I porti italiani – per un Paese come il nostro, posizionato strategicamente nel cuore del Mediterraneo – rappresentano un pilastro fondamentale dell’economia e uno dei nodi più rilevanti della rete logistica. Ma sono anche un’infrastruttura i cui lavoratori incarnano oggi una una potente compagine contro quell’economia di guerra che è il vero fattore abilitante del massacro perpetrato contro il popolo palestinese. Mentre i governi occidentali, infatti, dichiarano formalmente di aver sospeso le vendite di armi a Israele, i porti italiani ed europei continuano a essere nodi cruciali di un’infrastruttura che rifornisce quotidianamente la macchina bellica israeliana. Ma, davanti a questa complicità, c’è chi alza la voce e si mobilita per spezzare la catena del genocidio.
I numeri del sistema portuale italiano: crescita record e ruolo strategico
481 milioni di tonnellate. È il volume di merci transitate nel 2024 nei porti del nostro Paese. Una crescita continuata anche nell’anno successivo, come documenta il report Assoporti-Srm che ha calcolato 250 milioni di tonnellate di merci movimentate nel solo primo semestre del 2025. Numeri che attestano l’esistenza di un sistema «strategico nel panorama europeo e mediterraneo», come viene definito dal presidente di Assoporti, Rodolfo Giampieri, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore.
Un ruolo cruciale confermato anche dal rapporto Unioncamere 2024 sull’economia del mare che attribuisce al sistema marittimo un valore aggiunto complessivo di circa 64,7 miliardi pari a circa il 3,7% del Pil e una occupazione di 1 milione di addetti pari al 4% dell’occupazione italiana.
Restringendo il campo alle attività di trasporto marittimo e di cantieristica, ovvero le attività più legate al sistema portuale, si arriva a un valore aggiunto di 21,4 miliardi di euro, pari a circa l’1,2% del PIL, e 260 mila lavoratori, pari all’1% dell’occupazione.
Nel mondo più del 90% del traffico merci viaggia via mare, in Italia circa il 40% degli scambi import-export passa dai porti. Ed è proprio dalle banchine di alcune città italiane che transita la cosiddetta “flotta del genocidio”, come la giornalista Linda Maggiori, in un dossier pubblicato da Altreconomia, definisce il sistema che rende possibile l’invio di materiali d’armamento a Israele, uno Stato ritenuto responsanbile di genocidio da una moltitudine di autorevoli organizzazioni internazionali.
Armi verso Israele: il traffico che attraversa i porti italiani nella zona grigia della legge
«Israele dipende quasi unicamente dal commercio via mare e senza un costante rifornimento marittimo non avrebbe mai potuto fare ciò che ha compiuto a Gaza», sottolinea Maggiori nel suo La flotta del genocidio. Sulle rotte delle armi dai porti italiani, che documenta un sistema diffuso e strutturale di traffico di armi e materiali bellici diretti a Israele che avviene attraverso i porti italiani, in piena violazione della legge italiana 185/1990 e del Trattato internazionale sulle armi.
In Italia i transiti di armamenti avvengono in una zona grigia sul piano legale. La legge 185/1990, una delle norme più avanzate a livello mondiale di cui il nostro Paese si è dotato grazie alla spinta di numerose realtà della società civile, prevede esplicitamente che l’esportazione, l’importazione e il transito di materiali d’armamento siano soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato, e vieta questi traffici verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, come sarebbe appunto il caso di Israele. Eppure, similmente a un paradosso kafkiano, l’Ufficio nazionale delle Dogane ha candidamente dichiarato ad Altreconomia che non risultano transiti autorizzati semplicemente perché nessun transito chiede di essere autorizzato. Ancora più inquietante è il ruolo delle istituzioni: il ministero dell’Interno e le prefetture conoscono in anticipo questi traffici e predispongono misure ad hoc (tra cui scorte armate).
Il dossier da lei curato documenta come i porti italiani – Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia, Trieste, Taranto – siano profondamente integrati nella rete logistica che rifornisce Israele e come, dopo l’inizio dell’offensiva a Gaza, ci sia stata addirittura un’impennata di spedizioni di materiali – tra cui nitrato di ammonio, ampiamente usato dall’esercito israeliano per radere al suolo in maniera “controllata” gli edifici di Gaza, ed esplosivi – verso lo Stato ebraico. Non si tratta solo di transito, ma anche di esportazioni dirette: dato che dal 7 ottobre 2023 l’Autorità nazionale Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) non rilascia più autorizzazioni all’export di armi verso Israele, le aziende hanno ideato vari escamotage per inviare armi a Tel Aviv. Il traffico non riguarda solo materiale bellico in senso stretto. Dai porti italiani partono anche fertilizzanti usati come precursori di esplosivi, Caterpillar utilizzati per distruggere villaggi palestinesi, macchinari e materiali edili per costruire insediamenti illegali in Cisgiordania.
Tre compagnie marittime dominano questo traffico: Zim, Msc e Maersk. Colossi che in alcuni casi sono sostenuti da potenti attori finanziari globali.
La Zim Integrated Shipping Services è una delle dieci più grandi compagnie di navigazione al mondo e uno dei principali trasportatori di armi verso Israele. Fino al 2003 era di proprietà dello Stato di Israele, poi è stata privatizzata ma mantiene stretti legami con il governo di Tel Aviv. Quotata alla Borsa di New York, tra i suoi principali azionisti annovera Israel Corporation (controllata dal gruppo Ofer Brothers*) ma anche UBS, BlackRock, Goldman Sachs, Morgan Stanley.
La Msc (Mediterranean Shipping Company), fondata a Napoli nel 1970 da Gianluigi Aponte, controlla il 20,6% del mercato mondiale con le sue 900 navi portacontainer. La moglie di Aponte è Rafaela Diamant Pinas, figlia di un importante banchiere israeliano.
Infine tra le compagnie citate da Maggiori figura Maersk, quotata sul Nasdaq Copenhagen e detenuta in gran parte dalla famiglia Møller, con azionisti istituzionali del calibro di BlackRock.
Il passaggio di armi dai nostri porti avviene nella completa inerzia delle istituzioni, dall’Autorità nazionale Uama all’Agenzia delle dogane e dei monopoli, dalle prefetture interessate fino al Parlamento. A contrastare l’immobilismo e il silenzio complice di questi ultimi, la resistenza dei lavoratori portuali.
Da Genova al mondo: la rete internazionale dei portuali in lotta
L’oscuro e mortifero traffico di materiali che rende possibili i crimini commessi da Israele in Palestina viene ostacolato quando non proprio bloccato dalle straordinarie mobilitazioni dei portuali. Le agitazioni contro i traffici bellici sono partite da Genova nel 2019, quando i camalli hanno bloccato il porto per chiedere il rispetto della legge 185/1990. Lo scorso 26 settembre è stato siglato il Manifesto internazionale dei portuali contro la guerra. A Genova, Ravenna, Livorno, Salerno, Venezia e Trieste ci sono stati blocchi e proteste per fermare le navi delle compagnie israeliane. Il sindacato Usb pubblico impiego e agenzie fiscali, il 30 settembre 2025, ha chiesto «l’immediata interruzione delle operazioni di esportazione e transito di armi, materiale bellico e dual use verso Israele». Si sta sempre più rafforzando la solidarietà tra i portuali del Mediterraneo, con scambi di informazioni tra Marsiglia, Genova, Pireo, Anversa e altri porti per coordinare i blocchi. L’ultima clamorosa mobilitazione si è tenuta lo scorso 6 febbraio: come si legge sul Manifesto, per la prima volta i lavoratori portuali hanno scioperato «nello stesso giorno sulle banchine di tutto il Mediterraneo e del Mare del Nord, con adesioni anche in Colombia, Venezuela, Brasile e Stati Uniti», per opporsi alle guerre nel mondo ma anche per denunciare il peggioramento delle condizioni di lavoro e dei salari.
In occasione della giornata di sciopero, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno in un reel su Instagram ha ribadito che i lavoratori del comparto non intendono essere complici del genocidio e del progetto imperialista portato avanti dai governi occidentali. José Nivoi, coordinatore nazionale Usb per i portuali e portavoce del Calp di Genova, ha definito il 6 febbraio «una giornata epica», preannunciando che la mobilitazione non si fermerà e che il coordinamento internazionale va verso una strutturazione interna. I portuali, forti della loro autocoscienza di classe e della straordinaria capacità di connettere le lotte contro tutte le derive del sistema capitalista, ci indicano la via per il suo futuro superamento. Non ci resta che seguirli.
*Oggi Israel Corporation è controllata, in ultima istanza, da Idan Ofer attraverso una catena di veicoli societari e trust familiari. Per un riflesso incondizionato ormai consulto sempre la Epstein library messa a disposizione dal Dipartimento di Giustizia statunitense. E anche questa volta ho avuto la conferma: Idan Ofer, una delle persone più ricche d’Israele, era tra i personaggi che gravitavano attorno al predatore sessuale e spia del Mossad Jeffrey Epstein.
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