Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2026

L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

Fonte

10/07/2026

Hamas scioglie il governo di Gaza

Il 6 luglio, Ismail al-Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo di Gaza guidato da Hamas, ha annunciato lo scioglimento della struttura governativa della Striscia dopo circa 20 anni.

“Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, a riaprire i valichi per consentire l’ingresso dei camion degli aiuti e a porre fine alla politica della fame”, ha dichiarato.

A prendere il posto del “Comitato d’emergenza” (com’era denominato il governo di Gaza di Hamas) dovrebbe essere il “Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza” (NCAG), un organismo tecnocratico gestito da Palestinesi – non dall’Autorità Nazionale Palestinese – e sostenuto dalle Nazioni Unite, creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche l’ormai desaparecido “Board of Peace”.

A proposito di questo nuovo organismo governativo, al-Thawabta ha aggiunto che: “Tutti i dipendenti che lavorano nell’erogazione dei servizi sono dipendenti statali e sono pienamente preparati a lavorare sotto l’egida del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza”.

Nelle dichiarazioni di al-Thawabta non si fa alcun cenno né riguardo il disarmo unilaterale di Hamas, rispetto al quale l’organizzazione si è più volte detta indisponibile, né riguardo chi svolgerà le funzioni di polizia, le quali, al pari delle funzioni civili, appartengono all’ambito di azione attribuito al NCAG.

In una serie di post su X, il commissario capo del NCAH Ali Shaath ha affermato che l’organismo è “Pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno poste in atto le condizioni necessarie e le misure abilitanti per lo svolgimento del suo lavoro. Questi prerequisiti sono fondamentali per la creazione del contesto politico, amministrativo e di sicurezza necessario affinché il Comitato possa adempiere efficacemente alle proprie funzioni, in un modo tale da servire gli interessi di tutti i palestinesi nella Striscia di Gaza”.

Nel frattempo, come noto, l’occupazione sionista continua a espandersi, a uccidere e a creare le condizioni per la diffusione di infezioni ed epidemia nella Striscia di Gaza. Il bilancio dei Palestinesi trucidati dall’inizio della cosiddetta tregua nell’ottobre 2025 ha superato i mille e la porzione di territorio occupato è giunta ormai a circa il 70% dell’intero territorio dell’enclave.

Il Ministero degli Esteri dell’esecutivo nazisionista ha ovviamente dichiarato che lo scioglimento dell’organismo governativo di Hamas “Non è una strada verso la soluzione, perché ciò che Hamas sta cercando di fare è copiare il modello di Hezbollah”. Ciò che si chiede sono il disarmo e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Un atto del genere, date le pratiche genocidarie messe in atto dal regime sionista, equivarrebbe al via libera per la “soluzione finale” per Gaza.

Dal canto suo, Hamas, con quest’atto, vuole eliminare – di fronte agli organismi internazionali e ai paesi dell’area – il maggiore alibi dietro cui si nasconde il perdurare dell’occupazione della Striscia e, in generale, tiene il fronte di Gaza isolato dal contesto regionale in trasformazione.

Il fronte libanese, ad esempio, essendo entrato a pieno titolo nel gioco negoziale legato allo Stretto di Hormutz, alle rappresaglie militari iraniane e alle pressioni diplomatiche esercitate dai paesi del Golfo sugli USA, ha visto almeno uno stop dell’avanzamento dell’occupazione.

Da questo punto di vista, attualmente, Gaza sembra fuori dai giochi, se non del tutto dimenticata, nonostante sia implicitamente citata nel primo punto del “memorandum of understanding” (in cui si parla di “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano”).

Si spera, in definitiva, che il subentro di un organismo neutro a Gaza possa costituire un passaggio tattico funzionale a far rientrare l’enclave nella nuova “architettura di sicurezza” più sfavorevole all’imperialismo che sta scaturendo nel quadrante dell’Asia Occidentale, dopo il pessimo esito della guerra degli USA contro l’Iran.

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09/06/2026

Dobbiamo credere che l’IDF abbia violentato prigionieri palestinesi con l’ausilio di cani?

Molti stanno leggendo con orrore e incredulità l’articolo di Nicholas Kristof (1) pubblicato sul New York Times, intitolato “Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi”. È davvero possibile che numerosi prigionieri palestinesi detenuti nelle strutture dell’IDF siano stati sottoposti ad abusi sessuali con l’ausilio di cani? Sembra una storia inventata, proprio come l’accusa secondo cui Israele avrebbe prelevato organi dai palestinesi deceduti senza il consenso delle loro famiglie, per poi cercare di insabbiare il tutto (*).

Il dibattito che ne è seguito mi ha riportato alla mente le conversazioni che avevo da ragazzo in Israele riguardo alla propaganda araba. Questa è la mia storia personale di quel periodo – vi prego quindi di avere pazienza.
 
Il caso dell’autobus 300

Nel 1984, alcuni terroristi palestinesi (**) dirottarono un autobus (“Autobus 300”) e tentarono di condurlo, insieme ai passeggeri, a Gaza. L’IDF riuscì a fermare l’autobus, a fare irruzione con i commando e a liberare tutti gli ostaggi con una sola vittima. Durante l’operazione, due dei quattro dirottatori furono uccisi. Ciò che fu tenuto segreto per un breve periodo fu che due di loro erano stati catturati vivi. Furono poi picchiati a morte non lontano dal luogo dell’accaduto.

Il fatto divenne noto piuttosto rapidamente, poiché dei giornalisti li avevano visti vivi. I responsabili mentirono e negarono per anni, nonostante i molteplici sforzi del sistema giudiziario per scoprire la verità. L’episodio ebbe ripercussioni su tutto il sistema politico, giudiziario e di sicurezza israeliano. Alla fine, l’opinione pubblica venne a sapere che:

Il capo del GSS (Shin Bet) Avraham Shalom aveva mentito e aveva istruito i testimoni nel tentativo di implicare un generale dell’IDF nell’uccisione extragiudiziale.

Diversi membri del GSS e altre persone presenti ai fatti avevano condotto i due uomini in un luogo isolato e li avevano picchiati a morte con pietre e sbarre di ferro.

Alti politici erano implicati, sebbene non fossero stati condannati per alcun reato. Il primo ministro Yitzhak Shamir per aver ordinato l’uccisione, il ministro della Difesa Moshe Arens per essere stato presente sul luogo e aver mentito al riguardo, il presidente Chaim Herzog per aver graziato gli assassini NONCHE’ coloro che avevano mentito ai giudici istruttori.

Il procuratore generale di Israele Yitzhak Zamir fu licenziato per aver insistito su un’indagine giudiziaria.

L’Alta Corte di Giustizia di Israele approvò una misura che all’epoca costituiva una novità: la concessione di grazia preventiva agli agenti del GSS noti per aver commesso l’omicidio, prima che potessero essere formulate le accuse. (Questo è ciò che Trump sta chiedendo al presidente israeliano Herzog di fare per Netanyahu).

Le rivelazioni emerse da questo episodio portarono all’istituzione della Commissione Landau, un organo ufficiale che alla fine legalizzò e regolamentò l’uso della tortura da parte delle forze di sicurezza.

In ogni fase di questa vicenda pluriennale ci sono stati tentativi di insabbiamento, che però non sono riusciti a impedire che la verità venisse a galla. Ma ci sono stati anche tentativi di eludere la responsabilità legale, che hanno avuto successo. La vicenda mi segnò profondamente; nel 1984 avevo 15 anni e stavo iniziando a leggere le notizie. È stato solo grazie a testate (commerciali) di sinistra come Hadashot, Al-Hamishmar e HaOlam Hazeh che i fatti furono portati alla luce.

Mamma: “Smettila di fidarti della propaganda araba”

Man mano che crescevo, altri giornali avevano trovato la strada per arrivare a me. Si trattava di testate esplicitamente di sinistra come Zu Haderech (Partito Comunista Israeliano), Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele) e Derekh HaNitzotz. Riferivano degli abusi che avvenivano in Libano, nei Territori Occupati e tra i palestinesi che vivevano in Israele. Era ciò che ci si poteva aspettare: omicidi, torture, detenzioni senza processo, confisca di terre, violenze da parte dei coloni e così via.

Quando cercavo di discutere con mia madre di ciò che venivo a sapere, lei scuoteva la testa e mi diceva che non si può credere agli arabi. Secondo lei, essi sono culturalmente e politicamente predisposti a mentire. Praticamente qualsiasi cosa proveniente da una fonte araba è probabilmente propaganda. Sebbene alcune delle notizie riportate dalla stampa di sinistra raggiungessero un vasto pubblico in Israele, non accadeva per la maggior parte di quel tipo di notizie.

L’opinione pubblica ebraica israeliana si divideva principalmente in tre categorie: chi non sapeva, chi non se ne curava o chi era contento che fosse successo. Ah, i bei vecchi tempi. Era davvero un’epoca più innocente.

Un bel giorno del 1985 il padre della mia ragazza ci stava accompagnando in auto da qualche parte. Sapeva che stavo diventando di sinistra e non ne era troppo felice. Mi intrattenne con una storia sul trasporto di prigionieri palestinesi dal Libano a una struttura segreta in Israele di cui nessuno era a conoscenza. Ridacchiò mentre descriveva come, lungo il tragitto, lui e i suoi compagni dell’esercito, tutti riservisti, picchiavano i prigionieri.

Il messaggio era qualcosa del tipo: Oh, ragazzino innocente, aspetta solo che l’esercito ti metta in riga costringendoti a partecipare alla violenza contro gli arabi insieme ai tuoi compagni! Nota: non era l’unico adulto a cercare di coinvolgermi usando quel tipo di logica persuasiva.

Quella tensione, tra una figura autorevole (tipo mia madre) che si scandalizzava con atteggiamenti melodrammatici per le «bugie arabe» e la confessione vanagloriosa di torture e detenzioni illegali, descrive bene un fenomeno molto diffuso all’epoca. Non è mai successo, non è successo come dicono, e se è successo allora era giustificato, perché guardate cosa ci fanno.

Quando ho raccontato a mia madre del campo di prigionia segreto dove le persone venivano torturate, lei ha detto che dovevo aver frainteso. Oppure era propaganda araba, anche se l’avevo sentito da un riservista dell’IDF.

(L’esistenza del Campo 1391, la struttura di detenzione segreta che mi era stata rivelata dal padre della mia ragazza, è stata resa pubblica nel 2003.)

Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?

Durante il mio periodo come soldato, all’inizio della Prima Intifada, venne alla luce un terribile episodio. Da qualche parte in Cisgiordania, dei soldati avevano picchiato quattro giovani e poi li hanno seppelliti vivi con un bulldozer.

“Neanche nei miei incubi più terribili avrei mai immaginato una cosa del genere”, disse il generale Amram Mitzna, comandante delle truppe in Cisgiordania, a proposito del caso. È ancora vivo; credo che ormai possa immaginare cose del genere.

Una pop star israeliana, Si Hyman, scrisse una canzone che faceva riferimento all’episodio, intitolata Yorim u’Bochim (Sparare piangendo). Uscì un mese dopo l’incidente, chiaramente ispirata a quanto era accaduto. Era una potente canzone di protesta che fu immediatamente bandita dalla Radio dell’Esercito.

A proposito di questo: la disciplina alla Radio dell’Esercito non era un granché. Una volta la mandarono in onda mentre ero a casa con mia madre. Non avevamo mai sentito quella canzone e neanche ne avevamo mai sentito parlare, quindi fu una sorpresa. Uno dei versi recita: “Quando abbiamo imparato a seppellire persone vive?”

Ricordo che indossavo la mia uniforme e guardavo mia madre che ha incominciato a piangere. Anch’io ho iniziato a piangere. Lei ha detto qualcosa del tipo: “Forse, dopotutto, dicevi la verità su alcune di quelle cose”. (Ascoltate la canzone su YouTube – non è riproducibile su Substack.)

Così va la vita

L’Israele della Prima Intifada era un’epoca più innocente. L’opinione pubblica dominante era contraria a pratiche quali le esecuzioni extragiudiziali, la tortura e la sepoltura di persone vive. Quando Yitzhak Rabin impartì i suoi famosi ordini di picchiare i palestinesi («politica delle ossa rotte») anziché arrestarli, si sosteneva che si trattasse di un approccio umano.

Una delle alternative che tale politica avrebbe dovuto sostituire era quella di sparare sui manifestanti disarmati (che spesso lanciavano pietre). I decessi e i feriti da arma da fuoco probabilmente diminuirono. Il numero di arti fratturati aumentò DI MOLTO.

Durante l’era dei Nuovi Storici (primi anni ’90) in Israele ci fu un acceso dibattito sulla nostra storia. Una manciata di nuovi arrivati pubblicava articoli utilizzando gli archivi israeliani su ciò che era accaduto durante la fondazione di Israele.

Dimostrarono che la leadership sionista e le forze militari espulsero deliberatamente un gran numero di palestinesi. Descrissero massacri e altri crimini precedentemente poco noti. I detrattori non sostenevano che questi fatti fossero sbagliati; affermavano che fosse sbagliato renderli pubblici. O renderli pubblici senza spiegare perché fosse giustificato.

Generazioni di studiosi israeliani erano state istruite con una narrazione diversa, secondo la quale i palestinesi erano fuggiti a causa delle trasmissioni radiofoniche dei leader arabi. Che avessero ignorato le offerte pubbliche di buona volontà e uguaglianza da parte dei leader israeliani. E se qua e là si erano effettivamente verificate alcune espulsioni, queste non facevano parte di un piano più ampio specificamente mirato alla pulizia etnica.

Alla fine l’opinione pubblica israeliana decise che tutte le nuove rivelazioni non avevano molta importanza, tranne che in un modo inaspettato. Un partito politico che invocava l’espulsione degli «arabi» fu messo al bando dopo aver ottenuto un seggio alla Knesset nel 1984.

Ma all’inizio degli anni ’90, il sostegno a quella che divenne noto come “trasferimento” entrò nell’opinione pubblica dominante e un partito ancora più grande che sosteneva quella causa ottenne una quota di voti ancora maggiore. Quel partito, Moledet, era solito pubblicare citazioni di leader sionisti del passato a sostegno dell’espulsione di massa, per contribuire a normalizzare quel genere di posizione.

Ha funzionato. Oggi i sostenitori di quelle opinioni ricoprono incarichi ai vertici della politica e della sicurezza israeliana.

Quando sentite i sostenitori di Israele affermare che l’articolo di Kristof è basato su fonti inaffidabili e costituisce propaganda esagerata, dovreste ricordare la storia del negazionismo israeliano. Ogni giornalista e analista in Israele che si occupa di questioni militari conosce la verità di quanto scritto da Kristof.

I suoi redattori al New York Times hanno pubblicato una nota in cui precisano che le affermazioni contenute nel suo articolo sono state sottoposte a un’approfondita verifica dei fatti. Il gruppo per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato un rapporto molto ben documentato sulle condizioni nelle prigioni israeliane, con prove ancora più evidenti dell’uso diffuso della tortura con una componente sessuale.

Sono ebreo. Sono cresciuto in Israele. Ho prestato servizio nell’esercito. (Anche se mi sono rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati e ho scontato una condanna alla prigione come obiettore). E mi vergogno, ma non sono affatto sorpreso da queste rivelazioni.

Nessuno dovrebbe esserlo. È coerente con l’evoluzione di Israele e della sua leadership. E lo è anche la natura bizzarra del negazionismo che ha preso forma sui social media. Stiamo avendo lunghe discussioni sulla logistica delle aggressioni sessuali canine. Come direbbe Tucker Carlson: «È questo che stiamo facendo adesso?»

Per quanto ne sappiamo, i coraggiosi soldati dell’IDF K9 non hanno inserito i peni dei loro cani nel retto dei prigionieri palestinesi. Forse si sono limitati a strusciarsi contro gli uomini mentre questi erano piegati in avanti, nudi. Forse si sono avventati sui genitali degli uomini. Forse una guardia carceraria ha spalmato del burro di arachidi sul sedere di qualcuno e ha riso mentre un cane lo leccava tutto.

Un simile dibattito rileva del delirio. Nel momento in cui si ha una qualsiasi interazione tra prigionieri nudi e cani, si è già perso il confronto. Nel momento in cui i tizi che hanno infilato un cellulare nel culo di qualcuno sono diventati eroi popolari, hai già perso.

Non c’è modo per Israele di invertire la rotta. Il marciume, per così dire, è penetrato troppo in profondità nel sistema digestivo di quel Paese. Alcune persone vi hanno infilato del veleno, lubrificando i punti di ingresso nel corpo politico, e se la sono spassata alla grande per secoli.

Molto prima dell’attuale amministrazione israeliana. E per altrettanto tempo, gli Stati Uniti – e le principali istituzioni ebraico-americane – hanno insistito sul fatto che non c’è altra scelta che dare a quella gente carta bianca. Hanno una parte di responsabilità in questo; senza di loro, chissà quali restrizioni avrebbero potuto essere imposte al comportamento di Israele.

Mi viene in mente il Rebbe di Klausenburg, il rabbino Yekutiel Yehuda Halberstam (1905–1994). Perse 11 dei suoi figli nell’Olocausto. Disse ai suoi allievi: «Poteva andare peggio». Allora gli chiesero: «Cosa poteva esserci di peggio degli orrori di quel periodo buio?».

La sua risposta fu splendida per la sua forza morale: «Sarebbe stato peggio se fossimo stati noi gli assassini.»

Note

Sì, Israele ha prelevato organi da palestinesi deceduti senza chiedere il permesso né informare le famiglie dei defunti. Tuttavia, i difensori di Israele vogliono che vi ricordiate che non li abbiamo uccisi per gli organi; li abbiamo uccisi per altri motivi. Gli organi erano solo la ciliegina sulla torta.

** Continuo a ritenere che dirottare un autobus pieno di civili sia un atto di terrorismo. Sono pienamente consapevole del rischio di essere messo al bando dalla “resistenza degli hashtag”.

1) Nicholas Kristof è un opinionista del The New York Times con cui collabora dal 2001. Vincitore di due premi Pulitzer, il suo lavoro si incentra sulle violazioni dei diritti umani e sulle ingiustizie sociali.

Foto: Un soldato dell’IDF e un cane da guerra condividono un momento di intimità. Per quanto ne sappiamo, questo cane non è coinvolto in abusi sessuali ai danni di prigionieri palestinesi. Fonte: Oketz K9 Unit Veterans Foundation.

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31/05/2026

Netanyahu punta al controllo sul 70% di Gaza, in barba al cessate il fuoco

Mentre le forze armate israeliane continuano a colpire obiettivi in Libano (oltre cento negli ultimi giorni stando alle dichiarazioni di Effie Defrin, portavoce delle IDF), Netanyahu conferma che il problema non è Ben Gvir, ma Israele stesso come entità sionista, e dunque coloniale e suprematista, votata all’occupazione delle terre dei palestinesi e alla definitiva pulizia etnica.

Il Primo Ministro di Tel Aviv ha espresso pubblicamente la volontà di espandere il controllo militare su Gaza fino al 70% del territorio, stracciando di fatto gli accordi di cessate il fuoco dello scorso ottobre. Cosa che era già stata fatta continuando a uccidere impunemente centinaia di persone nella Striscia, ma che ora riceve una sanzione ufficiale direttamente dalle parole del ricercato per crimini di guerra che guida l’entità sionista.

Mentre Israele cerca di colpire importanti figure di Hezbollah, con il rischio di far crollare le trattative tra USA e Iran, Netanyahu ha detto ai microfoni di Channel 12: “ad oggi controlliamo il 60 per cento della Striscia. Eravamo partiti dal 50 per cento, il mio obiettivo è arrivare al 70 per cento. Dobbiamo continuare a fare pressione su Hezbollah, ma al momento stiamo tenendo alle strette Hamas“.

Non si ferma la caccia israeliana ai leader di Hamas. A Khan Yunis sono stati uccisi Ihab Khrizim, responsabile della rete centrale di trasferimento fondi dell’organizzazione, e Mohammed al-Habash, comandante d’unità per la produzione di armi. Hamas ha inoltre confermato la morte di Imad Aslim, vice comandante della brigata di Gaza City, preso di mira in un raid insieme a Izz ad-Din Beck, comandante della brigata del Nord.

Per quanto riguarda la “partizione” temporanea della Striscia, il cessate il fuoco imponeva il ritiro delle truppe israeliane dietro la cosiddetta Yellow Line (la Linea Gialla), che lasciava alle IDF l’occupazione del 53% del suo territorio. Le immagini satellitari mostrano invece un avanzamento sistematico verso ovest e verso il mare, accompagnato dalla distruzione degli edifici.

Mentre si moltiplicano barriere e blocchi di cemento a definire un nuovo confine, la distruzione degli edifici rende impossibile qualsiasi ritorno della popolazione locale, e prepara il terreno per la speculazione immobiliare della classe dirigente sionista di tutto il mondo.

Varie testate riportano che milizie palestinesi filoisraeliane, come quella guidata da Ashraf al-Mansi, costringono i civili ad abbandonare i rifugi prima dell’avanzata dell’esercito. Lo spazio per la popolazione di Gaza si è ridotto a un terzo rispetto all’inizio del conflitto, ammassando milioni di persone in un territorio devastato, e la cui ricostruzione è nei fatti legata alla pulizia etnica dei palestinesi, nei piani di Tel Aviv avallati da Washington.

Infatti, ancora una volta, il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha ventilato l’obiettivo di favorire quella che chiama una “migrazione volontaria” dei palestinesi, quando in realtà è la continuazione della Nakba su cui si è fondato Israele. E non a caso, più di una organizzazione per i diritti umani ha definito il piano di Katz come una vera e propria pulizia etnica, sviluppata a lungo termine.

Parallelamente, la tensione diplomatica ha raggiunto nuove vette con l’ONU: il Ministero degli Esteri israeliano ha annunciato la sospensione totale dei rapporti con l’ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. La reazione è scattata a seguito della decisione di inserire entità israeliane nella “lista nera” per le violenze sessuali nei contesti di conflitto, confermata da una gran serie di rapporti giornalistici indipendenti.

Nel frattempo, la UE continua con le sue mosse propagandistiche, con sanzioni inutili ai coloni in Cisgiordania senza colpire le relazioni con Israele, che garantisce la continuazione dell’occupazione. Ovviamente, Bruxelles parla dei coloni “violenti“, perché essere coloni non è una colpa, come ha detto Tajani.

Difficile che si accorgano, prima o poi, che la risoluzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di colonialismo è del 1960. Del resto, l’Occidente, come Israele, si è costruito sul colonialismo, il segregazionismo, il suprematismo, l’occupazione, la pulizia etnica.

Fonte

25/05/2026

La farsa del giornalismo investigativo “liberale” israeliano

Una recente inchiesta sull’uccisione di tre ostaggi da parte di soldati israeliani evidenzia come persino i programmi di informazione critici facciano parte di un’architettura di negazione pubblica.

Due settimane fa, il programma investigativo HaMakor del Canale 13 israeliano ha trasmesso un servizio di 60 minuti sull’uccisione, avvenuta nel dicembre 2023, di tre ostaggi israeliani, Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Al-Talalka, fucilati da soldati israeliani a Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, dopo essere usciti da un nascondiglio con una bandiera bianca.

Anche senza conoscere i dettagli più specifici, una cosa avrebbe dovuto essere chiara fin dall’inizio: quando dei soldati sparano dall’interno di edifici contro tre uomini a torso nudo che sventolano una bandiera bianca, uccidendone due, poi inseguono il terzo, lo costringono a uscire allo scoperto e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, il problema non è semplicemente di “scambio di persona”.

Il problema è che i soldati israeliani sparano abitualmente a persone innocenti. Bisognerebbe essere straordinariamente ingenui per credere che, nell’unico caso in cui ciò è accaduto, le vittime fossero semplicemente israeliani.

Eppure HaMakor ha accuratamente evitato questa conclusione. Non ha nemmeno preso in considerazione la questione, rifiutandosi di riportare ciò che io e altri avevamo già notato in tempo reale: che il comandante del battaglione presente sul posto, il Tenente Colonnello Dan Luria, aveva precedentemente supervisionato un altro incidente sulla spiaggia di Zikim a Gaza, in cui dei palestinesi che si erano arresi e non rappresentavano una minaccia erano stati uccisi, e in seguito aveva posato orgogliosamente accanto ai loro corpi.

Solo uno dei genitori degli ostaggi, il padre di Alon Shamriz, ha sollevato in diretta il collegamento tra i due episodi. Ma i produttori, sfidando quello che dovrebbe essere l’istinto più elementare del giornalismo investigativo, non hanno approfondito la questione.

HaMakor non ha nemmeno affrontato seriamente la testimonianza della madre di Yotam Haim, Iris, che ha rivelato che i soldati che hanno ucciso suo figlio avevano agito con l’ordine di sparare a vista a ogni uomo, indipendentemente dall’età: un ordine ovviamente illegale e che, a giudicare da decine di altri episodi a Gaza, probabilmente non era un caso isolato. Ma invece di indagare se tali ordini fossero prassi comune, HaMakor ha nuovamente limitato l’accusa alla voce di Haim, passando oltre.

Guardando il servizio, mi sono chiesto: se uno dei programmi televisivi investigativi più rispettati di Israele poteva affrontare solo tiepidamente l’uccisione di israeliani innocenti, come aveva trattato l’uccisione di palestinesi innocenti a Gaza?

Ho iniziato ad analizzare i programmi di HaMakor e Uvda, i due principali programmi investigativi della televisione commerciale israeliana che, insieme ai loro conduttori Raviv Drucker e Ilana Dayan, sono ampiamente considerati i portabandiera del giornalismo liberale israeliano.

Negli ultimi due anni e mezzo, i due programmi hanno trasmesso 45 inchieste sugli ostaggi israeliani, la maggior parte delle quali incentrate su narrazioni di eroismo; 11 episodi sul fallimento militare del 7 ottobre; 12 sulla gestione interna della guerra in Israele; e quattro sulla guerra in Libano e Iran.

Il numero di inchieste dedicate ai palestinesi innocenti uccisi dall’esercito israeliano è stato pari a zero. L’omissione è così totale che gli spettatori potrebbero essere perdonati se pensassero che le uniche vittime innocenti dell’esercito israeliano in questa guerra siano israeliani.

A parte l’uccisione degli ostaggi a Shuja’iya, l’unica altra volta in cui uno dei due programmi ha esaminato seriamente l’uccisione di un civile innocente da parte delle forze israeliane è stata la sparatoria contro Yuval Castleman sul luogo di un attentato terroristico a Gerusalemme, anche in questo caso, una vittima israeliana.

Lo stesso schema si è ripresentato nella copertura degli abusi nelle carceri israeliane. Più di 100 palestinesi sono morti sotto la custodia delle forze di sicurezza israeliane dall’inizio della guerra, e le organizzazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Medici per i Diritti Umani-Israele hanno documentato chiari segni di abusi.

Eppure HaMakor ha scelto di affrontare il tema dei maltrattamenti legati alla detenzione solo una volta: nel caso di Ori Elmakayes, un adolescente israeliano ingiustamente sospettato di aver passato informazioni al nemico, che non ha subito danni fisici durante una breve detenzione.

Non si tratta di una mancanza di competenza giornalistica. Raviv Drucker e Ilana Dayan sono tra i migliori giornalisti in Israele. Entrambi sono sopravvissuti per anni nei principali media israeliani, mentre la società diventava sempre più violenta e sempre meno disposta a guardarsi allo specchio. Forse questa sopravvivenza è dipesa proprio dalla capacità di percepire e interiorizzare ciò che si può dire e ciò che deve rimanere inespresso.

Il risultato è una scelta editoriale consapevole che oscilla, a tratti, tra il grottesco e l’assurdo: la guerra può essere criticata, ma non dalla prospettiva delle sue vittime palestinesi. Le mancanze dell’esercito possono essere oggetto di indagine, ma principalmente nella misura in cui hanno danneggiato gli israeliani.

Ecco perché la questione non è solo ciò che questo tipo di antigiornalismo si rifiuta di mostrare, ma anche ciò che questo rifiuto ha provocato nella società israeliana stessa. Mentre decine di migliaia di innocenti uomini, donne e bambini palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza, i principali giornalisti investigativi israeliani hanno abbandonato una delle responsabilità più basilari del giornalismo: costringere la società a confrontarsi con ciò che viene fatto in suo nome.

Ignorare la Storia

Dopo aver visto il servizio di HaMakor sugli ostaggi, non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se episodi simili a Gaza avessero ricevuto lo stesso trattamento dalla televisione israeliana anni prima. Forse gli ordini di uccidere innocenti sarebbero cessati? Forse alcuni soldati si sarebbero rifiutati di eseguirli? O forse gli ostaggi stessi avrebbero evitato i soldati, sapendo che avrebbero potuto ucciderli anziché salvarli?

Il 4 gennaio 2009, durante il conflitto di tre settimane noto in Israele come Operazione Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani colpirono la casa della famiglia Abu Hajjaj a Sud di Gaza. In risposta alle istruzioni dell’esercito israeliano, circa 30 membri della famiglia, di cui 20 bambini, lasciarono il quartiere sventolando bandiere bianche. Mentre attraversavano un campo agricolo aperto, un carro armato israeliano aprì il fuoco. Majda Abu Hajjaj, 37 anni, morì sul colpo; sua madre, Raya Abu Hajjaj, 64 anni, rimase ferita e morì poco dopo. I corpi delle due donne rimasero nel campo per due giorni, fino alla fine dei combattimenti.

Nove giorni dopo, nel villaggio di Khuza’a, nel Sud di Gaza, decine di residenti si radunarono nel cortile della casa di Osama Al-Najjar dopo che i soldati avevano ordinato loro di uscire a coppie. Le prime due a uscire furono Rawhiyya e Yasmin Al-Najjar, sventolando bandiere bianche. Dopo aver superato diverse case, un soldato a circa 40 metri di distanza aprì il fuoco. Rawhiyya fu uccisa da un colpo preciso alla testa.

Tre anni dopo, il soldato coinvolto fu condannato a 45 giorni di reclusione nella sua base di servizio. Incidenti di questo tipo si ripeterono con tale frequenza durante quel conflitto che è difficile non sospettare una politica sistematica.

L’uccisione di palestinesi innocenti con bandiere bianche non fu un caso isolato durante l’Operazione Piombo Fuso. Durante l’Operazione Margine Protettivo nel 2014, i soldati fecero irruzione nella casa di Muhammad Tawfiq Muhammad Qudayh, sempre a Khuza’a. Qudayh uscì dal seminterrato con una bandiera bianca in mano, insieme ai suoi due figli, per informare i soldati che la sua famiglia si era rifugiata al piano inferiore. I soldati lo uccisero sul colpo. (Dopo l’evacuazione degli abitanti, il villaggio fu raso al suolo, un’anticipazione di ciò che l’esercito israeliano avrebbe poi fatto a gran parte di Gaza dopo il 7 ottobre 2023).

Anni dopo, il caso fu archiviato in silenzio. L’investigatore della polizia militare incaricato del caso avrebbe poi scritto un’opera teatrale sull’insabbiamento, intitolata “A parte questo, non è successo niente”.

In tutti questi casi, le vittime erano chiaramente identificate come civili con bandiere bianche e non rappresentavano una minaccia. I soldati che le uccisero non erano in pericolo immediato e potrebbero benissimo aver agito in base allo stesso tipo di ordini illegali descritti in seguito da Iris Haim.

Non sono mai mancate le prove: indagini della polizia militare, testimonianze oculari, soldati che documentavano i propri crimini e li pubblicavano sui social media e, in alcuni casi, investigatori che in seguito parlavano pubblicamente di insabbiamenti sistematici all’interno dell’esercito.

Drucker, lui stesso ex investigatore militare, dovrebbe conoscere questo sistema meglio di chiunque altro. Eppure i programmi televisivi investigativi israeliani non hanno mostrato praticamente alcun interesse.

Durante l’ultima guerra di Gaza, testate giornalistiche israeliane indipendenti e organi di informazione di tutto il mondo hanno pubblicato numerose inchieste sulle uccisioni di massa di civili a Gaza. La documentazione è ormai ampia: i servizi di +972 Magazine e Local Call sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per colpire obiettivi di massa; l’inchiesta del New York Times sull’attacco del 31 ottobre 2023 al campo profughi di Jabalia che ha ucciso almeno 126 civili, tra cui 68 bambini, e la sua inchiesta visiva sui ripetuti attacchi israeliani contro le cosiddette “zone sicure” di Gaza; La ricostruzione di Forensic Architecture dell’uccisione della piccola Hind Rajab, di 6 anni, e dei paramedici inviati a soccorrerla; l’inchiesta sull’uccisione e la sepoltura di 15 operatori umanitari palestinesi; l’inchiesta di Reuters sull’uccisione di cinque giornalisti all’Ospedale Nasser; l’inchiesta della BBC sui bambini colpiti alla testa o al petto; e molte altre.

Nel complesso, queste indagini rappresentano solo una frazione degli incidenti che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, tra cui circa 20.000 bambini. Eppure, la maggior parte di questi eventi è stata a malapena presa in considerazione dai principali media israeliani.

Quando le indagini straniere sono diventate impossibili da ignorare, i media israeliani hanno generalmente dato più spazio alle smentite dei portavoce militari e dei funzionari della stampa governativa che alle prove stesse. In ogni caso, le notizie provenienti dall’estero non erano affatto necessarie per stabilire cosa stesse accadendo: gli stessi soldati israeliani hanno caricato centinaia di video che documentavano crimini di guerra, sicuri che, in Israele, tali atti sarebbero stati accolti con ammirazione piuttosto che con punizione.

Una base morale per distogliere lo sguardo

I principali media israeliani, non le emittenti apertamente propagandistiche come Canale 14, ma la stampa istituzionale, sono diventati uno degli esempi più lampanti, in qualsiasi cosiddetta democrazia, di gestione dell’informazione in tempo di guerra fusa con la creazione attiva del consenso pubblico. Non si è trattato semplicemente di “ignorare” ciò che accade a Gaza, il che, sebbene inaccettabile, offrirebbe almeno ai comuni israeliani una plausibile negabilità. La copertura mediatica è stata in effetti implacabile. Ma non è una copertura della realtà.

I corrispondenti militari recitano quasi alla lettera i comunicati del portavoce dell’esercito: le morti di civili sono “bugie di Hamas”; se vengono uccisi dei civili, significa che venivano usati come scudi umani dai terroristi di Hamas; “in ogni casa c’è una pistola”; ogni quartiere distrutto era una necessità militare.

L’esercito annuncia quanti “terroristi” ha “eliminato” in un dato giorno, quasi mai quanti civili sono stati uccisi al loro fianco. Al massimo, c’è un’espressione di rammarico, di solito quando i morti hanno passaporti stranieri.

I corrispondenti arabi sono praticamente scomparsi dagli schermi televisivi israeliani durante il primo anno di guerra, perché la loro stessa presenza in studio interrompeva la Disumanizzazione su cui si basava la copertura. L’eccezione è stata l’opinionista “orgogliosamente arabo-israeliano” Yoseph Haddad, il cui pieno sostegno alla guerra ha permesso alle emittenti di preservare l’apparenza di diversità, eliminando al contempo quasi ogni altra voce palestinese.

Nel frattempo, commentatori come Almog Boker del Canale 12 e Moria Asraf del Canale 13 sono diventati figure centrali proprio per la loro ossessiva ripetizione del consenso secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”.

Negli studi televisivi si susseguono infinite discussioni su come condurre la guerra, ma quasi nessuna sulla moralità della guerra stessa, con la sua distruzione senza precedenti di vite civili. I giornalisti dibattono sulla carenza di bombe di fabbricazione israeliana; guai a chiedersi se il problema non sia la produzione insufficiente, ma un desiderio eccessivo di bombardare la popolazione civile.

A volte, la logica che sostiene questo sistema emerge apertamente. Nel gennaio 2024, Roi Yanovsky, responsabile delle inchieste del Canale 13, mentre prestava servizio come riservista, un fatto che lo avrebbe indubbiamente reso un “obiettivo legittimo” se fosse stato palestinese, scrisse che “l’ideologia di Hamas è presente in quasi tutte le case” della Striscia. “Hamas a Gaza è come Messi in Argentina”, ha dichiarato, prima di chiedere retoricamente perché i genitori di Gaza dovrebbero mandare i loro figli in asili che “servono da infrastruttura terroristica”.

Sostenendo la solita argomentazione secondo cui la popolazione stessa è complice, Yanovsky ha fornito la base morale che permette agli israeliani di distogliere lo sguardo dai crimini perpetrati in loro nome a Gaza.

Un anno dopo, in seguito alla protesta organizzata dagli attivisti del movimento Standing Together (Restare Uniti) davanti agli studi di Canale 12 nel centro di Israele contro l’indifferenza dei media alla sofferenza di Gaza, una messaggistica WhatsApp di Canale 12 trapelata ha smascherato la stessa logica in modo ancora più esplicito.

“Con tutto il dovuto rispetto per il nostro dovere giornalistico”, ha scritto il caporedattore Ron Yaron, “quando si ascolta la storia delle donne israeliane sopravvissute alla prigionia, è alquanto difficile entrare in sintonia con il messaggio di questa protesta”.

Lo scambio di battute dimostra che ciò che appare sulla televisione israeliana non è il risultato di un’omissione accidentale, ma di una precisa ideologia editoriale. Le dittature impongono il silenzio attraverso il terrore e la censura; Israele lo ottiene in gran parte attraverso il consenso sociale, riprodotto da dirigenti, redattori, amministratori delegati e commentatori di spicco.

Nulla di tutto ciò è iniziato il 7 ottobre. Per decenni, i media israeliani hanno minimizzato l’uccisione di palestinesi presentandola come tragici “incidenti”, alimentando al contempo il mito dell’“esercito più morale del mondo”. Anche nelle guerre precedenti si era cercato di preservare questa facciata: per anni, Canale 12 ha trasmesso un filmato di un pilota dell’aeronautica israeliana che interrompeva un attacco aereo dopo aver “avvistato un bambino”, rafforzando il messaggio che l’esercito israeliano non uccide intenzionalmente i bambini.

Quella è sempre stata una menzogna bella e buona. Ma almeno allora, molti sentivano ancora il bisogno di insabbiarla. Ora non è più così.

Rendere accettabile lo sterminio di massa

Ma programmi come HaMakor e Uvda svolgono un ruolo ancora più importante presso il pubblico liberale israeliano. Slogan apertamente Genocidi come “non ci sono innocenti a Gaza” sono troppo volgari per un pubblico colto e liberale; potrebbero persino suscitare disgusto. Né è probabile che questo pubblico si rivolga ai social media, che considera privi di fonti e inaffidabili. Il pubblico liberale richiede un meccanismo di negazione più sofisticato, che pretenda di condurre un’indagine critica pur evitando accuratamente le conclusioni che tale indagine richiede.

Questo è il ruolo che Drucker e Dayan sono arrivati ​​a ricoprire. Drucker continua a produrre inchieste acute sulla corruzione di figure molto odiate come il Ministro dei Trasporti Miri Regev.

La settimana scorsa, ha di fatto crocifisso coloro che diffondevano disinformazione, tra cui il membro della Knesset (Parlamento) Tsega Melaku, riguardo all’incidente con omissione di soccorso del maggio 2023, che causò la tragica morte del piccolo Rafael Adana di 4 anni e scatenò proteste di massa contro la gestione del caso da parte del sistema giudiziario (un atteggiamento che non avrebbe mai adottato, ad esempio, nei confronti degli ufficiali dell’esercito che diffusero menzogne ​​sulla decapitazione di neonati durante l’attentato del 7 ottobre, affermazioni poi riprese a pappagallo dal Presidente statunitense Biden).

Anche Dayan ha pronunciato sinceri monologhi liberali, mettendo in guardia contro la minaccia che la riforma giudiziaria rappresenta per la democrazia israeliana. Entrambi hanno dimostrato grande coraggio nei confronti del governo e ben maggiore codardia verso l’esercito israeliano e il proprio pubblico.

È fondamentale notare che il loro dissenso “di sinistra” viene sempre presentato come “un’opinione”, mai come il prodotto di un’inchiesta giornalistica su Gaza. Il motivo è chiaro: l’opinione di un uomo o di una donna, per quanto influente, non obbliga il pubblico a un esame morale. Gli spettatori possono semplicemente avere un’opinione opposta, che viene considerata altrettanto legittima. Di fatto, questo disaccordo superficiale contribuisce a sostenere l’illusione che Israele sia una democrazia normale e dinamica, anche mentre il suo esercito uccide decine di migliaia di bambini.

Un’inchiesta condotta dai giornalisti israeliani più stimati, che dimostrasse che l’esercito aveva sistematicamente ucciso civili, o quantomeno operato secondo regole di ingaggio permissive nei loro confronti, infrangerebbe uno dei presupposti più basilari del “buon senso” della società israeliana: che il suo esercito sia il più morale del mondo. Ma è proprio lì che è stata tracciata la linea di demarcazione della legittimità, con la penna dell’autocensura.

Questo lavoro è stato affidato a giornalisti stranieri, permettendo al governo israeliano e ai suoi organi di stampa di liquidare i risultati come propaganda anti-israeliana (o antisemita).

Non affermo che Drucker o Dayan cerchino consapevolmente questi risultati, né sottovaluto le pressioni a cui sono sottoposti in una società che considera una lieve critica un tradimento e pretende che chi la esprime paghi un prezzo personale molto alto. Ma in questo caso le intenzioni sono secondarie rispetto alle conseguenze.

Questa architettura della negazione, che permette al pubblico liberale di sapere e non sapere contemporaneamente, è una architettura che conosco bene dai tempi in cui vivevo e facevo ricerche in Argentina sotto la giunta militare-civile di destra (alla quale Israele forniva un sostanziale supporto militare e diplomatico). Lì, i giornalisti temevano i generali e le Ford Falcon (una vettura prodotta in Argentina tra il 1960 e il 1991) verdi, e la società continuava a funzionare “normalmente” anche mentre 30.000 persone venivano fatte “scomparire”.

In Israele nel 2026, i giornalisti temono il crollo degli ascolti, le folle sui social e di essere etichettati come “traditori” o “sostenitori del terrorismo” sui canali di destra, o peggio, dal proprio pubblico.

I media liberali sono di fatto diventati ostaggi volontari degli impulsi più oscuri dei loro spettatori. Invece di costringerli a guardare la realtà in faccia, li nutrono esattamente con ciò che sono disposti a consumare: un’altra storia di eroismo, un altro fallimento tecnico dell’esercito, un’altra tragedia, a patto che le vittime siano israeliane. E tutto ciò evitando accuratamente di spiegare il motivo della tragedia e alimentando il mito secondo cui tali tragedie accadrebbero “per errore”.

Non si tratta di censura nel senso classico del termine. È qualcosa di meno diretto e, per certi versi, più efficace: un sistema condiviso di confini che determina in anticipo cosa può essere conosciuto. Gli israeliani possono vedere le immagini dei bambini che muoiono a Gaza sulla CNN o sui social media, proprio come gli argentini un tempo videro le madri degli scomparsi riunite in Plaza de Mayo. Ma i media locali proteggono gli spettatori dalle implicazioni di ciò che vedono, impedendo che quelle immagini diventino un’accusa morale contro la società che le ha prodotte.

In questo contesto, vale la pena ricordare un articolo scritto durante gli anni della dittatura dal padre di Ilana Dayan, Mordechai Dayan. In: “Nessuno è perseguitato a causa della sua ebraicità”, sosteneva che gli ebrei, pur essendo fortemente sovra rappresentati tra i desaparecidos argentini, non erano stati presi di mira semplicemente a causa della loro identità ebraica, sottintendendo, in sostanza, che dovevano aver “fatto qualcosa”. E se avevano fatto qualcosa, non era richiesta alcuna empatia.

L’articolo fu diffuso dalle ambasciate della dittatura in tutta l’America Latina perché il suo messaggio era esattamente ciò di cui il Regime aveva bisogno per legittimarsi: che le sue vittime non erano affatto vittime, ma persone che si erano attirate il proprio destino, e certamente non a causa dell’antisemitismo.

Lo scopo di tali scritti era quello di colmare il divario tra la realtà e l’informazione, di fornire al pubblico un linguaggio attraverso il quale le sparizioni di massa potessero essere viste e al tempo stesso minimizzate. Questo è il ruolo che i principali media israeliani si sono autoassegnati nel contesto di Gaza, esercitato attraverso il silenzio: trasformare l’uccisione di massa di civili in una storia accettabile per l’opinione pubblica.

Ma se la dittatura argentina ha dovuto coltivare attivamente un clima in cui “chiunque non sia con noi è contro la patria”, un clima che ha rapidamente reso superflua la presenza di un soldato in ogni redazione, in Israele non sono state necessarie campagne simili né scagnozzi della giunta. Questo riflesso era già radicato nel DNA dei media israeliani ben prima dell’inizio della guerra.

La decisione consapevole dei principali canali televisivi israeliani di cancellare dallo schermo qualsiasi traccia della sofferenza umana nella Striscia di Gaza ha prodotto un profondo distacco morale e psicologico dalla realtà nella società israeliana.

Mentre gran parte del mondo guarda immagini di quartieri residenziali devastati, civili affamati e bambini mutilati, gli israeliani vivono in una serra televisiva di eroismo, strategie militari e preoccupazione per ostaggi e soldati. Non sorprende, quindi, che l’israeliano medio non capisca davvero perché “il mondo intero sia contro di noi”.

Al di là di questa ignoranza pratica, l’assenza di copertura mediatica ha un effetto psicologico devastante: accelera l’intorpidimento morale che rende accettabili forme di guerra sempre più estreme. Una volta che il civile palestinese viene cancellato dai riflettori e ridotto a un fantasma senza nome, termini come “vittoria totale”, “radere al suolo i quartieri” e persino “fame forzata” diventano concetti astratti, spogliati di qualsiasi costo umano o morale.

Col tempo, gli stessi meccanismi che normalizzano l’indifferenza alla sofferenza palestinese corrodono il tessuto pseudodemocratico di Israele. Una società addestrata a ignorare il disastro umanitario oltre il confine troverà sempre più difficile affrontare la repressione politica, gli attacchi ai diritti civili e il silenziamento delle voci critiche in patria. Proteggendo l’opinione pubblica da una verità scomoda, i media israeliani non solo vengono meno al loro dovere, ma accelerano il crollo dello stesso pubblico che affermano di servire.

Fonte

17/05/2026

Palestina, la radicalizzazione algoritmica

di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.

1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale, spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha trasformato il campo di battaglia della legittimità politica internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.

3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di “intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito “arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.

La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.

4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a scalfire le percezioni internazionali.

5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing) per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre template memetici principali che alimentano flussi affettivi di contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets), funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno, noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o “Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso, verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi, considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di “spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento, comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione precede sempre la ragione.

6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio (comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale. Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale, ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme. Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto fondamentale.

7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale, resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica, statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il “feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.

Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)

Fonte 

16/05/2026

Criminali di guerra israeliani con passaporto tedesco. Berlino complice

L’11 maggio la Fondazione Hind Rajab (#HRF) ha intensificato la sua azione legale contro l’impunità presentando una denuncia disciplinare contro un alto funzionario della Procura Federale tedesca presso la Procura Generale Federale e la Corte Federale di Giustizia.

Tale azione fa seguito all’ingiustificata archiviazione di una denuncia penale presentata dalla HRF nel giugno 2025 contro Shimon Avichai #Zuckerman, cittadino con doppia cittadinanza israeliana e tedesca, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

La HRF ha inoltre presentato ricorso contro la decisione e ha depositato una nuova relazione investigativa di 164 pagine che descrive dettagliatamente la sua condotta criminale.

L’archiviazione rappresenta un atto deliberato di complicità statale. Zuckerman non è semplicemente un sospettato; è un cittadino tedesco pienamente consapevole dei crimini di cui è accusato e ha apertamente chiesto allo stato israeliano di proteggerlo dal processo. Accettando le sue affermazioni senza verifiche indipendenti e rifiutandosi di avviare un’indagine, le autorità tedesche agiscono di fatto come un’estensione di quello scudo.

La Germania non si limita a non agire. È complice del genocidio, continuando la sua politica di lunga data di difesa di Israele e dei suoi assassini, creando così un rifugio sicuro per i cittadini tedeschi accusati dei più gravi crimini internazionali…

Shimon Avichai Zuckerman, membro dell’8219° Battaglione dell’esercito israeliano, è un cittadino tedesco accertato. HRF possiede e ha presentato documentazione ufficiale inconfutabile che ne prova la nazionalità. Ai sensi dell’articolo 1 del Codice tedesco sui crimini contro il diritto internazionale (VStGB), lo Stato tedesco ha il dovere imprescindibile e non discrezionale di indagare e perseguire i propri cittadini per crimini internazionali commessi ovunque nel mondo.

Nonostante questo chiaro mandato legale, il procuratore federale tedesco ha archiviato il caso l’8 aprile 2026. La decisione si è basata sulla dichiarazione rilasciata da Zuckerman al Washington Post, in cui ammetteva di aver partecipato ad atti di distruzione a Gaza, ma sosteneva che fossero leciti. Si è basata anche su valutazioni giuridiche speculative, in particolare riguardo alla legittimità della distruzione dell’intero villaggio di Khuza’a ai sensi del diritto internazionale umanitario.

Il comportamento di Zuckerman dimostra una chiara consapevolezza della sua responsabilità penale. Egli sfrutta attivamente la sua doppia cittadinanza e le sue connessioni politiche, chiedendo specificamente protezione allo stato israeliano per sottrarsi alla giustizia.

Zuckerman ha documentato personalmente il suo coinvolgimento nella demolizione di Gaza attraverso numerosi video, pubblicati sui social media, che lo ritraggono mentre prepara cariche esplosive, fa il conto alla rovescia per le detonazioni e osserva con orgoglio la distruzione degli edifici che aveva minato. In questi video, si è taggato e si è vantato esplicitamente della sua partecipazione con terzi e organi di stampa.

Gli specifici atti di distruzione attribuiti a Zuckerman includono:

L’area del Corridoio di Netzarim, lungo via Al-Rashid (novembre-dicembre 2023);

I quartieri di Sheikh Ajlin e Tel Al Hawa a Gaza City (novembre 2023);

Il quartiere di Shuja’iyya a Gaza City (dicembre 2023);

L’edificio di Euro-Med Human Rights Monitor a Gaza City;

Khuza’a, durante l’Operazione Oz e Nir (dicembre 2023-gennaio 2024), che ha portato alla completa distruzione del villaggio;

Khan Younis (gennaio 2024).

La decisione del Procuratore Federale di archiviare il caso senza indagini viola il principio di legalità e il principio di indagine ufficiale. Accettando la versione dei fatti fornita da un sospettato a propria discolpa come base per l’archiviazione, il Procuratore ha abdicato al dovere dello Stato di accertare la verità e ha trasformato l’ufficio della Procura Federale da garante della giustizia in scudo per il genocidio.”

Fonte

11/05/2026

Cosa fa l’intelligenza artificiale in guerra

“La guerra è il dominio dell’incertezza: tre quarti delle cose su cui si basa l’azione bellica giacciono nella nebbia di un’incertezza più o meno grande”. A due secoli di distanza dal trattato di strategia militare Della guerra di Von Clausewitz, potremmo dire che, oggi, uno dei principali obiettivi dell’impiego dei sistemi d’intelligenza artificiale in ambito bellico è proprio quello di dissipare quanto più possibile la celeberrima “nebbia della guerra” teorizzata nell’Ottocento dal generale prussiano.

Navigare e pattugliare territori estesi mediante droni a guida autonoma, riconoscere e classificare rapidamente gli obiettivi che compaiono in video e immagini, ottenere un’analisi predittiva delle minacce, stimare i potenziali danni collaterali, rilevare anomalie. Tutti gli impieghi militari dell’intelligenza artificiale hanno principalmente due scopi: ridurre l’incertezza – raccogliendo, filtrando e interpretando enormi quantità di dati provenienti da sensori, satelliti, droni e sistemi di intelligence – e aumentare la velocità decisionale, valutando le opzioni operative in tempi ridotti, stimando rischi e conseguenze, coordinando le unità e reagendo quasi in tempo reale agli sviluppi del conflitto.

Il paradosso è che questi algoritmi predittivi – che aggregano migliaia di dati di intelligence raccolti da centinaia di fonti diverse – in molti casi rischiano di infittire, invece che diradare, la nebbia della guerra, perché producono una tale quantità di informazioni da rendere la loro interpretazione e gestione particolarmente complessa. Ed è qui che entrano in gioco i modelli linguistici di OpenAI, Anthropic, xAI e, in Europa, Mistral, il cui compito è aiutare a dissipare la coltre di nebbia provocata dall’enorme mole di dati prodotti dai sistemi predittivi.

Il ruolo cruciale dell’IA predittiva

Che cosa fa infatti un chatbot pressoché identico a quelli che usiamo nella vita quotidiana quando è utilizzato in ambito bellico? Prima di tutto, bisogna chiarire alcuni aspetti importanti. Come mostrato anche da un paper della NATO Science and Technology Organization, si tende infatti a fare confusione tra gli impieghi degli algoritmi predittivi (che analizzano dati per individuare schemi, classificare eventi e stimare probabilità future) e quelli invece generativi (capaci di generare probabilisticamente testo, immagini, video o altro).

I large language model non possono riconoscere automaticamente i bersagli, non guidano i missili o i droni, non raccolgono informazioni, non analizzano direttamente i dati dei sensori e non eseguono autonomamente azioni nel mondo reale. La capacità fondamentale di ChatGPT e dei suoi compagni è infatti (provare a) comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano sulla base del dataset testuale su cui sono stati addestrati.

Sul campo di battaglia, il grosso del lavoro sporco lo svolgono quindi i sistemi basati su algoritmi predittivi. Due dei casi più (tristemente) noti sono quelli relativi alle piattaforme di intelligenza artificiale massicciamente impiegate dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza: The Gospel e Lavender.

The Gospel analizza direttamente i dati raccolti tramite intelligence e sorveglianza per identificare obiettivi infrastrutturali – edifici, tunnel, depositi – che vengono poi colpiti dall’esercito. Secondo l’ex capo dell’IDF Aviv Kochavi, questo sistema è in grado di individuare fino a 100 bersagli al giorno: “Per dare una prospettiva”, ha spiegato Kochavi, “in passato ottenevamo 50 obiettivi all’anno”.

Lavender è invece un sistema statistico che assegna a ogni individuo presente nella Striscia di Gaza un punteggio relativo alla probabilità di appartenenza a gruppi armati, elaborando dati provenienti anche in questo caso da intelligence e sorveglianza, oltre a segnali comportamentali e indicatori demografici. Secondo le inchieste del magazine israeliano +972, nel corso del conflitto Lavender ha identificato – con un margine di errore accettato del 10% – circa 37mila palestinesi come potenziali bersagli.

Per quanto invece riguarda gli Stati Uniti (e la NATO), il più diffuso sistema di supporto decisionale (DSS, decision support system) è il Maven Smart System. Sviluppato a partire dal 2017 da Palantir – subentrata dopo il passo indietro di Google, che al tempo aveva rinunciato in seguito alle proteste dei dipendenti – in collaborazione con Amazon (che fornisce in appoggio la piattaforma cloud AWS), una prima versione di Maven è stata impiegata nel 2021 durante il ritiro statunitense dall’Afghanistan. Successivamente è stato utilizzato in supporto a Israele durante l’invasione di Gaza ed è fino a oggi stato impiegato anche per gli attacchi contro l’Iran.

A differenza di The Gospel, Maven non è solo un sistema di AI assisted targeting, ma una piattaforma di comando e controllo che offre anche “consapevolezza situazionale in tempo reale” – ovvero una rappresentazione di ciò che accade sul terreno, comprese posizioni delle forze amiche e nemiche, asset disponibili e minacce attive – e supporto alla pianificazione operativa: dalla generazione e valutazione delle azioni potenziali alla stesura di elementi utili per gli ordini operativi. Secondo gli stessi funzionari della NATO, che hanno siglato nel 2025 un contratto con Palantir per il suo utilizzo, Maven fornisce ai comandanti delle “abilità in stile videogioco” di supervisionare ciò che avviene sul campo di battaglia.

Che cosa fanno i modelli linguistici

E allora i large language model? Prima di vedere i loro usi più avanzati e il modo in cui Claude prima e ChatGPT poi (dopo lo scontro tra Anthropic e il Pentagono) stanno venendo integrati in Maven e in altri sistemi bellici, partiamo dagli impieghi più semplici. In modo non dissimile dai suoi utilizzi civili – ma sfruttando delle versioni appositamente ottimizzate – i modelli linguistici vengono impiegati dagli eserciti per riassumere i manuali operativi, i rapporti delle missioni, i briefing dell’intelligence e altro ancora. Viceversa, possono essere utilizzati anche per generare, a partire dalle indicazioni dei soldati, rapporti, traduzioni, trascrizioni e documentazione di vario tipo.

Durante le esercitazioni, questi sistemi possono anche contribuire alla generazione di scenari bellici; mentre nell’ambito della medicina militare, gli LLM vengono utilizzati per sintetizzare cartelle cliniche e storia medica dei pazienti, consentendo ai medici di campo un accesso rapido alle informazioni essenziali. Possono inoltre essere usati – in maniera simile al “civile” Claude for Healthcare – come strumenti di supporto decisionale, in grado di confrontare opzioni terapeutiche e assistere i medici nelle loro valutazioni.

Nei casi più avanzati, bisogna invece immaginare l’impiego bellico di Claude o ChatGPT come una “interfaccia di conversazione” integrata, per esempio, in Maven Smart System, che permette agli utenti di interpretare più facilmente le informazioni provenienti dalle piattaforme di supporto decisionale. Messa così, può sembrare una cosa da poco. In realtà – come scrive James O’Donnell sulla MIT Tech Review“è difficile sopravvalutare tutto ciò: l’intelligenza artificiale già da tempo svolge compiti di analisi per i militari, estraendo informazioni utili da un oceano di dati”. Oltre a permettere di navigarli sfruttando il linguaggio naturale e ricevendo risposte immediatamente comprensibili, “l’uso dell’AI generativa permette di ottenere consigli su quale azione intraprendere sul campo, una funzione che sta venendo testata sul serio per la prima volta in Iran”.

Il large language model viene quindi integrato nelle piattaforme predittive per rendere più facilmente comprensibile la complessità delle informazioni da essi ricavate: “Una possibile applicazione potrebbe consistere nell’assistere i comandanti militari nel prendere la decisione giusta alla velocità richiesta, supportando lo staff nello sviluppo, nella valutazione e nella raccomandazione delle opzioni operative disponibili (Courses of Action, COA)”, si legge sulla rivista del Joint Air Power Competence Centre (un centro di ricerca della NATO). “Gli LLM potrebbero inoltre aiutare l’operatore umano nell’analisi e nella valutazione dei dati in tempo reale, accorciando così il ciclo operativo e fornendo un vantaggio decisivo sul campo di battaglia”.

Per fare un (teorico) esempio concreto, possiamo immaginare il seguente scenario: durante un conflitto, i sistemi predittivi rilevano un’anomalia termica in un complesso industriale nemico, i sensori intercettano un picco di comunicazioni crittografate nella stessa area e un drone cattura immagini di veicoli classificati come lanciatori missilistici mobili. Il modello linguistico integrato nella piattaforma di comando incrocia questi dati, provenienti da tre sistemi diversi, con i rapporti di intelligence ricevuti nelle settimane precedenti. In questo modo, individua che lo stesso sito era già stato segnalato come possibile deposito e che il pattern delle comunicazioni somiglia a quelli osservati prima di lanci precedenti. In pochi minuti – anziché nelle ore che servirebbero a un team di analisti – genera un briefing sintetico con tre possibili azioni: attacco, sorveglianza intensificata, richiesta di conferma. Il comandante lo legge, interroga il sistema su ulteriori aspetti specifici e decide il da farsi.

In sintesi, Maven unisce i dati provenienti da satelliti, droni, report di intelligence e segnali radar. Claude o ChatGPT, integrati nella stessa piattaforma, analizzano questi dati, li rendono consultabili in linguaggio naturale e possono fornire suggerimenti sull’azione da intraprendere o la forza da impiegare. Nel corso degli attacchi in Iran, scrive il Washington Post, “Maven ha suggerito centinaia di obiettivi, fornito coordinate di localizzazione precise e dato priorità a questi obiettivi in base alla loro importanza. L’integrazione tra Maven e Claude ha creato uno strumento che sta accelerando il ritmo della campagna, riducendo la capacità dell’Iran di contrattaccare e trasformando una pianificazione delle operazioni che richiedeva settimane in operazioni in tempo reale”. Uno studio della Georgetown University ha invece analizzato i modi in cui il 18° Airborne Corps dell’esercito statunitense utilizza Maven e Claude, concludendo, tra le altre cose, che consente di fare con una squadra di 20 persone ciò che prima ne avrebbe richieste duemila.

Nel 2024 è stata poi siglata una collaborazione tra Anduril – startup che produce armi autonome e semiautonome, come il drone Altius-600M, l’aereo da guerra autonomo Fury e il sottomarino da battaglia Dive-LD – e OpenAI. Come si legge ancora sulla MIT Tech Review, “Anduril addestra da tempo i propri modelli di intelligenza artificiale per analizzare riprese video e dati dei sensori al fine di identificare le minacce. Ciò su cui si concentra meno sono invece i sistemi di AI conversazionale che consentono ai soldati di interrogare direttamente questi sistemi o ricevere indicazioni in linguaggio naturale. Ed è in questo spazio che i modelli di OpenAI potrebbero inserirsi”.

Qualcosa si muove anche in Europa, dove la francese Mistral AI ha siglato alla fine del 2025 un accordo quadro triennale con il ministero delle Forze Armate di Parigi per integrare i propri modelli linguistici nelle operazioni di esercito, marina e aviazione, oltre che in enti strategici come il commissariato per l’energia atomica e il centro di ricerca aerospaziale ONERA. Gli impieghi previsti sono simili a quelli statunitensi: analisi documentale, traduzione, redazione di briefing, supporto decisionale. In questo caso, Mistral sfrutta esclusivamente l’infrastruttura informatica francese, al riparo dai potenziali sguardi indiscreti del cloud statunitense.

Le criticità dell’IA in guerra

In sintesi, i modelli linguistici impiegati in ambito militare sono complementari ai modelli predittivi e spesso integrati nelle stesse piattaforme, permettendo, tra le altre cose, di analizzare con maggiore facilità e rapidità la grande mole di dati raccolta ed elaborata dai sistemi di supporto decisionale.

Che cosa succede, però, quando l’obiettivo principale per il quale si sfruttano questi sistemi di “supporto decisionale” – in cui quindi l’ultima parola spetta agli esseri umani – è aumentare al massimo la velocità con cui si opta per una particolare strategia o si reagisce a uno scenario inatteso? “Avevo a disposizione 20 secondi per ciascun bersaglio, valutandone dozzine ogni giorno”, ha raccontato al Guardian un soldato israeliano che utilizzava Lavender. “Non avevo nessun valore aggiunto come essere umano, se non il fatto di apporre il timbro di approvazione”.

Nel momento in cui la velocità diventa l’imperativo fondamentale, l’essere umano è quasi d’intralcio alla macchina, che quindi da sistema di supporto decisionale rischia di diventare il “sistema decisionale”, mentre i soldati e gli ufficiali si limitano a certificare la loro approvazione alle decisioni prese dalla macchina. Una situazione che è ulteriormente esacerbata dall’integrazione dei modelli linguistici: “Mentre l’interfaccia di Maven costringe gli utenti a ispezionare e interpretare direttamente i dati presenti sulla mappa, i risultati forniti dai modelli generativi sono più semplici da ottenere ma più difficili da verificare”, scrive ancora James O’Donnell.

“Il cambio di paradigma cruciale è che l’IA permette all’esercito statunitense di individuare bersagli alla velocità della macchina invece che a quella umana”, ha spiegato, parlando con il Washington Post, Paule Scharre, vicepresidente del Center for a New American Security. “Il lato negativo è che l’intelligenza artificiale sbaglia e abbiamo bisogno di esseri umani per controllare i suoi output, soprattutto quando ci sono in ballo delle vite”.

Il controllo umano è però tanto indispensabile quanto problematico. Prima di tutto perché, inevitabilmente, riduce la velocità, ma anche perché la capacità degli esseri umani di supervisionare, correggere o ignorare le decisioni della macchina è regolarmente sovrastimata. Le ragioni sono varie e in parte già note: uno studio pubblicato di recente dalla Wharton School definisce “resa cognitiva” il fenomeno per cui gli utenti dei modelli linguistici tendono a dedicare sempre meno tempo alla verifica dei risultati. È una sorta di versione ancora più insidiosa del noto “automation bias”, secondo cui le persone si fidano del giudizio della macchina a causa della patina di oggettività che circonda (erroneamente) questi strumenti statistici e del modo in cui le loro capacità vengono magnificate senza essere adeguatamente problematizzate.

Un altro elemento che sta emergendo è quello del de-skilling causato dalla necessità di prendere decisioni sempre più rapide, che spinge a delegare un numero crescente di responsabilità decisionali alla macchina: “Stiamo riducendo le nostre stesse abilità”, ha spiegato Elke Schwarz, docente del dipartimento di Studi bellici dell’Università di Londra. “I comandanti stanno diventando sempre meno abili a identificare ciò di cui sono responsabili in un campo di battaglia”.

Tutto ciò è ulteriormente complicato dalla tendenza di questi sistemi – ormai accertata e anche ammessa dagli stessi sviluppatori – a dare ragione agli utenti con troppa facilità (fenomeno chiamato AI Sycophancy). Per certi versi, è il contrario dell’automation bias: se nel primo caso sono gli umani che si fidano troppo della macchina, in questo caso sono le macchine che tendono a confermare ciò che gli umani vogliono sentirsi dire, con il rischio che, sul campo di battaglia, i soldati sfruttino questi sistemi, magari inconsapevolmente, per ottenere una conferma di decisioni già prese, indipendentemente dalla loro bontà.

C’è poi il noto e ineliminabile problema delle allucinazioni (quando un sistema di intelligenza artificiale presenta come se fosse certa un’informazione invece sbagliata o completamente inventata), che potrebbero annidarsi in ogni sintesi di report, documento generato a partire dai dati o traduzione. Criticità che diventa ancora più allarmante se combinata alla tendenza dei modelli generativi, recentemente osservata, a prediligere nelle simulazioni l’escalation bellica rispetto a soluzioni più caute.

E questo senza nemmeno aver aperto il fondamentale capitolo dell’etica, della responsabilità (e tracciabilità) decisionale e della trasparenza, soprattutto considerando che – come riporta l’Independent – l’esercito statunitense non tiene traccia del ruolo giocato dall’IA nei singoli attacchi. “Uno stato ha la responsabilità di sapere se l’intelligenza artificiale è stata impiegata in uno qualsiasi dei suoi attacchi”, ha affermato Jessica Dorsey, professoressa di diritto internazionale dell’Università di Utrecht. “I comandanti dovrebbero avere accesso alle informazioni di intelligence su cui si basano i loro attacchi”.

Da questo punto di vista, un recente e tragico episodio avvenuto agli inizi dei bombardamenti sull’Iran riassume perfettamente quanto ciò possa essere problematico. Un numero schiacciante di prove indica che gli Stati Uniti siano responsabili dell’attacco alla scuola di Minab, in Iran, in cui hanno perso la vita 175 persone, la maggior parte delle quali studentesse. Attacco che potrebbe essere stato condotto a causa di dati di intelligence obsoleti, risalenti a quando il sito faceva effettivamente parte di una base navale adiacente delle Guardie Rivoluzionarie iraniane.

Considerando che Maven ha generato oltre mille opzioni di attacco solo nelle prime 24 ore, viene da porsi una domanda: e se l’errore fosse stato causato da una decisione sbagliata dell’intelligenza artificiale (come tra l’altro sospettato), magari a causa di un “pacchetto di bersagli” obsoleto ma che l’IA ha riciclato presentandolo in maniera convincente? Oppure se, più semplicemente, la quantità di bersagli individuati in un tempo rapidissimo non avesse dato ai militari il tempo necessario a verificare che fossero quelli giusti?

L’intelligenza artificiale potrebbe non essere responsabile di questa strage, ma di sicuro sta rendendo più complesso risalire la catena delle responsabilità. Tutti questi rischi e queste criticità vengono sollevate da anni dalle organizzazioni che chiedono di vietare – o almeno regolamentare rigidamente, a livello internazionale – l’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito bellico. Quel treno, ormai, sembra però essere passato.

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