Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Dollaro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dollaro. Mostra tutti i post

12/09/2026

La sovranità finanziaria europea è un’illusione

di Alessandro Volpi 

La difficile condizione del debito federale degli Stati Uniti, con rischi non trascurabili in termini di finanziamento, pone alcune questioni che in passato parevano meno rilevanti e ora risultano molto più preoccupanti.

L’illusione della sovranità finanziaria europea si infrange, infatti, sempre più contro la realtà di un sistema globale dove il controllo dei flussi monetari è diventato il principale strumento di proiezione della potenza geopolitica degli Stati Uniti, trasformando le banche europee in attori dotati di un’autonomia puramente formale. Nonostante lo Swift, il sistema di pagamenti utilizzato in Europa, abbia la propria sede legale in Belgio e ricada sotto la giurisdizione dell’Unione europea, la sua operatività è intrinsecamente legata all’architettura del dollaro, permettendo a Washington di esercitare una pressione asfissiante che va ben oltre la semplice regolamentazione bancaria.

Attraverso il meccanismo della cosiddetta extraterritorialità del diritto statunitense, ogni transazione che tocca il suolo americano o che avviene in valuta Usa fornisce agli Stati Uniti il potere legale di sanzionare, multare o escludere dai mercati globali qualsiasi istituto di credito europeo che non si allinei alle direttive del dipartimento del Tesoro. I recenti casi italiani delle sanzioni secondarie nei confronti di Francesca Albanese e del collettivo Autistici/Inventati mostrano quale sia la pervasività di simili meccanismi rispetto a qualsiasi traccia di autonomia degli istituti di credito, persino nelle loro espressioni più attente.

Questa capacità di interdizione trasforma lo Swift in una vera e propria arma di ricatto: le banche europee, terrorizzate dalla prospettiva di perdere l’accesso al sistema di clearing in dollari o di subire, appunto, sanzioni secondarie devastanti, si trovano costrette a troncare rapporti commerciali sgraditi a Washington. In questo contesto di subordinazione strutturale, la pressione politica statunitense si manifesta, e potrebbe manifestarsi sempre più, anche attraverso un’induzione indiretta ma ferrea all’acquisto di debito pubblico americano, poichè i Treasury rimangono il collaterale indispensabile per operare in un mercato dominato dal dollaro. Le banche europee vengono spinte a finanziare il deficit statunitense non solo per ragioni di gestione della liquidità ma come garanzia implicita di fedeltà a un sistema che garantisce la loro stessa sopravvivenza operativa che però, ora, è in reale pericolo.

La recente sentenza della Corte di giustizia europea, che ha contestato l’automatismo dell’applicazione delle decisioni del governo statunitense e degli effetti legati all’inserimento nelle liste Ofac, non ha certo risolto la questione della protezione giuridica e finanziaria sia degli operatori che intendano opporsi ai diktat Usa sia del diritto a potere esercitare pagamenti liberi.

Si configura così un circolo vizioso in cui il risparmio europeo viene drenato verso l’economia americana per sostenere un dominio che, a sua volta, utilizza quegli stessi strumenti finanziari per imporre vincoli politici all’Europa. Il ricatto è onnipresente: l’accesso alla liquidità d’emergenza della Federal Reserve e la stabilità dei mercati interbancari dipendono dall’allineamento degli istituti europei agli interessi strategici degli Stati Uniti, rendendo ogni tentativo di autonomia strategica dell’Unione europea un esercizio retorico privo di basi materiali. Finché l’architettura dei pagamenti internazionali resterà centrata sul dollaro e soggetta ai veti di Washington, le banche europee continueranno a operare sotto una sovranità limitata, agendo come terminali di un sistema di potere che trasforma il debito Usa in un asset obbligatorio e la fedeltà politica in una condizione necessaria per la continuità aziendale.

Dunque chi può davvero escludere che il Tesoro Usa, di fronte al rischio del crollo del proprio debito, non usi il monopolio del sistema dei pagamenti per costringere le banche – e dunque i loro risparmiatori – a comprare quel debito dalle sorti molto incerte? Continuiamo a dare agli Stati Uniti le chiavi di accesso esclusivo ai risparmi europei ed è certo che, prima di tracollare, le useranno per gettare sul lastrico milioni di concittadini.

In questa prospettiva può essere collocato un altro elemento critico. Il patrimonio aureo italiano, con le sue 2.452 tonnellate che lo rendono il terzo al mondo per entità, almeno in base ai dati ufficiali, ha un peso importante per la credibilità finanziaria del Paese ma la sua distribuzione geografica e i vincoli normativi che lo circondano aprono un dibattito complesso sulla reale sovranità nazionale sopra questo tesoro. Attualmente solo circa il 45% del metallo prezioso è custodito nei caveau della Banca d’Italia a Roma, mentre la quota maggioritaria si trova all’estero, con un peso preponderante degli Stati Uniti che ospitano presso la Federal Reserve di New York ben 1.061 tonnellate, pari a oltre il 43% del totale complessivo.

Questa enorme concentrazione di oro italiano sul suolo americano, eredità storica degli accordi del Dopoguerra e delle dinamiche di mercato del sistema di Bretton Woods, alimenta oggi più che mai i timori legati alla possibilità che la Fed, sotto la pressione di un debito pubblico statunitense ormai fuori controllo, possa in qualche modo utilizzare o bloccare queste riserve per le proprie necessità di bilancio o come leva geopolitica. Sebbene tecnicamente le riserve siano protette da immunità diplomatica e contratti di custodia internazionale, il fatto che quasi la metà della ricchezza aurea italiana dipenda dalla giurisdizione e dalla stabilità politica di una potenza straniera pone interrogativi sulla vulnerabilità del Paese in scenari di crisi globale estrema.

In sintesi, avere la metà delle riserve auree italiane nei sotterranei della Federal Reserve di New York provoca l’inevitabile paura che tali risorse possano essere utilizzate dal governo degli Stati Uniti per arginare un’insolvenza del proprio debito tutt’altro che remota. Non è un caso che altri Stati abbiano già provveduto al ritiro del loro oro dagli Usa.

A complicare il quadro interviene l’esplosione del valore di mercato di questo asset che, spinto dall’instabilità internazionale, è passato dai circa 147 miliardi di euro della fine del 2023 agli oltre 298 miliardi stimati nel 2026, generando una plusvalenza virtuale di oltre 150 miliardi di euro in meno di tre anni. Chi può escludere in toto che tali plusvalenze finiscano per essere utilizzate dal dipartimento del Tesoro?

Fonte 

01/09/2026

L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi

di Alessandro Volpi

Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.

Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.

I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.

Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.

In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.

Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.

Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.

Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.

Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.

Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.

Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.

Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.

Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.

Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.

In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.

Fonte

29/08/2026

La Cina può internazionalizzare il renminbi senza copiare il dollaro?

C’è un’idea che attraversa gran parte del dibattito sull’internazionalizzazione della valuta cinese: finché la Cina continuerà ad accumulare surplus commerciale, la sua valuta non potrà diventare davvero globale.

Per capire perché questa tesi abbia tanta presa occorre guardare non alla Cina, ma agli Stati Uniti, al meccanismo con cui Washington ha fornito al mondo la sua moneta per ottant’anni. È un meccanismo che funziona solo a una condizione: che l’America viva strutturalmente al di sopra dei propri mezzi.

Partiamo dall’aritmetica. La bilancia dei pagamenti di un paese è un’identità contabile: il saldo delle partite correnti (esportazioni meno importazioni di beni e servizi, più redditi da capitale e trasferimenti) deve essere compensato, con segno opposto, dal saldo del conto finanziario (acquisti e vendite di attività tra residenti e non residenti).

Se un paese registra un deficit delle partite correnti, sta consumando e investendo più di quanto produce. La differenza la paga cedendo al resto del mondo diritti sulla propria economia futura: moneta, titoli, azioni, immobili.

In altre parole, il deficit corrente è un canale attraverso cui riversare la propria valuta, o attività denominate in essa, nel resto del mondo. Simmetricamente, un paese in surplus corrente assorbe valuta estera invece di fornire la propria.

Da qui l’argomento sulla valuta cinese: un’economia che esporta più di quanto importa, come la Cina, drena valuta dal mondo invece di immetterne. Perché mai il resto del pianeta dovrebbe detenere in massa una moneta che il suo emittente, per struttura, non distribuisce?

La doppia circolazione del dollaro

Gli Stati Uniti registrano deficit delle partite correnti pressoché ininterrottamente dai primi anni Ottanta. Ogni anno, decine e ormai centinaia di miliardi di dollari escono dal circuito domestico americano per pagare merci tedesche, petrolio del Golfo, elettronica assemblata in Asia. Questo è il primo tempo del meccanismo: la fornitura di liquidità.

Il secondo tempo è il ritorno. Quei dollari non restano fermi nei forzieri delle banche centrali o delle imprese estere: vengono reinvestiti negli Stati Uniti, generando un surplus persistente del conto finanziario. Il dollaro esce come mezzo di pagamento e rientra come capitale. È una circolazione a doppio senso che tiene insieme il sistema: l’America compra beni reali dal mondo, il mondo compra carta americana.

Perché il mondo accetta lo scambio? Perché i mercati finanziari statunitensi offrono qualcosa che nessun altro sistema replica su scala comparabile: profondità, liquidità e un menù completo di attività per ogni tipo di investitore. Da un lato, i Treasury, titoli del Tesoro emessi in volumi enormi, scambiati sul mercato obbligazionario più liquido del pianeta, soddisfano la domanda di attività sicure delle banche centrali che devono parcheggiare le riserve ufficiali. Dall’altro, il mercato azionario americano offre attività rischiose ad alto rendimento, le Big Tech in testa, che attirano il risparmio privato globale in cerca di ritorni.

Questa doppia offerta ha fatto guadagnare agli Stati Uniti la definizione di “banchiere del mondo”: un soggetto che si indebita a breve termine e a basso costo (vendendo attività sicure agli stranieri) e investe all’estero a lungo termine e ad alto rendimento (comprando imprese, fabbriche, partecipazioni). Per decenni il differenziale di rendimento tra ciò che l’America paga sui propri debiti e ciò che incassa sui propri investimenti esteri, quello che l’ex Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing chiamò già negli anni Sessanta il “privilegio esorbitante”, ha permesso agli Stati Uniti di sostenere ampi deficit senza che aumentasse in misura corrispondente il costo netto di interessi e dividendi pagati al resto del mondo.

L’esempio storico più nitido di questa circolazione è il petrodollaro. Dopo gli shock petroliferi degli anni Settanta, i paesi esportatori del Golfo si trovarono a incassare montagne di dollari. Quei dollari non furono convertiti e dispersi: furono riciclati verso gli Stati Uniti, in Treasury, depositi bancari, immobili, partecipazioni azionarie.

Il circuito si chiudeva così: l’America importava greggio pagando in dollari, i produttori reinvestivano quei dollari in attività americane, e la domanda estera di titoli statunitensi teneva bassi i tassi d’interesse e alto il valore della moneta. Il deficit corrente americano, lungi dall’essere una debolezza, diventava l’ingranaggio che alimentava la centralità del dollaro nel commercio energetico mondiale, e, per estensione, in tutto il commercio mondiale.

Il dilemma di Triffin: la falla nel progetto

Ma il meccanismo porta scritta dentro di sé la propria contraddizione. La individuò l’economista belga Robert Triffin già all’inizio degli anni Sessanta, quando il sistema di Bretton Woods ancorava il dollaro all’oro. Il suo ragionamento, nella versione originale: per fornire al mondo la liquidità di cui l’economia internazionale in crescita ha bisogno, gli Stati Uniti devono emettere dollari in eccesso rispetto alle proprie riserve auree; ma più dollari circolano rispetto all’oro che li garantisce, meno credibile diventa la promessa di convertibilità. Il sistema può funzionare solo erodendo la fiducia su cui si regge. La profezia si avverò nel 1971, quando Nixon sospese la convertibilità e Bretton Woods collassò.

Con il dollaro fiduciario il dilemma non è scomparso: ha cambiato forma. Oggi l’ancora non è più l’oro, ma la solvibilità percepita dello Stato americano. La versione contemporanea suona così: per soddisfare la domanda globale di liquidità e di attività sicure in dollari, gli Stati Uniti devono continuare ad accumulare deficit correnti e a emettere debito; ma ogni anno di deficit accresce la posizione debitoria netta del paese verso l’estero. A un certo punto, gli investitori possono cominciare a chiedersi se quel debito verrà mai onorato al suo valore reale, o se Washington non sarà tentata di alleggerirne il peso per la via più antica: lasciar deprezzare la moneta, o tollerare un’inflazione che eroda il valore reale delle passività.

È una tensione strutturale, non congiunturale. La stessa qualità che rende il dollaro desiderabile, l’abbondanza di attività sicure americane, è prodotta da un processo che, protratto abbastanza a lungo, mina la sicurezza di quelle stesse attività. Il fornitore mondiale di stabilità genera instabilità per il fatto stesso di svolgere la propria funzione.

La posizione debitoria netta degli Stati Uniti verso l’estero, cioè la differenza tra tutte le attività estere detenute da americani e tutte le attività americane detenute da stranieri, ha superato il 90% del PIL nominale. Alla vigilia della crisi finanziaria globale del 2008 era intorno al 20%. In meno di vent’anni il rapporto è più che quadruplicato.

E già nel 2009 Zhou Xiaochuan, allora governatore della banca centrale cinese, ha rilanciato esplicitamente il dilemma di Triffin in un suo celebre saggio del marzo di quell’anno, in piena crisi finanziaria, per sostenere che un sistema monetario internazionale fondato sulla valuta nazionale di un singolo paese è strutturalmente instabile, e che la soluzione andava cercata in strumenti sovranazionali come i Diritti Speciali di Prelievo del FMI.

La posizione cinese, da allora, non è mai stata “sostituire il dollaro con il renminbi” replicandone il modello: è stata erodere gradualmente la centralità del dollaro diversificando fatturazione commerciale, riserve e circuiti di pagamento, senza assumersi i costi, i deficit, il debito e la vulnerabilità che l’egemonia monetaria in stile americano comporta.

Cosa significa per la valuta cinese

Torniamo al punto di partenza. Se quello americano è l'unico modello, la conclusione è obbligata: la Cina, paese strutturalmente in surplus, non può fornire renminbi al mondo e l’internazionalizzazione della sua valuta resterà un progetto zoppo.

Ma è davvero l’unico modello?

Secondo Zhang Ming, vicedirettore dell’Istituto di Economia e Politica Mondiale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS) e vicedirettore dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo, la Cina starebbe perseguendo un modello diverso, basato sulla forza del suo settore manifatturiero piuttosto che sul predominio dei suoi mercati finanziari. Come scrive in un suo articolo pubblicato su China Forex, una pubblicazione supervisionata dalla State Administration of Foreign Exchange (SAFE), l’autorità di regolamentazione del mercato valutario cinese:
Non esiste un unico percorso prestabilito per l’internazionalizzazione della valuta. Un paese che desidera espandere l’uso internazionale della propria valuta deve scegliere l’approccio più adatto alle proprie risorse e ai propri punti di forza competitivi.
Da un lato, l’industria manifatturiera cinese si distingue per la sua elevata competitività sui mercati internazionali. Il suo vantaggio non dipende soltanto dai costi contenuti, ma anche dalla qualità e dall’affidabilità dei prodotti, dalla completezza delle filiere produttive e dalla capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda.

La Cina rappresenta oggi circa un terzo del valore aggiunto manifatturiero mondiale. Considerata la sua competitività, sia nei settori manifatturieri tradizionali sia in quelli ad alta tecnologia, è probabile che continui a registrare un surplus delle partite correnti ancora a lungo.

Ma le imprese, le istituzioni finanziarie e le famiglie cinesi hanno forti incentivi a espandere le proprie attività all'estero. Come scrive Zhang:
Per le aziende cinesi, la combinazione di attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti e l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche ha reso sempre più necessaria la diversificazione globale delle catene di approvvigionamento. Con l’aumento degli investimenti e degli impianti di produzione all’estero da parte delle aziende cinesi, è probabile che gli investimenti diretti esteri in uscita dalla Cina continuino a superare quelli in entrata.
In passato la Cina è stata una delle principali destinazioni mondiali degli investimenti diretti esteri. A partire dalle riforme e dall’apertura avviate alla fine degli anni Settanta, l’afflusso di capitali stranieri ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del Paese, contribuendo non solo a finanziare la produzione, ma anche a trasferire tecnologie, competenze manageriali e accesso ai mercati internazionali. Gli investimenti esteri sono stati così uno dei principali motori dell’industrializzazione e dell’ascesa economica cinese. Ma negli ultimi anni la Cina è passata gradualmente dall'essere una destinazione di capitali esteri a diventare un importante esportatore di capitali.

Il sorpasso è avvenuto in due tempi, per ragioni opposte. Il primo risale al 2015-2016, gli anni della grande ondata di acquisizioni cinesi all’estero: ChemChina che rileva Syngenta, i conglomerati come HNA, Anbang e Wanda che comprano hotel, cinema e squadre di calcio in mezzo mondo. Secondo i dati del Ministero del Commercio, gli investimenti in uscita superarono allora per la prima volta quelli in entrata.

Fu un sorpasso effimero: Pechino stessa lo interruppe, imponendo tra il 2016 e il 2017 controlli sui capitali per frenare quella che considerava una fuga speculativa travestita da espansione industriale. Nei termini della bilancia dei pagamenti, la Cina tornò a essere importatrice netta di investimenti diretti fino al 2021.

Il secondo cambio di segno, quello strutturale, è in corso dal 2022-2023. Nel 2023 gli investimenti cinesi all’estero hanno raggiunto i 148 miliardi di dollari, e il terzo trimestre di quell’anno ha registrato, per la prima volta nella serie storica dell’amministrazione valutaria cinese, flussi in entrata negativi: le multinazionali straniere rimpatriavano più capitale di quanto ne investissero, attratte dai tassi americani più alti e sospinte dalle tensioni geopolitiche. Nel 2024 gli investimenti diretti all’estero hanno raggiunto circa 162,8 miliardi di dollari, mentre quelli in entrata sono scesi a circa 116-117 miliardi di dollari.

Come riporta il Financial Times, “la massiccia campagna di investimenti esteri della Cina ha dato impulso alla creazione di nuovi poli industriali in paesi come Thailandia, Indonesia, Brasile, Ungheria e Marocco. Gli investimenti esteri cinesi rappresentavano circa l’11% del totale globale nel 2023, un anno in cui i flussi globali di investimenti diretti esteri hanno subito un rallentamento del 2%, secondo i dati cinesi e delle Nazioni Unite”.

Poiché i tassi di interesse in Cina sono oggi sensibilmente inferiori a quelli statunitensi, è aumentata la domanda di finanziamenti in renminbi da parte di soggetti esteri. Se prendere in prestito renminbi può costare meno che prendere in prestito dollari, è probabile che anche prestiti, depositi e altri finanziamenti continuino a generare un’uscita netta di capitali dalla Cina, che presta al resto del mondo più denaro di quanto ne riceva.

Come prosegue Zhang:
In effetti, la struttura della bilancia dei pagamenti cinese negli ultimi anni ha mostrato sempre più spesso proprio questo schema: un surplus delle partite correnti combinato con un deficit delle partite finanziarie. Gli investimenti diretti e gli altri investimenti hanno tutti registrato deficit di diversa entità.
Fornire renminbi al resto del mondo attraverso deflussi dai conti finanziari, consentendo al contempo il ritorno della valuta in Cina tramite i surplus delle partite correnti, si sta affermando come una strategia tipicamente cinese per l’internazionalizzazione della valuta.
In sostanza, la bilancia dei pagamenti cinese degli ultimi anni presenta una struttura che è l'esatto speculare di quella americana. Dove gli Stati Uniti combinano deficit commerciale e surplus finanziario, la Cina combina surplus commerciale e deficit del conto finanziario.

Tradotto: i residenti cinesi – imprese, banche, in parte lo Stato – acquistano più attività estere di quante attività cinesi acquistino gli stranieri. Gli investimenti diretti, come abbiamo visto, hanno cambiato segno; e lo stesso vale per la voce degli "altri investimenti", cioè prestiti e depositi transfrontalieri. Capitale cinese che esce, sotto forma di fabbriche, crediti, finanziamenti.

Da questa struttura discende un circuito monetario alternativo a quello del dollaro, ma altrettanto coerente. Il renminbi esce dalla Cina attraverso il conto finanziario: prestiti alle economie partner, investimenti diretti denominati in valuta cinese, linee di swap tra banche centrali. E rientra attraverso le partite correnti: chi ha ricevuto renminbi li spende comprando merci cinesi: macchinari, pannelli solari, veicoli elettrici, beni intermedi.

Il dollaro esce comprando beni e rientra come capitale; il renminbi esce come capitale e rientra nell’acquisto di beni. Sono due circolazioni complete, solo percorse in senso opposto. E quella cinese ha un ancoraggio che quella americana ha perso da tempo: la domanda di renminbi è agganciata all’economia reale, alla capacità manifatturiera del paese, non alla disponibilità del resto del mondo a detenere passività finanziarie di un debitore.

Secondo Zhang:
Rispetto al modello statunitense, i persistenti surplus delle partite correnti aumenterebbero le attività esterne nette della Cina. Nel medio termine, ciò potrebbe rafforzare le aspettative di apprezzamento del renminbi e aiutare la Cina a evitare, almeno in parte, il dilemma di Triffin. Il percorso cinese potrebbe quindi rivelarsi più sostenibile rispetto al modello statunitense.
Il meccanismo americano fornisce dollari accumulando debito estero netto, ed è questo debito crescente, come abbiamo visto, a corrodere nel tempo la fiducia su cui il sistema si regge. Il meccanismo cinese fornirebbe renminbi accumulando attività estere nette: ogni anno di surplus corrente rafforza la posizione creditoria della Cina verso il mondo.

L'obiezione immediata è che un simile percorso non abbia precedenti. Ma il precedente esiste: sono gli Stati Uniti stessi. Nei primi anni di Bretton Woods, l'America era esattamente dove la Cina si trova oggi, cioè era la manifattura dominante del pianeta, in surplus corrente strutturale.

In quel momento gli USA hanno fornito dollari al mondo non attraverso deficit commerciali, ma attraverso l'esportazione di capitale: il Piano Marshall ne è l'archetipo. Washington prestava dollari all'Europa in ricostruzione, e l'Europa usava quei dollari per comprare macchinari, attrezzature e beni americani.

Il dollaro è diventato la valuta del mondo prima e senza i deficit correnti americani, che iniziarono solo negli anni Ottanta. La tesi secondo cui il deficit è la condizione dell'egemonia monetaria confonde una fase del percorso con il percorso intero.

Come conclude Zhang:
Questa esperienza storica suggerisce che l’internazionalizzazione della valuta potrebbe procedere in due fasi.
Nella prima fase, il principale vantaggio competitivo di un paese risiede nel settore manifatturiero. Pertanto, promuove l’uso internazionale della propria valuta attraverso una combinazione di surplus delle partite correnti e deficit delle partite finanziarie.
Nella seconda fase, con l’aumento della competitività relativa dei suoi mercati finanziari e il calo di quella del suo settore manifatturiero, il paese si orienta verso un modello basato su disavanzi delle partite correnti e surplus delle partite finanziarie.
L’internazionalizzazione del renminbi si trova attualmente nella prima di queste due fasi.
Fonte

27/08/2026

Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno salvato il Giappone

Il governo degli Stati Uniti ha salvato silenziosamente il Giappone lo scorso mese.

Il Dipartimento del Tesoro statunitense è intervenuto sul mercato valutario per sostenere la divisa giapponese, lo yen. Era la prima volta che Washington faceva una cosa del genere dal 1998, quando gran parte dell’Asia Orientale e Sudorientale stava affrontando una profonda crisi finanziaria.

Questo episodio è sintomatico di una nuova crisi, a lento sviluppo, che si sta manifestando oggi non solo in Giappone, ma anche nel sistema finanziario internazionale incentrato sul dollaro statunitense.

Ciò riflette le crescenti crepe nel sistema del dollaro e il graduale declino del suo dominio globale.

Il tesoro statunitense interviene per sostenere lo yen giapponese

Bloomberg ha osservato che l’intervento del Tesoro statunitense sul mercato valutario è stata un’operazione “insolita”.

La spiegazione superficiale e semplicistica dell’intervento di Washington è semplicemente che il Giappone è uno stretto alleato degli Stati Uniti e la sua valuta si è deprezzata in modo significativo rispetto al dollaro, cosa che preoccupa Tokyo.

Nel gennaio 2021, un dollaro statunitense valeva circa 100 yen (0,54 €); nel luglio 2026, un dollaro valeva più di 160 yen (0,86€)

Tuttavia, questa non è la ragione principale di questo intervento sul mercato valutario.

Riferendosi al Giappone, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato: “Faremo tutto il necessario per sostenerli in modo da aiutare l’economia americana, i contribuenti americani e stabilizzare l’economia globale”.

Quando Bessent ha parlato di “economia globale”, in realtà si riferiva al sistema finanziario internazionale basato sul dollaro, che si impegna a sostenere.

Vale la pena sottolineare che Bessent è un ex gestore di fondi speculativi (hedge fund) di Wall Street. Ha lavorato per anni con il miliardario oligarca George Soros, specializzandosi nella speculazione valutaria. Insieme hanno “mandato in rovina la Banca d’Inghilterra”, scommettendo al ribasso sulla sterlina britannica in un’operazione che ha fruttato a Soros oltre un miliardo di dollari (857,3 milioni di euro).

Bessent fa parte di una classe di plutocrati. Non è chiaro a quanto ammonti esattamente il suo patrimonio. È stato ampiamente riportato che sia miliardario, sebbene questa cifra sia stata contestata. Come minimo, possiede centinaia di milioni di dollari.

In ogni caso, il punto è che Bessent ha un interesse economico diretto nel sostenere il sistema finanziario basato sul dollaro che ha arricchito oligarchi come lui. E il Giappone ha contribuito a mantenere questo sistema.

Il ruolo speciale del Giappone nell’impero statunitense

Il Giappone svolge un ruolo speciale nell’Impero Statunitense.

Innanzitutto, il Giappone ospita più basi statunitensi di qualsiasi altro Paese.

Gli Stati Uniti hanno circa 750 basi militari e altre installazioni in tutto il mondo.

Il Giappone ne ospita da solo 120, dove sono permanentemente di stanza oltre 50.000 soldati statunitensi.

Il Giappone è occupato dall’Impero Statunitense da oltre 80 anni, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’assetto imperiale è continuato perché le élite imprenditoriali giapponesi traggono vantaggio dall’Occupazione Statunitense. Il Giappone è essenzialmente uno Stato a partito unico dal 1955, governato quasi esclusivamente dal Partito Liberal Democratico, di destra, filo-aziendale e filo-americano, in quello che è noto come il “Sistema del 1955”.

Il simbolo perfetto della subordinazione del Giappone è arrivato lo scorso luglio, quando il Paese ha celebrato il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti con uno spettacolo di droni che ha visto protagonisti Donald Trump e l’ultraconservatrice Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi.

È risaputo che il Giappone è uno stretto alleato militare e politico degli Stati Uniti.

Meno noto è il ruolo centrale che il Giappone svolge nel sostenere il sistema globale del dollaro.

Il ruolo speciale del Giappone nel sistema globale del dollaro

Il Giappone fornisce un altro servizio cruciale all’Impero Statunitense: è il maggiore detentore estero di titoli del Tesoro (ovvero, obbligazioni e debito pubblico statunitense).

In altre parole, il Giappone presta più denaro agli Stati Uniti di qualsiasi altro Paese.

Per decenni, il Giappone ha mantenuto un enorme surplus delle partite correnti. Seguendo un modello basato sugli investimenti e orientato all’esportazione, si è affermato come una potenza manifatturiera, specializzata in tecnologie avanzate e in grado di vendere prodotti di alta qualità a clienti in tutto il mondo.

Cosa ha fatto il Giappone con l’enorme eccedenza generata dal suo settore manifatturiero ad alta tecnologia? Ne ha reinvestito gran parte in attività in dollari statunitensi, in particolare in titoli del Tesoro.

Il Giappone ha continuato ad acquistare titoli di Stato statunitensi anche negli anni 2010, quando i rendimenti erano estremamente bassi e i rendimenti reali spesso negativi, dato che i tassi di interesse statunitensi erano praticamente a zero, al di sotto dell’inflazione, e la Riserva Federale attuava il quantitative easing (una “politica monetaria non convenzionale” in cui una banca centrale crea nuova moneta elettronica per acquistare attività finanziarie, come titoli di Stato e obbligazioni societarie, da banche commerciali e istituzioni private. Ciò aumenta l’offerta di moneta, riduce i tassi di interesse a lungo termine e stimola l’erogazione di prestiti bancari per favorire le economie in difficoltà). 

Tokyo ha continuato a convertire le sue eccedenze in titoli del Tesoro statunitensi non solo a causa delle pressioni politiche di Washington (che certamente hanno influito), ma anche perché il suo settore manifatturiero beneficia di uno yen svalutato, che rende le sue esportazioni più competitive (soprattutto in un momento in cui teme la crescente concorrenza della Cina).

A febbraio 2026, il Giappone possedeva circa 1.240 miliardi di dollari (1.063.077.351.800 €) in titoli del Tesoro.

È sorprendente confrontare le riserve di titoli del Tesoro del Giappone con quelle della Cina continentale. Da oltre un decennio, Pechino ha progressivamente ridotto i propri investimenti netti in titoli di Stato statunitensi. Le sue partecipazioni nel Tesoro hanno raggiunto il picco di oltre 1.300 miliardi di dollari (1.114.438.000.000 €) nel 2014.

Nel 2026, la Cina deteneva meno di 700 miliardi di dollari (600 miliardi di euro) e le sue partecipazioni si riducono di anno in anno, a seguito del progressivo processo di dedollarizzazione da parte di Pechino, dovuto all’utilizzo della sua valuta come arma da parte di Washington.

Disfunzioni del mercato dei titoli del tesoro statunitensi e crisi energetica causata dalla guerra all’Iran

Il Giappone è rimasto per anni il principale detentore di titoli del Tesoro statunitensi. Tuttavia, negli ultimi mesi, il Paese ha ridotto le proprie partecipazioni.

Qual è stata la ragione? Alla fine di febbraio, l’amministrazione di Donald Trump ha lanciato una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran. Ciò ha scatenato una crisi energetica globale che ha gravemente danneggiato le economie dell’Asia Orientale e Sudorientale.

Il Giappone dipende quasi interamente dalle importazioni di petrolio e il 95% del suo greggio proviene dall’Asia Occidentale (il cosiddetto Medio Oriente), di cui circa l’80% transita attraverso lo Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran in risposta alla guerra di aggressione statunitense.

L’impennata dei prezzi dell’energia ha esercitato un’ulteriore pressione al ribasso sullo yen, costringendo la Banca del Giappone a intervenire.

Nei mesi successivi, Tokyo ha ridotto parte delle sue riserve di titoli del Tesoro, intervenendo sul mercato valutario (vendendo titoli per ottenere dollari e utilizzando questi dollari per riacquistare la propria valuta).

A luglio, le riserve giapponesi erano scese a 1.116,7 miliardi di dollari (957,3 miliardi di euro) . Ciò significa che le riserve nette di Tokyo sono diminuite di oltre 100 miliardi di dollari (85,7 miliardi di euro) in soli quattro mesi. Il Giappone stava chiaramente vendendo una grande quantità di titoli del Tesoro statunitensi.

Questo ha preoccupato Washington, poiché i rendimenti dei titoli del Tesoro statunitensi sono in costante aumento da sei anni, dalla crisi inflazionistica successiva alle interruzioni delle catene di approvvigionamento causate dalla pandemia di Covid-19.

Il governo statunitense è particolarmente preoccupato per l’elevato rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni, utilizzato come parametro di riferimento per altri tassi di interesse nell’economia (come obbligazioni societarie, mutui, prestiti auto, prestiti studenteschi, ecc.).

Per questo motivo, poche settimane dopo l’insolito intervento sul mercato valutario a sostegno dello yen, il Tesoro statunitense ha annunciato di voler “raddoppiare, almeno, l’entità delle operazioni di riacquisto di liquidità per i titoli a cedola nominale a lunga scadenza (il settore a 10-20 anni e quello a 20-30 anni)”.

In altre parole, il Tesoro statunitense sta emettendo debito a breve termine per riacquistare il proprio debito a lungo termine, nel tentativo di tenere sotto controllo la parte a lungo termine della curva dei rendimenti.

È piuttosto ironico, visto che Scott Bessent aveva criticato duramente il Segretario del Tesoro di Joe Biden, Janet Yellen, perché aveva emesso principalmente titoli di debito a breve termine (noti come “bills”). L’idea era che, riducendo l’offerta di titoli a più lungo termine, il Tesoro avrebbe potuto alleviare la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ma da quando Bessent ha sostituito la Yellen, ha fatto esattamente la stessa cosa, emettendo in modo preponderante titoli a breve termine.

A luglio, il Tesoro statunitense ha emesso 2.570 miliardi di dollari (2.203 miliardi di euro) in buoni del Tesoro (titoli a breve termine con scadenza fino a un anno), a fronte di 310,3 miliardi di dollari (266 miliardi di euro) in titoli a medio termine (con scadenza da due a dieci anni) e solo 37,3 miliardi di dollari (32 miliardi di euro) in obbligazioni con scadenza da 20 a 30 anni.

Ciò significa che l’86,4% dei quasi 3.000 miliardi di dollari (2.571,5 miliardi di euro) di titoli emessi a luglio era costituito da buoni del Tesoro (a breve termine), rispetto al 10,4% per i titoli a medio termine e a un misero 1,3% per le obbligazioni a lungo termine.

Dal petrodollaro al dollaro nei fondi di investimento

A giugno, i governi stranieri detenevano 3.780 miliardi di dollari (3.240,4 miliardi di euro) in titoli del Tesoro statunitensi. La stragrande maggioranza di tale importo (oltre il 90%) è costituita da titoli a breve e lungo termine, con scadenza da uno a 30 anni.

Washington vuole che i governi stranieri continuino ad acquistare titoli di Stato statunitensi a lunga scadenza, ma non vuole che vengano venduti, perché ciò aumenterebbe la pressione al rialzo sui rendimenti dei titoli del Tesoro, in un momento in cui questi rimangono ostinatamente elevati.

Il problema è che i governi stranieri sono sempre meno interessati a detenere titoli del Tesoro statunitensi proprio nel momento in cui l’emissione di tali titoli sta esplodendo, perché il debito pubblico statunitense sta crescendo così rapidamente, con deficit federali che si attestano costantemente intorno al 6% del PIL.

La quota di titoli del Tesoro detenuti da investitori stranieri si è aggirata intorno al 32-33% dall’inizio della pandemia di Covid-19. Si tratta di un calo drastico rispetto a oltre il 45% dei primi anni 2010.

Nel frattempo, le partecipazioni ufficiali (ovvero governative) straniere in titoli del Tesoro statunitensi sono rimaste invariate negli ultimi anni, nonostante un significativo aumento delle emissioni.

Una delle ragioni principali di ciò è la crescente paura che il dollaro statunitense venga utilizzato come arma. Molte banche centrali straniere temono che i loro titoli di Stato possano essere sequestrati (ossia non ripagati alla scadenza) se i rispettivi governi dovessero intraprendere azioni sgradite a Washington.

La decisione del 2022 da parte degli Stati Uniti e dei Paesi europei di sequestrare le riserve russe di circa 300 miliardi di dollari (257,2 miliardi di euro) in attività denominate in dollari ed euro è stata un campanello d’allarme, e le banche centrali di tutto il mondo da allora si sono riversate sull’oro.

Di conseguenza, l’offerta di titoli di Stato statunitensi è aumentata costantemente, mentre la domanda da parte dei governi stranieri è diminuita costantemente.

Cosa ha colmato il vuoto? Investitori privati ​​stranieri, in particolare fondi d’investimento e altre società registrate in centri finanziari come la City di Londra o in paradisi fiscali nelle isole caraibiche.

Come il Giappone, anche queste società private stanno sostenendo il sistema globale del dollaro. Per questo motivo Adam Tooze ha sostenuto che questo sistema dovrebbe essere chiamato “dollaro dei fondi d’investimento” o “dollaro dei miliardari”.

Dopo che il governo statunitense sganciò il dollaro dall’oro durante lo shock di Nixon del 1971, Washington fece pressione sui principali produttori di petrolio, come l’Arabia Saudita, affinché reinvestissero le loro eccedenze in attività statunitensi, principalmente titoli del Tesoro, al fine di sostenere il dollaro.

Il petrodollaro rimane tuttora un pilastro fondamentale del sistema globale del dollaro, ma il dollaro detenuto dai fondi d’investimento ha acquisito un’importanza ancora maggiore negli ultimi decenni, data la rapida finanziarizzazione delle economie occidentali.

Questo è uno dei motivi per cui l’amministrazione di Donald Trump ha ulteriormente deregolamentato il settore finanziario, promuovendo al contempo con forza le stablecoin [1]: gli emittenti, infatti, spesso utilizzano titoli del Tesoro come garanzia per le proprie stablecoin (o almeno dichiarano di farlo).

Ciò spiega come società emittenti di stablecoin, come Tether e Circle, siano diventate in breve tempo tra i maggiori detentori di titoli del Tesoro a livello mondiale, in competizione con i principali governi stranieri.

Tuttavia, nemmeno questa crescente domanda privata estera è stata sufficiente a mantenere bassi i rendimenti statunitensi.

Ecco perché Washington è particolarmente preoccupata che i governi stranieri vendano i propri titoli del Tesoro.

Crisi nel sistema del dollaro: gli Stati Uniti non vogliono che altri paesi vendano i propri titoli del tesoro

Tutto ciò dimostra che c’è una crisi crescente nel cuore del sistema finanziario internazionale basato sul dollaro.

Questa è stata precisamente la conclusione a cui è giunto uno dei maggiori studiosi mondiali del sistema del dollaro, Barry Eichengreen, professore di economia all’Università della California, Berkeley, e autore del libro “Exorbitant Privilege: The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System” (Privilegio Esorbitante: l’Ascesa e la Caduta del Dollaro e il Futuro del Sistema Monetario Internazionale).

In un articolo sul Financial Times, Eichengreen ha osservato che l’intervento dell’amministrazione Trump per sostenere lo yen “contiene informazioni preoccupanti sul dollaro”.

“Il messaggio è che il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent e soci temevano che la vendita di titoli in dollari per sostenere lo yen avrebbe messo ulteriore pressione sulla parte a lungo termine del mercato dei titoli del Tesoro statunitensi”, ha scritto.

Questa preoccupazione è stata evidenziata dalla decisione di Bessent di finanziare l’intervento sul mercato valutario non con dollari, bensì con gli euro detenuti dal Tesoro nel suo Fondo di Stabilizzazione dei Cambi.

In altre parole, il governo statunitense ha venduto euro per acquistare yen sul mercato valutario, perché non voleva vendere titoli del Tesoro, in quanto ciò avrebbe aumentato la pressione al rialzo sui rendimenti.

Ciò che è stato particolarmente sorprendente è che il governo statunitense ha venduto le sue riserve in euro, in questo intervento, senza neanche consultare i suoi presunti “alleati” in Europa. Il Financial Times ha riportato che la Banca Centrale Europea è stata informata solo dopo l’operazione.

Eichengreen, il massimo esperto del sistema del dollaro, è giunto alla seguente conclusione sul Financial Times:
“Queste mosse indicano che lo status del dollaro come valuta di riserva non è più quello di una volta. Le banche centrali sono abituate a detenere riserve valutarie in dollari perché i mercati dei titoli del Tesoro statunitensi sono liquidi. Le banche centrali detengono titoli del Tesoro statunitensi perché possono essere liberamente acquistati, venduti e utilizzati in interventi. Ma non ora, almeno non in quantità illimitate”.
In sostanza, Washington, temendo le conseguenze per i mercati finanziari statunitensi, è restia a vedere le banche centrali straniere utilizzare le proprie riserve in dollari. Questo ci dice che il dollaro non è più la valuta di riserva attraente che era un tempo.

Quando questo messaggio verrà recepito, altri Paesi intensificheranno la ricerca di alternative più attraenti e facilmente utilizzabili. La diversificazione delle riserve valutarie è destinata a prendere slancio.

Questo è il messaggio più importante da trarre dal salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense: le crepe nella struttura del sistema del dollaro si stanno allargando, mentre il movimento globale di dedollarizzazione prende piede.

Wall Street trae vantaggio dal carry trade sullo yen

C’è un altro punto significativo da sottolineare riguardo allo storico salvataggio del Giappone da parte del governo statunitense. Ovvero, non è solo Washington a beneficiare della subordinazione del Giappone, ma anche Wall Street.

Questo accade perché le società finanziarie di Wall Street, gli investitori negli Stati Uniti e più in generale in tutto l’Occidente, traggono profitto dal deprezzamento dello yen attraverso una pratica nota come carry trade.

Cos’è esattamente il carry trade? L’idea alla base è molto semplice: un investitore prende in prestito denaro in una valuta, che ha un basso tasso di interesse, per acquistare un’attività in una valuta diversa, che ha un tasso di interesse più alto, al fine di beneficiare dello spread (il differenziale).

Per decenni, il Giappone ha avuto tassi di interesse estremamente bassi, a volte persino negativi. Quindi gli investitori contraevano debiti denominati in yen, convertivano quel denaro in dollari statunitensi e poi acquistavano titoli del Tesoro con rendimenti più elevati o azioni di società statunitensi (contribuendo così a gonfiare l’enorme bolla nel mercato azionario statunitense).

Il carry trade sullo yen si è rivelato estremamente redditizio per Wall Street. E questo scambio va avanti da anni, guidato non solo dai mercati finanziari, non si tratta della “mano invisibile”, ma anche da una sorta di accordo tacito tra i governi degli Stati Uniti e del Giappone, che ne facilitano l’accesso.

I patrimoni finanziari statunitensi, in particolare le azioni delle grandi aziende tecnologiche, hanno beneficiato notevolmente del carry trade sullo yen. Anche gli esportatori giapponesi ne hanno tratto vantaggio, perché con il costante deprezzamento dello yen rispetto al dollaro, i loro prodotti diventano più competitivi a livello internazionale.

Si tratta di una spinta quanto mai necessaria in un momento in cui il Giappone fatica a competere con la Cina, che si è rapidamente affermata nella catena del valore globale, espandendosi in settori a maggiore valore aggiunto ed erodendo i margini di profitto delle aziende giapponesi.

Il comitato editoriale del Guardian ha commesso molti errori ed è solitamente filo-imperialista, filo-americano e filo-atlantico. Ma poiché il principale quotidiano britannico è anti-Trump, la sua analisi critica del piano di salvataggio del Giappone da parte dell’amministrazione Trump ha colto nel segno, spiegando la vera motivazione dietro l’intervento sul mercato valutario:
“non si tratta tanto di un salvataggio dello yen quanto di un tentativo da parte di Scott Bessent, il segretario al Tesoro statunitense, di preservare un flusso di liquidità che avvantaggia gli Stati Uniti.
La moneta giapponese a bassissimo costo è diventata uno strumento di finanziamento globale: i banchieri prendono in prestito yen, li vendono in cambio di dollari e acquistano attività statunitensi ad alto rendimento, in particolare azioni tecnologiche. I mercati azionari americani in crescita sostengono le garanzie e gli investimenti.
Il “carry trade” giapponese è uno dei motivi per cui Wall Street può investire centinaia di miliardi nell’Intelligenza Artificiale. Le ricerche suggeriscono che l’Intelligenza Artificiale assorbe più dell’1% del PIL statunitense.”
Washington vuole mantenere aperto questo rubinetto, ma non al costo di un crollo dello yen o di vendite di titoli del Tesoro statunitensi.

Il ruolo cruciale che lo yen svolge come “rubinetto di liquidità” per Wall Street avvantaggia anche Washington, che rafforza il proprio potere globale consolidando il sistema del dollaro.

Tuttavia, le crepe nelle fondamenta di questo sistema si stanno allargando e la crisi finanziaria che si sta sviluppando lentamente in Giappone è sintomo del profondo deterioramento della struttura su cui si basa.

Note
  1. Una stablecoin è un tipo di criptovaluta progettata per mantenere un prezzo stabile. Lo fa collegando il suo valore a un bene del mondo reale, come il dollaro statunitense o l’oro
Fonte

17/08/2026

“Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale”

Intervista a Joseph Halevi. Non è una sorpresa, per chi ha seguito e segue la dinamica militare americana. Dov’è la dimensione  della sconfitta strategica? In primo luogo, gli statunitensi sono sostanzialmente disarmati per quanto riguarda i missili di precisione.
Ciò coinvolge tutto l’assetto militare strategico americano, sia nella sua capacità di vendere armi all’Europa affinché l’Europa le consegni gratuitamente all’Ucraina, sia nell’indebolimento dello schieramento americano rivolto alla Cina, perché gli statunitensi non possono rafforzare le loro punte avanzate nei confronti della Cina, ovvero il Giappone.

In altre parole, rischia di sgretolarsi la capacità da parte statunitense di mantenere lo storico “protettorato” sui  Paesi amici?

Bisogna partire dal presupposto che per gli Stati Uniti questi Paesi (Giappone, Europa) in cui la distanza fisica è compensata da una forte presenza militare e ideologica, sono una cintura di protezione, al di là della retorica che ha sempre rappresentato la presenza americana come un baluardo fonte di benefici per i Paesi che ne avevano accolto le basi militari.
In altre parole, è la Nato a proteggere gli USA, rappresentando a un tempo il campo di battaglia e la carne da cannone per coprire gli Stati Uniti.
Lo stesso dicasi per il Giappone. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington, in questo momento gli USA si trovano sguarniti delle loro armi di punta, i missili di precisione, pur mantenendo un arsenale di armi ordinarie di tutto rispetto.
Il fatto però è che queste ultime sono bombe che servono sostanzialmente per bombardamenti a tappeto, in questo momento improponibili e prodromo dell’uso dell’atomica. I Tomahawk, che sono i migliori missili americani e quelli più flessibili come punto di lancio, sono stati “consumati” al 50%; i missili intercettori sono stati utilizzati con percentuali che vanno intorno al 60%, mentre per quelli più avanzati si parla di un uso che sfiora l’80% delle disponibilità.
Negli ultimi giorni, è uscita la notizia che anche l’Arabia Saudita, che possiede solo armi americane, ha utilizzato circa l’86% dei suoi missili intercettori.

Le conseguenze?

Ciò significa che, se gli americani dovessero ricostituire queste scorte di armi, dovrebbero ulteriormente intaccare le loro. Ma in questo momento non le hanno.
Sempre il CSIS elenca i tempi necessari alla ricostituzione delle scorte per ciascun tipo d’arma: si va dai 42 ai 64 mesi. A ciò si deve aggiungere il fatto che queste armi sono piene zeppe di strumentazione elettronica richiedente l’uso di terre rare, in stragrande maggioranza raffinate in Cina anche quando estratte altrove.
Esattamente come gli USA nei confronti della Cina, Pechino ha un elenco di prodotti strategici da non esportare. Quindi l’invio all’estero dei prodotti delle raffinazioni delle terre rare che entrano nella produzione di queste armi è vietata o fortemente centellinata.
Ne consegue che gli USA non potranno completare il rinnovo delle scorte nei tempi tecnici previsti. Hanno poca capacità di raffinazione così come ne ha pochissima il Giappone, che in questi rami industriali fa da spalla agli USA.

Questo cosa significa, al di là del ragionamento militare?

Intanto, pensiamo al fatto che gli USA si sono fatti riconsegnare, da altre zone del mondo tanti missili intercettori che a suo tempo gli avevano fornito e che facevano parte della dotazione degli “alleati”. Armi che per ora non sono in grado di reintegrare. Di fatto, sono completamente scoperti.
Consideriamo che la vera natura di queste guerre (per questo gli Stati Uniti si sono fatti trascinare da Israele) era quella di conquistare aree cruciali, i cosiddetti punti di strangolamento per quanto riguarda il passaggio del petrolio e di staccare l’Iran dalla Cina e dalla Russia, realizzando, con bombardamenti e azioni di guerra, il cambiamento di regime.
Non dimentichiamo che se l’Iran, o prima ancora l’Iraq, fossero stati esclusivamente grandi produttori mondiali l’uno di pistacchi e l’altro di fagiolini, non sarebbe scoppiato il conflitto. Ovviamente, la causa principe è, fin dall’intervento USA in Iran del 1953 per abbattere l’allora legittimo governo di Mohammad Mossadegh, il petrolio cui si è aggiunta la strategia di condizionare e controllare la Cina.

In che senso?

Nel senso molto semplice che gli USA hanno bisogno del petrolio per sostenere il dollaro come moneta a livello mondiale.
Facciamo attenzione: gli americani vogliono essere in deficit rispetto al resto del mondo, dal momento che per loro è basilare spendere e spandere per quanto possibile per poi farsi finanziare dal resto del mondo attraverso le emissioni dei buoni del tesoro americani. Questo è il meccanismo che tiene in piedi il sistema finanziario USA e soprattutto la crescita continua della bolla di Wall Street.
D’altro lato, essendo l’Iran un importante fornitore di petrolio per la Cina, creare difficoltà a Pechino è coerente con il proprio obiettivo principale. Tuttavia, il dato di fatto rimane: in questo momento gli USA sono completamente sguarniti a livello militare e in completo caos. Anche per quanto riguarda l’amministrazione.
L’impressione è quella di una nave alla deriva prima di finire sugli scogli.

Ma con l’indebolirsi dell’egemonia statunitense, non è inevitabile che il mondo si riorganizzi?

Questo è vero in teoria. Ma il processo è caratterizzato da ciò che in statistica si chiama “passeggiata aleatoria”, in cui ogni azione può anche avere una sua logica ma nell’insieme ne scaturisce un movimento casuale.
Un esempio è dato dalla incompatibilità tra il ruolo del Giappone e la sua reale situazione. Per Washington, dal 1950 in poi, la frontiera statunitense più avanzata verso la Cina è il Giappone assieme alla Corea del Sud.
In questo momento il Giappone dà l’impressione di essere un Paese nel pallone più totale. Sta scivolando ulteriormente nella crisi economica che lo divora da oltre trent’anni, ed è incapace di riposizionarsi. Tant’è vero che nel corso delle cerimonie di commemorazione del bombardamento di Hiroshima, la primo ministro giapponese ha evitato di ricordare che i due bombardamenti nucleari sono stati compiuti dagli Stati Uniti.
L’Europa non è per niente diversa, rispetto alla sua capacità di riposizionarsi, perché la formazione dell’intero ceto politico occidentale è completamente plasmato dagli USA. Una volta scomparsi gli Adenauer, i Willy Brandt, i De Gaulle, i De Gasperi, i Moro, in Italia la Prima Repubblica, il ceto politico successivo (in Italia, alla fin fine, persino la dirigenza del PCI) è stato plasmato o rimodellato dagli Stati Uniti, così da non avere la possibilità di creare statisti.
Questo è il punto, che riguarda non solo l’Europa, ma anche il Giappone e la Corea del Sud.

Se questo è vero per Europa, Giappone, e gli alleati storici degli USA, non le sembra che altri Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Pakistan, abbiano la capacità di reagire a un mondo in cui la potenza statunitense si sta via via appannando?

Il problema che ha posto è molto reale. Intanto, bisognerebbe parlare dell’Accordo della Mecca in cui è stato stretto un patto tra i tre Paesi citati, con l’avvertenza che in realtà degli articoli del Patto non sappiamo ancora nulla.
Andando per ipotesi e ricordando che anche l’Egitto, se saranno superati alcuni nodi tecnici, potrebbe entrare a farne parte, possiamo tentare di capire qualcosa dalle reazioni degli altri Paesi.
Quella di Israele è negativa. Del resto, quando si illudevano di sconfiggere l’Iran grazie alla potenza americana, lo stesso leader dell’opposizione israeliana Neftali Bennett, aveva detto, assieme all’attuale governo, che il nuovo pericolo è un’alleanza sunnita, e la nuova minaccia è la Turchia, per cui bisognava prepararsi a fare guerra alla Turchia.
Dall’altro lato, tutti e tre i Paesi che formano questo Accordo sono profondamente dipendenti dagli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, la firma del Patto della Mecca uccide gli Accordi di Abramo, ovvero quegli Accordi del 2020 formulati dagli USA che hanno portato prima alla normalizzazione diplomatica dei rapporti fra Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Israele, che poi avrebbero dovuto sfociare nella normalizzazione fra Israele e Arabia Saudita. Questo nuovo Patto li svuota completamente.

Ma intanto come sono posizionati i Paesi che lo compongono?

La Turchia di Erdogan svolge una politica ambigua e possibilistica. Bisogna comprendere a cosa punta la Turchia e si può già capire che un loro obiettivo è quello di trasformare la Siria in un  protettorato di Ankara. Uno dei segnali è che i turchi stanno installando radar militari in Siria.
Questo significa che gli aerei israeliani non potranno più posizionarsi nello spazio aereo siriano, come facevano dalla caduta di Bashar Al-Assad, posizionamento che permetteva loro di lanciare missili sull’Iran in relativa sicurezza, dal momento che gli aerei israeliani e quelli americani preferiscono evitare di entrare nello spazio aereo iraniano. 
Il fatto che Ankara stia installando radar militari in Siria complica la vita a Israele, dal momento che i suoi aerei verranno “visti” dalla Turchia. Soprattutto, potrebbero essere anche operazioni sgradite alla Turchia.
Quanto alle dichiarazioni israeliane che identificano la Turchia con il nuovo nemico, Erdogan ha risposto in modo molto duro, dicendo che Israele se ne deve andare dalla Siria, dal Libano, ecc.
Tirando le fila, l’Accordo della Mecca può avere impatti diversi a seconda del lato da cui lo si prende, anche se, fintanto che non ne sappiamo di più sui contenuti degli articoli, sarà difficile dargli la giusta dimensione. 
Detto ciò, la reazione iraniana non è stata negativa. Teheran ha dichiarato che il Patto, retto da una clausola di mutuo sostegno in caso di aggressione simile all’Articolo 5 della NATO, non è diretto contro l’Iran.
Ancora più esplicito è stato Wang Yi, ministro degli esteri della Repubblica Popolare Cinese, il quale ha affermato di vedere molto positivamente l’Accordo tra i tre paesi firmato alla Mecca. Wang Yi ha inoltre auspicato di poter giungere alla creazione di un quadro di sicurezza collettiva tra la Cina ed i paesi islamici dell’Asia occidentale, come oggi viene chiamato quello che fu il Medioriente, quadro che include l’Iran. 

Tuttavia il ruolo del Pakistan è già emerso come molto importante per la regione...

Il Pakistan è stato un Paese fondamentale anche nello sviluppo della difesa dell’Iran sia sotto l’aspetto dei rapporti diplomatici che dal punto di vista logistico militare. L’azione della sua diplomazia verso Teheran, espletatasi sempre col pieno appoggio della Cina,  è stata fondamentale per la firma dell’accordo di Islamabad che poi è stato formalizzato in Svizzera.
In quel frangente gli iraniani non parlavano direttamente con gli americani, che pure erano presenti, e i loro rapporti erano mediati dal Pakistan e dal Qatar.
In particolare si segnala per importanza la figura del capo di stato maggiore pakistano, il generale Asim Munir, il vero mediatore invisibile, com’è stato definito dalla stampa internazionale.
Il Pakistan ha rivestito questo ruolo di fondamentale importanza per il suo legame con la Cina, che, in veste di suggeritore, ha coadiuvato il Pakistan su come parlare con l’Iran per giungere alla sottoscrizione dell’accordo d’intesa.

Come evolve il rapporto con la Cina?

Il rapporto Cina-Pakistan ha funzionato anche sul terreno, dal momento che mentre gli USA bombardavano il porto iraniano al confine col Pakistan, Chabahar, il porto che ha permesso all’Iran di non fermarsi è stato lo scalo fratello pakistano di Gwadar a poca distanza da Chabahar. Gwadar fa parte dell’odierna Via della Seta ed è un nodo fondamentale dei rapporti fra Cina e Pakistan.
Quest’ultimo ha messo a disposizione dell’Iran il porto di Gwadar, sottraendo ai bombardamenti americani le navi col petrolio iraniane. Inoltre, con l’aiuto tecnico della Cina, il Pakistan ha aperto sei valichi di frontiera per il trasporto con autocisterne di petrolio fra Iran e Pakistan.
Un altro elemento di grandissima importanza, è che durante la guerra, la precisione dei missili iraniani è andata aumentando molto rapidamente. Come mai? A parte che, secondo Ted Postol, professore di fisica al MIT e già consulente del Pentagono su questione balistiche, sembra che gli iraniani abbiano sviluppato dei missili superiori al missile cinetico di alta potenza russo Oreshnik, i cinesi, con i pakistani, hanno accelerato il trasferimento all’Iran del sistema di direzione elettronica cinese BeiDou impervio alla penetrazione da parte dagli americani, superando il problema di sicurezza del sistema iraniano che aveva mantenuto la tecnologia GPS americana penetrata dagli USA e da Israele a tal punto che nella guerra di giugno del 2025 riuscirono a far deviare non pochi missili iraniani.
Tutto ciò mi porta a dire che, sebbene sia vero che il Pakistan è fortemente legato agli USA, è anche vero che è altrettanto fortemente legato all’Iran e non ne vuole la sconfitta.

Ma quali sarebbero i motivi?

Mi sembrano evidenti. Intanto, il rapporto Pakistan-Cina, che passa attraverso quello Iran-Cina. Legami molto stretti, che fanno sì che il Pakistan non voglia alterare i rapporti.
L’altro motivo è che in Pakistan, su oltre 260 milioni di abitanti, il 20% sono Sciiti, che fanno riferimento all’autorità religiosa di Teheran.  Il capo di questa comunità è un personaggio molto influente con stretti legami con il ministro degli Interni pakistano Moshin Naqvi,  il quale al momento di scrivere si trova in visita ufficiale a Teheran.
Naqvi è molto popolare in Pakistan in quanto presidente del comitato nazionale di cricket che, in Pakistan quanto in India, è una fede mistica di massa oltre che uno sport.

Tirando le fila, quali saranno le conseguenze di questa guerra per gli USA?

In America la sconfitta strategica, così chiamata senza peli sulla lingua, è materia di ampia discussione pubblica. Gli USA hanno ormai perso le basi in quell’area, semplicemente perché non esistono più a livello fisico.
Le basi americane sono state distrutte con una percentuale attorno all’80%. Nel Golfo esiste il problema della base nel Bahrein ove si colloca il quartier generale della V Flotta. Sembra vi sia ancora personale che non può venir via a causa della chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz.
Le altre basi sono state tutte evacuate precipitosamente, a cominciare dalla zona curda dell’Iraq, considerata strategica grazie alla presenza dei combattenti curdi, che, debitamente armati dagli americani, avrebbero dovuto invadere l’Iran da quella parte. 
Gli americani si sono ritirati dall’Iraq, dalle due basi in Giordania dove ufficialmente non si trovavano. Si sono arroccati in Arabia Saudita, in Israele e in parte si sono riposizionati in Europa.
Il dato di fatto è che nell’area non c’è più presenza americana strutturalmente coordinata a prescindere dalle due portaerei con qualche unità che stazionano al largo nel Mar Arabico attuando il controblocco di Hormuz senza riuscire a scardinare la posizione dell’Iran circa la chiusura dello stretto.
La situazione USA ha raggiunto livelli di superficialità inimmaginabili. L’ammiraglio Brad Cooper capo del CENTCOM, il comando USA delle forze destinate all’area che va dall’Asia centrale al Golfo Persico, ha apertamente sollecitato tutti i soldati di qualsiasi rango ad inviare suggerimenti su come punire (verbatim) l’Iran.
Nel frattempo la condizione dell'equipaggio della portaerei Lincoln, da molti mesi in navigazione tra il mar Arabico e l’Oceano Indiano, tende a quella dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale: cibi avariati, igiene scarsa, tentativi di suicidio e di saltare fuori bordo.
Tutto ciò mentre non esiste di fatto alcun dialogo fra Iran e USA. Gli Stati Uniti si trovano in un vero vuoto strategico, legato, fra l’altro, anche alla situazione delle armi di cui abbiamo parlato all’inizio.

In tutto ciò, quanto pesa l’elemento petrolio?

Mi sembra che fuori dagli USA se ne parli in modo inadeguato e superficiale. L’America si sta accorgendo che manca il petrolio cosiddetto greggio-acido o pesante, ovvero quello da cui si trae kerosene per gli aerei e diesel per i camion.
Le auto usano petrolio dolce o leggero che costituisce la grande maggioranza del greggio estratto dai pozzi sul territorio americano. Il greggio acido lo devono importare e, con la chiusura di Hormuz, le importazioni non sono sufficienti.
La quantità di petrolio a disposizione come riserva strategica ufficiale, è scesa di oltre la metà, per quanto riguarda tutti i tipi. Dall’anno scorso si è passati da 700 milioni di barili a 300 milioni. Il 36% è petrolio pesante, ovvero acido.
Intanto, non solo non esce niente da Hormuz, ma – dopo il bombardamento missilistico saudita della pista dell’aeroporto di Sanaa nello Yemen il 13 luglio scorso – Ansara Allah (i “Partigiani di Dio”, conosciuti in Occidente come Houthi)  hanno bloccato le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita.
La scarsità di petrolio per il momento, non si manifesta eccessivamente sui prezzi perché questi  vengono calmierati proprio dall’uso a man bassa delle riserve strategiche. Ma la scarsità dovrà emergere. Un’eventuale espansione del mercato nero (petrolio russo comprato dall’India e rivenduto ai Paesi che non lo comprano direttamente a causa del sanzioni), non è sufficiente.
L’unica che continua ad alimentarsi col petrolio saudita è la Cina, nei cui confronti Ansar Allah, come l’Iran, non applicano blocchi di alcun genere.
Ad oggi non esiste alcuna tregua formale, solo di fatto, perché gli USA non sono in grado di continuare i combattimenti. Esistono negoziati tra l’Oman e l’Iran riguardo la gestione del traffico nello stretto di Hormuz e la spartizione degli incassi dei pedaggi.
Tuttavia Teheran, seguita da Ansar Allah per quanto riguarda lo stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, ha dichiarato che lo stretto non verrà riaperto finché non verrà posta fine alla guerra, non verranno completamente ritirate le forze USA dall’insieme dell’area e dall’Iraq, finché Israele non cesserà ogni attacco al Libano, ritirandosi dal territorio occupato, ed dalla Palestina. Ne consegue che la scarsità di petrolio potrà durare a lungo.

Fonte

25/07/2026

La guerra degli USA. Oltre la superficialità dei media...

Ciò che gli Stati Uniti stanno facendo attualmente è una rapida ristrutturazione per adattarsi a condurre una prolungata guerra di logoramento nella regione mediorientale.

Chiunque pensi che gli Stati Uniti non possano impegnarsi in guerre di logoramento, che fanno parte della loro dottrina militare, si sbaglia. Ma la domanda più importante è: gli Stati arabi possono sopportare le conseguenze di una guerra di logoramento tra Iran e Stati Uniti?

Le azioni dell’attuale amministrazione statunitense sotto Trump, dalla creazione di crisi commerciali con alleati vicini come Canada e Messico, alla minaccia militare diretta di annettere la Groenlandia, fino a spingere la regione sull’orlo di una guerra con l’Iran che non è un’opzione convenzionalmente praticabile, indurrebbero solo gli ingenui a credere di avere a che fare con un presidente folle che guida scenari di imprudenza politica, follia e avventurismo economico.

Trump sta portando avanti un piano terrificante che trascende la copertura mediatica e le analisi politiche superficiali. E se questa distruzione e smantellamento sistematico del vecchio ordine mondiale fosse l’obiettivo letterale e deliberato di un “piano generale” ideato ed eseguito alla perfezione nel caos controllato delle stanze oscure di Washington?

Il mondo intero oggi dipende geograficamente dallo Stretto di Hormuz e dal petrolio mediorientale.

I dati confermano che:

  • Il Giappone importa il 75% del suo fabbisogno di petrolio dal Medio Oriente.
  • L’India dipende dalla stessa fonte per il 60% del suo fabbisogno.
  • L’Europa e la Cina dipendono dalle rotte di approvvigionamento del Golfo per il 20% del loro fabbisogno.

Ecco il fulcro del piano Trump. Se Trump trascinasse la regione in un confronto militare aperto e prolungato con l’Iran, la prima inevitabile conseguenza sarebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, seguita da quella dello Stretto di Bab el-Mandeb, e il blocco totale del flusso di petrolio mediorientale.

E in quel momento l’economia globale crollerebbe e i prezzi dell’energia in Europa e in Asia schizzerebbero alle stelle, raggiungendo livelli senza precedenti e paralizzando fabbriche e città.

Ma, dove si colloca il Nord America in questo collasso? Qui risiede l’oscuro genio strategico dell’Uomo Arancione:

  • Il Nord America non ha bisogno del petrolio mediorientale; gli Stati Uniti hanno enormi riserve, il Canada si trova sopra vasti giacimenti petroliferi e il Venezuela, che è stato occupato, possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta.
  • Non si tratta solo di petrolio e gas; la questione si estende all’azoto e ai fertilizzanti, essenziali per la produzione alimentare globale.
  • Il Medio Oriente è il principale fornitore di questi materiali e, una volta interrotte le forniture, il mondo (soprattutto Europa e Asia) avrà solo due fonti di cibo ed energia: il Nord America e la Russia.

Pertanto, Trump si trasforma in un ingegnere che monopolizza gli elementi essenziali della vita umana, rendendo il mondo intero dipendente e asservito alle risorse che controlla.

L’aspetto più cruciale del piano di Trump è rispondere alla domanda fondamentale su cui si basa l’egemonia americana: come si proteggerà l’America dal collasso finanziario quando il suo debito sovrano raggiungerà i 39 trilioni di dollari?

Il sistema tradizionale di ogni amministrazione americana ha sempre temuto che le nazioni creditrici (come Giappone, Cina, Taiwan, Corea del Sud, Unione Europea e Stati del Golfo) avrebbero abbandonato i titoli di stato americani per rifugiarsi nell’oro, nello yuan cinese, nel franco svizzero o adottando il cambio valutario locale come base per gli scambi commerciali, il che avrebbe significato il crollo dello “schema Ponzi” finanziario americano centrato sul dollaro.

Tuttavia, con l’attuazione del piano per rendere il mondo un paradiso energetico e alimentare, queste nazioni creditrici si trovano intrappolate; hanno un disperato e continuo bisogno di acquistare energia e cibo americani per sopravvivere.

E da dove proverranno i soldi per queste risorse? Saranno pagati riciclando i loro fondi e titoli di stato all’interno della stessa economia americana.

Trump sta conducendo una battaglia pericolosa e ambiziosa che minaccia la sicurezza globale se dovesse sfuggire al suo controllo. Sta trasformando la più grande debolezza storica dell’America (il debito) nella più grande arma di soggiogamento. Ha intrappolato i creditori, impedendo loro di abbandonare il dollaro perché sono semplicemente intrappolati all’interno della fortezza.

La conclusione geopolitica è che il “Nuovo Ordine Mondiale”, basato sulla globalizzazione, il libero scambio e la protezione gratuita degli alleati, è morto e sepolto.

Ciò che Trump sta facendo è creare quella che viene definita “la rete tecnologica”, che sta trasformando il continente nordamericano (Stati Uniti, Canada, Messico e Groenlandia, ricchi di terre rare) in una fortezza economica e militare chiusa, dotata di assoluta autosufficienza e in grado di controllare le catene di approvvigionamento globali attraverso monopoli sulle materie prime e il dominio sulle rotte marittime e terrestri.

Trump non sta agendo in modo sconsiderato. Piuttosto, sta attuando una strategia spietata per smantellare il “vecchio impero globale americano” che prosciuga le risorse dei contribuenti statunitensi e ricostruirlo come un “monopolio brutale” che lascia il mondo nel caos e nelle guerre, mentre Washington siede sul trono delle risorse, dettando le proprie condizioni e costringendo tutti a inginocchiarsi in segno di sottomissione per sopravvivere.

Non è un sistema stupido; è un nuovo, brutale ordine mondiale gestito con la mentalità di un magnate immobiliare e di un grande monopolista, proprio come il dollaro si è trasformato sotto i nostri occhi da strumento di commercio globale in una frusta punitiva usata per tarpare le ali alle potenze emergenti.

Trump ha dato al mondo il tempo di affrontare lo shock, il tempo di assorbirlo e il tempo di placare le reazioni. Sta avvelenando l’economia globale e le somministra occasionalmente degli antidolorifici, ma la sta lentamente uccidendo, di una morte pietosa.

Il mondo non è del tutto stupido, e c’è chi lo capisce. Trump sta per compiere un passo pericoloso verso le linee rosse dei suoi rivali, e le conseguenze non saranno positive, soprattutto perché il campo di battaglia inizierà a Est. In breve, stiamo bussando alle porte di una nuova era di schiavitù digitale. Il mondo si orienterà verso il trumpismo, o assisteremo al crollo di un impero per mano di un buffone audace e ambizioso?

Oltre la superficialità dei media... un po’ più a fondo.

Fonte

22/07/2026

Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale

La strategia occidentale sulle sanzioni contro la Russia si trova di fronte a un momento di profonda crisi, stretta tra i timori americani per la tenuta del dollaro e il progressivo cedimento del fronte europeo. A lanciare l’allarme sono stati il New York Times e il Financial Times, che dipingono un quadro in cui il fallimento delle misure contro Mosca comincia a preoccupare per gli effetti sul lungo periodo.

Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.

Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.

Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.

Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.

Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.

Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.

A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.

Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.

Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.

Fonte

15/07/2026

Allarme rosso sull’economia statunitense

di Alessandro Volpi

Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché. 

1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL

Il precedente: l’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi”). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemico.

2. Tasso di risparmio basso e debito privato alto

Il precedente: il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
Oggi (2026): la situazione è peggiore perché l’inflazione degli ultimi anni ha eroso i “cuscinetti” accumulati durante la pandemia. Il debito privato non è solo nei mutui, ma nelle carte di credito e nei prestiti auto, con tassi d’interesse molto più alti rispetto al 2008.

3. Debito in mani estere e riserve delle banche centrali

Se nel 2014 gli stranieri detenevano il 34% del debito, oggi quella quota è scesa drasticamente (stimata intorno al 20-22% o meno). 
La quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 55% (era al 70% nel 2000). Non è mai stata così bassa dall’era post-bellica. La Cina e le nazioni BRICS+ hanno accelerato la diversificazione in oro e valute locali.

4. Volume delle transazioni e dollaro debole

Il precedente: la fine degli anni ’70 (Presidenza Carter), quando l’inflazione galoppante e l’incertezza energetica portarono il Dollar Index a minimi storici.
Oggi (2026): la sfida è qualitativa. Per la prima volta, esistono sistemi di pagamento alternativi (mBridge, circuiti non-SWIFT) che funzionano. Il volume di transazioni in dollari non cala solo per “sfiducia”, ma per l’esistenza di infrastrutture concorrenti.

5. Costo dei CDS (assicurazione contro l’insolvenza USA)

Il precedente: i picchi si sono avuti durante le crisi del “tetto del debito” (2011 e 2023).
Oggi (2026): con Warsh che annuncia la fine del sostegno della Fed ai titoli di stato (QT aggressivo), il mercato percepisce che il “paracadute” pubblico è più piccolo. I prezzi dei CDS riflettono il timore che la politica non riesca a trovare un accordo sui tagli alla spesa.

6. Banche cariche di debito pubblico e ruolo dei fondi (Asset Managers)

Il precedente: durante la Seconda Guerra Mondiale, le banche furono costrette a finanziare lo sforzo bellico.
Oggi (2026): e la cosiddetta “Repressione Finanziaria”. Poiché gli stranieri comprano meno Treasuries, lo Stato conta sui fondi pensione nazionali e sui grandi gestori (BlackRock, Vanguard). Questi attori sono diventati i veri “regolatori” del debito: se smettono di comprare, il sistema salta.

7. Produzione di nuovi dollari (M2) molto bassa

Il precedente: la Grande Depressione (1929-1933). Fu l’ultima volta che la massa monetaria si contrasse in modo significativo, portando alla deflazione.
Oggi (2026): la Fed di Warsh sta cercando di drenare liquidità per combattere l’inflazione residua. È un esperimento pericolosissimo: cercare di ridurre la moneta mentre il debito è ai massimi.

8. Peso dell’economia USA sul PIL mondiale

Il precedente: bisogna risalire all’inizio del XX secolo. Nel 1945, gli USA pesavano per il 50% del PIL mondiale. Negli anni ’60 per il 40%.
Oggi (2026): il peso degli USA è sceso intorno al 15% (a parità di potere d’acquisto, PPP), superato dalla Cina e insidiato dall’India. Gli USA rimangono la prima potenza finanziaria, ma non sono più la “fabbrica del mondo”.

9. Cosa rende questo momento unico?

In passato, questi problemi si presentavano uno alla volta.
Negli anni ’40 avevamo debito alto, ma produzione record e moneta forte.
Negli anni ’70 avevamo dollaro debole, ma debito pubblico basso.
Nel 2008 avevamo debito privato alto, ma la Fed poteva stampare all’infinito perché l’inflazione era zero.
Oggi (luglio 2026), per la prima volta nella storia americana, tutti questi indicatori sono in “zona rossa” simultaneamente.
La scommessa di Warsh e Lagarde è che la fine della forward guidance e un ritorno alla disciplina monetaria possano salvare la credibilità del sistema prima che il mercato dei titoli di stato perda definitivamente fiducia.

Ma i margini di manovra sono i più stretti degli ultimi 100 anni.

Fonte

08/07/2026

Petrolio e conflitti globali nella crisi del capitalismo fossile statunitense

di Fabio Ciabatti

Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market, Verso Books, London 2024, pp. 336, € 18,47.

Il sovrano è pazzo, ma la sua follia non spiega un granché. Anzi è proprio ciò che va spiegato. Come è possibile che la più grande potenza mondiale, gli Stati Uniti, si sia messa nelle mani di uno squilibrato? La domanda non nasce certo da un’ingenua fiducia nelle presunte virtù della democrazia americana. Piuttosto la vera questione è come sia potuto accadere che il deep state americano, cioè l’insieme di istituzioni, apparati e interessi che garantiscono la continuità del ruolo globale degli Stati Uniti, si sia affidato a un presidente che ha una ben scarsa cognizione di quello che fa, come appare chiaramente dalla gestione della guerra scatenata contro l’Iran insieme a Israele. Per farla breve, deve essere un sistema impazzito nel suo complesso quello che riesce a partorire soltanto una strategia del “cane pazzo” (formula coniata, guarda caso, dal fu capo di stato maggiore israeliano Moshe Dayan) come unica via per cercare di tirarsi fuori dal pantano delle sue contraddizioni interne (una coesione sociale oramai in pezzi) ed esterne (la crisi della sua egemonia globale). Dio acceca chi vuole perdere, verrebbe da commentare con malcelata soddisfazione, se di mezzo non ci fossero innumerevoli vittime, per non parlare della famigerata valigetta nucleare affidata a mani davvero poco rassicuranti.

Quanto alle accennate contraddizioni esterne, un capitolo importante di questa storia andata a male è costituito dalle profonde trasformazioni che ha subito dall’inizio del nuovo millennio il capitalismo fossile a guida statunitense, perno fondamentale dell’ordine globale del dopoguerra. Sebbene si tratti solo di un capitolo di una storia più ampia, sarebbe sbagliato sottostimarne la profonda rilevanza per comprendere il proliferare sempre più accelerato di conflitti bellici a cui stiamo assistendo. A tal proposito può essere utile prendere le distanze dall’immediata attualità e soffermarsi sulle dinamiche strutturali di più lungo periodo attraverso un interessante testo di Adam Hanieh, Crude Capitalism. Oil Corporate Power and the Making of the World Market. In questo modo possiamo mettere a fuoco come il petrolio non sia semplicemente una risorsa energetica tra le altre, ma rappresenti una componente materiale che attraversa l’intero sistema economico mondiale, legando produzione industriale, trasporti, finanza e potere politico. Seguendo il libro di Hanieh possiamo comprendere come il petrolio, con la sua maggiore densità energetica, portabilità e flessibilità chimica, si sia affermato quale substrato energetico ideale per alimentare l’accumulazione senza fine del capitalismo. La sua centralità emerge se non ci limitiamo a considerare le operazioni di ricerca e estrazione del greggio (le attività a monte, upstream), ma rivolgiamo il nostro sguardo anche alla raffinazione, alla distribuzione e all’industria petrolchimica (le attività a valle, downstream). Il petrolio, in breve, è una componente strutturale del sistema industriale non solo come fonte di energia, ma anche come elemento costitutivo di una vastissima gamma di beni prodotti quali materie plastiche, fibre sintetiche, fertilizzanti, gomma ecc..

L’oro nero si afferma come perno del sistema capitalistico nell’ambito di un ordine coloniale in cui le potenze europee controllano le principali riserve, in Medio Oriente come in America Latina. Le concessioni petrolifere riflettono una divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi produttori il ruolo di fornitori di materie prime, mentre il valore aggiunto si concentra nei centri industriali. Questa gerarchia globale sopravvive anche dopo la conquista dell’indipendenza da parte dei paesi produttori del Medio Oriente e il parziale riequilibrio dei rapporti di forza conseguito attraverso la creazione dell’OPEC negli anni Settanta. 

Nel dopoguerra il petrolio soppianta il carbone come prima fonte energetica in Europa, passaggio già avvenuto negli USA prima del secondo conflitto mondiale, diventando la base energetica per la diffusione dell’automobile, la crescita urbana e l’industrializzazione di massa. Questo ordine globale si basa su un sistema di alleanze degli Stati Uniti con i paesi produttori del Medio Oriente e, in particolare dopo il 1967, con Israele. Lo stato sionista, durante la Guerra dei sei giorni contro Egitto, Siria e Giordania, dimostra la sua utilità nello sconfiggere il nazionalismo arabo, impegnato a trasformare il petrolio nella risorsa per lo sviluppo dei Paesi produttori, sottraendo una parte consistente dei suoi proventi alle imprese occidentali. Circostanza che spiega, tra l’altro, la predilezione statunitense nello stringere legami strategici con sistemi autocratici e reazionari, meno inclini a soddisfare le rivendicazioni delle rispettive popolazioni e dunque poco propensi a sfidare, almeno in quella fase, il controllo occidentale sulle proprie risorse. 

Questo controllo ha anche un altra importante conseguenza per il capitalismo globale: l’oro nero rappresenta uno dei pilastri dell’ordine finanziario internazionale grazie al suo legame con il dollaro, soprattutto a partire dagli anni Settanta con la fine del sistema di Bretton Woods e con la crescita dei prezzi del greggio successivo agli shock petroliferi. I paesi produttori, infatti, vendono il greggio in moneta statunitense e reinvestono i suoi proventi nei mercati finanziari occidentali, in particolare negli USA. Questo meccanismo rafforza il ruolo del dollaro come moneta mondiale e consente agli Stati Uniti di finanziare, ancora oggi, il proprio disavanzo e mantenere una posizione dominante nell’economia globale. 

A partire dagli anni Duemila, ed è qui che volevamo arrivare, questo sistema entra in una fase di profonda trasformazione che si può schematizzare attraverso due processi di portata storica. In primo luogo, si assiste nei paesi produttori alla crescita delle società petrolifere nazionali a controllo statale (National Oil Companies) che si sviluppano come enormi e diversificate corporation con l’integrazione delle attività a monte e a valle sul modello delle imprese americane ed europee, superando le major private nord-occidentali quanto a produzione e riserve di petrolio, capitalizzazione di mercato e quantità di esportazioni.

Per avere un’idea delle proporzioni di questo fenomeno, prendiamo come esempio Saudi Aramco, il colosso nazionale dell’Arabia Saudita. Nel 2019 ha realizzato la più grande Offerta Pubblica Iniziale di azioni al pubblico (IPO) mai vista fino ad allora (primato superato solo quest’anno da SpaceX di Musk) e nel 2022 ha conseguito il più elevato profitto mai registrato a livello globale da un’azienda, in qualsiasi settore. Analogamente, aziende come l’emiratina ADNOC, la qatariota QatarEnergy, la russa Rosneft e anche le cinesi CNPC e Sinopec svolgono un ruolo centrale sia come attori di mercato sia come strumenti di politica economica e geopolitica dei rispettivi Stati. I colossi petroliferi occidentali, invece, sono sempre più controllati da banche d’investimento, fondi di private equity e società di gestione patrimoniale, tra cui un ruolo fondamentale è riservato alle onnipresenti Big Three (Blackrock, Vanguard e State Street). 

Venendo al secondo aspetto della trasformazione sopra richiamata, si deve registrare un cambiamento radicale nella geografia della domanda energetica. La maggior parte delle esportazioni di petrolio greggio e raffinato da USA, Canada e Messico si dirige verso il blocco nord americano, per lo più controllato dalle major occidentali. Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, il suo petrolio fluisce sempre più verso l’Asia a differenza di quanto accadeva nel secondo dopoguerra quando si dirigeva principalmente verso l’Europa occidentale. La Cina è la principale protagonista di questa trasformazione. Nel 2000 rappresentava solo il 6% della domanda mondiale di petrolio, ma dopo circa vent’anni consumava il 14% del greggio a livello globale, seconda solo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo l’Asia nel suo complesso consumava quasi un terzo del petrolio mondiale, più di Europa, Russia, Africa, Centro e Sud America messe insieme. L’India segue una traiettoria simile a quella cinese, con una domanda in crescita rapida che la rende uno dei principali poli energetici globali. Anche la Russia, soprattutto dopo il 2022, ha ridirezionato una parte significativa delle sue esportazioni di petrolio proprio verso Cina e India, offrendo prezzi scontati e rafforzando ulteriormente l’asse energetico eurasiatico.

Questo spostamento si riflette nel rafforzamento di rapporti economici bilaterali tra stati mediorientali e asiatici. L’Arabia Saudita ha consolidato la Cina come suo principale cliente, mentre investe direttamente in raffinerie e impianti petrolchimici del Paese. Allargando lo sguardo, tra il 2012 e il 2021, circa la metà degli investimenti provenienti da paesi non asiatici e indirizzati verso asset petroliferi della stessa Asia proveniva dagli Stati del Golfo. Non solo Cina, dunque, ma anche Corea del Sud, Singapore, Malesia e Giappone: sono questi i Paesi in cui le imprese del Golfo Persico (utilizzando materie prime provenienti dallo stesso Golfo) producono prodotti petroliferi raffinati e sostanze chimiche di base che vengono poi commercializzati in Asia. L’ex Impero celeste, da parte sua, ha indirizzato crescenti risorse finanziarie verso il Medio Oriente: tra il 2017 e il 2021 il 30% dei suoi investimenti legati al petrolio sono andati in questa regione (erano circa il 6% nel quinquennio precedente), una quota superiore rispetto a qualsiasi altra area del mondo.

Questa trasformazione riguarda in realtà l’intera organizzazione del sistema produttivo globale. La Cina e l’Asia nel suo complesso non sono soltanto grandi consumatori di energia, ma anche il centro dell’industria manifatturiera mondiale, compresa la produzione petrolchimica, attività in cui hanno superato USA ed Europa. Tra il 1992 e il 2022, infatti, la capacità di raffinazione del petrolio asiatica è cresciuta fino al 29% del totale mondiale. In questo settore l’unica altra regione che aumenta la sua quota globale è il Medio Oriente che dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso ha più che raddoppiato la sua capacità di raffinazione, arrivata fino all’11% del totale.

È inoltre da notare il fatto che i principali attori nel settore della raffinazione dalla fine del secolo scorso sono rimasti più o meno gli stessi, mentre sono cambiate le posizioni relative: quindici imprese detengono circa la metà della capacità produttiva mondiale (era circa il 40% a fine secolo scorso) e tra queste il primo, il secondo e il quarto posto sono oggi appannaggio di sauditi o cinesi (Saudi Aramco, CNCP e Sinopec), mentre nel 1999 i tre più grandi produttori erano tutti occidentali (Royal Dutch Shell, Exxon e BP Amoco). Più in generale, circa la metà della capacità di raffinazione tra le prime quindici oil company è attualmente detenuta da imprese petrolifere nazionali, contro il 37% del 1999. Ma il controllo statale degli idrocarburi, è bene sottolinearlo, non è in contraddizione con la crescita del capitale privato in questo settore e in quelli collegati perché proprio attraverso le partnership con le società petrolifere pubbliche molti conglomerati aziendali nazionali si sono potuti espandere in Asia, Medio Oriente e Russia.

Tutte le trasformazioni che abbiamo brevemente descritto hanno anche rilevanti conseguenze sul mercato monetario e finanziario internazionale. Nel 2018 la Shanghai International Energy Exchange, la borsa merci cinese con focus su prodotti energetici e materie prime, lancia un contratto futures sul petrolio con l’obiettivo di farlo diventare benchmark di riferimento per il prezzo dell’oro nero nella regione Asia-Pacifico. Poiché si tratta di un contratto denominato in renminbi, la moneta cinese, esso rappresenta una potenziale minaccia per l’egemonia internazionale del dollaro. Per quanto il commercio denominato in renminbi sia cresciuto da allora, il dollaro continua ad essere di gran lunga la moneta di riferimento per il petrolio, così come per il commercio transfrontaliero in generale (per non parlare del suo ruolo ancora preponderante come valuta di riserva mondiale). Ciò non di meno la minaccia per il “privilegio esorbitante” della moneta statunitense sul mercato mondiale rimane, almeno in prospettiva, anche alla luce della situazione debitoria degli USA sempre più problematica.

Per riassumere il testo di Hanieh, la produzione di merci a livello globale, incluso molto di ciò che viene alla fine consumato in Europa e negli Stati Uniti, fa perno oramai sull’asse del capitalismo fossile che connette i giacimenti petroliferi, le raffinerie e le fabbriche del Medio Oriente e dell’Asia. Torniamo dunque all’attualità, tenendo conto della cornice concettuale dell’autore per inquadrare la guerra contro l’Iran nell’ambito del più ampio scontro tra Stati Uniti e Cina. Il petrolio è al centro di questo conflitto, anche se la principale materia del contendere non riguarda le necessità di approvvigionamento degli USA che, anche grazie allo shale oil, sono diventati il primo produttore e uno dei più principali esportatori di petrolio a livello mondiale. La vera questione sta nell’interesse degli Stati Uniti a riprendere il controllo della risorsa attraverso cui si organizza il sistema globale per avere la capacità di condizionare lo sviluppo del Paese che viene considerato apertamente come la principale sfida sistemica all’ordine internazionale da loro guidato. Un controllo che significherebbe anche consolidare il rapporto tra oro nero e dollaro.

Se questo è il quadro, l’attacco all’Iran, per quanto progettato e gestito in modo sconsiderato, ha una sua logica che non può essere ridotta al capriccio di un presidente folle e ricattabile (anche se folle e ricattabile lo è davvero). L’Iran rappresenta un nodo strategico sia per le sue risorse sia per la sua posizione geografica. Il suo legame strategico con la  Cina ne rafforza il ruolo all’interno di un possibile blocco energetico alternativo. Lo scontro con gli Stati Uniti, dunque, riflette il tentativo di impedire che si consolidi un’integrazione tra Medio Oriente e Asia capace di sfuggire al controllo occidentale. Già ne La grande scacchiera del 1997, Zbigniew Brzezinski  avvertiva che lo scenario più pericoloso, per quanto ritenuto allora improbabile, sarebbe stato quello di una coalizione anti-egemonica composta da Cina e Russia, con la possibile aggiunta dell’Iran, unificata non da una comune ideologia, ma da rivendicazioni complementari.

Insomma, se è pur vero che Netanyahu ha trascinato Trump in guerra facendolo fesso con la promessa di una facile vittoria, rimane il fatto che le ragioni di fondo di questo conflitto non le ha certo inventate il premier israeliano. Anche perché i Paesi del Golfo, come si può arguire dal testo Hanieh, stanno oramai sviluppando propri interessi economici e geopolitici tali da renderli per gli Stati Uniti degli alleati non completamente affidabili. Quello che è certo è che la guerra all'Iran ha dimostrato come la rete di basi militari americane, invece di essere uno scudo protettivo, rappresenti un pericolo per i Paesi del Golfo. L’unico rapporto nel Medio Oriente che appare al momento irrinunciabile per gli USA, per quanto anch’esso si sia mostrato oramai problematico, è quello con Israele, uno Stato che considera come minaccia esistenziale il consolidamento di qualsiasi potenza regionale: oggi l’Iran, domani la Turchia e dopodomani chissà. Anche nella scelta degli amici più fidati si confermano le pulsioni belliciste e suprematiste degli USA, sintomi di una crisi destinata a proseguire e, probabilmente, ad approfondirsi. Folle o meno che sia il suo prossimo sovrano.

Fonte