La lunga stagione di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve si avvia ufficialmente alla conclusione, il prossimo maggio, e Donald Trump ha già sciolto le riserve: sarà Kevin Warsh a guidare la banca centrale degli Stati Uniti, come ha annunciato il tycoon attraverso il social Truth.
L’investitura arriva in un momento di forte scontro istituzionale, con l’attuale presidente della FED posto sotto indagine dal Department of Justice, con evidente soddisfazione di Trump. Powell, che era stato nominato dallo stesso Trump nel 2017, ha resistito alle pressioni della Casa Bianca, che voleva un maggiore allentamento della politica monetaria.
Nel braccio di ferro in cui sono entrati Guarda Nazionale, ICE, sanctuary cities e approvazioni congressuali per atti di guerra, anche la FED è diventata parte di una possibile ridefinizione dell’assetto istituzionale che, per ora, rimane informale, strisciante, ma che il nodo delle elezioni mid term potrebbe rendere esplicita.
Tuttavia, forzature del genere, operate quando – anzi, proprio perché – si è la principale economia al mondo, generano risposte dei “mercati” che non si fanno attendere, e non possono essere ignorate. “Mercati” tra virgolette perché dietro questa entità dai confini indecifrabili ci sono, in realtà, una serie di grandi operatori finanziari che devono fare i conti tutti i giorni con il problema di mettere a profitto i propri capitali. Un problema che passa dalla fiducia della controparte, dalla sicurezza del dollaro, e così via.
Un segnale evidente era la corsa dell’oro, che era arrivato a sfondare i 5.500 dollari all’oncia, e anche dell’argento, arrivato oltre i 120. Poi, dopo la nomina di Warsh, nella seduta di borsa di venerdì 30 gennaio 2026 l’oro ha perso oltre il 12% (per vedere un crollo di questo tipo bisogna tornare al 1983) e l’argento è sprofondato di oltre il 30%.
In parte questo era una conseguenza attesa di una fiammate di valore che non poteva durare in eterno (con il prezzo di questi metalli preziosi che rimane comunque molto alto), ma in parte non si può ignorare la funzione rassicurante che sui “mercati” ha avuto l’annuncio di Trump in merito al successore di Powell, nel pieno dello scontro istituzionale tra Casa Bianca e FED.
La preoccupazione era che il prossimo presidente della FED – che gestisce la disponibilità del dollaro sui mercati – fosse eccessivamente disponibile a tagliare i tassi di interesse e a far dunque indebolire il dollaro. Invece, con la nomina di Warsh il dollaro si è subito rafforzato e ne hanno risentito gli altri beni rifugio: i metalli preziosi. Va dunque capito chi è questo Warsh.
Già membro del board della FED tra il 2006 e il 2011 (il più giovane di sempre all’epoca della nomina sotto Bush jr.), Warsh ha battuto al fotofinish la concorrenza di Kevin Hassett, fedelissimo di Trump e direttore del Consiglio Economico Nazionale. Il suo nome nasconde un paradosso che i mercati stanno già cercando di decifrare.
Sebbene vicino all’ambiente repubblicano, Warsh non è considerato una figura disponibile a tagliare i tassi a comando. Le sue posizioni critiche verso la gestione passata della FED e la sua propensione alla stabilità dei prezzi non sembrano essere in linea con le pressioni che The Donald ha esercitato fino a oggi sulla politica della banca centrale.
Questa scelta potrebbe permettere di far passare liscia la conferma della nomina al Senato, dove comunque i repubblicani hanno la maggioranza, ma di soli 3 voti. E allo stesso tempo, come si è visto, le esternazioni passate di Warsh hanno calmato i mercati, preoccupati per l’inflazione, il dollaro, e un vertice della FED accondiscendente con i desiderata della Casa Bianca.
Ma se Warsh è indipendente sul piano del pensiero economico, ha dato segnali di essere vicino alle idee di Trump rispetto all’assetto delle istituzioni stelle-e-strisce. Basta fare una rapida ricerca per trovare vari commenti che evidenziano come il futuro presidente della FED sia dell’idea di rinegoziare l’accordo stretto nel 1951 tra la banca centrale e il Tesoro per mantenere bassi i rendimenti dei Treasury in tempo di guerra, e che è in sostanza considerato come la base dell’indipendenza dell’istituto dalla politica.
Non si parla qui di cancellarla in toto, ma di un ridimensionamento della FED e di una maggiore integrazione tra le sue scelte e quelle del governo. Alla rassicurazione offerta ai mercati, Warsh associa la disponibilità a ragionare con Trump sulle forme istituzionali che hanno guidato il paese negli ultimi decenni.
Oltre a un interesse sul ruolo della IA (di cui molti magnati sono sostenitori di Trump) nello crescita della produttività che possa sostenere un adeguamento dei salari senza lo spauracchio di una fiammata inflattiva. Ciò permetterebbe di ridurre i tassi, ridurre i costi di servizio sul debito, e in generale soddisfare il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono molte variabili prima di raggiungere questi obiettivi, ma una cosa è certa, e non ci dovrebbe essere più bisogno di ripeterla: viviamo in un cambio di epoca, in cui il mondo che ne uscirà sarà basato su nuove regole e alleanze.
Fonte
Nessun commento:
Posta un commento