“Complicità in genocidio” non è un hashtag. È la qualifica di un fascicolo giudiziario francese che chiama in causa due cittadine franco-israeliane: Nili Kupfer-Naouri e Rachel Touitou, accusate di aver ostacolato l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Kupfer-Naouri è avvocata e presidente di Israel Is Forever; Touitou è portavoce di Tsav 9. I fatti contestati ruotano attorno ad azioni di blocco dei convogli ai valichi di Kerem Shalom e Nitzana, indicate tra 1° gennaio–26 novembre 2024 e maggio 2025.
La magistratura francese ha formalizzato atti penali qualificando la condotta come “complicità in genocidio” e “incitamento pubblico e diretto al genocidio”, a seguito di denunce presentate da organizzazioni per i diritti umani (tra cui UJFP/French Jewish Union for Peace, Urgence Palestine, FIDH, Al-Haq, Al-Mezan).
Il punto politico-giuridico è questo: la Francia tratta l’ostruzione di beni umanitari essenziali in un contesto di conflitto come condotta penalmente rilevante, fino a collocarla nel perimetro dei crimini internazionali, includendo la complicità.
Anche l’Italia ha già strumenti giuridici per perseguire propri cittadini coinvolti in crimini commessi all’estero. Per il genocidio, la base è diretta: la Legge 9 ottobre 1967 n. 962 incrimina il genocidio e disciplina la punibilità anche quando il fatto è commesso fuori dal territorio nazionale.
Per condotte gravi collegate a operazioni militari (omicidi, torture, sequestri, ecc.), l’ordinamento prevede la giurisdizione sul cittadino per delitti commessi all’estero tramite l’art. 9 del Codice penale, con regole procedurali precise (tra cui, in vari casi, la richiesta del Ministro della Giustizia come condizione di procedibilità).
In parallelo, l’Italia ha ratificato lo Statuto di Roma (Legge 12 luglio 1999 n. 232): questo consolida il dovere di cooperazione internazionale e rende ancora più insostenibile l’idea che il passaporto possa valere come scudo.
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