Scenario geopolitico ‘particolarmente complesso’
Per l’Italia e per il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano: «il Mediterraneo, i Balcani, il Fianco Est della Nato, il Medio Oriente, il quadrante Sahel/Golfo di Guinea e il Corno d’Africa». Dettagli su Analisi Difesa, da Giovanni Martinelli.
Aree influenzate dalla presenza di Russia e Cina «per aumentare la loro sfera di condizionamento, strappando l’influenza occidentale», che si estendono dal Mediterraneo Allargato verso i Balcani dove le due potenze «stanno rafforzando il loro peso alimentando le dispute tra Serbia e Kosovo».
In Africa, con «riconfigurazione degli allineamenti e degli equilibri di potere, con una diversificazione delle partnership di Cina e Russia. Stabilità della Libia per noi rimane prioritaria».
Operazioni in corso
Operazione Aspides nel Mar Rosso, per la sicurezza del traffico marittimo attraverso Suez. «Si potrebbe pensare di integrarla con l’operazione anti pirateria Atalanta, in quanto complementari e quindi si potrebbe pensare ad unico comando».
In Niger: «evitare un effetto contagio per la destabilizzazione dell’area trasformando la cintura saheliana in uno strumento ibrido puntato verso l’Italia e l’Ue». «Collaborazione con il Paese, che è crocevia di tutti i flussi migratori, facendo acquisire all’Italia un ruolo di interlocutore privilegiato».
«La Russia genera in Africa le future posizioni per attività non solo in quel continente ma anche sul lato sud dell’Alleanza».
Intervento a Gaza: «Operazione Levante è stata avviata per sostenere la popolazione civile palestinese a seguito dello scoppio del conflitto Israele-Hamas».
Unifil in Libano e ‘strade sicure’
«L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale in Libano durante la crisi, in occasione della presenza [eufemismo di parte Ndr] israeliana nell’area sud. Il problema è che UNIFIL ha un mandato adeguato ma manca di strumenti, ovvero di regole di ingaggio, che devono essere cambiate».
Rinnovo dell’Operazione Strade Sicure sul territorio nazionale. «Strade Sicure nacque in un momento di crisi, d’emergenza. Ora c’è da chiedersi se l’emergenza continua». 2025 anno giubilare e i campionati di tennis. In prospettiva però, si deve cambiare. Per esempio il ‘pattugliamento dinamico’, su più punti sensibili.
Missioni internazionali
«l’Italia in un mondo sempre più complesso, in cui con l’intensificarsi della competizione strategica porta a una situazione di tensione internazionale permanente». «In questo contesto, l’Italia resta concentrata sulla propria aerea di interesse geografico prioritario: il ‘Mediterraneo Allargato’», ma non solo. L’Indo-Pacifico dove la presenza militare italiana è sempre meno sporadica con la partecipazione alle missioni delle diverse organizzazioni internazionali di rifermento (NATO, UE e ONU), «con priorità alla sicurezza energetica, alla stabilità dell’Africa e alla centralità del Mediterraneo».
Nulla di nuovo per il 2025
Di fatto, il 2025 non registra nessuna nuova missione vera e propria, salvo utilizzo delle ‘Forze ad alta e altissima prontezza Operativa’, per intervento nei Paesi in cui operano personale e contingenti nazionali. Seguono molti dettagli sulla spartizione dei costi tra i diversi ministeri che continueranno a rendere praticamente illeggibile il totale dei costi dell’Italia. «Ricapitolando dunque le missioni militari per il 2025 avranno un costo complessivo di 1.480,2 milioni per quanto di pertinenza del Ministero della Difesa». Più i 32 milioni per il ‘Supporto info-operativo delle Forze Armate’ svolto dall’AISE (spionaggio estero). Ma la somma tra tutti i diversi ministeri resta un enigma.
Una difficile chiarezza
L’intreccio di diverse missioni per diverse forze militari. Sintesi proposta, 35, più le 12 civili UE ma che prevedono comunque la presenza di Personale Militare. 8 di queste NATO, 7 Unione Europea, 5 ONU e 3 in una coalizione. Le restanti 12 sono nazionali. Le missioni riferite all’Europa sono raggruppate in 2 sole schede. La prima fa riferimento all’impegno nei Balcani Occidentali, Kosovo e Bosnia Erzegovina in particolare. Nella stessa aerea ‘Joint Enterprise’, Nato, (Kosovo) più la EUFOR Althea in Bosnia Erzegovina (Ue). Il numero massimo dei militari autorizzati è di 1.848 unità, con 689 mezzi terrestri più 5 aerei per un costo di 150,5 milioni.
Ucraina
«Partecipazione nazionale alle iniziative NATO, UE, di coalizione e bilaterali di supporto all’Ucraina», missione di assistenza militare, sostegno e addestramento delle Forze Ucraine condotte dalla Unione Europea, ‘EUMAM Ucraina’, più la partecipazione alla simile iniziativa NATO denominata ‘NATO Assistance and Training for Ukraine’. Tutto con un massimo di 213 unità di personale, per un costo di 14,8 milioni a fronte degli 80 militari autorizzati lo scorso anno per la sola EUMAM Ucraina.
Missioni in casa europea
Destreggiandosi poi in una disposizione un po’ caotica, ecco il ‘teatro Europeo’. Elenco: ‘Mediterraneo Sicuro’ (su base nazionale), quella NATO ‘Sea Guardian’, quella UE nota EUNAVFORMED Irini, NATO per la sorveglianza aeronavale dell’area Sud dell’Alleanza e (oltre a tutte queste missioni incentrate sul Mediterraneo) anche la presenza navale nel Golfo di Guinea (e qui siamo negli spazi marittimi Atlantici, in Africa). Il totale dei militari autorizzati è di 2.039, con 11 mezzi navali e 18 aerei; il tutto per un costo di 234,7 milioni e un deciso aumento degli organici rispetto al 2024.
Fronte Russia
Sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza stessa. 375 i militari impegnati, con 15 mezzi aerei a un costo di 105,2 milioni. Impegni assunti dal nostro Paese con la NATO, per il suo rafforzamento sul Fianco Est che si traduce nello schieramento in Slovacchia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia. Un totale di ben 2.323 militari, ai quali si aggiungono 1.046 mezzi terrestri e 9 aerei, per un costo complessivo di 188,2 milioni.
Controlettura degli stessi dati
L’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo. Osserva Maurizio Simoncelli, vicepresidente: «Le missioni italiane all’estero costano ai cittadini e chiedono grandi energie agli uomini e alle donne che le realizzano sul campo. Il tutto in un quadro internazionale nel quale la forza militare prevale drammaticamente sulla diplomazia. Le crisi contemporanee, spesso alimentate da complessi fattori politici ed economici, non possono essere risolte sulla base della forza delle armi che, al contrario, riesce soltanto ad aggravarle. L’Italia e l’Unione Europea devono rimanere fedeli ai propri valori costitutivi. Le missioni multilaterali di pace, che contribuiscono a percorsi di pace e di dialogo, conferiscono al nostro Paese un ruolo tanto più autorevole nell’ambito internazionale quanto più aderente alla tutela dei diritti umani».
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/04/2025
18/07/2024
Nuovo Parlamento Europeo, primo atto: che la guerra in Ucraina continui!
Due giorni fa Roberta Metsola è stata confermata per altri due anni e mezzo alla Presidenza del Parlamento Europeo. La politica maltese ha superato nettamente l’altra candidata, Irene Montero del gruppo The Left, ottenendo una maggioranza molto più larga di quella che le avrebbero già comunque dato i voti di socialisti, popolari e liberali.
Metsola, esponente del PPE, ha attirato sulla sua persona i consensi anche di vari conservatori, verdi e deputati di altre realtà che siedono nel consesso europeo. Ha raggiunto dunque il numero record di 562 voti su 699 votanti, mostrando come, alla fin fine, negli organi a vertice della UE la classe dirigente condivida più o meno la stessa visione politica.
Il suo discorso di insediamento è stato la solita lista dei buoni propositi, validi per alimentare la narrazione ideologica di un’Europa di pace, democrazia e diritti più che per leggere gli effettivi orientamenti che perseguirà l’Assemblea. Una cosa però è stata detta chiaramente, ovvero che il sostegno a Kiev nella guerra con la Russia rimarrà un nodo centrale.
Se andiamo a osservare i concreti provvedimenti, non è di secondaria importanza che proprio la prima risoluzione del nuovo Parlamento Europeo, arrivata ieri, riguardi la guerra in Ucraina. Anche in questo caso, la votazione ha visto una schiacciante maggioranza di 495 deputati favorevoli, di nuovo oltre il perimetro di liberali, socialisti e popolari.
I punti fondamentali sono il sostegno internazionale a Kiev, la fornitura di aiuti militari per tutto il tempo necessario e in qualsiasi forma, la condanna della recente visita a Mosca del primo ministro ungherese Viktor Orbán e, infine, la necessità di estendere le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia. Una prima risoluzione che parla di escalation bellica, di certo non di pace.
Questo è il vero volto della UE, nella catena imperialista euroatlantica. E ora che la maschera dell’attore di progresso è caduta, è abbastanza facile mettere in fila gli esempi di come l’Unione sia tra i principali ostacoli alla pace, con gli ultimi due anni segnati da una marcata deriva militarista e la transizione a un’economia di guerra – più che a un’economia verde –.
Un breve rapporto scaricabile gratuitamente, stilato dal Transnational Institute, “mostra come la mappa delle missioni militari dell’Unione Europea – moltiplicate negli ultimi anni – coincidano con quelle delle materie prime e delle fonti energetiche, oltre che delle grandi rotte commerciali e delle aree dove si concentrano interessi geopolitici o appetiti neocoloniali (in particolare francesi)“.
Insomma, un progetto imperialista e neocoloniale, come già accennato, e che a malapena ha deciso di ampliare la sua assistenza militare a paesi terzi, attraverso il distopico strumento dal nome di Strumento europeo per la pace. Il Consiglio dell’Unione Europea ha infatti dato il via libera ad un’ulteriore collaborazione con Benin e Albania.
Lo stato africano si trova a confinare col Niger e il Burkina Faso, di cui i governi stanno portando avanti un’importante lotta anti-coloniale. Il Benin, con tre misure adottate negli ultimi due mesi, si trova ora a poter contare su 35 milioni di euro di sostegno militare, pari al 27% del bilancio della Difesa del paese.
Altri 13 milioni sono stati invece indirizzati verso l’Albania, per fornire Tirana di veicoli corazzati leggeri multiuso. Sia nel primo sia nel secondo caso, la UE si offre anche per addestramento e formazione tecnica dei soldati.
Basta guardare la mappa del crescente impegno militare della UE per capire che la volontà di assumere un ruolo geostrategico autonomo, e di farlo con la forza bruta, è assolutamente viva e concreta. E a quanto pare già dalla votazione della Metsola, è una volontà che unisce la stragrande maggioranza del Parlamento Europeo.
Fonte
Metsola, esponente del PPE, ha attirato sulla sua persona i consensi anche di vari conservatori, verdi e deputati di altre realtà che siedono nel consesso europeo. Ha raggiunto dunque il numero record di 562 voti su 699 votanti, mostrando come, alla fin fine, negli organi a vertice della UE la classe dirigente condivida più o meno la stessa visione politica.
Il suo discorso di insediamento è stato la solita lista dei buoni propositi, validi per alimentare la narrazione ideologica di un’Europa di pace, democrazia e diritti più che per leggere gli effettivi orientamenti che perseguirà l’Assemblea. Una cosa però è stata detta chiaramente, ovvero che il sostegno a Kiev nella guerra con la Russia rimarrà un nodo centrale.
Se andiamo a osservare i concreti provvedimenti, non è di secondaria importanza che proprio la prima risoluzione del nuovo Parlamento Europeo, arrivata ieri, riguardi la guerra in Ucraina. Anche in questo caso, la votazione ha visto una schiacciante maggioranza di 495 deputati favorevoli, di nuovo oltre il perimetro di liberali, socialisti e popolari.
I punti fondamentali sono il sostegno internazionale a Kiev, la fornitura di aiuti militari per tutto il tempo necessario e in qualsiasi forma, la condanna della recente visita a Mosca del primo ministro ungherese Viktor Orbán e, infine, la necessità di estendere le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia. Una prima risoluzione che parla di escalation bellica, di certo non di pace.
Questo è il vero volto della UE, nella catena imperialista euroatlantica. E ora che la maschera dell’attore di progresso è caduta, è abbastanza facile mettere in fila gli esempi di come l’Unione sia tra i principali ostacoli alla pace, con gli ultimi due anni segnati da una marcata deriva militarista e la transizione a un’economia di guerra – più che a un’economia verde –.
Un breve rapporto scaricabile gratuitamente, stilato dal Transnational Institute, “mostra come la mappa delle missioni militari dell’Unione Europea – moltiplicate negli ultimi anni – coincidano con quelle delle materie prime e delle fonti energetiche, oltre che delle grandi rotte commerciali e delle aree dove si concentrano interessi geopolitici o appetiti neocoloniali (in particolare francesi)“.
Insomma, un progetto imperialista e neocoloniale, come già accennato, e che a malapena ha deciso di ampliare la sua assistenza militare a paesi terzi, attraverso il distopico strumento dal nome di Strumento europeo per la pace. Il Consiglio dell’Unione Europea ha infatti dato il via libera ad un’ulteriore collaborazione con Benin e Albania.
Lo stato africano si trova a confinare col Niger e il Burkina Faso, di cui i governi stanno portando avanti un’importante lotta anti-coloniale. Il Benin, con tre misure adottate negli ultimi due mesi, si trova ora a poter contare su 35 milioni di euro di sostegno militare, pari al 27% del bilancio della Difesa del paese.
Altri 13 milioni sono stati invece indirizzati verso l’Albania, per fornire Tirana di veicoli corazzati leggeri multiuso. Sia nel primo sia nel secondo caso, la UE si offre anche per addestramento e formazione tecnica dei soldati.
Basta guardare la mappa del crescente impegno militare della UE per capire che la volontà di assumere un ruolo geostrategico autonomo, e di farlo con la forza bruta, è assolutamente viva e concreta. E a quanto pare già dalla votazione della Metsola, è una volontà che unisce la stragrande maggioranza del Parlamento Europeo.
Fonte
07/05/2024
Niger - Via la Francia, dentro i russi (mentre gli italiani e in parte gli USA restano)
Dopo la cacciata definitiva della Francia, l’Italia punta a diventare il leader degli interessi europei in Niger, il Paese del Sahel teatro di un colpo di stato – l’ultimo di una lunga serie nella regione – che lo scorso 26 luglio ha portato una giunta militare al potere che ha sostituito il presidente Mohamed Bazoum.
Un segno tangibile di questo tentativo è arrivato con la missione effettuata la scorsa settimana da una delegazione italiana di alto livello – la prima dopo il golpe di luglio – guidata dal capo del Comando operativo interforze di vertice (Covi), generale Francesco Paolo Figliuolo, e del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia.
Una visita che fonti della difesa citate da “Agenzia Nova” hanno definito “molto positiva”, e in occasione della quale si sono visti segnali di apertura e benevolenza verso il nostro Paese.
Nel corso della visita – la prima congiunta di alti funzionari della Difesa e degli Affari Esteri italiani nel Paese dopo il colpo di stato – la delegazione è stata ricevuta dai Ministeri della Difesa e degli Affari Esteri nigeriani. Secondo le stesse fonti, la presenza italiana fu accolta con favore, a differenza di quella francese, che dopo il colpo di stato non fu più tollerata dalla giunta militare di Niamey, che ruppe ogni rapporto di collaborazione con Parigi.
Dalla visita è inoltre emerso che presto riprenderanno i corsi di formazione per l’esercito e la polizia nigeriani, mentre le attività di cooperazione civile e militare non si sono mai fermate e proseguiranno nei prossimi giorni.
Vale la pena ricordare che in Niger è tuttora presente la Missione Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (Misin), autorizzata dal Parlamento italiano nel 2018 e istituita al fine di incrementare le capacità volte a contrastare il fenomeno dei traffici illeciti e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto di UE e Stati Uniti per la stabilizzazione dell’area, il rafforzamento delle capacità di controllo territoriale delle autorità nigeriane e dei paesi del G5 Sahel e le attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e lo sviluppo della componente aerea del Niger.
La missione – la cui area geografica di intervento si è estesa anche a Mauritania, Nigeria e Benin – conta attualmente circa 350 addetti e prevede l’utilizzo di un massimo di 13 veicoli, tutti di stanza a terra.
Il contingente di personale, dislocato in un hub logistico-operativo ultimato nel giugno 2022 e dislocato all’interno dell’aeroporto della capitale Niamey, comprende squadre di ricognizione, comando e controllo, squadre di addestratori, da schierare anche presso il Defense College in Mauritania, squadra sanitaria, personale tecnico per le opere infrastrutturali, squadra di rilevamento contro le minacce chimico-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), unità di supporto; unità di protezione della forza; unità di raccolta informazioni, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (Isr).
La missione Misin è guidata dal generale di brigata Massimo Marceddu, che ha assunto la guida del contingente italiano, succedendo al generale Nadir Ruzzon. Le attività di Misin sono condotte sotto il coordinamento e secondo le direttive impartite dal Covi, guidato dal generale Figliuolo.
Dalla sua istituzione, la missione Misin ha effettuato l’addestramento di circa 9.100 soldati nigeriani in Niger, svolto nei centri di addestramento di Niamey, Agadez e Arlit, oltre a finanziare diversi progetti nel campo della sanità e dell’istruzione.
Tra questi, la costruzione del Centro di Competenza di Medicina Aeronautica del Niger (Cemedan), preposto ai controlli sanitari finalizzati al rilascio delle qualifiche medico-legali al personale pilota e tecnico dell’Aeronautica Militare. La presenza italiana non sembra quindi essere stata minimamente intaccata dal colpo di stato di Niamey.
L’aperta ostilità nei confronti della Francia, sancita dall’espulsione del contingente francese dal Paese al termine di un estenuante avanti e indietro tra Parigi e Niamey, non sembra infatti trovare conferma per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, così come quelli con gli Stati Uniti.
Vale la pena ricordare, in questo senso, che sono ancora più di 600 i soldati americani presenti nel Paese (648 per la precisione, secondo quanto affermato dal presidente Joe Biden in una lettera inviata al Congresso lo scorso dicembre), nonostante una riposizionamento delle truppe a settembre.
Prima di allora, c’erano circa 1.100 soldati statunitensi in Niger che negli ultimi dieci anni hanno addestrato le forze nigerine all’antiterrorismo e gestito due basi militari, inclusa una che conduce missioni con droni contro gruppi affiliati allo Stato islamico e ad Al Qaeda nella regione.
Inoltre, come l’Italia, anche gli Stati Uniti intendono riprendere la cooperazione in materia di sicurezza e sviluppo con il Niger, a condizione che la giunta di Niamey adotti misure per ripristinare la democrazia.
Questo, almeno, è quanto ha recentemente affermato il sottosegretario di Stato per gli affari africani, Molly Phee, anch’essa in questi giorni in visita a Niamey insieme al sottosegretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale, Celeste Wallander, e al comandante generale dell’Africa Africa Comando (Africom), Michael Langley.
Contrariamente all’Italia e agli Usa, con i quali mantiene la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, il Niger sembra aver definitivamente reciso ogni legame con la Francia e l’Unione Europea.
Tale sviluppo è stato confermato lo scorso dicembre, quando la giunta ha annunciato l’intenzione di porre fine agli accordi di difesa e sicurezza con l’UE, stipulati per sostenere le autorità nigeriane nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e all’immigrazione irregolare.
In un comunicato, il ministro degli Esteri di Niamey ha annunciato di voler revocare l’accordo stipulato con l’Ue relativo alla missione civile europea denominata Eucap Sahel Niger, attiva dal 2012 e che conta attualmente circa 130 gendarmi e agenti di polizia schierati a disposizione dell’Ue.
Oltre alla missione Eucap, la giunta nigeriana ha annunciato di aver ritirato il consenso concesso per lo spiegamento della missione di partenariato militare dell’UE in Niger (Eumpm), attualmente guidata dall’Italia. La giunta ha inoltre annunciato l’intenzione di revocare “i privilegi e le immunità” concesse nel quadro di questa missione, senza fornire ulteriori dettagli.
Nello stesso giorno dell’annuncio, però, il viceministro della Difesa russo era in visita a Niamey Junus-bek Yevkurov che, dopo aver fatto tappa in Mali e Libia, è stato ricevuto dal leader della giunta Omar Tchiani e dal ministro della Difesa Salifou Modi con i quali ha firmato un accordo che prevede il rafforzamento della cooperazione militare tra i due Paesi, sulla falsariga di quanto avvenuto con la giunta militare del Mali, altro Paese che come il Niger (e il vicino Burkina Faso) è scivolato nell’orbita russa.
Fonte
Un segno tangibile di questo tentativo è arrivato con la missione effettuata la scorsa settimana da una delegazione italiana di alto livello – la prima dopo il golpe di luglio – guidata dal capo del Comando operativo interforze di vertice (Covi), generale Francesco Paolo Figliuolo, e del segretario generale della Farnesina, Riccardo Guariglia.
Una visita che fonti della difesa citate da “Agenzia Nova” hanno definito “molto positiva”, e in occasione della quale si sono visti segnali di apertura e benevolenza verso il nostro Paese.
Nel corso della visita – la prima congiunta di alti funzionari della Difesa e degli Affari Esteri italiani nel Paese dopo il colpo di stato – la delegazione è stata ricevuta dai Ministeri della Difesa e degli Affari Esteri nigeriani. Secondo le stesse fonti, la presenza italiana fu accolta con favore, a differenza di quella francese, che dopo il colpo di stato non fu più tollerata dalla giunta militare di Niamey, che ruppe ogni rapporto di collaborazione con Parigi.
Dalla visita è inoltre emerso che presto riprenderanno i corsi di formazione per l’esercito e la polizia nigeriani, mentre le attività di cooperazione civile e militare non si sono mai fermate e proseguiranno nei prossimi giorni.
Vale la pena ricordare che in Niger è tuttora presente la Missione Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (Misin), autorizzata dal Parlamento italiano nel 2018 e istituita al fine di incrementare le capacità volte a contrastare il fenomeno dei traffici illeciti e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto di UE e Stati Uniti per la stabilizzazione dell’area, il rafforzamento delle capacità di controllo territoriale delle autorità nigeriane e dei paesi del G5 Sahel e le attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e lo sviluppo della componente aerea del Niger.
La missione – la cui area geografica di intervento si è estesa anche a Mauritania, Nigeria e Benin – conta attualmente circa 350 addetti e prevede l’utilizzo di un massimo di 13 veicoli, tutti di stanza a terra.
Il contingente di personale, dislocato in un hub logistico-operativo ultimato nel giugno 2022 e dislocato all’interno dell’aeroporto della capitale Niamey, comprende squadre di ricognizione, comando e controllo, squadre di addestratori, da schierare anche presso il Defense College in Mauritania, squadra sanitaria, personale tecnico per le opere infrastrutturali, squadra di rilevamento contro le minacce chimico-biologiche-radiologiche-nucleari (CBRN), unità di supporto; unità di protezione della forza; unità di raccolta informazioni, sorveglianza e ricognizione a supporto delle operazioni (Isr).
La missione Misin è guidata dal generale di brigata Massimo Marceddu, che ha assunto la guida del contingente italiano, succedendo al generale Nadir Ruzzon. Le attività di Misin sono condotte sotto il coordinamento e secondo le direttive impartite dal Covi, guidato dal generale Figliuolo.
Dalla sua istituzione, la missione Misin ha effettuato l’addestramento di circa 9.100 soldati nigeriani in Niger, svolto nei centri di addestramento di Niamey, Agadez e Arlit, oltre a finanziare diversi progetti nel campo della sanità e dell’istruzione.
Tra questi, la costruzione del Centro di Competenza di Medicina Aeronautica del Niger (Cemedan), preposto ai controlli sanitari finalizzati al rilascio delle qualifiche medico-legali al personale pilota e tecnico dell’Aeronautica Militare. La presenza italiana non sembra quindi essere stata minimamente intaccata dal colpo di stato di Niamey.
L’aperta ostilità nei confronti della Francia, sancita dall’espulsione del contingente francese dal Paese al termine di un estenuante avanti e indietro tra Parigi e Niamey, non sembra infatti trovare conferma per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, così come quelli con gli Stati Uniti.
Vale la pena ricordare, in questo senso, che sono ancora più di 600 i soldati americani presenti nel Paese (648 per la precisione, secondo quanto affermato dal presidente Joe Biden in una lettera inviata al Congresso lo scorso dicembre), nonostante una riposizionamento delle truppe a settembre.
Prima di allora, c’erano circa 1.100 soldati statunitensi in Niger che negli ultimi dieci anni hanno addestrato le forze nigerine all’antiterrorismo e gestito due basi militari, inclusa una che conduce missioni con droni contro gruppi affiliati allo Stato islamico e ad Al Qaeda nella regione.
Inoltre, come l’Italia, anche gli Stati Uniti intendono riprendere la cooperazione in materia di sicurezza e sviluppo con il Niger, a condizione che la giunta di Niamey adotti misure per ripristinare la democrazia.
Questo, almeno, è quanto ha recentemente affermato il sottosegretario di Stato per gli affari africani, Molly Phee, anch’essa in questi giorni in visita a Niamey insieme al sottosegretario alla Difesa per gli affari di sicurezza internazionale, Celeste Wallander, e al comandante generale dell’Africa Africa Comando (Africom), Michael Langley.
Contrariamente all’Italia e agli Usa, con i quali mantiene la cooperazione in materia di difesa e sicurezza, il Niger sembra aver definitivamente reciso ogni legame con la Francia e l’Unione Europea.
Tale sviluppo è stato confermato lo scorso dicembre, quando la giunta ha annunciato l’intenzione di porre fine agli accordi di difesa e sicurezza con l’UE, stipulati per sostenere le autorità nigeriane nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e all’immigrazione irregolare.
In un comunicato, il ministro degli Esteri di Niamey ha annunciato di voler revocare l’accordo stipulato con l’Ue relativo alla missione civile europea denominata Eucap Sahel Niger, attiva dal 2012 e che conta attualmente circa 130 gendarmi e agenti di polizia schierati a disposizione dell’Ue.
Oltre alla missione Eucap, la giunta nigeriana ha annunciato di aver ritirato il consenso concesso per lo spiegamento della missione di partenariato militare dell’UE in Niger (Eumpm), attualmente guidata dall’Italia. La giunta ha inoltre annunciato l’intenzione di revocare “i privilegi e le immunità” concesse nel quadro di questa missione, senza fornire ulteriori dettagli.
Nello stesso giorno dell’annuncio, però, il viceministro della Difesa russo era in visita a Niamey Junus-bek Yevkurov che, dopo aver fatto tappa in Mali e Libia, è stato ricevuto dal leader della giunta Omar Tchiani e dal ministro della Difesa Salifou Modi con i quali ha firmato un accordo che prevede il rafforzamento della cooperazione militare tra i due Paesi, sulla falsariga di quanto avvenuto con la giunta militare del Mali, altro Paese che come il Niger (e il vicino Burkina Faso) è scivolato nell’orbita russa.
Fonte
04/05/2024
L’Italia è la più impegnata d’Europa nelle missioni militari internazionali
L’Italia è impegnata in diversi tipi di operazioni militari all’estero. Gli impegni spaziano dalle missioni Ue a quelle Nato e Onu, seguite da un numero notevole e crescente di missioni bilaterali o in coalizione con i partner euro-atlantici.
Secondo Affari Internazionali l’Italia vanta infatti all’attivo più di 40 missioni nel 2024, posizionandosi come primo contributore per le operazioni dell’Ue, secondo contributore della Nato dopo gli Usa – quindi primo tra gli europei – e primo tra i contributori occidentali alle missioni delle Nazioni Unite.
La dimensione dei singoli contingenti militari è molto varia, si va da quelli che impegnano pochissime unità – spesso osservatori o addestratori – a quelli molto più consistenti, come le Nato Enhanced Vigilance Activities che contano 2.340 soldati impegnati.
Nel 2024 sono state avviate dall’Italia tre nuove missioni militari internazionali:
1) l’Operazione Levante, che prevede 192 unità, il cui mandato recita: “A seguito dello scoppio del conflitto Israele-Hamas, avvenuto il 7 ottobre 2023, la Difesa è stata chiamata a fornire contributi per fronteggiare una situazione che prefigura una potenziale escalation e impone un approccio integrato”;
2) la proroga dell’impiego di un “dispositivo multidominio in iniziative di presenza, sorveglianza e sicurezza nell’area del Mar Rosso e Oceano Indiano Nord-Occidentale”, che ricomprende in realtà missioni già attive come Atalanta e Agenor;
3) la nuova operazione Aspides, targata Ue, per un totale di 642 unità di personale avviata il 19 febbraio, a difesa della navigazione nelle aeree che vanno dal Mar Rosso al Golfo di Aden fino al Golfo Persico.
Affari Internazionali segnala che per le missioni per cui si propone il rinnovo nel 2024, si stabilisce una consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze Armate impiegati nei teatri operativi pari a 11.166 unità, e una consistenza media di 7.632 unità.
Ciò comporta un fabbisogno finanziario a carico del Ministero della Difesa pari a circa 1,365 miliardi di euro, di cui 1,075 miliardi nel 2024 e i restanti nel 2025. A questa cifra vanno però aggiunti anche i fondi degli altri Ministeri (Interno, Giustizia, Economia e finanze, MAECI) e della Presidenza del Consiglio, per una spesa complessiva per il totale delle missioni italiane di 1,825 miliardi di euro (in aumento rispetto agli 1,72 miliardi del 2023).
Guardando alla ripartizione geografica delle missioni, si nota come nel continente europeo l’Italia sia fortemente impegnata nel quadro Nato, dall’Air Policinge Air Shielding (300 unità) alla Nato Joint Enterprise nei Balcani occidentali (1550 unità).
Quest’ultimo è uno degli impegni più duraturi nella storia dell’Alleanza, iniziato negli anni ‘90, e vede Roma mantenere una forte presenza per assicurare la stabilità e la sicurezza dell’area balcanica.
Ma nell’Europa dell’Est l’Italia è anche partecipe di diverse missioni Ue sul terreno, come EUFOR ALTHEA (247 unità) per addestrare le forze armate bosniache o EUMAM Ucraina (80 unità) per supportare quel paese nella difesa dall’invasione russa addestrando le sue Forze Armate.
Nel Mar Mediterraneo tra le missioni militari principali nel quadrante vanno segnalate Mediterraneo Sicuro (822 unità), EUNAVFOR MED Irini (459 unità) e NATO Sea Guardian (268 unità).
In Africa c’è la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (500 unità), la Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (200 unità) e quella di addestramento delle forze somale, gibutiane e yemenite (115 unità).
Anche se con contingenti più ridotti, l’Italia partecipa inoltre a diverse missioni UE nel continente africano come EUTM Somalia (171 unità) ed EUTM Mozambico (15 unità).
In Medio Oriente, tra le missioni di maggiore impegno militare per l’Italia nella regione, vi è sicuramente la United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), che vede impiegate ben 1292 unità, e la Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh (1055 unità).
La NATO Mission in Iraq, invece, con sole 75 unità segna una diminuzione rispetto al passato dell’operazione “Antica Babilonia”. C’è poi, con 105 unità massime dispiegate, la Missione bilaterale di addestramento delle Forze armate libanesi (MIBIL).
Scorrendo questi dati e i quadranti di intervento è evidente quanto l’impegno militare italiano all’estero sia diffuso e radicato, coprendo aree strategiche che spaziano dall’importanza storica nel “Mediterraneo allargato” al sostegno del fianco orientale dell’Alleanza.
Il numero di missioni italiane all’estero è costantemente aumentato, e in modo considerevole negli ultimi decenni.
Secondo gli ultimi dati disponibili del Documento programmatico pluriennale (Dpp) della Difesa per il 2023-2025, i fondi destinati alla Difesa per il 2023 ammontavano a circa 27,75 miliardi di euro (corrispondenti all’1,38% del Pil nazionale), ancora lontani dal raggiungimento della soglia del 2% del Pil concordato con la Nato; soglia originariamente prevista da raggiungere proprio per il 2024 e già rinviato dal Parlamento italiano al 2028 con la mozione approvata alla quasi unanimità nel 2022.
Inutile dire che Affari Internazionali si lamenta per come l’Italia possa mantenere una proiezione sempre più consistente nelle operazioni all’estero, aggiungendo ogni anno nuove missioni alla già lunga lista di quelle in corso, senza far corrispondere un aumento proporzionale e congruo del budget.
“Se Roma intende conservare i primati descritti in apertura e non contraddire le proprie ambizioni quanto a tutela degli interessi nazionali anche tramite l’impiego delle forze armate” – scrive la newsletter dell’Istituto Affari Internazionali – “dovrà quindi fare una profonda riflessione sulle dotazioni finanziarie per non rischiare ripercussioni per il posizionamento e la credibilità del Paese oltre confine, e soprattutto per la sostenibilità di uno strumento militare già fortemente sotto pressione”.
Ovviamente da questa ennesima richiesta di aumento dei finanziamenti per le spese militari viene tenuto fuori l’impegno economico e militare nella guerra in Ucraina che, come abbiamo visto, è più consistente di quanto il segreto apposto dal governo sulle operazioni abbia lasciato trapelare in questi due anni.
Per sapere cosa inviamo veramente in Ucraino abbiamo dovuto sentirlo o dalle battute in libertà di ministri britannici o dalle sferzanti dichiarazioni dei portavoce del Cremlino.
Resta il fatto che l’Italia da anni invia i propri militari all’estero mascherando queste operazioni con formule strampalate e rassicuranti che richiedono però un crescente aumento delle spese militari ovviamente togliendo risorse da altri capitoli di spesa.
Anche il prossimo 2 Giugno vedremo all’opera il mix tra retorica militarista e nazionalismo. Ma viste da un altro punto di vista – quello dei paesi e dei popoli in cui agiscono queste missioni militari – questo incantesimo sugli “italiani brava gente” potrebbe non reggere più alla prova dei fatti.
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Secondo Affari Internazionali l’Italia vanta infatti all’attivo più di 40 missioni nel 2024, posizionandosi come primo contributore per le operazioni dell’Ue, secondo contributore della Nato dopo gli Usa – quindi primo tra gli europei – e primo tra i contributori occidentali alle missioni delle Nazioni Unite.
La dimensione dei singoli contingenti militari è molto varia, si va da quelli che impegnano pochissime unità – spesso osservatori o addestratori – a quelli molto più consistenti, come le Nato Enhanced Vigilance Activities che contano 2.340 soldati impegnati.
Nel 2024 sono state avviate dall’Italia tre nuove missioni militari internazionali:
1) l’Operazione Levante, che prevede 192 unità, il cui mandato recita: “A seguito dello scoppio del conflitto Israele-Hamas, avvenuto il 7 ottobre 2023, la Difesa è stata chiamata a fornire contributi per fronteggiare una situazione che prefigura una potenziale escalation e impone un approccio integrato”;
2) la proroga dell’impiego di un “dispositivo multidominio in iniziative di presenza, sorveglianza e sicurezza nell’area del Mar Rosso e Oceano Indiano Nord-Occidentale”, che ricomprende in realtà missioni già attive come Atalanta e Agenor;
3) la nuova operazione Aspides, targata Ue, per un totale di 642 unità di personale avviata il 19 febbraio, a difesa della navigazione nelle aeree che vanno dal Mar Rosso al Golfo di Aden fino al Golfo Persico.
Affari Internazionali segnala che per le missioni per cui si propone il rinnovo nel 2024, si stabilisce una consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze Armate impiegati nei teatri operativi pari a 11.166 unità, e una consistenza media di 7.632 unità.
Ciò comporta un fabbisogno finanziario a carico del Ministero della Difesa pari a circa 1,365 miliardi di euro, di cui 1,075 miliardi nel 2024 e i restanti nel 2025. A questa cifra vanno però aggiunti anche i fondi degli altri Ministeri (Interno, Giustizia, Economia e finanze, MAECI) e della Presidenza del Consiglio, per una spesa complessiva per il totale delle missioni italiane di 1,825 miliardi di euro (in aumento rispetto agli 1,72 miliardi del 2023).
Guardando alla ripartizione geografica delle missioni, si nota come nel continente europeo l’Italia sia fortemente impegnata nel quadro Nato, dall’Air Policinge Air Shielding (300 unità) alla Nato Joint Enterprise nei Balcani occidentali (1550 unità).
Quest’ultimo è uno degli impegni più duraturi nella storia dell’Alleanza, iniziato negli anni ‘90, e vede Roma mantenere una forte presenza per assicurare la stabilità e la sicurezza dell’area balcanica.
Ma nell’Europa dell’Est l’Italia è anche partecipe di diverse missioni Ue sul terreno, come EUFOR ALTHEA (247 unità) per addestrare le forze armate bosniache o EUMAM Ucraina (80 unità) per supportare quel paese nella difesa dall’invasione russa addestrando le sue Forze Armate.
Nel Mar Mediterraneo tra le missioni militari principali nel quadrante vanno segnalate Mediterraneo Sicuro (822 unità), EUNAVFOR MED Irini (459 unità) e NATO Sea Guardian (268 unità).
In Africa c’è la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (500 unità), la Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (200 unità) e quella di addestramento delle forze somale, gibutiane e yemenite (115 unità).
Anche se con contingenti più ridotti, l’Italia partecipa inoltre a diverse missioni UE nel continente africano come EUTM Somalia (171 unità) ed EUTM Mozambico (15 unità).
In Medio Oriente, tra le missioni di maggiore impegno militare per l’Italia nella regione, vi è sicuramente la United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), che vede impiegate ben 1292 unità, e la Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh (1055 unità).
La NATO Mission in Iraq, invece, con sole 75 unità segna una diminuzione rispetto al passato dell’operazione “Antica Babilonia”. C’è poi, con 105 unità massime dispiegate, la Missione bilaterale di addestramento delle Forze armate libanesi (MIBIL).
Scorrendo questi dati e i quadranti di intervento è evidente quanto l’impegno militare italiano all’estero sia diffuso e radicato, coprendo aree strategiche che spaziano dall’importanza storica nel “Mediterraneo allargato” al sostegno del fianco orientale dell’Alleanza.
Il numero di missioni italiane all’estero è costantemente aumentato, e in modo considerevole negli ultimi decenni.
Secondo gli ultimi dati disponibili del Documento programmatico pluriennale (Dpp) della Difesa per il 2023-2025, i fondi destinati alla Difesa per il 2023 ammontavano a circa 27,75 miliardi di euro (corrispondenti all’1,38% del Pil nazionale), ancora lontani dal raggiungimento della soglia del 2% del Pil concordato con la Nato; soglia originariamente prevista da raggiungere proprio per il 2024 e già rinviato dal Parlamento italiano al 2028 con la mozione approvata alla quasi unanimità nel 2022.
Inutile dire che Affari Internazionali si lamenta per come l’Italia possa mantenere una proiezione sempre più consistente nelle operazioni all’estero, aggiungendo ogni anno nuove missioni alla già lunga lista di quelle in corso, senza far corrispondere un aumento proporzionale e congruo del budget.
“Se Roma intende conservare i primati descritti in apertura e non contraddire le proprie ambizioni quanto a tutela degli interessi nazionali anche tramite l’impiego delle forze armate” – scrive la newsletter dell’Istituto Affari Internazionali – “dovrà quindi fare una profonda riflessione sulle dotazioni finanziarie per non rischiare ripercussioni per il posizionamento e la credibilità del Paese oltre confine, e soprattutto per la sostenibilità di uno strumento militare già fortemente sotto pressione”.
Ovviamente da questa ennesima richiesta di aumento dei finanziamenti per le spese militari viene tenuto fuori l’impegno economico e militare nella guerra in Ucraina che, come abbiamo visto, è più consistente di quanto il segreto apposto dal governo sulle operazioni abbia lasciato trapelare in questi due anni.
Per sapere cosa inviamo veramente in Ucraino abbiamo dovuto sentirlo o dalle battute in libertà di ministri britannici o dalle sferzanti dichiarazioni dei portavoce del Cremlino.
Resta il fatto che l’Italia da anni invia i propri militari all’estero mascherando queste operazioni con formule strampalate e rassicuranti che richiedono però un crescente aumento delle spese militari ovviamente togliendo risorse da altri capitoli di spesa.
Anche il prossimo 2 Giugno vedremo all’opera il mix tra retorica militarista e nazionalismo. Ma viste da un altro punto di vista – quello dei paesi e dei popoli in cui agiscono queste missioni militari – questo incantesimo sugli “italiani brava gente” potrebbe non reggere più alla prova dei fatti.
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13/03/2024
Mar Rosso - Nave militare italiana abbatte due droni. Colpita da un missile una nave mercantile
La nave militare italiana Caio Duilio di stanza nel Mar Rosso nel quadro della operazione Aspides, ha abbattuto due droni. Lo riferisce un comunicato stampa dello Stato maggiore della Difesa, senza specificare la provenienza o l’appartenenza dei droni abbattuti.
“C’è una evoluzione continua delle modalità di attacco Houthi, i ribelli yemeniti filo-iraniani” ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Non posso entrare nei particolari per motivi di sicurezza, ma questa notte gli attacchi sono stati condotti in modo diverso rispetto alle altre volte. Sono stati bravi gli uomini e le donne del Duilio ad abbattere due droni, ma è una sfida che si evolve di settimana in settimana”, ha affermato Crosetto.
“La zona è diventata pericolosa. Gli attacchi Houthi sono passati nelle ultime settimane dalle navi mercantili direttamente alle navi militari, che sono presenti esclusivamente per garantire il passaggio di quelle mercantili”, ha osservato il ministro della Difesa.
Questa mattina è stata invece la fregata greca “Hydra” – operativa nella missione Aspides – a dichiarare di aver sparato contro due droni nel Mar Rosso. Secondo il giornale greco “Khatemerini” i due droni avrebbero però schivato i colpi di cannone e cambiato rotta.
Intanto l’agenzia britannica Maritime Trade Operations (UKMTO) ha annunciato ieri di aver ricevuto una segnalazione di un incidente ad una nave mercantile – la “Pinocchio” – a 71 miglia nautiche (NM) a sud-ovest del porto di Saleef, nello Yemen. La “Pinocchio” è di proprietà di una società con sede a Singapore e batte bandiera liberiana.
L’agenzia ha esortato le navi che navigano nell’area a “transitare con cautela e segnalare qualsiasi attività sospetta all’UKMTO”, ha inoltre aggiunto che il comandante della nave ha riferito di aver sentito un’esplosione nelle vicinanze della nave e ha confermato la sicurezza della nave e del suo equipaggio.
Il generale di brigata yemenita Yahya Saree ha dichiarato che l’operazione aveva come obiettivo una “nave di proprietà degli Stati Uniti” in solidarietà con i palestinesi che soffrono a Gaza a causa dell’aggressione israeliana.
L’attacco è stato anche una risposta ai bombardamenti aerei statunitensi e britannici sullo Yemen. Le forze statunitensi confermano infatti di aver condotto “sei attacchi distruggendo una nave sottomarina senza pilota e 18 missili antinave nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi”.
Precedenti rapporti del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno confermato che le forze yemenite hanno lanciato due missili balistici antinave contro la “Pinocchio”, una nave portacontainer battente bandiera liberiana, nel Mar Rosso.
Il generale Saree ha affermato martedì che le operazioni militari contro le navi legate a Israele nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb si intensificheranno durante il Ramadan, a sostegno dei palestinesi assediati. Ha infine sottolineato l’impegno delle forze armate yemenite a impedire alle navi con legami con Israele o dirette verso i territori occupati di attraversare il Mar Rosso e il Mar Arabico, fino a quando l’assalto israeliano a Gaza non cesserà e il blocco finirà.
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“C’è una evoluzione continua delle modalità di attacco Houthi, i ribelli yemeniti filo-iraniani” ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Non posso entrare nei particolari per motivi di sicurezza, ma questa notte gli attacchi sono stati condotti in modo diverso rispetto alle altre volte. Sono stati bravi gli uomini e le donne del Duilio ad abbattere due droni, ma è una sfida che si evolve di settimana in settimana”, ha affermato Crosetto.
“La zona è diventata pericolosa. Gli attacchi Houthi sono passati nelle ultime settimane dalle navi mercantili direttamente alle navi militari, che sono presenti esclusivamente per garantire il passaggio di quelle mercantili”, ha osservato il ministro della Difesa.
Questa mattina è stata invece la fregata greca “Hydra” – operativa nella missione Aspides – a dichiarare di aver sparato contro due droni nel Mar Rosso. Secondo il giornale greco “Khatemerini” i due droni avrebbero però schivato i colpi di cannone e cambiato rotta.
Intanto l’agenzia britannica Maritime Trade Operations (UKMTO) ha annunciato ieri di aver ricevuto una segnalazione di un incidente ad una nave mercantile – la “Pinocchio” – a 71 miglia nautiche (NM) a sud-ovest del porto di Saleef, nello Yemen. La “Pinocchio” è di proprietà di una società con sede a Singapore e batte bandiera liberiana.
L’agenzia ha esortato le navi che navigano nell’area a “transitare con cautela e segnalare qualsiasi attività sospetta all’UKMTO”, ha inoltre aggiunto che il comandante della nave ha riferito di aver sentito un’esplosione nelle vicinanze della nave e ha confermato la sicurezza della nave e del suo equipaggio.
Il generale di brigata yemenita Yahya Saree ha dichiarato che l’operazione aveva come obiettivo una “nave di proprietà degli Stati Uniti” in solidarietà con i palestinesi che soffrono a Gaza a causa dell’aggressione israeliana.
L’attacco è stato anche una risposta ai bombardamenti aerei statunitensi e britannici sullo Yemen. Le forze statunitensi confermano infatti di aver condotto “sei attacchi distruggendo una nave sottomarina senza pilota e 18 missili antinave nelle aree dello Yemen controllate dagli Houthi”.
Precedenti rapporti del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno confermato che le forze yemenite hanno lanciato due missili balistici antinave contro la “Pinocchio”, una nave portacontainer battente bandiera liberiana, nel Mar Rosso.
Il generale Saree ha affermato martedì che le operazioni militari contro le navi legate a Israele nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb si intensificheranno durante il Ramadan, a sostegno dei palestinesi assediati. Ha infine sottolineato l’impegno delle forze armate yemenite a impedire alle navi con legami con Israele o dirette verso i territori occupati di attraversare il Mar Rosso e il Mar Arabico, fino a quando l’assalto israeliano a Gaza non cesserà e il blocco finirà.
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11/03/2024
Quella nel Mar Rosso è una missione di guerra
“È una missione di guerra, non è una missione di pace, con tutti i rischi che ne conseguono”. L’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, oggi professore di studi strategici e presidente del think thank Mediterranean Insicurity in una intervista rilasciata a Il Messaggero ha analizzato la missione militare navale Aspides nel Mar Rosso e i possibili scenari futuri.
A rafforzare lo scenario di una missione di guerra, arriva anche l’intervista della Adnkronos a Nasr al-Din Amer, uno dei dirigenti del partito yemenita Ansar Allah (Houthi), il quale ha commentato l’operazione condotta nei giorni scorsi dal cacciatorpediniere italiano “Duilio” che ha abbattuto un drone nello Stretto di Bab al-Mandab: “Non sarebbe dovuto accadere. Non abbiamo deciso di prendere di mira le navi dell’Italia, ma il fatto che abbia fermato la nostra operazione è inaccettabile”. Non solo. Nasr al-Din Amer ha anche evidenziato che “mettersi a protezione delle navi israeliane e americane” espone l’Italia a rischi e, in particolare, “minaccia la sicurezza delle sue navi in futuro”.
Il dirigente Houthi ci tiene a precisare che “Non abbiamo attaccato alcuna nave italiana. Sarebbe meglio evitare informazioni sospette e imprecise”, chiarisce Amer. “Non vogliamo prendere di mira l’Italia o altri Paesi. Il nostro obiettivo sono le navi americane, britanniche e israeliane e quelle dirette verso l’entità sionista”, scandisce il dirigente di Ansar Allah.
Alla domanda se l’Italia è o sarà un obiettivo delle operazioni militari degli Houthi la risposta di Amer è sibillina: “Vediamo gli sviluppi e poi decideremo” e poi sottolinea di nuovo che “Se l’Italia fermasse di nuovo un nostro attacco significherebbe un suo maggiore coinvolgimento nella guerra contro di noi”.
Sui rischi della missione militare Aspides nel Mar Rosso, nell’intervista a Il Messaggero l’ammiraglio Sanfelice di Monteforte è apparso piuttosto esplicito: “È una missione di guerra e quindi ci sono tutti i rischi di una situazione di questo genere. Non è una missione di pace. Nasce per assicurare la protezione di navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Il rischio è elevato. Certo le navi da guerra riescono a resistere all’attacco di uno o due droni ma comunque non si possono escludere conseguenze più gravi come abbiamo visto è già accaduto con la morte ed il ferimento di alcuni uomini.”
Sul pericolo di una escalation e di un maggiore coinvolgimento dell’Unione Europea, l’ammiraglio sottolinea come quello già inviato nel Mar Rosso sia solo un contingente iniziale che potrebbe essere incrementato se la situazione dovesse aggravarsi. “L’Europa è composta da 27 Paesi e per ora solo alcuni hanno aderito alla missione. Se la crisi dovesse acutizzarsi, per il trattato di Lisbona, anche gli altri Paesi dovranno collaborare e penso, innanzitutto, alla Spagna. Anche i 4 Paesi che già hanno mandato le navi nel Mar Rosso potrebbero essere costretti a mandarne altre se la situazione evolve negativamente”.
Nelle disinibite valutazioni dell’ammiraglio Sanfelice di Monteforte troviamo non solo la conferma che la missione è – de facto – una missione di guerra, ma è anche l’attuazione di quanto evocato nella Maritime Security Strategy dell’Unione Europea approvata il 10 marzo 2023 (quindi ben sette mesi prima del conflitto a Gaza estesosi poi al Mar Rosso, ndr), dove è previsto un “diretto impatto sulla sicurezza e la prosperità europea” e dove l’UE “deve estendere la propria influenza con le navi dei paesi membri”.
Gli obiettivi politico-militari dell’Unione Europea sul cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (che arriva al Golfo Persico e al Golfo di Guinea oltre che al Mar Rosso) sono così indicati: proteggere gli interessi dell’UE in mare – cittadini, economia, infrastrutture e confini; proteggere le nostre risorse naturali e l’ambiente marino; sostenere il diritto internazionale, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare; reagire prontamente ed efficacemente alle crescenti minacce (ad esempio, minacce informatiche e ibride): garantire la formazione e l’istruzione necessarie per contrastare le minacce.
L’operatività della MSS europea si basa su azioni tese a organizzare un’esercitazione navale annuale a livello dell’UE; rafforzare le operazioni navali esistenti nell’UE; sviluppare ulteriormente la guardia costiera nei bacini marittimi dell’UE; estendere il concetto di presenza marittima coordinata a nuove aree marittime di interesse.
A chi in Parlamento si è accontentato delle rassicurazioni del ministro degli Esteri Tajani sul carattere “difensivo” della missione militare nel Mar Rosso, vorremmo ricordare che queste somigliano alla stessa menzogna che ha chiamato negli anni passati “missioni di pace” gli interventi militari – anche di truppe italiane – in Afghanistan e Iraq.
La realtà rivelata da quelle missioni militari ha prodotto danni politici, costi umani, economici e sociali di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Fonte
A rafforzare lo scenario di una missione di guerra, arriva anche l’intervista della Adnkronos a Nasr al-Din Amer, uno dei dirigenti del partito yemenita Ansar Allah (Houthi), il quale ha commentato l’operazione condotta nei giorni scorsi dal cacciatorpediniere italiano “Duilio” che ha abbattuto un drone nello Stretto di Bab al-Mandab: “Non sarebbe dovuto accadere. Non abbiamo deciso di prendere di mira le navi dell’Italia, ma il fatto che abbia fermato la nostra operazione è inaccettabile”. Non solo. Nasr al-Din Amer ha anche evidenziato che “mettersi a protezione delle navi israeliane e americane” espone l’Italia a rischi e, in particolare, “minaccia la sicurezza delle sue navi in futuro”.
Il dirigente Houthi ci tiene a precisare che “Non abbiamo attaccato alcuna nave italiana. Sarebbe meglio evitare informazioni sospette e imprecise”, chiarisce Amer. “Non vogliamo prendere di mira l’Italia o altri Paesi. Il nostro obiettivo sono le navi americane, britanniche e israeliane e quelle dirette verso l’entità sionista”, scandisce il dirigente di Ansar Allah.
Alla domanda se l’Italia è o sarà un obiettivo delle operazioni militari degli Houthi la risposta di Amer è sibillina: “Vediamo gli sviluppi e poi decideremo” e poi sottolinea di nuovo che “Se l’Italia fermasse di nuovo un nostro attacco significherebbe un suo maggiore coinvolgimento nella guerra contro di noi”.
Sui rischi della missione militare Aspides nel Mar Rosso, nell’intervista a Il Messaggero l’ammiraglio Sanfelice di Monteforte è apparso piuttosto esplicito: “È una missione di guerra e quindi ci sono tutti i rischi di una situazione di questo genere. Non è una missione di pace. Nasce per assicurare la protezione di navi mercantili in transito nel Mar Rosso. Il rischio è elevato. Certo le navi da guerra riescono a resistere all’attacco di uno o due droni ma comunque non si possono escludere conseguenze più gravi come abbiamo visto è già accaduto con la morte ed il ferimento di alcuni uomini.”
Sul pericolo di una escalation e di un maggiore coinvolgimento dell’Unione Europea, l’ammiraglio sottolinea come quello già inviato nel Mar Rosso sia solo un contingente iniziale che potrebbe essere incrementato se la situazione dovesse aggravarsi. “L’Europa è composta da 27 Paesi e per ora solo alcuni hanno aderito alla missione. Se la crisi dovesse acutizzarsi, per il trattato di Lisbona, anche gli altri Paesi dovranno collaborare e penso, innanzitutto, alla Spagna. Anche i 4 Paesi che già hanno mandato le navi nel Mar Rosso potrebbero essere costretti a mandarne altre se la situazione evolve negativamente”.
Nelle disinibite valutazioni dell’ammiraglio Sanfelice di Monteforte troviamo non solo la conferma che la missione è – de facto – una missione di guerra, ma è anche l’attuazione di quanto evocato nella Maritime Security Strategy dell’Unione Europea approvata il 10 marzo 2023 (quindi ben sette mesi prima del conflitto a Gaza estesosi poi al Mar Rosso, ndr), dove è previsto un “diretto impatto sulla sicurezza e la prosperità europea” e dove l’UE “deve estendere la propria influenza con le navi dei paesi membri”.
Gli obiettivi politico-militari dell’Unione Europea sul cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (che arriva al Golfo Persico e al Golfo di Guinea oltre che al Mar Rosso) sono così indicati: proteggere gli interessi dell’UE in mare – cittadini, economia, infrastrutture e confini; proteggere le nostre risorse naturali e l’ambiente marino; sostenere il diritto internazionale, in particolare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare; reagire prontamente ed efficacemente alle crescenti minacce (ad esempio, minacce informatiche e ibride): garantire la formazione e l’istruzione necessarie per contrastare le minacce.
L’operatività della MSS europea si basa su azioni tese a organizzare un’esercitazione navale annuale a livello dell’UE; rafforzare le operazioni navali esistenti nell’UE; sviluppare ulteriormente la guardia costiera nei bacini marittimi dell’UE; estendere il concetto di presenza marittima coordinata a nuove aree marittime di interesse.
A chi in Parlamento si è accontentato delle rassicurazioni del ministro degli Esteri Tajani sul carattere “difensivo” della missione militare nel Mar Rosso, vorremmo ricordare che queste somigliano alla stessa menzogna che ha chiamato negli anni passati “missioni di pace” gli interventi militari – anche di truppe italiane – in Afghanistan e Iraq.
La realtà rivelata da quelle missioni militari ha prodotto danni politici, costi umani, economici e sociali di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.
Fonte
15/02/2024
La risposta militare dell’Occidente agli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso
Il pericolo maggiore per l’escalation del conflitto in Medio Oriente sta nel coinvolgimento dei Paesi Occidentali, colpiti nei loro interessi commerciali dagli attacchi alle navi mercantili e militari in transito sul Mar Rosso, in seguito alla guerra di Gaza. Navi colpite dagli Houthi dello Yemen.
Gli Houthi, chi sono?
Lo Yemen è un paese uscito dallo smembramento dell’Impero Ottomano in seguito alla prima Guerra Mondiale vinta dai Paesi Occidentali, tra cui il Regno Unito che ha esercitato il Mandato sullo Yemen fino al termine della seconda Guerra Mondiale.
Lo Yemen è un paese poverissimo, sfinito dai conflitti intestini e dalle guerre con i Paesi Arabi, sostenuti dalle comunità internazionali (vedi gli Usa). Situato ai piedi della penisola araba, lo Yemen ha i confini sul Mar Rosso, sul Golfo di Aden che conduce all’Oceano Indiano.
Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, sono un gruppo di ribelli nato nel 1992 contro la dittatura del governo del generale Saleh, che godeva del sostegno dell’Arabia Saudita. Il movimento Houthi che conta 100/130 mila uomini fa parte di una popolazione yemenita appartenente allo zaydismo, una variante della religione sciita professata in Iran.
Gli Houthi sono una popolazione politicamente ostracizzata, economicamente trascurata, che viene marginalizzata dalla religione sunnita dominante nello Yemen. Gli Houthi sono comunque un movimento combattente forte e agguerrito.
I conflitti civili interni hanno portato gli Houthi a prendere il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle aree limitrofe, fino a conquistare la capitale Sana’a.
Al conflitto civile interno, nel 2014 l’Arabia Saudita, sostenitrice del deposto dittatore yemenita Saleh e tesa ad esercitare la sua influenza nello Yemen, ha lanciato attacchi aerei contro gli Houthi, cui hanno partecipato 8 stati, per lo più arabo-sunniti e gli Stati Uniti d’America. Una guerra lunga e sanguinosa che ha comportato migliaia di vittime yemenite e una estrema povertà nel paese.
Nel 2022 si era arrivati finalmente ad un accordo di pace con l’Arabia Saudita, paese dominante nella compagine araba (anche per gli immensi giacimenti petroliferi che possiede). Una pace durata poco.
Nel 2023, in seguito alla guerra di Israele contro Hamas, gli Houthi hanno dichiarato il loro sostegno ai palestinesi considerati fratelli, anche per la similitudine delle condizioni di discriminazione cui sono sottoposti.
Con l’impegno di danneggiare Israele, gli Houthi sostenuti e foraggiati dall’Iran, hanno cominciato a prendere di mira con attacchi missilistici le navi in transito sul Mar Rosso dirette in Israele. Attacchi poi diretti anche alle navi dei paesi amici di Israele.
L’importanza del canale di Suez e del Mar Rosso per i traffici navali
Per capire il danno prodotto dagli attacchi Houthi alle navi sul Mar Rosso, bisogna risalire all’apertura del canale di Suez (1869) progettato dall’italiano Luigi Negrelli di nazionalità austriaca e costruito dai francesi (Ferdinand de Lesseps). Il canale di Suez ha messo in comunicazione il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso, il Golfo di Aden e da lì all’Oceano Indiano, lungo le coste dell’Egitto, dei Paesi Arabi e in particolare dello Yemen.
L’apertura del canale di Suez ha consentito alle navi di evitare la circumnavigazione dell’Africa per raggiungere i paesi asiatici come l’India, la Cina ecc...
Il percorso ha accorciato del 63% il tragitto delle navi da Trieste a Bombay, della metà da Marsiglia, del 44% da Londra, del 26% da Rotterdam allo Stretto della Sonda. (fonte) Si tratta di una rotta dove transitano navi commerciali che rappresentano il 15% del commercio marittimo mondiale.
Il pericolo degli attacchi Houthi ha indotto 18 compagnie di navigazione tra cui i giganti MSC e MAERSK a dirottare le navi, passando per il Capo di Buona Speranza. Un percorso che allunga i tempi di percorrenza di due settimane. L’allungamento dei tempi di navigazione ha fatto lievitare i prezzi del carburante da 1.300 a 9.000 dollari, mentre i prezzi dei noli lievitano, così i costi di trasporto si riflettono sui prezzi dei prodotti trasportati.
“Il timore, dopo i costanti attacchi da parte dei ribelli Houthi contro le navi occidentali può comportare un blocco di mesi, capace di creare distorsioni nelle catene su scala globale. Gli occhi sono puntati alle forniture elettroniche di prodotti. Secondo gli esperti di Citi ci sono blocchi nei negozi che già ora superano le due settimane.” (Goria F.; La crisi del Mar Rosso, “La Stampa”, 17/01/2024)
Soprattutto i ritardi nelle forniture elettroniche rischiano di bloccare il lavoro e produrre licenziamenti del personale lavorativo. Wally Adeyemo, numero due del tesoro Usa, ha dichiarato: “Nel lungo periodo alcuni paesi rischiano di pagare un prezzo altissimo. Il rischio più grande è un rallentamento dell’economia globale.” (Semprini F.; Chi cerca l’escalation è Israele, “La Stampa”, 17/01/2024)
In tal senso 8 paesi occidentali, tra cui l’Italia, hanno mandato un avvertimento agli Houthi al fine di sospendere gli attacchi alle navi transitanti sul Mar Rosso.
Houthi, aggressione militare Usa-Regno Unito
Gli Usa e il Regno Unito sono intervenuti militarmente con lanci di bombe sulle basi missilistiche degli Houthi nello Yemen. Interventi che si ripetono.
Un portavoce degli Houthi, Mohammed al Bukhaiti ha scritto su X che gli attacchi “non faranno altro che aumentare la determinazione del popolo yemenita”. Ha poi accusato gli Stati Uniti e il Regno Unito di proteggere gli autori del genocidio che si sta verificando a Gaza, cioè gli israeliani. (Stramaccioli L.; “Domani”, 24/01/24)
Come è stato messo in evidenza, il risultato sta andando nella direzione opposta alle aspettative dei paesi occidentali. Gli Houthi invece di fiaccarsi hanno acquistato importanza e ottenuto il consenso della popolazione yemenita e dei paesi limitrofi. Dopo i bombardamenti Usa-Regno Unito, gli Houthi vengono considerati un movimento di resistenza eroico. Dopo gli attacchi alle navi, la piazza della capitale yemenita, Sana’a, si è riempita di folla al grido “Morte all’America!”.
Continuano i bombardamenti Usa-Regno Unito che colpiscono anche la capitale Sana’a. Ma gli Houthi proseguono gli attacchi alle navi commerciali sul Mar Rosso.
Il successo ingargliadisce gli Houthi nell’impegno di colpire Israele e i suoi alleati, continuando ad attaccare le navi portacontainer sul Mar Rosso.
Usa e Regno Unito coinvolgono gli alleati europei, esclusa la Spagna che se ne tiene fuori. In Italia è il Ministro degli Esteri Tajani che interviene ribadendo lo slogan statunitense e britannico: “I ribelli yemeniti alleati dell’Iran devono essere fermati”.
Le parole di Tajani non giungono nuove. Di fatto, rappresentano un copia incolla dei comunicati delle diplomazie statunitensi e britanniche per giustificare i bombardamenti contro gli Houthi. Di analogo tenore sono anche le dichiarazioni dei responsabili della politica estera tedesca e francese, che perorano un’ampia partecipazione europea all’azione militare guidata dagli americani.
“L’apertura dell’ennesimo fronte bellico viene insomma motivata ricorrendo al vecchio ideale della globalizzazione: se l’Iran e i suoi alleati usano la forza per bloccare la fondamentale via commerciale che passa per Suez è giusto che l’alleanza occidentale intervenga militarmente per preservare il libero scambio tra ovest ed est del mondo.” (Brancaccio E.; Yemen e Occidente, un mare rosso di vergogna, “Il Manifesto”, 24/01/24)
Seguendo il modus operandi Usa-Regno Unito, l’Unione Europea vara la missione Aspides di navi militari e jet-radar, a guida italiana sul Mar Rosso. Il compito dovrebbe essere di vigilanza marittima e protezione del transito marittimo delle navi commerciali.
Il titolare della Farnesina, facendo riferimento alla missione europea Aspides, ha detto: “Noi difendiamo il traffico mercantile, non attacchiamo nessuno, ma non vogliamo essere attaccati (…) se ci saranno degli attacchi, risponderemo difendendo le navi italiane. Questo deve essere chiaro. Non ci facciamo intimidire da nessuna dichiarazione degli Houthi che sono un’organizzazione terroristica.”
La diplomazia come strategia alternativa all’uso delle armi
Voci dissenzienti rispetto alle iniziative Usa sono quelle di Adam Posen, Presidente del Peterson Institute Washington: “L’attuale crisi tra Stati Uniti e Yemen e quindi con l’Iran, può essere molto pericolosa. Potrebbe costringere Usa, Regno Unito e altri alleati ad essere più aggressivi. Alla fine garantiranno (forse) la navigazione ma a quale prezzo?” (cit., “La Stampa”, 17/01/2024)
Il Foreign Office “suggerisce” interventi alternative alle armi: “Un’attenta diplomazia può fermare le armi.” Un appello all’Assemblea delle Nazioni Unite giunge da 30 organizzazioni umanitarie operanti nello Yemen, per le quali l’escalation militare nello Yemen rappresenta un disastro per la popolazione civile. Più di due terzi della popolazione yemenita che conta 21 milioni di abitanti, hanno disperato bisogno di cibo, acqua e assistenza salva vita.
A seguito degli attacchi statunitensi e britannici, molte organizzazioni umanitarie sono state costrette a sospendere le operazioni per motivi di sicurezza: “I leader politici devono considerare le terribili implicazioni umanitarie e astenersi da azioni che potrebbero provocare il rinnovarsi di un conflitto armato su larga scala nello Yemen e il rischio di un più ampio confronto regionale e internazionale che minerebbe la stabilità del Medio Oriente.” (cit., “La Stampa”, 17/01/2024)
Una strategia alternativa alla potenza dell’uso delle armi, l’ha intrapresa la Cina, che procede con la diplomazia piuttosto che con i bombardamenti, per far fronte alla crisi di Suez determinata dagli attacchi degli Houthi. Funzionari del Ministero degli Esteri cinese hanno chiesto alla loro controparte in Iran (paese che sostiene i gruppi armati yemeniti e che dal 1 Gennaio 2024 fa parte del gruppo geoeconomico del Brics), di aiutare a porre un freno alle aggressioni. I funzionari cinesi hanno detto: “La Cina è profondamente preoccupata”.
In effetti la navigazione a Suez è diminuita del 50% circa, secondo fonti dell’autorità del Canale. (Forcade R.; Mar Rosso la Cina tratta con l’Iran, “Il Sole 24 Ore”, 27/01/24)
In prossimità dei colloqui a Bangkok tra il numero uno della diplomazia cinese, Wang Yi, e il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jack Sullivan, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, ha espresso l’auspicio che la situazione di Suez si sblocchi: “Siamo profondamente preoccupati – ha detto (al tabloid cinese Global Times) – per la recente escalation nel Mar Rosso. Esortiamo le parti interessate a evitare di alimentare le tensioni e a salvaguardare congiuntamente la sicurezza della navigazione, in conformità con la legge“.
La Cina, fin dall’inizio, “ha compiuti sforzi attivi per allentare le tensioni nel Mar Rosso ed è disposta a collaborare con tutte le parti per calmare la situazione e mantenere la sicurezza e la stabilità nell’area” (Forcade R.; cit.) ma l’Occidente fa vedere i successi solo con l’uso degli ordigni militari, che alimentano l’escalation del conflitto mediorientale invece di operare per il cessate il fuoco e la fine della guerra a Gaza, condizione che sospenderebbe gli attacco Houthi sul Mar Rosso.
I paesi occidentali non ascoltano i suggerimenti e gli appelli per usare la diplomazia al posto dell’uso delle armi.
Esercitazioni navali Iran, Russia, Cina
Gli interventi americani e britannici contro gli Houthi dello Yemen, sono al tempo stesso un’escalation del conflitto regionale in Medio Oriente e una missione incompiuta.
Qualcosa si sta muovendo in Medio Oriente. Alti ufficiali iraniani e sauditi si sono incontrati a Riad per confrontarsi su varie questioni tra cui la cooperazione in materia di difesa e della sicurezza nella Regione. L’incontro è avvenuto in coincidenza dell’annuncio giunto da Teheran: “esercitazioni navali congiunte tra Iran, Russia e Cina nel Golfo Persico, sono state programmate per il mese di Marzo. Le esercitazioni hanno l’obiettivo di rafforzare la sicurezza regionale.” (Semprini F.; Iran, soccorso Russo, “La Stampa”, 06/02/24)
Fonte
Gli Houthi, chi sono?
Lo Yemen è un paese uscito dallo smembramento dell’Impero Ottomano in seguito alla prima Guerra Mondiale vinta dai Paesi Occidentali, tra cui il Regno Unito che ha esercitato il Mandato sullo Yemen fino al termine della seconda Guerra Mondiale.
Lo Yemen è un paese poverissimo, sfinito dai conflitti intestini e dalle guerre con i Paesi Arabi, sostenuti dalle comunità internazionali (vedi gli Usa). Situato ai piedi della penisola araba, lo Yemen ha i confini sul Mar Rosso, sul Golfo di Aden che conduce all’Oceano Indiano.
Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, sono un gruppo di ribelli nato nel 1992 contro la dittatura del governo del generale Saleh, che godeva del sostegno dell’Arabia Saudita. Il movimento Houthi che conta 100/130 mila uomini fa parte di una popolazione yemenita appartenente allo zaydismo, una variante della religione sciita professata in Iran.
Gli Houthi sono una popolazione politicamente ostracizzata, economicamente trascurata, che viene marginalizzata dalla religione sunnita dominante nello Yemen. Gli Houthi sono comunque un movimento combattente forte e agguerrito.
I conflitti civili interni hanno portato gli Houthi a prendere il controllo della provincia settentrionale di Saada e delle aree limitrofe, fino a conquistare la capitale Sana’a.
Al conflitto civile interno, nel 2014 l’Arabia Saudita, sostenitrice del deposto dittatore yemenita Saleh e tesa ad esercitare la sua influenza nello Yemen, ha lanciato attacchi aerei contro gli Houthi, cui hanno partecipato 8 stati, per lo più arabo-sunniti e gli Stati Uniti d’America. Una guerra lunga e sanguinosa che ha comportato migliaia di vittime yemenite e una estrema povertà nel paese.
Nel 2022 si era arrivati finalmente ad un accordo di pace con l’Arabia Saudita, paese dominante nella compagine araba (anche per gli immensi giacimenti petroliferi che possiede). Una pace durata poco.
Nel 2023, in seguito alla guerra di Israele contro Hamas, gli Houthi hanno dichiarato il loro sostegno ai palestinesi considerati fratelli, anche per la similitudine delle condizioni di discriminazione cui sono sottoposti.
Con l’impegno di danneggiare Israele, gli Houthi sostenuti e foraggiati dall’Iran, hanno cominciato a prendere di mira con attacchi missilistici le navi in transito sul Mar Rosso dirette in Israele. Attacchi poi diretti anche alle navi dei paesi amici di Israele.
L’importanza del canale di Suez e del Mar Rosso per i traffici navali
Per capire il danno prodotto dagli attacchi Houthi alle navi sul Mar Rosso, bisogna risalire all’apertura del canale di Suez (1869) progettato dall’italiano Luigi Negrelli di nazionalità austriaca e costruito dai francesi (Ferdinand de Lesseps). Il canale di Suez ha messo in comunicazione il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso, il Golfo di Aden e da lì all’Oceano Indiano, lungo le coste dell’Egitto, dei Paesi Arabi e in particolare dello Yemen.
L’apertura del canale di Suez ha consentito alle navi di evitare la circumnavigazione dell’Africa per raggiungere i paesi asiatici come l’India, la Cina ecc...
Il percorso ha accorciato del 63% il tragitto delle navi da Trieste a Bombay, della metà da Marsiglia, del 44% da Londra, del 26% da Rotterdam allo Stretto della Sonda. (fonte) Si tratta di una rotta dove transitano navi commerciali che rappresentano il 15% del commercio marittimo mondiale.
Il pericolo degli attacchi Houthi ha indotto 18 compagnie di navigazione tra cui i giganti MSC e MAERSK a dirottare le navi, passando per il Capo di Buona Speranza. Un percorso che allunga i tempi di percorrenza di due settimane. L’allungamento dei tempi di navigazione ha fatto lievitare i prezzi del carburante da 1.300 a 9.000 dollari, mentre i prezzi dei noli lievitano, così i costi di trasporto si riflettono sui prezzi dei prodotti trasportati.
“Il timore, dopo i costanti attacchi da parte dei ribelli Houthi contro le navi occidentali può comportare un blocco di mesi, capace di creare distorsioni nelle catene su scala globale. Gli occhi sono puntati alle forniture elettroniche di prodotti. Secondo gli esperti di Citi ci sono blocchi nei negozi che già ora superano le due settimane.” (Goria F.; La crisi del Mar Rosso, “La Stampa”, 17/01/2024)
Soprattutto i ritardi nelle forniture elettroniche rischiano di bloccare il lavoro e produrre licenziamenti del personale lavorativo. Wally Adeyemo, numero due del tesoro Usa, ha dichiarato: “Nel lungo periodo alcuni paesi rischiano di pagare un prezzo altissimo. Il rischio più grande è un rallentamento dell’economia globale.” (Semprini F.; Chi cerca l’escalation è Israele, “La Stampa”, 17/01/2024)
In tal senso 8 paesi occidentali, tra cui l’Italia, hanno mandato un avvertimento agli Houthi al fine di sospendere gli attacchi alle navi transitanti sul Mar Rosso.
Houthi, aggressione militare Usa-Regno Unito
Gli Usa e il Regno Unito sono intervenuti militarmente con lanci di bombe sulle basi missilistiche degli Houthi nello Yemen. Interventi che si ripetono.
Un portavoce degli Houthi, Mohammed al Bukhaiti ha scritto su X che gli attacchi “non faranno altro che aumentare la determinazione del popolo yemenita”. Ha poi accusato gli Stati Uniti e il Regno Unito di proteggere gli autori del genocidio che si sta verificando a Gaza, cioè gli israeliani. (Stramaccioli L.; “Domani”, 24/01/24)
Come è stato messo in evidenza, il risultato sta andando nella direzione opposta alle aspettative dei paesi occidentali. Gli Houthi invece di fiaccarsi hanno acquistato importanza e ottenuto il consenso della popolazione yemenita e dei paesi limitrofi. Dopo i bombardamenti Usa-Regno Unito, gli Houthi vengono considerati un movimento di resistenza eroico. Dopo gli attacchi alle navi, la piazza della capitale yemenita, Sana’a, si è riempita di folla al grido “Morte all’America!”.
Continuano i bombardamenti Usa-Regno Unito che colpiscono anche la capitale Sana’a. Ma gli Houthi proseguono gli attacchi alle navi commerciali sul Mar Rosso.
Il successo ingargliadisce gli Houthi nell’impegno di colpire Israele e i suoi alleati, continuando ad attaccare le navi portacontainer sul Mar Rosso.
Usa e Regno Unito coinvolgono gli alleati europei, esclusa la Spagna che se ne tiene fuori. In Italia è il Ministro degli Esteri Tajani che interviene ribadendo lo slogan statunitense e britannico: “I ribelli yemeniti alleati dell’Iran devono essere fermati”.
Le parole di Tajani non giungono nuove. Di fatto, rappresentano un copia incolla dei comunicati delle diplomazie statunitensi e britanniche per giustificare i bombardamenti contro gli Houthi. Di analogo tenore sono anche le dichiarazioni dei responsabili della politica estera tedesca e francese, che perorano un’ampia partecipazione europea all’azione militare guidata dagli americani.
“L’apertura dell’ennesimo fronte bellico viene insomma motivata ricorrendo al vecchio ideale della globalizzazione: se l’Iran e i suoi alleati usano la forza per bloccare la fondamentale via commerciale che passa per Suez è giusto che l’alleanza occidentale intervenga militarmente per preservare il libero scambio tra ovest ed est del mondo.” (Brancaccio E.; Yemen e Occidente, un mare rosso di vergogna, “Il Manifesto”, 24/01/24)
Seguendo il modus operandi Usa-Regno Unito, l’Unione Europea vara la missione Aspides di navi militari e jet-radar, a guida italiana sul Mar Rosso. Il compito dovrebbe essere di vigilanza marittima e protezione del transito marittimo delle navi commerciali.
Il titolare della Farnesina, facendo riferimento alla missione europea Aspides, ha detto: “Noi difendiamo il traffico mercantile, non attacchiamo nessuno, ma non vogliamo essere attaccati (…) se ci saranno degli attacchi, risponderemo difendendo le navi italiane. Questo deve essere chiaro. Non ci facciamo intimidire da nessuna dichiarazione degli Houthi che sono un’organizzazione terroristica.”
La diplomazia come strategia alternativa all’uso delle armi
Voci dissenzienti rispetto alle iniziative Usa sono quelle di Adam Posen, Presidente del Peterson Institute Washington: “L’attuale crisi tra Stati Uniti e Yemen e quindi con l’Iran, può essere molto pericolosa. Potrebbe costringere Usa, Regno Unito e altri alleati ad essere più aggressivi. Alla fine garantiranno (forse) la navigazione ma a quale prezzo?” (cit., “La Stampa”, 17/01/2024)
Il Foreign Office “suggerisce” interventi alternative alle armi: “Un’attenta diplomazia può fermare le armi.” Un appello all’Assemblea delle Nazioni Unite giunge da 30 organizzazioni umanitarie operanti nello Yemen, per le quali l’escalation militare nello Yemen rappresenta un disastro per la popolazione civile. Più di due terzi della popolazione yemenita che conta 21 milioni di abitanti, hanno disperato bisogno di cibo, acqua e assistenza salva vita.
A seguito degli attacchi statunitensi e britannici, molte organizzazioni umanitarie sono state costrette a sospendere le operazioni per motivi di sicurezza: “I leader politici devono considerare le terribili implicazioni umanitarie e astenersi da azioni che potrebbero provocare il rinnovarsi di un conflitto armato su larga scala nello Yemen e il rischio di un più ampio confronto regionale e internazionale che minerebbe la stabilità del Medio Oriente.” (cit., “La Stampa”, 17/01/2024)
Una strategia alternativa alla potenza dell’uso delle armi, l’ha intrapresa la Cina, che procede con la diplomazia piuttosto che con i bombardamenti, per far fronte alla crisi di Suez determinata dagli attacchi degli Houthi. Funzionari del Ministero degli Esteri cinese hanno chiesto alla loro controparte in Iran (paese che sostiene i gruppi armati yemeniti e che dal 1 Gennaio 2024 fa parte del gruppo geoeconomico del Brics), di aiutare a porre un freno alle aggressioni. I funzionari cinesi hanno detto: “La Cina è profondamente preoccupata”.
In effetti la navigazione a Suez è diminuita del 50% circa, secondo fonti dell’autorità del Canale. (Forcade R.; Mar Rosso la Cina tratta con l’Iran, “Il Sole 24 Ore”, 27/01/24)
In prossimità dei colloqui a Bangkok tra il numero uno della diplomazia cinese, Wang Yi, e il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jack Sullivan, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, ha espresso l’auspicio che la situazione di Suez si sblocchi: “Siamo profondamente preoccupati – ha detto (al tabloid cinese Global Times) – per la recente escalation nel Mar Rosso. Esortiamo le parti interessate a evitare di alimentare le tensioni e a salvaguardare congiuntamente la sicurezza della navigazione, in conformità con la legge“.
La Cina, fin dall’inizio, “ha compiuti sforzi attivi per allentare le tensioni nel Mar Rosso ed è disposta a collaborare con tutte le parti per calmare la situazione e mantenere la sicurezza e la stabilità nell’area” (Forcade R.; cit.) ma l’Occidente fa vedere i successi solo con l’uso degli ordigni militari, che alimentano l’escalation del conflitto mediorientale invece di operare per il cessate il fuoco e la fine della guerra a Gaza, condizione che sospenderebbe gli attacco Houthi sul Mar Rosso.
I paesi occidentali non ascoltano i suggerimenti e gli appelli per usare la diplomazia al posto dell’uso delle armi.
Esercitazioni navali Iran, Russia, Cina
Gli interventi americani e britannici contro gli Houthi dello Yemen, sono al tempo stesso un’escalation del conflitto regionale in Medio Oriente e una missione incompiuta.
Qualcosa si sta muovendo in Medio Oriente. Alti ufficiali iraniani e sauditi si sono incontrati a Riad per confrontarsi su varie questioni tra cui la cooperazione in materia di difesa e della sicurezza nella Regione. L’incontro è avvenuto in coincidenza dell’annuncio giunto da Teheran: “esercitazioni navali congiunte tra Iran, Russia e Cina nel Golfo Persico, sono state programmate per il mese di Marzo. Le esercitazioni hanno l’obiettivo di rafforzare la sicurezza regionale.” (Semprini F.; Iran, soccorso Russo, “La Stampa”, 06/02/24)
Fonte
08/02/2024
Il veleno dell’Aspide
La missione militare-navale dell’Unione Europea nel Mar Rosso ha un nome sinistro: Aspides. Il serpente velenoso noto per essere stato lo strumento del suicidio di Cleopatra.
Alcuni “dettagli” della missione sono ancora da definire. I comandi militari europei stanno tutti sfoderando i pennacchi per avere il comando o un ruolo di rilievo nella gerarchia dell’operazione.
Il dibattito sul comando della missione Aspides è ancora aperto. “Spero che si possa trovare un accordo il 19 febbraio, nel prossimo Consiglio Affari Esteri e che la missione cominci ad essere operativa a fine mese, perché lì la situazione è critica” ha dichiarato il responsabile della politica estera europea Borrell – “Le navi non passano più per il Canale di Suez, fanno il giro dell’Africa, il che comporta più tempo, più costi e più rischi per tutti”.
Ma per l’Italia l’aver insistito e agito per il varo dell’operazione militare Aspide nel Mar Rosso ha una sua importanza particolare. In qualche modo corona le ambizioni – anche militari – coltivate negli ultimi anni.
In un documento ufficiale della Difesa del 2022 (“Strategia di difesa e sicurezza per il Mediterraneo”) veniva declinato in modo compiuto il concetto di Mediterraneo Allargato che ispira sostanzialmente l’avventura militare-navale dell’Italia nel Mar Rosso.
Il concetto di Mediterraneo allargato per l’Italia è stato attribuito per la prima volta nella storia dalla Marina Militare italiana durante gli anni '90 nell’ambito delle attività di studio dell’allora Istituto di Guerra Marittima (Igm). L’idea che il Mar Mediterraneo non sia uno spazio geopolitico chiuso e limitato al “mare interno” viene ritenuto inscindibile dalla Marina Militare poiché proprio da quegli studi elaborati dall’Igm è emerso come l’area risulti connessa al Mar Nero, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e ai golfi di Aden, Arabico e di Guinea, “originando un continuum geostrategico e geoeconomico che comprende la vasta area tra Gibilterra e Aden e include anche il Medio Oriente, l’Africa Centrale, fino all’Artico, quest’ultimo in considerazione delle sue mutanti condizioni geofisiche”. Insomma siamo in presenza di una visione del Mediterraneo assai più estesa e che proietta gli interessi strategici dell’Italia molto più in là delle relazioni con la sponda sud che avevano caratterizzato la vocazione mediterranea dell’Italia nei decenni della Guerra Fredda.
“La Difesa fa riferimento al concetto di Mediterraneo Allargato nella sua accezione più estesa: uno spazio geopolitico multidimensionale che comprende Paesi, culture e società differenti, ma strettamente interconnessi dal punto di vista economico e delle dinamiche securitarie, caratterizzato da crisi e problematiche locali i cui effetti riverberano sull’intera Regione” è scritto sul documento, il quale tende a chiarire che i confini del Mediterraneo Allargato sono assai più estesi del semplice Mare Nostrum al quale era stato fatto riferimento fino a pochi anni fa. Nelle ambizioni dell’Italia si tratta infatti di “una Regione che include aree immediatamente contigue al Mediterraneo “in senso stretto”, incorporando il Medio Oriente e il Golfo arabico e passando per la fascia del sub-Sahara, che dal Corno d’Africa, attraverso il Sahel, si estende al Golfo di Guinea: quadranti strategici che non incidentalmente sono il luogo prioritario della proiezione internazionale (missioni e operazioni) delle Forze Armate e l’oggetto principale dei nostri piani di cooperazione”.
In un passaggio successivo il documento della Difesa chiarisce, in ordine gerarchico di priorità, che “In questo quadro, così complesso e articolato, l’azione della Difesa italiana si prefigge di: tutelare gli interessi strategici e la sicurezza nazionale; proiettare stabilità negli scenari le cui dinamiche abbiano ricadute sull’Europa; contribuire alla politica di sicurezza delle Organizzazioni Internazionali di riferimento (NATO, UE e ONU); contribuire al rafforzamento delle istituzioni dei Paesi ove operiamo, garantendo lo sviluppo di capacità che consentano stabilità strutturale e sviluppo sostenibile, attraverso specifici piani di cooperazione. In questo senso il presente documento aggiorna e adegua la Strategia della Difesa per il Mediterraneo e si pone al tempo stesso l’obiettivo di rilanciare una dimensione militare più ampia, quale elemento fondamentale di resilienza e di rafforzamento del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale”.
Nei primi tre obiettivi del documento della Difesa sono perfettamente leggibili le regole di ingaggio e gli obiettivi della missione militare-navale italiana nel quadro della operazione “Aspides” nel Mar Rosso.
Queste ambizioni non sono affatto una prerogativa del governo di destra della Meloni, il documento infatti porta la firma del ministro della Difesa di Lorenzo Guerrini (PD) durante il governo Draghi.
Ma la proiezione simultanea di un piano di penetrazione economica (Piano Mattei) e di una missione militare tesa a “mostrare i muscoli” come quella nel Mar Rosso, indicano un tentativo – della cui riuscita è ancora lecito dubitare – del capitalismo italiano sia di disegnarsi una propria area di influenza nel Sud del mondo sia di candidarsi ad un seggio nelle cabine di regia coordinate nel quadro dell’imperialismo statunitense ed europeo. Che questo possa avvenire “pacificamente” è da escludere. Ciò significa che assetti politici e assetti militari dell’apparato statale italiano ragionano e agiscono in modo completamente diverso dall’Italia delle missioni peacekeeping del passato. Se necessario si va in guerra e si bombarda – e se ne subiscono le conseguenze ovviamente – come tutti gli altri. L’intervista di uno dei leader del movimento Ansarallah delle Yemen a Repubblica lo ha chiarito molto esplicitamente.
Speriamo di risparmiarci in futuro i piagnistei sui “martiri di Nassirya”. Se vai armato e non invitato a sparare e bombardare in un altro paese è difficile aspettarsi tappeti di fiori.
Fonte
Alcuni “dettagli” della missione sono ancora da definire. I comandi militari europei stanno tutti sfoderando i pennacchi per avere il comando o un ruolo di rilievo nella gerarchia dell’operazione.
Il dibattito sul comando della missione Aspides è ancora aperto. “Spero che si possa trovare un accordo il 19 febbraio, nel prossimo Consiglio Affari Esteri e che la missione cominci ad essere operativa a fine mese, perché lì la situazione è critica” ha dichiarato il responsabile della politica estera europea Borrell – “Le navi non passano più per il Canale di Suez, fanno il giro dell’Africa, il che comporta più tempo, più costi e più rischi per tutti”.
Ma per l’Italia l’aver insistito e agito per il varo dell’operazione militare Aspide nel Mar Rosso ha una sua importanza particolare. In qualche modo corona le ambizioni – anche militari – coltivate negli ultimi anni.
In un documento ufficiale della Difesa del 2022 (“Strategia di difesa e sicurezza per il Mediterraneo”) veniva declinato in modo compiuto il concetto di Mediterraneo Allargato che ispira sostanzialmente l’avventura militare-navale dell’Italia nel Mar Rosso.
Il concetto di Mediterraneo allargato per l’Italia è stato attribuito per la prima volta nella storia dalla Marina Militare italiana durante gli anni '90 nell’ambito delle attività di studio dell’allora Istituto di Guerra Marittima (Igm). L’idea che il Mar Mediterraneo non sia uno spazio geopolitico chiuso e limitato al “mare interno” viene ritenuto inscindibile dalla Marina Militare poiché proprio da quegli studi elaborati dall’Igm è emerso come l’area risulti connessa al Mar Nero, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano e ai golfi di Aden, Arabico e di Guinea, “originando un continuum geostrategico e geoeconomico che comprende la vasta area tra Gibilterra e Aden e include anche il Medio Oriente, l’Africa Centrale, fino all’Artico, quest’ultimo in considerazione delle sue mutanti condizioni geofisiche”. Insomma siamo in presenza di una visione del Mediterraneo assai più estesa e che proietta gli interessi strategici dell’Italia molto più in là delle relazioni con la sponda sud che avevano caratterizzato la vocazione mediterranea dell’Italia nei decenni della Guerra Fredda.
“La Difesa fa riferimento al concetto di Mediterraneo Allargato nella sua accezione più estesa: uno spazio geopolitico multidimensionale che comprende Paesi, culture e società differenti, ma strettamente interconnessi dal punto di vista economico e delle dinamiche securitarie, caratterizzato da crisi e problematiche locali i cui effetti riverberano sull’intera Regione” è scritto sul documento, il quale tende a chiarire che i confini del Mediterraneo Allargato sono assai più estesi del semplice Mare Nostrum al quale era stato fatto riferimento fino a pochi anni fa. Nelle ambizioni dell’Italia si tratta infatti di “una Regione che include aree immediatamente contigue al Mediterraneo “in senso stretto”, incorporando il Medio Oriente e il Golfo arabico e passando per la fascia del sub-Sahara, che dal Corno d’Africa, attraverso il Sahel, si estende al Golfo di Guinea: quadranti strategici che non incidentalmente sono il luogo prioritario della proiezione internazionale (missioni e operazioni) delle Forze Armate e l’oggetto principale dei nostri piani di cooperazione”.
In un passaggio successivo il documento della Difesa chiarisce, in ordine gerarchico di priorità, che “In questo quadro, così complesso e articolato, l’azione della Difesa italiana si prefigge di: tutelare gli interessi strategici e la sicurezza nazionale; proiettare stabilità negli scenari le cui dinamiche abbiano ricadute sull’Europa; contribuire alla politica di sicurezza delle Organizzazioni Internazionali di riferimento (NATO, UE e ONU); contribuire al rafforzamento delle istituzioni dei Paesi ove operiamo, garantendo lo sviluppo di capacità che consentano stabilità strutturale e sviluppo sostenibile, attraverso specifici piani di cooperazione. In questo senso il presente documento aggiorna e adegua la Strategia della Difesa per il Mediterraneo e si pone al tempo stesso l’obiettivo di rilanciare una dimensione militare più ampia, quale elemento fondamentale di resilienza e di rafforzamento del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale”.
Nei primi tre obiettivi del documento della Difesa sono perfettamente leggibili le regole di ingaggio e gli obiettivi della missione militare-navale italiana nel quadro della operazione “Aspides” nel Mar Rosso.
Queste ambizioni non sono affatto una prerogativa del governo di destra della Meloni, il documento infatti porta la firma del ministro della Difesa di Lorenzo Guerrini (PD) durante il governo Draghi.
Ma la proiezione simultanea di un piano di penetrazione economica (Piano Mattei) e di una missione militare tesa a “mostrare i muscoli” come quella nel Mar Rosso, indicano un tentativo – della cui riuscita è ancora lecito dubitare – del capitalismo italiano sia di disegnarsi una propria area di influenza nel Sud del mondo sia di candidarsi ad un seggio nelle cabine di regia coordinate nel quadro dell’imperialismo statunitense ed europeo. Che questo possa avvenire “pacificamente” è da escludere. Ciò significa che assetti politici e assetti militari dell’apparato statale italiano ragionano e agiscono in modo completamente diverso dall’Italia delle missioni peacekeeping del passato. Se necessario si va in guerra e si bombarda – e se ne subiscono le conseguenze ovviamente – come tutti gli altri. L’intervista di uno dei leader del movimento Ansarallah delle Yemen a Repubblica lo ha chiarito molto esplicitamente.
Speriamo di risparmiarci in futuro i piagnistei sui “martiri di Nassirya”. Se vai armato e non invitato a sparare e bombardare in un altro paese è difficile aspettarsi tappeti di fiori.
Fonte
07/02/2024
“Italiani, state attenti. Se ci aggredite diventerete un bersaglio”
Un’ottima e chiarificatrice intervista ad un leader Houthi, stranamente ad opera di Repubblica (una testata fine corsa, inattendibile come “voce del padrone” in condominio tra Usa e Israele). Prevedibilmente non letta dalla classe politica nostrana, ma abbondantemente citata a sostegno di frasi senza senso come “non ci faremo intimidire”, “nessuno può pensare di minacciare l’Italia” e via di testosterone mediatico...
Eppure, a leggerla con la dovuta attenzione, l’intervista di Laura Lucchini a Mohamed Ali al-Houti contiene tutti gli elementi necessari per inquadrare la crisi della navigazione commerciale occidentale nel Mar Rosso.
Intanto perché, appunto, non c’è alcun “blocco del commercio mondiale”, ma una attenta selezione (negativa ovviamente) che riguarda le navi collegate ad Israele e – man mano che si allarga la coalizione militare anti-Houthi – i paesi che vi partecipano bombardando lo Yemen.
Il che mette l’autonominata “comunità internazionale” – in realtà la coalizione militare occidentale e imperialista – in una posizione indifendibile. Non è infatti spendibile come “difesa della legalità internazionale” (compito che spetterebbe all’Onu, ormai svuotato di riconoscimento sia dall’Occidente imperialista che dalla sua testa di ponte mediorientale, ossia Israele), nonostante lo sforzo retorico di presentarsi come tale (ormai solo “a beneficio” dell’opinione pubblica interna).
In secondo luogo l’intervista mette in luce chiaramente anche l’unica soluzione immediata possibile: il cessate il fuoco a Gaza e il ritorno dell’Idf sulle sue posizioni precedenti, sospendendo ogni bombardamento della Striscia e ogni assalto militare in Cisgiordania. Come sappiamo, la via fin qui scelta dall’Occidente è opposta: allargamento del conflitto e bombardamenti, per ora, sulle posizioni yemenite.
Il che, ovviamente, non può che comportare l’allargamento del numero dei paesi coinvolti nonché delle navi commerciali che farebbero bene a circumnavigare l’Africa, anziché addentrarsi nel Mar Rosso.
In fondo, a ben guardare, gli yemeniti stanno a casa loro e non hanno mai attaccato altri paesi. Stati Uniti e Occidente imperialista, invece, non fanno altro da secoli. Contro ogni diritto...
Eppure, a leggerla con la dovuta attenzione, l’intervista di Laura Lucchini a Mohamed Ali al-Houti contiene tutti gli elementi necessari per inquadrare la crisi della navigazione commerciale occidentale nel Mar Rosso.
Intanto perché, appunto, non c’è alcun “blocco del commercio mondiale”, ma una attenta selezione (negativa ovviamente) che riguarda le navi collegate ad Israele e – man mano che si allarga la coalizione militare anti-Houthi – i paesi che vi partecipano bombardando lo Yemen.
Il che mette l’autonominata “comunità internazionale” – in realtà la coalizione militare occidentale e imperialista – in una posizione indifendibile. Non è infatti spendibile come “difesa della legalità internazionale” (compito che spetterebbe all’Onu, ormai svuotato di riconoscimento sia dall’Occidente imperialista che dalla sua testa di ponte mediorientale, ossia Israele), nonostante lo sforzo retorico di presentarsi come tale (ormai solo “a beneficio” dell’opinione pubblica interna).
In secondo luogo l’intervista mette in luce chiaramente anche l’unica soluzione immediata possibile: il cessate il fuoco a Gaza e il ritorno dell’Idf sulle sue posizioni precedenti, sospendendo ogni bombardamento della Striscia e ogni assalto militare in Cisgiordania. Come sappiamo, la via fin qui scelta dall’Occidente è opposta: allargamento del conflitto e bombardamenti, per ora, sulle posizioni yemenite.
Il che, ovviamente, non può che comportare l’allargamento del numero dei paesi coinvolti nonché delle navi commerciali che farebbero bene a circumnavigare l’Africa, anziché addentrarsi nel Mar Rosso.
In fondo, a ben guardare, gli yemeniti stanno a casa loro e non hanno mai attaccato altri paesi. Stati Uniti e Occidente imperialista, invece, non fanno altro da secoli. Contro ogni diritto...
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Mohamed Ali al-Houti, classe 1979, è uno dei leader di spicco del movimento Ansar Allah, i ‘partigiani di Dio’ meglio conosciuti come Houti, nonché cugino dell’attuale leader Abdul-Malik Al-Houti.
È stato capo del Comitato rivoluzionario supremo tra il 2015 e il 2016, quando gli Houti hanno preso il potere. Nell’intervista a Repubblica si rivolge al nostro Paese che sta per prendere parte alla missione Ue nel Mar Rosso: «L’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen».
La notte tra sabato e domenica ci sono stati raid massicci. Che danni vi hanno causato fino ad ora queste operazioni? Risponderete?
«Sono aggressioni illegali e di un terrorismo deliberato e ingiustificato. Gli aerei d’aggressione americano-britannici hanno lanciato 48 attacchi aerei contro lo Yemen, colpendo Sana’a e Hodeida insieme ad altri obiettivi.
In precedenza, hanno preso di mira le nostre pattuglie nel Mar Rosso, causando il martirio delle forze navali.
Questi bombardamenti non influenzeranno le nostre capacità. Anzi ci rafforzano. Gli americani e i britannici devono capire che in questa fase siamo pronti a rispondere, e il nostro popolo non conosce la resa. Le nostre acque e i nostri mari non sono un parco giochi dell’America».
Il blocco nel Mar Rosso minaccia la libertà di navigazione, ha un impatto duro sull’economia globale e in ultima istanza provoca inflazione colpendo indirettamente i civili delle fasce più deboli. È necessario?
«In primo luogo, non c’è alcun blocco nel Mar Rosso. Prendiamo di mira solo le navi associate a Israele, che si dirigono verso porti occupati, di proprietà di israeliani, o entrano nel porto di Eilat. Qualsiasi nave non legata a Israele non subirà danni.
Non abbiamo intenzione di chiudere lo stretto di Bab el Mandeb o il Mar Rosso. Se volessimo farlo, ci sarebbero altre misure più semplici rispetto all’invio di missili».
Qual è la vostra posizione riguardo all’uccisione di tre soldati americani nell’attacco contro la Torre 22 in Giordania?
«Questi attacchi sono una reazione naturale alle azioni ostili compiute dagli Stati Uniti. È essenziale che gli americani comprendano che chi attacca affronterà una ritorsione, come espresso nel proverbio arabo: “Chi bussa alla porta troverà risposta”».
Un’ulteriore escalation potrebbe portare a un intervento di terra in Yemen. Non temete questo scenario?
«La guerra terrestre è ciò che desidera il popolo yemenita, poiché si troverà finalmente di fronte a coloro che sono responsabili delle sue sofferenze da oltre nove anni. Se gli Stati Uniti inviano truppe nello Yemen, dovranno affrontare sfide più difficili di quelle in Afghanistan e Vietnam.
Il nostro popolo è resiliente, pronto e ha varie opzioni per sconfiggere strategicamente gli americani nella regione».
Qual è la sua posizione sulla decisione dell’amministrazione Biden di classificarvi come “terroristi”?
«Essere classificati come terroristi per sostenere Gaza è un onore per noi. Questa classificazione è politica e scorretta, senza giustificazione, e non influisce su di noi. Non entriamo negli Stati Uniti, non abbiamo aziende internazionali o interessi bancari all’estero. La soluzione sta nel fermare l’aggressione a Gaza e permettere l’ingresso di cibo e medicine». L’Occidente accusa gli Houti di essere uno strumento nelle mani dell’Iran. Recenti report suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano chiesto alla Cina di mediare per la fine del blocco sul Mar Rosso. Che rapporti avete con Iran e Cina?
«Il nostro leader stimato (Abdul-Malik Al-Houthi, ndr), ha affermato che “i raid americani e britannici sono fallimentari e non hanno alcun impatto; non limiteranno le nostre capacità militari.” E che “il tentativo dell’America di cercare l’assistenza della Cina per mediare e convincerci a interrompere le nostre operazioni è un segno del suo fallimento”.
Ha anche spiegato che “la Cina non si lascerà coinvolgere per servire l’America, riconoscendo che i suoi interessi non sono allineati con quelli americani, data la politica ostile dell’America e l’entità della cospirazione americana attraverso la questione di Taiwan”.
Abbiamo il controllo delle nostre decisioni, e gli americani e gli israeliani ne sono consapevoli».
Esiste un canale di negoziazione diretta tra voi e gli Usa? Come si può de-escalare il conflitto?
«Non abbiamo negoziato direttamente con gli americani, nonostante loro lo abbiano richiesto. Non vediamo la possibilità di intraprendere un dialogo diretto con gli americani, considerandoli come criminali terroristi. Se c’è qualsiasi comunicazione, questa avviene attraverso il nostro team di negoziazione nel Sultanato dell’Oman. È l’unico modo».
L’Unione Europea ha annunciato una nuova missione militare difensiva nel Mar Rosso...
«Consigliamo agli europei di aumentare la pressione sui responsabili degli orrori a Gaza. Le nostre operazioni mirano a fermare l’aggressione e a sollevare l’assedio. Qualsiasi altra giustificazione per l’escalation da parte degli europei è inaccettabile».
L’Italia ne prenderà parte. I beni italiani saranno dunque bersagli senza eccezione?
«L’Italia diventerà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen. Il suo coinvolgimento sarà considerato un’escalation e una militarizzazione del mare, e non sarà efficace. Il passaggio delle navi italiane e di altri durante le operazioni yemenite a sostegno di Gaza è una prova che l’obiettivo è noto».
Qual è il vostro messaggio per il nostro Paese?
«Il nostro consiglio all’Italia è di esercitare pressione su Israele per fermare i massacri quotidiani a Gaza. Questo è ciò che porterà alla pace. Consigliamo all’Italia di rimanere neutrale, che è il minimo che può fare. Non c’è giustificazione per qualsiasi avventura al di fuori dei suoi confini».
Fonte
24/01/2024
L’Europa con l’elmetto: nel mar Rosso l'“idea” di un esercito europeo
Il consiglio affari esteri dell’UE ha dato due giorni fa – lunedì 22 gennaio – una prima luce verde preliminare alla formazione di una missione navale europea nel Mar Rosso, denominata Aspides (scudo), il cui lancio definitivo dovrebbe avvenire il 19 febbraio.
L’operazione è una notevole novità per l’Europa: nonostante il carattere “difensivo” – almeno stando alla retorica d’obbligo (tutte le armi possono essere sia “difensive” che “offensive”) – è la prima volta che viene inviata una missione militare UE di simile importanza in un contesto di guerra e, per di più, in velata alternativa all’operazione Prosperity Guardian di USA e Gran Bretagna, già passate all’attacco in Yemen.
Insomma l’UE prova a lanciare un segnale politico, come scritto nel documento presentato da Italia, Francia e Germania al Consiglio Affari Esteri: “Data la gravità della situazione attuale e i nostri interessi geostrategici, è importante che l’Ue dimostri la sua volontà e le sue capacità di agire come attore di sicurezza globale”.
A spingersi oltre è stato Tajani considerando la missione europea per il Mar Rosso “un passo considerevole verso una vera difesa europea”. Per il ministro degli esteri italiano “Non si può pensare a una politica estera europea se non c’è un sistema di difesa a livello europeo”.
E dunque: “Dobbiamo aver un sistema di difesa europeo che sia competitivo con la Nato: dobbiamo porci come obiettivo finale un esercito europeo, uno strumento di peace keeping europeo che possa essere operativo in tempi molto rapidi”.
La costruzione di questa missione navale e le dichiarazioni di Tajani sull’esercito europeo non cadono nel nulla. In questi stessi giorni a Davos il presidente Francese Macron ha auspicato l’emissione di un debito comune europeo per finanziare investimenti strategici europei, tra cui spicca la difesa.
Le parole del presidente Francese hanno fatto eco al commissario europeo Thierry Breton che ha di recente invitato l’UE a costruire un fondo da 100 miliardi di euro per l’industria militare europea. Tutto questo mentre per marzo sarà presentata la “strategia per l’industria della difesa europea”.
Le classi dirigenti continentali si muovono insomma a difesa del loro “giardino”, minacciato non solo (o non tanto) dal crescere degli interessi non occidentali nel mondo, quanto dalle conseguenze delle scelte Usa, per definizione unilaterali.
Ritrovandosi al centro di un anello di conflitti che circonda e si espande intorno ai suoi confini europei – dal Sahel, da cui i francesi stanno vendendo cacciati, ai conflitti in Libia e Sudan, ai conflitti del Medio Oriente, fino all’Ucraina – ritrovandosi nell’impossibilità di costruire consenso nei paesi del “terzo mondo” e nella necessità di prepararsi allo scontro con le “potenze ostili” (la Russia, con cui si è già di fatto in guerra, e in prospettiva la Cina), per l’UE le esigenze della “difesa” comune sembrano non più rimandabili.
Tanto più se pensiamo che gli Stati Uniti si stanno dimostrando dei partner totalmente inaffidabili.
Si stanno avvicinando le elezioni presidenziali statunitensi, ed un’eventuale vittoria di Trump potrebbe portare non solo alla chiusura dei flussi americani di armi e fondi verso l’Ucraina – che già oggi sono bloccati dal congresso nonostante il pressing dell’amministrazione Biden – ma anche ad una politica basata sull’“America first” che lascerebbe più “sola” l’Europa alle prese con dossier aperti dagli USA.
Inoltre, anche al netto del conflitto politico interno alle classi dirigenti statunitensi, le capacità di produzione di armamenti dell’industria a stelle e strisce sono insufficienti per la guerra contro un nemico “simmetrico” nel teatro ucraino ed ulteriormente appesantiti dall’escalation in Medio Oriente e dagli impegni nell’Indopacifico.
Un po’, dunque, la spinta dei settori più “autonomisti” della borghesia Europea, che da anni aspirano alla creazione di un esercito continentale (temporaneamente accantonato con l’esplosione della guerra in Ucraina), un po’ l’inaffidabilità e la difficoltà degli Stati Uniti nel garantire la difesa dell’egemonia euroatlantica nel mondo, ma soprattutto la necessità di ricorrere allo strumento della guerra per difendere gli interessi dell’imperialismo occidentale contro un mondo che si va ribellando: questi sono i fattori che spingono per una accelerazione della costruzione di una difesa europea.
Tempi e modi di questa costruzione non sono definiti, né si può dare per scontato che avverrà effettivamente, viste le spaccature e le forti contraddizioni interne all’UE ed il sostanziale atteggiamento schizofrenico delle classi dirigenti europee, che da un lato aspirano all’autonomia del proprio polo imperialista, dall’altro – soprattutto da dopo la guerra in Ucraina – sono vincolate e “bisognose” dell’ombrello americano.
Tutto dipende da come si evolverà la dialettica tra l'“anima europea” (gli interessi materiali, ovvio...) e quella “americana” del blocco euroatlantico, che vivono la contraddizione di una sostanziale interdipendenza ma allo stesso tempo una forte competizione tra loro – arrivata fino ad atti di guerra ibrida come il sabotaggio del Nord Stream –.
Quel che resta evidente è invece la tendenza alla guerra delle classi dirigenti occidentali, che stanno correndo al riarmo e alla militarizzazione della nostra società, trascinandoci in un conflitto mondiale a pezzi.
Fonte
L’operazione è una notevole novità per l’Europa: nonostante il carattere “difensivo” – almeno stando alla retorica d’obbligo (tutte le armi possono essere sia “difensive” che “offensive”) – è la prima volta che viene inviata una missione militare UE di simile importanza in un contesto di guerra e, per di più, in velata alternativa all’operazione Prosperity Guardian di USA e Gran Bretagna, già passate all’attacco in Yemen.
Insomma l’UE prova a lanciare un segnale politico, come scritto nel documento presentato da Italia, Francia e Germania al Consiglio Affari Esteri: “Data la gravità della situazione attuale e i nostri interessi geostrategici, è importante che l’Ue dimostri la sua volontà e le sue capacità di agire come attore di sicurezza globale”.
A spingersi oltre è stato Tajani considerando la missione europea per il Mar Rosso “un passo considerevole verso una vera difesa europea”. Per il ministro degli esteri italiano “Non si può pensare a una politica estera europea se non c’è un sistema di difesa a livello europeo”.
E dunque: “Dobbiamo aver un sistema di difesa europeo che sia competitivo con la Nato: dobbiamo porci come obiettivo finale un esercito europeo, uno strumento di peace keeping europeo che possa essere operativo in tempi molto rapidi”.
La costruzione di questa missione navale e le dichiarazioni di Tajani sull’esercito europeo non cadono nel nulla. In questi stessi giorni a Davos il presidente Francese Macron ha auspicato l’emissione di un debito comune europeo per finanziare investimenti strategici europei, tra cui spicca la difesa.
Le parole del presidente Francese hanno fatto eco al commissario europeo Thierry Breton che ha di recente invitato l’UE a costruire un fondo da 100 miliardi di euro per l’industria militare europea. Tutto questo mentre per marzo sarà presentata la “strategia per l’industria della difesa europea”.
Le classi dirigenti continentali si muovono insomma a difesa del loro “giardino”, minacciato non solo (o non tanto) dal crescere degli interessi non occidentali nel mondo, quanto dalle conseguenze delle scelte Usa, per definizione unilaterali.
Ritrovandosi al centro di un anello di conflitti che circonda e si espande intorno ai suoi confini europei – dal Sahel, da cui i francesi stanno vendendo cacciati, ai conflitti in Libia e Sudan, ai conflitti del Medio Oriente, fino all’Ucraina – ritrovandosi nell’impossibilità di costruire consenso nei paesi del “terzo mondo” e nella necessità di prepararsi allo scontro con le “potenze ostili” (la Russia, con cui si è già di fatto in guerra, e in prospettiva la Cina), per l’UE le esigenze della “difesa” comune sembrano non più rimandabili.
Tanto più se pensiamo che gli Stati Uniti si stanno dimostrando dei partner totalmente inaffidabili.
Si stanno avvicinando le elezioni presidenziali statunitensi, ed un’eventuale vittoria di Trump potrebbe portare non solo alla chiusura dei flussi americani di armi e fondi verso l’Ucraina – che già oggi sono bloccati dal congresso nonostante il pressing dell’amministrazione Biden – ma anche ad una politica basata sull’“America first” che lascerebbe più “sola” l’Europa alle prese con dossier aperti dagli USA.
Inoltre, anche al netto del conflitto politico interno alle classi dirigenti statunitensi, le capacità di produzione di armamenti dell’industria a stelle e strisce sono insufficienti per la guerra contro un nemico “simmetrico” nel teatro ucraino ed ulteriormente appesantiti dall’escalation in Medio Oriente e dagli impegni nell’Indopacifico.
Un po’, dunque, la spinta dei settori più “autonomisti” della borghesia Europea, che da anni aspirano alla creazione di un esercito continentale (temporaneamente accantonato con l’esplosione della guerra in Ucraina), un po’ l’inaffidabilità e la difficoltà degli Stati Uniti nel garantire la difesa dell’egemonia euroatlantica nel mondo, ma soprattutto la necessità di ricorrere allo strumento della guerra per difendere gli interessi dell’imperialismo occidentale contro un mondo che si va ribellando: questi sono i fattori che spingono per una accelerazione della costruzione di una difesa europea.
Tempi e modi di questa costruzione non sono definiti, né si può dare per scontato che avverrà effettivamente, viste le spaccature e le forti contraddizioni interne all’UE ed il sostanziale atteggiamento schizofrenico delle classi dirigenti europee, che da un lato aspirano all’autonomia del proprio polo imperialista, dall’altro – soprattutto da dopo la guerra in Ucraina – sono vincolate e “bisognose” dell’ombrello americano.
Tutto dipende da come si evolverà la dialettica tra l'“anima europea” (gli interessi materiali, ovvio...) e quella “americana” del blocco euroatlantico, che vivono la contraddizione di una sostanziale interdipendenza ma allo stesso tempo una forte competizione tra loro – arrivata fino ad atti di guerra ibrida come il sabotaggio del Nord Stream –.
Quel che resta evidente è invece la tendenza alla guerra delle classi dirigenti occidentali, che stanno correndo al riarmo e alla militarizzazione della nostra società, trascinandoci in un conflitto mondiale a pezzi.
Fonte
23/01/2024
Europa e commercio internazionale con la crisi del Mar Rosso
L’escalation militare all’ingresso del Mar Rosso non accenna a fermarsi. Dopo i cinque raid statunitensi della scorsa settimana, gli Houthi hanno dichiarato che reagiranno all’aggressione e venerdì il loro portavoce, Mohammed al-Bukhaiti, ha rilasciato un’intervista al giornale russo Izvestia per confermare la solidarietà alla causa palestinese.
Il gruppo yemenita ha ribadito la sicurezza per il passaggio delle navi non collegate in qualche modo a Israele e di coloro che sostengono il cessate il fuoco. Di certo una posizione razionale, soprattutto per chi vive effettivamente nel quadrante mediorientale e deve fare i conti tutti i giorni con il peso dell’entità sionista.
Ma ovviamente l’Occidente non conosce che l’uso delle armi per affermare il proprio predominio, e dunque un nuovo fronte di guerra è stato aperto in Yemen.
Oltre agli anglo-americani, alla riunione dei ministri degli Esteri UE di ieri anche Italia, Francia e Germania hanno deciso di impegnarsi in una missione militare (denominata Aspis) nella zona.
L’Italia dovrebbe garantire una fregata per questa operazione nel Mediterraneo allargato, da anni al centro delle mire di Roma dentro la cornice imperialistica UE. Tajani, promettendo un voto parlamentare, ha detto che “anche i cittadini più distratti capiscono che le nostre navi e le nostre merci devono avere libertà di circolazione. Dobbiamo fare con la difesa quello che abbiamo fatto venti anni fa con l’euro”.
Anche i cittadini più distratti capiscono che da quando c’è l’euro si sono esclusivamente impoveriti, ma questi sono i paragoni che sceglie la nostra classe dirigente. “Fare lo stesso” con le armi prefigura un finale molto più estremo...
Ad ogni modo, vero è che la crisi del Mar Rosso colpisce soprattutto l’Europa, e questa diventa per Bruxelles l’occasione per rilanciare una qualche difesa autonoma dei propri interessi, anche se nuovamente si trovano a seguire Washington e Tel Aviv senza alcuna voce in capitolo.
Venerdì l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha pubblicato cinque grafici che fanno il punto sul costo degli attacchi degli Houthi. È utile commentarne alcuni, soprattutto per ciò che riguarda gli effetti sull’Italia, visto che varie testate giornalistiche hanno cominciato da tempo la campagna propagandistica per quest’ennesima guerra.
Tra la fine di novembre e il 18 gennaio il prezzo di trasporto di un container da Shangai a Genova è aumentato da 1.400 a 6.300 dollari.
Ma l’impennata è un affare soprattutto europeo: i costi di trasporto dal porto cinese al terminale genovese o a Rotterdam hanno visto un incremento del 350%, ma da Shangai a Los Angeles «solo» – si fa per dire – del 95%.
Ad ogni modo, in generale il traffico commerciale all’ingresso del Mar Rosso e al canale di Suez ha visto un forte ridimensionamento. I porti italiani hanno subito di conseguenza lo stesso effetto, con una riduzione dei traffici che a volte ha toccato il 20%.
La grande preoccupazione è che, data la condizione, molte navi decidano di dirigersi definitivamente verso altri porti europei, piuttosto che imboccare il Mediterraneo dopo aver circumnavigato l’Africa.
Questo sarebbe un duro colpo per i moli italiani, da cui partono anche il 90% delle esportazioni agroalimentari verso l’Asia, tramite Suez, e per le quali l’allungamento delle tratte non è un problema solo di costi, ma anche di conservazione dei prodotti.
Anche sul lato dell’inflazione è l’Europa a pagare di più per la crisi del Mar Rosso. I prezzi al consumo potrebbero aumentare dell’1,8% nell’arco di 12 mesi e l’inflazione core (senza energia, alimentari, tabacchi e alcol) dello 0,7% in 12-18 mesi, mentre per il resto del mondo l’impatto sarebbe più modesto (0,8% e 0,3%).
È evidente che però di queste prospettive sono ben consapevoli a Francoforte, dove la BCE dovrà decidere alla riunione del prossimo 25 gennaio cosa fare dei tassi di interesse.
La presidente dell’istituto, Christine Lagarde, ha frenato ogni ottimismo, e di certo le preoccupazioni per la situazione nel Mar Rosso non aiuteranno a una scelta di allentamento sulla stretta monetaria.
Comunque, è chiaro che in assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica seria per arrestare il genocidio a Gaza, gli attacchi Houthi diventano – per la classe dirigente europea – solo una nuova scusante per evitare di affrontare la realtà della crisi inflazionistica, accompagnata da livelli di crescita irrisori, che riguarda certo tutto l’Occidente e che è cominciata persino prima del precipitare degli eventi in Ucraina.
La UE è particolarmente esposta e per questo il dossier del Mar Rosso va considerato come un ulteriore prova di maturità della costruzione imperialistica europea, che per ora si trova però costantemente a rimorchio delle scelte statunitensi.
Tutto dimostra nuovamente come oggi, nel nostro settore di mondo, il compito di chi lotta per un’alternativa sia rompere la gabbia dell’imperialismo euroatlantico, perché la sua sopravvivenza è legata indissolubilmente allo scivolamento verso una guerra generalizzata come risposta alla sua crisi di egemonia.
Fonte
Il gruppo yemenita ha ribadito la sicurezza per il passaggio delle navi non collegate in qualche modo a Israele e di coloro che sostengono il cessate il fuoco. Di certo una posizione razionale, soprattutto per chi vive effettivamente nel quadrante mediorientale e deve fare i conti tutti i giorni con il peso dell’entità sionista.
Ma ovviamente l’Occidente non conosce che l’uso delle armi per affermare il proprio predominio, e dunque un nuovo fronte di guerra è stato aperto in Yemen.
Oltre agli anglo-americani, alla riunione dei ministri degli Esteri UE di ieri anche Italia, Francia e Germania hanno deciso di impegnarsi in una missione militare (denominata Aspis) nella zona.
L’Italia dovrebbe garantire una fregata per questa operazione nel Mediterraneo allargato, da anni al centro delle mire di Roma dentro la cornice imperialistica UE. Tajani, promettendo un voto parlamentare, ha detto che “anche i cittadini più distratti capiscono che le nostre navi e le nostre merci devono avere libertà di circolazione. Dobbiamo fare con la difesa quello che abbiamo fatto venti anni fa con l’euro”.
Anche i cittadini più distratti capiscono che da quando c’è l’euro si sono esclusivamente impoveriti, ma questi sono i paragoni che sceglie la nostra classe dirigente. “Fare lo stesso” con le armi prefigura un finale molto più estremo...
Ad ogni modo, vero è che la crisi del Mar Rosso colpisce soprattutto l’Europa, e questa diventa per Bruxelles l’occasione per rilanciare una qualche difesa autonoma dei propri interessi, anche se nuovamente si trovano a seguire Washington e Tel Aviv senza alcuna voce in capitolo.
Venerdì l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha pubblicato cinque grafici che fanno il punto sul costo degli attacchi degli Houthi. È utile commentarne alcuni, soprattutto per ciò che riguarda gli effetti sull’Italia, visto che varie testate giornalistiche hanno cominciato da tempo la campagna propagandistica per quest’ennesima guerra.
Tra la fine di novembre e il 18 gennaio il prezzo di trasporto di un container da Shangai a Genova è aumentato da 1.400 a 6.300 dollari.
Ma l’impennata è un affare soprattutto europeo: i costi di trasporto dal porto cinese al terminale genovese o a Rotterdam hanno visto un incremento del 350%, ma da Shangai a Los Angeles «solo» – si fa per dire – del 95%.
Ad ogni modo, in generale il traffico commerciale all’ingresso del Mar Rosso e al canale di Suez ha visto un forte ridimensionamento. I porti italiani hanno subito di conseguenza lo stesso effetto, con una riduzione dei traffici che a volte ha toccato il 20%.
La grande preoccupazione è che, data la condizione, molte navi decidano di dirigersi definitivamente verso altri porti europei, piuttosto che imboccare il Mediterraneo dopo aver circumnavigato l’Africa.
Questo sarebbe un duro colpo per i moli italiani, da cui partono anche il 90% delle esportazioni agroalimentari verso l’Asia, tramite Suez, e per le quali l’allungamento delle tratte non è un problema solo di costi, ma anche di conservazione dei prodotti.
Anche sul lato dell’inflazione è l’Europa a pagare di più per la crisi del Mar Rosso. I prezzi al consumo potrebbero aumentare dell’1,8% nell’arco di 12 mesi e l’inflazione core (senza energia, alimentari, tabacchi e alcol) dello 0,7% in 12-18 mesi, mentre per il resto del mondo l’impatto sarebbe più modesto (0,8% e 0,3%).
È evidente che però di queste prospettive sono ben consapevoli a Francoforte, dove la BCE dovrà decidere alla riunione del prossimo 25 gennaio cosa fare dei tassi di interesse.
La presidente dell’istituto, Christine Lagarde, ha frenato ogni ottimismo, e di certo le preoccupazioni per la situazione nel Mar Rosso non aiuteranno a una scelta di allentamento sulla stretta monetaria.
Comunque, è chiaro che in assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica seria per arrestare il genocidio a Gaza, gli attacchi Houthi diventano – per la classe dirigente europea – solo una nuova scusante per evitare di affrontare la realtà della crisi inflazionistica, accompagnata da livelli di crescita irrisori, che riguarda certo tutto l’Occidente e che è cominciata persino prima del precipitare degli eventi in Ucraina.
La UE è particolarmente esposta e per questo il dossier del Mar Rosso va considerato come un ulteriore prova di maturità della costruzione imperialistica europea, che per ora si trova però costantemente a rimorchio delle scelte statunitensi.
Tutto dimostra nuovamente come oggi, nel nostro settore di mondo, il compito di chi lotta per un’alternativa sia rompere la gabbia dell’imperialismo euroatlantico, perché la sua sopravvivenza è legata indissolubilmente allo scivolamento verso una guerra generalizzata come risposta alla sua crisi di egemonia.
Fonte
20/01/2024
L’UE rinforza gli scudi militari nel Mar Rosso per proteggere il trasporto di GPL
La situazione nel Mar Rosso, gli attacchi degli Houthi yemeniti di cui nei telegiornali abbiamo imparato tutto in queste ultime settimane rischiano di mettere in crisi l’economia italiana, soprattutto quella di Lombardia ed Emilia Romagna.
Il perché è presto detto: gli attacchi alle navi che transitano dal sud del Mar Rosso verso il canale di Suez, per raggiungere poi l’Europa, hanno rallentato e a volte bloccato il traffico di navi cargo che trasportano per lo più GPL proveniente dal Qatar, tanto da ridurre il traffico di merci di quasi il 66%.
A seguito della guerra in Ucraina e della rottura diplomatica con Mosca, la monarchia del Golfo è diventata uno dei principali fornitori di gas liquefatto per l’Europa. Lo stop alle spedizioni, dunque, potrebbe innescare nuove incertezze per i Paesi europei.
A detta di Gie Agsi (l’istituto europeo che monitora i dati dello stock di gas nel territorio UE) i paesi europei si sono premuniti di avere delle riserve per evitare nuovi rincari oltre a quelli visti l’anno scorso, ma la preoccupazione cresce anche a livello comunitario.
Il commissario all’Economia Gentiloni ha dichiarato pochi giorni fa che la situazione non è affatto da sottovalutare, e che anche se per ora la situazione è sotto controllo, alcuni effetti “potrebbero materializzarsi nelle prossime settimane”.
Secondo Confartigianato il valore dell’import-export italiano che transita ogni anno per il Canale di Suez è pari a 148,1 miliardi di euro, quasi tutto di import, e questa situazione di tensione potrebbe “penalizzare soprattutto il made in italy e l’approvvigionamento di prodotti essenziali per la trasformazione della manifattura italiana”, e quindi per lo più Lombardia ed Emilia Romagna.
La militarizzazione e la tendenza alla guerra quindi è la risposta messa in campo per difendere gli interessi di un sistema economico in crisi che non vuole morire. In risposta alle preoccupazioni delle imprese italiane ed europee di fronte ad una nuova possibile crisi dei rifornimenti energetici, l’UE manda gli scudi protettivi nel Mar Rosso, per proteggere i mercantili dagli Houthi e scortare le navi a destinazione in Europa.
Si chiamerà Aspis, (in greco antico “scudo”, appunto) la missione europea nel Mar Rosso a cui parteciperà anche l’Italia e che sarà deliberata lunedì prossimo a Bruxelles. Gli USA ovviamente non se ne tireranno fuori, e infatti Biden ha già annunciato l’avvio dell’operazione aerea in difesa del commercio internazionale.
La questione del rifornimento energetico sta diventando sempre più annosa, e mai come in questi anni diventa palese come la crisi ambientale e quella economica vadano di pari passo: la corsa scomposta verso le rinnovabili, la ricerca continua di accordi con paesi come l’Algeria o l’Azerbaigian infatti, sembrano essere anche dirette conseguenze di una situazione di profonda destabilizzazione causata dalle guerre che ormai l’Europa ha lungo tutti i suoi confini.
Fonte
Il perché è presto detto: gli attacchi alle navi che transitano dal sud del Mar Rosso verso il canale di Suez, per raggiungere poi l’Europa, hanno rallentato e a volte bloccato il traffico di navi cargo che trasportano per lo più GPL proveniente dal Qatar, tanto da ridurre il traffico di merci di quasi il 66%.
A seguito della guerra in Ucraina e della rottura diplomatica con Mosca, la monarchia del Golfo è diventata uno dei principali fornitori di gas liquefatto per l’Europa. Lo stop alle spedizioni, dunque, potrebbe innescare nuove incertezze per i Paesi europei.
A detta di Gie Agsi (l’istituto europeo che monitora i dati dello stock di gas nel territorio UE) i paesi europei si sono premuniti di avere delle riserve per evitare nuovi rincari oltre a quelli visti l’anno scorso, ma la preoccupazione cresce anche a livello comunitario.
Il commissario all’Economia Gentiloni ha dichiarato pochi giorni fa che la situazione non è affatto da sottovalutare, e che anche se per ora la situazione è sotto controllo, alcuni effetti “potrebbero materializzarsi nelle prossime settimane”.
Secondo Confartigianato il valore dell’import-export italiano che transita ogni anno per il Canale di Suez è pari a 148,1 miliardi di euro, quasi tutto di import, e questa situazione di tensione potrebbe “penalizzare soprattutto il made in italy e l’approvvigionamento di prodotti essenziali per la trasformazione della manifattura italiana”, e quindi per lo più Lombardia ed Emilia Romagna.
La militarizzazione e la tendenza alla guerra quindi è la risposta messa in campo per difendere gli interessi di un sistema economico in crisi che non vuole morire. In risposta alle preoccupazioni delle imprese italiane ed europee di fronte ad una nuova possibile crisi dei rifornimenti energetici, l’UE manda gli scudi protettivi nel Mar Rosso, per proteggere i mercantili dagli Houthi e scortare le navi a destinazione in Europa.
Si chiamerà Aspis, (in greco antico “scudo”, appunto) la missione europea nel Mar Rosso a cui parteciperà anche l’Italia e che sarà deliberata lunedì prossimo a Bruxelles. Gli USA ovviamente non se ne tireranno fuori, e infatti Biden ha già annunciato l’avvio dell’operazione aerea in difesa del commercio internazionale.
La questione del rifornimento energetico sta diventando sempre più annosa, e mai come in questi anni diventa palese come la crisi ambientale e quella economica vadano di pari passo: la corsa scomposta verso le rinnovabili, la ricerca continua di accordi con paesi come l’Algeria o l’Azerbaigian infatti, sembrano essere anche dirette conseguenze di una situazione di profonda destabilizzazione causata dalle guerre che ormai l’Europa ha lungo tutti i suoi confini.
Fonte
17/09/2023
Polonia, gli F-35 italiani al confine con la Russia
Atterrati a Malbork in Polonia gli F35A della Task Force Air 32° Wing che garantirà il supporto alle operazioni di Air Policing attraverso missioni aeree di difesa e deterrenza sul fianco Est dei Paesi NATO. Cresce pericolosamente il coinvolgimento dell’Italia nel sanguinoso conflitto russo-ucraino: nessuna dichiarazione ufficiale del governo e men che meno uno straccio di dibattito parlamentare, appena un tweet dello Stato Maggiore dell’Aeronautica zeppo di hashtag e annunci bellicosi (#ForzeArmate – #Una ForzaperilPaese -#WeAreNato – #StrongerTogether).
Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.
Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.
“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.
Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.
L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.
Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.
La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.
Fonte
Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.
Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.
“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.
Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.
L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.
Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.
La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.
Fonte
15/05/2023
Sono 40 le missioni militari italiane all’estero
Il Consiglio dei Ministri lo scorso 1 Maggio non ha messo le mani solo sulle questioni del lavoro ma anche sulle missioni militari italiane all’estero.
Oltre a inzeppare di armamenti l’Ucraina e trascinarci dentro una guerra, il governo ha in cantiere il rafforzamento delle missioni militari in alcuni paesi strategici del continente africano, in particolare Libia, Niger e Burkina Faso.
È stata infatti istituita una nuova missione – la EU Military Partnership Mission in Niger – dove è già presente un consistente contingente militare italiano. La EUMPM Niger si aggiunge alla Missione Italiana Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) dove ufficialmente i militari italiani sono impegnati a “contrastare la minaccia alla stabilità e alla convivenza civile”.
In realtà il contingente militare italiano in Niger, insieme a quelli francese e tedesco, è lì a presidiare le materie prime strategiche di cui il paese (poverissimo) è invece ricco.
Anche in Libia, con la nuova missione europea, l’Italia rafforzerà la propria presenza militare oltre a quella già operativa “a protezione dell’ospedale di Misurata”. La EU Border Assistance Mission in Libia si somma infatti alla Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia. Il contingente militare italiano è in Libia dal 2017, quando l’allora Governo Gentiloni sottoscrisse un Memorandum con Tripoli, recentemente rinnovato dall’attuale esecutivo.
Il comunicato diffuso dal Consiglio dei Ministri recita che “la strategia di impiego dello strumento militare continua a basarsi sulla tradizionale adesione alle iniziative delle Organizzazioni Internazionali di riferimento per il nostro Paese”. In pratica Nato e Unione Europea, sempre meno l’Onu.
Una prima dimostrazione di tale funzione è l’assunzione del comando italiano della missione militare della Nato in Iraq, dove sono già impegnati circa 610 soldati italiani e 100 veicoli. Una conferma della presenza militare italiana in quello che viene definito come “Mediterraneo allargato” dove l’Italia vuole assumere una leadership crescente.
Ma le ambizioni di un governo guerrafondaio come l’attuale si allargano ancora di più. Tanto da aver assunto impegni militari anche “all’esterno del Mediterraneo allargato” dove “permane l’esigenza di mantenere una presenza navale nell’area indopacifica".
Poche settimane fa il pattugliatore militare Morosini è salpato verso est. Nella prima fase verrà impegnato a supporto dell’Operazione Agenor che è parte della missione europea nello Stretto di Hormuz. Successivamente, il Morosini si sposterà verso l’Indo-Pacifico, dove è previsto che toccherà Giappone e Corea del Sud. All’operazione del Morosini seguirà l’invio di una formazione che comprenderà la portaerei Cavour un cacciatorpediniere, una fregata e un rifornitore di squadra. Una operazione militare in funzione apertamente anticinese.
L’Italia adesso è praticamente impegnata in oltre 40 missioni militari internazionali.
La newsletter Affari Internazionali ricorda che durante un’audizione parlamentare riguardo le linee programmatiche della Difesa italiana nel 2022, il Ministro Crosetto aveva toccato anche il tema delle missioni internazionali, manifestando l’intenzione di cambiare radicalmente l’approccio nazionale.
Durante la sua audizione, Crosetto aveva messo in guardia rispetto alla necessità di deliberare sulle missioni internazionali in tempi celeri, pena un’insufficiente copertura politica delle missioni sul fronte interno e un’insufficiente credibilità dell’Italia all’estero.
Secondo fonti della Difesa, i militari italiani sono dispiegati in 24 nazioni che spaziano dalla regione Artica e dal Baltico verso sud attraverso il Fianco Est della NATO, dal Golfo Persico verso Ovest attraverso il Corno d’Africa e il Medio Oriente, il Mediterraneo, il Nord Africa, il Sahel fino al Golfo di Guinea e in Antartide.
Sul Fianco Est – quello oggi più vicino al fronte di guerra – ci sono oltre 1.250 militari italiani in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, in quest’ultima l’Italia ha il comando, con reparti dell’Esercito nell’ambito delle misure di enhanced Forward Presence (eFP) e di enhanced Vigilance Activity (eVA) della NATO. In Romania una Task Force dell’Aeronautica è impegnata con i velivoli EF-2000 “Typhoon” nell’ambito della NATO enhanced Air Policing per la sorveglianza degli spazi aerei aderenti alla NATO.
Sono ormai una netta minoranza le missioni militari all’estero in ambito Onu. La mistificazione del “Peace keeping” è andata a farsi benedire da un pezzo. Possiamo dire che l’Italia guidata da queste classi dirigenti la guerra se la va proprio a cercare, non da oggi ma oggi più di ieri.
Fonte
Oltre a inzeppare di armamenti l’Ucraina e trascinarci dentro una guerra, il governo ha in cantiere il rafforzamento delle missioni militari in alcuni paesi strategici del continente africano, in particolare Libia, Niger e Burkina Faso.
È stata infatti istituita una nuova missione – la EU Military Partnership Mission in Niger – dove è già presente un consistente contingente militare italiano. La EUMPM Niger si aggiunge alla Missione Italiana Bilaterale di Supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) dove ufficialmente i militari italiani sono impegnati a “contrastare la minaccia alla stabilità e alla convivenza civile”.
In realtà il contingente militare italiano in Niger, insieme a quelli francese e tedesco, è lì a presidiare le materie prime strategiche di cui il paese (poverissimo) è invece ricco.
Anche in Libia, con la nuova missione europea, l’Italia rafforzerà la propria presenza militare oltre a quella già operativa “a protezione dell’ospedale di Misurata”. La EU Border Assistance Mission in Libia si somma infatti alla Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia. Il contingente militare italiano è in Libia dal 2017, quando l’allora Governo Gentiloni sottoscrisse un Memorandum con Tripoli, recentemente rinnovato dall’attuale esecutivo.
Il comunicato diffuso dal Consiglio dei Ministri recita che “la strategia di impiego dello strumento militare continua a basarsi sulla tradizionale adesione alle iniziative delle Organizzazioni Internazionali di riferimento per il nostro Paese”. In pratica Nato e Unione Europea, sempre meno l’Onu.
Una prima dimostrazione di tale funzione è l’assunzione del comando italiano della missione militare della Nato in Iraq, dove sono già impegnati circa 610 soldati italiani e 100 veicoli. Una conferma della presenza militare italiana in quello che viene definito come “Mediterraneo allargato” dove l’Italia vuole assumere una leadership crescente.
Ma le ambizioni di un governo guerrafondaio come l’attuale si allargano ancora di più. Tanto da aver assunto impegni militari anche “all’esterno del Mediterraneo allargato” dove “permane l’esigenza di mantenere una presenza navale nell’area indopacifica".
Poche settimane fa il pattugliatore militare Morosini è salpato verso est. Nella prima fase verrà impegnato a supporto dell’Operazione Agenor che è parte della missione europea nello Stretto di Hormuz. Successivamente, il Morosini si sposterà verso l’Indo-Pacifico, dove è previsto che toccherà Giappone e Corea del Sud. All’operazione del Morosini seguirà l’invio di una formazione che comprenderà la portaerei Cavour un cacciatorpediniere, una fregata e un rifornitore di squadra. Una operazione militare in funzione apertamente anticinese.
L’Italia adesso è praticamente impegnata in oltre 40 missioni militari internazionali.
La newsletter Affari Internazionali ricorda che durante un’audizione parlamentare riguardo le linee programmatiche della Difesa italiana nel 2022, il Ministro Crosetto aveva toccato anche il tema delle missioni internazionali, manifestando l’intenzione di cambiare radicalmente l’approccio nazionale.
Durante la sua audizione, Crosetto aveva messo in guardia rispetto alla necessità di deliberare sulle missioni internazionali in tempi celeri, pena un’insufficiente copertura politica delle missioni sul fronte interno e un’insufficiente credibilità dell’Italia all’estero.
Secondo fonti della Difesa, i militari italiani sono dispiegati in 24 nazioni che spaziano dalla regione Artica e dal Baltico verso sud attraverso il Fianco Est della NATO, dal Golfo Persico verso Ovest attraverso il Corno d’Africa e il Medio Oriente, il Mediterraneo, il Nord Africa, il Sahel fino al Golfo di Guinea e in Antartide.
Sul Fianco Est – quello oggi più vicino al fronte di guerra – ci sono oltre 1.250 militari italiani in Lettonia, Ungheria e Bulgaria, in quest’ultima l’Italia ha il comando, con reparti dell’Esercito nell’ambito delle misure di enhanced Forward Presence (eFP) e di enhanced Vigilance Activity (eVA) della NATO. In Romania una Task Force dell’Aeronautica è impegnata con i velivoli EF-2000 “Typhoon” nell’ambito della NATO enhanced Air Policing per la sorveglianza degli spazi aerei aderenti alla NATO.
Sono ormai una netta minoranza le missioni militari all’estero in ambito Onu. La mistificazione del “Peace keeping” è andata a farsi benedire da un pezzo. Possiamo dire che l’Italia guidata da queste classi dirigenti la guerra se la va proprio a cercare, non da oggi ma oggi più di ieri.
Fonte
11/08/2021
Diecimila militari italiani operativi nel “Mediterraneo allargato”
A metà luglio è stato approvato alla Camera, come al solito a larghissima maggioranza, il decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero presentato dal governo Draghi.
Il Decreto prevede e finanzia circa 40 missioni internazionali in tre continenti: 38 erano già in corso nel 2020, mentre due saranno inaugurate quest’anno. Il personale militare dispiegato all’estero raggiunge le 9.449 unità, un numero del 26% superiore a quello del 2020 nonostante la fine della missione Nato in Afghanistan.
Tra le attività confermate per l’anno 2021 risultano ancora quelle nell’area balcanica, con la KFOR in Kosovo – attualmente a guida italiana – nel contesto della missione NATO Joint Enterprise, poi ci sono altri 8 diversi dispositivi multi-area in Europa, tra cui l’Operazione Mare Sicuro nel Mediterraneo.
Ma tra le novità più importanti – ed inquietanti – c’è l’operazione di sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz che collega il Golfo di Oman al Golfo Persico. La missione rientra nella più ampia iniziativa politico-militare Emasoh, a guida francese, che attualmente riunisce otto Paesi europei. Il contributo italiano per ora è limitato al dispiegamento di un dispositivo aeronavale per lo svolgimento di attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nell’area interessata. Si tratta di un teatro a rischio escalation tra Iran e Arabia Saudita, dove le unità navali europee, per ora, hanno un profilo poco più che simbolico.
L’altra missione militare che costituisce un elemento di novità sarà invece il ritorno di soldati italiani in Somalia, dove l’Italia prenderà parte alla missione Onu Unsom ufficialmente mirata al “supporto delle istituzioni locali per l’istituzione di pace e stabilità”.
Ma questa nuova missione va ad incrementare la già consistente presenza italiana nell’area, dove sono in corso da oltre un decennio le missioni europee Eunavfor Atlanta, Eutm Somalia – attualmente sotto la guida italiana – ed Eucap Somalia.
Ci sono poi le missioni militari in Medio Oriente, con 9 missioni italiane già in corso. In Iraq, l’Italia continuerà a supportare le istituzioni di sicurezza locali, sia nell’ambito della cosiddetta Coalizione internazionale per il contrasto all’Isis sia nel contesto della ben più ridotta Euam Iraq. A partire da maggio 2022, l’Italia sarà alla guida della Nato Mission Iraq, mirata non solo all’addestramento e assistenza delle autorità locali nella lotta all’Isis, ma anche al rafforzamento del controllo dei confini nazionali e al ripristino della sovranità statale dell’Iraq.
In Libano le missioni militari italiane proseguono anche dopo la conclusione della Emergenza Cedri, con il confermato rinnovo dell’Operazione Leonte – inserita nel più ampio contesto della missione Onu Unifil, ora di nuovo a guida italiana – che vede adesso l’Italia impegnata, oltre che sul territorio, anche in attività di ricognizione delle coste libanesi.
Il teatro nel quale sono cresciute esponenzialmente le missioni militari italiane è l’Africa, la quale si conferma come il continente in cui l’Italia è maggiormente coinvolta, con ben 17 missioni in corso. Tra le attività più rilevanti in termini di stanziamento di unità e risorse economiche figurano la Task Force Takuba, per il contrasto della minaccia terroristica nella regione del Sahel (con militari italiani in Niger e Mali) e l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale nel Golfo di Guinea per il monitoraggio dell’area.
Il dibattito sul rinnovo delle missioni, è stato un po’ più vivace in merito al supporto italiano alle istituzioni libiche preposte al controllo dei confini marittimi, rispetto al quale si verificano sistematiche violazioni di diritti umani, abusi e violenze. Negli ultimi quattro anni, l’Italia ha investito ingenti risorse nell’equipaggiamento, addestramento e supporto tecnico alle autorità di Tripoli, anche tramite l’invio di decine di militari – oltre ad una nave officina – nella base libica di Abu Sitta.
Secondo la newsletter Affari Internazionali, con il rinnovo delle operazioni già in atto e l’inaugurazione di quelle in Somalia e Medio Oriente, “l’Italia intende assicurare, e se possibile, potenziare la propria presenza militare e politica in alcune delle aree che il Governo considera di maggiore rilievo strategico per il Paese”.
Aree comprese, in quello che nella visione italiana viene ormai definita come la regione del “Mediterraneo allargato” alla quale fa esplicito riferimento la delibera del Consiglio dei ministri sulle missioni militari all’estero.
Si tratta di una regione sulla quale gli Usa stanno dimostrando meno interesse che in passato, preoccupati più dall’intervento nell’area dell’Indo-Pacifico, un cambiamento che ha posto agli interessi strategici italiani la necessità di ripensare il proprio approccio.
Fonte
Il Decreto prevede e finanzia circa 40 missioni internazionali in tre continenti: 38 erano già in corso nel 2020, mentre due saranno inaugurate quest’anno. Il personale militare dispiegato all’estero raggiunge le 9.449 unità, un numero del 26% superiore a quello del 2020 nonostante la fine della missione Nato in Afghanistan.
Tra le attività confermate per l’anno 2021 risultano ancora quelle nell’area balcanica, con la KFOR in Kosovo – attualmente a guida italiana – nel contesto della missione NATO Joint Enterprise, poi ci sono altri 8 diversi dispositivi multi-area in Europa, tra cui l’Operazione Mare Sicuro nel Mediterraneo.
Ma tra le novità più importanti – ed inquietanti – c’è l’operazione di sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz che collega il Golfo di Oman al Golfo Persico. La missione rientra nella più ampia iniziativa politico-militare Emasoh, a guida francese, che attualmente riunisce otto Paesi europei. Il contributo italiano per ora è limitato al dispiegamento di un dispositivo aeronavale per lo svolgimento di attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nell’area interessata. Si tratta di un teatro a rischio escalation tra Iran e Arabia Saudita, dove le unità navali europee, per ora, hanno un profilo poco più che simbolico.
L’altra missione militare che costituisce un elemento di novità sarà invece il ritorno di soldati italiani in Somalia, dove l’Italia prenderà parte alla missione Onu Unsom ufficialmente mirata al “supporto delle istituzioni locali per l’istituzione di pace e stabilità”.
Ma questa nuova missione va ad incrementare la già consistente presenza italiana nell’area, dove sono in corso da oltre un decennio le missioni europee Eunavfor Atlanta, Eutm Somalia – attualmente sotto la guida italiana – ed Eucap Somalia.
Ci sono poi le missioni militari in Medio Oriente, con 9 missioni italiane già in corso. In Iraq, l’Italia continuerà a supportare le istituzioni di sicurezza locali, sia nell’ambito della cosiddetta Coalizione internazionale per il contrasto all’Isis sia nel contesto della ben più ridotta Euam Iraq. A partire da maggio 2022, l’Italia sarà alla guida della Nato Mission Iraq, mirata non solo all’addestramento e assistenza delle autorità locali nella lotta all’Isis, ma anche al rafforzamento del controllo dei confini nazionali e al ripristino della sovranità statale dell’Iraq.
In Libano le missioni militari italiane proseguono anche dopo la conclusione della Emergenza Cedri, con il confermato rinnovo dell’Operazione Leonte – inserita nel più ampio contesto della missione Onu Unifil, ora di nuovo a guida italiana – che vede adesso l’Italia impegnata, oltre che sul territorio, anche in attività di ricognizione delle coste libanesi.
Il teatro nel quale sono cresciute esponenzialmente le missioni militari italiane è l’Africa, la quale si conferma come il continente in cui l’Italia è maggiormente coinvolta, con ben 17 missioni in corso. Tra le attività più rilevanti in termini di stanziamento di unità e risorse economiche figurano la Task Force Takuba, per il contrasto della minaccia terroristica nella regione del Sahel (con militari italiani in Niger e Mali) e l’impiego di un dispositivo aeronavale nazionale nel Golfo di Guinea per il monitoraggio dell’area.
Il dibattito sul rinnovo delle missioni, è stato un po’ più vivace in merito al supporto italiano alle istituzioni libiche preposte al controllo dei confini marittimi, rispetto al quale si verificano sistematiche violazioni di diritti umani, abusi e violenze. Negli ultimi quattro anni, l’Italia ha investito ingenti risorse nell’equipaggiamento, addestramento e supporto tecnico alle autorità di Tripoli, anche tramite l’invio di decine di militari – oltre ad una nave officina – nella base libica di Abu Sitta.
Secondo la newsletter Affari Internazionali, con il rinnovo delle operazioni già in atto e l’inaugurazione di quelle in Somalia e Medio Oriente, “l’Italia intende assicurare, e se possibile, potenziare la propria presenza militare e politica in alcune delle aree che il Governo considera di maggiore rilievo strategico per il Paese”.
Aree comprese, in quello che nella visione italiana viene ormai definita come la regione del “Mediterraneo allargato” alla quale fa esplicito riferimento la delibera del Consiglio dei ministri sulle missioni militari all’estero.
Si tratta di una regione sulla quale gli Usa stanno dimostrando meno interesse che in passato, preoccupati più dall’intervento nell’area dell’Indo-Pacifico, un cambiamento che ha posto agli interessi strategici italiani la necessità di ripensare il proprio approccio.
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