calo più marcato tra gli elettori indipendenti, dove il consenso è sceso al 21%.

In vista delle elezioni di metà mandato di novembre per il Congresso, i Democratici al momento appaiono in vantaggio di sei punti nelle intenzioni di voto, con il 44% delle preferenze contro il 38% dei Repubblicani.

Il sondaggio evidenzia inoltre un sostegno maggioritario alla permanenza degli Stati Uniti nella Nato. Su questo il 53% degli elettori ritiene che Washington debba restare nell’Alleanza, contro il 23% favorevole all’uscita.

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29/06/2026

Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza

La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.

A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.

Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).

Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).

Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.

Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.

Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.

Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.

Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.

Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.

E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.

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11/06/2026

L’effetto Gaza travolge il Labour: collassa il supporto ai “progressisti” britannici

La strutturale complicità nel genocidio dei palestinesi sta presentando un conto salatissimo al governo laburista di Londra. Un sondaggio commissionato da Palestine Solidarity Campaign (PSC) e Friends of the Earth UK e condotto dall’istituto Opinium, ha mostrato che il tema Gaza ha avuto e avrà un ruolo centrale nelle tornate elettorali delle isole britanniche.

Più della metà di coloro che hanno votato Labour e Keir Starmer, e che hanno intenzione di votare alle prossime elezioni generali, hanno dichiarato lo spostamento della loro preferenza verso altri partiti, che vanno dal centro alla sinistra dell’offerta politica, in virtù della risposta del governo alle iniziative israeliane e della cooperazione del Regno Unito con Tel Aviv.

I dati smentiscono categoricamente la narrazione secondo cui l’indignazione per la situazione a Gaza sia una preoccupazione di nicchia, settaria o legata esclusivamente alla comunità musulmana: si tratta invece di un fenomeno di massa che sta ridisegnando gli equilibri del panorama politico britannico. Come è evidente un po’ ovunque, la politicizzazione della crisi materiale ed egemonica occidentale è un fenomeno a cui nessuno può sottrarsi, non solo in Italia.

Il sondaggio, che traccia i flussi elettorali tra le elezioni generali del 2024 e le elezioni locali dello scorso mese, mostra che il 53% di coloro che sono fuggiti dal Labour per sostenere altri partiti di centro o sinistra indica esplicitamente tra i motivi di questa scelta il sostegno del governo Starmer a Israele (un po’ più del 21% “moltissimo”, il resto “in parte”).

Il 40,7% di coloro che ha votato Labour nel 2024 ha messo una croce sui Verdi (Green Party) alle scorse elezioni locali. Sono proprio questi elettori e i giovani in generale che hanno posto la pulizia etnica dei palestinesi come elemento dirimente nelle loro preferenze politiche.

Due terzi di chi ha sostenuto i Verdi di recente ha dichiarato che la situazione a Gaza ha avuto impatto sul proprio voto. Il 66% delle persone di età compresa tra i 18 e i 34 anni ha affermato che gli eventi nella Striscia sono stati un fattore determinante; lo stesso vale per il 54% di coloro nella fascia d’età 35-49 anni, per il 49% nella fascia 50-64 anni, e per il 43% degli over 65.

È interessante il fatto che anche il 32% di coloro che hanno sostenuto i Liberal Democratici ha visto la complicità nei crimini perpetrati a Gaza come un fattore determinante per abbandonare il Labour, e questo vale per addirittura il 44% dei votanti che hanno scelto lo Scottish National Party, il Plaid Cymru o candidati indipendenti.

Un altro dato emblematico riguarda il “Pledge for Palestine” (l’Impegno per la Palestina), promosso dalla PSC: i candidati che hanno firmato il documento – impegnandosi a sostenere i diritti dei palestinesi, nel caso in cui venissero eletti – hanno vinto il 27% dei seggi in cui erano in corsa, tallonando la destra di Reform UK (30%).

Peter Leary, vicedirettore della PSC, ha affermato: “i partiti che hanno sostenuto la richiesta di azioni concrete, tra cui un embargo totale sulle armi e sanzioni di vasta portata contro Israele, sono stati ampiamente ricompensati”. Il sondaggio conferma che l’82% degli intervistati è favorevole a sanzioni contro Israele (solo il 5% è contrario). L’80% vuole il blocco totale della vendita di armi allo Stato sionista e il 75% quello del commercio legato ai territori occupati.

Sulla stessa linea di Leary si è mosso Finnian Murtagh, attivista di Friends of the Earth: “gli elettori vogliono partiti politici – e un governo – disposti a difendere i palestinesi, a proteggere le vite umane e a porre fine a decenni di devastanti abusi ambientali”. I nodi della crisi di modello vengono al pettine, e le rappresentanze politiche del passato che fino a oggi si sono presentate come la parte “progressista” della classe politica si dimostrano essere parte del problema.

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10/06/2026

Il mondo ritiene Israele uno stato canaglia

Un nuovo sondaggio internazionale del Pew Research Center ha rilevato come Israele stia affrontando un’opinione pubblica negativa schiacciante in gran parte del Mondo, con maggioranze nella maggior parte dei paesi intervistati che esprimono opinioni sfavorevoli sul paese e poca fiducia nel Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

Il sondaggio, condotto tra febbraio e maggio 2026 in 36 paesi, dipinge uno dei quadri più cupi finora della posizione internazionale di Israele mentre la sua guerra genocida su Gaza continua a rimodellare le percezioni globali.

La maggior parte dei sondaggi è avvenuta dopo che Stati Uniti e Israele hanno lanciato una campagna militare contro l’Iran il 28 febbraio.

Secondo Pew, una media del 67 percento degli intervistati in tutti i paesi ha espresso un’opinione sfavorevole su Israele, mentre solo il 25 percento ha riportato opinioni favorevoli.

Le percezioni negative risultano particolarmente marcate in tutto il mondo musulmano, inclusi Bangladesh, Indonesia, Malesia, Pakistan e Turchia.

Tuttavia, il sondaggio ha riscontrato anche un’ampia opposizione in Europa, evidenziando come la critica a Israele si sia estesa oltre le regioni tradizionalmente avverse a Tel Aviv.

Uno dei risultati più sorprendenti del sondaggio è stato la profondità del sentimento negativo registrato in tutta Europa.

Pew ha rilevato che tutti i paesi europei intervistati hanno registrato valutazioni relativamente negative su Israele.

In Italia, Spagna e Paesi Bassi, circa la metà o più degli intervistati ha dichiarato di avere opinioni “molto sfavorevoli” sul paese.

I risultati suggeriscono che il malcontento pubblico verso le politiche israeliane non è più confinato a circoli di attivisti o particolari gruppi politici, ma si è profondamente radicato in ampi segmenti della società europea.

Pew ha inoltre riportato che le opinioni sfavorevoli su Israele sono aumentate dal 2025 in 13 dei 24 paesi in cui erano disponibili dati sulle tendenze.

In Argentina, ad esempio, le opinioni negative sono passate dal 46 percento lo scorso anno a una maggioranza del 55 percento oggi.

Aumenti significativi sono stati registrati anche in Australia, Italia, Nigeria, Polonia e Regno Unito.

La tendenza non indica solo critiche persistenti a Israele, ma anche un continuo deterioramento dell’immagine globale del paese.

L’indagine ha rilevato significative divisioni generazionali, in particolare in Nord America ed Europa.

I giovani adulti hanno costantemente espresso opinioni più negative su Israele rispetto alle generazioni più anziane.

In Ungheria, ad esempio, il 72 percento degli intervistati tra i 18 e i 34 anni aveva opinioni sfavorevoli su Israele, rispetto al 45 percento di coloro di 50 anni e oltre. Modelli simili sono emersi in numerosi paesi occidentali.

Anche l’ideologia politica ha avuto un ruolo importante.

Paese dopo paese, gli intervistati che si identificavano con la sinistra politica erano significativamente più propensi rispetto a quelli di destra ad avere opinioni sfavorevoli su Israele.

La divisione ideologica era particolarmente marcata negli Stati Uniti, dove l’83 percento dei liberal ha riportato opinioni sfavorevoli su Israele rispetto al 37 percento dei conservatori.

Sono stati registrati grandi vuoti anche in Australia, Grecia, Spagna, Canada, Svezia, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi.

Il sondaggio ha rilevato risultati altrettanto desolanti per Netanyahu.

La maggioranza della popolazione nella maggior parte dei paesi intervistati ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia nella capacità del leader israeliano di gestire gli affari mondiali. In molti paesi, il rifiuto totale è stato particolarmente marcato.

Più della metà degli intervistati in paesi come Italia, Germania, Francia, Spagna, Svezia, Canada, Australia, Malesia, Pakistan e Turchia ha dichiarato di non avere alcuna fiducia in Netanyahu.

Pew ha inoltre rilevato che la fiducia in Netanyahu è ulteriormente diminuita dal 2025 in 13 paesi dove esistono dati comparabili.

In Italia, la quota di intervistati che non hanno espresso alcuna fiducia in Netanyahu è aumentata drasticamente dal 45 percento nel 2025 al 62 percento quest’anno. Cali simili sono stati registrati in Europa, Nord America, Asia e Africa.

I risultati del Pew arrivano in un contesto di crescenti prove di una trasformazione più ampia dell’opinione pubblica, anche all’interno del più importante alleato internazionale di Israele: gli Stati Uniti.

All’inizio di quest’anno, l’istituto Gallup ha riportato che gli americani non simpatizzano più con gli israeliani rispetto ai palestinesi, segnando la prima volta che Israele non gode più di un chiaro vantaggio da quando l’organizzazione di sondaggi ha iniziato a porsi la domanda nel 2001.

Secondo Gallup, il 41 percento degli americani ora afferma di simpatizzare di più con i palestinesi, rispetto al 36 percento che simpatizza maggiormente con gli israeliani. Solo un anno prima, gli israeliani avevano un vantaggio di tredici punti.

Gallup ha inoltre trovato un record di sentimenti favorevoli verso la Palestina e un sostegno quasi record per l’istituzione di uno stato palestinese indipendente, in particolare tra i giovani americani, i democratici e gli indipendenti politici.

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19/05/2026

Argentina - Il consenso di Milei crolla al 30 per cento

Il governo di Javier Milei continua a presentarsi come il laboratorio più radicale del neoliberismo latinoamericano. Per mesi è apparso forte, quasi inattaccabile, sostenuto dall’appoggio internazionale della nuova destra globale: da Donald Trump a José Antonio Kast fino a Benjamin Netanyahu. Un asse politico e simbolico che ha contribuito a costruire l’immagine di Milei come figura centrale dell’offensiva ultraliberista e reazionaria internazionale. Ma sotto la superficie della retorica libertaria crescono crepe sociali e politiche sempre più evidenti.

L’ultimo sondaggio della consultora Zubán Córdoba, diffuso il 16 maggio, mostra infatti un dato significativo: il 57,2 per cento degli argentini dichiara che non voterebbe Milei alle presidenziali del 2027. Solo il 18,7 per cento afferma con certezza che lo rieleggerebbe, mentre un ulteriore 12,7 risponde con un più incerto “potrei votarlo”. Un consenso potenziale che si aggira attorno al 30 per cento, cioè una cifra molto simile a quella ottenuta da La Libertad Avanza alle primarie del 2023.

Il dato interessante è che il rifiuto del presidente attraversa praticamente tutte le fasce sociali e generazionali. Anche tra gli uomini, segmento che nel 2023 era stato uno dei principali bacini elettorali del leader libertario, il “non lo voterei” supera il 55 per cento. Tra le donne il rigetto sale oltre il 58 per cento. Ancora più rilevante è la caduta dell’adesione emotiva al progetto mileista: a gennaio il 43 per cento degli intervistati riteneva che “le misure del governo fossero necessarie anche se dolorose”; oggi quel sostegno è precipitato al 32 per cento.

Dietro questi numeri ci sono mesi di austerità feroce. I tagli alla spesa pubblica, la demolizione di programmi sociali, l’attacco al sistema universitario e alla sanità, insieme al crollo del potere d’acquisto, stanno colpendo settori che inizialmente avevano guardato con simpatia al presidente. La promessa di stabilizzazione economica si è tradotta per milioni di persone in precarietà, disoccupazione e impoverimento accelerato.

È in questo contesto che sono tornate con forza le mobilitazioni di piazza. Le grandi manifestazioni universitarie, gli scioperi generali convocati dalla Confederación General del Trabajo, le proteste dei pensionati e le iniziative dei movimenti sociali hanno mostrato che l’opposizione al governo non è confinata alle strutture del peronismo tradizionale, ma attraversa pezzi importanti della società argentina. Le piazze hanno ricominciato a riempirsi attorno a una parola d’ordine semplice: fermare la distruzione del tessuto sociale.

Di fronte a questa situazione, Milei sembra aver scelto l’escalation permanente. Gli attacchi ai giornalisti sono diventati quotidiani, con insulti pubblici e aggressioni verbali sempre più esplicite. Il presidente ha trasformato il conflitto con la stampa in un pilastro della sua comunicazione politica, cercando di mantenere mobilitata la propria base più radicalizzata. Ma anche questa strategia mostra segni di usura. Persino media non ostili al governo iniziano a parlare apertamente di isolamento politico e perdita di controllo del consenso.

A complicare ulteriormente il quadro ci sono gli scandali che hanno colpito figure centrali dell’esecutivo, come le accuse di arricchimento illecito rivolte al portavoce e capo di Gabinetto Manuel Adorni. Episodi che si sommano alla crescente percezione di un governo incapace di mantenere la promessa anti-casta con cui aveva conquistato parte dell’elettorato.

Il punto centrale, però, è che il progetto mileista continua a mantenere una base sociale consistente, anche se minoritaria. La crisi del peronismo, le divisioni dell’opposizione e la frammentazione politica impediscono per ora la costruzione di un’alternativa chiara. Per questo la partita argentina resta aperta: da una parte un governo che perde consenso ma conserva capacità egemonica; dall’altra una società che torna a mobilitarsi senza aver ancora trovato una sintesi politica capace di trasformare il malcontento in proposta.

L’Argentina entra così in una nuova fase. Non più l’euforia del “fenomeno Milei”, ma una stagione di logoramento, conflitto sociale e polarizzazione crescente, in cui le strade e i sondaggi iniziano finalmente a raccontare la stessa storia.

Fonte

30/04/2026

Gli Stati Uniti hanno perso il mondo arabo

Praticamente ogni abitante del Medio Oriente è stato toccato, direttamente o indirettamente dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, decine di migliaia di persone, in larga maggioranza palestinesi della Striscia di Gaza, sono state uccise, milioni sfollate e intere aree urbane ridotte in macerie. È in questo contesto che si è prodotta una frattura profonda nelle percezioni collettive della regione, destinata a lasciare tracce durature.

A documentarlo sono i sondaggi condotti dall’Arab Barometer, progetto di ricerca internazionale che negli ultimi anni ha monitorato l’evoluzione dell’opinione pubblica in diversi paesi arabi. Le rilevazioni effettuate tra agosto e novembre 2025 in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, territori palestinesi, Siria e Tunisia confermano che il cambiamento registrato dopo il 7 ottobre non è stato episodico, ma strutturale. La fiducia in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti è quasi del tutto erosa.

La percezione diffusa è che Washington e molti dei suoi alleati europei abbiano adottato un approccio selettivo al diritto internazionale, risultando faziosi e moralmente compromessi. Alla domanda su quali paesi difendano maggiormente le libertà, contribuiscano alla sicurezza regionale e sostengano la causa palestinese, gli intervistati indicano sempre più spesso Cina, Russia e Iran piuttosto che Stati Uniti ed Europa. Non si tratta, tuttavia, di una piena adesione ai modelli politici di queste potenze, quanto piuttosto di un rigetto del ruolo occidentale.

La guerra a Gaza rappresenta il punto di rottura. La reputazione degli Stati Uniti è precipitata e non si è più ripresa. I dati sono eloquenti: solo il 12% degli intervistati in Giordania e nei territori palestinesi esprime un giudizio positivo sulla politica estera del presidente Donald Trump, percentuali che salgono appena al 24% in Iraq e al 21% in Libano. Fanno eccezione Marocco e Siria, dove il consenso resta più alto per ragioni specifiche legate a decisioni politiche favorevoli a Rabat e al nuovo governo siriano.

Nel complesso, però, prevale un giudizio negativo. Tra il 47% e il 66% degli intervistati nei vari paesi ritiene che la politica di Trump sia peggiore di quella del suo predecessore Joe Biden. Un dato che riflette non solo la gestione dell’offensiva israeliana contro i palestinesi, ma anche il coinvolgimento americano nella guerra con l’Iran e l’instabilità crescente che ne è derivata.

In parallelo, cresce il consenso verso la Cina, percepita come potenza emergente e meno compromessa. I livelli di approvazione di Pechino oscillano tra il 37% in Siria e il 69% in Tunisia. Anche la Russia, nonostante l’invasione dell’Ucraina, registra un aumento significativo del favore, superando gli Stati Uniti in molti paesi della regione. Più complesso il quadro relativo all’Iran, che continua a essere visto come una minaccia, soprattutto per il suo programma nucleare e la sua influenza regionale, ma beneficia di un crescente sostegno grazie alla sua opposizione a Israele.

Emblematico è il caso dell’ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei (assassinato da Israele e Usa con l’attacco del 28 febbraio), la cui immagine è migliorata sensibilmente. In diversi paesi, la percezione della sua politica estera è passata da negativa a più sfumata, in un contesto in cui l’ostilità verso Israele e i suoi alleati occidentali tende a ridefinire le gerarchie di consenso.

Il nodo centrale resta infatti la questione palestinese. Secondo i dati dell’Arab Barometer, tra il 58% e l’86% degli intervistati nei vari paesi arabi considera gli Stati Uniti schierati con Israele contro i palestinesi. Anche l’Unione Europea è vista in larga misura come favorevole a Tel Aviv, sebbene con differenze tra i singoli paesi: Spagna e Irlanda godono di una percezione più positiva, mentre la Germania è spesso associata a un sostegno più netto a Israele.

Questa percezione si estende alle istituzioni internazionali. Una quota significativa di intervistati ritiene che anche le Nazioni Unite siano sbilanciate a favore di Israele, segno di una crisi più ampia di fiducia nell’intero sistema multilaterale. Non sorprende, in questo quadro, che Israele risulti il paese meno popolare in assoluto: in quasi tutti gli stati analizzati, meno del 5% della popolazione esprime un’opinione favorevole.

Eppure, nonostante la radicalizzazione delle posizioni, l’opinione pubblica araba non appare completamente chiusa a soluzioni diplomatiche. La maggioranza degli intervistati continua a sostenere la prospettiva dei due Stati.

Sul piano geopolitico, i dati dell’Arab Barometer lanciano un avvertimento chiaro: il declino di credibilità degli Stati Uniti rischia di tradursi in un progressivo allontanamento anche dei governi arabi, tradizionalmente legati a Washington. Pur essendo in gran parte autoritari, questi regimi non possono ignorare completamente l’opinione pubblica, soprattutto di fronte al rischio di proteste.

Segnali in questa direzione sono già visibili. Alcuni paesi del Golfo hanno espresso apertamente preoccupazione per l’escalation con l’Iran e valutano una diversificazione delle loro alleanze economiche e militari, rafforzando i legami con Cina e Russia. Allo stesso tempo, cresce la cautela nel mostrare apertamente cooperazione con gli Stati Uniti.

Il futuro, tuttavia, non è ancora scritto. L’esperienza della Francia dimostra che un cambio di posizione può produrre effetti tangibili: il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese nel settembre 2025 ha contribuito a migliorare sensibilmente la sua immagine nella regione.

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29/04/2026

Italia il gradimento per la Nato ancora tiene, ma sui Trattati internazionali ancora paura di andare a verifica

Il direttore del Tg de “La 7”, Enrico Mentana, il 27 aprile si è premurato di rendere pubblico un sondaggio Swg sugli italiani e la Nato che ha dato risultati spacciati come confortanti per i sostenitori della subalternità all’Alleanza Atlantica, ma a ben guardare sono tutt’altro che lusinghieri.

Alla domanda “Se ci fosse un referendum per valutare la permanenza o meno nella Nato, lei che voterebbe”, secondo il sondaggio, il 52% degli intervistati da Swg risponde che il nostro Paese deve rimanere nella Nato. E qui vengono i problemi. Infatti questa percentuale è calata del 4% rispetto ad un analogo sondaggio del 2022.

Non solo. Il 25% vede bene l’Italia fuori dalla Nato e il 23% risponde di non sapere. Curiosamente gli elettori di destra e del Pd sembrano pensarla in modo molto simile. Infatti, nel 52% di chi vuole rimanere fedele alla Nato, stando ai dati raccolti da SWG, il 74% sono elettori di Fratelli d’Italia; il 72% di quelli di Forza Italia e il 61% quelli del Partito Democratico.

Qualche giorno prima, la pagina Termometro Politico aveva pubblicato i risultati di un proprio sondaggio che dava risultati decisamente diversi da quelli rilevati da Swg e pubblicizzati con grande eccitazione da Enrico Mentana su “La 7”.

Nel 2022 in un altro sondaggio – in questo caso di IndexResearch per Piazzapulita – quelli che mostravano di gradire “poco o per nulla” l’operato della Nato raggiungevano il 60,8%, quelli che invece la apprezzavano “molto o abbastanza” si fermavano al 25,4% e i “non sa/non risponde” al 13,8%.

A marzo scorso era stato reso pubblico un altro sondaggio di Youtrend in cui per il 43% degli intervistati, l’esercito comune europeo è auspicabile ma difficile da realizzare, e per il 50% degli italiani che ritengono auspicabile l’esercito comune europeo, non si deve abbandonare la Nato.

Sul fatto che l’Europa investa di più sulla difesa invece il 45% è favorevole, mentre il 34% contrario. Su quale debba essere lo scopo principale dell’esercito unitario europeo il 31% ritiene che sia la difesa dei confini, mentre per il 30% è rendere l’Europa autonoma dagli Stati Uniti.

A dicembre scorso invece, un sondaggio condotto dall’Ispi, aveva dato come risultato una vera e propria doccia fredda per i volenterosi guerrafondai che vorrebbero continuare la guerra in Ucraina e il sostegno militare a Kiev.

Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali. Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.

Diciamo che gli Atlantisti possono ancora dormire, ma non del tutto, sonni tranquilli. Del resto vivono ancora al riparo del fatto che in Italia i referendum sui trattati internazionali – come la Nato o Maastricht – non sono consentiti dalla Costituzione.

Ma proprio il fatto che l’adesione ai Trattati non sia mai stata oggetto di una consultazione popolare vera e propria, ha reso questi vincoli esterni i fattori di una subalternità politica e culturale ritenuta immutabile da gran parte delle forze politiche, di destra e “di sinistra” e di gran parte dei loro elettori.

Anche alla luce dei risultati dei sondaggi questa verifica democratica e popolare potrebbero trovare il coraggio per farla, finalmente, soprattutto in un contesto in cui il coinvolgimento dell’Italia in guerre e conflitti della Nato o dell’Unione europea potrebbe scattare quasi automaticamente. E l’aria che tira, almeno stando alla propaganda e all’isteria che vediamo sull’Ucraina, sembra proprio quella.

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21/04/2026

L’Istat pubblica dati incompleti sulla violenza di genere. Emerge il verminaio sulle esternalizzazioni

Una grossa rogna è esplosa sulle rilevazioni statistiche dell’ISTAT e su come vengono rilevate le risposte sulle quali si eseguono poi le elaborazioni.

L’indagine sulla violenza di genere in Italia prodotta da ISTAT a novembre 2025 è stata pubblicata in maniera parziale escludendo i dati sulle donne migranti. Stando a quanto dichiara, infatti, la società in appalto CSA Research incaricata dell’indagine, ha fornito questionari falsificati proprio legati alle donne migranti.

Le irregolarità sono state segnalate e verificate, portando l’Istat a sanzionare pesantemente Csa Research, azienda che ha in appalto diverse rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. La società ha respinto le accuse e presentato delle controdeduzioni che, secondo quanto appreso da Fanpage.it, non sono state ritenute sufficienti. E l’Istat avrebbe quindi deciso di mantenere la sanzione.

L’ISTAT dichiara, inoltre, che la società a cui è stata appaltata l’indagine sulla violenza di genere in Italia è stata multata, ma la stessa società ha appalti per altre indagini, a causa della falsificazione proprio delle condizioni di lavoro e salario riservate a lavoratrici e lavoratori incaricati di svolgere l’indagine. Infatti il questionario per le donne migranti può essere somministrato solo in forma cartacea, idealmente per superare le barriere linguistiche.

“Quanto accaduto non riguarda “solamente” l’affidabilità di Istat ma un ulteriore lontananza dello Stato dai reali problemi e necessità che riguardano tutte e tutti noi” hanno sottolineato le Donne di Borgata in un comunicato – “Riguarda chi utilizza quei dati per elaborare analisi, teorie e politiche pubbliche: se la base è compromessa, lo è anche tutto ciò che ne deriva”.

Non si può costruire una conoscenza seria sulla violenza di genere sfruttando il lavoro delle rilevatrici e ignorando le condizioni reali delle donne intervistate.

Il problema che emerge non è solo l’inattendibilità di dati così rilevati ma anche quello delle pessime condizioni lavorative dei rilevatori e rilevatrici per conto dell’Istat.

L’USB in una nota denuncia “Lavoro a cottimo e bassa retribuzione, carburante rimborsato solo sopra i 30km di percorrenza e spese interamente a carico di lavoratrici e lavoratori. Pagamento: 28€ lorde solo se il questionario è interamente compilato. Un lavoro importantissimo pagato una miseria a causa, come sempre, di esternalizzazioni di Stato e appalti al ribasso”.

E anche in questo caso, benché ISTAT voglia girare la colpa su lavoratrici e lavoratori, è proprio lo Stato complice di un taglio delle retribuzioni del 30%, e di un meccanismo che scarica i costi e i rischi sulle spalle di tutti e tutte attraverso salari da schifo nonostante tasse altissime.

Discriminazioni e sfruttamento proprio per mano di chi dovrebbe tutelare il lavoro e, nel caso specifico, fornici una fotografia reale e attuale della violenza di genere nel nostro paese.

Un danno enorme considerando anche che le indagini ISTAT hanno un peso importante nel nostro paese e che influenzano le politiche sociali future.

“Continuare a esternalizzare non è più accettabile” denuncia l’USB “lo abbiamo detto migliaia di volte, gli appalti sono stati e continuano ad essere una piaga per il nostro Paese, serve un rapido processo di eliminazione degli stessi e la riacquisizione di tutti i processi pubblici nelle mani dello Stato”.

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11/04/2026

Argentina - L’immagine di Javier Milei, in caduta libera a causa della crisi economica

Non meno del 65 percento, due cittadini su tre, disapprova la gestione di Javier Milei a capo del governo, mentre solo il 33 percento lo approva.

Dal punto di vista della sequenza storica, questo è il momento peggiore del presidente “libertario” (1), perché prima delle elezioni di ottobre 2025 aveva il 37,1 percento di approvazione ed è stato allora che Donald Trump ha firmato l’assegno per 20 miliardi di dollari e ha salvato La Libertad Avanza (LLA) dalla sconfitta.

Ora, il calo è superiore di 4 punti rispetto a ottobre e la disapprovazione è cresciuta rispetto a quel periodo.

Ciò che sta dietro queste opinioni sfavorevoli è che il 55 percento dei cittadini afferma che la propria situazione economica personale è peggiorata negli ultimi 12 mesi e la preoccupazione più importante è che non riescono a far quadrare il mese e che la famiglia contrae debiti.

Una stragrande maggioranza non ha aspettative sul futuro perché considera che il paese, con Milei al timone, stia andando nella direzione sbagliata.

Le conclusioni provengono da un’indagine condotta dalla nota società di consulenza Zuban, Córdoba y Asociados, guidata da Gustavo Córdoba.

In totale, sono state intervistate 2.200 persone, il 70 percento dai siti più utilizzati e il 30 percento tramite email. Il campione, più grande del solito, è stato assemblato rispettando le proporzioni per età, sesso e livello socio-economico.

Nelle ultime settimane, è stato confermato in praticamente tutti i sondaggi che il governo di Milei sta raggiungendo il punto più basso da quando è arrivato alla Casa Rosada nel dicembre 2023.

Alcuni consulenti affermano che il governo non si era ancora deteriorato a settembre e ottobre 2025, prima delle elezioni legislative. In quel periodo, il salvataggio arrivò da Scott Bessent e Donald Trump e il fatto è che l’amministrazione Milei ottenne un buon risultato elettorale e scalò la collina. Tuttavia, da dicembre la tendenza al ribasso è tornata.

Non c’è dubbio che gli scandali colpiscano, ma se si guarda all’elenco delle principali preoccupazioni, quasi tutte puntano sull’economia: arrivare a fine mese, debiti, inflazione, aumento dei prezzi, deterioramento dei salari, disoccupazione. La corruzione è lontana e ancora più lontana è l’insicurezza o l’istruzione.

È noto che la stragrande maggioranza dei cittadini non crede nei dati di Indec e sostiene che i prezzi stiano salendo a un ritmo superiore o molto più alto rispetto a quello stabilito dall’agenzia ufficiale di statistica. I diversi studi mostrano anche livelli di indebitamento e morosità mai registrati nella storia.

Le cose sono in linea con ciò che accade all’interno della casa. Il 55 percento afferma che la loro economia è peggiorata negli ultimi dodici mesi e a questo si aggiunge un altro 19 percento che dice che è “pessima come un anno fa”. Cioè, il 74 percento, tre su quattro argentini, è economicamente in difficoltà nel paese, la maggior parte sta peggio di un anno fa.

D’altra parte, solo il 7 percento afferma che la propria situazione è migliorata e un altro 16 percento afferma di stare bene come un anno fa. Significa che solo un argentino su quattro guarda alle cose con un certo ottimismo.

Ciò che spiega perché una percentuale più alta – il 33 percento – approva la gestione di Milei, è che esiste un nucleo “libertario” duro che sostiene il presidente a prescindere da tutto.

C’è un fatto aggiuntivo verificato in altri sondaggi: il numero di persone che ragionano “Me la passo male, è un sacrificio, ma staremo meglio” si è notevolmente ridotto, si trattava delle persone che avevano aspettative economiche.

E quel punto, la perdita delle aspettative, è centrale per il declino dell’immagine di qualsiasi governo in qualsiasi parte del mondo.

Nell’indagine di Zuban Córdoba, questa domanda si manifesta in un’altra domanda: “Il paese sta andando nella direzione giusta o sbagliata?” Il risultato è devastante. Solo il 28 percento dice che la rotta è giusta e non meno del 63,6 percento afferma che le cose stanno andando nella direzione sbagliata. Cioè, il 63 percento pensa che l’Argentina non migliorerà perché è sulla strada sbagliata.

Milei riuscirà a invertire la sua situazione attuale nei sondaggi? È vero che lo ha già fatto una volta, grazie al sostegno americano.

Ma dobbiamo pensare che oggi i suoi colleghi nel campo ideologico, Donald Trump e l’ungherese Victor Orban, si trovano ad affrontare situazioni simili: una maggioranza di opinioni contrarie e una forte disapprovazione.

Inoltre, questa domenica Orban si trova ad affrontare un’elezione in cui potrebbe essere sconfitto. Il potente apparato statunitense sta cercando in questi giorni di evitare la sconfitta in Ungheria e resta da vedere se riuscirà a ottenere nuovamente un salvataggio in Argentina. Da quanto si può vedere nei sondaggi, la situazione “libertaria” non sembra molto ottimista.

Note

(1) Il termine “libertario” in Argentina ha assunto un connotato decisamente negativo perchè Milei si era presentato sullo scenario politico come libertario, nel senso del totale smantellamento dello Stato e del totale liberismo (Ndr)

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La crisi politica del governo Meloni non è ancora esplosa, ma è già cominciata

“Il Governo c’è, resterà in carica fino alla fine del suo mandato: non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto né di andare a elezioni anticipate” questo è quanto ha detto ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella sua informativa al Parlamento.

Era un intervento molto atteso, perché era il primo a poco più di due settimane dalla sconfitta subita nel referendum e nel pieno della crisi in Medio Oriente che rischia di scatenare una crisi economica globale.

“Andrò avanti fino alla fine della legislatura”, ha giurato in aula Giorgia Meloni, ma per molti osservatori non è affatto vero, anzi sta mettendo in conto elezioni già per questo autunno, per di più dentro un quadro mondiale estremamente turbolento e con l’economia che lancia segnali d’allarme su tutti gli indicatori, inclusi quelli del mancato controllo e della speculazione sui prezzi dei carburanti.

I toni da comizio per i propri supporter non nascondono ma al contrario evidenziano qualcosa di più di un’incertezza ossia il sentore sempre più evidente che il terreno sotto i piedi del governo stia smottando.

La Meloni però ha colto un punto di contraddizione del cosiddetto campo largo quando ha affermato che “mi attaccate ma non invocate le mie dimissioni”. Il che è vero.

“Probabilmente – ha detto testualmente la Meloni – sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle forze d’opposizione, ma questo è lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che attacca il Governo ma non ne invoca le dimissioni. Non temete, ci siamo presi l’impegno di governare per cinque anni ed è esattamente quello che faremo”.

Per spiegare la mancanza di coraggio politico del campo largo nel chiedere le dimissioni del governo Meloni e le preoccupazioni della premier sulle elezioni anticipate, occorre buttare un occhio ai sondaggi e alle contraddizioni interne alla maggioranza di governo su una eventuale nuova legge elettorale che ridisegni ulteriormente i collegi.

Secondo il Barometro politico di aprile nei sondaggi politici di Demopolis emerge un quadro tutt’altro che positivo per il partito della Meloni. FdI cala infatti dell’1,5% in poche settimane, fermandosi al 28,5% ma rimanendo ancora davanti al PD che però non ha fatto il “balzo” sperato dopo il voto referendario.

Il Partito Democratico con il 22,8% rimane la seconda forza del Paese e la prima interna al Campo largo, dentro il quale cresce un po’ il M5S (+ 0,5%) salendo al 12,5%, mentre AVS rimane al 6,6% e Italia Viva al 2,4%.

La Lega di Salvini con il 7,2% galleggia ma perde terreno dopo la sconfitta al Referendum, così come Forza Italia (8,3%) che cala nei sondaggi politici nazionali rispetto al mese precedente.

Infine ci sono i due outsider ossia Futuro Nazionale di Vannacci con il 3,5% e la lista di Carlo Calenda al 2,7%. Il primo sembra essere il fattore che ha eroso consensi proprio a Fratelli d’Italia ritenuti troppo poco “fascisti” per i gusti del generale. Il secondo continua a sproloquiare dentro la propria bolla.

Se Vannacci e Calenda rimanessero fuori dalle coalizioni del centro-destra e del centro-sinistra, lo scenario che emerge sarebbe di parità ma con un lieve vantaggio per il campo largo. I sondaggi politici raccolti dal Barometro Demopolis indicano un 45% complessivo per le forze del centrodestra, e un 46% per il campo largo.

Potere al Popolo ha chiesto le dimissioni del governo la sera stessa del risultato del referendum. Una richiesta velleitaria? Niente affatto.

Dagli scenari indicati ormai da molti sondaggi, la frenesia della Meloni per una nuova legge elettorale nasce dal fatto che vede proprio nella modifica del sistema elettorale la chiave per poter evitare scenari di pareggio e consolidare la propria leadership nei prossimi anni.

Ma la nuova capogruppo di Forza Italia voluta dalla famiglia Berlusconi, Stefania Craxi, ha affermato che la legge elettorale non è una priorità, e non si tratta di un’opinione personale ma indica una linea che collide con quella della Meloni, perché la riforma elettorale, come abbiamo visto, è invece una priorità assoluta per la premier al fine di evitare lo scenario poc'anzi descritto.

C’è dunque lo spazio per una opzione politica indipendente della sinistra di classe, sganciata da entrambe le coalizioni, e che può fare la differenza.

Infine, e non certo per importanza, c’è il tempestoso scenario internazionale che incide profondamente anche sulla situazione interna. E qui occorre ammettere che la Meloni non è stata molto fortunata.

Il suo esecutivo ha coinciso con anni di guerra in Europa (in Ucraina) e in Medio Oriente (Gaza, Iran, Libano) e con le evidenti conseguenze sul piano economico interno e dell’economia di guerra che lo va caratterizzando.

Si sono materializzati scenari che hanno visto crescere la divaricazione di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea, con l’Italia presa in mezzo tra il servilismo storico agli USA e la collocazione politica nella Ue. Una posizione che sta diventando insostenibile, e soprattutto concede sempre meno margini di manovra.

“Se la chiusura dello Stretto di Hormuz non si sbloccasse” ha detto in aula la Meloni, “l’Unione europea dovrebbe ragionare sulla possibilità di una sospensione temporanea del Patto di Stabilità”. E di fronte alle “difficoltà” nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, Meloni ha ribadito che “Siamo testardamente occidentali”, ma senza rinunciare a “dire quando non si è d’accordo” con gli Usa.

La Meloni, così come aveva fatto Crosetto tre giorni fa, ha riaffermato anche una verità che pesa come un macigno sulla storia di questo Paese ma anche sulle argomentazioni delle opposizioni: “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte”, ha sottolineato la premier. “Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo ‘la Meloni scelga tra Trump e l’Europa.

Si conferma dunque come le aspettative sull’alternanza di governo in caso di crisi della Meloni, sarebbero ampiamente disattese sul piano di una diversa – e necessaria – collocazione internazionale e sulla subalternità dell’Italia. E il campo largo questo cambiamento non è in grado né intende farlo.

Senza uno “sganciamento” dai vincoli dei trattati internazionali sottoscritti e mantenuti da tutti i governi dalla guerra fredda in poi, il paese si troverà sempre in condizione di subalternità, servilismo e rischio di essere coinvolto nelle guerre che stanno caratterizzando questa fase storica.

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25/02/2026

La solidarietà a Cuba contro l’assedio e la contrarietà all’embargo negli USA

L’assedio criminale condotto da Washington contro il socialismo cubano ha innescato una forte ondata di iniziative e missioni solidali e internazionaliste in tanti paesi. Quello che Trump e la sua nuova dottrina Monroe cercano di nascondere sotto il tappeto è che, tra l’altro, sono anche i cittadini statunitensi a non essere convinti quando si parla di continuare il bloqueo.

Partiamo dal fatto che il sostegno, in Italia, non si è fatto attendere. Accanto alla campagna “Energia per la vita” è stata lanciata dalla Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e OSA anche una raccolta di farmaci e dispositivi medici da inviare a Cuba, oltre alla dichiarazione di sostegno al Nuestra América Convoy e all’indicazione di agitazione e mobilitazione a ridosso del suo arrivo a L’Avana, il prossimo 21 marzo.

Questo pomeriggio, alle 17:30, l’Unione Sindacale di Base incontrerà l’ambasciata cubana presso la sua sede, e trasmetterà l’incontro sui suoi canali social. Da venerdì scorso, è presente a Cuba anche una delegazione solidale del sindacato greco PAME.

Al di là delle Alpi, è stato lo stesso ambasciatore cubano in Francia, Otto Vaillant, a ringraziare per la solidarietà mostrata in alcune iniziative svoltesi nell’Esagono. Circa una settimana fa, è stato lo stesso ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, a confermare che il suo paese avrebbe fornito aiuti umanitari all’isola caraibica, in coordinamento con l’ONU.

Sulla Black Mountain, il rilievo da cui si può osservare Belfast, è comparsa una grande bandiera cubana e la scritta #unblockcuba. L’immagine è stata rilanciata su X anche da No Cold War, una rete nata per opporsi alla nuova guerra fredda promossa dagli USA contro la Cina, che sul proprio sito ha da poco pubblicato anche un’intervista sulla situazione cubana.

Per ora, il sostegno principale a L’Avana è arrivato da Claudia Sheinbaum, presidentessa del Messico, che ha inviato due settimane fa oltre 800 tonnellate di aiuti umanitari, e ha dichiarato di voler istituire un ponte aereo con Cuba. Ci sono state poi varie associazioni della società civile e governi cittadini che si sono mobilitati per raccogliere altri aiuti.

Centri di raccolta sono stati organizzati anche nelle università, e lo stesso partito di maggioranza, il Movimento Rigenerazione Nazionale (MORENA), si è attivato in solidarietà con L’Avana, mettendo a disposizione sedi e competenze. Anche Brasile, Russia e Cina hanno inviato o promesso aiuti, pannelli solari e altre forme di sostegno all’isola.

È bene, infine, osservare quello che è successo anche negli States, riguardo alle politiche punitive della Casa Bianca, e ricordare anche alcuni dati che danno l’idea di quanto l’embargo sia anacronistico, anche per la maggioranza dell’opinione pubblica stelle-e-strisce. Innanzitutto, manifestazioni contro l’assedio statunitense a Cuba sono state segnalate ad Atlanta, Miami e Minneapolis.

Le iniziative hanno visto la presenza di rappresentanti del Socialist Workers Party e dei Democratic Socialists of America. Questi ultimi hanno una vera e propria campagna di solidarietà con l’isola, che va avanti da anni ed è coordinata dal DSA Cuba Solidarity Working Group. Sul suo sito si possono trovare le prossime discussioni e iniziative che promuove al fianco di Cuba.

L’opposizione al blocco dell’isola non è nuova negli USA. Basta cercare online per trovare una quindicina d’anni di sondaggi effettuati tra chi vive negli USA (compresi i cubani) che palesano un sostegno all’embargo a dir poco vacillante. Già nel 2011, il 62% di un campione di mille adulti intervistati per un progetto del Cuban Research Institute della Florida International University aveva dichiarato la volontà di ristabilire le relazioni diplomatiche con l’isola.

All’inizio del 2014, un sondaggio commissionato dall’Atlantic Council ha registrato le risposte degli intervistati a varie dichiarazioni, a favore o contro la normalizzazione dei rapporti tra i due paesi, e ancora una volta la riapertura dei rapporti era in vantaggio. Quando è stato fatto notare che si stimava che l’embargo potesse valere quasi 5 miliardi di dollari in export e produzione annessa, è stato il 56% degli interpellati (il 57% in Florida, dove si trova la più grande comunità di origine cubana, il 63% tra i latinos) a mostrarsi favorevole alla normalizzazione delle relazioni con Cuba.

L’anno successivo, il Chicago Council on Global Affairs ha condotto un’ulteriore indagine, ed è emerso che due statunitensi su tre volevano la fine dell’embargo. Persino il 59% dei repubblicani era d’accordo. Dopo quasi un decennio, ovvero poco più di un anno fa, il sondaggio condotto da Data for Progress segnalava che ancora il 58% degli elettori era favorevole a ristabilire i rapporti diplomatici con l’isola.

Infine, un altro contemporaneo sondaggio effettuato sempre dalla Florida International University ha mostrato che oggi, nel sud della Florida, il 55% dei cubani vuole mantenere il bloqueo, ma la percentuale scende drasticamente al 43% quando la domanda viene posta solo ai cubani nati negli Stati Uniti.

Dopo i sondaggi negativi e i malumori suscitati con il rapimento di Maduro, l’amministrazione Trump si è imbarcata in una nuova operazione criminale che potrebbe in realtà ritorcerglisi contro. Per far sì che questo accada e che venga rafforzato il diritto all’autodeterminazione del popolo cubano, bisogna moltiplicare la solidarietà, e rendere il Nuestra América Convoy un fatto politico internazionale. Le prossime settimane saranno centrali per la battaglia per un mondo nuovo, libero dall’imperialismo.

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16/02/2026

Paura per la Terza Guerra Mondiale e pochi consensi alla corsa al riarmo

Sono assai interessanti e rivelatori i risultati di un sondaggio condotto da Politico negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Gran Bretagna e Canada su un campione di 10.289 persone e presentato alla vigilia della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.

Secondo il sondaggio, il 46% degli statunitensi e il 43% dei britannici credono che la Terza guerra mondiale scoppierà entro cinque anni, ovvero entro il 2031. In Francia e Canada la maggioranza considera tale ipotesi probabile. In Germania – nonostante le previsioni dei suoi servizi di intelligence che anticipano di molto questo scenario – prevale ancora lo scetticismo.

Nei cinque paesi la Russia viene vista come la principale minaccia alla pace in Europa, ma il dato nuovo è un altro: la seconda minaccia più citata sono gli Stati Uniti, almeno in paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. È una minaccia percepita come superiore a quella della Cina. Ma il sorpasso vero e proprio avviene in Canada, dove gli Stati Uniti sono ritenuti la prima fonte di pericolo per la sicurezza nazionale, il che ha una sua ragione d’essere, viste le esplicite minacce di Trump verso il paese vicino.

Il Munich Security Report 2026, pubblicato in occasione della Conferenza di Monaco – di cui nei giorni scorsi abbiamo già reso una sintesi su Contropiano – ha definito l’approccio dell’amministrazione Trump come wrecking-ball politics ovvero politiche demolitrici. Per gli analisti che hanno curato il rapporto – tanto da titolarlo under destruction – l’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra è ormai “sotto demolizione”.

Eppure, di fronte a questa percezione di pericolo crescente, l’opinione pubblica europea non concorda affatto con la crescente corsa al riarmo. Ed è qui che si presenta la contraddizione con cui i decisori europei dovranno fare i conti anche in questa 62a conferenza di Monaco.

Infatti, se la maggioranza dei cittadini in Francia, Germania, Regno Unito e Canada da una parte non esclude a priori l’aumento della spesa per la difesa, dall’altra – quando capisce che questo significherà tagli ai servizi sociali, più debito pubblico, aumento delle tasse per “i crediti di guerra” – il consenso alle ambizioni militariste crolla verticalmente. Ad esempio in Francia si passa dal 40% al 28%, in Germania dal 37% al 24%.

Nel sondaggio di Politico l’Italia non era prevista, ma non abbiamo dubbi che anche nel nostro paese l’aumento delle spese militari non goda affatto di grandi consensi. È una contraddizione che ci ricorda molto da vicino i risultati della nostra inchiesta condotta tra le lavoratrici e i lavoratori italiani a cavallo del Duemila, quando ad una sorta di plebiscito a favore dell’integrazione europea corrispondeva poi una netta contrarietà alle conseguenze del Trattato di Maastricht (vedi i risultati nel libro “La coscienza di Cipputi”).

Nei giorni scorsi, il Commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius, ha affermato che “Dobbiamo essere pronti a sostituire gli strumenti strategici americani con i nostri europei. Questa dovrebbe essere la nostra priorità strategica, un primo passo verso la nostra indipendenza”.

Ma l’autonomia strategica da Washington appare piuttosto dispendiosa sia in termini di tempi che di costi. Secondo il noto think thank International Institute for Strategic Studies, il costo potrebbe raggiungere addirittura 1 trilione di dollari (un miliardo di miliardi per intendersi, ndr). “Non solo gli alleati europei dovrebbero sostituire le principali piattaforme militari e il personale statunitense, ma anche affrontare carenze nelle risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione spaziale e di tutti i domini, oltre a sostituire i contributi statunitensi agli accordi di comando e controllo della NATO” scrive l’IISS.

L’Unione Europea è ben consapevole di questa contraddizione. Negli anni più recenti, in materia di spese militari e apparati di difesa, ha adottato strumenti come la Bussola Strategica e il piano Readiness 2030, e occorre ammettere che non parte proprio da zero. “In molti ambiti, l’UE ha già buone alternative” ha dichiarato Camille Grand, lobbista della Società Europea per la Difesa Aerospaziale, Sicurezza e Industrie della Difesa. “Penso che nel 98 percento dei casi ci sia una soluzione europea”. Non ha tutti i torti, visto che negli anni, e spesso sotto traccia, anche in Europa è venuto crescendo un complesso militare-industriale.

Le attuali classi dirigenti europee sanno che su questo terreno però possono contare solo sugli azionisti delle industrie militari, un po' di giornalisti embedded e, appunto, dei lobbisti ma non dell’opinione pubblica. A tale scopo stanno aumentando il martellamento propagandistico sulla guerra possibile e l’urgenza del riarmo, e contestualmente continuano ad operare un crescente giro di vite autoritario per zittire o perseguire ogni dissenso, nelle piazze come nei mass media.

La persistenza e la consistenza della quota di popolazione contraria nonostante tutto al riarmo e al militarismo, rappresenta una base sociale per opporsi a questo piano inclinato verso la guerra. Ma proprio perchè ormai se ne fregano del consenso popolare, le attuali classi dirigenti tendono a somigliare sempre più a odiose “classi dominanti”, quelle che per avventurismo hanno sempre sempre trascinato i popoli nell’abisso. Per capirci, questi sono quelli che già oggi hanno inteso “normalizzare” un genocidio come quello a Gaza o i festini sull’isola privata di Epstein.

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10/02/2026

Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti

Tra domenica e oggi, sui due quotidiani La Repubblica e Corriere della Sera sono stati pubblicati i risultati di due sondaggi in materia di ordine pubblico e restrizioni delle libertà democratiche.

Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.

Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.

Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).

Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.

Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.

Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.

Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.

Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.

La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.

Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.

Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.

Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.

Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.

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17/12/2025

Morire per Kiev? La maggioranza del paese dice di no. Sondaggio Ispi sulla situazione internazionale

L’ undicesima edizione del sondaggio ISPI, realizzato da IPSOS DOXA nell’ambito dell’Osservatorio “ItaliaInsight – Gli italiani e la politica internazionale” indaga le percezioni, le paure e le aspettative degli italiani sul mondo nell’anno appena trascorso, e i risultati ottenuti sono sicuramente interessanti.

Trump non convince, nonostante il feeling con Meloni

Anche se nella classifica dei leader più influenti della politica internazionale Trump resta nettamente al primo posto, la maggioranza assoluta di italiani (54%) ritiene che, a un anno dalla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, le cose per il mondo vadano peggio.

È un numero più che quadruplo rispetto a quelli (13%) che credono che dall’elezione di Trump il contesto internazionale sia migliorato. Ancora più significativo è il giudizio su come le cose siano cambiate per gli stessi Stati Uniti.

Secondo gli italiani, l’elezione di Trump non ha prodotto benefici nemmeno per il suo Paese: il 46% ritiene che le cose negli USA vadano peggio, più del doppio di quanti pensano vadano meglio (21%).

L’unico leader internazionale in crescita di consensi come personalità influente è Xi Jinping, che passa dal 6% all’11%. Precipitano invece Putin, Papa Leone rispetto a Papa Francesco (dal 13 al 4%) e la Von Der Leyen (che pure già stava bassina lo scorso anno) che scende dal 5 al 2% del riconoscimento come “leader influente”. 

La Russia percepita come minaccia, ma Usa e Israele peggio di Corea del Nord e Iran

Per il quarto anno consecutivo, una maggioranza relativa di italiani indica nella Russia la principale minaccia per la sicurezza globale (32%). Nel 2019 al primo posto era arrivata la Corea del Nord (24%), seguita a stretto giro da Cina, USA e Iran. Nel 2021, l’anno precedente l’intervento militare russo in Ucraina, le minacce principali percepite erano la Cina (34%) e l’Iran (19%).

Quest’anno, a parte la Russia, cambiano invece molte cose. Al secondo posto come minacce percepite ci sono Stati Uniti e Israele, entrambi secondo il 12% degli intervistati e seguiti dalla Corea del Nord, mentre la Cina scivola al quinto posto (8%) e l’Iran al sesto (4%).

Morire per Kiev? La maggioranza dice nettamente di no

In linea con i risultati dello scorso anno, sulla guerra in Ucraina si conferma una posizione netta contraria a farsi coinvolgere in una guerra per Kiev. Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali.

Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.
 
Nè Usa né Unione Europea. La pace in Medio Oriente dovrebbe essere gestita dall’Onu

Nella gestione del processo di pace in Medio Oriente, solo il 4% ritiene che l’Europa possa garantire la pace nella regione, una quota sostanzialmente identica a quella di Israele e nettamente inferiore a quella riservata agli Stati Uniti (9%).

A prevalere è invece una una maggioranza del 33% che indica l’ONU o una coalizione internazionale come il soggetto che dovrebbe garantire la pace, mentre il 14% affiderebbe questo ruolo a una coalizione di Paesi arabi o alla Lega Araba (dunque più che a Usa e Ue messi insieme).

Emerge un segnale chiaro di sfiducia verso gli approcci unilaterali o regionali ristretti, ma anche una bocciatura del ruolo che USA e l’Unione europea vorrebbero giocare nella regione mediorientale.

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04/12/2025

Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe

L’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) ha lanciato una consultazione pubblica dal titolo “Guerra e conflitti”. Un questionario di 32 domande rivolto ai giovani tra i 14 e i 18 anni, che vuole indagare attraverso quali canali passa l’informazione sui conflitti nel mondo, quali sensazioni suscitano e come ragazze e ragazzi vedono il proprio ruolo nella costruzione della pace.

La consultazione è partita il 18 novembre, e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. Ma l’Autorità ha già rilasciato un primo comunicato stampa con alcuni risultati preliminari. Probabilmente, non quelli che voleva sentire il governo: ricordiamo che alla guida dell’AGIA c’è Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.

Infatti, nel comunicato stampa dell’organismo si legge che “più o meno il 68% di un campione provvisorio di 4.000 risposte non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra”, con una significativa differenza tra maschi (60,2%) e femmine (73,6%). Ad ogni modo, in entrambi i casi molto più della metà dei giovani non ha nessuna intenzione di “immolarsi per la patria”.

Oltre all’inaspettata preminenza della televisione per la ricerca di informazioni attendibili – non i social, dunque –, nel comunicato si legge anche che “la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change”. Già questo basterebbe per far sorgere alcuni interrogativi alla nostra classe politica.

Le televisioni sono forse gli spazi meno contendibili dell’informazione pubblica, e sono attraversate continuamente dall’allarmismo di una guerra imminente. La preoccupazione per un conflitto viene dunque dal martellamento continuo intorno a una tendenza alla guerra inevitabile, ma contro cui, è evidente, gli adolescenti italiani hanno forti anticorpi, probabilmente rafforzati dal palese doppio standard occidentale (genocidio in Palestina docet).

È interessante notare che tra le prime domande del questionario (si possono vedere coi propri occhi, chiunque può accedervi) viene chiesto se i giochi che simulano conflitti possano avere conseguenze sul comportamento delle persone. Non il richiamo continuo alla giustizia dei “guerrieri d’Europa”, a mo’ di Scurati... ma i videogiochi.

Ma il resto delle domande ha un’altra finalità abbastanza evidente: quella di procedere a una sorta di controllo di massa – per quanto anonimo – dai risvolti tutti politici. Tra le domande viene chiesto se si parla di guerra e di pace a scuola, ma anche come i giovani pensano di potersi davvero impegnare per la pace: dentro associazioni, sensibilizzando, con attività politiche?

Viene anche chiesto cosa si pensa della massima latina “si vis pacem para bellum”. Seppur tradotta, la stessa frase è stata usata dall’Alto rappresentante agli Esteri della UE Kaja Kallas, in un messaggio inviato alla Maratona per la Pace organizzata dalla CISL all’Auditorium Massimo di Roma, a metà di novembre.

È chiaro che si vuole tastare il terreno intorno a una propaganda bellicista sempre più spudorata, e al contempo verificare fino a che punto le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e il riarmo europeo abbiano fatto breccia tra ragazze e ragazzi. C’è una domanda che chiede proprio questo: “le mobilitazioni pacifiste, secondo te, sono: utili/inutili/mi lasciano indifferente”.

C’è poi la domanda di cui il risultato parziale delle risposte è accennato all’inizio dell’articolo: “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”. Come detto, per lo più i giovani rifiutano questa narrazione. Ma non si può non evidenziare come la domanda sia pensata per indurre lo spirito guerrafondaio in chi legge.

L’entrata in guerra dell’Italia viene associata alla parola responsabilità. Sarebbe da chiedersi se nel 1940 l’arruolamento nella carneficina fascista vada inteso come un’assunzione di responsabilità. Una domanda così generica non lascia spazio a una responsabilità che, in tanti casi, può essere quella di disertare, perché la diserzione si accompagna alla giustizia.

Infine, le ultime domande sono dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”. Qui si cerca di porre sullo stesso piano le guerre e gli scontri che possono accadere nella quotidianità. Anche qui, c’è un duplice meccanismo in atto.

Da una parte, le ragioni delle tensioni nell’arena della politica internazionale vengono derubricate a quelle delle discussioni tra amici o familiari: una formula su cui è facilmente sovrapponibile l’idea che qualcuno abbia “ragione” e qualcuno “torto”, e non ci sia invece una profonda complessità e stratificazione, di questioni ma anche storica, che vada sciolta e compresa per assumere una posizione equilibrata e diplomatica.

Dall’altra, cerca invece di disinnescare il conflitto sociale e politico interno. “Secondo te c’è differenza tra conflitto e guerra?” e “Secondo te, imparare a gestire i conflitti quotidiani può aiutare a costruire una cultura di pace?” sono due delle domande che sembrano indagare se tra i più giovani ci sia spazio per associare al discorso sulla “pace”, per come la intendono i guerrafondai, col ritorno alla passività sociale.

Sono interpretazioni le nostre, e non possiamo essere sicuri su cosa gli estensori del questionario volevano davvero informarsi. Avere dei dati di massima su cosa pensano gli adolescenti sottoposti costantemente alla propaganda bellicista è di per sé utilissimo. Ma in ogni caso, il modo con cui è stata confezionata questa consultazione è preoccupante, e bisogna dare atto ai giovani che hanno mostrato di avere una salda cultura pacifista dalla loro.

Un ultimo appunto. Perché l’AGIA ha deciso di diffondere in anticipo alcuni risultati? Probabilmente, c’è di mezzo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ha etichettato le domande del questionario come patriottiche. L’Autorità ha voluto probabilmente difendersi, mostrando che non è di certo riuscita a indirizzare le opinioni degli adolescenti.

Ma il pericolo, ora, è che questi risultati vengano usati per affermare ancora più strenuamente la necessità di militarizzazione, delle menti e dei luoghi della formazione. Contro tutto ciò bisogna lottare strenuamente. Riportiamo qui sotto anche un commento dell’OSA.

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QUESTIONARI AGIA SULL’ARRUOLAMENTO: CI VOLETE CARNE DA CANNONE, CI AVRETE OPPOSIZIONE, NO ALLA LEVA!

Il questionario Agia è uno schifo, non saremo braccia per la guerra voluta da governo Meloni e Occidente

L’AGIA (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza) chiede a 4.000 studenti e studentesse se si arruolerebbero per andare in guerra. Con un questionario apparentemente neutro, distribuito a ragazzi fra i 14 e i 18 anni, l’istituto compie un inquietante campionamento di massa, per testare la risposta dei giovani alla chiamata alle armi del Governo Meloni.

Le 32 domande sottoposte assomigliano insieme a un esperimento sociale e a una forma di controllo sfacciata, viene chiesto agli studenti di tutto: se credono nelle mobilitazioni per la pace, con quali media si informano e – domanda delle domande – se si arruolerebbero per la guerra. Il 68% non lo farebbe come rivela la stessa Agia.

Le giovani generazioni sono contro la guerra e questo dà fastidio. Stanno venendo preparate a un futuro di guerra, fatto di riarmo, leve militare, conflitti nel mondo per gli interessi delle classi dirigenti europee e occidentali. La recente proposta di reintroduzione della leva è la conferma definitiva che il governo Meloni ci vuole “carne da cannone” per dei conflitti che è l’Occidente che fomenta nel mondo e per cui dovremo essere noi ad andare al fronte.

Per fare ciò sta venendo condotta una guerra cognitiva alle giovani generazioni per prepararle all’idea della guerra, che si compie anche attraverso la trasformazione bellicistica della didattica in scuole e università, come confermano i nuovi programmi scolastici reazionari di Valditara, o il caso del corso per ufficiali all’Università di Bologna, con cui addirittura l’Università diventa uno strumento in mano all’Esercito.

Fuori la guerra da scuole e atenei, no alla leva. Dopo le mobilitazioni di 28 e 29 novembre non ci fermiamo. Noi non ci arruoliamo!

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31/10/2025

Cosa pensano i palestinesi del ‘piano Trump’?

Un recente sondaggio pubblicato dal Palestinian Centre for Policy and Survey Research (PCPSR) ha interrogato i palestinesi su cosa pensano riguardo al piano di ‘pace’ (cioè di nuova amministrazione coloniale) promosso dal presidente USA Trump. Le risposte che sono state registrate lascerebbero sicuramente spiazzati molti commentatori occidentali, se solo si prendessero la briga di chiedere ai diretti interessati cosa vogliono.

No al disarmo di Hamas, sfiducia dilagante verso Abbas alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), sostegno alla formazione di un comitato per amministrare Gaza, ma senza l’esclusione di Hamas e nemmeno dell’ANP, così come a una forza internazionale, ma solo se il suo scopo è difendere i confini di Gaza e non togliere le armi ad Hamas.

Questo, in sunto, il risultato del sondaggio. È bene dare qualche indicazione tecnica, per evitare strumentalizzazioni e propaganda sui dati che stiamo per riportare. Prima di tutto, l’indagine è stata svolta intervistando di persone poco più di 1.200 persone, di cui circa 760 nella Cisgiordania occupata e circa 440 nella Striscia. Le informazioni sono state trasferite su server a cui solo i ricercatori possono accedere, e i loro calcoli hanno un margine di errore del 3,5%.

La PCPSR è un think tank con sede a Ramallah, ha un’esperienza trentennale nella conduzione di sondaggi, cominciata per verificare le opinioni dei palestinesi dopo le novità introdotte dagli Accordi di Oslo nella prima metà degli anni Novanta. Tra i finanziatori delle sue attività c’è stata anche l’Unione Europea, che ha considerato seriamente i dati elaborati dal gruppo di ricerca, anche in anni recenti.

Quello del PCPSR, insomma, non è il profilo di un istituto ‘connivente’ con Hamas e con i ‘terroristi’, come i sionisti nostrani potrebbero tentare di inventarsi. Del resto, poco più di un anno fa l’IDF aveva sostenuto di aver trovato un documento, tra le macerie di Gaza, che dava prova di come i dati del think tank fossero stati falsficati da Hamas. Al solito, uno dei tanti ritrovamenti ‘fortunati’ delle forze israeliane.

Arriviamo ora ai numeri. Stando alle domande poste tra il 22 e il 25 ottobre, il 70% dei palestinesi si oppone al disarmo di Hamas, anche se ciò dovesse significare la ripresa degli attacchi israeliani. È di certo significativo che la contrarietà al disarmo è maggiore nella West Bank occupata, dove circa l’80% degli intervistati ha dichiarato di volere che l’ala armata del gruppo islamico mantenga le armi. Anche a Gaza, comunque, circa il 55% dei palestinesi la pensa così.

Tali opinioni sono evidentemente collegate alla sfiducia rispetto al ‘piano Trump’ e al fatto che Israele decida di fare marcia indietro sulla pulizia etnica. Infatti, il 62% dei palestinesi ritiene che il percorso elaborato dall’amministrazione statunitense non abbia portato alla fine della guerra una volta per tute, e ancora una volta il pessimismo è maggiore in Cisgiordania che a Gaza.

La popolazione palestinese rimane ancora chiaramente divisa sull’attacco del 7 ottobre 2023: per il 53% è stata una scelta corretta. Quello che è certo è che, comunque, Hamas viene vista come un’opzione meno corrotta dell’ANP. Il 35% dei palestinesi sostiene Hamas, mentre il 24% è a favore di Fatah (il 32% non sostiene nessuno dei due partiti o non ha alcuna opinione).

Hamas supera l’apprezzamento dato a Fatah anche nella Cisgiordania, dove teoricamente governa da anni. In generale, è il 60% degli intervistati che si dice soddisfatta della condotta di Hamas – il 66% nella Cisgiordania occupata e il 51% a Gaza –. Ciò si ripercuote anche sulla soddisfazione che riscuote il presidente palestinese Abbas: si ferma al 23%, mentre l’85% dei palestinesi ne auspica le dimissioni. Marwan Barghouti rimane la figura più apprezzata.

Nello specifico del ‘piano Trump’, il 53% degli intervistati si è dichiarato contrario a un comitato di palestinesi non affiliati ad Hamas o all’ANP per governare Gaza, mentre il 45% lo ha sostenuto. Ancora una volta, l’opposizione è molto più alta in Cisgiordania che a Gaza, che ha vissuto gli ultimi due anni sotto le bombe israeliane.

Ma quando ai palestinesi è stata posta la stessa domanda, ma senza prevedere l’esclusione di Hamas e dell’ANP, aggiungendo che la formazione del comitato sarebbe stata legata ai fondi per la ricostruzione, il 67% dei palestinesi ha sostenuto l’idea. Una dinamica simile è stata riscontrata quando si è chiesta un’opinione riguardo a una forza di peacekeeping.

L’opposizione a una forza internazionale araba e musulmana nella Striscia varia notevolmente tra West Bank e Gaza stessa: 78% nella prima, 52% nella seconda. Cifre che si riducono notevolmente quando la funzione delle truppe è stata indicata nella difesa dei confini di Gaza e non nel disarmo di Hamas: il 53% degli intervistati a Gaza e il 43% nella Cisgiordania occupata hanno dichiarato di sostenere la forza, in questo scenario.

Insomma, questi dati confermano che c’è un popolo che parla in favore della sua autodeterminazione. Bisogna fare in modo che i nostri governi guerrafondai comincino ad ascoltarlo.

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12/10/2025

Quale popolo è sceso nelle piazze per la Palestina?

Mentre su molti mass media abbondano le radiografie e analisi sociologiche sulle manifestazioni di massa di queste settimane, una ricerca dell’Istituto SWG di Trieste, secondo quanto riporta Open, ha provato a fornire un identikit dei manifestanti che nelle scorse settimane hanno riempito le piazze di tutta Italia per la Palestina.

Quasi quattro su dieci – il 38% dei manifestanti – ha tra i 18 e i 34 anni. Il 12% appartengono alla fascia tra 35 e 44 anni, le persone tra i 45 e i 54 anni costituiscono il 13% dei manifestanti, la fascia tra 55 e 64 anni, ne rappresenta il 15%. Il 22% sono invece gli over 64. Il 51% dei dimostranti sono donne, mentre il 49% sono maschi.

L’Istituto SWG ha poi indagato anche la condizione economica di chi è sceso in piazza. Il 57% dei manifestanti è occupato stabilmente, mentre quasi il 9% dei partecipanti ha un lavoro non stabile, una quota simile a quella dei disoccupati, che arrivano a rappresentare l’8% del totale dei manifestanti.

Gli studenti rappresentano il 9% di chi ha partecipato alle manifestazioni (e qui il dato della ricerca appare meno convincente rispetto a quello che si è visto nelle piazze. Il dato dovrebbe riferirsi ai soli studenti delle scuole superiori, altrimenti andrebbe in contraddizione con quello della fascia 18-34 anni ndr).

Alla mobilitazione hanno preso parte anche i pensionati che costituiscono il 14% delle persone mobilitate.

La somma di lavoratori/lavoratrici stabili e dei pensionati (71%) indica una forte presenza di cosiddetti “ceti medi” (in realtà lavoratori mentali e lavoratori dipendenti tradizionali) come nucleo sociale maggioritario nelle manifestazioni per la Palestina.

Sul piano politico il 55% dei manifestanti risponde di aver già protestato contro le guerre, sia quella a Gaza che quella in Ucraina, ma quasi il 30% ha indicato come motivazioni principali della spinta a scendere in piazza anche i salari troppo bassi, la stagnazione dell’economia italiana e l’aumento della disoccupazione.

Solo il 22% ha lamentato la debolezza dell’Unione Europea nello scenario internazionale, mentre il 21% denuncia l’assenza di una leadership politica credibile.

Stando alla ricerca dell’Istituto SWG il 38% dei manifestanti si colloca tra partiti di centrosinistra. Tra i partiti di centrosinistra, la maggior parte dei partecipanti ha dichiarato di votare Partito Democratico, seguito da Avs e M5S, entrambi con una partecipazione del 10%. Ma non viene rilevato il dato su chi si astiene dal voto, secondo noi prevalente.

Ma le piazze per la Palestina hanno visto anche di una quota di elettori centrodestra significativa: il 17% dei dimostranti si identifica con partiti di destra, con una presenza silenziosa di Fratelli d’Italia (l’8% di partecipazione) seguiti da elettori della Lega e di Forza Italia, entrambi al 6%.

Questa ricerca va letta in relazione con un altro sondaggio dell’Istituto SWG di Trieste pubblicato ai primi del mese, alla vigilia del fatidico 7 ottobre, il quale rilevava come rispetto ad un anno fa le persone che in Italia si sentono più vicine ai palestinesi erano salite dal 10% al 31%, mentre quelle schierate con gli israeliani erano crollate dal 25% al 13%.

Giù, dal 30% al 22%, anche gli equidistanti, mentre il 20% – contro il 21% di un anno fa – non si sente vicino a nessuno dei due e il 14% si dichiarava indeciso. Tra i dati più importanti vi è il fatto che il 62% degli italiani è favorevole al riconoscimento formale dello Stato Palestinese: è il 9% in più che nell’ottobre 2023.

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