“Qualsiasi tentativo di accedere illegalmente ai dati dei cittadini, compresi i giornalisti e gli oppositori politici, è inaccettabile, se confermato. La Commissione utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire l’effettiva applicazione delle norme dell’Unione Europea”.
11 giugno 2025. La Commissione europea interviene su alcune domande poste da membri del Parlamento Ue. Oggetto: l’Italia.
“La Commissione è a conoscenza dei recenti rapporti sull’uso di Paragon”, ha dichiarato la vicepresidente esecutiva e commissaria europea per le Tecnologie digitali e di frontiera Henna Virkkunen. Che ricorda all’Italia come il nuovo Regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Regulation – EMFA) sarà applicabile dall’8 agosto 2025.
“Il riferimento è a un articolo del regolamento che mira a salvaguardare le fonti giornalistiche vietando alle autorità statali di utilizzare strumenti di sorveglianza sui giornalisti”, salvo circostanze eccezionali (“giustificato da un motivo imperativo di interesse generale”).
Quindi no all’uso di spyware, anche se, come avevano commentato alcuni, rischia di rimanere sempre aperta la finestra delle esigenze di sicurezza nazionale che potrebbe essere sfruttata per far rientrare questi malware nei dispositivi di chi fa informazione.
Cosa dice la relazione Copasir
L’intervento della commissaria però arriva dopo giorni in cui sembrava che il caso Paragon fosse, se non chiuso, ibernato. Caso che invece, da quando è scoppiato, assomiglia sempre di più a un virus che non si riesce a eliminare. Che anche quando pensi di averlo rimosso ricompare, persistente.
La questione sembrava essere stata chiusa il 4 giugno, quando il Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) aveva confermato in una relazione che la società israeliana Paragon ha effettivamente venduto il suo spyware Graphite alle due agenzie di intelligence italiane, Aisi e Aise, a partire dal 2023.
La versione di Graphite fornita non includeva la possibilità di attivare il microfono o la fotocamera del telefono, secondo la relazione. Ma consentiva agli operatori di accedere alle comunicazioni crittografate sui dispositivi violati.
Scrive il Copasir al riguardo: “A partire dal mese di gennaio 2024, lo spyware Graphite è stato utilizzato per acquisire dati dinamici, cioè comunicazioni in corso attraverso sistemi cifrati di messaggistica istantanea, relativamente a un numero estremamente limitato di utenze sempre con autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma, (...) nonché per esfiltrare messaggi di chat giacenti nella memoria di dispositivi di target (...)”.
Gli attivisti di Mediterranea
La relazione conferma anche che Graphite ha sfruttato una vulnerabilità di WhatsApp che Meta aveva identificato e chiuso (“patchato”) nel dicembre 2024, un mese prima che l’attività dello spyware venisse rivelata pubblicamente.
Ma la conferma più importante della relazione è che sono stati davvero intercettati attraverso questo software sia Luca Casarini (che avevo intervistato qui), sia Giuseppe Caccia, figure di spicco della ong Mediterranea SavingHumans.
David Yambio, portavoce dell’ONG Refugees in Libya, sarebbe stato intercettato, scrive la relazione, in modo tradizionale, mentre il cappellano di Mediterranea don Mattia Ferrari non sarebbe stato intercettato direttamente. Si tratta, ricordiamolo, di attivisti coinvolti nel salvataggio di migranti in mare.
Non solo: questi attivisti – in particolare Luca Casarini – sono sono stati spiati ripetutamente, e da diversi esecutivi. Anche se l’uso dello spyware sarebbe recente e nato sotto l’attuale governo.
Riprendo al riguardo direttamente la sintesi della relazione Copasir che ha fatto Fanpage: “Casarini sarebbe stato colpito da due operazioni condotte dai servizi”, entrambe autorizzate da Giuseppe Conte nel suo secondo governo. La prima sarebbe durata qualche mese a cavallo tra 2019 e 2020.
La seconda, “di natura più ampia”, partita il 26 maggio 2020, “inizialmente come intercettazione telefonica, si è conclusa nel mese di maggio 2024, sotto il controllo dei Governi Draghi e Meloni”. Inizialmente non veniva utilizzato Graphite, che invece è stato “autorizzato in data 5 settembre 2024” dall’attuale sottosegretario Mantovano.
Nel corso di questa operazione sono stati “attenzionati” non solo Casarini e Beppe Caccia, ma “anche il cittadino sudanese David Yambio”.
Non sarebbe stato colpito don Mattia Ferrari, anche se era sottoposta a intercettazione “un’utenza nella disponibilità di David Yambio, tuttavia intestata a don Ferrari”, ma senza utilizzare Graphite. Queste operazioni, secondo quanto verificato dal Copasir, sarebbero state autorizzate “nelle forme e nei limiti previsti” e “non avrebbero infranto la legge”.
“Francesco Cancellato non è stato sorvegliato”
Per quanto riguarda invece proprio il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, la relazione del Copasir è categorica nell’escludere che sia stato sorvegliato dai servizi.
Così dice la relazione: “Con riferimento, invece, alla posizione del giornalista Francesco Cancellato, sulla base degli elementi acquisiti e dalle verifiche svolte dal Comitato risulta che questi non sia stato sottoposto ad alcun tipo di attenzione da parte dei servizi di informazione per la sicurezza italiani attraverso l’utilizzo dello spyware prodotto dalla società Paragon.
Il Comitato ha avuto peraltro modo di verificare direttamente, nel corso dei sopralluoghi svolti presso AISI e AISE e presso la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, la mancata sottoposizione del giornalista Cancellato ad attività intercettiva da parte dei servizi di informazione per la sicurezza.
In particolare, nel corso dei sopralluoghi effettuati presso le due Agenzie, i componenti del Comitato, come segnalato sopra, hanno potuto interrogare direttamente il database e il registro di audit del sistema Paragon, inserendo il numero dell’utenza del giornalista oggetto dell’alert di WhatsApp acquisito autonomamente dal Comitato stesso, constatando l’assenza di qualunque attività intercettiva attraverso l’utilizzo dello spyware Graphite relativamente a tale utenza”.
La relazione del Copasir aggiungeva anche un dettaglio come vedremo più importante di quel che appare a prima vista.
“A seguito del clamore mediatico suscitato dalla vicenda, il 14 febbraio 2025 Paragon, AISI e AISE hanno concordemente deciso – secondo quanto chiarito in sede di audizioni al Comitato – di non impiegare, dunque di sospendere temporaneamente, le capacità del software Graphite su nuovi target”.
Dunque, ricapitoliamo. A fine gennaio Meta/WhatsApp manda un avviso a decine di utenti in Europa, tra cui il giornalista Cancellato e alcuni degli attivisti citati sopra dicendo che sono stati presi di mira dallo spyware di Paragon (spyware venduto esclusivamente a governi per fare indagini).
Dopo una serie di balletti istituzionali su chi stia usando Paragon in Italia, il Copasir conferma infine quanto era per altro già trapelato, ovvero che sono i servizi a usarlo. La relazione conferma anche che i servizi hanno usato Paragon contro gli attivisti (uno dei quali però era già stato intercettato telefonicamente dai precedenti governi) per questioni di sicurezza nazionale e secondo le procedure delle intercettazioni preventive. Quindi tutto a posto, per loro, a livello procedurale.
Certo, sul piano politico qualcuno potrebbe domandarsi se intercettare in modo preventivo, per anni, attivisti che si occupano di salvare migranti in mare non sia un’operazione discutibile. Un tema che però sembra interessare poco la politica e la stampa italiana.
Anche qui occorre citare la relazione Copasir, che riconosce come Graphite non potesse essere usato contro giornalisti ma nemmeno contro attivisti, e tuttavia puntualizza che l’uso fatto dall’Italia sarebbe stato diverso. Ovvero, gli attivisti sono stata intercettati non perché attivisti ma per le loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare.
Dice la relazione: “Risulta al Comitato che l’atto negoziale con cui è stata acquisita la licenza del sistema Graphite reca clausole che non consentono, tra l’altro, l’approccio nei confronti di device e/o di obiettivi provenienti da determinati Paesi. Inoltre, i termini contrattuali prevedono il divieto di infliggere danno su individui o gruppi di individui semplicemente per religione, sesso, genere, razza, gruppo etnico, orientamento sessuale, nazionalità, Paese d’origine, opinione o affiliazione politica, età, stato personale, nonché di far uso del sistema nei confronti di giornalisti e attivisti per i diritti umani
(…)
Con riferimento alle posizioni di Luca Casarini e Giuseppe Caccia, secondo quanto riferito nelle audizioni svolte, oltre al rispetto della citata normativa in materia di intercettazioni preventive e di garanzie funzionali, è stato altresì evidenziato il rispetto anche dei termini contrattuali sopra richiamati in quanto tali soggetti sono stati sottoposti ad attività intercettiva non in qualità di attivisti per i diritti umani, ma in riferimento alle loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare”.
In quanto a Cancellato, come dicevo sopra, non risulta nulla. Perché sia stato oggetto di quest’attacco con lo spyware di Paragon, e soprattutto da chi, resta un mistero.
La relazione del Copasir ricorda anche che nel rapporto pubblicato da Citizen Lab a marzo 2025 su Cancellato non c’era una “conferma diretta di infezione del dispositivo mobile del giornalista, mentre viene riportata conferma espressa dell’infezione, sulla base di analisi forensi già conclusesi, limitatamente ai dispositivi di Casarini e Caccia”.
E quindi, conclude il Copasir, “sulla base delle informazioni emerse nel corso delle audizioni, l’unico elemento che, allo stato, confermerebbe un’eventuale intrusione nel dispositivo di Cancellato, peraltro non espressamente attribuita al software Graphite, sarebbe rappresentato dalla notifica [da Meta/Whatsapp, ndr] ricevuta sul dispositivo del giornalista”.
Le dichiarazioni di Paragon sui contratti italiani e sulla procedura di controllo
Ma poi arriva il 9 giugno. Quando Paragon, l’azienda israeliana di spyware, ha dichiarato di aver rescisso tutti i contratti con le agenzie di intelligence italiane a causa della decisione italiana di non andare avanti con il procedimento tecnico proposto dalla stessa azienda, procedimento che avrebbe confermato se il suo software di spionaggio sia stato utilizzato contro il giornalista Francesco Cancellato.
“L‘azienda ha offerto al governo e al parlamento italiano un modo per determinare se il suo sistema fosse stato usato contro il giornalista”, e poiché “le autorità italiane hanno scelto di non procedere con questa soluzione, Paragon ha rescisso i suoi contratti in Italia”, ha dichiarato Paragon in un comunicato, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz.
Sempre ad Haaretz, Paragon aveva detto in passato di aver disconnesso i suoi sistemi da tutti i clienti in Italia, dopo aver ricevuto la notizia che un giornalista aveva ricevuto lo spyware in attesa di avere i risultati dell’indagine. E già quel primo passaggio avrebbe prodotto tensioni ai livelli più alti.
“Secondo un reportage del programma televisivo israeliano Zman Emet (Real Time), i funzionari italiani erano così irritati dalla decisione di Paragon che il primo ministro italiano avrebbe chiamato il primo ministro Benjamin Netanyahu per avere chiarimenti”, scrive Haaretz.
Dunque Paragon con quell’uscita su Haaretz sembra voler smentire la relazione del Copasir.
La replica di Copasir e servizi
Così entro il 10 giugno arriva la risposta del Comitato parlamentare. Che, con una nota, nega con forza la versione di Paragon riportata da Haaretz e si dice pronto a desecretare, in via straordinaria, il resoconto stenografico dell’audizione dei rappresentanti della società.
“Non vi è mai stato alcun rifiuto, o opposizione, da parte del Governo e dei Servizi italiani, di prestare collaborazione al predetto Comitato: il Copasir ha potuto effettuare accertamenti sui log delle inoculazioni realizzate dalle Agenzie, operazione di verifica che non ha precedenti, riscontrando la conformità a quanto dichiarato da queste ultime”, hanno fatto sapere fonti del Dis, in merito alle polemiche sul caso Paragon, riferisce Fanpage.
Che continua riportando sempre le parole del Dis, il nostro Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: “Quanto alla disponibilità di un’azienda privata, qual è Paragon, a installare un proprio software su server di strutture che si occupano della sicurezza nazionale va precisato che gli strumenti di controllo che erano stati offerti dalla società israeliana si limitavano alle seguenti due opzioni: l’analisi delle attività di inoculazione (e perciò dei log di sistema) tramite un software proprietario della stessa società, oppure l’analisi diretta da parte di personale Paragon presso le sedi e i sistemi dei Servizi italiani”.
Una proposta ritenuta inaccettabile dalle Agenzie. “Vi è stata invece la concreta disponibilità, raccolta dal Copasir, a far effettuare gli accessi informatici prima indicati”.
Il caso Pellegrino e il nuovo report Citizen Lab
Nel frattempo però succede dell’altro. Succede che alla fine di aprile un altro giornalista di Fanpage, Ciro Pellegrino, aveva ricevuto una notifica in merito a uno spyware governativo, notifica arrivata da Apple, questa volta. Pellegrino quindi fa analizzare il suo dispositivo al laboratorio di analisi di malware e spyware governativi Citizen Lab.
E dunque, il 12 giugno, a stretto giro dopo il battibecco a distanza tra Copasir, Paragon e Dis, arriva la relazione tecnica di Citizen Lab.
Che scrive: “La nostra analisi ha rilevato prove forensi che confermano con elevata sicurezza che sia un importante giornalista europeo (che ha richiesto l’anonimato), sia il giornalista italiano Ciro Pellegrino, siano stati presi di mira con lo spyware Graphite di Paragon. Abbiamo identificato un indicatore che collega entrambi i casi allo stesso operatore Paragon”.
Ma dice anche altro quella relazione. Spiega in pratica che non è così strano che sul telefono di Cancellato non siano state trovate tracce, perché si tratta di un Android su cui trovarle è più difficile, detto in soldoni (mentre quello del suo collega Pellegrino è un iPhone, e infatti se ricordate era stato avvisato da Apple).
Il Fanpage cluster
Scrive ancora Citizen Lab: “Abbiamo condotto un’analisi forense del dispositivo Android di Cancellato. Tuttavia, al momento del nostro primo rapporto, non siamo riusciti a ottenere la conferma forense dell’avvenuta infezione del dispositivo Android di Cancellato”.
Come abbiamo spiegato all’epoca: “Data la natura sporadica dei log di Android, l’assenza di un riscontro di BIGPRETZEL [l’artefatto che indicherebbe l’infezione da Graphite, come da precedente report Citizen Lab, ndr] su un particolare dispositivo non significa che il telefono non sia stato violato con successo, ma semplicemente che i log pertinenti potrebbero non essere stati catturati o potrebbero essere stati sovrascritti”.
In ogni caso, conclude Citizen Lab, “dopo il caso di Cancellato, l’identificazione di un secondo giornalista di Fanpage.it preso di mira con Paragon suggerisce uno sforzo per colpire questa organizzazione giornalistica. Questo sembra essere un gruppo (cluster) specifico di casi che merita un ulteriore controllo”.
E dunque?
Proviamo a tirare le somme come alle elementari. Abbiamo due giornalisti della stessa testata. A distanza di pochi mesi uno riceve una notifica da Meta, uno da Apple, di essere stati target di spyware governativi. Sul dispositivo di uno dei due giornalisti viene anche trovata traccia forense dell’infezione, secondo un terzo soggetto specializzato, Citizen Lab.
Abbiamo dunque due importanti aziende tech che da anni lavorano sul tracciamento degli spyware, e un laboratorio indipendente che fa lo stesso, che ci dicono che un giornalista “europeo” (che vuole restare anonimo) e due giornalisti italiani della stessa testata sono stati presi di mira da uno spyware – che ora sappiamo essere stato in uso ai nostri servizi. Che però negano di intercettare giornalisti, e dalle verifiche del Copasir non ci sarebbe traccia di Cancellato (in quanto a Pellegrino, non risulta dalla relazione che abbiano fatto verifiche su di lui).
Ecco a voi il rompicapo dell’estate. Poteva essere un errore di Meta, come ho sentito alludere da qualcuno in tv? Può essere un errore di Meta, Apple, e Citizen Lab? Può essere uno Stato straniero che smania di spiare Fanpage? Possiamo rimanere con questi dubbi?
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Copasir. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Copasir. Mostra tutti i post
24/06/2025
06/02/2025
Italia, la politica sotto ricatto
Deve essere stata decisamente “cicciosa” l’audizione segreta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano martedì di fronte al Copasir.
Sul tavolo c’erano i ripetuti casi di spionaggio da parte dei servizi segreti italiani ma anche lo scontro in corso tra governo e magistratura.
Su quest’ultimo aspetto Mantovano ha accusato il Procuratore capo di Roma Lo Voi di aver commesso un reato gravissimo depositando un’informativa riservata ricevuta dall’Aisi, l’agenzia di intelligence per l’interno, agli atti di un’indagine a carico di due giornalisti del Domani, di fatto rendendola pubblica. Mantovano ha lasciato intendere che nei confronti di Lo Voi potrebbe essere presentato un esposto alla Procura di Perugia, competente sulle indagini a carico dei magistrati in servizio nella Capitale. Mantovano, come noto, è il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che ha la delega per il controllo dei servizi segreti.
È superfluo sottolineare che il procuratore Lo Voi è finito nel mirino del governo per aver notificato al Tribunale dei Ministri l’indagine su Meloni, Nordio, Piantedosi e lo stesso Mantovano per il caso del “rilascio di Stato” del criminale libico Almasri.
La vicenda discussa al Copasir riguarda invece gli accertamenti svolti dall’Aisi su Gaetano Caputi, il capo di gabinetto di Giorgia Meloni. Caputi aveva denunciato per rivelazione di segreto i giornalisti del quotidiano Domani.
I magistrati che indagano su questo erano risaliti alle fonti utilizzate dai giornalisti e sono giunti ad alcune ricerche nelle banche dati svolte su Caputi da parte dei servizi.
Chiesta conferma al Dis, il Dipartimento per le Informazioni per la Sicurezza che coordina tutte le strutture dell’intelligence, la risposta era arrivata con nota “riservata” nella quale vengono descritti gli accessi. La nota era stata allegata dal procuratore Lo Voi al fascicolo e quindi a disposizione anche degli indagati, nonostante il divieto per legge di “estrarre copia” degli atti classificati consegnati all’autorità giudiziaria. Da qui la volontà del potente Sottosegretario Mantovano di denunciare il Procuratore di Roma Lo Voi.
Curiosamente emerge che la ricerca più lunga effettuata su Caputi, (57 minuti) era stata fatta praticamente da “fuoco amico” cioè da un funzionario dei servizi segreti che era stato candidato in Fratelli d’Italia nel 2013 ma non era stato eletto.
Il “caso Caputi” va così ad aggiungersi nell’elenco di scenari poco chiari che hanno origine nell’immensa mole di dossier allestiti (e in parte finiti poi sulla stampa) contro esponenti e ministri del governo di destra svelato dalla denuncia di Crosetto mesi fa con il dossieraggio emerso nel caso Striano-Laudati.
Ma sull’allegro spionaggio che ormai dilaga nel nostro paese, è venuta fuori anche un’altra rogna: lo spyware dell’azienda israeliana Paragon Solution che “qualcuno” avrebbe infilato nelle conversazioni whatsapp di sette cittadini italiani.
Di questi sette per ora sono noti solo i nomi di Luca Casarini dell’Ong Mediterranea e del direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Entrambi decisamente invisi al governo di destra, il primo per le attività di soccorso dei migranti, il secondo per le inchieste del suo giornale sui neofascisti in Italia e i loro legami con la destra di governo.
Su questo caso di spionaggio il governo ha messo subito le mani avanti. In una nota diffusa da Palazzo Chigi, si legge che “in merito a quanto pubblicato da alcuni organi di stampa su presunte attività di spionaggio che avrebbero riguardato operatori dell’informazione, la Presidenza del Consiglio esclude che siano stati sottoposti a controllo da parte dell’intelligence, e quindi del Governo, i soggetti tutelati dalla legge 3 agosto 2007, n. 124 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto), compresi i giornalisti”.
Il governo dunque, dichiara di non avere nulla a che fare con la vicenda dopo le indiscrezioni uscite anche sulla stampa israeliana che avevano parlato dell’Italia tra i possibili clienti dell’azienda israeliana produttrice di software hacking. La cosa non è affatto improbabile, al contrario.
Il quotidiano britannico The Guardian riferisce che Paragon Solution ha interrotto i propri rapporti con l’Italia, rescindendo il contratto di compravendita, confermando così che il nostro Paesi è tra gli utilizzatori del software di spionaggio israeliano.
The Guardian ha appreso che l’azienda israeliana aveva sospeso il contratto con l’Italia “per estrema cautela” venerdì scorso, quando era emersa la prima accusa di potenziali abusi, mentre la rescissione è stata decisa mercoledì, dopo avere rilevato che l’Italia aveva violato i termini di servizio e il quadro etico previsti nel contratto.
Nel maggio 2024 è bene ricordare che con gli emendamenti presentati alla Camera dai deputati Orsini (FI), Gardini (FdI) e Rosato (Azione), Israele era stata re-inserita tra i paesi “che sono parte di accordi di collaborazione con l’Unione europea o con la Nato in materia di cybersicurezza, protezione delle informazioni classificate, ricerca ed innovazione”.
Mentre il capogruppo di Forza Italia Gasparri si è dimesso dalla Commissione Difesa del Senato dopo essere stato coinvolto nella Cyber Realm, una società di cybersicurezza controllata da un imprenditore israeliano, di cui è stato presidente con il compito di curare le relazioni istituzionali. Alla società Cyber Realm fa riferimento Arik Ben Haim, un ex dirigente dei servizi segreti israeliani.
Qualche anno prima lo stesso Gasparri aveva attaccato la possibilità che Matteo Renzi affidasse il neonato dipartimento di cybersicurezza a Marco Carrai, un imprenditore-amico. Carrai, oggi console onorario di Israele a Firenze, era legato a personaggi di spicco della comunità israeliana, tra cui Jonathan Pacifici, imprenditore e membro della Wadi Venture, e Reuven Ulmaski, un ex agente dei servizi segreti israeliani e responsabile di alcune infrastrutture segrete di cybersicurezza.
Insomma, le commistioni tra la politica italiana e le aziende di cyberspionaggio israeliano sembrano piuttosto consolidate. Sarebbe utile scavare un pò più in profondità.
Fonte
Sul tavolo c’erano i ripetuti casi di spionaggio da parte dei servizi segreti italiani ma anche lo scontro in corso tra governo e magistratura.
Su quest’ultimo aspetto Mantovano ha accusato il Procuratore capo di Roma Lo Voi di aver commesso un reato gravissimo depositando un’informativa riservata ricevuta dall’Aisi, l’agenzia di intelligence per l’interno, agli atti di un’indagine a carico di due giornalisti del Domani, di fatto rendendola pubblica. Mantovano ha lasciato intendere che nei confronti di Lo Voi potrebbe essere presentato un esposto alla Procura di Perugia, competente sulle indagini a carico dei magistrati in servizio nella Capitale. Mantovano, come noto, è il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che ha la delega per il controllo dei servizi segreti.
È superfluo sottolineare che il procuratore Lo Voi è finito nel mirino del governo per aver notificato al Tribunale dei Ministri l’indagine su Meloni, Nordio, Piantedosi e lo stesso Mantovano per il caso del “rilascio di Stato” del criminale libico Almasri.
La vicenda discussa al Copasir riguarda invece gli accertamenti svolti dall’Aisi su Gaetano Caputi, il capo di gabinetto di Giorgia Meloni. Caputi aveva denunciato per rivelazione di segreto i giornalisti del quotidiano Domani.
I magistrati che indagano su questo erano risaliti alle fonti utilizzate dai giornalisti e sono giunti ad alcune ricerche nelle banche dati svolte su Caputi da parte dei servizi.
Chiesta conferma al Dis, il Dipartimento per le Informazioni per la Sicurezza che coordina tutte le strutture dell’intelligence, la risposta era arrivata con nota “riservata” nella quale vengono descritti gli accessi. La nota era stata allegata dal procuratore Lo Voi al fascicolo e quindi a disposizione anche degli indagati, nonostante il divieto per legge di “estrarre copia” degli atti classificati consegnati all’autorità giudiziaria. Da qui la volontà del potente Sottosegretario Mantovano di denunciare il Procuratore di Roma Lo Voi.
Curiosamente emerge che la ricerca più lunga effettuata su Caputi, (57 minuti) era stata fatta praticamente da “fuoco amico” cioè da un funzionario dei servizi segreti che era stato candidato in Fratelli d’Italia nel 2013 ma non era stato eletto.
Il “caso Caputi” va così ad aggiungersi nell’elenco di scenari poco chiari che hanno origine nell’immensa mole di dossier allestiti (e in parte finiti poi sulla stampa) contro esponenti e ministri del governo di destra svelato dalla denuncia di Crosetto mesi fa con il dossieraggio emerso nel caso Striano-Laudati.
Ma sull’allegro spionaggio che ormai dilaga nel nostro paese, è venuta fuori anche un’altra rogna: lo spyware dell’azienda israeliana Paragon Solution che “qualcuno” avrebbe infilato nelle conversazioni whatsapp di sette cittadini italiani.
Di questi sette per ora sono noti solo i nomi di Luca Casarini dell’Ong Mediterranea e del direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Entrambi decisamente invisi al governo di destra, il primo per le attività di soccorso dei migranti, il secondo per le inchieste del suo giornale sui neofascisti in Italia e i loro legami con la destra di governo.
Su questo caso di spionaggio il governo ha messo subito le mani avanti. In una nota diffusa da Palazzo Chigi, si legge che “in merito a quanto pubblicato da alcuni organi di stampa su presunte attività di spionaggio che avrebbero riguardato operatori dell’informazione, la Presidenza del Consiglio esclude che siano stati sottoposti a controllo da parte dell’intelligence, e quindi del Governo, i soggetti tutelati dalla legge 3 agosto 2007, n. 124 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto), compresi i giornalisti”.
Il governo dunque, dichiara di non avere nulla a che fare con la vicenda dopo le indiscrezioni uscite anche sulla stampa israeliana che avevano parlato dell’Italia tra i possibili clienti dell’azienda israeliana produttrice di software hacking. La cosa non è affatto improbabile, al contrario.
Il quotidiano britannico The Guardian riferisce che Paragon Solution ha interrotto i propri rapporti con l’Italia, rescindendo il contratto di compravendita, confermando così che il nostro Paesi è tra gli utilizzatori del software di spionaggio israeliano.
The Guardian ha appreso che l’azienda israeliana aveva sospeso il contratto con l’Italia “per estrema cautela” venerdì scorso, quando era emersa la prima accusa di potenziali abusi, mentre la rescissione è stata decisa mercoledì, dopo avere rilevato che l’Italia aveva violato i termini di servizio e il quadro etico previsti nel contratto.
Nel maggio 2024 è bene ricordare che con gli emendamenti presentati alla Camera dai deputati Orsini (FI), Gardini (FdI) e Rosato (Azione), Israele era stata re-inserita tra i paesi “che sono parte di accordi di collaborazione con l’Unione europea o con la Nato in materia di cybersicurezza, protezione delle informazioni classificate, ricerca ed innovazione”.
Mentre il capogruppo di Forza Italia Gasparri si è dimesso dalla Commissione Difesa del Senato dopo essere stato coinvolto nella Cyber Realm, una società di cybersicurezza controllata da un imprenditore israeliano, di cui è stato presidente con il compito di curare le relazioni istituzionali. Alla società Cyber Realm fa riferimento Arik Ben Haim, un ex dirigente dei servizi segreti israeliani.
Qualche anno prima lo stesso Gasparri aveva attaccato la possibilità che Matteo Renzi affidasse il neonato dipartimento di cybersicurezza a Marco Carrai, un imprenditore-amico. Carrai, oggi console onorario di Israele a Firenze, era legato a personaggi di spicco della comunità israeliana, tra cui Jonathan Pacifici, imprenditore e membro della Wadi Venture, e Reuven Ulmaski, un ex agente dei servizi segreti israeliani e responsabile di alcune infrastrutture segrete di cybersicurezza.
Insomma, le commistioni tra la politica italiana e le aziende di cyberspionaggio israeliano sembrano piuttosto consolidate. Sarebbe utile scavare un pò più in profondità.
Fonte
21/12/2023
Sulle armi italiane all’Ucraina il Parlamento voterà a cose fatte
Abbiamo già scritto di come, mediante un sotterfugio, il Consiglio dei ministri abbia deciso la proroga per tutto il 2024 della “cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti alle autorità governative dell’Ucraina”. Aggirando il voto parlamentare entro il 31 dicembre, il decreto è stato autorizzato dal solo Copasir lo scorso 19 dicembre. Adesso circolano voci secondo cui il Parlamento voterà sull’invio di armi a febbraio o forse l’11 gennaio. Praticamente a cose fatte.
Il decreto con cui l’Italia fornisce armamenti all’Ucraina impegnata nella guerra contro la Russia, era già stato un anomalia con la quale l’allora governo Draghi, ha garantito l’invio di armi e attrezzature all’Ucraina senza limiti di tempo. Di fronte alla scadenza del decreto, il governo ha disposto una proroga, che doveva passare al vaglio del Parlamento ma che verrà discussa a cose fatte.
Questo espediente consente infatti di coinvolgere formalmente il Parlamento ma senza affrontare a ogni invio una discussione in aula e un voto alla Camera e al Senato. Una discussione che, come noto, è serio motivo di imbarazzo sia per il governo che per una parte dell’opposizione (il Pd, Italia Viva, Calenda) che hanno votato a favore dell’invio di armi di Ucraina nonostante una costante opposizione nel paese verso questa scelta di coinvolgimento dell'Italia nella guerra in Ucraina.
L’esponente del Pd, ex ministro della Difesa ed ex presidente del Copasir Lorenzo Guerini ha commentato positivamente il sotterfugio a cui è ricorso il governo: “Bene la continuità negli aiuti militari all’Ucraina decisa oggi in consiglio dei ministri per il 2024. Il sostegno all’Ucraina è necessario per giungere a una pace giusta e rispettosa della sovranità territoriale e della libertà del popolo ucraino”.
Ma anche dentro la maggioranza, in particolare la Lega, è noto che si siano palesati alcuni mal di pancia sull’invio di armi all’Ucraina.
Per questo il decreto dovrebbe essere discusso in aula entro febbraio, ma alcune fonti parlano addirittura dell’11 gennaio. Comunque a decisioni già prese. Si va in guerra ancora prima di averne potuto discutere in Parlamento. Ce lo chiede la Nato!
Se dentro il Parlamento i deputati voteranno ancora a favore della guerra invece che per un cessate il fuoco e contro la prosecuzione del conflitto inviando armi, fuori dal Parlamento troveranno ad attenderli al varco anche in questa occasione le forze che si oppongono alla guerra e all’invio di armamenti all’Ucraina. Chi vota a favore del decreto non venga poi a chiedere sconti e voti alle elezioni.
Fonte
Il decreto con cui l’Italia fornisce armamenti all’Ucraina impegnata nella guerra contro la Russia, era già stato un anomalia con la quale l’allora governo Draghi, ha garantito l’invio di armi e attrezzature all’Ucraina senza limiti di tempo. Di fronte alla scadenza del decreto, il governo ha disposto una proroga, che doveva passare al vaglio del Parlamento ma che verrà discussa a cose fatte.
Questo espediente consente infatti di coinvolgere formalmente il Parlamento ma senza affrontare a ogni invio una discussione in aula e un voto alla Camera e al Senato. Una discussione che, come noto, è serio motivo di imbarazzo sia per il governo che per una parte dell’opposizione (il Pd, Italia Viva, Calenda) che hanno votato a favore dell’invio di armi di Ucraina nonostante una costante opposizione nel paese verso questa scelta di coinvolgimento dell'Italia nella guerra in Ucraina.
L’esponente del Pd, ex ministro della Difesa ed ex presidente del Copasir Lorenzo Guerini ha commentato positivamente il sotterfugio a cui è ricorso il governo: “Bene la continuità negli aiuti militari all’Ucraina decisa oggi in consiglio dei ministri per il 2024. Il sostegno all’Ucraina è necessario per giungere a una pace giusta e rispettosa della sovranità territoriale e della libertà del popolo ucraino”.
Ma anche dentro la maggioranza, in particolare la Lega, è noto che si siano palesati alcuni mal di pancia sull’invio di armi all’Ucraina.
Per questo il decreto dovrebbe essere discusso in aula entro febbraio, ma alcune fonti parlano addirittura dell’11 gennaio. Comunque a decisioni già prese. Si va in guerra ancora prima di averne potuto discutere in Parlamento. Ce lo chiede la Nato!
Se dentro il Parlamento i deputati voteranno ancora a favore della guerra invece che per un cessate il fuoco e contro la prosecuzione del conflitto inviando armi, fuori dal Parlamento troveranno ad attenderli al varco anche in questa occasione le forze che si oppongono alla guerra e all’invio di armamenti all’Ucraina. Chi vota a favore del decreto non venga poi a chiedere sconti e voti alle elezioni.
Fonte
20/12/2023
Con un sotterfugio il governo Meloni conferma l’invio delle armi all’Ucraina
Mentre il ministro Crosetto interveniva al Copasir per rinnovare d’ufficio il decreto che consente di inviare armamenti all’Ucraina, nella vicina piazza del Pantheon si è svolta una manifestazione che è tornata a chiedere di fermare l’invio di armi e di proseguire nel coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.
Il governo con una “furbata”, con il solo passaggio al Copasir, ha aggirato il voto parlamentare che doveva rinnovare entro il 31 dicembre il decreto che autorizza l’invio delle armi italiane. Ma il ministro ha agito rinnovando automaticamente il decreto e rinviando ad una indefinita data di gennaio l’eventuale ratifica parlamentare di una decisione già presa.
Una decisione che indubbiamente ha fatto comodo a molti, sia nel governo che nell’opposizione, evitando l’imbarazzo di un voto parlamentare su una decisione che la maggioranza della popolazione ha più volte dimostrato di non gradire e che imbriglia l’Italia dentro una escalation militare contro la Russia intorno alla quale sta crescendo in Europa scetticismo e voglia di mettere la parola fine.
Ancora una volta il Paese si trova dentro una guerra senza esserne stato reso consapevole e soprattutto senza essere d’accordo. Era già accaduto con il governo Draghi, quando il Parlamento stava discutendo il 9 marzo 2022 se inviare o meno armi all’Ucraina e il primo aereo militare italiano con le armi a bordo già partiva dall’aeroporto di Pisa verso l’Ucraina proprio il 9 marzo.
Sono queste le conseguenze degli automatismi previsti dall’adesione alla Nato. Prima si va in guerra poi se ne discute in Parlamento.
La manifestazione al Pantheon, con la partecipazione di forze politiche e associazioni pacifiste si è ridata appuntamento a quando – e se – il Parlamento sarà chiamato a ratificare una sciagurata scelta di guerra che è dovuta ricorrere ancora una volta ai sotterfugi per essere confermata.
Fonte
Il governo con una “furbata”, con il solo passaggio al Copasir, ha aggirato il voto parlamentare che doveva rinnovare entro il 31 dicembre il decreto che autorizza l’invio delle armi italiane. Ma il ministro ha agito rinnovando automaticamente il decreto e rinviando ad una indefinita data di gennaio l’eventuale ratifica parlamentare di una decisione già presa.
Una decisione che indubbiamente ha fatto comodo a molti, sia nel governo che nell’opposizione, evitando l’imbarazzo di un voto parlamentare su una decisione che la maggioranza della popolazione ha più volte dimostrato di non gradire e che imbriglia l’Italia dentro una escalation militare contro la Russia intorno alla quale sta crescendo in Europa scetticismo e voglia di mettere la parola fine.
Ancora una volta il Paese si trova dentro una guerra senza esserne stato reso consapevole e soprattutto senza essere d’accordo. Era già accaduto con il governo Draghi, quando il Parlamento stava discutendo il 9 marzo 2022 se inviare o meno armi all’Ucraina e il primo aereo militare italiano con le armi a bordo già partiva dall’aeroporto di Pisa verso l’Ucraina proprio il 9 marzo.
Sono queste le conseguenze degli automatismi previsti dall’adesione alla Nato. Prima si va in guerra poi se ne discute in Parlamento.
La manifestazione al Pantheon, con la partecipazione di forze politiche e associazioni pacifiste si è ridata appuntamento a quando – e se – il Parlamento sarà chiamato a ratificare una sciagurata scelta di guerra che è dovuta ricorrere ancora una volta ai sotterfugi per essere confermata.
Fonte
25/07/2022
Elezioni. La politica alimenta lo spettro del “nemico esterno”, quello sbagliato
Quelle del 25 settembre non saranno elezioni di “normale amministrazione”. Lo si capisce da alcuni fattori che stanno emergendo in queste giornate che fanno seguito alle dimissioni di Draghi e alla logica del diluvio, logica alla quale i sostenitori della governance dei ricchi e della guerra stanno facendo ampio ricorso per condizionare gli scenari.
Piuttosto strumentalmente l’allarme viene lanciato sulle presunte ingerenze russe sulle prossime elezioni in Italia. È una tesi piuttosto strumentale e fuorviante, anche perchè le uniche ingerenze già dichiarate su quello che dovrà essere e dovrà fare il prossimo governo sono quelle indicate qualche giorno fa dalla presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde. Ma su questo la politica, sia quella sdraiata sul draghismo che l’opposizione della corona, continuano a fare i finti tonti, anzi appare del tutto subalterna.
Due giorni fa è riapparso il solito Urso, il presidente del Copasir inabissatosi dopo lo scandalo delle liste nere dei dissidenti anti-guerra, secondo il quale l’Italia “deve fare attenzione ai tentativi russi di influenzare, attraverso la disinformazione soprattutto, la campagna elettorale e dunque i risultati delle prossime elezioni italiane”, previste per il 25 settembre a causa dello scioglimento anticipato delle Camere dopo le dimissioni di Draghi.
Non solo, Urso, ha fatto sapere che il Comitato per la sicurezza della Repubblica (Copasir) se ne sta già “occupando”. Il che, visti i pregressi, non appare affatto rassicurante.
Il presidente del Copasir dice anche di aver avviato un’indagine conoscitiva riguardo un’ingerenza straniera “recente nel sistema di informazione anche attraverso la rete”, che rimane “uno degli strumenti principali utilizzato dalla Russia e non soltanto”.
L’esponente di Fratelli d’Italia approfitta della sua posizione per fare un po’ lo sborone e far sapere che “Qualora dovesse affermarsi quella che è la prima forza politica del Paese secondo i sondaggi, se i russi devono temere qualcosa, quelli siamo innanzitutto noi”. Urso ovviamente si riferisce a Fratelli d’Italia, che indica come “la forza politica che con più determinazione ha affermato che l’Italia dovesse schierarsi con i partner europei e atlantici, con il popolo ucraino e contro la Russia”. Insomma la destra vuole togliere il mestiere al Pd.
Ma Urso non è il solo ad alimentare il fantasma del nemico esterno, Anche l’ esponente del Pd, Enrico Borghi, membro del Copasir, ha dichiarato che : “La caduta del governo e le elezioni anticipate impediranno l’adozione, in Italia, di provvedimenti connessi al Digital services act che la Ue ha in animo di varare entro fine anno, un accordo tra l’Europa e le principali piattaforme social per il contrasto alla disinformazione e alle ingerenze. Un provvedimento protettivo della democrazia italiana che non si potrà costruire. Rischiamo, nelle prossime settimane, un inquinamento del nostro dibattito pubblico a causa di ingerenze straniere e di attacchi cibernetici che si sono già susseguiti da tempo”.
Borghi ha aggiunto che il rischio di un boom di fake news e disinformazione in vista della campagna elettorale sarà “indubbio” e spera che “si possano adottare dei codici di autoregolamentazione”.
Del resto lo stesso Draghi nel discorso al Senato, prima di chiedere la fiducia, aveva sottolineato come sia necessario “bloccare le interferenze russe nella nostra politica e nella nostra società”.
A metà della prossima settimana (la data di convocazione non è ancora disponibile) il ministro della Difesa Guerini interverrà davanti al Copasir per illustrare i contenuti del nuovo decreto interministeriale per l’invio di armi al governo ucraino. Il quarto decreto Armi, come i tre provvedimenti precedenti sarà sottoscritto, oltre che dal titolare della Difesa, anche dai ministri dell’Economia e degli Affari esteri. Anche questa volta la lista degli armamenti resterà secretata.
L’esecutivo dimissionario guidato Draghi, in carica per disbrigo degli affari correnti fino alle elezioni del 25 settembre e all’insediamento del nuovo esecutivo a Palazzo Chigi, ha infatti tra i dossier prioritari da gestire il decreto Aiuti bis e il nuovo provvedimento per l’invio delle armi all’Ucraina
Fuori dall’agenda degli affari correnti c’è invece il dossier sul salario minimo e un’anticipazione del taglio del cuneo fiscale. Insomma le ingerenze della Bce e della Nato sono già state fatte proprie, sia dal governo in uscita che da quello in entrata.
Fonte
Piuttosto strumentalmente l’allarme viene lanciato sulle presunte ingerenze russe sulle prossime elezioni in Italia. È una tesi piuttosto strumentale e fuorviante, anche perchè le uniche ingerenze già dichiarate su quello che dovrà essere e dovrà fare il prossimo governo sono quelle indicate qualche giorno fa dalla presidente della Banca Centrale Europea, Cristine Lagarde. Ma su questo la politica, sia quella sdraiata sul draghismo che l’opposizione della corona, continuano a fare i finti tonti, anzi appare del tutto subalterna.
Due giorni fa è riapparso il solito Urso, il presidente del Copasir inabissatosi dopo lo scandalo delle liste nere dei dissidenti anti-guerra, secondo il quale l’Italia “deve fare attenzione ai tentativi russi di influenzare, attraverso la disinformazione soprattutto, la campagna elettorale e dunque i risultati delle prossime elezioni italiane”, previste per il 25 settembre a causa dello scioglimento anticipato delle Camere dopo le dimissioni di Draghi.
Non solo, Urso, ha fatto sapere che il Comitato per la sicurezza della Repubblica (Copasir) se ne sta già “occupando”. Il che, visti i pregressi, non appare affatto rassicurante.
Il presidente del Copasir dice anche di aver avviato un’indagine conoscitiva riguardo un’ingerenza straniera “recente nel sistema di informazione anche attraverso la rete”, che rimane “uno degli strumenti principali utilizzato dalla Russia e non soltanto”.
L’esponente di Fratelli d’Italia approfitta della sua posizione per fare un po’ lo sborone e far sapere che “Qualora dovesse affermarsi quella che è la prima forza politica del Paese secondo i sondaggi, se i russi devono temere qualcosa, quelli siamo innanzitutto noi”. Urso ovviamente si riferisce a Fratelli d’Italia, che indica come “la forza politica che con più determinazione ha affermato che l’Italia dovesse schierarsi con i partner europei e atlantici, con il popolo ucraino e contro la Russia”. Insomma la destra vuole togliere il mestiere al Pd.
Ma Urso non è il solo ad alimentare il fantasma del nemico esterno, Anche l’ esponente del Pd, Enrico Borghi, membro del Copasir, ha dichiarato che : “La caduta del governo e le elezioni anticipate impediranno l’adozione, in Italia, di provvedimenti connessi al Digital services act che la Ue ha in animo di varare entro fine anno, un accordo tra l’Europa e le principali piattaforme social per il contrasto alla disinformazione e alle ingerenze. Un provvedimento protettivo della democrazia italiana che non si potrà costruire. Rischiamo, nelle prossime settimane, un inquinamento del nostro dibattito pubblico a causa di ingerenze straniere e di attacchi cibernetici che si sono già susseguiti da tempo”.
Borghi ha aggiunto che il rischio di un boom di fake news e disinformazione in vista della campagna elettorale sarà “indubbio” e spera che “si possano adottare dei codici di autoregolamentazione”.
Del resto lo stesso Draghi nel discorso al Senato, prima di chiedere la fiducia, aveva sottolineato come sia necessario “bloccare le interferenze russe nella nostra politica e nella nostra società”.
A metà della prossima settimana (la data di convocazione non è ancora disponibile) il ministro della Difesa Guerini interverrà davanti al Copasir per illustrare i contenuti del nuovo decreto interministeriale per l’invio di armi al governo ucraino. Il quarto decreto Armi, come i tre provvedimenti precedenti sarà sottoscritto, oltre che dal titolare della Difesa, anche dai ministri dell’Economia e degli Affari esteri. Anche questa volta la lista degli armamenti resterà secretata.
L’esecutivo dimissionario guidato Draghi, in carica per disbrigo degli affari correnti fino alle elezioni del 25 settembre e all’insediamento del nuovo esecutivo a Palazzo Chigi, ha infatti tra i dossier prioritari da gestire il decreto Aiuti bis e il nuovo provvedimento per l’invio delle armi all’Ucraina
Fuori dall’agenda degli affari correnti c’è invece il dossier sul salario minimo e un’anticipazione del taglio del cuneo fiscale. Insomma le ingerenze della Bce e della Nato sono già state fatte proprie, sia dal governo in uscita che da quello in entrata.
Fonte
12/06/2022
Gabrielli riduce la lista nera ad una fuga di notizie. Troppo facile
Conferenza stampa urgente ieri del Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza Franco Gabrielli per rispondere alle accuse e alle polemiche relative al dossier sulla presunta rete dei “filoputiniani” in Italia, pubblicato dal Corriere della Sera.
Gabrielli in primo luogo ha liquidato il documento al rango più rassicurante di “bollettino”, con la più bassa “classificazione di segretezza”, ovvero “riservato". Ma in altri passaggi è diventato più significativamente un report curato dal tavolo istituzionale coordinato dal Dipartimento Informativo per la Sicurezza (DIS) insieme ad altri organi istituzionali: dai servizi segreti ai ministeri ad alcune authority.
Il documento è leggibile qui.
Questo tavolo, da febbraio ha prodotto già 4 report ma solo quest’ultimo, fatto pervenire al Corriere della Sera da qualche fonte interna alla struttura, ha suscitato tale scalpore e polemiche.
Gabrielli inserisce l’attività del tavolo del DIS nel contesto del contrasto alla “minaccia ibrida”, una categoria delle guerre moderne sulla quale agisce questo tavolo aperto sin dal 2019 su sollecitazione delle autorità di sicurezza europee e della Nato.
Secondo il Sottosegretario il tavolo ha prodotto questo “bollettino” come una mera attività di ricognizione e monitoraggio su fonti aperte, cioè su quello che alcuni soggetti hanno pubblicamente scritto sul web, detto in televisione o, in qualche rarissimo caso, sui giornali.
Non ci sarebbero quindi state investigazioni di intelligence vere e proprie (cioè inchieste in vista di “penetrazione di intelligence” di livello superiore, con l’attivazione di misure ad personam), ma solo una rassegna di scritti e dichiarazioni pubbliche, in particolare in quelle sui blog o sui social network.
Gabrielli stesso ha sottolineato come ci sia particolare attenzione a quella che ha definito “informazione diffusa” che può rivelarsi un aspetto della “minaccia ibrida”. Rispondendo alla domanda di un giornalista, il Sottosegretario ha sottolineato come nella minaccia ibrida siano previsti strumenti di influenza sull’opinione pubblica opinione diversi da quelli tradizionali ed ha citato il caso della società “Cambridge Analityca”.
Una sorta di cartellino rosso sembra essere scattato per la circolazione di attacchi e critiche al presidente del Copasir Urso, o per dati piuttosto dimenticati (citati in tv da Alberto Fazolo) sul numero di giornalisti uccisi in Ucraina dal 2014 in poi. Il fatto che ufficialmente ne venga censita la metà avrebbe portato all’attenzione del “tavolo” su Fazolo. Verrebbe da chiedere ai membri di questo organismo se la categoria di “blogger” venga ritenuta meritevole di difesa e attenzione anche in Occidente e non nel solo nel caso della Russia.
Che questa distorsione sia nella testa del “tavolo” è apparso chiaro quando Gabrielli ha affermato che nella lista di nomi presenti nel bollettino pubblicato dal Corriere della Sera (al minuto 11.55 della conferenza stampa, ndr) non ci sono “giornalisti”. Insomma possedere il solo tesserino da pubblicista o il fatto di essere dei videoreporter escluderebbe tanti operatori dell’informazione dal Pantheon del giornalismo “riconosciuto”.
Ma qui emerge una questione grave. Occorre infatti sottolineare come sul “bollettino” reso pubblico in conferenza stampa, compaiano solo alcuni dei nomi indicati dal Corriere della Sera. Gli altri nomi non sono presenti e dunque parrebbe che siano stati aggiunti deliberatamente dal Corriere nella lista nera, forse per dare una idea più estesa della “rete filoputiniana” di quella decisamente striminzita individuata dallo stesso “tavolo del DIS”.
Oppure – e sembra più probabile – il “bollettino” oggi desecretato non è quello originale. Anzi – come dichiarato dal vice direttore del Corriere, Aldo Cazzullo, in diretta su La7 – quello presentato da Gabrielli è solo “una sintesi di un documento più vasto”, in cui quei nei nomi e forse altri ci sono eccome. Insomma la “rogna” sembra ingrandirsi invece di risolversi.
Di tutta questa vicenda, motivo di serio imbarazzo per il governo, Gabrielli sembra cogliere con preoccupazione e profonda irritazione solo il dato della “fuga di notizie” che ha fatto arrivare il “bollettino” alle giornaliste del Corriere della Sera.
Gabrielli ha detto di aver trovato “fastidioso” che nella lista pubblicata dal Corriere ci fosse anche il nome dell’ex presidente della Commissione Esteri del Senato, Vito Petrocelli, effettivamente mai citato nel “bollettino”. E questo è indubbiamente uno degli aspetti più “rognosi” della vicenda per quanto riguarda gli apparati di governo. Gabrielli ha anche confermato che il “bollettino” è stato consegnato allo staff di Draghi.
Secondo il Sottosegretario la data dell’uscita, il 3 giugno, non è però casuale. La preoccupazione – non detta – forse va alla data del prossimo 21 giugno, quando sull’invio di armi e la guerra in Ucraina ci sarà un dibattito parlamentare che si annuncia problematico.
Il governo e il partito interventista nella guerra in Ucraina continuano a non farsi una ragione del perché la maggioranza della società sia contraria alle loro scelte di coinvolgimento del paese nella guerra e nelle pesanti conseguenze sociali che ne derivano. È diventata una vera ossessione che può produrre scivoloni come quelli apparsi sul Corriere della Sera.
Insomma il tutto è stato ridotto ad una mera fuga di notizia sulla quale Gabrielli ha annunciato che “nulla resterà impunito”. La nostra preoccupazione invece è un’altra e cioè che si possa profilare una “torsione dei fatti” nel prossimo periodo per giustificare in tutto o in parte il senso del “bollettino”, le illazioni del Corriere della Sera e la rogna tutta politica che ne è venuta fuori.
Fonte
Gabrielli in primo luogo ha liquidato il documento al rango più rassicurante di “bollettino”, con la più bassa “classificazione di segretezza”, ovvero “riservato". Ma in altri passaggi è diventato più significativamente un report curato dal tavolo istituzionale coordinato dal Dipartimento Informativo per la Sicurezza (DIS) insieme ad altri organi istituzionali: dai servizi segreti ai ministeri ad alcune authority.
Il documento è leggibile qui.
Questo tavolo, da febbraio ha prodotto già 4 report ma solo quest’ultimo, fatto pervenire al Corriere della Sera da qualche fonte interna alla struttura, ha suscitato tale scalpore e polemiche.
Gabrielli inserisce l’attività del tavolo del DIS nel contesto del contrasto alla “minaccia ibrida”, una categoria delle guerre moderne sulla quale agisce questo tavolo aperto sin dal 2019 su sollecitazione delle autorità di sicurezza europee e della Nato.
Secondo il Sottosegretario il tavolo ha prodotto questo “bollettino” come una mera attività di ricognizione e monitoraggio su fonti aperte, cioè su quello che alcuni soggetti hanno pubblicamente scritto sul web, detto in televisione o, in qualche rarissimo caso, sui giornali.
Non ci sarebbero quindi state investigazioni di intelligence vere e proprie (cioè inchieste in vista di “penetrazione di intelligence” di livello superiore, con l’attivazione di misure ad personam), ma solo una rassegna di scritti e dichiarazioni pubbliche, in particolare in quelle sui blog o sui social network.
Gabrielli stesso ha sottolineato come ci sia particolare attenzione a quella che ha definito “informazione diffusa” che può rivelarsi un aspetto della “minaccia ibrida”. Rispondendo alla domanda di un giornalista, il Sottosegretario ha sottolineato come nella minaccia ibrida siano previsti strumenti di influenza sull’opinione pubblica opinione diversi da quelli tradizionali ed ha citato il caso della società “Cambridge Analityca”.
Una sorta di cartellino rosso sembra essere scattato per la circolazione di attacchi e critiche al presidente del Copasir Urso, o per dati piuttosto dimenticati (citati in tv da Alberto Fazolo) sul numero di giornalisti uccisi in Ucraina dal 2014 in poi. Il fatto che ufficialmente ne venga censita la metà avrebbe portato all’attenzione del “tavolo” su Fazolo. Verrebbe da chiedere ai membri di questo organismo se la categoria di “blogger” venga ritenuta meritevole di difesa e attenzione anche in Occidente e non nel solo nel caso della Russia.
Che questa distorsione sia nella testa del “tavolo” è apparso chiaro quando Gabrielli ha affermato che nella lista di nomi presenti nel bollettino pubblicato dal Corriere della Sera (al minuto 11.55 della conferenza stampa, ndr) non ci sono “giornalisti”. Insomma possedere il solo tesserino da pubblicista o il fatto di essere dei videoreporter escluderebbe tanti operatori dell’informazione dal Pantheon del giornalismo “riconosciuto”.
Ma qui emerge una questione grave. Occorre infatti sottolineare come sul “bollettino” reso pubblico in conferenza stampa, compaiano solo alcuni dei nomi indicati dal Corriere della Sera. Gli altri nomi non sono presenti e dunque parrebbe che siano stati aggiunti deliberatamente dal Corriere nella lista nera, forse per dare una idea più estesa della “rete filoputiniana” di quella decisamente striminzita individuata dallo stesso “tavolo del DIS”.
Oppure – e sembra più probabile – il “bollettino” oggi desecretato non è quello originale. Anzi – come dichiarato dal vice direttore del Corriere, Aldo Cazzullo, in diretta su La7 – quello presentato da Gabrielli è solo “una sintesi di un documento più vasto”, in cui quei nei nomi e forse altri ci sono eccome. Insomma la “rogna” sembra ingrandirsi invece di risolversi.
Di tutta questa vicenda, motivo di serio imbarazzo per il governo, Gabrielli sembra cogliere con preoccupazione e profonda irritazione solo il dato della “fuga di notizie” che ha fatto arrivare il “bollettino” alle giornaliste del Corriere della Sera.
Gabrielli ha detto di aver trovato “fastidioso” che nella lista pubblicata dal Corriere ci fosse anche il nome dell’ex presidente della Commissione Esteri del Senato, Vito Petrocelli, effettivamente mai citato nel “bollettino”. E questo è indubbiamente uno degli aspetti più “rognosi” della vicenda per quanto riguarda gli apparati di governo. Gabrielli ha anche confermato che il “bollettino” è stato consegnato allo staff di Draghi.
Secondo il Sottosegretario la data dell’uscita, il 3 giugno, non è però casuale. La preoccupazione – non detta – forse va alla data del prossimo 21 giugno, quando sull’invio di armi e la guerra in Ucraina ci sarà un dibattito parlamentare che si annuncia problematico.
Il governo e il partito interventista nella guerra in Ucraina continuano a non farsi una ragione del perché la maggioranza della società sia contraria alle loro scelte di coinvolgimento del paese nella guerra e nelle pesanti conseguenze sociali che ne derivano. È diventata una vera ossessione che può produrre scivoloni come quelli apparsi sul Corriere della Sera.
Insomma il tutto è stato ridotto ad una mera fuga di notizia sulla quale Gabrielli ha annunciato che “nulla resterà impunito”. La nostra preoccupazione invece è un’altra e cioè che si possa profilare una “torsione dei fatti” nel prossimo periodo per giustificare in tutto o in parte il senso del “bollettino”, le illazioni del Corriere della Sera e la rogna tutta politica che ne è venuta fuori.
Fonte
09/06/2022
Liste nere. Gabrielli nega, ma non convince
Come si dice in gergo, è stata “pestata una merda”. Era fin troppo visibile l’imbarazzo di politici e commentatori interventisti dopo la pubblicazione della “lista nera” di giornalisti, analisti, commentatori accusati di essere la “rete di Putin in Italia”.
È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.
Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.
Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.
Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.
Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.
Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.
In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.
Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.
Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.
Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.
Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.
Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.
Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?
Fonte
È apparso evidente come in Italia, con leader imposti dall’alto, con un paese in guerra che nega di essere in guerra e con la maggioranza della popolazione che continua ad essere contraria alla guerra, si sia ormai aperto un “fronte interno” che piccona severamente la pretesa di essere una democrazia liberale, trasformandola, da tempo, in una democradura. Le liste nere, scrivevamo due giorni fa, rivelano la profonda infezione del sistema.
Ieri è dovuto intervenire il responsabile del governo per i servizi segreti, Franco Gabrielli, negando che la lista di “proscritti filorussi” pubblicata dal Corriere della Sera sia opera loro: “I Servizi italiani non hanno mai stilato alcuna lista di politici, giornalisti, opinionisti o commentatori, né hai mai svolto attività di dossieraggio”.
Ma Gabrielli ha ammesso che di recente si è riunito un tavolo di lavoro interministeriale: “istituito sin dal 2019 presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza e al quale partecipano le diverse Amministrazioni competenti per materia, la cui attività, svolta esclusivamente sulla base di fonti aperte, mira non all’individuazione di singoli soggetti, bensì alla disamina di contenuti riconducibili al fenomeno della disinformazione”.
Per questo, ha aggiunto l’ex capo della Polizia, sarebbero destituite di ogni fondamento le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi.
In realtà sia il fatto che lo stesso Gabrielli sia stato costretto a intervenire, sia la conferma dell’esistenza di questo “tavolo” che elabora dossier su “fonti aperte”, rendono molto poco convincente la smentita dell’apparato di Palazzo Chigi.
Un dossier su fonti aperte significa che alcuni specialisti dei servizi sono stati messi all’opera monitorando tutto quello che circola in rete, nei social network, nelle televisioni grandi e piccole, ricavandone un dossier riconducibile a soggetti che in Italia si sono messi di traverso rispetto alla linea interventista e guerrafondaia del governo.
Ogni contenuto di informazione ha un autore o un media che lo mette in circolazione. E quegli autori, con nome e cognome, sono finiti nel dossier. La zona grigia in tutto questo sta nell’individuare “chi” ha deciso di fare questo dossier e “come” sia finito nelle mani di due giornaliste esperte del Corriere della Sera, spesso al lavoro su “esternazioni” dei servizi. Le quali, il giorno seguente il primo discutibile scoop, hanno rilanciato e raddoppiato, pubblicando altre due pagine in cui venivano coinvolte altre persone, in modo ancor più strumentale.
In una prima fase, e sulla base di quanto scritto dal Corriere della Sera, il “mandante” sembrava essere il Copasir, diventato particolarmente attivo in questa fase di guerra con audizioni di direttori dei servizi e direttori della Rai. Ma il Copasir, per statuto, non può chiedere dossier ai servizi su cittadini italiani; al contrario dovrebbe monitorare e impedire che ne facciano, al di fuori dei loro compiti istituzionali.
Qualche ora prima di Gabrielli, il presidente del Copasir (il fratelloditalia Urso) aveva subito allontanato da sé le responsabilità dichiarando che: “In merito a quanto riportato da alcuni organi di stampa, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica rileva di non aver mai condotto proprie indagini su presunti influencer e di aver ricevuto solo questa mattina un report specifico“.
Quindi il Copasir avrebbe solo ricevuto il report, ma non lo avrebbe commissionato.
Urso afferma che “La lista l’ho letta sul giornale, io non la conoscevo prima. Noi abbiamo attivato un’indagine alla fine della quale, ove lo ritenessimo, produrremo una specifica relazione al Parlamento. Che esista una macchina della disinformazione e della propaganda che agisce da almeno dieci anni non lo dico io, ma istituzioni del Parlamento europeo”.
Urso si riferisce al lavoro della task force dello European External Action Service della Ue, in pratica il servizio di intelligence europeo istituito nel 2011.
Ed è così che dopo il secondo articolo sulla “lista nera”, pubblicato a due intere pagine dal Corriere della Sera, prima Adolfo Urso, presidente del Copasir, e poi Gabrielli, Sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza (ed ex capo dei servizi stessi, il Sisde prima e l’Aisi poi; cioè in flagrante conflitto di interessi istituzionali), hanno negato di essere i mandanti e gli autori del dossier rimandando al mittente le accuse: nessuna lista di proscrizione.
Il cerino a questo punto è rimasto nelle mani del Corriere della Sera che dovrà rispondere alla domanda: chi ha compilato la lista nera ricevuta dal giornale e pubblicata in grande evidenza?
Fonte
21/05/2022
La propaganda di guerra mette il bavaglio alla Rai, e non solo
Alla fine sia il Copasir che la Commissione di Vigilanza Rai sono riusciti a mettere il bavaglio al dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina.
I risultati negativi nei sondaggi che ripetutamente bocciano nella società la linea guerrafondaia e avventurista del governo e manifestano contrarietà alla subalternità dell’Italia alla Nato e agli Usa, hanno reso isterici e feroci i sostenitori nel nostro paese della guerra a tutti i costi con la Russia.
Ci sarà infatti un “filtro” sulle presenze in tv e verrà istituito un organismo che ‘valuti’ gli ospiti e svolga un’azione preventiva per distinguere cosa è informazione e cosa non lo è. L’obiettivo dichiarato è quello di avere un meccanismo che possa agire da freno alle ingerenze nei media di esponenti accademici o giornalisti a sostegno delle tesi di Mosca. Insomma a “fare la verità” saranno solo i quotidiani rapporti dell’intelligence britannica diffusi religiosamente dalle agenzie e dai Tg e i corrispondenti italiani “embedded” con le forze armate ucraine.
Ad avanzare questa proposta che mette fine alla democrazia nella comunicazione sono il Copasir e Commissione di Vigilanza Rai.
Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica ha dato infatti il via libera all’indagine conoscitiva, sulla base delle precedenti audizioni dei vertici delle due Agenzie, dell’amministratore delegato della Rai e dell’Agcom, ma allargherà il controllo dalle tv anche ai social network chiedendone ragione e verifiche di chi li guida, alla Polizia postale, al sottosegretario all’Editoria, al capo del Dis e all’Agenzia per la cybersicurezza.
I rappresentanti del Copasir, tanto per essere chiari, andranno a Washington il 12 giugno e poi a Bruxelles per coordinarsi con il lavoro del Parlamento europeo che ha già votato un provvedimento in quella che viene definita guerra contro la disinformazione.
Nei giorni scorsi il governo ha dato il via libera al contratto del servizio pubblico imponendo anche la necessità di garantire una informazione “obiettiva, veritiera, pluralista e completa”, anche attraverso il “contrasto alla disinformazione”.
Lo stesso ha fatto la Commissione di Vigilanza Rai che sta lavorando a delle regole per “contrastare la disinformazione garantire la veridicità delle notizie e delle fonti, puntando ad assicurare l’equilibrio corretto delle posizioni esposte”.
L’invito al servizio pubblico è quello di “attivare strumenti finalizzati a contrastare la diffusione di fake news e prevedere in proposito: l’istituzione di un osservatorio interno permanente; lo sviluppo di specifici prodotti di natura educativa e didattica; la realizzazione di iniziative di promozione riguardo ai rischi derivanti dalla diffusione di notizie false; nonché a sensibilizzare i conduttori dei programmi e i propri dipendenti e collaboratori, anche attraverso specifiche azioni formative, ad attenersi scrupolosamente nella loro attività ai principi del fact-checking”.
Fonte
I risultati negativi nei sondaggi che ripetutamente bocciano nella società la linea guerrafondaia e avventurista del governo e manifestano contrarietà alla subalternità dell’Italia alla Nato e agli Usa, hanno reso isterici e feroci i sostenitori nel nostro paese della guerra a tutti i costi con la Russia.
Ci sarà infatti un “filtro” sulle presenze in tv e verrà istituito un organismo che ‘valuti’ gli ospiti e svolga un’azione preventiva per distinguere cosa è informazione e cosa non lo è. L’obiettivo dichiarato è quello di avere un meccanismo che possa agire da freno alle ingerenze nei media di esponenti accademici o giornalisti a sostegno delle tesi di Mosca. Insomma a “fare la verità” saranno solo i quotidiani rapporti dell’intelligence britannica diffusi religiosamente dalle agenzie e dai Tg e i corrispondenti italiani “embedded” con le forze armate ucraine.
Ad avanzare questa proposta che mette fine alla democrazia nella comunicazione sono il Copasir e Commissione di Vigilanza Rai.
Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica ha dato infatti il via libera all’indagine conoscitiva, sulla base delle precedenti audizioni dei vertici delle due Agenzie, dell’amministratore delegato della Rai e dell’Agcom, ma allargherà il controllo dalle tv anche ai social network chiedendone ragione e verifiche di chi li guida, alla Polizia postale, al sottosegretario all’Editoria, al capo del Dis e all’Agenzia per la cybersicurezza.
I rappresentanti del Copasir, tanto per essere chiari, andranno a Washington il 12 giugno e poi a Bruxelles per coordinarsi con il lavoro del Parlamento europeo che ha già votato un provvedimento in quella che viene definita guerra contro la disinformazione.
Nei giorni scorsi il governo ha dato il via libera al contratto del servizio pubblico imponendo anche la necessità di garantire una informazione “obiettiva, veritiera, pluralista e completa”, anche attraverso il “contrasto alla disinformazione”.
Lo stesso ha fatto la Commissione di Vigilanza Rai che sta lavorando a delle regole per “contrastare la disinformazione garantire la veridicità delle notizie e delle fonti, puntando ad assicurare l’equilibrio corretto delle posizioni esposte”.
L’invito al servizio pubblico è quello di “attivare strumenti finalizzati a contrastare la diffusione di fake news e prevedere in proposito: l’istituzione di un osservatorio interno permanente; lo sviluppo di specifici prodotti di natura educativa e didattica; la realizzazione di iniziative di promozione riguardo ai rischi derivanti dalla diffusione di notizie false; nonché a sensibilizzare i conduttori dei programmi e i propri dipendenti e collaboratori, anche attraverso specifiche azioni formative, ad attenersi scrupolosamente nella loro attività ai principi del fact-checking”.
Fonte
01/05/2022
Il Copasir mette sotto pressione i recalcitranti alla guerra
Il Comitato parlamentare di controllo sulla sicurezza della Repubblica (Copasir) sta entrando a gamba tesa in molti dossier legati alla sciagurata scelta di trascinare il nostro paese in guerra.
Il Copasir ha contestato alle aziende a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Snam, Terna) troppi tentennamenti nel tagliare i rapporti con Mosca. La mancata “cesura immediata” con le società russe è considerata un atteggiamento incoerente e contraddittorio. Tanto più perché in contraddizione con le indicazioni fornite dal governo. “Queste scelte appaiono infatti discutibili e non possono trovare giustificazione facendo leva su argomenti che richiamano l’autonomia delle imprese o le logiche di mercato”, ha dichiarato in una nota il comitato presieduto dal senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia).
Di concerto con il Copasir, la Commissione di Vigilanza Rai (quella che istigata dal Pd ha chiesto l’esclusione del prof. Orsini dalle trasmissioni Rai) ha chiesto – e sarebbe il primo caso nella storia della Repubblica – un’audizione congiunta con il Copasir. L’obiettivo è capire, tramite le informazioni in possesso della nostra Intelligence, se gli ospiti russi della tv di Stato si muovano effettivamente come rappresentanti della stampa estera o non siano piuttosto funzionari del governo russo.
Inutile dire che l’autore di tale richiesta di audizione congiunta è Andrea Romano, il deputato Pd e membro della Vigilanza che aveva chiesto la testa del prof. Orsini. Romano viene sostenuto da altri commissari della Vigilanza Rai. Secondo fonti della Commissione Vigilanza, se il Copasir desse il via libera, la seduta potrebbe essere calendarizzata già la prossima settimana, forse in coincidenza con l’audizione dell’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, prevista per il 4 maggio.
Lo stesso Copasir, intende convocare in audizione l’ex premier Giuseppe Conte per le vicende del 2019 quando il capo dei servizi segreti Usa Abrams venne a Roma per una missione “molto riservata”. Appare quasi lapalissiano che la convocazione di Conte abbia molto a che vedere con il pressing verso le sue posizioni contro l’invio di armi in Ucraina decisa dal governo italiano (di cui Conte fa parte, ndr).
Fonte
Il Copasir ha contestato alle aziende a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Snam, Terna) troppi tentennamenti nel tagliare i rapporti con Mosca. La mancata “cesura immediata” con le società russe è considerata un atteggiamento incoerente e contraddittorio. Tanto più perché in contraddizione con le indicazioni fornite dal governo. “Queste scelte appaiono infatti discutibili e non possono trovare giustificazione facendo leva su argomenti che richiamano l’autonomia delle imprese o le logiche di mercato”, ha dichiarato in una nota il comitato presieduto dal senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia).
Di concerto con il Copasir, la Commissione di Vigilanza Rai (quella che istigata dal Pd ha chiesto l’esclusione del prof. Orsini dalle trasmissioni Rai) ha chiesto – e sarebbe il primo caso nella storia della Repubblica – un’audizione congiunta con il Copasir. L’obiettivo è capire, tramite le informazioni in possesso della nostra Intelligence, se gli ospiti russi della tv di Stato si muovano effettivamente come rappresentanti della stampa estera o non siano piuttosto funzionari del governo russo.
Inutile dire che l’autore di tale richiesta di audizione congiunta è Andrea Romano, il deputato Pd e membro della Vigilanza che aveva chiesto la testa del prof. Orsini. Romano viene sostenuto da altri commissari della Vigilanza Rai. Secondo fonti della Commissione Vigilanza, se il Copasir desse il via libera, la seduta potrebbe essere calendarizzata già la prossima settimana, forse in coincidenza con l’audizione dell’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, prevista per il 4 maggio.
Lo stesso Copasir, intende convocare in audizione l’ex premier Giuseppe Conte per le vicende del 2019 quando il capo dei servizi segreti Usa Abrams venne a Roma per una missione “molto riservata”. Appare quasi lapalissiano che la convocazione di Conte abbia molto a che vedere con il pressing verso le sue posizioni contro l’invio di armi in Ucraina decisa dal governo italiano (di cui Conte fa parte, ndr).
Fonte
10/02/2022
L’Italia arruolata nella competizione con la Cina in Africa e nel Mediterraneo
La relazione presentata dal Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), presenta piuttosto nitidamente le preoccupazioni della componente italiana dell’imperialismo europeo sulla propria “area di influenza”.
Infatti, oltre alle già note osservazioni sul come sbarrare le porte alle aziende cinesi nei settori ritenuti strategici dell’economia italiana, una lunga e articolatissima sezione è dedicata alla competizione con la Cina in quella che l’Italia e l’Unione Europea ritengono, arbitrariamente, il proprio “cortile di casa” cioè l’Africa e il Mediterraneo “allargato”.
Il dinamismo cinese, evidenzia la relazione del Copasir, “caratterizza anche regioni del globo: in primo luogo, nel cosiddetto Mediterraneo allargato, che rappresenta un bacino di risorse energetiche, un mercato importante per le merci cinesi e un punto di transito marittimo indispensabile per l’export globale, dai Balcani – prima in Grecia con gli investimenti nelle infrastrutture portuali, poi in Montenegro attraverso politiche di sottomissione del debito – ai Paesi della sponda meridionale dove si riscontra una presenza strategica sui porti; in secondo luogo nel Sahel e, più in generale in Africa, che offre occasioni di espansione economica e industriale e una riserva di risorse minerarie.”
Da qui si dipana una lunga analisi sui rapporti di forza e la competizione nel continente africano. “La penetrazione nel continente africano, la base di Gibuti per esempio, si avvale di un’articolata ed estesa rete infrastrutturale e di iniziative invasive di partenariato che hanno il fine di fidelizzare prima e condizionare poi i Governi locali, sfruttandone le debolezze e l’instabilità e appropriandosi del debito pubblico”. La relazione evidenzia inoltre la rinnovata intraprendenza di Pechino in Etiopia, un paese ritenuto chiave per l’intera regione del Corno d’Africa.
Nel Sahel, sottolinea preoccupato il Copasir, si registra il nuovo protagonismo di potenze “non occidentali” (ossia Cina e Russia, ndr) che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale dall’Unione Europea per la stabilizzazione del Sahel.
“Questo scenario problematico – a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani – potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali. La logorante crisi securitaria figura tra le urgenze sia del summit dell’Unione africana (Ua) di Addis Abeba del 5 e del 6 febbraio e del vertice Ue-Ua che si terrà a Bruxelles il 17 e il 18 febbraio 2022. Nell’arco di tre anni, a partire dal 2020, nella fascia saheliana si sono susseguiti sei colpi di Stato: in Mali nel 2020 e nel 2021, in Ciad, Guinea e Sudan nel 2021, in Burkina Faso nel 2022. Inoltre si segnala il recentissimo golpe fallito in Guinea Bissau”, afferma la relazione.
In Mali l’attuale governo di transizione ha adottato una politica duramente anti-francese con conseguenze che non si riflettono solo sulla Francia, come l’espulsione dell’ambasciatore, ma anche sugli altri Paesi europei, come l’ordine dato al contingente danese di lasciare il Paese.
“D’altronde il governo golpista è sorretto anche dal malcontento popolare per le sanzioni applicate dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) e sostenute dalla Francia, dall’Ue e dagli Usa. La presenza militare francese, in remissione, e occidentale in generale, che avrebbe l’obiettivo della formazione delle Forze armate locali e del contenimento del terrorismo, non è riuscita ad impedire il crescente astio verso gli ex coloni”, si legge nel documento presentato dal Copasir.
“In questo quadro i Paesi saheliani trovano interlocutori validi in partner strategici non occidentali quali la Russia, la Turchia e la Cina. La Russia nutre forti interessi a ristabilire un controllo ‘informale’, sfruttando i mercenari del gruppo Wagner, sul Mali che in epoca sovietica era nella sua orbita. All’interno della strategia russa, il Mali e il Sahel nel suo complesso potenziano le relazioni economiche e commerciali, creando una rete con gli Stati in cui la Russia è presente in diverse forme e gradazioni. A seguito del colpo di Stato avvenuto in Mali nel maggio dello scorso anno, si è assistito ad un’intensificazione delle relazioni con la Russia”, sottolinea la relazione.
Ambizioni italiane ed europee alla “proiezione strategica” in Africa
Il documento del Copasir come abbiamo visto, insiste molto sull’Africa, dove rileva che “l’influenza cinese si concentra in aree in cui la presenza militare occidentale è stata storicamente rappresentata dalla Francia che, in un’ottica di disimpegno, ha recentemente auspicato una maggiore condivisione dell’obiettivo con i Paesi occidentali, oltre che nel Corno d’Africa, dove si registra una tradizionale presenza dell’Italia”.
Ci pare doveroso segnalare all’attenzione un passaggio della relazione del Copasir perché appare foriero di pessime prospettive. Nel documento infatti è scritto che: “D’intesa con la Francia ed all’interno del quadro occidentale si rende dunque necessaria una proiezione strategica del nostro Paese che è già presente con propri contingenti in alcuni Paesi di questa area. Un altro fattore d’interesse è legato agli sviluppi del disimpegno della coalizione internazionale, avvenuto in Afghanistan, e alle conseguenze in termini di instabilità in tale area”.
Di fronte a uno scenario così compromesso, conclude il Copasir, la Cina punta a divenire un artefice di stabilità, coltivando quale obiettivo prioritario di ordine economico quello di incrementare gli investimenti e di sfruttare le risorse presenti in quella regione. “L’obiettivo di una supremazia globale, in ambito tecnologico, economico e anche militare perseguito dalla potenza cinese con una proiezione di ampio respiro nel futuro sembra realizzabile nell’arco di qualche decennio. Di fronte a queste previsioni l’Europa è tenuta a interrogarsi se può permettersi un tale futuro e se può tirarsi indietro dalla competizione tecnologica e dalla corsa allo spazio”.
Infine, la relazione appare molto preoccupata dell’alleanza strategica tra Russia e Cina, ribadita anche nel recente vertice bilaterale a Pechino tra Xi Jinping e Putin: “Per la Nato e l’Europa un fronte aperto con la Russia o un’alleanza sino-russa, soprattutto se coinvolgesse l’Iran, amplificherebbero i rischi: è necessario perseguire lo sforzo di un confronto strategico positivo. Nato ed Europa dovranno confrontarsi “con la pervasività cinese”.
L’Italia considera la Cina un “avversario strategico”
Sul piano interno invece, il Copasir si premura di segnalare che “La Cina rappresenta un avversario strategico la cui presenza viene registrata a livello nazionale nel mondo accademico e delle start-up nazionali”. “Si tratta di una precisa strategia di lungo periodo che ha come obiettivo mercati strategici come quello dell’innovazione tecnologica che punta a penetrare sia il tessuto imprenditoriale che ad avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale con il fine ultimo di guadagnare posizioni di grande vantaggio in un ambito così cruciale. Il tessuto accademico è ritenuto un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese”, spiega il rapporto.
“Questo attivismo va interpretato criticamente laddove si incontra con il perimetro della sicurezza nazionale e la difesa degli interessi strategici dell’Italia: in questa prospettiva, il Comitato ha più volte segnalato la necessità di proteggere i prodotti, le imprese e le eccellenze del nostro Paese, potenziando in modo particolare la resilienza cibernetica nei settori più sensibili in modo da evitare acquisizioni, interferenze e penetrazioni ostili nel nostro tessuto economico-produttivo”, prosegue la parte del documento dedicato agli investimenti cinesi in Italia.
Nella relazione il Comitato ha altresì suggerito di valutare l’ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le aziende cinesi dall’attività di fornitura di tecnologie per le reti 5G. “Del resto – prosegue – la portata estremamente invasiva e pervasiva delle minacce di natura cibernetica, la pluralità delle possibili fonti di aggressione e di indebita interferenza – soggetti privati, attori statuali – la stessa eterogeneità degli attacchi o dei possibili incidenti rappresentano tutti insieme fattori di estrema preoccupazione che richiedono un quadro protettivo e di massima resilienza che, per l’intrinseca natura dei mezzi e degli strumenti impiegati, impone adattamenti ed affinamenti continui”.
Quella del Copasir è una relazione decisamente “ostile” e intrisa di toni da nuova Guerra Fredda con la Cina, ma è anche qualcosa di più. In essa c’è l’esplicitazione delle mire neoimperialiste dell’Italia e dell’Unione Europea su quella che viene ritenuta la propria “area di influenza” cioè l’Africa e quello che viene ormai definito “Mediterraneo allargato” che si estende fino al Mar Rosso e al Golfo Persico. Una visione chiara – altrettanto inquietante – del carattere che va assumendo la competizione globale e le ambizioni imperialiste italiane ed europea all’interno di essa.
Fonte
Infatti, oltre alle già note osservazioni sul come sbarrare le porte alle aziende cinesi nei settori ritenuti strategici dell’economia italiana, una lunga e articolatissima sezione è dedicata alla competizione con la Cina in quella che l’Italia e l’Unione Europea ritengono, arbitrariamente, il proprio “cortile di casa” cioè l’Africa e il Mediterraneo “allargato”.
Il dinamismo cinese, evidenzia la relazione del Copasir, “caratterizza anche regioni del globo: in primo luogo, nel cosiddetto Mediterraneo allargato, che rappresenta un bacino di risorse energetiche, un mercato importante per le merci cinesi e un punto di transito marittimo indispensabile per l’export globale, dai Balcani – prima in Grecia con gli investimenti nelle infrastrutture portuali, poi in Montenegro attraverso politiche di sottomissione del debito – ai Paesi della sponda meridionale dove si riscontra una presenza strategica sui porti; in secondo luogo nel Sahel e, più in generale in Africa, che offre occasioni di espansione economica e industriale e una riserva di risorse minerarie.”
Da qui si dipana una lunga analisi sui rapporti di forza e la competizione nel continente africano. “La penetrazione nel continente africano, la base di Gibuti per esempio, si avvale di un’articolata ed estesa rete infrastrutturale e di iniziative invasive di partenariato che hanno il fine di fidelizzare prima e condizionare poi i Governi locali, sfruttandone le debolezze e l’instabilità e appropriandosi del debito pubblico”. La relazione evidenzia inoltre la rinnovata intraprendenza di Pechino in Etiopia, un paese ritenuto chiave per l’intera regione del Corno d’Africa.
Nel Sahel, sottolinea preoccupato il Copasir, si registra il nuovo protagonismo di potenze “non occidentali” (ossia Cina e Russia, ndr) che stanno approfittando delle difficoltà della Francia, come dimostra il caso emblematico del Mali, Stato considerato centrale dall’Unione Europea per la stabilizzazione del Sahel.
“Questo scenario problematico – a fronte di una situazione caratterizzata dalla presenza di gruppi jihadisti che operano travalicando le frontiere, anche sfruttando le crisi politiche presenti nei Paesi saheliani – potrebbe infatti provocare un effetto domino sugli Stati vicini con conseguenze anche sui flussi migratori e sui traffici illegali. La logorante crisi securitaria figura tra le urgenze sia del summit dell’Unione africana (Ua) di Addis Abeba del 5 e del 6 febbraio e del vertice Ue-Ua che si terrà a Bruxelles il 17 e il 18 febbraio 2022. Nell’arco di tre anni, a partire dal 2020, nella fascia saheliana si sono susseguiti sei colpi di Stato: in Mali nel 2020 e nel 2021, in Ciad, Guinea e Sudan nel 2021, in Burkina Faso nel 2022. Inoltre si segnala il recentissimo golpe fallito in Guinea Bissau”, afferma la relazione.
In Mali l’attuale governo di transizione ha adottato una politica duramente anti-francese con conseguenze che non si riflettono solo sulla Francia, come l’espulsione dell’ambasciatore, ma anche sugli altri Paesi europei, come l’ordine dato al contingente danese di lasciare il Paese.
“D’altronde il governo golpista è sorretto anche dal malcontento popolare per le sanzioni applicate dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) e sostenute dalla Francia, dall’Ue e dagli Usa. La presenza militare francese, in remissione, e occidentale in generale, che avrebbe l’obiettivo della formazione delle Forze armate locali e del contenimento del terrorismo, non è riuscita ad impedire il crescente astio verso gli ex coloni”, si legge nel documento presentato dal Copasir.
“In questo quadro i Paesi saheliani trovano interlocutori validi in partner strategici non occidentali quali la Russia, la Turchia e la Cina. La Russia nutre forti interessi a ristabilire un controllo ‘informale’, sfruttando i mercenari del gruppo Wagner, sul Mali che in epoca sovietica era nella sua orbita. All’interno della strategia russa, il Mali e il Sahel nel suo complesso potenziano le relazioni economiche e commerciali, creando una rete con gli Stati in cui la Russia è presente in diverse forme e gradazioni. A seguito del colpo di Stato avvenuto in Mali nel maggio dello scorso anno, si è assistito ad un’intensificazione delle relazioni con la Russia”, sottolinea la relazione.
Ambizioni italiane ed europee alla “proiezione strategica” in Africa
Il documento del Copasir come abbiamo visto, insiste molto sull’Africa, dove rileva che “l’influenza cinese si concentra in aree in cui la presenza militare occidentale è stata storicamente rappresentata dalla Francia che, in un’ottica di disimpegno, ha recentemente auspicato una maggiore condivisione dell’obiettivo con i Paesi occidentali, oltre che nel Corno d’Africa, dove si registra una tradizionale presenza dell’Italia”.
Ci pare doveroso segnalare all’attenzione un passaggio della relazione del Copasir perché appare foriero di pessime prospettive. Nel documento infatti è scritto che: “D’intesa con la Francia ed all’interno del quadro occidentale si rende dunque necessaria una proiezione strategica del nostro Paese che è già presente con propri contingenti in alcuni Paesi di questa area. Un altro fattore d’interesse è legato agli sviluppi del disimpegno della coalizione internazionale, avvenuto in Afghanistan, e alle conseguenze in termini di instabilità in tale area”.
Di fronte a uno scenario così compromesso, conclude il Copasir, la Cina punta a divenire un artefice di stabilità, coltivando quale obiettivo prioritario di ordine economico quello di incrementare gli investimenti e di sfruttare le risorse presenti in quella regione. “L’obiettivo di una supremazia globale, in ambito tecnologico, economico e anche militare perseguito dalla potenza cinese con una proiezione di ampio respiro nel futuro sembra realizzabile nell’arco di qualche decennio. Di fronte a queste previsioni l’Europa è tenuta a interrogarsi se può permettersi un tale futuro e se può tirarsi indietro dalla competizione tecnologica e dalla corsa allo spazio”.
Infine, la relazione appare molto preoccupata dell’alleanza strategica tra Russia e Cina, ribadita anche nel recente vertice bilaterale a Pechino tra Xi Jinping e Putin: “Per la Nato e l’Europa un fronte aperto con la Russia o un’alleanza sino-russa, soprattutto se coinvolgesse l’Iran, amplificherebbero i rischi: è necessario perseguire lo sforzo di un confronto strategico positivo. Nato ed Europa dovranno confrontarsi “con la pervasività cinese”.
L’Italia considera la Cina un “avversario strategico”
Sul piano interno invece, il Copasir si premura di segnalare che “La Cina rappresenta un avversario strategico la cui presenza viene registrata a livello nazionale nel mondo accademico e delle start-up nazionali”. “Si tratta di una precisa strategia di lungo periodo che ha come obiettivo mercati strategici come quello dell’innovazione tecnologica che punta a penetrare sia il tessuto imprenditoriale che ad avvantaggiarsi degli incentivi alla cooperazione scientifica internazionale con il fine ultimo di guadagnare posizioni di grande vantaggio in un ambito così cruciale. Il tessuto accademico è ritenuto un bacino di coltivazione di rapporti privilegiati con esponenti del panorama scientifico, economico e istituzionale del nostro Paese”, spiega il rapporto.
“Questo attivismo va interpretato criticamente laddove si incontra con il perimetro della sicurezza nazionale e la difesa degli interessi strategici dell’Italia: in questa prospettiva, il Comitato ha più volte segnalato la necessità di proteggere i prodotti, le imprese e le eccellenze del nostro Paese, potenziando in modo particolare la resilienza cibernetica nei settori più sensibili in modo da evitare acquisizioni, interferenze e penetrazioni ostili nel nostro tessuto economico-produttivo”, prosegue la parte del documento dedicato agli investimenti cinesi in Italia.
Nella relazione il Comitato ha altresì suggerito di valutare l’ipotesi, ove necessario per tutelare la sicurezza nazionale, di escludere le aziende cinesi dall’attività di fornitura di tecnologie per le reti 5G. “Del resto – prosegue – la portata estremamente invasiva e pervasiva delle minacce di natura cibernetica, la pluralità delle possibili fonti di aggressione e di indebita interferenza – soggetti privati, attori statuali – la stessa eterogeneità degli attacchi o dei possibili incidenti rappresentano tutti insieme fattori di estrema preoccupazione che richiedono un quadro protettivo e di massima resilienza che, per l’intrinseca natura dei mezzi e degli strumenti impiegati, impone adattamenti ed affinamenti continui”.
Quella del Copasir è una relazione decisamente “ostile” e intrisa di toni da nuova Guerra Fredda con la Cina, ma è anche qualcosa di più. In essa c’è l’esplicitazione delle mire neoimperialiste dell’Italia e dell’Unione Europea su quella che viene ritenuta la propria “area di influenza” cioè l’Africa e quello che viene ormai definito “Mediterraneo allargato” che si estende fino al Mar Rosso e al Golfo Persico. Una visione chiara – altrettanto inquietante – del carattere che va assumendo la competizione globale e le ambizioni imperialiste italiane ed europea all’interno di essa.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)