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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/12/2025

Libano: Hezbollah ferito, ma non sconfitto

Per quasi venti anni Hezbollah ha rappresentato uno dei perni fondamentali della politica libanese, forte della sua capacità militare e dell’influenza esercitata grazie ai suoi alleati interni e regionali. L’anno trascorso dal cessate il fuoco con Israele, firmato (il 27 novembre) dopo quasi 14 mesi di combattimenti e di pesanti bombardamenti israeliani, ha però aperto una fase segnata da incertezze profonde. Le perdite subite durante la guerra, a partire dall’uccisione del leader Hassan Nasrallah, e le pressioni interne su un eventuale disarmo hanno profondamente scosso il movimento sciita.

Secondo il politologo Hussein Ayoub, esperto di Hezbollah, il Libano vive un passaggio iniziato un anno fa, quando la guerra di sostegno a Gaza ha travolto gli equilibri politici che si erano consolidati dal 2005 dopo l’assassinio del premier Rafiq Hariri e il ritiro dell’esercito siriano. Per quasi due decenni il vuoto lasciato da Damasco era stato colmato dall’asse formato da Hezbollah e dall’Iran, un assetto rimasto stabile pur tra tensioni e crisi ricorrenti. L’ingresso nella guerra l’8 ottobre 2023 ha però inaugurato una fase completamente diversa. Prima di quella data, osserva Ayoub, Hezbollah si muoveva entro un equilibrio consolidato con Israele basato sulla reciproca deterrenza. Dopo la guerra, questo equilibrio è saltato.

Durante il conflitto il movimento ha impedito alle truppe israeliane di penetrare in profondità nel territorio libanese, ma ha pagato un prezzo altissimo. Israele è riuscito a colpire la leadership del movimento sciita, incluso lo storico segretario generale Hassan Nasrallah, a distruggere bunker sotterranei, a eliminare i comandanti della brigata Radwan e, con la misteriosa vicenda delle esplosioni dei cercapersone a penetrare la sua sicurezza. La fine della vecchia deterrenza ha definito un nuovo scenario. Per venti anni Hezbollah aveva imposto condizioni e risposte immediate agli assalti di Israele. Oggi quel modello è superato e la tregua del 2024 è stata accettata più per necessità che per scelta, anche per limitare i danni inflitti al Libano e alla sua popolazione.

A rendere ancora più fragile la posizione del movimento si è aggiunto un evento “sismico”: il crollo del regime siriano di Bashar Assad, avvenuto il 9 dicembre 2024. La Siria è stata per anni il principale corridoio di collegamento tra Hezbollah e Teheran, indispensabile per il rifornimento di armi e per ricostruire capacità militari, come avvenne dopo la guerra del 2006. Con la caduta di Assad, quel corridoio si è interrotto. Oggi, sottolinea l’analista, Hezbollah non ha più la possibilità di far entrare fondi o materiali attraverso l’aeroporto di Beirut. Perfino i rappresentanti iraniani vengono sottoposti a controlli rigidi all’arrivo. Il risultato è una capacità ridotta di ricostruire rapidamente l’arsenale, limitata allo sviluppo di missili di media gittata e droni prodotti localmente.

Questa nuova vulnerabilità ha aperto spazi ai rivali interni ed esterni. Hezbollah ha dovuto accettare decisioni politiche che prima avrebbe respinto, come l’elezione di Joseph Aoun alla presidenza della Repubblica e di Nawaf Salam alla guida del governo, figure considerate vicine all’Occidente. Un anno dopo il cessate il fuoco, la struttura del movimento si è in parte ristabilita, ma resta difficile valutare quali siano al momento le sue capacità militari.

Il disarmo, sul quale insistono Stati Uniti e Israele, rappresenta oggi uno dei nodi più sensibili. Prima della caduta del regime siriano, Washington e Tel Aviv limitavano la richiesta del disarmo di Hezbollah al sud del fiume Litani nel Libano del sud. Ora la linea è più netta e pretende il disarmo totale nel territorio libanese, affidando il possesso delle armi all’esercito regolare. È improbabile che l’esercito possa forzare la mano. Un confronto diretto rischierebbe di provocare fratture interne, in particolare la fuoriuscita dei militari sciiti, e aprire scenari da guerra civile. Ayoub considera più probabile che un eventuale disarmo diventi oggetto di negoziati regionali tra Stati Uniti, Iran e Arabia Saudita, anche se al momento resta solo un’ipotesi.

Sul fronte israeliano, la mancata consegna delle armi offre teoricamente un pretesto per riprendere l’attacco contro il Libano. Tuttavia Israele ha interesse a mantenere l’attuale livello di scontro a bassa intensità, che gli consente di colpire Hezbollah senza subire costi importanti. Una operazione militare israeliana su larga scala vedrebbe inevitabilmente massicci lanci di missili dal Libano e nuovi sfollamenti dal nord di Israele verso il centro del paese.

Le voci su tensioni interne a Hezbollah vengono ridimensionate da Hussein Ayoub, che ricorda come il movimento sia un partito ideologico dotato di una struttura gerarchica rigida e militanti fedeli. Le uccisioni di Hassan Nasrallah e del suo successore Hashem Safieddine hanno colpito duramente la leadership, ma non hanno creato spaccature. Il nuovo segretario generale, Naim Qassem, viene descritto come un amministratore competente, privo del carisma dei suoi predecessori ma capace di gestire le varie correnti interne grazie all’esperienza maturata nelle elezioni parlamentari e municipali. In 43 anni, ricorda l’analista, Hezbollah non ha conosciuto scissioni e la comunità sciita tende a compattarsi nei momenti di difficoltà. Un elemento che probabilmente emergerà nelle elezioni parlamentari previste nella primavera del 2025, quando il movimento potrebbe ottenere livelli di consenso superiori al passato.

In un Libano segnato da crisi istituzionali, pressioni regionali e ferite aperte dalla guerra, Hezbollah resta dunque un attore centrale, ma più vulnerabile e meno sicuro della propria forza rispetto al passato.

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09/08/2025

Libano - Il governo vuole disarmare la Resistenza, per Hezbollah non se ne parla

Secondo i più pessimisti, nei giorni scorsi il Libano ha compiuto un passo verso una nuova guerra civile. Dopo una riunione del Consiglio dei Ministri, infatti, il Primo Ministro Salam se ne uscito con una dichiarazione con cui, seppur in forme edulcorate e prendendo tempo, decreta il disarmo di Hezbollah.

Ha, infatti, affermato che “l’esercito libanese verrà incaricato di elaborare un piano attuabile entro la fine dell’anno per il contenimento delle armi [in mano milizie non statali], per presentarlo al Consiglio dei Ministri entro la fine di questo mese”.

I Ministri sciiti non hanno partecipato alla riunione, ma non sono in numero sufficiente per porre in stallo l’esecutivo, come accadeva in precedenza.

Questa sparata s’inserisce nell’ambito delle pressioni di USA e paesi arabi per contenere la Resistenza in tutto il quadrante.

Hezbollah ha replicato rispolverando, forse per la prima volta dopo il cessate il fuoco di fine novembre, un linguaggio minaccioso: la decisione di decretare il disarmo è stata definita un “grave peccato” e verrà trattata “come se non esistesse”.

Il Segretario Generale Naim Qassem, in uno dei suoi discorsi televisivi, è tornato a parlare di guerra, tuonando che se il cessate il fuoco continuerà a non essere rispettato nel sud, la Resistenza “farà cadere missili all’interno dell’entità sionista”.

È chiaro che l’esercito libanese non è in grado di imporre il disarmo a nessuno, ma già il solo fatto di voler mettere fuorilegge le milizie di Hezbollah, apre la strada a possibili provocazioni da parte di ex-falangisti al fine di far scaturire interventi esterni con il pretesto di “far rispettare le decisioni sovrane del governo”. Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che disegna lo scenario attuale.

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Disarmare la resistenza: si apre una nuova fase di confronto in Libano

La decisione del governo di Nawaf Salam di disarmare Hezbollah segna un momento politicamente teso nella storia del conflitto arabo-israeliano. Sia la sua tempistica, sia il suo contenuto riflettono il culmine di una lunga traiettoria che ha iniziato a prendere forma dopo l’ultima guerra israeliana in Libano nell’autunno del 2024.

Sebbene emanata da un’autorità ufficiale libanese, le implicazioni della decisione vanno oltre l’attuale momento politico, essendo direttamente legate a quanto seguito alla cessazione delle ostilità israeliane. All’epoca, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu non si era vantato di aver vinto. Aveva invece citato tre ragioni per porre fine alla guerra: gli sviluppi a Gaza, in Iran e, soprattutto, la necessità dell’esercito israeliano di “riposo e recupero”.

Il cambiamento più significativo, tuttavia, risiede nell’evoluzione del panorama regionale, soprattutto in Siria, e nelle sue conseguenze sull’accerchiamento della resistenza. Nonostante abbia inferto colpi gravi e mirati a Hezbollah, prendendo di mira anche leader chiave come Sayyed Hassan Nasrallah e Sayyed Hashem Safieddine, Israele ha concluso che il suo affidamento sulla superiorità aerea e sulla pressione militare non è riuscito a smantellare l’infrastruttura militare di Hezbollah né a neutralizzarne il ruolo di deterrenza.

In risposta, la strategia israeliana si è spostata verso strumenti meno costosi, concentrati sull’indebolimento di Hezbollah dall’interno, prendendo di mira la sua base di sostegno nazionale e costringendo lo Stato libanese a prendere misure contro la resistenza. Questo sforzo è guidato direttamente dall’amministrazione statunitense.

In questo contesto, è emerso un nuovo concetto: l'“ingegneria politica della sovranità libanese”, una strategia volta a ridisegnare i confini della legittimità per presentare Hezbollah come un organismo che opera “al di fuori dell’autorità statale”. La recente decisione sul disarmo, guidata dalla pressione diretta degli Stati Uniti, incarna questa logica nella sua forma più chiara. Il dibattito all’interno del governo sulla “carta degli Stati Uniti” non è una disputa interna, ma parte di uno sforzo congiunto tra Stati Uniti e Israele per rimodellare il panorama politico e di sicurezza del Libano.

Dal punto di vista di Israele, la decisione non è uno sviluppo politico marginale, ma una svolta. Dagli anni ’90, Hezbollah ha operato nell’ambito di un ampio consenso nazionale che lo ha protetto dagli attacchi politici interni, consentendogli di concentrarsi sulla lotta all’occupazione israeliana. Ora, quel consenso è sotto attacco. L’attuale decisione mira a privare la resistenza della sua legittimità nazionale e a rilanciarla come una forza di ribellione contro lo Stato.

Ma questa sfida non è rimasta senza risposta. La risposta di Hezbollah ha immediatamente cambiato la narrazione, definendo la decisione incostituzionale e illegittima. Il partito ha ribadito il suo impegno per la “sovranità nazionale” di fronte al disarmo imposto dall’estero e ha chiarito la sua posizione: respinge categoricamente la decisione e non la riconoscerà, evitando comunque un confronto aperto con lo Stato.

Questa posizione riflette una deliberata moderazione politica. Hezbollah si rifiuta di cadere nella trappola del conflitto civile, pur mantenendo i suoi punti di forza fondamentali. Continua a operare attraverso le istituzioni statali, sostenuto dalla Costituzione, dalla dichiarazione ministeriale e da decenni di legittimità accumulata come forza di resistenza nazionale.

In pratica, Hezbollah si è trovato di fronte a tre scelte: sottomettersi ai dettami israelo-americani, confrontarsi direttamente con lo Stato o impegnarsi politicamente evitando conflitti interni. Ha scelto la terza via, la più efficace e con il costo minore. Questo approccio consente a Israele di manovrare attraverso le istituzioni statali libanesi, ma finora gli ha negato l’escalation interna che desiderava. Ancora più importante, riformula la battaglia attorno alla sovranità, non solo alle armi.

Israele riconosce la difficoltà che questo pone al suo calcolo strategico. La posizione della resistenza indebolisce la capacità del governo di far rispettare la decisione sul disarmo senza rischiare disordini interni. Eppure la domanda chiave rimane: Israele sta usando la decisione del governo per legittimare la sua aggressione contro la resistenza?

Dal punto di vista israeliano, la risposta è sì. La decisione fornisce un pretesto per un’ingerenza più profonda negli affari libanesi, senza dover attraversare il confine, con il pretesto di “sostenere la sovranità dello Stato”. Dal punto di vista libanese, i continui attacchi israeliani non fanno che rafforzare il legame diretto tra la decisione sul disarmo e la strategia postbellica di Israele.

Guardando al futuro, la prossima fase dipende da un fragile equilibrio tra tre forze:
1) La capacità del governo di attuare la decisione in un contesto politicamente e socialmente diviso.
2) La capacità di Hezbollah di resistere alle pressioni senza cadere in uno scontro interno.
3) La capacità di Israele di intervenire senza apparire come istigatore. Questo scenario consente a Israele di sfruttare una decisione del governo libanese nella sua lunga guerra alla resistenza senza aprire un nuovo fronte.

La decisione sul disarmo non ha chiuso lo scontro. Ha aperto un nuovo capitolo, definito non da proiettili, ma da costituzioni, alleanze politiche e manovre istituzionali. Hezbollah si è posizionato come difensore della sovranità nazionale contro un progetto guidato dall’estero.

Tra l’ingegnerizzazione esterna della sovranità libanese da parte di Israele e la resistenza interna di Hezbollah, sta emergendo una nuova linea di demarcazione in Libano. Questa linea non passa solo attraverso il sud, ma attraversa il cuore stesso dello Stato; la sua costituzione, il suo governo, le sue pretese di legittimità e la coscienza popolare ora di fronte a una domanda fondamentale: chi difende veramente la sovranità e chi la invoca per servire interessi stranieri?

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15/04/2025

Libano - Hezbollah cambia strategia

Il 13 aprile ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’inizio della guerra civile libanese. Le nuove autorità del paese hanno voluto ricordare questa ricorrenza spogliando di tutti i simboli politici la strada che conduce all’aeroporto di Beirut, quasi a marcare lo stabilirsi di nuovi equilibri rispetto a quello scaturiti dopo la fine del conflitto.

Molti media internazionali ostili ad Hezbollah hanno colto l’occasione per effettuare diverse speculazioni sul futuro della formazione sciita, nell’ambito dei nuovi rapporti di forza che stanno maturando in conseguenza del tentativo di genocidio in corso nei confronti dei Palestinesi e della guerra imperialista totale mossa nei confronti del cosiddetto “Asse della Resistenza”.

Il movimento politico-militare sciita ha effettivamente subito dei colpi durissimi, che stanno portando a cambi strategici complessivi. Ha visto, in pochi mesi, decapitata la propria leadership politico-militare, a partire dall’uccisione del carismatico, ascoltatissimo e amatissimo segretario generale Hassan Nasrallah, a fine settembre 2024, ed ha dovuto assistere, senza possibilità d’influire sugli eventi, alla caduta del proprio principale alleato nel mondo arabo, ovvero la Siria baathista, che costituiva un retroterra fondamentale dal punto di vista logistico, per quanto riguarda il rifornimento di armi, e dal punto di vista politico, per quanto riguarda gli equilibri interni al Libano.

D’altro canto, però, da un punto di vista strettamente militare, il confronto contro l’aggressione sionista su larga scala, durata da settembre a novembre 2024, ha segnato un punto di tenuta rilevantissimo: l’esercito nemico è riuscito ad effettuare una penetrazione terrestre molto più limitata rispetto al 2006, nonostante l’impiego di molte più risorse e, nonostante gli attacchi, gli abitanti del nord d’Israele sfollati nell’ottobre 2023 ancora non sono tornati nelle proprie.

La modifica dei rapporti interni al Libano si è evidenziata nei mesi scorsi, con le pressioni politico-militari portate avanti dagli USA e dai paesi del Golfo su tutti gli apparati e i partiti politici libanesi nel corso del travagliato iter che ha condotto all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e del nuovo Primo Ministro.

La conseguenza è stata che i candidati proposti dall’“Alleanza 8 marzo”, in cui è inserito Hezbollah (che, non a caso, prende il nome dalla manifestazione filo-siriana dell’8 marzo 2005, convocata in risposta alla “rivoluzione arancione” allora in corso da parte delle forze filo-occidentali dopo l’uccisione del Primo Ministro Hariri), si sono ritirati, costringendo il movimento sciita ad accettare l’elezione di due figure sgradite, fino ad allora sempre ostacolate, rispettivamente Joseph Aoun e Nawaf Salam.

La tenuta dell’alleanza con l’altro partito sciita Amal, che, per ora, resiste alle pressioni, ha consentito di chiudere la partita del governo in maniera “decente” per Hezbollah.

Il cambiamento strategico più rilevante, però, è dato dal fatto che il “Partito di Dio” effettivamente si sta impegnando a rispettare i termini del cessate del fuoco stipulati a fine novembre scorso, i quali prescrivono alla sua ala militare di lasciare le proprie posizioni all’esercito libanese, ritirandosi dal sud del fiume Litani, come previsto dalla risoluzione delle Nazioni Unite 1701, già alla base della cessazione delle ostilità del 2006, ma mai applicata nei termini in cui si sta applicando ora.

Nella pratica, si sta smantellando quello che viene spesso definito lo “stato nello stato” costruito da Hezbollah nel sud del Libano, tanto da far parlare i media ostili di effettivo inizio di un processo di disarmo dell’organizzazione sciita, come reclamato dai suoi nemici sin dalla fine della guerra civile.

Per capire cosa ci sia di vero in queste speculazioni, è utile ripercorrere l’intervista rilasciata a marzo da Ali Fayyad a Responsible Statecraft. Ali Fayyad è parlamentare e ideologo di Hezbollah, che in questi mesi sta facendo da portavoce di fatto, mentre Responsible Statecraft è la rivista del Quincy Institute for Responsible Statecraft, think tank statunitense molto particolare che, come dice il nome stesso, si segnala in quanto fautore di una linea in politica estera moderata e pragmatica, già al centro di diverse critiche per le posizioni giudicate non sufficientemente ferme dai media mainstream rispetto alla guerra russo-ucraina, al confronto con la Cina, ecc.

Riportiamo gli estratti più interessanti e pregnanti dell’intervista.

Rispetto alla situazione al confine, Fayyad conferma la completa adesione alla risoluzione 1701: “Per quanto riguarda il Libano, abbiamo sottolineato il nostro impegno nei confronti della risoluzione 1701 e del documento sulle misure di attuazione. Ci siamo impegnati pienamente a rispettare gli obblighi relativi alla zona a sud del fiume Litani e, poiché il documento di attuazione si occupa di spiegare e attuare la risoluzione 1701, il suo riferimento e la sua portata geografica sono soggetti alla risoluzione internazionale 1701”.

Incalzato dalle domande, Fayyad va più a fondo, manifestando l’intenzione di non ostacolare il blocco, da parte dell’esercito, dell’importazione di armi e di essere aperto ad un dialogo più generale rispetto alla questione degli arsenali dell’organizzazione: “Per quanto riguarda il nord del fiume Litani, il documento di attuazione stabilisce che non è consentito importare o sviluppare armi. Invitiamo lo Stato libanese a esercitare pienamente il suo ruolo nel controllo della situazione ai confini. Non abbiamo alcun problema al riguardo, tuttavia, tutto ciò che riguarda la resistenza nel nord del fiume Litani è una questione sovrana che riguarda il governo libanese, e Hezbollah invita il governo a raggiungere un’intesa sulla situazione nel nord del Litani”.

Tuttavia, è troppo presto per parlare di disarmo. “Questa questione non può essere affrontata isolatamente, ma deve essere affrontata in modo olistico. Quando dico questo, intendo dire che è strettamente legata alla garanzia che lo Stato sia in grado di esercitare il suo ruolo di difesa del territorio e del popolo libanese”.

Nella situazione attuale, il Libano è ben lontano dal raggiungere tale condizione, pertanto tutte le opzioni sono aperte: “In ogni caso, la presenza di Israele in cinque punti è qualcosa che consideriamo occupazione e questo dà al Libano il diritto di usare tutti i mezzi possibili per liberare questi territori occupati... L’espressione ‘tutti i mezzi possibili’, che è stata inclusa nell’accordo di Taif e nei manifesti dei governi per molti anni, ed è stata reintrodotta nella dichiarazione del Presidente della Repubblica, significa mezzi diplomatici e non diplomatici”.

Da queste frasi traspare effettivamente un cambio strategico: Hezbollah non si pone più come l’unico difensore del sud in prima istanza e di tutto il paese in seconda istanza, ma, nel fare un passo indietro, responsabilizza, almeno verbalmente, il governo centrale, ancorché la composizione di quest’ultimo sia meno favorevole rispetto ai precedenti esecutivi.

Di conseguenza, anche la linea politica interna ed i meccanismi organizzativi stanno cambiando. “La presenza di Sayyed Hassan è stata travolgente. Quando prendeva una decisione, questa veniva accolta con entusiasmo da tutti, dato il suo storico ruolo di leadership. Ora, il nuovo segretario generale, lo sceicco Naim Qassem, è più favorevole al ruolo delle istituzioni interne nel processo decisionale; ora ci siamo mossi maggiormente verso una leadership istituzionale collettiva che prende decisioni basate sulla burocrazia interna, sugli organismi interni”.

Alla domanda esplicita: “Hezbollah sta diventando un partito puramente politico?”, Fayyad precisa: “No, Hezbollah, nonostante i cambiamenti avvenuti, rimane da un lato un partito di resistenza e dall’altro un partito politico. Tuttavia, ogni fase richiede un approccio diverso quando si tratta di resistenza. Hezbollah rimane impegnato nella resistenza e ritiene che sia diritto del Libano contrastare qualsiasi aggressione israeliana. Ma questa fase attuale, data la sua natura unica e i cambiamenti avvenuti, forse richiede un approccio diverso” consistente, come detto, nell’“offrire allo Stato libanese l’opportunità di prendere in mano la situazione nei confronti del nemico israeliano”.

L’altro macro tema affrontato è la situazione in Siria, rispetto alla quale Fayyad è chiarissimo: “Non c’è dubbio che la trasformazione politica avvenuta in Siria abbia rappresentato una grave perdita strategica, non possiamo negarlo. Non abbiamo sostenuto l’approccio adottato riguardo ai complessi legami tra l’ex regime siriano e il popolo siriano... I nostri precedenti legami con il regime sono legati ad una questione specifica riguardante la necessità di stabilire un equilibrio contro Israele in una complicata lotta regionale”.

Sul nuovo regime qaedista: “Non cerchiamo guai e adottiamo la posizione dello Stato libanese che auspicava relazioni equilibrate tra i due Paesi. Tuttavia, sottolineiamo l’importanza di proteggere le minoranze, rispettare le libertà e non avere una nuova leadership oppressiva in Siria. Stiamo anche monitorando la posizione della nuova leadership in Siria nei confronti di Israele. Questa posizione è confusa e solleva molti interrogativi, poiché Israele si è infiltrato e ha occupato il territorio siriano senza che la nuova leadership prendesse alcuna posizione. Si tratta di una situazione insolita da ogni punto di vista legale e politico, che non si riscontra in nessun altro Paese.
Gli scontri
[al confine tra Libano e Siria] sono stati collegati al contrabbando e alle bande di contrabbandieri, ma crediamo che ci sia più di questo. Mirano a esercitare pressione politica sul Libano, e ciò che vogliamo è che i confini settentrionali orientali siano stabili”.

Il resto dell’intervista è rappresentato da una serie di dichiarazioni concilianti, in cui Fayyad afferma che i problemi fra la Resistenza e gli USA non sono bilaterali, ma riguardano specificamente l’appoggio che questi ultimi offrono all’occupazione sionista e le sue atrocità.

Di fronte a queste aperture di credito di Hezbollah, il nuovo governo si sta dimostrando in grado di gestire i compiti gravosi che incombono sul Libano? Ovviamente no.

Nato come un esecutivo che avrebbe dovuto segnare la legittimazione del paese di fronte all’Occidente e ai paesi del Golfo e aprirlo agli investimenti esteri grazie all’implementazione delle riforme richieste dagli istituti finanziari internazionali, è parso sin da subito uno dei tanti figli orfani della precedente amministrazione USA: designato da quest’ultima per gestire la marginalizzazione dell’Asse Resistenza, è stato immediatamente penalizzato dai falchi di quella attuale, a favore dell’espansionismo sionista tout-court, esattamente come sta accadendo all’Autorità Nazionale Palestinese e, in parte, il nuovo regime siriano.

La vice inviata di Trump per il Medio Oriente, Morgan Ortagus, che già aveva umiliato il neopresidente della Repubblica stringendogli la mano mentre indossava un anello con la stella di Davide, sta continuando l’opera, con risvolti ancora più seri.

Infatti, non solo ha dato luce verde all’occupazione sionista affinché rimanga nei cinque punti del Libano dai quali non si è ancora ritirata, ma ne ha anche appoggiato la ripresa forte dei bombardamenti, subordinando la rinegoziazione del cessate il fuoco raggiunto a novembre allo stabilimento di una road map per il disarmo di Hezbollah e all’avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti bilaterali Libano-Israele, anche se su quest’ultimo punto le dichiarazioni ufficiali sono sfumate.

Il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro non possono garantire né l’uno, né l’altra condizione, pertanto reagiscono in maniera reticente o silente; ma mentre quando i bombardamenti avvenivano solo nelle roccaforti di Hezbollah del sud se ne disinteressavano completamente o concentravano le proprie accuse non sull’aggressore, bensì sui lanciatori sporadici (e sospetti) di razzi verso Israele, colpevoli di violare il cessate il fuoco, quando hanno ricominciato ad estendersi a Beirut qualche problema serio di tenuta si è palesato.

Altro punto d’imbarazzo per le nuove autorità è costituito dagli scontri che periodicamente si accendono al confine con la Siria fra HTS e le milizie locali sciite, nell’ambito dei quali queste ultime sono in grado di farsi rispettare maggiormente rispetto all’esercito libanese che, nelle dichiarazioni del Presidente della Repubblica, dovrebbe essere in grado d’imporre il monopolio dell’uso della forza in tutto il paese, disarmando ogni sorta di milizia.

Il prossimo test per i nuovi equilibri saranno le elezioni municipali, previste per il mese di maggio in tutto il Libano. Amal ha già confermato l’alleanza con Hezbollah; il resto è tutto un’incognita, considerato l’ampio sfollamento delle popolazioni del sud, le problematiche legate al processo di ricostruzione, che gli apparati governativi vorrebbero sottrarre ad Hezbollah (in passato dimostratosi efficientissimo da questo punto di vista) ed il clima di accerchiamento che ancora prevale nei confronti della formazione sciita.

In definitiva, è chiaro e dichiarato il passo indietro da parte di Hezbollah rispetto a prima del “diluvio di Al-Aqsa”, sia sul piano della presenza militare sul terreno che su quello dell’influenza politica.

Tuttavia, la messa in discussione nel medio termine del suo status di organizzazione di resistenza armata rimane irrealistica perché lo stato libanese non pare minimamente in grado né di reprimerlo, né, men che meno, di rilevarlo. Anzi, gli atteggiamenti di quest’ultimo nei confronti delle popolazioni del sud e la sua incapacità di garantire la pace, costituiscono una grande fonte di legittimazione della Resistenza armata, il cui ruolo è eventualmente scalfibile solo mediante corposi interventi esterni di regime change.

D’altronde, le scene cui tutto il mondo ha assistito nel momento in cui è stata stipulata la tregua di novembre e durante i funerali di Nasrallah dimostrano che l’appoggio popolare nei confronti di Hezbollah è ancora molto forte.

Pertanto, i punti di debolezza di tutti gli attori del paese, potrebbero portare a stabilire un nuovo equilibrio non troppo distante da quello precedente.

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