Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/02/2026

La sfida dei portuali alla macchina genocidaria israeliana e all’ordine capitalista

I porti italiani – per un Paese come il nostro, posizionato strategicamente nel cuore del Mediterraneo – rappresentano un pilastro fondamentale dell’economia e uno dei nodi più rilevanti della rete logistica. Ma sono anche un’infrastruttura i cui lavoratori incarnano oggi una una potente compagine contro quell’economia di guerra che è il vero fattore abilitante del massacro perpetrato contro il popolo palestinese. Mentre i governi occidentali, infatti, dichiarano formalmente di aver sospeso le vendite di armi a Israele, i porti italiani ed europei continuano a essere nodi cruciali di un’infrastruttura che rifornisce quotidianamente la macchina bellica israeliana. Ma, davanti a questa complicità, c’è chi alza la voce e si mobilita per spezzare la catena del genocidio.

I numeri del sistema portuale italiano: crescita record e ruolo strategico

481 milioni di tonnellate. È il volume di merci transitate nel 2024 nei porti del nostro Paese. Una crescita continuata anche nell’anno successivo, come documenta il report Assoporti-Srm che ha calcolato 250 milioni di tonnellate di merci movimentate nel solo primo semestre del 2025. Numeri che attestano l’esistenza di un sistema «strategico nel panorama europeo e mediterraneo», come viene definito dal presidente di Assoporti, Rodolfo Giampieri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.

Un ruolo cruciale confermato anche dal rapporto Unioncamere 2024 sull’economia del mare che attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti pari al 4% dell’occupazione italiana.

Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più legate al sistema portuale, si arriva a un valore aggiunto di 21,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL, e 260 mila lavoratori, pari all’1% dell’occupazione.

Nel mondo più del 90% del traffico merci viaggia via mare, in Italia circa il 40% degli scambi import-export passa dai porti. Ed è proprio dalle banchine di alcune città italiane che transita la cosiddetta “flotta del genocidio”, come la giornalista Linda Maggiori, in un dossier pubblicato da Altreconomia, definisce il sistema che rende possibile l’invio di materiali d’armamento a Israele, uno Stato ritenuto responsanbile di genocidio da una moltitudine di autorevoli organizzazioni internazionali.

Armi verso Israele: il traffico che attraversa i porti italiani nella zona grigia della legge

«Israele dipende quasi unicamente dal commercio via mare e senza un costante rifornimento marittimo non avrebbe mai potuto fare ciò che ha compiuto a Gaza», sottolinea Maggiori nel suo La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani, che documenta un sistema diffuso e strutturale di traffico di armi e materiali bellici diretti a Israele che avviene attraverso i porti italiani, in piena violazione della legge italiana 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi.

In Italia i transiti di armamenti avvengono in una zona grigia sul piano legale. La legge 185/1990, una delle norme più avanzate a livello mondiale di cui il nostro Paese si è dotato grazie alla spinta di numerose realtà della società civile, prevede esplicitamente che l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali d’armamento siano soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato, e vieta questi traffici verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come sarebbe appunto il caso di Israele. Eppure, similmente a un paradosso kafkiano, l’Ufficio nazionale delle Dogane ha candidamente dichiarato ad Altreconomia che non risultano transiti autorizzati semplicemente perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Ancora più inquietante è il ruolo delle istituzioni: il ministero dell’Interno e le prefetture conoscono in anticipo questi traffici e predispongono misure ad hoc (tra cui scorte armate).

Il dossier da lei curato documenta come i porti italiani – Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia, Trieste, Taranto – siano profondamente integrati nella rete logistica che rifornisce Israele e come, dopo l’inizio dell’offensiva a Gaza, ci sia stata addirittura un’impennata di spedizioni di materiali – tra cui nitrato di ammonio, ampiamente usato dall’esercito israeliano per radere al suolo in maniera “controllata” gli edifici di Gaza, ed esplosivi – verso lo Stato ebraico. Non si tratta solo di transito, ma anche di esportazioni dirette: dato che dal 7 ottobre 2023 l’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) non rilascia più autorizzazioni all’export di armi verso Israele, le aziende hanno ideato vari escamotage per inviare armi a Tel Aviv. Il traffico non riguarda solo materiale bellico  in senso stretto. Dai porti italiani partono anche fertilizzanti usati come precursori di esplosivi, Caterpillar utilizzati per distruggere villaggi palestinesi, macchinari e materiali edili per costruire insediamenti illegali in Cisgiordania.

Tre compagnie marittime dominano questo traffico: Zim, Msc e Maersk. Colossi che in alcuni casi sono sostenuti da potenti attori finanziari globali.

La Zim Integrated Shipping Services è una delle dieci più grandi compagnie di navigazione al mondo e uno dei principali trasportatori di armi verso Israele. Fino al 2003 era di proprietà dello Stato di Israele, poi è stata privatizzata ma mantiene stretti legami con il governo di Tel Aviv. Quotata alla Borsa di New York, tra i suoi principali azionisti annovera Israel Corporation (controllata dal gruppo Ofer Brothers*) ma anche UBS, BlackRock, Goldman Sachs, Morgan Stanley.

La Msc (Mediterranean Shipping Company), fondata a Napoli nel 1970 da Gianluigi Aponte, controlla il 20,6% del mercato mondiale con le sue 900 navi portacontainer. La moglie di Aponte è Rafaela Diamant Pinas, figlia di un importante banchiere israeliano.

Infine tra le compagnie citate da Maggiori figura Maersk, quotata sul Nasdaq Copenhagen e detenuta in gran parte dalla famiglia Møller, con azionisti istituzionali del calibro di BlackRock.

Il passaggio di armi dai nostri porti  avviene nella completa inerzia delle istituzioni, dall’Autorità nazionale Uama all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, dalle prefetture interessate fino al Parlamento. A contrastare l’immobilismo e il silenzio complice di questi ultimi, la resistenza dei lavoratori portuali.

Da Genova al mondo: la rete internazionale dei portuali in lotta

L’oscuro e mortifero traffico di materiali che rende possibili i crimini commessi da Israele in Palestina viene ostacolato quando non proprio bloccato dalle straordinarie mobilitazioni dei portuali. Le agitazioni contro i traffici bellici sono partite da Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990. Lo scorso 26 settembre è stato siglato il Manifesto internazionale dei portuali contro la guerra. A Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia e Trieste ci sono stati blocchi e proteste per fermare le navi delle compagnie israeliane. Il sindacato Usb pubblico impiego e agenzie fiscali, il 30 settembre 2025, ha chiesto «l’immediata interruzione delle operazioni di esportazione e transito di armi, materiale bellico e dual use verso Israele». Si sta sempre più rafforzando la solidarietà tra i portuali del Mediterraneo, con scambi di informazioni tra Marsiglia, Genova, Pireo, Anversa e altri porti per coordinare i blocchi. L’ultima clamorosa mobilitazione si è tenuta lo scorso 6 febbraio: come si legge sul Manifesto, per la prima volta i lavoratori portuali hanno scioperato «nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti», per opporsi alle guerre nel mondo ma anche per denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari.

In occasione della giornata di sciopero, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno in un reel su Instagram ha ribadito che i lavoratori del comparto non intendono essere complici del genocidio e del progetto imperialista portato avanti dai governi occidentali. José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova, ha definito il 6 febbraio «una giornata epica», preannunciando che la mobilitazione non si fermerà e che il coordinamento internazionale va verso una strutturazione interna. I portuali, forti della loro autocoscienza di classe e della straordinaria capacità di connettere le lotte contro tutte le derive del sistema capitalista, ci indicano la via per il suo futuro superamento. Non ci resta che seguirli.

*Oggi Israel Corporation è controllata, in ultima istanza, da Idan Ofer attraverso una catena di veicoli societari e trust familiari. Per un riflesso incondizionato ormai consulto sempre la Epstein library messa a disposizione dal Dipartimento di Giustizia statunitense. E anche questa volta ho avuto la conferma: Idan Ofer, una delle persone più ricche d’Israele, era tra i personaggi che gravitavano attorno al predatore sessuale e spia del Mossad Jeffrey Epstein.

Fonte 

04/05/2025

Greta Thunberg non è più l’icona innocua della crisi climatica

Era il 2018 quando, con il suo impermeabile giallo, le treccine bionde e il cartello “SKOLSTREJK FÖR KLIMATET”, l’attivista svedese Greta Thunberg diede il via al movimento Fridays for Future. Quel gesto mobilitò milioni di giovani in tutto il mondo, portando la crisi climatica al centro del dibattito pubblico.

Naturalmente, Greta ha sempre dovuto affrontare pressioni spropositate per il suo ruolo pubblico: dai media scandalistici che ridicolizzavano il suo disturbo di Asperger, alle critiche di figure pubbliche come Donald Trump, che la descrisse come una «persona con problemi di gestione della rabbia».

Nonostante ciò, Greta riuscì a innescare un movimento generazionale, noto come “effetto Greta”, e il 2019 si rivelò cruciale per i partiti verdi europei, anche grazie a milioni di persone scese in piazza ispirate dal suo esempio. Quell’anno, fu nominata “persona dell’anno” dalla rivista Time e ricevette candidature al Nobel per la Pace. Insomma, sembrava che fosse una bambina prodigio destinata a cambiare il mondo ancor prima di raggiungere l’età adulta.

Tuttavia, dopo mesi di silenzio, nel 2024 i titoli di giornale sono cambiati drasticamente: “Da icona dell’ecologia alla glorificazione del terrorismo palestinese”, “Greta Thunberg continua a farci arrabbiare”, “Greta Thunberg si radicalizza”.

Tutto questo dopo le proteste a Milano e Berlino, dove ha affrontato apertamente i temi del colonialismo e dell’oppressione globale. Durante un discorso a Milano, in un raduno contro il massacro di civili a Gaza, ha dichiarato: «Se tu, come attivista per il clima, non combatti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima».

Sempre in ottobre ha visitato il collettivo di fabbrica GKN, esempio di lotta intersezionale e di mobilitazione dal basso che, poco fuori Firenze, lotta per una produzione ecologica, con una visione di riappropriazione dell’energia come bene comune. Come ha affermato Greta, «la lotta per arrivare alla fine del mese è la stessa lotta contro la fine del mondo», sottolineando il legame tra le questioni ambientali, sociali, di genere e territoriali.

Questa evoluzione ha segnato un cambiamento nella percezione pubblica: da “paladina del clima”, celebrata per aver ispirato milioni di persone, a figura accusata di essere “pronta alla violenza”, in contrasto con l’immagine innocua di un tempo. Le sue prese di posizione su temi politici più ampi, come i diritti dei e delle palestinesi e la critica al colonialismo, hanno generato polemiche, portando a multe, arresti e persino richieste di divieto d’ingresso in Germania.

Recentemente, sembra che Greta sia caduta nell’oblio agli occhi del grande pubblico: una volta onnipresente, lodata e ammirata, ora sembra quasi assente o, quando menzionata, trattata negativamente dai governi e media che un tempo la sostenevano. Si potrebbe pensare che si sia ritirata dall’attivismo, se non fosse per le sue occasionali apparizioni sui giornali e sui social, spesso ritratta in situazioni di tensione: in manette o trascinata dalle forze dell’ordine, da Londra a Copenaghen, Oslo, Malmö, L’Aia e Lützerath.

Cosa c’è dietro questo cambiamento di percezione di Greta Thunberg? Perché questi eventi hanno avuto una scarsa copertura mediatica?

Il messaggio iniziale di Greta era un semplice “invito a seguire la scienza”, proveniente da una bambina europea, bionda, di classe media, con genitori sostenitori e istruiti. Come nota Nadeine Asbali, sembrava il prodotto della buona educazione, perfettamente in linea con i valori liberali occidentali.

Il suo messaggio politico era neutro, almeno per un pubblico mainstream di persone non disposte a negare l’esistenza della crisi climatica: chi poteva non concordare sul fatto che gli animali non debbano estinguersi, o sul non permettere che le temperature globali raggiungano livelli inabitabili?

Greta era la perfetta “poster child”, volto simbolo di una lotta climatica innocente e neutrale. Sembra che i politici mondiali abbiano ammirato la sua convinzione adolescenziale senza mai davvero ascoltare il suo messaggio, sfruttandola come simbolo quando conveniente, salvo poi non fare nulla per mitigare la crisi climatica.

La semplicità iniziale del suo messaggio, con frasi potenti come “La nostra casa è in fiamme”, unita a simboli facilmente riconoscibili come le treccine e il cappotto giallo, fu la chiave del suo successo: diretto, universale e comprensibile. Le metafore sono cruciali nel costruire il carisma, come afferma John Antonakis, docente di comportamento umano in ambito organizzativo all’università di Losanna, e la determinazione di Greta nel perseguire ciò che ritiene giusto ha contribuito al suo impatto.

Questo atteggiamento, che non si lascia influenzare dal giudizio altrui, è tipico dei leader carismatici. La sua schiettezza, unita alla sua trasparenza, ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare il suo messaggio e nel renderla una vera e propria icona. Le persone nello spettro autistico, infatti, possono avere una comunicazione diretta e una visione unica, che le rende capaci di concentrarsi su ciò che considerano giusto con grande determinazione.

Essere elevati a icona però comporta aspettative irrealistiche e una pressione continua per mantenere la coerenza tra immagine pubblica e azioni personali. Quando queste aspettative non sono rispettate, il consenso può trasformarsi rapidamente in ostilità, passando dall’idolatria all’idiosincrasia, cioè l’avversione per ciò che una volta era idolatrato. Questo meccanismo è particolarmente visibile tra gli adolescenti, che sono estremamente radicali nel costruire e distruggere i loro simboli.

Greta è inevitabilmente cresciuta e con lei il suo pensiero politico, discostandosi dalle aspettative irrealistiche di una lotta climatica “neutrale”. Non è più la diciassettenne con il cappotto giallo e le treccine, simbolo innocuo e facilmente idolatrabile: oggi è una giovane donna di 22 anni che indossa con orgoglio la kefiah, simbolo di resistenza palestinese, e affronta senza paura temi come l’ingiustizia sistemica, il capitalismo e i diritti delle popolazioni del Sud globale.

E se un tempo il suo messaggio veniva accolto perché percepito come “non minaccioso”, oggi, nel denunciare apertamente le vere cause della crisi climatica, Greta non è più sfruttabile come icona innocua. La sua lotta si è fatta intersezionale, intrecciando giustizia ambientale, capitalismo, colonialismo, consumismo e imperialismo. Questo ha coinciso con un netto declino della sua visibilità mediatica.

Le persone infatti tendono a preferire cause chiaramente definite, mentre una lotta che intreccia giustizia ambientale e diritti umani richiede una comprensione più complessa. Il pericolo dell’intersezionalità sta proprio nella sua complessità: il messaggio diventa meno immediato, più difficile da afferrare.

Noti studi psicologici mostrano come siamo più inclini a semplificare le informazioni e a ignorare i collegamenti complessi tra fenomeni, come la distruzione degli habitat e le decisioni politiche o economiche. Per molti, queste connessioni non risultano intuitive.

In questo contesto, i media giocano un ruolo cruciale: possono decidere chi elevare a simbolo e chi silenziare, influenzando la percezione pubblica e l’efficacia di un intero movimento. Greta è infatti diventata rapidamente bersaglio di attacchi personali, chiaro esempio della fragilità e pericolosità delle figure simboliche, facilmente distorte per delegittimare il messaggio che rappresentano.

Nonostante ciò, ha resistito a questa pressione, mostrando una straordinaria capacità di rimanere fedele ai suoi principi e di evolversi come persona pubblica. Questo passaggio da simbolo a individuo autentico, capace di affrontare critiche e trasformazioni, rappresenta una lezione importante per l’attivismo: la necessità di costruire movimenti collettivi che vadano oltre l’esaltazione di una sola figura, rendendo il messaggio più resiliente alle sfide esterne.

Quest’anno mi è capitato di citare Greta dicendo: “La nostra casa è in fiamme”. Una persona mi rispose con decisione: «È diverso dire “La nostra casa è in fiamme” rispetto a “Qualcuno ha appiccato un incendio a casa nostra”». Ma la verità è questa: la crisi climatica ha dei responsabili, qualcuno lo ha appiccato veramente questo incendio, metaforico e non, ma troppo spesso si è evitato di dirlo chiaramente.

Ora Greta lo afferma senza mezzi termini, puntando il dito direttamente sull’oppressione e le disuguaglianze sistemiche alla base della crisi climatica, e questa chiarezza rende il suo messaggio scomodo. Quindi, la risposta è: no, Greta non ha smesso di fare attivismo. Ma, come ha scritto Nadaline Asbali, se ci chiediamo perché il mondo sembra essersi improvvisamente dimenticato di Greta Thunberg, è perché sta colpendo il sistema “dove fa più male”.

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Le ultime notizie davano Greta Thurnberg tra gli attivisti che dovevano essere sulla nave della Freedom Flotilla che doveva portare aiuti umanitari a Gaza, poi bombardata dall’aviazione israeliana in acque internazionali.

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Droni contro la Flotilla che portava cibo a Gaza

Eliana Riva

A mezzanotte e ventitré di ieri, due droni da guerra hanno colpito diverse volte la nave Conscience della Freedom Flotilla, mentre si trovava in acque internazionali. Il primo sparo ha centrato l’esterno dello scafo, che ha cominciato a imbarcare acqua. Gli altri il ponte di prua e la zona dei generatori, lasciando l’equipaggio senza energia. La radio ha smesso di funzionare e le comunicazioni sono diventate complicate e discontinue. Si è subito sviluppato un incendio e sono giunte sul posto una nave di Cipro del Sud e una maltese.

Thiago Avila, della ong, ha dichiarato che la Flotilla ha inviato due barche in supporto ma che le navi maltesi non hanno permesso loro di avvicinarsi. In serata, gli attivisti hanno comunicato di temere un nuovo attacco e che la nave resta gravemente danneggiata. Ma la Guardia costiera maltese blocca lo scafo, impedendogli di giungere in un porto sicuro.

AL MOMENTO dell’attacco la Conscience ospitava trenta operatori umanitari provenienti da Turchia e Azerbaijan, cibo e medicine. Una nave disarmata, ferma a tredici miglia a nord-est di Malta nell’attesa di ricevere il permesso di attraccare al porto per far salire a bordo altri volontari e ulteriori beni essenziali.

La Freedom Flotilla Coalition, che dal 2008 organizza azioni con lo scopo di rompere l’assedio israeliano e raggiungere le coste di Gaza, aveva scelto di mantenere il riserbo sulla missione della Conscience. Per evitare di essere bloccata, come già diverse volte è accaduto.

A Malta si sarebbero dovuti imbarcare decine di altri volontari, tra cui l’attivista Greta Thunberg, che avrebbe proseguito verso Gaza insieme agli altri. In attesa a La Valletta anche due italiani, Simone Zambrin e Chiara Di Silvestro. Ma i meccanismi di boicottaggio godono di sistemi di supporto internazionale che usano la burocrazia come un’arma affilata.

«Tutte le missioni hanno registrato ritardi causati dalle autorità marittime – ci ha detto Michele Borgia, che si occupa in Italia della comunicazione per l’ong – Spesso le imbarcazioni vengono controllate e ricontrollate per giorni».

Gli attivisti puntano il dito contro Israele e i suoi partner. Chi poteva avere interesse a mettere fuori uso con le armi una nave umanitaria diretta a Gaza? Non ci sono prove certe ma un C-130 Hercules dell’aeronautica israeliana è partito da Tel Aviv giovedì pomeriggio e ha sorvolato, a bassa quota e per diverse ore, l’area in cui si trovava la Conscience. Secondo i dati di volo disponibili online sui siti di tracciamento e condivisi dalla CNN, l’aereo è ritornato in Israele sette ore dopo il decollo, quando l’attacco era già stato compiuto. Tel Aviv si è rifiutata di commentare.

Quindici anni fa, a maggio del 2010 Israele attaccò la Mavi Marmara, una delle sei navi della Freedom Flotilla che tentavano di forzare il blocco navale di Gaza. I militari uccisero nove attivisti turchi. Il presidente Erdogan, tra i primi a denunciare l’attacco di ieri, ha dichiarato la sua solidarietà al gruppo internazionale. Eppure, è stata proprio la Turchia a bloccare per mesi la nave al porto di Istanbul, lasciando che il cibo si deteriorasse e che parte degli aiuti diventasse inservibile.

Anche per questo motivo l’imbarcazione doveva attraccare a Malta, dove la attendeva un’agenzia incaricata al trasbordo del nuovo carico umanitario. Agenzia che ha inaspettatamente dichiarato di non intendere far fede al suo impegno e Malta non ha rilasciato il permesso di ingresso nelle sue acque territoriali.

Un’attesa di 48 ore che ha svelato il suo significato quando è giunta alla nave la temuta e familiare notizia. L’attesa in acque internazionali serviva a dar tempo alle pressioni di governi e paesi perché venisse ritirata la bandiera dell’imbarcazione. La Conscience batteva bandiera di Palau. L’identica cosa era accaduta lo scorso anno a un’altra missione della Flotilla che con tre navi, 5mila tonnellate di aiuti e centinaia di osservatori internazionali sarebbe dovuta partire da Istanbul. Il governo turco ritardò la consegna dei permessi fino a quando venne comunicato che la Guinea Bissau intendeva ritirare la sua bandiera.

Solo nel 2008, la Dignity riuscì a vincere il blocco e a raggiungere le coste di Gaza. Quella volta, insieme a tanti volontari internazionali, sbarcò anche Vittorio Arrigoni.

«Abbiamo valutato i rischi della missione – ha dichiarato al manifesto l’attivista italiano Simone Zambrin – ma abbiamo deciso di provare a fare quello che i nostri governi, complici, non fanno.
Esiste qualcosa di più genuino che portare cibo e medicine a chi ne ha bisogno? È la nostra resistenza non violenta a un atto disumano».

Dopo due mesi di blocco totale, neanche le associazioni internazionali a Gaza hanno gli strumenti per aiutare la popolazione. La risposta umanitaria «è sull’orlo del collasso totale», ha denunciato la Croce rossa. «Senza un’immediata ripresa delle consegne di aiuti, il Comitato Internazionale (Cicr) non avrà accesso al cibo, ai medicinali e ai beni di prima necessità fondamentali per sostenere molti dei suoi programmi a Gaza», si legge nel comunicato diffuso ieri. Gli ospedali, anche quelli da campo della Cicr, non hanno più medicine.

Vecchie scarpe si vendono a chilo come unica risorse per poter accendere un fuoco per cucinare o scaldarsi. Sempre più famiglie domandano, disperate, un aiuto per i propri figli che si stanno consumando tra fame e malattie, ormai solo costole e colonne vertebrali, senza la forza neanche di piangere. Ma Israele continua a bombardare case e tende, mentre minaccia di espandere ancora le sue operazioni militari.

Almeno sei persone sono state uccise ieri a Gaza City, in un attacco a una delle poche cucine di comunità ancora aperte. A Beit Lahiya Israele ha bombardato una casa in cui i parenti vegliavano la salma della vittima di un precedente attacco. I testimoni parlano di più di dodici morti, tutti membri della famiglia Al-Masri.

Fonte

25/12/2023

"Una poltrona per due", anatomia di una fiaba natalizia anticapitalista

Una fiaba anticapital/natalizia ormai ammessa al rango di liturgia, seppur catodica, sia in Italia, dove da tempo è ospite fissa nei palinsesti delle reti tv (e da 12 anni onorata del prime time di Italia 1 alla Vigilia) che negli Usa, dove addirittura le hanno intitolato una legge. Ecco perché "Una poltrona per due", uscito al cinema 40 anni fa, ancora oggi fa discutere

Le più belle favole di Natale hanno spesso un che di anticapitalista, o comunque rappresentano (anche) una critica al sistema economico fondato sull'accumulo di ricchezza. Come a dire che lo spirito natalizio poco si sposa con i principi dell'economia di mercato, anzi diciamo pure che in certi casi ne è l'esatto contrario. "A Christmas Carol" è l'esempio più lampante, ma anche storie cinematografiche d'antan come "La vita è meravigliosa" o "Miracolo nella 34ª strada" muovevano dalla disapprovazione perlomeno degli effetti più nefasti di tale concezione socioeconomica. E se vogliamo, anche il balletto "Lo schiaccianoci", altro must delle Feste con la sua morale sul dono, categoria agli antipodi rispetto a concetti tipo contrattazione, privato, profitto, crescita, non era troppo differente. Certo di socialismo, a fine Ottocento, in Russia, non si parlava ancora, o se ne parlava a bassa voce, ma il discorso etico imbastito da Ciajkovskij era prossimo, per esempio, alle riflessioni sulla gift economy, quelle sì critiche verso il capitalismo, il dono come fatto sociale totale, che di lì a qualche anno avrebbe operato l'antropologo francese Marcel Mauss.

In fin dei conti un dono è uno scambio, e su uno scambio, ma di posizione, è basata un'altra fiaba anticapital/natalizia solo recentemente ammessa al rango – diciamo così - di liturgia, seppur catodica, sia in Italia dove da tempo è ospite fissa nei palinsesti delle reti televisive (e da 12 anni onorata del prime time di Italia 1 alla Vigilia) che negli Stati Uniti, dove addirittura le hanno intitolato una legge. Sul film "Una poltrona per due", uscito al cinema 40 anni fa, non c'è più molto da dire. Straconosciuto da tutti, eviscerato in ogni salsa, commentato, analizzato, recensito in ogni frame, con tanto di cattedratici spiegoni di carattere finanziario, poiché il film si addentra anche in tale, ostica materia. Eppure ancora oggi fa discutere. O meglio, da qualche anno fa discutere, mentre una volta faceva ridere e basta mettendo tutti d'accordo. Infatti, la polarizzazione delle opinioni al suo riguardo è abbastanza recente.

Semplificando al massimo, da una parte abbiamo i boomer, dall'altra la cosiddetta generazione Z (e suoi tirapiedi). Per i primi, il film è un capolavoro intoccabile, una commedia anarchica, irriverente, politicamente scorretta e proprio per questo di molte spanne superiore al livello medio delle cose che si vedono oggi; per i secondi, un retaggio del passato da seppellire definitivamente perché per stare sul pezzo – sostengono costoro - basta avere contezza di quanto rientra nella modernità. La sindrome dell'età dell'oro, ossia l'idea persistente di essere nati nel tempo sbagliato idealizzando quello che è venuto prima, contrapposta a quella del bronzo, ovvero l'esatto contrario.

Già, a che serve conoscere il passato? Intanto a sapere che la settima regia di John Landis non è neanche la sua più riuscita (pensa un po'). Inoltre la sceneggiatura non è sua, a differenza per esempio di "The Blues Brothers" (1980) e "Un lupo mannaro americano a Londra" (1981). Ma soprattutto, "Trading places" (questo il titolo originale) arriva quando il cineasta di Chicago ha già sufficientemente scombussolato la storia del cinema: con i due titoli appena citati ha ridefinito i canoni rispettivamente della commedia musicale e di quella horror, mentre ancora prima, con "Animal House" (1978), aveva inventato dal nulla il filone dei film tutti da ridere sui college americani (a cui si ispireranno, tra gli altri, i vari "Porky's" e "American Pie").
 
Come si inquadra "Una poltrona per due" in siffatta filmografia? Come un divertissement, capace però di toccare i nervi scoperti del capitalismo, di irriderlo, di roderlo come un tarlo. Siamo prodotti del nostro ambiente sociale o siamo geneticamente predisposti al successo (del resto classismo e razzismo vanno a braccetto)? Il film demolisce il castello di carte su cui si regge l'impalcato capitalista, la farsa della retorica neoliberista già sbeffeggiata perfino in "Mary Poppins". Vero, dirlo oggi che la market economy non è più in discussione fa ridere, però nel 1983 aveva ancora senso. E volendo, lo avrebbe anche nel 2023 se è vero, com'è vero, che ancora invochiamo scuola, pensioni e sanità pubbliche, che ci disperiamo per il futuro da precari dei nostri figli e che – per rifarci all'attualità – la fine del mercato tutelato dell'energia non ci fa dormire la notte.
 
Una risata vi seppellirà, è il Landis pensiero. Seppellirà, mettendoli alla berlina, le convenzioni sociali e certo ipocrita perbenismo borghese. Ma seppellirà anche l'ideologia liberista, l'edonismo reaganiano, il thatcherismo, gli ultrà della finanza, i sostenitori del mantra per cui privato è bello, privato è giusto. "Abbiamo fondato noi il mercato, è nostro, appartiene a noi", urla nella scena finale un disperato Mortimer Duke (interpretato da Don Ameche) quando il termine della giornata di scambi alla New York Stock Exchange segna la rovina sua e del fratello Randolph (Ralph Bellamy). I due, infatti, finiscono sul lastrico (dove li ritroveremo anche nel simpatico cameo autocitazionista de "Il principe cerca moglie", sempre di Landis) mentre Billy Ray Valentine e Louis Winthorpe III se la vanno a godere ai Caraibi.
La storia la conosciamo, dirompente nella sua elementarità. Le vite di due tizi, un mendicante che vive di espedienti e un rampollo dell'alta borghesia finanziaria, vengono scambiate dai facoltosi zii (acquisiti) nonché datori di lavoro del secondo, per una scommessa dall'importo simbolico di un dollaro. Obiettivo dell'"esperimento sociale", dimostrare che chiunque, se messo nelle giuste condizioni, può ambire ad affermarsi e diventare ricco. Una figura retorica usata per schernire l'American dream in salsa monetaria per cui la felicità si riconduce al solo denaro, al possesso, che poi è un modo per vendere alle giovani generazioni di allora (purtroppo tanto simili a quelle di oggi) i dogmi del liberismo e degli altri tossici "-ismi" tipici dell'America targata 80's: rampantismo, arrivismo, carrierismo, opportunismo.
 
Landis, come sempre, mescola cultura alta e bassa, tra citazioni dotte e pop, e utilizza due tra le migliori maschere comiche del periodo. Inizialmente gli attori prescelti come protagonisti sono Gene Wilder e Richard Pryor, coppia già affiatata, ma Pryor s'infortuna alla vigilia delle riprese e al suo posto viene chiamato Eddie Murphy, famoso per le sue apparizioni al Saturday Night Live ma anche per il suo ruolo nel film poliziesco "48 ore" (1982) al fianco di Nick Nolte. Murphy però non vuole sembrare un rimpiazzo e allora chiede che anche Wilder venga rimosso dal cast, a beneficio di Dan Aykroid, altro "prodotto" del SNL.
 
Alto e basso è anche il duplice registro di casta, un doppio elevatore dalle corse inverse riservato alle due "cavie" del test di ingegneria sociale. Il primo va su, il secondo giù. Il contrasto figurativo è un po' l'anima del film che, a proposito di contrasti, in fase di lavorazione si intitolava "Black & White" (curiosamente, nel 1991 Landis dirigerà il videoclip per un brano dal titolo quasi omonimo: "Black Or White" di Michael Jackson, artista per il quale ha già diretto "Thriller" proprio nel 1983). Il nero Murphy/Billy Ray passa dalla strada, dove chiede l'elemosina fingendosi storpio e non vedente, a un appartamento con ogni comfort e maggiordomo incluso; il bianco Aykroid/Louis, dai club esclusivi, con corredo di fidanzata materialmente interessata e amici snob, all'indigenza più totale, finendo per frequentare i bassifondi e innamorarsi della prostituta Ophelia (Jamie Lee Curtis) che lo aiuterà a rimettersi in pista e ordire la sua vendetta.
 
Teatro della vicenda, la stessa Filadelfia di "Rocky", quella da una parte facoltosa e dall'altra povera e fredda, specialmente tra Natale e Capodanno, periodo in cui si svolge il film. Ma Filadelfia è soprattutto il luogo fondativo della costituzione americana, il cui messaggio di base è la ricerca individuale della felicità, tema in qualche modo sotteso a "Trading places". La scena finale, come detto, si svolge invece a Manhattan, New York, e qui chi non ha mai capito cosa siano esattamente aggiotaggio e insider trading troverà la risposta. Landis evidentemente conosce bene l'argomento al punto da poterci scherzare. E lo spiegherà così bene che – come accennato - parecchi anni dopo un pacchetto di norme riguardanti i mercati finanziari approvato dal Congresso Usa prenderà il nome "Eddie Murphy Rule". Tra l'altro, sempre con riferimento a fatti successivi all'uscita del film, la sequenza in cui i due protagonisti entrano nel cuore della city finanziaria passando per il World Trade Center contiene una battuta che dopo l'11 Settembre alcune emittenti opteranno per tagliare: "Qui uccidi o sei ucciso", dice Winthorpe a Valentine: non il massimo dopo l'attentato alle Torri gemelle.
 
Che poi già nel 1987 Wall Street, intesa non solo come sede della Borsa ma anche come modello economico e sistema di valori, crollerà, seppur solo in senso figurato e solo momentaneamente, come dirà la storia. Il Lunedì Nero, 19 ottobre, i mercati mondiali subiranno un'improvvisa discesa del valore dei titoli quotati, ma a farne le spese saranno – come sempre - gli anelli più deboli della catena, gli yuppies (che gli U2 proveranno a salvare con il loro concerto benefico reso celebre dal docufilm "Rattle And Hum"). Oliver Stone, con il suo monumentale "Wall Street", film uscito nell'autunno 1987, racconterà praticamente in tempo reale ciò che Landis preconizza con quattro anni di anticipo, un'era geologica quantomeno in economia.
Una menzione particolare la merita infine la colonna sonora della pellicola, composta – per quanto riguarda le musiche originali - da Elmer Bernstein il quale otterrà la nomination agli Oscar (lui che la statuetta l'aveva già aveva vinta nel 1968 con "Millie"). Tra le chicche della soundtrack, i titoli di testa accompagnati dall'ouverture de "Le Nozze di Figaro" di Mozart, scelta non casuale dal momento che nell'opera buffa del compositore austriaco, a essere derisa è proprio la classe sociale più abbiente, travolta da eventi - nella fattispecie passionali - che sconvolgono la vita di servi e padroni. Proprio come nel film oggetto di queste righe.

Insomma finezze a getto continuo, colpi a effetto, citazioni. Nel momento in cui scriviamo possiamo soltanto presumere che anche quest'anno "Una poltrona per due" andrà in onda in prima serata il 24 dicembre, e ci chiediamo se sarà l'ultima volta, magari per chiudere il cerchio con il quarantennale. Secondo le Sacre Scritture, 40 furono anche gli anni che il popolo di Israele, liberato dalla schiavitù in Egitto, impiegò per raggiungere la Terra promessa. Landis nasce da famiglia ebraica, ed è noto che nelle sue pellicole abbondano riferimenti all'Olocausto, dai nazisti dell'Illinois di "The Blues Brothers" alle SS aliene di "Un lupo mannaro americano a Londra", fino ai salti temporali a ritroso dell'episodio da lui diretto nella trasposizione cinematografica di "Ai confini della realtà". Ovviamente non ci aspettiamo che i curatori della programmazione tv nostrana siano così attenti alla numerologia biblica o che conoscano a fondo la filmografia del regista dell'Illinois. Magari un giorno qualcuno deciderà che è il momento di dire basta e si prenderà la responsabilità di mandare in pensione i nostri due eroi sostituendoli con un'altra favola natalizia. Di sicuro sarà qualcuno con un gran coraggio.

Fonte

 

06/05/2023

Ondata di occupazioni in tutta Europa per porre fine all’economia delle energie fossili

Dal 2 maggio scorso è partita un’ondata di occupazioni e blocchi stradali che sta interessando diversi paesi europei. Si tratta della seconda iniziativa del genere lanciata dalla campagna End The Fossil: Occupy!

L’obiettivo di tale campagna è quello di proseguire sulla strada tracciata dagli scioperi per il clima sin dal 2019. Tra il settembre e il dicembre scorso una cinquantina tra scuole e università sono state occupate dagli attivisti in tutto il continente, e tre di esse sono state sgomberate violentemente.

Un primo risultato rivendicato dal movimento è stata l’introduzione di un corso obbligatorio sulla crisi climatica per tutti gli studenti dell’università di Barcellona. Ma chi ha messo in atto le proteste risulta porsi orizzonti ben più ambiziosi, con pratiche che non si tirano indietro dal conflitto sociale.

I paletti delle mobilitazioni della piattaforma sono scritti chiaramente sul loro sito: protagonismo giovanile, giustizia climatica e occupare fino alla vittoria. Leggiamo anche che “come giovani, è nostro dovere radicalizzare e guidare il movimento popolare che porrà fine all’era dei combustibili fossili e trasformerà la società”.

“Chiediamo agli studenti di creare alleanze con altre parti del movimento per la giustizia climatica e sociale in modo che insieme possiamo mobilitare tutti per intraprendere un’azione radicale per porre fine all’economia fossile e trasformare la società verso la giustizia climatica. Chiediamo ai non studenti di interrompere il business as usual dell’economia fossile per le strade, le piazze, le sedi, gli uffici, le infrastrutture e gli oleodotti”.

Nelle parole degli attivisti risulta evidente la volontà di coinvolgere tutta la cittadinanza nella protesta, saldando vari movimenti nella lotta e portando in piazza ampi settori della società, toccati dalla crisi ambientale. È il tentativo di generalizzare una battaglia dalla funzione sistemica che guida la loro azione e che può mettere paura ai governi europei.

Da qualche giorno, dunque, 22 scuole e università sono state occupate in Germania, Spagna, Belgio, Regno Unito. In Repubblica Ceca un centinaio di studenti si sono accampati di fronte al Ministero del Commercio e dell’Industria.

Le azioni più radicali si sono avute in Portogallo, dove oltre alle occupazioni nella capitale Lisbona si sono avuti in solidarietà anche alcuni blocchi stradali. Una delle scuole occupate ha visto l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate dagli insegnanti.

Sempre sul sito della campagna leggiamo: “Sappiamo che per fermare il caos climatico e garantire una società giusta per tutti, dobbiamo cambiare il sistema. Sappiamo anche che non dobbiamo aspettare che le industrie, i governi e le istituzioni negozino o cambino da soli: bisogna cambiare il sistema ora. Dobbiamo accettare il compito di prendere il potere nelle nostre mani”.

“Chiuderemo scuole e università per far sentire le nostre richieste, dimostrando allo stesso tempo che un altro mondo è possibile mostrando e immaginando collettivamente la società giusta che vogliamo creare: libera dall’oppressione e dove la vita è al centro, non il profitto”.

Insomma, parole che la classe dominante occidentale non vorrebbe sentire, anche perché mettono in chiaro che il conflitto è una pratica necessaria per il cambiamento. Soprattutto quando i decisori politici ascoltano più i grandi manager che i bisogni della maggioranza della popolazione.

Queste mobilitazioni rappresentano, quindi, un altro atto di accusa incontrovertibile a un modello di sviluppo che si è avvitato sulle sue contraddizioni di fondo, quelle tra capitale e lavoro e tra capitale e natura, tra necessità di valorizzazione continua e finitezza del mondo e delle risorse.

Dentro il modo di produzione capitalistico non c’è conversione ecologica che ci potrà davvero salvare dal disastro ambientale.

Fonte

30/09/2019

Questione ambientale e movimenti studenteschi

Il clima della Terra con l’aumentare della temperatura globale sta cambiando ad una velocità spaventosa, portando alla scomparsa di alcuni ecosistemi, allo scioglimento dei ghiacci e all’innalzamento dei mari, che rischia addirittura di sommergere (ad esempio in Polinesia) interi stati nel giro di 50/100 anni. Il riscaldamento globale è incrementato consistentemente dagli effetti delle attività umane, e in particolare della deforestazione, del consumo di acqua e dell’inquinamento.

Tutte queste sono attività che l’uomo svolge da 13.000 anni, ma che hanno assunto proporzione così rilevante dalla nascita dell’industria alla fine del XVIII secolo. Da allora la popolazione mondiale è cresciuta di 8 volte e si è moltiplicata la produzione di qualunque bene di consumo. L’industria produce però scorie; per fare l’esempio più noto e lampante è ancora oggi fondata sulla combustione di combustibili fossili, che libera nell’aria anidride carbonica, uno dei cosiddetti “gas serra” alla base del riscaldamento globale, che catturano i raggi solari limitandone la riflessione.

Inoltre l’industria richiede un’enorme quantità di materie prime, inclusa l’acqua dolce che ricordiamo essere presente in quantità limitata sul pianeta. I nuovi materiali plastici e gli agenti chimici utilizzati in agricoltura creano un ulteriore problema di inquinamento duraturo causato tanto dalla loro dispersione quanto dalla produzione, e uniti all’inquinamento atmosferico dovuto alle polveri sottili causano la morte in massa e la malattia di numerose specie animali, tra cui l’uomo.

Nel suo continuo bisogno di incrementare la produzione di merci, il capitale è spinto alla ricerca perenne di nuove risorse, talvolta distruggendo ecosistemi unici. È il caso dell’Amazzonia, la più grande foresta pluviale al mondo, in cui da oltre 70 anni è in atto un processo di deforestazione selvaggia per utilizzare il suolo con fini produttivi, per l’80% della superficie allevamenti destinati aprodurre carne da esportare prevalentemente in Europa (118,3 mila tonnellate esportate in UE solo nel 2018) e USA.

Negli ultimi 50 anni sono stati abbattuti 785.000 kmq di foresta, pari al 20% del totale, togliendo inoltre terre ai popoli nativi. Questi si battono con scarsi mezzi contro i privati e l’attuale governo brasiliano, che copre le devastazioni ambientali e non interviene in loro difesa, come nel caso dei 74.000 incendi di quest’estate, in gran parte dolosi e lasciati consapevolmente ad ardere.

La logica colonialista dei paesi cosiddetti “avanzati” come il nostro si rivela in tutta la sua ipocrisia nel recente caso dell’accordo tra il Mercosur (comunità economica che comprende numerosi paesi sudamericani) e l’Unione Europea. Infatti, se i portavoce UE sottolineano che l’accordo conterrebbe alcuni passaggi che impegnano i paesi firmatari a mantenere i livelli di emissioni di gas serra sotto le soglie previste dagli accordi di Parigi, mostrando il volto buono e “green” dell’Unione, sorvolano poi sul fatto che lo scopo principale dell’accordo è quello di favorire, tramite l’abbattimento dei dazi doganali, l’importazione in Europa di soia geneticamente modificata e carne sudamericane (che abbiamo visto essere le principali cause della deforestazione) e l’esportazione in Sud America di prodotti dell’industria europea automobilistica (con particolari agevolazioni per quanto riguarda SUV di grossa cilindrata, altamente inquinanti), chimica (inclusi i pesticidi agrotossici che in Argentina stanno causando un disastro ecologico e un'elevatissima incidenza di tumori e malattie correlate nelle aree rurali e dunque nelle fasce più povere della popolazione) e tessile.

Quest’ultima, ossia l’industria dell’abbigliamento, la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera con circa il 10% delle emissioni globali di gas serra, è un ulteriore esempio di questa ipocrisia. Si sente spesso dire che la maggior parte della produzione inquinante e delle emissioni provengono dai paesi in via di sviluppo, e non dalla “virtuosa” Unione Europea, ma questo dato oggettivo nasconde una realtà molto meno assolutoria di quanto possa sembrare per UE e paesi affini.

Infatti, se è vero che la maggior parte (circa il 54%) dei capi d’abbigliamento prodotti al mondo provengono dalla Cina, è anche vero che il 75% di tutta la produzione viene assorbita, oltre che dal mercato interno cinese, dal solo primo mondo, ossia Unione Europea, Giappone e USA. Quest’ultimo paese è anche il primo consumatore mondiale, e consuma quasi esclusivamente vestiti importati da Cina (il 35%), Bangladesh, Vietnam, Indonesia e così via.

Se dunque l’emissione di gas serra è concentrata geograficamente nei paesi in via di sviluppo, gli impianti che la producono sono però spesso di proprietà di aziende europee o statunitensi delocalizzate (per fare un esempio l'italiana ENI da sola ha prodotto quasi lo 0,6% di tutte le emissioni di gas serra dal 1988 al 2015, ma lo ha fatto principalmente in Africa e in Asia piuttosto che in Europa) e in ogni caso tali emissioni sono dovute quasi interamente alla domanda di beni proveniente dai paesi “ricchi”, e non certo da quella interna dei sopracitati paesi in via di sviluppo.

È dunque tanto paradossale e ridicolo quanto per loro profittevole che gli industriali e la grande borghesia europea, che lucrano sull’inquinamento prodotto in altri paesi, pretendano poi di fare la morale a questi ultimi e di imporgli, qualora violassero gli accordi sul clima, sanzioni “ambientaliste” attraverso l’UE e gli organismi internazionali, rendendone ancora più fragili e dipendenti dalle esportazioni le economie nazionali.

Sempre l’industria tessile ci permette di introdurre un’altra questione: quella della sovrapproduzione. Il 30% dei capi d’abbigliamento, infatti, viene buttato senza essere mai venduto e utilizzato, poiché la maggior parte delle merci prodotte sono in sovrabbondanza rispetto alla domanda effettiva. Lo si vede in ogni settore: per esempio in Europa ci sono 11 milioni di case inabitate, senza contare le varie seconde e terze case e gli altri edifici vuoti.

A livello mondiale, produciamo cibo per 12 miliardi di persone. Circa 88 milioni di tonnellate di cibo altrimenti edibile da umani, animali o utilizzabile per la produzione di energia vengono buttate in Unione Europea ogni anno.

Ciò si traduce in 173 chili di cibo sprecato per ogni abitante dell’UE e 170 tonnellate di CO2 emessa nell’aria durante i processi produttivi e di smaltimento. L’industria dell’abbigliamento produce 150 miliardi di articoli ogni anno, di cui come si è già sottolineato riesce a vendere solamente due terzi, e di cui solo un terzo supera la durata di un anno prima di essere buttato.

Queste quantità insensate sono una caratteristica unica e caratterizzante del Capitalismo, che soffre dalla sua nascita di cicliche crisi di sovrapproduzione. Riguardo alla ragione economica profonda di ciò, ovvero il meccanismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, rimandiamo il lettore allo studio di Marx o alla partecipazione alle varie autoformazioni e assemblee organizzate dall’OSA, poiché il tema è troppo esteso per essere trattato qui.

Relativamente al danno ambientale causato dalla sovrapproduzione tipica di questo sistema economico, basti prendere in esame alcuni meccanismi più semplici:

– quello del consumismo, con il quale si gonfia all’inverosimile la domanda di merci tramite bisogni indotti dalla pubblicità, dalle mode e via dicendo, poiché se si convincono i consumatori a comprare un vestito a settimana piuttosto che uno al mese chi produce e vende quei vestiti otterrà più profitti;

– il meccanismo dell’obsolescenza programmata, tramite il quale le aziende, inserendo negli elettrodomestici componenti elettronici dalla durata limitata non sostituibili nel caso di malfunzionamenti o appesantendo volutamente il software di vecchi modelli di smartphone tramite aggiornamenti inutili e deleteri, costringono l’acquirente a sostituire molto più spesso di quanto sarebbe realmente necessario tali prodotti, aumentando il costo della vita e generando più profitto per le aziende produttrici, e di pari passo più rifiuti, più spreco di materie prime e più inquinamento per il pianeta;

– il meccanismo della competitività alla base del mercato, il quale implica che, come accaduto di recente, aziende come Burberry preferiscano dare alle fiamme di nascosto propri prodotti invenduti per un valore complessivo di 37 milioni piuttosto che smerciarli a un prezzo più basso, cosa che saturerebbe il mercato impedendo di vendere i prodotti della nuova stagione a un prezzo considerato soddisfacente dagli azionisti, lo stesso meccanismo che, in ambito alimentare, causa lo spreco di ingenti quantità di cibo perfettamente sano e edibile ma che, non rispettando particolari standart estetici (niente ammaccature sulla frutta e così via) rischia di sfigurare sugli scaffali e non venire acquistato, stante la disponibilità di prodotti concorrenti dall’aspetto più curato.

Infine, è degno di nota il meccanismo, anch’esso inevitabile in un’economia capitalistica, che causa l’enorme accumulo di denaro e potere nelle mani di pochi individui al vertice di aziende private. Queste riescono dunque tramite il lobbysmo e l’influenza sulla politica ad emanciparsi dal controllo popolare sulla produzione che lo Stato democratico sostiene di garantire ai cittadini, e fanno così i propri porci comodi inseguendo solo il profitto e fregandosene della devastazione ambientale che causano.

Nel Capitalismo neoliberista, non c’è ne la volontà ne la concreta possibilità per lo Stato di agire per contrastare tutto ciò, incapace come è di imporre il rispetto di regole a tutela dell’ambiente su compagnie private divenute oramai troppo potenti (e inquinanti).

Non è dunque pensabile lottare contro l’apocalisse ecologica nel mezzo della quale ci troviamo senza lottare contro il Capitalismo in quanto sistema economico, poiché il secondo è causa diretta della prima, e finché non avviene il passaggio a un economia programmata che non soffra di deleteria sovrapproduzione e che sia gestita dal popolo nel proprio interesse collettivo e non, come lo è adesso, da un oligarchia di impresari e CEO interessati unicamente al proprio tornaconto, finché non avviene tutto questo l’uomo non potrà mai riconciliarsi con la natura e l’apocalisse continuerà, implacabile.

Per questo noi di OSA rimaniamo scettici riguardo alle aperture verso le idee della cosiddetta “Green Economy” che in passato sono provenute da Fridays for Future.

La Green Economy è quella scuola di pensiero che evidenzia e mette in pratica la possibilità, all’interno del sistema economico capitalista, di adottare politiche e catene produttive “verdi”: energia rinnovabile, auto elettriche, prodotti a km 0 e così via. Oltre a mantenere tutti i problemi ambientali causati dal Capitalismo e trattati nel paragrafo precedente, quest’approccio alla questione ecologica rischia di diventare una maniera delle élite economiche europee per strumentalizzare movimenti come Fridays for Future secondo i propri interessi.

Infatti, la Green Economy non solo si basa sul finanziamento di aziende private “verdi” con soldi pubblici (cosa che, tra parentesi, in Italia spesso si è tradotta con la vittoria degli appalti da parte di soggetti appartenenti a Mafia, Camorra e ‘ndrangheta), ma risulta strategica per il rafforzamento dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione globale con Cina, USA e Russia dal momento in cui l’UE è la potenza che dispone sul proprio territorio di meno risorse fossili al mondo, primo importatore mondiale di energia con un indice di dipendenza dalle importazioni complessivo del 53,4%, con un picco dell’80,8% per il nostro paese, dovuto soprattutto alle importazioni di petrolifere.

Se l’obiettivo dell’autosufficienza energetica dal punto di vista dei combustibili fossili sembra per l’UE allontanarsi ogni giorno di più, negli ultimi anni è comunque aumentato lo sviluppo e l’implementazione di fonti energetiche rinnovabili, che nel 2012 hanno rappresentato il 23,6% dell’energia totale prodotta all’interno della comunità.

Questo dato, però, non deve trarci in inganno: industriali e finanzieri europei spingono per le energie “verdi” solo per una questione di interesse economico, e non certo per scrupoli ambientali, che non si preoccupano di accantonare immediatamente quando, per i loro sporchi profitti, devono far pressione attraverso lobby come l’European Round Table of Industrialists su UE e governo per devastare la Val di Susa con la TAV, oppure quando insieme ai produttori di telefoni cinesi schiavizzano la popolazione del Congo e riempiono il paese di miniere avvelenando fiumi e falde acquifere allo scopo di estrarre il cobalto per... le batterie delle auto elettriche “eco-friendly” europee!

Inoltre, vi è un chiaro interesse da parte dei Socialisti Europei (il gruppo parlamentare che include il Partito Democratico italiano, i socialisti spagnoli e francesi, i socialdemocratici scandinavi e così via), che hanno candidato Greta Thunberg al Nobel per la Pace, nell’usare i movimenti ambientalisti per attaccare le destre sovraniste, e in particolare in Italia quella di Salvini, su un tema ampiamente condivisibile e dove quest’ultima mostra il fianco, essendo legata materialmente e politicamente alla Russia di Putin e ideologicamente al modello USA-trumpista, ossia forze politiche egemoni in paesi che dispongono di ingenti risorse fossili e che dunque rifiutano il tema dell’ecologismo.

Per quanto queste formazioni parafasciste non raccolgano certamente le simpatie dell’OSA, tantomeno lo fanno i liberisti di PD e affini che provano a strumentalizzarci cavalcando il tema ambientale, come dimostrato dall’estrema attenzione che questi partiti dedicano alla questione ecologica nella propria comunicazione e dai recenti endorsement verso Fridays for Future, purtroppo accolti positivamente da parte del movimento, provenienti dal Ministero dell’Istruzione, Ministero che ricordiamo paghi ENI, Zara, Mac Donald’s, General Electric, la Alstom (che produce i treni per la TAV) e innumerevoli altre aziende complici del disastro ambientale per fargli sfruttare gli studenti in alternanza scuola-lavoro.

Senza dubitare della buona fede della sedicenne svedese ne di quella delle centinaia di migliaia di studenti e studentesse, di compagni e di compagne che hanno partecipato al movimento: quando Greta Thunberg minaccia i potenti della terra di fronte a loro e questi, invece di farla arrestare, applaudono, è lecito chiedersi se non abbia anche lei un ruolo, inconsapevole, in questo sistema marcio.

Vi è infine la questione della responsabilizzazione, o, per meglio dire, colpevolizzazione, del singolo riguardo al problema ambientale, anche questo per noi punto dove ci troviamo in disaccordo con alcuni schemi di pensiero e azione adottati dai movimenti per il clima. Se da un lato mantenere un etica e una condotta personale votata a minimizzare la propria impronta ecologica (chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, riciclare, usare la bici ecc.) è certamente consigliabile e degno di lode, lo spostamento massiccio dell’attenzione del pubblico su questo aspetto del problema, decisamente minoritario, è a nostro parere un tentativo da parte dei veri responsabili del disastro che viviamo di addossare ingiustamente le colpe e i costi della transizione ecologica al cittadino comune, e in particolare alle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione.

Lo dicono le statistiche, da sole 100 grandi aziende come ENI, Shell, Exxon, Gazprom e così via sono responsabili di addirittura il 71% delle emissioni di gas serra totali dal 1988 al 2015: che impatto ha il comportamento del singolo, se non si organizza ed agisce politicamente sulla produzione, di fronte a cifre del genere? L’inquinamento e l’effetto serra sono dati sistemici, e finché non se ne assume la consapevolezza sarà impossibile combatterli a colpi di borracce e agende in carta riciclata.

Gli sprechi dovuti alla sovrapproduzione, che abbiamo sottolineato come il principale problema ambientale causato dal capitalismo, rendono evidente che la lotta deve essere centrata sulla produzione, e non può occuparsi solo dei consumi. I dati che abbiamo analizzato ci dimostrano infatti che l’offerta e la produzione non tendono in realtà a inseguire la domanda, ma anzi in parte la trainano; sarebbe dunque insensato pensare di influenzare la produzione agendo sui consumi, dandosi ferree regole personali su quali prodotti comprare e quali no nella ricerca di un consumo etico che nel capitalismo non può esistere e nelle forme in cui lo fa è estremamente complesso da attuare e ininfluente sulla realtà.

È vero invece che ognuno, privatamente, pur non consumando direttamente materie prime, può portare all’emissione di gas serra, ad esempio tramite l’uso di un mezzo di trasporto alimentato a combustibili fossili, ma, anche nei luoghi ove più è consistente l’utilizzo del trasporto privato e meno sono presenti grandi attività industriali, le emissioni così prodotte non superano complessivamente il 15% della produzione di gas serra per l’Europa Occidentale, per cui un movimento che stabilisce di agire sull’inquinamento prodotto dai singoli individui non potrà mai avere un impatto particolarmente significativo sull’inquinamento globale.

A maggior ragione ciò verrà impedito dalla concreta impossibilità di ridurre sotto una certa soglia il consumo privato di combustibili fossili, a causa di necessità materiali come il bisogno di spostarsi per raggiungere il posto di lavoro, per altro spesso mal collegato dal trasporto pubblico, in Europa e particolarmente in Italia frequentemente sottofinanziato o appaltato ai privati. Aggiungiamo inoltre che le istituzioni, nazionali ed europee, che hanno reso quel trasporto pubblico inefficiente o lo hanno svenduto ai privati creando il problema, non di rado sono le stesse che poi tentano di colpevolizzare il lavoratore per i suoi spostamenti in auto.

La riduzione dell’inquinamento non può certo gravare sui bisogni dei lavoratori, non può andare a punire le necessità, o si fa pagare ai singoli il prezzo di un sistema economico malato. Lo scorso autunno in Francia il problema si è manifestato in tutta la sua concretezza: il governo francese ha deciso di intervenire aumentando il prezzo della benzina attraverso una leva fiscale (che però, chissà come mai, non si applica al carburante dei jet privati e degli aerei di linea, ma solo a quello per le vetture dei normali cittadini...), per spingere con dichiarato intento ecologista ad abbandonare l’uso dell'auto privata, ma aumentando di fatto il costo della vita per le fasce più deboli della popolazione ed i ceti medi impoveriti, che hanno così scatenato le oceaniche proteste dei Gilet Gialli, rivolte spontanee soffocate dalla repressione, ma che hanno ottenuto alcuni piccoli risultati, come il riabbassamento delle accise sui carburanti e l’innalzamento di ben 100 euro del salario minimo.

I Gilet Gialli hanno chiesto che la crisi ambientale fosse affrontata senza andare a gravare sui lavoratori, incentivando ad esempio la coibentazione degli edifici, e che le risorse necessarie fossero ottenute da un aumento delle tasse sui redditi alti. Chiaramente lo scontro fra le politiche ambientaliste proposte dai Gilet Gialli e quelle del governo di Emmanuel Macron è l’espressione di uno scontro tra classi sociali per decidere chi debba pagare le spese del disastro ambientale. Il conflitto sociale scatenato dal costo della transizione ecologica ci conferma che la lotta ecologista DEVE essere divisiva, poiché per avere effetto e fare gli interessi del pianeta e dell’Umanità nel suo complesso deve necessariamente andare a ledere gli interessi di una parte dell'umanità stessa: la parte dell’1% che governa il mondo e che in questo momento lo sta distruggendo.

Perché non è vero che il disastro ambientale colpisce tutti allo stesso modo.

Perché non è vero che non c’è un pianeta B.

Il pianeta B c’è, magari non così bello come la Terra, ma c’è. Ma non è per noi.

Il pianeta B è per chi ha i soldi per comprarselo.

Il pianeta B c’è per Donald Trump, che sta provando ad acquistare la Groenlandia in previsione dello scioglimento dei ghiacci.

Ma il lavoro B non c’è stato per gli operai che si sono presi il cancro all’ILVA di Taranto.

E se non lottiamo, la casa B non ci sarà per noi quando, dopo un alluvione, rimarremo senza un tetto e, come già accade in USA, dovremo continuare a pagare l’affitto degli appartamenti sommersi al proprietario (che di case invece ne ha mille).

Per questi motivi, OSA assume questo documento come sua piattaforma di lotta sui temi ambientali e non aderisce alla piattaforma di Fridays for Future, almeno finché il movimento non esprimerà una netta presa di distanza dall’inganno della “Green Economy” e abbraccerà invece l’anticapitalismo e il conflitto di classe, allontanandosi così da ogni strumentalizzazione e diventando finalmente capace di agire sulla realtà politica del paese invece di esserne agito.

Riconoscendo però l’importanza di molti temi trattati dal movimento e di una mobilitazione generale che li riguardi da parte degli studenti, OSA aderisce a momenti di piazza e di discussione in assemblea ad essi relativi sia dentro che fuori il Fridays for Future, sperando in questa maniera di poter contribuire alla creazione di coscienza di classe e di momenti di lotta, di politicizzazione e di confronto sui temi ambientali nel corpo studentesco.

Fonte

16/04/2019

Fridays for Future Italia. C’è vita oltre Greta

Non è facile scrivere dell’assemblea nazionale costituente di Fridays for Future che si è tenuta a Milano, nell’aula magna “Levi” dell’Università Statale sabato scorso 13 aprile, preceduta da una conferenza scientifica nella serata precedente.

Si tratta di un movimento nato da poche settimane, che ha avuto un immediato successo di adesioni, come dimostrato dallo sciopero internazionale del 15 marzo e che quindi, almeno per il momento, vede al suo interno identità e posizioni variegate, che hanno palesato la loro diversità durante i lavori dell’assemblea.

L’assemblea di sabato scorso era la prima occasione d’ incontro dei giovani aderenti a Fridays for Future delle diverse città italiane, che sentivano l’esigenza di “uscire dai social” dove il movimento è nato, per un confronto più diretto e, alla fine, per conoscersi veramente. Tra l’altro, era anche la prima assemblea nazionale di tutti i paesi in cui il movimento sta costituendosi.

L’assemblea ha visto la partecipazione di circa 500 persone, nella stragrande maggioranza giovani o giovanissimi motivati ed impegnati (il movimento è nella sua quasi totalità di origine studentesca). Tuttavia si notavano in sala parecchie teste grigie di vecchi militanti politici e ambientalisti curiosi di vedere cosa bolle in pentola al di là dei lanci mediatici su Greta Thunberg. In sala nessuna bandiera o striscione, e l’uso, per chiamarsi, del termine “ragazzi”.

Erano presenti i portavoce di 105 situazioni cittadine, un dato che testimonia la ramificazione del movimento e la sua presenza anche in città medie e piccole. Alla fine della giornata tutte le 105 delegazioni erano intervenute, tre minuti ciascuna rigidamente controllati. Forte la presenza dal meridione, dalla Sardegna e dalla Sicilia.

Un primo punto su cui si sono rivelate le differenze è la contestualizzazione della lotta al riscaldamento climatico e la conseguente ampiezza del raggio della riflessione del movimento. Per numerosi portavoce locali, il movimento deve assumere una caratterizzazione dichiaratamente anticapitalista, poiché proprio il capitalismo e lo sfruttamento che impone alle risorse del pianeta sono la causa principale del degrado ambientale.

Questo punto di vista non è stato esplicitamente contraddetto da nessuno, tuttavia diversi interventi sono stati più vaghi, limitandosi a richiedere un cambio radicale del sistema economico e sociale, senza assumere una posizione apertamente anticapitalista. Questo anche se è apparsa largamente condivisa l’idea che non possa esistere giustizia climatica senza giustizia sociale e che la battaglia ambientalista sia legata a tematiche quali la difesa della salute, la lotta alle discriminazioni di genere ed etniche.

Su quest’ultimo punto più di un intervento ha ricordato che a pagare le conseguenze del riscaldamento climatico sono oggi soprattutto le popolazioni che hanno un’impronta ecologica minore, costrette a lotte tra poveri, a condizioni di vita umilianti, alla mancanza di acqua e cibo e spinte a migrare per sfuggire alla fame e alla desertificazione (ogni critica alla politica italiana sulle migrazioni è stata a lungo applaudita).

Totalmente condivisa, invece, la posizione apartitica di Fridays for Future, intesa come totale indipendenza dai partiti, unita a un forte timore di strumentalizzazioni. Un timore peraltro giustificato poiché si sa che il gatto e la volpe sono sempre in agguato quando un movimento dimostra di poter diventare influente. Tuttavia i giovani di Fridays for Future hanno più volte sottolineato che l’apartiticità non significa affatto rifiuto della politica, anzi essi vogliono esserne protagonisti perché rilanciare la priorità climatica è un fatto pienamente politico tanto più se realizzato da un movimento dalle forme e dai metodi che si vogliono nuovi. Durante l’assemblea e nella conferenza stampa che le ha fatto seguito è così stata affermata l’identità apartititica ma politica, antirazzista, contro le discriminazioni e, non da ultimo, antifascista del movimento.

Un aspetto significativo della discussione in Friday for Future, cosi come appare dall’assemblea milanese, è quello del rapporto tra lotte locali e lotte globali, a cui è collegata, probabilmente, la volontà di costituire un movimento ambientalista che sia presente a pieno titolo nelle lotte territoriali oltre che nelle denunce e nelle giornate di manifestazione internazionale. Diversi portavoce hanno testimoniato infatti della loro partecipazione a denunce e lotte sul proprio territorio: dalla Basilicata si è ricordata la necessità di impedire lo scempio estrattivo, da Spezia si è denunciato l’inquinamento provocato dalle basi navali e dalla discarica di Pitelli, i portavoce sardi hanno parlato del Petrolchimico di Sarroch e delle basi militari e quello di Scafati del fiume Sarno, il secondo al mondo per tasso di inquinamento, per citare solo qualche esempio.

Da queste denunce discende la necessità di collegarsi ad altri movimenti e comitati che lottano su queste situazioni. Non sono mancati peraltro, i riferimenti ripetuti alle lotte che partendo da situazioni locali hanno assunto un senso nazionale, prime fra tutte quelle contro le grandi opere inutili, quali il TAV, il TAP ecc. Per altri, molto meno numerosi portavoce locali, invece, il movimento dovrebbe semplicemente denunciare la situazione del riscaldamento climatico, proponendo una visione scientifica della lotta a tale fenomeno e limitarsi a richiedere una stretta applicazione degli accordi di Parigi e, sul piano nazionale, una sollecita decarbonizzazione dell’energia.

Altro tema sentito quello dell’intreccio tra battaglia politica e comportamenti personali ecologici. Diversi interventi hanno insistito sulla necessità di cambiamento dello stile di vita e sull’abbandono del consumismo e delle abitudini dannose per l’ambiente. Un argomento da sempre importante che pone l’eticità dello stile di vita personale in relazione all’impegno politico pubblico.

A dimostrazione delle differenze esistenti nel movimento e dei diversi livelli di consapevolezza politica, una parte degli interventi ha avuto invece un orizzonte più limitato e un approccio meno complesso e globale al tema del riscaldamento climatico. Mi riferisco agli interventi che si sono limitati a proporre obiettivi più ristretti e meno ambiziosi, meno dirompenti anche se corretti, come l’abolizione dell’uso della plastica nelle scuole, lo sviluppo del riciclo dei rifiuti ecc. Proposte certamente giuste, ma che non appaiono, senza l’inquadramento in un contesto più ampio, in grado di mettere in discussione la drammatica situazione planetaria che viviamo e il sistema economico che a essa ci ha portati.

Friday for Future è un movimento nato nelle scuole e nelle università, quindi limitato, almeno per ora, al solo ambito studentesco e giovanile. E’ stata quindi evocata la necessità di stabilire un rapporto con i lavoratori e le loro organizzazioni, anche nella consapevolezza che una lotta contro il disastro climatico deve coinvolgere tutte le situazioni sociali e tutte le generazioni. Un corretto sentire sul quale, tuttavia, non sono ancora emerse proposte concrete.

Dal punto di vista più interno alle situazioni delle scuole, invece, si è richiesto un adeguamento dei programmi e dei testi scolastici che, di fatto, ignorano la questione del riscaldamento climatico e contestata l’alternanza scuola-lavoro e i dottorati di ricerca in aziende responsabili di crimini ambientali.

Infine, per un movimento di nuova costituzione sorge il tema delicato del rapporto con le istituzioni. Questione difficile da risolvere, soprattutto perché una parte del movimento sembra dell’idea che i governi possano essere “convinti” a combattere il cambiamento climatico quando in realtà ne sono i responsabili consci e conseguenti al servizio del capitale e dei grandi gruppi economici.

Questa posizione, piuttosto velleitaria, è forse la conseguenza dell’atteggiamento di Greta Thunberg (e del suo staff familiare) più volte evocata come fondatrice del movimento che, come è noto, non disdegna di essere presente in contesti istituzionali per “convincere i politici”. Così, mentre la portavoce fiorentina ammonisce dal palco che “quando le istituzioni ci chiamano a parlare ci stanno prendendo in giro”; ci si prepara ad accogliere trionfalmente Greta a Roma dopo un invito della presidente del Senato Casellati, che non ha certo un brillante curricolo ambientalista.

La vivace e partecipata assemblea, ricca di idee, di proposte e di entusiasmo è stata attraversata da queste contraddizioni e quando, al termine, è stato presentato un “report di sintesi” si sono levate diverse voci che lo valutavano troppo vago e non adeguato alla discussione svolta.

In effetti, si tratta di un testo (che riportiamo a parte) che non raccoglie tutta la ricchezza del dibattito e in cui vari nodi sulla collocazione e le prospettive del movimento non vengono sciolti. Tuttavia, i giovani del movimento chiedono una legittima apertura di credito in considerazione del fatto che in un primo incontro non tutti i temi potevano essere sviscerati.

Tra questi, anche quello della costituzione di un coordinamento nazionale, che non è stato formalmente costituito, rimanendo quindi, per il momento, Friday For Future soprattutto una rete di situazioni locali. E’ anche bene tenere conto che la volontà di dare la parola a tutti i portavoce locali confluiti a Milano ha comportato che gli interventi dovessero essere contenuti in tre minuti, fatto che ha contribuito alla vivacità e alla ricchezza del dibattito, ma ne ha sacrificato le possibilità di approfondimento.

Mi preme poi sviluppare un’ultima considerazione sulla questione del rapporto con la ricerca scientifica. Da più di un portavoce si è inteso dire che, anche data la giovane età degli aderenti al movimento, esso dovrebbe necessariamente avvalersi della collaborazione degli scienziati come guida del movimento. In qualche caso, si è sentito affermare che il movimento dovrebbe essere una sorta di “megafono” degli scienziati che denunciamo il prossimo disastro ambientale.

Questa posizione sottovaluta che la ricerca scientifica non è al di fuori della politica, e che al di là di quegli scienziati esplicitamente venduti al capitalismo, ne esistono anche altri che partecipano felicemente ai balletti della green economy, vale a dire ancora i falsi amici del movimento ambientalista di cui qualcuno, purtroppo, era presente anche alla conferenza scientifica di venerdì 12 e all’assemblea di sabato 13.

Probabilmente è necessario anche su questo che il movimento faccia una riflessione su quali siano i veri compagni di strada possibili e sulla non neutralità della scienza e della ricerca liberandosi da abbagli scientisti. E’ noto che la ricerca scientifica è orientata dagli interessi e dai principi di chi la finanzia e la conduce, come peraltro è dimostrato dalle difficoltà dei ricercatori più indipendenti dal capitale e dalle grandi multinazionali che detengono il potere anche in questo campo. E comunque è più corretto che sia la politica a servirsi del contributo di scienziati democratici e non al contrario porsi al loro servizio e che, soprattutto nelle situazioni locali, viga il principio del controllo da parte delle popolazioni.

Molte discussioni sono forzatamente rinviate ai mesi futuri e alla prossima assemblea che si terrà a Napoli dopo l’estate, mentre la scadenza più importante nell’immediato è quella della manifestazione internazionale del 24 maggio, a cui Friday for Future desidererebbe anche la partecipazione dei lavoratori per aprire una nuova fase coinvolgendo nella lotta anche le generazioni più mature.

Per il momento si può constatare che Friday for Future rappresenta un importante e diffuso tentativo di molti giovani di ribellarsi al destino di degrado ambientale e sociale che il capitalismo e il colonialismo stanno preparando per loro, tra l’altro nella consapevolezza, più volte ribadita, di essere “l’ultima generazione” che può opporsi al riscaldamento climatico e alla conseguente distruzione planetaria che esso comporta.

Se tutto questo, in futuro, sarà indirizzato nella giusta direzione e darà i frutti che è bene attendersi, non possiamo oggi dirlo, ma certamente sperarlo.

Il report di sintesi dell’assemblea è scaricabile qui: Documento FFF

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15/03/2019

“Distruggiamo il capitalismo, non il pianeta”

Alcune considerazioni sulle mobilitazioni che oggi hanno riempito le piazze contro il cambiamento climatico e sui “Fridays For Future”.

1. La mobilitazione di oggi è impressionante. Accade simultaneamente in 123 paesi diversi, in 2.052 città di tutto il pianeta. Per trovare mobilitazioni analoghe dobbiamo tornare ai tempi del movimento no war del 2003 contro l’attacco USA in Iraq, o del movimento no global. Per noi che siamo internazionalisti, non può che essere un dato positivo il fatto che i cittadini del mondo si mobilitino insieme contro chi ha il potere (governi, multinazionali, industriali, istituzioni sovranazionali) per chiedere un cambiamento.

2. Il punto individuato dalle mobilitazioni è reale, fondamentale: il cambiamento climatico, il disastro ecologico, l’insostenibilità del nostro consumo del pianeta è un tema vero, che tocca in primis le fasce popolari, i paesi più poveri, africani e asiatici, chi non può permettersi di curarsi o di emigrare. Un tema che industriali e governi hanno negato per decenni (ma pensate al delirio che ha fatto Trump su questi temi da quando è stato eletto) per mantenere i loro tassi di crescita, i profitti, continuare il loro sfruttamento dell’ambiente. Quindi non possiamo che essere contenti del fatto che la politica sia portata dal basso a parlare dei temi veri che interessano i cittadini.

3. L’altro aspetto interessante delle mobilitazioni è l’elemento di autorganizzazione e l’età dei partecipanti. Anche di questo non possiamo che essere contenti: che i giovani invece di essere completamente catturati dal consumismo o indifferenti o strumentalizzati dalla politica ufficiale, si facciano un’idea sulle questioni del mondo, prendano parola, si facciano sentire con creatività, inventando i loro linguaggi, anche accusando gli adulti invece di vivere come loro appendici... Queste sono cose che fanno bene.

4. Infine, quanto è benefico tutto questo per l’Italia! Finalmente non si parla solo di stronzate o di caccia al migrante. Finalmente ci sprovincializziamo e assumiamo un dibattito ecologico che nel resto del mondo è ben più avanzato, anche fra le forze comuniste e socialiste (si pensi alla France Insoumise o al Partito del Lavoro Belga e a quanto è significativa la loro riflessione sul tema!). Finalmente i giovani italiani, assolutamente marginalizzati nelle decisioni e nella vita del paese, si fanno sentire!

5. Chiaramente non siamo nati ieri, e quindi non possiamo nemmeno ignorare che queste mobilitazioni sono in parte pompate ad arte, per fare gli interessi di altri settori dell’economia che mirano a profittare della “transizione ecologica”, o che vengono strumentalizzate per fini politici di bassa lega (come Zingaretti che si fa fotografare con i cartelli di Friday for Future per fare l’amico dei giovani e poi va ai cantieri del TAV a spingere perché si faccia un’opera anti-ecologica!). Ogni volta che nella storia dell’umanità si è palesato un problema sentito, le forze costituite hanno provato o a negarlo o a portarlo dove gli conviene. Ed è evidente che i bassi livelli di politicizzazione nelle società attuali facciano sì che le persone possano essere strumentalizzate, andare in piazza per moda, “consumare” la mobilitazione stessa come se fosse un prodotto.

6. Quindi non ci deve sorprendere che la borghesia abbia sviluppato anche una sua visione “ecologica” che può dare parole e soluzioni a un problema sentito e che punta a pompare e “spompare” la partecipazione a seconda di cosa le serve. Ma è veramente da imbecilli abbandonare per questo motivo il campo, dire che allora le mobilitazioni sono pilotate, inventarsi complotti, dire che sono cazzate e che “bisogna parlare di altro”. Così si fa esattamente il gioco di chi vuole pilotare e strumentalizzare. Bisogna invece avere un approccio egemonico: esiste un’ecologia popolare da contrapporre a quella borghese. Esiste un punto di vista alternativo sulla transizione ecologica che fa pagare i costi alla finanza e ai ricchi, come ha spiegato la deputata Ocasio Cortez negli USA. Noi dobbiamo essere dentro a queste mobilitazioni, costruirle, politicizzarle in senso buono, far valere la loro autonomia contro l’ideologia neoliberista e i poteri che cercano di catturarle. Localizzare queste mobilitazioni togliendole dall’astrattismo e facendo i nomi dei responsabili della devastazione sui nostri territori. Sviluppare la pratiche di incontro, la comunità che si crea nella mobilitazione, i punti più alti della lotta (dopo i cortei, perché non andare a bloccare con i nostri corpi qualche centro produttore di morte? Perché non andare a manifestare sotto casa di qualcuno che ha inquinato le nostre acque o il nostro mare e farlo morire di vergogna, in modo che non lo faccia più?).

Da questo punto di vista, ho trovato bellissimi i cartelli degli Studenti Autorganizzati Campani che oggi erano in piazza a Napoli. “Distruggiamo il capitalismo, non il pianeta”, “Non facciamo pagare la transizione ecologico agli ultimi ma ai ricchi”, indicano esattamente il lavoro che dobbiamo fare su questo tema: far capire che lo sfruttamento dell’essere umano e del pianeta sono due facce della stessa medaglia, che finché al centro ci sarà il profitto sarà impossibile evitare la catastrofe, che bisogna cambiare le cose alla radice, nel modo di produrre e distribuire la ricchezza.

Giornate come queste ci permettono di far apparire questa bellissima visione di un altro mondo possibile!

Viola Carofalo - Potere al Popolo!


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02/01/2018

Per un dibattito intellettualmente proficuo su Potere al Popolo

Contropiano, ospitando il punto di vista del compagno Morvillo circa Potere al Popolo, ha provato a dare il via alla possibilità di costruire un dibattito intellettualmente proficuo e politicamente costruttivo circa la lista popolare in gestazione, lanciata dai compagni napoletani dell'ex OPG Je So Pazzo.

Vincenzo, prendendo il via da uno tra i primi articoli su stampa straniera che ha descritto oltreconfine ciò che si sta strutturando nel nostro paese al fine di consentire ai ceti popolari di ritrovare e soprattutto riconoscersi in una nuova piattaforma di rappresentanza politica, rigetta senza troppi giri di parole l'associazione matematica che, secondo la giornalista dell'Indipendent, vorrebbe Potere al Popolo come equivalente a Momentum di Corbyn, Podemos di Iglesias e La France Insoumise di Melenchon.

Il cardine dell'esposizione di Vincenzo, se non abbiamo frainteso le sue parole, è relativo al fatto che le tre formazioni citate sono essenzialmente e con sfumature diverse delle riedizioni delle forze socialdemocratiche che nel secondo dopoguerra hanno domato e diretto le forze proletarie, segnatamente operaie, nel corso di quei "30 anni gloriosi" del capitalismo occidentale profondamente caratterizzati dalle politiche keynesiane, in altre parole una sorta di capitalismo di Stato.

Pur concordando con l'assunto di base – la differenza tra Potere al Popolo e le altre compagini – fatichiamo maggiormente a identificare l'effettiva linea rossa in quello che potremmo definire un mero anti-liberismo che caratterizzerebbe le tre formazioni citate, contrapposto a un più robusto e strategico anti-capitalismo che dovrebbe innervare con maggior vigore la lista popolare che si vorrebbe portare alla competizione elettorale del prossimo 4 marzo.

Capiamoci, noi non ci consideriamo comunisti "sbiaditi", quindi secondo chi scrive l'orizzonte delle cose – non "naturale" come credevano i socialisti che traghettarono le masse europee nel fango e nei massacri delle trincee un secolo fa – è necessariamente quello del superamento del modo di produzione capitalista. Tuttavia siamo consci del fatto e pensiamo se ne possa convenire, che il passaggio dal capitalismo finanziario internazionalizzato odierno a un modo di produzione socialista, sia più arduo da realizzare a "strappo" piuttosto che attraverso una gradualità di passaggi che possono attingere anche dalle esperienze keynesiane di un passato, ormai, sempre meno recente.

I motivi sono presto detti e stanno tutti nelle condizioni sociali che sono radicalmente differenti da quelle realtà storiche in cui in cui gli strappi sono stati tentati e, seguendo percorsi diversi, non sono morti in culla.

Per essere più chiari in Italia e in tutto l'Occidente, non crediamo esistano le condizioni economiche e sociali che resero fattibili le collettivizzazioni e l'industrializzazione forzata di Stalin, o l'implementazione del "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng Xiaoping, giusto per citare un paio di stravolgimenti copernicani che sconvolsero – in modi certamente differenti – le esistenze di milioni di sovietici e cinesi.

Dal basso della nostra parziale conoscenza delle due forze politiche, pensiamo che le considerazioni appena enunciate possano essere allargate anche a Momentum e La France Insoumise che pur non declamando nei rispettivi programmi la rottura irrevocabile con l'attuale assetto economico, presentano comunque degli aspetti di discontinuità notevole rispetto alle sinistre liberali degli ultimi decenni.

Un Corbyn che, nella patria della privatizzazione, reclama le nazionalizzazioni strategiche, non si genuflette davanti ai sionisti e rivendica l'avversione alla deterrenza nucleare britannica nonostante lo stato maggiore di sua maestà evochi il golpe militare nel caso in cui qualcuno provi a mettere le mani sui Trident della corona, non è affatto cosa da poco.

Egualmente, non è cosa da poco trovare in Melenchon un dirigente della sinistra francese in rotta col socialismo imperiale che da sempre caratterizza ogni genere di progressista transalpino per cui le masse oltreconfine, segnatamente quelle in terra d'Africa, sono considerate di second'ordine quando non alla stregua di materia prima. Ma soprattutto è dirompente che una forza di sinistra come France Insoumise rivendichi apertamente la necessità di rompere la UE e costruire un'unione euro-mediterranea nuova, basata su principi antitetici a quelli sostenuti col coltello tra i denti dai burocrati di Bruxelles e Francoforte.

Su questo argomento, è vero, Podemos e Momentum manifestano decisamente più ambiguità, probabilmente irrecuperabili nel caso degli spagnoli – la vicenda catalana pensiamo lo abbia manifestato in modo piuttosto chiaro – forse più incerte per Corbyn, verso cui crediamo possa spendersi ancora una sorta di "benefico del dubbio" determinato dalle specificità del rapporto britannico con l'UE e delle contraddizioni in seno al Labour, che ai tempi del referendum sulla Brexit viveva uno dei picchi della guerra per bande tra gruppi dirigenti innescata dalla prima vittoria di Corbyn alla primarie del partito.

Date tutte queste considerazioni crediamo comunque che su una questione specifica, per altro sollevata anche da Vincenzo, i compagni più scettici e diffidenti possano trovare convergenza con quanti, in queste settimane, si stanno impegnando nella strutturazione di Potere al Popolo: passare dalle parole, dagli slogan elettorali, ai fatti.

Per raggiungere questo obiettivo è necessaria la militanza dei compagni abituati a stare nelle contraddizioni materiali prodotte dal mondo in cui ci è toccato vivere, ma anche di tutti quei compagni più avvezzi, o maggiormente portati, alla militanza intellettuale.

Potere al Popolo va indirizzata a un radicalismo nella prassi e nella teoria che sia oggettivo e non strumentale ma per farlo è necessario starci dentro a prescindere che sia con le braccia o con la penna. Osservare lo sviluppo della lista dall'esterno, pur con tutta la simpatia del mondo, questa volta non è sufficiente.

Per questo crediamo che il compagno Morvillo vada ringraziato per la sua critica e ci auguriamo che una parte sempre più ampia d'intellettualità di sinistra scelga di confrontarsi costruttivamente con Potere al Popolo; perchè il popolo, per non perdersi nella sola radicalità del proprio ventre – che possiamo volentieri lasciare al M5S – necessita d'intellettuali rinnovatamente organici alle proprie istanze.

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