Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/05/2026

9 maggio

Il dispositivo è ormai evidente. L’Unione Europea è una costruzione cosi fragile e paradossale che per sussistere deve appoggiarsi a un nemico assoluto: la Russia appunto.

Una idea tutt’altro che condivisa da popoli sempre più scettici e impoveriti, ma ormai di granitica consistenza sia presso le elité liberali che le tristi dirigenze di larga parte delle sinistre. Queste ultime ormai dissociate dalle classi lavoratrici e totalmente dimentiche di quella coscienza internazionalista che si fondava sulla solidarietà delle classi sfruttate e dei popoli oppressi dall’imperialismo.

Se nella crisi della prima guerra mondiale larga parte dei socialisti rifluì (votando i crediti di guerra) sul nazionalismo, ora lo sconcerto identitario si manifesta come una isterica, quanto acritica, adesione all’Europa e all’Occidente. Con tutta la foga neofitica tipica degli ultimi venuti e/o dei nuovi convertiti.

Una invenzione senza tradizione. Un pater noster elevato all’Europa, pervicace più di ogni sciovinismo conosciuto. Un delirio più grave della peggiore alienazione religiosa. Un noi che non esiste.

Questa piega nevrotica era già presente in Altiero Spinelli, il quale sconfessando ogni idea irenica sul suo conto, nel suo diario scrisse «...che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».

Dunque la guerra come levatrice dell’identità. Per una Europa alienata, inceppata nei suoi farraginosi quanto ferrei meccanismi, in più soggetta alla supremazia atlantica al punto da accettare penose umiliazioni, questo ‘momento buono’ sembra arrivato.

Si pensi ai ‘volenterosi’ nelle mani delle cricche ‘liberali’ con le sinistre, persino ‘radicali’, come ruota di scorta: una alleanza fra le fu nazioni impero che per due secoli si sono fronteggiate per la supremazia in Europa, sino all’ecatombe di ben due guerre mondiali, ora alleate nel voler far guerra alla Russia.

Anche Jean Monnet, un altro architetto dell’integrazione europea, aveva idee non distanti dal retropensiero spinelliano: “L’Europa – disse – si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per risolverle”. La crisi come prodromica a ogni cambiamento. Vale per ogni situazione socio-politica e da sempre nella storia. Ma se la crisi la si va a cercare e la si produce in proprio difficile che l’esito sia progressivo. L’autolesionismo non è certo una buona cura.

Nel frattempo questa ansiogena e paranoica vocazione bellica sta già marcando un clamoroso retroflusso interno che ammorba lo spazio pubblico resecando le promesse democratiche del ‘sogno europeo’. Ormai un incubo autosanzionatorio. Una fustigazione.

Nel mentre si comminano alla Russia sanzioni che tornano indietro come boomerang, si fa di Israele, uno Stato genocida, la propria ‘ragion di stato’, rovesciando in chiave proiettiva il proprio senso di colpa. Comunismo e nazismo vengono ipocritamente equiparati, arrivando ad elevare i banderisti ucraini ad alfieri della libertà.

Una cappa di conformismo persecutorio e una massa immodica di falsità sono dilagate come un cancro nei media e nelle istituzioni, limitando le libertà democratiche di espressione e finanche quelle politiche. Come si è espressa la Von der Leyen, “Possiamo, dobbiamo limitare lo svolgimento delle elezioni nei Paesi con una democrazia instabile. Questo riguarda sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. È nostro diritto difendere l’unità dell’Unione Europea”.

Terra e mare. Le nazioni-impero dell’Europa occidentale si fronteggiarono sul mare: Inghilterra, Francia e Spagna. Conflitto che vide uscire vincitore il Regno Unito (un’isola). Con il mare dominato dal Regno Unito le aspirazioni continentali all’impero potevano trovare sbocco solo nello spazio tellurico, cioè a Est, dove persisteva il gigante russo.

Napoleone e Hitler. Due modi diversi dello spirito di conquista. L’espansione del diritto napoleonico, erede della rivoluzione, nello spazio occupato dalle formazioni dinastiche dell’ancien regime. La cui conseguenza inintenzionale è stato la diffusione del revanchismo nazionalistico. Il suprematismo razziale del nazismo con la sua smodata ricerca della lebensraum.

Entrambi predoni, come già il Regno Unito nelle guerre marittime. Entrambi gli eserciti che invasero la Russia erano europei e plurinazionali, sia l’armata napoleonica (600.000 uomini, dei quali solo un terzo francesi), sia quella hitleriana, composta di quattro milioni, nucleo tedesco ma con dentro altri stati vassalli (Ungheria, Slovacchia, Finlandia, Romania, Italia) e corpi aggiunti da ogni dove, con le SS come ricettacolo cosmopolita.

In entrambi i casi i più maestosi corpi di spedizione che la storia abbia conosciuto. E in entrambi i casi queste guerre hanno sancito la rovina degli invasori, come già fu per l’armata di Carlo XII che a Poltava sancì la fine dell’impero svedese. In entrambi i casi fatale è stata una supponenza di superiorità e una penosa sottovalutazione della Russia.

Sarà cosi anche stavolta. Dipende se ci si arriva, al “momento giusto” spinelliano. Un conto è inviare droni e missili per i corridoi baltici, un conto gli attentati terroristici gestiti in proprio o per procura. Altro conto mettere gli stivali sul terreno. Un terreno che è presidiato dalla più grande potenza atomica del mondo. Vale per Trump in Iran, e vale a maggior ragione per l’Europa rispetto alla Russia.

Perciò azzardo improbabile, anche se i preparativi per la guerra dureranno a lungo, essendo ormai incardinati al nuovo ciclo di crescita. Un allarme permanente, una guerriglia ibrida e a bassa intensità combattuta su più piani ma mai in campo aperto. Un automatismo infernale: sempre più allarme per una guerra che non può essere combattuta sino alle estreme conseguenze.

Cosi l’Unione è destinata ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni sino a che si sgretolerà da sé medesima sotto la ferma guida della sua imbelle e isterica dirigenza. Non sarà necessario che la Russia torni a issare la bandiera sul Reichstag. Sarà comunque una nuova liberazione. Se non altro dalla stupidità.

Oggi, 9 di Maggio, sulla piazza rossa la Russia celebra l’eroismo del popolo sovietico nella vittoria sul nazifascismo, mentre nei salotti dell’Europa le burocrazie celebrano nell’indifferenza più generale non si sa cosa.

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