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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/03/2025

Gaza - Il vertice arabo del Cairo dettaglia un piano per la ricostruzione, e non è quello di Trump

I leader arabi riuniti al Cairo hanno adottato il piano egiziano per il governo e la ricostruzione di Gaza e per contrastare la proposta di sfollamento dei palestinesi presentata dal presidente degli Stati Uniti Trump, ampiamente condannata dal vertice del Cairo.

La proposta include un piano di ricostruzione di Gaza del valore di 53 miliardi di dollari e prevede che l’Autorità Palestinese (ANP) supervisioni il processo attraverso un Comitato di Amministrazione di Gaza per i primi sei mesi, seguiti dal pieno ritorno dell’Autorità Palestinese nella Striscia.

Il piano egiziano prevede la formazione di una commissione per gestire gli affari della Striscia di Gaza in un periodo di transizione di 6 mesi, a condizione che sia indipendente e composta da tecnici che lavorino sotto l’ombrello del governo palestinese. Secondo il piano, saranno forniti alloggi temporanei per gli sfollati a Gaza durante il processo di ricostruzione e aree in 7 località della Striscia ospiteranno più di 1,5 milioni di persone.

La fase di recupero dovrebbe durare 6 mesi con un costo di 3 miliardi di dollari per rimuovere le macerie dall’asse di Salah al Din e fornire 200.000 unità abitative temporanee.

Successivamente, inizierebbe la prima fase della durata di 2 anni con un costo di 20 miliardi di dollari per terminare il processo di rimozione delle macerie e creare stazioni di elettricità, acqua e telecomunicazioni. La seconda fase inizierà successivamente, con un costo di 30 miliardi di dollari, e si concentrerà sulla riforma agricola, sulla creazione di una zona industriale e di un porto marittimo, e sul completamento della costruzione e della ristrutturazione di 460.000 unità abitative.

Il piano prevede inoltre che Egitto e Giordania addestrino la polizia palestinese da dispiegare nella Striscia di Gaza. Il piano suggerisce la possibilità di dispiegare forze internazionali delle Nazioni Unite a Gaza e in Cisgiordania.

La road map araba sulla ricostruzione di Gaza uscita dal vertice del Cairo, mira a contrastare le proposte del presidente Donald Trump per una “Riviera del Medio Oriente” presentando un piano per ricostruire la striscia devastata senza spostare forzatamente la sua popolazione palestinese.

L’Egitto ospiterà il prossimo aprile una conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza al quale parteciperanno i rappresentanti di circa 100 Paesi, ha annunciato il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi.

Hussein al-Sheikh, segretario del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha detto a Middle East Eye a margine del vertice che la priorità immediata sia per i palestinesi che per gli arabi è quella di stabilire un cessate il fuoco permanente a Gaza e porre fine alla devastante guerra israeliana. “In primo luogo, un completo ritiro israeliano è essenziale per ripristinare la stabilità e la sicurezza”, ha detto al-Sheikh, sottolineando che questo consentirebbe ai palestinesi di riaffermarsi sulla loro terra e iniziare a ricostruire.

L’esito del vertice arabo del Cairo non è piaciuto agli Stati Uniti né ad Israele.

Il portavoce della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Brian Hughes, ha respinto la proposta degli Stati arabi per la ricostruzione di Gaza, sostenendo che questa non riconosce che l’enclave è “inabitabile” e disseminata di detriti e ordigni inesplosi, rendendo la vita impossibile ai suoi residenti. Hughes ha ribadito il piano di Trump di ricostruire il territorio “libero da Hamas”, una visione che è stata ampiamente criticata dai leader arabi come un tentativo sottilmente velato di prenderne il controllo da parte degli Stati Uniti.

Il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che la dichiarazione del vertice arabo tenutosi al Cairo per discutere la ricostruzione di Gaza “non è riuscita ad affrontare” la realtà della situazione ed ha ribadito il sostegno all’idea del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che mira a sfollare con la forza i palestinesi e trasferirli in Giordania ed Egitto, affermando che gli Stati arabi l’hanno respinta senza darle una possibilità.

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06/02/2025

Italia, la politica sotto ricatto

Deve essere stata decisamente “cicciosa” l’audizione segreta del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano martedì di fronte al Copasir.

Sul tavolo c’erano i ripetuti casi di spionaggio da parte dei servizi segreti italiani ma anche lo scontro in corso tra governo e magistratura.

Su quest’ultimo aspetto Mantovano ha accusato il Procuratore capo di Roma Lo Voi di aver commesso un reato gravissimo depositando un’informativa riservata ricevuta dall’Aisi, l’agenzia di intelligence per l’interno, agli atti di un’indagine a carico di due giornalisti del Domani, di fatto rendendola pubblica. Mantovano ha lasciato intendere che nei confronti di Lo Voi potrebbe essere presentato un esposto alla Procura di Perugia, competente sulle indagini a carico dei magistrati in servizio nella Capitale. Mantovano, come noto, è il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che ha la delega per il controllo dei servizi segreti.

È superfluo sottolineare che il procuratore Lo Voi è finito nel mirino del governo per aver notificato al Tribunale dei Ministri l’indagine su Meloni, Nordio, Piantedosi e lo stesso Mantovano per il caso del “rilascio di Stato” del criminale libico Almasri.

La vicenda discussa al Copasir riguarda invece gli accertamenti svolti dall’Aisi su Gaetano Caputi, il capo di gabinetto di Giorgia Meloni. Caputi aveva denunciato per rivelazione di segreto i giornalisti del quotidiano Domani.

I magistrati che indagano su questo erano risaliti alle fonti utilizzate dai giornalisti e sono giunti ad alcune ricerche nelle banche dati svolte su Caputi da parte dei servizi.

Chiesta conferma al Dis, il Dipartimento per le Informazioni per la Sicurezza che coordina tutte le strutture dell’intelligence, la risposta era arrivata con nota “riservata” nella quale vengono descritti gli accessi. La nota era stata allegata dal procuratore Lo Voi al fascicolo e quindi a disposizione anche degli indagati, nonostante il divieto per legge di “estrarre copia” degli atti classificati consegnati all’autorità giudiziaria. Da qui la volontà del potente Sottosegretario Mantovano di denunciare il Procuratore di Roma Lo Voi.

Curiosamente emerge che la ricerca più lunga effettuata su Caputi, (57 minuti) era stata fatta praticamente da “fuoco amico” cioè da un funzionario dei servizi segreti che era stato candidato in Fratelli d’Italia nel 2013 ma non era stato eletto.

Il “caso Caputi” va così ad aggiungersi nell’elenco di scenari poco chiari che hanno origine nell’immensa mole di dossier allestiti (e in parte finiti poi sulla stampa) contro esponenti e ministri del governo di destra svelato dalla denuncia di Crosetto mesi fa con il dossieraggio emerso nel caso Striano-Laudati.

Ma sull’allegro spionaggio che ormai dilaga nel nostro paese, è venuta fuori anche un’altra rogna: lo spyware dell’azienda israeliana Paragon Solution che “qualcuno” avrebbe infilato nelle conversazioni whatsapp di sette cittadini italiani.

Di questi sette per ora sono noti solo i nomi di Luca Casarini dell’Ong Mediterranea e del direttore di Fanpage Francesco Cancellato. Entrambi decisamente invisi al governo di destra, il primo per le attività di soccorso dei migranti, il secondo per le inchieste del suo giornale sui neofascisti in Italia e i loro legami con la destra di governo.

Su questo caso di spionaggio il governo ha messo subito le mani avanti. In una nota diffusa da Palazzo Chigi, si legge che “in merito a quanto pubblicato da alcuni organi di stampa su presunte attività di spionaggio che avrebbero riguardato operatori dell’informazione, la Presidenza del Consiglio esclude che siano stati sottoposti a controllo da parte dell’intelligence, e quindi del Governo, i soggetti tutelati dalla legge 3 agosto 2007, n. 124 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto), compresi i giornalisti”.

Il governo dunque, dichiara di non avere nulla a che fare con la vicenda dopo le indiscrezioni uscite anche sulla stampa israeliana che avevano parlato dell’Italia tra i possibili clienti dell’azienda israeliana produttrice di software hacking. La cosa non è affatto improbabile, al contrario.

Il quotidiano britannico The Guardian riferisce che Paragon Solution ha interrotto i propri rapporti con l’Italia, rescindendo il contratto di compravendita, confermando così che il nostro Paesi è tra gli utilizzatori del software di spionaggio israeliano.

The Guardian ha appreso che l’azienda israeliana aveva sospeso il contratto con l’Italia “per estrema cautela” venerdì scorso, quando era emersa la prima accusa di potenziali abusi, mentre la rescissione è stata decisa mercoledì, dopo avere rilevato che l’Italia aveva violato i termini di servizio e il quadro etico previsti nel contratto.

Nel maggio 2024 è bene ricordare che con gli emendamenti presentati alla Camera dai deputati Orsini (FI), Gardini (FdI) e Rosato (Azione), Israele era stata re-inserita tra i paesi “che sono parte di accordi di collaborazione con l’Unione europea o con la Nato in materia di cybersicurezza, protezione delle informazioni classificate, ricerca ed innovazione”.

Mentre il capogruppo di Forza Italia Gasparri si è dimesso dalla Commissione Difesa del Senato dopo essere stato coinvolto nella Cyber Realm, una società di cybersicurezza controllata da un imprenditore israeliano, di cui è stato presidente con il compito di curare le relazioni istituzionali. Alla società Cyber Realm fa riferimento Arik Ben Haim, un ex dirigente dei servizi segreti israeliani.

Qualche anno prima lo stesso Gasparri aveva attaccato la possibilità che Matteo Renzi affidasse il neonato dipartimento di cybersicurezza a Marco Carrai, un imprenditore-amico. Carrai, oggi console onorario di Israele a Firenze, era legato a personaggi di spicco della comunità israeliana, tra cui Jonathan Pacifici, imprenditore e membro della Wadi Venture, e Reuven Ulmaski, un ex agente dei servizi segreti israeliani e responsabile di alcune infrastrutture segrete di cybersicurezza.

Insomma, le commistioni tra la politica italiana e le aziende di cyberspionaggio israeliano sembrano piuttosto consolidate. Sarebbe utile scavare un pò più in profondità.

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03/09/2024

L’invasione della Cisgiordania, soluzione finale?

Le forze di occupazione israeliane hanno invaso Tulkarem, Jenin, Tubas e i villaggi e le città di Ramallah ed Hebron, in un nuovo attacco denominato “Campi Estivi”, che coinvolge numerose città e villaggi della Cisgiordania. L’obiettivo si è concentrato inizialmente sui campi profughi, poiché rappresentano significati politici importanti, in particolare per la questione dei rifugiati palestinesi e il diritto al ritorno.

Questo è un attacco studiato e organizzato in modo sistematico che continua senza sosta da decenni, che visto nel tempo implica il coinvolgimento dei campi profughi in Libano, Siria e Cisgiordania.

È parte del “Piano del Secolo” e delle visioni della soluzione finale secondo la prospettiva israeliana.

Questo attacco, nelle sue attuali dimensioni, sarà limitato nel tempo, nello spazio e negli obiettivi, cioè non si evolverà in un attacco totale come è avvenuto a Gaza. Perché Israele utilizzerà solo una parte della sua forza. Se continua nei limiti attuali, non vi è un reale pericolo di svuotamento dei campi spingendo la popolazione allo sfollamento e al trasferimento, ma il rischio di un’escalation rimane e i piani di sfollamento e trasferimento sono reali, in attesa del momento opportuno.

Israele non passerà alla fase successiva, più importante e pericolosa in Cisgiordania, se non dopo aver soddisfatto una serie di condizioni e fattori. La fase successiva sarà un’escalation graduale, un aumento dell’uso della forza e il tentativo di replicare il modello di Gaza dopo il 7 ottobre.

Ma prima di dare inizio al piano di trasferimento, Israele dovrebbe raggiungere alcuni obiettivi: preparare l’opinione pubblica mondiale, convincendo i governi e i paesi occidentali del legame tra la resistenza nel nord della Cisgiordania e l’Iran. Come ha già fatto, convincendo i paesi occidentali che l’origine del problema palestinese è stato l’attacco di Hamas il 7 ottobre, etichettando Hamas come “terrorista”, affermando che Israele ha subito un nuovo Olocausto, che il 7 ottobre è la versione palestinese dell’11 settembre, e che Israele sta difendendo se stessa.

Ciò ha permesso a Israele di compiere crimini e genocidio di portata inaudita senza essere fermata o criticata seriamente dalle potenze occidentali.

Per raggiungere un risultato e giustificazioni simili in Cisgiordania, Israele creerà un collegamento tra la resistenza palestinese e l’Iran, dicendo al mondo che sta combattendo contro l’Iran e la sua influenza in Cisgiordania.

Convincere il mondo che la resistenza in Cisgiordania non è meno potente della sua controparte a Gaza e che è necessaria una grande campagna militare, giustificando uccisioni, distruzioni e devastazioni (anche se in realtà la resistenza dispone solo di semplici armi leggere), cercando di oscurare ogni riferimento all’occupazione che è all’origine della Nakba e della resistenza del popolo palestinese come pure è stato recentemente decretato dalla Corte Internazionale dell’Aja.

In questa missione, Israele avrà bisogno del sopporto della macchina di guerra della comunicazione occidentale, e non solo, che ha già iniziato a usare lo stesso approccio utilizzato a Gaza: enfatizzare la forza della resistenza, amplificare l’evento, e sottolineare che ciò che sta accadendo non è un’aggressione, ma piuttosto “feroci battaglie” e “scontri violenti”. Usando gli stessi termini: agguato complesso, cecchini, colpi contro i mezzi nemici, esplosione di bulldozer, ordigni esplosivi altamente distruttivi, campi minati, assi di combattimento.

Israele sta utilizzando, per la prima volta, tecniche militari non necessarie e sproporzionate rispetto agli obiettivi: operazioni di sbarco, uso di droni, distruzione di strade, danneggiamento delle infrastrutture, assedio di ospedali, bombardamenti aerei (in passato si limitava a incursioni e arresti, ricorrendo agli assassini mirati solo in casi particolari).

Come dire, vuole replicare la situazione di Gaza nel nord della Cisgiordania (come prima fase) per confondere l’immagine del mondo e degli osservatori. Così come il mondo si è abituato alla situazione di Gaza (nonostante l’intensità della tragedia), si è abituato ai crimini di bombardamento e ai massacri (nonostante la loro brutalità), e la cosa è diventata accettabile e abituale, sarà così anche in Cisgiordania.

Si tratta poi di mettere in imbarazzo l’Autorità Palestinese, mostrando la sua debolezza e incapacità, incitando contro di essa, suscitando l’opinione pubblica locale contro, fino a spingere forze e individui a prendere di mira le sue sedi (accompagnato da un assedio finanziario e politico, trattenendo le tasse e accusandola di sostenere il terrorismo). Dopo averla indebolita, si creerà l’opportunità per farla cadere, sostituendola con uno stato di caos e disordini, con conflitti interni, lasciando un vuoto politico e privando i palestinesi di qualsiasi rappresentanza.

Con un’atmosfera di guerra aggressiva che indebolirà o eliminerà la resistenza, con un clima di caos interno e lasciando i coloni liberi di devastare i villaggi, le città e le strade, si creerà l’opportunità di attuare i piani di trasferimento verso la Giordania. La fuga da questo inferno diventerà il desiderio di chiunque cercherà di salvarsi per sopravvivere.

Rimango convinto che i palestinesi hanno la consapevolezza di dover agire e pensare con razionalità per poter sventare le prospettive di Israele, e non cadere nella trappola sionista. Questo non significa che il problema si concluda e il conflitto si fermi, ma che si torni alla situazione originale: una situazione di scontro e resistenza popolare con ogni mezzo, contro l’occupazione.

Il problema è che in tempi di guerra, con le invasioni, prevalgono sentimenti di rabbia e paura istintiva, e di solito questi sentimenti negativi prevalgono sul pensiero razionale, sostituendolo con l’emotività e il desiderio, e a volte con il populismo. Penso che, il movimento di solidarietà con la giusta lotta del popolo palestinese e la sua multiforme resistenza, dovrebbe assumere il ruolo non solo di sostegno alle varie iniziative, mantenendo alta la narrazione palestinese, ma allargando il movimento di boicottaggio BDS, a tutti i livelli, come mezzo di pressione anche sulle istituzioni per congelare se non annullare ogni forma di sostegno politico, diplomatico, militare e commerciale con Israele.

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15/04/2024

L’Iran invoca il diritto all’autodifesa per l’attacco di sabato. Governo israeliano si spacca sulla reazione

L’Iran “non ha avuto altra scelta che esercitare il proprio diritto all’autodifesa” ha detto l’ambasciatore di Teheran all’Onu, Saed Iravani, durante la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza. “Il Consiglio di Sicurezza ha mancato al suo dovere di mantenere la pace e la sicurezza internazionale non condannando l’attacco israeliano del 1 aprile contro il consolato iraniano a Damasco”, e “in queste condizioni, la Repubblica islamica non ha avuto altra scelta che esercitare la sua diritto all’autodifesa”.

Il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato in un comunicato che gli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania a Teheran sono stati convocati dopo la presa di posizione “irresponsabile” di alcuni funzionari di questi Paesi contro l’attacco di ritorsione dell’Iran contro Israele.

L’Iran afferma di aver “inviato un messaggio agli Stati Uniti che se parteciperanno alla possibile prossima mossa aggressiva dei sionisti la sicurezza delle sue basi e forze nella regione mediorientale sarà a rischio”. In questo caso a parlare è stato il capo di Stato maggiore iraniano, Mohammad Bagheri. “Gli Usa hanno dato luce verde all’attacco israeliano al nostro consolato e difeso Israele la scorsa notte, usando tutta la loro forza, per azzerare l’operazione iraniana, ma non sono stati capaci di affrontare l’Iran”, ha aggiunto, asserendo che “l’Iron Dome non ha potuto opporre una reale resistenza ai droni”.

Israele e Stati Uniti affermano infatti con un po’ troppa sicurezza che “il 99% dei droni e dei missili iraniani è stato intercettato e abbattuto”. Ma il dato fornito e diffuso con eccessiva enfasi contrasta con i video e le immagini di esplosioni sul territorio israeliano, in particolare nella strategica zona del Negev dove Israele ha diverse installazioni militari – tra cui una base aerea danneggiata, ma soprattutto i suoi depositi di armi nucleari.

Almeno nove dei missili lanciati dall’Iran contro Israele sono andati a segno colpendo basi militari israeliane, senza causare però danni ingenti. Lo ha riferito all’emittente televisiva “Abc News” un “alto funzionario” statunitense in condizione di anonimato. In particolare, cinque missili balistici avrebbero colpito la base aerea di Nevatim.

Gli israeliani rimasti feriti – non risulta alcuna vittima mortale – sarebbero una trentina, anche se al momento appare difficile sapere se a causa dell’attacco iraniano o di quelli degli Hezbollah.

In Israele intanto dopo diverse ore di discussione, il gabinetto di guerra non ha ancora deciso se, come e quando rispondere all’attacco missilistico e dei droni iraniani.

I ministri hanno sospeso le loro discussioni senza una decisione, riferisce la televisione israeliana Channel 12 news, anche se si prevede che si riuniranno di nuovo nel prossimo futuro.

Secondo diversi resoconti dei media israeliani, il ministro del gabinetto di guerra Benny Gantz e il suo collega del partito di unità nazionale Gadi Eisenkot, hanno entrambi proposto di colpire l’Iran anche durante l’attacco iraniano in corso la scorsa notte.

Secondo il Times of Israel, questa posizione è stata però fermamente osteggiata dal ministro della Difesa Yoav Gallant, dal capo dell’IDF Herzi Halevi e da altri, in parte a causa della difficoltà di intraprendere un’azione simultanea quando l’aviazione era concentrata sull’intercettazione dei missili e dei droni iraniani in arrivo.

Successivamente, quando la tenuta dei sistemi di difesa aerea israeliani è stato evidente ed è stato chiaro che l’assalto iraniano aveva causato pochi danni, e dopo che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha parlato con il primo ministro Benjamin Netanyahu, l’idea di una risposta immediata israeliana è stata accantonata, riportano entrambi i canali Channel 12 e 13.

La posizione di Netanyahu nelle discussioni sui tempi e la natura di una risposta israeliana non è chiara, sottolinea il Times of Israel.

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03/02/2024

Ucraina, Israele e Taiwan: tre viaggi senza ritorno

Pochi sanno che gli ebrei ucraini hanno fornito un contributo fondamentale allo Stato israeliano, come dimostrano i nomi, pressoché sconosciuti all’opinione pubblica europea, di Yitzhak Ben-Zvi e di Ephraim Katzir, entrambi, come un buon numero di altri, ucraini.

Del resto, lo stesso Volodymir Zelensky, nato da genitori ebrei divenuti recentemente cittadini israeliani, delineò, il 5 aprile del 2022, il futuro politico dell’Ucraina dichiarando, in una conferenza stampa, che il suo paese avrebbe dovuto conformarsi al modello israeliano.

L’Ucraina, disse, “sarà più simile allo Stato israeliano che all’Europa occidentale”; di fatto, tenderà a trasformarsi in un “Grande Israele”, la cui società sarà altamente militarizzata e le cui forze armate saranno incorporate in tutte le istituzioni.

D’altra parte, come ha rilevato la rivista statunitense Forbes, “le analogie con Israele sono moltissime. […]”

Alcune di esse sono state analizzate dal gruppo di studio “Atlantic Council” e da numerosi osservatori. Così, fu proprio un qualificato esponente dell’“Atlantic Council”, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Daniel Shapiro, colui che rilanciò l’idea del presidente ucraino, accompagnandola però con alcune indicazioni essenziali per la sua realizzazione.

Non desta meraviglia, pertanto, che con Zelensky quale presidente e con Volodymir Grojsman (anche lui ebreo) quale primo ministro, l’Ucraina si sia sempre più avvicinata a Tel Aviv, fino al punto che nel 2020 decise di ritirarsi da un Comitato delle Nazioni Unite creato nel 1975 per consentire al popolo palestinese di esercitare non solo i suoi diritti di autodeterminazione, indipendenza e sovranità nazionale, ma anche il diritto a recuperare i suoi territori e le sue proprietà.

Dal canto suo, il governo israeliano inviò i suoi istruttori in Ucraina per la formazione militare dell’esercito di Kiev.

Sennonché, per quanto riguarda la funzione dei due regimi nei rispettivi contesti geopolitici, è evidente che essi svolgono il ruolo, sotto la vigile guida americana, di avamposti aggressivi dell’Occidente imperialista contro il mondo russo, arabo e cinese.

In base alla strategia delineata da Zbigniew Brzezinski nel libro “La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”, Kiev svolge questa funzione contro la Russia, mentre Tel Aviv è, da oltre settant’anni, il principale fattore di destabilizzazione e di guerra nel Vicino Oriente.

“Annichila le madri e i bambini. Questi animali non devono continuare a vivere. Sterminali e non lasciarne vivo nessuno. Qualsiasi ebreo che abbia un’arma dovrebbe uscire di casa e ammazzarli.”

Queste parole di un vecchio militare israeliano il cui nome è Ezra Yachin, diffuse in un video che ha avuto ampia circolazione, sono uno specchio inquietante dell’azione genocida intrapresa dallo Stato israeliano, il cui atto di nascita – ciò non va mai dimenticato – scaturisce dalle imprese terroristiche di organizzazioni quali la Haganah, l’Irgùn e la Banda Stern, le cui operazioni di pulizia etnica cominciarono ottant’anni fa.

Il presidente israeliano, Isaac Herzog, ha cercato di giustificare il massacro indiscriminato sostenendo che i civili di Gaza erano a conoscenza degli attacchi di Hamas ed erano dunque complici degli stessi; il ministro della Sanità, Moshe Arbel, ha dichiarato, a sua volta, che i palestinesi feriti e catturati non saranno curati, mentre il rappresentante permanente di Israele presso l’ONU, Dan Gillerman, ha affermato che i palestinesi sono “animali orribili”.

Infine, Giora Eiland, ex presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele, ha scritto sul giornale Yedioth Ahronot che “Gaza si trasformerà in un luogo dove nessun essere umano potrà sopravvivere”.

Insomma, i dirigenti dello Stato israeliano, sospinti dal loro furibondo fondamentalismo ebraico, citano alla lettera, come testo paradigmatico, il Libro di Giosuè, ove viene descritto con accenti epici quel massacro di uomini, donne e bambini, così come di buoi, pecore e asini, con cui venne inaugurata la colonizzazione della “terra promessa”.

In questo momento esistono nel mondo, a livello geopolitico, diversi focolai di crisi: Ucraina, Israele, Armenia e Azerbaigian, Iran, Yemen, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Sahel, Haiti, Pakistan e Taiwan.

La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è la seguente: quale di questi focolai deve suscitare una maggiore attenzione nel 2024? Orbene, siccome gli analisti statunitensi reputano indispensabile frenare l’ascesa della Cina, la quale rappresenterebbe, ai loro occhi, la principale minaccia per la supremazia mondiale degli Stati Uniti, la risposta alla domanda testé formulata è che, fra i ‘punti caldi’ geopolitici, sia da privilegiare Taiwan.

Questa isola riveste infatti un’importanza strategica cruciale, poiché delimita il Mar Cinese Meridionale, ovvero un’area che non solo è ricca di risorse naturali, ma è anche attraversata da un terzo dei flussi commerciali internazionali.

L’isola di Taiwan si trova proprio a mezza strada fra la potenza commerciale giapponese e lo Stretto di Malacca che, essendo la principale via di comunicazione fra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, è una delle vie marittime più importanti del mondo.

Conseguentemente, senza Taiwan, la Cina non solo sarebbe incompleta, ma resterebbe confinata tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Giallo, sottoposta alla minaccia di una potenziale “portaerei americana” che staziona a non più di duecento chilometri dalle sue coste.

Perciò, nel suo rapporto al XX Congresso del Partito Comunista Cinese celebrato nell’ottobre del 2022, il presidente Xi Jinping ha dichiarato: “Taiwan è la Cina. Risolvere il problema di Taiwan spetta ai cinesi e a nessun altro”.

È dunque facile comprendere che, se gli Stati Uniti si ostineranno a negare a Pechino il diritto di tornare ad unire Taiwan alla madrepatria, la situazione di crisi che ne deriverà sarà esplosiva.

Sono queste le ragioni per cui, nella dinamica della crisi dell’ordine mondiale e della contesa sempre più aspra fra le potenze che ne scaturisce, quelli dall’Ucraina, da Israele e da Taiwan sono, per chiunque li intraprenda senza mutare direzione, obiettivi e modalità, tre viaggi senza ritorno.

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10/12/2023

Gaza - Alto numero di perdite israeliane. Usa e Israele isolate all’Onu

Fonti israeliane, citate dalla tv Kan, prevedono che la guerra dentro Gaza possa andare avanti per “due mesi”. Le stesse fonti hanno aggiunto che dopo questo periodo non ci sarà alcun cessate il fuoco, ma operazioni localizzate condotte da forze militari che resteranno in prossimità della Striscia. Canale 13, citando fonti diplomatiche non specificate, ha riferito di una telefonata nel fine settimana tra il presidente americano Joe Biden e il primo ministro Benyamin Netanyahu nella quale quest’ultimo ha detto che le operazioni a Khan Yunis, nel sud della Striscia, potranno proseguire “per 3-4 settimane”.

Le perdite tra i militari israeliani si fanno pesanti

L’occupazione israeliana di Gaza non è a costo zero. L’esercito israeliano ha annunciato la morte di altri cinque soldati, uno per le ferite riportate il 7 ottobre e quattro uccisi durante i combattimenti nel sud della Striscia di Gaza durante il fine settimana.

Il bilancio dei soldati uccisi durante l’offensiva di terra a Gaza è salito a 97. Tra le nuove morti c’è anche il nipote dell’ex capo di stato maggiore dell’IDF e attuale ministro osservatore del gabinetto di guerra Gadi Eisenkot, il quale in questa operazione ha perso anche il figlio solo pochi giorni fa.

L’aumento dei soldati israeliani feriti

Nei bollettini militari israeliani vengono comunicati i soldati morti nei feroci combattimenti tra le macerie di Gaza. Ma la cifra che non viene pubblicata tutti i giorni è il numero o le condizioni dei militari feriti.

Un servizio dell’agenzia stampa israeliana Ynet news, si è incaricato di andare a indagare la situazione dei feriti. E qui i dati, quantitativamente e qualitativamente, sono decisamente più pesanti di quanto abbiano lasciato credere le autorità militari e politiche israeliane. “Ogni giorno, circa 60 nuovi feriti vengono ricoverati solo dalla Divisione di Riabilitazione, che accompagna i feriti delle forze di sicurezza e di riserva, esclusi i feriti dell’esercito regolare. I numeri cumulativi dal 7 ottobre sono astronomici: più di 2.000 soldati, agenti di polizia e altri membri delle forze di sicurezza sono stati ufficialmente riconosciuti come soldati disabili dell’IDF e in carico aal Ministero della Difesa”, scrive l’agenzia Ynet news.

Nell’inchiesta è stata intervistata una responsabile della Divisione Riabilitazione del Ministero della Difesa israeliano, a sua volta rimasta invalida per le ferite riportate in guerra negli anni ‘90.

“Non abbiamo mai vissuto nulla di simile”, spiega Limor Luria, capo della Divisione Riabilitazione del Ministero della Difesa, “Più del 58% dei feriti che riceviamo sono con gravi lesioni alle braccia e alle gambe, comprese quelle che richiedono amputazioni. Circa il 12% sono lesioni interne: milza, reni, lacerazione degli organi interni. Ci sono anche lesioni alla testa e agli occhi, e circa il 7% sono malati di mente, un numero che sappiamo salterà all’impazzata, sia perché si presume che ogni persona ferita nel corpo sia anche mentalmente ferita, sia perché le lesioni mentali vengono sempre scoperte mesi o più dopo la guerra”.

Anche il presidente dell’Organizzazione Disabili dell’IDF, l’avvocato Idan Kaliman, dipinge un quadro simile: “Lo Stato di Israele sta entrando in un evento senza precedenti a livello globale, e questo prima ancora che abbiamo parlato dei civili che sono considerati vittime delle ostilità. C’è un’enorme massa di feriti qui, anche prima dell’ondata di post-trauma che ci travolgerà tra un anno o giù di lì”.

All’Onu gli Stati Uniti e Israele sono praticamente isolati

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è “paralizzato” dalle divisioni geopolitiche e “la sua credibilità è stata minata dall’incapacità di approvare una risoluzione che sollecitasse il cessate il fuoco” nella Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato oggi il segretario generale Onu, Antonio Guterres, intervenendo al Forum di Doha 2023, in corso nella capitale qatariota fino a domani, 11 dicembre

Gli Stati Uniti si sono trovati praticamente isolati ponendo il veto ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che chiedeva un “cessate il fuoco immediato”. Gli altri 13 membri del Consiglio hanno sostenuto la risoluzione, mentre solo il Regno Unito si è astenuto.

I paesi che hanno votato a favore della risoluzione sono stati rispettivamente: Albania, Brasile, Ecuador, Gabon, Ghana, Giappone, Malta, Mozambico, Svizzera, Emirati Arabi Uniti, più tre di membri permamenti del Consiglio di Sicurezza: Cina, Russia, Francia.

Mercoledì, il Segretario Generale dell’Onu Guterres, aveva invocato l’Articolo 99 della Carta Onu per convocare una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza sul cessate il fuoco, attirandosi nuovamente l’ira di Israele.

La risoluzione, era stata presentata dagli Emirati Arabi Uniti ma è stata appoggiata da ben 97 Paesi e chiedeva un cessate il fuoco immediato come anche il rilascio di tutti gli ostaggi.

Per il vice rappresentante Usa all’Onu, Robert Wood, il testo però non denunciava a sufficienza le azioni di Hamas. Il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, che era tornato ad attaccare il Segretario Generale dell’Onu, ha ovviamente ringraziato Washington per aver bloccato la risoluzione ponendo il veto e spiegato che un cessate il fuoco “potrebbe impedire il crollo dell’organizzazione terroristica Hamas, che sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità e le permetterebbe di continuare a governare la Striscia di Gaza”.

Le reazioni alla scelta statunitense di dire no al cessate il fuoco a Gaza e sostenere ancora una volta Israele, inclusi i suoi crimini di guerra, non sono mancate.

“Qual è il messaggio che stiamo inviando ai palestinesi se non riusciamo a unirci dietro un appello per fermare l’incessante bombardamento di Gaza?” ha chiesto il vice ambasciatore all’Onu degli Emirati Arabi Uniti Mohamed Abushaha dopo il voto. “In effetti, qual è il messaggio che stiamo inviando ai civili di tutto il mondo che potrebbero trovarsi in situazioni simili?”

Le Monde ricorda come “L’ombrello americano su Israele al Consiglio di Sicurezza, per risparmiargli la condanna, è una tradizione di lunga data. Il voto di venerdì è stato il 35° veto americano dal 1970”.

Libano. Raffica di missili Hezbollah lungo tutto la giornata

Secondo quanto riferito dalla televisione Al Manar, Hezbollah ha continuato sabato a colpire i vari siti israeliani al confine con il Libano, infliggendo pesanti perdite al nemico. Non vengono però forniti dati precisi su questo. Fonti israeliane confermano che ci sarebbero tre soldati israeliani feriti.

“I combattenti della Resistenza islamica hanno preso di mira, alle 12:15 di oggi (sabato), un raduno di soldati dell’esercito di occupazione nelle vicinanze del sito di Al-Mutela con armi appropriate, causando colpi diretti” hanno detto i media militari di Hezbollah in una prima dichiarazione.

Una seconda dichiarazione indicava che i combattenti della Resistenza islamica avevano preso di mira, alle 14:55 di sabato 9 dicembre 2023, un raduno di soldati nemici nelle vicinanze del sito di Ramya con armi appropriate, ottenendo colpi diretti. Secondo quanto dichiarato, i combattenti della Resistenza islamica hanno preso di mira, sempre alle 14:55 di sabato 9 dicembre il sito di Al-Samaqa nelle fattorie libanesi occupate di Shebaa. Hanno anche preso di mira il dispiegamento di soldati nemici nelle sue vicinanze con missili. Preso di mira, alle 15:30 anche una concentrazione militare israeliana a Ruweisat Al-Assi. Nel pomeriggio di sabato è stato preso di mira con i missili il quartier generale della 91a divisione nella caserma Branit.

Secondo quanto riporta il Times of Israel, Hezbollah ha ammesso che uno dei tre membri uccisi venerdì in un attacco di droni israeliani in Siria era Hassan Ali Dakdouk, il figlio di Ali Mussa Dakdouk, ritenuto responsabile delle operazioni dell’organizzazione nel sud della Siria. Le forze israeliane hanno effettuato vari attacchi nel sud del Libano, prendendo di mira i siti di Hezbollah e centri di comando.

In Iraq e Siria undici attacchi a strutture statunitensi in 24 ore

La Resistenza islamica in Iraq ha rilasciato ieri una dichiarazione per rivendicare 11 attacchi contro le basi statunitensi in Iraq e Siria nelle ultime 24 ore. “In risposta ai crimini del nemico commessi contro il nostro popolo a Gaza, la Resistenza Islamica in Iraq ha preso di mira le basi di occupazione statunitensi in Iraq e Siria in undici operazioni ieri. Li ha martellati con dozzine di razzi e droni, colpendo direttamente i suoi obiettivi, si legge nella dichiarazione” afferma in un comunicato annunciando la continuazione delle sue operazioni.

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