Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/04/2026

Teologia dello sterminio

L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su cui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.

Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese ed araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.

Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto ad esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.

L’adesione della popolazione israeliana a questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre agli occhi della popolazione.

E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.

Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.

Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità ad esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.

In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro soggetto con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).

Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.

Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?

La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.

Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.

Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità... 

Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.

È chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.

Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che con quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).

Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato in questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.

Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. È parzialmente vero, ma è un falso.

Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. Ed anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.

La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.

Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano ad insegnarci moltissimo.

E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).

Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.

Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.

Questa ricerca “biblico-giornalistica” di Lavinia Marchetti, a cavallo tra testi “sacri” e dichiarazioni politiche degli attuali ministri di Israele, permette di soppesare quanto di quel che ognuno di noi sa o pensa di Israele e quel che invece, e purtroppo, è.

Buona lettura.

*****

Teologia dello sterminio - Breve vocabolario del messianismo sionista contemporaneo

di Lavinia Marchetti

Premessa

L’indagine sulle radici profonde del conflitto (perpetuo) che logora la terra tra il Giordano e il Mediterraneo impone di guardare oltre la superficie dei rapporti di forza militari. Se l’osservatore si limita a contare i battaglioni, i fronti di guerra aperti da Israele, rischia di smarrire il nucleo che orienta le scelte di una parte consistente della leadership e della base sociale israeliana.

Esiste un sistema di significati che ha smesso di appartenere esclusivamente alle accademie rabbiniche per farsi prassi politica e giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema.

Questo sistema trasforma la contesa territoriale in una vicenda cosmica. Le parti in causa perdono la loro fisionomia umana per assumere ruoli prestabiliti in un disegno di redenzione che ammette poche mediazioni.

Il massacro del 7 ottobre 2023, pur nella sua atroce concretezza, è stato assorbito dentro questa struttura concettuale. Ha agito come un acceleratore per processi di radicalizzazione che erano già operativi nel profondo della società israeliana.

La comprensione di termini quali Gog e Magog, Amalek o Erev Rav permette di decifrare una realtà in cui la prudenza diplomatica si fa colpa e la distruzione totale dell’avversario viene percepita come un dovere assoluto.

Ovviamente questo breve testo è solo un accenno al tema, un tema complesso che investe più di duemila anni di storia. Però, per orientarsi in categorie per molti sconosciute, può essere un punto di partenza per poi approfondire ulteriormente.

Gog e Magog

“Siamo i figli della luce, mentre loro sono i figli delle tenebre; l’umanità contro la legge della giungla. Realizzeremo la profezia di Isaia e la battaglia sarà vinta non solo per noi, ma per l’intera civiltà contro le forze del male che cercano di riportarci in un’era di oscurità” [Benjamin Netanyahu, Discorso all’apertura della sessione invernale della Knesset, Gerusalemme, 16 ottobre 2023, Ministero degli Affari Esteri d’Israele]

La profezia contenuta nei capitoli trentotto e trentanove del libro di Ezechiele costituisce il fulcro di questa trasposizione bellica.

Il testo biblico evoca la figura di Gog, principe supremo di Mesec e Tubal, che muove dal settentrione alla testa di una schiera sterminata per assalire un Israele restituito alla propria terra. Il profeta descrive un assalto condotto sul finire degli anni contro un popolo radunato dalle nazioni che abita fiducioso in villaggi privi di sbarre.

La ricerca accademica di Lydia Lee sottolinea come gli attributi letterari di questo nemico riflettano quelli precedentemente assegnati agli alleati politici di Giuda, suggerendo una natura composita dell’avversario.

Mentre alcuni studiosi identificano Gog come un codice per il re babilonese Nabucodonosor, critici contemporanei come Klein leggono in lui una personificazione di tutte le potenze ostili che si parano dinanzi al cammino nazionale.

Questa lettura biblica nomina esplicitamente la Persia accanto a popoli come l’Etiopia o Put, fornendo la base per la sovrapposizione ideologica con l’attuale Repubblica Islamica.

Nel vocabolario del messianismo sionista contemporaneo, l’Iran cessa di essere un attore politico regionale con interessi strategici per diventare l’incarnazione di questo antagonista finale. L’identificazione di Gog con l’Iran moderno permette di depoliticizzare il conflitto. Lo eleva a un piano dove svanisce la possibilità di negoziazione.

Se l’avversario è il nemico predetto dai profeti, la guerra non è guerra in quanto tale, ma un consequenziale passaggio obbligato verso “la salvezza”.

La tradizione rabbinica e cristiana ha ciclicamente adattato queste categorie ai propri avversari, passando dai Romani ai Mongoli fino alla Russia sovietica. Oggi l’enfasi sulla minaccia sciita serve a dare un senso redentivo alla violenza subita e inflitta. Il dolore viene allora interpretato come segnale del “parto messianico” (come vedremo successivamente) e non come un male da arginare.

Quando i missili solcano il cielo, la lettura messianica suggerisce che queste siano le doglie necessarie perché nasca un ordine nuovo. In tale scenario il nemico viene disumanizzato, non è un popolo che fa rivendicazioni territoriali ma “il” nemico che fa diventare la guerra lo strumento di un evento epocale in cui Dio manifesta la propria potenza attraverso la catastrofe dell’aggressore (una delle letture del 7 ottobre 2023 che in qualche modo spiega anche il lassismo negli interventi di protezione e soccorso).

“Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, volgi la faccia verso Gog nel paese di Magog, principe supremo di Mesec e Tubal, e profetizza contro di lui. Dirai: Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe supremo di Mesec e Tubal. Ti volterò, ti metterò ganci alle mascelle e ti trascinerò con tutto il tuo esercito” (Ezechiele 38, 1-4, La Sacra Bibbia)

Kiddush HaShem

“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

Il concetto di Kiddush HaShem, ovvero la santificazione del Nome divino, rappresenta uno dei nuclei più profondi dell’etica ebraica, ma la sua interpretazione ha subito una mutazione radicale nel passaggio dalla diaspora alla sovranità statale.

In epoca medievale, il termine era indissolubilmente legato alla dimensione del martirio e della purezza religiosa. Gli studi evidenziano una divergenza significativa tra il modello sefardita di Maimonide, propenso a preservare la vita in contesti di persecuzione, e quello aschenazita dell’epoca delle Crociate.

In quest’ultimo ambito, la santificazione si esprimeva nel sacrificio estremo, con tradizioni che prevedevano l’uso delle vesti dei martiri per confezionare i paramenti sacri delle sinagoghe. Era un tempo in cui l’ebreo onorava Dio morendo per non abiurare alla Legge.

Con l’ascesa del sionismo religioso, specialmente dopo il 1967, questa categoria ha abbandonato la passività del martirio per farsi dottrina della conquista territoriale.

Rav Soloveitchik sostenne che la nascita dello Stato di Israele rappresentasse di per sé una santificazione del Nome dinanzi al mondo cristiano, ribaltando secoli di narrazioni sulla debolezza ebraica.

La santificazione non passa più per la condotta morale del singolo credente, ma investe la storia come campo di prova collettivo. La forza armata diventa lo strumento privilegiato per dimostrare che il tempo dell’esilio è terminato.

La torsione più violenta giunge con Meir Kahane. Nel suo saggio del 1976, Kahane sostiene che lo Stato ebraico sia sorto non come premio per gli ebrei, ma come punizione inflitta da Dio ai Gentili per le persecuzioni passate.

In questa prospettiva, la forza militare è un atto devozionale. La vittoria sul campo di battaglia e il timore suscitato negli avversari diventano la prova suprema della gloria divina. La violenza si trasforma in un’affermazione di potere che non ammette mediazioni umane, liberando il soldato dalla responsabilità individuale e iscrivendo i suoi gesti in una missione di purificazione del mondo.

“Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore. Eviterete di profanare il mio santo nome, perché io sia santificato in mezzo agli Israeliti. Io sono il Signore che vi santifica” (Levitico 22, 31-32, La Sacra Bibbia)

Hillul HaShem

“Smettere di pregare sul Monte perché abbiamo timore delle minacce arabe costituisce un enorme Hillul HaShem, un’umiliazione inaccettabile per il Dio d’Israele. Dobbiamo dimostrare chi siano i padroni di casa in questo luogo sacro senza mostrare esitazioni” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Intervista a Radio Kol Berama, Gerusalemme, 24 agosto 2023).

Il contrappeso speculare della santificazione è Hillul HaShem, la profanazione del Nome divino. In senso classico, questo termine designa qualunque comportamento che reca vergogna alla comunità o che disonora la Legge.

Nel lessico del nazionalismo estremo, la profanazione viene riempita di contenuti politici e territoriali inediti. La ritirata da un insediamento, il compromesso sui confini o la rinuncia all’annientamento del nemico sono interpretati come segni di debolezza che umiliano la divinità davanti alle nazioni.

Tale mentalità spiega come la teologia penetri direttamente nel fare la guerra. La prudenza politica viene degradata come una colpa religiosa, rendendo impraticabile qualsiasi forma di moderazione strategica. Se cedere una porzione della terra promessa significa profanare il Nome, allora la pace diventa un atto di apostasia.

Meir Kahane sostenne con vigore che ciascuna affermazione di forza israeliana risultava necessaria per lavare l’offesa della Shoah. L’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995 trova le sue radici in questo clima di intolleranza sacralizzata.

Definire un leader politico come un profanatore del Nome permette di trasformare immediatamente il sui omicidio politico in un dovere religioso. Quando il nemico esterno non basta più a sostenere la tensione messianica, il marchio di Hillul HaShem viene rivolto verso l’interno. Esso colpisce chiunque cerchi di fermare la macchina della guerra o proponga soluzioni di convivenza, espellendo il dissenziente dal perimetro della legittimità nazionale.

“Non avrai altro Dio fuori di me... Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce l’iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano” (Esodo 20, 3-5, La Sacra Bibbia)

Chevlei Mashiah

“La guerra all’interno della Striscia di Gaza sarà lunga e faticosa, ma noi siamo pronti a ciascuna prova. Questa rappresenta la nostra seconda guerra di indipendenza e porterà a una vittoria del bene sul male, affinché la vita prevalga finalmente sulla morte” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

L’espressione Chevlei Mashiah indica i dolori del parto messianico, la fase di tribolazione estrema che precede la fine dei tempi. Si tratta di un’immagine che descrive un mondo in preda al caos, alle guerre e alla carestia.

Se nelle fonti rabbiniche questa idea suscitava paura, nel sionismo messianico contemporaneo viene usata per dare un senso provvidenziale alla sofferenza. Il collasso dell’ordine e il dolore dei civili diventano passaggi obbligati verso la redenzione.

Questa lettura trasforma la catastrofe in un segno di speranza paradossale. Più la situazione peggiora, più si crede che la salvezza sia vicina. La violenza non è un sintomo di fallimento o qualcosa da “evitare”, anzi è l’annuncio che il vecchio mondo sta morendo per lasciare spazio al regno di Dio sulla terra.

Questa ideologia della catastrofe disarma l’opposizione morale alla guerra, perché suggerisce che ogni tentativo di alleviare il dolore sia un ostacolo al compimento del piano divino.

La sofferenza dei palestinesi, ridotti a semplici spettatori o vittime di questo travaglio, viene completamente cancellata. Essi non sono considerati esseri umani con diritti, ma semplici elementi di un paesaggio che deve essere purificato.

La violenza inflitta a Gaza diventa allora solo un sintomo della ferocia necessaria perché il nuovo ordine possa finalmente manifestarsi. Così, la destra israeliana giustifica il genocidio.

“Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e lancia lamenti nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito e abbiamo sentito i dolori come se dovessimo partorire” (Isaia 26, 17-18, La Sacra Bibbia)

Mashiach Ben Yosef

“Abbiamo fiducia nel nostro cammino e sconfiggeremo queste bestie umane con piena forza fino a cancellarle. La spada di Davide è stata estratta dal fodero e l’arco di Gionata non tornerà indietro finché la missione non sarà compiuta” (Benjamin Netanyahu, Discorso ai soldati della 98a Divisione IDF, 12 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La tradizione mistica e rabbinica parla di due figure messianiche distinte. Mashiach ben Yosef è il redentore precursore, incaricato della preparazione materiale, della raccolta degli esuli e della guerra contro i nemici. La sua opera è terrena, politica e spesso segnata dal sacrificio. Mashiach ben David appartiene invece al compimento spirituale e alla sovranità definitiva.

Il rabbino Abraham Isaac Kook ha riletto il sionismo laico come la manifestazione di Mashiach ben Yosef. Anche se i pionieri non erano osservanti, il loro lavoro di costruzione dello Stato e di difesa del territorio era iscritto in un disegno sacro.

Questa interpretazione ha permesso di unire il nazionalismo moderno con la speranza religiosa, dando una consacrazione teologica all’esercito e alle istituzioni civili. La forza armata non è allora una necessità contingente, ma una fase preliminare della redenzione finale.

In questo quadro si inserisce il testo Kol HaTor, che propone una visione attiva della salvezza. La redenzione avviene attraverso un accumulo di atti storici e politici, i famosi 999 passi.

La vittoria militare diventa la prova del favore divino e un anticipo della gloria futura. La politica della forza viene così sottratta al giudizio umano e consegnata alla teleologia, rendendo ogni avanzata territoriale un passo avanti verso il regno messianico.

“Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bufalo. Egli divora le genti che lo avversano e spezza le saette scagliate contro di lui” (Numeri 24, 7-8, La Sacra Bibbia)

Amalek

“Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia. E noi ricordiamo, e stiamo combattendo. I nostri valorosi soldati si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni con l’obiettivo di distruggere il nemico” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La categoria di Amalek rappresenta nel sistema dottrinale del messianismo coloniale lo strumento di legittimazione suprema per l’eliminazione fisica dell’avversario. Nella Bibbia, Amalek è la nazione che attacca gli israeliti in cammino nel deserto, colpendo i più deboli e gli esausti che chiudono la carovana.

Questo gesto istituisce un comando divino di ostilità perpetua che non prevede tregua. Il testo di Samuele è esplicito nel prescrivere lo sterminio totale, ingiungendo di non risparmiare nessuno e di mettere a morte uomini e donne, fanciulli e lattanti.

Si tratta di un nemico archetipico che la ricerca accademica di Atalia Omer definisce attraverso il processo di “Amalekizzazione”, ovvero la trasformazione di un popolo contemporaneo nella personificazione metafisica del male assoluto.

Il richiamo a questa figura è uscito dalle dispute esegetiche ed è diventato discorso pubblico di governo. Il 28 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha dichiarato solennemente: «Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto», citando il comando del Deuteronomio nel momento dell’avvio dell’offensiva di terra su Gaza.

Questo riferimento fissò una precisa istruzione operativa rivolta a un esercito in cui la presenza di gruppi ultranazionalisti è in crescita costante. Nel vocabolario dei soldati sul campo, l’identificazione dei palestinesi con Amalek serve a superare ciascuna barriera morale verso l’uso della forza indiscriminata.

Il saggio di Yagil Levy documenta come questo nuovo discorso violento coltivi la vendetta come giustificazione sufficiente, trasformando lo sterminio in un comando religioso che libera l’esecutore da qualunque rimorso.

L’analisi di Carl Schmitt sull’archetipo del nemico assoluto trova in questa riattivazione di Amalek un riscontro concreto. Se l’avversario è il male in quanto tale, allora la sua distruzione è l’unico modo per ristabilire la santità del mondo.

La letteratura accademica evidenzia come questa lettura produca una licenza per il genocidio (al-ibada\ al-jama’iya), poiché l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia alla divinità e dunque allo Stato che in massimo grado la rappresenta.

Netanyahu ha ribadito questo concetto più volte, parlando di una lotta tra “i figli della luce” e “i figli delle tenebre”, iscrivendo il massacro di Gaza in una sequenza di giustizia divina. La deumanizzazione che ne deriva è totale. I civili scompaiono per lasciare posto a parassiti o animali umani destinati all’eradicazione.

In questo scenario la politica si fa teologia della morte, rendendo le avanzate militari un rito di purificazione della terra sacra attraverso il sangue dei nemici, compresi i bambini. Se non capiamo questo continueremo a chiederci: “Ma come fanno a uccidere neonati?”. Semplice, sono educati a vederli come forme del male. Dissimili da loro. Demoni.

“Ora va’ e colpisci Amalek, e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene. Evita di risparmiarli, ma uccidi uomini e donne insieme ai bambini e ai lattanti, arrivando ai buoi e alle pecore fino ai cammelli e agli asini” (Samuele 15, 3, La Sacra Bibbia)

Ishmael

“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).

La figura di Ishmael, figlio di Abramo e Hagar, è stata storicamente associata al mondo arabo e musulmano. In molte esegesi tardoantiche e medievali, Ishmael entra nel quadro escatologico come la forza che opprime Israele prima della redenzione.

Nel vocabolario del nazionalismo religioso, questa figura viene irrigidita in un antagonista perenne, destinato alla sottomissione. Il conflitto attuale viene riletto come l’episodio terminale della lotta con Ishmael.

La resistenza palestinese e la presenza musulmana nei luoghi santi sono viste come afflizioni necessarie che precedono il compimento finale. L’Islam viene descritto come un regno di argilla destinato a crollare davanti alla forza di ferro dello Stato ebraico, secondo una lettura parziale del libro di Daniele.

Questa tipizzazione riduce la complessità storica a una faida familiare millenaria, dove la vittoria di Isacco deve essere ristabilita attraverso la sottomissione di Ishmael.

La teologia entra così nella pianificazione urbana e nella gestione dei territori occupati. Ogni tentativo palestinese di mantenere un legame con la propria terra è visto come un atto di ribellione contro il decreto divino. La sovranità israeliana deve manifestarsi in modo assoluto per dimostrare che il tempo della sottomissione ebraica è finito.

La lotta per la terra si trasforma in una lotta per la legittimità religiosa, dove l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia all’ordine sacro.

“L’angelo del Signore le disse ancora: Ecco, sei incinta e partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele. Egli sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli” (Genesi 16, 11-12, La Sacra Bibbia)

Erev Rav

“Mentre combattiamo i nemici esterni, dobbiamo guardarci dai traditori interni che continuano a incitare contro il governo e la nazione. Questi elementi rappresentano una piaga che inquina la nostra purezza e ostacola il cammino verso la redenzione collettiva” (Estratto dalle osservazioni diffuse dai circoli vicini alla presidenza del Consiglio, citato in report sulla polarizzazione interna, YNet, 14 ottobre 2023).

L’espressione Erev Rav indica la moltitudine mista che scelse di seguire gli israeliti durante la fuga dall’Egitto. Se nel testo dell’Esodo la definizione appare neutra, la sapienza rabbinica e la letteratura mistica hanno trasformato questo gruppo nel corpo estraneo responsabile delle peggiori cadute morali e politiche.

Il Zohar individua in tali anime l’origine dell’idolatria del vitello d’oro, descrivendole come manipolatori che cercarono di deviare il popolo dalla retta via fin dal primo istante. Attraverso l’acronimo “nega ra”, ovvero una piaga maligna, il testo descrive cinque specie di intrusi che inquinano la purezza nazionale: i caduti, i superbi, coloro che seminano disordine, i traditori e gli eredi di Amalek.

La dottrina della reincarnazione suggerisce che simili esseri ritornino in ciascuna epoca, infiltrandosi nelle posizioni di comando per ostacolare il cammino verso la redenzione.

Nelle visioni contenute nel Kol HaTor, attribuito ai discepoli del Gaon di Vilna, lo scontro con l’Erev Rav viene descritto come la sfida più amara della fine dei giorni. Essi sono accusati di agire attraverso l’inganno, ponendosi come falsi amici per poi spezzare il legame tra le figure messianiche.

Nel panorama politico israeliano contemporaneo, specialmente tra le frange dell’ultranazionalismo religioso, questa categoria serve a teologizzare la guerra civile simbolica. La dirigenza laica, i movimenti liberali e i fautori dell’universalismo vengono additati come la manifestazione odierna dell’Erev Rav.

Definire un avversario interno in questi termini permette di spogliarlo di legittimità umana, trasformando il dissenso in un peccato contro Dio. L’uso di tale espressione apre una via verso l’esclusione sociale radicale. Se l’altro viene percepito come un intruso annidato nel corpo della nazione, allora la sua repressione diventa un dovere per garantire la salvezza collettiva.

La massima del profeta Isaia, secondo cui i distruttori provengono dall’interno, viene invocata per giustificare la caccia al nemico che abita nelle stesse città. Questa retorica ha alimentato la delegittimazione di esponenti dello Stato considerati troppo inclini al compromesso o critici verso l’uso della forza, identificandoli come un corpo estraneo da purificare per permettere il compimento del piano redentivo.

In tal modo la fede si trasforma in uno strumento di epurazione che rifiuta il pluralismo, pretendendo una uniformità che espelle chiunque sia ritenuto insufficientemente fedele.

“Gli Israeliti partirono da Ramesse alla volta di Succot, in numero di circa seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Anche una folla mista di gente di ciascuna specie salì con loro” (Esodo 12, 37-38, La Sacra Bibbia)

Geulah

“L’insediamento in ciascuna porzione della terra d’Israele costituisce la redenzione stessa, poiché realizza il piano divino che ci riporta a essere un popolo sovrano. La nostra missione supera il semplice calcolo politico per insediarsi nel compimento della promessa eterna” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento alla Conferenza di Katif, Gerusalemme, 7 agosto 2023).

Geulah, ovvero redenzione, trasmuta il suo significato originario da invocazione escatologica a categoria operativa. Se nella tradizione ebraica classica la redenzione appariva come un orizzonte metafisico, un riscatto affidato interamente all’iniziativa divina per liberare il popolo d’Israele dall’umiliazione storica della dispersione (Galut), nell’ottica del sionismo religioso essa subisce un ribaltamento concettuale radicale.

La Geulah smette di essere un’attesa per farsi “lettura del presente”, scendendo dalle regioni eteree dell’attesa divina, per informare l’esercito, le istituzioni e la gestione dei confini. Si assiste, dunque, a una vera e propria secolarizzazione invertita.

Il sacro non si uniforma al mondano, ma il mondano viene sussunto integralmente entro una cronologia sacra che non ammette pause o arretramenti. Il concetto di redenzione, inteso come riapertura di un vincolo spezzato tra popolo, terra e promessa, diviene nel contesto israeliano attuale un dispositivo di interpretazione della storia in atto.

Non siamo davanti a un tempo lineare, storico e se vogliamo “astratto”, ma a quello che Walter Benjamin definiva Jetztzeit, un tempo “pieno” di “adesso”, in cui ogni evento politico porta in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.

In questa prospettiva, la sovranità riacquistata è l’evidenza empirica di un processo teologico inarrestabile. La Geulah, dunque, si “attacca ai fatti”, trasformando il bulldozer e il posto di blocco in strumenti di una prassi che non riconosce più la distinzione tra ordine del profano e ordine del sacro.

“Io ristabilirò la sorte del mio popolo Israele: riedificheranno le città desolate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dal suolo che io ho dato loro” (Amos 9, 14-15, La Sacra Bibbia)

Atchalta de Geulah

“L’inizio della redenzione sta avvenendo indubbiamente davanti ai nostri occhi e gli occhi di ciascun individuo dotato di spirito devono elevarsi verso questa realtà. La mano di Dio dirige gli eventi storici verso un fine che non ammette arretramenti né compromessi territoriali” (Rabbi Zvi Yehuda Kook, citato come riferimento dottrinale dai ministri del sionismo religioso, Londra, 1917).

L’espressione aramaica Atchalta de Geulah, ovvero “l’inizio della redenzione”, rappresenta il nucleo pulsante di questa nuova teologia politica. In certi ambienti religiosi nazionalisti, lo Stato d’Israele non è visto come un rifugio perseguitato, ma come l’apertura effettiva del tempo redentivo.

Questa formula agisce come un convertitore alchemico dove ogni avanzata militare, dalla vittoria del 1967 alla colonizzazione della Cisgiordania, cessa di appartenere alla cronaca bellica. Viene letteralmente assorbita nella cronologia messianica.

Se lo Stato è l’inizio della redenzione, allora la sovranità ebraica è un valore metafisico indisponibile. Ogni atto di governo è investito di una sacralità che scavalca la dialettica democratica e il diritto internazionale, ponendo l’azione statale sotto l’egida di un mandato divino inappellabile.

La potenza di questa visione risiede nella sua capacità di neutralizzare il “fallimento” come categoria storica. Se la storia è governata dalla necessità redentiva, ogni arretramento o concessione territoriale diviene una “ferita teologica”. La politica non è altro che l’esecuzione di un piano escatologico.

Questo approccio si scontra frontalmente con il monito di Yeshayahu Leibowitz, il quale avvertiva che l’attribuzione di valore religioso a un’istituzione politica come lo Stato avrebbe inevitabilmente condotto all’idolatria del potere.

Per i sostenitori dell’Atchalta de Geulah, invece, è proprio la mancanza di questa lettura a costituire un’apostasia, una riduzione della missione d’Israele a una banale esistenza nazionale tra le altre.

In questa cornice, il tempo non scorre più in modo lineare, ma è scandito da “segni” redentivi. La presa di possesso del territorio diventa facilmente una “restituzione” di qualcosa di Sacro perso e ritrovato. Il linguaggio diplomatico, basato sulla trattativa e sul compromesso, appare dunque intrinsecamente menzognero, poiché tenta di frammentare ciò che la divinità ha dichiarato integro.

La formula Atchalta de Geulah crea un regime di verità in cui l’evidenza dei fatti, l’esercito, il controllo, la forza, diventa la prova definitiva della correttezza della lettura teologica. Si assiste a una “stasiologia del sacro”, dove il conflitto con l’esterno e con il nemico interno è la condizione stessa del manifestarsi della redenzione.

“Il Signore tuo Dio ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto e tu lo possederai; Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri” (Deuteronomio 30, 5, La Sacra Bibbia)

Reshit Tzemichat Geulatenu

“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, Discorso per il 75° Giorno dell’Indipendenza, Gerusalemme, 26 aprile 2023).

Accanto alla formula dell’inizio, compare l’immagine vegetale di Reshit tzemichat geulatenu: “il primo germogliare della nostra redenzione”. Questa metafora è decisiva per comprendere come il messianismo sionista giustifichi la fase attuale di transizione e conflitto.

La redenzione “cresce” organicamente e si radica nella terra, nelle istituzioni, nella continuità della presenza armata e amministrativa. Questa immagine del germoglio permette di interpretare la violenza e le asperità del presente come fasi necessarie di uno sviluppo vitale. Ciò che per l’osservatore laico è una contingenza storica, per questi ambienti è già un processo sacro in via di maturazione.

Questa visione produce un’idea del tempo storico che educa il soggetto a vedere l’invisibile nel visibile. Il colono che edifica un avamposto illegale si vede come colui che irriga il germoglio della Geulah. Le istituzioni statali, pur nella loro attuale imperfezione laica, sono i vasi attraverso cui scorre la linfa del sacro. Si osserva qui una singolare coincidenza tra materialismo e misticismo.

La redenzione ha bisogno di pietre, di strade, di acqua e di leggi per manifestarsi. È una “metafisica concreta” che trasforma l’amministrazione del territorio in una pratica di salvezza collettiva.

“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per gli scampati di Israele” (Isaia 4, 2, La Sacra Bibbia).

Eretz Yisrael Hashlema

“Gaza appartiene interamente alla Terra d’Israele e verrà il giorno in cui vi faremo ritorno per stabilirvi nuovamente gli insediamenti. Non possiamo negoziare l’assoluto né rinunciare a ciò che la divinità ha dichiarato integro e indivisibile” (Orit Strock, Ministro delle Missioni Nazionali, Intervista televisiva a Channel 7, Gerusalemme, maggio 2024).

Il sintagma Eretz Yisrael HaShlema – la Terra d’Israele integra o completa – segna il punto in cui la geografia si carica di assoluto. Dopo la guerra del 1967, luoghi come Hebron, Nablus, Betlemme e la valle del Giordano smettono di essere semplici coordinate cartografiche per diventare frammenti di un corpo sacro indivisibile.

Questa visione investe il territorio di un valore che “travolge il linguaggio diplomatico” e supera le categorie del diritto internazionale. Cedere anche un solo palmo di terra equivale, in questa prospettiva, a mutilare la promessa divina e ad amputare il corpo stesso della redenzione.

La trattativa territoriale non è dunque un atto politico, ma un sacrilegio, un tradimento della storia sacra. La terra, per intenderci, non è un oggetto di possesso, ma un soggetto di appartenenza. La “completezza” della terra è la condizione della completezza del popolo.

Ne consegue che ogni presenza estranea che pretenda sovranità su queste terre è percepita come un’intrusione nel corpo stesso della nazione/identità. L’idea di Eretz Yisrael HaShlema agisce come un dispositivo di bloccaggio contro ogni possibile compromesso.

Se la terra è un “tutto” indisponibile, la diplomazia non ha più spazio di manovra, poiché non si può negoziare l’assoluto. La geografia diventa così il tribunale ultimo della verità teologica e di riflesso il colonialismo è un atto dovuto alla divinità che li ha eletti. Il “Grande Israele” ne è consequenziale.

“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)

Yishuv e Mitzvat Yishuv Haaretz

“Conquistare la terra e stabilirvi lo Stato ebraico rappresenta il nazionalismo più autentico, coincidente con il precetto religioso di popolare il suolo sacro. Abitare ogni collina costituisce un obbligo che si pone sopra il calcolo politico ordinario” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Manifesto politico “Il piano decisivo”, Gerusalemme, 2017).

L’atto di abitare la terra, Yishuv Eretz Yisrael, nel lessico sionista religioso supera di gran lunga la semplice residenza per configurarsi come un “compito storico” e una “missione collettiva”. È il gesto che inscrive il corpo ebraico nella terra promessa, trasformando la colonizzazione in una veste insieme agricola e militare e infine, teologica. Case, strade e uliveti sono atti di compimento della Geulah.

La prassi insediativa diventa così una “teologia del bulldozer”, dove la trasformazione fisica del suolo è l’unico linguaggio efficace contro le pretese degli altri. Quando l’insediamento entra nel dominio del comandamento (Mitzvat Yishuv HaAretz), l’obbligo religioso consacra definitivamente l’azione politica e diventa una mitzvah, un precetto divino dove il passaggio dal testo sacro alla recinzione elettrificata, dalla visione profetica al posto di blocco, diviene fluido e inarrestabile.

L’insediamento ottiene una giustificazione che si pone “sopra il calcolo politico ordinario”, rendendo la figura del colono quella di un esecutore della volontà trascendente. In questo slittamento, la morale convenzionale viene sospesa in favore di un rigore che pretende di rispondere solo a Dio.

La trasformazione dell’abitare in comandamento implica che ogni ostacolo a tale abitare sia un’offesa alla divinità. La forza militare, allora, sarà lo strumento attraverso cui la mitzvah viene realizzata.

In questo contesto, il dialogo con l’alterità palestinese è strutturalmente impossibile, infatti non si può mediare tra un comando divino e una rivendicazione umana. Il risultato è una radicalizzazione che vede nella devastazione del nemico un atto di santificazione del Nome.

“Prenderete possesso del paese e vi abiterete, perché io ho dato a voi il paese in possesso. Vi spartirete il paese a sorte secondo le vostre famiglie” (Numeri 33, 53-54, La Sacra Bibbia)

Har Habayit e Beit Hamikdash

“Il Monte del Tempio costituisce il luogo più importante per il popolo d’Israele e noi siamo gli unici padroni di casa su questa montagna sacra. La nostra presenza qui manifesta la sovranità che non accetta minacce né compromessi con chi vorrebbe scacciarci” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Dichiarazione durante la visita ad Har HaBayit, Gerusalemme, 3 gennaio 2023)

Il Monte della Casa, Har HaBayit, rappresenta nella coscienza messianica contemporanea il luogo di massima saturazione simbolica. Un tempo confinato nell’attesa rituale, oggi è diventato un “detonatore politico di prim’ordine”.

Parlare del Monte significa parlare di sovranità totale, di accesso rituale inteso come possesso politico, di una gerarchia confessionale che non ammette parità. Il sito concentra in pochi metri quadrati l’intreccio esplosivo tra archeologia sacralizzata, nazionalismo armato e desiderio di supremazia.

Le preghiere sulla spianata diventano una “sovranità in atto”, una provocazione calcolata per ribadire chi sia il signore della storia. Il riferimento al Terzo Tempio, Beit HaMikdash, agisce come l’orizzonte ultimo di questa restaurazione.

Per le correnti più radicali, il Tempio incarna un programma concreto che richiede attivismo e pressione costante contro lo status quo. La redenzione si salda a un progetto di sovranità totale sulla memoria stessa delle pietre. Il Tempio diventa il simbolo di una “fine della storia” che deve essere forzata dall’azione umana, un punto di rottura messianica che non tollera più la presenza dell’Altro.

“Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Isaia 2, 2, La Sacra Bibbia)

Kahanismo

“Dobbiamo espellere i nemici dalla nostra terra per ripulirla dalle contaminazioni che minacciano la nostra santità. La forza costituisce l’unico linguaggio che i nostri avversari comprendono e noi la useremo per stabilire la supremazia totale del popolo eletto” (Dottrina politica di Meir Kahane, rivendicata e applicata nelle politiche di segregazione dai ministri dell’attuale coalizione, Gerusalemme, 2023-2024).

Il kahanismo, dal nome di Meir Kahane, rappresenta la traduzione più brutale di queste figure escatologiche in un programma di governo fondato sul suprematismo e sull’espulsione. Questa matrice è penetrata profondamente nella destra di governo e nell’immaginario dei coloni.

Il kahanismo eleva la forza pura a sola lingua storicamente efficace e giustifica la devastazione come “autodifesa assoluta” dove la figura del Messia si sovrappone a quella del vincitore dell’Anticristo, e il nemico è chiunque si opponga alla supremazia ebraica. Si inscrive in un vero è proprio insegnamento alla disuguaglianza.

Il kahanista ordina il mondo in cerchi concentrici di valore. In questo sistema, la vita dell’ebreo e quella del non-ebreo non hanno lo stesso statuto ontologico. La violenza diventa una forma di “pietas” verso il proprio popolo, un rigore che pretende di “pulire” la terra promessa dalle “contaminazioni” morali e intellettuali esterne (e ci ricorda tempi storici non molto diversi da questa prospettiva).

Questa visione trasforma il conflitto in una condizione cronica e necessaria. La pace è vista come un’apostasia, poiché implicherebbe il riconoscimento di un’uguaglianza che la teologia messianica nega alla radice.

“Ecco un popolo che si leva come leonessa e si erge come un leone; non si accovaccia, finché non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Numeri 23, 24, La Sacra Bibbia)

Goy e Goyim

“In questo scontro saremo saldi e uniti, certi della giustizia della nostra causa davanti al mondo. Chi tra le nazioni ci accusa di crimini di guerra manifesta un’ipocrisia priva di qualunque briciolo di moralità, poiché noi rispondiamo solo alla nostra storia” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La disamina del termine Goy (Goyim al plurale) è essenziale per comprendere la struttura identitaria del messianismo sionista. Sebbene in origine significasse semplicemente “nazione”, nell’uso contemporaneo ha assunto una connotazione marcatamente gerarchica.

I Goyim sono la massa indistinta degli “esterni”, privi di elezione e di piena legittimità storica. Nel lessico messianico radicale, i Goyim diventano il “teatro umano” davanti al quale Israele deve manifestare la propria eccezione e il proprio mandato. È contro i Goyim che la vittoria militare assume il valore di una prova teologica definitiva.

Questa trasformazione dell’alterità in categoria politica serve a giustificare un vero e proprio insegnamento alla disuguaglianza che ordina il mondo secondo il grado di prossimità al sacro. Il non-ebreo cessa di essere un soggetto storico tra gli altri per diventare una figura dell’esteriorità da dominare o espellere.

Nei momenti di massima radicalizzazione, la parola Goy serve a stabilire un confine invalicabile: chi non appartiene al popolo eletto non ha diritto di parola sulla terra promessa. La figura del Goy è dunque lo sfondo necessario su cui si staglia la “luce” dell’eccezione israeliana, un’alterità ridotta a pura funzione del processo redentivo.

“Il Signore ti metterà per gloria, rinomanza e splendore sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso” (Deuteronomio 26, 19, La Sacra Bibbia).

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09/08/2025

Libano - Il governo vuole disarmare la Resistenza, per Hezbollah non se ne parla

Secondo i più pessimisti, nei giorni scorsi il Libano ha compiuto un passo verso una nuova guerra civile. Dopo una riunione del Consiglio dei Ministri, infatti, il Primo Ministro Salam se ne uscito con una dichiarazione con cui, seppur in forme edulcorate e prendendo tempo, decreta il disarmo di Hezbollah.

Ha, infatti, affermato che “l’esercito libanese verrà incaricato di elaborare un piano attuabile entro la fine dell’anno per il contenimento delle armi [in mano milizie non statali], per presentarlo al Consiglio dei Ministri entro la fine di questo mese”.

I Ministri sciiti non hanno partecipato alla riunione, ma non sono in numero sufficiente per porre in stallo l’esecutivo, come accadeva in precedenza.

Questa sparata s’inserisce nell’ambito delle pressioni di USA e paesi arabi per contenere la Resistenza in tutto il quadrante.

Hezbollah ha replicato rispolverando, forse per la prima volta dopo il cessate il fuoco di fine novembre, un linguaggio minaccioso: la decisione di decretare il disarmo è stata definita un “grave peccato” e verrà trattata “come se non esistesse”.

Il Segretario Generale Naim Qassem, in uno dei suoi discorsi televisivi, è tornato a parlare di guerra, tuonando che se il cessate il fuoco continuerà a non essere rispettato nel sud, la Resistenza “farà cadere missili all’interno dell’entità sionista”.

È chiaro che l’esercito libanese non è in grado di imporre il disarmo a nessuno, ma già il solo fatto di voler mettere fuorilegge le milizie di Hezbollah, apre la strada a possibili provocazioni da parte di ex-falangisti al fine di far scaturire interventi esterni con il pretesto di “far rispettare le decisioni sovrane del governo”. Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che disegna lo scenario attuale.

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Disarmare la resistenza: si apre una nuova fase di confronto in Libano

La decisione del governo di Nawaf Salam di disarmare Hezbollah segna un momento politicamente teso nella storia del conflitto arabo-israeliano. Sia la sua tempistica, sia il suo contenuto riflettono il culmine di una lunga traiettoria che ha iniziato a prendere forma dopo l’ultima guerra israeliana in Libano nell’autunno del 2024.

Sebbene emanata da un’autorità ufficiale libanese, le implicazioni della decisione vanno oltre l’attuale momento politico, essendo direttamente legate a quanto seguito alla cessazione delle ostilità israeliane. All’epoca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si era vantato di aver vinto. Aveva invece citato tre ragioni per porre fine alla guerra: gli sviluppi a Gaza, in Iran e, soprattutto, la necessità dell’esercito israeliano di “riposo e recupero”.

Il cambiamento più significativo, tuttavia, risiede nell’evoluzione del panorama regionale, soprattutto in Siria, e nelle sue conseguenze sull’accerchiamento della resistenza. Nonostante abbia inferto colpi gravi e mirati a Hezbollah, prendendo di mira anche leader chiave come Sayyed Hassan Nasrallah e Sayyed Hashem Safieddine, Israele ha concluso che il suo affidamento sulla superiorità aerea e sulla pressione militare non è riuscito a smantellare l’infrastruttura militare di Hezbollah né a neutralizzarne il ruolo di deterrenza.

In risposta, la strategia israeliana si è spostata verso strumenti meno costosi, concentrati sull’indebolimento di Hezbollah dall’interno, prendendo di mira la sua base di sostegno nazionale e costringendo lo Stato libanese a prendere misure contro la resistenza. Questo sforzo è guidato direttamente dall’amministrazione statunitense.

In questo contesto, è emerso un nuovo concetto: l'“ingegneria politica della sovranità libanese”, una strategia volta a ridisegnare i confini della legittimità per presentare Hezbollah come un organismo che opera “al di fuori dell’autorità statale”. La recente decisione sul disarmo, guidata dalla pressione diretta degli Stati Uniti, incarna questa logica nella sua forma più chiara. Il dibattito all’interno del governo sulla “carta degli Stati Uniti” non è una disputa interna, ma parte di uno sforzo congiunto tra Stati Uniti e Israele per rimodellare il panorama politico e di sicurezza del Libano.

Dal punto di vista di Israele, la decisione non è uno sviluppo politico marginale, ma una svolta. Dagli anni ’90, Hezbollah ha operato nell’ambito di un ampio consenso nazionale che lo ha protetto dagli attacchi politici interni, consentendogli di concentrarsi sulla lotta all’occupazione israeliana. Ora, quel consenso è sotto attacco. L’attuale decisione mira a privare la resistenza della sua legittimità nazionale e a rilanciarla come una forza di ribellione contro lo Stato.

Ma questa sfida non è rimasta senza risposta. La risposta di Hezbollah ha immediatamente cambiato la narrazione, definendo la decisione incostituzionale e illegittima. Il partito ha ribadito il suo impegno per la “sovranità nazionale” di fronte al disarmo imposto dall’estero e ha chiarito la sua posizione: respinge categoricamente la decisione e non la riconoscerà, evitando comunque un confronto aperto con lo Stato.

Questa posizione riflette una deliberata moderazione politica. Hezbollah si rifiuta di cadere nella trappola del conflitto civile, pur mantenendo i suoi punti di forza fondamentali. Continua a operare attraverso le istituzioni statali, sostenuto dalla Costituzione, dalla dichiarazione ministeriale e da decenni di legittimità accumulata come forza di resistenza nazionale.

In pratica, Hezbollah si è trovato di fronte a tre scelte: sottomettersi ai dettami israelo-americani, confrontarsi direttamente con lo Stato o impegnarsi politicamente evitando conflitti interni. Ha scelto la terza via, la più efficace e con il costo minore. Questo approccio consente a Israele di manovrare attraverso le istituzioni statali libanesi, ma finora gli ha negato l’escalation interna che desiderava. Ancora più importante, riformula la battaglia attorno alla sovranità, non solo alle armi.

Israele riconosce la difficoltà che questo pone al suo calcolo strategico. La posizione della resistenza indebolisce la capacità del governo di far rispettare la decisione sul disarmo senza rischiare disordini interni. Eppure la domanda chiave rimane: Israele sta usando la decisione del governo per legittimare la sua aggressione contro la resistenza?

Dal punto di vista israeliano, la risposta è sì. La decisione fornisce un pretesto per un’ingerenza più profonda negli affari libanesi, senza dover attraversare il confine, con il pretesto di “sostenere la sovranità dello Stato”. Dal punto di vista libanese, i continui attacchi israeliani non fanno che rafforzare il legame diretto tra la decisione sul disarmo e la strategia postbellica di Israele.

Guardando al futuro, la prossima fase dipende da un fragile equilibrio tra tre forze:
1) La capacità del governo di attuare la decisione in un contesto politicamente e socialmente diviso.
2) La capacità di Hezbollah di resistere alle pressioni senza cadere in uno scontro interno.
3) La capacità di Israele di intervenire senza apparire come istigatore. Questo scenario consente a Israele di sfruttare una decisione del governo libanese nella sua lunga guerra alla resistenza senza aprire un nuovo fronte.

La decisione sul disarmo non ha chiuso lo scontro. Ha aperto un nuovo capitolo, definito non da proiettili, ma da costituzioni, alleanze politiche e manovre istituzionali. Hezbollah si è posizionato come difensore della sovranità nazionale contro un progetto guidato dall’estero.

Tra l’ingegnerizzazione esterna della sovranità libanese da parte di Israele e la resistenza interna di Hezbollah, sta emergendo una nuova linea di demarcazione in Libano. Questa linea non passa solo attraverso il sud, ma attraversa il cuore stesso dello Stato; la sua costituzione, il suo governo, le sue pretese di legittimità e la coscienza popolare ora di fronte a una domanda fondamentale: chi difende veramente la sovranità e chi la invoca per servire interessi stranieri?

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12/12/2024

USA - Quali scenari attendersi dalla presidenza Trump?

di Domenico Moro

Definire gli scenari futuri della presidenza Trump è difficile perché le promesse e le dichiarazioni della campagna elettorale dovranno misurarsi con una realtà che per gli Usa è molto complessa.

Per capire perché Trump ha vinto elezioni dobbiamo rifarci al quadro generale. Gli Usa stanno attraversando da tempo una fase di declino, che è sia economico sia di egemonia. La Russia e soprattutto la Cina stanno sfidando il dominio storico degli Usa. Ma sono molti gli Stati del Sud del Mondo che mettono in discussione il vecchio ordine mondiale risalente agli Accordi di Bretton Woods del 1944, che sancirono il dominio degli Usa e del dollaro a livello mondiale.

Per frenare tale declino gli Usa, spinti soprattutto dalla corrente neoconservatrice, negli ultimi decenni hanno adottato una politica imperialista aggressiva che non ha risolto la situazione ma ha accelerato il loro declino. Questa strategia aggressiva è stata propugnata dal blocco dominante in modo bipartisan. Ma, di fronte agli insuccessi della strategia adottata fino ad ora, è cresciuta all’interno dell’élite dominante una tendenza che è orientata a cambiare rotta.

Di fatto, si è prodotta, a causa della crisi degli Usa, una spaccatura all’interno della classe dominante, che ha rotto il tradizionale consenso bipartisan che era in vigore specialmente nella politica estera. La frazione dell’élite che è per il cambiamento è ricorsa a un outsider fuori dai partiti tradizionali, Trump, e al populismo politico, sfruttando le contraddizioni economiche che hanno impoverito milioni di americani. La virulenza della campagna elettorale, con i suoi toni particolarmente accesi, e i tentativi di eliminare Trump per via giudiziaria e finanche fisicamente, sono il riflesso di una forte tensione politica all’interno della classe dominante statunitense come non si osservava da molto tempo. Trump è appoggiato da diversi settori del capitale, a partire da quelli più innovativi delle criptovalute e delle big tech, rappresentati da Elon Musk, ma anche da Jeff Bezos, il patron di Amazon, che ha impedito al quotidiano di sua proprietà, l’autorevole Washington Post, di dare il tradizionale appoggio ai democratici e a Kamala Harris, facendo poi i complimenti, per nulla scontati, a Trump una volta che questi è stato eletto.

La strategia di Trump questa volta ha maggiori possibilità di imporsi. Al primo mandato la vittoria fu quasi inaspettata e Trump non aveva il personale politico necessario per implementare le sue decisioni. Inoltre, la burocrazia, civile e militare, era ostile nei suoi confronti. Al secondo mandato, invece, Trump è arrivato preparato, con un personale politico adeguato e soprattutto a lui fedele. Trump è piuttosto avanti con l’età e non potrà ricandidarsi alle prossime elezioni, ma si sta formando una nuova classe dirigente, relativamente giovane, che può mettere in pratica la nuova strategia sul lungo periodo. All’interno di questa nuova classe dirigente, c’è anche il vicepresidente J.D. Vance, che potrebbe essere il candidato delle prossime presidenziali. In questo nuovo personale politico ci sono anche elementi più giovani dei neoconservatori, mentre quelli più anziani e ormai “decotti” sono stati allontanati.

La strategia politica di Trump è in continuità con quella tradizionale. Ciò che lo differenzia è il modo in cui tale strategia viene attuata. Qui c’è una vera e propria rottura col passato. Ad ogni modo, quella di Trump non è una strategia isolazionista, come qualcuno l’ha voluta dipingere. Trump si inserisce all’interno del solco dell’imperialismo statunitense, con l’obiettivo dichiarato di restaurare la posizione di egemonia degli Usa, come appare chiaro sin dallo slogan della campagna elettorale trumpiana: “Make America Great Again”, vale a dire: “Rendere l’America ancora grande”. È evidente che un simile programma non può realizzarsi con un ripiegamento in sé stessi, bensì mediante una proiezione all’esterno, certamente con modalità e obiettivi nuovi, ma pur sempre con un deciso intervento sul piano internazionale.

Per gli Usa l’aspetto esterno, internazionale, cioè il suo essere (ancora) potenza egemone mondiale, è quello più importante, per la semplice ragione che senza il dominio del dollaro e delle Forze armate statunitensi l’economia domestica rischierebbe di crollare. Ad esempio, senza il dollaro come moneta di scambio commerciale e di riserva mondiale gli Usa non riuscirebbero a sostenere il loro doppio debito commerciale e statale. Per questa ragione, anche se nella campagna elettorale i temi di politica internazionale non hanno avuto la necessaria evidenza e sono stati trattati soprattutto i temi di politica “interna” come l’immigrazione, l’aborto, i dazi, l’inflazione e il potere d’acquisto dei lavoratori, ecc., l’aspetto esterno è predominante su quello interno.

Quindi, gli elementi di cambiamento più importanti sono legati alla strategia internazionale statunitense e a quegli aspetti di politica interna che ne facilitano l’attuazione. Fino ad oggi, la strategia statunitense è stata influenzata da teorie come quella di Zbigniew Brzezinski, nato in Polonia ma naturalizzato statunitense e consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter (1977-1981). L’analisi di Brzezinski, esposta nel suo libro di maggior successo, “La grande scacchiera” (1997), riprende le teorie del geografo britannico sir Halford Mackinder (1861-1947), fondatore della geopolitica. Mackinder pensava che esistesse l’Heartland, letteralmente il “cuore della terra”, che rappresentava il centro dell’enorme continente eurasiatico, che conteneva la maggior parte delle materie prime e della popolazione mondiale. Il controllo dell’Heartland implicava il controllo del continente eurasiatico, che, a sua volta, permetteva il controllo del Mondo. Il punto importante da notare è che l’Heartland corrispondeva all’impero russo, da cui se ne deduce che chi controlla l’Europa dell’est controlla l’Heartland. La teoria di Mackinder si fondava sulla concezione della storia e della geopolitica come di una lotta tra potenze terrestri e potenze talassocratiche, che cioè basavano il loro potere sul controllo del mare, come la Gran Bretagna prima e gli Usa oggi. La sua teoria mirava a spingere la Gran Bretagna a contrastare la possibilità che una potenza terrestre potesse controllare l’Eurasia, magari attraverso un’alleanza tra la Germania, altamente industrializzata, e la Russia, ricca di materie prime.

Brzezinski, che, non bisogna dimenticarlo, era polacco e nutriva ostilità per la Russia, riteneva, quindi, che anche oggi gli Usa dovessero cercare di controllare l’Europa dell’Est, impedire che la potenza industriale tedesca si saldasse con le immense ricchezze naturali della Russia e, soprattutto, indebolire la Russia come potenza e come Stato autonomo. La chiave per indebolire la Russia è l’estensione a Est della Nato, che in effetti ha inglobato quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, premendo così ai confini della Russia. Ma ancora più importante è il controllo dell’Ucraina, senza la quale, sempre secondo Brzezinski, non c’è potenza russa. Da qui, la “rivoluzione colorata” del 2014 che ha allontanato definitivamente l’Ucraina dalla Russia. Appare evidente che, secondo la strategia statunitense, fondata sulle concezioni suddette, l’Europa, soprattutto quella dell’Est e l’Ucraina, è il tassello fondamentale della sua strategia e la Nato lo strumento di questa strategia, che ha portato alla recente guerra tra Russia e Ucraina.

Questa strategia, però, presenta due gravi pecche. La prima è che si sta dimostrando fallimentare, visto che l’Ucraina e la Nato sono in procinto di essere sconfitte dalla Russia, come ha evidenziato il sociologo francese Emmanuel Todd in “La sconfitta dell’Occidente”[i]. La seconda, e più importante, è che il mondo dal 1997, quando fu pubblicata La grande scacchiera, è cambiato molto. L’aspetto più importante di tale cambiamento è l’emergere della potenza economica e politica della Cina. Il perno del Mondo non è più l’asse atlantico e l’Europa ma l’Asia orientale e l’indo-pacifico, dove si concentra la maggioranza della produzione e della popolazione mondiale. Trump, e soprattutto la frazione della borghesia statunitense che lo sostiene, ritengono per queste ragioni che la “grande strategia” vada ricalibrata: non più contro la Russia ma contro la Cina, che viene individuata come il vero avversario sistemico.

Ma guardiamo i vari scenari che si vanno definendo, a partire da quello economico. In primo luogo, va osservato che i programmi di “Make America Great again” hanno dato una spinta favorevole al dollaro, che è salito del 6% sull’euro, alle azioni delle aziende statunitensi e a Wall Street, che è poco sotto i massimi. Ma quali sono le nuove misure comprese nel programma di Trump? Tali misure sono tre. La prima consiste nella riduzione delle tasse alle imprese dal 21% al 15%. La seconda consiste nella imposizione di dazi del 10-20% ai Paesi “amici” (Europa) e fino al 60% a quelli “ostili” (Cina), allo scopo di riequilibrare l’enorme deficit commerciale degli Usa con il resto del mondo e ricostruire la loro base industriale. La terza consiste nel contrasto all’immigrazione.

Le conseguenze di queste misure, però, non sarebbero molto favorevoli agli Usa. In primo luogo, tutte le misure elencate produrranno un innalzamento dell’inflazione, soprattutto l’aumento dei dazi, che aumenterà il prezzo delle merci importate e andrà contro gli interessi di molti di quelli che hanno votato Trump a causa della riduzione, negli anni della presidenza Biden, del loro potere d’acquisto. In particolare, la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie più povere sarebbe del 4,2% contro meno dell’1% di quelle più ricche[ii]. Inoltre, l’efficacia dei dazi è dubbia, in quanto quelli introdotti fino ad ora non hanno ridotto il deficit commerciale con l’estero né hanno contribuito alla reindustrializzazione degli Usa. Va detto, comunque, che i livelli di dazi annunciati potrebbero essere solo una base negoziale che preluda a tempo debito al rilancio della Organizzazione del commercio mondiale (Wto) come sede di risoluzione di controversie ad ampio spettro. Ad ogni modo, per ora, la prossima amministrazione di Trump propende per gli accordi bilaterali, in direzione opposta al multilateralismo tipico del Wto. Per quanto riguarda la riduzione delle tasse alle imprese, tale misura costerà al fisco statunitense 600 miliardi di dollari in dieci anni e avrà come conseguenza l’aumento delle emissioni di debito, aggravando il peso degli interessi che recentemente hanno superato la barriera dei 1.000 miliardi di dollari. Il debito statale complessivo potrà, quindi, salire ben oltre il 123% del Pil, livello sul quale si è attestato nel 2024. Va capito se la riduzione delle tasse alle imprese verrà compensata da tagli alla spesa pubblica, che potrebbero essere individuati dallo specifico dipartimento per l’efficienza affidata da Trump a Elon Musk. Appare così evidente che, nelle sue intenzioni, Trump mira a favorire il capitale, dalle banche, all’energia, alle big tech, tramite deregolamentazione, tagli alle tasse, e dazi protezionistici.

L’altro scenario è quello geopolitico che, come abbiamo detto, dovrebbe subire un drastico cambiamento strategico. Durante la sua campagna elettorale Trump ha detto che avrebbe posto fine alle due guerre in corso, quella in Ucraina e quella nel Medio Oriente, in poco tempo. Sicuramente ci vorrà più tempo di quello dichiarato ma, date l’intenzione di concentrarsi sull’indo-pacifico e la consapevolezza che tenere aperto il conflitto ucraino rafforza l’asse Russia-Corea del Nord-Iran con la Cina subito dietro, appare probabile che Trump intenda porre fine alla guerra contro la Russia, che l’Ucraina non può combattere senza l’aiuto statunitense. Senza dimenticare che Trump all’inizio dell’anno si era opposto alla votazione per l’invio di nuovi aiuti all’Ucraina e che il presidente dei senatori repubblicani, John Thune, pur non essendo un trumpiano di stretta osservanza, ha dichiarato che lavorerà a stretto contatto con l’amministrazione per il blocco di nuovi aiuti all’Ucraina. Infine, Tulsi Gabbard, considerata non ostile a Putin e a Bashar Assad, è stata nominata da Trump direttrice della sicurezza nazionale. Intanto, l’amministrazione Biden ha acconsentito all’uso di missili a lunga gittata (manovrati da personale Nato) contro il territorio russo, lasciando una bella patata bollente a Trump, quando questi si insedierà alla Casa Bianca il 21 gennaio prossimo.

Un atteggiamento diverso appare definirsi a proposito del Medio Oriente. Qui l’obiettivo principale dell’amministrazione Trump sarà l’Iran, verso il quale è pronto un approccio più duro, scommettendo sul fatto che la debolezza iraniana nei confronti di Israele non porterà a una guerra. I ministri scelti da Trump confermano la linea dura contro l’Iran, considerato un nemico sia per il rischio nucleare sia nel conflitto in Medio Oriente. Mike Waltz, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, Marco Rubio, segretario di Stato (ministro degli Esteri), e Pete Hegseth, ministro della Difesa, hanno sempre avuto un approccio aggressivo verso l’Iran e verso la Cina. Del resto, nel suo primo mandato Trump aveva duramente approcciato l’Iran, stracciando l’accordo nucleare del 2015 firmato da Obama, e mettendo centinaia di sanzioni. Inoltre, fu per ordine di Trump che Qassem Soleimani, comandante di Forza Quds, fu ucciso da un raid statunitense a Bagdad nel 2020. L’aggressività nei confronti dell’Iran può essere compresa non solo alla luce della guida iraniana dell’asse della resistenza (che unisce Hezbollah, Hamas, Houthi yemeniti e milizie sciite irachene all’Iran), ma anche alla luce del controllo da parte dell’Iran dello stretto di Hormuz, strategico per il passaggio delle petroliere, e del fatto che quasi tutte le spedizioni di petrolio iraniano sono dirette verso il nemico strategico statunitense, la Cina. Al di là dell’Iran, l’appoggio a Israele rimane saldo, anche perché la squadra trumpiana è composta di molti filosionisti. L’appoggio a Israele, comunque, dovrebbe avere come limite quello di non spingere i regimi arabi “moderati” nelle braccia di Russia e Iran. Sostanzialmente l’obiettivo di Trump è la rivitalizzazione degli Accordi di Abramo (2020), che normalizzarono le relazioni tra Israele e Emirati Arabi Uniti, magari estendendoli ad altri regimi arabi dell’area, a partire dall’Arabia Saudita.

A pagare per le scelte della presidenza Trump sarà soprattutto la Ue e in particolare l’Europa occidentale. Questa, dopo la crisi del Covid-19 e la guerra in Ucraina, ha aumentato la sua dipendenza farmaceutica, energetica e militare dagli Usa. L’arrivo di Trump rischia di darle una ulteriore mazzata. In primo luogo ci sono i dazi al 10-20%, che penalizzeranno le esportazioni europee negli Usa con un crollo previsto del 25% e una drastica contrazione dell’attivo commerciale che nel 2023 aveva raggiunto i 157 miliardi di dollari[iii]. Le ripercussioni maggiori saranno per la Germania e l’Italia, la quale nel 2023 ha esportato negli Usa beni per 67,3 miliardi di dollari (+3,4% rispetto all’anno precedente). A rendere più difficile la situazione, gli alti dazi sulla Cina ne dirotteranno numerosi prodotti verso il mercato Ue con la conseguenza di peggiorare il deficit commerciale di quest’ultima verso il Paese asiatico. Ma non basta, è molto probabile che Trump ritornerà sulla questione delle spese militari troppo basse effettuate dai Paesi europei, passando dalla vecchia richiesta di una spesa del 2% del Pil a una del 3%. A questo si aggiunge, in caso di disimpegno di Trump dalla guerra, lo scaricamento dell’Ucraina sulle spalle dell’Europa che si tradurrà in un aumento dei contributi agli aiuti all’Ucraina in un contesto in cui i debiti pubblici continentali sono sotto stress.

Veniamo ora al pezzo forte, la Cina. Come detto più volte, per Trump la Cina rappresenta l’avversario sistemico e l’area dell’indo-pacifico è la priorità strategica. La strategia statunitense contro la Cina si baserà in primo luogo sull’inasprimento della guerra commerciale mediante l’imposizione di dazi molto alti (fino al 60%). L’imposizione di dazi, però, non è un’operazione così semplice. In primo luogo, molte esportazioni cinesi negli Usa passano per Paesi terzi come il Vietnam, l’Australia e altri Paesi orientali. In secondo luogo, la Cina dispone di potenti armi di rappresaglia, che si basano, in primo luogo, sulla restrizione alle esportazioni di materie prime strategiche per la transizione energetica non facilmente sostituibili da altre catene di fornitura. In secondo luogo, la Cina può imporre a sua volta dazi sulle importazioni che renderebbero difficile alle imprese occidentali l’accesso all’immenso mercato cinese. Oltre che sul piano commerciale, la strategia trumpiana verso la Cina si esplicita anche sul piano militare strategico, cioè nella costruzione di una cintura offensiva di contenimento attorno alla Cina, magari attraverso l’estensione del raggio operativo della Nato nel Pacifico o, più probabilmente, nella costruzione di una Nato del Pacifico. A questo proposito va ricordato che nel 2021 è stata fondato L’Aukus, un partenariato strategico tra Usa, Regno Unito e Australia per il contenimento della Cina nell’area dell’indo-pacifico. La possibilità di un conflitto aperto e diretto è resa difficile dall’interdipendenza tra Cina e Usa, ma le ragioni dello scoppio di un conflitto sono pur sempre presenti, a partire dalla questione di Taiwan che Pechino considera parte del suo territorio nazionale e che ricopre una posizione strategica importantissima, posizionata com’è a soli 150 chilometri dalla costa cinese. Taiwan non solo rende problematico il transito verso il mare aperto alla marina militare cinese ma soprattutto rappresenta un coltello puntato alla gola della Repubblica popolare.

Sintetizzando quanto detto in questo nostro excursus, la presidenza Trump sarà tutt’altro che orientata a rinunciare al ruolo egemonico degli Usa. Al contrario, sarà tesa a ricostruire le condizioni materiali e politiche del dominio mondiale statunitense, che si è andato incrinando negli ultimi decenni. In ogni caso, la nuova amministrazione non ha nel modo più assoluto l’intenzione di acconsentire alla nascita di un nuovo mondo multipolare. Ma che Trump e i suoi successori riescano a invertire la tendenza al declino e a impedire la nascita di un nuovo ordine globale resta tutto da vedere.

Note

[i] Emmanuel Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi editore, Roma 2024.

[ii] Fabrizio Onida, I dazi di Trump possono costare cari agli Usa, “Il Sole24ore”, 17 novembre 2024.

[iii] Adriana Cerretelli, Un terremoto per l’Europa, “Il Sole24ore”, 14 novembre 2024.

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05/10/2024

Israele nel tunnel del suprematismo “muscolare”

Passano i giorni, Usa e vertici di Tel Aviv collaborano in modo esplicito – rivendicato – nel definire il tipo di “controrisposta” che Israele può dare alla “risposta” iraniana del primo ottobre (200 missili che hanno colpito solo basi militari su tutto il territorio israeliano).

E più giorni passano, più diventano chiare alcune cose. I danni portati dai missili iraniani sono stati complessivamente limitati, ma non indifferenti. Lo “scudo antimissile” di Tel Aviv – dato per “imperforabile” anche ad attacco avvenuto, ma solo dai più pirla tra i conduttori tv – anche stavolta è stato superato abbastanza facilmente, come già in aprile. Ma in misura molto più evidente...

Detto in modo semplicistico: quello scudo è perfetto per fermare un missile o due, ma come ogni cosa umana ha un limite quantitativo. Oltre un certo numero di oggetti in arrivo (che siano economici droni autoprodotti o costosi missili balistici) va in “saturazione”.

E nessuno stato, tanto meno Israele – con territorio, economia e popolazione di piccole dimensioni – può schierare un numero illimitato di batterie antimissile i cui singoli “proiettili”, dovendo fare un lavoro di alta precisione ad alta velocità, costano molto di più del drone o missile in arrivo.

Ogni attacco mette chi lo riceve nella posizione classica del “e ora che faccio?”. Abbiamo ancora nelle orecchie le dichiarazioni più irresponsabili di dirigenti occidentali che, dopo le innumerevole provocazioni omicide di Israele contro l’“asse della Resistenza” (omicidio di Haniyeh a Tehran, strage dei cercapersone e poi dei walkie-talkie a Beirut, omicidio di Nasrallah e numerosi altri dirigenti di Hezbollah, bombardamento e invasione del Libano, ecc.), invitano a non preoccuparsi della reazione iraniana: non ci sarebbe stata, perché troppo timorosi della forza occidentale (nessuno dice ormai più solo “israeliana”, essendo diventato fin troppo chiaro che Tel Aviv si muove di concerto con Washington).

Ora le parti si sono rovesciate. Tocca a Netanyahu “muovere” contro Tehran. Il problema non è nel “se attaccare” (lo farà di sicuro), ma “come” e “cosa”. Con un occhio al “poi”, perché – ricordiamo ancora – lo “scudo stellare” (Iron Dome e altri sistemi) regge relativamente poco.

Insomma: si fa presto a dire “e ora escalation!” Un attimo dopo sei costretto a fermarti e chiederti cosa fare. Il rischio è quello che la controparte sia in grado di reggere e restituirti un danno ancora più grande (materiale e di “reputazione”, specie per chi ha provato a costruirsi la fama dell’“invulnerabile”).

Addirittura sui media internazionali rimbalzano da giorni le ipotesi. In testa quella dell’attacco aereo contro i siti nucleari iraniani. Sarebbe stata questa – spiegano i terminali giornalistici dei servizi segreti occidentali – la prima idea di Netanyahu e del branco di integralisti religiosi che bivaccano nel suo governo.

E sarebbe dovuto intervenire Biden (o la sua badante…) per dissuaderlo dall’aprire il vaso di Pandora, suggerendo – come alternativa meno devastante – attacchi al sistema petrolifero di Tehran (paese produttore, e dunque ricco di impianti di estrazione, raffinerie, ecc.).

È bastato che la parola “petrolio” uscisse dalle sue tremebonde labbra perché il prezzo del greggio salisse in un attimo del 10%. Sulla parola. Un attacco reale avrebbe conseguenze economiche anche più grandi, e – purtroppo per Israele e gli Usa – diffuse su tutto il (proprio) mondo, non solo per gli ayatollah.

Poi silenzio. Nelle segrete stanze continuano a interrogarsi, scrutando cartine, grafici di Wall Street, biografie e indirizzi di possibili bersagli per altri omicidi mirati (ormai l’omicidio è stato sdoganato come “normale prassi politica democratica”, giusto?).

È vero. Il peggior governo della già inguardabile storia moderna di Israele vede “l’occasione per ridisegnare il Medio Oriente”. È abituato ad usare come unico strumento la forza militare (l’intelligence ne è parte integrante) e proprio per questo è molto facile sbagliare misura. Un grado di escalation può risultare una risposta efficace, due o tre gradi possono scatenare reazioni incontrollabili. Perché qualsiasi Stato reagisce senza più limiti quando si convince di essere di fronte ad una “minaccia esistenziale”.

Insomma: il rischio è che il “ridisegno” vada fatto su una distesa di macerie di cui si è parte indistinguibile. Anche senza arrivare alla “fine di mondo”, comunque, appare chiaro che il sogno di Netanyahu rischia di somigliare a quello di George “Dabliu” Bush nel 2001, quando l’invasione dell’Iraq veniva presentata come audace piano di “costruzione della nazione” e di “riforma democratica per il Medio Oriente”.

“Il popolo iracheno può scrollarsi di dosso la prigionia. Un giorno potrà unirsi a un Afghanistan democratico e a una Palestina democratica, ispirando riforme in tutto il mondo musulmano”
, prometteva. Non serve essere abbonati a Limes per sapere com’è andata...

Ma non c’è solo il rebus Iran. Anche l’attacco ad Hezbollah, che prosegue ora con l’invasione terrestre del Libano, mostra la stessa assenza di strategia realistica. Dal punto di vista operativo-militare, infatti, l’intreccio intelligence-esercito ha già raggiunto i massimi obiettivi possibili: ucciso il leader Nasrallah, forse anche il suo erede, uccisi quasi tutti i più importanti comandanti della milizia... Si può andare avanti con altra macelleria, ma non è cambi granché per una soluzione...

Ma non appena si passa il confine anche l’Idf deve aprire la contabilità dei propri morti. E non sono pochi.

Ma soprattutto resta incomprensibile – anche in Israele, pare – l’obiettivo dell’invasione. Ufficialmente “Bibi” dice “far rientrare nelle loro case gli israeliani abitanti nel nord”, evacuati da mesi sotto lo scambio di razzi e attacchi aerei con Hezbollah.

Ma contemporaneamente si sa – e si dice! – che non c’è alcuna dimensione fisica del presunto “cuscinetto” da creare in territorio libanese che possa impedire al “nemico” di colpire coi propri razzi e missili l’alta Galilea. Neanche se conquisti tutti il Libano (con buona pace del “sistema di regole” internazionale...).

Dunque, a che serve bombardare, combattere e subire perdite? A “spaventare” il nemico al punto da costringerlo all’obbedienza o alla fuga? Ma se non ci sei riuscito per quasi 80 anni, nonostante tutti sapessero che hai la bomba atomica e sei così “cane pazzo” da poterla anche usare, perché dovresti riuscirci adesso? Solo perché ti senti più crudele dei crudelissimi predecessori? Solo perché ora dici apertamente di sentirti “favorito da dio” (Gott mit Uns, già sentita e sconfitta...) e tutti gli altri sono solo untermenschen?

Sentirsi militarmente forti, e fare affidamento sulle sole armi, oltre che su una ferocia genocida, può condurre in un budello più inestricabile dei tunnel di Gaza. O libanesi.

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La guerra in Libano avvicina Iran e Arabia Saudita

Mercoledì sera, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Faisal bin Farhan Al Saud hanno avuto un incontro nella capitale del Qatar, Doha.

I due rappresentati dei paesi-guida – rispettivamente del mondo sciita e di quello sunnita – hanno discusso della promozione dei legami bilaterali, degli attacchi israeliani a Gaza e in Libano e della risposta iraniana a Israele, in corso proprio durante l’incontro.

Le parole di Pezeshkian: maggiore unità tra i musulmani

Il presidente iraniano ha espresso soddisfazione per il continuo riavvicinamento delle relazioni bilaterali, sancito già a Pechino nel marzo del 2023 dopo sette anni di interruzione dei rapporti diplomatici, e ha sottolineato la volontà dell’Iran di migliorare le interazioni con l’Arabia Saudita in tutti i settori.

L’Iran, da detto Pezeshkian, non vede di buon occhio l’escalation in Asia occidentale e ha messo in guardia dall’indifferenza nei confronti dello sfollamento e della sofferenza dei palestinesi e dei libanesi causati dagli attacchi “brutali” di Israele.

I Paesi musulmani hanno bisogno di una maggiore unità per fermare le “aggressioni” di Israele a Gaza e in Libano e per impedirne la diffusione in altri Stati islamici.

Chiudere la pagina delle differenze

Della stessa lunghezza d’onda sono state le dichiarazioni del ministro degli esteri saudita, mostrando la determinazione del suo Paese a sviluppare le relazioni con l’Iran.

Faisal bin Farhan Al Saud ha sottolineato che le “aggressioni” di Israele contro Gaza e il Libano mirano ad espandere il conflitto nella regione e che per questo l’Arabia Saudita confida nella saggezza e nel discernimento dell’Iran nel gestire la situazione e contribuire al ripristino della calma e della pace nella regione.

“Cerchiamo di chiudere per sempre la pagina delle differenze tra i due Paesi e di lavorare per la risoluzione delle nostre questioni e l’espansione delle nostre relazioni come due Stati amichevoli e fraterni”, ha dichiarato.

Il significato politico dell’incontro

L’incontro ai massimi livelli, le tempistiche e le parole pronunciate dai rappresentati dei due pesi massimi del mondo musulmano fanno pensare che il tentativo dello Stato di Israele di sfruttare ancora una volta a proprio vantaggio la storica divisione tra sunniti e sciiti non stia dando i frutti sperati, come invece si racconta sui media occidentali, soprattutto nostrani.

Nell’instabilità in cui lo Stato di Israele e i suo alleati occidentali – Stati Uniti in primis – hanno nuovamente invischiato il Medio Oriente, il colloquio iraniano-saudita segna un punto a favore del litigioso mondo arabo e musulmano, fino a oggi incapace (o non interessato) a dare una risposta unitaria all’impunità israeliana nel genocidio in atto in Palestina.

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02/10/2024

“State tranquilli...”, disse la rana mentre bolliva

La frittata è fatta. Ora tutti i protagonisti, spalleggiati dai loro alleati, rimuginano sulle prossime mosse e lanciano bellicose minacce perché “gli altri” si fermino. È una danza tra soggetti che hanno bisogno di mostrarsi fortissimi, ma che sanno bene cosa rischiano. Eppure la logica di guerra, da sempre, spinge ad andare un passo oltre quel che si vorrebbe e potrebbe fare...

Stavamo camminando sul bordo del baratro da almeno tre anni, ma gli opinion maker dell’establishment – tutti o quasi, senza grandi distinzioni – ci dicevano ogni giorno di non preoccuparci. “Il nemico” c’è, è cattivissimo e crudele, ma in fondo “noi” (l’Occidente collettivo) siamo troppo forti e gli facciamo paura. Ergo, la sua faccia feroce è solo un bluff da andare a vedere, come a poker. Non c’è un vero pericolo se “agiamo subito”, perché se si aspetta troppo quel nemico può diventare molto più forte.

Non ci vuole una grande perspicacia per riconoscere in questo filo di “ragionamento” la narrazione di un guitto come Zelenskij o di un genocida come Netanyahu. Lo schema è identico, il “suggeritore” anche: l’imperialismo degli Stati Uniti.

Facile anche riconoscere nel “ragionamento” il riflesso narrativo di una condizione reale: l’Occidente neoliberista è in declino, sia sul piano economico (i suoi tassi di crescita sono ormai surclassati da oltre 20 anni, se non di più) che su quello “valoriale” (il doppio standard sistematico ha reso una barzelletta la pretesa di ergersi a “faro di civiltà”). La sua superiorità tecnologica è azzoppata, e sempre più spesso deve ricorrere alle sanzioni o dazi (o peggio, come ha mostrato per anni la vicenda Huawei) per proteggere i propri marchi dalla concorrenza. E neanche questo basta più (vedi la crisi dell’auto).

Le sue debacle anche militari, come certificato dalla fuga dall’Afghanistan, ne hanno compromesso la credibilità come “padrone del mondo”.

Ma nonostante queste ultime, la tentazione è pur sempre quella di provare a usare la propria (supposta? residua?) superiorità militare prima che quella concorrente diventi di pari livello.

Il “ragionamento” è stato fin qui particolarmente trasparente nel sostegno a Israele perché “vada avanti”, il più lontano possibile, bruciando e distruggendo tutto il Medio Oriente. Perché tanto – secondo i tanti “Rambini” in circolazione – Tel Aviv è sostanzialmente “invulnerabile”. Anche dopo l’attacco missilistico di ieri sera in tanti si sono affannati a garantire che “tutti i missili sono stati intercettati”, anche quando le immagini mostravano il contrario (Mentana, ormai uno dei peggiori...). Persino l’Idf israeliano si è limitato a dire “molti”...

Per sostenere la giustezza o necessità di una guerra, del resto, è indispensabile poter vantare una superiorità assoluta, devastante. Specie ai propri popoli bisogna dar l’idea che forse, sì, subiremo anche noi qualche danno, ma poca roba, quasi nulla...

E poi, ci dicevano, in fondo chi abbiamo davanti? Il solo Iran, capofila del mondo mussulmano sciita (200 milioni di persone...). E Tehran non ha ancora l’arma nucleare, quindi il suo potere di “deterrenza” è ancora tutto e solo “convenzionale”. Abbaia, insomma, ma non può mordere davvero.

È (era) “sotto scacco”, perché se avesse reagito ai continui attacchi israeliani contro di sé (l'“uccisione mirata” di diversi scienziati e generali dei Pasdaran, il bombardamento dell’ambasciata a Damasco, l’uccisione del capo di Hamas, Haniyeh, proprio a Tehran – mentre era quasi al sicuro a Dubai – ecc.), i propri alleati nell’area (Hezbollah, Assad, gli Houthi), si sarebbe suicidato finendo per scontrarsi direttamente con gli Stati Uniti.

E quindi avanti, avanti... Israele “ha diritto di difendersi” attaccando a tutto campo in qualsiasi paese, tanto siamo “noi” – tutto l’Occidente collettivo – contro un solo paese “vero” (non piccolo e disperato come il Libano o la Striscia di Gaza).

Anzi, nemmeno con tutto l’Iran, perché – come assicura addirittura Netanyhau – “presto libereremo quel popolo dai suoi dirigenti teocratici”. Magari regalandogli un nuovo Scià che riconduca quel paese all’ovile e al destino di pompa di benzina semigratuita dell’industria occidentale. Anche se quel paese ha da poco siglato un accordo di cooperazione anche militare con la Russia (non proprio come l’art. 5 della Nato, ma qualcosa dovrebbe voler dire...).

Il fondamento storico di questa narrazione era concretissimo: il mondo musulmano è scisso da 1400 anni tra sunniti e sciiti. Una divisione spesso tracimata in guerre sanguinose, crudelissime come tutte le guerre di religione che hanno scosso per secoli la “civilissima” Europa.

Il fondamento politico recente era altrettanto incontestabile: i regimi arabi sunniti (Arabia Saudita, Egitto, Giordania, ecc.), definiti amichevolmente “moderati” per sottolinearne il fondamentale accomodamento con l’Occidente, sono da decenni profondamente indifferenti al destino del popolo palestinese. Attendersi da loro iniziative militari anti-israeliane, insomma, sarebbe un’illusione. Ed è persino vero anche questo.

Ma i nostri imbonitori del “popolo bue”, che debbono mantenerlo nell’ignoranza per tenere in piedi la loro narrazione, sono costretti a censurare completamente – sui fogliacci che riempiono di panzane – le notizie che mostrano come il quadro geopolitico dell’area vada cambiando, terremotando di conseguenza la “tranquillità” che si vorrebbe dipingere.

È forse il caso di ricordare che i palestinesi di Cisgiordania e Gaza sono per il 97% sunniti, per il rimanente cristiani di varie chiese. E a nessun commentatore di professione balza agli occhi la “stranezza” di vedere dei sunniti difesi – anche armi alla mano – quasi soltanto dagli sciiti (compresi gli Houthi dello Yemen).

Vabbé, vi direbbe il “Rambini” di turno, si tratta di un “appoggio strumentale”... Pagato con la propria vita e le proprie risorse? Strana idea della “strumentalizzazione”, che qui da noi significa di solito “guadagno facile senza rischi”.

Ma andiamo avanti facendo finta che quella obiezione abbia un senso, invece di essere solo una boutade...

Si dimentica infatti qualche dettaglio interessante, in qualche modo rivelatore. Il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) si è un anno fa allargato a Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Egitto e Arabia Saudita, mentre se n’è tirata fuori l’Argentina dopo l’elezione del fascista Milei (che ha riprecipitato il proprio paese nella fame e nella “dollarizzazione” dell’economia, ossia nella servitù agli Usa).

Facciamo notare che i nuovi membri sono tutti in varia misura musulmani: il paese sciita più importante (l’Iran, appunto), e poi tre paesi sunniti (il capofila Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati), più un paese a maggioranza cristiana con una rilevante presenza musulmana (33,9%), in maggioranza sunnita.

Insomma: i paesi guida di entrambi i fronti islamici sono oggi inseriti in un sistema di alleanze economiche che vuole essere alternativo all’Occidente neoliberista. Restano ovviamente le profonde differenze e diffidenze, nella tradizione classica mediorientale (il “triplo gioco” è la norma, non l’eccezione), ma per chi conosce l’importanza del principio euristico “follow the money” si tratta certamente di un cambiamento epocale (dopo oltre mille anni!).

È finita qui? No, ovviamente. Nel prossimo vertice dei Brics, nella città russa di Kazan, dovrebbe essere formalizzato l’ingresso di Algeria, Bangladesh, Bahrein, Bolivia, Venezuela, Vietnam, Cuba, Honduras, Indonesia, Kazakistan, Kuwait, Marocco, Nigeria, Palestina, Senegal e Thailandia.

Come si vede il gruppo è – “religiosamente parlando” – piuttosto eterogeneo, segno che l’economia e l’approccio win-win (vantaggio reciproco, il contrario della politica di rapina di Usa, Fmi e Unione Europea) fanno premio sempre, anche sulle più differenti fedi metafisiche.

E comunque il Bangladesh è musulmano al 90%, quasi tutti sunniti. Il Bahrein presenta una maggioranza di sciiti e una minoranza sunnita, oltre a un’importante presenza cristiana. L’Indonesia è notoriamente il più grande paese islamico del mondo (275 milioni di abitanti), all’86% musulmano di fede sunnita. Così come il Senegal, il Marocco, Kuwait e Kazakistan...

Un paio di settimane fa ha fatto domanda di ingresso anche la Turchia, musulmano-sunnita all’88% (il resto sciiti, con diverse minoranze cristiane ortodosse e non).

“Vabbé”, dirà il solito opinionista decerebrato, “ma Erdogan è un dittatore...”. Vero, per i metodi di governo che usa, ma non va dimenticato che ha perso le ultime elezioni (ohibò, si vota persino lì, e si può persino perdere) proprio per lo “scarso appoggio alla causa palestinese”, anche se la Turchia è stato negli ultimi anni il paese sunnita che più ha preso iniziative pubbliche contro Israele.

Ma chiunque abbia attraversato il paese questa estate, anche solo per vacanza, non avrà potuto non notare il profluvio di bandiere palestinesi ovunque, e anche di persone che passeggiavano o facevano jogging con i suoi colori o il nome di Gaza sul petto.

Due particolari diplomaticamente rilevanti. Turchia e Arabia Saudita – i più forti alleati islamici degli Usa, nella regione – sono stati i primi ad abbandonare la plenaria dell’Onu nel momento in cui Netanyahu saliva sul palco per declamare il proprio delirio. La stessa Arabia Saudita, protagonista degli “Accordi Abramo” che dovevano normalizzare i rapporti tra “arabi moderati” e Tel Aviv, ha posto la nascita di uno stato palestinese come condizione per il riconoscimento di Israele.

“Vabbè…”, ecc. Due giorni fa Erdogan ha detto in televisione che le Nazioni Unite dovrebbero autorizzare l’uso della forza per fermare gli attacchi di Israele in Libano e a Gaza, ed ha anche chiesto l’unità dei Paesi musulmani a sostegno dei “fratelli” in questi Paesi.

“L’Assemblea Generale dell’ONU dovrebbe applicare rapidamente l’autorità di raccomandare l’uso della forza, come ha fatto con la risoluzione del 1950 dell’Unione per la Pace, se il Consiglio di Sicurezza non è in grado di mostrare la volontà necessaria”.

Quella risoluzione afferma che in tutti i casi in cui il Consiglio di Sicurezza, a causa di una mancanza di accordo tra i suoi cinque membri permanenti, non agisce come necessario per il bene della sicurezza e della pace internazionale, l’Assemblea Generale può emettere raccomandazioni appropriate ai membri delle Nazioni Unite per misure collettive, compreso l’uso della forza armata quando necessario.

“Oggi, difendere la Palestina e il Libano significa difendere l’umanità, la pace e la cultura della convivenza tra credenze diverse. Un pugno di sionisti radicali, accecati dal sangue e dall’odio, stanno incendiando la regione e il mondo intero. Non acconsentiremo mai a questa crudeltà e barbarie”.

“Vabbé”, ecc.

I “Rambini” non ignorano però che la Turchia è un membro piuttosto importante della Nato, un pilastro del suo lato Sud (e militarmente conta più dell’Italia, se non altro per la sua maggiore abitudine alla guerra, in casa e fuori). E un membro della Nato che chiede che l’Onu autorizzi l’uso della forza contro Israele – il paese più armato dalla Nato e dagli Usa, prima e dopo la guerra in Ucraina – non è proprio una di quelle iniziative che dovrebbero suggerire “tranquillità”...

Possono non parlarne sui giornali o in tv. Ma la maggioranza del mondo sta premendo e bussando perché l’Occidente la faccia finita con i suoi merdosi doppi standard per cui un massacro di 1.000 persone vale più di un genocidio (42.000 morti per bombardamenti o armi da fuoco, finora, senza contare quelli introvabili sotto le macerie, quelli caduti per fame, sete o malattie conseguenti alla totale distruzione delle infrastrutture civili).

“Vabbé, state tranquilli lo stesso...”, disse il solito opinionista medio mentre assumeva il colore della rana che cominciava a bollire ma continuava a nuotare tranquilla.

Anche non ve ne siete accorti, siete per sempre coinvolti...

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