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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/07/2026

L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

Fonte

09/10/2025

I volontari della Freedom Flottilla sequestrati in acque internazionali trasferiti nella prigione di Ketziot

La Freedom Flotilla riferisce che gli avvocati di Adalah, nei Territori Palestinesi occupati, hanno confermato che i volontari sequestrati illegalmente dall’esercito israeliano dalle imbarcazioni Conscience e dalle otto barche della Thousand Madleens sono stati trasferiti nel carcere di Ketziot, nel deserto del Naqab (Negev).

Gli avvocati incaricati della difesa non hanno potuto portare con sé telefoni cellulari all’interno del porto di Ashdod ed è stato loro impedito di parlare con ognuno dei 145 volontari.

Alcuni di coloro con cui hanno potuto comunicare hanno riferito di violenze fisiche da parte dei soldati israeliani durante l’assalto e il sequestro illegale della flottiglia.

È probabile che tutti i parlamentari a bordo vengano deportati al più presto, mentre le udienze per gli altri detenuti si terranno nei prossimi due giorni.

I legali del team Adalah continuano a chiedere accesso immediato ai detenuti e restano in attesa di poter partecipare alle udienze. Hanno già richiesto formalmente di essere presenti a tutti i procedimenti e forniranno aggiornamenti non appena possibile.

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Alle 04:34 (ora di Gaza), l’esercito israeliano ha attaccato la flottiglia della Freedom Flotilla Coalition (FFC) e della Thousand Madleens to Gaza (TMTG) a 120 miglia nautiche (220 km) da Gaza, quindi in acque internazionali.

L’attacco è avvenuto con elicotteri e unità navali, che hanno abbordato la nave Conscience e sequestrato oltre 110.000 dollari di aiuti umanitari in medicinali e generi alimentari destinati agli ospedali di Gaza.

Tutti i 145 volontari provenienti da 30 Paesi sono stati rapiti con la forza, alcuni subendo violenze, e trasferiti contro la loro volontà al porto israeliano di Ashdod.

Le imbarcazioni sequestrate includono:

Abd Elkarim Eid, Alaa Al-Najar, Anas Al-Sharif, Gaza Sunbird, Leïla Khaled, Milad, Soul of My Soul, Um Saad e la Conscience.

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“Israele, in quanto Stato di insediamento illegale, non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di queste navi.

Questo sequestro viola il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli,” ha dichiarato la Freedom Flotilla Coalition.

Mentre Stati Uniti e Israele parlano di un presunto “trattato di pace”, le autorità israeliane hanno annunciato che ai palestinesi di Gaza sarà ancora vietato il ritorno a Gaza City e nel Nord della Striscia.

Un cessate il fuoco è solo il minimo indispensabile: occorre continuare la lotta per porre fine all’assedio illegale di Gaza e all’occupazione della Palestina.

LE RICHIESTE DELLA FREEDOM FLOTTILLA E DELLA THOUSANDS MADLEENS

Fine immediata del blocco israeliano su Gaza

Cessazione permanente del genocidio e della violenza israeliana in tutta la Palestina

Liberazione immediata di tutti i volontari sequestrati

Consegna diretta degli aiuti umanitari ai palestinesi, senza controllo o ostacoli da parte di Israele

Giustizia e responsabilità per l’attacco alla nostra flottiglia

Fonte

La mobilitazione per la Palestina non smobilita

Le piazze italiane tornano a mobilitarsi per Gaza e a sostegno della Freedom Flotilla e della Thousands Madleens to Gaza abbordate dai militari israeliani nella notte di mercoledi. Tra gli attivisti arrestati ci sono anche 10 italiani, molti dei quali medici, infermieri, giornalisti.

Da Roma a Milano, passando per Bologna e Napoli, dopo le enormi manifestazioni e lo sciopero generale della scorsa settimana, le piazze sono tornate a riempirsi di bandiere della Palestina. Ancora una volta migliaia di persone, nonostante il tour de force della scorsa settimana e la criminalizzazione delle manifestazioni da parte del governo, non hanno voglia di tornare a casa e mantengono alto il livello di mobilitazione a sostegno del popolo palestinese.

A Roma almeno 5mila manifestanti si sono concentrati al Colosseo e poi sono partiti verso Porta San Paolo. La bandiera della Palestina è stata proiettata su un lato della Piramide Cestia.

A Milano il corteo, partito da piazzale Lodi, si è concluso in piazza Leonardo Da Vinci, a Città Studi. Anche qui almeno 5mila i manifestanti. “Fermiamo la complicità del governo con il genocidio. Palestina libera”, si legge sul cartellone in testa. Nel corteo è comparso anche un cartello con una foto di Giorgia Meloni vestita da gerarca fascista.

A Torino tremila persone si sono concentrate in piazza Castello. Il presidio, iniziato nel tardo pomeriggio, s’inserisce nella serie di iniziative del coordinamento Torino per Gaza. “Il Piemonte sa da che parte stare. Palestina libera! Ora è sempre resistenza” è lo striscione di apertura del corteo.

A Bologna, il corteo con migliaia di persone è partito da piazza Maggiore. La manifestazione, oltre al sostegno al popolo palestinese e alla Freedom Flotilla Coalition, si è espresso anche contro la violenta repressione della polizia avvenuta il giorno prima.

A Napoli migliaia di persone hanno preso parte alla manifestazione organizzata dalla Rete per la Palestina che si era data appuntamento a piazza Municipio. Il corteo, partito da Piazza Municipio, dopo aver attraversato il lungomare, ed è stato bloccato dalla polizia a poca distanza dal Consolato Usa, a Piazza della Repubblica.

Momenti di tensione a Bergamo al corteo organizzato dalla “Rete Bergamo per la Palestina”, cui hanno preso parte circa centinaia di persone che si erano concentrate in Porta Nuova. Il corteo ha raggiunto Palazzo Frizzoni, sede del Comune, dove un gruppo ha sfondato il cordone della polizia riuscendo ad entrare nel cortile interno dell’edificio. Dopo mezz’ora di contestazione, tra cori e slogan, i manifestanti sono usciti da Palazzo Frizzoni e sono tornati in Porta Nuova.

Ieri sera sono state tante le città coinvolte nella mobilitazione contro il genocidio del popolo palestinese. Manifestazioni si sono svolte anche a Brescia, Parma, Reggio Emilia, Modena, Padova, Lecco, Piacenza, Chieti, Bari, Salerno, Taranto, Ferrara, Venezia, Varese, Lecco, Firenze, Cagliari e in tante altre città grandi e piccole.

Fonte e foto delle piazze

08/10/2025

Attaccata in acque internazionali anche la seconda Flotilla

La Freedom Flotilla Coalition (Ffc) denuncia che “a circa 120 miglia nautiche da Gaza, Israele ha attaccato” la spedizione. Risultano intercettate tutte le nove imbarcazioni che ne facevano parte. Israele conferma da parte sua di aver intercettato la nuova Flotilla.

Secondo i media israeliani sono circa 150 gli attivisti della nuova flottiglia diretta a Gaza arrestati dalla Marina israeliana e deportati verso il porto di Ashdod. Sono una decina gli attivisti italiani coinvolti nella seconda spedizione delle Flotilla.

“Li hanno attaccati in acque internazionali, ancora una volta un’azione piratesca. Ci aspettavamo che per la nave Conscience ci fosse, per una volta, più comprensione visto che a bordo ci sono professionisti sanitari e 18 tonnellate anche di materiale sanitario, ma non c’è stata” ha dichiarato all’Adnkronos Michele Borgia, portavoce della delegazione italiana della Freedom Flotilla, commentando l’abbordaggio di questa notte a otto barche a vela e una nave della Freedom Flottilla e della Thousand Madleens.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere volontari internazionali a bordo di navi civili umanitarie”, ha dichiarato David Heap, membro della Canadian Boat to Gaza e del Comitato di Coordinamento della Freedom Flotilla Coalition. “Questo sequestro viola apertamente il diritto internazionale e sfida le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che impongono un accesso umanitario senza ostacoli a Gaza. I nostri volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o denunciato un blocco illegale. La loro detenzione è arbitraria, illegittima e deve terminare immediatamente”.

La Freedom Flotilla Coalition afferma che “a circa 120 miglia nautiche da Gaza, in acque totalmente internazionali, e semmai vicinissime a quelle egiziane (all’altezza di Porto Said) Israele ha attaccato” la spedizione. La flottiglia pubblica sui suoi canali social un nuovo video in cui si vede una delle sue imbarcazioni con dei soldati a bordo e si sente una sirena di segnalazione.

I volontari ribadiscono: “L’esercito israeliano non ha giurisdizione legale sulle acque internazionali. Al momento, fonti indicano che l’equipaggio disarmato a bordo, inclusi medici, giornalisti e funzionari eletti, è stato rapito, così come gli aiuti. La loro ubicazione rimane sconosciuta”.

Vincenzo Fullone, portavoce italiano della Conscience, nell’ultimo post spiegava che l’equipaggio era consapevole dell’arrivo imminente delle forze israeliane: “Una nave ha spento il radar e viene verso di noi”. 

A bordo di questa spedizione ci sono soprattutto medici e infermieri, e il carico è costituito fondamentalmente da medicinali per compensare la sistematica distruzione delle strutture sanitarie a Gaza (sempre ricordando che “sparare sulla Croce Rossa”, com’è abituale da parte dell’esercito israeliano, è la prova dell’abiezione peggiore). In tutto circa 140 persone provenienti da 30 Paesi diversi. “La nostra flottiglia non rappresenta alcun pericolo. Trasportiamo aiuti vitali per un valore di oltre 110.000 dollari in medicinali, dispositivi respiratori e forniture alimentari, destinati agli ospedali di Gaza”.

Bisogna ricordare sempre che le Convenzioni di Ginevra e le norme marittime prevedono protezione per personale medico e ospedaliero in conflitti armati. E non “fino ad un certo punto”. Perché a Gaza non c’è una “guerra” tra due eserciti, ma un genocidio contro un popolo che resiste come può.

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Avviso di emergenza della redazione di Contropiano

Mercoledi 8 ottobre. Questi i primi appuntamenti per le mobilitazioni di oggi nelle città contro l’assalto israeliano alla nuova flottiglia:

Bologna, ore 18.00 Piazza Maggiore

Napoli, ore 18.00 Piazza Municipio

Ferrara, ore 15.30 Giardini Margherita

Roma, ore 18.30 Colosseo

Salerno, ore 18.30 Piazza Vittorio Veneto

Parma, ore 16.00 Piazza Garibaldi

Varese, ore 18.30 Piazza Montegrappa

In aggiornamento...

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Il post sulla nuova missione della Freedom Flotilla che avevamo ospitato e che era pronto per la pubblicazione

Torno a scrivere perché di questa missione si parla troppo poco. Nove imbarcazioni stanno avanzando nel Mediterraneo. Portano medicine, bisturi, garze e morfina. Portano medici, infermieri, operatori sanitari. Novanta in tutto, di cui sei italiani. Li chiamano “la seconda ondata” della Freedom Flotilla Coalition.

La loro rotta è Gaza, la città imprigionata, dove si muore anche per una ferita curabile, per una febbre non trattata. Con loro naviga anche Thousand Madleens, rete internazionale di attivisti e soccorritori, unita dallo stesso principio: rompere il blocco israeliano e far arrivare aiuti sanitari a chi da mesi vive sotto le bombe e senza ospedali.

È un atto di disobbedienza umanitaria.

Un’azione coperta dalla Convenzione di Ginevra, che protegge i sanitari impegnati nell’assistenza ai civili in guerra. Arrestarli significherebbe calpestare apertamente il diritto internazionale. Ma chi può ancora fingere stupore? Quante volte abbiamo visto il governo terrorista israeliano violare le leggi del mondo, certo dell’impunità garantita da Washington e dal silenzio europeo?

Visto come è stata trattata la Global Sumud Flotilla, è difficile immaginare che la nuova missione avrà un destino diverso.

“Se Israele arresterà professionisti della sanità protetti dalle convenzioni internazionali, i governi dei loro Paesi non potranno non intervenire con maggiore forza rispetto a quanto fatto con la Sumud”, auspica Michele Borgia, portavoce italiano della Freedom Flotilla.

Le nuove barche, capitanate dalla nave ammiraglia Conscience, trasportano un carico doppio: medicine e dignità. E ricordano a chi guarda che il mare può ancora essere un luogo di resistenza, non solo di naufragi.

“Questo è un ospedale che galleggia – racconta Vincenzo Fullone, portavoce italiano dell’ammiraglia -. Trasportiamo materiali sanitari e farmaci da banco che non entrano a Gaza. I dottori a bordo lavorano giorno e notte per catalogarli in base all’uso. Stanno andando a dare il cambio ai colleghi di lì, che fanno turni infiniti negli ospedali o vengono uccisi. Molti sono palestinesi e rischiano il doppio rispetto a noi. E i giornalisti vanno a sostituire i reporter eliminati in questi due anni, perché non si spenga la luce su ciò che sta accadendo.”

La Flotilla non è una sigla: è una coscienza. Oggi, se resta un barlume di umanità, è in quei pacchi di antibiotici caricati a mano, in quei medici, in quelle barche che sfidano cannoni e leggi ingiuste.

Ora puntiamo tutti gli occhi sulla Freedom Flotilla. Tutte le voci con loro.

Perché la vera frontiera non è il mare di Gaza: è la nostra coscienza.

Per monitorare la navigazione

Fonte

07/10/2025

La battaglia della Flottiglia prosegue, altre navi sono dirette a Gaza

Altre nove imbarcazioni con a bordo medici, infermieri e giornalisti sono dirette verso la Striscia di Gaza.

Si tratta di una missione congiunta della Freedom Flotilla Coalition, che dal 2010 sfida il blocco navale imposto da Israele a Gaza, e della Thousand Madleens.

Le navi di questa Flottilla sono partite da Otranto e Catania tra il 25 e il 30 settembre scorso e hanno superato Creta. Per mercoledi/giovedi dovrebbero arrivare nella zona critica con il rischio di attacco e abbordaggio da parte della Maria militare israeliana.

Due delle undici navi – la Ghassan Khanafani e la Al Awda – due giorni fa sono dovute riparare nei porti greci per problemi tecnici. A bordo dell’ammiraglia – la Conscience – ci sono decine di medici e infermieri e materiale sanitario.

Secondo il diritto umanitario i medici sono persone protette e non possono essere arrestati per il solo fatto di esercitare la loro professione. Le Convenzioni di Ginevra del 1949 prescrivono la tutela del personale sanitario “in ogni circostanza”. L’articolo 23 della IV Convenzione, ratificato da Israele, precisa che “Ciascuna Parte contraente accorderà il libero passaggio per qualsiasi invio di medicamenti e di materiale sanitario”, formulazione comunemente interpretata in modo da includere anche i sanitari stranieri.

Visto il trattamento riservato da Israele alla Global Sumud Flotilla è difficile pensare che alla nuova missione possa andare molto diversamente. Ma per gli organizzatori in questo caso il punto è politico: rompere un blocco navale illegale che dura fin da troppo tempo e far arrivare a Gaza medici e infermieri per dare il cambio e supporto ad un personale sanitario stremato e decimato dall’esercito israeliano.

Che tutti gli occhi si concentrino adesso su questa nuova Flotilla, la battaglia per salvare la popolazione palestinese di Gaza e fermare il genocidio non è ancora finita.

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04/10/2025

C’è una nuova Flottilla in rotta verso Gaza

Conclusasi con l’abbordaggio israeliano e l’arresto degli attivisti a bordo la Global Sumud Flotilla, c’è una nuova flottiglia di 11 tra barche e navi che sta facendo rotta verso Gaza.

Si tratta della Freedom Flotilla che prende il nome dalla prima missione – quella del 2010 che vide 10 attivisti turchi uccisi dai militari israeliani sulla nave Mavi Marmara – e che cercherà nuovamente di rompere il blocco navale di Israele che dal 2009 occupa le acque internazionali a ridosso delle acque territoriali palestinesi di Gaza.

L’ammiraglia è la nave Conscience, ci sono poi le navi Gassan Ghanafani e Al Awda (“Il ritorno”), e altre otto navi.

Alcune di queste navi sono partite nei giorni scorsi da Otranto, altre dalla Sicilia.

La “Conscience” è una nave che porta con sé oltre cento medici, infermieri, operatori sanitari.

“Non trasportiamo “barrette di cioccolato”, come Israele ha avuto l’arroganza di dire riguardo alle nostre missioni precedenti. Trasportiamo esseri umani. Trasportiamo umanità” scrive in una nota la Freedom Flotilla. “La Conscience non è solo una nave: è un atto di resistenza internazionale, un fronte di popoli che si solleva contro il colonialismo, lo stesso che ha piegato e insanguinato terre, culture, civiltà”.

Intanto potrebbero cominciare da oggi i rilasci degli attivisti ancora detenuti in Israele della Global Sumud Flotilla, mentre la flottiglia di una quarantina di imbarcazioni partite dalla Turchia sembra che abbia sospeso la sua navigazione verso Gaza.

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29/07/2025

Israele sequestra la Freedom Flotilla, i portuali italiani bloccano l’accesso di navi destinate a Israele

Venerdì notte le forze armate israeliane hanno sequestrato in acque internazionali l’equipaggio e la nave Handala della Freedom Flotilla diretta con aiuti umanitari a Gaza. Gli attivisti a bordo sono stati fermati in carcere in attesa di essere espulsi. Ma l’arroganza israeliana sta incontrando nel mondo – e anche in Italia – pane per i suoi denti.

L’Unione Sindacale di Base del porto di Genova ha proclamato 24 ore di sciopero per martedì 5 agosto al terminal Psa Genova Pra’ dopo aver ricevuto segnalazioni sul trasporto di materiale bellico all’interno di tre container della compagnia Evergreen e trasportati sulla nave portacontainer Cosco Pisces attualmente in rada di fronte al porto di La Spezia in attesa di poter ormeggiare al La Spezia Container Terminal.

Secondo quanto appreso da Shipping Italy la nave Cosco Pisces dovrebbe approdare appena possibile al porto di La Spezia dove però non verranno sbarcati i tre container di Evergreen nel mirino dei portuali e delle associazioni che protestano contro i traffici di armi.

La compagnia di navigazione di Taiwan pare infatti abbia deciso di far tornare i tre container sotto tiro da dov’erano partiti.

Il sindacato USB in un comunicato spiega come la conferma che il materiale bellico stesse viaggiando a bordo della nave Cosco Pisces sia arrivata “dai portuali del Pireo, in Grecia, nell’ambito di quella rete di solidarietà internazionale che da mesi si oppone al traffico di armi nei porti del Mediterraneo”.

USB chiarisce che “queste operazioni non rientrano tra i servizi essenziali tutelati dalla legge 146/1990, che garantisce solo le funzioni legate ai diritti fondamentali come salute, istruzione e comunicazione. Al contrario, la stessa normativa riconosce la legittimità dello sciopero quando è finalizzato a difendere l’ordine costituzionale e la sicurezza collettiva. Fermare la logistica di guerra non è quindi solo una scelta politica e morale, ma anche un diritto pienamente esercitabile”.

La protesta (che ancora non è chiaro se verrà comunque confermata o meno) è in programma a partire dalle ore 22 del 4 agosto fino alle 21:59 del giorno successivo, con un’astensione di otto ore consecutive per il personale amministrativo e turnista. Saranno comunque garantiti i servizi minimi previsti dal contratto e dalla legge. La proclamazione potrebbe subire variazioni in base alla programmazione della nave, ma il messaggio dei portuali è chiaro: “Non lavoreremo per la guerra”.

Questa non è un’azione isolata. “Negli ultimi mesi USB – si legge ancora nella nota – ha moltiplicato le iniziative per spezzare la catena logistica che alimenta conflitti e massacri. A giugno i lavoratori hanno incrociato le braccia all’aeroporto di Brescia Montichiari per bloccare un carico di armi, e a luglio il presidio davanti al Comune di Genova ha rilanciato la richiesta di dichiarare i porti liguri off limits per le spedizioni belliche. La mobilitazione è parte di un fronte internazionale che unisce i portuali di Francia, Grecia, Germania e Nord Africa”.

Il sindacato dei portuali porta avanti anche una battaglia sul piano legale. “Dopo che la Commissione di Garanzia – scrivono – ha tentato di limitare il diritto di sciopero, USB ha ribadito che considerare le armi un servizio essenziale è un’idea inaccettabile e contraria ai principi costituzionali. Da qui nasce la campagna ‘Il lavoro ripudia la guerra’, che rivendica un principio semplice: i porti italiani non devono diventare basi logistiche per i conflitti, ma restare luoghi al servizio delle comunità”.

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27/07/2025

Israele sequestra l’equipaggio e la nave Handala della Freedom Flotilla

Facendo seguito all’intercettazione illegale della Handala, le autorità israeliane hanno confermato l’arrivo dell’imbarcazione, trainata al porto di Ashdod, dopo 12 ore di navigazione.

Nonostante le ripetute richieste, le autorità israeliane continuano a negare agli avvocati di Adalah l’accesso agli attivisti detenuti, impedendo di incontrarli per fornire la necessaria assistenza legale.

Adalah ribadisce che le persone a bordo della Handala partecipavano a una missione civile e pacifica, volta a rompere il blocco illegale imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

L’imbarcazione è stata intercettata in acque internazionali: il rapimento e la detenzione degli attivisti costituisce quindi una chiara violazione del diritto internazionale e il reato di sequestro di persona.

Dopo il sequestro illegale avvenuto in acque internazionali da parte delle forze di occupazione israeliane, le persone a bordo della Handala sono state trasferite al porto di Ashdod.

In luogo sono presenti avvocati del team legale Adalah e alcune delegazioni diplomatiche, che attendono di poter incontrare l’equipaggio. Tra i sequestrati ci sono due attivisti italiani: Antonio Mazzeo e Tony La Piccirella.

Al momento, tuttavia, l’accesso non è stato ancora autorizzato.

Fonte

10/06/2025

Israele rapisce l’equipaggio della Freedom Flotilla

Il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato oggi che la barca umanitaria Madleen, diretta a Gaza con a bordo l’attivista svedese Greta Thunberg, è stata dirottata e sta per attraccare in Israele da dove i suoi passeggeri dovranno “tornare nei loro Paesi”.

La barca a vela “sta dirigendosi in sicurezza verso le coste di Israele. È previsto che i passeggeri tornino nei loro paesi”, ha dichiarato il dicastero in una nota poco dopo che la ong Freedom Flotilla che ha noleggiato la nave ha annunciato che l’imbarcazione era stata “abbordata” dalle forze israeliane.

“Le comunicazioni con la Madleen sono state interrotte. L’esercito israeliano ha sequestrato la nave”, ha dichiarato l’organizzazione su Telegram sostenendo che l’equipaggio è stato “rapito dalle forze israeliane”.

Fonte: Ansa

Che questa sarebbe stata, per ora, la conclusione della missione umanitaria era diventato chiarissimo già ieri, quando il criminale di guerra nonché ministro della Difesa, Israel Katz, aveva dichiarato: “Ho dato l’ordine all’Idf di agire affinché la Madleen non raggiunga Gaza. All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro, perché non raggiungerete Gaza”.

Il Madleen, un veliero di 18 metri, era salpato il primo giugno da Catania ed ha veleggiato lungo le acque territoriali egiziane verso la meta irraggiungibile della costa di Gaza. Carica di aiuti umanitari (soprattutto medicinali), evidentemente un “pericolo” per il disegno genocidiario, non aveva alcuna possibilità materiale di riuscire a passare, ma l’azione è stata comunque utile a scuotere le sopite “coscienze” occidentali che da 20 mesi fingono di non vedere e non sentire quel che accade a Gaza e in Cisgiordania.

Stavolta, paradossalmente, il rischio che i killer dell’Idf aprissero il fuoco – come era accaduto nel 2010 con la Mavi Marmara, nave battente bandiera turca (paese Nato!), in cui erano rimasti uccisi nove attivisti e membri dell’equipaggio – è stato relativamente minore, ma solo grazie alla notorietà internazionale di Greta Thunberg, dell’attore irlandese Liam Cunningham (Trono di spade), nonché al ruolo di Rima Hassan, membro del gruppo parlamentare europeo La France Insoumise.

L’esercito fa sapere che i passeggeri “dovrebbero tornare nei loro paesi d’origine”. L’attracco e il sequestro dell’equipaggio, della nave e del carico di aiuti umanitari è avvenuto in acque internazionali.

Israele ha ribadito che non permetterà che il blocco, in vigore dal 9 ottobre del 2023, due giorni dopo l’attacco di Hamas, sia violato da nessuno.

Secondo il canale di notizie Israel Hayom, l’equipaggio della Madleen sarà detenuto nel carcere di Givon, in celle separate. Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir avrebbe ordinato il divieto di qualsiasi tipo di dispositivo di comunicazione, compresi radio e televisori.

Il ministro degli esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha fatto sapere di aver chiesto a Tel Aviv di poter visitare i sei cittadini francesi sequestrati appena saranno giunti in Israele “al fine di accertare la loro situazione e facilitare il loro rapido ritorno in Francia”.

Aggiornamenti 

Gli attivisti della Madleen saranno costretti a guardare un video sull’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023

Il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato all’esercito di mostrare un video sull’attacco di Hamas in Israele, il 7 ottobre 2023, a Greta Thunberg e gli altri 11 attivisti della Freedom Flotilla fermati con la forza e arrestati la scorsa notte in acque internazionali mentre tentavano di raggiungere Gaza per portare solidarietà e aiuti umanitari alla popolazione palestinese.

Katz ha anche elogiato i soldati per la loro rapida presa di controllo della Madleen. (Michele Giorgio, da Gerusalemme).

Secondo l’Autorità israeliana per l’immigrazione, i membri dell’equipaggio delle Freedom Flotilla non sono ancora entrati in Israele, nonostante più fonti li davano già ad Ashdod. Le procedure legali sarebbero dunque spostate a domani, così come l’udienza in tribunale. A quanto pare, Tel Aviv intende espellerli immediatamente dopo l’arrivo in Israele. Coloro che non possono essere deportati immediatamente, verranno trasportati domani in un’aula di tribunale.

Stralci dal comunicato ufficiale della Freedom Flotilla.

“Israele non ha l’autorità legale per trattenere i volontari internazionali a bordo della Madleen”, ha dichiarato Huwaida Arraf, avvocato per i diritti umani e organizzatrice della Freedom Flotilla. “Questo sequestro viola palesemente il diritto internazionale e viola gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia che impongono il libero accesso umanitario a Gaza. Questi volontari non sono soggetti alla giurisdizione israeliana e non possono essere criminalizzati per aver consegnato aiuti o contestato un blocco illegale: la loro detenzione è arbitraria, illegale e deve cessare immediatamente”.

Israele sta ancora una volta agendo nella totale impunità. Ha sfidato gli ordini vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia di consentire il libero accesso umanitario a Gaza, ha ignorato le leggi internazionali a tutela della navigazione civile e ha respinto le richieste di milioni di persone in tutto il mondo che chiedevano la fine dell’assedio e del genocidio.

Questo ultimo atto di aggressione contro la Freedom Flotilla segue l’impunito attacco israeliano con drone alla nostra precedente nave, la Conscience, che ha causato il ferimento di quattro volontari civili e la messa fuori uso della nave, in fiamme nelle acque europee. Quell’attacco immotivato ha violato il diritto internazionale. Ora Israele ha intensificato nuovamente i suoi attacchi prendendo di mira un’altra nave civile pacifica.

“I governi del mondo sono rimasti in silenzio quando la Conscience è stata bombardata. Ora Israele sta mettendo nuovamente alla prova quel silenzio”, ha dichiarato Tan Safi, un altro organizzatore della Freedom Flotilla. “Ogni ora senza conseguenze incoraggia Israele a intensificare i suoi attacchi contro i civili, gli operatori umanitari e i fondamenti stessi del diritto internazionale”.

Esigiamo:

• La fine dell’assedio illegale e mortale di Gaza.

• Il rilascio immediato di tutti i volontari rapiti.

• La consegna immediata di aiuti umanitari direttamente ai palestinesi, indipendentemente dal controllo della potenza occupante.

• Piena responsabilità per gli attacchi militari a Madleen e Conscience.

I governi devono adempiere ai loro obblighi di diritto internazionale e smettere di consentire i crimini di Israele. Siamo imperterriti. Ripartiremo. Non ci fermeremo finché l’assedio non finirà e la Palestina non sarà libera.

Fonte

04/05/2025

Greta Thunberg non è più l’icona innocua della crisi climatica

Era il 2018 quando, con il suo impermeabile giallo, le treccine bionde e il cartello “SKOLSTREJK FÖR KLIMATET”, l’attivista svedese Greta Thunberg diede il via al movimento Fridays for Future. Quel gesto mobilitò milioni di giovani in tutto il mondo, portando la crisi climatica al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente, Greta ha sempre dovuto affrontare pressioni spropositate per il suo ruolo pubblico: dai media scandalistici che ridicolizzavano il suo disturbo di Asperger, alle critiche di figure pubbliche come Donald Trump, che la descrisse come una «persona con problemi di gestione della rabbia».

Nonostante ciò, Greta riuscì a innescare un movimento generazionale, noto come “effetto Greta”, e il 2019 si rivelò cruciale per i partiti verdi europei, anche grazie a milioni di persone scese in piazza ispirate dal suo esempio. Quell’anno, fu nominata “persona dell’anno” dalla rivista Time e ricevette candidature al Nobel per la Pace. Insomma, sembrava che fosse una bambina prodigio destinata a cambiare il mondo ancor prima di raggiungere l’età adulta.

Tuttavia, dopo mesi di silenzio, nel 2024 i titoli di giornale sono cambiati drasticamente: “Da icona dell’ecologia alla glorificazione del terrorismo palestinese”, “Greta Thunberg continua a farci arrabbiare”, “Greta Thunberg si radicalizza”.

Tutto questo dopo le proteste a Milano e Berlino, dove ha affrontato apertamente i temi del colonialismo e dell’oppressione globale. Durante un discorso a Milano, in un raduno contro il massacro di civili a Gaza, ha dichiarato: «Se tu, come attivista per il clima, non combatti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima».

Sempre in ottobre ha visitato il collettivo di fabbrica GKN, esempio di lotta intersezionale e di mobilitazione dal basso che, poco fuori Firenze, lotta per una produzione ecologica, con una visione di riappropriazione dell’energia come bene comune. Come ha affermato Greta, «la lotta per arrivare alla fine del mese è la stessa lotta contro la fine del mondo», sottolineando il legame tra le questioni ambientali, sociali, di genere e territoriali.

Questa evoluzione ha segnato un cambiamento nella percezione pubblica: da “paladina del clima”, celebrata per aver ispirato milioni di persone, a figura accusata di essere “pronta alla violenza”, in contrasto con l’immagine innocua di un tempo. Le sue prese di posizione su temi politici più ampi, come i diritti dei e delle palestinesi e la critica al colonialismo, hanno generato polemiche, portando a multe, arresti e persino richieste di divieto d’ingresso in Germania.

Recentemente, sembra che Greta sia caduta nell’oblio agli occhi del grande pubblico: una volta onnipresente, lodata e ammirata, ora sembra quasi assente o, quando menzionata, trattata negativamente dai governi e media che un tempo la sostenevano. Si potrebbe pensare che si sia ritirata dall’attivismo, se non fosse per le sue occasionali apparizioni sui giornali e sui social, spesso ritratta in situazioni di tensione: in manette o trascinata dalle forze dell’ordine, da Londra a Copenaghen, Oslo, Malmö, L’Aia e Lützerath.

Cosa c’è dietro questo cambiamento di percezione di Greta Thunberg? Perché questi eventi hanno avuto una scarsa copertura mediatica?

Il messaggio iniziale di Greta era un semplice “invito a seguire la scienza”, proveniente da una bambina europea, bionda, di classe media, con genitori sostenitori e istruiti. Come nota Nadeine Asbali, sembrava il prodotto della buona educazione, perfettamente in linea con i valori liberali occidentali.

Il suo messaggio politico era neutro, almeno per un pubblico mainstream di persone non disposte a negare l’esistenza della crisi climatica: chi poteva non concordare sul fatto che gli animali non debbano estinguersi, o sul non permettere che le temperature globali raggiungano livelli inabitabili?

Greta era la perfetta “poster child”, volto simbolo di una lotta climatica innocente e neutrale. Sembra che i politici mondiali abbiano ammirato la sua convinzione adolescenziale senza mai davvero ascoltare il suo messaggio, sfruttandola come simbolo quando conveniente, salvo poi non fare nulla per mitigare la crisi climatica.

La semplicità iniziale del suo messaggio, con frasi potenti come “La nostra casa è in fiamme”, unita a simboli facilmente riconoscibili come le treccine e il cappotto giallo, fu la chiave del suo successo: diretto, universale e comprensibile. Le metafore sono cruciali nel costruire il carisma, come afferma John Antonakis, docente di comportamento umano in ambito organizzativo all’università di Losanna, e la determinazione di Greta nel perseguire ciò che ritiene giusto ha contribuito al suo impatto.

Questo atteggiamento, che non si lascia influenzare dal giudizio altrui, è tipico dei leader carismatici. La sua schiettezza, unita alla sua trasparenza, ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare il suo messaggio e nel renderla una vera e propria icona. Le persone nello spettro autistico, infatti, possono avere una comunicazione diretta e una visione unica, che le rende capaci di concentrarsi su ciò che considerano giusto con grande determinazione.

Essere elevati a icona però comporta aspettative irrealistiche e una pressione continua per mantenere la coerenza tra immagine pubblica e azioni personali. Quando queste aspettative non sono rispettate, il consenso può trasformarsi rapidamente in ostilità, passando dall’idolatria all’idiosincrasia, cioè l’avversione per ciò che una volta era idolatrato. Questo meccanismo è particolarmente visibile tra gli adolescenti, che sono estremamente radicali nel costruire e distruggere i loro simboli.

Greta è inevitabilmente cresciuta e con lei il suo pensiero politico, discostandosi dalle aspettative irrealistiche di una lotta climatica “neutrale”. Non è più la diciassettenne con il cappotto giallo e le treccine, simbolo innocuo e facilmente idolatrabile: oggi è una giovane donna di 22 anni che indossa con orgoglio la kefiah, simbolo di resistenza palestinese, e affronta senza paura temi come l’ingiustizia sistemica, il capitalismo e i diritti delle popolazioni del Sud globale.

E se un tempo il suo messaggio veniva accolto perché percepito come “non minaccioso”, oggi, nel denunciare apertamente le vere cause della crisi climatica, Greta non è più sfruttabile come icona innocua. La sua lotta si è fatta intersezionale, intrecciando giustizia ambientale, capitalismo, colonialismo, consumismo e imperialismo. Questo ha coinciso con un netto declino della sua visibilità mediatica.

Le persone infatti tendono a preferire cause chiaramente definite, mentre una lotta che intreccia giustizia ambientale e diritti umani richiede una comprensione più complessa. Il pericolo dell’intersezionalità sta proprio nella sua complessità: il messaggio diventa meno immediato, più difficile da afferrare.

Noti studi psicologici mostrano come siamo più inclini a semplificare le informazioni e a ignorare i collegamenti complessi tra fenomeni, come la distruzione degli habitat e le decisioni politiche o economiche. Per molti, queste connessioni non risultano intuitive.

In questo contesto, i media giocano un ruolo cruciale: possono decidere chi elevare a simbolo e chi silenziare, influenzando la percezione pubblica e l’efficacia di un intero movimento. Greta è infatti diventata rapidamente bersaglio di attacchi personali, chiaro esempio della fragilità e pericolosità delle figure simboliche, facilmente distorte per delegittimare il messaggio che rappresentano.

Nonostante ciò, ha resistito a questa pressione, mostrando una straordinaria capacità di rimanere fedele ai suoi principi e di evolversi come persona pubblica. Questo passaggio da simbolo a individuo autentico, capace di affrontare critiche e trasformazioni, rappresenta una lezione importante per l’attivismo: la necessità di costruire movimenti collettivi che vadano oltre l’esaltazione di una sola figura, rendendo il messaggio più resiliente alle sfide esterne.

Quest’anno mi è capitato di citare Greta dicendo: “La nostra casa è in fiamme”. Una persona mi rispose con decisione: «È diverso dire “La nostra casa è in fiamme” rispetto a “Qualcuno ha appiccato un incendio a casa nostra”». Ma la verità è questa: la crisi climatica ha dei responsabili, qualcuno lo ha appiccato veramente questo incendio, metaforico e non, ma troppo spesso si è evitato di dirlo chiaramente.

Ora Greta lo afferma senza mezzi termini, puntando il dito direttamente sull’oppressione e le disuguaglianze sistemiche alla base della crisi climatica, e questa chiarezza rende il suo messaggio scomodo. Quindi, la risposta è: no, Greta non ha smesso di fare attivismo. Ma, come ha scritto Nadaline Asbali, se ci chiediamo perché il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato di Greta Thunberg, è perché sta colpendo il sistema “dove fa più male”.

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Le ultime notizie davano Greta Thurnberg tra gli attivisti che dovevano essere sulla nave della Freedom Flotilla che doveva portare aiuti umanitari a Gaza, poi bombardata dall’aviazione israeliana in acque internazionali.

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Droni contro la Flotilla che portava cibo a Gaza

Eliana Riva

A mezzanotte e ventitré di ieri, due droni da guerra hanno colpito diverse volte la nave Conscience della Freedom Flotilla, mentre si trovava in acque internazionali. Il primo sparo ha centrato l’esterno dello scafo, che ha cominciato a imbarcare acqua. Gli altri il ponte di prua e la zona dei generatori, lasciando l’equipaggio senza energia. La radio ha smesso di funzionare e le comunicazioni sono diventate complicate e discontinue. Si è subito sviluppato un incendio e sono giunte sul posto una nave di Cipro del Sud e una maltese.

Thiago Avila, della ong, ha dichiarato che la Flotilla ha inviato due barche in supporto ma che le navi maltesi non hanno permesso loro di avvicinarsi. In serata, gli attivisti hanno comunicato di temere un nuovo attacco e che la nave resta gravemente danneggiata. Ma la Guardia costiera maltese blocca lo scafo, impedendogli di giungere in un porto sicuro.

AL MOMENTO dell’attacco la Conscience ospitava trenta operatori umanitari provenienti da Turchia e Azerbaijan, cibo e medicine. Una nave disarmata, ferma a tredici miglia a nord-est di Malta nell’attesa di ricevere il permesso di attraccare al porto per far salire a bordo altri volontari e ulteriori beni essenziali.

La Freedom Flotilla Coalition, che dal 2008 organizza azioni con lo scopo di rompere l’assedio israeliano e raggiungere le coste di Gaza, aveva scelto di mantenere il riserbo sulla missione della Conscience. Per evitare di essere bloccata, come già diverse volte è accaduto.

A Malta si sarebbero dovuti imbarcare decine di altri volontari, tra cui l’attivista Greta Thunberg, che avrebbe proseguito verso Gaza insieme agli altri. In attesa a La Valletta anche due italiani, Simone Zambrin e Chiara Di Silvestro. Ma i meccanismi di boicottaggio godono di sistemi di supporto internazionale che usano la burocrazia come un’arma affilata.

«Tutte le missioni hanno registrato ritardi causati dalle autorità marittime – ci ha detto Michele Borgia, che si occupa in Italia della comunicazione per l’ong – Spesso le imbarcazioni vengono controllate e ricontrollate per giorni».

Gli attivisti puntano il dito contro Israele e i suoi partner. Chi poteva avere interesse a mettere fuori uso con le armi una nave umanitaria diretta a Gaza? Non ci sono prove certe ma un C-130 Hercules dell’aeronautica israeliana è partito da Tel Aviv giovedì pomeriggio e ha sorvolato, a bassa quota e per diverse ore, l’area in cui si trovava la Conscience. Secondo i dati di volo disponibili online sui siti di tracciamento e condivisi dalla CNN, l’aereo è ritornato in Israele sette ore dopo il decollo, quando l’attacco era già stato compiuto. Tel Aviv si è rifiutata di commentare.

Quindici anni fa, a maggio del 2010 Israele attaccò la Mavi Marmara, una delle sei navi della Freedom Flotilla che tentavano di forzare il blocco navale di Gaza. I militari uccisero nove attivisti turchi. Il presidente Erdogan, tra i primi a denunciare l’attacco di ieri, ha dichiarato la sua solidarietà al gruppo internazionale. Eppure, è stata proprio la Turchia a bloccare per mesi la nave al porto di Istanbul, lasciando che il cibo si deteriorasse e che parte degli aiuti diventasse inservibile.

Anche per questo motivo l’imbarcazione doveva attraccare a Malta, dove la attendeva un’agenzia incaricata al trasbordo del nuovo carico umanitario. Agenzia che ha inaspettatamente dichiarato di non intendere far fede al suo impegno e Malta non ha rilasciato il permesso di ingresso nelle sue acque territoriali.

Un’attesa di 48 ore che ha svelato il suo significato quando è giunta alla nave la temuta e familiare notizia. L’attesa in acque internazionali serviva a dar tempo alle pressioni di governi e paesi perché venisse ritirata la bandiera dell’imbarcazione. La Conscience batteva bandiera di Palau. L’identica cosa era accaduta lo scorso anno a un’altra missione della Flotilla che con tre navi, 5mila tonnellate di aiuti e centinaia di osservatori internazionali sarebbe dovuta partire da Istanbul. Il governo turco ritardò la consegna dei permessi fino a quando venne comunicato che la Guinea Bissau intendeva ritirare la sua bandiera.

Solo nel 2008, la Dignity riuscì a vincere il blocco e a raggiungere le coste di Gaza. Quella volta, insieme a tanti volontari internazionali, sbarcò anche Vittorio Arrigoni.

«Abbiamo valutato i rischi della missione – ha dichiarato al manifesto l’attivista italiano Simone Zambrin – ma abbiamo deciso di provare a fare quello che i nostri governi, complici, non fanno.
Esiste qualcosa di più genuino che portare cibo e medicine a chi ne ha bisogno? È la nostra resistenza non violenta a un atto disumano».

Dopo due mesi di blocco totale, neanche le associazioni internazionali a Gaza hanno gli strumenti per aiutare la popolazione. La risposta umanitaria «è sull’orlo del collasso totale», ha denunciato la Croce rossa. «Senza un’immediata ripresa delle consegne di aiuti, il Comitato Internazionale (Cicr) non avrà accesso al cibo, ai medicinali e ai beni di prima necessità fondamentali per sostenere molti dei suoi programmi a Gaza», si legge nel comunicato diffuso ieri. Gli ospedali, anche quelli da campo della Cicr, non hanno più medicine.

Vecchie scarpe si vendono a chilo come unica risorse per poter accendere un fuoco per cucinare o scaldarsi. Sempre più famiglie domandano, disperate, un aiuto per i propri figli che si stanno consumando tra fame e malattie, ormai solo costole e colonne vertebrali, senza la forza neanche di piangere. Ma Israele continua a bombardare case e tende, mentre minaccia di espandere ancora le sue operazioni militari.

Almeno sei persone sono state uccise ieri a Gaza City, in un attacco a una delle poche cucine di comunità ancora aperte. A Beit Lahiya Israele ha bombardato una casa in cui i parenti vegliavano la salma della vittima di un precedente attacco. I testimoni parlano di più di dodici morti, tutti membri della famiglia Al-Masri.

Fonte

01/07/2015

Israele sequestra nave della Freedom Flotilla. Arrestati attivisti a bordo

Ennesimo atto di pirateria della marina militare israeliana. A circa 100 miglia marine (oltre 190 chilometri) dalle coste di Gaza, quindi ampiamente in acque internazionali, il peschereccio “Marianne”, facente parte della missione Freedom Flotilla III, è stato circondato da vari mezzi della Marina israeliana che lo hanno fermato e abbordato, in un illegale atto di pirateria. Gli attivisti a bordo della “Marianne” sono stati sequestrati e – secondo quanto riferito dalle forze armate israeliane – trasferiti (contro la loro volontà) presso il porto militare israeliano di Ashdod. Non sappiamo nulla delle loro condizioni. La Marina militare israeliana ha nuovamente colpito nel cuore del Mediterraneo;  le loro rassicurazioni di aver agito senza attuare violenza non tranquillizzano affatto dato che – parla la storia – oscurano le comunicazioni di bordo, attaccano i passeggeri con pistole taser, li arrestano, li deportano e li sottopongono a interrogatori forzati.

Allarmati dalle minacce provenienti dal Primo Ministro israeliano, che da giorni minacciava quello che di fatto, nel silenzio delle istituzioni internazionali, ha avuto luogo – ovvero il sequestro del peschereccio in acque internazionali, con l’arresto e la deportazione ad Ashdod degli attivisti a bordo della Marianne – i sostenitori della Freedom Flotilla avevano sollecitato, con missive e comunicati stampa (caduti nel vuoto), il Presidente della Repubblica Italiana, Mattarella, il Presidente del Consiglio dei Ministri Renzi, il Ministro degli Affari Esteri Gentiloni, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Mogherini, chiedendo espressamente la tutela del diritto alla navigazione in sicurezza, in acque internazionali, per la missione Freedom Flotilla III.

Tra gli attivisti a bordo della Marianne attualmente sequestrati, ci sono una europarlamentare spagnola (Ana Miranda Paz), un musicista israelo/svedese (Dror Feiler), il primo presidente della primavera tunisina (Moncef Marzouki), ed anche il parlamentare della Knesset israeliana Basel Ghattas. Al momento diciotto persone sono state private della libertà solo per aver preteso il semplice rispetto del diritto internazionale, la libertà propria e altrui di navigare liberamente da porto a porto nel Mediterraneo.

E’ tempo che le istituzioni europee ed internazionali si assumano le proprie responsabilità e dicano la loro, ovvero se ritengono che nel Mediterraneo debba ancora valere il diritto internazionale e si condanni quindi qualsiasi paese che lo contravvenga con atti di pirateria, si chieda il rilascio immediato delle persone sequestrate e la restituzione del peschereccio “Marianne”, si pretenda – secondo il diritto internazionale e come richiede l’ONU – la fine del blocco sulla Striscia di Gaza da parte di Israele con l’apertura al mondo del porto di Gaza, il porto della Palestina.

La lista delle persone sequestrate dalla marina israeliana:

Dror Feiler – Svezia – Musicista & compositore
Bassel Ghattas – Parlamentare Knesset Israeliana
Dr. Moncef Marzuki – Tunisia – Attivista per i diritti umani, Ex-Presidente Tunisia
Ana Miranda Paz – Galizia – Membro del Parlamento Europeo (BNG)Nadya Kevorkova – Russia – GiornalistaKajsa Ekis Ekman – Svezia – Giornalista, ScrittriceRobert Lovelace – Canada – Professore Universitario & Capo nativo AlgonquinJoel Opperdoes – Svezia – EquipaggioGustave Bergstrom – Svezia – EquipaggioHerman Reksten – Norvegia – EquipaggioKevin Neish – Canada – EquIpaggioJonas Karlin – Svezia – EquipaggioCharlie Andreasson – Svezia – EquipaggioAmmar Al-Hamdan – Norvegia – Aljazeera ArabicMohammed El Bakkali – Marocco – Aljazeera ArabicOhad Hemo – Israele – Channel 2 Israeli TVRuwani Perera – Nuova Zelanda – MaoriTVJacob Bryant – Nuova Zelanda – MaoriTV