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19/01/2026

Siria - Gli USA forzano l’accordo: le FDS arretrano, ma i Drusi si separano

La scadenza di fine anno per l’implementazione dell’accordo del 10 marzo 2025 fra autorità di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) e Forze Democratiche Siriane (FDS) non era, evidentemente, solo formale.

Da allora, infatti, gli USA hanno incrementato le proprie pressioni affinché si giunga ad un accordo e lo stanno facendo esaudendo parte delle richieste delle autorità qaediste. Dopo aver, infatti, dato il via libera ad HTS all’occupazione definitiva dei quartieri a maggioranza curda della città di Aleppo, con tutto il corredo di atrocità settarie messe in atto dalle truppe di Damasco, gli USA stanno costringendo le FDS a fare ulteriori concessioni. 

“Sulla base degli inviti da parte di paesi amici e mediatori, e a dimostrazione della nostra buona fede nel completare il processo di fusione e del nostro impegno nell’attuazione delle disposizioni dell’accordo del 10 marzo, abbiamo deciso di ritirare le nostre forze domani mattina alle 7:00 dalle attuali linee contese a est di Aleppo, aree che sono state sotto attacco negli ultimi due giorni, e di ridistribuirle nelle aree a est dell’Eufrate”, ha annunciato il capo militare delle FDS Mazloum Abdi il 16 gennaio.

In cambio, Al-Jolani ha emesso un decreto in cui si stabilisce che il curdo è riconosciuto come lingua nazionale, da inserire nei curricula scolastici, ed il newroz è considerato festa nazionale in tutta la Siria; inoltre viene riconosciuta piena cittadinanza ad alcune popolazioni curde che in precedenza avevano lo status di immigrati da decenni.

Anche questi provvedimenti non sono certo farina del sacco di Al-Jolani, ma sono verosimilmente risultato delle pressioni statunitensi.

Ovviamente queste mosse non precorrono ad una pacificazione; anzi, l’autoproclamanto presidente siriano sta cercando di sfruttare queste aperture per dividere la popolazione curda dalle FDS, ponendosi come baluardo della loro integrazione nello stato.

Le FDS vengono descritte come espressione di un’agenda separatista esterna, espressione di un’organizzazione terroristica, il PKK. Questo slittamento linguistico è anch’esso indice di aumento delle tensioni: le due parti hanno ricominciato a definirisi reciprocamente “terroristi”, come non accadeva da prima della caduta del regime baathista.

I richiami all’integrazione, inoltre, ribadiscono il no di Damasco alla concessione di una regione autonoma curda, a favore di un modello di stato centralizzato, riecheggiando i termini del processo di pace in corso in Turchia fra stato e PKK.

Le concessioni fatte in Siria sulla lingua curda potrebbero, quindi, essere un anticipo di quello che è disposto a concedere il governo turco, il quale vorrebbe che i due processi procedessero in parallelo. Pertanto spinge per chiudere la partita nel giro di pochi mesi, quando è prevista la fine del processo di disarmo del PKK.

Ovviamente le FDS, dopo essere state costrette a perdere terreno, prevedibilmente non molleranno e si metteranno di traverso rispetto ai disegni tesi ad eliminare l’amministrazione autonoma del nord-est. Infatti sono in corso dei combattimenti la cui evoluzione è cruciale per il futuro del paese.

HTS, infatti, vuole espandere il proprio controllo anche sulle città a maggioranza sunnita poste a est dell’Eufrate, quali Raqqa, e sulle aree dove insistono i maggiori giacimenti petrolifero del paese.

Per farlo, avrebbe bisogno dell’aiuto diretto della Turchia; tuttavia Ankara, per il momento, sta riuscendo ad avere un ruolo invisibile nei combattimenti, se non nell’apparecchiatura militare utilizzata da FDS, in maniera tale da non provocare rivolte fra le proprie popolazioni curde.

Quindi è possibile che la tattica adottata sia far leva sul malcontento diffuso fra le tribù locali sunnite attualmente affiliate alla FDS per tentare di fare breccia.

Il Governo Regionale Curdo dell’Iraq è impegnato a mediare fra le parti, ospitando i principali incontri ad alto livello.

Si tratta, indubbiamente, del momento più delicato per le FDS dalla caduta del regime baathista, anche perché è quasi tutto nelle mani dell’“alleato” statunitense e dei suoi apparati, dalle cui decisioni passa molto della sopravvivenza dell’amministrazione del nord-est, nonché della sua estensione territoriale.

Mentre l’Amministrazione Trump ed il suo inviato Barrack spingono per chiudere la partita su una mediazione più favorevole alle esigenze turche – come contropartita per l’impegno di Ankara sul disarmo di Hamas nell’ambito della fase due a Gaza – il Pentagono, Israele e alcuni membri del Congresso continuano a ribadire che le FDS sono i partner più affidabili e hanno diritto a conservare l’autonomia amministrativa; ad esempio, il senatore neoconservatore Lindsey Graham ha affermato che dovrà essere ristabilito il Caesar Act se HTS continua ad attaccare.

Sul fronte sud, invece, le cose non vanno bene per HTS. Le atrocità settarie perpetrate nei mesi scorsi nei confronti della minoranza drusa, stanno spingendo i maggiori referenti di quest’ultima definitivamente nelle braccia di Israele.

Intervistato a Ynet, lo sceicco Hikmat al-Hijri ha affermato: “Non è un segreto che Israele sia stato l’unico Paese al mondo ad intervenire militarmente e a salvarci dal genocidio in corso. Ciò è stato fatto attraverso attacchi aerei che hanno davvero fermato il massacro... Ci consideriamo parte integrante del quadro strategico di Israele, un braccio armato alleato con Israele. Il rapporto è internazionale e significativo. Israele è l’unico attore responsabile e competente per gli accordi futuri”.

La milizia locale drusa fondata da Hikmat al-Hijri, denominata “guardia nazionale”, dunque, non ha in progetto di integrarsi con Damasco. Anzi, nella stesso intervista egli rivendica addirittura l’indipendenza: “Chiediamo non solo l’autogoverno, ma anche una regione drusa indipendente”.

Al momento, l’Amministrazione USA non è ancora intervenuta in maniera incisiva sul capitolo druso, come sta facendo su quello curdo. In ogni caso le regioni meridionali sono designate per essere aree d’influenza sionista, il cui controllo è necessario a Tel Aviv per evitare la ripresa di rifornimenti di armi verso Hezbollah.

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