Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
10/05/2026
9 maggio
Una idea tutt’altro che condivisa da popoli sempre più scettici e impoveriti, ma ormai di granitica consistenza sia presso le elité liberali che le tristi dirigenze di larga parte delle sinistre. Queste ultime ormai dissociate dalle classi lavoratrici e totalmente dimentiche di quella coscienza internazionalista che si fondava sulla solidarietà delle classi sfruttate e dei popoli oppressi dall’imperialismo.
Se nella crisi della prima guerra mondiale larga parte dei socialisti rifluì (votando i crediti di guerra) sul nazionalismo, ora lo sconcerto identitario si manifesta come una isterica, quanto acritica, adesione all’Europa e all’Occidente. Con tutta la foga neofitica tipica degli ultimi venuti e/o dei nuovi convertiti.
Una invenzione senza tradizione. Un pater noster elevato all’Europa, pervicace più di ogni sciovinismo conosciuto. Un delirio più grave della peggiore alienazione religiosa. Un noi che non esiste.
Questa piega nevrotica era già presente in Altiero Spinelli, il quale sconfessando ogni idea irenica sul suo conto, nel suo diario scrisse «...che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono».
Dunque la guerra come levatrice dell’identità. Per una Europa alienata, inceppata nei suoi farraginosi quanto ferrei meccanismi, in più soggetta alla supremazia atlantica al punto da accettare penose umiliazioni, questo ‘momento buono’ sembra arrivato.
Si pensi ai ‘volenterosi’ nelle mani delle cricche ‘liberali’ con le sinistre, persino ‘radicali’, come ruota di scorta: una alleanza fra le fu nazioni impero che per due secoli si sono fronteggiate per la supremazia in Europa, sino all’ecatombe di ben due guerre mondiali, ora alleate nel voler far guerra alla Russia.
Anche Jean Monnet, un altro architetto dell’integrazione europea, aveva idee non distanti dal retropensiero spinelliano: “L’Europa – disse – si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per risolverle”. La crisi come prodromica a ogni cambiamento. Vale per ogni situazione socio-politica e da sempre nella storia. Ma se la crisi la si va a cercare e la si produce in proprio difficile che l’esito sia progressivo. L’autolesionismo non è certo una buona cura.
Nel frattempo questa ansiogena e paranoica vocazione bellica sta già marcando un clamoroso retroflusso interno che ammorba lo spazio pubblico resecando le promesse democratiche del ‘sogno europeo’. Ormai un incubo autosanzionatorio. Una fustigazione.
Nel mentre si comminano alla Russia sanzioni che tornano indietro come boomerang, si fa di Israele, uno Stato genocida, la propria ‘ragion di stato’, rovesciando in chiave proiettiva il proprio senso di colpa. Comunismo e nazismo vengono ipocritamente equiparati, arrivando ad elevare i banderisti ucraini ad alfieri della libertà.
Una cappa di conformismo persecutorio e una massa immodica di falsità sono dilagate come un cancro nei media e nelle istituzioni, limitando le libertà democratiche di espressione e finanche quelle politiche. Come si è espressa la Von der Leyen, “Possiamo, dobbiamo limitare lo svolgimento delle elezioni nei Paesi con una democrazia instabile. Questo riguarda sia le elezioni presidenziali che quelle parlamentari. È nostro diritto difendere l’unità dell’Unione Europea”.
Terra e mare. Le nazioni-impero dell’Europa occidentale si fronteggiarono sul mare: Inghilterra, Francia e Spagna. Conflitto che vide uscire vincitore il Regno Unito (un’isola). Con il mare dominato dal Regno Unito le aspirazioni continentali all’impero potevano trovare sbocco solo nello spazio tellurico, cioè a Est, dove persisteva il gigante russo.
Napoleone e Hitler. Due modi diversi dello spirito di conquista. L’espansione del diritto napoleonico, erede della rivoluzione, nello spazio occupato dalle formazioni dinastiche dell’ancien regime. La cui conseguenza inintenzionale è stato la diffusione del revanchismo nazionalistico. Il suprematismo razziale del nazismo con la sua smodata ricerca della lebensraum.
Entrambi predoni, come già il Regno Unito nelle guerre marittime. Entrambi gli eserciti che invasero la Russia erano europei e plurinazionali, sia l’armata napoleonica (600.000 uomini, dei quali solo un terzo francesi), sia quella hitleriana, composta di quattro milioni, nucleo tedesco ma con dentro altri stati vassalli (Ungheria, Slovacchia, Finlandia, Romania, Italia) e corpi aggiunti da ogni dove, con le SS come ricettacolo cosmopolita.
In entrambi i casi i più maestosi corpi di spedizione che la storia abbia conosciuto. E in entrambi i casi queste guerre hanno sancito la rovina degli invasori, come già fu per l’armata di Carlo XII che a Poltava sancì la fine dell’impero svedese. In entrambi i casi fatale è stata una supponenza di superiorità e una penosa sottovalutazione della Russia.
Sarà cosi anche stavolta. Dipende se ci si arriva, al “momento giusto” spinelliano. Un conto è inviare droni e missili per i corridoi baltici, un conto gli attentati terroristici gestiti in proprio o per procura. Altro conto mettere gli stivali sul terreno. Un terreno che è presidiato dalla più grande potenza atomica del mondo. Vale per Trump in Iran, e vale a maggior ragione per l’Europa rispetto alla Russia.
Perciò azzardo improbabile, anche se i preparativi per la guerra dureranno a lungo, essendo ormai incardinati al nuovo ciclo di crescita. Un allarme permanente, una guerriglia ibrida e a bassa intensità combattuta su più piani ma mai in campo aperto. Un automatismo infernale: sempre più allarme per una guerra che non può essere combattuta sino alle estreme conseguenze.
Cosi l’Unione è destinata ad avvilupparsi nelle sue contraddizioni sino a che si sgretolerà da sé medesima sotto la ferma guida della sua imbelle e isterica dirigenza. Non sarà necessario che la Russia torni a issare la bandiera sul Reichstag. Sarà comunque una nuova liberazione. Se non altro dalla stupidità.
Oggi, 9 di Maggio, sulla piazza rossa la Russia celebra l’eroismo del popolo sovietico nella vittoria sul nazifascismo, mentre nei salotti dell’Europa le burocrazie celebrano nell’indifferenza più generale non si sa cosa.
Fonte
25/07/2022
Elezioni. La politica alimenta lo spettro del “nemico esterno”, quello sbagliato
Piuttosto strumentalmente l’allarme viene lanciato sulle presunte ingerenze russe sulle prossime elezioni in Italia. È una tesi piuttosto strumentale e fuorviante, anche perchè le uniche ingerenze già dichiarate su quello che dovrà essere e dovrà fare il prossimo governo sono quelle indicate qualche giorno fa dalla presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde. Ma su questo la politica, sia quella sdraiata sul draghismo che l’opposizione della corona, continuano a fare i finti tonti, anzi appare del tutto subalterna.
Due giorni fa è riapparso il solito Urso, il presidente del Copasir inabissatosi dopo lo scandalo delle liste nere dei dissidenti anti-guerra, secondo il quale l’Italia “deve fare attenzione ai tentativi russi di influenzare, attraverso la disinformazione soprattutto, la campagna elettorale e dunque i risultati delle prossime elezioni italiane”, previste per il 25 settembre a causa dello scioglimento anticipato delle Camere dopo le dimissioni di Draghi.
Non solo, Urso, ha fatto sapere che il Comitato per la sicurezza della Repubblica (Copasir) se ne sta già “occupando”. Il che, visti i pregressi, non appare affatto rassicurante.
Il presidente del Copasir dice anche di aver avviato un’indagine conoscitiva riguardo un’ingerenza straniera “recente nel sistema di informazione anche attraverso la rete”, che rimane “uno degli strumenti principali utilizzato dalla Russia e non soltanto”.
L’esponente di Fratelli d’Italia approfitta della sua posizione per fare un po’ lo sborone e far sapere che “Qualora dovesse affermarsi quella che è la prima forza politica del Paese secondo i sondaggi, se i russi devono temere qualcosa, quelli siamo innanzitutto noi”. Urso ovviamente si riferisce a Fratelli d’Italia, che indica come “la forza politica che con più determinazione ha affermato che l’Italia dovesse schierarsi con i partner europei e atlantici, con il popolo ucraino e contro la Russia”. Insomma la destra vuole togliere il mestiere al Pd.
Ma Urso non è il solo ad alimentare il fantasma del nemico esterno, Anche l’ esponente del Pd, Enrico Borghi, membro del Copasir, ha dichiarato che : “La caduta del governo e le elezioni anticipate impediranno l’adozione, in Italia, di provvedimenti connessi al Digital services act che la Ue ha in animo di varare entro fine anno, un accordo tra l’Europa e le principali piattaforme social per il contrasto alla disinformazione e alle ingerenze. Un provvedimento protettivo della democrazia italiana che non si potrà costruire. Rischiamo, nelle prossime settimane, un inquinamento del nostro dibattito pubblico a causa di ingerenze straniere e di attacchi cibernetici che si sono già susseguiti da tempo”.
Borghi ha aggiunto che il rischio di un boom di fake news e disinformazione in vista della campagna elettorale sarà “indubbio” e spera che “si possano adottare dei codici di autoregolamentazione”.
Del resto lo stesso Draghi nel discorso al Senato, prima di chiedere la fiducia, aveva sottolineato come sia necessario “bloccare le interferenze russe nella nostra politica e nella nostra società”.
A metà della prossima settimana (la data di convocazione non è ancora disponibile) il ministro della Difesa Guerini interverrà davanti al Copasir per illustrare i contenuti del nuovo decreto interministeriale per l’invio di armi al governo ucraino. Il quarto decreto Armi, come i tre provvedimenti precedenti sarà sottoscritto, oltre che dal titolare della Difesa, anche dai ministri dell’Economia e degli Affari esteri. Anche questa volta la lista degli armamenti resterà secretata.
L’esecutivo dimissionario guidato Draghi, in carica per disbrigo degli affari correnti fino alle elezioni del 25 settembre e all’insediamento del nuovo esecutivo a Palazzo Chigi, ha infatti tra i dossier prioritari da gestire il decreto Aiuti bis e il nuovo provvedimento per l’invio delle armi all’Ucraina
Fuori dall’agenda degli affari correnti c’è invece il dossier sul salario minimo e un’anticipazione del taglio del cuneo fiscale. Insomma le ingerenze della Bce e della Nato sono già state fatte proprie, sia dal governo in uscita che da quello in entrata.
Fonte
14/06/2022
La guerra e il lato oscuro dell’Occidente /1: il nemico esterno
di Fabio Ciabatti
E ci risiamo. Mondo libero contro autocrazia, bene contro male. L’orso sovietico si è estinto ma è stato sostituito da una specie di predatore se possibile ancora più pericoloso, la Russia di Putin. Ma stiamo davvero assistendo al remake della guerra fredda? In realtà la ripetizione porta con sé una significativa variazione. Il nemico attuale ha un carattere diverso da quello passato. Se l’Unione Sovietica rappresentava un’alterità reale rispetto al mondo occidentale, la Russia di Putin può essere caratterizzata come il versante osceno del nostro mondo. O, per dirla in altro modo, la cosiddetta democratura putiniana può essere considerata come il lato oscuro della postdemocrazia occidentale (quest’ultima intesa, sulla scia di Colin Crouch,1 come un sistema che è svuotato progressivamente da ogni reale possibilità di partecipazione collettiva alle decisioni politiche, lasciando in vita le sole procedure formali della democrazia). Per questo il rapporto con il nemico oggi dà luogo ad una dinamica differente per quanto riguarda la costituzione della soggettività occidentale. Se in passato il confronto con il nemico venuto dall’Est aveva avuto degli esiti per certi versi positivi nei paesi a capitalismo avanzato, oggi assistiamo ad una dinamica sostanzialmente regressiva. Partendo da questo punto di vista, la riflessione che segue non ha come obiettivo quello di stabilire chi ha torto e chi ha ragione nell’attuale guerra o come andrà a finire il conflitto. Vuole essere soprattutto un ragionamento sugli effetti della guerra sull’immaginario occidentale.
Ciò nonostante, dovendo parlare del rapporto con il nemico bisognerà per prima cosa fare alcune considerazioni sulla sua natura che, senza pretesa di esaustività, saranno utili per approfondire successivamente il filo principale del nostro ragionamento e che, al tempo stesso, serviranno a sgomberare il campo da alcuni dei più diffusi luoghi comuni della propaganda bellicista dell’Occidente. Il primo pregiudizio implicito nella narrazione occidentale è che la Russia post-sovietica si era incamminata verso l’economia di mercato e la democrazia durante gli anni di Yeltsin, ma che questo processo è stato invertito a causa di Putin. Insomma, l’unico russo buono è un russo ubriaco! In realtà gli anni di Yeltsin furono un disastro completo: tra il 1991 e il 1995 il PIL crollò di poco più di un terzo, mentre tra il 1991 e il 1994 l’aspettativa di vita tra gli uomini precipitò di 5 anni, solo per citare alcuni dati clamorosi. Per quanto riguarda la democrazia basterà ricordare il bombardamento del parlamento russo che si opponeva ai voleri di Yeltsin nel 1993.
Considerando questi antefatti, Tony Woods nel suo testo Russia Without Putin, da cui prenderemo molti spunti nelle righe che seguono, sostiene che “L’autoritarismo per il quale Putin è ampiamente criticato non è il prodotto di una sinistra preferenza personale, ma piuttosto una caratteristica integrante del sistema che ha ereditato e ha continuato”.2 Gli anni Novanta e gli anni Duemila devono dunque essere visti come due fasi nell’evoluzione dello stesso sistema: nel prima turbolento periodo si assiste alla distruzione del sistema sovietico e all’installazione di un nuovo ordine capitalistico, nel secondo si verifica un processo di stabilizzazione e consolidamento in cui il nuovo modello si radica in profondità nel tessuto socioeconomico del Paese. La priorità, però, è sempre rimasta la difesa del capitalismo, come dimostra il fatto che Putin, nel corso dei suoi mandati, ha introdotto molti provvedimenti di stampo neoliberale: flat tax sul reddito al 13%, tagli di tasse per il capitale privato, codice del lavoro con il ridimensionamento dei diritti dei salariati, accrescimento del ruolo dei privati nell’educazione, nella sanità e nel settore immobiliare, trasformazione di servizi sociali in pagamenti in denaro.
In altri termini il sistema politico russo si è sviluppato dalla contraddizione tra i suoi dichiarati obiettivi democratici e la mancanza di un supporto popolare per il suo programma di trasformazione verso il libero mercato. Anche Putin non ha mai negato il principio democratico in sé, ma ha sostenuto che va declinato sulla base della specificità russa. Di fatto, la sovranità popolare è stata sacrificata ogni volta che è entrata in contraddizione con le necessità della transizione capitalistica. Se tra democrazia e capitalismo si sviluppa un rapporto contraddittorio non altrettanto si può dire a proposito della relazione tra i principi dell’economia neoliberale e la logica statalista. In questo caso si può parlare di due impulsi paralleli che ispirano la gestione putiniana del potere. È fuori di dubbio che lo stato sotto Putin abbia riguadagnato il controllo sulle leve fondamentali dell’economia nazionale, a cominciare dal controllo sulle risorse naturali, in particolare petrolio e gas. Ma questo significa che abbiamo assistito ad un ribaltamento della dinamica che vedeva il capitale privato utilizzare lo stato per il suo profitto a favore di un processo in cui lo stato si serve del capitale privato per perseguire le sue politiche di potenza? Probabilmente le cose sono un po’ più complesse. Il rapporto tra potere e ricchezza nella Russia post-sovietica è stato sempre molto stretto, quantomeno perché il capitalismo è iniziato con la vendita a prezzi di saldo da parte dello stato di pezzi dell’economia pianificata. Se all’inizio i principali beneficiari sono stati i cosiddetti outsider (persone prive di significativi rapporti con l’élite economico-politica sovietica) che hanno prosperato principalmente nei settori della finanza, dei media e dell’industria leggera, con l’inizio del nuovo millennio, complici la crisi finanziaria del 1998, la crescita dei prezzi delle commodities e il consolidamento dello stato, a emergere come vincitori sono stati gli insider che controllavano l’industria delle materie prime.
Insomma, ciò che è cambiato con Putin sono state le fonti della ricchezza, l’identità dei suoi possessori individuali e i metodi per mantenerla ed estenderla. “Dopo il 2000, i termini del rapporto tra stato e ricchezza privata hanno cominciato a cambiare, ma l’impegno dello stato nei confronti del principio del guadagno privato – e delle enormi disuguaglianze che ha generato – no”.3 C’è stata una sempre maggiore convergenza nelle logiche e nelle pratiche dello stato e del settore privato dell’economia. Molte persone provenienti dal settore del business entravano nella sfera del governo mentre il settore privato reclutava i suoi dirigenti tra le fila dei funzionari governativi. È dunque emersa una élite ibrida capace di attraversare facilmente due domini formalmente separati, quello della politica e quello dell’economia privata. La promiscuità tra un capitale privato sempre più centralizzato e un potere statale che ha ristabilito la “verticale del potere” ha dato luogo a un sistema fortemente oligarchico in cui la democrazia diventa una forma sempre più svuotata di contenuto: democrazia gestita, democrazia sovrana, democrazia per imitazione, democratura sono le varie definizioni che se ne sono date (le prime due dagli stessi ideologi del Cremlino).
Sottolineare i momenti di continuità tra gli anni Novanta e i Duemila non significa però ignorare che la Russia di Putin sia stata protagonista di un progressivo slittamento ideologico che ha incentrato la sua rinnovata identità nazionale su alcuni princìpi di stampo conservatore, se non propriamente reazionari: Stato, sovranità, autocrazia, ortodossia, patriottismo, militarismo, famiglia tradizionale e status di grande potenza. In particolare, la difesa dei valori cristiani e tradizionali, è nato in opposizione a quello che viene considerato il declino morale dell’Occidente e al relativismo culturale dell’Europa. Per certi versi il nemico non è tanto l’Occidente in quanto tale ma la sua degenerazione postmoderna, come testimonia la crociata anti LGBT.
Questa dinamica non è una novità nella storia russa, sostiene Luca Gori nel suo saggio La Russia eterna,4 perché il conservatorismo ha sempre accompagnato il percorso di sviluppo della Russia, offrendole un “rifugio” ogni qual volta si è sentita minacciata dall’esterno o messa sotto pressione da spinte riformiste interne di segno “eccessivamente” liberale. La “svolta conservatrice” della Russia andrebbe dunque letta come un riflesso ricorrente e difensivo, come la ricerca di una risposta tranquillizzante alla sensazione di una minaccia esistenziale o al rischio di un cambiamento troppo radicale.
Questa natura difensiva dell'identità ideologica della nuova Russia è confermata dal rapporto particolare che la lega al suo nemico. La ricerca post-sovietica di una nuova identità nazionale, nota Gori, ha individuato negli Stati Uniti l’”altro” dalla Russia: gli USA, più che l’Europa, sono stati il termine di paragone per valutare la bontà del proprio percorso e l’interlocutore privilegiato per vedersi riconosciuto lo status di grande potenza. Per molto tempo l’élite post-sovietica, Putin compreso, ha aspirato ad un’alleanza o anche a un’integrazione con l’Occidente. Il confronto, però, è diventato scontro perché le reciproche aspettative si sono dimostrate irrealistiche.
Da un lato, quella russa di vedersi riconosciuta – in cambio dell’adesione alle regole del gioco occidentale – una “partnership egualitaria” con Washington e una sorta di “sfera di influenza” nello spazio ex sovietico. Dall’altro, quella di Stati Uniti ed Europa per cui la Russia, sconfitta dalla Storia, fosse ormai pronta a svestire gli abiti imperiali per diventare un Paese “normale”, una democrazia liberale secondo i canoni del paradigma impostosi nel post Guerra fredda.5
Il risultato è stata l’impossibilità di conciliare due forme diverse di “eccezionalismo”: da una parte, l’aspirazione universalistica americana a sostegno della diffusione universale di libertà e democrazia e, dall’altra, l’ispirazione conservatrice a difesa di ordine, stabilità, equilibrio multipolare e di una missione speciale della Russia ortodossa.
Da un punto di vista ideologico, il richiamo all’ortodossia può però costituire una debolezza perché condanna la Russia a oscillare tra “particolarismo” e “universalismo”, tra il riconoscimento del diritto di ciascun popolo alla propria specificità in un mondo multipolare e l’attribuzione a Mosca di una missione unica, rivolta a tutti i Paesi. Una seconda possibile mancanza è costituita dal fatto che Mosca si è proposta come una potenza a difesa dello status quo che enfatizza i principi di sovranità e di non ingerenza negli affari interni in opposizione alla freedom agenda statunitense.
Queste debolezze, insieme ad una sproporzione di mezzi materiali rispetto ai suoi competitor, hanno determinato il fatto che la Russia post-sovietica difficilmente sia riuscita a presentarsi come una potenza in grado di esercitare un ruolo egemonico. Putin non è in grado di offrire un progetto di sviluppo attrattivo per le classi e le nazioni subalterne. Priva di soft power ha deciso alla fine di fare ricorso all’hard power della sua potenza militare. I successi degli anni passati della politica internazionale di Mosca sono non a caso il frutto di una maggiore prontezza e spregiudicatezza che la forte concentrazione del potere politico consente, anche in campo militare, alla Russia. Ma si può sostenere che questi successi, più che essere frutto di una strategia compiuta, siano dovuti a reazioni estemporanee a situazioni critiche che, in ultima istanza, hanno creato effetti opposti a quelli desiderati. Di qui la spericolata fuga in avanti rappresentata dall’invasione dell’Ucraina che si sta trasformando in una guerra di lunga durata rischiosissima per le sorti della Russia.
In estrema sintesi, “il capitale e lo stato della Federazione Russa sono predatori (come tutti i capitali e tutti gli stati capitalistici), ma predatori di ‘secondo rango’” perché sono incapaci, a differenza degli Stati Uniti, di manipolare gli altri attori del processo economico e politico mondiale imponendo le proprie “regole del gioco” a livello globale.6
Da un punto di vista strutturale, seguendo gli autori appena citati, si può definire la Russia un capitalismo semi-periferico nato da un’incompleta trasformazione dell’economia pianificata sovietica che ha dato luogo a un sistema di transizione estremamente contraddittorio, non organico, ma al tempo stesso relativamente stabile. Un sistema caratterizzato dal dualismo tra una sfera integrata nel sistema capitalistico mondiale e una contraddistinta da un’ampia gamma di forme pre-borghesi o da rimanenze di ordinamenti sovietici. Nonostante il consolidamento dei rapporti di produzione capitalistici, l’economia russa è ancora deindustrializzata rispetto all’epoca sovietica e per questo fortemente dipendente dall’esportazione di materie prime ed energetiche, ha istituzioni finanziarie sottodimensionate rispetto ai competitor internazionali, non esporta capitali in misura significativa se non nella forma di ricchezze private alla ricerca di paradisi fiscali, è piagato da una corruzione e una burocratizzazione endemiche.
In conclusione, la Russia non può essere considerata una potenza imperialistica, almeno non nel significato che a questo termine viene attribuito da una classica analisi marxiana. Ciò, come risulta ovvio dall’invasione dell’Ucraina, non esclude che possa perseguire progetti di restaurazione della sua passata grandezza imperiale e praticare politiche di aggressione nei confronti di stati e capitali più deboli. Ma, aggiungiamo, proprio per il suo carattere di predatore di secondo rango, sembra davvero eccessivo considerare la Russia “la minaccia più diretta all’ordine mondiale con la guerra barbara contro l’Ucraina”, come ha sostenuto Ursula von der Leyen. Ingigantire il pericolo rappresentato dal nemico può essere una mera mossa propagandistica, ma può anche essere una spia di debolezza. E se l’“aggressione barbara” più che una minaccia all’“ordine internazionale” fosse un sintomo della sua crisi già in atto?
(1 – continua)
Note
Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2005.
Tony Wood. Russia Without Putin: Money, Power and the Myths of the New Cold War, Verso Books, London 2020, edizione Kindle, p. 5 (traduzione nostra). Dello stesso autore si veda anche Matrix of war, in New Left Review, n. 133/134, January/April 2022.
Ivi. p. 5.
Luca Gori, la Russia eterna. Origini e costruzione dell’ideologia post sovietica, Luiss University Press, Roma 2021.
vi, p. 52-53, edizione Kindle.
Aleksandr Buzgalin, Andrey Kolganov, Olga Barashkova, “Russia: A New Imperialist Power?” in Boris Kagarlitsky, Radhika Desai, Alan Freeman (a cura di), Russia, Ukraine and Contemporary Imperialism, Routldge, London-New York. p. 169, edizione Kindle.
16/05/2020
La Repubblica alle prese con la costruzione del nemico
Per questa ragione le classi dirigenti di tutto il mondo stanno iniziando ad affilare le armi, e da sempre la propaganda è uno degli strumenti più efficaci.
Le élites occidentali in particolare devono contrastare la cresciuta egemonia della Cina nella lotta al coronavirus. È evidente infatti come la Cina, dopo alcuni errori iniziali, ammessi dalla dirigenza del PCC, abbia dimostrato di essere in grado di reagire in maniera adeguata alla pandemia (leggi qui).
Lo stesso non si può dire per molti paesi occidentali, Stati Uniti in primis, che invece si trovano in queste settimane sull’orlo del collasso. Emerge quindi la necessità di smontare l’immagine vincente di una Cina che prevale attraverso la sua pianificazione nell’interesse pubblico, e anzi scaricargli addosso tutta la responsabilità di questa catastrofe globale (vedi qui).
Naturalmente anche da questa parte dell’oceano le campane di guerra iniziano a farsi sentire, e non ci stupisce trovare La Repubblica in prima fila in quest’opera di disinformazione funzionale agli interessi del potere (leggi qui). Del resto, quel giornale è ormai proprietà della famiglia Agnelli, che controlla l’italo-americana Fiat/Fca, e dunque “deve” aderire alla politica Usa qualsiasi sia temporaneamente il presidente.
Il giorno 14 maggio esce infatti su Rep: una “inchiesta” intitolata “I segreti di Wuhan: i 65 giorni che hanno cambiato il mondo”, che promette di rivelare “le omissioni, il cinismo, la censura che impedirono di conoscere in tempo la peste che stava per investire il pianeta: il Covid-19”.
Ora, come nella migliore tradizione del giornalismo da clickbait a cui la stampa italiana (ma non solo) ci ha abituato, non serve nemmeno che il contenuto dell’articolo sia coerente con il titolo. Il titolo è tutto quello che basta per trasmettere il messaggio, rimanendo stampato per giorni nella homepage del sito, ed è quello che si fisserà nelle menti dei lettori (che in molti casi non hanno l’accesso a Rep:).
L’articolo in sé è confusionario, mette in mezzo elementi di criticità reali (come abbiamo detto, ci sono stati degli errori nella gestione iniziale: errori ammessi dal governo cinese e i cui responsabili, alcuni almeno, sono stati puniti) con cose che non centrano niente con la supposta “tesi” dell’articolo: supposizioni di focolai in Francia, i sospetti riguardanti i giochi militari mondiali, quelli riguardanti il famoso laboratorio di Wuhan (nell’articolo stesso si ribadisce che, allo stato delle conoscenze attuali, l’origine in laboratorio è estremamente improbabile).
L’articolo fa salti temporali avanti e indietro, rendendo il tutto molto confuso, ma soprattutto il tono e i giudizi dell’articolo sono assolutamente ingiustificati sulla base delle stesse informazioni raccontate nel testo!
In calce a questo articolo potete trovare una cronologia dei principali avvenimenti raccontati dall’articolo stesso. Guardandola nel complesso, espressioni usate nell’articolo come “sistematico cover-up” dovrebbero sembrare assurde, anzi si percepisce un ritmo degli avvenimenti e delle decisioni abbastanza serrato.
Ma soprattutto appare evidente la malafede dei giornalisti di Repubblica, a partire dal titolo. Questi “65 giorni” che avrebbero potuto salvare il mondo sono in realtà 25: dai primi sospetti da parte di un medico di Wuhan il 26 dicembre alla dichiarazione di emergenza nazionale e la conferma della trasmissibilità umana il 20 gennaio.
Ma già dal 30 dicembre le autorità sanitarie avevano ricevuto indicazioni di isolare i malati di polmonite per precauzione, il 9 gennaio era stato comunicato al mondo che era stato provato che si trattasse di un nuovo coronavirus e due giorni dopo il genoma completo, già isolato a tempi record, era stato condiviso su un database globale e aperto.
L’ipotesi di contagio umano viene già accettata come possibile il 15 gennaio da parte delle autorità di Wuhan. I “65 giorni” si fanno partire dal 17 novembre, la data a cui, a posteriori, si fa risalire il primo contagio in Cina e quindi comprendono 40 giorni in cui nessuno aveva individuato un virus sconosciuto con sintomi tragicamente simili a quelli di una brutta influenza.
Ma, quindi, dove sono questi insabbiamenti?
L’articolo di Repubblica parla di “menzogne”, titolando addirittura così un paragrafo, riferendosi alle dichiarazioni del governo dell’Hubei, che la situazione era sotto controllo e che non era provata la trasmissione da uomo a uomo, del 31 dicembre! Solo 5 giorni dopo che per la prima volta era venuto fuori un sospetto che alcune polmoniti avessero come causa qualcosa di anomalo.
Repubblica parla di “whistleblower” riferendosi a un medico che ha diffuso sui social la notizia di “Sette casi di SARS confermati al Mercato di Huanan” il 30 dicembre, quando è evidente che a quell’epoca non c’era nessuna “verità” da nascondere (tant’è che si parlava, a torto, di SARS): era ancora troppo presto per sapere qualsiasi cosa.
Viene citato spesso nell’articolo poi il Capodanno cinese, lasciando intendere che non fossero state prese alcune misure di prevenzione per questa occasione di grandi spostamenti di persone (“Non troppo da guastare le feste di Capodanno”) quando riguardando gli articoli anche della stampa italiana dell’epoca è evidente il contrario (vedi qui).
Ripetiamo, il governo cinese stesso, come anche i membri più importanti delle task-force mediche cinesi, parlano di errori, di un «ritardo» senza il quale i numeri dell’epidemia sarebbero stati inferiori.
Ma è evidente la pretestuosità di Repubblica nel citare uno studio che afferma che a implementare il lockdown tre settimane prima si sarebbero ridotte le vittime del 95%. È probabilmente vero, ma avrebbe voluto dire implementare il lockdown il primo di gennaio! Come si può pretendere che a 5 giorni dal primo sospetto si abbia già una conoscenza tale da implementare delle misure così radicali?
Soprattutto se comparate con le reazioni delle classi dirigenti del resto del mondo: nonostante già dal 20 Gennaio, con il lockdown di Wuhan e le dichiarazioni ufficiali di Cina e OMS, avrebbe dovuto essere chiaro che la situazione era grave, per tutto febbraio, fino a inizio marzo, abbiamo avuto leader occidentali che sminuivano o negavano la gravità della situazione. Ricordiamo #Milanononsiferma?
Insomma, Repubblica si conferma uno dei più fedeli strumenti di propaganda di un élite occidentale che sta vedendo le proprie società (e il proprio consenso) sgretolarglisi sotto i piedi, e che ha un disperato bisogno di un nemico esterno su cui scaricare le proprie colpe.
Si riconferma la necessità di un’informazione indipendente e alternativa, senza paraventi ideologici o idealizzazioni ma capace di raccontare i fatti come stanno (al meglio delle possibilità di conoscenza attuale) senza mai dimenticare che “la verità è sempre rivoluzionaria”.
Timetable dall'”inchiesta” di Rep
-26 dicembre: [un medico di Wuhan, Zhang Jixian] visitando un’anziana coppia, si insospettisce.
-29 dicembre: sulla base delle segnalazioni della dottoressa Zhang, le autorità sanitarie di Wuhan avviano un’indagine epidemiologica.
-30 dicembre: la commissione sanitaria di Wuhan manda due comunicazioni a tutte le strutture sanitarie della città: prendere precauzioni, isolando i pazienti e di comunicare tutti i casi sospetti di polmonite; e non diffondere informazioni sull’epidemia «senza autorizzazione». Lo stesso giorno, un medico diffonde sui social la notizia che “Sette casi di Sars confermati al Mercato di Huanan” La notizia (inesatta come sappiamo) crea il panico in città.
-31 dicembre: un team di esperti viene inviato a Wuhan. Comunicazione all’OMS «A Wuhan si sono verificati una serie di casi di polmonite di causa sconosciuta»
-1 gennaio: il mercato di Huanan, considerato il focolaio del contagio, viene sterilizzato. la Commissione sanitaria di Wuhan e quella nazionale mandano infatti un messaggio a tutti i centri diagnostici dicendo che i campioni della misteriosa polmonite devono essere trattati come «microorganismi altamente patogeni e che tutti devono essere spostati ai laboratori approvati oppure distrutti»
-3 gennaio: i casi confermati di Covid a Wuhan salgono a 41. Per i medici in corsia, le prove di trasmissione da uomo a uomo sono infatti sempre più evidenti. Ci sono almeno due cluster familiari.
-5 gennaio: la rete diplomatica francese segnala che le autorità cinesi dichiarano 59 persone contaminate, sette delle quali in gravi condizioni. Lo Shanghai Public Health Clinical Centre (diretto dal professor Zhang Yongzhen ) è il primo a isolare il coronavirus.
-7 Gennaio: altri laboratori designati isolano il virus.
-8 Gennaio: 59 i casi ufficiali.
-9 Gennaio: viene data comunicazione ufficiale che annuncia al mondo che ha a che fare con un nuovo coronavirus. Muore primo paziente ufficiale.
-11 gennaio: il dottor Yongzhen condivide su un database globale, e dunque aperto, il genoma completo del virus.
-12 gennaio: l’Oms ribadisce la sua totale fiducia, l’organizzazione spiega che «le evidenze suggeriscono che l’epidemia è associata con l’esposizione al mercato (…), mentre non c’è chiara evidenza di trasmissione umana»
-14 gennaio: il ministro Ma Xiaowe tiene una conferenza con i leader provinciali in cui li avvisa di prepararsi a un «evento sanitario maggiore»
-15 gennaio: Un funzionario dell’OMS dice in conferenza stampa che ci potrebbe essere «trasmissione limitata tra uomo e uomo, potenzialmente all’interno delle famiglie». La Commissione sanitaria locale di Wuhan si allinea a questa versione.
-17 Gennaio: 198 malati ufficiali. Un nuovo team di esperti, guidato dalla “gloria nazionale” Zhong Nanshan, pneumologo già in prima fila nella lotta alla SARS, viene mandato nell’Hubei.
-20 gennaio: Il presidente Xi Jinping parla per la prima volta pubblicamente del virus, ordinando «sforzi risoluti» per contenerne la diffusione. Zhong Nanshan ha il compito di confermare in televisione nazionale la trasmissione umana del virus.
-22 gennaio: parte il lockdown di Wuhan.
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