L’ undicesima edizione del sondaggio ISPI, realizzato da IPSOS DOXA nell’ambito dell’Osservatorio “ItaliaInsight – Gli italiani e la politica internazionale” indaga le percezioni, le paure e le aspettative degli italiani sul mondo nell’anno appena trascorso, e i risultati ottenuti sono sicuramente interessanti.
Trump non convince, nonostante il feeling con Meloni
Anche se nella classifica dei leader più influenti della politica internazionale Trump resta nettamente al primo posto, la maggioranza assoluta di italiani (54%) ritiene che, a un anno dalla elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, le cose per il mondo vadano peggio.
È un numero più che quadruplo rispetto a quelli (13%) che credono che dall’elezione di Trump il contesto internazionale sia migliorato. Ancora più significativo è il giudizio su come le cose siano cambiate per gli stessi Stati Uniti.
Secondo gli italiani, l’elezione di Trump non ha prodotto benefici nemmeno per il suo Paese: il 46% ritiene che le cose negli USA vadano peggio, più del doppio di quanti pensano vadano meglio (21%).
L’unico leader internazionale in crescita di consensi come personalità influente è Xi Jinping, che passa dal 6% all’11%. Precipitano invece Putin, Papa Leone rispetto a Papa Francesco (dal 13 al 4%) e la Von Der Leyen (che pure già stava bassina lo scorso anno) che scende dal 5 al 2% del riconoscimento come “leader influente”.
La Russia percepita come minaccia, ma Usa e Israele peggio di Corea del Nord e Iran
Per il quarto anno consecutivo, una maggioranza relativa di italiani indica nella Russia la principale minaccia per la sicurezza globale (32%). Nel 2019 al primo posto era arrivata la Corea del Nord (24%), seguita a stretto giro da Cina, USA e Iran. Nel 2021, l’anno precedente l’intervento militare russo in Ucraina, le minacce principali percepite erano la Cina (34%) e l’Iran (19%).
Quest’anno, a parte la Russia, cambiano invece molte cose. Al secondo posto come minacce percepite ci sono Stati Uniti e Israele, entrambi secondo il 12% degli intervistati e seguiti dalla Corea del Nord, mentre la Cina scivola al quinto posto (8%) e l’Iran al sesto (4%).
Morire per Kiev? La maggioranza dice nettamente di no
In linea con i risultati dello scorso anno, sulla guerra in Ucraina si conferma una posizione netta contraria a farsi coinvolgere in una guerra per Kiev. Quasi la metà degli italiani (49%) desidera infatti la fine delle ostilità nel più breve tempo possibile. Tra questi, una larga maggioranza sarebbe disposta ad accettare compromessi significativi: tre su quattro (36% del totale) ritengono auspicabile che Kiev accetti un accordo con Mosca anche a costo di rilevanti concessioni territoriali.
Un ulteriore 13% spinge addirittura per l’interruzione del sostegno militare occidentale, indipendentemente dalle conseguenze. Solo una minoranza (15%) sostiene invece la prosecuzione del sostegno militare a Kiev fino al pieno ripristino dei confini ucraini.
Nè Usa né Unione Europea. La pace in Medio Oriente dovrebbe essere gestita dall’Onu
Nella gestione del processo di pace in Medio Oriente, solo il 4% ritiene che l’Europa possa garantire la pace nella regione, una quota sostanzialmente identica a quella di Israele e nettamente inferiore a quella riservata agli Stati Uniti (9%).
A prevalere è invece una una maggioranza del 33% che indica l’ONU o una coalizione internazionale come il soggetto che dovrebbe garantire la pace, mentre il 14% affiderebbe questo ruolo a una coalizione di Paesi arabi o alla Lega Araba (dunque più che a Usa e Ue messi insieme).
Emerge un segnale chiaro di sfiducia verso gli approcci unilaterali o regionali ristretti, ma anche una bocciatura del ruolo che USA e l’Unione europea vorrebbero giocare nella regione mediorientale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/12/2025
31/12/2024
Ci aspetta un anno di guerre commerciali, senza esclusione di colpi
A fine novembre Donald Trump ha minacciato di imporre quanto prima dazi generalizzati del 25% sulle importazioni dal Messico e dal Canada – e un extra 10% su quelle dalla Cina – se questi Paesi non prenderanno rispettivamente sufficienti misure contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga che affliggono gli Stati Uniti.
Contemporaneamente minaccia di introdurre dazi contro l’Unione Europea se non aumenterà i quantitativi di GNL che sta importando dagli Stati Uniti dopo aver rinunciato al gas russo.
Il ricorso ai dazi punitivi e al protezionismo sembrano essere lo strumento con cui l’amministrazione Trump regolerà i propri rapporti nelle relazioni internazionali.
Ma occorre ammettere che questa tendenza a ricorrere a sanzioni, dazi punitivi etc. non è cominciata né comincerà con la nuova amministrazione USA. Il numero di restrizioni ai flussi di beni, servizi e investimenti imposte nel mondo ogni anno è infatti già triplicato rispetto al 2019.
A questi temi è dedicato un capitolo dell’interessante Rapporto sul 2025 elaborato in questi giorni dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
Trump ha persino minacciato di introdurre dazi del 100% sulle importazioni dai Paesi che stanno riducendo l’uso del dollaro (chiaro il riferimento ai BRICS) e del 200% o più sui veicoli importati dal Messico.
In quest’ultimo caso occorre evidenziare come la revisione dello U.S.-Mexico-Canada Agreement (USMCA), frutto della rinegoziazione del precedente NAFTA proprio durante la prima presidenza Trump, è prevista nel 2026.
Nell’ultimo World Economic Outlook di ottobre, il Fondo monetario internazionale ha prodotto uno scenario che mette seriamente in guardia sui rischi di una guerra commerciale innescata dalla nuova amministrazione Trump.
Nel rapporto vengono avanzati alcuni scenari: a metà 2025 USA, Eurozona e Cina impongono dazi permanenti del 10% sui flussi commerciali tra le tre aree, mentre gli USA e il resto del mondo si impongono a vicenda dazi permanenti del 10%, colpendo un quarto dell’interscambio mondiale di beni e aumentando l’incertezza sulle politiche commerciali future e a cascata sugli investimenti privati.
Ci sono poi le stime della Goldman Sachs, in caso di irrigidimento nelle relazioni con Washington dettato dalla politica commerciale di Trump.
In questo caso l’Eurozona (presa come riferimento al posto dell’UE nello studio) subirebbe una riduzione tra mezzo e un punto percentuale del proprio PIL. Anche se Goldman Sachs anticipa l’effetto dei dazi al 2025, la stima è in linea al sopracitato documento dell’FMI.
Per l’Europa sarebbe un ulteriore colpo al PIL (dopo quello dovuto al crollo delle relazioni economiche ed energetiche con la Russia, ndr), considerando la debole crescita economica e il ritardo di competitività che affliggono le economie europee e la stagnazione tedesca ben rappresentata dalla crisi del suo settore automotive che potrebbe essere messo nel mirino da nuove tariffe.
Secondo il rapporto dell’Ispi sul 2025, Bruxelles si dice pronta a sfoderare sia la carota che il bastone con più determinazione e celerità. Dal canto suo, rispetto al periodo 2017-2020, Trump può giocare sul fatto che ora gli USA – dopo l’interruzione delle forniture della Russia – pesano per quasi un quinto delle importazioni UE di gas naturale.
Non solo. Trump ha recentemente minacciato di ricorrere ai dazi contro i paesi europei se questi non aumenteranno i quantitativi di gas che importano dagli USA (a prezzi assai più elevati di quelli che venivano pagati alla Russia, ndr).
Secondo l’Ispi la seconda presidenza Trump potrebbe far compiere un salto di qualità alla tendenza alle guerre commerciali in atto: dazi a tappeto in nome della sicurezza nazionale, guerra commerciale contro tutto e tutti, disaccoppiamento dalla Cina e addirittura il disimpegno o l’uscita degli USA dalle maggiori organizzazioni internazionali.
Ci aspetta dunque un anno – e probabilmente una fase ancora più lunga – di guerre commerciali e protezionismo a tutto campo insieme ad un impetuoso sviluppo dell’industria e delle spesa militare. Un brivido corre lungo la schiena quando uno guarda alla storia e si domanda: non è cominciata così anche negli anni Trenta del XX Secolo?
Fonte
Contemporaneamente minaccia di introdurre dazi contro l’Unione Europea se non aumenterà i quantitativi di GNL che sta importando dagli Stati Uniti dopo aver rinunciato al gas russo.
Il ricorso ai dazi punitivi e al protezionismo sembrano essere lo strumento con cui l’amministrazione Trump regolerà i propri rapporti nelle relazioni internazionali.
Ma occorre ammettere che questa tendenza a ricorrere a sanzioni, dazi punitivi etc. non è cominciata né comincerà con la nuova amministrazione USA. Il numero di restrizioni ai flussi di beni, servizi e investimenti imposte nel mondo ogni anno è infatti già triplicato rispetto al 2019.
A questi temi è dedicato un capitolo dell’interessante Rapporto sul 2025 elaborato in questi giorni dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
Trump ha persino minacciato di introdurre dazi del 100% sulle importazioni dai Paesi che stanno riducendo l’uso del dollaro (chiaro il riferimento ai BRICS) e del 200% o più sui veicoli importati dal Messico.
In quest’ultimo caso occorre evidenziare come la revisione dello U.S.-Mexico-Canada Agreement (USMCA), frutto della rinegoziazione del precedente NAFTA proprio durante la prima presidenza Trump, è prevista nel 2026.
Nell’ultimo World Economic Outlook di ottobre, il Fondo monetario internazionale ha prodotto uno scenario che mette seriamente in guardia sui rischi di una guerra commerciale innescata dalla nuova amministrazione Trump.
Nel rapporto vengono avanzati alcuni scenari: a metà 2025 USA, Eurozona e Cina impongono dazi permanenti del 10% sui flussi commerciali tra le tre aree, mentre gli USA e il resto del mondo si impongono a vicenda dazi permanenti del 10%, colpendo un quarto dell’interscambio mondiale di beni e aumentando l’incertezza sulle politiche commerciali future e a cascata sugli investimenti privati.
Ci sono poi le stime della Goldman Sachs, in caso di irrigidimento nelle relazioni con Washington dettato dalla politica commerciale di Trump.
In questo caso l’Eurozona (presa come riferimento al posto dell’UE nello studio) subirebbe una riduzione tra mezzo e un punto percentuale del proprio PIL. Anche se Goldman Sachs anticipa l’effetto dei dazi al 2025, la stima è in linea al sopracitato documento dell’FMI.
Per l’Europa sarebbe un ulteriore colpo al PIL (dopo quello dovuto al crollo delle relazioni economiche ed energetiche con la Russia, ndr), considerando la debole crescita economica e il ritardo di competitività che affliggono le economie europee e la stagnazione tedesca ben rappresentata dalla crisi del suo settore automotive che potrebbe essere messo nel mirino da nuove tariffe.
Secondo il rapporto dell’Ispi sul 2025, Bruxelles si dice pronta a sfoderare sia la carota che il bastone con più determinazione e celerità. Dal canto suo, rispetto al periodo 2017-2020, Trump può giocare sul fatto che ora gli USA – dopo l’interruzione delle forniture della Russia – pesano per quasi un quinto delle importazioni UE di gas naturale.
Non solo. Trump ha recentemente minacciato di ricorrere ai dazi contro i paesi europei se questi non aumenteranno i quantitativi di gas che importano dagli USA (a prezzi assai più elevati di quelli che venivano pagati alla Russia, ndr).
Secondo l’Ispi la seconda presidenza Trump potrebbe far compiere un salto di qualità alla tendenza alle guerre commerciali in atto: dazi a tappeto in nome della sicurezza nazionale, guerra commerciale contro tutto e tutti, disaccoppiamento dalla Cina e addirittura il disimpegno o l’uscita degli USA dalle maggiori organizzazioni internazionali.
Ci aspetta dunque un anno – e probabilmente una fase ancora più lunga – di guerre commerciali e protezionismo a tutto campo insieme ad un impetuoso sviluppo dell’industria e delle spesa militare. Un brivido corre lungo la schiena quando uno guarda alla storia e si domanda: non è cominciata così anche negli anni Trenta del XX Secolo?
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11/10/2024
Gli italiani stanno con i palestinesi, sionisti e governo se ne facciano una ragione
Un sondaggio sull’opinione pubblica italiana curato dall’Ispi (Istituto di Studi di Politica Internazionale), fa capire piuttosto chiaramente il perché dell’isteria di molti commentatori filo-israeliani in Italia. Si può spiegare così l’esagerato nervosismo di professionisti fino a ieri ritenuti seri come Mentana o del tutto oltre le righe come Del Debbio, ma anche certi articoli de Il Foglio o della stampa liberale o della destra filo-israeliana.
La maggioranza delle persone nel nostro paese (e non solo) infatti ritiene responsabile Israele più che Hamas di quanto sta accadendo in Medio Oriente.
Più di tre italiani su quattro (77%) si dichiarano preoccupati che il conflitto in Medio Oriente possa conoscere una escalation sia di violenza, sia nel numero degli attori coinvolti. Solo pochissimi (meno del 3%) si dicono per nulla preoccupati, a ulteriore conferma dei timori che il conflitto sta generando.
Quando a febbraio scorso un altro sondaggio dell’Ispi aveva chiesto agli italiani quali fossero le due più gravi minacce a livello globale, il 46% aveva già risposto “le guerre”. Oggi questa minaccia cresce ancora e viene indicata dal 54% degli intervistati.
Gli italiani ritengono che siano Israele nel suo complesso e soprattutto l’attuale governo Netanyahu ad avere le maggiori responsabilità sia su Gaza (35% sommando entrambe le opzioni), sia sul Libano (32%). Della situazione a Gaza, Hamas è invece ritenuto responsabile di meno della metà degli intervistati (il 15%) mentre Hezbollah è ritenuto il principale responsabile dell’estendersi della guerra al Libano dal 17% degli intervistati, quindici punti in meno di chi ritiene Israele responsabile.
Il giudizio degli italiani su quanto successo a Gaza nell’ultimo anno appare piuttosto netto. Praticamente un italiano su due (49%) ritiene infatti che la reazione di Israele sia stata sproporzionata rispetto al suo diritto di difesa, mentre solo poco più di un italiano su 5 (21%) ritiene che si sia trattato di una comprensibile reazione dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre di un anno fa.
Quando poi si passa a sondare quale posizione dovrebbe assumere il governo italiano, 7 su 10 pensano che il nostro paese dovrebbe adoperarsi per mediare tra le parti del conflitto, anche al fine di contenere ulteriori escalation. Solo una frangia minoritaria ritiene che l’Italia dovrebbe appoggiare Israele (5%) o la causa palestinese (8%), ma quest’ultima – con un distinguo – vede salire al 25% quelli che sostengono la causa palestinese, in pratica venti punti in più di coloro che vorrebbero sostenere Israele. Per l’8% degli intervistati l’Italia dovrebbe sostenere incondizionatamente i palestinesi, a questi si aggiungono un 17% secondo cui l’Italia dovrebbe condannare Hamas ma sostenere comunque i palestinesi.
Relativamente a come l’informazione ha affrontato la questione in questi mesi, quasi la metà degli italiani (46%) ritiene che sia stata troppo sbilanciata a favore di Israele.
Per il 39% l’informazione è invece stata neutrale e oggettiva, offrendo un’immagine bilanciata e imparziale degli avvenimenti. Solo il 16% ritiene che lo sbilanciamento sia stato a favore di Hamas.
Infine, la maggioranza degli italiani (54%) ritiene che Roma dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina, anche se circa la metà di loro ritiene che debba farlo solo al termine del conflitto in corso. Gli italiani che invece si pronunciano del tutto a sfavore di uno Stato palestinese rappresentano una minoranza (7%). Significativo, comunque, che circa 4 italiani su 10 preferiscano non esprimere un giudizio a testimonianza della complessità della questione palestinese.
Fonte
La maggioranza delle persone nel nostro paese (e non solo) infatti ritiene responsabile Israele più che Hamas di quanto sta accadendo in Medio Oriente.
Più di tre italiani su quattro (77%) si dichiarano preoccupati che il conflitto in Medio Oriente possa conoscere una escalation sia di violenza, sia nel numero degli attori coinvolti. Solo pochissimi (meno del 3%) si dicono per nulla preoccupati, a ulteriore conferma dei timori che il conflitto sta generando.
Quando a febbraio scorso un altro sondaggio dell’Ispi aveva chiesto agli italiani quali fossero le due più gravi minacce a livello globale, il 46% aveva già risposto “le guerre”. Oggi questa minaccia cresce ancora e viene indicata dal 54% degli intervistati.
Gli italiani ritengono che siano Israele nel suo complesso e soprattutto l’attuale governo Netanyahu ad avere le maggiori responsabilità sia su Gaza (35% sommando entrambe le opzioni), sia sul Libano (32%). Della situazione a Gaza, Hamas è invece ritenuto responsabile di meno della metà degli intervistati (il 15%) mentre Hezbollah è ritenuto il principale responsabile dell’estendersi della guerra al Libano dal 17% degli intervistati, quindici punti in meno di chi ritiene Israele responsabile.
Il giudizio degli italiani su quanto successo a Gaza nell’ultimo anno appare piuttosto netto. Praticamente un italiano su due (49%) ritiene infatti che la reazione di Israele sia stata sproporzionata rispetto al suo diritto di difesa, mentre solo poco più di un italiano su 5 (21%) ritiene che si sia trattato di una comprensibile reazione dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre di un anno fa.
Quando poi si passa a sondare quale posizione dovrebbe assumere il governo italiano, 7 su 10 pensano che il nostro paese dovrebbe adoperarsi per mediare tra le parti del conflitto, anche al fine di contenere ulteriori escalation. Solo una frangia minoritaria ritiene che l’Italia dovrebbe appoggiare Israele (5%) o la causa palestinese (8%), ma quest’ultima – con un distinguo – vede salire al 25% quelli che sostengono la causa palestinese, in pratica venti punti in più di coloro che vorrebbero sostenere Israele. Per l’8% degli intervistati l’Italia dovrebbe sostenere incondizionatamente i palestinesi, a questi si aggiungono un 17% secondo cui l’Italia dovrebbe condannare Hamas ma sostenere comunque i palestinesi.
Relativamente a come l’informazione ha affrontato la questione in questi mesi, quasi la metà degli italiani (46%) ritiene che sia stata troppo sbilanciata a favore di Israele.
Per il 39% l’informazione è invece stata neutrale e oggettiva, offrendo un’immagine bilanciata e imparziale degli avvenimenti. Solo il 16% ritiene che lo sbilanciamento sia stato a favore di Hamas.
Infine, la maggioranza degli italiani (54%) ritiene che Roma dovrebbe riconoscere lo Stato di Palestina, anche se circa la metà di loro ritiene che debba farlo solo al termine del conflitto in corso. Gli italiani che invece si pronunciano del tutto a sfavore di uno Stato palestinese rappresentano una minoranza (7%). Significativo, comunque, che circa 4 italiani su 10 preferiscano non esprimere un giudizio a testimonianza della complessità della questione palestinese.
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23/01/2024
Europa e commercio internazionale con la crisi del Mar Rosso
L’escalation militare all’ingresso del Mar Rosso non accenna a fermarsi. Dopo i cinque raid statunitensi della scorsa settimana, gli Houthi hanno dichiarato che reagiranno all’aggressione e venerdì il loro portavoce, Mohammed al-Bukhaiti, ha rilasciato un’intervista al giornale russo Izvestia per confermare la solidarietà alla causa palestinese.
Il gruppo yemenita ha ribadito la sicurezza per il passaggio delle navi non collegate in qualche modo a Israele e di coloro che sostengono il cessate il fuoco. Di certo una posizione razionale, soprattutto per chi vive effettivamente nel quadrante mediorientale e deve fare i conti tutti i giorni con il peso dell’entità sionista.
Ma ovviamente l’Occidente non conosce che l’uso delle armi per affermare il proprio predominio, e dunque un nuovo fronte di guerra è stato aperto in Yemen.
Oltre agli anglo-americani, alla riunione dei ministri degli Esteri UE di ieri anche Italia, Francia e Germania hanno deciso di impegnarsi in una missione militare (denominata Aspis) nella zona.
L’Italia dovrebbe garantire una fregata per questa operazione nel Mediterraneo allargato, da anni al centro delle mire di Roma dentro la cornice imperialistica UE. Tajani, promettendo un voto parlamentare, ha detto che “anche i cittadini più distratti capiscono che le nostre navi e le nostre merci devono avere libertà di circolazione. Dobbiamo fare con la difesa quello che abbiamo fatto venti anni fa con l’euro”.
Anche i cittadini più distratti capiscono che da quando c’è l’euro si sono esclusivamente impoveriti, ma questi sono i paragoni che sceglie la nostra classe dirigente. “Fare lo stesso” con le armi prefigura un finale molto più estremo...
Ad ogni modo, vero è che la crisi del Mar Rosso colpisce soprattutto l’Europa, e questa diventa per Bruxelles l’occasione per rilanciare una qualche difesa autonoma dei propri interessi, anche se nuovamente si trovano a seguire Washington e Tel Aviv senza alcuna voce in capitolo.
Venerdì l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha pubblicato cinque grafici che fanno il punto sul costo degli attacchi degli Houthi. È utile commentarne alcuni, soprattutto per ciò che riguarda gli effetti sull’Italia, visto che varie testate giornalistiche hanno cominciato da tempo la campagna propagandistica per quest’ennesima guerra.
Tra la fine di novembre e il 18 gennaio il prezzo di trasporto di un container da Shangai a Genova è aumentato da 1.400 a 6.300 dollari.
Ma l’impennata è un affare soprattutto europeo: i costi di trasporto dal porto cinese al terminale genovese o a Rotterdam hanno visto un incremento del 350%, ma da Shangai a Los Angeles «solo» – si fa per dire – del 95%.
Ad ogni modo, in generale il traffico commerciale all’ingresso del Mar Rosso e al canale di Suez ha visto un forte ridimensionamento. I porti italiani hanno subito di conseguenza lo stesso effetto, con una riduzione dei traffici che a volte ha toccato il 20%.
La grande preoccupazione è che, data la condizione, molte navi decidano di dirigersi definitivamente verso altri porti europei, piuttosto che imboccare il Mediterraneo dopo aver circumnavigato l’Africa.
Questo sarebbe un duro colpo per i moli italiani, da cui partono anche il 90% delle esportazioni agroalimentari verso l’Asia, tramite Suez, e per le quali l’allungamento delle tratte non è un problema solo di costi, ma anche di conservazione dei prodotti.
Anche sul lato dell’inflazione è l’Europa a pagare di più per la crisi del Mar Rosso. I prezzi al consumo potrebbero aumentare dell’1,8% nell’arco di 12 mesi e l’inflazione core (senza energia, alimentari, tabacchi e alcol) dello 0,7% in 12-18 mesi, mentre per il resto del mondo l’impatto sarebbe più modesto (0,8% e 0,3%).
È evidente che però di queste prospettive sono ben consapevoli a Francoforte, dove la BCE dovrà decidere alla riunione del prossimo 25 gennaio cosa fare dei tassi di interesse.
La presidente dell’istituto, Christine Lagarde, ha frenato ogni ottimismo, e di certo le preoccupazioni per la situazione nel Mar Rosso non aiuteranno a una scelta di allentamento sulla stretta monetaria.
Comunque, è chiaro che in assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica seria per arrestare il genocidio a Gaza, gli attacchi Houthi diventano – per la classe dirigente europea – solo una nuova scusante per evitare di affrontare la realtà della crisi inflazionistica, accompagnata da livelli di crescita irrisori, che riguarda certo tutto l’Occidente e che è cominciata persino prima del precipitare degli eventi in Ucraina.
La UE è particolarmente esposta e per questo il dossier del Mar Rosso va considerato come un ulteriore prova di maturità della costruzione imperialistica europea, che per ora si trova però costantemente a rimorchio delle scelte statunitensi.
Tutto dimostra nuovamente come oggi, nel nostro settore di mondo, il compito di chi lotta per un’alternativa sia rompere la gabbia dell’imperialismo euroatlantico, perché la sua sopravvivenza è legata indissolubilmente allo scivolamento verso una guerra generalizzata come risposta alla sua crisi di egemonia.
Fonte
Il gruppo yemenita ha ribadito la sicurezza per il passaggio delle navi non collegate in qualche modo a Israele e di coloro che sostengono il cessate il fuoco. Di certo una posizione razionale, soprattutto per chi vive effettivamente nel quadrante mediorientale e deve fare i conti tutti i giorni con il peso dell’entità sionista.
Ma ovviamente l’Occidente non conosce che l’uso delle armi per affermare il proprio predominio, e dunque un nuovo fronte di guerra è stato aperto in Yemen.
Oltre agli anglo-americani, alla riunione dei ministri degli Esteri UE di ieri anche Italia, Francia e Germania hanno deciso di impegnarsi in una missione militare (denominata Aspis) nella zona.
L’Italia dovrebbe garantire una fregata per questa operazione nel Mediterraneo allargato, da anni al centro delle mire di Roma dentro la cornice imperialistica UE. Tajani, promettendo un voto parlamentare, ha detto che “anche i cittadini più distratti capiscono che le nostre navi e le nostre merci devono avere libertà di circolazione. Dobbiamo fare con la difesa quello che abbiamo fatto venti anni fa con l’euro”.
Anche i cittadini più distratti capiscono che da quando c’è l’euro si sono esclusivamente impoveriti, ma questi sono i paragoni che sceglie la nostra classe dirigente. “Fare lo stesso” con le armi prefigura un finale molto più estremo...
Ad ogni modo, vero è che la crisi del Mar Rosso colpisce soprattutto l’Europa, e questa diventa per Bruxelles l’occasione per rilanciare una qualche difesa autonoma dei propri interessi, anche se nuovamente si trovano a seguire Washington e Tel Aviv senza alcuna voce in capitolo.
Venerdì l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha pubblicato cinque grafici che fanno il punto sul costo degli attacchi degli Houthi. È utile commentarne alcuni, soprattutto per ciò che riguarda gli effetti sull’Italia, visto che varie testate giornalistiche hanno cominciato da tempo la campagna propagandistica per quest’ennesima guerra.
Tra la fine di novembre e il 18 gennaio il prezzo di trasporto di un container da Shangai a Genova è aumentato da 1.400 a 6.300 dollari.
Ma l’impennata è un affare soprattutto europeo: i costi di trasporto dal porto cinese al terminale genovese o a Rotterdam hanno visto un incremento del 350%, ma da Shangai a Los Angeles «solo» – si fa per dire – del 95%.
Ad ogni modo, in generale il traffico commerciale all’ingresso del Mar Rosso e al canale di Suez ha visto un forte ridimensionamento. I porti italiani hanno subito di conseguenza lo stesso effetto, con una riduzione dei traffici che a volte ha toccato il 20%.
La grande preoccupazione è che, data la condizione, molte navi decidano di dirigersi definitivamente verso altri porti europei, piuttosto che imboccare il Mediterraneo dopo aver circumnavigato l’Africa.
Questo sarebbe un duro colpo per i moli italiani, da cui partono anche il 90% delle esportazioni agroalimentari verso l’Asia, tramite Suez, e per le quali l’allungamento delle tratte non è un problema solo di costi, ma anche di conservazione dei prodotti.
Anche sul lato dell’inflazione è l’Europa a pagare di più per la crisi del Mar Rosso. I prezzi al consumo potrebbero aumentare dell’1,8% nell’arco di 12 mesi e l’inflazione core (senza energia, alimentari, tabacchi e alcol) dello 0,7% in 12-18 mesi, mentre per il resto del mondo l’impatto sarebbe più modesto (0,8% e 0,3%).
È evidente che però di queste prospettive sono ben consapevoli a Francoforte, dove la BCE dovrà decidere alla riunione del prossimo 25 gennaio cosa fare dei tassi di interesse.
La presidente dell’istituto, Christine Lagarde, ha frenato ogni ottimismo, e di certo le preoccupazioni per la situazione nel Mar Rosso non aiuteranno a una scelta di allentamento sulla stretta monetaria.
Comunque, è chiaro che in assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica seria per arrestare il genocidio a Gaza, gli attacchi Houthi diventano – per la classe dirigente europea – solo una nuova scusante per evitare di affrontare la realtà della crisi inflazionistica, accompagnata da livelli di crescita irrisori, che riguarda certo tutto l’Occidente e che è cominciata persino prima del precipitare degli eventi in Ucraina.
La UE è particolarmente esposta e per questo il dossier del Mar Rosso va considerato come un ulteriore prova di maturità della costruzione imperialistica europea, che per ora si trova però costantemente a rimorchio delle scelte statunitensi.
Tutto dimostra nuovamente come oggi, nel nostro settore di mondo, il compito di chi lotta per un’alternativa sia rompere la gabbia dell’imperialismo euroatlantico, perché la sua sopravvivenza è legata indissolubilmente allo scivolamento verso una guerra generalizzata come risposta alla sua crisi di egemonia.
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