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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/05/2026

Il debito estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale

Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.

Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.

Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio di congelamento degli asset.

Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva internazionale si è ridotta. Ma la strategia del Dragone non è mai stata quella di una guerra monetaria, quanto piuttosto quella della creazione delle condizioni per la crescita del paese e, con esso, della crescita di sistemi alternativi al dollaro.

Non a caso, è proprio in questa fase che Pechino ha lanciato esplicitamente l’idea (e con essa le necessarie misure politiche) che il renminbi si trasformi in una valuta di riserva globale. Di sicuro c’è il timore della crescente aggressività USA e di sicuro il sistema economico e finanziario cinese ha raggiunto ora una maturità tale da potersi permettere questo salto in avanti.

Ma il nodo fondamentale, per dirla con Fidel Casto, è il “senso del momento storico”: la consapevolezza che il mantenimento della supremazia del dollaro non può essere ottenuta se non con politiche sempre più aggressive, con il risultato contrario che, sul lungo periodo, ciò fa crescere la preoccupazione dei partner della Casa Bianca in virtù della loro esposizione. È la situazione concreta che crea le condizioni per proporre una valuta di riserva alternativa, e le condizioni sono quelle della frammentazione del mercato mondiale.

In questa prospettiva è interessante vedere come, nei fatti, sia stato proprio l’Occidente collettivo a sostituirsi negli acquisti di Treasuries abbandonati dalla Cina. Rimane il fatto che, negli ultimi 15 anni, la quota di debito pubblico estero sul totale federale è stata fortemente ridotta, anche come politica esplicita di Washington per rafforzare la propria posizione.

E tuttavia la crescita smisurata del debito pubblico ha reso le cifre effettive investite da operatori esteri di dimensioni mai viste prime, rendendoli nei fatti un elemento centrale di mantenimento dell’egemonia statunitense e, nello specifico, del ruolo centrale del dollaro nel sistema finanziario globale. Arrivati a questo punto, vedere un po’ di dati è utile.

Se nel 2015 Pechino possedeva titoli del debito statunitense per un valore di 1.238 miliardi di dollari, oggi ha quasi dimezzato la sua quota, attestatasi a dicembre 2025 sui 683,5 miliardi... e continua a scendere. A guidare la classifica – come già in passato – è in realtà il Giappone, con 1.185,5 miliardi investiti nel debito USA.

La crescita più sorprendente tra le quote dei detentori dei Treasuries è quella del Regno Unito: se nel 2016, anno della Brexit, deteneva il 3,6% dei titoli USA, a dicembre 2025 è arriva al 9,3%, quasi triplicando la percentuale, mentre il debito pubblico estero è aumentato di oltre 1.500 miliardi tra il 2021 e il 2025, con un ammontare reale dei prestiti da record. Il che significa che l’investimento è stato enorme.

Solo a questo punto arriva la Cina, e dopo di essa vari altri attori che, si può vedere dal grafico, non hanno fatto che aumentare la propria quota di debito stelle-e-strisce. I titoli finiti in Belgio, Canada, Lussemburgo, Francia sono aumentati nettamente, e in generale, si legge nell’articolo del Corriere citato all’inizio, a febbraio l’Eurozona ha toccato il suo massimo storico di 2.000 miliardi di dollari.

Bisogna dire che i sistemi finanziari di Lussemburgo e Belgio, in particolare, ma anche di altri paesi come la Francia, fungono da hub finanziario internazionale, e perciò sarebbe utile andare a vedere la nazionalità di chi detiene i titoli. Ma il ruolo “stabilizzante” che hanno avuto i paesi dell’Occidente collettivo rispetto alla tenuta del debito e del dollaro statunitense è evidente.

Il Bipartisan Policy Center, think tank con sede nella capitale USA, viene citato nell’articolo del Corriere perché, effettivamente, mette nero su bianco i nodi del dominio del “biglietto verde”. In sostanza, il messaggio che arriva dal gruppo è che una forte domanda di titoli del Tesoro è di fondamentale importanza per la salute fiscale del paese, perché i prestiti esteri contribuiscono a finanziare il deficit commerciale, mantenendo bassi i rendimenti dei titoli e consolidano la posizione del dollaro come principale riserva globale.

Al contrario, se la domanda internazionale non dovesse tenere il passo con l’offerta di debito, ciò minaccerebbe seriamente la capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria leadership finanziaria. I primi segnali di questa pressione sul mercato iniziano a farsi sentire, e sono un elemento centrale nelle scelte politiche della Casa Bianca, come evidenziato da Vladimiro Giacché nel suo recente intervento al Forum della Rete dei Comunisti sul possibile passaggio a un “imperialismo predatorio” (dal minuto 47).

Il 19 maggio i rendimenti sui Treasuries a 30 anni sono saliti al 5,18%, toccando il livello più alto registrato dal 2007. Questo balzo improvviso è strettamente legato ai timori diffusi sulla corsa dell’inflazione, che hanno innescato forti ondate di vendite dei titoli. Anche il rendimento del titolo decennale – principale benchmark per il costo del debito statunitense – è salito al 4,67%. Rendimenti più alti significano inevitabilmente un costo del servizio sul debito più alto, in un circolo vizioso mortale.

Le mosse di Donald Trump, che continua a chiedere un forte afflusso di investimenti verso gli States, sono sicuramente pensate anche in funzione di garantire il sistema finanziario stelle-e-strisce. E bisogna dire che, fino a ora, i vassalli hanno effettivamente garantito il dollaro e il debito USA, anche perché non c’era nessuna alternativa possibile. Bisognerà vedere fino a quando Washington potrà tirare la corda senza spezzarla.

La frammentazione del mercato mondiale riguarda, dunque, anche il mercato dei titoli del debito pubblico che per lungo tempo sono stati considerati un bene rifugio. Ma la tendenza rimane quella all’aumento e all’esplosione delle contraddizioni. Quali saranno le mosse di Kevin Warsh, appena arrivato alla Federal Reserve, non è un tema secondario, che andrà tenuto d’occhio.

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19/01/2026

Siria - Gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano

La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale.

Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo parte delle richieste delle autorità qaediste. Dopo aver, infatti, dato il via libera ad HTS all’occupazione definitiva dei quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, con tutto il corredo di atrocità settarie messe in atto dalle truppe di Damasco, gli USA stanno costringendo le FDS a fare ulteriori concessioni. 

“Sulla base degli inviti da parte di paesi amici e mediatori, e a dimostrazione della nostra buona fede nel completare il processo di fusione e del nostro impegno nell’attuazione delle disposizioni dell’accordo del 10 marzo, abbiamo deciso di ritirare le nostre forze domani mattina alle 7:00 dalle attuali linee contese a est di Aleppo, aree che sono state sotto attacco negli ultimi due giorni, e di ridistribuirle nelle aree a est dell’Eufrate”, ha annunciato il capo militare delle FDS Mazloum Abdi il 16 gennaio.

In cambio, Al-Jolani ha emesso un decreto in cui si stabilisce che il curdo è riconosciuto come lingua nazionale, da inserire nei curricula scolastici, ed il newroz è considerato festa nazionale in tutta la Siria; inoltre viene riconosciuta piena cittadinanza ad alcune popolazioni curde che in precedenza avevano lo status di immigrati da decenni.

Anche questi provvedimenti non sono certo farina del sacco di Al-Jolani, ma sono verosimilmente risultato delle pressioni statunitensi.

Ovviamente queste mosse non precorrono ad una pacificazione; anzi, l’autoproclamanto presidente siriano sta cercando di sfruttare queste aperture per dividere la popolazione curda dalle FDS, ponendosi come baluardo della loro integrazione nello stato.

Le FDS vengono descritte come espressione di un’agenda separatista esterna, espressione di un’organizzazione terroristica, il PKK. Questo slittamento linguistico è anch’esso indice di aumento delle tensioni: le due parti hanno ricominciato a definirisi reciprocamente “terroristi”, come non accadeva da prima della caduta del regime baathista.

I richiami all’integrazione, inoltre, ribadiscono il no di Damasco alla concessione di una regione autonoma curda, a favore di un modello di stato centralizzato, riecheggiando i termini del processo di pace in corso in Turchia fra stato e PKK.

Le concessioni fatte in Siria sulla lingua curda potrebbero, quindi, essere un anticipo di quello che è disposto a concedere il governo turco, il quale vorrebbe che i due processi procedessero in parallelo. Pertanto spinge per chiudere la partita nel giro di pochi mesi, quando è prevista la fine del processo di disarmo del PKK.

Ovviamente le FDS, dopo essere state costrette a perdere terreno, prevedibilmente non molleranno e si metteranno di traverso rispetto ai disegni tesi ad eliminare l’amministrazione autonoma del nord-est. Infatti sono in corso dei combattimenti la cui evoluzione è cruciale per il futuro del paese.

HTS, infatti, vuole espandere il proprio controllo anche sulle città a maggioranza sunnita poste a est dell’Eufrate, quali Raqqa, e sulle aree dove insistono i maggiori giacimenti petrolifero del paese.

Per farlo, avrebbe bisogno dell’aiuto diretto della Turchia; tuttavia Ankara, per il momento, sta riuscendo ad avere un ruolo invisibile nei combattimenti, se non nell’apparecchiatura militare utilizzata da FDS, in maniera tale da non provocare rivolte fra le proprie popolazioni curde.

Quindi è possibile che la tattica adottata sia far leva sul malcontento diffuso fra le tribù locali sunnite attualmente affiliate alla FDS per tentare di fare breccia.

Il Governo Regionale Curdo dell’Iraq è impegnato a mediare fra le parti, ospitando i principali incontri ad alto livello.

Si tratta, indubbiamente, del momento più delicato per le FDS dalla caduta del regime baathista, anche perché è quasi tutto nelle mani dell’“alleato” statunitense e dei suoi apparati, dalle cui decisioni passa molto della sopravvivenza dell’amministrazione del nord-est, nonché della sua estensione territoriale.

Mentre l’Amministrazione Trump ed il suo inviato Barrack spingono per chiudere la partita su una mediazione più favorevole alle esigenze turche – come contropartita per l’impegno di Ankara sul disarmo di Hamas nell’ambito della fase due a Gaza – il Pentagono, Israele e alcuni membri del Congresso continuano a ribadire che le FDS sono i partner più affidabili e hanno diritto a conservare l’autonomia amministrativa; ad esempio, il senatore neoconservatore Lindsey Graham ha affermato che dovrà essere ristabilito il Caesar Act se HTS continua ad attaccare.

Sul fronte sud, invece, le cose non vanno bene per HTS. Le atrocità settarie perpetrate nei mesi scorsi nei confronti della minoranza drusa, stanno spingendo i maggiori referenti di quest’ultima definitivamente nelle braccia di Israele.

Intervistato a Ynet, lo sceicco Hikmat al-Hijri ha affermato: “Non è un segreto che Israele sia stato l’unico Paese al mondo ad intervenire militarmente e a salvarci dal genocidio in corso. Ciò è stato fatto attraverso attacchi aerei che hanno davvero fermato il massacro... Ci consideriamo parte integrante del quadro strategico di Israele, un braccio armato alleato con Israele. Il rapporto è internazionale e significativo. Israele è l’unico attore responsabile e competente per gli accordi futuri”.

La milizia locale drusa fondata da Hikmat al-Hijri, denominata “guardia nazionale”, dunque, non ha in progetto di integrarsi con Damasco. Anzi, nella stesso intervista egli rivendica addirittura l’indipendenza: “Chiediamo non solo l’autogoverno, ma anche una regione drusa indipendente”.

Al momento, l’Amministrazione USA non è ancora intervenuta in maniera incisiva sul capitolo druso, come sta facendo su quello curdo. In ogni caso le regioni meridionali sono designate per essere aree d’influenza sionista, il cui controllo è necessario a Tel Aviv per evitare la ripresa di rifornimenti di armi verso Hezbollah.

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26/12/2025

Iraq - La sinistra a un bivio: rinnovamento, unità e riconquista dell’azione dal basso

1. La sinistra irachena: una crisi di strumenti, non una crisi di valori

Questo articolo arriva in un momento critico che la sinistra irachena (1) sta attraversando. I risultati delle recenti elezioni di novembre 2025 non possono essere letti come una semplice sconfitta elettorale passeggera, né come una conseguenza diretta della legge elettorale scorretta e del dominio del denaro sulla politica. Questi fattori esterni sono corretti e influenti, a cui si aggiungono le sfide ancora più dure della restrizione sistematica e del restringimento, e della corruzione strutturale. Tuttavia, concentrarsi solo sulle influenze esterne trascura l’essenza del problema.

Ciò che è successo è un’espressione concentrata di una crisi più profonda che ha influenzato le forme di organizzazione, il metodo di lavoro e il discorso all’interno di tutta la sinistra irachena in generale. È una crisi che tocca il rapporto disfunzionale tra l’idea corretta e i suoi strumenti sbagliati. È la relazione tra un discorso radicale e trasformativo e il modo in cui viene presentato all’interno di un “mercato politico” altamente complesso e brutale. Nonostante questo chiaro declino, la sinistra irachena rimane la vera speranza e l’alternativa più seria per il cambiamento sociale.

Partendo da questa doppia diagnosi, la vera domanda diventa: perché, nonostante la cattiva situazione delle masse e il potere delle cricche della tirannia e della corruzione, il cambiamento sociale non si è trasformato in una scelta popolare chiara e convincente? Perché il progetto della Sinistra è rimasto sparso, in conflitto, molteplici nel nome, simile negli slogan e diverso nei meccanismi di lavoro, tanto che le masse non hanno visto un’unica alternativa coerente? (2)

2. Beneficiamo della metodologia capitalista?

Per comprendere questo difetto, diventa necessario guardare la questione da un’angolazione non convenzionale. La logica del capitalismo, basata sulla scienza e sulla misurazione piuttosto che sull’ideologia, presenta un modello pratico rigoroso su come affrontare il declino e la debolezza. Dove la crisi della sinistra irachena può essere letta come la crisi di un buon “prodotto” trasformativo, con politiche che sembrano teoricamente corrette ma che non hanno ancora trovato le forme ottimali per tradurle praticamente, e con una gestione e un marketing che necessitano di sviluppo, all’interno di un mercato politico con una grande concorrenza da parte di forze religiose, nazionaliste e borghesi.

Il capitalismo tratta la società come mercato, e le idee come merci. Quando un gruppo di “aziende” con un nome simile entra e vende un prodotto che è “cambiamento sociale”, senza armonia o coordinamento, la qualità stessa si trasforma in un problema.

Questo è ciò che è realmente accaduto alla sinistra irachena nelle recenti elezioni. Non era solo organizzativamente dispersa, ma anche politicamente divisa tra partecipazione e boicottaggio. Non apparve una posizione unificata, né un discorso chiaro, né una tattica collettiva compresa. Le masse non vedevano un “prodotto” con caratteristiche chiare, ma piuttosto una serie di prodotti simili che competevano tra loro invece di affrontare i veri concorrenti.

In questo caso, il mercato stesso punisce il prodotto incoerente. La pluralità caotica, il discorso conflittuale e la confusione sono tutti fattori che fanno perdere fiducia nelle masse, non perché rifiutino l’idea di cambiamento, ma perché esso le raggiunge in modo sparso ed elitario teorico, difficile da comprendere rispetto allo sviluppo della società e ai suoi bisogni quotidiani.

3. La sinistra deve affrontare il declino e la debolezza

Con il declino e la debolezza, appare la differenza fondamentale tra la logica del capitalismo e quella di molte forze della sinistra. Il capitalismo non torna a ogni crisi dai suoi teorici classici per cercare se i loro testi fossero pienamente applicati. Come sistema pratico, tratta il declino come segnale tecnico misurabile e trattabile. Cambia strumenti, discorsi, facciate e meccanismi di lavoro rapidamente, senza senso di colpa e senza santificare nomi e storia. Utilizza la ricerca scientifica: raccoglie dati, analizza numeri, studia il comportamento, distribuisce moduli, utilizza tecnologie avanzate e intelligenza artificiale, e testa ipotesi. Chiede in modo semplice e rigoroso: Perché il prodotto non ha avuto successo? E in base alle risposte, ricostruisce le sue politiche.

Al contrario, alcune forze della Sinistra tendono, di fronte al declino, a tornare ai loro teorici classici alla ricerca di risposte, e alla brillante storia dei loro partiti decenni fa, anche se la vera domanda deve essere: perché il nostro messaggio non è arrivato oggi? Il problema non sta nel tornare all’eredità di sinistra come metodo critico vivente, ma piuttosto quando questa eredità e i vecchi meccanismi organizzativi si trasformano in uno standard rigido che si eleva oltre la realtà.

4. Riappropriamoci del metodo scientifico che è sempre stato l’essenza del pensiero di sinistra

La lezione qui non è glorificare il capitalismo né adottarne i valori, ma trarre beneficio dal suo metodo scientifico. La sfida fondamentale sta nel “prendere in prestito lo strumento” (la metodologia scientifica) rifiutando allo stesso tempo lo “spirito” (profitto individuale e dominio di classe).

La sinistra irachena ora ha bisogno di questo tipo di valutazione e rigore scientifico. Condurre veri sondaggi nei quartieri popolari e tra le donne e i lavoratori maschili della mano e del pensiero, non per concedere il proprio orizzonte di classe, ma per capire come arriva il suo messaggio, come viene compreso e dove si rompe. Ha bisogno di studiare e misurare l’impatto delle sue politiche, misurare la sua presenza sul campo e nello spazio digitale, e misurare il linguaggio del suo discorso.

Per chiedere chiaramente: perché non arriviamo? E perché non influenziamo? Solo dopo di ciò si possono prendere decisioni politiche e organizzative coraggiose basandosi sui risultati.

5. La sinistra nell’era della rivoluzione digitale

Nel contesto della rivoluzione digitale, questa necessità aumenta in urgenza e in modo senza precedenti. Viviamo in un’epoca in cui le idee non si misurano più solo per la solidità del loro punto di partenza teorico, ma per la loro capacità di raggiungere, influenzare, interagire e trasformarsi in un’azione collettiva tangibile, criteri che le giovani generazioni comprendono e con cui si confrontano quotidianamente nella loro vita digitale e sociale.

La giovane generazione di lavoratrici e lavoratrici di mano e pensiero non riceve la politica attraverso lunghi discorsi né attraverso testi teorici pesanti, ma attraverso piattaforme digitali, brevi video, discussioni aperte, campagne di solidarietà rapide e forme di organizzazione orizzontale flessibile che permettono la partecipazione diretta e il processo decisionale dal basso verso l’alto. Ignorare queste trasformazioni non significa neutralità, ma lasciare questo spazio interamente agli avversari della Sinistra, che sono più organizzati e capaci di investire in strumenti digitali.

Da qui, affrontare lo spazio digitale come un vero e proprio campo di lotta di classe diventa una necessità politica e organizzativa, non una questione tecnica o mediatica secondaria. Per l’organizzazione, la mobilitazione, la costruzione della fiducia, la formulazione del discorso e la misurazione dell’impatto, sono tutti arrivati oggi per attraversare questo spazio tanto quanto per strada e luoghi di lavoro.

E senza che la Sinistra possieda degli strumenti di organizzazione, mobilitazione e valutazione scientifica in questo campo, non è in grado di trasformare la grande rabbia sociale in una forza organizzata capace di continuità e influenza. La Sinistra contemporanea è quella che è capace di collegare la giustizia del proprio progetto sociale a un uso consapevole e sistematico degli strumenti dell’epoca, permettendole di riconquistare il proprio ruolo come vera forza di cambiamento in una società che sta cambiando rapidamente.

6. Perché abbiamo bisogno di un quadro di sinistra ampio e unificato?

La sinistra irachena ha svolto un ruolo storico importante nella lotta per i diritti delle donne e degli uomini lavoratori della mano e del pensiero. Ma questa storia onorevole ci porta oggi con una responsabilità più grande: non accontentarci di celebrare il passato, ma affrontare la realtà così com’è. La sinistra irachena vive una situazione difficile manifestata in un declino continuo, un crescente isolamento popolare e una netta distanza dalle giovani generazioni. L’età media delle attuali leadership varia principalmente tra i sessanta e i settant’anni, con il mio apprezzamento per il loro grande ruolo di lotta e sacrifici, che richiedono di fare spazio alle energie delle giovani generazioni che vivono una realtà diversa.

Di fronte a questa realtà, non è più possibile accontentarsi di diagnosticare la crisi. Perché se il nostro avversario di classe si ricostruisce costantemente attraverso analisi, sperimentazioni e correzioni, allora i nostri rimanenti sparsi e prigionieri delle nostre forme antiche indeboliscono le nostre possibilità di influenza. Da qui, parlare di un quadro di sinistra ampio e unificato diventa una risposta pratica a una crisi e a una necessità storica.

7. Lezioni di unità e lavoro frontale: come hanno riconquistato la loro efficacia le forze globali di sinistra?

In molte esperienze nel mondo, le forze di sinistra hanno dimostrato che uscire dalla marginalizzazione e dal declino non si è ottenuto attenendosi alle vecchie forme organizzative, ma attraverso l’unità, il lavoro congiunto e la costruzione di quadri flessibili capaci di assorbire la pluralità.

In Portogallo, il Blocco di Sinistra ha presentato un modello di riferimento per unire diverse correnti di sinistra all’interno di un unico quadro che rispetta il pluralismo, il che gli ha permesso di diventare un numero difficile nella formazione di governi e di acquisire una capacità negoziale non disponibile ai singoli partiti.

In Cile, l’alleanza “Approva la Dignità” è stata formata tra il Partito Comunista e le organizzazioni giovanili che hanno guidato ampie proteste e portato Gabriel Boric come il presidente più giovane del paese nel 2021, e nonostante le battute d’arresto delle elezioni del 2025, l’alleanza è rimasta salda come blocco di opposizione organizzato che ha impedito la frammentazione delle forze del cambiamento.

In Danimarca, la fusione di tre piccoli partiti marxisti in un’organizzazione multipiattaforma, l’Alleanza Rosso-Verde, ha portato alla transizione della sinistra da marginale a una forza politica che ha raccolto il 7,1% dei voti nelle elezioni del 2025 ed è emersa come una delle principali forze municipali nella capitale. In Colombia, il Patto Storico è riuscito come coalizione che includeva marxisti, ambientalisti e femministe nel rompere il monopolio tradizionale del potere e nel portare Gustavo Petro alla presidenza nel 2022 attraverso un discorso pragmatico radicale che tocca la vita quotidiana delle persone.

In Germania, l’unificazione delle correnti di sinistra provenienti da Est e Ovest nel partito Die Linke ha raggiunto un solido quadro che ha rappresentato per anni la sinistra sociale ed elettorale nonostante le variazioni intellettuali.

Per quanto riguarda la Spagna, Podemos ha utilizzato l’organizzazione orizzontale e strumenti digitali per spostare la sinistra dalle piazze della protesta al cuore del Parlamento in tempi record, sfidando le strutture tradizionali dei partiti.

In Brasile, il “Fronte della Speranza” ha riconquistato il potere nel 2022 attraverso ampie alleanze che hanno prodotto slogan ideologici sintetici e con l’uso professionale dello spazio digitale per affrontare il dominio dell’estrema destra.

Ciò che unisce queste esperienze moderne, nonostante la differenza di contesto, è la consapevolezza che la sinistra non è più capace di agire e influenzare come partiti individuali chiusi, ma piuttosto come alleanze ampie, flessibili e multipiattaforma, capaci di gestire le differenze e collegare la politica a richieste sociali dirette. Queste lezioni non possono essere trasferite letteralmente all’Iraq, ma aprono un orizzonte pratico per pensare alla costruzione di un quadro di sinistra iracheno ampio e unificato, capace di superare la frammentazione e trasformare la giustizia del progetto di sinistra in una forza sociale organizzata ed efficace.

8. Fondamenti e meccanismi del quadro unificato della sinistra

Si può proporre una tabella di marcia per stabilire un quadro unificato di sinistra irachena, basato sul radunare tutte le forze di sinistra e progressiste su punti di incontro e un programma minimo concordato, attraverso questo:

- Tenere una conferenza generale per tutte le fazioni e figure della sinistra irachena e curda, discutendo la costruzione di un quadro organizzativo unificato multipiattaforma, inclusi partiti, correnti, e sindacati, e permettendo l’adesione individuale di attivisti donne e uomini.

- Formulare un programma minimo unificato incentrato su ciò che è possibile ottenere nel breve termine; un programma breve, chiaro e diretto che si concentra sugli interessi delle lavoratrici e lavoratori di mano e pensiero, e sullo sviluppo dei servizi di base, la giustizia sociale e la creazione di opportunità di lavoro. Il programma adotta le questioni dei pieni diritti delle donne, della neutralizzazione della religione dallo stato e della protezione delle libertà. Questo programma è formulato in un linguaggio moderno, compreso e pratico, lontano dalle complessità ideologiche.

- Scegliere un nome semplice come “Bread and Freedom Alliance o Union”, lontano dal tradizionale uso di nomi di sinistra.

- Il quadro si basa su una leadership collettiva rotazionale, su regole organizzative flessibili e su forme di appartenenza diverse e flessibili. Soprattutto, le entità fondatrici di sinistra devono essere pronte a ristrutturare i loro quadri e ad allentare il centralismo tradizionale del partito.

- Concentrandosi su una decentralizzazione ampia secondo province e regioni, affinché ogni unità diventi capace di guidare efficacemente il proprio lavoro all’interno di una linea politica generale unificata.

- L’uso attivo delle scienze moderne nella leadership, nella gestione, nell’organizzazione, nei media e nella digitalizzazione, e nella valutazione periodica delle politiche, con l’adozione del feedback delle masse come meccanismo di base.

- Rafforzare il ruolo dei giovani nella leadership attraverso regole organizzative vincolanti, come i tassi di rappresentanza per giovani e donne negli organi di leadership con veri poteri.

- Costruire una politica digitale efficace che affronti lo spazio digitale come un vero e proprio campo di lotta di classe, includendo molteplici piattaforme mediatiche, programmi di formazione digitale, l’uso dell’intelligenza artificiale e veri strumenti scientifici di misurazione.

La condizione decisiva è che il quadro unificato sia in grado di funzionare secondo i punti di incontro e il programma concordato, contenendo positivamente la differenza senza trasformarsi in un’arena di conflitti.

9. Continueremo a interpretare il mondo mentre i nostri nemici continueranno a cambiarlo?

La domanda centrale oggi non riguarda le intenzioni, ma piuttosto l’azione: la sinistra propone alternative partendo da ciò che è possibile socialmente e di classe e raggiungibile all’interno degli equilibri esistenti, e con la logica del cambiamento graduale cumulativo? O si accontenta di alzare slogan senza alcun cambiamento reale e tangibile nella vita delle masse che ne derivi?

In conclusione, la crisi della sinistra irachena non è una crisi di sincerità o di storia, ma piuttosto una crisi di strumenti e forme di lavoro. Lo sviluppo scientifico e le trasformazioni digitali hanno ridisegnato gli spazi di influenza, e chiunque li ignori esce automaticamente dall’equazione. Non abbiamo bisogno di una Sinistra nuova nei suoi valori, ma piuttosto di una Sinistra nuova nel suo discorso, nelle sue azioni e nei suoi meccanismi organizzativi; una sinistra che traduce il pensiero in cambiamenti tangibili sul campo, senza abbandonare l’essenza del suo progetto socialista.

Da qui, l’audacia richiesta oggi è il coraggio di smantellare strutture rigide e abbandonare i centralismi ristretti, a favore di un quadro ampio e flessibile che accolga tutti e riconnetta l’organizzazione con la realtà vivente. Davanti a noi ci sono due scelte e nessuna terza. O prendiamo la via del rinnovamento e dell’unità pratica e rivendichiamo il nostro ruolo di vera forza di cambiamento, oppure continuiamo sulla strada attuale e rischiamo che il movimento della storia ci sfugga. Le esperienze globali dimostrano chiaramente che l’unità non è solo possibile, ma anche fattibile, anche nelle condizioni più dure.

Note:

(1) La Sinistra irachena è composta da un gruppo di partiti e organizzazioni, tra cui le più importanti sono: il Partito Comunista Iracheno, il Partito Comunista del Kurdistan, il Partito Comunista dei Lavoratori dell’Iraq, il Partito Comunista del Kurdistan, l’Organizzazione Alternativa Comunista, il Partito della Sinistra Comunista, oltre ad altre organizzazioni.

(2) Tutte le liste di sinistra e progressiste in Iraq che hanno partecipato alle elezioni non hanno ottenuto alcun seggio nel Parlamento iracheno nelle elezioni di novembre 2025.

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20/12/2025

Nello Yemen si ridisegna la mappa dell’Arabia meridionale

di Elfadil IbrahimThe Arab Weekly

Mentre le capitali mondiali osservano con ansia le rovine fumanti di Gaza, un importante cambiamento sta sconvolgendo l’equilibrio di potere nell’Arabia meridionale. All’inizio di dicembre, in un’offensiva lampo soprannominata “Il futuro promettente”, le forze fedeli al Consiglio di transizione meridionale (STC) hanno invaso Seiyun, la capitale amministrativa della vasta regione di Hadramout in Yemen. Il gruppo ha giustificato l’azione come una campagna per reprimere le rotte del contrabbando di armi verso gli Houthi, combattere i gruppi estremisti (tra cui lo Stato Islamico e al-Qaeda nella penisola arabica) e ripristinare la stabilità nella regione.

Grazie al sostegno della potenza di fuoco degli Emirati, i secessionisti non solo hanno rafforzato la loro presa sul sud fino al confine con l’Oman, ma hanno anche messo in sicurezza il polmone economico del Paese, che ospita l’80 percento delle sue riserve petrolifere. Nella polvere dell’avanzata, i soldati issarono la bandiera della Repubblica Popolare Democratica dello Yemen (PDRY), lo stato socialista che si sciolse e si fuse con lo Yemen settentrionale nel 1990. Così facendo, non solo dichiararono morta l’unione, ma portarono anche alla luce le tensioni latenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Per comprendere la disgregazione dello Yemen meridionale, bisogna guardare oltre le schermaglie locali e concentrarsi sulle capitali del Golfo. Quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita intervenne nel 2015, l’obiettivo era ripristinare il governo centrale e cacciare gli Houthi dalla capitale dello Yemen, Sana’a. Dieci anni dopo, gli Houthi rimangono trincerati nel nord, mentre il sud è diventato una scacchiera per le ambizioni divergenti della coalizione.

L’Arabia Saudita, che condivide un confine lungo e poroso con lo Yemen, brama stabilità. Considera Hadramout il suo cortile di casa, una zona cuscinetto contro il caos e un potenziale corridoio per un oleodotto verso il Mar Arabico, aggirando la morsa dello Stretto di Hormuz.

A tal fine, Riad sostiene il Consiglio Presidenziale di Leadership (PLC), l’organismo composto da otto membri creato nel 2022 per governare le aree frammentate dello Yemen non controllate dagli Houthi. Il consiglio è stato concepito per riunire sotto un unico tetto signori della guerra e pesi massimi della politica, rafforzando il ruolo del governo nei negoziati con gli Houthi e riportando il Paese verso la stabilità.

Gli Emirati Arabi Uniti, al contrario, vedono lo Yemen da una prospettiva completamente diversa. Hanno scarso interesse per il caotico e popoloso nord; Abu Dhabi, invece, cerca di controllare la costa meridionale per assicurarsi le rotte di navigazione e proiettare il suo potere nell’Arabia meridionale e nel Corno d’Africa, un’ambizione dimostrata dall’occupazione di fatto e dalla militarizzazione dell’arcipelago di Socotra. Per perseguire i suoi obiettivi, ha rafforzato l’STC, una forza laica e secessionista che deve la sua esistenza alla generosità degli Emirati e si allinea all’implacabile ostilità di Abu Dhabi verso l’Islam politico.

I recenti eventi a Seiyun hanno rappresentato il culmine di questa strategia. Per anni, la “Prima Regione Militare”, una forza fedele al vecchio stato unificato e allineata agli interessi sauditi, ha controllato l’interno dell’Hadramout, mentre il CST, sostenuto dalle “Forze d’élite” finanziate dagli Emirati, controllava la costa. Ora, il CST si è spinto verso l’interno, espellendo i resti dell’esercito nazionale e conquistando i giacimenti petroliferi, conferendo alla forza separatista una leva economica e la contiguità territoriale.

Mentre i funzionari degli Emirati Arabi Uniti sostengono formalmente che la loro posizione è “in linea con quella dell’Arabia Saudita nel sostenere un processo politico”, la reazione di importanti voci emiratine è stata trionfante. Abdulkhaleq Abdulla, un politologo che spesso riflette il pensiero di Abu Dhabi, ha scritto che “il Sud arabo sta vivendo un momento storico”, esortando il Golfo a riconoscere lo “Stato dell’Arabia Meridionale” come un fatto compiuto.

Ciò lascia il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, incarnato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale (PLC), in uno stato di farsa. L’organismo è una caotica alleanza di fazioni rivali (secessionisti, tribalisti del nord, islamisti, salafiti) unite solo dall’odio per gli Houthi. Il capo del PLC e presidente yemenita riconosciuto a livello internazionale, Rashad al-Alimi, si trovava ad Aden quando è iniziata l’offensiva, ma mentre i suoi partner del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC) assaltavano le strutture governative, al-Alimi ha fatto le valigie ed è volato a Riyadh. Da lì, ha rilasciato una dichiarazione in cui respingeva le “azioni unilaterali”, un eufemismo diplomatico per un colpo di Stato all’interno del suo stesso campo.

Nello Yemen settentrionale, gli Houthi osservano con un misto di giubilo e calcolo. Per anni hanno giustificato la loro espansione e il loro dominio sostenendo di difendere lo Yemen dalle aggressioni straniere. La vista di forze sostenute da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che si contendono i pozzi petroliferi nell’est è un regalo di propaganda, che rafforza la loro narrativa secondo cui il PLC è un burattino incapace di governare. Mohammed Al-Farah, membro dell’ufficio politico degli Houthi, ha sfruttato le lotte intestine per liquidare le fazioni rivali come semplici “strumenti affiliati agli Emirati Arabi Uniti e all’Arabia Saudita” che “non rappresentano un progetto nazionale”.

Sul piano interno, gli Houthi stanno affrontando una grave crisi finanziaria, le entrate portuali sono evaporate sotto la duplice pressione degli attacchi aerei israeliani e delle conseguenze del loro stesso assalto alle navi mercantili del Mar Rosso. Eppure, il fratricidio tra i loro nemici nominali offre un’ancora di salvezza. I ribelli bramano da tempo le ricchezze di idrocarburi di Marib e Hadramout, risorse che avrebbero dovuto essere condivise nell’ambito di una roadmap delle Nazioni Unite, ma che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha ora di fatto incenerito. Se la coalizione anti-Houthi dovesse ulteriormente frammentarsi, i ribelli potrebbero decidere che è giunto il momento di spingersi verso est.

Per le Nazioni Unite e la comunità internazionale, che ha trascorso un decennio cercando di rimettere insieme lo Yemen, questi sviluppi sono catastrofici e vanificano un decennio di diplomazia. La roadmap di pace delle Nazioni Unite si basa su negoziati binari tra gli Houthi a Sana’a e un governo unificato ad Aden. Alla luce dell’offensiva del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC), i mediatori si chiedono senza dubbio come negoziare un cessate il fuoco a livello nazionale quando la parte governativa sta attivamente dividendo la nazione che afferma di rappresentare.

Quindi, l’unità dello Yemen è definitivamente perduta? La mappa e l’umore sul campo suggeriscono che non ci sia ritorno. Una squadra militare congiunta saudita-emiratina è atterrata frettolosamente ad Aden, apparentemente incaricata di respingere le recenti avanzate del Consiglio di Sicurezza Nazionale (STC) e di mettere insieme una de-escalation che salvasse la faccia. Invece, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha raddoppiato gli sforzi, lanciando una nuova offensiva militare nella provincia di Abyan per schiacciare le rimanenti sacche di resistenza. Contemporaneamente, il suo braccio mediatico, l’AIC, sta trasmettendo scene di giubilo da Aden, proiettando una narrazione di liberazione irreversibile.

La retorica dall’alto è altrettanto esplicita. Aidarous al-Zubaidi, il leader dell’STC, ha informato i vertici del gruppo sulla costruzione di istituzioni nel “futuro Stato dell’Arabia Meridionale”. Sul campo, nel Wadi appena conquistato, il generale di brigata Saleh bin al-Sheikh Abu Bakr (noto come Abu Ali al-Hadrami), comandante delle forze di “Supporto alla Sicurezza” dell’STC, è stato ancora più dettagliato, proponendo una visione del futuro pensata per placare i timori locali di un’eventuale dominazione da parte di Aden.

Rivolgendosi agli anziani delle tribù, ha promesso una rottura con il passato centralizzato: “All’interno dell’Arabia Meridionale, sarà federale. Ogni governatorato si autogestisce... le forze di polizia saranno locali in ogni governatorato”.

Sebbene la visita saudita-emiratina ad Aden non abbia portato al ritiro dell’STC, ciò che è davvero interessante dell’episodio è che sauditi ed emiratini mantengono una parvenza di cooperazione nonostante una chiara frattura sul terreno. La partecipazione degli Emirati Arabi Uniti alla delegazione congiunta è indubbiamente calibrata, consentendo ad Abu Dhabi di proteggere i guadagni territoriali dell’STC evitando al contempo una rottura diplomatica pubblica e totale con Riad. Gli Emirati sono senza dubbio desiderosi di preservare l’unità visiva della coalizione contro gli Houthi e i loro protettori iraniani, anche se stanno attivamente smantellando lo Stato che la coalizione avrebbe dovuto restaurare.

Nel frattempo, il regno è stato messo alle strette dalla pazienza strategica degli Emirati Arabi Uniti e dalla fragilità dei suoi stessi alleati. I suoi principali partner sul territorio, la Prima Regione Militare, un residuo del vecchio esercito nazionale, e le Forze Scudo Nazionale, un’unità salafita creata da Riyadh appositamente per contrastare l’STC, sono crollati durante l’offensiva, cedendo territorio e basi con una resistenza minima. Le notizie secondo cui le truppe saudite si sarebbero ritirate da posizioni simboliche chiave, tra cui il palazzo presidenziale di Aden, sottolineano quanto l’influenza del regno sia svanita.

Con la tabella di marcia delle Nazioni Unite per la pace in fase di supporto vitale e nessuna intenzione da parte di Riyadh di riavviare una costosa guerra di terra contro i delegati del vicino, il regno sarà probabilmente costretto a ingoiare una pillola amara, accettando un sud dominato dagli Emirati Arabi Uniti come un fatto compiuto.

Ciò non porta all’unità, ma all’effettiva ripartizione del Paese. Il risultato è quello che un analista ha definito “due Yemen e mezzo”: un nord controllato dagli Houthi, un sud controllato dall’STC e un governo residuo impotente, ridotto a controllare solo Marib e Taiz, territori assediati dagli Houthi a nord e dall’STC e dalle forze del generale di brigata Tariq Saleh a sud e a est.

La questione non è più se Riad riuscirà a rimettere insieme lo Yemen, ma quale nuovo equilibrio riuscirà a negoziare per sé stessa in un Paese che non controlla più.

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18/09/2025

Siria - Rimandate le elezioni farsa, mentre l’ex al-Qaeda Ahmad al-Sharaa è atteso all’ONU

Questa settimana avrebbe dovuto rappresentare il ritorno della Siria nell’alveo della ‘comunità internazionale’. Ovviamente, nell’accezione che gli viene data alle nostre latitudini, ovvero il ristretto gruppo dei paesi occidentali e i loro alleati, fintamente democratici o genocidiari che siano. Il combinato disposto di elezioni e ritorno all’ONU avrebbe sancito questo grande passo.

Solo metà di questo piano troverà realizzazione. Infatti, la tornata elettorale per un rinnovato Parlamento di Damasco, che avrebbe dovuto svolgersi tra il 15 e il 20 settembre, è stata rinviata a data da destinarsi. Dopo 9 mesi dalla caduta di Assad a detenere il potere in un paese ancora dilaniato dagli scontri interni è l’ex qaedista Ahmad al-Sharaa, conosciuto precedentemente col nome di battaglia al-Jolani.

Non che si trattasse di un processo davvero democratico quello delle legislative previste per questa settimana, nemmeno secondo i labili canoni dei governi occidentali (che si sono guardati bene dal denunciare la truffa della tornata elettorale imminente). Dei 210 seggi della nuova Aula, 70 erano fuori dall’agone elettorale perché già selezionati personalmente da al-Sharaa.

Anche gli altri 140, ad ogni modo, non sarebbero stati eletti direttamente e liberamente dal popolo. I votanti avrebbero potuto scegliere tra una rosa di candidati selezionata da comitati elettorali locali, a loro volta composti dalla Commissione Elettorale Suprema. La quale è, in sostanza, in mano al presidente ad interim al-Sharaa e al suo entourage più fedele.

Si sarebbe trattato – e si tratterà, se queste elezioni verranno espletate entro questo mese, come promesso – della semplice saldatura di un gruppo dirigente islamista alla guida del paese. Il mantenimento dello status quo, nel tentativo di rafforzare la tenuta degli ex qaedisti alla testa della Siria. Perché, nei fatti, il paese è ancora ben lontano dalla pacificazione.

La farsa di queste elezioni è confermata dal fatto che non c’è un dato preciso di quanti siano gli elettori effettivamente chiamati al voto. È del resto anche difficile immaginare uno svolgimento ordinato delle procedure in zone come quelle di Tartus e Latakia, dove le forze di sicurezza del regime e bande collegate avrebbero ucciso, si stima, oltre 1.500 civili alawiti negli ultimi mesi.

Ma la frattura del paese è resa ancora più esplicita dal fatto che dalla tornata elettorale erano già stati esclusi il governatorato di Suwayda, quello di Hasakah e anche quello di Raqqa. In questi ultimi due abitano le comunità curde, escluse per quelli che sono stati definiti come “problemi di sicurezza”. Di nuovo, è difficile immaginare una stabilizzazione dei rapporti in questo modo.

Nel primo governatorato, invece, sono diffusi i drusi, che hanno ricevuto lo stesso trattamento riservato agli alawiti, e sono poi diventati il capro espiatorio per le incursioni di Israele alla ricerca di un’espansione dell’occupazione sulle alture del Golan. Ma proprio per il ruolo giocato nello scenario fondamentale della guerra regionale aperta da Israele, Suwayda è stata al centro di altri accordi.

Lo stesso giorno in cui sarebbero dovute partire le elezioni, Siria, Stati Uniti e Giordania si sono accordati per la co-gestione della regione. Suwayda rimane formalmente sotto l’autorità di Damasco, ma le sue forze non potranno entrare nell’area, la cui sicurezza sarà affidata a una milizia locale. Un’altra limitazione della sovranità siriana, non l’affermazione di un nuovo corso dopo Assad.

Secondo alcuni analisti questo compromesso è stato cercato da Washington per rispondere agli interessi di Israele, che si è sempre opposto alla presenza di militari siriani nella zona, a ridosso del Golan. Che ciò sia davvero in linea con la volontà di Tel Aviv, e non un tentativo statunitense di tamponarne l’ormai evidente fame espansionistica, è ancora da verificare.

Al-Sharaa sarà il primo presidente siriano a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU dal 1967, e il suo regime fondamentalista otterrà così quella ‘legittimazione’, almeno sulla carta, che i paesi occidentali gli vogliono riconoscere. Allo stesso tempo, però, il ministro della Diaspora israeliano ha definito pubblicamente Turchia, Siria e Qatar il nuovo “asse del male”.

Considerato che questa è la definizione da sempre data all’Iran e ai suoi alleati, ci si deve aspettare che le operazioni militari in questo scenario siano ancora lontano dall’essere concluse.

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10/07/2025

Bolivia al bivio: tra frammentazione della sinistra e ritorno della destra

Il 17 agosto la Bolivia tornerà alle urne per scegliere chi guiderà un Paese che, a vent’anni dalla sua rivoluzione democratica e indigena, si ritrova più frammentato che mai e rischia di aprire le porte a venti razzisti e reazionari.

Il fallimento e le profonde fratture, interne ed esterne al MAS (il partito di governo Movimento al Socialismo), stanno aprendo uno spazio che – nonostante divisioni e contraddizioni – le destre sono pronte a occupare.

Quell’insieme di forze sociali, indigene e sindacali che nel 2005 rovesciò la partitocrazia neoliberale, spalancando le porte a una delle esperienze più dirompenti dell’America Latina, oggi è imploso in una lotta di potere pura quanto estenuante, figlia, tra l’altro, di quel tremendo fardello latinoamericano chiamato caudillismo.

«Negli anni Novanta – racconta Juan Carlos Morales Calle, attivista politico e filosofo – la Bolivia era governata da una partitocrazia: chi arrivava terzo alle elezioni poteva diventare presidente grazie a patti parlamentari. Ma con la nuova Costituzione del 2009, per governare serve il 50% più uno. Questa regola doveva blindare il potere popolare, ma ora rischia di consegnare la vittoria a una destra che sfrutta la nostra divisione. Samuel Doria Medina, per esempio, ha davvero una possibilità reale di vincere, o almeno di forzare un ballottaggio che prima era impensabile»

Il Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos (MAS–IPSP) nacque come espressione politica della Guerra dell’Acqua di Cochabamba nel 2000: una rivolta popolare che, dalle strade di El Alto alle comunità contadine, rovesciò governi, impose la nazionalizzazione delle risorse naturali e riscrisse la Costituzione del 2009, dando forma a uno Stato Plurinazionale.

Nel 2005, il MAS vinse con Evo Morales, cocalero del Chapare, portando al governo il primo presidente indigeno della storia boliviana. Un simbolo e, insieme, una promessa di riscatto collettivo.

Quella promessa, però, si è presto scontrata con uno degli assi del capitalismo stesso: la logica del potere. Il MAS ha tradito non solo con le scelte elettorali di Morales – che, perso il referendum costituzionale del 2016, decise comunque di ricandidarsi nel 2019 – ma anche con una gestione del potere che ha acuito lo scontro per il controllo dei territori, alimentato tensioni con comunità indigene, campesinas e movimenti femministi, e consolidato una dipendenza dal modello estrattivista, pur socializzandone parte dei guadagni.

«Una delle logiche che ha permesso la corruzione del sistema – spiega Morales Calle – è stata la cooptazione delle dirigenze sindacali. Quella cooptazione ha creato una burocrazia: le teste decidevano da sole, prescindendo dalle basi. Così sono arrivati auto di lusso, viaggi, posti di lavoro per amici e parenti. Questo lo hanno fatto tutti: prima Condepa, poi il MNR, poi il MAS, che ha solo ampliato quella logica, fino a svuotare dall’interno la forza dei movimenti sociali»

La ricandidatura forzata di Morales nel 2019 fu solo la scusa che permise alle destre di attuare un golpe già preparato, sostenuto da oligarchie economiche, apparati militari, gerarchie ecclesiastiche e interessi esterni. Quando Morales fuggì, la Bolivia entrò in una spirale di violenza repressiva, ma la resistenza popolare, radicata in tutto il Paese, riportò in piazza l’anima ribelle che aveva fatto nascere il MAS. Il 18 ottobre 2020, quelle stesse forze sociali strapparono una nuova vittoria elettorale, portando Luis Arce alla guida del Paese. Ma va ricordato: Arce fu scelto da Morales, imponendolo come candidato contro la preferenza dell’assemblea del partito, che avrebbe voluto David Choquehuanca come volto di continuità.

Da lì nacque, subito dopo l’insediamento, lo scontro di leadership tra Morales e Arce: un conflitto che, ancora oggi, segna la frattura di quel sogno collettivo. E la frammentazione non è solo a sinistra: anche la destra boliviana corre divisa, incapace di darsi un fronte unico. Oggi, da quel che fu l’alleanza originaria, emergono almeno tre candidature: Eduardo del Castillo, volto istituzionale del MAS; Eva Copa, sindaca di El Alto, legata a una sinistra popolare di base; Andrónico Rodríguez, leader dei cocaleros e diretto erede della base chapareña di Morales.

Sul fronte opposto, la destra schiera Samuel Doria Medina (Unidad Nacional), l’ex presidente Jorge Quiroga (Libre) e il sindaco di Cochabamba Manfred Reyes Villa (Autonomía Para Bolivia). Nemmeno loro, però, riescono a coalizzarsi in un’unica candidatura, segno di una crisi di leadership speculare a quella del campo progressista.

Gli ultimi sondaggi – elaborati da El Deber, Captura Consulting e Red Uno – fotografano una corsa apertissima: Samuel Doria Medina è accreditato tra il 19 e il 24%, Jorge Quiroga tra il 16 e il 22%, Andrónico Rodríguez intorno al 14–15%, mentre Eva Copa ed Eduardo del Castillo restano sotto il 2%. Manfred Reyes Villa oscilla tra il 7 e il 9%. Ma il dato più pesante è quello degli indecisi, ancora oggi oltre il 20–25%.

«Nemmeno la destra è unita – avverte Morales Calle – Samuel Doria Medina guida una parte, Jorge Quiroga un’altra, Manfred Reyes Villa un’altra ancora. Se fossero compatti, la sconfitta del nostro campo sarebbe certa. Ma pure loro sono prigionieri delle proprie ambizioni personali, di vecchie logiche di potere. Questo ci dice quanto profonda sia la crisi politica del Paese. Intanto il popolo, quello vero, è fuori da tutto questo: lavora giorno e notte solo per portare il pane a casa. E mentre le élite si sbranano, nessuno ascolta davvero quella voce»

Il 17 agosto segnerà se la Bolivia saprà rigenerare quell’energia originaria del 2005 o resterà ostaggio di vecchi e nuovi caudillos, di burocrazie e di una logica di potere che, invece di cambiare la storia, l’ha piegata ai propri interessi. O, ancora peggio, potrebbe tornare a destra, andando in continuità con l’onda che da Trump a Bukele, passando per Milei e Noboa, sta segnando il continente.

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21/01/2025

Autonomia Differenziata: la Consulta boccia il referendum, ma la lotta non si fermerà!

Alla fine la Consulta (non al completo) ha respinto il quesito referendario sull’Autonomia Differenziata, complici anche i ricorsi diretti presentati negli scorsi mesi dal PD che hanno salvato l’impalcatura dell’autonomia differenziata proposta dalla Lega e da tutto il governo, aprendo ora la fase del confronto tra i partiti di maggioranza e opposizione sulle regole con cui “spartirsi il malloppo”.

Con le scelte e le dichiarazioni degli scorsi mesi, le forze politiche dell’intero arco parlamentare, di destra e di sinistra, hanno dimostrato di condividere il principio di fondo della regionalizzazione e della privatizzazione dei diritti sociali: nostro compito portare avanti la lotta contro le crescenti disuguaglianze possibili anche grazie alle riforme costituzionali approvate trasversalmente negli ultimi decenni e oggi approfondite dalle scelte del governo Meloni.

Grazie al vero e proprio depistaggio messo in campo nei mesi passati dai presidenti di regione del PD con lo strumento dei ricorsi diretti, con una decisione attesa e deludente, la Corte Costituzionale ha dichiarato oggi inammissibile il quesito referendario per l’abrogazione totale della legge n. 86 del 2024, recante disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione.

In attesa della lettura della sentenza, secondo quanto comunicato dall’Ufficio stampa della Corte, il quesito è stato giudicato inammissibile perché l’oggetto e la finalità risultano “poco chiari”, rendendo impossibile per gli elettori esprimere una scelta consapevole.

Già alla fine dello scorso anno si erano delineate le premesse di questo epilogo, lasciando poche speranze a chi auspicava un coinvolgimento diretto dei cittadini su un tema di tale rilevanza.

La sentenza n. 192 del 2024 sui ricorsi diretti presentati dai presidenti delle Regioni Toscana, Campania, Puglia e Sardegna, ha rappresentato nei fatti una àncora di salvezza per l’impalcatura giuridica, politica e ideologica dell’autonomia differenziata, tanto da essere citata nel comunicato della Corte.

Questi pronunciamenti dell’autunno di fatto hanno consolidato la base giuridica della legge svolgendo un ruolo determinante nel blindare un progetto che frammenta il Paese e cristallizza le disuguaglianze tra Regioni e tra persone.

Non possiamo non osservare come questo risultato rappresenti il compimento di un progetto che molti fingevano di avversare, ma che nei fatti hanno assecondato: la scelta della scorsa estate di presentare un quesito referendario di abrogazione parziale di fianco a quello di abrogazione totale, così come poi appunto il deposito dei ricorsi diretti, ma anche convegni e dichiarazioni esplicite di pesi massimi come il neo eletto presidente dell’Emilia Romagna, non lasciano dubbi sulle responsabilità politiche di chi, da sinistra, ha intorbidito le acque fino ad oggi.

La Corte ha inoltre sottolineato che il referendum avrebbe trasformato la consultazione popolare in una scelta sull’autonomia differenziata tout court e, in definitiva, sull’articolo 116 della Costituzione, svelando il nocciolo della decisione della Consulta che, dietro l’apparente neutralità tecnica, cela una decisione profondamente politica.

Ed è proprio questo infatti il cuore della nostra lotta: il vero vulnus per la salvaguardia della Repubblica e della solidarietà nazionale è stata la riforma del Titolo V nel 2001, ed è sulla sua abrogazione che si giocherà la battaglia decisiva.

È un brutto giorno per la democrazia e per chi sperava che su un tema così divisivo e cruciale fosse data la parola ai cittadini, tuttavia la nostra battaglia non si fermerà!

Continueremo a opporci a ogni tentativo di frammentare ulteriormente il tessuto sociale ed economico del Paese e a difendere il principio di una Repubblica unica e indivisibile.

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08/08/2024

Per un’alleanza popolare contro l’autonomia differenziata dell’ultradestra e i “falsi amici” del centrosinistra

Il progetto dell’“autonomia differenziata” procede da tempo. La Lega, prima quella di Bossi poi quella di Salvini, ne ha fatto la sua bandiera. Ma è stata tutt’altro che sola. E se oggi siamo arrivati all’approvazione della Legge Calderoli è solo grazie a una catena di complicità che va indietro negli anni e arriva fino ai nostri giorni e che coinvolge quasi l’intero arco parlamentare, dal PD – quello “renziano” di ieri e quello “schleiniano-bonacciniano” di oggi – a Forza Italia, passando per i “nazionalisti” di Fratelli d’Italia. Quelli che si autodefiniscono “patrioti” e che non perdono occasione per dimostrare che l’unica patria che conoscono è quella che può riempirgli il portafogli.

Quattro Regioni – Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria, tutte governate dalle destre – hanno già richiesto ufficialmente l’autonomia sulle materie per le quali non è prevista la determinazione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), previsti dall’articolo 117 della Costituzione.

Materie tutt’altro che secondarie, a partire dal commercio con l’estero e arrivando a funzioni inerenti la previdenza integrativa.

Questa richiesta sprint permette di valutare i rischi cui stiamo andando incontro: si produrrebbe una frammentazione il cui effetto più pericoloso starebbe soprattutto nella spinta a una competizione al ribasso di cui, a fare le spese, sarebbero le classi popolari, tanto del Sud quanto del Nord del Paese.

Lavoratori e lavoratrici gli uni contro gli altri armati. Nel solo interesse delle classi dominanti.

Opporsi all’Autonomia Differenziata è dunque strategico per evitare un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.

Cosa significa più autonomia regionale? Esattamente quello che abbiamo già visto quando una materia come la sanità con la riforma del Titolo V è diventata legislazione concorrente tra Stato e Regioni.

Abbiamo visto la tutela della salute migliorare o 20 centri di potere e di enorme clientela politica regionale con 20 sistemi sanitari diversi con servizi e prestazioni sanitarie profondamente diversi?

Per non parlare delle assicurazioni integrative ormai diffusissime che permettono servizi migliori a chi lavora in certe aziende presenti soprattutto in certi territori più ricchi economicamente con buona pace dei principi universalisti di uguaglianza di accesso a cure e prestazioni.

Vogliamo che non ci siano più cittadini di serie A e di serie B in base a Regioni di appartenenza e reddito personale.

Si apre una finestra in cui l’attore decisivo sarà la mobilitazione popolare. Noi crediamo sia questa la strada su cui impegnarci collettivamente.

Allo stesso tempo, però, non pensiamo che l’alternativa possa essere costituita da quel “campo largo” – o addirittura “larghissimo” – che si sta costruendo intorno alla raccolta firme per un Referendum contro l’Autonomia Differenziata (lo diciamo in premessa: sosterremo il referendum abrogativo totale qualora si dovesse svolgere e per il quale è possibile firmare tramite piattaforma digitale). Di questo campo, infatti fanno parte tanti, troppi soggetti che sono responsabili di questo scempio (de iure, con la Riforma del Titolo V, e de facto, svilendo la Carta Costituzionale e le sue conquiste sociali).

Se per vincere l’eventuale Referendum ci sarà bisogno di raggiungere il quorum del 50% + 1 degli aventi diritti al voto è perché si tratterebbe di un referendum ordinario e non costituzionale. Responsabilità di chi promosse la riforma del Titolo V della Costituzione. Ovvero chi? Il centrosinistra di D’Alema & Co.

Si potrebbe dire che sono trascorsi 25 anni, che di acqua sotto i ponti ne è passata e che è sempre buono quando si ammette un errore e si volta pagina.

Certo, Bonaccini – oggi europarlamentare e Presidente del PD – era, con Zaia e Fontana, uno dei tre presidenti di Regione ad aver chiesto all’allora Presidente del Consiglio Conte di “addivenire finalmente alla sottoscrizione delle corrispettive Intese”, cioè all’applicazione dell’autonomia differenziata. Correva l’anno 2018. Ieri, politicamente parlando.

Esiste la possibilità della folgorazione sulla via di Damasco. Ma si dà il caso che i problemi stiano nel presente e non solo nel passato più o meno recente.

I Consigli Regionali di cinque Regioni amministrate dal centrosinistra, infatti, hanno approvato non uno, bensì due quesiti referendari. Il primo rivendica l’abrogazione totale della Legge Calderoli. Il diavolo, però, è nel secondo quesito, con cui il centrosinistra si limita a richiedere un’abrogazione assolutamente parziale.

La presentazione stessa di questo secondo quesito indebolisce indirettamente il primo dinanzi al giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale. Inoltre – e soprattutto – palesa la volontà di forze consistenti del “campo largo” di addivenire a un accordo con la maggioranza di governo (o con sue parti) sul tema dell’autonomia differenziata. Stralciando i tratti deteriori, ma salvaguardando la sostanza.

Infine, abrogare la Legge Calderoli sarebbe un passaggio importante, ma non decisivo. Questa norma, infatti, è solo la forma specifica pensata dall’ultradestra al governo per declinare l’autonomia improvvidamente inscritta in Costituzione da un governo di centro-sinistra.

Per essere chiari: abrogata la Legge Calderoli, l’autonomia differenziata rimarrebbe sul tavolo. A dimostrarlo è proprio la richiesta del 2018 di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di addivenire a intese sul tema, di cui sopra.

Se vogliamo consegnare i progetti di Autonomia Differenziata al passato, bisogna dire la verità e avere il coraggio di mobilitarci per cambiare il Titolo V della Costituzione.

Crediamo sia importante avviare un piano di ragionamento che non accetti la falsa semplificazione tra i “cattivi” del governo e un centrosinistra tornato improvvisamente “buono”.

Si tratta, in realtà, di due facce della stessa medaglia. Sono lì a dimostrarlo le politiche belliciste, supportate da entrambi i poli politici, le riforme contro i lavoratori, promosse indifferentemente dalle destre e dal centrosinistra, l’assoluta subalternità a USA e NATO, vero e proprio vincolo per qualunque forza politica voglia aspirare a governare oggi il Paese.

È in questo quadro che si inserisce l’Autonomia Differenziata, così come le riforme istituzionali in cantiere.

Su questi temi, crediamo sia fondamentale costruire un momento di confronto nazionale nel mese di settembre.

La manifestazione del 1 Giugno a Roma contro il Governo Meloni ha dimostrato che esiste uno spazio politico e sociale che può rappresentare una alternativa al bipolarismo liberista che si sta riconfigurando in Italia. È dalla capacità di organizzarci intorno ai bisogni e ai progetti che quella piazza esprimeva, che esprimono i tanti momenti e spazi di conflitto che per fortuna esistono in questo Paese, che si possono gettare le basi per un’alternativa sia al governo più di destra della storia repubblicana, sia all’opposizione del “campo largo”. Cioè alle due facce della stessa medaglia.

Primi aderenti: Comitato promotore primo giugno, Potere al Popolo!, Partito Comunista Italiano, Resistenza Popolare, Movimento per il Diritto all’Abitare, Opposizione Studentesca d’Alternativa, Cambiare Rotta, Unione Sindacale di Base, Movimento Migranti e Rifugiati, Ex OPG Je So’ Pazzo, Spazio Catai Padova, Collettivo Autorganizzato Universitario, Studenti Autorganizzati Campani.

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12/03/2024

Portogallo - Una prima ricognizione del risultato elettorale

Il Portogallo, con le elezioni politiche di domenica 10 marzo, “svolta a destra”. Alianza Democrática, la coalizione conservatrice, ha ottenuto 79 deputati, con il 29,5% dei voti, di fronte ai 77 guadagnati dai socialisti, con il 28,7% dei voti, su 230.

Alla conta mancano i 4 seggi per i cittadini portoghesi all’estero, che si conosceranno nel giro di una settimana, ma la rappresentazione del quadro politico, anche se non ancora “millimetrica”, è piuttosto definita.

Innanzitutto la partecipazione elettorale è stata elevata – per gli standard ormai imposti a tutto l’Occidente – con il 66,23%, il dato più alto delle ultime 5 elezioni politiche precedenti.

Il richiamo al “voto utile” in direzione dei due maggiori poli politici di centrodestra e centrosinistra è stato di fatto ignorato. Le due coalizioni principali non non raggiungono il 60%, ed il quadro politico frammentato renderà difficile la “governabilità” del paese, specie di fronte alle urgenze sociali che sta affrontando da tempo: casa, salute, precarietà e bassi salari in un contesto di una economia “periferica” fortemente penalizzata dalla crisi.

Una manciata di voti, appena 2.000, separa AD dal PS di Pedro Nuno Santos.

La Alianza è composta da 3 formazioni, oltre al PSD di centro-destra: la destra conservatrice del CDP-PP ed il PPM, cioè il Partito Popolare Monarchico, due formazioni che in precedenza non avevano rappresentanti dentro l’Assemblea.

Il Partito Socialista passa da partito con la maggioranza assoluta – 120 deputati – con Costa, ad essere la maggiore forza d’opposizione con Santos.

I conservatori hanno i numeri per comporre un “governo di minoranza” solo accogliendo gli ultra-liberisti di Iniziativa Liberal di Cui Rocha. Eventualità che i socialisti accoglierebbero con l’astensione, invece che – secondo logica – con una ferma opposizione, se non entreranno nell’esecutivo esponenti dell’estrema destra di Chega. Ipotesi scartata “a parole” dal leader del PSE e della coalizione Montenegro, dichiarazioni tutte da verificare. Non proprio il massimo della chiarezza e della trasparenza…

Chega, già terza forza politica del paese, ha praticamente ottenuto i voti che i sondaggi anticipavano, che la fanno passare da 12 a 48 deputati con poco più del 18%, eleggendo propri rappresentanti in tutti i distretti del Paese, tranne che a Bragança, nel Nord; e diventa la forza più votata nel Sud nell’Algarve, in cui l’estrema destra conquista i seggi perduti dai socialisti.

Fatto significativo, conquista seggi anche nello storico bastione progressista dell’Alentejo, sottraendo voti ai comunisti.

Ventura, leader della formazione dell’ultra-destra, esulta e parla di “fine del bipartitismo”, e perora la formula di un asse governativo con i conservatori (79 più 48), che garantirebbe la maggioranza dei 230 membri dell’Assemblea Repubblicana.

“Il popolo ha detto che la destra deve governare,” ha affermato Ventura, “ed il nostro mandato è governare il Portogallo nei prossimi quattro anni” per “liberare il Portogallo dall’estrema sinistra”.

Dal canto suo la sinistra radicale conferma la propria marginalità politica anche se cambiano i “rapporti di forza” al suo interno: continuano a scomparire i consensi al Partito Comunista Portoghese – da 6 a 4 deputati – che per la prima volta presentava Paulo Raimondo, rimangono 5 i seggi del Blocco de Esquerda che si era presentato con la nuova leader Mariana Mortágua, mentre Livre è l’unica forza davvero in ascesa con 4 deputati rispetto al solo eletto nel 2022.

Livre, con poco più del 3%, elegge quattro deputati nelle principali aree metropolitane (1 a Porto, 2 a Lisbona, 1 a Setúbal).

13 deputati in tutto – quelli della “sinistra radicale” -, un deputato in più di quelli eletti da Chega con il 7% nelle precedenti elezioni, ed un rappresentante in più rispetto alla somma precedente degli eletti.

Montenegro, può quindi riportare i conservatori al potere, dopo la loro esclusione con il voto di sfiducia che aprì prima la stagione della cosiddetta gerigonça (2015-2021) e poi della breve stagione del governo socialista.

La formula della coalizione conservatrice non è un “inedito” della storia politica portoghese considerato che, appena dopo 5 anni di uscita dalla dittatura “salazarista”, avevano vinto le elezioni del 1979. Certo, però, la distanza temporale indica che ci si trova in una fase politica del tutto nuova.

Montenegro è emerso in un partito che pure vantava “pezzi da novanta” come l’ex primo ministro “della troika”, Pedro Passos Coehlo, (2011-2014) ed il sindaco di Lisbona, nonché ex commissario europeo, Carlos Moedas.

La domanda è: resisterà il cosiddetto “cordone sanitario democratico” attorno a Chega o “salterà” sull’altare delle “stabilità governativa”, tenendo comunque presente il peso dell’estrema destra su alcuni temi per lei “classici”?

É chiaro che la filosofia di governo dei conservatori tenderà a sacrificare i bisogni urgenti delle classi subalterne portoghesi aderendo alle direttive provenienti da Bruxelles e da Washington.

Indicativa come un manifesto programmatico è una frase di Montenegro in cui descrive gli anni duri dell’austerità (2011-2014) e l’opera dell’ex primo ministro conservatore: “la vita delle persone non è migliorata, quello che è migliorato è il paese”. Senza le persone, insomma, tutto andrà per il meglio...

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