Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

05/02/2026

I diversivi

Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti... tutto ignorato, facimme ammuina.

La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.

Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.

Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno ad ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.

Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?

Ci hanno pensato Renzi e Vannacci – e gli interessi che prosperano alle loro spalle – organizzando una mini-scissione che, visto lo scarto minimo tra le due coalizioni nei sondaggi, potrebbe rendere incerto l’esito finale. Aprendo poi la strada all’ennesima stagione di trasformismo e compravendita di parlamentari, mentre il mondo – e anche questo disgraziato paese – va alla guerra.

La pensata è un classico sempreverde della politichetta para-massonica nazionale: si azzoppa un cavallo già claudicante (la Lega di Salvini, ai minimi storici da quando ha assunto una nauseabonda identità quasi più fascista degli ex missini) e si rende così tutta la coalizione di governo a rischio di tenuta.

L’ex generale avrà buona stampa “democratica” per svolgere questo ruolo – molto “critico”, per carità – creando così un doppio danno non compensato dall’eventuale “beneficio” (far perdere le elezioni all’attuale maggioranza di governo). Dovranno infatti dare uno spazio mediatico abnorme a una neo-formazione che non ha granché da mostrare oltre al frontman, sdoganando completamente un discorso fascista nostalgico (X Mas, remigrazione, ecc.) che il governo Meloni aveva formalmente “ammorbidito” per guadagnare credibilità europea.

L’avanzare dell’estrema destra in tutto il continente, però, sta già rendendo questa necessità meno stringente, creando così persino la possibilità di una gara sfrontata a chi è davvero più fascista.

È finita qui? Ovviamente no. Lo “strappetto” a destra scompagina tutta la sapienza ingegneristica che era stata messa al lavoro per produrre l’ennesima legge elettorale sagomata sulle necessità del governo uscente.

Con la formula ancora in vigore, infatti, il centrodestra rischia di perdere un gran numero di collegi, magari per pochissimi voti, vendendosi decurtare la pattuglia parlamentare in modo drastico.

Ma anche con la “formula segreta” che era allo studio – si parla di un “quasi proporzionale” con sbarramento al 3%, più altri marchingegni limitativi ad hoc, che implicava comunque un ridisegno dei collegi – quel rischio resta grande. Ergo, dovranno rimettersi a giocare col bilancino per disegnare una nuova legge “porcata” che possa reggere almeno per una volta. Poi se ne farà un’altra... 

L’unica cosa chiara – in questo rimescolamento di carte, leggi elettorali, schieramenti e “discorso politico” – è che tutto questo sommovimento avviene nella più completa indifferenza rispetto ai “problemi del paese”, al suo declino industriale, al vivere concreto di tutti noi, al pesante clima di guerra. Un “diversivo politico” in più o in meno non cambia il quadro generale.

È un gioco esclusivo interno al più squallido ceto politico della storia, riservato ai soliti noti, quasi come le “feste” sull’isola caraibica di Jeffrey Epstein. Ma come in tutti i giochi di questo tipo “il troppo stroppia” e può produrre risultati inattesi.

Una classe politica troppo scopertamente “aliena” si trova infatti davanti un paese reale sempre meno disposto a farsi coglionare – l’astensionismo galoppante ne rappresenta solo la faccia tranquilla e “indifferente” – che sta riscoprendo un po’ alla volta la necessità e l’importanza della mobilitazione in prima persona. Uno scenario che ha scosso immediatamente il sistema nervoso del governo, ma anche dell’informe “campo largo”.

Le piazze d’autunno per la Palestina e addirittura quella ancora più “sconveniente” di solidarietà con Askatasuna possono esser state solo un primo passo di “ritorno al futuro” (la capacità di immaginarne e volerne uno), alimentate dal crescere non solo delle difficoltà a sopravvivere con redditi in calo e prezzi/tariffe in crescita, ma anche dallo schifo che suscita lo spettacolo del “palazzo”.

Su queste dimensioni sociali, una volta messe in moto, non c’è “pacchetto sicurezza” che tenga.

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